martedì 29 dicembre 2015

TRECENTOMILA GRAZIE!


GRAZIE A TUTTI I LETTORI CHE MI HANNO PERMESSO DI OTTENERE QUESTO INSPERABILE RISULTATO! SPERO, PER IL PROSSIMO ANNO, DI SAPERVI OFFRIRE STORIE SEMPRE PIU' AVVINCENTI E APPASSIONANTI!
TRECENTOMILA BUON ANNO!

I CAMINANTI - Quando gli zingari rubavano galline

lunedì 28 dicembre 2015

LA NOBILE DECADUTA

Flavia Grandinetti nasce a Napoli il 31 dicembre 1901, unica figlia di una nobile e antica famiglia di Castrovillari. La sua vita comincia nel lusso, attorniata dalla più alta aristocrazia della città del Pollino e la famiglia mena vanto di una visita ricevuta da Margherita di Savoia. Poi, nel 1916, l’adolescente Flavia scopre per caso che suo padre, il suo adorato padre, ha una relazione con una delle signore che frequentano abitualmente le feste date in casa sua. E la tresca nasce e si consuma proprio tra quelle mura che portano il suo nome:
Villaflavia, Giugno 1916
In uno splendido mattino di sole, vidi ad un tratto una strana visitatrice aggirarsi per i viali del mio giardino.
Come mai, invece di andarle incontro, fui costretta a fermarmi semicelata dalle piante? Vedevo quella tale gesticolare, affettando atteggiamenti da gran dama e benché nel parlare si sforzasse a strisciare la erre e la esse, notai che la conversazione languiva e mio Padre andò a sedersi all’ombra, su di uno dei bei sedili.
Intanto vedevo la visitatrice dimenarsi nel camminare lungo i miei viali, per il mio giardino,  mentre io intuivo come un bisogno di difenderlo da qualche cosa che lo contaminasse! Ad un tratto osservai che quella smilza olivastra che appariva come sofferente, poggiava su mio Padre dei lunghi sguardi insistenti. Perché dovetti aggrapparmi al fermo che formava l’arco carico di glicine, per non cedere al bisogno di correre ad abbracciare mio Padre, sospinta a ciò da una strana sensazione che mi faceva sentire l’urgenza di scansare mio Padre da un grave pericolo? Perché dovetti tapparmi la bocca per non gridare «Papà difenditi, costei è una nemica?!». Tacqui, mentre gli occhi si riempivano di paura nel vedere una mano posarsi sui miei fiori, lenta e strisciante come la minaccia, come la maledizione!
Dopo poco tempo Ernesto Grandinetti, allontanate da casa moglie e figlia, comincia a farsi trascinare in una serie di investimenti sbagliati che fanno scricchiolare la sicurezza economica del casato. Flavia e la madre sono mandate a vivere prima in una casa a Castrovillari e poi a Napoli, in perfetta solitudine. È qui che conosce il barone Girolamo Salituri, anch’egli di Castrovillari e i due giovani si innamorano e si sposano.
Napoli 1921
Lo conobbi in casa Toscano, una sera mentre mi intrattenevo con Maria Toscano (la sorella del Marchese Gallo di Castrovillari). Notai subito su quel volto uno sguardo triste ed un sorriso amaro che mi colpì, dandomi un acuto senso di pena che mi costrinse a pensare: “Questo giovane soffre”. «Ti presento mio nipote», mi disse Maria Toscano ed io, al giovane che s’inchinava signorilmente, non potetti fare a meno di tendere, pronta ed aperta, la mano. Divenimmo all’istante vecchi amici. Cioè, io sentii che acquistavo un obbligo, un dovere di prestarmi all’evidente bisogno che provava il giovane di parlare con me e dare così sfogo alla sua pena. Da allora mi cercò, come un assetato cerca la fonte d’acqua fresca e pura, perché aveva bisogno di parlare con me. Io raccolsi quella giovane esistenza perché la morsa della rinuncia non la tormentasse ed egli mi chiamò Samaritana. E tutto sarebbe finito lì, in una pura, bellissima amicizia che faceva di noi due camerati, due commilitoni. Un giorno gli dissi: «Per il tuo cuore è meglio rivederla che troncare ad un tratto». Rintracciammo la piccola Laura ed egli ebbe ancora ore di felicità.
Poi la tormenta dei nostri destini stroncati riprese a fischiare tra i rami dei nostri giorni tristi e ci ritrovammo sempre pronti a tenderci la mano, a pararci i colpi l’un con l’altro e la nostra unione fu santa, sublime, reale per l’esistenza di un fiore sbocciato fra noi.
Girolamo Salituri, erede universale dei beni di famiglia in quanto primogenito, fa il medico. Prima nell’Esercito e poi da privato in Lombardia, dove si trasferisce anche Flavia con la loro bambina appena nata, Letizia, che sarà la loro prima e unica figlia perché il barone muore improvvisamente.
La vedova e la bambina tornano a Castrovillari per gestire il patrimonio che hanno ereditato, ma cominciano altri guai.
L’invidia, i complotti familiari per cercare di portarle via ciò che le spettava. Flavia, sua madre e la bambina cercano di cavarsela e resistono come possono ma l’inesperienza gioca brutti scherzi. Quando Letizia, la figlia, è ancora adolescente conosce l’avvocato Mollica di Reggio Calabria che la mette incinta e i due si sposano, ma il genero con uno stratagemma legale estorce quasi tutto il patrimonio di Flavia. E poi, per accettare di tenere in casa l’anziana madre di Flavia, donna Luisa Forte, la convince a rinunciare all’usufrutto sul patrimonio e così non le restano che poche briciole. Ma il genero non la sopporta, non la vuole in casa e, con un pretesto, la allontana Flavia con la madre e le due donne tornano a Castrovillari. Qui incontra un uomo di poco più giovane di lei, Giuseppe Zicari, impiegato all’Archivio Notarile della città del Pollino. Giuseppe, di famiglia modesta, si offre di darle una mano a tutelare i suoi interessi e i due entrano sempre più in confidenza, fino a convivere, contro la volontà dei genitori di Flavia che non sopportano l’idea che una Grandinetti sposi uno spiantato.
Quando Flavia rimane incinta i due si sposano, nel gennaio del 1939, e dopo poco nasce Biagio[1] ma la madre non ha latte e deve darlo a balia.
E così di periglio in periglio, giunsi al secondo matrimonio, sempre in cerca di quella protezione che tremavo per vederla mancare. Vana speranza: come nei tempi delle stregonerie, si riuscì a turbare la mente ad un uomo buono, ma che a giudicarlo dal suo agire, bisognerebbe crederlo almeno assai crudele, perché lo si fece agire contrariamente a come avrebbe dovuto e contro il suo vero sentire.
Giuseppe e Flavia cominciano a litigare per ogni nonnulla perché, secondo Giuseppe, la moglie ha un carattere intollerante e bisbetico e lo tratta con modi bruschi come se fosse un dipendente e non il marito, anche alla presenza di donna Luisa con la quale Giuseppe non va d’accordo perché si dimostra molesta, girando di notte nell’unica stanza da letto della loro casa per cercare di rubare qualche spicciolo dal portafogli del genero. Secondo Flavia, al contrario, la causa delle liti è da ricercare nell’ostilità della madre di Giuseppe nei suoi confronti. Nel 1940 Giuseppe si ammala gravemente di cuore e si rende necessario un intervento chirurgico. Ci vogliono molti soldi. Flavia non esita un attimo e vende quasi tutto il poco che è riuscita a salvare dalle grinfie del genero. Giuseppe subisce due interventi chirurgici, il primo a Roma e il secondo a Napoli e si salva. Si salva anche la sua posizione economica perché il suocero interviene e gli fa avere una promozione con un sostanzioso aumento di stipendio.
Dopo tre anni Giuseppe e Flavia si separano ma vengono convinti a rimettersi insieme da un loro comune amico e Giuseppe ottiene dal direttore del suo ufficio anche di poter occupare un piccolo quartino adiacente all’ufficio. Ma dura poco. Nel 1944, i due si separano definitivamente e lei si trasferisce col bambino a Cosenza dove, con enormi sforzi, apre una pensione:
Quando vidi la casa che presi a Cosenza era molto colpita dai bombardamenti. Priva di tetto, alcuni pezzi di muri indicavano che essi erano serviti a formare delle stanze. Il pavimento era formato da mucchi di terriccio. «Eppure» mi disse Mastro Pietro «in capo un mesetto vi approntisco l’appartamento», e l’affare fu deciso. Mi costò i miei ultimi risparmi, un caro ricordo che dovetti vendere e lotte e sacrifici che a narrarli sembrano favole. Al mattino Mastro Pietro mi trovò fra i ruderi, dove avevo pernottato per utilizzare per i miei quel denaro che dovevo spendere in alloggio e per non rimanere in albergo sola. Mastro Pietro mi salutò, osservò e tacque. Però a mezzogiorno si assentò e lo vidi tornare col figlio che portava un bel materasso. Così, quella notte, fra me e il terriccio e i sassi ci fu la gentilezza, la signorilità di un cuore che si rivelava nobile ed umano. Il cuore di un operaio che aveva sentito il bisogno di impedire che passassi un’altra notte per terra. che ristoro fu per me quel materasso, in quelle notti che passai guardando il luccichio dei misteriosi mondi che chiamiamo stelle. Ogni tanto, nel buio, mi passava addosso qualche cosa. Compresi che erano topi.
Flavia, aprendo la pensione, spera di convincere Giuseppe a trasferirsi in città e a riprendere la vita in comune, ma è costretta a chiuderla quasi subito, data la sua inesperienza e la sua insofferenza caratteriale. A questo punto, priva ormai di ogni mezzo finanziario, affida il bambino al padre e accetta un modestissimo assegno di mantenimento di 800 lire mensili. Giuseppe, dal canto suo, per accudire al piccolo Biagio assume una certa Lucia Esposito, anch’essa separata, e ben presto i due diventano amanti e cominciano a convivere more uxorio.
Flavia riesce a convincere la figlia e il genero a riprendere in casa lei e sua madre e le due donne tornano a Reggio Calabria. Anche questa volta va male e viene cacciata di casa.
È a questo punto che tenta una riconciliazione col padre:
Un giorno mi sentii stremata. L’istinto mi fece invocare l’aiuto del Papà e mi piegai anche al passo estremo! Quando fui innanzi a quella porta una voce mi disse: «Devi morire prima di toccarla», ma in quello istante vidi la testa canuta di mia Madre, vidi due fanciulli che sorrisero dicendomi «Mamma, ti aspettiamo» e la mano bussò. Non dovevo morire!
Ernesto Grandinetti convive sempre con la smilza olivastra che gli ha dato anche due figli e lo domina come sempre. Questa donna fa di tutto per impedire che Flavia resti col padre e dopo sei mesi riesce a fare in modo di mandarla via.
Mio Padre è molto ammalato di cuore. L’aria gli manca, dandogli di continuo la sensazione angosciosa della sofferenza, la paura della morta che vede sempre pronta a ghermirlo. Eppure, quel giorno, mio Padre volle recarsi personalmente e con me al Ministero, nell’ansia di volermi aiutare a sistemarmi. Come affannava per quelle scale, come soffriva!
Tutti lo salutavano, l’ossequiavano riverenti. A me, salendo quelle scale con mio Padre che si appoggiava al mio braccio, sembrava di volare, di essere portata in alto, lontano, in un regno incantato dove prestigio, rispetto e decoro mi sollevavano da ogni miseria e mi riportavano in quell’impero dal quale il fato mi ha separata condannandomi all’esilio.
Flavia torna a Reggio Calabria dalla figlia ma i contrasti col genero sono continui e violenti e dopo appena otto giorni è costretta di nuovo ad andarsene. Cominciano gli stenti. Il poco che ha non le basta ed è costretta, pur di restare accanto alla madre e alla figlia, a lavorare, scendendo sempre più in basso nella scala sociale, fino ad arrivare a fare la lavandaia.
Mi rivedo con Morea Santa, laggiù nel sottoscala a lavare panni, d’inverno, nell’acqua gelida. L’umidità ed il freddo di quel tetro locale facevano ghiacciare l’acqua alle pareti, eppure Santa ed io ridevamo ed eravamo contente, anzi felici, perché a mezzo di quel lavoro vedevamo realizzare il sogno, ragione e vita delle nostre esistenze: riunire un po’ di denaro per comprare qualche cosa ed inviare il pacchetto e poi… felicità infinita… prendere il treno e correre a riabbracciare la famiglia!
Il genero, nel tentativo di togliersela definitivamente di torno, l’accusa di aver rubato alcuni gioielli alla figlia Letizia e la denuncia e lei torna a Roma per lavorare come cameriera in una agiata famiglia. La convivente del padre, saputo che Flavia è tornata a Roma e che è stata denunciata, comincia a tempestare di telefonate la padrona di casa dicendole che ha in casa una ladra ricercata dalla Questura e così, dopo poco, è costretta a lasciare l’impiego e trova rifugio per qualche mese nell’Istituto “Il Focolare”, nei pressi di Piazza Cavour. Parla col marito chiedendogli di trovarle una sistemazione a Castrovillari:
- Di quel che fai, non a me devi dar conto, ma a Dio. Io non giudico né incolpo, io non so niente. A me basta sapere che stai bene. Se non fosse così proverei grande dolore. Quello che non posso permettere è la lontananza di mio figlio da me. La mamma, finchè è in vita, nessuno deve e può supplirla. Pensaci, trovami un rifugio qualunque, ma io debbo avvicinarmi a mio figlio
- Non ti fare venire in mente di recarti da queste parti!
Le cose vanno sempre peggio e Flavia pensa molto seriamente alla possibilità di suicidarsi. Ha un libretto di risparmio dove ha conservato settemila lire, ne spende quattromila per comprare una rivoltella e farsi insegnare come si usa. Poi forse ha un ripensamento.
La sera del 14 gennaio 1949 parte per Castrovillari con lo scopo di tentare, per l’ultima volta, di trovare un accordo col marito che le consenta di restare accanto al figlio. È, d’altra parte, cosciente che sarà difficile riuscire nell’impresa, per cui sa perfettamente che in caso di fallimento quella sarà l’ultima volta che vedrà e abbraccerà il figlio perché si ucciderà.
Arriva a Castrovillari due giorni dopo e trova accoglienza presso una famiglia amica ma è costretta a trovarsi un’altra sistemazione per la partenza dei suoi amici. Girovaga nei dintorni, da una pensione all’altra, in attesa di poter parlare col marito che le si nega continuamente. Si nasconde ogni giorno nei pressi della scuola del figlio per vederlo. Va a parlare con un avvocato al quale affida l’incarico di procedere giudizialmente per ottenere l’annullamento della separazione. L’avvocato si rende perfettamente conto dello stato di profondo disagio psicologico di Flavia e parla col marito, il quale si offre di aumentare l’assegno di mantenimento da ottocento a tremila lire al mese ma, per carità, si togliesse di torno perché di lei non vuole più sentir parlare.
Flavia, a questo punto, decide di farla finita e scrive alla figlia una lettera che non spedirà mai:
Figlia cara,
il modo di fare di tuo marito riesce a sconvolgere la mia mente per cui, presa dal terrore che egli vi fa soffrire da quando sei sposata, non ho più pace e per seguirti mi sono disgustata mio marito per cui la mia vita non è più sopportabile, senza famiglia e priva di mio figlio.
Come tu sai, la mia vita è stata un continuo martirio e tutti i patimenti mi sono accollata per amore di voi tutti, compreso tuo Padre e tua nonna ti può raccontare qualche cosa.
Ti lascio, ripetendoti queste parole: fai vincolare la casa in modo che anche se tu volessi venderla, non lo puoi. Sappiti guardare la tua strada. Il mio dolore è il modo come ho trovato nonna e non so come il tuo cuore può tollerare. Ti lascio questa missione, spero che comprenderai il tuo dovere di assistere nonna e non privarla di tutto in questi suoi ultimi giorni. Falle sempre tenere qualche cosa di soldi perché ha bisogno sempre di comprarsi qualche cosa.
Falle venire la sua roba da Reggio. Provvedila di calze, di biancheria e tutto ciò che le serve. La signora Gatto, alla casa a Reggio, tiene due mie valigie, te le farai dare ed userai tutta la roba per nonna. Da Menniti riceverai della roba e ti dico di darla a Nonna integralmente. Quando nonna dovesse morire, avvertine Menniti perché forse ti toccheranno degli oggetti.
Mantieni la pulizia a nonna. Mettila in condizione di potersi cambiare spesso. Falle pulire i suoi recipinenti anche con cenere bollita e asciutta, strofinando con carta.
Intendo togliere il fermo all’anello che spero non venderai e quando lo metti pensa a mamma tua. Ti raccomando Nonna.
Lascio anche a Nonna la cassa piena che tiene il signor Monaco Angelo, Corso Mazzini 159- Cosenza. anche a Nonna lascio la cappelliera ed il suo contenuto che sta presso il barbiere che sta nella piazza della Stazione in Cosenza. detta roba dovrà adoperarla tutta mia madre finché vive.
Figlia cara, io ho sistemato tutti e mai ho pensato a me. Ora tutti mi avete abbandonato e mi costringete al passo estremo.
Io vi perdono e pregherò per voi.

Lascia una lettera anche al marito:

In niente ti ho mancato. Un insieme di circostanze ti hanno fatto accanire contro di me. Sia fatta la volontà di Dio!
Solo per assolvere il mio dovere verso mia figlia ti ho forse qualche volta trascurato. Sono affranta, ammalata, in questo stato di cose non posso più vivere.
Se non ti è possibile lasciarmi in un canto della tua casa, dove vivrei da ospite, lasciandoti tranquillo e libero di vivere come vuoi e con chi vuoi, purchè veda soltanto mio figlio, mi costringi a farla finita. Decidi! Ti raccomando mio figlio!

E, come in preda a un delirio, scrive anche quelle che considera le sue ultime volontà:

Ordino al Tribunale disporre in modo affinchè mio figlio Biagio sia subito tolto alla tutela del padre e vada a stare con lo zio Alberto, fratello del padre.
Ordino che assolutamente non si faccia avere a mio figlio il minimo contatto con la donna che attualmente convive con mio marito e con la sua figliuola Maria.
Lascio ogni benedizione per tutti coloro che avranno cura di mio figlio e confido sullo zio Alberto perché vegli principalmente sulla sua salute, non facendogli mancare cure energiche ed assidue a base di vitamine e durante l’estate farlo andare in località salubre di campagna, secondo la prescrizione del medico.
Lascio al mio adorato figlio Biagio lire quarantamila in buoni fruttiferi, che desidero che le riscuota alla sua maggiore età, se ne ha bisogno, altrimenti li potrà riscuotere allo scadere dei venti anni dalla data in cui sono stati fatti i buoni. Vorrei che tale denaro lo impiegasse per dare l’anticipo per comprarsi la casa, col volere di Dio.
Desidero che tutto ciò che possiede mio marito di mio, sia messo in deposito e conservato a mio figlio o adoperato solo da lui. Si tratta di mobili, argenteria ed oggetti vari.
La mattina del 22 gennaio 1949, prima di mettere in atto il suo proposito, Flavia aspetta il marito per strada, lo vede entrare in una sartoria, lo segue e lo affronta
- Peppino, ti prego, ascoltami.
- Lascia stare… c’è gente… e poi non ho intenzione di sentire niente di ciò che vuoi dirmi
- Peppino, trovami una sistemazione qui… voglio stare vicino a nostro figlio… posso dormire anche per terra a casa tua, non mi interessa se c’è anche lei in casa, basta che stia vicina a Biagio nostro…
- Soldi per pagarti una casa non ne ho, per darti qualcosa vuol dire che toglierò il latte e la frutta a tuo figlio e di stare nella stessa casa con te non se ne parla nemmeno! Puoi andare a stare da tua figlia… perchè non vai da lei? Adesso vattene che è vergogna…
- Lo sai che da mia figlia non posso andare… sii buono… fammi restare a casa tua… ti prego…
Giuseppe, spazientito, la lascia lì e se ne va per tornare in ufficio. Flavia lo segue, Giuseppe si nasconde nella bottega di uno stagnino. Flavia lo sopravanza ed entra nell’androne dove ci sono l’ufficio e l’abitazione dell’ex marito. Giuseppe corre in tribunale a cercare il suo avvocato perché si adoperi per farla diffidare dall’avvicinarsi a casa sua, ma non ha bisogno di arrivare al tribunale perché incontra l’avvocato per strada. Gli spiega la situazione e l’avvocato decide di fare un tentativo senza far intervenire la forza pubblica. I due si lasciano e mentre Giuseppe entra in un negozio per aspettare, non visto, l’esito della missione, l’avvocato entra nell’androne del palazzo.
Flavia, intanto, ha salito le scale ed è davanti alla porta di Giuseppe dove trova Lucia Esposito la quale, non appena la vede, le lancia uno sguardo pieno di odio
- E’ in casa mio marito?
- Iatevinne, chi facite cca? In casa non c’è nessuno
- Voi siete donna, potete capirmi… io voglio dirgli solo che mi facesse restare vicino a mio figlio, non m’importa quello che c’è tra di voi… non mandatemi via, vi supplico… aiutatemi a farmi stare col mio bambino…
- Iatevinne! – le dice spingendola e facendola retrocedere sulle scale
- Mi costringete a morire…
- E che ne voglio fa? Iatevinne… iatevinne… non ci pensate a vostro figlio che sta molto bene senza di voi! Suo padre gli ha comprato l’olio di fegato di merluzzo, sta benissimo!
- Datemi mio figlio, vi prego, non mi costringete a morire… a lasciarlo…
Lucia Esposito lascia Flavia e scende velocemente le scale mentre un ragazzo le sta salendo. I due si fermano a parlottare. La mano di Flavia accarezza la rivoltella nella tasca del cappotto. Poi Lucia, terminata la conversazione si gira e vede Flavia ancora lì, risale alcuni gradini, l’afferra e la spinge giù verso l’uscita
- Iatevinne!
Flavia resiste, vorrebbe gridare ma la voce le si strozza in gola all’ennesimo Iatevinne. Si sente mancare mentre estrae la rivoltella per puntarsela al petto
- Si, me ne vado, ma me ne vado per sempre!
Lucia Esposito, appena vede la rivoltella viene presa dal panico, forse pensa che Flavia la voglia uccidere, si mette a correre verso l’uscita.
A Flavia viene l’idea che forse può sfruttare la paura di Lucia minacciandola di morte per farsi aprire la porta di casa e piazzarsi lì in attesa del ritorno di Giuseppe per cercare, ancora una volta, di convincerlo. Adesso deve solo riuscire a far tornare indietro la donna e farsi aprire la porta.
In quel preciso momento, però, l’avvocato di Giuseppe varca la soglia del portone. Flavia lo vede. Ha un forte risentimento nei suoi confronti perché ritiene che sia opera sua la decisione del marito di chiedere la separazione. L’avvocato vede Lucia che scappa e Flavia che le è dietro, sconvolta e con la rivoltella in pugno, rimane fermo in preda alla paura, con gli occhi fuori dalle orbite. Basterebbe poco per fermare Flavia e disarmarla, ma l’avvocato è letteralmente paralizzato, appiattito contro un muro, aspettando solo di ricevere una revolverata fatale. In questo frattempo Lucia si è fermata. Vede nella presenza dell’avvocato la sua salvezza e guarda ora l’una, ora l’altro.
Flavia adesso è incerta sul da farsi: l’avvocato ha visto la rivoltella e se lei risalisse le scale, lui certamente andrebbe dai carabinieri e tutto sarebbe perso. Fermare la donna, prenderla in ostaggio e farsi aprire la casa. Questa è l’unica soluzione possibile. Il suo braccio armato si dirige verso la donna per intimarle di risalire le scale, ma Lucia con uno scatto felino esce in strada e si mette a correre. Flavia le corre dietro sparando, convinta di farla fermare, ma Lucia corre da un capo all’altro della piazza, terrorizzata dai colpi che risuonano alle sue spalle. Poi, all’improvviso, si ferma davanti alla bottega dello stagnino e fa per entrare. Flavia la raggiunge. Entrambe hanno il fiatone e non riescono a parlare. Che fare? Lucia è davanti a lei, facile bersaglio. Che fare? Non posso morire abbandonando per sempre mio figlio in balìa del sangue estraneo che, anche senza volere, gli avrebbe tolto l’affetto e la protezione del padre, lasciandolo a quella donna, senza di me, senza la sua mamma. Adesso non avrai che il tuo babbo ad amarti e proteggerti-
Il braccio armato di Flavia si protende verso Lucia, ormai rassegnata al suo destino e chiude gli occhi. I tre colpi che sono rimasti nel caricatore partono in rapida successione e si conficcano uno accanto all’altro nella tempia destra della povera donna che cade morta senza un lamento.
Flavia rimette in tasca la rivoltella e si allontana come se niente fosse, dirigendosi verso la pensione dove è alloggiata, mentre su Corso Garibaldi scoppia il panico. .
I carabinieri la vanno a prendere e, una volta in caserma, le danno da firmare un foglio scritto a macchina ma lei si rifiuta di firmare.
Giammai farò questo. Se si tratta degli estranei, se la vedano con la loro coscienza del male che fanno.
Se si tratta di mio marito, dico e sostengo che non è colpevole e lo proverò.
Sentendo questo bisogno di spiegarmi bene, chiesi al Magistrato il permesso di scrivere e lui mi rispose che mi sarebbe stato accordato e che avevo il diritto di difendermi. Disse proprio così.
Flavia scrive un primo memoriale di ottantaquattro pagine dove ripercorre la sua vita e le sue disgrazie. Scriverà, a più riprese altre quarantasei pagine in vari memoriali.
Ma ciò che scrive le si ritorce contro. Il Magistrato nota segni di squilibrio mentale e chiede che sia sottoposta a perizia psichiatrica. Il 13 maggio 1949 Flavia varca la porta del manicomio giudiziario di Aversa. L’osservazione dura circa sette mesi e, alla fine, il medico alienista Giulio Freda trae le sue conclusioni
Nel caso nostro saremmo al cospetto di una sindrome esaltata espressa in uno stato confusionale, forse preceduto e seguito da altri elementi che possono essere sfuggiti alla nostra osservazione e che poi, a distanza di tempo, si è avvicendata con la sidrome depressiva che ancora perdura: l’una e l’altra chiudono un ciclo che riposa sul ricettacolo della degenerazione. Dietro il ciclo c’è l’anomalia costituzionale incardinata sul binomio emotività-debolezza volitiva, nel quale è circoscritta tutta la personalità della nostra donna. Una personalità, come si vede, la quale quando è fuori delle crisi psicopatiche ricorrenti, sta salda sulle frontiere delle malattie e non se ne distacca mai per toccare la vetta della sanità da essa sconosciuta; una personalità la quale, nelle più favorevoli delle sue variabili condizioni, realizza sempre uno stato intermedio tra la normalità e la malattia con maggiore accostamento a quest’ultima che alla prima; una personalità che, nella mattina del delitto spostò evidentemente il suo indice segnalatore dei propri poteri verso l’asse della malattia, pur senza toccarne il polo.
Rispondiamo perciò al quesito propostoci con le seguenti
CONCLUSIONI
1)                          Grandinetti Flavia, “ab origine” una debole della volontà, incarna la figura di un’anomala con costituzione emotiva che la rende incline a ricorrenti stati psicopatici di natura distimica.
2)                          All’epoca del commesso reato ella trovavasi, per infermità di mente, in tale stato da scemare grandemente la imputabilità senza escluderla.
3)                          La Grandinetti attualmente è persona socialmente pericolosa
E siccome il perito ritiene che Flavia sia imputabile, viene istruito il processo. Ma lei non ci sta a passare per pazza. Nella sua visione delle cose, il riconoscimento di malata di mente sarebbe un disastro per lei e la sua famiglia: per lei perché le toglierebbe la possibilità di esporre tutte le vicende della sua vita, con i relativi richiami: persone e ambienti che l’hanno circuita, forzata, obbligata a compiere le azioni che l’hanno fatta precipitare nell’abisso; per la famiglia perché, eliminata per lei ogni possibilità di avere voce in capitolo, chi consiglierebbe e dirigerebbe i suoi familiari, dato che solo lei, ora, è in grado di dare un sano indirizzo alla vita dei suoi cari?
Viene deciso che il processo si terrà presso la Corte d’Assise di Cosenza e il dibattimento è una guerra di tutti contro tutti. Viene tirata fuori anche una vecchia storia di alcuni conti dell’Archivio Notarile che non tornavano e si accerta che Giuseppe si è appropriato indebitamente di qualche decina di migliaia di lire e in un processo a parte viene condannato a un anno, sei mesi e venticinque giorni di reclusione, a 3.500 Lire di multa e all’interdizione dai pubblici uffici per un anno.
Flavia si limita a ripercorrere le fasi dell’omicidio e non tira in ballo nessun nome che potrebbe fare scalpore. La buona società di Castrovillari può tirare un sospiro di sollievo.
Finalmente, l’otto agosto 1951 viene emessa la sentenza: colpevole di omicidio volontario, porto abusivo di pistola e omessa denuncia dell’arma. Con le attenuanti del vizio parziale di mente, dello stato d’ira determinato da fatto ingiusto altrui e delle attenuanti generiche per il solo reato di omicidio, la pena viene quantificata in otto anni e sei mesi di reclusione, 20.000 lire di muta, 5.000 lire di ammenda, interdizione perpetua dai pubblici uffici, libertà vigilata per un anno, pagamento delle spese processuali e del mantenimento in carcere durante la carcerazione preventiva. Nello stesso tempo la Corte, applicando una legge del 1948, le condona tre anni della pena detentiva e l’intera pena pecuniaria.
Gli avvocati di Flavia ricorrono in Appello e, il 22 maggio 1953, la sentenza viene parzialmente riformata. La pena detentiva scende a sei anni e cinque mesi ma, al posto della libertà vigilata, viene disposto, una volta scontata la detenzione, il ricovero di Flavia in una casa di cura e di custodia per un periodo non inferiore a tre anni.
Qualche mese dopo, la Suprema Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Flavia.[2]

I CAMINANTI - Quando gli zingari rubavano galline


[1] Il nome è di fantasia, NdA.
[2] ASCS, Processi Penali.

domenica 27 dicembre 2015

ADDIO ADDIO TESOR MIO



Vincenzo Governale, nato il 2 febbraio 1898 a Corleone, sposato con figli, è militare a Cosenza. Conosce una bella ragazza, Anna Russo e fingendosi celibe si fidanza ufficialmente con lei.  Il vero scopo di Vincenzo, però, è quello di procurarsi dei soldi, per questo istiga la ragazza a rubare il contenuto del portafogli del patrigno, il calzolaio Giuseppe De Bonis.
La manovra però non riesce e De Bonis, dopo che Vincenzo va ufficialmente a casa per chiedere la mano di Anna, comincia a sospettare qualcosa e si va a informare al Distretto Militare. Scopre tutto e caccia il falso fidanzato da casa, intimando alla figliastra di interrompere la relazione. Ma il sentimento di Anna è più forte dei divieti e i due continuano a vedersi nonostante tutto.
A questo punto, Vincenzo, forse per vendicarsi, organizza con alcuni commilitoni una finta perquisizione domiciliare ai danni di De Bonis che, a sua volta, lo denuncia. I veri poliziotti trovano in camera di Anna alcune lettere che i due amanti si erano scambiati:

Vincenzo:
Gennaio 7-1-1920
Centilissima Signorina,
conquesta mia cara lettera vengo a darci notizia della mia buona saluti  epure listeso spero sentire di lei.

Anna:
Mio amato Vincenzino non puoi sapere il dolore che provò il mio cuore Domenica mattina quando sei partito.
Ti giuro che lontano da te mi sento uscire matta. Volesse diventare un uccello per volerti venire a trovare.
Mio Vincenzo ricordati di me trevolte al giorno la sera la mattina e a mezzogiorno
Rosa e la Rosa la viola e blù e il giglio e candido come sei tu…….. leggi e taci questi puntini son tanti baci poso la penna chiudo il foglio apri il cuore e vogliami bene voglio assai assai
E sono la tua aff.ma Anna
Pronta risposta e buoni cose
Addio addio tesor mio

Al soldato Covernale Vincenzo
Commissione
Stazione Corigliano calabro
Provincia di Cosenza

Anna:
Mio adorato Vincenzino
Mi dici se mi adato colpi a vantieri sera nò mi adato Tu mi dici del caporal magiore che mio padre cia detto a lui, che mi vuole sposare con lui io non lo voglio mango se mi facesse regina ai capito? Vincenzino mio io ti amerò sempre davvero cuore Tu mi dici che la notte non dormi e penzi io Vincenzino, quella fotografia la notte la metto sotto il cuscino e sto sempre a baciarla Ti prego di non fare sapere niente anessuno che io ciò la tua fotografia ai capito, mi dici del porta foglio non dubita che quanto si riscorda le chiave della cassa io farò tutti i mezzi possibile, Vincenzino io non mi credo lora di mi cacciare davanti a questi occhi di bonsignuro ieri sera quando e venuta la mamma cià detto che ieri mattina io davo ragione a te e perciò mamma mia battuto e pure quando miminava io nella rabia ciò detto che io scappavo cosi arisposto scappatinni che poi ti farò arestare io ciò detto non mi importa sta mattina a detto alla mamma che lui estato un fessa che non mi importava niente che a mè non mi e figlia vera vuole fugire a mè non mi teressi non o altro che dirti Ricevi i più forti bacioni e sono la tua intimenticabile Annina

Ti prego questa lettera bruciarla che se lo sape qualche uno ci sono guai per me dice a Marietta che non dicessi niente anessuno ai capito, Addio Addio,
grandi bacioni


non dire niente che noi ci scrivimo
Ricordati di me tre volte al giorno la sera la mattina e a mezzogiorno
Rosa e la Rosa la viola e blù
Il giglio e candido come sei tu………………
Legge e taci questi puntini sono tanti baci
Vorrei diventare uccello per venirti
A vedere dove tu sei ai capito?
Saluti e bacioni forti forti
E mi dico la tua affez.ma
Annina

Dopo la denuncia, Anna è costretta a scrivere e firmare una dichiarazione:
  
Dichiarazione di Anna Russo
Io qui sotto scritta di chiaro che in una lettera ricevuta da Vincenzino Covernale col quale facevo la more in con data del 9 gennaio 1920 mi diceva di rubare il portafoglio al mio padre e darlo a lui che mi faceva una vesta di seta.
Io con un'altra lettera in data 10 gennaio 1920 le rispontevo non dubito che quanto lascia le chiave della cassa lo farò sparire.
La lettera del 9 gennaio detto la ricevette dalle mani di Marietta, che la stessa Marietta fu prima di me a legerla in mia presenza quando in casa mia mi trovavo sola.
Pochi giorni prima che ricevesse la lettera su detta Marietta mi disse piglia il porta Foglio di tuo padre che lo vuole Vincenzo altrimenti si zirra. Io le rispose si si quando mi capita lo piglio e lo do a lui.
In fede di quando sopra o scritto mi sotto scrivo.
Annina Russo fu Michele

Vincenzo se la caverà con un semplice trasferimento e Anna dovrà aspettare ancora qualcuno che la sposi per lasciare la casa del patrigno…[1]


venerdì 25 dicembre 2015

IL SACCO NEL CANALE

Il frinire delle cicale, l’allegro saltellare dei grilli ma soprattutto il fastidioso ronzare di mosche e zanzare accompagnano Marianna Rovito, trentenne contadina di Cosenza, e suo nipote Antonio Filice di 12 anni mentre attraversano la campagna di contrada Petrara per andare a deviare l’acqua del canale di irrigazione che dal torrente Campagnano si insinua tra gli orti coltivati. È da poco passato il mezzogiorno del 19 agosto 1918.
Arrivati a un certo punto, zia e nipote devono oltrepassare il canale per arrivare all’orto. Non c’è una passerella, un tronco o qualsiasi altro sistema per andare dall’altra parte, bisogna fare un salto di circa un metro, tanto quanto è largo il corso d’acqua ma sono abituati a farlo e, più che un fastidio, ormai è un gioco. Ormai sono vicini, devono solo costeggiare per qualche decina di metri il canneto che costeggia il canale e poi sollevare la tavola per permettere all’acqua di irrigare i solchi con le piante.
Antonio è un ragazzino sveglio e i suoi occhi vanno veloci da un posto all’altro del suo campo visivo e, all’improvviso, si scosta dalla zia e si inoltra tra le canne
- Dove vai? Attento che cadi nell’acqua
- C’è qualcosa… sembra un sacco con della roba dentro – le risponde, sporgendosi con un braccio, mentre con l’altro si tiene a una canna che si flette pericolosamente
- Attento che lì è profondo! – continua a richiamarlo
- Ce l’ho! L’ho preso! – esulta Antonio che ha ripreso l’equilibrio mentre, con i piedi nudi affondati nella terra molle della sponda, trascina il sacco fuori dall’acqua
Sciolto il nodo e allargati i lembi della stoffa, i due notano che dentro c’è una specie di pacco oblungo, una cinquantina di centimetri, avvolto in quello che sembra uno di quei pannolini che si usano per fasciare i bambini
- Lascialo stare! – ordina Marianna, bianca in volto, al nipote
- Ma… io voglio vedere che c’è… magari c’è qualcosa che possiamo vendere…
- Ti ho detto di lasciarlo stare! – l’ordine è perentorio e Antonio ubbidisce – andiamo a togliere la tavola dell’acqua e poi andiamo a chiamare qualcuno per avvisare i Carabinieri
- Ma che diavolo pensi che ci sia? – le chiede
- Un bambino morto ma, per l’amor di Dio, che non ti venisse in mente di volergli togliere la fascia!
I Carabinieri arrivano col dottor Adolfo Tafuri dopo quasi tre ore e cominciano i rilievi. Il medico annota che il corpicino è avvolto strettamente da un pannolino a fascia, serrato ancora di più all’altezza del collo, e legato con una robusta corda. È un maschietto completamente formato e ha fatto anche la cacca prima di morire, così testimoniano le macchie sulla stoffa. La pelle, quasi macerata, si sfalda in lamelle non appena la si sfiora. Gli occhietti sono chiusi così come la bocca, la zona dell’ombelico si presenta leggermente incavata. Non sembrano esserci segni evidenti di violenza e quindi non può affermare con certezza se sia stato ucciso o se sia morto per cause naturali. Ci vuole l’autopsia.
Il Vicebrigadiere Angelo Aloia e il carabiniere Luigi Cannataro cominciano, con la cautela del caso, a raccogliere informazioni per scoprire l’identità della donna che ha messo alla luce il bambino. Interrogano tutti gli abitanti di contrada Petrara ma lì non c’è nessuna donna ad uno stato tale di gravidanza da far pensare a un parto nei giorni precedenti. Ma l’udito di Aloia è fino e sente che in una casa si sta parlando di una donna forse incinta, moglie di un americano, nella vicina contrada Panebianco e immediatamente vanno lì.
Scoprono che in effetti una donna incinta c’è e la cosa curiosa è che da parecchi giorni nessuno la vede in giro. Scoprono anche che una vicina di casa va spesso a trovarla con fare circospetto. Aloia pensa che non sia il caso di insistere oltre per non insospettire la donna, organizzando una visita a notte inoltrata. Verso le 22,30 di quella stessa sera, quando tutto è silenzio a Panebianco, i Carabinieri bussano alla porta di Rosina Molezzi e della sua vicina Filomena Gerace, portandole in caserma.
Le due donne negano recisamente ogni addebito ma la notte è lunga e le domande costringenti di Aloia fanno si che alla fine confessino
- Per mia sfortuna, l’anno scorso conobbi il soldato Camillo Mamone del diciannovesimo Reggimento Fanteria di Cosenza. Io ero impiegata a trasportare delle tavole per conto della società ferroviaria e lui era adibito alla guardia del deposito. Mi ha fatto una corte serrata e io, che sono sola da anni perché mio marito è emigrato in America, alla fine ho ceduto e siamo diventati amanti. Poi sono rimasta incinta e non l’ho più visto. La mattina del 13 agosto ero da sola in casa perché i miei due figli erano andati a Sant’Ippolito a divertirsi alla festa del paese, all’improvviso mi sono venute le doglie e poco dopo ho partorito da sola. Anche quando ho partorito il mio secondo figlio ero da sola e quindi sapevo come e cosa dovevo fare. Gli ho legato il cordone, l’ho lavato e l’ho fasciato, poi l’ho messo sul letto. Pian piano riuscii a espellere la placenta facendola cadere dentro un bacile e mi coricai vicino al bambino. Forse dopo un’ora venne Filomena Gerace e le confidai tutto, dicendole anche che mi ero accordata con una certa Giovannina di Rende, che viene spesso da queste parti, perché prendesse, a pagamento, il bambino per tenerlo a balia. Chiesi a Filomena il favore di prendere il bambino e di portarlo a Giovannina che, così mi aveva detto, in quei giorni doveva andare a Torre Rossa, vicino a casa mia, per vendere ricotte. Le dissi anche di riferire a Giovannina che se avesse voluto i soldi subito sarebbe dovuta venire a prenderseli a casa. Filomena prese il bambino e andò via. Io mi tranquillizzai perché sapevo che di lì a poco i miei figli sarebbero tornati e non si sarebbero accorti di niente. Quando Filomena tornò mi assicurò di aver dato il bambino a Giovannina e che nessuno dei vicini si era accorto di nulla perché aveva nascosto il bambino sotto il suo grembiule. Da allora non ho più avuto occasione di incontrare Giovannina, né lei è venuta a casa per prendersi i soldi, per cui non ho avuto notizie del bambino. Ieri, però, ho saputo che un bambino è stato trovato morto alla Petrara e che i Carabinieri cercavano la madre. Io ero sicura che il mio bambino fosse stato dato a Giovannina e non ho sospettato che quello trovato potesse essere il mio. Io sono innocente… non ho fatto niente! Se avessi voluto ammazzarlo lo avrei fatto da sola e l’avrei seppellito da qualche parte e nessuno lo avrebbe mai trovato… se qualcuno lo ha ammazzato è stata sicuramente Filomena, ma non so nemmeno immaginare il motivo per cui l’ha fatto…
Poi Aloia interroga Filomena
- Non è vero che Rosina Molezzi mi ha dato l’incarico di portare il suo bambino a questa Giovannina che viene dalle nostre parti a vendere ricotte ed è assolutamente falso che io abbia fatto del male al bambino perché io non l’ho mai visto questo bambino! La mattina del 13, come ogni mattina, sono andata a casa di Rosina ma non c’era nessun neonato in casa, ricordo solo che lei era a letto e mi pregò di farle una tazza di camomilla. Voi volete farmi dire che l’ho strangolato, chiuso nel sacco e buttato nel canale ma io non l’ho fatto e non avrei nemmeno avuto un solo motivo per farlo!
Due versioni opposte, quindi non resta che metterle a confronto davanti al Giudice Istruttore
- La mattina del 13 sei venuta a casa mia come al solito e io ti ho raccontato del parto facendoti vedere il bambino che avevo già fasciato, chiedendoti di portarlo a Giovannina. Tu hai preso il bambino e sei uscita. Quando sei tornata mi hai detto di averlo dato a Giovannina – Accusa Rosina
- Non è vero! Quando sono venuta a casa tua non c’era nessun bambino e tu hai voluto una tazza di camomilla – si difende Filomena
- Tu stai mentendo! Io non avrei potuto disfarmi da sola del bambino nel modo in cui è stato trovato e poi – lancia l’affondo – mi risulta che parlando col Vicebrigadiere Aloia gli hai confessato di essere stata tu a strangolarlo!
- Io non dico niente altro se non che quando sono venuta a casa tua non c’era nessun bambino e Aloia forse ha confuso quello che gli ho detto a tu per tu!
Insomma, nessuna delle due cede e tutte e due restano in carcere in attesa del processo.
Nel frattempo arrivano gli esiti dell’autopsia che non lasciano dubbi: Il feto è nato vivo e ha respirato, come ci è risultato dagli esami (…) che la causa unica e diretta della morte doveva essere stata la violenza che aveva prodotto l’occlusione delle vie aeree e strappato il cordone ombelicale. A proposito stabilimmo che la violenza dovette essere prodotta da almeno due persone (asfissia con violenza sul cordone ombelicale). Ed infine, da tutti i dati minuziosamente vagliati e studiati, doveva ritenersi che al momento del ritrovamento del cadaverino, la morte doveva datare almeno ad un giorno.
Strappato il cordone ombelicale? Allora Rosina ha mentito spudoratamente affermando di averglielo annodato per bene! E se qualcuno ha strozzato il piccolo innocente, non può che essere stata Filomena. Sono quindi entrambe colpevoli e vanno giudicate per infanticidio, ma la battaglia legale è appena agli inizi.
L’avvocato Tommaso Corigliano, che difende Rosina, scrive parole dure contro Filomena: Ella aveva affidata la sua creaturina ad una trista donna, tale Gerace Filomena, con l’incarico di condurla in territorio di Rende da una nutrice, colla quale si era già intesa. Evidentemente la modesta somma di 150 lire che, insieme con il neonato, era stata consegnata alla Gerace perché a sua volta ne facesse rimessa alla nutrice, fu motivo sufficiente per l’efferato delitto… per appropriarsi di quel denaro la Gerace spense quella piccola vita…Che c’entra in tutto ciò la madre derelitta? Perché la si tiene in ceppi se essa, prima di ogni altro, fu colpita dal maleficio? I fulmini della giustizia raggiungano tutti la vera, la sola responsabile. E responsabile non solo del tenue reato di infanticidio, ma di ben più grave delitto!
Ma finora Rosina non ha detto di non aver consegnato denaro a Filomena? E può essere tenue un infanticidio?
Pietro Mancini, difensore di Filomena, risponde con parole di gran lunga più dure: Il sottoscritto chiede ancora una volta la scarcerazione di Gerace Filomena inavvedutamente arrestata per un’interessata e calunniosa accusa lanciatale da una donna, i cui precedenti e le cui abitudini son noti a tutti gli onesti abitanti della contrada Panebianco, continuamente offesi dalle gesta di costei. Gerace Filomena è vittima della propria bontà. Donna di vita illibata. Onesta fino allo scrupolo. Madre di famiglia esemplare. In posizione finanziaria invidiabile. Non poteva vincere in un momento tutti questi ostacoli e piombare – senza ragione o motivo – nel delitto. Le costruzioni fantasiose, irreali, trovano resistenza nei precedenti e nella moralità della sua vita. Non s’improvvisa il delinquente. Se per gioco difensivo o nella speranza di scagionarsi da colpa o responsabilità si getta la colpa sulla nostra povera difesa, il Magistrato saprà trovare nella forza della verità e nella serena valutazione dei fatti, delle cause, dei precedenti, ragione per doverla scagionare.
Nessuna delle due viene scarcerata, seppure provvisoriamente, e insieme affronteranno il processo davanti alla Corte di Assise di Cosenza perché ritenute entrambe responsabili in concorso.
Ci vorranno dieci mesi perché si arrivi alla sentenza e nel frattempo Rosina cambia versione
- Allorchè sgravai, svenni e non so se il bambino fosse nato vivo o morto, perché nulla ricordo…
Beh, se era svenuta e non ricorda che vogliamo farci? Evidentemente tutto quello che Rosina ha raccontato finora è frutto di un incubo avuto durante quei momenti…
Così, il 25 giugno 1919 alle 11,25, la giuria ritiene che nessuno la mattina del 13 agosto 1918 provocò la morte del bambino mediante occlusione delle vie respiratorie, strappandogli contestualmente il cordone ombelicale.
Evidentemente il piccolo ha voluto suicidarsi…[1]

mercoledì 23 dicembre 2015

BAMBINI VIOLATI

USANDO UNA COSA

Il 20 luglio 1896 due ragazzini stanno pascolando delle capre in contrada Molara, territorio di S. Marco Argentano. Il luogo è un bosco isolato e nelle vicinanze non c’è anima viva. Ad un tratto, Luigi Tarsitano, il più grande dei due, afferra violentemente per le spalle Domenico Bianco, il più piccolo e lo sbatte per terra.
- Lasciami, che fai?
- Cacciati i pantaloni!
- No! Non voglio! Lasciami stare! – lo implora, avendo capito quello che Luigi vuole
- Muoviti che se no ti ammazzo!
Domenico continua a urlare dibattendosi per liberarsi dalla morsa, ma è piccolino e Luigi, con i suoi diciassette anni, è troppo più forte. Stremato, cede.
Luigi lo stupra. Domenico perde sangue, si ricompone e torna a casa malfermo.
- Hai capito? Silenzio– gli urla dietro, passandosi il pollice da una parte all’altra della gola per dirgli che lo avrebbe ammazzato se avesse parlato.
Domenico ha paura, si vergogna per quello che è successo, come se fosse stata colpa sua non essere riuscito a difendersi e non dice niente.
Dopo qualche giorno, però, suo padre vede un lembo della camicia, proprio quello sulle natiche, sporco di sangue e ne chiede conto a Domenico. Tra le lacrime, il piccolo gli racconta tutto per filo e per segno. Il padre corre dai Carabinieri a sporgere denuncia e Luigi Tarsitano viene arrestato.
- Nel mese di luglio io e Domenico Bianco ci trovavamo nel bosco nella contrada Pezzolungo intenti alla guardia di alcuni animali di proprietà di Achille Gigli. Ad un certo punto Domenico si calò i calzoni mi invitò ad usare di lui ed io ne usai per una sola volta – è la ricostruzione dei fatti avvenuti il 20 luglio che offre al Maresciallo con aria indifferente – quindi io non presi affatto Domenico con la forza ed usando di una cosa che egli mi offriva, non intesi commettere reato alcuno.
Il Maresciallo reprime a stento la voglia di prenderlo a schiaffi e lo fa chiudere in camera di sicurezza e poi nel carcere di San Marco Argentano.
Il 27 ottobre 1896 Luigi Tarsitano se la cava con 18 mesi di reclusione, di cui gliene vengono condonati 6 per il sopraggiunto indulto del 24 ottobre 1896. [1]



TENEVA LA CANDELA
  
Raffaele Usuria ha sette anni ed è un trovatello affidato alle cure di Emilia Basenti Cortese. È solito giocare sulla riva del Busento sotto Piazza Valdesi con due o tre ragazzini come lui o poco più grandi: Luigi Farinacci di 11 anni, Francesco Pulice di 10 anni e Pasquale Pranno di 7 anni. Non sa che i tre, in una calda mattina del luglio 1904, gli stanno preparando una brutta sorpresa. Con la scusa di andare a rubare della frutta lo invitano a seguirli in un orto oltre Piazza d’Armi.
- Qualche giorno fa, ero con Luigi Farinacci e Francesco Pulice, che chiamiamo Cicogna. Mi invitarono a seguirli in un vicino orto e siccome io mi rifiutai, essi mi presero per le mani e mi portarono a forza in quell’orto dove tutti e due mi hanno messo le loro cose qui. – dice indicandosi il culetto – C’era pure Pasquale Pranno, ma non mi ha fatto niente. Lui stava lì e teneva alzato in mano un pezzo di legno dicendo che teneva la candela… – racconta al Maresciallo.
Forse Raffaele non avrebbe trovato il coraggio di raccontare tutto alla mamma adottiva se un altro ragazzo, Costantino Ruffolo di 14 anni, che ha visto tutto, non si fosse messo a gridare di smetterla e, preso il bambino per mano, non lo avesse accompagnato a casa. [2]



[1] ASCS, Processi Penali.
[2] ASCS, Processi Penali.

lunedì 21 dicembre 2015

LA STRANA MORTE DI RAIS

Quando i Carabinieri, avvisati che nella cava di pietre in contrada Margi di Lago è avvenuta una disgrazia, arrivano sul posto, trovano, ai piedi della scarpata alta più di dieci metri, il cadavere di un certo Bruni Raìs di ventiquattro anni. È il pomeriggio del 17 luglio 1949.
Bocconi, gambe quasi unite, il braccio destro sotto l’addome e quello sinistro leggermente scostato dal corpo. Tutto, o quasi, lascia pensare che si sia davvero trattato di una disgrazia o, forse, di un suicidio.
Il maresciallo Olindo Bonciani si china sul cadavere e osserva attentamente la testa del morto, completamente coperta da numerose ferite. Da una di queste, proprio sulla fronte, è possibile vedere la materia cerebrale che continua a fuoriuscire. Sulle altre, invece, il sangue è raggrumato. Bonciani nota anche che sul resto del corpo non sembrano esserci ferite e che la camicia indossata dal morto è imbrattata di sangue solo sulle maniche. Ciò che lo stupisce di più è, però, il fatto che accanto al cadavere non ci sono che poche e piccole tracce di sangue. Alza lo sguardo sulla scarpata, la cui parete è quasi perfettamente verticale, e comincia a pensare che sia molto improbabile che a causa di una caduta accidentale o volontaria che fosse stata, il corpo possa trovarsi a più di due metri dalla parete rocciosa e per di più senza tracce di sangue.
- Tu – ordina a un carabiniere – vai a dare un’occhiata lassù e vedi in quali condizioni è il terreno
Il carabiniere esegue l’ordine e, a gran voce, riferisce ciò che sta vedendo
- Qui l’erba è è tutta pesta e c’è anche qualche goccia di sangue!
“Proprio come pensavo” dice tra se e se Bonciani “si tratta di omicidio e qualcuno sta cercando di intorbidire l’acqua… ma chi ha ucciso questo mafioso?”
Il maresciallo conosceva bene Raìs, uno che in paese faceva il malandrino e dava fastidio a molti, quindi molti avrebbero potuto avere interesse a farlo fuori.
Quando è stato ammazzato? In paese c’è molto fermento e le voci si rincorrono: certamente la sera prima del ritrovamento Raìs era vivo, infatti verso le 21,00 del 16 luglio era stato visto in compagnia di due ragazzi mentre insieme salivano dal Bivio verso il Pignanese. Poi in paese cominciano a girare altre voci che vorrebbero Raìs in paese nella mattinata del 17 e che dopo qualche ora, un ragazzo che cercava di catturare un uccello proprio nella cava, il cadavere ancora non c’era. Tutto ciò significherebbe che l’omicidio sarebbe stato commesso nella tarda mattinata o nel primissimo pomeriggio del 17 luglio.
Bonciani non ne è affatto convinto e le sue perplessità vengono fugate dal medico legale, il quale la mattina del 18 luglio stabilisce che la morte è avvenuta da più di 24 ore, collocandola, quindi, nella notte tra il 16 e il 17 luglio.
Ovviamente il Maresciallo chiede conto a chi sostiene di avere visto vivo Raìs poche ore prima del ritrovamento. Si tratta di due adolescenti, Ercole e Raffaele, i quali confermano quanto hanno detto per strada
- L’ho incontrato verso le undici al Pantanello e mi ha chiesto se avevo visto Immacolata, la sorella di Vurparella – dice Raffaele
- Ve l’ho detto! Alla cava ci sono andato prima di mezzogiorno e il cadavere non c’era! – conferma Ercole.
- Con voi due poi facciamo i conti, state dicendo delle fesserie, adesso andatevene! – li minaccia il Maresciallo.
Poi spuntano Nicola Iuliano e Raffaele Nepotini che raccontano cose davvero molto interessanti. Dicono che la sera del 16 erano proprio loro due in compagnia di Raìs ad andare verso il Pignanese.
- “Aspettatemi fino a che torno, devo fare un’imbasciata”, ci disse, precisando che doveva andare a casa di Giovanna, la fidanzata. Noi lo abbiamo aspettato ma quando abbiamo visto che dopo qualche ora non tornava, ce ne siamo andati – dice Iuliano
- Mi ha chiamato in disparte e mi ha detto queste testuali parole – confessa Nepotini – “Vedi… se questa notte mi dovessero ammazzare, non dimenticarti di correre subito dal maresciallo e riferirgli che a uccidermi sono stati Luigi De Simone, Giovanni Vurparella e Benio Sacco…
- Possibile che, se davvero lo avete aspettato, non sapete, non avete visto, non avete sentito altro? Eppure la nottata era calma e la luce della luna sufficiente a vedere bene… – li incalza Bonciani, che intanto sta riflettendo sulla strana coincidenza di aver sentito nominare per due volte quel Vurparella. In ogni caso le dichiarazioni dei due meritano un serio approfondimento e così Bonciani e i suoi uomini vanno a casa di Luigi De Simone e lo mettono in stato di fermo insieme alla madre e alla sorella Giovanna, la fidanzata del morto. Perquisiscono la casa e nella stanzetta dove c’è il forno, proprio sui due gradini che conducono all’uscita, trovano dei piccoli schizzi di sangue. Bonciani e i suoi uomini notano anche che il pavimento è stato lavato di fresco e su due grandi ceste sono stese ad asciugare due vecchie giacche. Quando escono nell’orto rilevano che il granturco è stato pestato in tutta la sua lunghezza da almeno due persone. Un militare si incarica di seguire le tracce e, dopo poco, arriva dritto dritto alla cava di pietre.
In caserma, i fermati negano di avere a che fare con la morte di Raìs
- Ho macellato un agnello per conto di mio padre – così Luigi giustifica quelle macchioline di sangue e questa versione è confermata anche dalla madre e dalla sorella.
 Ma dopo un paio di giorni di camera di sicurezza, Giovanna si decide a parlare e accusa suo padre di essere, insieme a Giovanni Vurparella, l’autore dell’omicidio avvenuto verso le 3,00 del 17 luglio, più o meno l’ora indicata dal perito. Le accuse contro Francesco De Simone, marito e padre dei fermati, sono confermate anche dagli altri due e Bonciani lo manda a prendere. Lui è perplesso, non può credere che lo stiano accusando i suoi familiari.
- Mettetemi a confronto con loro, voglio vedere se hanno il coraggio di ripetermi queste cose in faccia! – implora.
E così è. Gli sguardi che corrono tra Francesco, la moglie e i figli sono carichi di ammiccamenti da una parte e di angoscia dall’altra e, alla fine, Francesco De Simone ammette di essere l’autore dell’omicidio e di essere stato aiutato da Vurparella, il quale viene subito arrestato, ma dice di avere un alibi: ha giocato a carte con gli amici fino alle 2,30 del 17 luglio. Il cerchio sembra essere davvero chiuso e un caso all’inizio difficile, risolto brillantemente in quattro giorni. Succede, però, che il 23 luglio Francesco De Simone ritratta la sua confessione e ammette soltanto di avere aiutato a trasportare il corpo di Raìs alla cava e che ad uccidere era stato suo figlio Luigi. L’alibi di Vurparella non funziona perché Bonciani riesce a dimostrare che da quando ha terminato di giocare e dal luogo dove si trovava, avrebbe abbondantemente fatto in tempo ad arrivare a casa dei De Simone prima che l’omicidio fosse stato commesso. Luigi nega strenuamente per tutta la giornata ma al calar della notte crolla e ammette di essere l’assassino ma di essere l’unico responsabile.
- Vurparella non c’entra. Ho fatto tutto da solo, all’improvviso, quando l’ho visto nascosto dentro una cesta in casa di mio padre. Io stavo tagliando una coscia di agnello e l’ho colpito tre o quattro volte con l’accetta che avevo in mano…
Ma Bonciani non gli crede, almeno non gli crede del tutto. È impossibile, per lui, che possa essere stata una sola persona a uccidere Raìs, giovane forte, mafioso e guardingo, e per giunta senza un movente plausibile. E non crede nemmeno che possa essere stato il padre ad aiutarlo a trasportare il corpo, viste le sue condizioni fisiche o pensare che lo abbia aiutato una donna. No, Bonciani pensa che Luigi De Simone, si sta addossando da solo la responsabilità dell’omicidio per nascondere che c’è stato un piano premeditato e concordato da più persone, per cercare di dare al delitto stesso uno sfondo più o meno equivoco, in maniera da non fornire alla giustizia tutti quegli elementi necessari per non permetterle – un domani – di distribuire la giusta pena. Così, in attesa che Luigi si decida finalmente a vuotare il sacco, continua a indagare per fatti suoi e scopre dei retroscena interessantissimi.
Giovanna De Simone era fidanzata con Raìs Bruni contro il volere di suo fratello Luigi e di suo padre i quali sapevano che Raìs se la intendeva anche con la sorella di Vurparella, Immacolata, e che quindi molto difficilmente si sarebbe arrivati a un matrimonio. Se Giovanna avesse continuato a frequentare Raìs avrebbe certamente perso altre occasioni di matrimonio, per questo Luigi lo aveva diffidato dal frequentare la sorella. Ma Luigi non sapeva che di sera, quando lui tornava a casa sua e il padre si metteva a letto, Giovanna accoglieva in casa il fidanzato con la complicità della madre. Giovanni, Vurparella, Fiore da parte sua, sapeva della relazione che Raìs aveva con sua sorella e contemporaneamente con Giovanna De Simone e ovviamente non era contento che la sorella servisse per soddisfare le voglie di Raìs. Poi c’è Benio Sacco, uno dei possibili pretendenti di Giovanna, che per aspirare a sposarla doveva togliere di mezzo Raìs.
Quindi i tre, ognuno per i suoi motivi, si mettono d’accordo per eliminare lo scomodo personaggio. Questa è la conclusione a cui arriva Bonciani. Ma mentre per Luigi De Simone e Vurparella è facile dimostrare che hanno concorso a elaborare e mettere in atto l’omicidio, per il terzo uomo le cose non sono affatto semplici e resta solo un sospetto.
Gli interrogatori si fanno sempre più stringenti, tutti si sentono con le spalle al muro ma non cedono. I De Simone ammettono, si, di avere mentito in un primo momento ma adesso continuano ad addossare tutta la responsabilità sulle spalle di Luigi e Vurparella continua a raccontare di avere giocato a carte. Bonciani mette alle strette anche i due amici di Raìs e finalmente questi si decidono a raccontare ciò che sanno.
- Verso le 3,00 del 17 luglio eravamo proprio sotto l’abitazione dei De Simone quando sentimmo delle grida di soccorso venire dall’interno. Pensammo subito che lì dentro c’era Raìs e allora, senza perdere tempo, ci dividemmo – racconta Nicola Juliano – io mi avvicinai di più alla casa e Raffaele Nepotini andò verso la casa accanto. Vidi due uomini che stavano uscendo dalla stanza del forno e si dirigevano frettolosamente, attraverso il campo di granturco, verso la località Fontanella. Trasportavano un uomo. Io ero vicino e il chiarore della luna era sufficiente a farmeli vedere bene. Luigi De Simone teneva il corpo, che aveva le spalle e la testa avvolte con dei panni, da sotto le ascelle e Vurparella lo teneva dai piedi. Luigi guardò nella mia direzione e mi vide: “Juliano… non fare di dover dire qualcosa… perché altrimenti ti spacco come ho spaccato questo!” mi disse. Io mi allontanai di poco ma li seguii con lo sguardo fino alla curva della strada dopo il boschetto e poi non li vidi più.
Vurparella è bello che fritto!
Che l’omicidio sia stato premeditato è confermato dalla testimonianza del fratello di Raìs, Gugliemo, che il giorno prima dell’omicidio ha assistito a una discussione tra Vurparella e Raìs
- “Ti aggiusto io” gli disse Vurparella e mio fratello gli rispose “da solo a solo ce la vediamo”. Io chiesi spiegazioni a mio fratello e lui, minimizzando, mi rispose “Ha detto che mi vuole fare una passata di palate ma scherza”
Poi ci sono le parole dette dallo stesso Raìs all’amico prima di andare a casa della fidanzata. Infine, è certo che Raìs si vantava pubblicamente delle sue avventure e che molte volte ha risposto con tracotanza alle intimazioni e agli avvertimenti che Vurparella e Luigi De Simone gli hanno fatto, sfidandoli, come abbiamo visto, a vedersela con lui uno alla volta, senza insidie e senza agguati. Quindi il movente è da ricercare nella inevitabilità della reazione delle due famiglie, perché scosse nelle più intime fibre, nel sentimento più grande e intangibile (l’onore per la gente della nostra terra è emblema sacro del proprio casato!) ed era naturale che si ergessero a paladini dell’onore offeso i congiunti più giovani. Essi si sentono legati ad un bisogno, ad uno stesso sentimento di animosità e di rappresaglia, ad un proposito di vendicare il loro onore, così atrocemente offeso. Tutto ciò costituisce la causa comune del progetto criminoso verso cui si polarizza anche la volontà della De Simone Giovanna vieppiù esasperata (ritenendosi ormai abbandonata dato che il Raìs non frequentava la sua casa da circa un mese) e dalla proterva madre ad insorgere assieme ai figli, soprattutto per il disinganno seguito all’opera da lei favorita e caldeggiata così fortemente. Ma, per evitare l’aggravante della premeditazione, gli imputati scelgono di addossare tutte le responsabilità su di uno solo, Luigi. Un delitto d’impeto. Luigi trova in casa l’uomo che inganna la sorella e lo uccide. La condanna, se ci sarà, sarà molto mite. Da qui l’esigenza di scagionare Vurparella; se lui fosse stato presente sarebbe stata subito chiara tutta la situazione.
Il cerchio, questa volta, è chiuso davvero. Resta, però, da chiarire la dinamica dell’omicidio. Ha colpito solo Luigi o ha colpito anche Vurparella?
Intanto Vincenza Coscarella, la madre di Luigi De Simone, ammette che Raìs era con lei e Giovanna nella cucina della casa prima di essere ucciso
- Verso le 3,00 del 17 luglio, mentre io, mia figlia Giovanna e Raìs Bruni eravamo in cucina, sentimmo dei rumori, come se delle persone stessero parlottando tra di loro vicino alla porta di casa. Io e mia figlia ce ne siamo andate in camera da letto e Raìs, non volendosi fare trovare in casa, cercò di uscire attraverso la stanza del forno
Raìs si avvia lungo la stanza ma, arrivato all’altezza del forno, viene sorpreso e colpito alla testa da almeno due persone accertano, nel frattempo i periti, perché le ferite riscontrate sul cadavere di Raìs sono di due tipi diversi: certamente è stata usata una scure e quasi altrettanto certamente è stato usato anche uno zappone. Ciò che gli imputati non confesseranno mai, è chiarito dall’autopsia. Che anche Giovanna e la madre abbiano cooperato non c’è dubbio perché esse stesse dichiarano di avere aiutato Luigi a coprire le spalle e la testa di Raìs con delle vecchie giacche e, soprattutto, di avere provveduto a ripulire la stanza e a lavare gli indumenti. I due testimoni chiave hanno già chiarito che a trasportare il corpo sono stati Luigi e Vurparella. È davvero finita.
A processo andranno Luigi De Simone, sua madre Vincenza Coscarella, sua sorella Giovanna e Giovanni, Vurparella, Fiore.
In Assise, Luigi e Vurparella saranno ritenuti responsabili di omicidio volontario e non di omicidio premeditato. Concesse le attenuanti dei motivi di particolare valore morale e dello stato d’ira e saranno condannati a sette anni di reclusione ciascuno. Vincenza Coscarella e Giovanna De Simone saranno ritenute responsabili di concorso in omicidio volontario e, godendo delle stesse attenuanti degli altri due imputati, oltre che del riconoscimento della minima partecipazione al delitto, saranno condannate a quattro anni, un mese e venticinque giorni di reclusione ciascuna.
In Appello la situazione cambia. Vurparella, Vincenza Coscarella e Giovanna De Simone sono assolti per insufficienza di prove e la condanna inflitta a Luigi De Simone è ridotta a sei anni, due mesi e venti giorni di reclusione.[1]
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[1] ASCS, Processi Penali.