domenica 31 luglio 2016

SIGNOR GIUDICE DISTRUTTORE

Gaetano Fabiano viene ritrovato ucciso con un colpo di arma da fuoco al petto nel suo pagliaio alle porte di Sant’Ippolito, la notte del 12 luglio 1907. Dell’omicidio vengono accusate la moglie e la figlia che vengono arrestate ma non ci sono indizi sufficienti e vengono quasi subito rimesse in libertà. Gli inquirenti brancolano nel buio e si scatena una specie di gara per accusare del delitto ora questo, ora quello.
Giorno dopo giorno in questura arrivano varie lettere anonime (consiglio di leggere la storia completa cliccando sul link per inquadrare meglio tutto il contesto ):


Signor Pretore di Cosenza
L’Gatano fabiano fu ammazzato del moglie e del figlia caterina nel casa sua e portato nel pagliaro ed aiuto dello namorato Rafele Derosa da Polito, e la dichiarato uno giorno di pazia la moglia maria Fabiano alla robba sua mentre si era arabbiatata col figlia,
Chissa e la verita
S. Polito 14 Otobre 1907


Signor Preture vi darò
Notizia della Morte di gaetano Fabbiano che la Ucciso Gaetano DeRose Ciovale
Che cià aveva una Nimicizia Vecchia Antichissima. Per avere avuto a conto con la sua figlia e soccesso questo delitto che Opera che fara oggi giorno e del loro che socasa la Morte del fu Gaetano Fabbiano fra de loro evenuta una tranquilità pace fra lui figlie e Gaetano Derose di Ciovale che non fanno altro Dambutti ogni uno parla di cendo che sulo  Questo a potuto Commettere questo Oribbile delitto per le nimicizie avute fra il patre è la sua figlia la figlia a ordinato di fare uccidere il suo padre cosi di potere Retare più libera è fare spasia Gia re a suduspazione oggi giorno farà che lera che Morto su padre Con questo Gaetano DeRose di Giovala hannu sepre spaso e Giocchi che non si creda ciò che se dice mettà a crida spi pie che tutto si veda
La mettiamo di Lei alla Mano


Illustrissimo Procuratore del Re presso il tribunale da
                                                                                                          Cosenza

Un cittadino che non vuole crearsi inimicizie scrive anonomamente alla Signoria Vostra quanto di qui appresso:
L’omicidio di Gaetano Fabiano da S. Ippolito è stato tramato dai stessi parenti, quali sono Tricoci Giuseppe e Marazita Giuseppe i quali hanno pagato £ 1000 ad un miserabile di Pedace il quale è stato vestito da militare e nascosto tre giorni nella casa di Marazita.
Il Tricoci ed il Marazita hanno fatto consumare quel delitto per gravi ragioni di onore e di interessi.
Preparato le cose in tale modo, il Tricoci si ne andò ai bagni ed il Marazita aditò alla giustizia gli innocenti per meglio sfuggire il rigore della legge.
Un mio intimo da S. Ippolito oltre le sopradette particolarità mi assicurò che nella casa del Marazita si trova la rivoltella che fu operata al delitto
Pietrafitta 16 ottobre 1907


Signore Giudice
distruttore della corte di assise da
Cosenza

Lo scrivente porta a conoscenza della sua giustizia che l’omicidio di gaitano fabbiano da santipolito e stato comesso da un certo Bruno dai donici superiore, fatto fare da gaitano spagnuolo di raffaele illi primo per vendetta che illi difando gaitano fabbiano fece condanare a gravisima pena alli padre delle suldetto gaitano spaguolo il quale andò la prima volta nella america lasciando in caricato un tale salvatore bonofiglio per eseguire lamorte dello uciso fabiano e dello trecoce Giuseppe pure autore dello condana di suo padre antonio spagnuolo.
la persona incaricata dello buonofiglio per seguire la morte delle repetuto fabbiano dubidò di non ricavarne il conpezo promessogli non fece nullo.
Ritornato gaitano e carmine spagnuolo in america trovarono la persona la quale si prese licarico dietro largo conpezo de fare eseguire lamorte dello povero fabiano.
Lo spagnuolo carmine si asociò allo gaitano spagnuolo con due sentimenti, il primo perché aveva preso per moglie la figlia dello morto fabbiano e ve erano sempre gravi questioni, secondo pure la desiderata e redità non poco.
La segnoria Vostra daqueste pochi indizi potrà scoprire i veri colpevoli dello delitto.
S. Ippolito Li 20 ottobre 1907 [1]


[1] ASCS, Processi Penali

venerdì 29 luglio 2016

IL CULO DI COMARE ROSA

Rosa Siciliano ha 31 anni e vive da sola nella sua casa colonica in contrada Casilio di Rose. Vive da sola perché il marito, Oronzo Cava, è emigrato ormai da qualche anno in America.
La mattina del 7 maggio 1919 Rosa sta cospargendo di sale alcune forme di formaggio pecorino, conservate in una cassa, per non farlo più fermentare. Rosa è curva sulla cassa dando le terga alla porta di ingresso quando entra compare Giuseppe Smeriglio, sessantacinquenne del posto. Giuseppe, che non può lavorare ormai da un po’ di anni perché affetto da una malattia alla vescica e alla schiena tanto che orinava stentatamente soffrendo molto, ha l’abitudine di andare in giro per il vicinato a fare visita agli amici e in casa di Rosa ci va spesso per tenerle compagnia e leggerle le lettere che Oronzo manda da oltre oceano.
- Allegramente comare che ora se ne viene compare Oronzio dall’America! – la saluta
- Si? – gli risponde quasi incredula a quella bella notizia, continuando a stare piegata sulla cassa con le terga alla porta
Giuseppe, senza aggiungere altro, si inoltra nella stanza fino a una nicchia nel muro dove, poggiati su una rudimentale mensola, Rosa tiene gli orciuoli con l’acqua fresca, ne afferra uno e con la manovra solita di infilare un dito nell’ansa dell’orciuolo, se lo fa girare sulla spalla e, piegando la testa di lato verso l’apertura del contenitore, ne beve qualche abbondante sorsata
- Ah! – esclama soddisfatto passandosi il dorso della mano sulle labbra per asciugarle, mentre Rosa non dà segni di interessarsi a quello che fa il compare, continuando nella salatura del formaggio.
Compare Giuseppe fa un largo giro attraverso la stanza e passa accanto a Rosa, che è sempre piegata con le gambe leggermente divaricate, le guarda il culo e poi, poi perde la testa. Tocca il culo di Rosa e poi le fa scivolare la mano in mezzo alle gambe sussurrando
- Ora che viene compare Oronzio lo trova morbido
- Tieni a posto le mani! Chi sei tu che ti vuoi sostituire a mio marito per dire se è duro o morbido?  - risponde in tono fermo, mentre cerca di rialzarsi e togliere la mano del compare dalle sue gambe. Giuseppe le mani non le tiene a posto, anzi mentre Rosa cerca di divincolarsi le afferra i seni, glieli stringe e la tira verso di sé.
Rosa a questo punto è furibonda. Aspetta da anni il marito casta e pura e adesso quel vecchio vorrebbe averla. No! Sono solo pochi secondi, Rosa si guarda in giro per trovare qualcosa da tirare a compare Giuseppe per farlo smettere. Sul tavolino accanto alla cassa col formaggio, a meno di mezzo metro dalle sue mani, c’è un’ascia. L’afferra e con uno strattone riesce a liberarsi dalla stretta di compare Giuseppe. Saltano un paio di bottoni della camicetta e il grembiule a cui si è aggrappato l’uomo si scioglie cadendo a terra.
Rosa è davanti al suo aggressore e ha gli occhi iniettati di sangue per la rabbia. Alza l’ascia sopra la testa con tutte e due le mani e poi la abbatte su compare Giuseppe, colpendolo alla testa con violenza
- Ti ci ha mandato il cazzo questa mane in casa mia? Mò fricati!
Compare Giuseppe, gli occhi sbarrati, barcolla indietreggiando mentre Rosa solleva di nuovo l’ascia e lo colpisce di nuovo sfondandogli il cranio. Adesso è a terra, dalle due ferite il sangue zampilla misto a materia cerebrale, ma ancora respira. Rosa butta l’ascia e guarda inorridita. Vorrebbe scappare ma la porta non si apre a sufficienza per l’impedimento del corpo di compare Giuseppe. Apre una finestra e salta fuori urlando al soccorso mentre si abbandona a un pianto dirotto.
Giuseppe Pangaro sta zappando a una cinquantina di metri dalla casetta colonica e accorre subito. Rosa gli racconta con frasi smozzicate l’accaduto mentre accorrono altri contadini che hanno sentito le grida. Stanno tutti in silenzio, attoniti
- Vai a chiamare i Carabinieri – gli dice Rosa che non vuole più stare in quel posto e si allontana un pò
Il Vicebrigadiere Conte, comandante della stazione di Rose, si avvia verso contrada Casilio accompagnato dal dottor Paolo Talarico a passo svelto, pare che Giuseppe Smeriglio, così gli ha detto il contadino, sia ancora vivo e la presenza del medico è urgentissima.
Il respiro del ferito è irregolare, il medico prova a fargli delle domande ma non ottiene risposta
- Appena sono arrivata non parlava ma mi guardava fisso, gli ho preso la mano e me l’ha stretta, mentre con l’altra si toccava la pancia… forse gli faceva male – dice al medico Rosaria Pirri, la moglie di compare Giuseppe Talarico, stando attento a non mettere i piedi nella vasta pozza di sangue che circonda il ferito, gli sbottona il panciotto, la camicia, i pantaloni e trova sull’addome un segno che potrebbe far pensare a un’ecchimosi. Poi si accorge che compare Giuseppe ha perso la facoltà di trattenere i bisogni corporali ed è evidente che bisogna concentrarsi sulle ferite al capo che sicuramente hanno determinato quella situazione. Dalla sommaria osservazione annota sul suo blocco di appunti che l’individuo è agonizzante con respiro stertoroso «alla cheynestoches» [Il termine esatto è Cheyne-Stokes, dai nomi dei medici John Cheyne e William Stokes che nel XIX secolo classificarono questa tipologia di respirazione patologica nella quale si alternano fasi di apnea anche lunga (si arriva anche a 20 secondi) a fasi in cui si passa gradatamente da una respirazione profonda ad una sempre più superficiale (cicli respiratori brevi e frequenti) che termina nuovamente nella fase di apnea. (da Wikipedia,  Respiro di Cheyne-Stokes)] , senza polso, con pupille midriatiche e con emissione involontaria di urina e feci. 1) Riscontro una vasta ferita da arma da taglio della lunghezza di circa cinque centimetri e profonda fino alla massa cerebrale, in corrispondenza della regione parieto-occipitale sinistra, dalla quale fuoriesce sostanza cerebrale e notevole quantità di sangue artero-venoso. Si riscontra frattura comminuta della parte posteriore dell’osso parietale sinistro e dell’osso occipitale. Mediante manovre digitali si passa attraverso l’osso parietale sinistro e si entra in cavità cranica. 2) Sulla regione del sopracciglio sinistro, e propriamente in corrispondenza del punto d’unione della regione sopracciliare con quella molare, riscontro una ferita d’arma da taglio della lunghezza di circa tre centimetri e profonda fino alla fossa cranica anteriore. Anche qui riscontro frattura comminuta dell’osso che permette al dito esploratore di penetrare in cavità cranica.
L’entità delle ferite è tale che non c’è altro da fare se non aspettare che il ferito cessi di vivere. Alle ore 12:40 constato la morte, la quale è stata preceduta da un periodo preagonico di circa due ore, durante le quali lo Smeriglio Giuseppe è rimasto sempre per terra, senza coscienza ed impossibilitato a compiere qualsiasi movimento.
Rosa viene portata prima in Caserma e poi nel carcere mandamentale a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Quando il Pretore la interroga, al racconto dei fatti già reso al Vicebrigadiere Conte, aggiunge altri particolari che, dice, nella concitazione dei primi istanti aveva dimenticato
- Lo Smeriglio, che diceva di essere compare con mio marito e che apparentemente mi stimava come tale, era uomo assai corrivo alle donne. Era anche facile a calunniare tanto che l’anno scorso ordì una calunnia anche in mio danno propalando in paese che certo Raffaele Covello una notte aveva pernottato in casa mia. Io redarguii aspramente lo Smeriglio e dopo l’incidente i nostri rapporti restarono di amicizia. Forse le sue intenzioni avrei potuto intuirle quando una quindicina di giorni fa venne a trovarmi, io ero seduta al fuoco, e nel passarmi accanto per andare a sedersi mi sfiorò un piede col suo piede, ma non diedi importanza alla cosa pensando a un equivoco… invece… – dice interrompendosi per asciugarsi le lacrime – io non avevo intenzione di ucciderlo… credetemi!
Tutti i paesani giurano sull’onestà di Rosa ma non tutti giurano sull’onestà di compare Giuseppe e confermano la descrizione che ne ha fatto Rosa: donnaiolo e facile alla calunnia.
Le indagini sono veloci e già i primi di ottobre 1919 il fascicolo è trasmesso alla Sezione d’Accusa con la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio volontario, richiesta che viene immediatamente accolta e il dibattimento fissato per il 10 luglio 1920. dopo tre giorni di udienza il Presidente della Corte d’Assise, sentiti i pareri del Pubblico Ministero che dichiara di sostenere la tesi dell’omicidio volontario col beneficio della provocazione e della difesa che sostiene la tesi della legittima difesa, decide autonomamente di sottoporre ai giurati la tesi dell’eccesso di legittima difesa.
Rosa è sulla buona strada per una condanna mite.
Ma non c’è condanna: Rosa viene assolta in quanto ha commesso il fatto per esservi stata costretta dalla necessità di respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta.[1]
Sicuramente qualcuno sarà curioso di sapere cosa ne pensò di tutta questa faccenda il marito di Rosa. Non lo sapremo mai.
Che Oronzo stesse per tornare dall’America forse era una scusa inventata da compare Giuseppe per saggiare la consistenza delle carni di Rosa, fatto sta che in nessun atto processuale è segnalata la sua presenza in paese durante quei quattordici mesi…


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 25 luglio 2016

CINQUECENTO LIRE DI ONORE

Giovanna Runco è una venticinquenne contadina di Lago la quale, dopo la morte dei genitori, si è trasferita in contrada Montenoce di Aiello con la sorella Antonia per stare vicine all’altra sorella Rosaria, maritata con Gaetano Barone, contadino del posto. Nel mese di aprile del 1917 Giovanna si ammala e non può andare a lavorare. Durante il giorno è costretta a stare da sola in casa e di tanto in tanto qualche vicino le va a far visita per sapere se ha bisogno di qualcosa.
Una mattina va a trovarla Francesco Barone, settantenne suocero di sua sorella Rosaria. Di lui a Montenoce non si dice un gran bene: sfruttatore di donne temuto e malvisto.
La porta di casa è sempre aperta e Francesco entra come tutti gli altri. Giovanna ha la febbre alta ed è debolissima. Per l’uomo, seppure anziano, è un gioco da ragazzi toglierle le coperte di dosso, sollevarle la camicia e violentarla
- Statti zitta e non fare mai il mio nome – le dice mentre si accomoda i calzoni. Poi se ne va e la lascia lì.
Giovanna sta zitta ma quando si rende conto di non avere più le sue cose e che è inequivocabilmente incinta, ferma per strada Barone e glielo dice
- Quando ti sgravi ti regalo cinquecento lire, ma non devi fare il mio nome per nessuna ragione
- Dammeli adesso i soldi
- Non se ne parla nemmeno! Quando sarà il momento…
Nei mesi successivi Giovanna gli chiede i soldi più volte ottenendo sempre la stessa risposta. Ma quando non può più nascondere la gravidanza deve raccontare tutto alle sorelle, le quali, a loro volta, raccontano tutto ai parenti più prossimi e la voce a Montenoce e zone vicine si diffonde incontrollata, tanto che viene anche alle orecchie della moglie di Barone, la quale gli chiede conto della faccenda
- Ma quando mai! Quella ha propalato questa fesseria per ricattarmi
Gli chiede conto anche sua figlia Filippina e lui, oltre a ripetere la stessa risposta che ha dato alla moglie, aggiunge dell’altro per rafforzare la teoria del ricatto
- Una mattina che ero da solo in casa sono venute Giovanna, tua cognata Rosina, la loro zia Paolina e sua figlia le quali, armate di forche e bastoni di legno, mi volevano ammazzare e mi hanno pure messo un forcone sotto la gola… quella Giovanna si è messa in testa che le devo dare cinquecento lire e non mi lascia in pace! Mi ha fatto minacciare di morte anche da suo cugino Giuseppe Cino… lo ha fatto due volte con la scure e un’altra volta con il fucile e adesso per paura che mi possano fare qualche cosa esco sempre armato!
I mesi passano e Giovanna è ormai prossima allo sgravio ma soldi ancora non ne ha visti e teme che non li vedrà mai.
La mattina del 28 dicembre 1917 il sole è tiepido; Giovanna e sua sorella Antonia vanno a raccogliere olive nella proprietà del signor Giulio Giannuzzi in contrada Seminati di Aiello. Quella stessa mattina la moglie e la figlia di Francesco Barone vanno a lavorare in contrada Campagna e lo lasciano in casa con l’intesa che le raggiungerà più tardi, dopo che avrà terminato dei lavori nell’orto di casa.
Ci vogliono quasi tre quarti d’ora di cammino per arrivare a Campagna e bisogna passare a pochi metri dal fondo dove lavorano le sorelle Runco. Francesco sistema la sua accetta alla cintola, mette la rivoltella carica in tasca, il fucile anch’esso carico in spalla e si avvia.
Quando passa per la stradina che corre sotto la proprietà di Giannuzzi, Giovanna lo vede e lo chiama, ricordandogli con grida altissime la promessa. Francesco si ferma e risponde per le rime mentre la ragazza gli si avvicina, seguita dalla sorella
- Mi devi dare le cinquecento lire perché sto per sgravare – gli dice in tono fermo
L’anziano è infastidito dall’ennesima richiesta e si pianta in mezzo alla stradina a gambe larghe con i pugni sui fianchi
- Puttana! Perché non hai detto essere stato altri l’autore della gravidanza e hai invece fatto il mio nome? Vattene e se non stai zitta ora ti sparo – il tono è più che minaccioso
- Non posso dire che è stato un altro se sei stato tu! Dammi qualche cosa adesso…
- T’ammazzo! – le urla Barone cavando di tasca la rivoltella e puntandogliela contro, pronto a fare fuoco e infatti l’indice della mano destra si contrae sul grilletto proprio mentre Antonia, l’altra sorella, accortasi che l’uomo fa sul serio gli si lancia addosso e, contemporaneamente alla detonazione urla
- Non sparare perché ammazzi anche la creatura che mia sorella ha in corpo!
La sua prontezza di spirito fa andare a vuoto la revolverata. Poi i due si avvinghiano in una lotta che può essere mortale per uno dei due, ma se Barone è armato, Antonia ha dalla sua la forza della giovinezza e della disperazione. I due cadono a terra e rotolano lungo il pendio fino a precipitare da un terrapieno alto quasi due metri. Antonia riesce a strappare la rivoltella dalle mani dell’avversario, ma questi con una mossa repentina gliela riprende e le spara addosso mancandola. La rivoltella passa più volte di mano finché Barone la riconquista e la picchia sulla fronte della ragazza che rimane stordita. L’uomo, ansimando, cerca di rialzarsi per fare fuoco di nuovo, ma deve ripararsi da un fitto lancio di sassi da parte di Giovanna, senza tuttavia essere colpito. Antonia, in quei pochi secondi, riprende il controllo di sé e riesce, questa volta definitivamente, a disarmare l’uomo della rivoltella e quindi del fucile che Barone adesso le sta puntando contro, buttandoli lontano.
Intanto Giovanna riprende il lancio di pietre e questa volta è più fortunata: un sasso colpisce Barone in fronte e lo fa stramazzare al suolo. La rabbia ha preso il sopravvento e Giovanna si scaglia sul vecchio ormai inerme e lo tempesta di sassate sulla testa, tanto da ridurlo in fin di vita.
Con gli occhi iniettati di sangue, la ragazza fruga nelle tasche dell’uomo finché non trova il portafogli, appropriandosi di quanto c’è dentro
- Non mi hai voluto dare quello che mi avevi promesso e me lo prendo da sola!
Antonia, sanguinante, raccoglie le armi del vecchio e fa segno alla sorella di seguirla
- Andiamo dai Carabinieri…
Accorrono dei vicini che hanno sentito le revolverate e trovano l’anziano morente, cercano di soccorrerlo mentre arrivano sul posto i familiari ma non c’è più niente da fare, Francesco Barone esala il suo ultimo respiro.
A primo acchito le cose sembrano essere chiare, è legittima difesa o, al massimo, eccesso di legittima difesa ma a complicare le cose ci pensano la moglie e il figlio della vittima i quali giurano che il loro congiunto doveva avere dei soldi nel portafogli che non ha più indosso. Giovanna e Antonia negano recisamente ma i Carabinieri le perquisiscono e trovano in una tasca di Giovanna 222 lire e 70 centesimi
- Li hai presi al morto, confessa – la incalza il Maresciallo Salvatore Falconieri, comandante della stazione di Aiello Calabro
- Non è vero! Quelli sono soldi miei – insiste indicando i due biglietti da 100 lire e gli spiccioli metallici – ho venduto un maiale pochi giorni fa e quello che avevo in tasca è il ricavato
Suo cognato, nonché figlio della vittima, la smentisce categoricamente
- È vero che lei e sua sorella hanno venduto un maiale il giorno di Natale, ricavando 245 lire. Lo so perché sono stato io a dividere i soldi tra Giovanna e Antonia e Giovanna ha, con la sua parte, pagato dei debiti e poi mi ha consegnato le 65 lire residue perché gliele tenessi. Siccome non aveva altri soldi, è chiaro che anche le 22 lire e 70 centesimi appartenevano a mio padre
Giovanna a questo punto deve ammettere che ha preso dei soldi ma dice di aver preso i due biglietti da cento e non il resto che sono soldi suoi.
Questo fatto potrebbe cambiare l’esito del processo perché per la morale comune si può uccidere e farla franca, ma se si tocca la proprietà altrui sono guai seri.
Nel frattempo l’autopsia stabilisce che causa della morte non sono state le sedici ferite riscontrate sulla testa di Francesco Barone, ma la frattura della base cranica dovuta ai violenti scossoni sopportati dalla testa mentre veniva colpita dalle sassate.
Una violenza inaudita.
Ma Giovanna e Antonia trovano conforto nelle dichiarazione dei coniugi Annunziato Bruno e Giustina Bruno e delle loro figlie, che abitano a qualche decina di metri dal luogo del delitto, che giurano di aver visto dalla loro finestra la scena così come l’hanno descritta le due sorelle. La situazione sembra volgere a loro favore.
Sembra.
La Procura del re e la Sezione d’Accusa non la pensano così: Giovanna e Antonia vengono rinviate a giudizio. La prima per aver cagionato, a fine di uccidere, la morte la morte di Barone Francesco  e di essersi impossessata di £ 222,70 di esso Barone per trarne profitto; la seconda per avere facilitato l’esecuzione del primo dei due suesposti delitti, prestando assistenza ed aiuto prima, durante e dopo il fatto.
Per aprire il dibattimento ci vorranno due anni.
In un paio di udienze tutto viene risolto: Giovanna viene assolta perché ha commesso il fatto per esservi stata costretta dalla necessità di respingere da sé e da altri una violenza attuale e ingiusta; Antonia per non aver commesso il fatto.
Ah! E le 222, 70 lire? La Giuria nega che ci sia stato il furto stesso[1], d’altra parte la somma è stata recuperata e due anni di carcere preventivo bastano come punizione.



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 24 luglio 2016

LA DONNA DEPRAVATA

Ill.mo Signor
Quistore di
Cosenza

La scrivente Bruno Franceschina di ignota nata ha Cosenza il giorno 20 Agosto del 1909 – espone quanto appresso
Horisoluta di dissunirmi legalmente con mio marito perché non mi vuole più dare mantenimente, ciò che lucro penza solo persè e ha mé mi mette nelle condizione di fare la donna depravata che mi porta degli uomini ha casa lui si mette nel camerino edio faccio latto materiale.
in questo stato di cose io non ne voglio più sapere e accosa mia ad ogni costo non lo voglio più perché io devo penzare a pagare il piggione tengo haccarico mio due fratelli minorenni orfani senza madre e non mi possono dare nessuno aiuto, giacchè che lui mi fa fare questa vita che non era abbituata voglio stare sola coi miei fratelli e senza dipendere da nessuno.
Prego V.S.Ill.ma di prendere provvedimente per questuomo.
Con tanti stimo e devotissima
Bruno Franceschina
Cosenza 10-7-1936
Salita Liceo N° 30

Il funzionario di P.S. che riceve la denuncia le fa notare che non ha scritto il nome del marito e Franceschina gli declina le generalità dell’uomo: Mazzola Giuseppe di Giuseppe, nato il 19-10-1909 a Palermo.
A voce, mentre il Commissario Francesco Scalamogna verbalizza, aggiunge che il marito la sfrutta da quasi sei anni costringendola a prostituirsi
- Tutte le volte che mi sono rifiutata egli me lo ha imposto con maltrattamenti e minacce. – dice tra le lacrime – Di recente mi ha condotto in Paola al fine di prostituirmi con i numerosi marinai che si trovavano in detto Comune per le feste francescane. Due mesi orsono m’impose, inoltre, di recarmi in un albergo di Palmi per prostituirmi.qui mi fermai venti giorni e spedii a mio marito somme varie. Esibisco all’uopo le ricevute di tre vaglia telegrafici a lui spediti. Esibisco inoltre l’accluso incarto dal quale si rileva la immonda attività di mio marito e come io provveda al suo mantenimento, pagando finanche il fitto di casa. È  inutile che lo cerchiate, mi sono decisa a questo passo appena lui è partito volontario in Africa Orientale…
Infatti Peppino Mazzola risulta essersi arruolato nei Granatieri di Savoia e adesso è ad Adis Abeba in Eritrea e il procedimento penale appena inziato viene sospeso in attesa del suo ritorno. Nel frattempo, però, vengono interrogati alcuni testimoni che sembrano avvalorare le accuse di Franceschina, la quale esibisce anche una lettera che le ha spedito l’industriale triestino Luciano Merk, quarantacinquenne, conosciuto a Cosenza, e che si era perdutamente innamorato di lei
Per viaggio 2-2-36- XIV
Puppa!
Quando ti giungerà questa mia, moltissima strada ci separerà. Non era mia intenzione di scriverti dopo quello che è stato. E ti scrivo acciochè tu non abbi di pensare male di me.
Sono partito questa mattina molto avelito e appassionato. Mi sembra d’avere lasciato a Cosenza vicino a te tutta la mia vita. Io ti ho tanto amata. Avessi dato per te la mia misera esistenza, il mio sangue a goccia a goccia. Tutto, tutto avessi perduto per renderti felice.
Invece h’aime che brutto sogno che faccio. Svegliandomene passerà del tempo infinito prima che ti possa dimenticare.
Tu con me hai agito per lusingarmi con parole e fatti. io ti volevo tanto tanto bene e fosse stata la fortuna per te e tutti i tuoi cari.
Invece di mezzo è un uomo brutale. Un uomo che vive a tuoi spalle. Che ti vende per un paio di miserabili lire. Che dovesse a mascherarsi per nascondere il volto al cospetto del suo prossimo.
Tu sei una donna perduta,  ed io avessi dimenticato il tuo passato per raccoglierti in seno alla mia famiglia e ti avesse resa contenta e felice.
Ormai basta! Soffrirò io nel silenzio; già a te poco importa d’un uomo più vecchio di te che ti ha sinceramente amata.
Scusami se ti tratto così già è per un’ultima volta e non posso fare a meno di quello che mi venne dal mio amore.
Saluti ai tuoi fratelli e tuo padre
Luciano Merk
In questo periodo Peppino spedisce dei soldi alla moglie e il suo avvocato esibisce le ricevute ai magistrati.
Peppino torna dall’Africa nella primavera del 1938, dopo due anni dalla denuncia e il 14 giugno viene interrogato
- Sono innocente! Ho avuto la sfortuna di sposare una prostituta credendo che si riabilitasse, invece anche dopo sposato à seguitato a fare la prostituta come prima. Non è assolutamente vero che io la inducessi a prostituirsi per trarne profitto, invece io le ho mandato ancora del denaro di cui sono state già esibite le ricevute. Presento inoltre una lettera a firma “Tripodi Gaetano” del 10 ottobre 1937 nella quale mi si denunzia la condotta riprovevole di mia moglie. La stessa mia moglie, il 29 ottobre 1936, mi ha mandato, quando ero a Oneglia, una sua fotografia con parole affettuose, incompatibili con la sua denuncia.
Questo taglia la testa al toro. Il 20 luglio successivo, il Pubblico Ministero chiede il non luogo a procedere nei confronti di Peppino poiché non vi è prova sufficiente che il Mazzola, sebbene conscio della cattiva condotta della moglie, si facesse da costei mantenere.
Il Giudice Istruttore, Cav. Tommaso Gemelli, accoglie la richiesta del Pubblico Ministero e dichiara il non luogo a procedere per insufficienza di prove.[1]
Peppino può tornare in Eritrea a guadagnare qualche altra liretta. Qualche anno dopo lui e Franceschina si troveranno di nuovo nei guai (Leggere, a questo proposito, le storie intitolate I DELITTI DI VIA PADOLISI 1 e I DELITTI DI VIA PADOLISI 2).



[1] ASCS, Processi Penali.


venerdì 22 luglio 2016

LA CASA DEL BUON GESU'

Sono le quattro di pomeriggio del 16 maggio 1938 e il Maresciallo Capo Salvatore Cascio è seduto davanti alla macchina da scrivere nel suo ufficio della stazione di Rota Greca. Si passa le mani tra i capelli prima di scrivere il rapporto sui fatti avvenuti tre giorni prima nella frazione Piretto di Lattarico
Alle ore 18,35 del giorno 13 corrente, siamo stati avvertiti da questo ricevitore postelegrafico per confidenziali telegrafiche avute da quello di Lattarico che nella frazione Piretto di quest’ultimo comune era avvenuto nella giornata un omicidio in persona di un ragazzo.
A si tale notizia, noi predetti verbalizzanti, ci siamo portati in detta frazione per l’accertamento dei fatti e, giunti che fummo in detta località, fu facile conoscerne il nome dell’ucciso portandoci nella di lui abitazione di detta frazione che trovammo adagiato su un tavolo coperto da una tovaglia bianca, identificandolo per Golletti Mario d’ignoti, nato a Cosenza il 26 ottobre 1929, custodito fin dall’età di sette mesi, che lo ha allattato, dalla nominata Trotta Emilia, vedova di D’Agostino Carmine.
Mentre noi appuntato Bumbaca siamo rimasti in detta casa per appiantonamento del cadaverino, noi maresciallo Cascio e carabiniere Prajanò, saputo il nome dell’autore del grave delitto nella persona del nominato D’Alessandro Pasquale di Saverio, nato il 10 gennaio 1920 a Palazzello del comune di Lattarico, ivi domiciliato, storpio, siccome paralitico della metà del corpo e idiota, ci dirigemmo verso la frazione Palazzello per procedere al di lui arresto
Il sole è ormai tramontato e solo l’incerta luce del crepuscolo illumina la strada che percorrono i due carabinieri, quando da dietro una curva spuntano due uomini, uno dei quali cammina con l’aiuto di una stampella
- Buonasera – fa l’uomo che cammina bene, subito ricambiato nel saluto dai militari – forse stavate venendo a casa nostra – continua con un po’ di imbarazzo – ma io l’ho immaginato e stavo accompagnando mio figlio Pasquale da voi… io non so… non so che gli è preso… non ha mai fatto del male a nessuno…
- State tranquillo, accerteremo tutto – risponde Cascio facendo segno a Saverio D’Alessandro di seguirlo insieme al figlio
Una volta nella caserma di Rota Greca, il Maresciallo procede a un primo, sommario interrogatorio di Pasquale
- Si, l’ho ammazzato io – ammette Pasquale che non sta fermo un attimo mettendosi a toccare tutto quello che è a portata di mano, mentre Cascio pazientemente rimette tutto a posto, salvo poi rimproverare il giovane e ordinargli perentoriamente di stare fermo
- Ma perché? Perché lo hai fatto? Era solo un bambino…
- Io stavo facendo pascolare la mia capretta e lui mi stava rubando l’erba… e rideva… non era la prima volta che lo faceva e glielo avevo detto anche alla mamma che non si fa così e lei mi ha risposto: Ammazzalo così poi vai in galera… io gliel’ho detto Marù… basta che t’ammazzo! Ma lui rideva… – Pasquale si interrompe di colpo
- E poi?
- Lui era sotto una pianta di olivo e con un coltello stava ancora tagliando l’erba, io mi sono avvicinato, Maruzzu non ci credeva… tagliava l’erba… allora con la stampella l’ho colpito sulla testa e lui è caduto a terra. Poi gli sono saltato addosso, lui mi ha morso sul mento – continua mostrando un lieve segno sul viso – io per la rabbia gli diedi anche un morso all’orecchio tagliandoglielo e di poi ho preso un pezzo di mattone che era lì e l’ho colpito sulla testa fino a quando non gli è uscita una cosa bianca… poi l’ho trascinato sul confine tra il mio fondo e quello della madre di Maruzzu e ho pensato di fare ciò perché altrimenti detto corpo di cadavere mi avrebbe guastato il prato di erba. Pensavo anche di sotterrarlo, anzi, poiché non avevo una zappetta per scavare un fosso, io pensavo di metterlo sotto una pietra ma poi l’ho lasciato lì… poi ho preso il coltello di Maruzzu e l’ho fatto in pezzi perché avevo paura che mi arrestassero i Carabinieri. Ho pure pulito la gruccia e la mia giacca con saliva ed erba perché erano sporche di sangue…
- È tutto? – gli chiede Cascio
- Dopo un poco è venuto mio padre che mi ha portato la colazione ma io non gli ho detto niente e mentre se ne andava a cavallo è venuta Emilia Trotta, la madre di Maruzzu, che mi ha chiesto se avevo visto il figlio e le ho detto di no perché avevo paura che mi bastonasse. Lei ha girato nel prato e dopo un po’ lo ha trovato e si è messa a gridare, poi lo ha preso in braccio e se ne è andata…
- Per un po’ di erba… ma lo capisci che cosa hai fatto?
- Io sono pentito di quanto ho fatto perché so di avere consumato un peccato… io credo in Dio e se volete sentire, posso recitare la dottrina cristiananon ho avuto paura del cadavere, né sento paura attualmente
- Sai leggere e scrivere?
- No, so soltanto le vocali
- È vero che mangi le lucertole?
- Si, mi piacciono. So anche la canzone del diavolo
- Quindi confermi che sei stato tu – gli chiede ancora una volta il Maresciallo
- Ripeto che l’ho ammazzato perché così si meritava
Pasquale, senza la sua stampella che viene sequestrata, sorretto da un carabiniere viene portato in camera di sicurezza e Cascio fa alcune domande al padre del ragazzo
- All’età di tre anni fu colpito da paralisi infantile (Poliomielite acuta, come attesta il medico curante, dottor Vincenzo Barone, nel certificato medico richiestogli dai Carabinieri il 16 maggio 1938. nda) rimanendo offeso di mezza vita e cioè dall’ato sinistro tanto da non potersi reggere da solo in piedi che con l’ausilio della stambella in atto a qualsiasi lavoro anche perché è rimasto difficiente di mente, nonostante le cure praticate fin da quando venne colpito dalla paralisi. Egli durante il giorno quando il tempo lo permetteva usciva di casa ora per la sua proprietà or per le vie pubbliche portandosi a Lattarico, in San Benedetto Ullano e contrade limitrofe senza che abbia mai dato luogo a reclami da parte di chiunque, in quanto non ha manifestato prima d’ora violenze o minaccie verso alcuno, quantunque qualche volta a qualcuno gli avesse detto che doveva ucciderlo, ma ciò sintende nessuno ci ha fatto caso ritenendo le sue parole essere uno scherzo. Ieri pomeriggio, potevano essere le 16,00, gli ho portato una colazione di pane e formaggio e me ne sono andato subito in groppa al mio cavallo e dopo nemmeno due chilometri mi ha raggiunto e sorpassato l’autocorriera postale che arriva generalmente in Lattarico verso le 16,45. Dopo un paio di ore sono stato avvisato che mio figlio aveva commesso un orrendo delitto. A tale triste notizia, sia io che mia moglie ci avviammo di corsa verso il nostro fondo senonchè prima ancora che uscissimo dalla frazione di Palazzello, incontrammo mio figlio che tranquillamente rincasava con la capra. Gli chiedemmo se fosse vero quello che avevamo sentito ed egli, senza nulla nascondere ci rispose: Si, l’ho ammazzato io perché rubava l’erba. Non volendo credere a tale sua asserzione, sia io che mia moglie continuammo la strada per accertarci meglio e così, cammin facendo, la notizia balenata è stata realtà
- Sapete se tra Pasquale e Maruzzu c’erano stati degli screzi?
- Mio figlio e il povero bambino erano soliti, quando il tempo era buono, di passare lunghe ore assieme a giuocare ma mai ebbe a recargli alcun male
- Quindi non vi siete accorto di nulla quando gli avete portato la colazione…
- L’erba è alta e da quello che ho capito il posto dove hanno trovato Maruzzu è distante un centinaio di metri dalla strada dove ho trovato Pasquale per dargli la colazione…
Nemmeno Emilia Trotta sa spiegarsi il perché
- Non ci credo alla scusa dell’erba, piuttosto sarebbe più semplice credere che Pasquale volesse violentare il mio povero bambino…
Ormai è notte e non si può fare niente altro. Appena fatto giorno il Maresciallo Cascio effettua un sopralluogo nel posto dove è stato ucciso Maruzzu ma, con grande sorpresa, non trova neppure un filo d’erba reciso e comincia a sorgergli il dubbio che la madre possa avere ragione, ma in cuor suo rifiuta di pensarlo possibile, ma il dovere è dovere e confida al Pretore di Montalto Uffugo, competente per territorio, il sospetto che alla base dell’orrendo omicidio ci potrebbe essere stata una violenza sessuale o un tentativo di violenza a cui il bambino si è opposto.
Quindi il dottor Vincenzo Barone, incaricato della perizia, oltre che attestare l’entità dei colpi che hanno portato alla morte il bambino, dovrà accertare anche se sia stato assoggettato in vita o dopo morto ad atti di violenza carnale o comunque ad atti  di libidine.
Barone rileva alla regione occipitale ampia lesione dei tessuti molli, sollevati i quali si trova il tavolato osseo ampiamente frantumato; attraverso la larga breccia si nota nella parte posteriore di uno degli emisferi cerebrali, al disotto della anfrattuosità delle ossa accavallate e frantumate, si notano residui di erba che formavano una specie di turacciolo con cui si era tentato occultare la grave lesione praticata; la ferita è profonda sino agli emisferi cerebrali, nella cui sostanza è venuto ad incunearsi qualche scheggia del tavolato osseo frantumato. La lesione è stata idonea a produrre la morte, che penso si sia determinata all’istante.
Si notano inoltre altre quattro lesioni lacero-contuse della lunghezza da 4 a 7 centimetri, interessanti il solo cuoio capelluto. Rilevo altresì che il padiglione dell’orecchio sinistro si presenta completamente maciullato; al di sotto del padiglione, che si è staccato, si nota un largo foro che si approfonda oltre i tessuti ossei. Tale ferita, prodotta anch’essa da ripetuti colpi dello stesso corpo contundente, viene a formare la lesione più importante tra quelle finora descritte.
Denudato il cadavere nulla si rileva degno di nota, né lividure o tracce di violenza che possano far ritenere che detto bambino in vita oppure dopo morto abbia subito violenza carnale o qualsiasi atto di libidine.
Pasquale non ha mentito e se non ha mentito è ovvio che ha davvero molte rotelle fuori posto, come giura anche il padre nella lettera inviata al Giudice istruttore di Cosenza il 23 giugno successivo:
nell’interesse di Da’alessandro Pasquale, imputato del delitto consumato sulla persona del ragazzo Golletti Mario di ignoti di anni 9: io sottoscritto D’Alessandro Saverio fu Pasquale, da Lattarico, porto a conoscenza della S.V.Ill.ma quanto segue:
Mio figlio fin dall’età di anni tre è stato colpito da paralisi, per cui oltre alla minorazione del fisico, s’è constatata fin da allora una non lieve deficienza mentale.
Non ragionò più con senno e dimostrò, con parole e con atti, d’essere veramente idiota.
Danno prova i fatti, che, con dolore di padre, porto a conoscenza della S.V.Ill.ma. mio figlio giocava e parlava con gli animali domestici, era lo zimbello di tutti i monellucci più piccoli di lui, acchiappava serpentelli, mangiava lucertole vive, spellava i topi, metteva in fila i monelli e assumeva l’aria del caposquadra. Queste sono prove evidenti che il reo è uno scemo, affetto da vera imbecillità morale, ma che ancora non aveva dato il minimo sospetto d’essere pericoloso e comunque nocivo alla società.
Visto che anche il padre lo scarica, il Pubblico Ministero che indaga sul caso rubricato come omicidio aggravato, chiede che Pasquale sia sottoposto a perizia psichiatrica che accerti se nell’atto di uccidere Maruzzu era incapace di intendere e volere e allo scopo viene designato il dottor Vittorio Madia, Direttore del manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. È l’11 luglio 1938.
Madia, oltre a notare la presenza del famigerato tubercolo di Darwin sulle orecchie di Pasquale, osserva che avanza saltellando sul piede destro ed appoggiandosi ora sulla persona che l’accompagna, ora sulle pareti della camera o su qualche mobile. – Bella scoperta, la stampella di cui si serviva per camminare gli è stata sequestrata! – Mostra una certa irrequietezza per cui, di frequente, s’impone di richiamarlo, anche energicamente, per moderarne la mobilità. In complesso però si rivela abbastanza remissivo e rispettoso. Difatti non trascura mai di salutare sia al termine dell’osservazione che all’atto in cui viene a trovarsi al cospetto del perito. Non attende che gli si rivolga la parola ed egli già racconta mille piccoli fatti, passando da un argomento all’altro ed inframmettendo un mondo di sciocchezze nel suo discorso. Sa bene di trovarsi in Barcellona, provincia di Messina, e che, per andare da qui al suo paese bisogna prendere il treno, poi passare il mare in ferry boat e poi risalire in treno. Sa anche di essere in Manicomio, anzi precisa “manicomio Giudiziario”, aggiungendo però subito di non essere malato di mente, in quanto “i pazzi sono quelli che danno mazzate, quelli che aggrediscono, che rompono la roba” mentre egli tutto questo non fa. Ritiene di esservi stato ricoverato perché, quando era nel carcere di Cosenza, avendo riferito al sottocapo che i compagni lo bastonavano e non essendosene quegli curato, lo minacciò che gli avrebbe lanciato sul viso in coperchio della botticella, ma aggiunge di aver detto ciò esclusivamente per indurlo a prendere qualche provvedimento nei confronti di detti compagni e non con l’intenzione vera di agire. Il patrimonio ideativo è molto limitato; le idee, a contenuto elementare, spesso non sono ben definite e, a volte, anche erronee, confuse. L’attività psichica può dirsi esclusivamente limitata alle idee e ai desideri relativi al cibo. Egli, infatti, ripete insistentemente di trovarsi bene in questo luogo, di essere disposto a rimanervi all’infinito “purchè gli si dia da mangiare”. Tanto sa bene di non poter più essere restituito alla vita libera perché tal Grandinetti Nicola, “quello che faceva lo spesino” gli disse “essere questa la casa del buon Gesù e chi vi entra non esce più”. La vita affettiva può definirsi aplasica. Al di fuori dei più bassi sentimenti egoistici, legati soltanto al generico senso di conservazione del proprio io, non si riscontra alcuna traccia di affetti, anche dei più bassi sentimenti ego-altruistici che si estendono all’ambiente ed alle persone che rappresentano come la più immediata continuazione della propria personalità fisica.
La religiosità è limitata nel suo meccanismo esteriore: vede i suoi compagni andare in Chiesa e domanda poter essere autorizzato a seguirli; mai praticò la confessione, né la comunione, di cui non riesce, del resto, a comprendere il significato.
Non mostra affatto rimorso, tanto meno pentimento per l’orrendo delitto compiuto, di cui non arriva assolutamente a valutare la gravezza. (eppure nell’immediatezza del fatto sembrava pentito e consapevole della gravità del suo delitto. Nda)
Il potere volitivo è molto fiacco. Rilevante è soprattutto l’assenza dei poteri frenatori ed inibitori, di volontà coscientemente deliberatrice, donde la necessità, nel manicomio Giudiziario, di mantenerlo isolato per evitare reazioni violente contro i suoi compagni di sventura.
Non cade dubbio che ci si trovi in presenza di un soggetto dal cervello assai scarsamente evoluto.
Madia lo classifica come appartenente alla categoria di malati frenastenici, quella categoria, cioè, nella quale sono incluse tutte le forme di incompleta ed anormale evoluzione della mente nel suo insieme e che può essere divisa in due sottocategorie di malati: quelli che di umano non presentano che la forma, anch’essa più o meno anomala e digradata e con mentalità paragonabile o anche inferiore a quella dei quadrumani o di altri mammiferi e quelli, risalendo per gradi, i quali vivono nella famiglia e partecipano, con una maniera di lavoro, alla vita comune.
È certo che D’ALESSANDRO PASQUALE presenta le note ben nette di una frenastenia bio-cerebropatica (imbecillità) nella quale concorrono fattori costituzionali degenerativi e fattori patologici acquisiti durante la fase evolutiva. Tale patologia, conclude Madia, costituisce un’infermità mentale tale da escludere in lui la capacità di intendere e volere nel momento in cui commise il fatto delittuoso. Risulta riconoscibile nel D’Alessandro, per la impulsività delle reazioni e per i connotati pscicologici descritti, la qualità di persona socialmente pericolosa.
È il 9 ottobre 1938 e a questo punto non resta altro da fare che dichiarare il non luogo a procedere per infermità psichica e disporre il ricovero dell’imputato in un manicomio giudiziario per la durata minima di dieci anni, essendo stabilita dalla legge pel fatto da lui commesso la pena dell’ergastolo.[1]
Il manicomio è la casa del buon Gesù
chi vi entra non esce più



[1] ASCS, Processi Penali

lunedì 18 luglio 2016

L'AMORE, L'ONORE E LA ZAMPOGNA

È quasi il tramonto del 19 agosto 1918 quando un ragazzo armato di scure ne sta inseguendo un altro sul limitare del Bosco di don Giovanni, in territorio di Grisolia. Nella corsa a perdifiato l’inseguitore riesce due o tre volte a colpire alle spalle l’inseguito con il dorso della scure. Questi all’improvviso si ferma e affronta l’altro riuscendo a disarmarlo, poi si azzuffano, cadono a terra facendo delle capriole. L’inseguito ora è sopra l’avversario e ora ha la scure in mano. Lo colpisce due volte sul capo e poi, quando il ferito si gira di spalle, altre due volte. Lo lascia a terra sanguinate e se ne va.
Il ferito resta a terra intontito, poi raccoglie le forze, si rialza e comincia a camminare verso un capanno distante poche centinaia di metri.
Saverio Crusco, così si chiama il diciottenne ferito, viene soccorso da sua madre e da sua sorella le quali, lanciando urla disperate di aiuto, cercano di tamponare il sangue che sgorga copioso dalle ferite
- È stato Peppino Miraglia… – dice con un filo di voce, poi sviene.
Le ferite alla testa sono abbastanza serie perché le ossa del cranio sono state lesionate e il medico teme per la vita di Saverio. Nel frattempo, il Sindaco del paese scrive ai Carabinieri di Verbicaro competenti per territorio e li informa dell’accaduto ma ci vorrà il giorno dopo perché questi arrivino sul posto e comincino le indagini.
Approfittando di un momento di lucidità del ferito, i Carabinieri si fanno raccontare come sarebbero andati i fatti
- Stavo tornando dalla montagna dove, in contrada Schiena di Ceraso, avevo fatto pascolare le vacche. Con me c’era Peppino Miraglia che aveva portato i suoi animali e siamo stati insieme fino all’Avemaria, poi lui è andato via e io sono rimasto ancora un po’. Quando mi sono avviato verso casa ho incontrato Antonio e Fedele Pignata, non sono parenti, che erano con un certo De Fino e abbiamo fatto la strada insieme cantando canzoni d’amore, accompagnati dal suono della zampogna di Fedele Pignata. Arrivati a Monticello abbiamo incontrato mia madre che si è unita a noi fino a che siamo arrivati vicino alla capanna dove abita la famiglia Miraglia, in località Montecrudo. Mia madre ha preso una scorciatoia e se ne è andata per conto suo. Se ne è andato anche De Fino mentre noi ci siamo fermati a riposare continuando a cantare e a suonare. A un certo punto Gennaro Miraglia si è affacciato a una finestra e ha cominciato a gridare contro di me: Che mi canti, figlio di loscia fricata? Và a cantare alla fissa di mammata e di tua sorella! Io e i Pignata ci siamo guardati e per evitare questioni abbiamo ripreso il cammino, senza però smettere di cantare. Gennaro Miraglia allora è uscito di casa e ha cominciato a correre per prendermi ma io sono scappato e non mi sono fatto raggiungere. A questo punto è uscito dalla casa anche Peppino, il figlio di Gennaro, armato di scure e si è messo a correre verso di me. Io ho cercato di allontanarmi ma lui scappava come un demone, incitato dal padre che diceva: Prendilo a gacciate, prendilo a gacciate! Gaccìalo, gaccìalo! Io sono andato verso il bosco per nascondermi ma Peppino mi ha raggiunto e ha cercato di togliermi la scure dalle mani ma io ho resistito un bel po’ e ci siamo scambiati dei pugni. Poi ho ceduto e Peppino è riuscito a disarmarmi, mi è salito sopra e mi ha colpito col taglio della scure, come si mena ad un tronco di legno, per uccidermi. Ho visto che in quei momenti passava di lì Pietrantonio Peropada, poi devo essere svenuto e Peppino deve avermi creduto morto perché quando ho riaperto gli occhi non c’era più e non c’erano più nemmeno i fratelli Pignata che evidentemente erano scappati. Sono riuscito a rialzarmi e piano piano sono tornato a casa…
- Ma, secondo te, perché ti hanno aggredito? – gli chiede il Vicebrigadiere Saverio Scaravaglione
- Non lo so… stavamo solo cantando delle canzoni… canzoni d’amore e non canzoni malamente…anche nei giorni precedenti lo avevamo fatto e non era successo niente… – dopo qualche secondo di pausa, il ferito ricomincia a parlare – in verità, in verità devo dirvi che sono ormai due anni che amoreggio con la figlia di Gennaro Miraglia, Adelaide, che corrisponde il mio amore ma il padre è contrario a questo amoretto e al progettato matrimonio e più volte, incontrandomi, mi aveva detto di desistere dal corteggiare la figliuola ed io avevo risposto che noi giovani ci volevamo bene e che avevamo intenzione di sposarci. Avantieri, Gennaro ha incontrato mio fratello Antonio e gli ha detto: Avverti Saverio che qualche giorno lo farò ritornare dalla montagna stozze stozze sopra due pertiche. Io e Peppino siamo amici e lui era d’accordo al matrimonio… non c’era ragione di litigare… Può darsi che Gennaro Miraglia abbia pensato che la canzone era rivolta alla figlia e abbia voluto impedire quell’innocente divertimento
In base a questa dichiarazione, Gennaro e Peppino Miraglia vengono arrestati ma forniscono una ricostruzione dei fatti completamente opposta
- Il giorno 9 di questo mese sono dovuto andare a Cosenza per essere processato per una denuncia di violenza carnale e sono mancato dal paese cinque giorni. – inizia il ventunenne Peppino Miraglia – Al mio ritorno, mia madre e mia sorella Adelaide mi raccontarono che Saverio Crusco da più tempo aveva messo gli occhi addosso a mia sorella a fine illecito. Approfittando della mia assenza era andato sotto la finestra della nostra casa insieme ai suoi amici con i quali aveva cantato canzoni di sdegno, accompagnati dal suono di una zampogna. Ricordo che la notte del 17, era sabato, Saverio tornò con i suoi amici e cominciò di nuovo a cantare quelle canzonacce. Io, che non potevo più tollerare le offese gravi e la evidente provocazione, mi affacciai dalla finestra e lo rimproverai, invitandolo energicamente ad andarsene. Saverio, dopo aver borbottato qualche minaccia e qualche offesa, se ne andò. Il giorno dopo, invece di portare le vacche in montagna, andò dove Adelaide faceva pascolare i nostri animali e ci stette tutta la giornata infastidendola con parole lascive e inviti a scapparsene con lui. Alle giuste proteste ed all’energico rifiuto di mia sorella, l’afferrò per un braccio forse allo scopo di trascinarla seco o di buttarla a terra, tanto che la povera giovine si vide a mal partito, gridò al soccorso e fece accorrere gente. Lunedì 19, poi, ero in montagna insieme a Saverio e gli dissi che avevo saputo delle sue proposte ad Adelaide, che mia sorella è una giovane onesta e doveva lasciare in pace la mia famiglia e che in capo a qualche giorno gli sarebbe venuta male. Lui, che è cattivo, restò sordo ai miei giusti ammonimentiminacciò di accettarmi, prendermi a colpi di accetta. Alla fine del pascolo mi sono avviato prima di lui e arrivai a casa una mezzora dopo l’avemaria. Dopo un paio di ore, quando ero a letto, intesi canti e suoni di zampogna e dalla voce riconobbi Saverio, al che mi misi alla finestra ad ascoltare le parole delle canzoni. Quando udii che diceva: Esci carogna che ti faccio u core a lenze a lenze, paranome conosciuto, spalla vascia ed altri simili improperi, non ne potetti più ed inerme come mi trovai, scesi nella vicina strada pubblica per redarguirlo ancora una volta e per ritorcergli le ingiurie, ma il Crusco, ch’era rimasto solo perché i suoi compagni se l’erano già data a gambe, mi venne incontro e con l’accetta di cui era armato mi dette sette od otto cuzzolate, mi sgraffiò ad una guancia ed io allora mi inferocii, non seppi più quello che feci e del fatto non ricordo ora più nulla. Menai al Crusco senza sapere quello che facessi e non ricordo se in quel momento avevo intenzione di uccidere il Crusco o semplicemente ferirlo.
- E tuo padre che ruolo ha avuto nel fatto?
- Mio padre quella notte non si alzò per nulla dal letto e, poveretto, non concorse materialmente al delitto da me commesso, né mi determinò o mi eccitò a commetterlo
- Secondo quanto ha detto Crusco, tua sorella lo corrispondeva e tu eri d’accordo, mentre stai affermando esattamente il contrario…
- Mia sorella è rimasta sempre negativa dinanzi alla corte spietata che le faceva Crusco. Io ed i miei genitori ce ne dolemmo sempre verso il Crusco ma invano. Voglio aggiungere che porto i segni della sua aggressione e mi riservo di denunciarlo
Gennaro Miraglia, 55 anni, conferma parola per parola il racconto di suo figlio Peppino
- Saverio Crusco non aveva intenzioni serie verso Adelaide, tanto che nessuna richiesta era stata fatta dai suoi genitori. Piuttosto la importunava come importunava noi con quelle canzoni oscene che cantava sotto la nostra finestra e io ero così infastidito che dissi al fratello maggiore, Antonio, di rimproverarlo e di farlo smettere ma non dissi affatto che lo avrei fatto a pezzi! Saverio è un pessimo soggetto e appartiene a una famiglia di gente cattiva. Una notte, dopo aver cantato, si mise a urlare: Ti faccio cornuto e carogna, evidentemente riferendosi a me. La notte del fatto, Saverio e i suoi amici sono venuti di nuovo a cantare canzoni oscene. Io ed i miei parenti, ad evitare quistioni, ce ne stemmo in casa senza neppure affacciare e redarguire quei giovinastri. Dopo circa quaranta minuti di suono e di canto, il Crusco Saverio gridò, evidentemente al mio indirizzo: Miraglia, cornuto e carogna… ti debbo fare carogna… fatti avanti, u core ti faccio a lenze a lenze. A tali parole di grave provocazione, mio figlio Peppino scattò dal letto, non si fece trattenere da me e dalla madre, uscì all’aperto e scappò verso la proprietà di don Persio Saporiti, ove i tre cantavano gridando: Stanotte o mi ci fai carogna o ti ci faccio! Peppino è uscito come si trovava, disarmato. Dopo un’ora, io e mia moglie temendo che nostro figlio fosse stato ucciso, giacché gridava da lontano: Siatemi buoni testimoni! Accorremmo ma strada facendo incontrammo Peppino che veniva verso di noi, mentre il Crusco era già in casa.
Saverio e Fedele Pignata, interrogati, forniscono particolari inediti e interessanti
- La madre di Saverio non voleva che ci fermassimo vicino la casa dei Miraglia per cantare e ne nacque un vivace scambio di parole tra madre e figlio, finché la donna non se ne andò. Se ne andò anche De Fino e noi cominciammo a suonare e cantare. Io e Crusco – assicura il diciassettenne Saverio Pignata – cantammo per un bel po’ canzoni amorose pulite poi, alla fine di una canzone, lui si è messo a gridare: Sono stato amminazzato da nu carogna! Subito si è affacciato alla finestra Gennaro che ha risposto in tono minaccioso: Chi è stu carogna… chi è stu carogna? Smettemmo subito di suonare e cantare e riprendemmo il cammino ma fatti pochi passi vedemmo uscire dalla casa Gennaro Miraglia e suo figlio Peppino armato di scure. Io capii che le cose non sarebbero finite bene e per non trovarmi coinvolto mi allontanai lasciando sul posto Saverio Crusco, sua madre e Fedele Pignata. Lungo la strada incontrai Pietrantonio Peropada che andava verso la montagna e dopo esserci salutati proseguimmo ognuno per la propria strada. Dopo qualche minuto sentii la voce della madre di Crusco che, piangendo, gridava: Amara mia, disgrazia mia, che danno stasera… amara mia che danno che mi è successo… ma non diedi troppa importanza alla cosa, pensando alle questioni tra madre e figlio. Solo il giorno dopo ho saputo quello che era successo…
- Ma la madre di Crusco non era andata già via? Insomma – sbotta Scaravaglione – la madre c’era o non c’era?
- Fino a un certo punto c’era, ma adesso non ricordo con esattezza se c’era ancora quando io me ne sono andato…
Fedele Pignata racconta
- Quando Crusco gridò: Sono stato amminazzato da nu carogna! Gennaro Miraglia rispose: Chi è stu carogna… chi è stu carogna? L’aiu fattu u carogna intra a fissa di suorta! Forse gli altri non ricordano bene. Ricordo che Peppino Miraglia, inseguendo Crusco, gridava: Aspetta figlio di porca… aspetta figlio di porca… Al che, io avanti e il Crusco dietro, ci mettemmo a scappare mentre Saverio Pignata era già scappato. A un certo punto non ho più sentito il passo di Crusco dietro di me e non so se fosse caduto o fosse stato raggiunto da Peppino. La madre di Crusco in quei momenti non c’era, era già andata via. Saverio da più di un anno frequentava la casa dei Miraglia col consenso di Peppino e dell’altro fratello Luigi, ma davanti al padre Peppino diceva di essere contrario, tant’è che una delle sere che siamo andati a suonare sotto la casa di Miraglia, Gennaro e Peppino si sono affacciati e dopo avere rimproverato Saverio dicendo che lo avevano rispettato tante sere ma che ora non ci doveva andare più e Peppino aggiunse: Fortuna per voialtri che non vi ho sparato.  Crusco rispose che egli faceva all’amore con Adelaide per fine di matrimonio, che amoreggiava da più di un anno, ma i due Miraglia hanno detto: Questo amore a noi non ci piace, noi non ne vogliamo sapere. Vieni tu ma tua madre non viene, volendo significare che non c’era stata una richiesta formale di matrimonio da parte dei genitori di Saverio.
Gli inquirenti contestano a Gennaro Miraglia queste due testimonianze e l’imputato osserva
- Le deposizioni di Pignata Saverio, cugino del Crusco, e di Pignata Fedele, amico dello stesso, sono favorevoli a questi e contrarie a me ed a mio figlio. Io quella notte non sono uscito di casa e non ho incitato Peppino a colpire Crusco
Ci sono molte difficoltà per ricostruire la dinamica esatta degli avvenimenti perché ognuna delle persone coinvolte ha motivo di raccontare tutto secondo la propria convenienza, finché il settantenne Pietrantonio Peropada non risponde alle domande del Pretore Alfonso Giannuzzi
- Quella sera stavo andando in montagna a cavallo di una giumenta e sentii che due persone arraggiavano vicino alla casa dei Miraglia. In uno dei due riconobbi Peppino Miraglia, ma l’altro non feci in tempo a vedere chi fosse perché la giumenta, sentendo quel chiasso, si era innervosita  e temevo di essere disarcionato e alla mia età ci avrei potuto restare secco. Ho gridato all’indirizzo dei due: Stativi quieti che a jumenta si appaura! ma i due continuarono a fare chiasso finché ho visto che Peppino Miraglia scappava e l’altro gli correva dietro a breve distanza, dandogli dei colpi col dorso di una scure. Capii allora che i due non scherzavano ma stavano litigando. Quando sono passati accanto a me, la giumenta si è imbizzarrita e si è impennata; stavo per cadere e allora sono smontato e faticavo a tenere calmo l’animale che scalciava, ma nello stesso tempo guardavo verso i due. Ho visto che Miraglia si è fermato di scatto, si è girato verso quello che lo inseguiva ed è riuscito a togliergli la scure, poi lo ha buttato a terra e lo ha colpito parecchie volte alla testa con l’arma. Quando Peppino si è fermato e si è alzato tornando verso casa, l’altro è rimasto a terra senza parlare e senza muoversi. In tutta onestà pensavo che l’altro fosse morto e quindi sono rimontato in sella e ho continuato ad andare verso la montagna
E Adelaide? Che ha da dire sulla faccenda?
- Lo ritenevo un bravo giovane. Da circa un anno mi corteggiava dicendomi che mi voleva sposare. Quando mi incontrava ora mi guardava, ora mi sorrideva, ora mi rivolgeva qualche parolina amorosa e io corrispondevo al suo amore. I miei si accorsero dell’amoretto e mi rimproverarono dicendomi che non dovevo dargli confidenza dato che da parte della sua famiglia non vi era stata alcuna richiesta di matrimonio. Io però continuai a corrispondere al Crusco e qualche volta ci fermammo per parlare fra noi di cose innocenti mentre in aperta campagna facevamo pascolare i nostri animali. Parecchie volte Saverio è venuto a suonare e a cantare con i suoi amici vicino a casa mia e le ultime volte, essendosi accorto della contrarietà dei miei genitori alle canzoni amorose, aggiunse qualche parola di sdegno, ciò che finì per alienare maggiormente l’animo di mio padre. Domenica 18 agosto io e mio fratello Luigi stavamo facendo pascolare le pecore in contrada Cerrito quando, verso il vespro,  si avvicinò Saverio e mi propose d’andarmene con lui, di scapparmene con lui, al che io risposi che poteva fare a meno di tale proposta, che io avevo corrisposto al suo amore  perché lo ritenevo animato di buone intenzioni, che io non sarei scappata con un uomo. Egli allora tolse la scure a mio fratello Luigi, mi afferrò un polso, infilò un braccio suo sotto un mio braccio e cercò di trascinarmi seco. Io mi piantai sul terreno; mio fratello ed io chiamammo Pignata Fedele che era in quei pressi al soccorso, ma il Pignata restò nel posto ove si trovava. Il Crusco mi tenne ferma per qualche minuto ma infine io riuscii a svincolarmi e scappai seguita da mio fratello verso la nostra casa ove giungemmo piena di paura e subito raccontai dell’accaduto a mio padre, a mia madre ed a mio fratello Peppino. La notte del fatto Saverio venne a cantare vicino casa e le sue erano canzoni di sdegno. Ricordo che, tra le altre cose, diceva: Cornuto e carogna ti debbo fare carogna… fatti avanti… u core ti faccio lenze a lenze. A tali parole mio fratello Peppino saltò dal letto e malgrado le preghiere e le minacce dei nostri genitori, uscì fuori per andare incontro al Crusco ed avvenne quello che avvenne.
- Tuo padre che cosa ha fatto? – le chiede il Pretore
- Mio padre e mia madre uscirono di casa a quistioni finite e quando, cioè, intesero Peppino gridare: Siatemi buoni testimoni!
- È vero che Crusco veniva spesso in casa vostra?
- No. I miei genitori ed i miei fratelli non ammisero mai in casa il Crusco e se io e lui ci scambiammo qualche parola amorosa, ciò avvenne in aperta campagna in assenza dei miei parenti
Saverio è giudicato fuori pericolo e le sue condizioni migliorano ogni giorno di più. Con un po’ di pazienza potrà tornare alla sua vita di sempre.
L’avvocato Stanislao Amato, che difende i due Miraglia, chiede per i propri assistiti la libertà provvisoria perché, per quanto riguarda Peppino, dagli atti risulterebbe che il reato ascrivibile non debba essere quello di tentato omicidio ma di lesioni volontarie (e per giunta a seguito di gravissima provocazione) e per quanto riguarda Gennaro, non sussistendo l’ipotesi del tentato omicidio, resterebbe al massimo un concorso in lesioni personali gravemente provocate che, tuttavia, è frutto esclusivo di fantasia e di speculazione. Le istanze rimangono senza esito e quindi cambia strategia: parte una denuncia a carico di Saverio Crusco per lesioni, minacce, ingiurie, disturbo della quiete e tentata violenza carnale.
Non si devono fare ulteriori indagini, gli atti sono completi per tutti e tre gli imputati e partono le richieste di rinvio a giudizio.
La Sezione d’Accusa, l’11 marzo 1919, si pronunzia rinviando a giudizio Peppino Miraglia per tentato omicidio e dichiara il non luogo a procedere sia per Gennaro Miraglia che per Saverio Crusco.
Dopo venti mesi dal fatto si tiene il processo presso la Corte d’Assise di Cosenza che durerà solo due giorni, il tempo necessario per condannare Peppino a venti mesi di reclusione, quelli che ha già scontato. La Giuria, comunque, ritiene che nei suoi confronti si possa applicare l’indulto del 21 febbraio 1919 e gli condona quattro dei mesi già scontati.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.






venerdì 15 luglio 2016

PER BRUTALE MALVAGITA'

È mezzogiorno quando il 2 giugno 1917 gli Agenti di Pubblica Sicurezza Vincenzo Puma e Adolfo Arcadi fanno entrare nei locali della Delegazione una ragazza, visibilmente scossa, con in braccio un bambino che piange disperatamente
- Mi chiamo Vittoria Rocca, ho diciannove anni e sono di Zagarise in provincia di Catanzaro – esordisce – circa due anni fa, a seguito di lusinghiere promesse di matrimonio  da parte di Vito Marchese di San Nicola di Crizza, restai incinta. Durante la gravidanza Vito venne richiamato alle armi e io mi trasferii a Sersale dove abitai per qualche mese e poi mi trasferii a Catanzaro dove, dopo otto giorni di ricovero all’Ospedale Civile, partorii questo bambino – continua accarezzandogli la testolina – che battezzai col nome di Rocca Giovanni di Vittoria, dopo averlo registrato al Comune. Tornai a casa dai miei genitori e lì mi raggiunse Vito che, nel frattempo, era stato riformato e con nuove promesse mi indusse a seguirlo a Cosenza dove aveva trovato lavoro alla fabbrica del tannino. Stamattina sono uscita per fare la spesa e ho lasciato in casa Vito e Giovannino ma quando sono tornata, abitiamo a Cosenza Casali nella casa di Borrelli, ho trovato la finestra sbarrata e la porta chiusa con la chiave nella toppa. Sono entrata e Vito non c’era più, aveva anche portato via le sue cose; però c’era Giovannino per terra, nudo, che piangeva. Quando l’ho preso in braccio ho visto i segni delle botte… più che botte sono morsi, si vedono pure i segni dei denti… guardate anche voi – dice slacciando la camicina del bambino e porgendolo agli Agenti – sono dappertutto…
Puma e Arcadi cercano di calmarla e mandano a chiamare un medico che certifica le lesioni e le giudica guaribili in un paio di settimane. Poi si mettono alla ricerca del venticinquenne Vito Marchese detto ‘U Ciaramellaru ma non riescono a trovarlo nemmeno al lavoro dove non si è presentato. Dopo qualche giorno i due Agenti vanno a casa di Vittoria e non trovano nemmeno lei:
- È partita… ieri è venuto un uomo a dirle qualcosa e stamattina se n’è andata col bambino – risponde loro una vicina di casa
- Ma era il marito… cioè l’amante… insomma quello che abitava con lei?
- No no! Non l’avevo mai visto prima…
I due agenti tornano alla Delegazione e archiviano l’indagine.

***************
Amantea, 9 luglio 1917. La cantina di Luisa Andreani è un fresco rifugio nelle ore più calde del pomeriggio e il postino Luigi Furelli, appena terminato il lavoro, va a bere un bicchiere di vino fresco. L’ostessa, nel versargli il vino, gli dice
- L’hai inteso cosa ha fatto questa porca fricata?
- Chi? – le chiede il postino
- La straniera
- Che ha fatto? – continua il postino portando alle labbra il bicchiere
- Ha fatto morire a furia di botte un bambino di 18 mesi, anche mordendolo sul viso e torcendogli i coglioncelli!
- Secondo me il bambino è morto proprio per il fatto che gli ha torto i testicoli… – risponde quasi distaccato Furelli mentre si asciuga la bocca col dorso della mano. Poi posa il bicchiere ed esce dalla cantina.
La notizia ha già fatto il giro del paese perché l’Ufficiale Sanitario, dottor Pietro Arlia, che è stato chiamato nella casa di via Margherita dove abitava il bambino con i genitori per costatarne il decesso, ha notato sul corpicino delle lesioni incontestabilmente dovute a percosse che, secondo il medico, hanno provocato al bambino delle forti convulsioni e quindi la morte. Di conseguenza, il dottor Arlia ha relazionato al Vicebrigadiere Domenico Bova che è intervenuto immediatamente arrestando i genitori
- Mi chiamo Vittoria Rocca, ho 19 anni e sono di Zagarise in provincia di Catanzaro – si, proprio lei – Vito Marchese non è mio marito ma è il padre del mio povero bambino. – poi continua raccontando la storia della sua vita, omettendo però i mesi trascorsi a Cosenza e la relativa denuncia contro Vito per i maltrattamenti a Giovannino, ma ammette vagamente qualcosa – Negli ultimi tempi mi sono accorta che Vito non vedeva più di buon occhio il bambino, ma non so perché. Io non ho mai maltrattato né picchiato Giovannino, nemmeno lievemente e se qualcuno è responsabile della sua morte, non può che essere Vito!
- Non so spiegarmi cosa sia successo – attacca Vito – mai l’ho maltrattato perché era figlio mio anche se non porta il mio cognome… ho solo visto sul viso del bambino dei segni, ma sicuramente sono dovuti a qualche caduta perché era un bambino molto vivace…
- Allora lo ha picchiato la madre… – insinua il Vicebrigadiere
- Io non ho mai visto che lo picchiava… ma non posso dire che non l’abbia fatto quando non ero in casa…
I dottori Filippo Verre e Andrea Veltri sono incaricati di eseguire l’autopsia su Giovannino che è stato portato nella camera mortuaria del cimitero. Il cadaverino giace in una cassa di abete foderata internamente ed esternamente con tela color rosa. Intorno alla testa ha una corona di fiori d’arancio artificiali; sul petto confetti e garofani già appassiti. Indossa veste, sottoveste, camicia e corpetto di tela bianca, quest’ultimo tenuto aderente al petto con fascia di cotone pure bianca; calza scarpine bianche ed i piedini e le piccole gambe sono ricoperte di calzini del medesimo colore. Verre e Veltri si commuovono quando denudano il corpicino, poi si fanno il segno della croce e cominciano il loro lavoro. Annotano che Giovannino è lungo 76 centimetri, che ha il cranio dolicocefalo e che presenta numerose cicatrici: una sulla regione frontale destra della grandezza di un piccolo fagiuolo: intorno ad essa si osserva suffissione sanguigna bluastra. Una seconda cicatrice ricoperta da crosta sulla regione deltoidea del braccio destro a forma di losanga, lunga 2 cm circa; una terza cicatrice sulla regione inguinale destra e sullo scroto una ecchimosi più diffusa a destra; una quarta cicatrice sulla regione dorsale della grandezza di un fagiuolo; in vicinanza del rafe un’abrasione cutanea di data piuttosto recente; sulla regione latero-cervicale sinistra, dove come si è detto è più intenso il marezzamento venoso, notasi una tumefazione la quale si estende alla regione mastoidea e a quella temporale del lato omonimo e agli arti superiori. Con la palpazione si constata un sensibile crepitio dovuto alla presenza di aria nel tessuto sottocutaneo (enfisema); in vicinanza del muscolo sterno-cleido-mastoideo si nota una perdita di sostanza che interessa soltanto l’epidermide, mettendo a nudo il derma. La lesione è di data recente e si estende alla regione sopra e sottoioidea e ha un’estensione di circa 8 cm; sulla regione zigomatica destra una lividura a forma ovale del diametro massimo di 6 cm; sulla regione posteriore del braccio destro una lividura recente di forma ovoidale del diametro massimo di 6 cm che ha le seguenti caratteristiche: un alone bluastro interrotto in alcuni tratti per brevissima estensione. Queste due ultime lividure in linguaggio comune si chiamano morsi. I periti riscontrano anche che il bambino era affetto da rachitismo, da tubercolosi diffusa a tutto il polmone destro e da un focolaio di pneumonite traumatica estendentesi a tutto il lobo superiore del pulmone sinistro. Patologie, queste, che da sole avrebbero potuto portare Giovannino alla morte, facendola rientrare in quella tipologia che viene definita morte improvvisa.  I periti si spingono addirittura oltre e affermano che crediamo non lontano il giorno in cui più che parlare di morte improvvisa nei bambini come entità a sé, potremo più propriamente parlare di lesioni che possono, nell’infanzia, riuscire rapidamente mortali.
Quando Verre e Veltri aprono il cranio del povero Giovannino notano che la dura madre è fortemente iniettata di sangue specialmente nella regione occipito-temporale destra; la massa cerebrale si presenta spappolata, ridotta a una poltiglia da non permettere di eseguirvi i tagli prescritti dalla tecnica. Quello che però ci colpisce è un abbondante stravaso di sangue specie sulla regione parieto-occipitale di destra.
Poi passano ad analizzare in che modo sono state prodotte le lesioni sul corpo del bambino, la causa della morte, i mezzi che l’hanno prodotta e quando questa è avvenuta.
Le lesioni sono certamente traumatiche e non è possibile determinare (morsi a parte) la natura del corpo contundente che le hanno prodotte in periodi diversi. Per quanto riguarda la causa della morte, scartata l’ipotesi dello strozzamento, sostengono che questa sia stata dovuta alla contusione profonda sulla regione latero-cervicale sinistra che ha dato luogo a pneumonite traumatica e che in un soggetto rachitico e tubercolotico, e quindi eminentemente predisposto alle convulsioni eclampsiche, ha determinato la morte per eclampsia[1]. Secondo i periti, quindi, sebbene la causa immediata della morte sia stato il colpo sul collo di Giovannino, altrettanto immediate sono state le patologie di cui il bambino soffriva che lo avrebbero comunque portato, a scadenza più o meno breve, a morte certa. Tutto questo assodato, poiché non ci è dato ammettere che la madre fosse consapevole del male incurabile che minava la tenera esistenza del proprio bambino, ci porta ad ammettere le concause preesistenti.
Ad Amantea i sospetti cadono tutti su Vittoria, accusata principalmente dalle vicine di casa, come esecutrice materiale del delitto mentre per Vito si ipotizza che sia stato suo complice
- Il bambino piangeva sempre e da qualche giorno presentava una ecchimosi al volto… la madre lo sgridava sempre e non voleva allattarlo – riferiscono Marianna Rizzo e Annunziata Bonavita la quale, tuttavia, aggiunge – udendolo piangere accorrevo con grande sollecitudine giacchè era giunto al mio orecchio dai miei bambini e dai loro coetanei di appena cinque o sei anni i quali accorrevano presso il suddetto bambino che se ne stava seduto su di un seggiolino, che la madre lo percuoteva. Rammento che l’imputata, allorquando le chiedevo cosa avesse colui che piangeva, mi rispondeva che voleva poppare e poiché io la incitavo ad accontentarlo, essa mi replicava che era incinta di quattro mesi e che non poteva più allattarlo. Non mi consta, né mi sono accorta che la imputata o l’amante di lei abbiano maltrattato o percosso il bambino. Credo però che l’amante non abbia potuto picchiarlo perché se ne stava sempre a lavorare alla stazione per il carico dei carboni e si ritirava dal lavoro per mangiare e per dormire
- Ma se accorrevate immediatamente ogni volta che il bambino piangeva, possibile che non vi siate mai accorta che la donna picchiava il bambino? – le contesta il Pretore – eppure da quello che è emerso dall’autopsia questa circostanza è lampante…
- Ho detto la verità e confermo tutto – risponde
- Secondo me sapete più di quanto dite perché riesce difficile pensare che non abbiate approfondito le parole che vi hanno detto i vostri figli e gli altri bambini…
- Insisto nel dire che non l’ho mai vista picchiare il figlio
Vito è considerato un brav’uomo, dedito al lavoro dalle sei di mattina alle nove di sera non muovendosi mai, tanto che la sua amante Rocca Vittoria verso mezzogiorno gli portava da mangiare, dice Giuseppe Proto, proprietario della ditta presso cui lavorava. Mai percosse o maltrattò il bambino ed anzi pareva gli volesse bene, tanto che non rifuggiva di quando in quando di portarlo a camminare unitamente all’amante nelle sere in cui si ritirava meno stanco, giura il collega Pietro Tamburi.
Insomma, tutti ne parlano ma nessuno ha visto niente, eppure i segni delle botte Giovannino li aveva ed erano anche evidenti!
La notizia della morte di Giovannino si sparge e, casualmente, viene a conoscenza degli Agenti di P.S. Puma e Arcadi, i quali ricordano perfettamente la denuncia sporta da Vittoria contro Vito e trasmettono gli atti al Giudice Istruttore.
Dopo questa novità, Vittoria e Vito affrontano un drammatico confronto davanti al Pretore
- Pensai e penso tuttavia ragionevolmente che nessun altro se non tu poté cagionargli i cinque morsi alle spalle ed in altri punti del corpo, nonché due larghe ecchimosi nelle guancie. Fu per questo che ti denunciai all’Autorità di P.S., come ti denuncio all’autorità giudiziaria sostenendotelo in faccia. Non avevo né ho ragioni di rancore contro di te e per tanto non è il caso di parlare di vendetta, sentimento, questo, che nel mio animo non è mai albergato – accusa Vittoria
- Dici quel che vuoi; fate quel che volete; mandatemi dove vi pare; a me non importa. Dico soltanto ed affermo che mai, e tanto meno il due giugno ultimo (a Cosenza, nda) ho maltrattato e percosso Giovanni – ribatte Vito col tono di chi ormai è rassegnato al proprio destino.
Adesso tutto sembra più chiaro: è Vito ad essere il principale indiziato e il movente va ricercato nella brutale malvagità del proposito del Marchese di sopprimere la creaturina per sottrarsi agli obblighi di cura e di alimenti, sostiene il Sostituto Procuratore Filippo Coscarella che continua: Se dubbio permane sulla responsabilità della donna, in quanto ella avrebbe, in epoca precedente, denunziato alla P.S. i maltrattamenti subiti dal piccolo Rocca ad opera del suo amante, nessun dubbio può sussistere sulla responsabilità del Marchese il quale, anche col suo contegno remissivo e supplicante tenuto nei diversi confronti con la druda, ha rivelato di essere il colpevole.
La motivazione della richiesta di rinvio a giudizio per Vito Marchese e Vittoria Rocca è di quelle che fanno piegare le ginocchia: per avere nel 9 luglio 1917 in Amantea ed in precedenza in Cosenza Casali, con gravi sevizie e per brutale malvagità, cagionato la morte di Rocca Giovanni di mesi 18, figlio naturale della Rocca Vittoria. Pena prevista: ergastolo.
La Sezione d’Accusa sposa in pieno la tesi della Procura del re di Cosenza e i due amanti sono rinviati a giudizio. È il 18 febbraio 1918.
Nel dibattimento, l’avvocato Tommaso Corigliano, che difende Vittoria Rocca, e l’avvocato Ernesto Fagiani, che difende Vito Marchese, trovano un appiglio nella perizia autoptica e così riescono a smontare la tesi dell’accusa, almeno per quanto riguarda la qualifica della brutale malvagità: le percosse e i maltrattamenti non sono affatto provati, affermano, e la morte rientra perfettamente in quella che i periti hanno definito morte improvvisa.
Il Pubblico Ministero resiste ma poi si arrende e nella requisitoria ritira l’accusa per l’omicidio per entrambi gli imputati. Sostiene i maltrattamenti a carico del Marchese e ritira questa accusa a carico della Rocca.
Fagiani non è ancora soddisfatto e chiede che Vito Marchese sia assolto anche dall’accusa di maltrattamenti.
Il 30 giugno 1920 viene data lettura della sentenza: assoluzione per Vittoria Rocca, che nel frattempo ha partorito un altro maschietto, e condanna a due anni e due mesi di reclusione per Vito Marchese, responsabile dei maltrattamenti a Giovannino.[2]




[1] Sindrome caratterizzata da convulsioni simili a quelle epilettiche ma che non sono provocate da una malattia cerebrale.
[2] ASCS,Processi Penali.