lunedì 31 agosto 2015

L'UOMO CHE NON CAPIVA TROPPO



- Buongiorno collega, chiamo dalla stazione di Cosenza per avvertirvi che poco fa è stato ricoverato in ospedale tale Pecora Rosario abitante in Bosco di Rovito con ferite da arma da fuoco alla testa – a parlare al telefono con il maresciallo Iconio Mobrici, comandante della stazione dei carabinieri di Celico è il comandante della stazione di Cosenza. È il 24 luglio 1949 ed è mezzogiorno – collega, lascia tutto e comincia subito le indagini, pare che il feritore si sia dato alla macchia.
Il maresciallo Mobrici, pensieroso, torna a sedersi davanti al piatto con un mezzo pollo alla don Jacintu e continua ad assaporare la tenera carne bianca, poi tira una bestemmia, si alza, chiama i militari presenti in caserma e, date le disposizioni a chi resta, prende la littorina delle 13,30 per Cosenza e dopo una mezzoretta si fa lasciare al casello di Bosco.  Quasi contemporaneamente a lui arrivano anche i due carabinieri del posto fisso di Rovito e i tre cominciano le indagini.

Pasquale Fortino abita a Bosco di Rovito, ha ventotto anni e fa il militare nella 7^ Compagnia Sanità a Firenze. In paese è tornato da pochi giorni con una licenza di convalescenza di un anno per aver contratto la tubercolosi che gli ha compromesso anche un rene. Quando arriva a casa i genitori notano subito che non è lo stesso figlio che era partito qualche mese prima, richiamato alle armi ai primi echi della guerra che si sta già orrendamente combattendo in Europa. Non più ubbidiente, servizievole e gran lavoratore ma taciturno, scontroso, a volte violento al punto da minacciare di morte tutti i suoi familiari. Pasquale giustifica il suo comportamento dicendo ai genitori che durante il viaggio ha perso o gli hanno rubato il portafogli con la licenza e le uniche 10 lire che possedeva e che temeva di essere arrestato per il fatto di non poter dimostrare la sua presenza in paese non potendo esibire la licenza. Fa anche richieste strane come quella di voler mangiare carne di manzo in una famiglia nella quale a stento si mangia e la madre ha un bel da fare a fargli mettere sotto i denti quel poco che c’è.
La mattina del 20 luglio 1940, verso le 7,00, Pasquale si arma di una scure con l’intento di minacciare sua sorella, ma la madre si accorge di tutto e chiede aiuto a un vicino di casa, Giuseppe Gerbasi, di disarmarlo. Gerbasi riesce ad afferrarlo da dietro per le braccia ma non può togliergli la scure dalle mani e per riuscirci si butta insieme a Pasquale su un letto. I due sbuffano come tori poi, per fortuna, richiamato dalle grida di aiuto, accorre anche Rosario Pecora che ha subito buon gioco a disarmare Pasquale Fortino. Non ci sono conseguenze immediate a questo episodio. Ognuno torna alle proprie occupazioni e Pasquale sembra richiudersi in se stesso.
Dopo un po’ Pasquale Fortino fa capolino sull’uscio di casa e si guarda intorno. La frazione Bosco di Rovito sembra essere deserta. Con circospezione esce sulla strada polverosa e si dirige deciso verso casa del vicino Luigi Magno. Entrare è un gioca da ragazzi, basta tirare la cordicella che esce da un buco nel legno della porta e il saliscendi si alza. In casa non c’è nessuno tranne due bambine che stanno dormendo. Pasquale avanza nella stanza per raggiungere il suo obbiettivo: la doppietta di Magno appesa a un chiodo. La prende e prende anche la cartucciera piena di colpi, poi torna tranquillamente a casa, senza che nessuno lo veda.
Passa qualche ora e Rosario Pecora si avvicina a casa dei Fortino per scambiare qualche parola col capofamiglia Santo. Poi si salutano e si dividono. Appena Rosario Pecora si gira su se stesso per tornare a casa, una detonazione scuote l’aria. Abbassa istintivamente la testa e la scarica di pallini da caccia destinata al suo petto lo colpisce in pieno viso.
Anche Santo Fortino, ripresosi dalla paura dell’esplosione, si gira e vede suo figlio Pasquale con la doppietta in mano e un ghigno satanico sulle labbra
- Che hai fatto, pazzo! – gli urla rincorrendolo, ma Pasquale non gli risponde nemmeno e, scalzo e agile come un gatto, sparisce tra gli alberi verso il torrente sottostante.
Rosario Pecora è soccorso dai vicini, compresi i familiari di Pasquale. Luigi Magno, che ha un carretto, si offre di trasportarlo all’ospedale di Cosenza ed entra in casa per indossare una giacca. Nota subito che qualcosa non quadra: al chiodo non c’è la doppietta. Ma non è la sola brutta sorpresa: dal portafogli custodito nella giacca mancano mille lire. Urla e si dispera perché si sente responsabile di ciò che è accaduto, ma non c’è tempo da perdere, Rosario si lamenta e gronda sangue dal capo, bisogna correre.
Pecora viene ricoverato in prognosi riservata ma per fortuna se la caverà. Di Pasquale invece si perdono le tracce.
La notte tra il 2 e 3 settembre 1949 Carmine De Luca invece di tornare a casa decide di dormire nel capanno dell’orto che coltiva a Bosco. Il mattino si alza di buon’ora, si stiracchia, si strofina il viso con le mani rugose per svegliarsi del tutto e si affaccia sulla porta sbadigliando. L’aria è fresca e il sole sta per fare capolino dai monti. Carmine si gira per rientrare nel capanno a prendere la zappa proprio mentre un’esplosione fa volare tutto intorno gli uccelli che sono ancora appollaiati tra gli alberi e le palle partite dal fucile lo colpiscono alla nuca, ammazzandolo all’istante.
Emilia De Luca, la sorella di Carmine, in quel momento è seduta sul gradino di casa, distante una ventina di metri dal capanno e sobbalza. Quell’esplosione non è normale, “deve essere successa qualcosa nell’orto”, pensa. Corre a vedere e trova il fratello a terra. Nota, poco lontano, la figura di un uomo che scappa e, dalla testa enorme, lo riconosce per Pasquale Fortino.
Le ricerche predisposte dal maresciallo Mobrici, aiutato anche dagli abitanti di Bosco sono ancora una volta infruttuose per la conformazione del territorio, solcato da profondi burroni ricoperti di sterpaglie, dove è possibile nascondersi facilmente e vedere senza essere visti.
Mobrici, a questo punto, si concentra sul movente del delitto e non ci mette molto a scoprire che da qualche anno Pasquale Fortino si è invaghito della figlia del povero Carmine e la vuole sposare a tutti i costi. Ma, a nessun costo, né Adelina De Luca, né i genitori vogliono acconsentire al matrimonio ritenendo Pasquale un tipo strambo. Di certo è in questa direzione che bisogna indagare.
Nel frattempo, il 23 settembre arriva al maresciallo Mobrici una segnalazione: Pasquale Fortino è stato avvistato nel territorio di Pedace. Non perde tempo e verso le tre di pomeriggio raggiunge, insieme a una squadra di carabinieri, la casetta colonica dove il latitante si è rifugiato e la fa accerchiare.
Sono sicuri che sia dentro e aspettano il momento opportuno per intervenire, consapevoli che devono agire con molta circospezione perché Fortino è armato e bisogna evitare altri spargimenti di sangue. Ma le ore passano e dalla casetta non arriva nessun segno di vita. La finestra del piano superiore è serrata con gli scuri e la porticina del pianterreno è aperta ma non si può vedere cosa o chi ci sia dentro perché una siepe ne oscura la vista. Che l’informatore si sia sbagliato? Verso le 19,00 Mobrici decide di rompere gli indugi e, cautamente, pistola alla mano, si avvicina alla casetta passo dopo passo. Si appiattisce contro la siepe, trattiene il fiato, poi balza in piedi con la pistola puntata verso l’interno della casa. La sorpresa è grande appena vede Pasquale Fortino, tranquillamente seduto su una seggiola, che sta sbocconcellando pane e formaggio.
Resta qualche secondo sconcertato, poi gli intima di arrendersi mentre un carabiniere, che nel frattempo è arrivato a supporto, entra nella casetta e gli mette i ferri ai polsi. Fortino non oppone alcuna resistenza e, mentre tre carabinieri lo portano via, gli altri si mettono a perquisire la stanza. Trovano il fucile caricato a palle nascosto sotto un cumulo di paglia, sette cartucce a palla, undici a pallettoni e due a pallini.
- Ho sparato a Pecora perché si era permesso di togliermi la scure dalle mani e a De Luca perché dovevo assolutamente liberarmi di lui che mi minacciava ogni giorno di morte – dichiara subito, seppur sembrando come intontito e con parole pronunciate a fatica. Ma, se per il tentato omicidio di Pecora la sua versione è attendibile, non lo è assolutamente per ciò che riguarda l’uccisione di De Luca, da tutti descritto come uomo mite, incapace di fare del male e soprattutto sprovvisto di qualsiasi tipo di arma – durante la latitanza ho girato per le campagne da Rogliano a Pietrafitta, a Pedace. Le cartucce le ho comprate la mattina del 21 luglio scorso dall’armiere di Piazza Valdesi a Cosenza, quello che è all’inizio del Corso sulla sinistra. C’erano due persone all’interno e le cartucce, che ho pagato cinque lire, me le ha date l’uomo che ha uno sfregio sulla guancia sinistra – si interrompe per prendersi il capo tra le mani e il Giudice Istruttore gli chiede cosa ne pensi dell’affermazione di suo padre che lo definisce folle. Pasquale tira un lungo respiro, guarda il giudice con occhi stralunati e, battendosi la fronte col palmo della mano e chinando la testa prima da un lato e poi dall’altro, risponde – è da quando De Luca ha cominciato a minacciarmi che non mi sento più bene con la testa… come adesso… mi sento male… la testa mi scoppia – si prende la testa tra le mani, apre e chiude gli occhi rapidamente mentre le palpebre gli tremano, le labbra gli si muovono in modo scomposto e incoerente rispetto alle parole che sta pronunciando, poi si chiude nel più assoluto silenzio e le guardie sono costrette a riportarlo in cella sorreggendolo per le braccia.
Che Pasquale fosse costantemente preso in giro è cosa risaputa a Bosco, tant’è che anche la vedova del povero Carmine De Luca lo riferisce al giudice. Domenico De Marco che abita a Catena di Trenta, a un tiro di schioppo da Bosco, è molto chiaro nella sua dichiarazione:
- Pasquale è stato sempre un bravo ragazzo, un sempliciotto che secondo me non si può definire pazzo. È un tipo taciturno che tutti hanno sempre preso in giro per via della sua testa grossa. A volte, a gruppi, si nascondevano per fargli paura. Pasquale non frequentava nessuna compagnia perché non ha spirito e non sa conversare.
Anche Francesco Tronco di Magli conosce bene Pasquale
- Pasquale è sempre stato un giovane mite ma non sa stare in compagnia perché non riesce a capire il vero significato di ciò che gli si dice. Ricordo di molte volte che, non afferrando il senso del discorso, si arrabbiava e veniva preso in giro ancora più ferocemente. Per questo ha cominciato a non frequentare più nessuno.
Ma anche Carmine De Luca era un pezzo di pane. Un uomo che non aveva mai fatto male a nessuno e, di più, incapace di profferire parole che potessero essere interpretate come minacciose, quindi il dubbio che Pasquale soffra di una forma di malattia mentale è forte e i giudici, supportati dalla richiesta degli avvocati Fausto e Luigi Gullo, difensori dell’imputato, decidono di farlo sottoporre a perizia psichiatrica e ne dispongono il ricovero nel manicomio giudiziario di Napoli.
Al manicomio ci arriva in condizioni fisiche pietose e in condizioni psichiche ancora peggiori. I medici non riescono a ottenere alle loro domande niente altro che qualche segno fatto con le mani e qualche monosillabo. In pochi giorni il decadimento fisico e psichico di Pasquale peggiora e appare sempre più depresso. Prostrato dalle continue allucinazioni notturne, mostra ai medici il solo desiderio di morire per sottrarsi ai dolori fisici e alle persecuzioni ed alle minacce di quelli che gli vogliono male.
Con grande fatica, gli specialisti gli diagnosticano una schizofrenia paranoide caratterizzata da delirio di persecuzione e di minaccia. Tutto ciò in un soggetto affetto da tubercolosi renale che, senza dubbio, ha contribuito ad aggravare la patologia psichica.
Pasquale Fortino è pazzo e, nonostante abbia commesso i delitti in stato di incapacità di intendere e volere, è da ritenersi comunque un individuo socialmente pericoloso e perciò i giudici ne dispongono il ricovero coatto nel manicomio giudiziario per un periodo non inferiore ai dieci anni.[1]

domenica 30 agosto 2015

IL RAPPORTO DELLA GUARDIA




Raffaele Milito fa la guardia municipale a Cleto e deve badare all’ordine pubblico. Il pomeriggio del dieci marzo 1918 assiste a una discussione sulla pubblica via e, ligio al dovere, va ad avvisare il Sindaco.
Ma, durante la sua assenza, in strada scoppia una lite. Milito, alla fine della giornata lavorativa provvede a denunciare il fatto al Pretore di Aiello Calabro…

Ill.mo Signor Pretore del Mandamento di Aiello

Verbale di minaccia a manoarmata
L annomillenovecento di cedotto, il giorno dieci di Marzo a ore sedici in Via campanaro il nominato Formica francesco fu Nicola dà Polistina (Reggio Calabbria) ubriaco all’cesso, veniva in litiggio conparole altezziose è minaggiose in modo offenzive contro Aiello Francesco di Giuseppe, soldato in licenzia, il Formica aveva già parlato male dll’esercito di cendo che soldati, Italiani non hanno nessuno valore e non servono aniente,
Da una parola all’altra, mentre Aiello parlava e faceva conosciere al Formica la bravura e valore del R. e sercito, Italiano, lo stesso Formica di corsa andò in casa sua e dopo pochi minuti sie veduto ritornare armato di scura, Voleva uccidere il povero Aiello ma per fortuna gli fu tolta la scura da Rodolfo Milito di Giuseppe, Non contento di ciò il piu volte citato Formica ha tirato dalla tasca un rasoio per andare contro l’Aiello, ma anche questa seconda volta il detto Milito Adolfo lo dissarmò.
Dichiaro che alle prime parole mi trovo prisente, ma quando il Formica siera armato, io mi trovavo in casa del Sig.r Sindaco che gli riferivo il fatto tanto pel proprio dovere, e per il procedimento, di Legge.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 28 agosto 2015

IL GIOVANE ACCIARDI





- Provate questa salsiccia e poi ditemi se qualcun altro alla Grupa la fa buona così! – dice Rocco Savoia che ha una cantina nella frazione Grupa di Aprigliano, porgendo un tagliere con pane e salsiccia a un gruppo di amici seduti a bere un fiasco di rosso a un tavolo vicino alla porta di ingresso. È il 30 marzo 1913 e sono da poco passate le sei di sera.
Savoia si siede al tavolo con i paesani Giovanni Arnone, Antonio Ricciuti, Michele Canaris e Antonio Costanzo. Tra un brindisi, un boccone di pane e salsiccia, battute, aneddoti e risate, la comitiva si diverte.
Verso le sei e mezzo la porta della cantina si apre e sulla porta si staglia la figura di un giovanotto, apparentemente brillo che saluta la compagnia facendo schioccare una frusta
- E che? Mangiate e bevete senza di me? – esclama ridendo, poi fa schioccare nuovamente la frusta accanto allo sgabello dov’è seduto Antonio Costanzo che, sfiorato dal colpo, reagisce a male parole
- Che fai, figlio di puttana!
Il giovane lo guarda con gli occhi scintillanti e un sorriso provocatore, poi fa per tirare un altro colpo di frusta, ma il cantiniere lo rimprovera
- Ciccio, questa è una festicciola nostra… se vuoi bere mettiti là in fondo…
- E certo! Io non posso divertirmi con voi perché c’è il guardiano di Lardone[1] - esclama riferendosi a Antonio Costanzo, cinquantaduenne fattore – pensi che mi puoi sfottere come quando ero un ragazzino?
- Il guardiano di Lardone va in culo a te e a tutta la razza tua, merda!
Il ragazzo, Francesco Acciardi, contadino di vent’anni, non se la tiene. Afferra un bicchiere e lo lancia contro l’avversario mancandolo. Costanzo gliene lancia uno a sua volta e scoppia il parapiglia. I due si azzuffano e cominciano a darsele di santa ragione ma grazie all’intervento dei presenti e con un po’ di fatica, sono divisi.
Acciardi, che sbuffa e si dimena come un ossesso, viene trascinato in fondo alla sala, Antonio Costanzo è trascinato fuori dalla cantina dal cantiniere e da Michele Canaris.
- Ma sei cretino? Che ti è saltato in mente? – fa Giovanni Arnone ad Acciardi – per una cazzata…
- Ha detto che mamma è puttana… chi si crede di essere? Il barone dei miei coglioni? – risponde Acciardi con gli occhi che sprizzano rabbia.
- Vabbè… sono parole… finiscila mò – cerca di calmarlo il cantiniere che nel frattempo è rientrato, lasciando Costanzo da solo con Canaris sulla strada buia – guarda qua che avete combinato… tutti i bicchieri rotti… vabbè, lasciamo stare, facciamo finta che non è successo niente… ti sei calmato?
- Si, tranquillo, sono calmo… me ne torno a casa – lo rassicura Francesco, rassettandosi la giacchetta.
Fuori, intanto, Costanzo e Canaris stanno parlando dell’accaduto
- Ma perché ce l’ha con te il giovane Acciardi?
- Non lo so… mi pare che non gli ho fatto niente…
- Ti pare? O gli hai fatto o non gli hai fatto. Nella cantina, da come parlava, gli hai fatto qualcosa quando era un ragazzino…
- Mò vai a guardare quando era ragazzino? Magari l’avrò sfottuto… chi si ricorda?
- ‘A capu è nu velu ‘e cipulla… tu non ricordi ma magari lui si! Adesso vattene a casa che la serata è finita – termina Canaris mentre si accende mezzo sigaro e la fiamma dello zolfanello illumina sinistramente i volti dei due amici. Proprio in quel momento la porta della cantina si apre ed esce Acciardi.
- Ancora qua sei? – dice con aria spavalda rivolto ad Antonio Costanzo che è a non più di un metro e mezzo da lui.
- Forse do fastidio a vossignoria? – gli risponde ironicamente Costanzo.
- Avete ricominciato? Andatevene a casa – li rimprovera Canaris
- Ha chiamato puttana mia madre… esci davanti – fa Acciardi, con gli occhi avvampati di rabbia che sembrano illuminare la notte, rivolto a Canaris mentre estrae dalla tasca una rivoltella. Canaris gli si para davanti ma Acciardi lo spinge di lato con il braccio sinistro e contemporaneamente spara un colpo in aria per dissuaderlo dall’intervenire.
- ‘Ngulacchitemmuartu! – urla all’avversario il quale, impaurito, tenta la fuga nel buio mentre alle sue spalle risuonano altri due colpi: il primo va a vuoto ma il secondo lo colpisce al mignolo della mano sinistra spezzandoglielo.
- Ahi! M’ha ammazzatu! – urla esagerando. Ai colpi gli altri avventori della cantina di Rocco Savoia escono a vedere che cosa sta succedendo. La confusione è generale. Acciardi, forse credendo di averlo davvero ammazzato, si dilegua nella notte e fa perdere le proprie tracce.

- Quello mi voleva ammazzare, tre colpi mi ha sparato! Se avesse voluto spaventarmi bastava solo la vista della rivoltella e invece mi ha sparato… tre colpi… è un miracolo se sono ancora vivo… lo dovete prendere e punire come si merita… farabutto e delinquente! – Costanzo va giù duro quando il brigadiere Giuseppe Romualdo lo interroga a casa sua
- Brigadiè, voleva fare una smargiassata con quel colpo di frusta ma la cosa è degenerata… si sono scambiati ingiurie… sono tutt’e due brave persone… io l’ho visto alquanto brillo… non so se tra loro due ci fossero motivi di inimicizia – rispondono all’unisono tutti i testimoni, minimizzando il fatto, al brigadiere che li interroga nella notte.
Francesco Acciardi resta uccel di bosco per una ventina di giorni, poi il 19 aprile 1913 torna in paese e si fa arrestare sulla via principale della frazione Grupa, davanti a tutti, quasi a voler dire che è lui a fare le regole del gioco. Lui non ha paura di farsi vedere ammanettato, piuttosto devono essere gli altri ad aver paura di lui e i conti li faranno quando uscirà dal carcere.
- Ero molto ubriaco e non ricordo molto di quella sera… ricordo solo che ha chiamato puttana mia madre e che quando sono uscito dalla cantina lui mi veniva contro con aria minacciosa e io, temendo di essere aggredito, ho sparato tre o quattro colpi di rivoltella in aria ma un colpo, disgraziatamente, lo colpì alla mano. Io non avevo intenzione di ferirlo né tanto meno di ucciderlo – racconta Acciardi al Pretore Antonio Macrì, abbassando un po’ la cresta. Ma questa versione non è confermata da nessun testimone e Francesco Acciardi viene chiuso in carcere in attesa di giudizio.
Il suo avvocato chiede per lui la libertà provvisoria ma siccome la ferita di Costanzo tarda a rimarginarsi, i giudici gliela negano più volte e a niente serve l’ennesima lettera dell’avvocato Pietro Cosentini al Giudice Istruttore con la quale denuncia come la ferita della vittima non solo è completamente guarita, ma è certo, e ciò sarà anche risultato alla giustizia istruente, che il protrarsi della malattia del Costanzo fosse addebitabile soltanto alla incuria, mentre è risaputo che lo stesso, ad onta della ferita abbia atteso ai più gravosi lavori di campagna, circostanza questa che potrà essere dimostrata attraverso la più rigorosa inchiesta testimoniale.
Il 13 maggio 1913 Acciardi viene rinviato a giudizio per lesioni personali e porto abusivo di rivoltella.
Concesse le attenuanti generiche, il 23 gennaio 1914, il Tribunale lo condanna a sette mesi e diciannove giorni di reclusione, nonché al pagamento di 86,40 Lire di pena pecuniaria, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno alla parte lesa.
Quando uscirà di prigione comincerà la sua caduta nell’abisso, lasciandosi dietro una lunghissima scia di sangue e odio.
Francesco Acciardi il bandito, nato ad Aprigliano il 13 maggio 1893, soprannominato Cicciu ‘e mare mare.
L’ultimo.[2]


[1] Lardone è un fondo agricolo di proprietà della famiglia Capacchioni. Nda.
[2] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 26 agosto 2015

LE ELEZIONI INSANGUINATE





È il pomeriggio del 12 maggio 1921, tra tre giorni ci saranno le elezioni politiche e in città le manifestazioni politiche si susseguono senza sosta. Oggi tocca al blocco nazionale di cui fanno parte anche i fascisti. Nel teatro Comunale sono assiepate quasi 1.500 persone, borghesi, camicie nere e qualche ex ardito fiumano in divisa che intonano inni e applaudono alle infuocate parole dell’avvocato Maraviglia, candidato in una circoscrizione romana ma che in città nessuno ha mai sentito nominare. C’è anche l’onorevole, ex ministro reggino, Giuseppe De Nava con al seguito un agguerrito manipolo di camicie nere. L’occasione è di quelle speciali perché non si tratta soltanto di invitare a votare per i candidati, ma si sta presentando il gagliardetto della sezione del fascio.
Terminata la manifestazione all’interno del teatro, la folla si riversa in corteo lungo Corso Telesio con alla testa una camicia nera e un ardito fiumano a reggere l’asta con il gagliardetto. Il programma è di scendere fino a Piazza Valdesi per poi risalire fino alla Villa Comunale e, quindi, disciogliersi. Al passaggio della folla chiunque venga incontrato è obbligato a scappellarsi, pena una sonora bastonatura. Così, di scappellamento in scappellamento, ci scappa anche qualche schiaffo per i più riottosi, ma tutto sembra procedere senza grossi guai.
Nello stesso tempo, nella sezione socialista di Via delle Vergini, si sta tenendo una riunione per suddividere i compiti da eseguire nel giorno delle elezioni. Tra gli altri, ci sono Mario Parisi, Pilerio Gargano, Rodolfo Noce, Ferdinando Cerzoso, Salvatore Martire, Pasquale Coscarella, Carmine Sacco, Riccardo De Luca, Fortunato La Camera, Brasilino Barone. Verso le 18,30, Barone e Cerzoso lasciano la sezione per farvi ritorno dopo pochi minuti, un po’ scompigliati, dicendo di essere stati malmenati dai fascisti che scendono da Corso Telesio perché non si sono voluti scappellare. Il breve conciliabolo che segue, serve a stabilire che non bisogna cadere nelle provocazioni per non fare accadere incidenti. La sensazione è che il Partito Socialista vincerà e quindi bisogna stare calmi e tranquilli; si decide che non si uscirà dalla sezione in gruppo, ma a due a due, proprio per non dare l’impressione di cercare lo scontro fisico. E così fanno, scendendo lungo la Salita Liceo e fermandosi, a gruppetti, davanti al Caffè Renzelli, a commentare la manifestazione fascista. Davanti al caffè c’è già un capannello di moderati, di cui fanno parte l’artista Federico Misasi, l’avvocato Barresi, Giuseppe Cosentino e l’avvocato Filosa, che sta criticando aspramente la prepotenza delle camicie nere. La situazione è abbastanza tranquilla, il corteo è sceso lungo il corso e c’è ancora un po’ di tempo per chiacchierare, prima del suo nuovo passaggio.
Ma, all’improvviso, da Piazza Grande si alza l’inno dei fascisti. Le parole di “Giovinezza” risalgono minacciose il corso. Chi non vuole guai se la svigna oppure si toglie preventivamente il cappello e si addossa ai muri del Duomo o dei palazzi di fronte. I proprietari del Renzelli chiudono le porte del locale con i clienti all’interno, mentre chi è fuori e non vuole svignarsela, viene spinto dalle guardie comandate dal Vice Commissario Cilento dentro il terrazzo del caffè o contro la balaustra del terrazzo stesso.
- Andatevene di corsa prima che accada qualcosa – intima Cilento ai gruppetti di socialisti
- Nemmeno per sogno! – è la risposta.
Il corteo è ormai a due passi. I socialisti tirano fuori le loro coccarde e se le appuntano sul petto. I fascisti cominciano a urlare perché gli avversari si scappellino davanti al gagliardetto. Le guardie, non più di una dozzina, cercano di interporsi ma sono troppo poche e il parapiglia è generale. Dal corteo parte una sassaiola contro i socialisti che cercano di controbattere. Il Vice Commissario Cilento afferra un paio di socialisti, Salvatore Martire e Pasquale Coscarella, cercando di trascinarli verso la Giostra Nuova, quando echeggiano tre colpi di rivoltella. Dopo qualche secondo di silenzio glaciale, riprendono gli scontri. Il fuggi-fuggi è ormai generale. Parte del gruppetto socialista, ormai accerchiato, si rifugia nell’Arcivescovado richiudendo dietro di sé l’enorme portone e, passando attraverso il Seminario e lo stretto corridoio che collega questo al Duomo, si disperde intorno a Piazza Grande.
I gruppi fascisti si disperdono anch’essi e sul terreno restano due guardie, leggermente ferite e il socialista Riccardo De Luca, ferito gravemente all’addome. I suoi compagni, Salvatore Martire di 18 anni, Pasquale Coscarella anche lui diciottenne e Fortunato La Camera di 21 anni lo raccolgono da terra e lo portano nella farmacia Mascaro, proprio lì di fronte, per assicurargli le prime cure in attesa di una lettiga con la quale trasportarlo in ospedale. Nella farmacia entrano anche il Tenente delle guardie Granieri e l’appuntato Putortì, i quali interrogano il ferito.
- Quando mi hanno sparato stavo guardando verso il negozio della Singer e ho visto uno in divisa che mi ha sparato…
- Ma come? Se due guardie sono state colpite, tu dici che è stata una guardia? Ho controllato personalmente tutte le armi e nessuna ha sparato! – taglia corto il Tenente (come avrà fatto in quei momenti così concitati e drammatici e in così poco tempo a controllare tutte le armi dei suoi sottoposti è un mistero).
- Ma forse non era una guardia… – azzarda uno dei socialisti.
- Si, infatti non era una guardia – continua il ferito con voce flebile – era un tipo bassotto con la divisa da ardito fiumano… se lo vedessi lo riconoscerei…
- Ora basta! – tuona il Tenente – tu, tu e tu siete in arresto per complicità nel delitto! Volevate sviare le indagini?
- Ma che state dicendo – protestano all’unisono i tre – ma quando mai!
Non ci sono santi, Martire, Coscarella e La Camera vengono portati in carcere. Nel frattempo le indagini proseguono in modo serrato. Vengono interrogate le due guardie ferite e, mentre Giuseppe Guglielmino dice di non aver visto l’attentatore e di non essere più riuscito a muoversi da terra per la ferita alla gamba sinistra, Andrea Martorelli, colpito al tallone destro, è sicuro di aver visto chi ha sparato:
- All’angolo del Gran Caffè, un gruppo di fascisti aggredì un giovanotto di 18-19 anni che non voleva togliersi il berretto. Quel ragazzo era magro di faccia, corporatura media, senza baffi con i capelli lunghi alla Mascagni, vestito di marrone scuro con berretto. A quel punto estrasse una rivoltella e sparò tre colpi. Indi scappò nel portone del Seminario, chiudendo la porta dietro di sé. Io e altri lo inseguimmo, bussammo ma nessuno ci aprì.
Un bel passo avanti, non c’è che dire. Resta da capire come abbia fatto Martorelli a correre dietro all’attentatore con una pallottola conficcata nel calcagno, pallottola che il dottor Raffaele Palma gli estrae e che consegna agli inquirenti. Ma tant’è.
La stessa sera della sparatoria, nella sede dei fasci di combattimento avviene un fatto strano. Il diciannovenne Battista Folliero, fratello del testimone oculare Francesco, si ferisce accidentalmente con una rivoltella che il fratello stesso avrebbe lasciata incustodita su di un tavolo. Ci sono molti testimoni a confermare l’accidentalità dell’accaduto e non viene preso alcun provvedimento. Addirittura nessuno chiede al sottotenente Folliero dove ha preso quella rivoltella.
I sospetti invece cadono sul ferroviere socialista Carmine Sacco, 21 anni, che abita nella Piazzetta Toscano. Lo arresteranno due giorni dopo sul posto di lavoro. La Questura perquisisce la casa ma non trova armi da fuoco o munizioni. Trova solo un pugnale militare del corpo degli Arditi, che Sacco ha portato con sé alla fine della guerra.
Il ferroviere si protesta innocente, dice
- Si, ci sono stato nella Piazzetta dell’Arcivescovato. Ho anche camminato con Riccardo De Luca dalla sezione fino al Renzelli, poi siamo scesi fino all’arco Padolisi e siamo risaliti fino alla sartoria Marrazzo. Qui ci siamo voltati e siamo scesi fino alla farmacia Scanga. All’angolo della farmacia c’erano mia moglie e mia suocera che erano preoccupate per me e mi hanno pregato di tornare a casa. Intanto il corteo stava salendo da Piazza Grande. Io allora con loro due me ne sono sceso dal vicolo che sbuca alla Piazzetta Toscano, dove abito e quando ero davanti alla porta ho sentito i tre spari.
- E come eri vestito? – gli chiedono in Questura.
- Ero vestito come mi vedete, pantaloni e gilet neri, giacca bleu chiaro, fazzoletto nero annodato al collo e cappello grigio chiaro. È la divisa da lavoro…
Per la Questura mente. Interrogano di nuovo la guardia Martorelli che cambia versione:
- Tra i più ostinati a non voler cedere all’imposizione dei fascisti a togliersi il cappello era un giovanotto, vestito da operaio, alto circa un metro e sessantacinque, piuttosto esile, con abito grigio e berretto a visiera. I fascisti gli furono addosso e lo colpirono ripetutamente a bastonate, facendogli cadere per terra anche il berretto. Ciò avveniva precisamente in quella parte di piazza ch’è più prossima al portone del Seminario e mentre mi trovavo all’estremo limite della ringhiera del Caffè, fu proprio allora che si avvertirono le detonazioni. A questo proposito debbo chiarire il mio concetto, come erroneamente risulta dalla dichiarazione resa al Procuratore del re, in questo senso: che io, cioè, non vidi l’individuo nell’atto in cui estraeva la pistola ma lo vidi precisamente mentre sparava, essendo la mia attenzione stata attratta appunto dagli spari e sul luogo da cui provenivano. L’individuo, poi identificato per Sacco, stava accanto al lampione al centro della piazza e precisamente vicino a un cumulo di terra lì presente. Avvenuti gli spari la folla  fu presa dal panico e ognuno cercò di scappare. Io neppure mi accorsi di essere ferito, tanto è vero che mi lanciai verso lo sparatore per arrestarlo, ma questi riuscì a confondersi nel gruppo di persone che stavano sulla porta del Vescovado. Ho già detto che l’individuo scappò nel portone del Seminario, chiudendo con gli altri la porta dietro di sé. Questa è stata la mia impressione per quanto ho potuto osservare in quel momento di confusione e di orgasmo. Che poi sia potuto scappare per un’altra via è possibile, ma a me non consta, tuttavia è possibile che mi sia sbagliato. Del mio ferimento mi accorsi di lì a poco e fui trasportato all’Ospedale.
Ma Sacco era vestito di marrone scuro o di grigio? O, come sostiene Sacco stesso, con pantaloni neri e giacca blu chiaro? Il particolare non sembra interessare più di tanto gli investigatori, che puntano a un fatto assolutamente decisivo per loro. Il riconoscimento personale.
Così, il 14 maggio, a un giorno dalle elezioni, Sacco viene portato in Ospedale con altri tre uomini aventi, più o meno, le sue caratteristiche fisiche e mostrato alla guardia Martorelli il quale non esita a riconoscerlo. Sacco protesta vivacemente e chiede di essere messo a confronto con la guardia. Ma gli inquirenti lo mostrano anche ad altri tre testimoni oculari, il sottotenente Francesco Folliero che partecipava alla manifestazione stando tra la farmacia Tafuri e la cartoleria Aprea, il farmacista Ottorino Scanga che era affacciato al balcone della sua casa addossata all’abside del Duomo e il professore Antonio Sbordone anch’egli affacciato al balcone di casa posta quasi di fronte a quella di Scanga, i quali, come Martorelli, lo riconoscono come lo sparatore. È ormai tutto chiarito.
Quella stessa mattina, dato che gli investigatori sono in ospedale, vanno a interrogare di nuovo Riccardo De Luca che, molto sofferente e con un filo di voce, conferma tutto quello che ha già fatto mettere a verbale. Saranno le sue ultime parole perché morirà dopo pochi minuti.
La morte di De Luca cambia tutto. Non più tentato omicidio ma omicidio volontario e Sacco rischia l’ergastolo. Potrebbero rischiare grosso anche gli altri tre socialisti arrestati ma le accuse di aver tentato di sviare le indagini non reggono e i tre tornano in libertà, nonostante siano, ora, accusati di favoreggiamento personale.
Passano i giorni e, mentre si preparano le ultime carte per chiedere il rinvio a giudizio di Carmine Sacco, un altro fatto sembra turbare il tranquillo procedere delle indagini.
Massimo Fagiani, tredicenne figlio minore dell’avvocato Ernesto Fagiani, candidato alle elezioni per il Blocco Nazionale ma non eletto, si presenta al Gran Caffè Renzelli mentre i tre socialisti Salvatore Martire, Pasquale Coscarella e Fortunato La Camera stanno parlando tra di loro dell’omicidio e, nell’intento di prenderli in giro, fa delle affermazioni gravissime:
- Voi socialisti siete proprio dei fessacchiotti! Uno è morto e un altro è in carcere e i fascisti vi hanno rotto il culo – ridacchia, poi aggiunge – ma lo capite che siete cioti? Quello che ha sparato passeggia tranquillo sul lungomare di Napoli! Quella sera è venuto a casa mia e ha lasciato a mio fratello Tanino una rivoltella e poi è sparito!
- Adesso ci dici chi è che ha sparato se no ti denunciamo! – rispondono in coro i tre con fare minaccioso.
Massimo, nella sua ingenuità, fa il nome di un certo Angelo Giacobini di Aprigliano e aggiunge che questo tizio fu inseguito per un breve tratto da una Guardia regia ma poi riuscì a seminarla e andò a casa sua in cerca del fratello Tanino e che, davanti al portone, incontrò un certo Amedeo Filice al quale chiese se Tanino fosse in casa e, alla risposta affermativa di Filice, si precipitò nell’abitazione dei Fagini dove fu visto anche da una domestica, la quale indirizzò il giovane allo studio dell’avvocato, adiacente alla casa. Qui trovò Tanino intento a compilare delle schede elettorali e, quasi piangendo, gli raccontò i fatti e gli consegnò la pistola. Quindi Tanino, quindicenne, ed altri camerati presenti fecero una colletta e scrissero una lettera di raccomandazione per le altre sedi del fascio e lo fecero partire col primo treno. Un ultimo particolare: secondo Massimo Fagiani, quel ragazzo era un ex ardito fiumano vestito con la sua divisa grigia.
I tre non credono alle proprie orecchie e si mettono in cerca di questo tale Angelo Giacobini ma scoprono ben presto che non esiste nessuno ad Aprigliano con quel nome. Infuriati, cercano il giovane Fagiani e lo rimproverano per la presa in giro, ma dopo qualche giorno quel nome salta fuori per davvero: Salvatore Emilio Allegri, studente di San Martino di Finita ma residente a Cosenza, ex ardito fiumano, che risulta essere partito in tutta fretta da Cosenza il 12 notte.
Di tutto ciò Salvatore Coscarella ne fa un esposto al Giudice Istruttore ma non ottiene l’effetto sperato. Non solo provoca una violentissima reazione da parte dell’avvocato Fagiani che non c’entra niente con la brutta storia e per difendere la propria onorabilità denuncia Coscarella e altri tre socialisti per minacce, violenza privata e subornazione di testimone, quanto fa emettere a carico di Martire, Coscarella e La Camera un nuovo mandato di cattura per concorso in omicidio e, insieme agli altri tre socialisti indicati da Fagiani come complici dei tre, Rodolfo Corigliano, Mario Parise e Nicola Dimizio per calunnia, minacce, violenza privata e subornazione di testimone.
E dire che Tanino Fagiani, interrogato dal giudice, ammette che Allegri è stato a casa sua a lasciargli una rivoltella, “ma solo per un quarto d’ora, poi è venuto a riprendersela”. E dire che Allegri ammette di essere stato alla manifestazione armato di una rivoltella detenuta illegalmente, di essere passato dalla sede del fascio con la pistola (combinazione, proprio quella sera nella sede del fascio si ferì accidentalmente con un colpo di rivoltella il fratello di uno dei testimoni chiave dell’accusa), di averla, quindi, data in consegna a Tanino Fagiani, “ma solo per una mezzoretta”, e di essere partito dopo la sparatoria prima per Roma e poi per Firenze, restando fuori città per una quindicina di giorni.
Ma gli inquirenti non battono affatto questa pista, restando fermi nella convinzione che a sparare sia stato Carmine Sacco. Ma se per Sacco hanno il conforto dei testimoni oculari, per gli altri imputati le prove vacillano.
Martire, La Camera e Coscarella chiamano in causa il Vice Commissario Francesco Cilento:
- Quando fu esploso il primo colpo, il Commissario Cilento era proprio vicino al nostro gruppo e quindi soltanto lui può sapere chi ha veramente sparato – sostengono i tre. Cilento da parte sua, non smentisce questa circostanza ma nega di aver visto l’attentatore.
- Io, appena vidi staccarsi dal centro del corteo un gruppo di fascisti diretto verso la balaustra del caffè, ordinai lo schieramento delle dieci guardie regie a mia disposizione, le quali ottemperarono al compito tenendo le spalle rivolte al Seminario. Nel gruppo dei socialisti io potei identificare Martire Salvatore, La Camera Fortunato e Coscarella Pasquale, i quali, da me e dalle tre regie guardie che erano alla testa dello schieramento furono protetti dai colpi dei fascisti. Quando il corteo riprese la sua marcia normale furono udite le tre esplosioni. Per mio conto non vidi chi avesse sparato perché, essendo io intento a proteggere il Martire e gli altri, mi trovavo di spalle o di fianco rispetto a colui che aveva sparato – e fin qui niente di strano. Sono le parole che aggiunge a dare una luce diversa a tutta la dinamica dei fatti – Avvenute le esplosioni, come suole accadere in simili casi, è sorta una grande confusione. I socialisti, ridotti tra il laboratorio di Cipparrone ed il portone del Vescovado, hanno sfondato quest’ultimo per cercare una via di scampo. Anche il magazzino Cipparrone venne sfondato. Frattanto i fascisti si erano riorganizzati ed iniziavano una fitta sassaiola contro i socialisti, mentre le regie guardie a loro volta svolgevano sempre la loro opera di protezione e sgombero della piazza. Avvenuto lo sgombero della piazza si presentò a me un giovane dicendo di sentirsi male. In questo momento io mi trovavo precisamente con le Regie Guardie avanti la porta principale del Caffè Renzelli. Questo giovane, che venne poi identificato per De Luca Riccardo, fu da me rincuorato ed esortato ad allontanarsi, essendo ben lungi da me il pensiero che egli fosse stato ferito da colpo di rivoltella, senonchè, il disgraziato, mentre invocava la mia assistenza, si piegò su se stesso abbattendosi per terra. Per mio ordine fu, dalle stesse guardie, portato nella farmacia Mascaro per le prime cure.
La ricostruzione di Cilento smentisce quella della guardia Martorelli, sulla quale gli inquirenti basano le accuse contro Sacco e gli altri socialisti, ma non viene presa in considerazione. Non vengono prese in considerazione nemmeno le circostanziate affermazioni di Sacco durante il confronto tra lui e Martorelli sul fatto che i due si conoscessero già da prime dei tragici avvenimenti.
L’indagine viene dichiarata chiusa e il Giudice Istruttore scrive la richiesta di rinvio a giudizio per Sacco e i suoi compagni e nella relazione offre il meglio di sé e della sua appartenenza:
Ritenuto che nel giorno 12 Maggio del corrente anno convennero a Cosenza i fascisti della Provincia nonché quelli di Reggio per inaugurare il gagliardetto del locale fascio di combattimento, dinanzi a numeroso uditorio parlò il candidato Maraviglia quale oratore del rito che andava a compiersi. Finito il discorso ed inaugurato il gagliardetto, i fascisti s’incolonnarono in corteo e percorsero il corso Telesio come pubblico suggello della esistenza della patriottica organizzazione. Nel risalire il corso notarono che alcuni giovani socialisti si erano a bella posta messi sulla terrazzina ch’è dinanzi al Caffè Renzelli ed ivi, in atto provocativo tenevano il cappello in testa ben fermo per dimostrare che non avevano paura dell’ingiunzione fascista di salutare cioè il loro gagliardetto, che dopo tutto aveva i colori della bandiera d’Italia. Ed erano tanto fermi ed ostinati in questa potente provocazione che, comunque pregati dalle autorità di P.S. di togliersi da quel posto ovvero salutare i colori d’Italia, non vollero accettare nessuna preghiera ed esortazione al riguardo. Quelli che più cercavano porsi in evidenza nel tradurre la bravata in atti, erano Riccardo De Luca, i fratelli Roberto e Rodolfo Corigliano, Martire Salvatore, Coscarella Pasquale, La Camera Fortunato, Parise Mario e Sacco Carmine (quest’ultimo nome è aggiunto sopra il rigo con il segno di radice quadrata, nda). (…) Passò la testa del corteo e con essa i gagliardetti di Cosenza e Reggio. Quei che venivano dietro, avendo notato il contegno di coloro che, a bella posta, si erano messi in vista per accettare la sfida fascista non ostante le preghiere delle Guardie, che alla finfine non erano più di dieci, sfondarono i cordoni ed assalirono i socialisti a bastonate. Fuggirono quasi tutti dopo avere tentato una resistenza nel portone del vicino Seminario Diocesanoe di li andarono a uscire, attraversando la Chiesa, in piazza del Duomo.
Si notò però, che uno della comitiva socialista, dalla bassa statura, dalle larghe spalle, dai capelli folti e lunghi e vestito di scuro, si staccò dal gruppo e, postosi dietro il lampione della piazza e precisamente a rovescio di un monticello di terreno ivi ammonticchiato, tratta una rivoltella, prese a tirare colpi. Alla detonazione nacque un fuggi fuggi generale e di questo approfittò il malvivente per dileguarsi.
(…) Dai connotati si identificò subito lo sparatore, cioè il ferroviere Sacco Carmine, il quale tratto in arresto non negò di essere stato sul luogo dell’avvenimento ma soggiunse che se n’era andato prima del conflitto fra i fascisti e i compagni, tanto che aveva inteso i colpi allorquando stava per arrivare dinanzi la farmacia Scanga ove lo attendevano la suocera e la moglie.
Ma a nulla vale e a nulla valeva la negativa, quando ben sei persone lo videro e ben quattro lo hanno identificato con le garenzie della procedura.
(…) Ma la migliore conferma che fosse stato infatti il Sacco a sparare è l’alibi offerto, il quale per aver voluto provare troppo non à provato nulla. Infatti i testimoni Scavello, bartoletti, Greco, Gagliardi, Pingitore e Greco Angela dicono che il Sacco fu sempre in compagnia della moglie e della suocera durante tutto lo svolgimento del corteo fascista, nel mentre l’istesso sacco ammette di essere andato anche lui nella piazza del conflitto e ne uscì appena i fascisti aggredirono i compagni a bastonate. Giacchè è bene rilevare che anche il Sacco era iscritto al partito socialista e lui stesso dice di essere uscito dalla sede del partito dopo aver saputo che si volevano malmenare quelli che non salutavano il gagliardetto.
La reiterazioni dei colpi, l’arma usata, la distanza dalle vittime di appena dieci metri, la sicurezza del bersaglio sparando nel folto, stan per dimostrare nel Sacco la volontà omicida. (…) Né si dica che Sacco non avrebbe sparato contro il compagno di fede qual era il De Luca, per dedurre che proprio per questa ragione saliente non possa essere l’autore dei colpi di rivoltella. Giacchè egli non tirava di proposito contro alcuno, ma tirava contro i fascisti che menavano bastonate ai compagni e perciò rimasero colpite le guardie che proteggevano i socialisti che per la mischia si erano confusi con quei del fascio e fra quelli come si è detto vi era il De Luca che si era attardato nella ritirata (…).
Gli altri socialisti sarebbero colpevoli perché “sanno come a sparare fosse stato il Sacco perché era in loro compagnia e come si distaccò si sentirono i colpi e debbono, perciò, salvarlo a tutti i costi”.
Il 28 novembre 1921, la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza Carmine Sacco per omicidio e tentato omicidio continuato ma dichiara il non luogo a procedere per gli altri imputati per insufficienza di prove.
Passa un anno e mezzo e, finalmente, la prima udienza è stata fissata per il 16 novembre 1922, ma il 7 novembre il Presidente del Tribunale dispone il rinvio del processo perché “(…) dato l’eccitamento degli animi dopo i recenti avvenimenti politici e date le speciali condizioni dell’ambiente, non è prudente portare a discussione la detta causa, sia per gli inconvenienti che potrebbero derivare e sia per la posizione difficile e poco serena in cui i giurati si verrebbero a trovare (…). Saggia decisione, è passata appena una settimana dalla marcia su Roma e potrebbe davvero scatenarsi l’inferno in città, meglio attendere tempi migliori.
Ma è proprio la presa del potere da parte di Mussolini che potrebbe, paradossalmente, salvare Sacco dall’ergastolo. Infatti, uno dei primissimi atti del nuovo governo è la concessione dell’amnistia “per tutti i reati commessi in occasione o per cause di movimenti politici o determinati da movimento politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale immediato o mediato e non viene applicata a chi abbia concorso nel reato per motivi esclusivamente personali”.
La Corte d’Assise di Cosenza, in Camera di Consiglio, si riunisce il 18 gennaio 1923 per stabilire se il caso Sacco rientri o meno nella fattispecie dell’amnistia. Il risultato, per l’imputato, è sconfortante. La Corte lo esclude dal beneficio perché “è evidente che il beneficio si è voluto concedere soltanto a coloro che ne sono meritevoli pel fine altamente nazionale che lo spinse alla violazione di legge, rimanendone esclusi gli altri che non furono animati dallo stesso sentimento patriottico, ovvero furono guidati da ragioni personali. (…) dall’esposizione del fatto innanzi premesso si rileva che, allo stato degli atti, non emergono gli estremi necessari per la concessione dell’amnistia”. Tradotto in lingua corrente significa che dell’amnistia beneficiano soltanto gli iscritti ai fasci di combattimento.
Intanto il clima politico si è fatto meno incandescente e il processo può iniziare. È l’otto febbraio 1923.
Il primo testimone a essere interrogato è il sottotenente Francesco Folliero che, contrariamente a quanto ha sempre sostenuto, adesso dichiara:
- Vidi di profilo l’uomo che sparava. Quando chi sparò fuggì, io lo vidi di fianco e poi di spalle mentre si dirigeva per la via dei telefoni.
Poi è la volta del Vice Commissario Cilento che si limita a poche parole:
- Io non conoscevo il Sacco, né in Questura figurava tra i socialisti.
Le testimonianze si susseguono senza ulteriori sobbalzi e, finalmente, la giuria può ritirarsi in Camera di Consiglio per rispondere ai quesiti posti dai giudici ed esprimere, quindi, il verdetto.
Il primo quesito serve a stabilire se la sera del 12 maggio 1921 sia stato esploso un colpo di rivoltella contro Riccardo De Luca cagionandone la morte e la giuria risponde affermativamente, seppure a maggioranza. Evidentemente qualcuno dubita anche che ci sia stata una sparatoria!
Il secondo quesito è quello cruciale: “L’imputato Sacco Carmine di Domenico ha commesso il fatto enunciato nella prima domanda?”. La discussione su questo punto deve essere stata molto sofferta e, anche in questo caso, la risposta arriva a maggioranza: NO.
Sacco è salvo. Assolto per non aver commesso il fatto, a giudizio della giuria popolare.
Ma la sorpresa è grande quando il Presidente della giuria convoca privatamente nel proprio ufficio il Pubblico Ministero e i difensori di Camine Sacco per trovare un accordo che salvi lui stesso e i giurati da possibili ritorsioni e dell’accordo si trova la conferma nella motivazione della sentenza. Sacco non è stato assolto né per non aver commesso il fatto e nemmeno per insufficienza di prove ma semplicemente “perché estinta l’azione penale per amnistia”, dimenticando che appena venti giorni prima egli stesso ha emesso una sentenza diametralmente opposta!
Carmine Sacco, tornato in libertà, emigrerà negli Stati Uniti, a New York, dove nasceranno i suoi tre figli.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.