lunedì 28 marzo 2016

QUEL VECCHIO DEPRAVATO


Sembra una notte tranquilla quella del 27 giugno 1909 in casa di Giuseppe Bevacqua. Nell’unica stanza da letto del fabbricato rurale posta in contrada Petrarizzi, nei dintorni di Maione, stanno dormendo, in tre letti separati, il quarantottenne capofamiglia in quello a sinistra di chi entra, le due figlie più grandi Bernardina di 14 anni e Angela di 12, insieme alla ventenne Maria Bevacqua – fidanzata del loro fratello maggiore Carmine – in quello sulla destra e le quattro bambine più piccole nel lettino di fronte alla porta.
Mancano da casa, la notte del 27 giugno, Francesca Gigliotti, trentasettenne moglie di Giuseppe, la quale è andata dal suo amante a Motta Santa Lucia, e i due figli maschi Carmine di 18 anni, che è andato alla fiera di Nicastro e Antonio di 16 che preferisce dormire a casa di amici.
All’improvviso, verso le due, una specie di rantolo, come se qualcuno stesse vomitando, turba la tranquillità della casa
- Svegliatevi che vostro padre si vomita – dice Maria Bevacqua alle due ragazze scuotendole, poi si alza guidata dalla fioca luce che emette quello che resta della brace nel focolare, la ravviva soffiandoci sopra e accende un lumino. Le tre ragazze guardano verso il letto dove dorme Giuseppe per vedere come sta, ma ciò che vedono le fa urlare di terrore: il loro padre e suocero, completamente nudo, sanguina abbondantemente da due vaste ferite, una alle spalle e una alla gola. Lo chiamano ma non può rispondere: è morto.
Le tre ragazze, terrorizzate, urlano a squarciagola per richiamare l’attenzione delle famiglie che abitano nelle vicinanze ma nessuno risponde. Maria apre la porta di casa, esce sullo sconquassato ballatoio di legno e continua a urlare più forte che può ma inutilmente. Tutte quelle grida svegliano le bambine più piccole che cominciano a piangere e così Maria, quella che mantiene i nervi più saldi, ordina a tutti di uscire di casa e di andare a rifugiarsi da Domenico Aiello.
- Ho sentito un grido soffocato venire dal letto di mio padre – Maria Bevacqua così chiama il futuro suocero – seguito da un fruscio di vestiti e dal rumore di qualcuno che stava uscendo dalla porta che lui lasciava sempre aperta per sentire gli animali… poi mi sono alzata e…
Alle prime luci dell’alba, finalmente, arrivano gli altri vicini a vedere cosa è accaduto. Durante la notte non si erano preoccupati perché abituati a sentire le urla della moglie di Giuseppe per le continue liti familiari. Ma ora è diverso, ora c’è scappato il morto!
I Carabinieri e il Pretore di Grimaldi arrivano verso le dieci di mattina e cominciano a indagare. Arrivano, a breve distanza l’una dall’altro, anche la moglie e il figlio maggiore di Giuseppe. I Carabinieri già hanno saputo delle liti tra i coniugi e si insospettiscono quando sanno che la moglie, partendo, aveva detto che sarebbe tornata il venerdì mentre è tornata un giorno prima. Perché? È ovvio che questa circostanza la faccia mettere in cima alla lista dei sospettati. E se è sospettata Francesca Gigliotti, è evidente che debba essere sospettato anche il suo amante, Giuseppe Chirillo. Ma i testimoni interrogati giurano che Giuseppe aveva qualche altro nemico e che bisogna indagare anche su di questi.
C’è un certo Gennaro Floro, bovaro, che aveva gravi motivi di risentimento nei confronti della vittima perché pochi mesi prima gli aveva messa incinta la figlia
- Mia figlia era stata precedentemente violentata da un certo Antonio Aiello e io, allora come ora, ho sopportato l’onta al mio onore. Quando Giuseppe Bevacqua mise incinta mia figlia i miei rapporti con lui si sono interrotti, mentre col resto della sua famiglia i rapporti sono buoni anche perché deploravano la condotta del padre. Sono un uomo solo e non scacciavo di casa mia figlia soltanto per necessità… non mi sono mai sognato di vendicarmi anche se qualche volta, litigando con lui, ho usato delle parole anche minacciose… – poi racconta ciò che ha sentito quella mattina presto – stamattina sono andato a vedere ma non ho avuto il coraggio di entrare a casa e me ne sono andato. Sono ritornato poco dopo e ho trovato il figlio piccolo, Antonio, che, quasi indifferente, faceva uscire le vacche dalla stalla e diceva: La ‘Ncina deve pagarlo… signor Giudice, dovete sapere che con quel nome chiamano Maria Bevacqua…
Già, Maria Bevacqua, la ventenne fidanzata di Carmine. Gli inquirenti scoprono molte cose su di lei e sulla sua presenza in casa del morto. Maria è di Motta Santa Lucia, al confine tra le province di Cosenza e Catanzaro, e dello stesso paese è la famiglia di Giuseppe che, seppur portando lo stesso cognome, non è imparentata con quella della ragazza. Un anno e mezzo prima, Carmine, allora poco più che sedicenne, si invaghisce di Maria, di quasi due anni più grande, e prega i genitori di aiutarlo a sposarla, ma i genitori della ragazza si oppongono e Giuseppe, per accontentare il figlio, ne organizza il rapimento e la portano nella casa colonica dove abitano, che dista solo pochi chilometri da Motta. I mesi passano ma Giuseppe e la moglie non si decidono ancora ad andare a parlare con il padre di Maria per riparare col matrimonio al rapimento. Perché? Presto detto
- Le intenzioni dell’ucciso Bevacqua verso la giovine Maria Bevacqua non erano buone essendomi accorto sia dalle premure troppo sollecite che il Bevacqua stesso rivolgeva alla Maria e sia anche perché l’ucciso diverse volte mi disse che per la Maria ci pensava lui solo e che essa non aveva nulla da temere. Una volta mi trovai presente a Pitrarizzi quando il Bevacqua stando vicino alla Maria la carezzava e la toccava in ogni parte, al che la giovinetta non opponeva resistenza – dice Arcangela Mendicino.
- Ho notato un contegno troppo attaccato alla Bevacqua Maria la quale conviveva in sua casa. spesso sorprendevo il Bevacqua a palpeggiare la Maria, la quale secondo lui doveva essere la padroncina della casa sua – racconta Rosa De Caro
- Mio marito viveva tenero della Bevacqua alla quale secondava ogni desiderio e ciò contrastava con l’abbandono in cui lasciò sempre la mia persona. Non so perché ciò facesse ma la gente diceva che avesse delle intenzioni non legittime verso la Bevacqua stessa – dice la vedova
Quindi Giuseppe Bevacqua era un uomo che si dava da fare con le ragazze.
Gli inquirenti, acquisite molte testimonianze che raccontano dei dissapori esistenti tra la vittima e l’amante della moglie, non solo per via della relazione adulterina ma anche per una vecchia storia relativa a una falsa testimonianza resa da Giuseppe ai danni del padre di Chirillo durante il processo che lo vedeva imputato, e poi condannato per omicidio, concentrano la propria attenzione sulla pista che porta alla famiglia di Maria Bevacqua perché, oltre alle premurose attenzioni che Giuseppe riservava alla ragazza, è spuntata un’altra circostanza molto significativa: il categorico rifiuto di Giuseppe a concedere il benestare alle nozze tra Carmine e Maria è seguito dall’inizio delle trattative con la famiglia di Caterina Villella per arrivare alle nozze tra questa e Carmine. Ovviamente la famiglia di Maria non prende molto bene questa notizia e i sospetti si addensano anche su Vincenzo Bevacqua, padre della ragazza
- Un giorno del mese di aprile, mentre io ero col Bevacqua a costruire un ponte sul Savuto, vennero il padre ed il cognato della ‘Ncina e fecero premure perché avesse indotto il figlio a sposare costei. Il Bevacqua, non curante, rispose che a lui non importava e che non avrebbe mai dato il consenso al figlio – racconta Gennaro Floro
- Il 14 giugno andai a Motta Santa Lucia in occasione della festa di S. Antonio e là ebbi occasione di incontrarmi con Saveria Bevacqua, madre di Maria Bevacqua, la quale mi diceva se io potevo interpormi per far fare il matrimonio tra la suddetta sua figliuola e Carmine Bevacqua. Io le risposi che non volevo aver che fare col padre di costui, il quale era una persona che non troppo era trattabile e che d’altra parte lo stesso andava dicendo che la Maria doveva stare sotto la sua coscia. La Bevacqua Saveria insistette ancora col dire che i figli dall’America avevano scritto che oltre la dotazione di mille lire per la loro sorella, loro erano disposti di pagare anche il viaggio per gli sposi se costoro volessero emigrare. Mi aggiunse anche che la condotta del padre di Carmine Bevacqua era stata troppo cattiva a loro riguardo e che magari per toglierselo di torno avrebbero regalato cento lire a chiunque l’avesse ucciso pur di non fare compromettere i suoi figli. – poi Felice D’Amore aggiunge – Io mi sono trovato qualche volta in contrada Petrarizzi ed ho notato che l’ucciso Bevacqua anche alla mia presenza faceva degli atti poco onesti alla Maria Bevacqua mettendole le mani in parti del corpo pudiche e Maria lo tollerava forse pensando che in questa sola maniera avrebbe potuto ingraziarselo per farla sposare col figliuolo Carmine
E se davvero i fratelli di Maria fossero tornati clandestinamente dall’America e avessero ucciso Giuseppe Bevacqua? Si indaga anche su questo ma non si riesce a venirne a capo.
Intanto, per non sbagliare, il Giudice fa arrestare tutti i sospettati e si resta in attesa che qualcuno faccia un passo falso, cosa che non avviene.
Succede, però, che Maria in uno dei tanti interrogatori a cui è sottoposta, faccia delle dichiarazioni sconvolgenti
- Sono stata io a uccidere Giuseppe Bevacqua mentre dormiva. Quella sera in casa non c’erano né la moglie e né i figli maschi. Dopo mangiato ho fatto coricare le bambine e mi sono messa a rammendare dei panni. Lui è uscito fuori la porta e ci è rimasto un poco poi, quando era sicuro che le figlie si erano addormentate, è rientrato, mi è venuto dietro afferrandomi per le spalle con un braccio e tappandomi la bocca con l’altra, poi mi ha trascinato sul suo letto e ha abusato di me. Quando ha finito mi ha lasciato andare e io, per non far accorgere di niente le bambine sono stata zitta e mi sono coricata come al solito con Bernardina e Angela. Lui si è addormentato subito perché l’ho sentito russare e io, riflettuta la triste posizione in cui ormai mi trovavo per opera di quel vecchio depravato, pensai di vendicare il mio onore e quello della mia famiglia. Mi alzai dal letto, accesi un lumino, presi la sua accetta, mi avvicinai a lui che dormiva rivolto con la faccia verso il muro e lo colpii con tutte la mie forze alle spalle. Egli ebbe la forza di gridare una o due volte e si rivoltò un poco. Io assecondai il colpo al collo e con questo colpo il manico dell’accetta si spezzò. Accertatami che il Bevacqua fosse morto, pulii e lavai l’accetta nella pozza di acqua che c’è fuori casa e la rimisi a posto sulla tavola dove solitamente teniamo il pane, poi svegliai le bambine e le feci uscire mettendomi a gridare per richiamare gente ma siccome non venne nessuno, andai con le bambine a casa di Domenico Aiello. Sono stata spinta al triste passo dalle continue ed insistenti richieste oscene del Bevacqua ed anche perché, stando in casa del Bevacqua da ormai quattordici mesi come moglie del figlio Carmine, attirata dalla promessa che costui mi avrebbe sposata, mi accorsi che avevano intavolato trattative di matrimonio con il padre di Caterina Villella per farla sposare al mio fidanzato. Questa era una manovra di Giuseppe Bevacqua il quale pensava che in questa sola maniera egli avrebbe potuto godermi a suo agio. Giuro di aver fatto tutto da sola e nessuno mi ha indotto a uccidere
Su quest’ultimo punto il giudice vuole vederci chiaro perché non è convinto che sia tutta farina del sacco di Maria. Ma chi può averla aiutata o indotta a fare ciò che ha fatto? Forse Gennaro Floro per vendicarsi dell’offesa fatta alla figlia? O forse la moglie di Giuseppe per stare in pace col suo amante. E perché non l’amante Giuseppe Chirillo che avrebbe raggiunto il duplice scopo di godersi Francesca e di vendicare la condanna per omicidio subita dal padre con la falsa testimonianza di Giuseppe? E la famiglia di Maria non avrebbe avuto tutte le ragioni per vendicarsi e armarle la mano?
Ma per quante indagini si facciano non si riesce a trovare prove contro nessuno e la Procura del re è costretta a chiedere il proscioglimento per tutti gli imputati, tranne Maria Bevacqua per la quale viene chiesto e ottenuto il rinvio a Giudizio con l’accusa di omicidio premeditato. È il 28 dicembre 1906.
Maria, in attesa di giudizio viene trasferita nel carcere di Messina ma è fortunata. Le vengono assegnati come difensori d’ufficio due dei migliori avvocati del foro cosentino: Ernesto Fagiani e Nicola Serra, i quali hanno buon gioco a basare la difesa sulla personalità della vittima e sull’onore calpestato di Maria e della sua famiglia. L’otto ottobre 1907 la giuria della Corte d’Assise di Cosenza la manda assolta dall’accusa e il Presidente della Corte ne dispone l’immediata scarcerazione. [1]





[1] ASCS, Processi penali.

domenica 27 marzo 2016

QUATTROCENTOMILA!


400.000 contatti in 408 giorni - in media 980 al giorno - sono numeri che fanno tremare le gambe, specialmente se si pensa che facciamo tutto senza sfruttare nessun canale pubblicitario, se non il passaparola tra i nostri lettori, sparsi ormai in tutti e cinque continenti in numero molto significativo (circa 45.000 contatti dall'estero).
Ma questo, per noi, è solo un traguardo intermedio perché siamo sicuri di poter migliorare e crescere ancora offrendovi storie sempre più appassionanti.
Un grazie di cuore da (in ordine strettamente alfabetico) Cinzia Altomare, Francesco Caravetta, Matteo Dalena e Orietta Giulianelli

TU SEI NESSUNO di Cinzia Altomare


Francesco Giordano piangeva a piene lacrime, seduto di traverso sulla sedia davanti al tavolo del notaio. Non riusciva proprio a trattenersi. Una mano teneva il capo e l’altra tormentava un fazzoletto ormai inzuppato.
Il notaio, Vincenzo di Macchia amico da sempre di Francesco, aveva aperto la porta all’amico che entrando lo aveva travolto senza salutarlo e si era andato a sedere senza aprire bocca:
- Francì nu bicchieri d’acqua …
- No e chi mi ni fazzu…
- Ma chi si vinutu a fare. Cuntami…
Vincenzo gli stava attorno inerme, non sapendo cosa fare. Non vedeva da tempo l’amico e ora se lo vedeva piombare piangente a casa, senza bagagli, senza nient’altro che lacrime. Attendeva spiegazioni e guardava l’amico.
Francesco si era asciugato le ultime lacrime e faceva segno all’amico di sedersi per scrivere.
- Che mi vuoi dire che devo fare il notaio o l’amico, che sei venuto a fare?
- Non hai saputo niente della scomparsa di Caterinella mia?!
- No, veramente non so nulla , che cosa è successo?
- Ma certo come fanno ad arrivare qui le notizie di Aiello? Allora siediti che oggi devi essere il mio notaio.
Francesco Giordano, commerciante di stoffe ad Aiello, aveva sposato ormai cinquantino una giovane e bella donna, Caterina; credeva di avere finalmente trovato la pace. Dopo una vita di sacrificio poteva vantare una vita dignitosamente agiata e il coronamento d’amore, anche se non più fresco giovanotto. Da poco aveva sposato Caterina che era figlia di umili contadini, ma graziosa e timida. Vivevano ad Aiello Calabro in una casa un po’ fuori dal paese e la vita si svolgeva senza novità, ma neanche problemi, era il 1544 e ad Aiello il signorotto era  Don Antonio Siscar, signore e conte di Aiello.
Antonio Siscar era un vile riccastro che avendo soddisfatto tutte le sue manie governando sregolatamente e su di lui tante erano le voci strane.
Francesco iniziò così a raccontare:
-Ero andato al mercato di Cetraro, dovevo acquistare delle stoffe e avevo lasciato Caterina sola. Al mio ritorno non ho trovato nessuno a casa e solo facendo domande a vicini ho capito che era sta portata con la forza dalle guardie di Siscar al castello…
- Che, mi dici, ma che avete commesso, qualche illegalità… Lo interruppe Vincenzo.
- No … Nuove lacrime iniziarono a sgorgare dagli occhi di Francesco.
- Scusa …Continua amico mio.
- Si, poi ho scoperto tutto… mi ha raccontato tutto la servetta della signora, Maria, che è una mia mezza parente e …mi ha raccontato tutto… io devo denunciare tutto… altrimenti ammazzo io qualcuno.
Ora si era alzato e camminava freneticamente nella stanza avanti indietro. Ad un certo punto aveva preso un coltellaccio poggiato su un tagliere e lo agitava per aria. 
- Calmati e continua.
Il notaio si era alzato dietro a lui per prendergli il coltello
- In pratica Caterina è stata portata a Castello perché Siscar voleva avere rapporti intimi con lei, ma lei si è rifiutata e a quanto pare quel pisciaturo si è eccitato e allora si è inventato un gioco… il mostro ha chiamato i suoi servitori e gli ha ordinato di stuprarla. Tutti, capito? Tutti… davanti i suoi occhi.
- Che dici !!?? Ma è un abominio… non è possibile, ma sei sicuro?
- Si sono sicuro, Maria ha sentito tutto… era presente mentre sono stati chiamati i servitori e uno di loro poi le ha riferito tutto. Insomma poi dopo avere assistito l’ha voluta lui e poi... poi per non farla parlare... me l’ha ammazzata. Capisci? Ha ammazzato Caterina!
Era crollato di nuovo. Questa volta si era afflosciato a terra tutto piegato su se stesso e le lacrime gli bagnavano le gambe. Le braccia a penzoloni non avevano la forza di asciugare il viso.
Vincenzo era crollato anche lui sulla sua sedia notarile, sentiva un conato di vomito venirgli dalle viscere, non sapeva cosa dovesse fare, cosa dovesse dire, era incapace di pensare e vedere quel poveraccio ridotto uno straccio per una cosa così grave lo aveva atterrito.
Rimasero in questo stato, lontani e vicini, nella stessa stanza, senza dire nulla per un’ora e poi Vincenzo iniziò a scrivere sul suo protocollo la denuncia. Francesco, sdraiato a terra, si lamentava a tratti.
- Ho scritto tutto… ma non ti prometto nulla. Questo è potente e tu sei nessuno. Questo paga e il giudice gli da ragione… calunnie e solo calunnie a suo nome.       
Profezia o realtà dei fatti, la denuncia rimarrà uno sfogo nel registro notarile.[1]





[1] ASCS, Atti Notarili.

venerdì 25 marzo 2016

PAGLIACCIO



È il quattro marzo 1865, Annibale Caruso soprannominato Cucinato, Francesco Leonetti e Vincenzo Cicirelli stanno lavorando alla fontana Canalicchio quando li sorprende un temporale e si rifugiano nella vicina casa di Francesco Leonetti, posta al limitare dell’abitato di Montalto Uffugo e ne approfittano per fare una partita a carte e bere un bicchiere di vino. Ad un certo punto arriva anche Gaetano Scavello il quale, mentre beve del vino con gli amici, se ne sta dietro i vetri della finestra che guarda verso un sentiero di campagna, come se aspettasse di veder passare qualcuno. E, in effetti, qualcuno passa. Sono un ragazzino e una donna che si dirigono lungo la stradina verso una casa di campagna poco distante. Scavello riconosce tutti e due e ha come un moto di stizza del quale, tuttavia, nessuno dei presenti si accorge.
- Venite con me – dice agli amici – vi devo fare vedere una cosa – gli amici gli rispondono che non vogliono uscire ma Gaetano insiste e li convince a seguirlo. Vanno, seguendo la strada che il ragazzino e la donna hanno fatto, verso la casa colonica che sorge in contrada Fontana del Monaco e vedono i due entrare nella casa e restarci solo pochi minuti. Quando il ragazzino e la donna escono prendendo strade diverse, Scavello blocca il giovanetto agitando in mano una specie di frustino fatto con un virgulto di gelso 
- Che ci sei andato a fare in quella casa con la donna? – gli chiede con fare sprezzante
- Niente… così… sono andato per raccogliere un poco di malva pel mio padrone… – gli risponde Pasquale Esposito
- Cosa ci sei andato a fare? – insiste – hai portato qualche imbasciata per conto di qualcuno?
- Non sono fatti che ti riguardano
- Lo vedremo se mi riguardano! Dì ai tuoi padroni che se io una volta sono stato causa di farli andare nella corte, ora li farò andare nella fossa! – sbotta Gaetano dando un paio di colpi col gelso sulla testa del ragazzino
- Non ti preoccupare che per questo te la vedrai con i miei padroni, vigliacco e pagliaccio – gli promette il ragazzino dandosi alla fuga per evitare guai più seri.
Infatti, tornato a casa, il ragazzino racconta tutto ai suoi padroni, i fratelli Luigi e Giovanni D’Alessandro, i quali non perdono tempo e vanno a cercare Gaetano Scavello. Si sentono offesi e vogliono vendicarsi. Girano per le strade del paese finchè non lo trovano e lo affrontano parandoglisi davanti
- Com’è questa storia? Come ti sei permesso di battere il nostro servo? – gli fa Luigi brandendo uno staffile
- Non gli avete insegnato come comportarsi – risponde Gaetano
Giovanni si sente ancora più offeso dalla risposta e, senza dire una parola, molla due ceffoni all’avversario, mentre Luigi sta per colpirlo con lo staffile. Gaetano sa che sta per essere gonfiato di botte e indietraggia, raccoglie da terra un sasso e lo scaglia verso i fratelli D’Alessandro senza colpirli, poi scappa. Luigi e Giovanni tirano fuori dalle tasche uno stiletto e un trincetto da calzolaio e lo inseguono ma non riescono a raggiungerlo
- Non importa, non ci sei incappato adesso c’incapperai certamente appresso, dimani, dopo dimani, quando potrà succedere… – promette Giovanni, poi i due tornano alle proprie attività: Luigi nella sua bottega di calzolaio, Giovanni nella sua caffetteria.
La sera del giorno dopo, domenica 5 marzo, nel teatro mobile sistemato nello spiazzo antistante San Domenico c’è una rappresentazione teatrale e molti del paese vanno a vederla. I fratelli D’Alessandro hanno saputo che ci andrà anche Gaetano Scavello e decidono che alla fine della rappresentazione, quando sarà buio pesto, metteranno in pratica il loro proposito di vendetta.
Alla fine del secondo atto i fratelli D’Alessandro entrano nel teatro percorrendo una specie di corridoio ricavato tra i pannelli che chiudono il teatro e due lati del chiostro di San Domenico, danno una sbirciata dentro, si accertano della presenza di Gaetano Scavello e vanno via.
- Luigi… Luigi… – lo chiama sottovoce Gaetano Sansosti quando gli passa accanto. Luigi D’Alessandro si china e avvicina l’orecchio alla bocca dell’amico – ma è vero che hai avuto questioni con Gaetano Scavello? – con un cenno del capo risponde di si e l’amico continua – lascia perdere queste gelosie donnesche soprattutto perché si tratta di una donna che non merita riguardo – Luigi sorride, gli da una pacca sulla spalla e se ne va col fratello
I due fratelli sanno dove appostarsi per sorprendere l’avversario e si mettono in attesa nel buio.
Davanti all’ingresso del teatro arriva anche il servetto dei D’Alessandro e si mette nervosamente a camminare avanti e indietro in attesa che la gente esca
- Che ci fai tu qui? – gli chiede Pietro Merenna
- Son rimasto qui fuori per aiutare i miei padroni, i quali dopo che sarà compiuta l’opera, debbono rissarsi con Gaetano Scavello a cui dovranno vibrare de’ colpi ed io accorrerò per impedire la rissa
Pietro Merenna, che sa della questione, non si preoccupa più di tanto: sono fatti loro e se la devono sbrigare tra di loro.
Dopo un po’ la rappresentazione finisce e la gente comincia a uscire per tornare a casa. anche Gaetano Scavello esce e scambia qualche parola con il suo amico Pietro Ammirata quando emette dei gemiti di dolore. Non ha avuto nemmeno il tempo di capire cosa sta accadendo che due lame affilatissime, luccicando per un istante nel buio, gli si sono conficcate nelle carni, ferendolo al braccio sinistro e all’addome.
Gaetano cade a terra e finalmente il grido di dolore, finora impedito dalla fulmineità dell’attacco, gli esce dalla gola
- Ah! Mi hanno ammazzato!
Accorrono in tanti, compreso il servetto dei D’Alessandro che non ha fatto in tempo a intervenire, e lo trovano accasciato a terra sopra una macchia di sangue che si allarga ogni secondo di più. Urlano tutti. Tutti sanno chi è stato e guardano intorno per capire dove siano Luigi e Giovanni. Poi qualcuno vede due sagome allontanarsi di corsa e comincia a gridare
- Arrestate, arrestate questo che fugge perché ha ammazzato un individuo!
Giovanni è lento ad allontanarsi e viene bloccato proprio mentre arriva la pattuglia di Carabinieri in servizio di perlustrazione, Luigi invece riesce a scappare. Viene visto poco dopo da due uomini che stanno tornando a casa e fa perdere le proprie tracce. Il ferito viene portato a casa in gravi condizioni e i Carabinieri provano a fargli dire il nome o i nomi di chi lo ha colpito. Con un filo di voce, Gaetano fa i nomi dei fratelli D’Alessandro.
Giovanni viene portato in caserma e interrogato
- Perché voi e vostro fratello avete ferito lo Scavello? – gli chiede il Giudice Mandamentale, Vincenzo Leoncavallo
- Signore, io non ho ferito alcuno
- Dov’è vostro fratello?
- Signore, sono io responsabile del male che ha fatto mio fratello?
- Ma voi siete stato visto fuggire insieme a vostro fratello
- È vero, perché io non sapeva che mai fosse accaduto a mio fratello
- Ma voi uscivate insieme dal teatro, insieme vi siete accostato allo Scavello ed insieme siete fuggiti
- È vero, ma io son fuggito perché ho visto fuggire mio fratello
Vincenzo Leoncavallo capisce che è inutile insistere per ottenere una confessione da Giovanni D’Alessandro e lo fa rinchiudere in una cella del carcere mandamentale.
La ferita all’addome si rivela fatale a Gaetano che muore nella sera del 6 marzo. Adesso l’accusa per i fratelli D’Alessandro è di omicidio, ma Luigi è ancora latitante.
Si costituisce nelle mani del Delegato di P.S. di Cosenza venerdì 17 marzo e si dichiara subito innocente
- Nella sera del di 5 di questo mese, io usciva dal Teatro quando innanzi S. Domenico intesi un chiasso e capî che volevano arrestare mio fratello Giovanni, io ciò sentendo sono tornato indietro per tema che non si fosse voluto arrestare anche me - dichiara
- Se eravate innocente era inutile allontanarvi, perché certo non si arrestano gl’innocenti – gli replica il Delegato
- Pure io sospettai in contrario perché intesi nominare anche me dai carabinieri e non è vero che sia fuggito con mio fratello…io non aveva nessuna inimicizia con Gaetano Scavello
Ma le prove testimoniali sono tutte contro di loro e i fratelli D’Alessandro vengono rinviati a giudizio per il reato di ferite con arma insidiosa accompagnata da premeditazione ed agguato, l’una delle quali portò la morte dell’offeso.
L’otto luglio 1865 la Corte d’Assise di Cosenza ritiene che sia stato Giovanni D’Alessandro a vibrare la coltellata mortale a Gaetano Scavello e lo condanna ai lavori forzati a vita. Luigi, il fratello, che ha vibrato la coltellata al braccio, viene condannato a venti anni di lavori forzati.
Ma l’avvocato Mariano Campagna, difensore dei fratelli D’Alessandro, ritiene che ci siano state delle violazioni di legge nel processo e ricorre alla Corte di Cassazione la quale, accogliendo parzialmente il ricorso, annulla la sentenza e rinvia gli atti alla Corte di Assise di Catanzaro per la celebrazione di un nuovo processo.
Questa volta la giuria ritiene che Luigi e Giovanni D’Alessandro non hanno volontariamente ferito Gaetano Scavello, causandone la morte. La giuria ritiene invece che i fratelli siano complici l’uno dell’altro senza essere in grado di specificare chi ha colpito la vittima ma che la cooperazione dei due nel ferire Scavello non è stata decisiva a determinarne la morte, anche se il colpo all’addome, recidendo l’arteria ipogastrica, era di per sé mortale. Chi ci capisce è bravo.
In conseguenza di questa interpretazione Luigi viene condannato a sette anni di reclusione e Giovanni a dieci anni di lavori forzati.
Il nuovo ricorso alla Corte di Cassazione di Napoli viene rigettato il 26 novembre 1869.[1]

PAGLIACCI - trama
La piccola compagnia teatrale itinerante composta dal capocomico Canio, dalla moglie Nedda e dai due commedianti Tonio e Beppe giunge in un paesino del sud Italia per inscenare una commedia. Canio non sospetta che la moglie, molto più giovane, lo tradisca con Silvio, un contadino del luogo, ma Tonio, fisicamente deforme, che ama Nedda e ne è respinto, lo avvisa del tradimento. Canio scopre i due amanti che si promettono amore, ma Silvio fugge senza essere visto in volto. L'uomo vorrebbe scagliarsi contro la moglie, ma arriva Beppe a sollecitare l'inizio della commedia perché il pubblico aspetta. Canio non può fare altro, nonostante il turbamento, che truccarsi e prepararsi per lo spettacolo. 
Dopo un intermezzo sinfonico molto intenso, Canio/Pagliaccio impersona appunto un marito tradito. La realtà e la finzione finiscono col confondersi ed egli riprende il discorso interrotto poco prima, rinfacciando a Nedda/Colombina la sua ingratitudine e dicendole che il suo amore è ormai mutato in odio per la gelosia. La donna, intimorita, cerca prima di mantenere un tono da commedia, ma poi, minacciata, reagisce con asprezza. Beppe vorrebbe intervenire, ma Tonio, eccitato dalla situazione, di cui è responsabile con la sua delazione, glielo impedisce. Di fronte al rifiuto di Nedda di dire il nome del suo amante, Canio accoltella a morte lei e poi Silvio, presente tra il pubblico e accorso sul palco per soccorrerla.

LE INCONGRUENZE
Se nell’omicidio che abbiamo appena letto non si trova alcun triangolo amoroso, nessuna moglie fedifraga (addirittura l’identità della donna che viene descritta negli atti resta sconosciuta anche ai giudici) e, soprattutto, nessun pagliaccio assassino, tutti questi elementi si trovano al contrario, con in più l'artificio del "teatro nel teatro" e la trovata del pubblico che, credendo a una finzione scenica, sommerge di applausi la realistica interpretazione dell'attrice, nella piece Femme de Tabarin del francese Catulle Mendès il quale denuncia Leoncavallo per plagio.
 Molti studiosi e tra questi Carlo Nesi [L’origine del melodramma “Pagliacci”, Genova 1959] e Marco Ravasini [Pagliacci: bugie di comodo, eclettismo di sostanza, in: http://www.sistemamusica.it/2001/maggio/27.htm] sono concordi nell’affermare che Leoncavallo aveva assistito con certezza alla rappresentazione del dramma di Mendès quando si trovava a Parigi per lavoro, e l'utilizzò come base del suo progetto verista.
Tuttavia, il nostro musicista riesce a uscire indenne dal processo e nelle sue memorie scrive: Quello che v’ha di più curioso, come seppi di poi è che il protagonista della mia opera è tuttora vivente e che, uscito di prigione si trova ora al servizio del barone Sprovieri in Calabria, e che egli sarebbe disposto a venire quale testimonio in mio favore, se il processo fosse continuato. E io rimpiango un poco che questo non sia avvenuto, solo perché noi avremmo assistito ad una scena interessantissima, quando avrebbe deposto il povero D’Alessandro (è questo il nome vero del mio “Canio”) raccontandoci il suo furore geloso e le sue angosce[2].
Leoncavallo dimentica ancora una volta qualcosa: ad aggredire il povero Gaetano Scavello furono due D’Alessandro e non uno…
In un’intervista pubblicata nel 1930 su una rivista americana, Leoncavallo collocherebbe il delitto non al 5 marzo ma nel giorno di ferragosto del 1865. Si tratta palesemente di un falso poiché il musicista non avrebbe mai potuto rilasciare quella intervista, essendo morto a Montecatini ben 11 anni prima (9 agosto 1919).
In ultimo, secondo la tradizione Gaetano Scavello era il domestico della famiglia del giudice Vincenzo Leoncavallo, padre di Ruggero il quale, all’epoca dei fatti, aveva appena otto anni, essendo nato a Napoli il 23 aprile 1857. Molti anni più tardi, nella sua autobiografia rimasta incompleta e affidata ad un dattiloscritto oggi conservato nel Fondo Leoncavallo della Biblioteca Cantonale di Locarno, in Svizzera, Ruggero scrive: Ripensai alla tragedia che aveva solcato di sangue i ricordi della mia infanzia lontana e al povero servitore assassinato sotto i miei occhi e in nemmeno venti giorni di lavoro febbrile avevo buttato giù il libretto dei ‘Pagliacci’.
Ma dagli atti del processo ai fratelli D’Alessandro queste circostanze non emergono: nessuno dei testimoni dice che Scavello è il domestico dei Leoncavallo e nessuno colloca sulla scena del crimine il piccolo Ruggero. È tuttavia possibile che si volle tutelare Ruggero, figlio del giudice incaricato delle indagini insieme al supplente Marigliano, dal dovere testimoniare in proposito.


I CAMINANTI-Quando gli zingari rubavano galline


[1] ASCS, Processi Penali.
[2] Il brano è riportato nel libretto illustrato di Cavalleria Rusticana. NdA.

lunedì 21 marzo 2016

LA VEDOVA BIANCA



Rosaria Provenzano, 32 anni di Longobardi, è come suol dirsi una vedova bianca perché il marito, Matteo Rao, appena sposati la lascia incinta e parte Allamerica senza dare più notizie della sua esistenza in vita. Da quel giorno sono passati più di cinque anni, proprio l’età di Francesco, l’unico legame di Rosaria con quel marito che non ha praticamente mai avuto.
La solitudine che accompagna la sua vita è mitigata molto poco dalla sua famiglia d’origine con la quale non va molto d’accordo, ma che comunque l’aiuta a crescere il bambino. Ciò che la deprime è la mancanza di due braccia forti che la stringano e le facciano provare quei brividi che ha avvertito le poche volte che ha fatto l’amore con Matteo.
Verso i primi di marzo del 1910 è da sola in casa quando quel bel ragazzo dai vestiti laceri bussa alla porta per chiederle qualcosa da mangiare. È questione di attimi. I due si ritrovano avvinghiati sul pavimento lastricato con mattoni di creta, incuranti di ciò che potrebbe accadere se qualcuno li vedesse. Rosaria non vorrebbe che quei momenti finiscano tanto presto, presa dal desiderio represso per anni, ma quel ragazzo, preso il cibo e presa lei, se ne va fischiettando e Rosaria non lo vedrà mai più.
È verso la fine di maggio che le cose, per Rosaria, si complicano. Non ha più le mestruazioni e comincia ad accusare i sintomi della gravidanza. “Nessuno deve saperlo, al bambino ci penserò al momento opportuno” si dice mentre zappa nell’orto.
Non dice niente nemmeno alla madre e alla sorella, che pure si accorgono che qualcosa sta cambiando. Man mano allarga l’allacciatura della gonnella e si illude che nessuno si sia accorto del pancione che aumenta giorno dopo giorno.
La mattina di giovedì primo dicembre 1910, Angela Provenzano avverte prima degli strani lamenti e poi quelli che sembrano i vagiti di un neonato provenire dalla casa adiacente alla sua, dove abita sua nipote Rosaria. Insospettita e preoccupata va a vedere cosa sta succedendo, ma la porta è chiusa a chiave dall’interno
- Rosà… Rosaria! Che succede? Chi piange? Vieni ad aprire…
- Non posso aprire adesso, vai a casa che poi ti chiamo io quando mi sbrigo – le risponde con uno strano tono di voce.
Dopo poco tempo Rosaria, visibilmente sofferente, va a chiamare la zia e la porta in casa. La sorpresa non è grande quando Angela, che ha già capito tutto, vede il bambino appena nato ancora attaccato alla placenta
- Dammi una forbice, presto! – le dice. Poi taglia il cordone ombelicale, lo lega con una pezzuola, lava alla meno peggio la creatura e gli sistema delle pezze a mò di pannolino. Rosaria lo prende in braccio e si rivolge alla zia
- Lo darò a Virginia Garritano perché gli trovi una balia fuori dal paese così nessuno si accorgerà…
- Ma chi è il padre? – le fa la zia, curiosa
- I primi di marzo ho subito una violenza… – mente – uno sconosciuto…
La sera Rosaria va a chiamare Virginia Garritano
- Devi aiutarmi… ho partorito stamattina… – le dice in modo concitato mentre la donna abbozza un sorrisino soddisfatto per avere visto giusto circa la pancia di Rosaria – devi prenderti il bambino per affidarlo a qualche donna che conosci…
- Non posso… lo sai che sono sotto processo per esercizio abusivo del mestiere di levatrice… se mi scoprono buttano la chiave…
- Sii buona… aiutami… non c’è questo pericolo, ho fatto tutto da sola e mia zia Angela è stata a casa e può testimoniare che ero da sola… lei ha tagliato il cordone e l’ha legato…
- Mio marito… chi glielo dice?
- Ma è questione di poco tempo, tu conosci un sacco di donne degli altri paesi… ti prego… ho novanta lire e te le posso dare, decidi tu come dividerle tra te e la balia…
- E va bene, adesso vattene, verrò a prenderlo verso le nove…
Mentre Rosaria aspetta la vicina, alla sua porta bussa la madre la quale, appresa la notizia, la rimprovera aspramente, ma poi l’aiuta a cercare la camicina del primo figlio e a metterla indosso al bambino con delle pezze di lana per non fargli sentire freddo.
Quando Virginia torna a casa col neonato, suo marito va su tutte le furie. Minaccia di ammazzarla di botte se non riporta immediatamente la creatura alla madre e Virginia, terrorizzata, riconsegna il bambino a Rosaria.
- Vuol dire che comincerò io ad allattarlo, ti chiedo però di trovare una donna che se lo prenda, le novanta lire sono sempre per te… anzi, ti anticipo 30 lire…
Rosaria resta sola come è sempre stata. Pensa tutto e il contrario di tutto, poi si convince che Virginia non l’aiuterà nonostante la somma offertale e che lei sarà svergognata davanti a tutti. “Questo non è possibile! Il bambino, in un modo o nell’altro, deve sparire”. E se, come è convinta, non lo farà sparire Virginia, dovrà farlo sparire lei stessa, tanto non lo saprà nessuno.
La creatura, dopo aver poppato dorme nel mezzo del letto grande. Rosaria lo guarda, lo bacia e gli accarezza la testolina, poi le sue mani scendono fino al collo e i pollici premono sulla gola. Il bambino si sveglia cercando disperatamente di respirare; rantola mentre le lacrime di Rosaria gli bagnano il faccino, poi si abbandona inerte.
Rosaria adesso è più disperata di prima. Che fare? Cosa farne di quel corpicino?  “Chi sa non parlerà… tra un paio di giorni, quando starò meglio, gli scavo una fossa e lo seppellisco”, pensa.
E pensa male perché non ha fatto i conti col marito di Virginia, Francesco Pugliese, il quale, temendo che la moglie possa restare invischiata in quest’altra brutta storia e andare in carcere per un bel po’ di anni, si mette a controllarne le mosse. Controlla, di sera quando fuori non c’è nessuno, anche Rosaria e si accorge che il bambino non deve essere più in casa perché non ne sente i vagiti durante le ore che resta in ascolto accanto al’abitazione di Rosaria. Il pomeriggio di sabato 3 dicembre rompe gli indugi e va a parlare con la guardia municipale, raccontandogli tutto, o quasi, quello che sa e poi azzarda
- Deve averlo ammazzato o forse è morto per conto suo e deve averlo ancora in casa… è da quasi due giorni che non si sente piangere…
Francesco Mannarino, la guardia, va subito a riferire quei sospetti al Sindaco, il quale gli ordina di andare a chiamare la levatrice comunale e di andare a casa di Rosaria per accertare i fatti.
La guardia e Carolina Maida vanno a casa di Rosaria e la trovano a letto
- C’è una denuncia a tuo carico per aborto o per parto clandestino – le dice la levatrice – che hai combinato?
- Io? Io non ho fatto niente… non sono mai stata incinta… mio marito è Allamerica
- Non raccontare fesserie, sappiamo che il bambino è in casa – bluffa la levatrice – e in quanto al fatto se sei stata incinta o meno ci metterò pochi secondi ad accertarlo… spogliati che ti visito…
- In… in verità ero davvero incinta e mi sono sgravata di un bambino di quattro o cinque mesi…
- Vedremo… dov’è il bambino? – tra le lacrime, Rosaria si alza e toglie da sotto il letto un cestino con un involto di stracci, poi lo porge alla levatrice che scopre il corpicino e ha un moto di stizza – e questo ti sembra di quattro o cinque mesi? Questo bambino è nato vivo!
- Io non lo so… mi sembrava di quattro o cinque mesi – farfuglia – ho subito una violenza… – continua mentre Carolina Maida, tolte tutte le bende, si accorge dei segni lasciati dalla pressione delle dita sul collo della creaturina
- Tu lo hai ucciso!
- No! – urla Rosaria – gli sono venute le convulsioni e per farlo respirare l’ho preso dal collo!
- Non muoverti da casa – le ordina la guardia – io vado a Fiumefreddo a chiamare i Carabinieri…
È la mattina di domenica 4 dicembre. Rosaria, disattendendo gli ordini della guardia municipale, esce di casa e va dalla sorella
- Tienimi Francesco per un paio di giorni, temo che da un momento all’altro arrivino i Carabinieri per arrestarmi…
- Ma…
- Ci vediamo tra un paio di giorni, ti raccomando mio figlio…
Senza aspettare che la sorella possa dire qualcosa si allontana a passo svelto e nessuno ne ha più notizie.
Giovanni Fiorenzo, 45 anni di Amalfi, è un commerciante di generi coloniali e vive a Longobardi. Il pomeriggio del 6 dicembre 1910 sta attraversando il torrente Cordari vicino la foce. Nota, sulla riva del mare, qualcosa di strano. Forse una gonna o una coperta. Incuriosito si avvicina e capisce che è, si, una gonna, ma dentro la gonna c’è il cadavere di una donna che non conosce. Lì vicino c’è il casello ferroviario numero 217 e Giovanni si mette a correre per chiedere aiuto. Trova il cantoniere Michele Fino e insieme tornano sul posto del macabro ritrovamento. Michele Fino, delicatamente, scosta i capelli dal viso della donna e si mette una mano sulla bocca. L’ha riconosciuta, è Rosaria Provenzano.
Rosaria non ha retto all’enormità del suo crimine ed alla vergogna che ne sarebbe derivata, preferendo la morte.
Le indagini successive stabiliscono che non ci sono elementi per sospettare che qualcuno l’abbia istigata a compiere quest’altra pazzia.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 20 marzo 2016

O I SOLDI O IL PORCO di Cinzia Altomare

Vincenzo Marzulla di San Fili fa il vigniero a Rende, in una proprietà dei Padri Teresiani di Cosenza. Ha un peso sulla coscienza, ha taciuto dei particolari importanti e un uomo langue in prigione. Verso l’autunno del 1766 va dal notaio a mettere tutto nero su bianco.
Racconta che l’anno prima, quando era il tempo del nutricato (fine aprile – primi di maggio nda) e Maddalena Micilli, moglie di Giuseppe Rizzo, entrambi cellonari degli stassi Patri Teresiani, stava raccogliendo le foglie di gelso bianco, la fronda, per nutrire i bachi da seta che allevava per conto dei monaci, andava spesso a trovarla Bruno Vozzi, anche lui alle dipendenze dei monaci come Fattore.
Bruno è un giovane esuberante e facile a prorompere in parole oscene e, inoltre, volentieri e continuamente faceva sentire a detta Madalena parole allo sproposito e questa cosa viene ben presto all’orecchio di Giuseppe, il marito di Maddalena, che ne resta molto offeso, tanto da sbandierare ai quattro venti che un giorno o l’altro avrebbe ammazzato Bruno.
Bruno, da parte sua, venuto a sapere delle minacce di Giuseppe risponde per le rime
- Vuole ammazzarmi? Stesse attento che lo ammazzo prima io!
E forse per provocare il rivale, il giovane Bruno non manca mai di mandarlo a chiamare per farlo lavorare nella masseria di San Biase, ma Giuseppe rifiuta di andarci e non tanto perché dovrebbe sfidare Bruno per le offese subite o per timore che Bruno possa ammazzarlo. No. Molto più banalmente perché teme che Bruno possa chiedergli il pagamento del credito che vanta nei suoi confronti. Nello stesso tempo Giuseppe continua a lanciare le sue terribili minacce, senza tuttavia nemmeno tentare di metterle in pratica.
Si arriva, di minaccia in minaccia, al mese di dicembre. Vincenzo Marzulla sta camminando in compagnia di Bruno quando incontrano Giuseppe
- Giuseppe li Denari della ghianda l’hai abbuscati? – gli chiede Bruno
- No, ma tengo certo miglio, me lo vendo e ti pago…
- Giacchè non avete procurato il Denaro, io mi vado a pigliare il Porco – gli risponde spazientito. Poi, rivolgendosi a Vincenzo, continua - vieni con me
I due lasciano Giuseppe che protesta e s’incamminarono verso la torre delli Malvitani, dove abitava esso Giuseppe
- Lascia perdere la briga di prenderti il nero, potrebbe capitare che vi ucciderete a vicenda…
- Non me ne fotte niente! Mi prendo il porco e quello che deve succedere succeda! – gli risponde seccato mentre stacca un ramo da un albero per farsi un bastone – con questo gli darò una bella bastonatura!
Quando arrivano a casa di Giuseppe lo trovano già lì, deciso a non farsi prendere il maiale
- Vattene!
- Si, dopo che avrò preso il porco
- Vattene che finisce male…
Bruno, più giovane e molto più prestante, lo scaraventa da un lato, entra nel porcile, lega il maiale per il muso e se lo trascina via. A niente servono le proteste di Giuseppe.
- Vai, vai… ti dico per l’ultima volta di lasciarlo… non vuoi lasciarlo qui? Ti consiglio di lasciarlo a casa di Giuseppe Principe e se più tardi non lo trovo lì ti ammazzo davvero!
- Il porco lo lascio nel mio porcile… – termina con una grassa risata di scherno
- Cornuto! – gli urla Giuseppe. Bruno raccoglie da terra un sasso e lo lancia contro Giuseppe colpendolo a un ginocchio.
Quest’ultimo, accecato dall’ira, si lancia di corsa sull’avversario con un grosso coltello in mano e li tirò con esso un colpo nella zizza sinistra, quello quale immediatamente restò morto[1]
Lo sgravio di Vincenzo salva Giuseppe da molti anni di carcere, è stato provocato.





[1] ASCS, Atti Notarili

venerdì 18 marzo 2016

IO TI UCCIDERO'


- Papà è da te? – chiede Domenico Bitonti alla sorella Lucrezia
- No, stavo per chiederti se l’avessi visto… ieri sera, quando se n’è andato, mi ha detto che sarebbe tornato stamattina per prendere della carne da portare a mio marito in Sila
- Deve essergli successo qualcosa, ho sentito dire in paese che manca pure Maria… vado a chiamare qualcuno e cerco di entrare in casa
È la mattina di domenica 18 luglio 1915 e ancora non fa molto caldo a San Giovanni in Fiore. Domenico, dopo aver bussato insistentemente senza ottenere risposta, si fa prestare una scala a pioli e incarica due operai di entrare attraverso la finestrella della soffitta e di aprire la porta dal di dentro. Il primo a salire è Michele Tripodi il quale, sbirciando attraverso le fessure del tavolato nota qualcosa che lo fa trasalire
- C’è del sangue sul pavimento… io non scendo che ho paura
- Spostati che entro io per primo – gli dice Gaetano Andale. Tripodi si rassicura e segue l’altro lungo la ripida scala che dalla soffitta scende nell’unica stanza di cui è composta la casa di Luigi Bitonti
Lo spettacolo che si presenta ai loro occhi è raccapricciante: nel letto matrimoniale, leggermente girato verso sinistra, c’è il cadavere di Luigi Bitonti. Addosso ha solo la camicia, le calze e le mutande. Il volto, irriconoscibile, è una maschera di sangue e piene di sangue sono anche le braccia e le mani, così come la camicia e le lenzuola. Da sotto il letto esce un rivolo di sangue ormai rinsecchito e macchioline sono spare dappertutto sui muri. C’è del sangue anche su un forcone appoggiato alla parete opposta del letto e delle improte di piedi che vanno fino al balcone, dove c’è un’altra pozza secca. Resistendo all’istinto di vomitare, Andale cerca di aprire la porta che, secondo lui, è chiusa dall’interno. “il vecchio si è sparato”, pensa.
In questo frattempo arrivano il Pretore, il medico legale e i Carabinieri, i quali faticano non poco a fare uscire parenti e curiosi dall’abitazione.
La prima cosa che il Maresciallo Donato Perrini nota sono le feci umane a pochi centimetri dalla pozza di sangue accanto al balcone e poi il portamonete con qualche spicciolo sulla colonnetta da notte accanto al letto. Nota anche che Bitonti ha al dito la fede e la cura con la quale i vestiti sono riposti su una sedia.
- Tutto lascia pensare che si è ammazzato – dice al Pretore – se è così nel letto dovrebbe esserci l’arma
Ma l’arma non c’è e tutto cambia prospettiva. Qualcuno ha sparato due colpi in testa a Luigi Bitonti. Si, ma come si spiega il fatto che la porta pare essere stata chiusa dall’interno? Un vero mistero.
I figli della vittima si affrettano a dire al Magistrato che se si tratta di omicidio, l’unica persona che ha potuto commetterlo è una certa Maria Oliverio di quasi settant’anni
- È l’unica che aveva dei rancori verso nostro padre per questione di soldi e se è stata lei, allora deve essere stata aiutata dalla figlia che non lo poteva vedere per le stesse ragioni della madre
Maria Oliverio a casa non c’è e la figlia sostiene che è uscita la mattina presto e che dell’omicidio non ne sa niente
- Sono andata a cercarla ma non l’ho trovata… l’ho cercata anche a casa di un’altra figlia di Bitonti perché temevo potesse essere andata lì e fare qualche sproposito…
I Carabinieri impiegano pochissimo ad appurare che Maria Giuseppa Talarico, trentaduenne figlia di Maria Oliverio, era nuora dell’assassinato avendo sposato, appena quattordicenne, il figlio Saverio che dopo un paio di anni emigrò a Spokane – Washington – negli Stati Uniti e non ne volle più sapere di lei.
Il fatto che Maria Giuseppa e sua madre convivano e abbiano nei confronti della vittima le stesse ragioni per odiarlo fa si che gli inquirenti decidano di arrestarla per concorso in omicidio premeditato, nonostante la donna spieghi con dati di fatto che in quell’omicidio non c’entri nulla. Anche i familiari di Luigi Bitonti sono costretti ad ammettere che Maria Giuseppa si è sempre adoperata per dissuadere la madre a mettere in atto i suoi propositi omicidi
- Si è vero, ma come mai proprio questa volta non è venuta ad avvisarci? – è il dubbio che insinuano i familiari di Bitonti
- Era sera tardi, ero a letto e mi sono addormentata, non l’ho sentita uscire – si difende Maria Giuseppa.
Che Maria Oliverio sia l’assassina nessuno ha dubbi e ogni certezza viene rafforzata quando si scopre che un paio di settimane prima dell’omicidio ha cercato per ben due volte di acquistare una rivoltella, anche se non c’è la certezza che l’abbia realmente acquistata.
Tutto questo avviene mentre di lei non ci sono notizie da un paio di giorni ma poi arriva un telegramma dalla caserma dei Carabinieri di Cosenza nel quale si rende noto che la donna si è costituita, ha ammesso le proprie responsabilità ed è a disposizione della Magistratura.
Viene interrogata una prima volta ma sembrano esserci delle incongruenze nel suo racconto, così Maria chiede di essere interrogata una seconda volta con accanto una persona in grado di tradurre al Giudice alcune espressioni dialettali quasi incomprensibili. Non so se la mia difesa e le mie dichiarazioni siano state fedelmente raccolte perché mi accorsi che il sig. Giudice Istruttore non comprendeva bene il nostro dialetto nel quale io affrettatamente mi andavo esprimendo, spiega. Poi inizia un lungo racconto nel quale ripercorre la sua storia e quella di sua figlia.
- “Essendovi disparità di condizioni sociali e poco io apprezzando le qualità morali della famiglia Bitonti, non volevo assolutamente che mia figlia, appena quattordicenne, sposasse il figlio di Luigi Bitonti, ma questi già mirava, con l’animo rapace, al mio patrimonio e pertanto non lasciò mezzo intentato perché il matrimonio fosse conchiuso e celebrato: si spinse fino al punto da propalare pubblicamente notizie che la inesperta mia figlia avesse anticipatamente giaciuto col figlio di lui.
Aveva egli firmato una cambiale al falegname Guarascio di qui e, quando c’erano ancora 25 lire da pagare, mi costrinse a versarle e io stessa ritirai il titolo.
Partiva per Napoli a scopo di divertimento ed io dovetti dargli lire cento che realizzai vendendo un maiale, il cui ricavato mi serviva per l’acquisto del pane. Poi non potevo tenere nulla in casa perché di tutto si impossessava arbitrariamente e violentemente: avevo allevato alcuni maiali, li prese e li vendette; volle in fitto due bassi della casa, che poi mi ha fatto vendere, per custodirvi le vetture per il convenuto prezzo di £ 120, ma quando gli chiesi il denaro non mi volle dar nulla. Mi vendette altra volta un seminato di grano previo pagamento di lire duecento: al raccolto mi dette soltanto lire cento e poi, traendo in inganno mia figlia col dirle che le altre cento lire le aveva date a me, si impossessava del grano che io avevo fatto custodire in una casa cantoniera. Quando io lo seppi e pretesi di avere la mia roba fui da lui, come al solito, minacciata.
V.S. ora mi domanda come io avessi subito per tanto tempo questi soprusi e queste vessazioni senza mai reagire ed opporre energico rifiuto alle sue richieste. Ma io domando a mia volta cosa avrei dovuto fare davanti a quell’uomo? Né più e né meno che ammazzarlo prima, così soltanto avrei potuto scuotere l’infame giogo.
Ricordo ancora che all’atto del matrimonio, io facevo a mia figlia un assegno di lire mille sopra una mia casa: ebbene, a mia insaputa, il Bitonti induceva mia figlia a far le pratiche legali per lo svincolo di questo assegno, adducendo a pretesto che il marito dall’America l’aveva abbandonata. L’assegno veniva ceduto a tal Domenico Basile e il Bitonti intascava l’importo. Allo scopo di vendere la casa, poco tempo fa, ho dovuto io pagare i diritti del Basile versandogli il denaro.
Il Bitonti, intanto, faceva nominare commessa della rivendita [di tabacchi nda] mia figlia Maria Giuseppa, ma pretendeva da noi un annuo canone di lire 120,00. Ma si fosse almeno accontentato di questo! Invece ci assillava con continue richieste di denaro e veniva in casa e nella rivendita a farla da padrone. Sappia la giustizia che il Bitonti sottrasse e vendette un tino che ci serviva per salare la carne di maiale, nonché delle pezze di tela e del panno di lana.
Mia figlia, poi, per far restare me calma di fronte a tanto sfacelo, mi veniva sempre consigliando a tacere, mentre a mia insaputa (io lo sapevo sempre dopo, quando lo sapevo) continuava a da denaro.
La elencazione non finirebbe mai: mi limito a dire che le ultime cento lire, che il Bitonti prese in prestito dalla figlia sua Filomena, che è ricca, fui costretta a pagarle io e la Filomena avea, anzi, preteso un pegno d’oro. Adunque  le vessazioni non potevano finire che con la fine del Bitonti e il proposito, lungamente meditato, di ucciderlo, e sempre procrastinato per le preghiere di mia figlia, diventava nell’animo mio sempre più deciso, concreto.
Intanto il Bitonti, sempre per estorcere denaro da noi e dagli altri, andava offrendo a tutti la rivendita, facendo pubblicamente sapere che mia figlia non era degna di starci dentro perché si era prostituita con l’avv. Tommaso Nicoletti di qui. Lo scopo, come dissi, invece era quello di far denaro che da noi non poteva più avere e a questo scopo aveva promesso di dare a Caterina Veltri la rivendita per lire 200; quando noi protestammo ed implorammo pietà, egli disse che cedeva al solo patto che avessimo noi dato, invece della veltri, il denaro che desiderava e quando noi obbiettammo che più non ne avevamo, ci fu risposto: “vendetevi le coperte che avete tessuto”.
A tutto questo si aggiunse da ultimo la cessione che egli fece della rivendita ad Angelo Cataldo. Per la sincerità debbo dire che forse lo avrei ammazzato lo stesso, ma questa nuova, implacabile, sua decisione valse per la determinazione definitiva.
Bitonti voleva mandarci all’elemosina e ci mandava davvero.
Pensai che era ora di ammazzarlo: la sera di sabato chiusa la rivendita verso due ore di notte, mi recai a casa con mia figlia: mi indugiai finchè ella non si fu messa a letto e quindi le dissi che dovevo uscire per andare a visitare una nostra parente ammalata, avvertendola che sarei tornata o non, a seconda che avessi trovato la parente in buone o in cattive condizioni di salute. Invece io pensavo che sarei tornata se il colpo non fosse riuscito e non sarei tornata se lo avessi ammazzato. Mia figlia protestò dicendo che quella non era ora di uscire, ma io aspettai che ella si assopisse, scesi e mi avviai verso la casa del Bitonti. Nelle vicinanze della casa del Bitonti trovai della gente e passai oltre, non senza essermi accorta che la porta era ancora chiusa e quindi, probabilmente, il Bitonti non avea rincasato. Mi nascosi e ritornai verso mezzanotte; per mia fortuna trovai la porta aperta e la chiave nella toppa; il lume era acceso sulla colonnetta da notte e il balcone era chiuso. Bitonti dormiva tranquillamente quasi supino, presentandomi, rispetto alla porta di entrata, la guancia destra. Avrei voluto sparare subito ma passavano sulla via alcuni cantatori e quindi credetti di aspettare, non senza aver prima chiuso la porta. Dopo un’ora, quando tutto era silenzio, mi avvicinai al letto dal lato destro, puntai la rivoltella sulla tempia della vittima e feci esplodere due colpi. Bitonti non si mosse né fece un lamento ed io, compiuta la mia vendetta, uscii chiudendo la porta con la chiave, che buttai lungo la via, quindi mi avviaia a piedi, digiuna ed esausta, verso Cosenza per costituirmi.
V.S. ora mi dice che il balcone fu trovato aperto e fu trovato del sangue sul blocco di pavimentazione, che vi erano a terra nella casa delle impronte insanguinate, che un grosso bastone fu trovato con le impronte digitali intrise di sangue, che sangue vi era al muro, sul pavimento e su tutte le coperte del letto. Di tutto ciò io non so e non posso dare alcuna spiegazione. Evidentemente il Bitonti non è morto subito come io ritenevo. Sarà stato lui ad alzarsi, ad aprire il balcone e forse anche a chiudere con la maniglia all’interno la porta per paura che l’aggressore potesse tornare, se è vero – come S.S. ora mi informa – che in un primo momento quelli che scesero ad aprire ebbero l’impressione che la porta fosse chiusa all’interno con la maniglia. Per conto mio non esito a dichiarare che coi due colpi ritenevo di non avergli dato il tempo e il modo di camminare per la stanza, diversamente gliene avrei sparato un altro.
Ho già detto al Giudice Istruttore che la colpa per la prostituzione di mia figlia con l’avv. Tommaso Nicoletti risale al marito di lei; aggiungo ora che anch’io sento la responsabilità di questo triste fatto. L’avv. Nicoletti, con la famiglia del quale vi erano buoni rapporti di amicizia, veniva sempre in casa mia a manifestare propositi di suicidio, adducendo dissapori di famiglia per ragioni di interesse; io ebbi il torto di prenderlo sul serio, accoglierlo in casa e dargli anche da mangiare. Egli tradiva la mia buona fede. Desidero che la giustizia indaghi in proposito per sapere se io sono donna d’onore o donna capace di fare la ruffiana a mia figlia. Desidero che si indaghi, ripeto, perché se ho ucciso ritengo di avere bene ucciso, ma non voglio che queste ombre esistano attorno alla mia persona.
Giuro che mia figlia, non solo non mi ha consigliato di ammazzare il Bitonti, ma anzi mi ha sempre dissuaso. Dei miei propositi di questi ultimi giorni io usai ogni mezzo per non metterla a conoscenza.
Faccia la giustizia quello che vuole, io non sono pentita di quello che ho fatto. Provo, anzi, un grande senso di liberazione”.
Ciò che Maria Oliverio ha raccontato nel suo interrogatorio è solo la punta dell’iceberg. Che Luigi Bitonti abbia letteralmente spogliato le due donne di tutti i loro averi è confermato dalle somme, 6.800 lire, che Maria Giuseppa riesce a documentare ai giudici, oltre a innumerevoli piccole somme che dice di avergli elargito. Che sommate  a quelle sborsate dalla madre ammontano a più di 10.000 lire.
Le indagini portate avanti dal maresciallo Perrini con molta solerzia arrivano a un punto cruciale. Non ostante le più attive ed alacri indagini, non fu possibile raccogliere elementi concreti di fatto in ordine alla complicità della Maria Giuseppa Talarico nel delitto commesso dalla madre Maria Oliverio. Sembra ormai accertato che quest’ultima abbia agito di sua iniziativa, inducendosi alla perpetrazione del misfatto per la miseria incalzante cui veniva tratta dall’opera sfruttatrice del defunto Bitonti. La complicità della Maria Giuseppa Talarico sembrerebbe doversi escludere, a modesto avviso di questo Comando.  Perrini si convince dell’estraneità di Maria Giuseppa quando scopre che la madre era abituata ad uscir di casa a qualunque ora senza dar conto alla figlia ed in questa occasione sembrerebbe che si sia allontanata la sera quando già la figlia, messasi a letto, si era addormentata. Comunque anche ammessa la conoscenza, lascio all’autorità giudicare sulla questione se la sola conoscenza possa essere elemento di complicità. Aggiungo da ultimo che il Bitonti fu sempre ritenuto in paese come un imbroglione
A questo punto le porte del carcere mandamentale di San Giovanni in Fiore dovrebbero aprirsi e fare uscire Maria Giuseppa ma non è così per una serie incredibile di errori procedurali commessi dai suoi difensori, Pietro Mancini e Luigi Funari. Mentre per il secondo esiste la nomina, per il primo no ed è proprio Pietro Mancini che firma a più riprese istanze di scarcerazione nonostante i puntuali rigetti del giudice che gli fa notare la circostanza e la poveretta langue nella sua cella fino al 9 novembre 1915 quando, su richiesta del Procuratore del re, la Sezione d’Accusa decreta il non luogo a procedere nei suoi confronti, rinviando a giudizio solo la madre, Maria Oliverio per omicidio volontario con premeditazione.
Il 19 febbraio 1917, un anno e sette mesi dopo l’omicidio, la Corte d’Assise di Cosenza assolve Maria Oliverio stabilendo che nel momento in cui uccise Luigi Bitonti si trovava in tale stato d’infermità di mente da toglierle la coscienza o la liberta dei propri atti. La condanna, però, a quattro mesi di reclusione per la detenzione e il porto abusivo della rivoltella con la quale ha ucciso il consuocero[1]
Non esiste alcuna certificazione medica che attesti ciò che la giuria sentenzia.


domenica 13 marzo 2016

AMORE IMPOSSIBILE di Cinzia Altomare



I fratelli Gaetano e Tommaso Fezza, che portano il titolo di Magnifici, nel pomeriggio di domenica 6 luglio 1777 passano sotto la casa del notaio Stumpo a Rogliano e, vistolo affacciato al balcone, lo riveriscono e gli chiedono se vuole andare con loro a caccia di starne in contrada Ferzeta perché ce ne sono in gran quantità
- Verrei volentieri con voi come al solito, se non avessi ospiti mio fratello Luigino e don Michele Zumpano
- Sarà per la prossima volta – gli rispondono i fratelli Fezza con un inchino, reso un po’ problematico dai fucili che hanno a tracolla, poi si rimettono in cammino con i loro tre cani da caccia che li seguono scodinzolando felici.
Un paio di ore dopo, don Ignazio Stumpo e don Michele Zumpano si congedano dal notaio e si incamminano lungo la Via Sottana verso un appezzamento di terra di proprietà di don Michele, dove sono soliti andare in quei giorni per mangiare pistilli. Quello è un posto isolato e non c’è mai nessuno, ma questa volta i due amici sentono delle voci venire dalla parte più in basso della proprietà. Incuriositi, si dirigono verso quel luogo e, stando attenti a non farsi né sentire e né vedere, strisciano per terra verso il limite di un terrapieno che fa da confine con la proprietà di don Giovanni Altomare e si sporgono per vedere chi sta parlando.
La sorpresa li fa restare a bocca aperta: sotto di loro ci sono la Magnifica donna Maria Guglielmini che tiene stretta la mano di Tommaso Fezza tra le sue e Giuseppe Gugliemini con Costanza Bilotta che stanno cercando di convincere donna Maria a lasciare la mano di don Tommaso, ma i due non ne vogliono sapere di lasciarsi. Anzi, don Tommaso prende una fascetta di oro e la mette al dito dell’amata mentre sta arrivando don Gaetano Fezza con i suoi cani.
Don Gaetano si accorge degli sforzi che Giuseppe e Costanza fanno per separare i due amanti e della strenua resistenza di questi per non farsi separare.
È infuriato, non aveva raccomandato altro al fratello che di non vedere più donna Maria perché è sposata, come è sposato lui. Si lancia nella mischia spingendo a destra e a manca, lanciando terribili minacce all’indirizzo del fratello e anche un paio di schiaffi, finché non riesce a separarli.
- Cammina a casa, disgraziato! – gli ordina Gaetano spingendo il fratello davanti a sè
Tommaso sbuffa ma ubbidisce al fratello e si incammina con lui verso Rogliano con le lacrime che gli rigano il volto, mentre Costanza e Giuseppe hanno ancora il loro bel da fare per tenere a bada donna Maria che strilla e si dibatte come un’indemoniata
- Tomaso mio dove mi lasci io voglio venire con tia – urla, piangendo, in direzione dell’amato che si allontana inesorabilmente.
A donna Maria resta al dito la fascetta di oro come simbolo d’amore. Ma i due amanti, loro malgrado, dovranno farsene una ragione: il loro è un amore impossibile per la società.[1]