lunedì 30 maggio 2016

IL FUOCO DISTRUTTORE

Un uomo si avvicina furtivo alla casa colonica in contrada San Fili di San Benedetto Ullano dove abita la settantatreeenne Armenia Vozza. È da poco suonata l’avemaria del 15 agosto 1911.
L’uomo spia dai vetri della finestrella e vede Armenia seduta al focolare acceso, intenta a friggere due uova. La porta di casa è socchiusa, lui la apre con violenza e si scaglia contro la donna che, sorpresa e impotente, riesce solo a lanciare due urla prima che le mani dell’aggressore le serrino la gola
- Lasciami! – lo implora con voce strozzata, ma l’uomo sembra un demonio con gli occhi dello stesso colore della brace che è nel camino e continua a stringere. Armenia, nell’estremo tentativo di sfuggire alla morte, riesce ad afferrare un pezzo di legno e con questo vibra un colpo sulle spalle dell’aggressore che lascia per un attimo la presa e la donna, perdendo l’equilibrio, cade picchiando violentemente la testa su di uno spigolo. L’uomo la guarda e ne sente ancora il respiro, seppure flebile. Deve assolutamente finire ciò che ha iniziato e lo fa nel modo più brutale e simbolicamente più offensivo che gli viene in mente: le calpesta la testa con gli scarponi chiodati da contadino finché non sente cedere le ossa del cranio sotto il suo peso. Allora si ferma ansando mentre il sangue dei Armenia si sparge sul pavimento. Si, adesso è morta per davvero ma non è ancora soddisfatto, deve fare dell’altro. Prende della legna secca e la sistema addosso alla vittima, poi l’accende con la legna che arde nel caminetto e aspetta che le fiamme comincino a fare la loro opera distruttrice. Gli abiti prendono fuoco e la carne bruciata comincia a diffondere nell’aria il suo caratteristico odore nauseabondo. Adesso l’opera è completa e l’uomo può andare via, non prima però di aver cura di chiudersi la porta alle spalle e di lanciare la chiave all’interno della stanza dallo spazio tra il pavimento e la porta stessa. Ormai è buio e può allontanarsi indisturbato.
Ercole Tavolaro ha diciassette anni e abita a un centinaio di metri dalla casa di Armenia Vozza. Il sole è tramontato da un’ora quando il ragazzo, davanti alla porta di casa, aggiusta il fuoco sul quale borbotta una pentola con la minestra per la cena. Avverte distintamente due urla provenire in direzione della casa di Armenia. Lì per lì non ci fa caso, ma poi si mette a pensare che forse è accaduto qualcosa alla donna e si avvicina alla casetta dove ormai tutto è silenzio e non nota niente di strano. Racconta tutto alla madre e si ripropongono di andare a dare un’occhiata appena fatto giorno.
Anna Trotta, la mamma del ragazzo, appena alzata va a casa di Armenia e dalla finestra vede il corpo inanimato della donna. “È caduta e ha battuto la testa”, pensa mentre va ad avvisare le autorità.
Quando arrivano i Carabinieri trovano la porta chiusa a chiave e devono darsi molto da fare per buttarla giù. Appena entrati l’odore di carne umana bruciata toglie il respiro, ma il Pretore di Montalto Francesco Russo e il Maresciallo Ettore Tabarro non possono non notare la chiave della porta al centro del pavimento della stanza e quando volgono lo sguardo verso il caminetto alla loro destra riescono a stento a trattenere i conati di vomito: in vita loro non hanno mai visto uno spettacolo simile.
La coscia destra, l’addome, il torace, entrambe le braccia e metà della faccia sono completamente carbonizzati lasciando scoperte le ossa. Tenendosi un fazzoletto sulla bocca e sul naso, il Pretore indica al Maresciallo la mano sinistra del cadavere, scostata dal resto del corpo e quasi protesa verso il centro del caminetto. È contratta e scarnificata ma mette ancora in mostra un anello. Tutto intorno al cadavere ci sono delle pozze di sangue miste a una sostanza che potrebbe essere terra, ma potrebbe essere cenere e il particolare è di non poco conto perché se fosse cenere sarebbe chiaro che qualcuno l’ha mischiata al sangue e non si tratterebbe più di una disgrazia ma di omicidio.
Il Pretore fa rimettere a posto la porta e viene fatta subito la prova se la chiave passa dalla fessura inferiore. Si, ci passa. E se si provasse a lanciare la chiave da sotto la porta? Il risultato è sempre lo stesso: la chiave si ferma sempre nel posto dove è stata trovata. A questo punto, per il Pretore e il Maresciallo, non c’è bisogno nemmeno di aspettare l’esito delle analisi sulla sostanza mischiata al sangue. Si tratta certamente di un omicidio. Di un orrendo omicidio.
L’ipotesi è subito confermata dal risultato dell’autopsia: frattura del ponte zigomatico rotto nella sua unione da tutti i lati, cioè col mascellare superiore, coll’orbita, con la grande ala dello sfenoide, coll’apofisi orbitale del frontale e sollevando tali ossa si riscontra abbondante emorragia nella sottostante fossa zigomatica. Asportato il cervello lo si trova di consistenza normale, tranne nei lobi frontali, la cui sostanza è molle e facilmente spappolabile. Una forte emorragia nei lobi frontali invade il corno anteriore dei ventricoli laterali. A completare la devastazione della testa ci sono una serie impressionante di ferite circolari, a distanza regolare l’una dall’altra, profonde fino all’osso e una ferita sulla bozza frontale destra interessante l’osso sottostante. L’orecchio sinistro è spappolato. Ferite della stessa natura sono visibili anche nella regione scapolo-omerale sinistra, scampata al rogo.
I periti concludono che la morte è dovuta alle due fratture ossee, prodotte da corpo contundente, che hanno determinato una forte emorragia cerebrale. Le altre ferite sono state prodotte da corpo acuminato, probabilmente rastrello a due denti.
E un attrezzo di questo tipo viene trovato in casa della povera Armenia, solo che non presenta alcuna traccia di sangue.
I primi ad essere interrogati dal Maresciallo Tabarro sono i vicini, tra i quali Anna Trotta, la madre del ragazzo che ha sentito le urla, ma deve essere aiutato dall’assessore comunale Ettore Santoro che gli fa da interprete perché tutti a San Benedetto parlano la lingua arbrëshe
- Ieri sera verso le sette sono andata a tagliare un po’ di erba per l’asino nella terra di Armenia e l’ho vista che si toglieva gli abiti, restando solo col sottanino. Le ho chiesto se volesse venire con me, oggi, alla fiera di Montalto e lei mi ha risposto che si sentiva stanca ma che dovevo passare a chiamarla perché se si fosse sentita meglio sarebbe venuta. Sono tornata a casa e poco dopo sono andata a prendere l’acqua alla fontana e qui sono stata raggiunta da Rosaria Blasi che poi è tornata con me, ma quando siamo passate vicino alla casa di Armenia mi ha detto che si fermava lì perché doveva parlarle di una questione legale e che ci sarebbe andato anche suo marito, Fortunato Caracciolo. Ci siamo lasciate e io sono tornata a casa da sola.
Fortunato Caracciolo e Rosaria Blasi abitano in una casa colonica di proprietà di Stefano Rodotà, a circa quattrocento metri dalla casa della vittima. Il Maresciallo ci va subito perché potrebbero essere state le ultime persone ad avere visto viva Armenia.
- S… s… s… si… c… c…ci ho parlato a Montalto – comincia a balbettare Fortunato, sofferente di una grave forma di balbuzie che gli consente di esprimersi se non viene interrotto mentre parla e, soprattutto, se è calmo e non si trova in soggezione. Tabarro ha il suo bel da fare per fargli spiccicare quattro parole – perché il 28 maggio scorso un mio porco è scappato e ha pascolato nella sua terra e lei mi ha querelato per pascolo abusivo. La causa si terrà tra quattro giorni e ci siamo incontrati per comporre bonariamente la questione ma lei voleva, per ritirare la denuncia, che io pagassi prima le spese di giustizia, ma io non ho le 45 lire e ci eravamo ripromessi di rivederci domani. Ieri sono stato a Montalto verso l’una e ci sono ritornato verso le tre per vendere dei porci. Sono tornato a casa e sono andato al fiume a voltare l’acqua per innaffiare il granone, poi sono tornato a casa e non sono più uscito
- Mio marito è tornato da Montalto nel pomeriggio e non è più uscito fino a stamattina
- Ma non è andato a voltare l’acqua? – le chiede il Maresciallo
- No, è rimasto a casa, il granone non lo innaffiamo da un paio di settimane. A casa di Armenia ci sono andata io verso le sette di sera per metterci d’accordo sulla denuncia e siamo rimaste che le spese le pagavamo metà per uno, ma noi i soldi glieli avremmo dati con calma perché non ne abbiamo
Tabarro fa finta di non aver compreso le contraddizioni tra i coniugi e continua gli interrogatori, sospettando fortemente che ne sappiano più di quanto abbiano detto. Poi è la volta di Francescantonio Blasi, il suocero di Fortunato
- Ieri sera, verso le sette, mio genero è andato a casa di Armenia per parlare della composizione bonaria della querela e poi è andata anche mia figlia. Sono tornati dopo una mezzoretta e gli ho chiesto se si fossero messi d’accordo e mi ha risposto di si.
Questo taglia la testa al toro, adesso ci sono due testimoni, Anna Trotta e Francescantonio Blasi, che dicono la stessa cosa e due che si contraddicono a vicenda.
Fortunato Caracciolo e Rosaria Blasi vengono arrestati con l’accusa di omicidio volontario. Il Maresciallo Tabarro resta quasi sorpreso dall’indifferenza di Fortunato allorquando gli si applicavano i ferri in quella casa ove si rinvenne il cadavere.
Nella caserma di San Benedetto Ullano, dietro lunghe e premurose insistenze, dopo quasi quattro ore e con grande fatica ad esprimersi, non appena Fortunato sente il rumore della carrozza che avrebbe dovuto portare lui e Rosaria nel carcere mandamentale di Montalto Uffugo, rivolge alla moglie uno sguardo d’intelligenza e questa dice al Maresciallo
- È stato lui…
In carcere Fortunato confessa e rivela le modalità dell’omicidio, scagionando la moglie
- Il 14 mattina sono stato alla Pretura di Montalto con Armenia Vozza perché mi aveva promesso di ritirare la querela che mi aveva fatto se io avessi pagato le spese. Quando ho scoperto che ci volevano 45 lire pensai che i miei figli non avrebbero avuto più nemmeno il pochissimo che siamo in grado di dargli e la mia irritazione fu tale che concepii il terribile disegno di ucciderla. La sera appena ritiratomi uscii di nuovo di casa con l’intenzione di mandare ad effetto il mio disegno, ma siccome mi accorsi che mia moglie mi seguiva, mi nascosi e attesi che mia moglie di nuovo si ritirasse. Allora scappai subito a casa della Vozza che trovai seduta vicino al fuoco, l’afferrai e la buttai a terra. intesi che ella mi diceva: Fortunato lasciami; ma io accecato com’ero cominciai a calpestarle la testa con le scarpe che avevo, tutte piene di bulloni e la finii quando mi accorsi che era morta. le accesi addosso il fuoco per disperdere le tracce, copersi di cenere le macchie di sangue e mi allontanai chiudendo la porta e buttando nell’interno la chiave
- Sicuro che non hai usato il forcone? – gli chiede il Giudice
- Sicuro
- Tua moglie ti ha aiutato, confessalo
- No. A mia moglie l’ho detto la mattina di martedì ed ella ne rimase desolata. Ella, poveretta, non c’entra per nulla e chiedo che la liberiate perché i nostri poveri figli hanno bisogno di assistenza. Ho menato sempre una vita di lavoro e di rettitudine, ma quel giorno ero non solo accecato dall’ira, ma avevo anche bevuto
Poi è il turno di Rosaria
- Appena giunti a casa egli uscì ed io, impensierita per quel che il giorno mi aveva detto, dopo poco mi avviai verso la casetta colonica della Vozza. Incontrai per via Trotta Anna alla quale dissi che mi recavo dell’Armenia. Giunta a quella casa non trovai mio marito e la Vozza da me interpellata mi rispose di non averlo visto. Parlammo di nuovo della remissione della querela e la Vozza mi promise che avrebbe pagato lei venti lire. Me ne ritornai a casa e per quante ricerche facessi non mi riuscì di trovare mio marito. I bambini si misero a chiamarlo gridando forte e verso mezz’ora circa di notte si ritirò tutto preoccupato e non volle neppure mangiare… poi è uscito di nuovo per un paio di ore
- Se fosse come dici tu, tuo marito non avrebbe avuto ragioni per uccidere la Vozza – obietta il Giudice
- Può essere che non le ha dato il tempo di dirgli il fatto delle venti lire… signor Giudice, io sono innocente!
Le versioni sembrano sostanzialmente combaciare ma a complicare le cose ci pensa Ercole Tavolaro, il ragazzo che ha sentito le urla, il quale si presenta al Pretore e racconta
- Dopo aver sentito le urla mi avvicinai alla casetta della Vozza e intesi il passo di due persone che si allontanavano. Io mi avvicinai ancora seguendo da lontano quelle persone che però non vidi. I due si fermarono e cominciarono a parlare tra loro animatamente a bassa voce e in modo che io non potetti raccogliere alcuna parola. Dopo un po’ essi si ritirarono in casa del Caracciolo e io sono tornato alla casetta della Vozza e ho spiato dalla finestra ma non ho visto fiamme all’interno, né ho sentito puzza di carne bruciata, quindi penso che siano tornati più tardi a finire l’opera.
- Quindi i due sono entrati a casa di Caracciolo ma tu non li hai visti – gli fa il Giudice che continua – secondo te chi erano? Due uomini, due donne, un uomo e una donna…
- Dal tono della voce dei due che parlavano riconobbi che essi erano Caracciolo Fortunato e la moglie – afferma con sicurezza.
Le parole di Ercole, seppure contraddittorie, sono oro colato per l’accusa. I coniugi Caracciolo hanno agito insieme e Fortunato mente per salvare sua moglie.
I due sono rinviati a giudizio per omicidio premeditato e complicità in omicidio. Il 28 maggio 1913, dopo quasi due anni, comincia il dibattimento e subito sono scintille tra la difesa degli imputati, rappresentata dagli avvocati Ernesto Fagiani e Adolfo Berardelli, la parte civile, rappresentata dall’avvocato Tommaso Corigliano, e il Pubblico Ministero.
Tutto nasce dal rifiuto di Fortunato a rispondere alle domande che gli vengono poste.
- Soffre di una grave forma di balbuzie e non riesce a esprimersi in condizioni di stress e di soggezione – sostiene la difesa che chiede una perizia medico-legale
- Finge – assicurano le accuse – come mai ai Carabinieri e al Pretore ha risposto e adesso dice di non poterlo fare? I verbali parlano chiaro!
- Sentiamo il Pretore, il Maresciallo e l’interprete – propone la difesa – accerteremo quanta fatica hanno fatto per redigere i verbali e scoprirete che è vero che non ce la fa a parlare e la perizia sarà necessaria
Il cavalier Michelangelo Dall’Oglio, presidente della corte, accetta questa proposta ed è evidente che la difesa ha ragione: Fortunato è quasi impedito nell’uso della parola.
Viene disposta la perizia medico-legale e il dottor Giuseppe Montoro De Francesco, assistito dall’interprete Domenico Gramazio, nelle 141 pagine della perizia conclude che:
1.      Caracciolo Fortunato di Vincenzo da S. Benedetto Ullano è un balbuziente autentico;
2.      La balbuzie di cui egli è affetto è di alto grado e nei momenti d’ira, di viva emozione e di ebbrezza alcoolica arriva sino al mutismo; tale balbuzie è di origine centrale, per arresto di sviluppo, connessa allo stato di deficienza mentale, che nel Caracciolo è congenita:
3.      Per le condizioni psichiche, per la grave balbuzie, per il vino bevuto prima del reato e per la irascibilità ed impulsività del carattere di tali soggetti, Caracciolo Fortunato la sera del 14 agosto 1911, pur sapendo di commettere un reato, allo stesso è stato tratto dalla mancanza, in lui, dei poteri di arresto, per deficiente funzione dei centri inibitori e perciò gli si può accordare il vizio parziale di mente, ai sensi dell’art. 47 del vigente Codice Penale
È il 28 febbraio 1914 e il processo può andare avanti tenendo presente le osservazioni del dottor Montoro e la giuria, il 17 novembre 1914, ammette che Fortunato ha commesso il fatto in stato di infermità di mente per cui la coscienza o la libertà dei propri atti era tale da scemare grandemente l’imputabilità senza escluderla. Concesse le attenuanti, fanno in tutto otto anni e quattro mesi, così come richiesto dall’accusa.
Rosaria viene riconosciuta innocente per non aver commesso il fatto, secondo la richiesta dell’accusa.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 9 maggio 2016

UN SOGGETTO DA MANICOMIO


Vincenzo Rogliano, quarantunenne falegname di Vico di Aprigliano, ha appena finito di cenare e cammina nervosamente avanti e indietro per la cucina, gesticolando e mugugnando talvolta parole incomprensibili, altre volte epiteti e minacce nei confronti della moglie che, guardinga, sta lavando i piatti. È la sera del 31 agosto 1912.
- Ma io debbo morire cornuto? – comincia a ripetere mentre si affaccia dalla finestra cercando di vedere se nelle vicinanze c’è qualcuno,  poi batte un pugno sul davanzale della finestra.
Bianca Rosa, la moglie, comincia a preoccuparsi e chiama accanto a sé Pasquale, il figlio sedicenne, bisbigliandogli all’orecchio di andare subito dal dottore D’Elia a farsi dare un po’ di bromuro per calmare il padre. Bianca Rosa sa bene che cosa potrebbe accadere se il marito continuasse a rimuginare le sue fissazioni. Il medico di Napoli presso cui è stato in cura per alienazione mentale è stato chiarissimo: non farlo alterare per nessun motivo e provvedere subito a somministrargli dei calmanti nel caso in cui si cominci a innervosire. Pasquale non trova a casa il medico e chiede aiuto agli zii perché sa che hanno del bromuro e questi decidono di accompagnarlo a casa per verificare le condizioni di Vincenzo il quale, però, non prende bene quella visita perché, dice, non vuole tutta quella pubblicità e caccia via sia la sorella che il cognato. Rimasto solo con la moglie e il figlio – le quattro figlie femmine sono già a letto – comincia a dare in escandescenze dando qualche manrovescio alla moglie incinta, facendola ruzzolare giù per le scale. Pasquale si intromette per difendere la madre e le prende anche lui mentre Bianca Rosa comincia a urlare per chiedere aiuto. Vincenzo, udendo la voce della moglie, è come meravigliato ed esclama: Oh! Ancora non è morta! spinge da una parte Pasquale e dedica di nuovo le sue attenzioni a Bianca Rosa e questa volta le fa davvero male. Pugni, schiaffi e calci su tutto il corpo non si contano. Le tira i capelli così forte da strapparglieli lasciandole una vasta area completamente spoglia. Pasquale assiste impotente al massacro, poi riesce a sgattaiolare fuori di casa e a correre di nuovo dagli zii perché lo aiutino a farlo smettere altrimenti la madre ci lascerà la pelle.
La voce della sorella sembra avere l’effetto sperato e Vincenzo molla la presa permettendo, anche con l’interposizione del cognato e del figlio, alla povera Bianca Rosa di trascinarsi fuori di casa e riparare nella vicina casa del parroco. Riusciti nell’impresa, anche il cognato e il figlio di Vincenzo se la danno a gambe, dimenticando, data la concitazione del momento, che in casa ci sono le quattro ragazzine.
Vincenzo si chiude dentro e, mentre dalla strada si alzano le voci preoccupate dei congiunti per la sorte delle quattro ragazzine, accorre gente.
Accorre anche Gabriele Abbruzzini, cugino di Vincenzo, il quale si incarica insieme al cognato dell’uomo di tentare di calmarlo. Si avvicinano al portone e cominciano a bussare e a chiamare Vincenzo con tono pacato.
- Dai, adesso calmati che non è successo niente. Apri il portone che ci facciamo una passeggiata e tutto finisce
Vincenzo si affaccia da una loggetta che sta proprio sopra il portone e non usa mezzi termini per esprimere la sua opinione
- Andatevene o vi sparo!
Le canne della doppietta che Vincenzo porta a tracolla luccicano al chiarore della luna e Abbruzzini non ha più voglia di continuare l’opera di convincimento. Tentenna il capo, guarda il cognato dell’uomo, guarda verso la loggetta e dice
- Se è così, allora buona notte… – gira i tacchi e si incammina verso casa
Francesco Vetere, il cognato di Vincenzo, allarga le braccia sconsolato, è rimasto da solo e sa che ci sono pochissimi margini per calmarlo, ma sa anche che quando Vincenzo perde le staffe è potenzialmente capace di compiere qualsiasi cosa e quindi alza lo sguardo verso la loggetta per controllarne i movimenti. Vede distintamente che si toglie il fucile dalla spalla e lo punta in direzione di Abbruzzini: capisce che sta accadendo l’irreparabile. Si gira e grida
- Gabriele guardati!
Gabriele Abbruzzini si gira istintivamente verso il luogo da dove viene la voce nello stesso preciso istante in cui Vincenzo Rogliano tira il grilletto.
La rosa di pallettoni lo colpisce alla parte sinistra del volto, devastandolo. Gabriele cade senza un lamento, morto all’istante.
Vincenzo rientra tranquillamente in casa senza pronunciare una sillaba, mentre in strada si scatena il panico. Tutti i presenti, temendo che possano diventare bersagli del pazzo cercano rifugio nelle case vicine e curano di stare lontani dalle finestre. L’unica che mantiene il sangue freddo è una certa Maria Muti che si precipita dai Carabinieri a raccontare il fatto.
È ormai passata la mezzanotte e il primo settembre si apre con una brutta gatta da pelare per il Maresciallo Abbiati.
Quando i Carabinieri arrivano davanti alla casa di Vincenzo, da dietro le finestre delle case vicine si alzano grida di avvertimento: che si togliessero da lì perché il pazzo potrebbe sparare ancora e qualcun altro potrebbe lasciarci le penne. Abbiati piazza due uomini alle estremità della Via Santa Maria per impedirne il transito e comincia a studiare il modo di fare uscire Vincenzo e salvare le figlie da altri possibili atti inconsulti. Il tempo passa e comincia a sorgere il dubbio che Rogliano sia potuto scappare perché dalla casa non viene percepito alcun rumore: nella casa buia tutto era silenzio e tutte le porte di entrata erano chiuse: era certamente imprudente esporsi nella via o battere alle porte. Abbiati decide che è meglio attendere che faccia giorno prima di accertarsi della situazione e, eventualmente, intervenire. Verso le due di notte dispone un discreto accerchiamento della casa e proprio mentre comincia la lunga attesa, dalla caserma arriva trafelato il piantone avvertendolo che Vincenzo si è appena consegnato e, disarmatolo, lo ha chiuso in camera di sicurezza. Tutti tirano un sospiro di sollievo e si può intervenire per verificare le condizioni delle ragazzine, tutte illese.
Abbiati corre in caserma e procede ad assumere le prime informazioni sulla personalità di Vincenzo Rogliano, mentre nello stesso tempo manda un sottoposto con un breve rapporto scritto ad avvisare i superiori in città.
- Poco più di un anno fa mio marito ebbe il tifo e da allora ha cominciato a comportarsi in modo strano – esordisce Bianca Rosa, le cui tumefazioni le rendono il volto quasi irriconoscibile – sembrava affetto da una specie di mania di persecuzione. Si credeva rovinato economicamente ora dai fratelli ed ora da un certo Antonio D’Elia il quale, a suo dire, lo aveva rovinato perché era stato preferito nell’appalto del dazio comunale. Il 30 giugno scorso era stato a Napoli per consultazione ed era stato curato dal dottor Laccetti. Il 29 agosto egli era ritornato dalla Sila dove si trovava per cambiamento d’aria. Stette relativamente tranquillo il venerdì, quantunque l’avesse con me dicendo che io non ero abbastanza parsimoniosa. Sabato sera, cioè ieri sera, dopo cena mi ha conciata così – continua indicando la sua persona – e ha cominciato a dire che non voleva morire cornuto… poi è successo il fatto…
- Ma gli avete dato modo di sospettare di voi? – le chiede il Maresciallo
- Io non so spiegarmi la gelosia di mio marito, della quale egli per la prima volta mi parlò soltanto ieri sera… tutto questo non si spiega se non con una improvvisa alienazione mentale
E Vincenzo? Che ha da dire per giustificarsi?
- L’otto settembre 1911 mia moglie Bianchina Intrieri si trovava nella frazione Guarno di Aprigliano, mentre io lavoravo a Donnici. L’avevo mandata in Guarno con i miei sei bambini perché a Vico imperversava la scarlattina. Sopraggiunsi improvvisamente verso le ore 17,00, bussai alla porta e ritardò molto nell’aprirmi, tanto che io venni in sospetto che si trovasse chiusa con qualche uomo. La Bianchina capì il mio sospetto e mi disse che io non mi dovevo permettere di andarla a trovare senza avvisarla in precedenza. Rimasi in vedetta per vedere se qualcuno uscisse da casa mia, se non che più tardi si sentì esplodere un colpo che mi parve di arma da fuoco. Mia moglie mi invitò a guardare dalla finestra per vedere cosa fosse successo. Io fui così stupido che obbedii e così l’individuo nascosto uscì di casa perché io sentii sbattere la porta d’ingresso. Corsi per raggiungerlo ma mi fu impossibile. Da allora stetti sempre in guardia. Mi accorsi che il mio amico e cugino Gabriele Abbruzzini, che frequentava la mia casa, dopo tale fatto non venne più a casa mia e quando si avvicinava a me mi trattava con freddezza. Il 12 agosto 1912 fui alla Sila Piccola a lavorare. Quando giunsi ad Aprigliano sentii che tutti mi davano del cornuto. La sera del giorno 30 si unì a me mio cugino Gabriele Abbruzzini sedendo nei pressi di casa mia insieme col calderaio Vincenzo Cavallo. Io mi alzai in piedi e sentii chiaramente l’Abbruzzini rivolgere al Cavallo le seguenti parole: “Da questa sera può fare quello che vuole, ma domani sera deve venire con me”, volendo evidentemente alludere a mia moglie. Il giorno appresso 31, insieme con mia moglie mi recai in un mio fondicciuolo in contrada San Nicola e da tutti mi sentivo dire: “Guarda che cornuto, gli fa le corna e le va appresso”. La sera cominciai a quistionare perché mia moglie voleva uscire di casa per andarsene con l’Abbruzzini e lei mandò mio figlio a prendere del bromuro perché io soffro di malattia di nervi
- Ma l’hai picchiata?
- Si, è vero, l’ho picchiata perché voleva scappare di casa ed andare presso l’Abbruzzini. Poi, vedendola ostinata, chiusi il portone e la lasciai col figlio e mia sorella sulla strada. Salii sulla loggetta e vidi venire verso casa mia Abbruzzini con mio cognato. Abbruzzini mi puntava contro una rivoltella dicendomi: Lasciatemi entrare che l’acconcio io! Io gli ho detto di andarsene e lui si allontanò dicendo: Va bene, domani ce la vediamo! Fu allora che io gli ho sparato… devo aggiungere – prosegue – che mia moglie istigava l’amante e mio cognato dicendo loro: Andate ad ammazzarlo! E visto che ci siamo, sporgo querela contro mia moglie per adulterio.
- Ti rendi conto di ciò che hai fatto? – gli chiede il Maresciallo, ormai consapevole della situazione
- Non mi dispiace di avere ucciso l’Abbruzzini perché egli mi faceva le corna e disonorava la mia famiglia
Vincenzo Rogliano viene portato nel carcere cittadino e in paese, annullata la festa di San Rocco, si apre una profonda frattura tra chi lo considera un pazzo da chiudere in manicomio e chi, come i parenti della vittima, sostengono che è solo un uomo brutale da mandare all’ergastolo.
I suoi difensori spingono perché sia sottoposto a perizia psichiatrica, confortati dal comportamento che Vincenzo tiene in carcere: pericoloso per la sua persona, per quella degli altri e per l’ordine dello Stabilimento.
Viene anche presentata al Tribunale una petizione per fare internare Vincenzo e le firme dei paesani sono tante.
Il 23 dicembre 1912 il Giudice Istruttore dispone l’internamento di Vincenzo Rogliano in un manicomio criminale per essere sottoposto a perizia psichiatrica e il Ministero della Giustizia sceglie quello di Aversa.
Lo specialista incaricato di tenerlo sotto osservazione è il direttore del manicomio, Filippo Saporito, il quale, nella sua lunghissima relazione sottolinea alcuni aspetti della personalità di Vincenzo:
E’ giocoforza premettere alcuni rilievi attinenti a funzioni che hanno intimi rapporti con le funzioni psichiche.
Il Rogliano dorme poco e male. Il suo sonno è breve ed interrotto e leggero, onde spesso un lieve rumore, un calpestio lo fa trasalire e lo consacra, da quel momento, alla irrequietezza per tutto il resto della notte.
La perturbazione del sonno sta anche in rapporto con l’attività dei sogni a contenuto fosco e spaventevole, contenuto che egli non è troppo proclive ad obbiettivare perché, come vedremo, la sua coscienza non è al caso di separare e distinguere il prodotto abnorme dell’attività onirica dal prodotto normale della percezione.
La parola, lenta, stentata, cavernosa, è fatta di conati articolatorii che si alternano a rapida inibizione e additano subito un contenuto ideativo ed affettivo abnorme, che ingombra la coscienza e la isola dal mondo esterno. 

Questa condizione, del resto, si proietta assai meglio dai dati del contegno e della condotta del Rogliano. Egli, dacchè è giunto nel manicomio, si mantiene uniformemente cupo, guardingo, sospettoso e trascorre i giorni appartato da tutti, sia in camera sia a passeggio, con la testa china, le membra raccolte e generalmente inerti. Fra le grida ed i motteggi di quelli che lo circondano egli rimane imperturbabile ed impassibile ad ogni sorta di emozione. Entrare in conversazione col Rogliano, per penetrarne l’intimo contenuto della psiche, non è cosa molto agevole. Occorre superare resistenze di non lieve momento per indurlo a rivelarsi. E, quando le resistenze si riesce a vincere, il prodotto è ben lungi dal costituire un contenuto logico o logicamente connesso con le domande che l’osservatore gli rivolge. Sono concezioni frammentarie, giudizi slegati su uomini e cose, su fatti recenti e passati che vengono fuori indisciplinatamente e che, pure avendo tra di loro dei punti di contatto non costituiscono un insieme armonico.
Passano innanzi alla mente del Rogliano e si proiettano attraverso la sua parola, come proiezioni cinematografiche, la malvagità degli uomini, le minacce di essere avvelenato, le calunnie di volerlo far passare per pazzo, la corruzione della moglie, il disonore dei figli; eppoi sicarii fantastici, mille insidie ed agguati notturni.
Vi è, in fondo alla coscienza del Rogliano, il convincimento profondo del tradimento della moglie, del disonore portato al suo nome, della infelicità e della propria rovina; e tale convincimento al Rogliano deriva dall’esistenza di nemici implacabili, che nulla lasciano di intentato per perderlo nell’onore, nella persona, nelle sostanze, nella famiglia.
Il Rogliano si presenta intento a spiare, come chi si sforzi a raccogliere l’eco di voci lontane che sfuggono alla portata dei sensi; e tende lo sguardo, ammicca, si contorce ed infine mormora, a fior di labbra, qualcosa che l’osservatore non giunge a decifrare. Egli dà, in una parola, l’aspetto di chi compie un dialogo con fantasmi vivi e moventisi innanzi alla coscienza, non altrimenti che personaggi reali ed obbiettivi. Sono, evidentemente fenomeni allucinatorii quelli che dominano la scena della coscienza del Rogliano, insorgenti dal doppio territorio acustico e visivo.
Riconosce il luogo nel quale si trova. Interrogato, dice che continua a sentire sua moglie; la ha sentita anche stamattina. A volte dice di sentirla per telefono, a volte ne sente la voce per aria.
Filippo Saporito riconosce che la causa di tutto è stata l’infezione di tifo che ha, tra gli effetti più comuni quando colpisce il cervello, le allucinazioni: quelle che, nella psicopatologia del Rogliano, hanno rappresentato il fulcro di tutto il processo, fin dal suo insorgere.
Siamo, dunque, – prosegue Saporito – dal punto di vista medico-legale, al cospetto dell’alienato nel più stretto senso clinico della parola; all’alienato necessitato al delitto, sclusivamente in forza della sua malattia, in quanto dalla malattia trae il motivo remoto ed immediato alla sue azioni. Siamo, in una parola, nella ipotesi formulata dal legislatore nell’articolo 46 del codice penale. Il Rogliano è un malato pericoloso, meritevole di custodia e cura, non suscettibile di espiazione: un soggetto da manicomio, non da casa di pena.
È il primo luglio 1914 quando la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello delle Calabrie, ricevuta la relazione di Filippo Saporito, emette due sentenze: ordina il ricovero di Vincenzo Rogliano in un manicomio giudiziario senza un limite temporale e proscioglie Bianca Rosa Intrieri, la moglie, dal reato di adulterio per non aver commesso il fatto.[1]


domenica 8 maggio 2016

'U TIGNUSU


Giovanni Mannarino ha 13 anni e ad Amantea tutti lo conoscono per un sempliciotto, ‘nu ciotarellu. “E’ nato quando la madre era ammalata ed è cresciuto sempre malaticcio tanto nel fisico che nella intelligenza” racconta una vicina di casa. “Ho assistito alla nascita di Giovanni e nessuno di quelli che lo videro pensarono che egli potesse vivere. Con grandi cure fu mantenuto in vita ma si è poi cresciuto sempre malaticcio. Oltre le malattie di corpo egli ha l’intelligenza poco sviluppata. Ènu ciuatu”, racconta un’altra.
La mattina del 19 maggio 1908 i genitori di Giovanni lo mandano a prendere l’acqua alla fontana della ficuzza. Il ragazzo prende l’orciuolo e si avvia giocherellando spensieratamente come al solito. Passa dietro le sciolle, le rovine, della chiesa di San Francesco dove un altro ragazzino, Cecchinello Pulice di dieci anni, sta facendo pascolare cinque capre e scende verso il Vallone Mungo dove c’è la fontana. Alle spalle di Giovanni, all’improvviso, sbuca Settimio Munno ‘U Tignusu che lo afferra e lo trascina in fondo al Vallone
- T’aio pigliato mò! – esclama soddisfatto della facile impresa. Poi gli punta un coltellino alla gola, slaccia la cordicella che fa da cintura ai calzoni di Giovannino e glieli fa cadere ai piedi. Lo prende per il collo e continua – mettiti alla pecorina.
Giovanni ubbidisce. ‘U Tignusu, cacciata fuori dai pantaloni la minchia si coricò sopra del Mannarino indirizzando la minchia medesima verso il culo scoperto del Mannarino, lo stupra. Il ragazzo urla a squarciagola mentre dall’alto della rupe Cecchinello si gusta la scena, impotente.
- Statti, statti… – gli dice ‘U Tignusu mentre il sangue comincia a colare tra le gambe di Giovanni. Poi, quando finisce, è lui stesso a rialzarlo da terra e gli intima – Mò vattene!
Giovanni, dolorante, si avvia verso casa camminando a fatica. Nel frattempo, Cecchinello si è messo a correre verso il paese e va di filato a casa di Giovanni ad avvertire i genitori
- ‘U Tignusu l’ha misu a lu culu a figliuta che, uh!, quante gridate ha fatto! Ero dietro la chiesa di San Francesco a pascolare le capre e ho visto tutto… l’ha portato in fondo al vallone…
I genitori del ragazzo capiscono subito che non è uno scherzo perché sanno che la fontana presso cui l’hanno mandato è lì vicino e da dietro la chiesa si può davvero vedere ciò che accade nel vallone. La madre, con gli occhi gonfi di rabbia e di lacrime, afferra un pezzo di legno abbastanza lungo e robusto e, prima che il marito riesca ad aprire bocca, si lancia sulla strada in cerca dello stupratore. Lo trova dopo un po’ nel rione Catocastro che sta giocando a bocce. ‘U Tignusu la vede e cerca di allontanarsi ma la donna è una vera furia: lo raggiunge e comincia a colpirlo alla schiena col bastone, inseguita dalle urla del marito che le dice di fermarsi perché quello è un tipo pericoloso e potrebbe tirare fuori un coltello e ammazzarla.
‘U Tignusu il coltello lo ha per davvero ma non può tirarlo fuori, impegnato a ripararsi dai colpi. Però riesce a raccattare da terra un sasso e, girando su sé stesso, a lanciarlo contro la donna che viene colpita alla testa e deve smettere di colpire per il dolore. ‘U Tignusu ne approfitta per divincolarsi e, raccolto un altro sasso, lo lancia contro il marito della donna, colpendolo alla testa e spaccandogliela. Poi scappa verso la Marina. Ma la notizia dello stupro e del tentativo di vendetta è più veloce di lui e arriva alle orecchie di Giuseppe, il fratello più grande di Giovanni, il quale lo avvista nei pressi di un casello ferroviario e gli si lancia addosso bloccandolo. Non gli usa violenza, solo gli lega le mani con una cordicella ma è costretto a lasciarlo andare per l’intervento di alcuni amici dell’uomo che, riconoscente, si allontana.
Non resta molto tempo in libertà ‘U Tignusu. Una guardia municipale lo avvista, lo blocca e lo porta nella caserma dei Carabinieri.
- Mi trovavo alla fontana della ficuzza per lavare un fazzoletto quando mi si è avvicinato Giovanni che è alquanto cioto e mi si è buttato addosso. Io gli ho dato un paio di schiaffi per allontanarlo ma non ricordo esattamente ciò che è successo perché avevo bevuto un mezzo litro di vino ed ero ubriaco…
- È successo che lo hai stuprato… c’è un testimone oculare, non dire altre fesserie ché è peggio – gli suggerisce il Brigadiere Vincenzo Derobertis. L’uomo sta in silenzio per un po’, poi parla
- Ora che mi trovo, voglio dire la verità! – esordisce – siccome mi trovavo con un bicchiere di vino, è proprio vero che gli ho calato i pantaloni e gli ho ficcato la mia asta virile al culo. Per ottenere l’introduzione mi pare che abbia fatto uso di saliva. Ricordo però che al ragazzo uscì un po’ di sangue dall’ano
‘U Tignusu viene rinchiuso nel carcere mandamentale di Amantea in attesa di giudizio ma la sua natura violenta non si placa. La mattina del 22 maggio sta aggrappato alla grata della cella per vedere chi passa lungo la strada e vede Cecchinello, il responsabile principale della sua permanenza in carcere
- Non haio d’escere,  t’ammazzo e zumpo a pede allu carcere! – urla mentre il ragazzino scappa terrorizzato.
Ma è possibile che un ragazzo di 14 anni non sia riuscito a opporre la benchè minima resistenza alla violenza? I testimoni interrogati giurano che Giovanni è incapace di ribellarsi:
- Consideriamo il ragazzo Mannarino come ciotigno vero e contro del quale si possa tutto permettere
- È un cioto vero. e per conseguenza, secondo me, non è in grado di resistere ad alcuna violenza che altri a lui voglia fare
- È incapace di resistere ad una violenza che altri voglia fare contro di lui anche perché fisicamente è poco sviluppato
‘U Tignusu aspetta poco più di un anno prima di conoscere la sentenza pronunciata contro di lui dalla Corte d’Assise di Cosenza: anni cinque di reclusione.[1]





[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 6 maggio 2016

L'INGEGNERE MORFINOMANE


Il Giudice Istruttore Antonio Rossi si fa largo nella piccola folla di curiosi che stazionano davanti al palazzo Bilotti, a poche decine di metri dalla stazione di Cosenza Casali. Sono le dieci e venti del 23 maggio 1911.
Sul marciapiedi che costeggia il palazzo, accanto al lato sinistro del portone di ingresso, c’è un uomo steso per terra. Ha la testa che sfiora il muro e i piedi verso la strada. Non ci sono tracce visibili di sangue né sul corpo, né sul marciapiedi.
- Pare che sia l’ingegnere Tancioni delle Ferrovie – sussurra un carabiniere al magistrato – è svenuto… di sopra… al primo piano… – fa al Giudice indicando il balcone del primo piano
Rossi si china sull’uomo e prova a fargli delle domande ma il Capitano Medico Vocaturo con un gesto cortese lo blocca e gli dice che il ferito non può rispondergli e che, data la gravità delle ferite, deve essere immediatamente portato in ospedale
- Si è buttato da lì… – dice il Capitano indicando il balcone – a occhio e croce saranno più di cinque metri. Per interrogarlo ci sarà tempo, vi conviene andare a dare un’occhiata di sopra…
Il Giudice Istruttore sale le scale ed entra nell’ufficio delle Ferrovie dello Stato che occupa l’intero primo piano.
Sul lato sinistro di chi entra c’è l’appartamento di abitazione dell’Ingegnere Capo Francesco Giunta, composto da cinque camere, mentre sul lato destro e nell’ultima stanza a sinistra del corridoio ci sono gli uffici direzionali. Rossi viene invitato a entrare nell’appartamento da un Maresciallo dei Carabinieri e disteso sul letto della stanza da letto matrimoniale,  attorniato da medici e carabinieri, c’è l’Ingegnere Giunta.
- È ancora vivo ma non può parlare – gli dice uno dei medici – stiamo provando a ravvivarne la vita con iniezioni eccitanti ma è lì lì per morire
La previsione dei medici è esatta, infatti nel giro di pochi minuti Francesco Giunta cessa di vivere. I medici lo denudano e, mentre gli tolgono la camicia e il gilet che presentano delle macchie di sangue ma non sono bucati, rinvengono un proiettile blindato di rivoltella di piccolo calibro. Sullo stomaco c’è il foro del proiettile. Gli indumenti del morto, dalla giacca alla camicia, sono invece forati dalla parte posteriore. Girato il corpo, in corrispondenza del buco nello stomaco, c’è il foro di entrata del proiettile. Un unico colpo alle spalle.
Ma nella stanza da letto non ci sono tracce di sangue e si è portati a pensare che il delitto sia stato commesso in un altro locale dell’appartamento.
- A sparare è stato certamente Tancioni – dice il Maresciallo Domenico Savoldi – e lo ha fatto presumibilmente nell’ufficio del capo
L’ufficio di Giunta è un’ampia stanza di quasi 30 metri quadrati. Entrando si notano sui due lati a destra e sinistra due porte: quella di sinistra mette in comunicazione col salotto della casa dell’Ingegnere, quella a destra, chiusa con un robusto lucchetto, comunica con l’ufficio di Tancioni e del collega Felice Cimino. Su questo stesso lato, nascosta da un paravento, ci sono la scrivania di Giunta e uno scaffale a otto scansie e due scompartimenti, pieno di pratiche d’ufficio. Sulla parete di fronte c’è un balcone – “Quello da cui si è buttato Tancioni”, precisa il Maresciallo – e, accanto a questo, un tavolo da disegno. Le carte sparse sul pavimento accanto al tavolo da disegno stanno certamente a indicare che è proprio lì che Tancioni ha sparato alle spalle del suo capo mentre questi era intento a lavorare. L’ipotesi è confermata dal ritrovamento, in mezzo alle carte sparse, di un mezzo sigaro Branca, la marca preferita di Giunta.
- Ho il sospetto che sia avvenuto a causa di una inchiesta interna a carico del personale, a cui è seguito il trasferimento di Tancioni a Palermo – rivela l’Ingegnere Cimino, a questo punto diventato il capo dell’ufficio essendo l’unico ingegnere rimasto in servizio – e nello scaffale ci sono le carte relative…
Rossi gli fa prendere la scatola indicata con la scritta RISERVATE e gliela fa aprire. In particolare è il fascicolo intestato a Tancioni che desta subito l’interesse del Giudice e lo fa sequestrare. Poi procede alla perquisizione dell’ufficio del sospettato. Sul tavolo da disegno di Tancioni c’è, ritagliato da un giornale, un romanzo intitolato Verso la giustizia di Saverio Montefiore. I due cassetti della scrivania sono chiusi a chiave e il Giudice ordina che siano forzati e l’unica cosa interessante ai fini dell’indagine è la lettera, datata 21 maggio, con la quale gli viene comunicato il trasferimento d’ufficio.
Tutti gli impiegati vengono sommariamente interrogati e Marianna Cuzzaniti, la vedova, afferma di non aver visto Tancioni quando si è precipitata nell’ufficio dopo lo sparo, ma di aver visto il disegnatore Luigi Buscaino nell’atto di infilarsi la giacca e andare via dai locali. Farò arrestare voi pel primo che siete stato la causa di tutto! Gli avrebbe detto e, alla luce di queste parole, anche il disegnatore viene sospettato, subito rintracciato, e portato in Questura. Viene perquisita la sua scrivania e vengono trovate due minute di lettere piene di risentimento verso l’Ingegnere Giunta, una cartolina e una lettera spedite da Licata a firma di un certo Caravita nelle quali Buscaino viene esortato ad avere buoni sentimenti nei confronti di Giunta e, infine, altre due lettere scrittegli da Guido Pelliccetti – da poco trasferito a Tortona in seguito all’inchiesta interna –, nelle quali si accenna ai risentimenti di Buscaino verso Giunta. Tutto il materiale viene sequestrato e adesso si deve risalire al movente e ad altri eventuali complici.
Domenico Tancioni è ricoverato in una stanza a pagamento dell’ospedale cittadino e il Giudice Rossi lo trova circondato da medici e infermieri che lo stanno fasciando in varie parti del corpo. Terminate le operazioni, gli viene chiesto di declinare le proprie generalità
- Non sono in grado di rispondere…
- Avete sparato voi all’Ingegnere Giunta? – Tancioni fa cenno di si con la testa, poi Rossi continua a domandare – vi ha aiutato Buscaino?
- Niente… povero giovane… non ne sa niente
- Perché gli avete sparato?
- Quanto soffro… lenite i miei dolori e poi risponderò
Rossi deve prendere atto che non è il caso di insistere e va via. Ritorna la sera e Tancioni, ancora molto sofferente, racconta
- Da un po’ di tempo a questa parte mi sentivo avvilito perché in ufficio ero tenuto ai margini. A volte, quando Cimino non mi faceva entrare nella stanza di Giunta che era assente, ho avuto l’impressione di essere considerato alla stregua di un ladro. Da circa sei mesi, poi, Giunta non mi permetteva di andare sui cantieri ma nello stesso tempo continuava a farmi percepire la relativa indennità. Questa sfiducia era per me una umiliazione terribile: come potevo dare degli ordini ai miei subalterni, come potevo discutere con le imprese e con la gente interessata ai lavori ferroviari, dato che tutti sapevano della mia emarginazione? Ho scritto varie volte ai superiori e non ho mai ottenuto risposta. Ho scritto lettere ardenti, ispirate dal solo mio amor proprio e dal desiderio di voler tutelare il mio onore, ma il risultato è stato di provocare una inchiesta interna, che non fu eseguita in modo spassionato e sereno, terminata col mio trasferimento a Palermo, comunicatomi domenica scorsa. Quel provvedimento, una vera e propria punizione, mi annientò. Vissi non so come fino a stamane. Verso le 8,30 sono arrivato in ufficio e mi sono messo a leggere un romanzo ritagliato dalle appendici di un giornale e dopo una mezz’ora sono sceso dal tabaccaio accanto al portone per farmi cambiare una lira falsa che mi aveva dato il giorno prima e quando sono risalito ho visto la porta dell’ufficio di Giunta aperta e lui girato di spalle. Ho preso la mia rivoltella, gli ho sparato un solo colpo e l’ho visto cadere; poi ho puntato l’arma sul mio cuore e ho tirato il grilletto ma non ha sparato. Ho provato di nuovo e nemmeno questa volta ha funzionato. Visto allora il baratro nel quale mi ero buttato, e deciso ad ogni costo di finirla colla vita, raggiunsi il balcone e mi precipitai giù a capo fitto
- Che ruolo hanno avuto i due disegnatori Pelliccetti e Buscaino?
- Nessuno. L’unico torto loro è di essere stati miei amici quando tutti mi erano contro. Mi hanno accompagnato a casa, mi hanno fatto visite e tutto questo rischiando la propria carriera. Erano anch’essi perseguitati come me e trattati con grande rigore. Non sono stati loro a istigarmi a sparare… ad essere sincero non ho mai avuto volontà omicida contro Giunta, non ho mai pensato di vendicarmi di lui uccidendolo. Solo stamattina sono stato invaso da una furia omicida ed io stesso non so spiegarmi come sia potuto accadere
- Ci sono testimoni che affermano di avervi sentito minacciare Giunta
- Non nego di avere, qualche volta, pronunciato parole di minaccia ma ero molto arrabbiato e le dissi unicamente per sfogare la mia rabbia. Qualche mese fa poi, parlando con il cognato di un nostro impiegato, mi sono lamentato del fatto che il collega cercava in tutti i modi di eccellere facendo la spia a noialtri e mettendo malo animo tra noi e il direttore. Dissi che io ero uomo da non aver paura di nessuno e che non avrei indietreggiato di fronte ad una spada o ad un revolver, accennando così ad una questione di onore ma non mai ad un proposito di vendetta contro chicchessia.
Viene sentito anche Buscaino che dice di non avere in nessun modo saputo dei propositi di Tancioni
- Posso dirvi solo che qualche giorno fa, parlando dell’imminente trasferimento, Tancioni era molto dispiaciuto e disse di voler fare una campagna contro Giunta a mezzo della stampa locale
La perquisizione che viene fatta in casa del disegnatore porta al sequestro di un’altra lettera e di un telegramma con riferimenti ai trasferimenti in atto, oltre ad una rivoltella di piccolo calibro a cinque colpi, carica.
Ma Questura e Carabinieri non credono alla versione di Tancioni in merito al tentativo di suicidio e scrivono: Consumato l’efferato delitto, il Tancioni, allo scopo evidente di mettersi in salvo ed evitare l’incontro degli altri compagni d’ufficio che l’avrebbero certamente consegnato alla giustizia, si buttava dal balcone della stanza dove avvenne il fatto; ma caduto violentemente sul sottostante lastricato vi rimaneva inerte e privo di sensi. Pensare di buttarsi da un’altezza di quasi sei metri per scappare non è da credersi o per lo meno chi pensa di poterlo fare non è normale. Qualche chiarimento potrebbe arrivare dalla perizia sulla rivoltella che in realtà, scopre il Giudice Istruttore, non è una rivoltella ma una pistola semiautomatica Browning calibro 7,65 e, in effetti, risulta inceppata per la mancata espulsione del bossolo, ancora incastrato nel carrello. Forse Tancioni non mente sul suo proposito suicida.
Si indaga alacremente anche sulla posizione di Buscaino e dell’altro disegnatore, Guido Pelliccetti, trasferito a Tortona prima dell’omicidio per motivi disciplinari, ma non si riesce a trovare niente che possa provare il loro coinvolgimento nell’omicidio come istigatori.
La sorpresa per gli inquirenti arriva dalle carte sequestrate nell’ufficio della vittima e in quelle sequestrate agli indagati: l’ingegnere Domenico Tancioni era dipendente dalla morfina e si sottopose a disintossicazione nella Casa di Cura per Malati Nervosi del Dr. Cav. R. Ascenzi in via Nomentana 257 a Roma. In una lettera dello specialista romano indirizzata al collega di Cosenza Scola viene suggerita la terapia di mantenimento del paziente ormai disintossicato:
(…) Il sonno è la funzione che tarda molto a sistemarsi. Quasi tutti i demorfinizzati per molto tempo dormono poco. Occorre aiutare tali pazienti con qualche ipnotico che non contenga morfina e suoi derivati.
Il Veronal (1/2 grammo) riesce bene – però non darlo tutte le sere – 3 volte a settimana.
Vi sono altri ipnotici – la Bromidia, il Somnal, il Clormial che pure riescono, ma il più sicuro di tutti è il Veronal. Tenere presente, curando tali pazienti, dei sintomi.
In altri termini fare la cura sintomatica. Occorre sempre un certo tempo. Perciò bisogna vigilare il malato, che in un momento di sconforto o di eccitamento non si morfinizzi . Tenere conto di una buona dieta, che non abusi di alcool e di vino.
Potrebbe essere un particolare decisivo per stabilire le responsabilità, dirette e indirette, del tragico evento, ma gli inquirenti non attribuiscono importanza alla dipendenza di Tancioni e vanno avanti per la loro strada chiedendo e ottenendo il suo rinvio a giudizio per omicidio premeditato, ma il Cavalier Michelangelo Dall’Oglio che presiede la Giuria della Corte d’Assise di Cosenza, ritiene, al contrario degli altri magistrati, che la pregressa dipendenza dell’imputato dalla morfina possa avergli causato dei danni psichici con compromissione della sua capacità di intendere e volere; se così fosse potrebbe anche configurarsi l’ipotesi della pericolosità sociale dell’imputato. Bisogna sottoporlo a perizia psichiatrica senza il ricovero in un manicomio giudiziario e l’incarico è affidato ai medici del carcere di Cosenza, dottori Antonio Rodi e Giuseppe Montoro.
Il quadro che Rodi e Montoro dipingono nelle 187 pagine della perizia è quello di un uomo nel quale non esiste alcuno addentellato per intravedere nella figura del Tancioni quella dell’alienato, nello stretto senso clinico della parola, e sotto qualsiasi forma conosciuta e definita dalla psichiatria pura. È quindi evidente – continuano i periti – che dal nostro compito deve esulare una pretta questione psichiatrica, poiché mancano tutti gli elementi necessari per potere diagnosticare una vera malattia mentale. Non ci resta da risolvere che una questione prevalentemente psicologica e da interpretare un carattere.
Ci troviamo evidentemente di fronte ad una personalità intermedia, dinanzi ad una di quegli individui (squilibrati, mattoidi, isterici, nevrastenici ecc.) che se non possiamo classificare fra i veri pazzi non ci è dato neppure di respingere fra i veri savi.
Ma chi è veramente e da dove viene Domenico Tancioni? Per stabilirlo, i periti ripercorrono la sua storia familiare e personale. Così nel ramo paterno, come nel materno, troviamo casi di deficienza psichica, di spiccata eccentricità, di nevropatia, di psicopatia, di malattia organica degenerativa.
E l’eredità nevropatica è appunto il dato gentilizio che emerge dalla storia dei progenitori del Tancioni, eredità di una certa gravezza e di non dubbia efficacia degenerativa nella prole.
E dopo l’eredità un altro fattore immediato s’impone alla nostra considerazione ed è il fattore educativo e professionale del Tancioni.
Domenico Tancioni nacque a Roma nel 1863 da una famiglia dell’alta borghesia romana e fin da bambino egli passa di collegio in collegio (Seminario di S. Pietro in Vincoli dal 1872 al 1874; Collegio Nazzareno a Roma, detto anche collegio dei nobili,  dal 1874 al 1878; Collegio Romano fino al 1883, anno di conseguimento della Licenza Liceale d’Onore) e nel 1888 [consegue] la Laurea in Ingegneria nella medesima Università di Roma.
Asserisce che in questo periodo giovanile soffriva spesso di gravi emicranie, che qualche volta duravano fino a 48 ore. Era sempre debole, magro, infermiccio e perciò sottoposto continuamente a cure assidue della famiglia. Questa spesso gli ripeteva che da quando era ragazzo, in seguito ad una delle malattie nervose, gli era rimasta l’abitudine di camminare in punta di piedi.
In seguito a quelle forti cefalee e che gli procuravano, oltre a tutte le sofferenze ad esse inerenti, anche vomiti e digiuni prolungati, il Dott. Oliviero Olivieri di Roma gli praticò le prime iniezioni di morfina. Non ricorda bene la data di questo primo passo all’uso della morfina, ma ricorda con precisione che non era ancora laureato, poiché suo zio, il chirurgo, gli diceva che queste sofferenze sarebbero cessate al finire degli studi.
Qualche anno dopo si ammalò di cancro la madre e fu in quel tempo che il dottor Bertini e il dottor Serafini gl’insegnarono a praticare le iniezioni di morfina alla madre.
Profittando di tale pratica e delle soluzioni di morfina che aveva sempre a sua disposizione, il Tancioni incominciò a farsi da solo le prime iniezioni. Da allora non smise più la funesta pratica, poiché i periodi di cefalea e d’insonnia non lo lasciavano mai lungamente ed egli sentiva sempre più frequente ed imperante il bisogno di ricorrere alla morfina sia per dare tregua ai suoi dolori, che per riconciliare sonno. Poi il ricovero nella Casa di Cura per disintossicarsi e, quindi, l’omicidio. Ma quali conseguenze ha avuto l’uso massiccio e prolungato di morfina sul suo carattere di nevropatico originario? E quale parte ha avuto, se ne ha avuto, nel delitto del 23 maggio 1911?
Quando questa pratica si svolge in persone di labile costituzione nervosa, ben più gravi e funeste ne sono le conseguenze. E se l’uso e l’abuso della morfina non fu la causa diretta ed immediata dell’ultima scarica nervosa che lo sospinse al delitto, avea valso senza dubbio a rendere sempre più debole e quindi meno resistente quell’umano potere inibitorio che ritrae l’uomo dinanzi all’idea del male e lo sospinge verso il bene.
Nel morfinismo si entra o dalla porta del dolore o per quella del dispiacere o per quella della voluttà. Il Tancioni entrò per quella del dolore e in seguito vi si aggiunsero la cause psichiche derivanti da un bisogno di eccitamento e di sollievo, bisogno congiunto allo strapazzo intellettuale e morale che gli eccessi di lavoro o i dispiaceri traggono seco. Il Tancioni adunque divenne ben presto morfinista e dalla morfina non si seppe più allontanare per lunga serie di anni (23 o 24 anni). Perché mai, ci domandiamo, egli uomo intelligente e colto, pur riconoscendo il pericolo e tutte le insidie di questo farmaco, non ha mai saputo ritrarsi da questa china fatale per la quale si era avviato, mentre tanti altri, anche sotto l’influenza di dolori fisici o morali, rimangono indifferenti alle suggestioni di tal rimedio, e curano i loro mali con la pazienza, col lavoro, colle distrazioni inoffensive, col mezzo di una terapeutica razionale? Ciò avviene per una ragione assai semplice e cioè perché i veri morfinomani, quelli che si potrebbero chiamare i morfinomani nati, risentono vivamente le loro sofferenze, le esagerano, le sopportano con impazienza e non hanno sufficiente energia né sufficiente spirito di coerenza per combatterla coll’azione; perché costoro sono in massima parte degli impressionabili, degli emotivi,degli abulici, degli imprevidenti.
Ma Domenico Tancioni era stato demorfinizzato da vari mesi, poteva ancora patire gli effetti della droga al momento dell’omicidio? I periti osservano che è proprio durante il periodo di astinenza morfinica ad essere il più fecondo di fatti criminosi. Citano lo studio I morfinisti del dottor Chambard per asserire che l’astinenza morfinica è accompagnata da veri impulsi coscienti o semicoscienti i cui risultati sono il suicidio, il furto, la violenza contro le persone. L’astinenza, unita ai suoi precedenti clinici della giovinezza, ha determinato in Domenico Tancioni l’insorgere di una forma patologica di istero-nevrastenia cerebrale che ha come conseguenza, tra gli altri disturbi, anche l’indebolimento dei poteri volitivi, l’impressionabilità, l’emotività esagerata, l’eretismo e l’impulsività nervosa. Quindi, concludono Rodi e Montoro, sebbene l’imputato non sia mai stato affetto da alienazione mentale, è innegabile che sia uno squilibrato originario affetto da istero-nevrastenia cerebrale. Tancioni, nel momento in cui commise l’omicidio, si trovava in un momento acutissimo della sua malattia e che tale stato anormale, coadiuvato dal concorso del pregresso morfinismo, se non gli tolse la coscienza nel momento in cui commise il reato, certamente però gli ridusse in tal guisa la libertà dei propri atti da farne scemare fortemente la imputabilità, senza escluderla.
Insomma può essere processato. Dopo vari rinvii, il 23 settembre 1914 il dibattimento può iniziare. Domenico Tancioni è difeso dagli avvocati Ernesto Fagiani, Pietro Mancini e Adolfo Berardelli.
Ma accade qualcosa di strano. La quasi totalità dei testimoni citati dalle parti, ormai sparsi per l’Italia, sembra ammalarsi secondo il calendario delle udienze e non si riesce per un paio di mesi a venire a capo di questa misteriosa epidemia. Finalmente, in un modo o nell’altro, il 7 novembre 1914 la Giuria è in grado di emettere una sentenza: NON COLPEVOLE.[1]





[1] ASCS, Processi Penali

lunedì 2 maggio 2016

AMMAZZA LA FESSA DI MAMMATA


- Le ha dato due colpi di scure in testa e poi è scappato… – farfuglia il ragazzo tormentando il suo berretto cencioso davanti al Brigadiere Marrapodi, comandante della Stazione di Saracena
- Ma chi? Dove? Quando? – gli chiede il Brigadiere che non riesce a far calmare il ragazzo
- Come chi? Ve lo sto dicendo… ha ammazzato la moglie… a quest’ora sta andando a Castrovillari e poi non lo prendete più!
- Il nome, mi devi dire il nome! A chi vado a prendere se non so chi cercare?
- Ma ve l’ho detto cento volte… Franchino Viola…
- Ripetimi tutto con calma… siediti
Il ragazzo si siede, tira un lungo respiro e finalmente riesce a descrivere sommariamente la scena di cui è stato testimone la mattina del 21 settembre 1948 nella campagne di Saracena.
- Stamattina verso le nove stavo zappando con mio padre nel nostro terreno di contrada Fiumicello, a circa 150 metri dal fiume omonimo, quando ho sentito chiamare ad alta voce mio padre da Francesca Frega che era nella sua proprietà dell’altra parte del fiume. “Vieni qua subito!” urlava. Mio padre le rispose che non poteva andare e le urlò di venire da noi. La donna lasciò per terra una cesta e un paniere e quasi correndo arrivò da noi. “Mio marito mi vuole ammazzare! È venuto a cercarmi con la scure in mano…” ha detto. Mio padre le ha risposto di restare con noi perché, eventualmente, l’avrebbe difesa. Dopo pochi minuti è arrivato il marito, Franchino Viola appunto, e ha cominciato a dire: La signora che faceva la femmina buona adesso l’ho sorpresa a parlare con Liuni Trippiedi, intendendo la guardia giurata Leone Di Tommaso. La moglie si è messa a urlare che non era vero e lui le ha intimato di andarsene e di non dire a nessuno che era andato a cercarla con la scure in mano altrimenti l’avrebbe ammazzata e lei gli rispose: Ammazza la fessa di mammata! A queste parole Franchino si è buttato addosso alla moglie per colpirla con la gaccia ma non ci è riuscito perché papà l’ha trattenuto e lui, mentre la moglie scappava, gli ha gridato: Lasciami sennò il primo colpo è tuo! Papà ha avuto paura e l’ha lasciato e Franchino si è messo a inseguire la moglie e l’ha subito raggiunta; l’ha afferrata per un braccio e con tutta la sua forza le vibrava in testa due colpi di accetta, facendola stramazzare a terra. Senza più dire parola è scappato portandosi dietro la scure. Io e mio padre, a questo punto, ci siamo avvicinati alla donna per soccorrerla e papà le ha fasciato la testa grondante sangue con un fazzoletto che la Francesca teneva annodato al collo e poi mi ha detto di venire subito in paese per avvertirvi…
- Ma quando ti sei avviato era viva o era morta?
- Era più morta che viva…
- Ma questo… Trippiedi… tu e tuo padre l’avete visto?
- Né oggi e né prima. Stamattina oltre a me e mio padre nelle vicinanze non c’era nessun altro – il ragazzo è categorico.
Quando i militari arrivano sul posto, a circa otto chilometri dall’abitato, Francesca Frega è già morta e nel frattempo un’altra pattuglia ha bloccato il marito poco fuori dall’abitato mentre si dirigeva verso Castrovillari.
La povera donna, 57 anni, ha due vaste ferite alla testa. La prima, nella regione occipitale, è di forma triangolare, lunga circa sette centimetri e larga cinque, e lascia intravedere che la parete ossea sottostante non c’è più e la materia cerebrale è spappolata. La seconda, nella regione parietale sinistra, è lunga cinque centimetri e in questa l’osso sottostante è spezzato. Con ferite del genere non avrebbe mai potuto cavarsela.
- Stamattina stavo lavorando nel fondo di cui sono colono quando sono arrivati mia moglie e mio figlio e lei mi ha detto che sarebbe andata a raccogliere fichi nel suo terreno a Fiumicello, mentre nostro figlio sarebbe andato a Lungro a comprare delle medicine che non aveva trovato in paese. Io le consigliai di andare a raccogliere i fichi in un’altra proprietà dove ce ne sono di più e rischiano di marcire sugli alberi, ma lei ha insistito dicendo che a Fiumicello avrebbe raccolto anche dei fagiolini da cucinare per il pranzo. Dopo che se ne sono andati, mi è venuta come un’illuminazione: a Fiumicello aveva appuntamento col suo amante Leone Di Tommaso! Così ho deciso di raggiungerla col proposito, se li avessi trovati in flagrante adulterio, di ammazzarli tutti e due. Quando sono arrivato nei pressi della proprietà ho avuto l’impressione che fosse intenta a raccogliere i fagiolini, ma quando mi sono avvicinato di più l’ho vista in compagnia di Trippiedi e ho cercato di avvicinarmi il più possibile senza che mi vedessero, però mentre attraversavo il fiume mi hanno scorto e non li ho potuti sorprendere, così Di Tommaso è riuscito a scappare. Allora ho gridato a mia moglie: Dove l’hai fatto scappare il tuo innamorato? Lei ha risposto che mi sbagliavo perché era nostro figlio e io le ho fatto notare che nostro figlio stamattina aveva il berretto in testa e l’uomo che era con lei aveva il capo scoperto e che, comunque, nostro figlio era già partito da un’ora per Lungro e non poteva essere lì. Quello che avevo visto era proprio Leone Di Tommaso! Lei continuava a insistere che mi sbagliavo e che quello era nostro figlio. Chiamalo! Se è nostro figlio si volterà! Le ho detto. Lei lo ha chiamato ma invece di voltarsi quello che stava chiamando, ha risposto il nostro vicino. Avevo ragione io, così sono andato a controllare nelle piante e ho notato che erano piegate come se qualcuno ci si fosse rotolato. Tutto chiaro. Intanto mia moglie era scappata dall’altra parte del fiume e io ho gridato al vicino che avevo scoperto mia moglie con Trippiedi e poi mi sono girato per andarmene, ripromettendomi di sorprenderli in un’altra occasione. Proprio in quel momento l’ho sentita che diceva al vicino che l’avevo minacciata di morte, ma non era vero e così mi sono voltato e, avvicinandomi, le ho detto: Se mi devi denunziare per quelle cose che non ti ho fatto, te le faccio per davvero! Lei ha avuto la sfrontatezza di replicare: Si, si, l’hai fatto ed è bene che si sappia! A questo punto mi sono avvicinato ancore e le ho ripetuto: Giacché è così, quello che non ti ho fatto poco fa te lo faccio adesso! Poi ho alzato la scure per colpirla ma il vicino mi ha bloccato e io gli ho detto di lasciarmi se no ammazzavo pure lui. Liberatomi, mi sono messo a rincorrere mia moglie che si era allontanata e l’ho raggiunta e colpita due volte alla testa con la scure, poi mi sono allontanato con l’intenzione di andare dal mio avvocato e poi costituirmi…
- Sicuro che vostra moglie stava nei fagiolini con questo tale Trippiedi? Pare che nessuno lo ha visto…
- Vi dico che l’ho visto con questi occhi! – fa, alterandosi, mentre si mette gli indici sulle palpebre
Il Brigadiere Marrapodi non esclude nessuna ipotesi e per avere le idee più chiare chiama in caserma Leone Di Tommaso, alias Trippiedi
- Sono stato tutto il giorno a raccogliere fichi in contrada Forzata con mia madre e mia sorella. Quando sono tornato in paese, nel pomeriggio, tutti parlavano del fatto che Francesca Frega era stata sorpresa in mia compagnia al Fiumicello e che per questo il marito le aveva aperto la testa in due. Come vi ho detto, io ero da un’altra parte e non capisco perché l’assassino ha messo in giro questa voce. Adesso mi ha proprio seccato! È da tre anni che va avanti così. Brigadiè, voi qui ci siete da poco, ma se ancora non lo avete fatto, prendete il fascicolo di quell’uomo e vedrete che già tre anni fa aveva tentato di ammazzare la moglie con una revolverata dicendo che se la intendeva con me. Sicuramente l’ha uccisa per altri motivi e per scampare alla condanna mette in giro la storia dell’onore!
E ha ragione. Il 10 maggio 1945, Viola sparò un colpo di rivoltella alla moglie che solo per miracolo non le fu fatale, trapassandole da parte a parte la mammella sinistra. Non contento, l’afferrò per la gola e cercò di spararle in faccia ma la figlia Dusolina ebbe la prontezza di afferrargli il braccio armato spostandolo. Il colpo andò a vuoto e la donna riuscì a divincolarsi e a scappare. Viola in quella occasione se la cavò con un anno e nove mesi di reclusione e una volta uscito di galera tornò in famiglia come se niente fosse accaduto. Ma perché a Francesco Viola venne in mente che la moglie aveva una relazione extraconiugale con Trippiedi?  
Nel mese di aprile del 1944 Leone Di Tommaso chiese la mano di Dusolina Viola, che non conosceva personalmente. Francesco, sebbene fosse rimasto sorpreso da quella richiesta poiché Trippiedi aveva all’epoca 36 anni e la figlia appena 19, non si dimostrò dispiaciuto perché era un buon partito. La figlia, invece, non ne voleva sapere di quel fidanzamento e Francesco avvertì De Tommaso del rifiuto di Dusolina. “ Se voi e vostra moglie non siete contrari, vorrei continuare il corteggiamento perché sono convinto che vostra figlia alla fine cederà” rispose De Tommaso e Francesco Viola acconsentì che le visite continuassero. Ma qualche sorriso rivolto da Di Tommaso a sua moglie gli fece balenare il sospetto che l’uomo andasse in casa non per corteggiare sua figlia, bensì per insidiare sua moglie. La scintilla della gelosia morbosa fece scoccare un incendio e cominciarono furiose scenate. La situazione precipitò quando si presentò l’occasione di un nuovo fidanzamento per la ragazza e la madre si mostrò assolutamente contraria preferendo Di Tommaso. Così, di lite in lite, si arrivò alla revolverata. Una volta uscito dal carcere e tornato a casa la situazione non migliorò e le liti continuarono fino al tragico epilogo.
Per quanti sforzi faccia, il Brigadiere Marrapodi non riesce a trovare un solo testimone che dichiari di essere a conoscenza di una relazione tra Trippiedi e la povera Francesca, non fosse altro che per la sua età avanzata, avendo ormai toccato i 57 anni. Marrapodi, quindi, sentiti molti testimoni che descrivono Francesco Viola come un anormale, mette nero su bianco che si ha ragione di credere che il Viola Francesco abbia commesso il delitto perché fissatosi sulla convinzione che sua moglie lo tradisse.
Questa ipotesi è subito sposata dal difensore di Francesco, l’avvocato Domenico Mazziotti, che chiede per il suo assistito una perizia psichiatrica non essendo convinto della integrità delle sue facoltà di intendere e volere. Anche il medico del carcere di Castrovillari è di questo parere e si associa alla richiesta di perizia.
Nel frattempo la Procura della Repubblica di Castrovillari chiude l’istruttoria e chiede il rinvio a giudizio di Francesco Frega per omicidio volontario, ma la Sezione Penale della Corte d’Appello di Catanzaro accoglie le richieste del difensore e del medico del carcere e dispone il ricovero dell’imputato in manicomio giudiziario e viene indicato allo scopo quello di Napoli.
- Mi trovo in carcere per omicidio, ho ucciso mia moglie per ragioni di amore. – comincia a raccontare al dottor Giulio Cremona, Direttore del manicomio giudiziario di Napoli – L’ho trovata con l’amante e ho commesso il delitto. Prima ero al carcere di Castrovillari, mi hanno condotto qui per perizia. Mi dissero: vai a Napoli e stai zitto. Ed ora eccomi qui.
Il dottor Cremona è particolarmente attirato dal comportamento tenuto da Francesco nel periodo di osservazione: corretto, rispettoso, disciplinato, tranquillo, ordinato, pulito e non ha mai dato luogo a rilievi per anormalità di condotta. Nei diversi esami ai quali è stato sottoposto si è prestato volentieri ad ogni prova e ha subito interrogatori anche per ore senza stancarsi mai. Ha messo soprattutto in evidenza la pacatezza nell’esposizione, se anche qualche volta si è dovuto interrompere per asciugarsi qualche lagrima, l’ordine, la coerenza e una precisa rievocazione di fatti e di circostanze attraverso una minuta narrazione con citazioni di nomi, di località, di date.
Ma Cremona nota anche che, sebbene Viola si dichiari addolorato per ciò che ha fatto, non ha la spontaneità, il calore e lo slancio che sarebbero più proporzionati al caso. Il perito è certo che Viola sia stato spinto a uccidere dall’intensa morbosa convinzione di essere realmente stato vittima dell’infedeltà della moglie, del suo sprezzante offensivo trattamento.
Viola è dominato, non solo dal sospetto soggettivo, ma dalla certezza obbiettiva che la moglie sia stata una infedele e che abbia tramato insieme col Di Tommaso contro di lui fino a desiderare la sua morte. Tale certezza proviene da morbosa sospettività, da errori di giudizio, da falsi apprezzamenti, da una critica unilaterale e superficiale, che spingono il soggetto a trarre da banali ed inconcludenti episodi induzioni spropositate, illogiche, assurde e lo conducono a concezioni morbose.
La verità è dunque che questa alterazione del sentimento è nata, nel Viola, dall’immaginazione ed è stata una creazione del pensiero deviato e travolto da una tendenza a interpretare in modo soltanto soggettivo, fantastico ed assurdo alcuni avvenimenti.
Quindi, secondo Cremona, Francesco Viola è malato di mente e non ha capacità di intendere e volere essendo affetto da delirio geloso-persecutorio, ma non è in grado di stabilire se e quando ci sarà la guarigione per cui se egli non sarà giudicato ora non lo potrà essere, con ogni probabilità, neppure in seguito e quindi, conclude, può presenziare al dibattimento ma non è in grado di provvedere con capacità di intendere e volere alla propria difesa.
Siamo alla fine del mese di maggio del 1950 e il processo viene sospeso in attesa di novità in merito alle condizioni mentali dell’imputato. La situazione sembra essere ottimale verso la fine del 1951 e il processo viene spostato a Cosenza e messo di nuovo a ruolo per la metà di dicembre, nonostante le proteste del difensore.
Il 12 dicembre 1951 si apre il dibattimento che dura solo tre giorni. Il 14 dicembre la Corte dichiara il non luogo a procedere contro l’imputato perché non imputabile per vizio di mente e ne ordina il ricovero in un manicomio giudiziario per almeno dieci anni.
Gli avvocati Mazziotti e Salerni, difensori di Francesco, impugnano subito la sentenza ritenendo che dieci anni in un manicomio giudiziario siano troppi. Ne basterebbero non più di cinque, ma dopo quattro mesi di attesa il ricorso viene respinto e Francesco Viola trascorrerà i prossimi dieci anni in quel di Napoli.[1]