mercoledì 30 settembre 2015

I DELITTI DI VIA PADOLISI - 2





Sette anni sono lunghi da passare in carcere da innocente e per giunta in quella sorta di lager che è il carcere di Pianosa. Ciò che consola Pietro Fera durante le lunghe giornate passate ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sulla costa rocciosa è solo il pensiero che quando uscirà godrà del rispetto che merita chi rispetta la regola di omertà della mala e che, soprattutto, troverà ad aspettarlo, grata per il suo silenzioso sacrificio, la sua amante Franceschina Bruno. Ed è solo quest’ultimo pensiero che gli attenua la voglia di vendetta contro il fratello dell’amante, Luigi Camposano, al posto del quale sta scontando la condanna con la promessa mai mantenuta di pagargli le spese di giustizia.
Sette anni invece sono brevi per Franceschina che si è sposata con un certo Giuseppe Mazzola, palermitano trapiantato a Cosenza per motivi di lavoro e sono brevi anche per Luigi Camposano il quale peggiora sempre più il suo già pessimo carattere.
Luigi era nato il 21 settembre 1925 nel carcere di Reggio Calabria dove la madre era stata rinchiusa con l’accusa di omicidio poi, ancora bambino, fu portato a Cosenza dai parenti materni (dove già si trovava sua sorella uterina Franceschina) e ben presto manifestò la sua indole violenta e ribelle a ogni regola morale. Nel 1938 la Questura ottenne che Luigi fosse rinchiuso nell’Istituto di Rieducazione di Pisa dal quale uscì nel 1942 dopo aver imparato a fare il calzolaio. Dopo che Pietro Fera andò in carcere al posto suo, Luigi si trasferì a Tivoli dove continuò nel suo cammino da malandrino. A Tivoli conobbe un’operaia, Rosa Marotta, e cominciò a vivere alle sue spalle, riempiendola quotidianamente di botte tanto che le autorità del posto, dietro le numerose denunce della povera donna, nel 1949 disposero il suo rientro coatto a Cosenza col divieto di mettere piede nella cittadina laziale. Rientrato in città inizia una relazione incestuosa con sua sorella e, ancora non contento, torna furtivamente a Tivoli dove ha il tempo di picchiare selvaggiamente per l’ultima volta la povera Rosa Marotta che ci rimette l’occhio sinistro.
Poco tempo prima di uscire dal carcere, Pietro viene a sapere del matrimonio dell’amante e ci rimane male, ma se ne fa subito una ragione per la felicità del prossimo ritorno alla libertà. Che non nutra rancore nei confronti di Franceschina e del marito lo conferma il fatto che, appena tornato in città, ferma Giuseppe Mazzola e gli fa gli auguri, anche se ormai sono passati sei anni dal matrimonio. Giuseppe, da parte sua, sa tutto della disavventura di Pietro e gli dimostra solidarietà in presenza di Luigi Camposano, davanti al suo banchetto da ciabattino sistemato nell’androne del palazzo dei telefoni, ed è in questa occasione che Fera rimprovera per la prima volta il suo vecchio sodale.
- Nemmeno un centesimo mi hai mandato… nemmeno un pacchetto di sigarette… sei un miserabile! – gli dice con calma, senza mostrare risentimento
- Che soldi ti dovevo mandare che sono stato disoccupato? – si giustifica Luigi.
- Ormai l’ho pagato io il tuo delitto – continua Fera – e meriteresti di essere ammazzato ma non lo farò. Ma devi sapere che sono sempre in tempo per andare in Questura e chiarire la cosa, mandandoti in galera per tutta la vita come sarebbe giusto. Ora aggiustami le scarpe che sono rotte – termina.
- Allonga ca ‘un tiegnu tiempu… – gli risponde Camposano con atteggiamento da malandrino.
Fera sbianca in viso ma mantiene la calma poi, come se niente fosse, si siede al banchetto e si accomoda le scarpe da solo. La cosa finisce lì e per parecchi mesi i due non torneranno più sull’argomento.
Nel frattempo, Pietro ha un ritorno di fiamma per Franceschina e fa di tutto per diventarne di nuovo l’amante ma non c’è niente da fare, per lei è tutto finito, ha un marito e suo fratello come amante. È già troppo!
Il pomeriggio del 5 ottobre 1952 Pietro Fera va a vedere un film al cinema Italia col suo amico e compare Ernesto Ferraro. Escono alle 20,00 e vanno a bere un bicchiere nella cantina all’angolo tra Via Rivocati e Piazza Riforma poi si fermano a Piazza Nicola Misasi a comprare delle caldarroste al banchetto di Orlando ‘u castagnaru. Lì vicino c’è anche il banchetto dove Giuseppe Mazzola e Luigi Camposano vendono ficu palette. Ci sono anche gli altri amici Vito Antonio Carulli e Luigi Ferraro, il padre di Ernesto.
- Jamuni vivimu ‘nu bicchiere – propone Pietro a tutta la compagnia e così, tutti insieme, vanno nella cantina che sta accanto al Distretto Militare.
Bevono tre litri di vino offerti da Pietro ma Giuseppe Mazzola e Vito Antonio Carulli lo precedono alla cassa e Pietro se ne risente un po’ e invita gli amici (Luigi Ferraro e Orlando ‘u castagnaru intanto salutano e se ne vanno) ad andare al Bar del Popolo a bere un caffè, questa volta a spese sue. Mentre consumano, a Pietro viene un’idea:
- Peppì – dice rivolto a Mazzola – si mi paghi ‘na pasta, cumpru ‘na buttiglia ‘i Strega e na vivimu ccà!
- A disposizione, compà! – risponde quello precipitandosi alla cassa e comprando non una, ma dieci paste e Pietro, da parte sua, compra la bottiglia di Strega ma il proprietario del bar, dato che è quasi mezzanotte, non consente loro di consumare paste e liquore nel locale e gli amici se ne vanno.
- Jamu ara chiazza ‘i San Giuvanni – propone Pietro.
- No, picchì ni l’hamu ‘i vivere fora? Si passanu ‘e guardie fannu questioni… Jamu ara casa ‘i Peppinu canatima – propone Luigi Camposano e tutti sono d’accordo.
La comitiva, così, arriva davanti la porta al numero 15 di Via Padolisi. Luigi entra in casa per svegliare la sorella e gli altri restano fuori al buio per qualche minuto a cantare canzoni oscene. Poi entrano e la festicciola ha inizio. Accendono la radio ma non danno musica, così mettono dei dischi. Tra vino e liquore sono tutti un po’ brilli e Pietro comincia a corteggiare Franceschina e chiede al marito della donna di mettere il disco di “Malafemmena” ma a questa richiesta Luigi Camposano si oppone fermamente e Pietro comincia a canticchiare le parole che dovrebbero far sciogliere i sentimenti della donna:
Femmena,
tu sì a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t’odio
nun te pozzu scurdà…
- Sì ‘nu mmerda! – urla Camposani all’indirizzo di Pietro
- Jamu fora! – gli risponde Pietro. I due escono e cominciano a discutere animatamente -  Fera gli rinfaccia gli anni di galera fatti per amore della sorella al posto suo. Da dentro si sentono solo le voci concitate ma non le loro figure, la zona non è illuminata e il lampione più vicino è a molti metri di distanza. Preoccupati che possa accadere qualcosa di brutto, escono anche Giuseppe Mazzola ed Ernesto Ferraro che cerca di intromettersi per calmare gli animi
- Vavatinni, mmerda e fatti i cazzi tua! – lo minaccia Camposano dandogli uno spintone e quello, volendo evitare guai, se ne torna in casa.
Dopo qualche minuto Pietro e Luigi rientrano ma, nonostante dicano di aver chiarito le loro cose, sono ancora visibilmente alterati. Infatti dopo pochi minuti, per un niente i due si azzuffano di nuovo ma vengono separati.
- Tu ‘un sì n’uomine, si ‘na mmerda! – dice Pietro Fera all’avversario che si lancia di nuovo contro di lui ma Ferraro lo trattiene e Vito Antonio Carulli trascina fuori da casa Pietro Fera. Con una mossa rapidissima Giuseppe Mazzola chiude la porta mentre Luigi Camposano si divincola dalla presa di Ferraro mordendogli a sangue un braccio e si lancia verso l’uscita.
- Lassatimi ca l’è ammazzare! – urla cercando di spostare il cognato che si è messo a difesa dell’uscita. Ma la porta è assalita anche da Pietro Fera dall’esterno con poderose spallate mentre urla all’indirizzo di Camposano:
- Apra, curnutu e miserabbile, apra ca m’è fattu sett’anni ppi tia! – poi la porta cede e i due riescono a guardarsi negli occhi. Luigi Camposano corre verso uno stipo della cucina e si arma di un grosso coltello e lo brandisce contro Pietro che, a sua volta ha estratto il suo coltello a serramanico. Ma non ci può essere lotta alla pari, il suo è solo un temperino in confronto ai venticinque centimetri del coltello di Luigi e così preferisce darsi alla fuga giù per la traversa Padolisi.
- Fammi passà sinnò ammazzu puru a tia! – sibila al cognato che gli si para davanti sulla porta di casa, puntandogli il coltellaccio alla gola. Mazzola si sposta e Luigi si lancia all’inseguimento di Pietro Fera e lo raggiunge proprio dove la Traversa Padolisi sbuca nel Vico 2 Padolisi.
I due, menando fendenti a destra e a manca, risalgono la gradinata del Vico poi Pietro, vedendo che l’avversario sta perdendo l’equilibrio, cerca di colpirlo con una coltellata dall’alto verso il basso ma Luigi è più veloce e lo colpisce nel cavo ascellare recidendogli di netto un’arteria.
Pietro barcolla, il coltello gli cade dalle mani, cerca disperatamente di buttarsi addosso all’avversario ma le forze gli mancano e riesce solo ad aggrapparsi alla camicia di Luigi che si lacera mentre lui cade bocconi contro un muro, poi pian piano scivola giù lungo le scale mentre un rivolo di sangue scorre nella cunetta.
È quasi l’una di notte quando la pattuglia della Polizia, che ha appena controllato i sorvegliati speciali Luigi Pennino e Umile D’Acri, sta risalendo lungo Corso Telesio. Un uomo in evidente stato d’agitazione esce correndo dal Vico 2 Padolisi, nota gli agenti, si mette a urlare e si sbraccia per richiamarne l’attenzione. È Giuseppe Mazzola.
- Curriti… curriti… ‘mmazzatilu! – gli fa rientrando precipitosamente nel vicolo.
Michele Cioria e Lorenzo Boschi, gli agenti, lo seguono lungo le scale e notano sul bordo destro del vicolo un rigagnolo di sangue che scorre lungo il muro e va a finire nel tombino situato all’incrocio tra il Vico 2 Padolisi e la Traversa Padolisi. Continuano a salire e, davanti al civico N.6, si trovano davanti il cadavere di Pietro Fera immerso in una pozza di sangue dalla quale parte il rigagnolo che hanno appena notato. Qualcosa sotto il ginocchio del cadavere riflette la luce fioca dell’illuminazione pubblica. È la lama del coltello della vittima. Gli agenti, richiamati dalle urla di Mazzola, continuano a salire lungo la gradinata che per molti metri ancora è tutta imbrattata di sangue. All’altezza del civico 8 vedono, impressa sul muro, l’impronta insanguinata di una mano e poco più su uno straccetto intriso di sangue. Poco distante, col coltellaccio ancora in mano, Luigi Camposano sta guardando il cadavere con gli occhi pieni di odio, come se avesse voluto continuare a colpirlo, incurante della presenza dei due agenti e della guardia giurata Raffaele Mirabelli, nel frattempo sopraggiunto sul posto.
L’agente Cioria impugna la sua pistola e intima a Camposano di buttare il coltello. Luigi  obbedisce poi, con un gesto flumineo, si strappa letteralmente la camicia, la fa a pezzi e la lancia vicino al coltello.
- A terra! – gli intima Cioria puntandogli contro la pistola. Luigi si siede sul gradino di una casa ma gli occhi sono costantemente puntati sul coltello a un passo da lui. Sbuffa e bestemmia contro il cognato che ha chiamato le guardie mentre l’agente dà un calcio al coltello allontanandolo.
- ‘Ngulacchitemmuartu! Si ti pigliu t’ammazzu… mmerda! – urla all’indirizzo di Mazzola mentre tenta, con una mossa a sorpresa di prendere il coltello e lanciarsi contro il cognato ma, finalmente, una delle guardie si decide a raccogliere da terra il coltello e metterlo al sicuro, così come al sicuro cercano di mettere anche Luigi Camposano. Lo afferrano per le braccia ma lui si dimena come un indemoniato, sbatte violentemente con le spalle alla porta cui è poggiato, tira calci, urla e strepita – Sparatimi… ammazzatimi… – in cinque gli si buttano addosso e, con grande fatica, riescono finalmente ad ammanettarlo.
Camposano e Mazzola, che ha la camicia sporca di sangue e quindi è sospettato anche lui, vengono portati in Questura dove trovano, anche lui in stato di fermo, Ernesto Ferraro.
- Io non c’entro! – protesta Giuseppe Mazzola – lo vedete come mi ha ridotto quando ho cercato di fermarlo? – continua mostrando i tagli alle braccia e le escoriazioni al viso, all’orecchio destro e a tutte e due le gambe – voleva ammazzare anche a me che lo stavo tenendo per non fargli fare fesserie!
- Sarebbe stato capace di ammazzare tutti quelli che gli si mettevano davanti… mi avete arrestato e questo è il ringraziamento per essere corso in Questura per avvisare la Legge – è lo sfogo di Ernesto Ferraro.
I due, però, escono subito di scena perché è chiaro che non c’entrano niente. Ma gli inquirenti restano a bocca aperta quando Giuseppe Mazzola spiega quello che secondo lui è il movente della lite fatale. Nonostante gli informatori, in quei sette anni niente era giunto alle loro orecchie circa il vero assassino di Michele Gencarelli. Il vincolo dell’omertà ha funzionato alla perfezione ma ora che una piccola crepa si è aperta si scioglie come neve al sole, così si scopre che tutti, ma proprio tutti, sapevano ciò che era accaduto al povero Gencarelli tranne la Questura e i Carabinieri.
Ma Questura e Carabinieri, svolgendo le indagini, si convincono ben presto che è proprio la continua minaccia di Fera al suo vecchio sodale di denunciarlo per l’omicidio commesso a far maturare in Luigi Camposano l’idea di sbarazzarsi di Pietro Fera per sottrarsi al ricatto. Quindi ipotizzano che l’invito a consumare la bottiglia di liquore in casa della sorella sia stata solo una messa in scena per scatenare la lite e avere la possibilità di uccidere il rivale, invocando poi la legittima difesa o, almeno, la provocazione grave. Ma non aveva fatto bene i conti con la crepa nel muro del silenzio.
Il Pubblico Ministero, invece, non è affatto d’accordo con questa ricostruzione dei fatti e continua, nonostante tutto, a sostenere che, siccome c’è una sentenza passata in giudicato che riconosce Pietro Fera come unico responsabile dell’uccisione di Michele Gencarelli, non è possibile cercare il movente del nuovo omicidio nel ricatto di cui parlano Questura e Carabinieri. Il vero movente è la gelosia di Camposano verso Fera che cercava di tornare a essere l’amante di Franceschina Bruno, sua sorella e amante incestuosa.
Un vero guazzabuglio da cui sembra difficile districarsi.
Torna da Genova, dove è residente, anche la moglie separata di Pietro Fera per costituirsi parte civile; vorrebbero giustizia, questa volta giustizia vera, anche gli eredi di Gencarelli ma resteranno ancora una volta delusi.
Luigi Camposano è rinviato a giudizio per omicidio volontario e condannato a quattordici anni di reclusione, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno alla vedova per unmilioneottocentomilatrecento Lire.
La Corte d’Appello di Catanzaro, accogliendo la richiesta subordinata della difesa di Camposano, rappresentata dagli avvocati Luigi Gullo e Orlando Mazzotta, tendente a derubricare il reato in omicidio preterintenzionale perché “si desume dall’unicità del colpo che, se fu mortale, fu determinato dallo scontro dei due corpi in colluttazione e dove la pressione del Fera fu forse più violenta e più decisa di quella del Camposano, il quale certamente ebbe la sensazione che l’avversario non fosse morto (ricordare l’atteggiamento in cui fu trovato dagli agenti di P.S.) e tuttavia non reiterò i colpi ed anzi, sorpreso e disperato per quanto era avvenuto, si stracciò la camicia addosso e gridò: Fatemi morire. (…) Se egli lo avesse voluto uccidere lo avrebbe fatto quando i due, usciti fuori dopo le prime escandescenze del Fera, parlottarono a parte, nel buio di Via Padolisi” , modifica il capo d’accusa  e lo condanna a dieci anni e sei mesi.
Il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile per decorrenza dei termini.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 28 settembre 2015

CHI HA UCCISO DON VINCENZO?



È ancora notte quando, il 25 gennaio 1911, don Vincenzo De Napoli, sessantaquattrenne parroco della frazione Petrisi di Scigliano, sente bussare con forza al portone di casa. Si alza per andare ad aprire, convinto che sia il nipote Francesco Angotti di ritorno da Martirano, ma la nipote Concettina lo dissuade
- Non aprire, non può essere Ciccio, lui quando torna di notte non bussa mai perché fa il giro dell’orto e poi non hai sentito che tutti i cani del vicinato abbaiano da ore? Lascia stare che può essere qualche malintenzionato, torniamo a letto.
Don Vincenzo si convince e torna a dormire, così come Concettina.
Aurelia Maria Concettina De Napoli ha trentasei anni, è figlia del fratello di don Vincenzo e abita con lui da quando di anni ne aveva due, da quando, cioè, i suoi genitori sono partiti per l’America e l’hanno lasciata lì. In paese girano molte voci sul conto di zio e nipote: si dice che i due siano stati (e forse lo sono ancora) amanti e che dalla loro relazione sia nata anche una bambina, subito soppressa. Si dice anche che don Vincenzo, per mettere a tacere queste voci, l’avesse promessa a uno scultore di Serra San Bruno, Francesco Salerno, ma che questi, accortosi del raggiro rifiutò il matrimonio adducendo come scusa di essere affetto dalla sifilide. Si dice anche che don Vincenzo avesse finalmente trovato l’uomo giusto per Concettina in Francesco Angotti e che questi avesse accettato per farsi mantenere coi guadagni del futuro zio Prete. Se ne dicono tante altre che sarebbe difficile raccontarle tutte, ma pare che nel letto di don Vincenzo siano passate molte donne che frequentavano la sua casa per farsi leggere e scrivere le lettere dei mariti emigrati. Ma, soprattutto, si dice che don Vincenzo imbrogli sui conti della parrocchia e della chiesetta del Carmine, per questo è in contrasto con gli altri parroci del comune, e che se da un lato presti soldi a usura, dall’altro sia pieno di debiti e qualche volta ha provveduto con raggiri a far sparire le carte dei suoi debiti.
Pasquale Pallone è un vecchio quasi cieco che vive di elemosine con la sorella, vecchia e quasi cieca come lui, in una stanzetta attigua alla chiesetta del Carmine e all’alba del 25 gennaio 1911, come ogni mattina, si appresta a salire sul campanile per suonare le campane
- Buongiorno – gli fa lo sconosciuto che gli si para davanti – avrei bisogno del prete per far dire una messa alla Madonna del Carmine
- Buongiorno – gli risponde Pasquale – a quest’ora? A quest’ora i preti dormono… tornate più tardi…
- Ho una certa premura – insiste lo sconosciuto – sono di Pittarella e sono di passaggio, sono appena tornato dall’America e la traversata è stata molto brutta, ho pensato di morire e ho promesso che se me la fossi cavata avrei fatto dire una messa per la Madonna del Carmine. Non è questa la chiesa del Carmine?
- Si, è questa ma…
- Siate comprensivo, andate a chiamare un prete per dire la messa, lascerò una buona offerta…
Il vecchio si lascia convincere e con passo incerto percorre le poche centinaia di metri che dividono la chiesetta dall’abitato di Petrisi per andare a chiamare don Vincenzo.
Ad affacciarsi alla finestra è Concettina
- Dorme, è stata una notte agitata…
- Chiamalo lo stesso, il forestiero paga bene!
Don Vincenzo si alza e dice al vecchio di cominciare ad andare che sarebbe arrivato subito, giusto il tempo di vestirsi.
Quando arriva alla chiesetta, trova ad aspettarlo il vecchio e lo sconosciuto, statura bassa, abbastanza pingue, baffi neri, mantello nero che lo avvolge tutto e un cappello nero floscio in testa.
- Buongiorno reverendo – lo saluta scappellandosi e mostrando così un’accentuata calvizie sopra la fronte, poi fa il gesto di inginocchiarsi, gli bacia la mano e gli ripete il motivo della sua richiesta. Don Vincenzo lo ascolta con attenzione, quindi si rivolge al vecchio Pasquale
- Vai a suonare la messa, io vado a cambiarmi.
Pasquale si arrampica lungo la ripida scala del campanile, mentre il forestiero segue il prete nella sagrestia. Si scambiano qualche parola di circostanza mentre don Vincenzo si toglie il mantello e lo appoggia su di un tavolino, appende al muro il bastone e il cappello, quindi apre l’armadio per prendere i paramenti sacri. Volta le spalle al forestiero il quale apre il mantello e gli si avvicina, impugna una rivoltella e gli sussurra
- Devi morire, lo sai che devi morire…
Poi gli punta la rivoltella dietro l’orecchio sinistro e fa fuoco due volte. Don Vincenzo si accascia senza un lamento, restando quasi seduto con le spalle poggiate ad una parete, il cranio spappolato e il sangue che colando dal collo gli fa diventare rossa la candida sottoveste.
Lo sconosciuto rimette la rivoltella nella cintola, si chiude nel mantello ed esce, proprio mentre Pasquale, uditi gli spari, sta scendendo le scale per andare a vedere cosa diavolo possa essere successo, ma non può far altro se non vedere lo sconosciuto che si allontana a passo svelto verso il fondo valle, verso il fiume Savuto. Accorre anche la sorella e, insieme, entrano nella sacrestia e trovano il corpo senza vita del prete.
Prima che si riesca ad avvisare i carabinieri passano un paio di ore e subito cominciano a circolare le più svariate ipotesi su chi possa avere ucciso in quel modo orrendo don Vincenzo.
Certamente è stato qualcuno che aveva dei forti rancori per determinarsi a fare ciò che ha fatto e certamente deve aver studiato bene ogni cosa. Ma ha studiato bene ogni cosa o è uno del posto che conosceva bene le abitudini del prete e la via di fuga? Ha agito di sua iniziativa o è un sicario mandato da qualcuno?
I carabinieri brancolano nel buio ma almeno riescono a stabilire dove si è diretto l’assassino, infatti viene trovata in località Foresta l’impronta di uno stivaletto a punta, della stessa forma che il vecchio Pasquale è riuscito a distinguere guardandogli i piedi, e poco più avanti due bossoli di rivoltella appena sparati.
Francesco Angotti, rientrato da Martirano, ha pochi dubbi sul responsabile dell’omicidio. Scrive un esposto al Pretore di Scigliano affermando che gli unici ad avere avuto interesse a uccidere suo zio sono don Silvio Gualtieri, parroco della frazione Cupani di Scigliano e don Cesare Maruca, parroco di Martirano, paese natale di don Vincenzo.
Il primo sarebbe stato spinto dal fatto che voleva subentrare a don Vincenzo nella gestione della chiesetta del Carmine, per rancori derivanti da liti che in passato erano arrivate in tribunale con accuse di diffamazione e lesioni personali e, cosa più terribile, per un esposto che don Vincenzo avrebbe inoltrato al Vescovo di Nicastro accusando don Silvio di essere un pederasta passivo, cosa che gli avrebbe rivelato uno studente di Scigliano che avrebbe accontentato le voglie di don Silvio. Proprio per questo motivo, e proprio nella chiesetta del Carmine, don Vincenzo avrebbe dato due schiaffi al rivale davanti a testimoni, ottenendo come risposta una chiara minaccia: “Qui mi hai dato due schiaffi e qui prima o poi morirai!”. Ma le persone indicate da Francesco Angotti in uno dei suoi esposti non confermano.
Il secondo avrebbe avuto interesse ad uccidere per impedire che don Vincenzo prendesse il suo posto di parroco a Martirano. Questa ipotesi però viene subito scartata perché alla curia di Nicastro non risulta essere mai arrivata alcuna richiesta di don Vincenzo per essere trasferito in quella parrocchia.
In paese tutti sanno dei rancori tra i due preti e parlano nei crocchi sulla via. Molti sono concordi nel ritenere don Silvio capace di aver ideato e organizzato l’esecuzione. Va bene, ma chi è stato l’autore materiale? Suo fratello Francesco Maria, emigrato in America, tornato apposta per commettere l’omicidio e poi subito ripartito. Vengono fatti degli accertamenti sui passeggeri sbarcati delle navi provenienti dagli Stati Uniti a gennaio e in effetti risulta esserci un Gualtieri Francesco. Ci siamo! No, il Gualtieri Francesco sbarcato a gennaio è di Davoli e non c’entra niente.
Al Giudice Istruttore viene l’idea che i vecchi fratelli Pallone siano complici dell’assassino e li fa arrestare. Il motivo? Pasquale Pallone ha dichiarato che lo sconosciuto ha chiesto un prete, non proprio quel prete, cioè don Vincenzo, quindi se invece di andare a chiamare lui ne avesse chiamato un altro, a quest’ora don Vincenzo sarebbe vivo! Questo costa ai due poveretti qualche mese di galera ma poi devono essere scarcerati perché l’ipotesi del Giudice Istruttore è più che altro una stravaganza. Restano comunque indagati.
Francesco Angotti produce esposti su esposti contro don Silvio e i suoi fratelli senza ottenere risultato alcuno, poi cominciano ad arrivare molte lettere anonime che accusano proprio lui di aver voluto la morte dello zio per sanare l’offesa di avere sposato la nipote già usata da don Vincenzo. E chi scrive le lettere anonime deve avere molta pazienza per ritagliare centinaia di lettere dai giornali e appiccicarle con la colla su fogli di carta di un certo pregio e, soprattutto, deve avere buoni informatori all’interno della Pretura perché ad ogni esposto di Ciccio Angotti contro don Silvio fa seguito una lettera anonima che lo accusa. I carabinieri non prestano fede alle lettere anonime perché Angotti, con la morte di don Vincenzo ha perso tutte le entrate che lo zio gli garantiva. E si va avanti così per mesi e mesi. Arriva anche una lettera anonima al Procuratore del re di Cosenza che, oltre a indicare don Silvio come mandante dell’omicidio, denuncia l’inettitudine del Pretore di Scigliano, legato a filo doppio con don Silvio al quale deve molti soldi e per questo motivo ritarda e, peggio, intralcia le indagini. Per rendere meglio comprensibile i rapporti tra il Pretore e don Silvio, l’anonimo afferma che a Scigliano la popolazione usa definire quell’Ufficio Giudiziario come “la Pretura Gualtieri”. Il Pretore, avvisato, reagirà energicamente con querele contro ignoti.
Poi spunta l’ipotesi che don Vincenzo potrebbe essere stato ucciso per un paio di debiti non pagati. E si fa anche il nome: Francesco Pallone. In passato Pallone e sua moglie avevano prestato ottocento lire a don Vincenzo il quale, come garanzia diede loro due buoni di quattrocento lire ciascuno. Quando la moglie di Pallone era sul letto di morte e don Vincenzo stava per somministrarle l’estrema unzione, all’improvviso fece uscire tutti dalla stanza e, rimasto da solo con la donna ormai incosciente, si mise a frugare nei cassetti e trovati i buoni se ne impossessò per distruggere la prova del suo debito ma Francesco Pallone se ne accorse subito e lo querelò, querela che però fu archiviata. Il povero Pallone, rimasto vedovo e senza più denaro fu costretto a vivere della carità dei paesani, poi di lui si persero le tracce. I carabinieri indagano e scoprono che Francesco Pallone è morto da un paio di anni nella più squallida miseria. Altro fiasco.
Allora si voleva colpire Francesco Angotti per qualche sua malefatta e si preferì uccidere lo zio per togliergli la fonte del suo sostentamento. Nessun riscontro.
La popolazione comincia a protestare perché non si riesce a scoprire l’assassino e molte lettere vengono mandate al Procuratore del re di Cosenza per sollecitare una svolta nelle indagini, così, in aiuto al maresciallo Saverio Messina, comandante della stazione di Scigliano, viene mandato, da Castrovillari, il delegato di P.S. Nicola Curcio. Ma la musica non cambia. Messina e Curcio si danno un gran da fare ma si trovano davanti un muro. Un muro di voci e confidenze che rimangono tali ogni volta che qualcuno è invitato a mettere nero su bianco quello che sa. Un muro che prontamente viene rinforzato ogni volta che sta per cadere.
Tutto il paese è ormai convinto che il mandante dell’omicidio sia don Silvio Gualtieri. Tutti dicono di sapere chi è l’autore materiale dell’omicidio e lo dicono in strada o nelle case ma nessuno si fa avanti con fatti concreti: “E perché lo dovrei dire io? Quelli che zappavano lì vicino lo hanno visto in faccia, lo dicessero loro… e poi i Gualtieri sono vendicativi e capaci di tutto… chi me lo fa fare?”.
Quando ormai, sono passati quasi due anni dal fatto, Messina e Curcio stanno per alzare bandiera bianca succede un fatto imprevisto e forse decisivo. Tale Giuseppe Carpino, ventisettenne pregiudicato di Rogliano ma residente a Bianchi, si presenta spontaneamente al maresciallo e gli racconta:
- Verso la fine del mese di maggio 1912 ero detenuto nel carcere di Scigliano e insieme a me c’era anche Salvatore Astorino di Carpanzano. Una mattina che la guardia era distratta mi chiamò alla finestra e mi indicò la chiesa del Carmine: “la vedi la chiesa? Là io e un mio amico abbiamo ammazzato un prete”. Io, incuriosito, gli chiesi di raccontarmi come andarono le cose e lui mi disse: “io e il pugliese avevamo ricevuto da una persona del posto l’incarico di uccidere il parroco della chiesa della Madonna del Carmine con la promessa di ricevere come compenso cento lire ciascuno. Una mattina, un’ora prima dell’alba, siamo andati alla casa del parroco De Napoli e gli abbiamo chiesto di dire una messa. Lui accettò e ci disse di andare a chiamare il sacrestano. Io andai a chiamare il vecchio e il pugliese restò col prete per andare insieme alla chiesa. Quando arrivarono trovarono me e il sacrestano al quale il prete ordinò di andare a suonare le campane. Il parroco e il pugliese entrarono nella sacrestia mentre io restai fuori a controllare le mosse del vecchio. Quando il parroco cominciò a indossare gli abiti della messa, il pugliese estrasse la sua rivoltella, gliela puntò alla testa e gli disse «Tu devi morire… Tu devi morire…» e gli sparò un colpo dietro l’orecchio. Alla detonazione anche io entrai nella sacrestia e gli sparai un colpo con la mia rivoltella colpendolo in un occhio, quindi ce ne andammo in direzione di Pittarella proprio mentre il vecchio stava per entrare in chiesa. Lungo la strada gettammo i due bossoli sparati, sostituendoli con due carichi. Ci fermammo per pisciare dove c’è la frana che forma un laghetto, proseguendo, poi, per la strada fino al ponte di Sant’Angelo e quidi per Carpanzano”. Due o tre giorni dopo che Astorino mi fece questo racconto entrò in carcere un certo Amedeo Mancuso di Carpanzano e io gli raccontai il fatto che poi Astorino gli raccontò di persona.
Messina, nonostante il racconto di Carpino parli di due persone mentre tutti i testimoni hanno affermato di averne vista una sola, gli  presta fede perché, secondo lui, ci sono degli elementi che solo chi era presente al fatto può conoscere. Fa rintracciare Amedeo Mancuso e ottiene la conferma che Carpino ha detto la verità. I due sono credibili perché non hanno nessun motivo di risentimento nei confronti di Astorino e non avrebbero motivo di coinvolgerlo fraudolentemente nelle indagini. Restano però due punti oscuri: Astorino è un tipo a cui piace spararle grosse e nessuno sa chi possano essere il fantomatico pugliese e il mandante del posto. Il maresciallo intuisce che può essere a un passo dal risolvere il giallo dell’uccisione del prete e si prodiga per scoprire l’identità del pugliese dal quale ricavare poi il nome del mandante. Nello stesso tempo cerca Astorino e dopo sei mesi riesce ad arrestarlo, ma questi ovviamente nega di aver mai raccontato quelle cose. Dopo un mese di carcere, però, Astorino viene rimesso in libertà perché non ci sono indizi sufficienti a giustificarne la detenzione.
Negli stessi giorni il maresciallo Messina viene trasferito e il suo posto viene preso da Alberto Rivoiro il quale, finalmente, scopre chi sarebbe il misterioso pugliese: Pirchio Giuseppe nato nel 1885 a Monopoli, attualmente detenuto a Cosenza per uxoricidio, residente a Colosimi [la storia di questo delitto si può leggere cliccando qui: APPESA]. Rivoiro ne è convinto perché il pugliese è stato detenuto a Scigliano dall’1 all’11 marzo 1912 insieme ad Astorino. Ma figurarsi se il pugliese conferma qualcosa!
I mesi e gli anni passano, poi arriva la guerra e tutto si ferma. Anche Rivoiro viene trasferito e molti pretori si succedono a Scigliano. Anche i testimoni, ad uno ad uno vengono a mancare o perché deceduti o perché emigrati. Tutto si fa maledettamente difficile.
Ormai siamo alla fine del 1919, sono passati quasi nove anni dal fatto e il maresciallo Mannino, da poco arrivato a Scigliano, nel rapporto che spedisce al Pretore di Rogliano al quale sono state affidate le indagini,  deve ammettere che non c’è più speranza di trovare l’assassino (o gli assassini) di don Vincenzo De Napoli:
(…) Il tempo ha prima sbiadito e poi ha interamente cancellato ciò che è di bello per squarciare le tenebre di un esecrando e misterioso delitto. (…)
Il Maresciallo Messina non trovò elementi per catturare il Gualtieri, né di denunziarlo alla Giustizia in seguito e consacrò nel verbale che i Gualtieri per quanto siano capaci di fare ricorsi e di godere del male altrui non sono assolutamente ritenuti tali da prendere parte in reati di omicidio.
L’omicida fu conosciuto dal sacrestano Pallone Pasquale fu Antonio e sorella Carmela, ora deceduti.
Il Pallone Pasquale, dopo poco che fu commesso il delitto, un giorno trovandosi a parlare con la contadinella Costanzo Ida di Francesco, ora in America, dichiarò a costei di aver conosciuto l’uccisore del parroco De Napoli e l’avrebbe palesato nella confessione in punto di morte. Mentre poi sia il Pallone Pasquale che la sorella Carmela, quantunque religiosi, in fine di vita non vollero confessarsi. (…)
La giustizia si arrende ufficialmente il 25 luglio 1923, dopo dodici anni e sei mesi esatti dall’omicidio, quando il Pubblico Ministero nel trasmettere gli atti alla Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro scrive:
(…) Certo è che attorno a questo processo ànno cercato di mettere radice e prosperare i più bassi e bestiali istinti di vendetta ad opera di elementi volgari e delinquenti che sembra non difettino nel Comune di Scigliano: ciò che à contribuito grandemente a deviare la Giustizia dalla retta via.
Oramai, dato il lungo tempo trascorso, sembra perduta ogni speranza di accertare la verità. (…)
La Sezione d’Accusa impiegherà ancora dei mesi a dichiarare il non luogo a procedere nei confronti dei fratelli Pallone perché estinta l’azione penale per morte e di Salvatore Astorino per insufficienza di prove. È il 14 gennaio 1924.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 27 settembre 2015

I SINDACI ED IL CETO: DILEMMA ALLA CORTE DI NAPOLI - di Rosalbino Santoro

A Fuscaldo le elezioni del 1757 furono turbolenti. Il popolo acclamava i cambiamenti che già negli umori si avvertivano anni prima. Il ceto popolare, tramite i nuovi Signori poneva in discussione persino l’elezione del Sindaco, che per concordato col feudo, era di esclusiva spettanza alla nobiltà locale. Gli “Onorati” compiono un’operazione di mutamento del proprio status. Nell’anno di grazia 1757 il 30 ottobre, fra le grida, i fischi, le proteste, pietrificate oramai nei palazzi del centro storico, si fronteggiarono le opposte fazioni, impari per numero, con un marcato senso di rivalsa, non esente da un’indubbia arroganza. Da una parte gli esponenti delle dieci famiglie del primo ceto, con i loro rappresentanti, dall’altra, i componenti delle famiglie degli “Onorati” ed il popolo. Quel malinconico tramonto, tutto racchiuso nella piazza del paese, spegne quella livida giornata autunnale. Le cariche sinora riservate ai nobili , vengono assegnate agli “onorati” e quattro esponenti del popolo vengono eletti alle cariche del secondo ceto. Oramai la prassi si era consolidata e sebbene le elezioni ogni volta erano molestate da “agitazioni, tumulti e sconcerti”, fra cittadini del primo e secondo ceto”, e nonostante l’intervento della Regia Udienza, l’impresa si ripeteva con successo da sette anni consecutivi, durante i quali restarono disattese anche le disposizioni del Sacro Regio Consiglio, che prescriveva di ripristinare l’Ordinamento Amministrativo vigente sino al 1756. Il trionfo degli “Onorati” sembrava totale. Cene e banchetti su tovaglie di damasco dorato, vini bianchi e rossi delle riserve speciali; la nuova borghesia incalzava ed i contrasti che accompagnavano le elezioni, in quegli anni, non furono per niente tranquille. 
I “nuovi ricchi”, alla ricerca di glorie e potere ma non disponendo di un numero sufficiente di nobiltà, nei giorni precedenti le consultazioni, si riunivano in conclave per individuare nel loro passato fievole tracce patrizie. Il popolo poi, che anni prima, aveva acclamato il cambiamento, si era incuriosito nei matrimoni in festa, gettato fiori e coperto con piante le miserie dei “catoi”, presto si accorse che i nuovi padroni e gli amministratori fanno poco. “Dio ni guardi di ricchi ‘mpoviriti e di poveri arricchisciuti”. ( Dio ci guardi dai ricchi che diventano poveri e dei poveri che diventano ricchi). A sentir loro, vengono “commesse delle gravezze in danno del popolo”; gli “onorati” hanno inteso, solo e soltanto, sostituirsi al Primo Ceto, e niente più, non avendone le capacità amministrative e di conduzione. Soltanto arroganza e prepotenza, molto più pericolosa e dispotica dei veri gentiluomini. “ Cu ri Sindaci ara citu è nu guaiu can un ti dicu, era meglio lu Signuri, ca sti novi surpaturi”. ( con i sindaci del nuovo Ceto, è un guaio grandissimo, era meglio il Signore, che questi nuovi usurpatori). L’alleanza tra i “nuovi nobili” e la popolazione presto si sbriciola e i primi, temendone le conseguenze, riescono ad evitare, negli anni 1764 e 1765, le elezioni. Si provvide semplicemente al rinnovo delle cariche municipali. La mutata situazione offrì naturalmente una possibilità politica di rilevante portata ai “Gentiluomini” che ricorsero alla Regia Udienza affinché ripristini il regolare svolgimento delle elezioni nel 1766. 
Venne così destinato per tale accertamento un subalterno, signor Concolini, con il mandato di verificare la fedeltà e la veridicità dell’esposto ed a questo, su richiesta degli Onorati, venne affiancato da un altro subalterno, tal signor Zuccaro, incaricato di investigare sulla qualità nobiliare delle famiglie in causa. Quello che avvenne in quegli anni, non è difficile da immaginare. …(continua) 
da: “Briganti, miti e antiche sottane” di Rosalbino Santoro di prossima pubblicazione

IL LUPO E L'AGNELLO




Corso Mazzini, con i suoi negozi tutti nuovi, è ormai il cuore pulsante della città. Il 1939 sta per finire e gli echi della guerra sono ancora lontani. La gente, di domenica mattina, ama fare lo struscio sul Corso con gli abiti buoni.
Un uomo, ha una sessantina di anni, passeggia nervosamente avanti e indietro, scrutando in lontananza le sagome davanti a lui. “Più o meno questo è l’orario… da un momento all’altro arriveranno e mi dovranno stare a sentire… Oh! Dovranno proprio starmi a sentire!” mormora tra sé e sé. Poi, ad un tratto, gli occhi gli si illuminano. Ha intravisto, a qualche decina di metri da lui, la sagoma del figlio Franco e della nuora Angela che passeggiano sottobraccio. Gli danno le spalle e, di certo, non lo hanno notato. L’uomo affretta il passo e, quando è a una decina di metri dal figlio e dalla nuora li chiama:
- Franco! Franco! Angela! Aspettatemi che vi debbo parlare!
I due si voltano e lo vedono mentre agita le braccia in segno di saluto. Sul suo viso non c’è traccia di risentimento. Ma loro due ne hanno da vendere, di risentimento. È la nuora a cominciare a tempestarlo di insulti, seguita a ruota dal figlio:
- Merda! Vattene!
- Stronzo, che mi parli a fare? Vaffanculo!
- Ma… io… io voglio chiarire, state tranquilli… – fa appena in tempo a dire che il figlio, raccattato un sasso dalla strada, glielo lancia contro. Poi un altro e un altro ancora, accompagnati da tremende bestemmie. L’anziano cerca di ripararsi alla meglio tenendo le braccia davanti al viso, ma non riesce a evitare una sassata che lo colpisce in piena fronte, e lo fa cadere per terra sanguinante.
È quello che Angela forse stava aspettando. È una furia scatenata. Gli si lancia addosso tempestandolo di pugni, schiaffi e insulti. L’uomo cerca anche questa volta di ripararsi coprendosi il viso con le mani, ma un calcio in un fianco, sferratogli dal figlio, gli toglie il respiro e si abbandona inerme. La nuora gli è sopra a cavalcioni e gli pianta le unghie sulle guance lasciandogli otto solchi sanguinanti. Poi raccatta una pietra e fa per colpirlo, ma viene fermata appena in tempo da un altro figlio dell’uomo, Carmine, che strattona lei e il proprio fratello, intimando loro di andarsene immediatamente, non prima, però di beccarsi un morso dalla nuora che per poco non gli stacca un dito. Ferito, finalmente può prendersi cura del padre.
L’anziano, altri non è che Stanislao De Luca, un tempo temuto capo della malavita cittadina, ma poi uscito dal giro.
La sua storia di sanguinario delinquente, cambiò repentinamente non appena varcata la soglia del carcere fiorentino delle Murate, nel lontano 1903. E merita di essere raccontata, anche attraverso le sue parole. Così scriveva, il 25 marzo 1909, al  Prefetto di Cosenza per ottenere la revoca della sorveglianza speciale: (…) Figlio di una delle più distinte famiglie Cosentine e per il sommo affetto dei miei, avvicinando malsani compagni, comparsi sullo scanno dei rei e da lì giù in catorbia per 7 anni e 3 di vigilanza speciale. Entrato in quella culla di affanni, di pianti e d’altri guai, conobbi l’immensità della mia sciagura e, svelto un falso principio, repentinamente mi diedi a tutt’uomo per la mia riabilitazione (…) e sopraffacendo e sprezzando con abnegazione esemplare le mollezze con cui crebbi, mi diedi al lavoro con tanta tenacia e propositi d’apprendere una delle arti moderne e da conseguirne il diploma (di Aggiustatore meccanico, nda).
La mia esemplare condotta al Reclusorio, l’assiduità al lavoro, l’obbedienza ed il rispetto sommo ai miei superiori, il mio ravvedimento completo sono stati elementi da essere proposto dal Consiglio di disciplina di Firenze per la Grazia Sovrana ed il nostro beneamato che plaudendo all’atto giusto e pietoso de quegl’Illustri Componenti mi Graziò con Decreto Reale.
Giunto al mio tugurio ed in braccio ai miei cari ho dato apertura a due locali siti in Via Martirano N. 30=33 per officina Meccanica uno, pel laboratorio Fabbro l’altro (…)”.
Stano, non più Don e non più benestante – il padre, prima di morire ha dilapidato tutto il patrimonio in avvocati – esce dalle Murate il 6 settembre 1908, con un paio di anni di anticipo rispetto al previsto, e va a vivere in una modesta abitazione in via Martirano 44 con la moglie, i tre figli (ne avrà altri sei), la madre Filomena Ortale, insegnante, e uno zio prete. Con il loro aiuto economico  riesce a intraprendere una nuova vita nella quale non avrà più le mani bianche e curate bensì i calli. Stano, però, capisce subito che la sua attività professionale non avrà un futuro per le limitazioni impostegli dalla sorveglianza speciale e lotta strenuamente per ottenere la piena libertà, che otterrà il 26 aprile 1910 con un anno di anticipo.
Gli anni passano e gli affari vanno bene. Stano, che gira quasi tutta la Calabria a riparare orologi da campanile, nel 1922 apre anche un’oreficeria/orologeria in via Sertorio Quattromani. All’avvento del fascismo non è tra i primi a prendere la tessera. Lo farà il 12 aprile 1925, quando gli consegnano la tessera N 1343138 e si distingue subito per il contributo di cento lire, versato per la costruzione della Torre Mussoliniana di Milano. Non solo. Nel 1927 fa fabbricare un orologio Alpina, sulla cui cassa fa incidere un fascio littorio nero, per regalarlo a Michele Bianchi.
Prima di tutto ciò, nel 1924, Stano subisce un furto di orologi ad opera di un suo lavorante, Ippolito Montaldista, alias Valentini, per il valore di settemila lire che lo fa traballare. Poi si ammala, passa lunghi mesi ricoverato in una clinica romana e spende tutto quello che ha per curarsi, accumulando anche altre diecimila lire di debiti. È il colpo di grazia. Non ha più liquidità e non riesce a pagare i fornitori. Viene dichiarato fallito nel 1931 ma, a fatica, riapre la gioielleria a nome del figlio Franco e si riprende. Nel 1938, rimasto vedovo, si trasferisce con Franco e la moglie, Angela Tomo, della quale in città si dice sia una poco di buono, ma Stano, che a suo tempo aveva dovuto subire le stesse voci su sua moglie Giuseppina Cinelli (il 14 febbraio 1898, durante il carnevale, vibrò una coltellata a tale Pietro Tallarico, a suo dire colpevole di avere sfottuto la fidanzata), non fa una piega.
Sorgono presto seri problemi. Franco non accetta più che il padre si occupi della gioielleria e le liti sono quotidiane. L’8 novembre 1939, Stano va via dalla casa del figlio.
Franco e Angela non sono ancora soddisfatti e mettono in giro strane voci sul suo conto, accusandolo anche di aver tentato di stuprare la nuora. Ma, anche se avesse voluto, Stano non avrebbe potuto perché gli interventi chirurgici a cui fu sottoposto durante la malattia lo hanno reso impotente.
È per questo motivo che Stano ha cercato un chiarimento col figlio e la nuora. Sembra però che non sia il tempo dei chiarimenti, ma quello delle querele e controquerele. Ci vorranno parecchi mesi perché la ragione torni a prevalere e le cose si aggiustino tra padre e figlio.
I guai, però, non sono affatto finiti. Stano entra in contrasto con l’avvocato Giuseppe Campagna,  pezzo grosso della federazione fascista, per avere citato in giudizio il padre di questi che gli era debitore di centottanta lire e deve subire ritorsioni di ogni tipo dalla federazione stessa.
Lo accusano anche di giocare d’azzardo nei locali del Partito e, riprendendo vecchie voci, di avere tentato di stuprare la nuora. Viene convocato in Questura e si becca, per cominciare, una diffida. Ma il vecchio leone è pronto a vendere cara la pelle e scrive a destra e a manca, riuscendo alla fine a salvare la faccia.
È la nemesi storica che si abbatte su di lui. Lui che aveva aggredito a colpi di pistola il padre ed era stato perdonato. Lui aggredito dal figlio che ha perdonato. Lui che ha sfregiato il viso di tante persone e che ora ha il viso sfregiato.[1]


[1] ASCS, Processi Penali. La storia completa delle malefatte di Stano De Luca è contenuta nel mio “Guagliuni i mala vita”, Pellegrini editore 2012, nda.