lunedì 24 ottobre 2016

SEVIZIATA E UCCISA


Il sole è già caldo il 23 maggio 1896 quando il cinquantaquattrenne Francesco Bonavita e suo figlio Ciriaco, attraversando i campi disseminati di vigneti, cedriere ed altra frutta e ortaggi, tornano in contrada Vizioso di Buonvicino dopo essere stati un paio di settimane a Verbicaro per lavoro. Hanno fame, mezzogiorno è suonato da poco, quando arrivano davanti la porta di casa. Francesco, che un paio di giorni prima ha mandato l’imbasciata del suo ritorno alla moglie, tira un lungo respiro cercando di individuare gli odori della roba da mangiare che deve essere sul tavolo ma non sente niente. Poi guarda con attenzione la porta di casa e nota che è chiuso col nottolino di legno.
Questo è segno che mia moglie è fuori per servizio come al solito, pensa e si mette ad armeggiare per aprire.
L’uscio si apre cigolando e una lama di luce illumina la stanza facendo risaltare sul pavimento il corpo esanime di Marianna Casella, immerso in una pozza di sangue. Francesco e Ciriaco si avvicinano e toccano una mano della donna, che era dura al tatto, constatandone così la morte. Gridano al soccorso e i vicini che accorrono immediatamente gli fanno notare il foro che Marianna ha sotto l’orecchio sinistro.
- Non la posso guardare così! Vedete voi se ha altre ferite – dice Francesco uscendo di casa tra le lacrime.
Qualcuno parte dal paese per andare ad avvisare i Carabinieri di Diamante, i quali a loro volta avvisano il Pretore di Belvedere Marittimo e tutti insieme arrivano il mattino dopo di buon’ora, accompagnati anche dal medico legale.
- Servono due testimoni per identificare il cadavere – urla il Brigadiere Antonio Cilona al gruppo di curiosi che stazionano davanti la casa. Si fanno avanti due uomini, Carmelo Amoroso e Pasquale De Lio i quali, dopo aver prestato giuramento, attestano che quello che gli viene mostrato è proprio il corpo della quarantenne Marianna Casella, sposata Bonavita.
Il cadavere è disteso a bocconi, poggiando sul lato sinistro con una gamba allungata, piegata l’altra, in una grande chiazza di sangue. Le mani, la faccia e parte della gamba destra coperte interamente di sangue; il pollice della mano sinistra è avvolto in un laccetto di cotone nero, ch’è quello stesso con cui son legati i capelli, in parte scarmigliati; il polso sinistro è legato con tela – cannovaccio. I piedi sono senza calze. È vestito il cadavere con gonnella di lana rossa cosi detta cammiciola; grembiale di cotone turchino; camicia di tela grezza con collaretto ricamato pure di tela bianca; busto e corpetto di lana, in parte rossa, con maniche di cotone di colore scuro. Descritti la posizione e l’abbigliamento, il Pretore e il dottor Giuseppe Fabiani passano a descrivere le ferite presenti sul corpo della povera donna: sul torace due ferite da punta superficiali; sull’addome sei ferite da punta superficiali; sulla scapola, parte esterna, una ferita da punta interessante cute e tessuto sottocutaneo. Tutte queste ferite larghe meno quasi di un centimetro. Sull’omero del braccio sinistro havvi una ferita da punta lunga due centimetri interessando tutte le parti molli. Sotto la scapola del medesimo lato una ferita da punta di un centimetro, interessante i tessuti molli. Sulla regione vertebrale dorso-addominale una ferita da punta larga due centimetri interessando solo cute e tessuto sottocutaneo. Verso la parte esterna della cavità ascellare destra, una ferita da punta larga due centimetri interessante cute e tessuti sottocutanei. Sul tendine d’Achille del piede sinistro una ferita lacero contusa interessante solo la pelle. Una ferita da punta superficiale al quarto superiore della coscia destra. Una ferita da taglio al dorso della falange dell’indice della mano sinistra. Tre ferite da taglio alle articolazioni falangi-falangine parte interna di indice, medio ed anulare. Una ferita da punta sulla carotide sinistra, regione sottomascellare; una ferita da punta sotto l’orecchio sinistro; ambe lunghe due centimetri, la prima più profonda della seconda. Sulla regione carotidea destra una ferita da taglio lunga tre centimetri e mezzo, profonda. Sulla regione cervico-carotidea destra e proprio due dita al di sotto dell’osso del cranio, una ferita da taglio lunga tre centimetri, interessando tutte le parti molli fino ai muscoli sottostanti. Diverse contusioni alle cosce, al torace, all’addome ed alle braccia. Una contusione alla bozza frontale destra. Alla gola osservasi la impressione di una mano sanguinante che indicherebbe strangolamento per cui osservasi il mascellare inferiore deviato a sinistra e la lingua infra i denti. Quantunque la morte è avvenuta da parecchio tempo, gli occhi si osservano semi-chiusi. L’orecchio destro, per quattro quinti del padiglione esterno è svelto e lacerato e si osserva dentellature e pare che sia stata fatta da bocca umana per morsi dati. E ciò per avere osservato taglio netto che abbia potuto indicare qualche corpo tagliente. Il padiglione del detto orecchio destro è stato interessato fino a un centimetro dalla cavità orale. La ferita della regione carotidea destra è circa un centimetro più larga di quella della regione carotidea sinistra e tanto profonda che, introducendo il dito indice dalla parte destra, penetrava nella trachea recidendola di netto e, con un leggiero sforzo senza ledere i tessuti il dito passava dalla ferita opposta, cioè da quella della regione sinistra. È questa la causa della morte di Marianna Casella che, con tutta evidenza, è stata seviziata a lungo e si è strenuamente difesa dal suo aggressore.
Ma chi può avere avuto interesse a uccidere così orrendamente la donna? Il marito, dopo qualche tentennamento iniziale sembra non avere dubbi sulla persona che ha potuto fare tutto questo
- Pasquale De Lio – dice al Pretore – è cugino della mia povera moglie e da un po’ di tempo non andavano d’accordo. Qualche mese fa ha minacciato di querelarla perché lei lo aveva accusato di essere l’autore del furto di poca lana. Poi però in apparenza i rapporti tornarono normali, io sono convinto che si è voluto vendicare… vedete, signor Giudice, – continua – quello che mi lascia pensare è che la porta di mia casa la notte stava chiusa a parte interna con un nottolino ed avendo questo trovato al suo posto, debbo ritenere che la porta fu aperta da mia moglie a persona a lei conosciuta ed in rapporti intimi, diversamente non sarebbe stata aperta
- Ma, aspettate un attimo – gli fa, perplesso, il Pretore – state parlando del Pasquele De Lio che poco fa ha riconosciuto sotto giuramento il cadavere di vostra moglie?
- Perché? Era qui? Onestamente con tutta la gente che c’era non me ne sono accorto
- È l’unico sospetto che avete?
- In verità un altro sospetto lo avrei nei confronti di Francesco Biondi il quale un paio di anni fa minacciò mia moglie per delle sciocchezze
- Vostra moglie vi era fedele?
- Sempre! Pensate che proprio per questo non ho sofferto mai di mali venerei, sebbene a torto si fosse voluto da qualcuno pregiudicarla nell’onore, asserendo che ella fosse stata donna di rilasciati costumi, sol perché si mostrava serviziente con tutti
- Volete sporgere querela contro De Lio?
- Certamente!
Così il trentenne Pasquale De Lio diventa l’unico indagato per l’orrendo omicidio di Marianna Casella
- Sono innocente, signor Pretore. Quella sera io ero a casa che dormivo profondamente. Mi coricai verso l’imbrunire dopo di essermi ritirato da poco dalla vicina casa colonica di Ciriaco Magurno, dove mi trattenni a discorrere con lui e con altri che erano lì.
- Che rapporti avevate con la Casella?
- Eravamo cugini stretti e non potevo certamente disconoscere ogni vincolo di sangue per avere la malvagità di ucciderla, né avevo alcun motivo per vendicarmi di lei
- Ma pare che ci siano stati dei contrasti tra di voi…
- È vero che nei primi mesi dell’anno io fui un po’ in uggia con lei a causa di certa lana che ella aveva dato a cardare a un forestiero che alloggiava in casa mia e che aveva trovato mancante di tre once, addebitandone la sottrazione a mia madre la quale se ne risentì unitamente a me e tutti e due dicemmo di volerla querelare
- Cosa intendete per uggia?
- L’uggia consisteva nel rimenere indifferenti per qualche tempo da una parte e dall’altra, in modo da non visitarci ma poi nel mese di aprile ci riappacificammo e la pace non fu mica finta da parte mia! Signor Giudice, devo aggiungere qualcosa – continua, mentre il Pretore gli fa segno di raccontare quello che sa – dacchè la Casella era mezzadra di don Ciriaco Cauteruccio, cioè da due anni fa circa, ho inteso dire nel vicinato che si era abbastanza prostituita nel suo onore, rendendosi infedele al marito e complimentando anche dei mali venerei a quattro o cinque persone, fra cui certo Annibale Magurno il quale però non ha mai palesato a chicchesia da quale donna era stato infettato, né io posso addossare a lui la responsabilità penale del fatto per scagionarmene, perché la coscienza non mi detterebbe d’imputare altri per me
Siccome non ci sono altre persone sospettate dell’omicidio, Pasquale De Lio viene arrestato.
Pare proprio che a Buonvicino la povera Marianna non godesse di buona reputazione e di questo ne sono convinti anche i Carabinieri, i quali cominciano a indagare anche sul conto del ventisettenne Annibale Magurno e accertano che ebbe relazioni illecite colla estinta che era donna di facili costumi e che da questa fosse stato affetto da male celtico, che è stato causa di non più poter effettuare un suo matrimonio con Forestieri Rosangela. Il Magurno interrogato ove quella sera fosse stato, rispose contraddittoriamente, negando fin pure di aver avuto la relazione illecita con la Casella Marianna, ma non seppe dire ove quella malattia avesse preso, mentre dall’autopsia sul cadavere dell’estinta risultò essere questa infettata. I sospetti vengono eziandio avvalorati dal fatto che i parenti del Magurno la minacciarono pel fatto di tale infermità di non più passare da innanzi la loro casa. non si sa poi spiegare perché il Magurno in quella sera non prese parte a una divertita in casa dei suoi parenti ed egli stesso non sa che contraddittoriamente spiegare tale incidente. Vengono eziandio avvalorate dalle risposte evasive ed inconcludenti e dal continuo cambiamento di colorito.
Questo si che potrebbe essere un buon movente per uccidere, anche se non può esserci certezza che ad infettare Annibale sia stata proprio la povera Marianna. I familiari della vittima però non se ne danno per intesi e continuano ad accusare Pasquale De Lio. D’altra parte i Carabinieri scoprono che De Lio, parlando in pubblico, ha rivolto minacce gravi e precise contro Marianna dicendo che gliel’avrebbe fatta pagare durissimamente, aggiungendo queste parole: “Se qualche sera sentirete gridare, astenetevi dall’intervenire altrimenti lascerò lei e prenderò voi!”. Anche la capacità a delinquere nel D’Elia è quasi da tutti ritenuta, né si potrebbe escludere che il motivo [della lana] di cui sopra, non molto grave, abbia potuto indurlo a commettere un simile grave reato, essendo di carattere violento e rissoso, nonché figlio di un individuo il quale evirò un povero uomo per aver detto solamente alla di lui moglie ch’egli aveva avuto un abboccamento illecito con una donna.
Nel frattempo, nascosto in un buco nel muro della stanza dove fu consumato il delitto, viene trovato e sequestrato un coltello da cucina intriso di sangue, di proprietà della famiglia della vittima, come probabile arma del delitto, ma le misure riscontrate dal perito al cui giudizio viene sottoposta l’arma, non sembrano confermare questa ipotesi. Il medico legale, però, è di diverso avviso e sostiene che, sebbene le lesioni da me riscontrate sul cadavere siano di diversa dimensione, pure ho motivo di ritenere che siano state inferte possibilmente con la stessa arma da punta, che parmi sia stato un coltello da punta e taglio.
Ma c’è qualcosa che al Pubblico Ministero titolare dell’indagine non quadra. Non quadra che il marito della vittima ha affermato delle cose non vere: non è vero, infatti, che sia stato assente da casa per quindici giorni consecutivi e non è vero che sia stato sempre in compagnia del figlio a Verbicaro perché i due si sono incontrati solo sulla via del ritorno a casa. dov’era e cosa ha fatto Francesco Bonavita il giorno prima dell’omicidio? E perché continua ostinatamente a negare che la moglie si prostituiva ed era affetta da malattia venerea?
Considerato poi che le informazioni raccolte contro De Lio non possono essere considerate delle prove e nemmeno degli indizi gravi, basandosi solo su notizie passate di bocca in bocca, l’imputato viene scarcerato e messo in libertà provvisoria. Contemporaneamente viene eseguita una minuziosa perquisizione in casa di Annibale Magurno alla ricerca di indizi sul suo coinvolgimento nell’omicidio, ma non si trova niente. Vengono però rinvenuti tre coltelli da macellaio in casa del patrigno di Annibale ed uno scannaturu macchiato di rosso in casa di suo zio Ciriaco Magurno. Il giovane ammette che il coltellaccio è di sua proprietà. Le armi, sottoposte a perizia, per la forma e la larghezza della lama nella punta quasi in tutti i coltelli è stata atta, o meglio poteva essere atta a produrre le ferite per la ragione che tutti questi coltelli per la distanza da uno a due centimetri dalla loro punta presentano la larghezza minima di un centimetro, ma gli stessi periti attestano che le macchie rossastre presenti sulle lame non siano macchie di sangue.
Michelangelo Greco, Giudice Istruttore del Tribunale di Cosenza, effettua anche una prova pratica per stabilire se dallo interno dell’abitazione di Bonavita Francesco, una voce di dolore od un gemito qualunque possa essere sentito da persona che si trovi sullo scaglione della casa di abitazione di Magurno Ciriaco, posta in questa medesima contrada. Abbiamo collocato sullo scaglione della casa Magurno, Metallo Giuseppe muratore e Buta Antonio R.C. e nello interno della casa di Bonavita, Donato Francesco e Consolo Michele R.C. Fatta chiudere la porta di detta casa, abbiamo invitato lo stesso Bonavita a gridare nella prima stanza la voce di dolore Ahi! Ahi!, indi lo abbiamo condotto nella seconda stanza e lo abbiamo fatto gridare Madonna Madò con espressione di dolore. Richiamati indi i due Metallo e Buta ed interrogati se e quali voci avessero sentito, risposero l’un dopo l’altro di avere sentito l’espressioni di dolore del Bonavita, precisamente cioè le parole emesse.
Greco fa sottoporre a perizia anche il nottolino di chiusura della porta che presenta tracce di arma da taglio e il perito giunge alla conclusione che è stata usata una lama tagliente allo scopo evidente di esercitare pressione sul nottolino, ribassarlo e promuovere l’apertura della porta. Quindi Marianna non ha aperto la porta al suo assassino. Ma siamo sicuri che ad uccidere la povera donna sia stata una sola persona?
I Magistrati inquirenti si convincono che le bugie di Francesco Bonavita siano solo frutto della tensione del momento e non tengono conto del fatto che potrebbe essere stato proprio lui a manomettere il nottolino almeno una volta quando, cioè, armeggiò con la serratura per entrare in casa, così la sua posizione viene archiviata. Di contro si convincono che adesso, nonostante la Camera di Consiglio lo abbia rimesso in libertà, ci siano indizi sufficienti a rimettere in carcere Pasquale De Lio e che ci siano indizi sufficienti anche a carico di Annibale Magurno, entrambi autori di minacce gravi nei confronti della vittima derivanti però da motivazioni diverse, come abbiamo visto. De Lio e Magurno vengono arrestati e si dichiarano ovviamente innocenti. La Procura del re, comunque, chiede il rinvio a giudizio dei due indiziati e il 31 marzo 1887 la Camera di Consiglio presso il Tribunale di Cosenza, esaminati gli atti, è costretta ad affermare: poiché dall’istruttoria ampiamente svolta non risultano elementi sufficienti a carico dei prevenuti De Lio e Magurno per farli ritenere responsabili del reato ad essi attribuito, avuto riguardo che nulla di certo e di preciso hanno posto in essere le dichiarazioni dei parenti dell’estinta, le molteplici deposizioni dei testimoni escussi e le solerti indagini praticate dall’arma dei RR. Carabinieri. Né le circostanze di essere gl’imputati vicini della casa dell’estinta e legati insieme da forti vincoli di amicizia, come del pari quella di avere il De Lio mostrato rancore alla Casella per la quistione della lana e l’altra di essere stato il Magurno infettato di sifilide dalla medesima diversi anni prima dell’avvenimento, circostanza del resto rimasta dubbia, autorizzano il rinvio degl’imputati al giudizio per rispondere di un grave reato; che da un ulteriore prosieguo d’istruzione non vi è probabilità di un migliore risultato essendosi svolte accuratamente le indagini contro i sospetti autori del reato, dichiara non farsi luogo a procedimento penale a carico di De Lio Pasquale e Magurno Annibale in ordine al delitto di omicidio ad essi attribuito per insufficienza d’indizi ed ordina che i medesimi siano immediatamente escarcerati se non detenuti per altra causa.[1]
Chi ha barbaramente seviziato e ucciso Marianna Casella?


[1] ASCS, Processi Penali.

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