giovedì 30 giugno 2016

LA STRAGE DELLA FESTA DI SAN PIETRO

È il 29 giugno 1863, la festa di S. Pietro, e a Feruci, come ogni anno, i ferucesi e gli abitanti dei paesi vicini si divertono a fare piccoli acquisti nelle bancarelle che i venditori ambulanti sistemano tra i vicoli: formaggi e salumi, vasellame e pentole di ferro e di rame, pettini e vestiti, attrezzi da lavoro e giocattoli aspettano di cambiare proprietario. Molti uomini, invece, si apprestano a partecipare al tiro a bersaglio vicino a Fontana Secca.
Ognuno dei partecipanti mette una moneta da 10 centesimi e col ricavato si compra un paio di caciocavalli che andranno in premio al vincitore, stabilendo che non è concesso di tirare a coloro i quali non abbiano pagato la quota.
C’è molta gente che assiste e la gara sta per cominciare tranquillamente, nonostante il vino bevuto. A un certo punto sopraggiunge Raffaele Branca che si mette davanti a tutti per fare i suoi tiri ma suo nipote Francesco Branca, figlio dell’ex famigerato brigante Pietro, glielo proibisce perché non ha versato la quota.
Raffaele, irritato, va a rimuovere il bersaglio, sostenendo che il terreno sul quale è stato sistemato è di sua proprietà
- Ma finiscila! Sempre lo stesso sei! – gli dice suo fratello Emanuele, mollandogli un sonoro ceffone. Raffaele, temendo il fratello, si nasconde dietro una quercia col fucile imbracciato, pronto a difendersi.
Il capitano della Guardia Nazionale, Raffaele Caruso, che è presente per tutelare l’ordine pubblico, cercando di calmare gli animi propone, e già si appresta a farlo, di sistemare il bersaglio in un altro posto, fuori dalla proprietà di Raffaele, il quale a questo punto esce dal suo nascondiglio e si dirige dove è ammassata la folla. Incontra sul suo cammino Pietro Branca che è imbestialito per l’accaduto e gli mette le mani in faccia, offendendolo
- Fissillo, carogna fottuta, e tu sei uomo da interrompere il divertimento? – Pietro Branca, alto, allampanato, capelli bianchi già da molti anni, un ciuffo di peli altrettanto bianchi sul mento che gli conferiscono un aspetto terribile, nato a Feruci il 4 gennaio 1807, sa di essere temuto da tutti per il suo passato di feroce brigante, costellato da almeno quattordici omicidi, una ventina sequestri di persona, una decina stupri e innumerevoli furti e rapine. Tutti a Feruci sanno che è stato proprio lui a iniziare, nel 1848, una sanguinosa faida in paese che è costata sei morti nel giro di pochi mesi. Tutti sanno di quando ha squartato e fatto a pezzi un uomo in montagna, peraltro sbagliando persona, dicendo poi a un segantino di Longobucco, incontrato per strada: Ho ammazzato un animale, è laggiù vicino alla sorgente, se hai fame vatti a prendere le zampe e la testa e te li cucini…; sanno anche che per sfuggire alla pena di morte, dopo quattro anni di terribili scorrerie per tutta la provincia, si costituì e la pena gli fu commutata in ergastolo, scontando nove anni nell’inferno del carcere di Procida dal quale uscì con la grazia in tasca per essersi arruolato nelle truppe borboniche, mentre Garibaldi cominciava la sua risalita da Marsala. Ma Pietro non sparò nemmeno un colpo contro i Piemontesi, disertando alla prima occasione e ritornando a casa non appena i Borboni furono cacciati.
Raffaele, alle offese del cugino e senza pensare alle possibili conseguenze, tira fuori di tasca la coltella da caccia e ferisce a una gamba Pietro, che a sua volta aveva già tirato fuori la sua coltella per sfidarlo a duello ma non fa in tempo a usare l’arma. Francesco che è vicino al padre si mette in mezzo per evitare guai peggiori – Pietro è ormai segnato dalla carcerazione nell’inferno di Procida – e dà uno spintone a Raffaele che cade ruzzolando. Nel parapiglia, il fucile che Pietro ha in spalla cade e, battendo per terra, esplode un colpo.
La confusione adesso è generale: molti, pensando a uno scontro a fuoco, se la danno a gambe, mentre Raffaele, rialzatosi, credendo che il cugino gli abbia sparato contro, spara a sua volta contro Pietro e lo stesso fa anche suo fratello Biagio, accorso sul posto. Francesco si rende conto che le cose stanno mettendosi molto male e, imbracciato il suo schioppo a due canne e riparandosi dietro un albero, fa fuoco prima su Raffaele che muore sul colpo e poi su Biagio. Quindi ricarica e spara contro l’altro fratello di Raffaele, Serafino.
A questi colpi immediatamente ne seguono molti altri, probabilmente esplosi dallo stesso Serafino, Gennaro Baldino, Matteo Branca, Biagio Branca e Vincenzo Zumpano i quali sono gli unici, tra i presenti, armati di schioppo. È una vera e propria guerra nella famiglia Branca con padri, figli, zii, nipoti, cognati, cugini, generi che man mano accorrono e si impegnano nei combattimenti e nella confusione si verificano anche molti scontri all’arma bianca.
Quando le armi tacciono e il fumo si dirada, quattro uomini giacciono a terra esanimi: Raffaele Branca morto, Biagio, Serafino e Pietro Branca, con una leggera ferita da arma da fuoco ma una gravissima ferita da arma da punta e taglio, che respirano ma è evidente che sono molto gravi, tant’è che moriranno tutti nel giro di qualche ora.
Feriti in modo più lieve restano anche Serafino Baldino, ferito alla testa da arma bianca e a una coscia da arma da fuoco, e Tommaso Branca con una ferita di arma da taglio a una mano.
Fortunata Zumpano, fresca vedova di Pietro Branca, accusa l’altro cugino Giuseppe Cataldo Branca di avere finito il marito con una stilettata, circostanza confermata da altri testimoni.
Francesco Branca, Serafino e Gennaro Baldino si presentano spontaneamente in carcere dichiarandosi innocenti.
 A vedere sparare Francesco Branca e Serafino Baldino sono Giuseppe Russo, Salvatore Faraca, Pasquale Longo, Gaetano Baldino, Angelo Proviero, Leonardo Campana, Antonio Mendicino e Michele Arnone. Tutti asseriscono che Francesco Branca ha sparato solo dopo aver visto il padre Pietro cadere sotto i colpi di Raffaele e del fratello Biagio Branca. Secondo i testimoni, Francesco ha sparato col suo fucile a due colpi prima su Raffaele e poi verso il posto dove erano gli altri due fratelli Branca.
Solo dopo i colpi di Francesco avrebbero sparato Serafino Baldino, Gennaro Baldino e Matteo Branca, parenti stretti di Francesco da una parte e Vincenzo Zumpano cognato di Biagio Branca dall’altra.
Così racconta Don Antonio Riccio, cancelliere comunale, che ha assistito ai fatti da una finestra del palazzo di proprietà della famiglia Perris, della quale è parente.
Alla fine delle indagini sono rinviati a giudizio Francesco Branca per l’omicidio di Raffaele Branca; Gennaro Baldino per l’omicidio di Biagio Branca; Francesco Branca, Gennaro Baldino e Serafino Baldino per l’omicidio di Serafino Branca. Annunziato Baldino, Matteo Branca, Giuseppe Cataldo Branca e Vincenzo Zumpano accusati a vario titolo di aver partecipato ai fatti sono prosciolti per insufficienza di prove. L’omicidio di Pietro Branca è attribuito a Raffaele Branca.[1]
Pietro Branca alias il padre, il famigerato e sanguinario brigante, dopo essere scampato cento volte alla morte in battaglia, alla pena di morte e all’ergastolo, è morto per mezzo  caciocavallo, come per mezzo caciocavallo a testa sono morti i suoi cugini.
Niente è più come prima in paese.


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 27 giugno 2016

IL VOSTRO SOLITO ANONIMO

All’Ill.mo Sig. Pretore
SCALEA

Chi scrive sente altamenta la dignità personale; alla sua tarda età non à nulla da rimproverare alla sua coscienza e, come tale, fu sempre, ed è per natura, ripugnante alle denunzie anonume poiché l’anonimo è dell’uomo vigliacco. Eppure, illustre Magistrato, come ogni regola à la sua eccezione, così l’anonimo, in talune limitatissime circostanze, si rende indispensabile. E se è da vituperarsi e condannarsi in tutti i casi nei quali si cerca diffamare, accusare, nuocere alle persone, senza dubbio va e debba essere giustificato, come nel caso attuale, lorché si tratti di fare un bene all’individualità ed alla Società quando, come nel caso attuale, si tratti di prevenire un grave reato. In tale ipotesi il movente è santo, è giusto, si fa un bene al traviato ed alla Società prevenendo un delitto. “il fine giustifica i mezzi”. Ma si obietterà: “l’uomo onesto non teme di dir franca la verità”. Le teorie, egregio Pretore, son pur troppo belle ma nell’applicarle!... Divero, come vorrebbe Lei, egregio Giudice, che un gentiluomo, il quale à vissuto e vive una vita tranquilla, che à molto da perdere, voglia metter in pericolo la pace domestica, porsi a repentaglio la sua persona? D’altronde sente forte nell’animo suo il dovere di prevenire un reato: ecco, egregio rappresentante della Legge, in questo caso, l’anonimo, obbrobrioso per se stesso, addiviene necessario e rimane santamente giustificato. Ciò posto, scevro da ogni odio e rancore, denunzio alla giustizia di Lei che tal Maria Dagostino, giovinetta di circa venti anni, figlia a tal Carmela Fama, trovasi incinta da 6 mesi circa ed ha tentato e sta tentando tutti i mezzi per nascondere il frutto del suo seno e con l’aborto, o altrimenti, poiché possiede, non essa la povera sedotta ma il seduttore, dei potenti mezzi per giungere allo scopo. La giustizia vorrà con prudenza,circospezione e massima riservatezza accertarsi del fatto. Che l’esponente sia stato tratto in inganno (volesse il Cielo!) tutto rimarrebbe sepolto, senza danno alcuno: ma se vero, come lo è certamente, allora sarà prevenuto un delitto. Che si aprano le indagini, non si perda tempo, forse domani non si farà più al caso di prevenire, creda alla onestà di chi, benchè ripugnante deve servirsi dello ANONIMO
Credo opportuno informare la giustizia che, vista giorni fa, la Dagostino si recava a Maratea dal Dottor tarantini per procurare l’aborto e vi si recava in compagnia di una sua parente, Carmela Stummo. Il dottore naturalmente se la cavò con una tenera risata, dicendo: “la vostra malattia è sicura, potete andar via perché a tempo debito guarirete”.
Non paghi di ciò mossero alla volta di Belvedere da quel Dottor Spinelli, il quale diede pressochè la stessa risposta.
Si sta ordendo per occultare con qualunque mezzo il parto. Che la giustizia indaghi per prevenire un grave delitto. Col pretesto di fare una cura sotto la direzione dello Spinelli, fra qualche giorno partirà per Belvedere, ma lo scopo è nascondere, occultare, affrettando un parto prematuro.

Il Vice Pretore di Scalea Luigi Losardo, seppure perplesso per l’ampia dissertazione sul ruolo ripugnante degli accusatori anonimi, è impressionato dal linguaggio forbito e dalla precisione delle indicazioni fornite e perciò trasmette la lettera al Maresciallo Salvatore Arcadi, comandante della stazione di Scalea, perché indaghi in merito. È il 17 gennaio 1917.
Il Maresciallo, da parte sua, vede la cosa come una presa in giro e non si impegna più di tanto nelle indagini, limitandosi, nella sua risposta, ad un generico non s’è potuto assodare con certezza se la ragazza Dagostino Maria sia veramente incinta, però a costei è molto ingrossata sia la pancia che i fianchi.
I mesi passano e, non vedendo accadere nulla, il nostro anonimo si prende la briga di scrivere di nuovo
Scalea 10-3-17
Ill.mo Sig. Pretore
L’anonimo, che denunziava due mesi fa alla V.S. il fatto della maria dagostino, con tutte le particolarità, a solo scopo di prevenire un delitto, oggi, allo stesso scopo, si rivolge a V.S. perché voglia vigilare affinché quel delitto venga prevenuto. Si approssima il parto ed un complotto composto dalla Medichessa Mariuccia Giordanelli, che propina medicinali ed iniezioni giornalmente, e dalla assistente Giuseppa Libano e figlia, nonché dalla propria madre, con la connivenza del drudo, un vecchio satiro, si è concertato il modo di sopprimere il frutto, onde rimanesse tutto celato, avendo fatto correre la voce che la Maria sia affetta da malattia, per la qual cosa si è messa da più giorni a letto, occultandosi nel modo il più assoluto appunto per nascondere come che sia il parto.
Che la V.S. faccia fare indagini e vedrà. Oggi più che mai è il caso di dire “Fervet opus”
L’ANONIMO
Da un momento all’altro avverrà la catastrofe!! Che si avvisi la partoriente e suoi parenti a dar conto del frutto impedendo la soppressione. Si dice anzi che sia già avvenuto e che sia stato perpetrato il premeditato delitto! Prevengo V.S. che, stante la sua abituale assenza da qui e nel dubbio che le istanze dello scrivente abbiano a rimaner lettera morta, in pari data si è informato dei fatti il R. Procuratore del Re, nommai per diffidenza, ma per la riagione sopra esposta.

Anche questa volta il Vice Pretore trasmette la lettera ai Carabinieri  che, ancora una volta, rimangono nel vago: non è stato possibile fin qui accertare se costei è realmente incinta o malata.
Dopo due settimane sul tavolo del Vice Pretore, vista la perdurante assenza del titolare come il nostro anonimo ha denunciato, arriva una nuova, ma questa volta breve, lettera
Ill.mo Pretore
La Maria Dagostino è di già sgravata o abortita; se la sua giustizia farà indagare le troverà in perfetto stato di puerperio. La faccia visitare, sia pure riservatamente, dal Dottore o dalla levatrice e si accerterà del fatto. Non è giusto che un simil fatto rimanga occulto ed impunito. Oramai lo sanno molti
L’ANONIMO

Questa volta la lettera coglie nel segno. Il Vice Pretore Losardo scrive una lettera di fuoco al Maresciallo Arcadi. L’ordine è di riferirmi a vista e con dettagliato rapporto il risultato delle indagini, visto che finora le informazioni dategli sono risultate molto vaghe.
La risposta di Arcadi non si fa attendere ma ripete più o meno la solita solfa: il sottoscritto ha ancora oggi visto la D’Agostino Maria ed ha notato in lei la stessa pancia grossa che aveva molto tempo fa. Per quanto lo scrivente non è in grado di conoscere con cognizione di fatto le donne incinte, tuttavia può affermare che se la suddetta ragazza avesse abortito, non avrebbe la pancia così grossa. Poi conclude, come per lavarsene le mani: sarebbe necessario che l’anzidetta ragazza venisse sottoposta a visita medica. E glielo aveva detto anche il misterioso scrittore!
Losardo a questo punto ordina al dottor Giovanni Iannelli di Cetraro e alla levatrice comunale, Rosa Previti, di sottoporre a visita Maria. La levatrice va a casa della ragazza ma non le viene permesso di entrare e così – siamo ormai al 25 marzo – va dal Vice Pretore che spicca immediatamente i mandati di cattura per la ragazza e sua madre e le interroga
Maria nega di essere mai stata incinta e nega che Maria Giordanelli le abbia fatto delle iniezioni. Afferma con forza di essere vergine e di essere fidanzata con un giovanotto del posto partito per il fronte. Losardo insiste molto sul particolare delle iniezioni e Maria ammette che un mese prima la Giordanelli le ha fatto dodici punture di ferro prescrittele dal medico. Ora deve sottoporsi alla visita della levatrice e mentre la ragazza si sveste fa una rivelazione sorprendente: l’ingrossamento del suo addome era semplicemente fittizio e che venti giorni prima si era abortita al quarto mese di gravidanza. Ma la levatrice si accorge subito che mente: constatai dapprima che dalle mammelle, abbastanza ingrossate, con l’areola annerita, secerneva un liquido che subito riconobbi per latte di un colore bianco giallognolo e dalla visita ginecologica è del tutto evidente che la D’Agostino abbia partorito di recente, credo non oltre venti giorni, e che la sua gravidanza se non proprio a termine doveva essere nei mesi inoltrati.
- Come la mettiamo? – le fa il Vice Pretore
- Debbo confessare purtroppo nel primo momento in cui la V.S. mi ha interrogato per salvare il mio onore ho mentito, come ho cercato e cerco di simulare in pubblico l’ingrossamento del mio addome. Per una relazione avuta una sola volta con un forestiero, che mi prese a forza, ebbi la sventura di restare incinta, cosa di cui, nella mia ingenuità, non mi accorsi neanche. La congiunzione carnale ebbe luogo il 10 del dicembre decorso. – poi racconta come si sarebbero svolti i fatti al momento del parto – Circa 20 giorni fa ero andata a legna e ritirandomi a casa, ove non trovai nessuno, forse a causa della fatica fatta mi abortii. Espulsi fuori un informe pezzo di carne misto a del sangue; feci in modo che mia madre, né alcuno, si accorgesse di tal fatto e riparato nel miglior modo al mio male, nascosi in casa i panni insanguinati e l’aborto che dopo due giorni andai a seppellire nella fossa che è fuori le mura del vecchio cimitero, il tutto involto entro un vecchio grembiale. Pochi panni ho lavato e a mia madre, che li lavò, feci credere che li avessi sporcati con le mestruazioni
Carmela Famà, la madre, sembra davvero cadere dalle nuvole e conferma di avere lavato dei panni sporchi di sangue mestruale che Maria le diede. Conferma la circostanza delle iniezioni fatte da Maria Giordanelli alla figlia, 90 in tutto – 30 di chinino e 60 di ferro – per un compenso di 20 lire. Solo che queste benedette iniezioni la Giordanelli le avrebbe fatte l’anno passato e non un mese prima! È ovvio che i conti non tornano e per vederci chiaro, sospettando che l’ex infermiera Maria Giordanelli possa avere in qualche modo, come sostiene il nostro anonimo, aiutato Maria e la madre a sbarazzarsi del figlio della colpa, la fa arrestare
- Le iniezioni gliele ho fatte un mese fa perché gliele prescrisse il dottor Gaetano Oliva, così mi dissero mamma e figlia, come gliele ho fatte anche l’anno scorso quando gliele prescrisse il dottor Oreste Spinelli. Carmela mente se dice che non sapeva niente delle iniezioni di un mese fa. Se mi volete accusare di complicità in procurato aborto o in infanticidio, sappiate che sono innocente!
Il Vice Pretore Losardo, terminati gli interrogatori al tramonto del 25 marzo 1917, va, accompagnato dai carabinieri, a cercare il corpicino nella buca vicino al vecchio cimitero. Sebbene la fossa medesima fosse quasi a metà ripiena di acqua, onde difficile e disagevole si è presentato il nostro compito, abbiamo, superando ogni difficoltà, tutte le più minute e accurate ricerche pel rinvenimento del feto, ricerche che non ebbero alcun risultato affermativo per cui, essendo anche sopraggiunta l’oscurità della notte, abbiamo sospese le nostre operazioni che abbiamo rinviate per prosecuzione a domani mattina dopo aver chiesto alla D’Agostino più dettagliate informazioni su quanto dichiarato.
- Vi dico che è là, l’ho buttato io stessa e se non si trova sarà stato distrutto dai topi o in altro modo scomparso
- Lì non c’è, dimmi la verità che le cose si stanno mettendo male, molto male, per te e per tua madre – la esorta Losardo. Maria, dopo una lunga sua riflessione, d’un colpo risponde
- Vi accompagno io, seguitemi…! – il Vice Pretore a questo punto decide di non aspettare il mattino successivo e con la scorta dei carabinieri, muniti di lanterne, seguono la ragazza che li porta in un terreno seminato a grano. Sono le 21,20. Maria scruta il terreno, lo smuove in alcuni punti con un piede, poi si ferma vicino a una siepe. A pochissima distanza ci sono alcune piante di fichi d’india. In mezzo, non ci sono nemmeno due metri, il terreno non è seminato e sembra smosso di recente
- Scavate in questo punto! – esclama – In una piccola buca, che io stessa ho scavato con le mani, ho deposto il feto
Due volenterosi carabinieri cominciano a scavare servendosi della sciabola e delle mani ma dopo quasi un’ora di lavoro tutti si rendono conto che senza attrezzi passerà tutta la notte e Losardo ordina al Maresciallo di andare a procurarsi zappa e badile, ma interviene di nuovo Maria
- Che scavate a fare stanotte? Torniamo domani mattina…
Losardo non ci sta, ormai il più è fatto e se il feto è lì, qualche animale, sentendone l’odore, potrebbe farne ulteriore scempio. Quando arrivano gli attrezzi i carabinieri riprendono il lavoro ma non trovano niente. Scavano anche in altri due o tre punti vicini ma il risultato è lo stesso.
- Ci hai voluto prendere di nuovo per il culo? – le urla in faccia, infuriato, Losardo
- Non mi so orizzontare… ritornate domani con mia madre, ella saprà indicarvi il posto preciso perché, ora lo confesso, non fui io ma fu proprio lei a seppellire il feto
“Beh, almeno un risultato è stato raggiunto” pensa Losardo dando l’ordine di sorvegliare la località fino al mattino successivo.
L’espressione del viso di Carmela Famà non è delle più felici mentra ascolta il Maresciallo che le dice di sapere della sua complicità. Sa che ormai è inutile continuare a negare e si prepara ad accompagnare gli inquirenti sul posto dove è seppellito il feto e la sorpresa è grande quando la donna rivela che è in un posto completamente diverso da quelli indicati da Maria. Comincia a essere chiaro che Carmela è molto più compromessa di quello che sembra. Il posto, su di un rialzo del terreno prospiciente a mare, a modo quasi di argine, popolato di qualche pianta, è dietro una siepe che domina la strada pubblica in contrada Cutura
- È qui. La fossa è profonda quasi un metro… è avvolto in un sacco… coperto con alcune paletta di fichi d’india
Un carabiniere, questa volta munito degli attrezzi necessari, si mette a scavare la fossa e siccome il terreno è smosso, non ci mette molto a portare alla luce una paletta. Con grande cautela viene scoperto il sacco e tirato fuori. L’involto è legato e annodato con un pezzo di spago che viene slacciato e rimangono tutti a bocca aperta quando, invece di trovare un informe pezzo di carne come l’aveva definito Maria, trovano il cadaverino di un neonato di sesso maschile, discretamente conservato. È evidente che non si tratta di aborto, spontaneo o procurato che sia stato, ma di qualcos’altro, le indagini lo stabiliranno.
- Io non saprei dire se il bambino sia nato vivo o morto, debbo però confessare che lo vidi muovere ma non emise alcun vagito. Ero gravida al 7° mese e sicura che a quell’epoca non potevo partorire un figlio vivo… lo deposi, dopo che lo avvolsi in un panno, in una cesta e dopo che potetti alla meglio accomodarmi, lo nascosi sotto il letto. A mia madre, che non sapeva niente, ho confessato tutto due giorni dopo e le ho consegnato la cesta col bambino perché lo seppellisse…
- Confessa che hai cercato di abortire con le iniezioni che ti ha fatto la Giordanelli, perché sappiamo che non è vero che il dottor Oliva ti ha prescritto medicine
- Giordanelli Maria in tal fatto non ha avuto parte alcuna, altro non fece che quelle iniezioni… di ferro, erano iniezioni di ferro prescrittemi l’anno prima e che rifeci di mia iniziativa. La mattina che mia madre uscì per seppellire il bambino e lavare i panni sporchi, Maria Giordanelli si trovò a passare e mia madre la pregò di aiutarla a portare la cesta…
Il sospetto, a questo punto, è che Maria Giordanelli abbia aiutato Carmela ad occultare il cadavere del bambino e si indaga in questa direzione. Nel frattempo in paese la notizia del macabro ritrovamento si diffonde e il nostro anonimo non perde tempo a scrivere una nuova lettera al Pretore
26-3-917
Illustre Pretore
Dopo il tragico epilogo svoltosi nei rapporti della sventurata Maria Dagostino, la S.V. può serenamente giudicare se giustizia, oppure odio, mosse il solito Anonimo a ricorrere alla giustizia pretorile!!
Ebbene, mosso dagli stessi sentimenti, non men che giusti ed onesti, lo stesso Anonimo si rivolge a Lei perché voglia colpire chi è veramente colpevole, chi della tragedia è la vera e sola autrice.
La sventurata Maria ha subito il fascino di quella megera spietata che è la madre. Di scarsa mentalità, la povera giovinetta ha cercato di occultare il fatto fidando sulle assicurazioni della di lei madre, tanto più che era fidanzata ad un bel giovane artigliere. Fu la madre che la indusse al fallo permettendo che la ragazza, inesperta, fosse andata a dormire da sola tutta la notte in casa del sedicente zio, quel vecchio satiro di Biase Barletta. Fu lei, la madre, che con l’appoggio finanziario di costui tentò con tutti i mezzi lo aborto, complice la medichessa Giordanelli, la quale praticò sul corpo della povera sedotta più di 80 siringhe, oltre a medele di ogni sorta. Fu lei, la madre, che fallito l’aborto, meditò ed eseguì la soppressione del feto. La responsabile morale e materiale, mio egregio Pretore, è tutta di quella iena, di quel mostro umano che risponde al nome di Carmela Fama. Questa vecchia prostituta, che mandò nelle galere il legittimo marito, che tolse la pelle a molte famiglie, che con la sua arte ammaliatrice trasse dal seno della sua famiglia il suo drudo Salvatore Stummo, facendogli abbandonare una moglie onesta e due angioletti di figli, questa donna perversa è la vera colpevole dell’infanticidio che senza di lei non sarebbe avvenuto. Che la giustizia indaghi e troverà tutto vero. purgate, egregio giudice, la società da questo mostro che ha sozzato pur troppo Scalea. Sarebbe grave veder la complice, l’autrice del reato per le vie di Scalea, impunita, no, la giustizia ne scapiterebbe. La colpevole principale è essa, la Fama, creda a chi si rivolge alla sua autorità a solo scopo del vero e del giusto.
                                                                               L’Anonimo
“Ma chi diavolo può essere costui?” si chiede Losardo mentre firma l’incarico ai dottori Giovanni Iannelli e Gaetano Oliva per eseguire l’autopsia.
Ci vorrà un mese per mettere in luce le ultime bugie di Maria e di sua madre: il bambino era nato a termine, vivo e vitale. La morte è dovuta alla duplice causa dell’emorragia ombelicale e del soffocamento mediante l’occlusione del naso e della bocca. Infanticidio. I periti ipotizzano che siano state almeno due persone a compierlo: Le snaturate megere compagne della snaturatissima madre, decise a sopprimere l’innocente creatura, non titubarono un solo istante a soffocarne i vagiti e forse con mano convulsa chiusero le vie esterne del respiro ravvolgendolo fortemente in una rozza tela a grosse trame, le cui impressioni si riscontrarono sul cuoio capelluto e sulla faccia, occludendo nari e bocca. La mancanza d’ecchimosi nei polmoni e nelle pleure e di cianosi sulle labbra si deve attribuire all’emorragia del funicolo ombelicale che aveva reso quasi anemico quel tenero e piccolo organismo.
Il nostro Anonimo si fa vivo ancora una volta per reiterare le proprie accuse, sbizzarrendosi non poco nel descrivere l’ambiente in cui è maturato l’infanticidio
Illustre Pretore
Finis coronat opus. Questa è l’ultima parola che l’ormai vostro familiare anonimo dirige alla giustizia vostra, allo scopo di svelare il mistero che avvolge l’odierno delitto, che ha commosso la intera cittadinanza. Se non si potè prevenire il reato, la giustizia dovrà punire i colpevoli e va data a Voi lode perché avete ben saputo condottarvi in questa intrigata matassa, raggiungendo con tatto, zelo ed energia i principali colpevoli. Ma, egregio Pretore, sono dessi raggiunti tutti? No, assolutamente, no. Vi sono altri complici da raggiungere. Essi sono:
La Dottoressa Maria Giordanelli – 2° Biagio Barletta – 3° Salvatore Stummo. Della prima vi è poco da dire perché la sua complicità è provata dal fatto che da tempo remotissimo, di giorno e di notte non ha mai lasciato la casa della dagostino, che diceva curare con le sue medele e con innumerevoli iniezioni, le cui tracce debbono ancora esistere sul corpo della dagostino. Essa, la Giordanelli, sapeva tutto e doveva saperlo per ovvie ragioni. Né poteva mancare allo sgravo della Dagostino, essa che l’aveva curata assiduamente per parecchi mesi. Sicchè la sua complicità è indiscutibile.
Veniamo al Barletta. Costui ha apprestato i mezzi per favorire il reato, sborzando senza parsimonia le carte da 50 e da 100, prima per procurare l’aborto mandando la Dagostino a Maratea, a Belvedere, a Bonifati, da medici e specialisti per poterlo conseguire e poi, prestando tutti i mezzi per nascondere quello che lui credeva suo frutto fino alla consumazione del delitto. Egli che da due mesi, da quando cioè la Dagostino si finse ammalata, non si è mosso un sol giorno, una sola sera dal letto ove essa giaceva, apprestando tutto il necessario e rimettendo nel seno di lei le carte da 50, egli è assolutamente complice. E qui, ad onor del vero, credo doverosa una digressione. Non fu, né poteva essere la fragile e rammollita verga del quasi ottagenario Barletta, malaticcio, paralitico per apoplessia, dalla quale fu per ben due volte toccato. No, non poteva essere sua la potenza di ingravidar la Dagostino. Rimpetto a quel rispettabile pezzo anatomico ci è voluto, al dir del cav. Marino “un paletto che ogni colpo val per otto” (domandatene a quella perla di gentiluomo, al vostro Cancelliere Ruffo e vedrete che la pensa anche così, Lui, maestro per antico pelo). Ebbene, questo Frate Paolotto è stato Salvatore Stummo, il drudo della madre della Dagostino. Il Barletta, peccatore impenitente, non ha fatto che lambire, leccare gli orli, l’orifizio del pintarico vaso e di questo leccocinio ha pagato pur troppo profumatamente, assottigliando il suo patrimonio. Ma il colpo di grazia lo avrà dato lo Stummo, lui che conviveva con la Dagostino, dormivano nella stessa stanza, in comunione con la madre, della quale egli ne è il drudo. E si che lui, vizioso e immorale, che lascia moglie e figli per una vecchia prostituta, lui, il nibbio, non si faceva sfuggire quella paffuta tortorella!!
Comunquesia, lo Stummo è complice perchè doveva essere a conoscenza, non solo, quanto ha dovuto annuire al fatto delittuoso. Egli conviveva con la madre e con la figlia, doveva assolutamente saper tutto. Avvinto dalle mali arti della sua druda, che lo ha sempre dominato, ha ceduto alle suggestioni, anche perché vi era il progetto di sposarsi dalla Dagostino un suo nipote; quindi premura, interesse di celare la gravidanza. Egli, lo Stummo, non poteva ignorare lo stato interessante della Dagostino perché quando partì per soldato era in stato molto avanzato, lo si conosceva da tutti e molto di più si doveva saper da lui che viveva nella stessa stanza. Sapeva e prese parte ai tentativi di aborto. Quando poi successe il delitto egli era qui di stanza presso le R. Guardie di Finanza. Egli si celerà dietro la scusante che non stazionava a casa sua ma nella Caserma, vana scusa perché lui aveva l’agio di recarsi a casa sua, ove avvenne il reato, di giorno e di notte perché, sulle 24 ore della giornata, appena 8 son di servizio. di tutti egli si recavaa casa sua quando meglio le paresse nelle ore in cui era assente dal servizio. domandate al Comandante della brigata, il quale darà le spiegazioni necessarie.
Sig. Pretore, la complicità della Giordanelli è chiara come la luce del sole. Essa che fece molte siringhe alla Dagostino non poteva ignorare il suo stato interessante. Essa fu presente al parto perché sola la Dagostino non poteva conseguirlo, né bastava la sola madre. Parimenti è chiara la complicità di Barletta e Stummo, quest’ultimo a preferenza.
Finisco con una domanda: chi scavò il fosso ove fu rinvenuto il neonato? Chi lo portò? Chi lavò le biancherie alla Dagostino?
Indaghi la S.V. e sorgeranno senza dubbio le pruove di quanto si asserisce. La giustizia deve colpire tutti i colpevoli, ognuno per la parte che le spetta.
Ed ho finito, mio egregio Pretore, dichiarando che il vostro anonimo, appena passati questi momenti di istruzione di processo, getterà la maschera e si svelerà a voi, onorandosi di venire a stringervi quella mano che più volte avete stretta.
Egli, l’anonimo, non ha fatto altro che denunziare il vero, contribuendo a che un efferato delitto non rimanesse impunito, pur avendo tentato a tempo di prevenirlo.
                                                                                  Anonimo

Quella mano che più volte avete stretta… mi conosce… lo conosco… ma chi diavolo può essere? Forse uno dei medici, o l’avvocato… o forse il prete. E se fosse il cancelliere? No, il cancelliere non può essere…”. Con questo pensiero assillante Losardo procede nelle indagini su Biagio Barletta e Salvatore Stummo ma sui due non emerge nulla e sul banco degli imputati restano Maria, sua madre e la medichessa Maria Giordanelli, le quali vengono rinviate a giudizio presso la Corte d’Assise di Cosenza.
Alla fine del dibattimento il Pubblico Ministero ritiene di chiedere la condanna per Maria D’Agostino e sua madre, mentre chiede l’assoluzione per Maria Giordanelli. La difesa delle due donne chiede l’assoluzione di entrambe, sostenendo per Maria il vizio totale di mente.
La giuria assolve Maria D’Agostino perché al momento del fatto si trovava in uno stato di mente tale da toglierle la coscienza e la libertà dei propri atti e Maria Giordanelli per non aver commesso il fatto, mentre Carmela Famà è condannata a due anni e sei mesi di reclusione per concorso in omicidio volontario. La Corte di Cassazione rigetterà il ricorso.[1]
La domanda che resta da fare adesso è: Ma chi diavolo è L’ANONIMO?
Non lo sapremo mai, come non sapremo se ha mantenuto la promessa di svelarsi al Vice Pretore Losardo.
Non lo sapremo per la semplice ragione che era una questione privata tra l’anonimo e il Vice Pretore e non figura negli atti del processo. Io un’idea l’avrei, ma anche questa è bene che resti… anonima!



[1] ASCS, Processi Penali


venerdì 24 giugno 2016

GLI ACCOMODAMENTI CONIUGALI NECESSARI

Balsano Stefano, d’anni 21, meccanico da Rogiano, a 22 marzo 1915 toglieva in moglie la nubile sua conterranea Russo Ida, diciassettenne appena. Quantunque tale unione fosse stata preceduta da rapporti amorosi fra i due e da fuga avvenuta sin dal dicembre innanzi, pure il padre della giovine sposa, Russo Ercole, dalle prime mostravasi riluttante al consenso per una di quelle ragioni che solo persona di mondo e pratica del cuore umano può benissimo valutare e comprendere: l’Ida era fidanzata ad altro giovine.
Ida è una ragazza che sa il fatto suo, pronta a sfidare le convenzioni sociali per sposare l’uomo che ama e che l’ha conquistata con il suo saper fare e la sua gentilezza.
Davanti alla determinazione della figlia, che era rimasta incinta già prima della fuitina, il negoziante Ercole Russo deve cedere e dare il suo consenso, assegnando a Ida un conveniente corredo e lire tremila in contanti per la quale somma viene rilasciata regolare ricevuta dagli sposi e tutto sommato deve ricredersi nei confronti di Stefano: ha capito che vuole davvero bene alla figlia perché il loro è stato un matrimonio d’amore.
Ma le cose ben presto cambiano e Stefano, da gentile e premuroso che era, diventa irascibile e violento, picchiando Ida per ogni sciocchezza. Ercole queste cose le apprende dai vicini di casa della figlia che gli raccontano tutto, ma Ida no, lei subisce in silenzio e non dice una parola contro il marito ai suoi genitori. Tutt’altro. Dice sempre che il marito le voleva bene.
Nessuno, nemmeno Ida, sa con precisione il perché di questo cambiamento, fatto sta che uno dei motivi principali delle botte quotidiane risiede nella pretesa di Stefano di voler far interrompere a Ida ogni rapporto con i suoi familiari. Nemmeno la nascita del loro figlio mitiga il suo odio sordo e immotivato, anzi sembra proprio che il lieto evento lo accresca, tanto è vero che il 21 giugno 1915 la madre di Ida, Luisa Approbato, avvisata da una vicina che Stefano sta picchiando più forte del solito la figlia, corre a vedere che diavolo sta succedendo e la trova con impresse sul volto le impronte delle battiture
- Che è successo questa volta? Perché ti sta picchiando? – le chiede con lo sguardo infuocato diretto verso il genero, che stando seduto su una sedia sbuffa come un toro. Ida, indicando alcuni bustini da bambino che quella mattina stessa si è fatta portare dalla madre, le risponde
- Non vuole che io accetti niente da te… – poi, rivolta a Stefano, continua – tu non hai nessun diritto di impedirmi una cosa del genere! Ma come ragioni? Ti sei scordato che mamma ti ha portato del vino e dell’olio e tu li hai accettati? Ti sei scordato che papà ti ha regalato un vestito nuovo e tu ne sei rimasto contento? – a Stefano che Ida gli rinfacci queste cose non va proprio giù. Si alza di scatto e si lancia contro la moglie facendola cadere per terra. Luisa si lancia a sua volta in difesa della figlia ma Stefano con uno spintone fa cadere anche lei, poi si precipita nella stanza da letto e armeggia per aprire un cassetto del comò. Ida, che fatica a rialzarsi, si mette a gridare alla madre – corri mamma! In quel cassetto tiene la rivoltella!
Luisa scatta come un gatto sulla preda e con un balzo si butta con tutto il suo peso sul cassetto mezzo aperto nel quale c’è il braccio destro di Stefano che sta impugnando la rivoltella. Il cassetto si richiude sul braccio dell’uomo che urla per il dolore, ma Luisa non si fa impietosire e spinge ancora più forte. Intanto Ida si è rialzata e corre al balcone per chiedere aiuto e in pochi secondi la casa è piena di vicini. Solo quando Stefano è mezzo svenuto per il dolore Luisa lascia la presa, richiudendo il cassetto a chiave non appena il braccio di suo genero è fuori, poi consegna la chiave a Ida che la ripone nel tascone del grembiale
- Andatevene tutti! Fuori! – urla imbestialito, massaggiandosi il braccio. Tutti, comprese Luisa e Ida, escono per strada, ma all’improvviso una voce di donna fa ripiombare tutti nel terrore che qualcosa di grave stia per accadere
- Fuggite ché Stefano spara dalla finestra! – ma per fortuna è un falso allarme, lui si calma, Ida rientra a casa e anche Luisa, tranquillizzata, se ne va.
Non passano che un paio di ore e un carabiniere si presenta a casa dei genitori di Ida e invita Luisa ad andare in caserma dove trova Stefano e dove, poco dopo, li raggiunge Ida. Il Brigadiere Giovanni De Bellis prende la parola rivolgendosi alle due donne
- Volete sporgere querela contro di lui? – Luisa e Ida si guardano e rispondono di no – va bene, come volete… te ne puoi andare, per questa volta ti è andata bene – termina indicando a Stefano la porta, poi continua rivolto alle donne – secondo me state sbagliando, ci sono tutti gli estremi per una punizione esemplare… – Ida ascolta a testa bassa e, quasi impercettibilmente, risponde come per giustificarsi
- È mio marito… il padre del mio bambino…
- Stai in guardia e state in guardia anche voi, per qualsiasi cosa noi siamo qui…
Stefano le sta aspettando fuori e subito attacca
- Adesso vieni a casa, ti prendi la tua roba e te ne vai immediatamente
- Stasera non se ne va di certo! – protesta Luisa, mentre Ida piange sommessamente
- E sia! Ti do cinque giorni di tempo e poi te ne devi andare – dice girando sui tacchi e allontanandosi. Ida torna a casa sconsolata, rassegnata al suo destino. Sa che anche quella sera prenderà le botte e spera solo che non le faccia troppo male, che non le faccia perdere il latte per il suo bambino. Ma le cose non vanno così. Stefano non rientra a casa e non rientrerà nemmeno i giorni successivi. Ida non sa se essere contenta o se disperarsi ancora di più perché l’ha lasciata senza un soldo per comprarsi qualcosa da mangiare. Ma, proprio perché è disperata, torna la ragazza forte e ribelle che è stata fino a qualche mese prima. “Tu non sei nessuno, tu a me non mi comandi” pensa serrando i denti. Così, sapendo che lui se ne è andato dai genitori, gli scrive un biglietto con parole di fuoco
Egreggio Signore
Per tutto adesso mandami i carboni perché tu non ciai spese nessuna carta di 5 lire perciò mandali chè meglio, se tu fai il strafottente mando a chiamare i carabinieri e poi ti faccio vedere se non mi mandi i carboni. io mi ho gia fittato la casa percio tu non ai piu che fare con me. Stai con tua madre che ti assista meglio di me, tu ti sei inteso arrabbiare che sono andata da zia Raffaela mi dispiacia che ho terminato il lavoro che doveva fare se no per tuo dispetto ciandava unaltra volta oggi, che tu non sei nessuno patrone su di me. Finisco per non darti tanta confidenza. Ida
Stefano è sempre più fuori di sé. Pensa che le parole scritte da Ida siano state ispirate dai suoi genitori ed è a loro che scrive un biglietto altrettanto infuocato
Egregi Signori
Per mezzo di questa ripeto che non ancora la volete finire, sia per vostra norma e la prima, per meglio dire l’ultima volta, perché io non sono quel che voi credete.
Anzitutto io con aver sposato vostra figlia ho accontentato il vostro desiderio o meglio aver pagato tutto il male chio avessi fatto per altrettanto voi dovete anche mettervi in testa che la responsabbilità dalla quale è addonata a me percui a tutti i dolori di testa che può avere sono io responsabbile sia per onore e sia per dissonore su di me, meglio che ve lo dico, non devono esserci soprastanti, sia se mangio e sia se non mangio il vostro dovere da buoni genitori è proprio quello di pensare ai propri fatti invece di insinuare che questo non significa altro che strafottenza e non curanza a cui potete farne ammeno, qua non trattate con nessun morto di fame come voi credete
Da quando Stefano se ne è andato sono passati ormai cinque giorni e per non far restare da sola Ida, i suoi genitori hanno mandato da lei la sorellina Giulia di 10 anni. È il pomeriggio di venerdì 25 agosto 1915 e l’avemaria è appena suonata. Giulia è andata a salutare i genitori e Ida è da sola in casa col bambino e se ne sta seduta sulla soglia del balcone dove si muove un po’ d’aria. Sente girare la chiave nella serratura e immagina subito che possa essere il marito che, calmatosi, è ritornato a casa. Presa da questa speranza, col bambino in braccio gli si avvicina per abbracciarlo, nonostante tutto lo ama come prima, ma si sbaglia. Cominciano subito a litigare ma non volano botte questa volta. Tacciono tutti e due e Stefano si siede sulla sua sedia mentre Ida si siede di fronte a lui su di una cassa di legno.
Bussano alla porta, Stefano va ad aprire e si trova davanti Giulia. Ida si affretta a dirle di andare a comprare dell’olio di ricino per il bambino e la manda via, seppure per pochissimi minuti. Quando Giulia torna trova la stessa scena di prima, con quella calma e quel silenzio irreali che le fanno quasi paura.
- Prenditi un po’ in braccio Battista e portalo sul balcone, forse lì si addormenta… – le ordina Ida e Giulia ubbidisce
La detonazione la fa sussultare e Battista comincia a piangere. Istintivamente Giulia si gira verso l’interno della stanza dove c’è del fumo. No, quel colpo non può venire da dentro, sicuramente qualcuno ha sparato per strada e si guarda intorno ma non vede nessuno. Incerta guarda di nuovo dentro e vede Ida che barcollando si affaccia al balcone e fa per dire qualcosa. Le sembra che dalla bocca della sorella esca la parola “aiuto” ma non ne è certa, però è sicura che Ida sta facendo dei gesti con una mano come per richiamare l’attenzione di un paio di persone che stanno spuntando da un vicolo, poi vede Stefano prendere per un braccio Ida e tirarla dentro puntandole contro una rivoltella e sparandole un colpo a bruciapelo nella pancia. Ida si affloscia a terra senza un lamento come un palloncino sgonfio. Poi un altro colpo. Ma Giulia non sa se Ida sia stata colpita un’altra volta perché si ritrova sul balcone, col nipotino in braccio, a chiedere aiuto con quanto fiato ha in gola.
Quando si gira per guardare dentro la stanza vede Stefano che sta saltando da una finestrella. Poi non vede più niente.
Ida muore colpita da tre proiettili al collo, a un fianco e l’ultimo, quello letale, al petto.
I carabinieri arrivano in pochissimi minuti e seguendo le indicazioni delle due persone che erano in strada, si mettono all’inseguimento di Stefano. Lo raggiungono nel bosco detto Macchia di Santa Caterina, a più di otto chilometri dal paese ed è ormai notte. Stefano butta la rivoltella e si fa mettere i ferri ai polsi.
Arrivati in paese, i Carabinieri devono faticare non poco per evitare che la gente gli levi il prigioniero dalle mani per linciarlo e quando il Pretore la notte stessa lo interroga, Stefano rilascia dichiarazioni che fanno infuriare il Brigadiere De Bellis
- Dopo che ci siamo sposati è diventata una belva e non ubbidiva mai a quello che le dicevo e ogni volta mi diceva che dovevo andarmene di casa e così sono stato costretto a fare. Suo padre e sua madre non mi hanno mai potuto sopportare e la istigavano a cacciarmi dicendole: Lascialo che pensiamo noi per te. A mia madre l’ha chiamata in tutti i modi ma io per quieto vivere ho sempre lasciato correre. Oggi pomeriggio sono tornato a casa con l’intenzione di fare pace ma la trovai nient’altro che una tigre. Le ho detto: Ida, perché stai così arrabbiata? Cosa ti ho fatto? E lei mi ha risposto: Meglio che te ne vai da tua madre che qua non hai cosa fare con me, non hai cosa dividere. Mi spingeva per farmi uscire e io sono stato costretto ad aprire il tiretto, prendere la rivoltella e spararle, altrimenti questo servizio l’avrebbe fatto a me. Io non mi sono nemmeno curato del fatto che mia moglie si fosse sgravata solo dopo quattro mesi dalla nostra fuga e solo dopo mi sono messo a pensare che potesse essere già stata deflorata, ma tutto questo me lo sono tenuto per me e non l’ho mai nemmeno rinfacciato a lei.
È ovviamente una versione che non regge perché tutti, Carabinieri e Pretore compresi, sanno qual è la verità dei fatti e cioè che lui l’ha sempre riempita di botte senza alcun motivo ed ha già provato ad ammazzarla appena pochi giorni prima. Sta solo cercando un modo per attenuare le proprie responsabilità.
La Procura del re chiede che Balsano sia rinviato a giudizio ma l’avvocato difensore Samuele Tocci avanza il dubbio che l’imputato non sia sano di mente per i precedenti familiari: il padre morto suicida senza apparente motivo; uno zio paterno morto pazzo e uno zio materno demente. In più Tocci evidenzia alcune lacune nell’istruttoria circa i rapporti della povera Ida col precedente fidanzato e circa la possibilità o meno di rapporti sessuali avvenuti tra Ida e Stefano prima della fuitina. La Sezione d’Accusa gli da ragione invitando la Procura a espletare una più ampia istruttoria e conferire le funzioni di giudice istruttore al consigliere avv. Ranieri, il quale dovrà anche accertare se il padre dell’assassino fosse un alcolizzato già prima della nascita del figlio e i motivi che lo spinsero al suicidio; solo dopo si potrà, eventualmente, procedere a sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica. Un colpo durissimo per i magistrati del Tribunale di Cosenza, ma Ranieri, fatte nuove indagini, conferma che Ida non ebbe rapporti sessuali con il precedente fidanzato ma che, come è noto a tutti, approfittando delle assenze dei genitori si incontrava nella casa paterna con Stefano ben prima della loro fuitina, cioè dal mese di luglio 1914. Ranieri è in grado anche di accertare che il padre dell’imputato era alcolizzato ben prima che il figlio nascesse e che quindi i motivi per ritenerlo insano di mente sussistono e chiede il ricovero di Stefano in un manicomio giudiziario, cioè quello di Aversa. È il 20 gennaio 1916.
I dottori Filippo Saporito e Antonio Dell’Erba, dopo aver descritto le anomalie fisiche di Stefano (ipertricosi, viso lievemente asimmetrico con sviluppo sproporzionato rispetto a quello del cranio, orecchie lunghe e asimmetriche con antelice sporgente sull’elice – orecchio di Wildermuth –  con il lobulo sessile ed il tubercolo di Darwin evidente, il palato alto con un lieve grado di progeneismo labiale, la mandibola inferiore stretta e lo spazio interdigitale tra l’alluce ed il primo dito del piede destro molto largo), lo descrivono come corretto, ordinato nel contegno, nel comportamento e nel vestire, umile e dimesso e perfettamente conscio della propria penosa situazione. Lo sguardo è sempre fisso in terra e sfugge quello dell’osservatore, la parola è sommessa, i gesti brevi, l’atteggiamento raccolto; tutto denota in lui una statica dolorosa della psiche. Ciò che maggiormente lo afflige è il controllo tra le reminiscenze dei primi tre mesi di vita coniugale, trascorsi in pace e felicità, e il triste presente il quale gli fa presentire un avvenire più triste ancora di privazioni e di sofferenze di una lunga condanna. Essendo perfettamente conscio della gravità del proprio delitto non si fa alcuna illusione sulla sua sorte.
Stefano, però, continua a dirsi certo del tradimento di sua moglie e di aver agito per onore. I periti non possono accontentarsi di semplici parole e osservano  che in una indagine psichiatrica, od anche semplicemente psicologica, non sono le affermazioni che possono decidere di si gravi situazioni, bensì occorre che taluni fatti si affermino in tutta la loro essenza come realtà psicologiche tangibili e palpabili e così, nel corso degli interrogatori peritali e delle contestazioni che a noi è toccato fargli, ha finito col confessare che il suo primo contatto carnale con la Ida avvenne nel Luglio, siccome nell’istruttoria fu intravisto.
Nessuna gelosia, nessun onore da difendere, Stefano sa benissimo che Battista è suo figlio. Il problema sta, secondo i periti, nella difficoltà di Stefano ad accettare le necessità e gli accomodamenti che la vita coniugale richiede. Per lui sarebbe stato necessario una compagna remissiva, docile, che ne avesse compresi i bisogni e le debolezze, avesse cercato di secondarlo, di prevenirlo, modellandosi, magari, sulle sue asprezze e sulle sue manchevolezze; s’imbattè, invece, in un tipo per nulla disposto a capitolazioni o a rinuncie della propria personalità a vantaggio di quella del marito; e tutto si infranse ed in modo irreparabile al primo urto. Grande importanza i periti attribuiscono alle parole e alla forma usate da Ida nel biglietto che scrisse a Stefano: volgare ed ingiuriosa era la forma di cui ella credette di servirsi e più ancora colpisce il fatto che ella abbia voluto cogliere l’occasione per consacrare solennemente affermazioni che formano derisione, dispetto, malanimo, ribellione al marito, in una parola tutto un naufragio della vita e dei doveri coniugali, che non potette lasciare indifferente il Balsano, il cui animo era già tanto saturo di collera foriera d’ira.
Ma i periti ammettono che il loro giudizio sul biglietto esula dal compito assegnatogli e che il solo giudizio che gli compete è lo stato di salute psichica dell’imputato e la risposta che danno non ammette repliche:
Balsano Stefano, al momento in cui commise i reati addebitatigli, non si trovava in tale stato di mente da togliergli in tutto o in parte la coscienza o la libertà delle sue azioni.
Sono passati esattamente sette mesi da quando Stefano è entrato nel manicomio giudiziario di Aversa e adesso ne esce per tornare nel carcere di Cosenza dove, il 10 novembre 1916, pretendendo di essere trasferito dalla camerata N° 3 alla N° 10, si ribella energicamente alle disposizioni del Direttore tanto che si durò fatica di tradurlo con la forza ed assicurarlo sul letto di sicurezza, scrive il Capoguardia Mazzocca nel suo rapporto. Dopo due giorni, continua Mazzocca, mentre si stava liberando dalle fasce il Balsano, questi si esaltava. Alla mia domanda se avesse desistito dal proposito di rifiutarsi assolutamente agli ordini impostigli, rispondeva che a nessun costo si sarebbe sottomesso ad andare alla sua stanza o in altre che non fosse quella del N° 10.
Mazzocca decide di slegarli i polsi, lasciandolo legato solo per i piedi in modo che egli potesse stare seduto e soddisfare a tutti i suoi bisogni. Sarebbe stato imprudente, nello stato di eccitazione in cui il detenuto era ritornato, di liberarlo anche dai piedi perché ci avrebbe costretto a rimetterlo a viva forza sul letto di sicurezza. Non ho mandato a chiamare il medico perché egli ha fatto sapere che trovasi in casa affetto da indisposizione fisica.
Ma quando il dottor Rodi, sanitario del carcere, rientra al suo posto il giorno dopo ha non poche osservazioni da fare sul caso
In data 11 corrente riscontrai che il detenuto balsano Stefano, assicurato al letto di forza fin dal giorno precedente, era calmo completamente. E poiché una così rigorosa misura disciplinare non aveva più ragione di essere mantenuta e il detenuto per l’accelerazione del polso (gli feci anche applicare il termometro poiché credevo avesse la febbre) e l’accensione del viso mi dava a temere di un qualche fenomeno congestivo cerebrale, causato dalla posizione e dal momento emotivo, proponevo alla S.V.I. che venisse sciolto; ed intanto giacché il detenuto proveniva da un manicomio, proponevo ancora che venisse isolato e sorvegliato da due guardamatti. Oggi trovo ancora sul letto di forza il detenuto, senza che egli abbia avuto alcun raptus maniacale o che si sia reso pericoloso per sé o per gli altri. È invece pallidissimo in viso, debolissimo nei polsi e per tutta la giornata di ieri ha rifiutato ogni cibo. E poiché la continuazione di tale misura repressiva, a mio avviso di medico, oggi come l’altro giorno, non giustificata dalle condizioni psichiche del detenuto potrebbe essere causa di qualche vero accesso maniaco, ritorno a proporre alla S.V.I. di voler far slegare completamente il detenuto ed intendo farlo isolare e sorvegliare da due guardamatti sino a quando la nostra diuturna osservazione clinica non ci metta in chiaro nelle sue condizioni psichiche.
Stefano viene così isolato e rinchiuso nella cella numero 15 in attesa che il processo venga celebrato e ci vorrà il 20 marzo 1918 per arrivare alla sentenza della Corte d’Assise di Cosenza: colpevole del reato di omicidio volontario. La giuria riconosce che l’imputato non si trovava nel momento di commettere il reato in stato di infermità mentale tale da togliergli la coscienza o la libertà dei propri atti o da scemarne grandemente l’imputabilità penale.
Stefano Balsano è sano di mente e, concesse le attenuanti generiche, la giuria lo condanna alla reclusione per anni quindici e mesi quattro con le conseguenze.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.


lunedì 20 giugno 2016

IL BOSCO DELL'ONORE PERDUTO

- Filomè, vedi che Nicola Basile va dicendo in giro che ti deve prendere di mano nel bosco – dicono a Filomena De Lia i tre operai che lavorano con lei nel bosco di Macchia della Tavola in territorio di Bisignano
- Avete voglia di fissiare?
- Ti dico pure le parole esatte. Ha detto: Domani non dite niente che io devo prendere di mano Filomena e se voi vi fate forte, vi ammazzo!
Filomena non sa se ridere o preoccuparsi perché Nicola Basile, trentenne di Cavallerizzo, è ritenuto da tutti un pessimo soggetto e gli sguardi dei tre colleghi sono molto eloquenti
- Noi domani non veniamo a lavorare perché se davvero Nicola ti fa questo, noi non possiamo stare quieti e quando dobbiamo andare in carcere per questo noi non veniamo di niente a faticare
- Se voi non venite, neppure io non ci vengo – adesso è davvero preoccupata
E a lavorare nel bosco non ci va per i tre giorni successivi, mentre i tre colleghi trovano un altro lavoro e non si presentano più.
Filomena De Lia, nata a San Martino di Finita ma residente a Sartano, ha 34 anni nel mese di agosto del 1916 ed è ancora una bella donna, una donna che si conserva bene. È sposata ma il marito è emigrato Allamerica e l’ha lasciata con due figli senza dare più sue notizie. Lei si è trovata un altro, Enrico Barone, che le vuole bene e la tratta come una vera moglie, facendo altri due bambini. Ma Enrico è stato richiamato alle armi e adesso sta combattendo al fronte contro gli austriaci, mentre lei è rimasta da sola con quattro figli a cui dare da mangiare. Questa storia di Nicola Basile non ci voleva proprio.
Filomena va a parlare con Sabatino Cavalcanti, datore di lavoro suo e anche di Nicola, e gli racconta il fatto
- Vieni a lavorare che per Nicola ci penso io – cerca di tranquillizzarla
Chi la tranquillizza è invece una donna di Sartano come lei, Clementina Scigliano, la quale dopo aver ascoltato il racconto le dice, decisa
- Vieni a lavorare con me e non ti incaricare che se Nicola ti fa una cosa e ci sono io, noi siamo due persone e non ci troviamo paura di Nicola, prendiamo una scure e gli tagliamo la testa se lui ci inquieta
Col consenso di Cavalcanti, Filomena e Clementina vanno a lavorare insieme e Nicola non si fa vedere in giro. Poi Clementina incontra l’uomo e l’affronta a muso duro
- È vero che tu vuoi prendere di mano Filomena?
- No! Te lo giuro su mia figlia, questa cosa non la faccio a Filomena!
Tutta la storia sembra davvero sgonfiarsi, forse tutto era partito da quei tre che volevano cambiare aria e non sapevano come dirlo a Cavalcanti. Il comportamento di Nicola è davvero irreprensibile!
Poi altri due paesani fermano Filomena e le dicono che Nicola li ha incontrati e ha detto loro che davvero, un giorno o l’altro, l’avrebbe presa di mano nel bosco e la paura torna a farsi sentire
- Gli ho detto che non si permettesse di toccarti che quando torna Ricuzzu dalla guerra l’ammazza! Lui mi ha guardato e ridendo ha detto: Voi non ve ne incaricate! E lo sai qual è il bello? Mi ha mandato a dire per Eugenio Trombino che mi devo stare zitto se no mi aspetta di sera e mi taglia la testa con una scure! Ma io non mi spagnu! Tu però guardati, Filomè – le raccomanda Bruno Salerno
Filomena, sconcertata, non si presenta più al lavoro nel bosco e si mette a fare dell’altro, sempre per conto di Sabatino Cavalcanti. Dopo qualche giorno però il padrone la manda a chiamare e le ordina di sostituire Clementina Scigliano che non può lavorare
- Vai col carro nel bosco a caricare la legna, con te viene Giuseppe Bellotti
- Ma…
- Filomè, mò basta! Vai e stai tranquilla che non succede niente!
 Così, alle 6,00 di mattina dell’11 agosto 1916, Filomena e il sedicenne Giuseppe salgono sul carro e vanno nel bosco di Macchia della Tavola.
Verso le 9,30 il primo carico è pronto e Giuseppe parte col carro verso la stazione ferroviaria di Mongrassano dove la legna dovrà essere caricata su un vagone. Filomena resta da sola e comincia ad accatastare altra legna per il secondo carico.
Alla stazione Nicola Basile sta provvedendo, insieme ad altri operai, a scaricare i carri carichi di legname e a caricarli sul vagone. Sa che Filomena quella mattina è andata a lavorare e lo sguardo gli si accende quando vede il carro guidato da Giuseppe avvicinarsi. È da solo e questo vuol dire che anche la donna è da sola nel bosco. Decide in un attimo di sfruttare la situazione: in dieci minuti a passo svelto arriverà sul luogo e potrà finalmente fare quello che ha in mente. Senza avvisare nessuno lascia il suo posto e si addentra tra gli alberi. Non passano che pochissimi minuti e gli altri operai, infastiditi dal maggior carico di lavoro che devono sopportare per l’assenza di Nicola, avvisano Cavalcanti il quale, bestemmiando, sostituisce personalmente l’assente, ripromettendosi di fare i conti con lui più tardi.
Filomena si sta asciugando il sudore della fronte quando vede spuntare da dietro alcuni arbusti Nicola. Ha paura ma cerca di non mostrarlo
- Che sei venuto a fare? – gli chiede in tono duro
- Mi manda Sabatino per aiutare a caricare… – la luce sinistra nei suoi occhi conferma a Filomena che è una menzogna. Nicola si avvicina e cambiando improvvisamente tono e discorso palesa il vero scopo della sua visita – Ah per la madonna! Ora che siamo soli non mi dirai di no!
Filomena cerca di salvarsi l’onore e cerca di temporeggiare
- Nicò, ti accontenterò, un’altra volta però… ora può arrivare Giuseppe col carro…
- Ora deve essere! – lui sa che Filomena non lo accontenterà mai ed è deciso a tutto
Filomena sa che difficilmente Nicola si lascerà convincere a desistere e sa che a un paio di centinaia di metri da lei stanno lavorando altri operai, così fa un altro tentativo
- Va bene, ma qui è troppo aperto… scendiamo più sotto dove il bosco è più fitto…
Nicola capisce che anche quello è un diversivo e non perde più tempo; si butta addosso alla donna che resiste con tutte le sue forze e comincia una violenta colluttazione e i due finiscono a terra. Filomena sa che non potrà resistere a lungo perché lui è troppo più forte e così comincia a urlare a squarciagola per richiamare l’attenzione degli altri operai
- Umile! Luigi! – in effetti i due sentono i loro nomi urlati cinque o sei volte, ma siccome Filomena è solita chiamarli per avvisarli della sua presenza nel bosco, si limitano a rispondere con degli ooooh…!
Nicola, che ormai le è sopra, con una mano le serra la gola per impedirle di urlare ancora, mentre con l’altra si sbottona i calzoni. Filomena, nonostante respiri a fatica, si difende ancora come una leonessa e, incrociando i piedi tiene serrate le gambe, impedendo a Nicola di entrarle dentro. L’uomo adesso deve prendere una decisione: lasciare la gola della donna, che ricomincerà a urlare e questa volta sicuramente accorrerà qualcuno, per allargarle le gambe con tutte e due le mani, o accontentarsi di un piacere parziale strusciandosi sulle sue cosce? La decisione è facile da prendere perché l’eccitazione gli gioca un brutto scherzo e mentre pensa, eiacula sulle gambe di Filomena, poi le si abbandona addosso, poi cava un fazzoletto tutto lacero dalla tasca e la ripulisce. Quando si rialza vede la sua camicia strappata
- Adesso le la ricuci se no sono guai perché non posso tornare da mia moglie conciato così! – Filomena, che ha con sé un po’ di filo bianco e un ago, ubbidisce per evitare altri guai e non appena ha finito arriva Giuseppe col carro vuoto da ricaricare. Lei non dice una parola ma comincia a covare contro di costui un odio terribile per l’oltraggio subito. In tre non ci vuole molto per caricare il carro e poi tutti e tre si avviano verso la stazione di Mongrassano. Ormai sono a poche decine di metri dal piazzale e a Filomena, tutta intenta a escogitare un mezzo per vendicarsi, viene un’idea
- Vai da Sabatino a prendermi una scure che mi serve per fare altra legna – dice a Nicola, mentre pensa: Con quella scure l’ucciderò!
Luigi Calasso, il guardiano del deposito di Cavalcanti, si avvicina al carro mentre Nicola sta smontando per dirigersi al deposito, vedendola pensierosa e turbata, le chiede cosa abbia e Fortunata che ovviamente non può rivelargli le sue intenzioni, gli risponde
- La mala sventura mia!
Nicola, sorridendo, aggiunge
- Ha posato un piede in fallo e s’è fatta male… – poi si allontana
Filomena e Giuseppe aspettano che Nicola torni ma attendono inutilmente per qualche minuto e poi decidono di andare al piazzale per scaricare la legna. L’uomo è già lì e sta spostando un carro per consentire a un treno merci di manovrare. Ora l’uccido qui, pensa mentre va a prendersi la scure da sola. Quando torna Nicola è attorniato da alcuni operai e Filomena desiste dal suo terribile proposito e torna al suo lavoro nel bosco, portandosi dietro la scure.
Giuseppe e Filomena lavorano alacremente quando si presenta di nuovo Nicola e alla donna sale di nuovo il sangue alla testa. Vorrebbe ammazzarlo lì ma c’è Giuseppe. Potrebbe farlo allontanare con una scusa ma ha paura a restar sola con lui nel bosco perché, essendo costui giovane e robustissimo, avrebbe potuto pigliare il sopravvento e farle molto male. Anche questa volta lascia perdere. Fatto il carico, i tra si avviano di nuovo verso la stazione e Nicola fa di tutto perché Filomena resti da sola con lui ma non ci riesce. Lungo la strada incontrano di nuovo Calasso il quale ordina ai tre di tornare indietro e di fermarsi alla fontana pubblica del Vallone Galice per fara un carico lì. La donna elabora in pochi secondi un nuovo piano
- Nicò, vai a comprare nu milune che ti aspettiamo alla fontana e ce lo mangiamo insieme – a Nicola non sembra vero che Filomena abbia cambiato atteggiamento nei suoi confronti e corre sul carro con Giuseppe a comprare il cocomero, mentre la donna e il guardiano si avviano verso la fontana e aspettano il ritorno dei due.
Dopo una decina di minuti il carro si ferma sullo spiazzo accanto alla fontana
- Questo si che si chiama milune! – esclama Nicola facendo suonare il cocomero col palmo della mano
Il custode si siede accanto alla fontana, mentre gli altri tre si allontanano di una decina di passi per sedersi all’ombra degli alberi. Giuseppe si stende a terra, Nicola si siede su di un masso e tira fuori il coltello per affettare il cocomero pregustando non tanto la dolcezza del frutto, quanto la dolcezza della carne di Filomena, la quale, da parte sua, passeggia con noncuranza tenendo l’enorme scure in mano e facendo dei giri intorno alla compagnia. Poi, quando Nicola affonda il coltello nel cocomero, gli gira alle spalle, alza la scure sulla testa e lo colpisce alla nuca con tutta la forza che l’odio terribile le ha dato, sfogando in tal modo il veleno che aveva nel cuore.
Il cocomero, sfuggito alla presa, cade a terra frantumandosi in mille pezzi, come le ossa cervicali di Nicola che ruzzola lungo il pendio morto stecchito con la testa quasi del tutto recisa dal collo.
Giuseppe si mette a urlare inorridito
- Madonna! Madonna! – poi scappa nel bosco, mentre il guardiano rimane come istupidito alla orribile vista della testa girata in modo innaturale e del sangue che zampilla a intermittenza dalle arterie cervicali recise
Anche Filomena urla soddisfatta
- L’ho ammazzato! Mi ha fregato a forza nel bosco ed io ho fregato lui nello stesso bosco! – poi va alla fontana, lava accuratamente la scure e quindi si avvia a piedi verso la stazione di Mongrassano dove si costituisce nelle mani dell’unica autorità pubblica presente sul posto: il Capostazione Antonio Capuozzo.
Omicidio premeditato è l’accusa con la quale viene rinviata a giudizio il 31 gennaio 1917.
Il 21 febbraio 1918 la Corte d’Assise di Cosenza la condanna a cinque anni di reclusione, escludendo la premeditazione e riconoscendole le attenuanti per avere agito in seguito a una grave provocazione.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 19 giugno 2016

IL SOLITO SOSPETTO

Egreggio Signor Pretore
olonore  di comunicarvi chè Lasignora Rosina Telarico sopra intominata Rosina Scammata sitrova nella carriera del dissonore ccioè sitrova gravida percui si prega la signoria sua dipigliare provedimenti la quale da casa manca dal giorno 23 corrente è per sua compagnia tiene il Signor Scigliano Salvatore e loraccomanto perche lafatto parecchie volte franche e spero che cuesta volta non la farà franco
il Vice Pretore di Rose posa sulla scrivania la lettera anonima e rigira tra le mani la busta nella quale era contenuta. La data del timbro è quella del giorno prima, 24 aprile 1919 ed è stata spedita dall’Ufficio Postale di Rose. Che farne?
Sono giorni tranquilli nel Mandamento di Rose e il Vice Pretore Annunziato De Marco decide di trasmettere la lettera ai Carabinieri per avere qualcosa da fare. E i Carabinieri convocano subito in caserma Rosina la Scammata
- Si, sono incinta da quattro o cinque mesi – ammette – e il padre non è certo mio marito che è emigrato da ormai una decina di anni Allamerica
- E chi sarebbe il padre? – le chiede il Brigadiere Cervellera
- Si chiama Salvatore Scigliano…
- Bene, lo rintracceremo… intanto ti diffido che in caso di procurato aborto o di tentato aborto sarai denunciata all’Autorità competente. E ti diffido pure, una volta nata la creatura, di venire qui in caserma a rivelarne il sesso e il nome sia che lo tieni con te o che lo porti al brefotrofio
- Va bene comandante, ma alla natura non si comanda… andrà secondo la volontà di Dio… – gli risponde la donna che se ne torna a casa
Non passa nemmeno una settimana che in caserma si presenta la levatrice comunale, Giovannina Cascia la quale rivela al Brigadiere Cervellera
- Non più di mezz’ora fa sono stata chiamata in casa di una certa Rosina Talarico per assistere a uno sgravio ma invece ho assistito la donna che stava abortendo – Cervellera salta dalla sedia – il feto di una bambina
Il Brigadiere, congedata la levatrice, convoca immediatamente il dottor Giuseppe Tucci, lo porta a casa di Rosina e la fa sottoporre a visita, non prima di far raccontare alla donna che cosa è successo
- Ieri sera – racconta Rosina – ho avvertito vampate di calore al viso, dolori alla regione sacro-lombare e alla zona pubica. Man mano questi dolori aumentavano e nello stesso tempo ha cominciato a uscirmi del sangue dalla vagina e questo è durato per tutta la notte. Stamattina i dolori e il sanguinamento sono aumentati e quindi ho fatto chiamare la levatrice per farmi assistere e lei ha detto che c’era un aborto in atto e ha fatto tutte le pratiche necessarie per farmi espellere il feto
- Avete preso qualche medicinale per abortire? Avete fatto delle manovre abortive? – le chiede il medico
- Non ho preso niente e non ho fatto niente…
Il dottor Tucci le fa divaricare le gambe e osserva nella vagina la presenza di numerosi grumi mischiati al sangue che fluisce abbondantemente
- C’è troppo sangue, non riesco a vedere bene se ci sono delle abrasioni sulle pareti dell’utero o qualsiasi altro segno che possa far pensare a un aborto procurato – dice al Brigadiere allargando le braccia sconsolato
Cervellera sospetta fortemente che ci sia sotto qualcosa di losco e indaga per conoscere i movimenti e le persone incontrate da Rosina nei giorni precedenti l’aborto. Così scopre che il 23 aprile, proprio come ha scritto l’anonimo, si è allontanata dal paese per andare a Cosenza
- Che ci sei andata a fare a Cosenza? Ti sei fatta dare delle medicine?
- Sono andata a Cosenza per prendere delle medicine… – ammette Rosina che incontra lo sguardo compiaciuto del Brigadiere – delle medicine per mio figlio che è ammalato e per comprare del formaggio… – lo sguardo di Cervellera adesso mostra perplessità
Dopo un paio di settimane Rosina viene nuovamente sottoposta a perizia medica. Si ritiene sia da escludersi completamente l’uso degli abortivi chimici sia perché di difficile constatazione all’osservatore, sia perché il loro meccanismo di azione sull’utero gravido si esplica quando si è già avuta l’azione tossica generale.
Circa la possibilità di manovre meccaniche praticate localmente, si ritiene anche da escludersi perché, nei due esami, non è risultato alcun segno, nella sfera genitale, esito di dette manovre ed anche perché, questo ci ammostrano illustri autori fra cui il Tardieu, se si fosse trattato di aborto criminoso, questo avrebbe avuto un decorso grave per tumultuosità dei fenomeni settici locali e generali.
A mio giudizio, l’aborto deve imputarsi ad una grave suscettibilità sensitiva della Talarico ed ai traumatismi psichici verificatisi negli ultimi giorni precedenti all’espulsione, come ancora bisogna aggiungere una forma cronica di endometrite del collo che avrà, certo, avuto la sua causa concomitante.
Rosina è innocente e viene prosciolta in istruttoria,[1] l’anonima spia certamente resterà convinta che sia riuscita a farla franca anche questa volta.


[1] ASCS, Processi Penali.