lunedì 29 agosto 2016

RUGGINE COLOR SANGUE

- Avete visto Mastro Luigi? – chiede il bovaro Federico Fucetola a due anziani seduti a prendere l’ultimo sole di settembre su di un gradino accanto alla bottega del fabbro ferraio Luigi Desiderato
- È andato da Mastro Gerardo Pagano – gli rispondono
Il bovaro storce il muso. Ha fretta di ferrare i suoi buoi che ha lasciato sulla spiaggia di Paola e il fatto di dover andare nella bottega di Pagano lo infastidisce non poco perché è da tempo che non gli rivolge la parola per questione di gioco di carte, ma la necessità è impellente e si incammina. Quando è sulla porta della falegnameria di Gerardo Pagano non vede nessuno e così decide di mettere piede nella bottega per chiamare il fabbro.
- Scostumato che non sei altro! Come ti permetti? Tu qui non devi entrare! – lo accoglie Pagano, poi gli da uno spintone per farlo uscire. Fucetola reagisce spingendolo a sua volta e i due finiscono per accapigliarsi e finiscono avvinghiati a terra. Solo l’intervento di Mastro Luigi Desiderato pone fine alla questione e il fabbro col bovaro vanno sulla spiaggia per ferrare i buoi.
Mastro Luigi lavora alacremente e Fucetola lo aiuta per finire prima del tramonto quando spunta alle loro spalle Gerardo Pagano con in mano un’accetta
- Ora la finiamo una volta per tutte! – urla avventandosi contro il bovaro che riesce a schivare il colpo e si mette a correre sulla sabbia, inseguito per qualche centinaio di metri da Pagano, che alla fine desiste
- Prima o poi con quello finisce male – dice Fucetola, ancora ansimando, al fabbro. Poi tornano insieme nella bottega e terminato il lavoro ognuno va per la propria strada
Ma non è ancora finita. Pagano, ormai partito di testa, aspetta l’avversario con un coltello in mano e lo aggredisce di nuovo e di nuovo Fucetola riesce a scappare dirigendosi verso l’Ufficio del Dazio dove ci sono un sacco di agenti della Guardia di Finanza e adesso si sente al sicuro. Però non ha fatto i conti con la feroce determinazione di Mastro Gerardo a chiudere i loro conti e se lo trova ancora una volta davanti. Questa volta sa che non potrà evitare lo scontro e quando Pagano sta per lanciarsi addosso a lui, estrae dalla tasca una rivoltella e fa fuoco.
Per fortuna di Mastro Gerardo il colpo è male indirizzato e la pallottola lo ferisce di striscio a una spalla. Fucetola butta la rivoltella e cerca di scappare prima che i finanzieri escano dalla caserma ma per sua sfortuna proprio in quel momento sta rientrando la Guardia Domenico Feurra che si mette a inseguirlo, come lo insegue anche Pagano, dopo aver raccolto la rivoltella dell’avversario, pronto ad usarla a sua volta.
Il bovaro entra nel cantiere dove si fabbricano i blocchi di calcestruzzo che servono alla costruzione del porto di Paola e cerca di nascondersi tra i blocchi stessi, ma la Guardia lo vede e lo acciuffa. Nel frattempo arrivano altri finanzieri richiamati dallo sparo e dalle urla dei passanti. Vedono Pagano armato e lo bloccano, mentre Feurra trascina per un braccio il bovaro.
È tutto finito e per fortuna c’è scappata solo una ferita molto superficiale.
Mentre Feurra e Fucetola camminano uno di fianco all’altro, da dietro un blocco di calcestruzzo sbuca un uomo armato di rivoltella il quale, a non più di due metri di distanza, spara un colpo contro il bovaro, ferendolo gravemente alla gola. Gli altri agenti su buttano sull’uomo, identificato per il ventitreenne fuochista Alfredo Laudonio, e l’arrestano, ma non riescono a sequestrargli l’arma perché aveva già fatto sparire la rivoltella, forse in mezzo alla folla che si era adunata intorno, né fu possibile più ritrovarla.
È il 29 settembre 1915 e il sole è quasi del tutto tramontato quando i tre vengono portati nella caserma della Guardia di Finanza in attesa dell’arrivo dei Carabinieri e intanto procedono a una prima sommaria ricostruzione dei fatti. Così scoprono che Alfredo Laudonio, l’uomo che ha ferito il bovaro, è un soldato del I° Reggimento Artiglieria di stanza a Casale Monferrato, a Paola in licenza di convalescenza. Accertano anche che è il cognato di Mastro Gerardo e le cose adesso cominciano a diventare più chiare.
Arriva anche il medico che visita i feriti e giudica la ferita riportata al collo dal bovaro Fucetola non grave sebbene il proiettile sia entrato nella parte anteriore sinistra del collo, poco sopra l’inserzione tra lo sterno e la clavicola, e non presenta foro di uscita. Il dottor Beniamino Magnavita ritiene imprudente specillare la ferita per stabilirne il percorso nel corpo del ferito e ipotizza che esso o sia incuneato in un punto in cui la nostra osservazione non arriva, ovvero che abbia ferito senza penetrare oltre i due centimetri caduti sotto la nostra osservazione e afferma che la ferita è guaribile oltre il decimo giorno salvo complicanze e reliquati.
Quando arrivano i Carabinieri portano tutti e tre gli arrestati nel carcere di Paola ma, appena riferiscono al Pretore che Laudonio è militare in servizio questi ne dispone il trasferimento presso la camera di sicurezza del Distretto Militare di Cosenza.
La dinamica dei fatti e le singole responsabilità a questo punto sembrano chiare e il procedimento penale può avviarsi a una rapida conclusione con l’accusa di tentato omicidio per Laudonio e Fucetola e di concorso nello stesso reato per Pagano. Ma nel giro di pochissimi giorni le condizioni del bovaro peggiorano. Alla ferita da arma da fuoco si aggiunge una pleurite essudativa del polmone sinistro e il dottor Magnavita certifica che è in pericolo di vita. Il 10 ottobre l’avvocato Samuele Tocci, considerato che Fucetola è  piantonato nel suo letto di dolore e quindi motivi di giustizia e di umanità consentono che le sue sofferenze non si aggravino oltre con un provvedimento di rigore, fa istanza al Procuratore del re di Cosenza chiedendo la scarcerazione del suo assistito. Viene ordinata una perizia medica della quale è incaricato lo stesso dottor Magnavita il quale, dopo cinque giorni relaziona: trovo che la lesione esternamente è guarita e la malattia e la incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per giorni 16. l’infermo attualmente grandemente migliorato dalla pleurite, giusto il mio ultimo referto del 9 corrente mese, non si può tuttavia dichiarare fuori pericolo di vita per l’estrema debolezza. Tale stato può avere la durata di 5 o 6 giorni e attualmente non posso precisare il termine per la completa guarigione. Ovviamente Fucetola resta piantonato nell’infermeria del carcere e il Procuratore del re chiede una nuova relazione da consegnargli il giorno 20 successivo, ma il 18 ottobre il bovaro muore.
Il Procuratore del re non la prende bene e ordina che sia eseguita una perizia necroscopica sul cadavere di Fucetola anche per stabilire se il dottor Magnavita abbia agito con competenza o meno e se la pleurite può essere messa in relazione con la ferita al collo. Nello stesso tempo il capo d’imputazione cambia in omicidio volontario.
In questi venti giorni sorge un altro problema: Laudonio viene praticamente dimenticato nelle prigioni della Caserma Fratelli Bandiera, senza che nessuno si preoccupi di andare a interrogarlo. Ma la competenza di chi è? Della giustizia militare o di quella ordinaria? La questione è spinosa e ci vorrà del tempo per risolverla.
Quello che invece si risolve subito è la questione sulle cause che hanno determinato la morte del bovaro. La perizia, affidata ai dottori Natale Logatto e Alessandro Adriano di Cosenza, deve chiarire i tre quesiti che i giudici pongono: 1) Quale sia stata la causa unica ed esclusiva della morte del Fucetola; 2) In quale relazione con la stessa stia la ferita da arma da fuoco riportata; 3) Se, dato l’esame anatomico di tutti gli organi del Fucetola, possa dirsi che esistevano cause preesistenti, o che vi siano cause sopravvenute che abbiano in alcun modo contribuito alla morte del detto Fucetola.
I periti stabiliscono che la diagnosi esatta della malattia mortale è: pleuro-mediastinite purulenta acuta con generalizzazione settico-piemica. Poi stabiliscono che il proiettile è penetrato nel mediastino[1] posteriore e nella pleura sinistra con lesione dei corpi della seconda e terza vertebra dorsale.
In questo piccolo spazio del corpo, fanno notare Logatto e Adriano, sono compresi molti organi vitali e, criticando le ottimistiche previsioni del medico curante, è facile comprendere la gravezza delle lesioni che possono colpirlo e, nonostante tutto, bene hanno fatto i medici curanti a non tentare un intervento chirurgico perché l’esame esterno non lasciava pensare che ci fossero delle lesioni ad organi vitali.
Ma ecco in  giuoco dopo qualche giorno un fatto nuovo; la comparsa di una pleurite essudativa a sinistra. Qui comincia il pericolo di vita. E se il Dott. Magnavita avesse cercato di stabilire, anche con i semplici mezzi di cui ogni medico dispone, la natura dell’essudato, ancor maggiormente avrebbe avuto ragione di temere per la vita del Fucetola e non avrebbe lasciato adito alle rosee speranze che trapelano dalla sua perizia del 15 ottobre, dove egli si preoccupa delle debolezza ed accenna ad una felice prognosi circa la pleurite. Era altrettanto facile diagnosticare la mediastinite? Avrebbe l’intervento operatorio, la operazione dell’empiema, potuto salvare l’infermo? No, rispondono i periti. La mediastinite è quasi impossibile da diagnosticare in presenza di una pleurite purulenta e, anche se diagnosticata e operata, il paziente sarebbe morto lo stesso perché la chirurgia del mediastino è oggi presso a poco ai suoi primi vagiti.
Concludendo, la morte non si sarebbe certo verificata se quest’individuo non fosse stato ferito. La causa della morte del Fucetola, cioè l’infezione, sta in rapporto diretto con la ferita d’arma da fuoco da lui riportata.
Quindi, essendo stata la morte di Fucetola conseguenza diretta del colpo di rivoltella, l’accusa viene cambiata in omicidio volontario.
Intanto Alfredo Laudonio langue sempre dimenticato nelle prigioni della Caserma Fratelli Bandiera a Cosenza. Ci vorrà il 29 febbraio 1916 perché il Giudice Istruttore riesca a interrogarlo
- Gli Agenti della Guardia di Finanza mentono – risponde alla contestazione del Giudice – non è vero che io sia rimasto nascosto tra i blocchi di cemento aspettando Fucetola. Io non ero insieme a mio cognato. Io ero nel Caffè Scrivano, che è vicino a dove accadde il fatto, e sono uscito quando ho sentito un colpo di rivoltella. Fuori del caffè c’erano degli amici i quali mi avvisarono che avevano sparato contro mio cognato Gerardo Pagano. Accorsi per vedere cosa stesse succedendo e nulla feci, né mi nascosi tra i blocchi di calce struzzo, né tanto meno ebbi il tempo di chiedere a mio cognato che cosa gli fosse accaduto per la molta gente che era corsa sul posto in cerca del feritore che poi vidi che era il Fucetola che fu agguantato dalle guardie di finanza trovatolo nascosto dietro un masso di calce struzzo, ma che io non avvicinai, mentre tutti fummo condotti alla caserma.
- Quindi non avete sparato voi a Fucetola…
- No. D’altronde alla perquisizione fattami a due passi dall’accaduto, si constatò che io non avevo armi e aggiungo che solo in caserma seppi da mio cognato che Fucetola gli aveva sparato
Purtroppo per lui nessun testimone è in grado di smentire le testimonianze degli Agenti che erano sul posto e per Laudonio si avvicina sempre più il giorno del giudizio.
Il 5 giugno 1916 la Sezione d’Accusa emette la sentenza di rinvio a giudizio nei confronti di Alfredo Laudonio per omicidio volontario e di Gerardo Pagano per minaccia a mano armata nei confronti di Federico Fucetola, prosciogliendolo dall’accusa di concorso in omicidio.
La Giuria, invece, riconosce a Laudonio di aver commesso il fatto nell’impeto d’ira o d’intenso dolore determinato da ingiusta ma non grave provocazione. Concesse le attenuanti generiche, in tutto fanno 9 mesi e 15 giorni di reclusione. A Gerardo Pagano va un po’ peggio e infatti per il reato di minaccia a mano armata, senza la concessione delle attenuanti, si becca 1 anno e 4 mesi di reclusione, più uno di sorveglianza speciale. È il 2 luglio 1919.
Tutti e due ricorrono per Cassazione ma entrambi i ricorsi vengono rigettati perché inammissibili.[2]



[1] Il mediastino è la porzione della cavità toracica compresa fra le due pleure, dette perciò mediastiniche. (dalla relazione dei periti) nda.
[2] ASCS, Processi Penali.

domenica 28 agosto 2016

LETTERE DA UN TRAGICO AMORE (parte prima)

Tonino e Antonietta sono due ragazzi di San Fili. Lui è di carnagione olivastra, occhi scuri e profondi, il naso un po’ adunco. Lei è l’esatto opposto: carnagione chiara, capelli biondi e occhi chiari.  La loro storia d’amore comincia verso la fine di ottobre 1910 e si sviluppa, nel bene e nel male, per i sei mesi successivi (per leggere la storia completa clicca qui). Si scambiano anche molte lettere di nascosto dai propri genitori ed è attraverso le parole da loro scritte che scopriremo il tumulto dei loro sentimenti e dei loro stati d’animo fino al tragico epilogo.

Angela mia
Puoi immaginare quanto gioia mi abbia recato la tua, poiché anche io quanto non ti vedo rammento la tua lettera e leggo quei tuoi versi amorosi che ànno paragonanza con la gentile violetta che nasce e chresce tra i cespugli della rupa e poi col suo olezzante profumo annunzia la sua bellezza, al pari siamo noi che covando un affetto nascosto la ardente passione che oggi ce lo fa comunicare e fa cominciare un era di felicità per dui giovani cuori; ma via ancora una tappa del bel sentiero cosparso di corallo primaverile.
Angela mia debbo ad ogni costo farti sapere lunico e solo mio desiderio per cui sarebbe quello di comunicare il nostro amore ai tuoi Genitori e vedere se loro avessero piacere; ciò non sembrarti difficile se mi vuoi bene, se questo non potrò osare scrivimelo lo stesso che tutto sarà attribuito a un segno della amore.
Intanto ricevi una cordiale stretta di mano di colui che tanto
T’adora
Ti prego di farmi stare inteso se qualche volta andate a qualche parte
Buona Festa
S. Fili 12/12/1910
L. A.

San Fili 18-12-1910
Amor mio
Con indicibile gioia leggo quei tuoi versi amorosi dove più li leggo e più li vorrei leggere. L’amor tuo mi strugge, mi consuma d’un amore accendiato che non sono capace a poterlo frenare perché i tuoi sguardi affascinanti minpotizarono e il mio amore hè disperato perché tu mi apparisti bello di una visione celeste e t’amai e t’amo di uno amore che mi scuote l’anima e mi fa tremare il cuore. E di ricambio alla tua parola t’amo con tutto il cuore e ti dico un giorno
Spera
Addio Buon divertimento e buona sera e sono
La tua Idolatrice

Ti prego a non attaccarti con Totonno, te lo cerco per l’amore che già nutrite




San Fili 28-12-1910

Mio dolce pensiero
Con ritardo rispondo alla tua cara e gradita da me. Dunque mio dolce angelo voglioti spiegare una cosa, che il nostro amore non devesi spargere a nulla, e i nostri sguardi affascinati buttarli al burrascoso vento? Perché l’amor tuo è scatenabile e un amore quasi più immenso delle plaghe azzurre e profonde come l’oceano, perché mi par vederti come un semplice ciacindo quando sbocciola i primi giorni e nel suo olezza mento t’invita odore e bellezza mi par vedere un Angelo beato che à del cielo tutti i segreti, un colombo timoroso che vola in cerchi perfetti, sei bello, sei un petro di ciprio, un grappolo d’uva spremuto dall’amore, sei bello infinitamente bello! Caro mio mi parlasti di spiegare il nostro amore ai genitori; ah tu mi permetti perché ancora ce molto la giovinezza, quando poi vai a fare il soldato se ne parla si resterebbe affirmato ma se no è lo stesso purchè sono fedeli i nostri amori non importa. Io per me sono fedelissima sino alla sepoltura e anche dopo morta non mi scorderei di te mio bel pensiero
La tua
Indimenticabile

Addio Buon divertimento per la prossima festa






Cara,
mi presento a voi questa mattina sotto la veste del mendicante. Riflettete che sebbene promessi da circa due mesi, non mi avete mai dato un qualsiasi ricordo. O’ atteso pazientemente che vi foste ricordato di compiere un tale dovere, ma dal momento che vi trovo così, mi permetto domandarvi questo ricordo. Dev’essere d’oro, mia cara, il vostro dono; dev’essere di quei fili dorati che adornano la vostra testa e che scendono come fili di luce sulle vostre spalle adornando il vostro collo alabastrino. Della vostra ricca chioma potete sacrificarne una cento milionesima parte, acciò io possa formarne un amuleto che vi ricordi a me quando da voi lontano . sperando che questa sera esaudirete i miei voti, mi dico vostro per sempre
fedele


Mio caro in eterno
Mi dite che il mese è già passato e le mie promesse sono state a nulla, non à mancato per me nel mentre che la fortuna volle così che se state bene tu, io il giorno preciso ubbidirò alle promesse. Dunque per questa volta non te li posso mandare perché stamattina sono pettinata e se mi vedono di nuovo raccogliere i capelli come dice mia matre, ad unìaltra mia sarà certo che o domani o dopo domani vanno a cosenza e io resto sola a casa e fo ciò che mi piace, non dubbiti che ciò che mi ordini io seguo, essi nemmeno mi ci vogliono portare a cosenza e ànno detto ti devi venire a vendere? E non ci vo certo e se poi facessero altra idea a ci andare pure io, troverò la causalità dello incerto, mi rimproverate che quando tu soffrivi io non ci nemmeno pensavo e quando mi ricordo tu mi turbavi; ah mio caro, lo so che non mi credi ma ti posso giurare che tu ài avuto il duol proprio ma io ò soferto al doppio del tuo, se mi faccio vedere turbata le persone incominciano a parlare ma io sò che il dolore l’avevo proprio al fondo del cuore e la casa di carolina sa i sospiri e il pianto amaro che ò versato per te, vedi, carolina si era noiata a dir sempre io e vai a vedere come passa… Finisco perché ò molta fretta ricevi un caldo bacio della tua
Indimenticabile

Ieri piansi per causa dei miei genitori, ti prego a non dare confidenza a carmela di quadiano

Adoratissima Antonietta
È già un mese che miavevate detto che mi mandavate la lettera ed i vostri capelli adesso è passato tutto il tempo che i avevate chiesto, dunque come si spiega?
Perché la tua madre e padre non sono andati a Cosenza questa mattina tu mi ài detto che forse vanno domani e tu vai pure io non voglio che tu vai perché io per amor tuo non sono andato questa mattina e tu nemmeno devi. Ti ringrazio infinitamente delle visite fatte, nemmeno se fosse stato uno che non t’avesse interessato che durante il mio esaurimento tu ti là passata a divertirti e a ridere tu credevi che io non ti vedevo ma io ò visto tutto non appena che tu mi vedevi facevi finta di non essere giusta.
Non fate qualche cattivo pensiero su di me perché io ò scritto per farti capire che io non sono come il tuo passato Perché iere mattina avete pianciuto forse per amor mio.
Non altro Ricevi un caro Bacino da colui che tanto t’amo.
S. Fili 9/1/1911

Una pronta risposta per tutto oggi



Angelo mio
Volete sapere per qual motivo  io detto vattene fatti i tuoi affari, primo la rabbia che avevo; secondo in mezzo la strada domandare non stava bene. Dunque mi scusi che stamatina non ò potuto venire a quel solito posto il perché ora te lo spiego. Ieri sera quando ritornai dall’acqua, trovai a mia matre tutta arrabiata e stava a dire vuol dar sazio a le figlie di Domenico Gambaro e parlava sola, non appena vitte a me figuratevi quante porcherie mi disse, io non feci altro sono andata a dormire, mo spero di sapere quale bestia fu a dirgli che tu la sera stai sempre dentro la vinella e di più che la mattina ti trovo al tuo basso e stamo più di un quarto d’ora a parlare. Ah mio caro ànno veduto l’amor possente dei nostri cuori e vanno in cerca d’indebbolirlo. Nò che non si adebolirà fino che la mia bocca non pronunzierà più parola fino che la mia mente non avrà più intelletto a indovinare l’adorato tuo nome e anche dopo la morte ti ricorderò. Mio patre ancora non lo sa che se lo sapesse fosse peggio ancora, ma io non ci poso pensiero ch’essi parlano e io pensando al futuro avvenire, mi ànno proibito tutto al fin il portone e di tenere i portelli del balcone chiusi, chè mi ànno fatto a me che con un sol sguardo ci rassegna ogni cosa e poi la carta per che è fatta, per fare qualche cosina? Dunque la tua pensata è molto bene ma per me è molto male, solo per non dar largo a le nipote di salimora, forse ti amai a sofrire, non crederti che sofri solo che io sofro il doppio, infelice ora e felice in appresso così spero e sarà.
Ricevi un forte bacione della tua in eterno, in eterno
Immortale

Tanti ringraziamenti della ripetuta parola
Adio Adio


Prendi, questi sono i miei capelli, conservali bene e non dimenticarli, vorrei anche i tuoi illibatissimi



Egreggia Sig,na
Ciarlatara
Ti dico ciarlatara perché tu vuoi fare l’amore per passare il tempo però non è stata questa la tua scelta di passare il tempo, se l’ài fatto prima adesso non ti riuscirà con Antonio Lio che ti pesa quanto grammi sei, ma io l’avevo capito da molto tempo e poi saputo ed io non ciò fatto caso che ti aveva caratterizzato diverso e più esatta nell’amore. Tu ài la raggione più possibile di dire che non mi ài mai veduto: allora il tuo sentimento dovè! O meglio dire il tuo pensiero dovè fissato? Io credo che è nell’amore.
Ieri sera sono venuto la su e tu non mi ài veduto, sono stato fino che tu sei andata a letto ed erano le nove e un quarto che quanto Carolina si né andata a casa io credevo che tu scendevi invece è scesa tua madre; io sono rimasto paralizzato che non ò avuto nemmeno la forza di arrestare la mia emozione, non perché è venuta tua madre, ma per l’amore che tu non pensi, non solo che sono stato fermo quante volte ò fischiato e tu non ài inteso o che non ài voluto sentire.
Quando sei andata a letto sei venuta due volte vicino i sportelli ed io credevo che mi avevi veduto. E poi questa mattina sono alzato alle ore cinque e messa che mio padre à fatto tanto chiasso ed io ò risposto non sono affari che ti riguardano dove vado, forse non è successo questo per amor tuo? Tu puoi dire volete faccio anche così, no non dico questo, ma almeno stare in (manca un pezzo di lettera, accuratamente strappato dal resto del foglio. Ricomincia più o meno a metà foglio)
a far che cosa, macari la morte.
Questa mattina sono stato carcirato e non vedevo mai venire nessuno, dopo un lungo tempo ò visto aprire quei tuoi maledetti sportilli che sempre dico maledetto sia stato quel momento che il mio pensiero ò rivolto a te che se sta pertanto per quanto so era meglio essere senza vista, non per nessuna cosa ma per il Corbellamento che tu fai. Senti, non ti credere che tu ti sposerai altri nemmeno se io (manca mezza pagina strappata)
brutale che mi ài trattato, che fa scemare ogni affetto e ogni passione.
Assolutamente voglio le mie lettere perché sono stufo del tuo Corbellamento, non da molto tempo, da iersera e stamattina.
Non fate più lettere che le porto a casa tua perché non ti meriti di essere amata. Lo so che ancora sei ragazzina, appunto io tò compatito.
Ti prego per tutto oggi
Lio Antonio
S. Fili 28/2/1911

Adoratissimo Antonio
Mi scusi chio ti dico così perché questi non sono modi di aggire, la lettera in cui mi ài fatto era molto offenditiva specialmente la parola ciarlatara e un'altra cosa perché avete maledetto il giorno in cui il tuo pensiero è rivolto a me. Qual motivo è stato di pentirti forse non vi ho seguito in ogni cosa ed ove ti seguirò fino allultimo della mia vita. E se anche tu non mamassi io t’amo e l’amor tuo non lo scambierò per nessuno e quando eramo in chiesa mi ài volto uno sguardo in cui mi ài fatto atterrire, il quale io non volevo per non dar sazio e chi ti ài fatto tanto amico forse ti avrà raccontato qualche piccola mensogna e tu ci avrai creduto, no mio caro, ti prego a far come fò io che non curo le parole di nessuno dunque finisco avrei altro da dirti ma ò molta fretta. Saluti la tua per sempre
Adoratrice
Forse non ero degna dell’amore vostro ma ora so degna de l’amore e di tè
Addio
Arrivederci

Voglimi bene
Non dimenticarmi
Baci abbracci infiniti
Tua in eterno

Mi dite Mio caro Antonio che ciò che ò detto non avete capito niente. Ò detto che ieri quando venni a casa tua la tua matre non mi à nemmeno parlato ma io non ci feci caso, no che sono noiata nell’onore che io no mi noierò né abbandonerò te se vedrò ciò le pietre dure ci penserò io che la mia parola è parola e se anche tu non mamasse io t’amo e il cuor mio è tuo, ma siccome sono molto sfortunata questo piccolo biglietto ci voleva per mettermi in dubbio e trafiggere un cuore che si svena di amore per te, non fa niente, siamo nati per soffrire perciò stamattina non sei venuto a quel solito posto che avevi conservati questi contenuti per me. Ah mio caro ti vorrei un momentino dentro me stessa e vedere come lanquisce il cuor mio per amor tuo. Questa proposta non la aspettavo ne me ne mo ne poi
La tua A. L.

Adoratissima Antonietta
In questi casi non si tratta di calma ma si tratta sulla parola che tu dai; e così sono tutte le tue promesse. La tua non mi ha manifestato nessuno disturbo ma soltanto miro la tua parola che promette il certo e manca del sicuro; è vero, non difenderti perche tu ài torto, vi ricordate quanto mi avete fatto la lettera mi avete detto che mi mandavati i capelli. Vedi quante scuse tu trovi, poi vi offendete quanto dico ciarlatara. Se per caso io mi trovasse in America o Sotto Le armi quante cose tu mi nasconderesti e quanto illusione tu farei nelle mie. Tu ricordi a mè quanto ài la penna sulla carta e quanto dici mandami a dire qualche fesseria, non importa il modo tuo di aggire così ma io ti considero sempre come ragazina, cosichè domani non ci vedremo a quel solito posto dove ci sono stati tutti i nostri coloqui. Se tu vuoi mantenere la parola dici così e fai così: quanto vai a letto dici che ài una forte febre e tutta la notte te la passi a lagniarti fino che il mattino ti domandano tu gli dici voglio il Dottore che mi sento molto grave. Se vuoi, senò è lo stesso, vai dove il tuo cuore desidera.
Non altro chiedo scusa di questo cattivo scritto perché io non penso la lettera ma penso quanto tu passi per farti segno e dartela.
Ricevete un caro bacio 1

[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 26 agosto 2016

FINO ALLA MORTE

Tonino e Antonietta si amano. Lui passa da sotto il balcone della ragazza e lei gli sorride da dietro i vetri. Spesso di sera lui si azzarda a salire i pochi gradini per arrivare al portone della casa di Antonietta e lei, badando a non far rumore per non svegliare i genitori, apre la porta e si scambiano sottovoce mille parole d’amore, mille promesse per l’eternità, mille languidi sguardi. A messa lei fa quasi la sfacciata alzando gli occhi e guardando nella direzione dove sa che incontrerà lo sguardo del suo innamorato. Si scrivono anche biglietti e lettere quasi ogni giorno e non si stancano mai di rivelarsi a vicenda che la loro passione aumenta ogni giorno che passa.
Angela mia
Puoi immaginare quanto gioia mi abbia recato la tua, poiché anche io quanto non ti vedo rammento la tua lettera e leggo quei tuoi versi amorosi che ànno paragonanza con la gentile violetta che nasce e chresce tra i cespugli della rupa e poi col suo olezzante profumo annunzia la sua bellezza, al pari siamo noi che covando un affetto nascosto la ardente passione che oggi ce lo fa comunicare e fa cominciare un era di felicità per dui giovani cuori; ma via ancora una tappa del bel sentiero cosparso di corallo primaverile.
Angela mia debbo ad ogni costo farti sapere lunico e solo mio desiderio per cui sarebbe quello di comunicare il nostro amore ai tuoi Genitori e vedere se loro avessero piacere; ciò non sembrarti difficile se mi vuoi bene, se questo non potrò osare scrivimelo lo stesso che tutto sarà attribuito a un segno della amore.
Intanto ricevi una cordiale stretta di mano di colui che tanto
T’adora
Ti prego di farmi stare inteso se qualche volta andate a qualche parte
Buona Festa
S. Fili 12/12/1910
L. A.

San Fili 18-12-1910
Amor mio
Con indicibile gioia leggo quei tuoi versi amorosi dove più li leggo e più li vorrei leggere. L’amor tuo mi strugge, mi consuma d’un amore accendiato che non sono capace a poterlo frenare perché i tuoi sguardi affascinanti minpotizarono e il mio amore hè disperato perché tu mi apparisti bello di una visione celeste e t’amai e t’amo di uno amore che mi scuote l’anima e mi fa tremare il cuore. E di ricambio alla tua parola t’amo con tutto il cuore e ti dico un giorno
Spera
Addio Buon divertimento e buona sera e sono
La tua Idolatrice

Ti prego a non attaccarti con Totonno, te lo cerco per l’amore che già nutrite

I genitori di Antonietta sanno tutto e tollerano la cosa facendo finta di non sapere perché, in fin dei conti, Tonino fa sul serio e vuole sposare Antonietta ma temporeggiano, sperando forse che si presenti un’occasione migliore per la figlia che non un manovale che lavora a giornata e poi sono ancora giovani: 19 anni lui, quasi 18 lei  all’inizio del 1911.
Poi, un bel giorno, a San Fili dove Tonino e Antonietta vivono, torna dalle Americhe un procugino della ragazza, Salvatore Salerno che nota subito quel fiore appena sbocciato e comincia a frequentare la casa della procugina con la scusa di chiedere consigli allo zio su come far fruttare il sostanzioso gruzzolo che ha portato con sé. Salvatore comincia anche a dimostrare il proprio interesse per Antonietta e la voce si sparge in paese ma lei non ha dubbi: preferirebbe morire piuttosto che lasciare Tonino.
- Mi vuoi fare sposare Salvatore? Piuttosto mi butto dal balcone o mi vado a chiudere in un monastero fino a che faccio ventuno anni e poi mi sposo con chi voglio io! – dice al padre al culmine di una delle tante liti che da quando Salvatore ha chiesto la sua mano scoppiano in casa e ogni volta il padre finisce col togliersi la cintura dei pantaloni e batterla, ma Antonietta non cede di un solo millimetro: o Tonino o nessuno.
Ieri non potete immaginare la rabbia che avevo, ero capace suicidarmi da me stessa, come anche ieri sera stava a dire: tu a questo ami? Io prontamente gli ò risposto: si, l’amo fino alla mia morte, mio caro figuratevi quante volte si è avvicinato per bastonarmi, e à detto: lascia far giorno quanto vado dal notaio che mi facesse una donazione per  lasciare tutto a Francesco che tu non mi sei figlia e puoi andartene di casa mia che non  ti do nemmeno un ferretto. Io non potevo frenare il mio silenzio e gli ò risposto: non mimporta che se arrivo ad uscire di casa tua sarò capace di dormire come i maiali dentro una zimma di filici e non mimporta per niente, e ha finito di parlare alle ore 11 e mezza e à incominciato di nuovo stamattina alle ore 4. Racconta subito a Tonino con una lettera.
Ti ripeto che non ti cambierò nemmeno se avrei un coltello alla gola perché sono ben certa che tu solo puoi rendere felice me, non dubbiti che mi farò suggerire da nessuno nemmeno se dal cielo gli angeli scendessero a schiera per convertirmi, io non sarò nemmeno capace di tal concetto che tò amato e t’amo singeramente, gli scrive ancora. E in un’altra: Ah! Mio caro, anno veduto l’amor possente dei nostri cuori e vanno in cerca d’indebbolirlo. No che non si indebolirà fino che la mia bocca non pronunzierà più parola, fino che la mia mente non avrà più intelletto e indovinare l’adorato tuo nome e anche dopo la mia morte ti ricorderò.
Visto che Antonietta non si piega, i suoi genitori adottano una strategia diversa: Tonino e sua madre diventano i bersagli da colpire. Il contegno dei genitori di lei verso Antonio si fece improvvisamente aspro e minaccioso. Si spargono ad arte voci, partono offese più o meno velate ma Tonino ascolta i consigli della sua amata e non reagisce: ti prego a far come fò io che non curo le parole di nessunosai amor mio che se vogliamo stare tranquilli non abbiamo di ascoltare a nessuno…  Amore mio ti scrivo questi pochi righi che non ò potuto dirtelo a voce, te lo scrivo. Ti prego assolutissimamente a non più salire questa brutta vinella perché mia matre ogni sera fa la videtta per poterti vedere e à detto che se ti vede non fa altro che chiamare tuo patre e ti fa bastonare. Or te ne prego, nò che avete paura di essa ma fatelo per amor mio, fatelo sull’amore e sulla fedeltà che mi porti e credimi che sono dentro l’inferno in carne e ossa
I due ragazzi ragionano anche sulla possibilità di scappare insieme e Antonietta confida a Tonino di di essere pronta a rubare i soldi dal cassetto dove li tiene il padre.
La madre di Antonietta, nell’intento di scoraggiare definitivamente Tonino, ebbe a manifestare anche pubblicamente la propria decisione di darla per isposa a un «galantuomo» e il proprio disprezzo per il ragazzo che qualificava di «strunzo nero» alludendo evidentemente al suo colorito bruno accentuato e anche ad altre caratteristiche del suo fisico. Tonino queste cose viene a saperle e s’infuria. Prende carta e penna e scrive ad Antonietta
Mio unico pensiero
Parlo con la bocca ma il cuore non vorrebbe parlarti ciò che ò saputo adesso nel mio ritorno dal lavoro. Ho assaggiato un dolore nel profondo del mio cuore che per vergognia delle persone che vi erano non ò piangiuto e non ò nemmeno la forza a scrivere che sono diventato tremolo. Il contenuto è il saputo di questa mia venuta è questo: la tua madre è andata da Concettella e gli à detto: dite ad Antonio che non stesse più a guardare nel mio balcone e non stesse più ad amare mia figlia che non è para sua che mia figlia si deve sposare una persona più migliore a lui e non passerà questo anno.
Io le ò risposto dite che io voglio parlare con lei che se io guardo o non guardo al balcone non sono affari che gli riguardano. Dunque in qual modo debbo aggire con la tua madre? Io non ti abbandonerò nemmeno se questa sera verserò il mio sangue, badate a non farti confontere non vi curate se questa sera ti bastona o quando lo farà.
Badate alle lettere che vi ò scritto giorni dietro, guai a te se tu ti farai confondere di qualche persona, io non ti faccio altro, ti segnerò il viso e pocho mimporta che in galera vado.
Fatemi sapere qualche cosa che ànno raccontato di me o di qualche altro. Questa mattina ò saputo che ài parlato con la maestra di bitonto e ti à raccontato ciò che ò detto io ed ò saputo che il figlio di farchiero ti ha fidanzato.
Non mi prolungo molto che non faccio a tempo a darci la lettera.
Saluti e baci
Del tuo
Dico fidanzato
Lio Antonio
S. Fili 31-3-1911
Fatemi la risposta questa sera perché mi sento morto se non vedo un'altra tua scritta. Forse ti è sembrata male alla busta ci farai la parola fidanzato.
Baci, badate che io per amor tuo non dormo e non posso più lavorare. Fate i mezzi possibili a mandarmela per domani mattina quando vado a lavorare senò non vado
Badate bene ciò che fate e ciò che scriverete

La mattina dopo, il primo aprile, Antonio va al lavoro ma non riesce a combinare niente e se ne va. Incontra un amico che lo convince a farsi aiutare in alcuni lavori insieme ad un altro operaio. Bevono anche un paio di bottiglie di vino e verso le 17,00, Tonino si incammina per i vicoli del paese in compagnia dei suoi due amici, che ha appena invitato a bere un bicchiere di vino buono a casa sua. Passando sotto casa di Antonietta, incurante del divieto ricevuto il giorno prima, alza come al solito lo sguardo verso il balcone ma non si accorge che la madre della ragazza è sulla porta di casa che lo sta osservando
- Mia figlia non te la do, la voglio dare a un signore! Se la può dimenticare questo strunzo di cane, quest’imbecille! – gli vomita addosso, ma Tonino nonostante le offese ricevute rimane calmo e risponde
- Non debbo vedermela con te,lasciami stare, debbo vedermela con tua figlia – e così dicendo apre la porta di casa sua ed entra con gli amici. Dentro casa trova la madre seduta su una seggiola che sta piangendo
- Che hai? – le chiede
- Niente…
- Come niente? Se piangi vuol dire che qualcosa è successa
- No… niente…
Tonino insiste e finalmente la madre gli racconta cosa è successo
- Ero davanti la porta e mi ha vista la madre di Antonietta e mi ha aggredita chiamandomi puttana e altre cose che non ti voglio dire…
Tonino diventa rosso in viso, gli occhi gli si accendono d’ira e, senza pensarci due volte, si lancia verso la porta
-  Gliela do io la puttana adesso! – urla mentre i suoi amici cercano di trattenerlo. Nel parapiglia che ne segue riescono a sbarrargli l’uscita ma lui ormai non sente ragioni: apre il balcone e si butta di sotto, poi corre verso casa di Antonietta
La madre della ragazza è sulla porta di casa intenta a sentire ciò che accade dai vicini e non appena lo vede andarle incontro rientra precipitosamente, richiudendosi la porta alle spalle. Poi sale al primo piano della casa e si affaccia dal balcone e ricomincia a insultarlo
- Cornuto! Figlio di puttana! Strunzo! – urla mentre Antonietta esce anche lei sul balcone – Vattene dentro tu! – le urla afferrandola per la gola e spingendola dentro
La madre di Tonino teme che possa accadere qualcosa di brutto ed esce sulla porta per cercare di calmarlo ma l’altra donna la vede e comincia a urlarle contro
- Tutto avviene per colpa tua, puttana! Non ti ricordi che hai fatto mentre tuo marito era in America?
Queste parole sono la svolta: Tonino adesso è davvero accecato dall’ira e sa che deve fare qualcosa, così corre a casa ma trova la porta chiusa. Non si perde d’animo: con un pugno manda in frantumi i vetri di una finestra. Entra, prende il fucile del padre e si catapulta sotto la casa di Antonietta, prende la mira, tira il grilletto. La madre della ragazza vorrebbe farsi il segno della croce perché capisce che sta per morire ma rimane con la mano a mezz’aria.
Il clic insignificante dell’arma scarica coglie tutti di sorpresa. Tonino bestemmia e corre di nuovo a casa. sa che il padre nel tiretto del tavolo della cucina tiene due rivoltelle sempre cariche. Deve prenderle e ammazzare quella donna dalla lingua maledetta. Ma il tiretto è chiuso e non sa dove siano le chiavi, così comincia a colpire furiosamente il legno col calcio del fucile mentre gli amici gli si aggrappano alle spalle per cercare di farlo desistere. Non c’è verso. La rabbia gli ha dato una forza sovrumana e con uno strattone si libera dei due puntandogli contro le due armi, poi corre di nuovo verso la casa del suo amore. Il portone è chiuso ma hanno dimenticato la chiave nella toppa; entra e sale le scale per raggiungere la sua acerrima nemica la quale nel frattempo si è barricata in camera da letto con la figlia e altre due donne che si trovavano lì per una visita.
- Apri! Apri che ti voglio dire una parola! – urla cercando di sfondare la porta che resiste perché le donne la sorreggono disperatamente
- Basta Tonì, fallo per amore mio, finiscila e vattene a casa, ti prego! – cerca di calmarlo Antonietta
- Apri che le devo dire una parola!
- No! Tu l’ammazzi e ci ammazzi tutte!
- Apri ti dico! – continua picchiando il calcio di una rivoltella sul legno della porta. Antonietta cerca di distrarlo uscendo sul balcone e invitandolo ad affacciarsi alla finestra per parlare. Tonino non si affaccia ma le ripete che vuole solo parlare. La situazione non si sblocca e il ragazzo prende la sua decisione quando sente la voce della sua nemica dietro la porta: pensando che Antonietta sia ancora sul balcone fa un paio di passi indietro e punta l’arma contro la porta. Fa fuoco una sola volta sperando che le donne si tolgano da lì facendolo entrare. il proiettile trapassa il legno e, cessato il rimbombo della detonazione, gli arriva alle orecchie la voce della donna odiata
- Ha ferito Antonietta!
Tonino è sorpreso, attonito. Antonietta non poteva essere dietro quella maledetta porta. Antonietta era sul balcone
- Non è vero! Apri che non vi faccio niente, voglio controllare se è vero quello che hai detto
Da dentro la stanza arrivano le voci delle donne che cominciano a litigare tra loro sull’opportunità o meno di aprire la porta e tutte si disinteressano di Antonietta che sta morendo dissanguata con la carotide recisa dal colpo. Il sangue le sgorga dalla bocca e zampilla dalla ferita ricoprendo tutto, anche le donne che solo ora capiscono la gravità della situazione. Antonietta ha ancora la forza di rialzarsi e trascinarsi sul balcone per chiedere aiuto, seguita dalla madre che adesso si dispera. Per strada sembra che stia piovendo, è il sangue della ragazza che piano piano comincia ad afflosciarsi come un pallone sgonfio.
Tonino sente le invocazioni di Antonietta provenire dal balcone e si precipita in strada. Vede gli spruzzi di sangue e la madre lì accanto, alza il braccio armato e le spara contro tutti i colpi che ha, senza colpirla. Sorreggendo la figlia, la donna rientra nella stanza e si affaccia dal balcone opposto chiedendo aiuto. Tonino la sente, risale le scale della casa e si affaccia alla finestra, prende l’altra rivoltella di cui si era armato, e spara di nuovo contro la sua nemica ma anche questa volta la manca e allora ritorna davanti alla porta della stanza da letto e ricomincia a tempestarla di colpi per sfondarla. Esausto, spara contro la porta un altro colpo ma questo è di calibro inferiore e a malapena buca il legno senza far male a nessuno.
Poi la porta, come d’incanto, si apre. I due nemici sono uno di fronte all’altra e si guardano negli occhi, poi Tonino la colpisce all’impazzata col calcio della rivoltella che, per fortuna della donna, si inceppa. Tonino, mentre colpisce, guarda dentro la stanza e vede Antonietta stesa per terra in un lago di sangue. Gli sembra di percepire un movimento e così lascia la sua preda lanciandosi ad abbracciare e baciare l’amata che ha appena ucciso. Tutte le altre donne approfittano della sitazione per scappare e i due fidanzatini restano da soli per l’ultima volta. Sono solo pochi secondi,
- Non tu… non tu… avrei dovuto ammazzare tua madre e tuo padre.. invece…
poi dall’esterno si sente una detonazione e, dopo pochi secondi, Tonino si dirige, con le braccia penzoloni come inebetito, verso il balcone e si affaccia. Non appena vede la sua nemica, riprende vigore la sua rabbia e le urla contro, con gli occhi fuori dell’orbita
- Vedi? È tutta colpa tua, sei contenta ora? Ho provato ad ammazzarmi ma non ci sono riuscito e adesso tocca a te e a tuo marito…
Tonino rientra a casa, prende il suo rasoio ed esce sulla strada. Si mette a cercare la donna e non ci mette troppo tempo a trovarla. Le si avventa contro con il rasoio in mano, la butta a terra e le sfregia il viso
- Non dovevo ammazzare Antonietta, dovevo ammazzare te e fare Casamicciola!
Poi alza lo sguardo e vede il padre di Antonietta che si sta dirigendo verso di lui. Lascia la donna e si avventa sull’uomo colpendolo col rasoio alla gola per tagliargliela in due ma il rasoio ha ormai perso il filo e non provoca che una ferita molto superficiale, poi Tonino scappa e si nasconde nelle campagne di Falconara Albanese. Forse non si rende nemmeno conto di quello che ha fatto e scrive una lettera ad Antonietta nella quale spiega:
Carissima In eterno
Da voi allontanatomi con il corpo ma non con il pensiero che durante questa mia scappata penso sempre a te ed il mio cuore finisce di amarti quanto la mia vita è distrutta, te lò detto che per amor tuo verserò il sangue e che la mia parola dev’essere parola, ma non mimporta che io vado in galera sono sicuro che tu non mi tradisci. Oh, non potete immaginare il dispiacere immenso che ò assagiato nel sentire che tu eri morta, sono venuto vicino a te e ti chiamavo ma tu eri già svenuta e ferita nel collo; nel vederti così t’ò baciato diverse volte e dopo mi ò tirato un colpo di rivoltella per morire a te vicino. Il colpo l’ò spagliato sono ferito dentro un braccio e ciò la palla dentro ma non importa perché non sei grave tu lascia che io muoio.
La sera stessa ero venuto di nuovo alla tua casa per vedere come passavi e non ò potuto salire che vi erano i carabinieri e sono nascosto sotto il sopporto ed ò bussato alla casa della maestra bitonto per dirgli di stare sicura che io non ti abbandonavo mai nemmeno se avevo un coltello alla gola. Il fatto che non è venuto nessuno e io me ne sono andato molto dispiaciuto perché non ti ò visto unultima volta. Non mi fate stare turbato e dispiaciuto, fatemi sapere come passi e scriverete subito, se non puoi scrivere ditelo alla maestra di bitonto e la dasse al mio compare Roberto Capizano che lui me la monterà, non avete paura perché non è niente, non dimenticarmi e non rifiutare questa mia lettera. Badate che per amor tuo ò rovinato la mia famiglia e per amor tuo ò lasciato vivere i tuoi ingrati genitori ma però sono segnati che più di un giorno si ricorderanno ciò che mi ànno fatto.
Badate a non tradirmi che se no guai a te ti farò quel che ti ò promesso.
Cara Antonietta appunto sono alzato e nel vedermi così insanguinato volevo venire in S. Fili perché non posso più stare dove mi trovo ricettato, so che sei anche tu ferita, da ieri sera e questa notte lò passata sempre a piangere non per nessuna cosa ma perché sei anche tu ferita. Statevi tranquilla e fatemi sapere tutto, finisco di scrivere perché è appunto di fare giorno e debbo partire ancora non sono deciso per dove.
Saluti e baci infiniti
Dal tuo
Che non ti dimenticherà
MAI
Il 2 aprile 1911
Poi scrive anche a Roberto Capizzano e alla maestra
Carissimo Compari
Non appena tu ricevi questa mia lettera non devi fare altro di portarla alla casa della maestra di bitonte e gli dite di farmi questo favore di consegnare questa lettera alla mia adorata Antonietta. Dopo lei ti darà la risposta tu farai i mezzi di portarmela subito da Ciccio Commis, ti insegna dove devi venire poi se qualche volta ti scrivo per la posta lascerete limpaloposta perché ce il timpro.
Fatemi saper tutto di cio che si tratta e specialmente come passa Antonietta cerca i mezzi possibile di andare in casa sua se no lo dite a Caterina Commis di ciandare fatemi il favore di venirmi a trovare.
Saluti dal tuo Compari
Lio Antonio
Saluti a Saverio

Carissima maestra
Vorrete essere Gentile a farmi un favore di consegnare questa lettera al mia Antonietta. Se per caso lei non accetta tu farai i mezzi possibili di leggerla e dirle tutto il contenuto e scrive mele dopo che l’avete scritta la date al mio Compari Roberto Capizzano che lui o me la porterà o melamanterà. Ti prego ad informarti di tutto specialmente come passa la mia Antonietta. Ti ringrazio anticipatamente del favore.
Ricevi i miei ossequi
Lio Antonio

Ma Tonino non fa in tempo a consegnare le lettere perché i Carabinieri lo arrestano il giorno dopo.
Antonio Lio viene rinviato a giudizio per omicidio volontario e duplice tentato omicidio volontario.
Omicidio per imprudenza in stato di ubriachezza volontaria e lesioni per grave ed ingiusta provocazione, questi sono i reati per i quali la Corte d’Assise di Cosenza lo condannerà a 2 anni, 7 mesi e 1 giorno di reclusione.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 22 agosto 2016

CHE FINE HA FATTO IL BAMBINO?

- Pure questa ci voleva! – l’Appuntato Giovanni Cozza, reggente la stazione di Cerisano, esclama estremamente contrariato mentre appende il cappello di servizio all’appendiabiti del suo ufficio
- Che è successo signor comandante? – gli chiede il Carabiniere Salvatore Palermo
- È successo che mi hanno appena riferito di una ragazza che avrebbe partorito ma del bambino o bambina non c’è traccia
- In paese? Non mi pare possibile!
- No, alle Manche
- Ah! Per questo non mi sono accorto di pance sospette in paese! – scherza Palermo
- Tu scherzi? Questi fatti sono sempre rogne incredibili… e va bene, faremo anche questa camminata! Ma domani mattina, ormai è tardi…
La mattina dell’8 marzo 1927 Cozza e Palermo si avviano di buon’ora da Cerisano verso le Manche ma non trovano la venticinquenne Filomena Vitaro, sospettata dell’infanticidio
- È da un mesetto che è tornata in paese dai nostri genitori… prima stava qui per tenere compagnia a nostra sorella Angiolina ma adesso ci sono venuta io al posto suo – risponde Carolina la sorella minore di Filomena e Angiolina
Sacramentando per l’inutile cammino fatto, i due carabinieri tornano in paese e finalmente rintracciano Filomena e la invitano a seguirli, ma non in caserma, bensì all’ufficio Anagrafe del Comune
- Come la dobbiamo mettere? –  attacca Cozza lungo la strada – adesso spiegherai a noi  e a don Salvatore Barbuto che ne hai fatto della creatura
- Quale creatura?
- Non fare la finta tonta, la creatura che hai partorito!
- Io non ho partorito nessuna creatura perché non sono mai stata incinta! – risponde con aria sorpresa la ragazza
- Qualcuno bene informato giura il contrario…
- Questo qualcuno è un bugiardo
Le insistenze di Cozza e di don Salvatore, impiegato comunale addetto all’Anagrafe, durano un bel po’ ma Filomena ripete sempre di non saperne niente e Cozza, ritenendo vere le notizie in suo possesso, gioca la carta a sorpresa
- E va bene, tu non hai partorito e non sei mai stata incinta. Voglio crederti e per dimostrare a tutto il paese che sei una ragazza onesta, adesso facciamo venire la levatrice condotta che ti visiterà e metterà nero su bianco la verità
La ragazza impallidisce ma non dice una parola.
Bianca Pellegrini Longo non ha dubbi: Filomena è stata incinta e ha partorito da circa un mese.
- E ora come la mettiamo? – fa Cozza con un sorrisino di soddisfazione sulle labbra
- Va bene… è vero… confesso di avere avuto intima relazione con Luigi Presta…
- E anche con Antonio Pellegrini! – la interrompe la levatrice
- Non è vero!
- Si è vero, lo so per certo! – insiste la levatrice
Filomena è confusa e dietro le continue insistenze della donna ammette
- Si, qualche volta anche con lui… – poi continua – ma a rendermi gravida è stato Presta. Pochi giorni prima di partorire sono andata a cercarlo e gli ho chiesto di darmi qualche cosa di moneta affinché potessi ricoverare in qualche luogo il bambino che avrei partorito. Presta mi rispose che non mi avrebbe dato niente e mi consigliò di andare a gettarlo nel vicino fiume Tesoro e così ho fatto dopo aver partorito, la notte tra l’11 e il 12 febbraio, in casa di mia sorella e senza che lei si accorgesse di nulla… subito dopo il parto sono tornata a casa dei miei genitori e a tenere compagnia ad Angiolina è andata l’altra mia sorella Carolina
A questo punto Cozza va a prendere Presta e lo porta in caserma per interrogarlo ma il sessantaquattrenne uomo nega di avere avuto rapporti sessuali con la ragazza e di non sapere niente dei fatti. Ma è plausibile che Filomena abbia partorito in casa di notte e la sorella non si sia accorta di nulla? No, pensa Cozza che va a prelevare anche Angiolina per sapere come siano andate davvero le cose
- Che cosa? Incinta Filomena? Ha partorito di notte in casa mia? Non me ne sono mai accorta!
- Filomena dice che aveva rapporti intimi con Luigi Presta…
- Filomena vi ha detto una fesseria perché i rapporti intimi li aveva con Antonio Pellegrino che veniva a casa mia sia di giorno che di notte. Se qualcuno l’ha davvero messa incinta deve per forza essere stato Pellegrini!
- E perché allora ha fatto il nome di Presta?
- Pellegrini le ha dato dei soldi per calunniare l’altro!
Questa si che è una bomba! Cozza si precipita a casa di Antonio Pellegrini e lo porta di filato in caserma
- Alla mia età? Comandante, ho quasi ottantanni… voi pensate davvero che io ancora… magari!
Nonostante gli sforzi dell’Appuntato, nessuno dei quattro interrogati si sposta di una virgola dalle proprie posizioni e così finiscono tutti e quattro in gattabuia.
In paese comincia però a girare la voce che il vecchio Pellegrini sia stato già dall’anno precedente l’amante della ragazza poiché è stato visto diverse volte nei contorni dell’abitazione dell’Angiolina dove la Filomena dimorava.
Cozza prova anche a trovare qualche indizio che possa confermare la dichiarazione di Filomena circa il fatto di avere buttato il frutto del suo seno nel fiume ma, per quanti sforzi faccia, si deve arrendere per il tempo trascorso e la corrente del fiume a causa del mal tempo avuto in quest’ultimi giorni.
In compenso, Cozza scopre che Angiolina sarebbe capace di compiere reati dello stesso genere di quello imputato alla sorella perché in paese si dice che in passato abbia soppresso alcuni bambini nati da sue relazioni illecite. D’altra parte, così si dice per rafforzare questa voce, non è sposata ma ha un figlio che non si sa di chi sia.
Il caso sta sfuggendo di mano agli inquirenti: avvocati, imputati, testimoni fanno e disfano a proprio piacimento ogni giorno. Angiolina arriva, durante un drammatico confronto, ad accusare la sorella e ad accusare sé stessa
- Filomena, è bene che tu dica la verità. Quella notte che tu hai partorito c’era nella camera dove tu ti trovavi Pellegrino Antonio il quale, dopo il tuo felice parto mi chiamò. Io venni, pulii e vestii la bambina e la consegnai al Pellegrino il quale se la mise sotto il mantello ed andò via dicendo: «fuori troverò gli altri»
- Io non posso dire che il mio seduttore è stato il Pellegrino – ribatte Filomena scoppiando a piangere – perché ciò non è vero e se lo dicessi, egli avrebbe tutto il diritto di tirarmi due palle al petto!
- Io non ho alcun interesse a non dire la verità e ti ripeto che la bambina fu da me consegnata, dopo fasciata, al Pellegrino
- Come puoi dire ora queste cose se io mi sono addossata tutta la responsabilità e se ho sempre detto che tu non ci entravi?
- Io dico la verità e proprio in questi giorni in carcere tu mi aggiungesti di non avere saputo che cosa abbia fatto il Pellegrino della bambina
- Non mi aspettavo da te quello che mi hai fatto oggi – le parole di Filomena sono continuamente interrotte dai singhiozzi – e come posso attendermi considerazione dagli estranei se i parenti mi vanno in culo?
Le stesse accuse Angiolina le ripete direttamente in faccia a Pellegrini che ribatte con veemenza
- Non è vero quello che tu dici perché io non ho avuto relazioni con tua sorella. Voi avete fatto gl’imbrogli ed avete buttato nel fiume la creatura ed ora volete addossare agli altri la responsabilità. Quale interesse avevo io a sopprimere una povera creatura? – poi rivela un particolare forse decisivo – del resto, nei mesi di aprile, maggio e giugno dell’anno scorso (epoca dell’inizio presunto della gravidanza di Filomena. Nda) fui ammalato gravemente di polmonite ed assistito dal dott. Naccarato e solo verso la metà di luglio cominciai ad uscire davanti la porta di casa mia!
Il dottor Naccarato, interrogato, conferma tutto.
Ma perché Angiolina, la cui posizione finora è quasi tranquilla dato che a suo carico ci sono solo delle supposizioni, decide di autoaccusarsi? Se lo ha fatto è perché le cose devono essere andate davvero così, è logico pensare. E che le cose siano andate proprio così lo conferma la testimone Chiara Aloise, ma gli avvocati Alberto Serra e Tommaso Corigliano, difensori di Pellegrini, cercano di smontare tutto insinuando losche manovre contro il loro assistito e in una lettera al Giudice Istruttore ricusano anche altri falsi, secondo il loro punto di vista, testimoni:
Crediamo necessario mettere in piena luce l’attività testimoniale di un gruppetto familiare: Chilelli Pasquale, Aloise Chiara, moglie del primo, ed Amendola Giuseppe, genero di entrambi, nel procedimento in corso d’istruzione a carico di Pellegrini Antonio.
Costoro sono riusciti ad entrare in processo dalla finestra di una lista a discarico del coimputato Presta, mentre il loro precipuo intento era ed è quello di puntellare l’accusa di Vitaro Angiolina contro il nostro cliente.
Fino a qualche tempo fa vivo era il contrasto tra il Chilelli e Vitaro Antonio, fratello delle imputate. Quest’ultimo è stato anche processato per minaccia a mano armata contro il primo e non si è potuto sapere il vero motivo.
Oggi le due famiglie sono strette da un patto.
Perché tutto ciò?
Indaghi, col solito acume e col proverbiale sentimento di giustizia, S.S.Ill.ma e dispiegherà tante cose in questo processo che ha una fisionomia tanto strana e tanti lati inespiegabili…
Serra e Corigliano hanno ragione: è davvero un guazzabuglio pazzesco!
Dopo un paio di giorni dalle dichiarazioni di Angiolina e dell’Aloise, succede un altro fatto strano: viene sequestrato in carcere, durante una perquisizione, un misterioso biglietto indirizzato ad Angiolina che recita
Cerisano li 26 M.
Diquelli che voi maveti scritto io ocapito tutto tu tiporterai beni e non tidimenticare di quelli che ai ditto che così ti troverai beni che lavocato tuo e trovato, ricordati a chi lai prisentato quel bona. Che il tuo figlio sta beni
C. F. S.
Appena sequestrato il biglietto, come folgorata sulla via di Damasco, Angiolina decide di ritrattare le accuse contro sua sorella e Pellegrini
- Ho chiesto di essere nuovamente interrogata perché l’altro ieri non dissi la verità. La verità è invece che io non so nulla, che non è vero che io abbia consegnato la bambina a Pellegrini Antonio. smentisco insomma quanto ho dichiarato l’altro ieri perché feci quella dichiarazione in seguito ad incitamenti della testimone Aloise
- Quando avrebbe fatto queste pressioni? In questo ufficio certamente no! – le contesta il Giudice Istruttore
- E pure mi ha incitato!
- Semmai ti ha convinto tua sorella a cambiare versione – la incalza il Giudice
- Mia sorella non mi ha fatto nessun incitamento
Ma il senso del biglietto adesso diventa più chiaro e gli inquirenti cominciano ad avere qualche dubbio.
In questa situazione di caos e tentativi veri o presunti tali di depistaggio, l’unica a ripetere sempre la stessa versione è Filomena che non cede di un millimetro nemmeno davanti a Luigi Presta durante il confronto che devono sostenere
- Come puoi negare che fosti tu a possedermi, raccogliendo il fiore della mia verginità e mi ingravidasti?
- Tu sei una mentitrice perché io mai ho avuto a che fare con te
- Ricordati che per sedurmi mi venisti appresso per parecchio tempo e mi regalasti anche un pettinino per i capelli. Una volta, mentre mi trovavo a letto e la porta era chiusa, tu prendesti la chiave dal buco ove la lasciava mia madre, entrasti e mi possedesti. Dopo di allora mi possedesti tutte le volte che volesti, entrando in casa mia sempre nascostamente
- Si vede che ti hanno bene insegnato quello che devi dire. Io non ti ho mai conosciuta per queste cose!
- E fosti proprio tu – continua imperterrita – ad impormi di uccidere la mia creatura, perché io venni la sera dell’11 o 12 febbraio, non ricordo con precisione il giorno, ad annunziarti che stavo per partorire. Tu mi raggiungesti poco dopo, mi tenesti compagnia nell’aperta campagna fino a che io non partorii una bambina e poi, con una rivoltella in pugno, mi imponesti di andarla a buttare nel vicino fiume, cosa che io feci…
- Tu mi fai trasecolare con questo ammasso di bugie e si vede che colui che ha interesse a scolpare sé stesso ti ha bene caricata a mio danno. Ricordati che le tue sorelle ti hanno detto in mia presenza che fu proprio Antonio Pellegrino a possederti!
- Pellegrino non c’entra affatto perché tu mi ingravidasti e mi facesti uccidere la mia creatura!

La strategia difensiva di Luigi Presta, volta più ad accusare Pellegrini e a dilatare i tempi dell’indagine che a fornire prove a proprio favore, fa infuriare l’avvocato Tommaso Corigliano che scrive una vibrante lettera di protesta al Procuratore del re e al Giudice Istruttore
Siamo costretti ad uscire dal riserbo che ci siamo, fin’ora, imposto nello assumere la difesa di Pellegrini Antonio.
Ciò perché pare che dalla difesa del coimputato Presta, siasi iniziato il pericoloso gioco dello scaricabarile. Infatti, mentre da parte nostra non si è per nulla intralciato il cammino della Giustizia, né si è cercato di ritardare (resistendo alle pressioni della famiglia del cliente) il corso della istruttoria processuale con l’indicazione di inutile testimoniale, dall’altra parte, invece, si cerca di intorbidire le acque. Attraverso pretesi riferimenti di voce pubblica (povero articolo 246 della proc.pen.!) si è cercato convogliare l’accusa verso il povero Pellegrini.
Ora noi protestiamo e insorgiamo contro un tale inqualificabile sistema anche perché è a nostra conoscenza che tutti i testimoni indicati dal Presta sono o dei parenti o gente di scarsissima moralità e di nessuna conoscenza di cose e di persone di Cerisano (e specie della contrada Valli) perché forestieri.
D’altro canto, se volessimo seguire il Presta nella pericolosa via da lui scelta, potremmo accennare a qualche particolare poco edificante, tale da rivelare le sue tendenze erotiche così tenaci – ad onta della sua tarda età – da aver fatto superare barriere morali e familiari davvero gigantesche.
Ma a parte tutto ciò, noi poniamo i termini delle nostre richieste difensive in forma categorica e precisa.
Contro altri sta la chiamata di correo da parte della responsabile confessa del delitto. Contro Pellegrini non si è assodato nulla di concreto e di sicuro. In principio (ed ecco perché si procedette al suo arresto) stava contro del Pellegrini stesso il sospetto ed il dubbio lanciati da una sorella della imputata Vitaro.
Barriere morali e familiari davvero gigantesche. L’avvocato Corigliano si riferisce a una presunta relazione sessuale tra Presta e sua nuora mentre abitavano nella stessa casa dal momento che il marito della donna e figlio di Presta era emigrato in America. Durante la relazione la donna sarebbe rimasta incinta e costretta ad abortire, salvo poi essere accusata dal suocero di adulterio e scacciata di casa.
La Procura del re di Cosenza ha le idee confuse sul da farsi e trasmette gli atti così come sono alla Procura Generale del re di Catanzaro, senza formulare alcuna richiesta. Che se la sbrighino loro.
Il 16 maggio 1927 il Procuratore Generale chiede alla Sezione d’Accusa chiede il rinvio a giudizio di Filomena Vitaro per infanticidio e della sorella Angiolina per correità nello stesso reato. Per Luigi Presta e Antonio Pellegrino chiede il non luogo a procedere per insufficienza di prove.
La Sezione d’Accusa, a sua volta, in parziale difformità delle richieste del P.M. ordina il rinvio di Vitaro Filomena al giudizio della Corte d’Assise – Circolo di Cosenza – per rispondere dell’ascrittole reato di infanticidio come dalla rubrica.
Dichiara non doversi procedere contro gli altri tre imputati.
Ecco, Filomena ha fatto tutto da sola. Nessuno l’ha aiutata, istigata o costretta a buttare la creaturina nelle acque impetuose del fiume Tesoro.
L’11 maggio 1929, ormai sono passati più di due anni dal fatto, la Giuria la ritiene colpevole di avere volontariamente, a fine di uccidere, commesso il fatto. Ma nello stesso tempo ritiene che Filomena, nel momento in cui soppresse la sua bambina, si trovava in uno stato di infermità di mente tale da grandemente scemare la di lei imputabilità, senza escluderla. Concesse le attenuanti generiche, il conto della pena è presto fatto: 2 anni e 1 mese di reclusione, due mesi in meno di quanto ha già scontato e il Presidente della Giuria ordina subito la scarcerazione della stessa ove non osti altra causa.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.