lunedì 30 novembre 2015

ARCANGELA NON VOLEVA MORIRE





Sulle colline alle spalle del paese di Longobardi c’è una delle proprietà dei signori Pizzini, denominata Bosco Rosso, che, da sopra il centro abitato si estende fino alle pendici della montagna e termina in una piccola valle denominata Cariglio, che guarda verso il mare. Dall’altra parte di questa valle, il bosco continua ma la proprietà è dei signori Pellegrini. Gli abitanti del paese ci vanno per fare legna da ardere. I sentieri che lo attraversano sono abbastanza ripidi e per questo motivo chi ci va a piedi è costretto a trasportare solo una fascina alla volta. Ma non basta. Chi vuole andare a fare legna deve chiedere il permesso ad Arcangelo Provenzano, alias Lucifero, che fa il guardaboschi per conto dei proprietari e per arrivare alla piccola abitazione rurale dove Provenzano abita con la moglie e quattro figli, un maschio e tre femmine, deve attraversare la gola di Ritaro – dove in tempi antichi si andava ad uccellare ma che adesso è spoglia perché i proprietari hanno fatto tagliare tutti i frassini per farne travi  – attraversare i campi coltivati di contrada Palieri, lasciarsi dietro la strada che porta al monte Cocuzzo, scendere per un viottolo dove si incontra una sorgente d’acqua e quindi piegare a destra per il viottolo che arriva alla turra di Lucifero.
- Ohi mà, mamma! – a chiamare sua madre è Arcangela Filippelli, robusta sedicenne di Longobardi. È figlia di Vincenzo e di Domenica Pellegrino, ma fin da bambina vive con la donna che l’ha allattata, Rosanna Bruno – ti volevo dire che devo andare a fare un po’ di legna che l’abbiamo finita
- Stai attenta che c’è fango e si scivola – l’avverte. È domenica 7 febbraio 1869 e da poco è passato mezzogiorno
Arcangela, scalza nonostante sia inverno, si incammina alla volta della turra di Lucifero in compagnia di Chiara Bruno che deve fare legna come lei. Lungo la strada incontrano un altro ragazzo, Giovanni Molinaro, e tutti e tre, ridendo e scherzando arrivano dal guardaboschi, contrattano la legna, e partono verso il punto del bosco che Provenzano gli ha indicato. Con Arcangela, Chiara e Giovanni vanno anche i figli del guardaboschi per aiutarli nel trasporto. Antonio Provenzano è incaricato dal padre di provvedere al taglio della legna ma siccome in casa non hanno una scure adatta, il ragazzo userà quella di Chiara Bruno.
Il posto dove devono tagliare la legna è proprio sul limitare del bosco, dalla parte della piccola valle. Dalla parte opposta, in linea d’aria non saranno che due o trecento metri, abita la famiglia di Francesco Garritano, guardaboschi dei Pellegrini. Francesco è davanti casa e vede, dall’altra parte della valle, un uomo, che riconosce essere Antonio Pellegrino dal modo di vestire e di muoversi, mentre sta tagliando la legna in compagnia di alcune donne che non riconosce; poi entra in casa.
Le fascine sono ormai pronte, Antonio le lega per bene e le donne se le caricano sulla testa, protetta dal tipico cerchio di stoffa. Le sorelle di Antonio si incamminano verso la propria abitazione, mentre Giovanni Molinaro e Arcangela prendono un sentiero più breve ma più ripido che li porterà in paese. L’accordo tra i due ragazzi è che lungo la strada si fermeranno a riunire le pecore che Giovanni custodisce e poi proseguiranno insieme. Fatti pochi metri, Arcangela si accorge che la sua fascina sta cedendo e le cadrà a terra tutta la legna
- Giovà, me la leghi per bene? – chiede all’amico
- Facciamo una cosa – le risponde – io continuo a camminare, raccolgo le pecore e ti aspetto al Punituru. Tu torna indietro e fatti legare la legna da Antonio, così non perdiamo tempo che sta calando anche la nebbia
E così fanno. Arcangela torna sui suoi passi e raggiunge Antonio che sta finendo di legare la sua fascina. La ragazza butta a terra la legna e aspetta che Antonio gliela sistemi per bene.
- Adesso che non c’è nessuno sarai mia! – le dice cercando di abbracciarla
- Ma non dirlo nemmeno per scherzo! – replica lei, respingendolo
- O per si o per forza – insiste
- Muoviti a legarmi la legna che tra poco non si vede niente con questa nebbia – taglia corto Arcangela
Dall’altra parte della valle Francesco Garritano spia dalla finestra. Ormai la nebbia è fitta e non si vede a un palmo dal naso. Tira una boccata dalla pipa e fa per andare a sedersi accanto al fuoco, quando gli sembra di udire delle urla. Apre la porta e tende l’orecchio. Proprio dal posto dove prima ha visto Antonio Pellegrino e le donne intente a tagliare legna, gli arriva l’eco di una voce di donna che implora pietà
- Lasciami, Antonio, non mi ammazzare… Antonio che ti ho fatto? Lasciami
Poi il rumore sordo di alcuni colpi. Di bastone? Di scure? Francesco non sa distinguerli anche perché quei colpi sono accompagnati da lamenti. Dopo qualche secondo non sente più nulla. C’è solo silenzio.
“Sicuramente Antonio ha trovato qualche donna che faceva legna e l’ha picchiata, ma, testa calda com’è, è possibile pure che l’abbia ammazzata!” pensa tra sé e sé.
- Domenica, dammi la scure che vado a vedere cosa è successo – ordina alla figlia, poi, avvoltosi nel mantello e calatosi il cappello sulla fronte, esce e si dirige verso il posto da cui provenivano le grida. A fare la strada a piedi per andare da una parte all’altra della valle, si deve percorrere circa un chilometro e mezzo e lungo il tragitto Francesco Garritano incontra un suo paesano, Nicola Zupi, che sta andando a tagliare un albero per conto del suo padrone e si fa convincere ad accompagnarlo, lasciando stare le grida che ha sentito.
Giovanni Molinaro ha finito di riunire le pecore ed è ormai mezz’ora che sta aspettando Arcangela. È quasi buio e non può tardare oltre, così si avvia verso casa certo che la ragazza stia tornando dalla strada più lunga ma più comoda con i Provenzano.
Quando Rosanna Bruno non vede tornare Arcangela, si preoccupa e va a casa dei genitori e non la trova nemmeno lì. Domenica, la madre, temendo che sia successa una disgrazia, manda il genero a casa dei Provenzano per avere notizie, ma passano le ore e Carlo Coscarella non torna. Domenica decide di andare lei stessa e si fa accompagnare da Antonio Amendola, da Antonio Foco e dai suoi due figli maschi Nicola e Francesco.
In casa dei Provenzano ci sono soltanto il capofamiglia e le figlie, le quali cercano di indurre Domenica a pensare che Arcangela possa essere stata rapita da qualcuno con cui aveva appuntamento, ma Domenica non ci crede perché sa che sua figlia non sarebbe capace di scappare con chicchessia e comincia a sospettare che la ragazza è stata disonorata o, peggio, uccisa. In questo frattempo entra in casa Antonio e Domenica gli chiede che fine ha fatto la figlia
- E che ne so? Quando me ne sono andato l’ho lasciata con Giovanni Molinaro
- Accompagnaci che andiamo a cercarla – gli dicembre
- Ma è notte… dove dobbiamo andare… domani mattina se ne parla…
Domenica non può, ovviamente, aspettare fino al mattino successivo e continua a insistere ma Antonio non cambia atteggiamento finché la donna non lo mette davanti alle sue responsabilità
- Mia figlia era con te e devi rendermi conto di quello che le è potuto succedere. Adesso muoviti e accompagnaci
E finalmente Antonio si decide. Il gruppetto si incammina lungo i tortuosi e ripidi sentieri illuminando la via con una lanterna a petrolio. Camminano molto più del dovuto perché Antonio, con la scusa di non riconoscere la strada, fa fare loro dei giri assurdi. Urlano il nome della ragazza fino a perdere la voce e Domenica comincia seriamente a sospettare che l’uomo sia in qualche modo implicato nella scomparsa della figlia, ma è distrutta dalla fatica e il genero la fa fermare in una casetta rurale per riposare; continueranno lui e gli altri le ricerche. Le ore passano e finalmente il genero di Domenica torna dove l’ha lasciata, ma il suo viso non promette nulla di buono.
- Non l’abbiamo trovata… poi, a un certo punto Antonio ha preso la lanterna e gli si è spenta in mano e senza luce era inutile continuare. Riposeremo un po’ fino all’alba e poi ricominceremo le ricerche
- È meglio tornare in paese e chiedere al sindaco di mandare le guardie a cercare con noi… più siamo e meglio è – consiglia Domenica, e così si decide di fare.
All’alba, un nutrito gruppo di paesani e di guardie comincia a battere i sentieri che da Longobardi portano a Bosco Rosso. Adesso non ci possono essere più scuse. Ogni angolo viene ispezionato. Ad arrivare per prima sul posto dove era stata tagliata la legna è proprio Domenica. Nota qualcosa di strano sulla corteccia di tre alberi. Sembrano graffiature e delle strane macchie scure. Anche il terreno sembra calpestato in modo anomalo. La donna, col cuore in subbuglio, ispeziona per bene tutto intorno e lo sguardo le va su ciò che non avrebbe mai voluto vedere: il cadavere di Arcangela!
È quasi irriconoscibile col volto sfigurato da chissà quanti colpi ricevuti. Nota che ha un orecchio tagliato a metà e manca proprio la metà dove era appeso un orecchino d’oro. Non vede altro perché cade a terra piangendo e abbracciando la sua creatura strappatale in modo così orrendo.
Poco dopo arriva altra gente e le voci di richiamo per fare arrivare le guardie si rincorrono nel bosco. Arcangela viene portata al cimitero in attesa del Vicepretore di Fiumefreddo e del medico che dovrà eseguire l’autopsia.
Sul terreno umido restano evidenti numerose impronte di piedi di donna scalzi e altrettante di piedi calzati con le purcine e molte pozze di sangue. Nel frattempo la voce del ritrovamento si sparge veloce e non c’è una sola persona che non pensi ad Antonio come autore di quella barbarie e le guardie lo mettono in stato di fermo.
Il compito dei dottori Giuseppe Riccio e Carlo Laggio è ingrato ma necessario per capire ciò che è successo ad Arcangela. L’elenco delle ferite è lungo: Il dito indice, il medio e l’anulare presentano una incisione nelle prime falangi, parte superiore, che penetrava fino alla parte ossea, e tutte queste venivano prodotte da un medesimo colpo di scure. Il dito pollice della medesima mano mostra un taglio prodotto da istrumento tagliente nella sua parte interna, e ciò poteva succedere per stringimento che la morta poteva pratticare di qualche arma tagliente, tale ferita penetra pure fino all’osso. Sul capo dell’omero si vede una ferita prodotta da colpo di scure, lunga due pollici, che penetrava tanto da incidere per poco il capo dell’omero sinistro. Ferita lunga sei linee e profonda tre appariva nel terzo superiore dell’omero su cennato, prodotta da istrumento pungente e tagliente a doppio taglio. Altra simile un pollice sotto della stessa, ambedue parte superiore. Ferita di quattro linee di lunghezza e due di profondità nella base della mammella sinistra prodotta da istrumento pungente e tagliente a doppio taglio, parte esterna. Due altre feritelle pur di eguale arma causate a detta medesima mammella sinistra. Altra ferita, pure avvenuta da simile arma, nello spazio tra la quarta e quinta costola a via sinistra larga cinque linee, profonda tre. Altra simile a quest’ultima e da eguale strumento prodotta, vedevasi sulla clavicola sinistra. Nella regione giugulare appariva una ferita prodotta da scure di circa due pollici di lunghezza che penetrava fino alla trachea, la quale era pur essa tagliata nella parte che ad essa corrispondeva e che per poco non incidevasi in tutta la sua estensione e per quella veniva pur tagliata la giugulare arteria. Altra ferita pur di scure era situata nella regione occipitale, ma alquanto a destra. Era lunga un tre pollici, profonda da non toccare per poco l’osso sottostante e lunga un mezzo pollice. L’orecchio destro era orizzontalmente inciso da arma tagliente nel punto dove adattasi il pendedate (?) o fioccaglio che non esisteva. Una ferita prodotta benanco da scure ma vibrata con piena forza si osservava nella mascella superiore a lato sinistro: tagliava l’angolo della bocca, la totale spostezza (?) della mascella, in modo da contarsi la estensione di un tre pollici circa. Lieve lividura al gomito sinistro. Al terzo superiore del femore sinistro eravi un colpo di bipenne lunga due pollici e profonda tre, la qual ferita aveva direzione quasi verticale. Una lieve lesione si scorgeva nel grande labbro sinistro prodotta da corpo contundente ma non duro a parer nostro, in opposto si sarebbero verificate le lacerazioni.
È chiaro, dalle ferite alle mani e alle braccia, che la ragazza si è difesa strenuamente. Ma Arcangela ha subito violenza sessuale? I periti non hanno dubbi in proposito: Il corpo della vagina era libero, in maniera da supporre che essa sia stata anteriormente usata, tantoppiù che le grandi labbra non erano tumefatte, né rosse alla superficie interna, né lacerazioni nelle piccole labbra e neppure liquido bianco si ravvisava scolare dalla vagina, od altro che avesse potuto indicare essere stata deflorata di fresco. No, non c’è stata violenza ma i periti dicono che la povera ragazza non era vergine.
Antonio viene interrogato una prima volta il 9 febbraio e si protesta innocente
- Dopo che le ho fatto la fascina di legna, lei se l’è messa sulla testa e si è allontanata in compagnia di Giovanni Molinaro e non l’ho più vista. Non è vero che si fosse rotta la fascina e che lei sia tornata indietro perché io gliela sistemassi
- Come mai porti una camicia pulita? – gli chiede il Vicepretore – forse perché quella che avevi ieri era sporca di sangue…
- Questa camicia ce l’ho addosso da ieri mattina – risponde
- E come mai porti scarpe una diversa dall’altra? – lo incalza il magistrato, al quale alcuni testimoni hanno già raccontato che Antonio era l’unico del gruppo a portare le scarpe, mentre tutti gli altri erano scalzi
- Mi si era rotta e, invece di cambiarle tutt’e due, ho pensato di usarne una di un paio e una di un altro…
Il giorno dopo il Pretore di Fiumefreddo lo interroga di nuovo e cambia versione
- Ho preparato le fascine per le mie sorelle e per Arcangela e poi si sono incamminate insieme a Giovanni Molinaro, soprannominato Paglione, ma la fascina di Arcangela non era legata bene e mi ha chiesto di sistemargliela e io l’ho sistemata. Intanto le mie sorelle si erano allontanate lungo la stradina che porta a casa nostra, mentre Giovanni si incamminò per un’altra strada, che era la stessa che avrebbe dovuto fare Arcangela. Lei lo raggiunse e proseguirono insieme; io seguii le mie sorelle. Dopo poco ho sentito gridare dalla parte dove erano Giovanni e Arcangela e sono accorso. Lei era già morta e accanto c’era Antonio Garritano con una scure in mano che continuava a tirare colpi; a terra ho visto un coltello a scatto insanguinato. Mi sono piegato per prenderlo ma Garritano è stato più veloce e con un calcio lo ha allontanato. Fu allora che mi disse: Non palesare ciò che hai veduto, chè altrimenti uccido anche te e poi si allontanò. Fu per questo motivo che io non ho detto niente nel primo interrogatorio… ho avuto paura perché Garritano è di indole cattiva…
E adesso questo Antonio Garritano da dove spunta? Molte cose sembrano non quadrare in questa nuova versione che, oltre a smentirsi da sola perché il luogo indicato da Antonio non è quello dove effettivamente è stato commesso l’orrendo delitto, viene smentita anche da diversi testimoni. In ogni caso, può Antonio Garritano essere sospettato di aver ucciso Arcangela? I testimoni interrogati rispondono assolutamente di no: Antonio Garritano di Gaetano è un giovinetto di arretrato sviluppo ed è impensabile ch’egli abbia potuto commettere l’omicidio in persona della Filippelli, la quale era una giovane robusta e non si lasciava certamente sopraffare da uno ch’è ragazzo più per complessione che per anni. Quindi Arcangela non era affatto una ragazza inerme e per essere ammazzata in quel modo ci voleva per forza un uomo molto forte.
Il 12 febbraio Antonio chiede di essere interrogato di nuovo e consegna una memoria scritta al Pretore, nella quale cambia ancora versione: Nel mentre i Reali Carabinieri lo conducevano alle prigioni nel punto denominato Madonna, uno di essi gl’impugnò il revolvero all’orecchio e l’altro lo minacciava con la baionetta alla gola, dicendogli che se lui non avrebbe confessato il fatto, lo avrebbero in quel punto ucciso ed appauritomi del fatto nominai un individuo inabile e vi fu per evitare la morte di che venivo minacciato. Ciò se lo vogliono lo possono contestare gli stessi carabinieri di cui in parola. Cita testimoni a suo discarico e ne ricusa alcuni a suo carico perché parenti della vittima.
Ma ormai le prove, per gli inquirenti, sono tali e tante che si può chiudere l’istruttoria chiedendo il rinvio a giudizio per omicidio volontario commesso allo scopo di assicurarsi l’impunità per altro crimine commesso, cioè il tentato stupro violento e la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello delle Calabrie accoglie la richiesta rinviandolo a giudizio.
Il processo davanti alla Corte di Assise di Cosenza è una battaglia tra la difesa e il Presidente della Corte che, a detta degli avvocati di Antonio, commette numerosi errori di procedura e il 17 maggio 1871, dopo più di due anni dai tragici fatti, la Corte emette la sentenza: pena di morte!
L’avvocato Mariano Campagna non ci sta e presenta subito ricorso alla Corte di Cassazione di Napoli elencando numerose violazioni di legge commesse nel dibattimento e il 19 febbraio 1872, a tre anni dall’orrendo omicidio, la Corte di Cassazione gli da ragione: il processo è da rifare ma presso la Corte d’Assise di Catanzaro.
Quando il 5 agosto l’Ufficiale Giudiziario va nel carcere di Cosenza per notificare la sentenza della Cassazione, si trova nell’impossibilità di farlo: Antonio Provenzano è morto il giorno prima![1]


[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 29 novembre 2015

LA MORTE DEL PORCO





Bernardina Marano ha sedici anni quando viene stuprata dal parroco di Perito, don Michele Gregoraci, e rimane incinta (vedere la storia intitolata CIARDULLO, IL PPRETE E LA RAGAZZA STUPRATA). In paese non si sa niente di quello che è successo ma due donne avvicinano la ragazza per conto del prete per somministrarle degli intrugli abortivi. Passano i mesi e il padre di Bernardina viene richiamato alle armi, non prima di avere pubblicamente schiaffeggiato don Michele. Quando ormai il pancione è impossibile da nascondere, la ragazza racconta tutto alla mamma che decide di denunciare il prete.
Tra le tante voci che cominciano a girare in paese, una viene messa in giro per mezzo di una lettera anonima che, al fine di scagionare il prete, accusa il padre di Bernardina di essere l’autore della violenza (il testo completo di questa lettera è nella storia intitolata PEPPINU U CECATU).
Domenico Marano, il padre della ragazza, viene informato della cosa ma, sapendosi innocente, se la prende con la moglie e la figlia per tutto ciò che sta avvenendo e scrive lettere di fuoco dalla caserma dove presta servizio.


1^ lettera

Carissima ruffiana
Sento quanto mi diti voi non mi collati piu ame che se perlavergine maria e lo riavolo mia iuta ti devo fare fare la molte a te e a quella putana della tua figlia, la molte de porco che la mia rovina sei stata tuni voi lo sapevati delli mesi di giugno questa mia rovina e voi la veti covata che sapevati che io doveva divenire soldato e voi a ve gorere con lo prete; tia dispiaciuto di mi lo dire ame di quello tenpo e mo che ti a dispiaciuto la molte sua poi ti faccio fare la molte a te e a tua figlia pezzo di pottane che sei tu e la tua figlia che mia veti rovinato di moneta e de salute ma non dibitati che se lo riavolo mi fari venire a perito ti fazzo pagare tutti li soldi che speso per cappare la tua figlia e per lo tuo gennero prete pottana che mai rovinato per questo voi non voleti che io venissi piu a casa che voi sapeti le voste broglie, doveva partere e miaveti pieno di pastocie che facie tuni e mo voleti consigli di me io non ni voglio sapere anieti afatto io non sono statto patrone primo e non ni voglio sapere mo chine sono statti li tuoi consiglieri, moni la gente tue tanno poltato voce mie. Voi pregati che io stassi senpre qui como gia stati preganno ma se per la vergine macolata ciarivo mi fazzo pagare tutti li soldi che aviti caciato alli miei figli, mille pago di curtelate mannaia lo corposdomine io mi lavo solo e voi miaveti rovinato per sarvare lo vosto namorato. Subito che ricevi questa speritemi lire 50 cinquanta ana lettera assicorata e fati subito che io mi devo fare li servizi solo e voi mi dati li centinara pe conbegliare li corna che tieni. Subito voglio moneta e di altri affari vila vedeti voi io non ni voglio sapere; solo io so che sono cornuto per amore dello mese di giugno che voi lo sapeti ame mi tenìe per tuo servo senza mi dire nienti per questo io non ni voglio sapere nulla voi avete rigiratola mia casa per mi fare trovare ruvinato. Mo ti la pensi sola como deve fare di me voi capilli, voi aveti lo torto e di me voi li capilli. Lo vostro prete vi consiglia a voi e alla pottana della tua figlia ame non mi contari nienti. La moneta la sperisci a questa direzione
274° battaglione M.T. 1^ Conpagnia Ancona

2^ lettera

Macerata 19 febbraio 1917
Carissima schifosa aveti veduto le tue menzonie como sieti venute inpanno aveti veduta la lettera che mia scritto la vostra sorella questa e la verita no la tua mo che questo che voi non aveti curato ame e via dispiaciuto la molte delli prete e raviti (ed avete nda) pregato tanto che io avissi partuto subito per ti curare la tua figlia sola e per levitare la molte allo tuo amoroso prete e non aveti corato ame dunque quando e questo che voi aveti pregato tanto perri andare io alla molte senza fare nessuno male e quello che tia fatto delli male lo voliati vedere passara  sempre vicino avoi basta mo che voi ciavete questa passione con lui voi e la tua figlia vicinna dati (ve ne andate nda) con lui e non stati piu dentro la mia casa che io per voi e la tua figlia sono molto che coragio infame che aveti avuto e ancore stati dentro li mia mura e bi mangiati li miei sodore ia gia ca ci mimuoro e sono sicuro ma se lavergine maria e lo riavolo mi Aiuta e mi ne fa ri venire la molte che aveti risparmiato allo tuo gennero la doviti di fare voi non dubitati e meglio per voi se vinnandati con lui voi coragio non naveti ciandati a cosenza per ci fare la spasiata insiemi e a fatto bene che tia minato ci vori (vi vuole nda) questo per la tua facie basta voi vi la regolati che strata doviti pigliare che comme non cifati piu quann mi aveti perduto lo mio rispetto io lo perduto puro per voi e la tua figlia e li figli che apartenano ame le dai alla mia madre e puro ci dai la ciave della mia casa e voi andati dove vi pare e piace seno io scrivo alli sindaco e alli carbinieri e ti facio caciare o che puro minne scappo e meglio basta fatemi sapere como vi regolati che poi io mi regolo como devo fare non altro che dire ma no tengo tanto che dire non tego tenpo saluto li miei tre figli e mi fermo lo suo padre Marano Domenico
La mia e questa soldato
Marano Domenico
12° Reggimento fanteria
6° conpagnia F
Caserma ricovero
Macerata marche

Mi fai sapere pure se la vocato tia fatto vedere la lettera che io cio mandato che mi laveva fatta la tua schifosa sorella ma como dice essa a ragione che la corpa e tua basta voi fatemi sapere cio che io tio spegato a questa lettera e cio che tia detto lavocato che poi penso io como devo fare



3^ lettera

Carissima schifosa cosa voi sapere piu di me voleti sapere se mi sono spunti li corna che miaveti fatto ame mi laveti fatti ma non dubitati che si resto vivo vi lo facio piancere a voi tutte due cio che aveti fatto ame se poi ci nuoro vi fricati voi e lo porco di gristo e meglio che non mi scriviti piu che puro che resto vivo di qui alla casa non mi ce vedeti piu fatevi un conto che sono molto per voi e non ni voglio sapere piu ne di voi ne delli figli faciteli canpare delli tuo gennero che ciaveti sarvato la vita goritevi (godete nda) con lui che sperenza aveti piu di me che con li corna che mi aveti fatto venire aveti avuto lo barbaro coragio a venire alla guerra amorire senza sapere nienti putane schifose e aveti lo coragio acore di essere canpate di me ancore sieti veramente pottane spaciate (sfacciate nda) e con quale coragio vi fati vedere vicino ame schifose e questa sara lurtima e non voleti sapere piu di me se la rescio mi ci la vedo io como devo fare e non dubitati che vaio (vi debbo nda) di fare morire apoco apoco se mi riesce e non mi scriviti piu che di dove vaio (vado nda) non ti rispondo afatto
O finito la carta per voi

Dopo che Bernardina, sua madre, sua nonna e sua zia uccisero don Michele, gli inquirenti ritennero che fossero state proprio queste lettere a spingerle alla vendetta.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 27 novembre 2015

I VITELLONI E LA RAGAZZA TERRIBILE





Il 26 novembre 1936 è una bella giornata. Tre amici, Francesco Caruso, 26 anni ragioniere, Carmine Cinerari, 38 anni maître al Circolo degli Impiegati, ed Eduardo Donati, 29 anni commerciante, decidono di fare una passeggiata in automobile. È da poco passata l’ora di pranzo quando salgono nella Balilla nera presa a noleggio. Scorrazzano senza una meta precisa dalle parti di via Panebianco quando incontrano una donna che fa loro segno di fermarsi.
La conoscono, si tratta di Maria Fumelio, quarantatreenne prostituta di Torano Castello che esercita, però, a Cosenza. È una di quelle che definiscono una prostituta domestica perché esercita il mestiere abusivamente in casa e non chiusa in uno dei tanti bordelli autorizzati della città. Ormai è un po’ sfiorita e per arrotondare gli ormai miseri guadagni vende uova e pollame, ma non disdegna di procurare ragazze a uomini che possono spendere bene.
- Buongiorno alle signorie vostre – li saluta senza nascondere una vena ironica – mi fate salire?
- Marì, oggi non è cosa… ti sei guardata? – la sfotte uno dei tre.
- Ma che avete capito? Non vi ho fermati per quello… è che devo ritirare delle uova e quattro galline a Torano e pensavo che voi…
- Tu devi essere pazza! – le fa Eduardo – secondo te noi dovremmo accompagnarti? E che ci dai in cambio?
- E che ci da? Solo una cosa ci può dare! – dice Francesco, suscitando l’ilarità degli altri due.
- Ma il problema, per lei, è che noi quella cosa non la vogliamo perché è sfatta! – rincara la dose Carmine, e giù altre risate.
- Intanto, sfatta o non sfatta, il biscotto ce lo avete inzuppato parecchie volte – risponde Maria, ridendo anche lei. Poi, facendosi seria, continua – invece una cosa fresca fresca per voi ce l’avrei… a Torano, però…
- Ci prendi per il culo. Noi ti accompagniamo e poi non c’è niente!
- E poi che ti dobbiamo fare?
I tre la incalzano scherzando. Non credono a una sola parola di quello che Maria gli sta dicendo.
- Allora facciamo così – insiste la donna – voi mi accompagnate, io vi porto nel posto che so e, mentre voi fate i vostri comodi, io sbrigo le mie faccende. Se vi ho detto la verità mi date due lire, altrimenti vi faccio mangiare e bere a spese mie e vi pago pure la benzina del viaggio. Vi va bene?
I tre amici si guardano indecisi, poi a Francesco viene la trovata giusta:
- Ma si, accompagniamola, tanto non abbiamo un cazzo da fare. Male che va mangiamo e beviamo gratis. Ma attenzione – continua rivolgendosi a Maria – se non ci fai mangiare rompiamo il culo a te e alle galline!
- Bravo! Andiamo! – dicono gli altri due all’unisono, e così la combriccola si mette in marcia verso Torano Castello.
Arrivati in paese si fermano a comprare qualcosa da mangiare il cui costo, i tre, fanno anticipare a Maria che, fatti gli acquisti, li porta davanti a una casa in fondo a una stradina, un po’ discosta dalle altre abitazioni.
- Aspettatemi un secondo, vado e torno – dice loro scendendo dall’automobile. Non passano nemmeno cinque minuti che Maria si affaccia dall’uscio della casa e fa segno di entrare. I tre amici scendono dalla macchina, chiamano un ragazzino che, dall’altra parte della strada, sta osservando la macchina con gli occhi sgranati, gli regalano qualche spicciolo e gli dicono di fare la guardia per non fare avvicinare nessuno all’automobile. Poi entrano.
Nella stanza ormai in penombra perché il sole è quasi tutto dietro le montagne, trovano, oltre a Maria, due donne: una che sembra più vecchia della loro compagna e una ragazzina molto ben fatta sotto i suoi stracci e suscita subito l’eccitazione dei tre.
- Lei è Carmelina – fa Maria indicando la ragazza – ha quindici anni… e lei è la madre.
Carmelina De Mari è davvero una bella ragazza, è spigliata e sa già come va la vita. La madre l’ha già venduta a un siciliano che in paese chiamano Cilardo e, dopo di lui, a chiunque avesse bussato alla sua porta. Ha anche un pretendente, Cicco Basile, che la ama nonostante tutto.
La madre, Filomena Cosentino, ha quasi quarant’anni ed è rimasta vedova poco dopo la nascita di Carmelina, quando era detenuta per avere abbandonato il suo primo figlio. La vita l’ha sempre stentata e ora che ha anche un amante più giovane di lei, partito volontario in Abissinia, vorrebbe, attraverso il commercio della figlia, concedersi una vecchiaia più tranquilla.
Maria chiama in disparte don Ciccio, Francesco Caruso,  e gli dice papale papale che se vogliono la ragazza devono pagare cento lire e i tre accettano senza battere ciglio, solo chiedono che gli venga preparato il cibo che è stato acquistato. Il clima della compagnia diventa subito molto conviviale e intimo. Barzellette, battute e strusciatine si susseguono senza sosta mentre le donne preparano da mangiare.
Fuori dalla casa il ragazzino messo di guardia alla macchina gioca con le due monetine che gli uomini gli hanno regalato e non si accorge che, dal fondo della strada, due carabinieri di pattuglia nel paese stanno sopraggiungendo, incuriositi dalla insolita presenza dell’automobile forestiera.
- Che stai facendo qua? Chi ti ha dato quei soldi? Li hai rubati nella macchina? Di chi è la macchina? – lo tempesta bruscamente uno dei due carabinieri.
- No… brigadiè… non li ho rubati… me li ha dati il pa… padrone della macchina per gua… guardargliela – balbetta.
- E dove sarebbe andato questo padrone?
- Ve… veramente sono tre… so… sono andati a casa di Fi… Filomena – risponde indicando la casetta dall’altra parte della strada.
- Sparisci! – gli intimano i carabinieri, mentre si preparano a fare irruzione nella casa. Le voci di quello che accade in quella casa sono arrivate anche in caserma e adesso hanno l’occasione di mettere i ferri a qualcuno.
Si avvicinano e sentono grasse risate che accompagnano battute oscene. Quando sono davanti all’uscio non c’è bisogno né di bussare, né, tanto meno, di sfondarlo perché è appena accostato. Le risate si strozzano in gola e un silenzio imbarazzato cala sulla compagnia.
I carabinieri identificano tutti e poi, lasciati andare i cosentini, arrestano la madre e la ruffiana perché Carmelina racconta che Maria le ha proposto di prostituirsi con i tre e la madre era d’accordo, ma che ha rifiutato perché non è una puttana. E le credono.
- È juta bbona – fa Ciccio Caruso mettendo in moto la Balilla.
- Speriamo… speriamo che al brigadiere non venga in mente di portare avanti la cosa se no ci chiamano in Tribunale – osserva saggiamente Eduardo Donati
- Per adesso vai a tutta velocità! Si torna in città! Che ne dite se ci andiamo a mangiare uno spaghettino aglio e oglio a Quattromiglia? – propone Carmine Cinerari
- No… io me ne torno a casa…
- Pure io…
Intanto a Torano i carabinieri hanno già provveduto a portare le due donne nel carcere di Montalto e Carmelina è libera di gestire la propria vita come meglio crede. E crede bene di continuare a fare ciò che faceva prima, intensificando l’attività dato che adesso può tenere tutto per sé.
La notizia di quanto è avvenuto corre per mare e per terra e arriva anche in Africa a Giuseppe Guagliano, l’amante di Filomena, che, tornato in licenza,  incarica un cugino, che è anche il genero della donna, di scrivere per lei un biglietto di fuoco col quale le comunica che la lascia a causa delle sue malefatte:
Carissima Amante ti agurio il santo natale e mi trovo a licenza di tre mesi e non ti ho trovato nella casa dove ti ò lasciato e ti trovi in carciro per tante porcherie che tu ai fatto con la tua figlia carmilina tanto che il vicinanzo si chiama vico sporco santa lucia e tua figlia à lasciato a Cicco Basile e ne cambia uno al giorno e la notte ci fanno la spia e fa tante porcherie con le persone che poi li conoscirai quando esci dal carciro ò saputo che tu avevi venduto a tua figlia Carmilina a un farabutto siciliano chiamato cilardo ammogliato con cinque figli per qualche piatto di mangiare e la moglie di cilardo ti à fatto arristare ed à fatto bene che tu sei stata la rovina di tua figlia Carmilina; ho saputo che tu volevi vendere a tua figlia a tre persone di Cosenza per lire duecento se ti piace me la compro io per lire trecento e la porto con me nella Abissinia e poi la vendo ai bissinesi e ti dono una buona somma di denaro ti faccio sapere che tuo genero sabocca sta morendo per cinque cortellate, che gli à dato Notaianno luberto che va scappando e non lo possono prendere i carabinieri; se tengo tempo ti verrò a trovare con il mio cugino Armando ma io pirò non ti voglio più perché non sei stata fedele; ti saluto tuo Amante Giuseppe Guagliano.
Eduardo Donati è stato facile profeta. La causa va avanti e i tre sono costretti a sfilare davanti ai giudici per spergiurare che non avevano la benché minima idea di scopare con la ragazzina. Gli andrà bene. Maria e Filomena se la caveranno con poco, sanno come va il mondo e una piccola condanna ci può stare.
Cicco Basile, il pretendente di Carmelina, ha la testa dura e non si arrende. Dopo che Carmelina gli ha detto di non farsi più vedere perché ha grandi progetti per il futuro, per tutta risposta si piazza in casa della ragazza e, insistendo giorno dopo giorno con le buone ma anche con le cattive, la convince a smetterla con quella vita e a mettersi con lui e, per evitare che continui il viavai dei clienti che ancora non sono informati della chiusura dell’attività, non esita a sparare contro i più ostinati.
Carmelina è salva e l’amore vince![1]


[1] ASCS, Processi Penali.