venerdì 29 aprile 2016

IL PADRE E IL FIGLIO


È appena passato il mezzogiorno del 24 febbraio 1950 e i Carabinieri di Aprigliano sono seduti intorno alla tavola per mangiare un bel piatto fumante di pasta e fagioli. Fuori fa freddo per la neve caduta durante tutta la notte mentre adesso il cielo minaccia pioggia e il cibo caldo è davvero un toccasana.
I colpi alla porta della caserma scuotono il tranquillo momento conviviale e il Brigadiere Giovanni Squillace, comandante della stazione, non può fare a meno di buttare per terra il cucchiaio con una imprecazione e un gesto di stizza quando il suo sottoposto gli riferisce il perché di quella visita fuori orario: in contrada Destre un certo Ignazio Borrelli ha sparato una fucilata al proprio figlio Salvatore, uccidendolo.
Arrivati sul posto, i Carabinieri trovano il cadavere steso in posizione supina su un letto matrimoniale, con il pigiama intriso di sangue nella zona del basso ventre. Sopra una seggiola una camicia nera sforacchiata e abbondantemente macchiata di sangue. Intorno al morto alcuni familiari si disperano, ma del presunto omicida in casa non c’è traccia.
- Viviamo tutti nella stessa casa: papà, mamma io che sono zitella e il povero Salvatore con la moglie e i loro sette figli – racconta Agata – stamattina, dopo che mio fratello era andato in campagna a lavorare e aver lasciato mio padre seduto davanti al fuoco che mangiava qualcosa, sono andata a fare il pane nel basso con una mia nipote. A un certo punto ho sentito la botta di uno sparo venire dal piano di sopra. Sono salita in fretta e furia e ho trovato Salvatore pieno di sangue per terra che respirava a fatica. Mettetemi sul letto ha detto e con l’aiuto dei miei nipoti l’abbiamo accontentato ma ormai non respirava più. Papà non era più in casa e non c’era più nemmeno il fucile e così ho pensato, e penso, che sia stato lui ad ammazzare Salvatore. Vi dico pure che tra mio fratello e mio padre non c’erano buoni rapporti perché papà si era intromesso nelle discussioni tra Salvatore e la moglie per fargli fare pace ma mio fratello non ne voleva sapere e litigavano spesso, arrivando quasi a picchiarsi, ma sono sempre riuscita a evitare guai dividendoli in tempo. Anche stamattina hanno avuto parole e Salvatore gli ha tirato addosso una sedia…
Ignazio è sparito come è sparito il fucile e due più due fa sempre quattro: l’assassino è lui ma non può essere andato troppo lontano, ha ottantadue anni, diamine! La pioggia battente ha preso il posto della neve quando il Brigadiere Squillaci va alla stazione della Calabro-Lucana ad accertarsi che non sia partito verso Cosenza con la Littorina e qui viene raggiunto dal carabiniere Taruscio che lo avvisa di aver localizzato il presunto assassino in casa di un’altra figlia in contrada Macchie Vergini, nel limitrofo comune di Pietrafitta.
- Sono stati i nipoti ad avvisarci signor Brigadiere. Adesso è disarmato e calmo…
Ignazio è seduto su una seggiola circondato dai nipoti che hanno appeso la doppietta a un chiodo
- Il fucile lo abbiamo scaricato. In tasca ne aveva altre tre… – dicono i nipoti porgendo ai militari cinque cartucce inesplose
Ignazio viene portato in caserma sotto la pioggia. Fattolo asciugare e cambiare e fattolo calmare del tutto, verso le nove di sera il Brigadiere lo interroga
- Mio figlio non mi vedeva più di buon occhio perché gli consigliavo di comportarsi bene con la moglie e la famiglia. Non gli andava bene niente di quello che si faceva in casa e io avevo anche consigliato alla moglie di non rispondergli quando lui la richiamava o la maltrattava, ma lei faceva tutto il contrario e gli rispondeva aspramente finché ha deciso di andarsene e tornare a casa sua. Ai figli non gli faceva niente e non faceva mancare loro il necessario. Da qualche tempo a questa parte si è pure permesso di picchiarmi ma non sono venuto a denunciarlo per l’intervento di mia figlia Agata e delle mie nipoti. Nel mese di settembre dell’anno scorso con l’uncino, il bastone per raccogliere i frutti dagli alberi, mi ha rotto la testa e l’ho perdonato, come lìho perdonato altre volte. Stamattina prima di andare a lavorare mi ha tirato addosso una sedia colpendomi a una gamba e quando è tornato dalla campagna ha cominciato a offendermi, mi ha detto che dovevo andarmene da casa mia altrimenti mi avrebbe ammazzato. Io andarmene da casa mia? Manco morto! Poi ha preso un tizzone dal fuoco e mi ha colpito a un braccio e mi avrebbe colpito ancora se una figlia non fosse riuscita a calmarlo. Almeno così sembrava. Agata e le mie nipoti sono andate a sbrigare le faccende domestiche e lui ha ricominciato a offendermi e minacciarmi, poi è uscito di nuovo e io ho avuto paura che, trovandomi ancora a casa quando tornava, mi avrebbe ammazzato davvero. Così ho preso il fucile dal muro e l’ho caricato con due cartucce a pallettoni e ho aspettato. Quando è tornato mi ha guardato male, poi si è affacciato dalla porta per vedere se il tempo era migliorato e io mi sono messo dietro di lui col fucile spianato con l’intenzione di dirgli che se non l’avesse finita con le sue angherie avrei ammazzato io a lui. Poi si è voltato verso di me e ha visto il fucile puntato, mi si è lanciato addosso per togliermelo senza darmi il tempo di parlare e allora ho sparato. Un colpo solo. Lui è caduto sul pianerottolo, mezzo dentro e mezzo fuori. Volete sapere se qualcuno mi ha suggerito di uccidere mio figlio? No, la decisione è stata solo mia…
C’è un reo confesso, ci sono dei testimoni che confermano i maltrattamenti subiti dal vecchio Ignazio e questo dovrebbe bastare. Invece al Brigadiere Squillaci non basta perché qualche mese prima aveva accompagnato la moglie di Salvatore a casa del marito per dare esecuzione a una sentenza del Tribunale di Cosenza che imponeva all’uomo di consegnarle la somma di 16.000 Lire, la biancheria personale, il mobilio e i due figli più piccoli. A questo seguì la denuncia di Salvatore che accusava la moglie di essersi appropriata indebitamente di un involto contenente suoi effetti personali ma la perquisizione a cui venne sottoposta la donna non ottenne risultati. Squillaci, nel suo rapporto evidenziò anche come dall’epoca in cui si sarebbe accorto della infedeltà della moglie – primi mesi del corrente anno 1950 – viene definito elemento che darebbe segni di alienazione mentale.
Interroga gli altri figli di Ignazio e questi confermano i dissidi tra il vecchio e il figlio Salvatore ma dicono di non sapere assolutamente niente delle botte. Aggiungono, anche, che Salvatore accusava il padre di non volergli rivelare ciò che sapeva della tresca tra sua moglie e un suo cugino di primo grado.
- Salvatore accusava la moglie di avergli attaccato la blenorragia, a sua volta attaccatale dall’amante – riferisce qualche testimone
- Non ho avuto mai a che fare con quella donna e posso assicurare di non essermi mai congiunto carnalmente con lei. Mio cugino è stato sempre geloso della moglie, anche prima di sposarsi, tanto da sospettare addirittura una relazione incestuosa col fratello. Non sono stato mai affetto da malattie veneree.
Ma qui nasce un inghippo: a carico del presunto amante spunta una querela da parte di una compaesana nubile la quale, posseduta a viva forza dall’uomo, oltre ad aver perso la verginità, è rimasta contagiata da malattia venerea. Se l’uomo ha contagiato quella poveretta, allora Salvatore aveva ragione a sostenere di essere stato infettato dalla moglie. E se la moglie aveva una malattia venerea, allora era vera la voce che fosse in tresca col cugino del marito. Che dietro l’omicidio ci sia qualcos’altro? Perché Ignazio continuava ostinatamente a difendere la nuora?
- La causa delle liti tra il defunto mio padre e mio nonno era dovuta al fatto che mio padre, essendo convinto dell’infedeltà di mia madre che aveva abbandonato la casa, spesso parlava male di lei e mio nonno, con buone parole, cercava di calmarlo e di persuaderlo a fare tornare a casa mia madre e lo esortava a non credere a quanto si diceva sul suo conto. Agli avvertimenti di mio nonno, mio padre si infuriava di più ed allora inveiva contro mio nonno e più di una volta io intervenni ed evitai che mio nonno fosse percosso – rivela la nipote maggiore del vecchio
- Mio padre era convinto che la moglie di mio fratello era una donna onesta e cercava di convincere mio fratello a farla ritornare a casa – dice una delle figlie di Ignazio
- Sono certo che mia nuora era onesta e che mai avesse tradito il marito. Cercai con tutti i mezzi di persuadere mio figlio a non maltrattare la moglie, anche perché i suoi sette figlioli sarebbero rimasti senza cure materne ma egli non mi stette mai a sentire ed era pervaso da forte gelosia. Non mancai nemmeno di avvertire mia nuora di perdonare il marito per quanto le faceva, ma lei non poté più a lungo sopportare le liti e andò via di casa – spiega Ignazio
- Aveva l’idea fissa del mio tradimento e per me la casa coniugale si trasformò in un luogo di torture. Mio suocero interveniva sempre nelle liti e cercava di persuadere mio marito che quanto egli credeva nei miei riguardi era falso. Ciò determinava maggiore risentimento in mio marito e allora si rivolgeva contro il padre sottoponendolo anche a percosse – dice la vedova
- Mio suocero teneva alla pace della famiglia, tanto più che i miei cognati hanno sette figli piccoli – sintetizza uno dei generi di Ignazio
Mantenere unita e in pace la famiglia di Salvatore. Questa è la ragione dell’ostinazione di Ignazio a difendere la nuora e di ciò se ne convince anche il Brigadiere Squillaci che, chiamato a testimoniare davanti al Procuratore della Repubblica, dice
- Il Borrelli Ignazio usò buone maniere per spingere il figlio Salvatore a rappacificarsi con la moglie, ma la sua opera fu vana, anzi acuì i maltrattamenti del figlio verso di lui
Ma questa non è la convinzione della Procura che chiede e ottiene il rinvio a giudizio di Ignazio Borrelli per omicidio aggravato.
Durante il dibattimento Ignazio aggiunge dei particolari per spiegare l’accanimento del figlio nei suoi confronti
- Mio figlio mi maltrattava sia perché esaltavo la figura morale di sua moglie, sia perché pretendeva che io acquistassi per conto suo un fondo del quale ero colono e che si apparteneva ad un americano. Non ne avevo la possibilità finanziaria e mio figlio non si dava per inteso, anzi pretendeva che io lo rimborsassi settimanalmente della somma di lire 500 che egli spendeva per acquistare delle sigarette. – e ribadisce con forza – Il motivo principale del grave risentimento di mio figlio contro di me era esattamente quello relativo al fatto che egli pretendeva che acquistassi il fondo e gli corrispondessi settimanalmente lire 500 per le sigarette. Io riferii sia ai Carabinieri che al Giudice queste circostanze e mi meraviglio come essi non le abbiano trascritte in verbale
Ecco, Ignazio ha fatto la frittata. Il movente non è più di carattere morale ma di interesse economico e a niente servono le testimonianze che smentiscono recisamente queste dichiarazioni.
Ignazio Borrelli, per la giuria, è colpevole di omicidio aggravato e, concesse  le attenuanti generiche e l’attenuante di avere agito in stato d’ira, viene condannato a quattordici anni di reclusione, 20.000 lire di ammenda, al pagamento delle spese, dei danni e del suo mantenimento in carcere durante il periodo di custodia cautelare, nonché, scontata la pena, alla libertà vigilata per almeno tre anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. È il 13 novembre 1951 e per un vecchio di 82 anni significa fine pena: mai.
Il ricorso in Appello viene dichiarato inammissibile per il mancato deposito dei motivi di appello e la pena è definitiva.[1]


lunedì 25 aprile 2016

IL FATTACCIO DI ROVITO



Il sole è tramontato da più di mezz’ora quando Francesco Branca saluta  il suo compaesano Alessio Perfetti all’incrocio tra la rotabile che porta sia alla frazione Motta, da una parte, e a Rovito, dall’altra, e la strada che scende verso la contrada Flavetto. Branca scende verso Flavetto dove ha una cantina e Perfetti sale verso Rovito dove abita.
Il cantiniere percorre i circa duecento metri che lo separano da un ponticello quando dalla strada in direzione di Rovito gli giunge la voce familiare di Perfetti.
- Compare Ciccio, non mi accoltellare! Compare Ciccio Valente mi sta curtelliannu!
Poi le detonazioni di tre colpi di pistola in rapida successione e il silenzio per alcuni secondi che sembrano ore. Poi altri due colpi. Branca è indeciso sul da farsi quando sopraggiungono due paesani che hanno sentito le stesse cose che ha sentito lui e facendosi coraggio l’un l’altro vanno a vedere cosa diavolo può essere successo. Quando, percorso quasi un mezzo chilometro, arrivano sul posto da cui pensano che siano partiti i colpi di pistola, in prossimità della chiesetta della Madonna di Loreto, non trovano nessuno ma in quel che resta del crepuscolo notano che la siepe di rovi addossata alla strada presenta i segni inequivocabili che qualcuno ci è appena caduto sopra e si avvicinano. È proprio in quel momento che sentono dei rantoli ma la luce è insufficiente per guardare in mezzo ai rovi e Branca accende un fiammifero. Sebbene fioca e tremolante la luce irradiata dalla fiammella è sufficiente per scorgere ai piedi del roveto, quasi un metro e mezzo sotto il livello della strada, i corpi di due uomini, uno dei quali sta rantolando.
Branca e gli altri due si guardano e guardano il corpo a loro più vicino per capire chi possa essere, la sagoma di un uomo sbuca da dietro il roveto e la fiammella del fiammifero lo illumina per un istante prima che scompaia nel buio, il tempo necessario perché Branca lo riconosca: è davvero Francesco Antonio Valente.
I tre uomini, già timorosi prima di arrivare sul posto, adesso hanno paura che qualcosa di male possa accadere anche a loro e così se la danno a gambe, tornando da dove sono venuti. Si fermano dopo un po’ e riordinano le idee. Branca non abita che a pochi metri e va a prendere la sua rivoltella, gli altri due si armano di bastoni e quindi, rinfrancati dalla possibilità di difendersi da potenziali aggressori, tornano sul posto insieme ad altri quattro paesani che nel frattempo hanno incontrato per strada. Per raggiungere i cadaveri non possono passare attraverso il roveto e così sono costretti a fare un largo giro. Alla luce di un pezzo di resina di pino acceso, riconoscono i corpi per quelli di Antonio Sprovieri e di Alessio Perfetti. Il primo è in posizione prona con la testa in un canale di scolo e apparentemente non presenta tracce di sangue, il secondo al contrario, a circa tre metri di distanza, ha la faccia completamente coperta dal sangue che sgorga ancora copioso da un orrendo squarcio alla gola.
Quando arrivano i Carabinieri di Celico ed esaminano meglio il cadavere di Antonio Sprovieri, che trovano in posizione supina, notano subito due fori di proiettili nel suo petto e ipotizzano che i due si siano uccisi a vicenda. Accanto al cadavere di Perfetti rinvengono una rivoltella a sei colpi col cane armato e cominciano a sorgere i primi dubbi
- Che strano! – osserva il Brigadiere Giuseppe Castellana – come è possibile che il cane della rivoltella sia armato? Sparando in rapida successione dovrebbe essere abbassato… e poi – continua – se quello è morto con due colpi nel petto, uno dei quali a bruciapelo, come ha fatto ad ammazzare l’altro a coltellate? E anche ipotizzando il contrario i conti non tornano. E poi, dov’è il coltello usato per uccidere Perfetti?  Qui c’è stata almeno un’altra persona…
I presenti sanno che c’era un’altra persona ma preferiscono tacere, almeno per il momento. Poi qualcuno dice di aver visto Antonio Sprovieri in compagnia di Francesco Valente e i Carabinieri pensano di andarlo a trovare a casa per interrogarlo ma non lo trovano.
In questo frattempo, ormai è quasi l’alba, arriva anche il Pretore di Spezzano Sila ed è solo adesso che Francesco Branca si decide a raccontare quello che sa
- Alessio Perfetti è venuto a farmi visita nella mia cantina e gli ho offerto un bicchiere di vino mentre chiacchieravamo. Poi, quando ha detto che tornava a casa, l’ho accompagnato da Flavetto fino all’incrocio con la carrabile e ci siamo fermati lì a parlare ancora. Mentre eravamo fermi lì sono passati, provenienti da Motta e diretti a Rovito, Francesco Valente e Antonio Spriveri. Non ci siamo scambiati nemmeno un saluto. Noi siamo rimasti a parlare per un altro quarto d’ora, poi Alessio ha preso la strada per Rovito e io quella per Flavetto. Il tempo di arrivare al ponte della frana e ho sentito prima la voce di Perfetti e poi le revolverate… di sicuro lo stavano aspettando… – poi continua col racconto e termina – accanto al corpo di Alessio Perfetti c’era la sua rivoltella...
I due paesani che erano con Branca confermano il suo racconto ma giurano di non avere né riconosciuto l’uomo che uscì da dietro la siepe, né di aver visto armi di qualsiasi genere accanto al cadavere di Perfetti. Carolina Bruno, una delle prime persone ad arrivare sul luogo dei delitti, è più precisa nel raccontare il particolare della rivoltella
- Non vidi vicino al cadavere di detto Perfetti armi di sorta. Essendo ritornata in paese dissi alla famiglia Perfetti che non avevo visto la rivoltella. Ritornata sul posto ribadii questa circostanza ma mi fu fatto notare che la rivoltella c’era ed era accanto al corpo di don Alessio.
La terribile notte del 15 ottobre 1905 è ormai passata. La mattina presto del 16, Francesco Valente si presenta al sindaco del paese, Antonio Rossi, e si confessa autore dell’omicidio di Alessio Perfetti. Portato dai Carabinieri a Celico, racconta la sua versione dei fatti
- Ieri mi divertii in compagnia di parecchi amici nella cantina di mio nipote Giuseppe Valente e dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino, uscii a fare una passeggiata con Antonio Sprovieri che mi portò a vedere un fondo che aveva acquistato da poco tempo. All’imbrunire ci incamminammo verso Rovito e giunti all’incrocio con la strada che porta a Flavetto vedemmo Francesco Branca e Alessio Perfetti che discorrevano fra di loro. Continuammo a camminare senza scambiarci il saluto, quando dopo pochi minuti fummo raggiunti da Alessio Perfetti il quale, con fare spavaldo, cominciò a tossire. Sprovieri, infastidito da quel modo di fare, gli disse: Don Alessio, quel giorno ti saresti meritato una schiaffeggiata, riferendosi a un diverbio sorto tra di loro il giorno della festa di San Rocco. Perfetti, risentito, rinculò vicino la siepe e passando la mano alla rivoltella che aveva alla cintola, rispose: A me dici di meritarmi degli schiaffi? Tu non sei buono! Lo Sprovieri gli si lanciò addosso, forse per trattenerlo, inerme com’era. Perfetti estrasse la rivoltella e gli sparò due colpi, uno di seguito all’altro. Vedendo ciò mi lanciai per dividerli ma quello continuò a sparare e mi ferì alla mano destra. Intanto Sprovieri era caduto sul roveto ed io, colluttando col Perfetti, che aveva sparato un altro colpo andato a vuoto, caddi insieme a lui sulla siepe e precipitammo di sotto, trascinandoci dietro anche Sprovieri. Cadendo, io rimasi sopra al Perfetti tenendolo fermo con il mio corpo e, trovato il momento propizio, temendo che potesse spararmi di nuovo e uccidermi, per difendermi estrassi un coltello dalla tasca della giacca e lo colpii, ma non mi ricordo quante volte, uccidendolo. Dopo essermi assicurato che era morto mi allontanai e stamattina, rimordendomi la coscienza, mi sono presentato…
Quante volte lo colpì lo stabilisce l’autopsia: cinque ferite da arma da punta e taglio alla mano destra, profonde fino all’osso e che hanno reciso muscoli, tendini e nervi; otto dello stesso tipo alla mano sinistra; quattro ferite sulla coscia destra; quattro tra la guancia sinistra e la regione temporale sinistra, tutte profonde fino all’osso e interessanti il tessuto muscolare; due ferite nella regione auricolare sinistra; cinque ferite profonde fino all’osso nella regione tra la guancia e la regione temporale sinistra; sei ferite leggere sul resto del viso e sul cuoio capelluto; una larghissima lesione (un’altra perizia stabilirà che per produrre questa lesione sono occorse almeno dieci coltellate) sulla parte anteriore del collo con recisione delle carotidi, delle giugulari, della trachea e dell’esofago, penetrante fino alle vertebre cervicali. In tutto quarantaquattro coltellate. Un po’ troppe per giustificare la legittima difesa, tenendo anche conto del fatto che sicuramente a Perfetti la rivoltella è caduta di mano prima di essere barbaramente colpito, in quanto è stata ritrovata senza alcuna traccia di sangue. E poi ci sono le testimonianze di Branca e degli altri due che erano con lui che hanno sentito Perfetti implorare Valente di  non colpirlo, alle quali se ne aggiungono altre di persona che abitano nelle vicinanze, i quali giurano di aver sentito Perfetti implorare l’aggressore di non ucciderlo.
C’è, però, ancora qualcosa che non quadra: se Branca sostiene di avere udito sei detonazioni, altri testimoni parlano di cinque e l’imputato di quattro. Ha ragione quest’ultimo perché nella rivoltella a sei colpi vengono ritrovate quattro cartucce esplose e due cariche. Come si spiega? Semplice dicono gli inquirenti: in quella zona, specialmente di notte, ogni rumore viene ripetuto dall’eco. Poi c’è il mistero del cane della rivoltella in una posizione in cui non è possibile che sia rimasto dopo aver sparato e il fatto che molti testimoni affermano che quella rivoltella, al loro arrivo sul posto non era accanto al cadavere di Perfetti. Infine, una perizia effettuata per stabilire il tempo necessario a percorrere la distanza tra l’incrocio dove erano fermi Perfetti e Branca e da dove passarono Sprovieri e Valente e l’abitato di Rovito, dice che era impossibile che Perfetti raggiungesse gli altri due nel punto dove accadde la tragedia, a meno che Valente e Sprovieri non si fossero fermati ad attendere l’arrivo di Perfetti. In più viene accertato che Valente mente quando afferma di avere deciso di passeggiare con Sprovieri dopo aver bevuto nella cantina. Teresa Lavoratore afferma che nel pomeriggio del 15 ottobre stava seduta davanti casa quando si fermò a parlare con lei Antonio Sprovieri. Poco dopo sopraggiunse Francesco Valente il quale, mettendo una mano sulle spalle dell’amico gli disse: Vogliamo camminare?
I Carabinieri e il Pretore di Spezzano Sila si convincono che non si tratta di legittima difesa ma di omicidio volontario. Dice il Brigadiere Giuseppe Castellana
- Ricordo che fra la mano destra e la gamba destra di Perfetti ritrovammo la rivoltella che ebbi a sequestrare ed aveva il cane alzato. Ciò fece meraviglia perché se l’arma fu esplosa varie volte a fuoco continuo, il cane doveva trovarsi abbassato sul cilindro; quindi altri e non certo Perfetti aveva dovuto alzare dopo il cane e ritengo sia stato l’uccisore Valente che prima di andarsene lasciò l’arma in quel modo. Io non credetti alla versione dell’uccisione scambievole fra il Perfetti e lo Sprovieri, tanto più che sul posto non ebbi a trovare alcun coltello, e certo un’arma tagliente avrebbe dovuto trovarsi, ch’era servita allo Sprovieri per uccidere il detto Perfetti
In verità, a giustificare l’ipotesi di omicidio volontario manca un elemento fondamentale: il movente. Perché Francesco Valente avrebbe avuto interesse a uccidere Alessio Perfetti? Gli inquirenti ipotizzano che tutto debba essere ricondotto alla diversa appartenenza politica. Mentre Valente e Sprovieri erano seguaci del partito che attualmente amministra il Comune, Perfetti era del partito avverso. Le indagini stabiliscono che in occasione delle ultime elezioni amministrative tenutesi a Rovito, erano candidati in partiti opposti un fratello di Francesco Valente e il padre di Alessio Perfetti. Oltre a numerosi testimoni, anche i Carabinieri riferiscono delle parole sopra le righe pronunciate dall’una e dall’altra parte, della tensione che rischiava di degenerare da un momento all’altro e di più o meno velate minacce di ritorsione. È nel rancore covato negli ultimi due anni, tanto è il tempo trascorso dalle elezioni al giorno dell’omicidio, che va ritrovato il movente.
Le cose potrebbero ingarbugliarsi quando Luigina Arnieri va a raccontare al padre di Alessio Perfetti che la sera della strage, tornando da Lappano, ha incontrato Valente e Sprovieri che passeggiavano discutendo tra di loro e, non volendo, riuscì a carpire un dialogo: Stasera lo faccio; e l’altro: Tu non hai coraggio, ma se non hai il coraggio tu, lo farò io; e l’altro: Vedrai che lo faccio e se scommettiamo ventimila lire lo faccio. Il Cavalier Giuseppe Perfetti riferisce tutto al Pretore ma non ci sono riscontri e la cosa cade lì.
Ma i Carabinieri devono registrare anche un’altra ipotesi, sposata sia dalle famiglie dei due morti che dal resto della popolazione di Rovito, sulle modalità di esecuzione dei due omicidi. Secondo questa ricostruzione dei fatti, Francesco Valente avrebbe disarmato Alessio Perfetti e lo avrebbe accoltellato cercando di ucciderlo ma a ciò si sarebbe opposto Antonio Sprovieri, del quale in paese si riportano anche le parole che avrebbe detto per convincere Valente a lasciar perdere: Non farlo, ha un sacco di figli… Valente quindi, temendo di aver perso l’unico testimone in grado di attestare che la morte di Perfetti era dovuta a legittima difesa e, anzi, di vedersi denunciato dall’amico, gli sparò i due colpi nel petto uccidendolo e poi avrebbe barbaramente finito Alessio Perfetti. E la ferita da arma da fuoco alla mano destra riportata dall’assassino? Si è sparato da solo dopo aver ucciso Alessio.
Questa ricostruzione se da un lato può apparire fantasiosa, dall’altro spiegherebbe la successione temporale dei colpi e spiegherebbe, soprattutto, il fatto che sul posto indicato da Valente come quello dove Sprovieri sarebbe stato colpito da Perfetti non c’è alcuna traccia di sangue, come sarebbe stato giusto aspettarsi per via della vasta emorragia provocata dalla recisione dell’aorta. Spiegherebbe anche come sia stato possibile a Francesco Valente colpire con almeno quaranta coltellate la sua vittima nonostante avesse il palmo e il mignolo della mano destra squarciati da una revolverata.
La diversa ricostruzione dei fatti provoca la reazione dei sostenitori dell’innocenza di Francesco Valente: il Sindaco Antonio Rossi rimarca i contrasti esistiti tra Alessio Perfetti e Antonio Sprovieri ma davanti al giudice sostiene che non sono stati la causa della presunta lite tra i due; la causa fu invece, secondo il Sindaco, il vino che tanto Sprovieri quanto il Valente Francesco avevano bevuto in quella sera del triste fatto, essendo entrambi buoni bevitori e facilmente in quella sera erano sborniati perché ho saputo che prima del fatto erano stati entrambi a bere nella bettola di Pasquale Valente, fratello di Francesco. Peccato che lo stesso Pasquale Valente, fratello dell’assassino, avesse giurato esattamente il contrario e che lo stesso Rossi avesse già giurato che Valente e Sprovieri quella sera non erano insieme. Accade anche un fatto increscioso: la figlia di Luigina Arnieri, la donna che parlò di una scommessa tra Valente e Sprovieri, viene schiaffeggiata e minacciata da Filippo Valente, uno dei fratelli di Francesco, per le rivelazioni fatte dalla madre.
Il Pretore e i Carabinieri sanno che l’ipotesi avanzata dalle famiglie delle vittime è quella giusta e  cercano di indagare ma devono arrendersi perché, scrive il Brigadiere Castellana, nessuna prova specifica ho potuto raccogliere che possa convalidare la reità del Valente per l’uccisione dello Sprovieri, mentre per il fatto della rivoltella non vi è alcun dubbio che fu messa apposta a portata di mano del Perfetti dopo compiuto il  misfatto.
Ma se non si può provare che Valente è l’autore dei due omicidi, gli inquirenti sono certi che le cose non sono andate come l’imputato vorrebbe far credere. Il Pubblico Ministero nella richiesta di rinvio a giudizio scrive:
(Rimane) la responsabilità del Valente stabilita nei sensi della imputazione ed escluso che il medesimo fosse trascinato all’eccidio dalla necessità di difendersi, chiaro essendo emerso il sentimento feroce di odio, il proposito pravo di vendetta che lo mosse e fece miserevole scempio del povero Perfetti. (…) La molteplicità delle ferite alle mani e i tagli dei vestiti mostrano chiaro che di fronte al Valente armato di un coltello formidabile e risoluto alla strage, il Perfetti lottò per oltre un quarto d’ora inerme, tanto che, fra l’altro, l’impugnatura della rivoltella di lui neppure si trovò macchiata di sangue. Ma quello che mette in evidenza il feroce proposito del Valente e che rende inane il tentativo suo di carpire la principiante della difesa legittima, si è che per lungo tempo (che alcuni testi dicono dieci minuti e più) l’infelice vittima implorò da lui salva la vita.
Il 26 maggio 1906 Francesco Antonio Valente è rinviato a giudizio per omicidio volontario e le cose per lui cominciano davvero a mettersi molto male.
Il 28 giugno 1907 la Corte d’Assise di Cosenza, concesse le attenuanti generiche, condanna l’imputato alla pena di 15 anni di reclusione e pene accessorie. La pena diventa definitiva il 16 ottobre 1907 quando la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso presentato da Valente.[1]


domenica 24 aprile 2016

I BULLI DELLA CELLA 5


Il 13 maggio 1906 Angelo Perrone, dodicenne di Diamante detenuto in espiazione di pena nel carcere di Cosenza, dopo un colloquio con il Direttore, viene interrogato dal Pretore della città in merito a ciò che gli è capitato
- Sono stato rinchiuso nella stanza n. 5 insieme con i detenuti Mazza Rocco da Grisolia, Di Cianni Vincenzo da Roggiano Gravina e Bianchi Emidio da Fagnano, i quali da circa undici giorni dietro si concertarono di abusare carnalmente di me e una sera, dopo sonato il silenzio, si presentarono al mio letto, dopo che io mi ero coricato, e mi afferrarono immobilizzandomi. Due di essi mi tenevano per le mani e mi turarono la bocca mentre uno mi introduceva il membro nell’ano e vicendevolmente si alternavano nell’operazione. Il fatto si è ripetuto per circa otto giorni tutte le sere: io ho dovuto subire tale onta senza poter neppure denunziare i suddetti, i quali mi minacciavano di uccidere se io avessi riferito alle guardie e tutte le volte che queste entravano nella camerata, essi cercavano di non farmi avvicinare. Nella camerata vi erano altri due detenuti, Ciaccio Amedeo da Cosenza e Tolentino Tranquillo da Fagnano, i quali furono presenti a tutte le violenze da me subite. Io non potevo conferire con nessuno e sono rimasto per parecchi giorni alla balìa dei tre compagni di camerata, i quali consumavano sul mio corpo ogni sorta di laidezza e non si saturavano mai di libidine. Di Cianni Vincenzo una sera, non contento di avermi egli e gli altri due fatto scempio, arrivò ad introdurmi nell’ano un manico di spazzola: essi per costringermi all’impotenza ed al silenzio, continuamente mi percuotevano, anche quando non si dovevano congiungere carnalmente. Di giorno mi lasciavano stare, ma nella notte, dopo il silenzio, rinnovavano le medesime violenze, sempre con crescente furore. Ho dovuto subire e tollerare tutto per circa otto giorni, quando tre giorni dietro mi riuscì di parlare con la guardia Lo Brano, al quale narrai ogni cosa. Sono stato cambiato di camerata ed assegnato alla 19.ma. di giorno sto insieme con gli altri e di notte ho ottenuto di dormire solo. Quando seppero che io ero stato destinato ad altra camerata, Di Cianni Vincenzo prese della carta, l’appiccicò e mi bruciò nella nuca. Ciò fece per una sevizie e per maggiormente maltrattarmi. Quello che maggiormente si è distinto in tante nefandezze è stato il Di Cianni e ritengo che egli sia stato l’istigatore degli altri, Mazza e Bianco, ma anche costoro non sono stati da meno del Di Cianni e quindi tutti e tre facevano a gara a chi più potesse abusare di me. Gli altri Ciaccio e Tolentino assistevano indifferenti a tutti i soprusi e non mi apportarono alcun aiuto. Io mi trovo condannato a sei mesi di carcere per avere in Diamante usato violenza carnale contro un bambino insieme ad altri due, condannati al pari di me.
Hai capito l’angioletto?
Il ragazzino viene sottoposto a visita medica dal dottor Antonio Rodi e le sue parole trovano riscontro nel referto. Vengono subito emessi i mandati di cattura per i tre adolescenti e notificati in carcere. Tutti si dicono innocenti ma quando vengono messi a confronto tra di loro cominciano a contraddirsi e finiscono con l’ammettere gli atti sessuali, sentendosi d’aver agito senza violenza ma col pieno consentimento del Perrone sentendosi incoraggiati dalla rivelazione fatta loro da Angelo di avere già avuto quel tipo di esperienza.
I tre vengono rinviati a giudizio per violenta congiunzione carnale continuata con l’aggravante del simultaneo concorso di altra persona e di esserne derivate lesioni guarite in giorni 17, ma il processo si terrà solo contro Di Cianni e Mazza perché il 12 febbraio 1907 Emiddio Bianco muore in carcere all’età di 16 anni.
Il 18 maggio 1907 Rocco Mazza e Vincenzo Di Cianni, concesse le attenuanti e gli sconti di pena derivanti dall’età, vengono condannati a 5 anni, 6 mesi e 20 giorni il primo e a 4 anni e 3 mesi il secondo. Ma c’è un inghippo: Di Cianni all’epoca dei fatti era detenuto in attesa di giudizio per i reati di minaccia, porto abusivo di arma e tentata violenza carnale per i quali subì la condanna a 7 anni e 6 mesi di reclusione, che sta scontando nel carcere di Viterbo, ed essendo il reato di uguale natura, la pena inflitta deve essere ridotta a 2 anni, 1 mese e 12 giorni, per cui dovrà restare in carcere complessivamente per 9 anni, 7 mesi e 12 giorni.[1]


lunedì 18 aprile 2016

L'EREDITA' DI SANGUE


A circa trecento metri dall’abitato di Sant’Ippolito, frazione di Cosenza, in mezzo alla lussureggiante campagna e sopra un poggetto, si trova la casa colonica di Gaetano Fabiano, contadino e piccolo proprietario terriero del paesino.
La costruzione è quasi nascosta dagli alberi e vi si accede per angusti sentieri campestri. La famiglia di Gaetano, composta dalla moglie, Maria Fabiano, dalla figlia Caterina e dal figlioletto di questa – il marito, Carmine Spagnuolo, è emigrato in America per i continui dissidi familiari – vive al primo piano al quale si accede attraverso una scala esterna all’uso campagnuolo. Al pianterreno ci sono due bassi: uno è usato come deposito, nell’altro vive il colono del fondo, Giuseppe Quintieri. Un grande pergolato, sostenuto da un muro esterno della casa da una parte e da due alberi dall’altra, ombreggia il lato più esposto al sole. Pochi metri oltre il pergolato c’è l’aia, adesso piena dei covoni di grano appena mietuto, è il 12 luglio 1907, e ancora qualche metro più in là c’è un pagliaio, le cui pareti sono fatte di frascame, paglia e virgulti ma non fitti in tutta la superficie delle pareti, tanto da lasciare degli spazi vuoti e da permettere persino da questi l’entrata.
La sera, dopo la lunga e faticosa giornata di lavoro, la famiglia Fabiano prende un po’ di fresco sotto al pergolato e poi va a letto. Dormono profondamente, nel basso, anche il colono e sua moglie. Ma se il basso è fresco, il piano superiore è un forno e non si riesce a prendere sonno, anche per le fastidiose punture delle zanzare che tormentano le loro carni.
Gaetano bestemmia spazientito, è stanco e vorrebbe riposare quindi decide, verso mezzanotte, di andare a dormire nel pagliaio e qui, convinto di trovare un po’ di pace, riesce ad addormentarsi.
Maria Fabiano e sua figlia Caterina si svegliano di soprassalto quando nel silenzio della notte avvertono distintamente una detonazione
- Ohi mamma mia! – urla – hanno sparato dietro la porta!
- No, secondo me viene da più lontano – le risponde Caterina mentre Maria si affaccia alla finestra che guarda verso il pagliaio e chiama a gran voce il marito, senza ottenere risposta.
- Ohi mamma mia! – ripete – Gaetano non risponde… che è successo? Giuseppe! Giuseppe! – urla per richiamare l’attenzione del colono, ma neanche questa volta ottiene risposta. Le due donne si vestono alla meno peggio e, con cautela, escono di casa, scendono la scala e bussano energicamente alla porta del basso dove dorme il colono. La voce impastata di sonno dell’uomo le avvisa che sta andando ad aprire – non hai sentito il colpo? Sbrigati che Gaetano non risponde!
Maria, Caterina e Giuseppe si avvicinano al pagliaio continuando a chiamare Gaetano ma non c’è niente da fare: non risponde. Poi il colono entra e nel buio cerca di capire che fine abbia fatto il padrone. Attraversa il primo ambiente stando attento a non fare innervosire l’asino, attraversa anche il secondo dove sono stipati degli attrezzi agricoli e finalmente entra nella parte libera del pagliaio, dove dovrebbe essere Gaetano. Dove è Gaetano. Steso su di un cumulo di foglie secche e secco anch’egli con una revolverata nel petto.
La detonazione prima e le grida disperate delle donne poi, richiamano sul posto un sacco di gente che comincia a curiosare compromettendo irreparabilmente le esili tracce lasciate da chi ha commesso l’omicidio, mentre qualcun altro va ad avvisare i Carabinieri di Pietrafitta, i più vicini al posto.
Ormai è giorno fatto quando arrivano sul posto le forze dell’ordine e il Pretore di Cosenza. L’ispezione dei luoghi e del cadavere li lascia perplessi: oltre alla ferita nel quarto spazio intercostale di sinistra a cui corrisponde un foro sulla camicia sbottonata, il cadavere presenta un’altra ferita da arma da fuoco al palmo della mano sinistra, trapassato da parte a parte. Nessuna delle ferite presenta i tipici segni dei colpi sparati a bruciapelo. Nessun altro segno di violenza. Notano, anzi, che alla vita del morto è allacciata la cintura dalla quale pende un revolver regolarmente inserita nella fondina e nel revolver ci sono tutte e sei le cartucce cariche. Nel pagliaio tutto è in ordine e non c’è traccia di sangue sul pavimento, contrariamente a quanto sarebbe stato logico aspettarsi.
Che sia stato ucciso in un altro posto e poi portato lì? Questa ipotesi viene presa seriamente in considerazione quando il medico legale si accorge di due minuscole macchie di sangue presenti sulla scarpa sinistra del morto. Allora, se Gaetano è stato ammazzato in un altro posto e poi portato nel pagliaio, è evidente che la moglie e la figlia debbano essere in cima alla lista dei sospettati. Maria e Caterina vengono arrestate ma si dichiarano innocenti, difendendosi strenuamente. Il colono continua a sostenere di non aver sentito la detonazione perché dormiva della grossa e di essersi svegliato solo quando le due donne hanno bussato violentemente e per parecchi minuti alla sua porta.
In verità su Maria e Caterina gli indizi sono davvero molto deboli e gli inquirenti, per trattenerle in carcere si appigliano alle voci che vorrebbero Caterina, qualche anno prima, autrice di un tentativo di avvelenamento ai danni del padre il quale la rimproverava continuamente per la sua condotta licenziosa. Ma sono solo voci, come sono voci quelle che raccontano delle numerose inimicizie di Gaetano per questioni di interesse. Arrivano anche alcune lettere anonime che accusano ora questo, ora quello e gli inquirenti, non avendo ormai un santo a cui votarsi per scoprire l’autore dell’assassinio, indagano anche queste persone che risultano del tutto estranee al fatto.
Maria e Caterina vengono prosciolte e il fascicolo sta per essere rubricato a carico di ignoti e messo a prendere polvere su qualche scaffale della Procura del re quando accade un fatto nuovo e del tutto inaspettato. È la mattina del 18 febbraio 1908 e sono passati sette mesi dalla morte di Gaetano Fabiano.
Avevamo raccontato che Caterina è sposata con Carmine Spagnuolo, quarantenne contadino di Pietrafitta, emigrato in America. Carmine, appresa la notizia che il suocero è morto e sua moglie con sua suocera sono state arrestate e le proprietà abbandonate a loro stesse, rientra in Italia e scopre che le due sono appena state scarcerate.
Caterina e Carmine tornano insieme nonostante lui abbia avuto l’ennesima conferma che la moglie, affetta da sifilide, lo tradisca regolarmente e si trasferiscono a Cosenza, col figlio e la suocera, in una stanza della Locanda Lucchetta nel rione Santa Lucia. Se Gaetano accetta passivamente questa situazione è solo perché ha saputo della volontà del suocero di lasciare tutti i suoi beni all’unico nipote, cioè suo figlio. Poi Carmine scopre che la moglie, trentaquattrenne, ha una relazione stabile con un giovanotto, Luigi De Rose, di diciannove anni e dopo una furiosa discussione se ne torna in paese per badare meglio alle proprietà della famiglia.
Il 16 febbraio 1908 Carmine va a Cosenza a trovare la moglie e il figlio per cercare di convincerla a tornare con lui ma in paese, questa volta. Caterina non ne vuole sapere e quasi lo caccia via. Carmine insiste perché ha saputo dalla suocera che la moglie, unica erede dei beni paterni, dato che il povero Gaetano non ha fatto in tempo a fare testamento in favore del nipote, sta cercando di vendere, su consiglio dell’amante, tutte le proprietà per un valore di circa cinquantamila lire e poi scappare in America. La convinzione che ciò sia vero viene rafforzata quando, tornato dopo essere uscito a sbrigare una faccenda, trova in camera Luigi De Rose che si scalda al braciere e, girato lo sguardo, vede sul comodino dei fogli di carta bollata in bianco. A questo punto le sue insistenze si fanno molto più pressanti, ma senza risultato.
È la mattina del 18 febbraio 1908 e sono passati sette mesi dall’omicidio di Gaetano Fabiano. È domenica. Carmine torna in città per fare l’ultimo tentativo di riappacificazione. Entra nella locanda, sale le scale e sta per bussare alla porta di Caterina. Dall’interno vengono le voci concitate della suocera che cerca, anche lei, di convincerla a desistere dal suo proposito
- Piuttosto convinci Carmine ad andarsene una volta per tutte se no farà la fine di suo suocero!
L’uomo è sconcertato. Ha appena saputo che la moglie potrebbe volere la sua morte e sospetta che Caterina possa essere coinvolta nell’omicidio del padre. Con la mente in subbuglio va dai Carabinieri a raccontare ciò che ha sentito e ad esprimere i timori di essere ucciso
- Marescià… domenica scorsa l’ho trovato in camera con lei, adesso mia moglie dice queste cose… se mi dovesse accadere qualcosa sappiate che sono stati loro due…
- Stai tranquillo che non ti succede niente – lo rassicura il Maresciallo – piuttosto, cerca di sapere qualcosa di più sulla morte di tuo suocero… magari tua moglie, discorrendo, potrebbe farsi scappare qualcosa…
Carmine, uscito dalla caserma, va dall’armiere Palmieri e compra una rivoltella a cinque colpi più dodici cartucce, poi torna alla locanda, bussa alla porta, entra e trova Caterina da sola perché la mamma e il figlio sono andati a messa. Le fa delle avances e la moglie, che sta cucinando un po’ di carne, gli dice freddamente
- Chiudi bene la porta se vuoi unirti a me perché poi te ne devi andare – Carmine si avvicina al letto dove Caterina si è distesa mentre continua a parlargli, sempre con tono distaccato, quasi di disprezzo – levati la giacca che starai più comodo…
Il tono di Caterina fa perdere la ragione a Carmine. Estrae la rivoltella e comincia a sparare. Uno, due, tre, quattro, cinque. Tutte le cartucce. Pensa di averla uccisa e si china su di lei ma Caterina, nell’ultimo, vano, tentativo di difesa raccoglie le forze rimaste e gli si avventa contro piantandogli le unghie nella faccia. Carmine è sorpreso, non se lo aspettava; con un braccio la spinge via, poi corre al tavolo dove Caterina ha lasciato il coltello della carne e le si avventa colpendola ripetutamente e, infine, con un colpo netto e violentissimo, le taglia la gola da un orecchio all’altro lasciandole la testa attaccata per miracolo.
Nel frattempo il locandiere, allarmato dalle detonazioni, esce sulla via mentre stanno passando delle guardie che bloccano Carmine sulla porta della stanza e lo portano via.
Quando racconta la sua storia al Magistrato precisa
- Sono fermamente convinto che la responsabilità dell’omicidio di mio suocero Gaetano Fabiano sia di Luigi De Rose e di suo padre Gaetano perché, data la tresca tra mia moglie e Luigi, era loro interesse togliere di mezzo mio suocero affinché mia moglie ne avesse ereditato i beni, perché era notorio che mio suocero intendeva nominare suo erede mio figlio. Tolto di mezzo lui avrebbero liquidato tutto a mia insaputa, come avevano tentato di fare e se ne sarebbero forse andati in America.
- Ciò che stai affermando non è legalmente possibile – gli fa osservare il Giudice – perché tua moglie non avrebbe potuto vendere niente senza il tuo consenso
- Eppure ci hanno provato! Il notaio Sprovieri venne all’albergo ed andò via alla mia vista. La sua venuta doveva certo avere uno scopo, specialmente se si pensa alla carta bollata che mia moglie teneva in camera.
Il Giudice deve cercare di capire se Carmine ha ucciso per difendere il suo onore ferito o per non perdere l’eredità e Carmine è categorico
- Non fu il timore di perdere il patrimonio di mia moglie che mi armò la mano contro di lei e mi spinse a uccidere. Sono un lavoratore e mio padre è anche lui in agiata condizione. Del resto, con un solo figliuolo, quali preoccupazioni dovevo avere? Decisi per ragioni d’onore, convinto dal discorso cinico e sprezzante ch’ero riuscito a sorprendere sulle labbra di mia moglie, ch’io ero nulla per lei e che ella mirava a sbarazzarsi di me, forse facendomi uccidere dal suo ganzo.
Quando arrivano i risultati dell’autopsia c’è una novità sconfortante: Caterina era incita tra il settimo e l’ottavo mese e il bambino è stato trapassato da uno dei colpi sparati da Carmine.
- Non posso escludere che il bambino fosse mio perché appena tornato dall’America ho avuto dei rapporti sessuali con mia moglie – dice Carmine
Alla luce di questo nuovo, possibile, movente che avrebbe portato all’uccisione di Gaetano Fabiano, il Giudice fa arrestare i due De Rose i quali, ovviamente, si dicono assolutamente estranei al fatto.
- Tra di noi non c’era niente… ci siamo incontrati qualche volta casualmente o perché lei mi chiedeva qualche consiglio sulle sue faccende…
I testimoni interrogati in merito rispondono tutti in modo vago che, si, li hanno talvolta visti insieme, anche col padre di Luigi e, addirittura con Carmine, sempre in pubblico e sempre in circostanze che non hanno destato sospetto. Troppo poco per poter dire con assoluta certezza che tra i due ci fosse una tresca. E se non c’è la tresca non c’è nemmeno il movente indicato da Carmine Spagnuolo.
Gli unici che si dicono certi della responsabilità dei due De Rose sono Maria Fabiano e il genero Carmine. Poi si aggiunge anche un cugino della vittima che fonda le sue accuse sul tentativo di vendita dei beni. Sempre troppo poco.
Quando la perizia eseguita sulle due rivoltelle trovate in casa dei De Rose esclude categoricamente che, o l’una o l’altra, siano l’arma del delitto, la giustizia si arrende definitivamente. Il 30 settembre 1908 Gaetano De Rose e suo figlio Luigi sono prosciolti in istruttoria per insufficienza di prove.
Resta l’estremo tentativo di accusa da parte di Maria Fabiano che, il 30 ottobre, invia l’ennesimo esposto per fare riaprire le indagini contro i due.
Non luogo per insufficienza di indizi è l’appunto con il quale, il 4 novembre successivo, il Giudice Istruttore Nigro chiude definitivamente il caso.
E se non ci sono indizi sufficienti che provino il coinvolgimento dei due De Rose nell’omicidio di Gaetano Fabiano al fine di non fargli fare testamento a favore del nipote, così ragionano i giudici che si occupano dell’omicidio di Caterina, non è possibile che Carmine Spaguolo abbia ucciso la moglie per motivi di interesse e così resta in piedi solo il movente dell’onore ferito e, si sa, l’onore è sacro e viene tutelato dalla legge.
Carmine Spagnuolo non è nemmeno ritenuto meritevole di subire il processo e viene prosciolto in istruttoria dall’accusa di omicidio. Ma Carmine Spagnuolo quel 18 febbraio 1908 portava abusivamente con sé una rivoltella e questo, invece, è un reato che va punito con la condanna a due mesi di arresto e 75 lire di multa.[1]
Secondo il volere di Gaetano Fabiano, suo nipote è ora erede di tutti i suoi beni. 
Dopo due morti ammazzati.


I CAMINANTI-Quando gli zingari rubavano galline


[1] ASCS, Processi Penali. Questa storia è tratta da due procedimenti penali separati.

domenica 17 aprile 2016

L'INDEMONIATA di Cinzia Altomare


Lucrezia sedeva sul pagliericcio e guardava verso la feritoia con inferriate che dava sul cielo.
Era una bella giornata di maggio del 1619 e cercava di respirare un po’di aria fresca che veniva da fuori, per non pensare al male odore umano che infestava la prigione in cui si trovava.
Lucrezia Bruna era povera e già vedova. Tre mesi prima abitava nella sua umile casetta a Carolei e mentre si stava preparando a cuocere la cena era stata afferrata per le spalle da due energumeni incappucciati e, con un bavaglio in bocca, portata con la forza in un carro e condotta nel castello del signore di Fiumefreddo.
Dopo la comprensibile confusione e disperazione iniziale, la ragione e il buon senso cominciarono a tornarle per focalizzare la situazione e cominciare a chiedersi: perché proprio io? Nonostante gli sforzi, però, non riuscì a trovare la benché minima ragione a ciò che le stava accadendo.
Quando finalmente il carro si fermò e fu trascinata giù per una ripida scala nelle segrete del castello, si accorse che non era la sola in quelle condizioni: Vincenzo Pugliese e Antonia Rescia, sua moglie, e ancora Persia moglie di Pietro Domma, così si erano presentati, erano stati condotti con la stessa “gentilezza” e avevano iniziato a scambiarsi informazioni per fare luce su quel mistero.
Col passare della notte e del giorno, ad uno ad uno i prigionieri furono condotti in altri locali, picchiati e, sotto minaccia di tortura, costretti a sostenere di essere stati testimoni di fatti di cui non sapevano nulla.
Lucrezia, lasciata per ultima, aveva elaborato un piano per riuscire a mantenere la sua dignità di donna. Siccome aveva sentito che le altre due erano state minacciate di violenza carnale se non avessero accettato di sottoscrivere quelle maledette carte e le poverine per salvarsi avevano confessato tutte quello che gli era stato ordinato, così lei aveva pensato di fare leva sulla superstizione degli uomini e decise che se qualcuno l’avesse minacciata di stupro avrebbe fatto la parte della posseduta dal demonio.
La sera del giorno seguente al rapimento venne portata da due soldati in una stanza dove un altro militare seduto dietro un tavolo leggeva dei fogli, tenendo in mano una penna d’oca. Lei rimase ferma in mezzo alla stanza.
- Vieni e firma questi fogli!
- Non so scrivere!
- Metti una croce o un simbolo tuo!
- Cosa dovrei firmare?
- Una confessione. Prima firmi, poi ti cuntu che hai firmato e quindi vai via da qua. Se non firmi na passa i legnate un ‘ta nega nessunu e poi…si na fimmina…
Fino ad allora non erano stati gentili, ma ora il vero volto veniva fuori.
- Che confessione è, io non firmo na cosa chi nun sacciu.
Aveva detto quelle parole senza neanche credere a se stessa, perché si era impuntata… forse la sua coscienza era più forte di lei…
Quella sera non firmò nonostante le legnate promesse fossero diventate realtà e ad un certo punto, con i capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue per la rabbia che le dava la sua situazione, guardò uno dei suoi aguzzini che in quel momento le stava alzando il vestito con quegli occhi che sembravano accesi dal fuoco dell’inferno e gridò con tutta la voce che aveva in corpo, alzando l’indice verso il cielo:
– Ti maledico, miserabile essere, che tu possa sentire tutto il male che hai fatto a me!
Il vigliacco, intimorito per il modo in cui gli era stato lanciato l’anatema e, perché superstizioso, impaurito dal terrificante aspetto di Lucrezia, si fermò come paralizzato credendola posseduta dal demonio.
A rigor dei fatti si deve riportare che la sera dopo, a seguito di una potente ubriacatura in una cantina e a una lite in cui ebbe la peggio, quell’uomo giurò ai compagni del castello che mai e poi mai avrebbe più tentato di toccare la strega.
Il piano attuato da Lucrezia, almeno in parte e almeno per il momento, la salvò.
I suoi compagni di cella furono tutti liberati, rimase solo lei e tenne duro per mesi col suo ostinato rifiuto a cedere al ricatto, sebbene continuamente minacciata e torturata fisicamente e psicologicamente. Ormai si era intestardita che la falsa testimonianza voluta dal signore di Fiumefreddo non sarebbe mai uscita dalla sua bocca. “Devi dire che eri la druda del dottore Sallustio Ragusa di Carolei e che lui, dopo averti messa incinta, ti ha procurato l’aborto”.
Non ci fu verso, per mesi e mesi Lucrezia fu torturata ma resistette e per fortuna nessuno la violentò perché, dopo aver lanciato la maledizione, ormai tutti i carcerieri la credevano una fattucchiera.
Le ferite però non facevano a tempo a guarire che le frustate ricominciavano. Una volta il dolore fu così forte che svenne e i suoi aguzzini, non riuscendo a farla rinvenire, la ritennero morta.
Il principe gioì: “finalmente chira fitusa è shcattata sula, m’ha fatto penare come mai…. non la potevo liberare e non potevo tenerla in carcere se non la torturavo. Ho ordinato di ammazzarla, ma nessuno ha avutu stu curaggiu… si sono convinti che era una strega.
Il corpo di Lucrezia fu portato in una casetta fuori le mura di Fiumefreddo e lasciato in pasto agli animali selvaggi. Ma alcuni monaci del vicino Convento di San Francesco di Assisi, i quali si preoccupavano di dare degna sepoltura ai morti, passando da lì la notarono e la presero per seppellirla. Uno dei frati, mentre ne adagiava su una lettiga di frasche il corpo, sentì un rantolo che gli sembrò provenire dalle labbra della morta e si insospettì. Si avvicinò a Lucrezia e si accertò che il cuore batteva ancora:
- Ma chissa è viva, fratel Lorenzo accorrete, questa donna è viva!
- Hai ragione fratello, presto portiamola in convento che è combinata proprio male …
Passarono altri mesi e per fortuna, grazie alla forza di Lucrezia e alle cure dei frati, le sue condizioni andarono migliorando, la pelle si cicatrizzò, le ferie superficiali sparirono, ma quelle interiori erano ferme al giorno della sua presunta morte. La violenza spietata e le torture che le si erano stampate indelebili nel cervello la resero triste, cupa e taciturna.
Una mattina, arrivò al Convento un folto numero di soldati con una missiva indirizzata al Priore: era un lettera firmata dalla Marchesa della Valle, una donna ricca e intelligente la quale, venuta a conoscenza della storia di Lucrezia, decise che l’avrebbe aiutata ad ogni costo e per quello che le consentiva il suo potere, quindi aveva inviato dei soldati per proteggerla, ma l’accampamento approntato dai soldati non fece che destare le curiosità delle spie del principe di Fiumefreddo, che solo allora venne a sapere che Lucrezia Bruna era ancora viva.
- Puttana! Chissa mò mi ruvina, e chi li ferma più!
In preda ad una crisi isterica camminava freneticamente da una parte all’altra della stanza non sapendo come sfogare la rabbia e ad un certo punto iniziò a buttare giù tutto ciò che aveva a vista, un quadro, una sedia, le tende, proprio tutto. Appena uscì dalla stanza gridando come il demonio, una delle cameriere ebbe la curiosità di andare a vedere quello che il padrone aveva lasciato intatto e quando si affacciò nella stanza riuscì solo a mettersi le mani in testa: non c’era rimasto davvero nulla!  
Lucrezia, animata da tanta bontà – prima quella dei frati poi quella della ricca nobildonna – si riprese dalla depressione e decise che doveva continuare a vivere perché voleva giustizia a tutti i costi. Quindi, per dimostrare la sua innocenza, chiese che qualcuno le scrivesse una lettera in cui raccontava la sua storia e che fu indirizzata alla Regia Udienza di Cosenza per chiedere un regolare processo.
I fraticelli all’inizio cercarono di farla desistere, ormai aveva ottenuto la protezione di un potente, ma lei rispose con gentilezza:
-No, vi ringrazio, ma a mia chissu ‘un m’ha dda guardà chiù
Ottenuto che il signorotto fosse sottoposto a processo, Lucrezia arrivò a Cosenza, scortata dai soldati della Marchesa, per alloggiare in una casa approntata apposta per lei e riuscì ad avere due procuratori per la sua difesa: Fabrizio Vitale di Napoli e Pietro Antonio Terzano di Cosenza.[1]
Anche se può sembrare frutto di fantasia, questa storia è, come sempre, una storia vera, ma viene da lontano e tante cose negli atti tramandatici non sono state spiegate. Il processo che ne è seguito probabilmente è andato perduto e non sappiamo come la storia si è conclusa, ma Lucrezia, per il suo coraggio, può essere considerata come una delle prime donne antimafia calabresi.


venerdì 15 aprile 2016

IL CARBONAIO DI SERRA PEDACE E IL TUBERCOLO DI DARWIN


È la notte tra il nove e il dieci luglio 1925 quando uno scalpiccio di zoccoli di cavalli e il contemporaneo abbaiare dei cani sveglia la famiglia Barca dal sonno. Bernardo, il settantacinquenne patriarca, accende il lume e guarda l’orologio: la mezzanotte è passata da pochi minuti. Si svegliano anche i figli Gaetano, quarantasette anni, Vincenzo, quarantasei anni, Amalia, quarant’anni e tutti gli altri familiari e domestici presenti quella notte nel casino di campagna posto in contrada Macchia, qualche chilometro più su dell’abitato di Serra Pedace.
- Michele! Michele! – urla Vincenzo all’indirizzo del loro lavorante Michele Feraca, uscito con un cavallo e una giumenta tre giorni prima per andare a fare legna in contrada Dirroiti e mai più rientrato. Tutta la famiglia Barca si sente ora sollevata, l’uomo, per il quale hanno temuto, è tornato e con lui gli animali. Ma quando gli animali sono fiocamente rischiarati dalle lanterne, tutti cadono di nuovo nello sconforto: Michele non è con loro. Vincenzo, il quale conosce bene il carattere del lavorante, continua a chiamarlo – Michele, esci e non temere, non fa niente se sei mancato tre giorni
Ma ogni sforzo è vano, Michele non risponde. Ci sono solo i due animali con tutti i finimenti a posto, eccezion fatta per una fibbia che manca.
Michele Feraca ha cinquant’anni e lavora da molti anni per conto dei Barca che lo tengono in grande considerazione per la sua onestà e segretezza, anche se quando ripensa alla moglie rimasta in Sud America gli vengono degli attacchi di depressione e, credendola nel suo paese natale, se ne va a Feruci a cercarla.
Dove può essere Michele? La mattina dell’otto luglio don Vincenzo gli ordina di preparare il cavallo, la giumenta e due buoi per andare in contrada Dirroiti dove hanno una carboniera data in fitto ai fratelli Pasquale e Vincenzo Bendicenti. Michele si fermerà in zona a far due some di legna, mentre don Vincenzo proseguirà verso un’altra proprietà dove la ditta Petrella sta tagliando tronchi per farne delle travi e per far ferrare i buoi da mastro Pasquale Bonanno alla Funicolare Petrella.
Don Vincenzo, terminato il suo da fare, torna a casa nel primo pomeriggio e già comincia a preoccuparsi per il mancato rientro di Michele e torna indietro a cercarlo, mentre suo fratello Gaetano scende in paese per vedere se sia andato a casa della madre. Non è in nessuno dei due posti e, ormai sera, i Barca si ripromettono di continuare le ricerche l’indomani mattina ma le ricerche sono infruttuose e così, prima che faccia sera, don Vincenzo va dai Carabinieri di Pedace a fare la denuncia per la scomparsa.
Quando il cavallo e la giumenta tornano da soli, la preoccupazione che possa essere accaduta qualcosa di brutto aumenta, ma corrono voci che vorrebbero Michele in Sila a cercare lavoro come mugnaio, la sua vecchia occupazione, e voci che lo dicono diretto in paese, dove, per altro, non è mai arrivato. I Barca seguono a ritroso le impronte che i cavalli hanno lasciato nel grano e si accorgono che vengono dalla montagna e non dal paese. Gli è chiaro, a questo punto, che Michele deve essere da qualche parte nei boschi.
La mattina del dieci luglio in contrada Diroiti ci va anche il settantenne Santo Leonetti col suo asino. Ad un certo punto si accorge che l’asino si è allontanato e lo va a cercare. Vede il mulo sul ciglio di una scarpata al di sotto di un sentiero e lo raggiunge. La sorpresa è di quelle che lasciano senza parole: a un paio di metri dall’asino giace, su di un lato il corpo quasi decapitato di un uomo con una scure in mezzo alle gambe! Santo Leonetti non si pone nemmeno il problema di chi possa trattarsi, prende l’asino per le briglie, torna dove ha lasciato la legna, la carica sull’animale e se ne va. Fa solo pochi metri quando, accanto al guado di un torrente dove ci sono le baracche occupate dai fratelli Bendicenti, incontra la loro madre, Vincenzina Serafini
- C’è un morto a cento metri da qui, ma io non so chi sia – le dice
- È il cavallaro di Barca, vado a dirlo ai padroni – gli risponde senza scomporsi
La donna si incammina verso la casa dei Barca e quando arriva trova donna Amalia
- Buongiorno, don Vincenzo dov’è? – le chiede
- Che è successo? – risponde donna Amalia preoccupata
- Michele
- È morto?
- Si, è dentro un vallone, prendete una coperta che se l’hanno mangiato le mosche, tiene una piaga cagionata dalle mosche – spiega mentre donna Amalia scoppia a piangere, poi continua – Era solito pigliargli qualche malore?
- In verità, no; solo qualche volta soffriva di mal di pancia, ma con una tazza calda di lauro tutto finiva! – Vincenza la ascolta pensierosa, poi dopo un silenzio che sembra interminabile dice in modo sibillino
- Bè, io per coscienza ve lo faccio il testimone… – donna Amalia non capisce il senso di quelle parole ma non se ne fa un problema, è troppo angustiata per la sorte toccata al fido Michele. Vincenza, dopo qualche altro secondo di silenzio, conclude – Io non sarei venuta a riferirvi il rinvenimento del cadavere, ma a tanto sono stata indotta perché ho saputo che le cavalcature sono ritornate
Don Vincenzo, avvisato della tragica notizia, sta per precipitarsi sul posto ma il padre lo blocca ordinandogli di scendere a Pedace per avvisare i Carabinieri. A contrada Diroiti andrà egli stesso accompagnato da Vincenza, alla quale fa portare una coperta e dal suo bovaro Pasquale Rota.
La vista del cadavere non è di quelle che si possano scordare facilmente: nella larghissima ferita triangolare che ha quasi decapitato il povero Michele, chiaramente prodotta da un poderoso colpo di scure, entrano ed escono insetti di ogni tipo. La bocca, il naso, le cavità orbitali e le orecchie sono invase dai vermi che brulicano dappertutto, ricoprendo anche la camicia e il panciotto. Molto del tessuto connettivo della testa non esiste più perché putrefatto.
Fatto coprire il cadavere, don Bernardo nota lo strano atteggiamento dei fratelli Bendicenti che si trovano a pochi metri perché è proprio a una cinquantina di metri dal cadavere che arde la carboniera data loro in fitto: Pasquale Bendicenti è completamente disinteressato a ciò che sta accadendogli accanto, mentre suo fratello Michele osserva la scena dall’alto del sentiero senza proferire parola.
“Perché?” si chiede don Bernardo.
Quando sul posto arrivano il Pretore di Spezzano Grande, Luigi Pace, e il Vicebrigadiere Federico Verni, comandante della stazione di Pedace gli fa notare questa singolare circostanza. In effetti è molto strano che i fratelli Bendicenti e la loro madre non si siano accorti di nulla a così pochi metri di distanza e quando è chiaro che non si è trattato di una disgrazia, diventano i principali indiziati per l’omicidio di Michele, o quantomeno che tutti e tre debbano essere a conoscenza di fatti che potrebbero fare individuare l’assassino. Si, perché, così ragionano gli inquirenti stando ai fatti finora accertati, l’ultimo ad aver visto vivo Michele Feraca è don Vincenzo Barca e quindi non si può non considerarlo come possibile autore del delitto. Una cosa però è certa: chi ha ucciso Michele Feraca lo ha colpito all’improvviso senza dargli il tempo di impugnare la rivoltella che gli investigatori trovano regolarmente inserita nella fondina appesa alla cintura dei pantaloni del cadavere.
I fratelli Bendicenti, la loro madre e don Vincenzo Barca finiscono nel carcere di Colle Triglio e avranno il loro bel da fare per tirarsi fuori dai guai.
Per don Vincenzo la cosa è più semplice: per lui parlano gli anni di confidenza col povero Michele e molti testimoni che giurano sull’affetto verso di lui e sulla sua incapacità a delinquere. Ma d’altra parte, basterebbe come movente la voce che avrebbe voluto Michele in procinto di lasciare il lavoro per cercarsene un altro come mugnaio a giustificare l’omicidio? Francamente no e il Giudice istruttore dopo pochi giorni lo rimette in libertà.
E per la famiglia Bendicenti che movente ci potrebbe essere a giustificare tanta brutalità? Forse il contrasto sopraggiunto per il taglio della legna perché quella legna serviva per alimentare la carboniera e quindi lo scatto d’ira omicida di uno dei due fratelli. Ma questa tesi è facile da smontare: Michele stava tagliando e raccogliendo legna secca, mentre per fare il carbone ci vuole legna verde. Allora dov’è il movente per tenerli in carcere? Ci vuole una proroga, al momento non si trova, anche se è evidente che ci debbano essere dentro fino al collo.
Poi, finalmente, la svolta: qualcuno all’improvviso ricorda che Pasquale Bendicenti è stato ricoverato nel manicomio di Nocera Inferiore fino a pochi mesi prima del delitto. È chiaro adesso?
Michele Bendicenti capisce che se non vuota il sacco per lui e la madre saranno guai molto seri e il quattordici luglio, interrogato, rivela
- Quando tornai in contrada Dirroiti, il mattino di mercoledì otto corrente, non trovai mio fratello Pasquale. Sopraggiunse solo verso le undici, reduce dall’Acerina: aveva la giubba estiva nuova, portava due ricotte e mi disse di averle comprate in quella contrada da Alessandro Oliverio. Gli chiesi perché non avesse portato l’erba per l’asino e lui mi rispose: Non mi sentivo bene e l’idea non mi ha aiutato. Notai che era sconvolto ed eccitato e così si è mantenuto fino a che non andammo a letto, ma non gliene chiesi il perché. Mentre dormivamo si svegliò all’improvviso come indemoniato, prese la sua scure tagliente e mi si avventò contro dicendo: Ajo acciso a chillo ed ai murire puru tu! Cercai di rabbonirlo e fui salvo per la mia prudenza. Siccome lo sapevo un forsennato non indagai, credendo che fosse una delle sue solite escandescenze, perché altre volte ha minacciato di morte me e mia madre, tanto che è stato dimesso a marzo scorso dal manicomio di Nocera Inferiore. Sicuramente ha cambiato la giubba dopo avere ammazzato Feraca per allontanare i sospetti e non ho fatto caso se la scure con la quale mi minacciò fosse sporca di sangue ma, di certo, se ha pensato a cambiare la giubba, avrà senz’altro pensato a lavare l’arma. La colpa di tutto è di mia cognata, la moglie di Pasquale, perché credendo che fosse guarito dall’alienazione mentale, fece pratiche in reiterazione per farlo dimettere dal manicomio! Per farvi capire il suo stato, vi dico anche che il giorno dopo, giovedì, mentre lavorava con me nelle vicinanze della carboniera, all’improvviso montò su tutte le furie e si avventò di nuovo contro di me urlando: Devi morire pure tu! Poi, vedendo venire verso di noi i buoi guidati da Pasquale Rota, si scagliò contro gli animali brandendo la scure per ammazzarli e per poco non lo fece davvero. Quando fu ritrovato il cadavere di Michele Feraca ucciso in quel modo orrendo, capii che era stato davvero lui e cercai di farmi spiegare il motivo per cui aveva fatto quella cosa e lui, sempre più cisposo, mi fece intendere che forse, essendosi impariolato col Feraca, il quale gli avrebbe domandato dove fossero le giumente, egli, preso da una solita crisi nervosa, lo avrebbe ucciso con un colpo di scure al collo. Mio fratello ha fatto l’artigliere e niente di più facile che, mentre il povero Feraca raccattava la legna, dovette montare sulle bestie e portarle verso l’Acerina, donde la lite tra i due, degenerata in grave delitto. Quando fui fermato dai Carabinieri, feci vedere al Brigadiere le tre scuri e lui fece dei segni col lapis sulle astee la piccola, la più tagliente, quella che dovette servire al delitto e che mio fratello usava sempre portare seco, i prefati militi, con somma leggerezza, gliela lasciarono seco. Ora, se i Reali carabinieri non furono previgenti di sequestrarle ed assumono di non averle rinvenute sopra luogo, io nulla posso dire perché, ripeto, essendo stato tradotto nella camera di sicurezza di Pedace e poi in questo carcere, non posso dire e e ad opera di chi fossero state nascoste o trafugate. Mio fratello ebbe le prime crisi l’anno scorso, proprio nei primi giorni di luglio e poi siamo stati costretti a farlo rinchiudere.
Le cose sembrano cominciare a chiarirsi. Ma Pasquale confesserà di essere l’autore dell’orrendo delitto o il fratello sta tentando di scaricare la responsabilità sul pazzo?
- Non so resistere alle vostre esortazioni e confesso di aver ucciso con un colpo di scure al collo il mulattiere Feraca Michele verso le ore sette del mattino di mercoledì otto luglio in contrada Dirroiti, dove mi trovavo solo intorno alla carboniera. Mio fratello Michele e mia madre mi raggiunsero più tardi ma io nulla dissi loro del delitto commesso. Mentre badavo alla carboniera, Feraca mi chiamò per farsi aiutare a tagliare la legna. Io andai e mentre lo aiutavo lui mi rimproverò dicendomi che ero lento nel lavoro. io gli risposi: Invece di ringraziarmi, mi rimproveri pure? E siccome lui alzò la scure verso di me montai su tutte le furie e per difendermi gli assestai un colpo al collo e lui cadde all’istante cadavere. In verità egli, pur avendo la rivoltella non la usò punto contro di me, imbrandendo solo la scure quando mi si avventò contro. Poi ebbi cura di lavare la scure sporca di sangue nella vicina fiumara e quando la mostrai al Brigadiere non si accorse di nulla e me la lasciò a disposizione per alimentare la carboniera.
È fatta! Il colpevole ha confessato e non c’è più motivo di tenere in carcere la madre e il fratello Michele. Ma adesso c’è da chiarire se Pasquale, come sostengono tutti, Pubblico Ministero compreso, sia o meno capace di intendere e volere, visti i suoi recenti trascorsi. Avviata la pratica per la perizia psichiatrica, il 2 ottobre 1925, Pasquale Bendicenti viene internato nel manicomio giudiziario di barcellona Pozzo di Gotto e affidato alle cure dei dottori Emanuele Mirabella e Franco Cammarata.
- Io contrassi la malaria sul Piave durante l’ultima guerra Nazionale e, congedatomi nel dicembre 1919, fui curato dal dottor Scarnati di Serra Pedace e dal dottor Ferraro di Paola, i quali mi fecero parecchie siringhe ipodermiche e mi somministrarono l’Esanofele. Nel luglio 1924 fui ricoverato nel manicomio di Nocera Inferiore da dove fui dimesso nel marzo 1925 – Pasquale si presenta ai due periti, i quali chiedono ai medici curanti notizie sulla storia familiare dell’imputato per verificare una eventuale tara genetica. 
Così Mirabella e Cammarata scoprono precedenti morbosi di grande rilievo e tutti di natura nevropatica: un cugino ed uno zio materno di Pasquale sono morti in manicomio; la madre presenta chiare note di deficienza psichica; una sorella soffre di epilessia e lo stesso fratello Michele, dopo avere ucciso il proprio padre a bastonate, è stato internato per diciotto mesi nel manicomio di Nocera Inferiore per alienazione mentale; uno zio paterno era sordomuto e, infine, un figlioletto di Pasquale è morto per eclampsia. Scoprono anche che la forma malarica di cui si è ammalato Pasquale è la peggiore, quella che si ripresenta ogni anno tra l’estate e l’autunno e che richiede formidabili dosi di chinino per attenuarne i sintomi. Scoprono anche che la domenica precedente all’omicidio Pasquale tornò in paese per partecipare a una festa di matrimonio dove bevve parecchi bicchierini di liquore che gli causarono, durante la notte, agitazione e un insolito eccitamento sessuale.
 I periti, osservando le caratteristiche morfologiche di Pasquale notano qualcosa che potrebbe essere decisiva per il giudizio finale: Le orecchie piccole col lobulo aderente presentano superiormente bene apprezzabile il tubercolo di Darwin[1], specialmente evidente a destra. All’angolo tra la branca smontante della mandibola destra con la branca orizzontale, si percepisce bene la presenza dell’apofisi lemuriana[2]. Questo carattere ed il tubercolo di Darwin sono caratteri pitecoidi propri dei primati antropomorfi. Quasi una scimmia.
Quando Mirabella e Cammarata passano a formulare le loro considerazioni medico-legali non possono fare a meno di constatare che: Ci son pazzi, anomali e neuropatici negli ascendenti, nei collaterali, nei discendenti ed il significato di questo quadro ereditario non può essere dubbio perché non rappresenta un semplice indizio isolato che potrebbe venire interpretato come una eccezione, una deviazione sporadica di un unico ramo da un albero diritto, una coincidenza. Qua siamo di fronte a svariate manifestazioni di un unico fatto, siamo di fronte ad una famiglia degenerata, di cui ogni membro porta manifesta una deficienza, od una anomalia a carico del sistema nervoso. Il Bendicenti infatti che fino ad una certa età aveva portata discretamente celata la sua inferiorità, che aveva discretamente condotta la navicella della sua vita, era un “minus valor” non rivelato; orrorreva un reagente per mettere in luce lo scarso valore bio-metabolico del suo sistema nervoso.
Molto probabilmente non sarà stato unico il reagente, come ordinariamente mai unica è la causa delle malattie mentali; certo però nella cooperazione dei diversi fattori nel nostro caso la malaria rappresenta un ruolo di primaria importanza.
La malaria estiva-autunnale, continuano, è la forma più maligna, la più resistente alle cure, la più tenace, quella che dà gli accessi di perniciosa tanto pericolosi, tanto deleteri per l’organismo, tanto proteiforme nelle manifestazioni e nelle localizzazioni di cui una delle più frequenti è quella del sistema nervoso. Una infezione così lunga e così grave, con notevole tendenza a ledere le funzioni nervose anche in soggetti integri, ebbe facilmente ragione di un organo congenitamente minorato.
E scoppiò violentemente un accesso confusionale con vaniloquio, incoerenza, allucinazioni multiple ecc.; sindrome che bene si individua e si classifica come amenziale.
L’amenza, altrimenti detta delirio sensoriale, è una psicosi acuta caratterizzata principalmente dall’atassia mentale, cioè dello stato confusionale più marcato, che coinvolge tutti i processi della percezione e della ideazione e trae costantemente origini da una perturbazione organica, tossica, o tossinfettiva palese il più delle volte, qualche volta non precisabile.
Il Bendicenti guarì e dopo un congruo periodo di osservazione necessaria per accertare la guarigione, venne dimesso dal manicomio di Nocera. Dopo un mese si ammalò di bronchite foetida, malattia esauriente che lo travagliò per circa due mesi (aprile e maggio); appena guarito si recò in montagna a far carbone e ben s’immagina quanto quella vita disagiata sia poco propizia per un convalescente.
Intanto la malaria lavorava. Eravamo nel luglio 1925, nello stesso mese cioè in cui nell’anno precedente si era avuta l’esplosione della psicopatia, le condizioni organiche che avevano dato luogo alla malattia mentale erano pressochè invariate, non mancava l’azione usurante della canicola e del lavoro pesantissimo; si aggiunse un abuso di sostanze eccitanti (vino, liquori) durante una festa nuziale, non ci meravigliamo se comincia a delinearsi il quadro di una ripresa della crisi amenziale già sofferta.
Bastò un piccolo incidente per determinare nel periziando un impulso alla violenza bestiale e poiché aveva a portata di mano la scure (strumento del mestiere) non esitò a vibrare un violentissimo colpo che per poco non separò il capo dal tronco della vittima.
Ma nel momento del delitto, chiedono i giudici ai periti, Pasquale Bendicenti era o non era capace di intendere o volere? Dopo i lunghi mesi di ricovero, è nelle condizioni di affrontare un processo in modo da potersi difendere dalle imputazioni?
Il Bendicenti, rispondono i periti, nel momento in cui commise il delitto era affetto da una lieve forma di “amenza” e la sua infermità mentale era tale da diminuire grandemente la sua imputabilità consentendogli, però, di assistere al dibattimento e provvedere alla sua difesa.
Mirabella e Cammarata fanno ai giudici un’ultima raccomandazione: la sua libertà diverrebbe pericolosa a sé e agli altri in caso di un nuovo accesso di psicopatia; per tale motivo si rende necessario un lungo periodo di osservazione, tenendo conto che da quando è entrato a Barcellona la mente di Pasquale ricuperò la sua lucidità e le sue azioni divennero quelle di un uomo normale, appena deficiente.
A questo punto Pasquale Bendicenti viene rinviato a giudizio per omicidio volontario e il dibattimento si svolgerà presso la Corte d’Assise di Cosenza il 2 febbraio 1927. Sarà condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione, di cui 2 anni condonati.
Poi tornerà a Barcellona Pozzo di Gotto.[3]


I CAMINANTI-Quando gli zingari rubavano galline


[1] Il tubercolo (o lobulo) di Darwin è un ispessimento dell'elice dell'orecchio. Si trova alla giunzione della terza parte superiore con la terza parte media. Benché si chiami "tubercolo di Darwin", fu descritto per la prima volta dallo scultore inglese Thomas Woolner.
L'ispessimento del tubercolo di Darwin può essere o verso l'esterno o verso. Questo nodulo cartilagineo è posizionato sul bordo esterno del padiglione e sembra essere un residuo dell'articolazione che permetteva ai nostri progenitori di muovere e orientare le orecchie.
Il lobulo darwiniano era annoverato in passato tra i "caratteri degenerativi" della fisiognomica di Cesare Lombroso, ovvero quei tratti somatici indicatori di regressione evolutiva e collegati alla propensione criminale del soggetto che li esibiva. NdA.
 [2] L’apofisi è una parte sporgente di un osso, una protuberanza. L’apofisi lemuriana è una sporgenza ossea all’interno della mandibola, anch’essa annoverata tra i "caratteri degenerativi" della fisiognomica di Cesare Lombroso. (NdA)
[3] ASCS, Processi Penali.