sabato 31 dicembre 2016

GILDA


- Adesso che la guerra è finita e sei tornato sano e salvo ci dobbiamo sposare, me lo hai promesso… – dice Gilda Ruffolo, 22 anni, a Lorenzo Cartaginese, 24 anni; i due sono entrambi di Marano Marchesato e dal 1940 si incontrano segretamente nel basso della casa di Gilda mentre i suoi genitori dormono tranquillamente. Lorenzo entra dalla porticina che si apre sull’orto e lei scende silenziosamente la ripida scala a pioli poggiata all’imbocco della botola nella cucina e sulla paglia fanno l’amore.
- Si, ma non è il momento… che matrimonio sarebbe senza i tuoi fratelli? Quando torneranno dalla prigionia ci sposeremo.
Così, aspettando il ritorno dei fratelli di Gilda, passano la primavera e l’estate del 1945, quando la ragazza scopre, con sua grande sorpresa, che Lorenzo si è fidanzato con un’altra e va su tutte le furie.
- Ma stai tranquilla! Io a quella non la voglio, è mia madre che si è messa in testa che me la devo sposare… io voglio te… stai tranquilla… – la rassicura con voce suadente, mentre le accarezza i capelli. Gilda lo ama, gli crede, lo abbraccia e lo bacia lasciandolo senza respiro.
Verso la fine di ottobre, una domenica, a casa di Gilda ci sono anche le sorelle maggiori, Maria e Raffaela, con i rispettivi mariti e, da una parola all’altra, il discorso cade sul fidanzamento di Lorenzo. Uno dei cognati, amico intimo del giovane, esprime il suo compiacimento per il futuro matrimonio e dice che Lorenzo corre sempre dalla fidanzata non appena ha un momento libero. Gilda si fa bianca come un lenzuolo, si sente venire meno ma non può rivelare il suo segreto. Inventa una scusa e si mette a letto soffocando i singhiozzi.
“Me la pagherà quel disgraziato… mi devo vendicare… se lo ricorderà il mio nome…” pensa e ripensa mille volte, poi decide: racconterà tutto alle sorelle e alla madre e che succeda la fine del mondo!
Raffaela, la sorella, racconta tutto al marito e questi va a parlare con Lorenzo per convincerlo a rispettare la sua parola e non lasciare disonorata Gilda. Lorenzo, per tutta risposta, gli dice che non la sposerà mai perché lei, durante la sua assenza, lo ha tradito con cani e porci.
La madre invece riferisce tutto al padre che prende a cinghiate la ragazza e la caccia di casa. Gilda  va dalla sorella e soffre nel vedere Lorenzo che passeggia per la via principale del paese con la sua promessa sposa, così come soffre nel constatare che i suoi propositi di vendetta stanno naufragando miseramente.
Ma la sua famiglia non se ne sta con le mani in mano. Maria, l’altra sorella di Gilda, va a casa della nuova fidanzata di Lorenzo a parlare con i genitori
- L’ha disonorata e la deve sposare… mi dispiace per voi, ma la deve sposare!
- Noi non ne sappiamo niente, ma se il fatto dovesse risultare vero non abbiamo nessuna difficoltà a rompere il fidanzamento e lasciarlo libero di sposare Gilda – le risponde il padre della ragazza.
- È una volgare calunnia! Io non ho mai fatto all’amore con quella, né mai l’ho toccata! – si difende Lorenzo davanti ai futuri suoceri che gli credono, anche perché in paese nessuno sa o ha mai sentito parlare di una possibile relazione tra Gilda e Lorenzo. È la fine di dicembre 1945 e viene stabilito che le nozze si celebreranno nel mese di settembre dell’anno a venire.
Il padre di Gilda, venuto a conoscenza delle opposte dichiarazioni fatte da Lorenzo, decide di querelarlo per violenza carnale ai danni della figlia e per la violazione di domicilio in tempo di notte. È il 5 gennaio 1946 e per dare più forza alla querela fa rientrare Gilda in casa.
In paese la maggior parte della gente – ormai tutti sanno tutto, anche i contenuti delle conversazioni private date in pasto all’opinione pubblica ora dalla famiglia di Gilda, ora da quella di Lorenzo – è dalla sua parte perché, tutti la ritengono incapace di darsi a cani e porci come ha sostenuto il giovane.
Gilda è sempre più depressa. Il colpo di grazia glielo da Lorenzo a carnevale quando, passeggiando sottobraccio alla fidanzata, la incontra e, invece di girare lo sguardo dall’altra parte, le sorride.
La ragazza interpreta quel sorriso come un segno di scherno nei suoi confronti e si chiude in se stessa, passando gran parte della giornata nel basso in cui faceva l’amore con Lorenzo, accarezzando la rivoltella che lui dimenticò l’ultima sera che si incontrarono. Quando non è nel basso è a casa della sorella Raffaela che affaccia sulla via principale per cercare di vederlo.
Il pomeriggio del 15 marzo 1946, Lorenzo è in compagnia di due suoi intimi amici, Giuseppe e Salvatore. I tre camminano sulla via principale di Marano per andare all’ufficio postale, Lorenzo al centro e gli altri due ai suoi lati. Per strada ci sono solo loro. Quando passano accanto alla casa di Raffaela stanno scherzando e ridendo. Lorenzo gira gli occhi verso le finestre e non vede nessuno. Passano oltre.
Il suono secco del colpo di rivoltella rimbomba tra le case. Istintivamente Giuseppe si gira e vede dietro di loro Gilda. È pallida e ha gli occhi stralunati. Il braccio destro è proteso in avanti in direzione di Lorenzo e nella mano ha una rivoltella dalla quale si sta alzando una nuvoletta di fumo dall’odore acre. Giuseppe capisce in un attimo ciò che è successo e si lancia addosso a Gilda per disarmarla mentre, convinto che nessuno sia stato colpito, urla agli amici
- Scappate!
Giovanni si mette subito a correre, mentre Lorenzo resta sul posto. Sul viso ha una strana espressione mista di sorpresa e dolore, si gira e guarda verso Gilda che, nel frattempo, è stata afferrata per le braccia da Giuseppe e spinta contro un muro
- Aiuto! Aiuto! – a urlare questa volta è Gilda e, come d’incanto, sulla strada appaiono le sue sorelle che si lanciano contro Giuseppe. Questi, temendo che le due siano armate, scappa lasciando Gilda con la rivoltella ancora in mano. Lei e Lorenzo si guardano negli occhi e, mentre Gilda rialza il braccio armato per sparare ancora, Lorenzo le si lancia addosso e comincia una lotta furibonda. Nessuno interviene per dividerli, poi, all’improvviso si sente un’altra detonazione e due grida di dolore. Lo stesso proiettile ha colpito Lorenzo a una mano e Gilda a un braccio.
La ragazza, ansimando, si allontana. Lorenzo barcolla e cade. I due amici tornano sui propri passi per soccorrerlo, mentre le sorelle di Gilda scompaiono così come erano apparse. Giuseppe e Giovanni prendono l’amico da sotto le ascelle e lo portano nello studio del medico condotto, distante qualche decina di metri.
- Non mi abbandonate – dice con un filo di voce – mi fa male la schiena…
- È grave, bisogna portarlo d’urgenza all’ospedale – sentenzia dopo avere notato il foro che il giovane ha nella zona posteriore destra del torace – trovate una macchina, bisogna fare presto!
La macchina arriva in pochi minuti e Lorenzo viene fatto salire a fatica perché è sempre più debole. Partono a tutta velocità, ma quando arrivano in contrada Surdo il giovane perde conoscenza e viene deciso che è inutile proseguire per farlo morire in ospedale. Meglio che muoia a casa sua, assistito e confortato dalla madre.
Lorenzo muore appena varcata la soglia di casa: il colpo ricevuto gli ha spappolato il fegato.
Nel frattempo arrivano i Carabinieri ai quali viene narrato l’accaduto. Subito si precipitano a casa di Gilda per arrestarla, ma non la trovano e non trovano nemmeno la rivoltella. Gilda si costituisce il mattino dopo agli agenti di servizio presso il carcere di Cosenza.
La ragazza si assume le sue responsabilità affermando di avere agito perché Lorenzo l’ha ingannata con le sue false promesse di matrimonio.
- Che dovevo fare? Mi ha disonorata e mi ha mentito. In paese lo scandalo era ormai scoppiato… dovevo fare qualcosa… quella mattina sono uscita di casa con la rivoltella perché ho cominciato ad avere paura che lui mi potesse fare del male per la querela che gli aveva fatto mio padre. Io non ho ben capito che cosa volesse significare quel sorrisino ironico che mi faceva ogni volta che mi incontrava… mi sfotteva o voleva essere una minaccia? Quando l’ho visto dirigersi verso casa di mia sorella ho avuto paura… e gli ho sparato…
Tutto chiaro, caso risolto. Così sembra, ma sia la madre di Lorenzo attraverso gli avvocati di parte civile che gli amici presenti al momento dei fatti, sostengono davanti al Giudice Istruttore come, secondo loro, non sia stato un gesto impulsivo, un delitto d’impeto, ma piuttosto un omicidio premeditato nel quale devono certamente essere implicate altre persone perché è difficile immaginare che ad architettare tutto sia stata solamente Gilda. Come mai le sorelle della ragazza sono apparse sulla scena dopo pochissimi secondi che Gilda aveva chiesto aiuto urlando? Certamente erano d’accordo e aspettavano il segnale per intervenire e garantire la riuscita dell’omicidio. Ma soprattutto, scrive in un esposto l’avvocato Orlando Mazzotta, queste persone devono aver determinato la Gilda al grave fatto di sangue che non può e non deve trovare né giustificazione né spiegazione in una voluta relazione d’amore più o meno remota. Tutta la condotta della donna e dei suoi familiari dopo il delitto conferma questa nostra certezza. Comprendiamo che le indagini saranno rese più difficili alla S.V. da un interrogatorio ben preparato e ben dosato secondo i suggerimenti di persona esperta a cui la Ruffolo, prima di costituirsi, si sarà rivolta…
E la condotta dei familiari, prima del delitto, rafforza la nostra certezza: con quella querela per violenza carnale che rivela tutto lo spirito di speculazione con cui la famiglia Ruffolo si accaniva contro questo giovane tornato, dopo anni di guerra, stanco e deluso.
Bisogna vederci più chiaro. Viene preparata una lista di trentacinque testimoni da interrogare e il paese si spacca in due.
Alla fine, il 30 novembre 1946, Gilda viene rinviata a giudizio per omicidio premeditato ma gli inquirenti non riescono a trovare alcuna prova o almeno un indizio circa il coinvolgimento di altre persone nell’organizzazione e nella esecuzione del delitto.
Il processo in Corte d’Assise si apre il 26 aprile 1947 e, dopo una dura battaglia tra le parti, la Corte, il 30 gennaio 1948, condanna Gilda a dieci anni di reclusione.
Ma l’onorevole Pietro Mancini, difensore di Gilda ritiene che la sentenza sia contraddittoria e illogica su molte questioni, perciò, senza perdere tempo ricorre direttamente in Cassazione
La Cassazione, dopo quasi due anni, accoglie parzialmente il ricorso e rinvia il processo alla Corte di Assise di Catanzaro. E quasi altri due anni passano prima che si celebri il nuovo processo.
Gilda è in carcere da ormai sei anni quando arriva la nuova sentenza: la pena viene ridotta a sei anni di reclusione, di cui tre condonati. A conti fatti, Gilda ha scontato una pena doppia di quella dovuta.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 11 dicembre 2016

1.000.000






UOMO A MARE

È mattina presto quando, l’8 settembre 1937, alcuni pescatori di Paola, a bordo dell’imbarcazione di Gennaro Lattuga, sono in procinto di calare le reti. Più o meno all’altezza del torrente Scirocco notano qualcosa di strano in acqua: capelli umani che affiorano in superficie. Incuriositi si avvicinano e notano con raccapriccio che sotto i capelli c’è il resto del corpo, inanimato, di un uomo. La cosa strana è che, contrariamente a come dovrebbe essere, il corpo galleggia in posizione quasi eretta. Immediatamente interrompono le loro operazioni, assicurano il corpo alla barca con una corda e lo trascinano fin sulla spiaggia, ad evitare che le correnti marine lo avessero potuto trasportare altrove.
I Carabinieri sono subito avvisati, così come il Pretore di Paola, e si precipitano sul posto. Il morto, di sesso maschile, era dell’apparente età di anni 20, alto approssimativamente m. 1,60, e presentava rigidità cadaverica specie agli arti, senza alcuna nota di decomposizione organica. Aveva i capelli castani lisci, corti verso l’occipite e lunghi sul davanti, il naso arricciato, gli occhi chiusi, la bocca socchiusa e dalla narice sinistra gemeva del sangue color rosso; le palpebre gonfie ed annerite, specie quella di sinistra. Sulla fronte del cadavere si notava una ferita lunga 3 cm. e larga 2 cm., profonda fino all’osso, ripiena di sangue color rosso oscuro, ferita che trasse a morte lo sconosciuto. Sul viso si notavano delle altre escoriazioni il che fa propendere subito per l’ipotesi che lo sconosciuto sia stato ucciso e buttato in mare per deviare le tracce del delitto.
Vengono subito spediti telegrammi a tutte le stazioni dei Carabinieri che operano lungo la costa tirrenica ma nessuna ha notizia di persone scomparse e questa circostanza rafforza negli inquirenti la possibilità che si tratti di un delitto avvenuto in ambito familiare e in questo contesto seguono tre piste: la prima è che i familiari dell’uomo lo abbiano ucciso per gravi motivi e poi si siano disfatti del cadavere e, di conseguenza non ne abbiano denunciato la scomparsa; la seconda è che l’uccisione sia potuta avvenire per ragioni di amore e che i familiari per potere rivendicare la morte del congiunto non abbiano voluto di proposito presentare alcuna denunzia; la terza è che il cadavere appartenga a un marinaio imbarcato su uno dei tanti motovelieri che navigano su questa costa ed ucciso in rissa dai compagni i quali, per far perdere ogni traccia di identificazione, lo abbiano buttato in mare completamente ignudo e che di conseguenza i di lui parenti non possono essere venuti ancora a conoscenza della sparizione del loro congiunto.
Ci vorrà un po’ di tempo ma se ne verrà a capo. Forse.
Intanto l’autopsia conferma i sospetti dei Carabinieri in merito alla ferita alla testa: il cranio è sfondato in più punti. Con questo risultato viene istruito un procedimento penale a carico di ignoti per omicidio in persona di ignoto.
I giorni passano ma nessuno denuncia la scomparsa di familiari e le cose cominciano a farsi davvero difficili e la speranza di venire a capo della faccenda si affievolisce ogni giorno di più. Neanche le fotografie fatte al cadavere e diramate alle stazioni costiere per un eventuale riconoscimento ottengono risultati.
Poi viene recapitata alla Pretura di Paola una copia del quotidiano LA GAZZETTA, con le pagine della Cronaca di Messina, del tre settembre, quindi 5 giorni prima del rinvenimento del cadavere, dove è evidenziato un articolo che parla della sparizione di un giovane marinaio ischitano: LA TRAGICA FINE DI UN GIOVANE MARINAIO. 
Nell’articolo si racconta che su una minuscola nave, Bella Virginia del compartimento di Ischia, proveniente dalla Sardegna e diretta a Pachino per imbarcarvi del vino da consegnare poi a Napoli, era imbarcato Vincenzo Jacono, appartenente a un’agiata famiglia d’Ischia.
Durante la navigazione, giunta a Capo Peloro, l’imbarcazione era stata sorpresa da una tempesta di vento e pioggia e il povero Jacono era caduto in mare, senza che i compagni di viaggio fossero riusciti a salvarlo. Dov’è il corpo? Si chiede il giornalista.
Potrebbe essere quello recuperato tra Paola e San Lucido? Difficile per le condizioni del corpo senza segni di decomposizione ma non impossibile.
Vengono spedite le fotografie del cadavere a Ischia e vengono mostrate ai familiari di Jacono per il riconoscimento. La madre del giovane ha molti dubbi
- No! Questo non è mio figlio! – urla piangendo mentre rigira tra le mani una foto, poi continua – Non mi sembra che sia lui, benché può essere stato gonfiato dall’acqua. Mio figlio aveva un volto più magro. Inoltre gli mancavano alla mascella superiore, tanto dalla parte destra che da quella sinistra, dei molari e canini. Per altro non ho le lenti con me ma comunque posso dire che nella fotografia non rivedo mio figlio. È opportuno far vedere la fotografia a mio marito, pedrino del mio defunto figliuolo. Ho a casa qualche fotografia di mio figlio e a richiesta di V.S. domani le esibirò, portando con me le lenti per un più attento esame
Nemmeno il patrigno di Vincenzo Jacono riconosce nelle foto il figliastro e fornisce alcuni particolari che potrebbero essere decisivi
- Non ravviso nella fotografia il mio figliastro. Costui aveva i capelli ondulati ed era alto metri uno e settanta circa
Difficile.
Il giorno dopo tutti i dubbi vengono fugati quando la donna mostra al Pretore di Ischia le foto di suo figlio: due persone completamente diverse!
Passano i mesi e nessuno denuncia niente. Meglio chiudere tutto.
L’11 gennaio 1938 il fascicolo a carico di ignoti per omicidio in persona di ignoto viene archiviato.[1]
L’identità del’uomo rimane ignota e non abbiamo notizie del ritrovamento del corpo di Vincenzo Jacono.


[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 9 dicembre 2016

MORTE E VELENI NELLA COSENZA BENE



È il 22 dicembre 1917 e a Cosenza, nonostante le privazioni e i morti della guerra, tutto scorre nella tranquillità. Sembra tutto tranquillo anche nell’appartamento occupato dalla famiglia del cavalier Alfonso Rende, sessantenne alto funzionario prefettizio in pensione, sito all’interno del villino Quintieri, nel quartiere della Riforma. Sembra. Sembra perché nella famiglia Rende le liti sono quotidiane per accaparrarsi i beni del cavaliere Alfonso che vive semiparalizzato nella sua camera da letto e che, si pensa, possa tirare le cuoia da un momento all’altro, ma sono ormai anni che si trova in questa condizione e in questo frattempo ha scritto di proprio pugno tre o quattro testamenti, almeno un paio dei quali, così racconta lui, estortigli dalla cinquantenne moglie Carmela Di Pietro, sposata controvoglia dopo averla messa incinta (il primogenito Luigi fu riconosciuto solo qualche tempo dopo il matrimonio).
Lui avrebbe voluto, anzi vorrebbe, lasciare tutto o quasi ai due figli, il ventenne Luigi, da anni sofferente di attacchi epilettici, e la quindicenne Maria, già maritata con un avvocato pugliese, il ventisettenne Daniele Vito, ma la moglie Carmela, approfittando dei momenti di maggiore malessere del marito, è riuscita a farsi destinare la parte più cospicua del patrimonio, salvo poi vedersela togliere da un altro testamento. Ma quale sarà quello valido attualmente? Pare che nessuno sia in grado di dirlo, si vedrà al momento opportuno. La cosa assolutamente certa è che Carmela già amministra la pensione del marito e difficilmente potranno togliergliela.
La mattina di sabato 22 dicembre 1917, verso le 8,00, Carmela porta il caffè in camera al figlio Luigi il quale, bevutolo, si rimette a letto mentre la madre se ne va. Chiusa la porta, Luigi si rialza e si affaccia al balcone guardando all’in su, verso il balcone dell’appartamento occupato da sua sorella che è anch’essa affacciata. Maria nota qualcosa di strano nell’espressione del fratello, come se fosse preoccupato di una misteriosa presenza alle sue spalle, poiché ogni tanto si voltava all’indietro come se temesse che qualcuno avesse ad aggredirlo alle spalle. La ragazza pensa che, come al solito, dietro al fratello ci sia la madre che gli proibisce di parlarle; lo saluta con un sorriso e rientra in casa per evitare ulteriori discussioni. Si, perché anche questo accade in casa Rende. Carmela non vuole che il figlio abbia rapporti col padre e con la sorella per evitare che possano mettersi d’accordo sull’eredità.
Ma Maria è stanca di questa situazione. Tra lei, il padre e il fratello la sintonia e l’affetto è totale e non può tollerare oltre le assurde proibizioni, così scende le scale e, prima di bussare, si accorge che la porta di casa dei genitori è socchiusa
- Posso entrare? – chiede gentilmente
- Non c’è permesso! – risponde la madre da dietro la porta, richiudendola bruscamente. Maria, delusa, ritorna a casa sua.
Sono ormai le 10,30 quando alcune urla scuotono il villino Quintieri: è Carmela Di Pietro che entrando nella camera da letto del figlio lo trova disteso a terra con delle macchie di sangue sul viso. Poi va in camera del marito e con flemma e sicurezza eccezionali gli dice
- Luigi è morto
Il cavaliere Rende, mezzo paralitico com’è, si alza e si precipita nella camera del figlio. Nota subito che entrambe le imposte dei balconi sono chiuse e che non c’è luce a sufficienza per essere sicuri che Luigi sia effettivamente morto e non svenuto per uno dei suoi soliti attacchi epilettici. Accorrono i vicini che aprono i balconi, sollevano il corpo di Luigi e lo adagiano sul letto.
- Perché queste urla? Che è successo? – chiede allarmata Maria, precipitatasi anche lei in casa dei genitori
- Vattene! Tu lo hai ucciso! – le urla in faccia la madre cacciandola dalla stanza
Accorre subito anche il dottor Fedele Ranieri che ha l’impressione che il povero Luigi potesse essere vivo e solo dopo che ebbe attentamente esaminato il cuore e verificato con un fiammifero la cessazione di atti respiratori, si convinse della morte
- Qui ci sono dei punti interrogativi! – esclama mentre indica delle tracce bluastre sul collo del ragazzo
- L’ho ammazzato io? Allora si vuole che l’abbia ucciso? – gli risponde, risentita, Carmela
Il cavaliere Rende manda a chiamare i Carabinieri e, mentre vengono fatte uscire tutte le persone dalla stanza, Carmela bisbiglia all’orecchio di Arnaldo Deni, intimo amico del povero Luigi e di suo genero Vito Daniele, avvisati mentre erano insieme lungo il corso principale della città
- Pensi che mi debba vestire?
- E perché mai, signora? – le risponde Deni
- Sospettate tutti che l’abbia ucciso… Ranieri lo ha fatto capire chiaramente… adesso verranno i Carabinieri e mi arresteranno.
Carabinieri e Polizia arrivano contemporaneamente e constatano delle evidenti stranezze: Sul viso, sul collo, sulle mani e su qualsiasi regione del corpo del cadavere di Rende Luigi non si sono riscontrate delle macchie di sangue. Ciò è inverosimile poiché dalle varie contusioni riportate (alcune delle quali molto profonde) e dalle escoriazioni corrispondenti, una certa quantità di sangue ha dovuto necessariamente uscire. Abbiamo anche osservato come dal primo verbale di visita necroscopica che la manica della camicia e quella della maglia, dal lato sinistro, erano bagnate dall’acqua o per lo meno con un liquido che non era sangue né urina. Tutto ciò fa nascere il sospetto che il cadavere sia stato pulito e lavato prima che fosse dato annunzio all’Autorità Giudiziaria dell’avvenuto decesso. Gli investigatori notano un’altra incongruenza: la presenza, contrariamente al resto, di macchie di sangue su parte del petto della camicia e parte del gilè. Tutto questo, se da una parte contrasta con lo stato delle cose, dall’altro conferma tutti i dubbi circa la morte di Luigi Rende. Ma è troppo presto, soprattutto complicato, avere dei sospetti senza sapere come siano davvero andate le cose. Poi perquisiscono sommariamente la casa e non trovano niente di interessante per le indagini
Ma una frase detta da Carmela a Gaetano Stella, che si sta interessando delle spese funerarie, attira l’attenzione del Carabiniere Cristoforo Palma
- Io non metterò fuori nemmeno un centesimo! – poi, rivolgendo lo sguardo verso il cadavere del figlio, pronuncia le sue ultime parole in quella casa perché se ne va senza tornare più – Addio figlio
 Comincia una dura battaglia legale: il cavaliere Rende si fa assistere dal suo intimo amico Ernesto Fagiani, mentre Carmela Di Pietro si rivolge all’avvocato Pietro Mancini che, giocando d’anticipo, scrive al Procuratore del re
Carmela Di Pietro maritata cav. Alfonso Rende ricorre a V.S. e ne implora a mio mezzo la sollecita, immediata giustizia.
Il suo unico figliuolo Luigi Rende non è più. Si è trovato morto. L’animo della madre angosciato invoca tutte le indagini. Nessuna esclusa od eccettuata. Non si perda tempo e s’indaghi su tutto e tutti. Sarebbe necessario che V.S. si rechi nella casa ove il ragazzo fu trovato morto. Perquisisca sulle minime cose. Frughi dovunque. Interroghi tutti.
Non è lecito a noi suggerire nulla. Conosciamo l’animo della S.V. e lo scrupolo che lo distingue. Ad esso in nome del dolore di una madre ci affidiamo.
Risponde il cavaliere Rende tramite Fagiani
Poiché una perquisizione è stata fatta nel luogo dove la morte è avvenuta, ma quando la Di Pietro era già andata via ed aveva asportato oggetti della causa, sarebbe bene che si perquisisse la dimora ove la Di Pietro trovasi per cercare elementi.
Il Procuratore del re, come primo atto, ordina l’autopsia del cadavere ai dottori Antonio Rodi e Adolfo Tafuri, concedendo loro 75 giorni di tempo per effettuare le indagini mediche necessarie.
Le indagini di polizia invece portano subito alla luce una situazione familiare degradata: Maria Rende e suo padre accusano apertamente Carmela Di Pietro per i continui maltrattamenti che riservava ai familiari, finalizzati ad accaparrarsi quanto più possibile del patrimonio di famiglia
- Quando già mio padre era infermo, ho saputo da lui medesimo che questi aveva fatto un altro testamento ad istigazione di mia madre e per intromissione dell’avvocato Carrieri. Dallo stesso mio padre, il giorno che mio fratello è morto, ho saputo che mia madre era riuscita a carpire a mio padre suddetto un altro testamento che egli afferma di averle consegnato. Con esso, mio padre, poiché a me aveva donato all’atto del matrimonio metà dei suoi beni, disponeva dell’altra metà in favore di mio fratello, con la clausola che in caso di premorienza di costui, tutto si sarebbe devoluto in di lei favore. Dopo la morte di Luigi, mio padre si è ritirato in casa mia e non ha voluto più stare con mia madre che lo maltrattava. Mia madre, volontariamente, è andata via dalla sua casa. Mio padre, venuto in casa mia, spontaneamente ha fatto testamento di tutto il suo avere in mio favore, in presenza dell’avvocato Fagiani. Quando mia madre è andata via di casa ha consegnato un testamento suggellato alla signora Veltri che abita al piano sottostante, dicendo che era di mio padre. Ciò è avvenuto in presenza del barone Diego Miceli e del signor Agostino Deni – racconta Maria
Il cavaliere Rende racconta dei maltrattamenti
- Dopo che mia moglie aveva cacciato mia figlia e mio genero da casa il 18 dicembre, Luigi andò a pranzare dalla sorella dove c’era anche il signor Arnaldo Deni, al quale mio figlio rivolse la preghiera di farlo uscire un po’ a passeggiare con lui; per tale fatto andò dalla madre alla quale chiese una camicia pulita ma la Di Pietro, aggredendo tutti con parole oscene e bestemmiando, sbarrò il passo. Chiamato mio genero, lo pregai di calmare l’ira della Di Pietro – altrimenti ne subisco io le conseguenze – ed invitare per telefono i suoi amici che dopo poco vennero a trovarlo e mio figlio si distrasse vedendo i venuti giocare a carte. Verso sera la Di Pietro bussò allo studio di mio genero e chiamò mio figlio: “Luigiuzzo vieni a mangiare”, al che il ragazzo si rifiutò dicendo: “ho paura di venire con te che vuoi farmi diventare pazzo”. La madre lo prese a viva forza facendolo entrare in casa e serrando la porta. Vistosi a mal partito, il ragazzo buttò per aria ogni cosa e la madre, gridando a piena gola, andò a chiedere aiuto a mio genero. Primi ad accorrere furono mio genero, mia figlia e il signor Deni il quale cercò di calmare il ragazzo, mentre la madre ancora inveiva dicendo: “domani ti mando al manicomio, domani ti faccio interdire, facchino… lazzarone…”. Queste parole fecero più accendere l’animo del povero Luigi, il quale cercò di opporre tutte le sue forze per non essere messo a letto dal Deni che di peso lo portava nella camera della madre e lo poneva sul giaciglio; le altre persone cioè Benedetto e Mario Tommasi di Bartolomeo, Antonio Pirillo di Pietro, che erano rimasti nello studio, accorsero e mentre io, a fioca voce, dicevo: “Calmati figlio altrimenti quella ti manda al manicomio”, mio figlio diceva: “No… no… al manicomio non mi vedrai, muoio di crepacuore e di dolore, ma io ti maledico, brutta schifosa, che devi morire piena di pidocchi, brutta puttana del prete Carrieri!”, al che la Di Pietro, aperto il primo tiretto del cassettone, prese un revolver di grosso calibro e l’impugnò contro mio figlio gridando: “Lo sparo! Lo sparo!”, ma per l’immediato intervento del Deni, quella sera fu salvato. Il giorno dopo la Di Pietro, preso il figlio, lo accompagnò in casa della famiglia Carrieri. Il giovedì 20 dicembre mio genero, incontrato l’avvocato Luigi Aloe, lo pregò di avvertire l’avvocato Carrieri di restituire alla casa paterna Luigi. Intanto il signor Deni, incontrata per istrada la Di Pietro, l’avvertiva di portare a casa il figlio altrimenti la sorella ed il cognato avrebbero fatto quanto era nel loro diritto rivolgendosi alle autorità competenti. La Di Pietro, venerdì 21, fece ritornare a casa il figlio, dopo di aver pranzato dalla famiglia dei cocchieri coi quali tuttora coabita in Piazza San Giovanni
Questa è un’accusa esplicita contro Carmela Di Pietro come assassina di suo figlio.
Ma chi sono l’avvocato Carrieri e il prete Carrieri, tirati in ballo da padre e figlia?
- Il prete Pietro Carrieri – continua a raccontare il cavaliere Rende – fu uno dei più accaniti fautori dell’atto notorio per mandarmi, otto anni fa, al manicomio; aveva preso una tale padronanza nella mia casa – correvano voci di relazioni intime colla Di Pietro – sino al punto di imporre il matrimonio di mia figlia col fratello, avvocato Giuseppe ma il castello del prete fallì. Si badi che la Di Pietro, a soli dieci anni, voleva barattare la figlia per ricavarne illeciti profitti, come potrebbe mia figlia stessa testimoniare.
Da queste parole sembrerebbe proprio che Carmela Di Pietro sia una donna malvagia ma l’avvocato Mancini non ci sta e contrattacca con accuse pesantissime
Il sottoscritto nell’interesse di Carmela Di Pietro che fu spazzata dalla propria casa assieme al cadavere – ancora inulto – del proprio figliuolo, per l’opera delittuosa di un basso avventuriero – tal Daniele – che servendosi della deficienza di un infelice, debole e suggestionabile, ha portato la dissoluzione in una famiglia, si rivolge alla S.V. per chiedere giustizia per la morte del suo figliuolo. Vostra Signoria indaghi sugli atteggiamenti del Daniele. Su i suoi precedenti. Vostra Signoria pensi che se la morte fu delittuosa non vi può essere che un solo autore: colui che piombato per loschi affari qui in Cosenza speculò sulla facile bontà di una fanciulla. Penetrò nella di lei casa portandovi l’odio, la divisione e forse per ultimo il delitto. Egli è rimasto il solo padrone di casa Rende. Il Cav. Rende è in movimento giudiziario. La mente di tutto è il Daniele. Rende è l’automa che parla, si muove, protesta perché così vuole il Daniele, il quale con quello scomposto movimento giudiziario vuole precostituirsi un alibi o vuol creare un diversivo per qualche suo malefatto.
Che la linea difensiva di Carmela Di Pietro sia l’attacco frontale al genero lo conferma la lunga nota dell’avvocato Giovanni Serra, nel frattempo affiancatosi a Pietro Mancini.
Poi però accadono cose nuove, misteriosamente nuove. Il 5 gennaio 1918 in casa Rende ci sono gli amici più fidati, Agostino Deni e suo figlio Arnaldo che insieme a Vito Daniele si mettono a frugare per casa e trovano, dietro la cassa baule, un testamento del cavaliere Rende, strappato in mille pezzi: che sia quello cha avrebbe consegnato Carmela Di Pietro alla vicina prima di andarsene? in un angolo vicino al balcone nella camera dove avvenne il decesso e consegnato alle Guardie. Possibile che nelle perquisizioni precedenti nessuno l’abbia notato? Le Guardie osservano nel loro rapporto che se detto martello si fosse trovato effettivamente nel punto indicatoci, sarebbe stato notato da noi quando abbiamo fatto la prima constatazione subito dopo la morte del Rende Luigi e mentre ancora il cadavere era nella camera; l’avv. Daniele Vito che era presente non ci parlò del martello in questione pur facendoci notare tante altre cosette di nessuna importanza. Dalla Prefettura si affrettano a precisare che il Funzionario sig. Cilento, incaricato dopo alcuni giorni di operare – per delega – una perquisizione nel domicilio dei famigliari del deceduto Rende Luigi, notò il martello presso il balcone, in un angolo, ma non credette opportuno di sequestrarlo perché non presentava alcuna macchia di sangue e principalmente perché esso martello nel primo sopraluogo non era stato notato. Quindi qualcuno toglie e mette un martello (forse dopo averlo ripulito) nella stanza della morte e il martello ora assume una rilevanza fondamentale nelle indagini perché i periti incaricati di effettuare l’autopsia consegnano al Procuratore del re una lunghissima relazione con risultati esplosivi
Impossibile dirlo perché i pezzi di carta sono così malconci che risulta impossibile ricostruire il foglio.  Il 26 marzo 1918, a tre mesi dalla morte del povero Luigi, compare sulla scena un martello che viene trovato dall’avvocato Vito Daniele
I° La mattina del 22 dicembre 1917 il giovane Rende Luigi fu preso da un accesso epilettico, in seguito al quale si trovò cadavere nella sua camera da letto.
II° La morte di lui non avvenne per avvelenamento, né in seguito alle contusioni che gli si riscontrarono sul viso, né per emorragia.
III° La morte avvenne certamente per asfissia.
IV° L’asfissia non fu accidentale, causata dall’eccesso epilettico.
V° L’asfissia fu provocata, delittuosa, verosimilmente per opera di persona la quale, profittando di un momento in cui il disgraziato giovane trovavasi sotto l’accesso convulsivo, gli piombò addosso, gli otturò con la mano sinistra le vie respiratorie a mezzo dei panni che si trovavano sulla sedia accanto al letto, mentre con la destra, armata di un martello o di altro strumento contundente, gli produsse le varie contusioni riscontrate sul viso. Poscia, a meglio accreditare l’epilessia e a giustificare le contusioni, lo tirò fuori dal letto e lo lasciò cadere per terra. Infine pulì il cadavere, il pavimento e rimise tutti gli oggetti al loro posto.
Quindi ci sarebbe un assassino, o un’assassina, che circola liberamente per strada. Ma la relazione dei dottori Rodi e Tafuri suscita un’altra domanda a cui gli inquirenti dovrebbero dare risposta per capire chi può avere ucciso Luigi Rende. Quanto tempo è occorso a chi ha ucciso per completare tutte le operazioni che sono state ipotizzate?
Da come sono andate le indagini si capisce subito che i riflettori sono puntati principalmente su due sospettati: Carmela Di Pietro che in teoria avrebbe avuto tutto il tempo necessario, breve o lunga che sia stata l’azione, per commettere l’omicidio ai danni del figlio e l’avvocato Vito Daniele che ha miracolosamente trovato il martello dove prima non c’era, forse per coprire qualche sua malefatta.
Ma Daniele, secondo i Carabinieri, è risultato che, nel momento in cui si verificò la disgrazia, era assente ed alle ore 11 apprese la notizia da certo Tommasi Mario di Bartolomeo, d’anni 19 da Cosenza, mentre transitava per il Corso di Telesio di questa città unitamente a certo Deni Arnaldo di Agostino, d’anni 24 da Cosenza.
Resterebbe la sola Carmela a dover rispondere del reato ma in Procura si traccheggia e in città sorgono sospetti circa misteriose protezioni di cui godrebbe la sospetta. A protestare per come vengono condotte le indagini è l’avvocato Ernesto Fagiani che rappresenta il cavaliere Rende. Il 30 luglio 1918 scrive al Procuratore del re:
Con vero sentimento di rammarico mi vedo costretto a protestare avverso sistemi nuovi e strani che presiedono alla istruzione dei processi penali.
Ieri era un Vice Pretore, che da me denunciato alla S.V.Ill.ma, era obbligato ad ammettere di aver comunicati alla parte civile perfino gl’interrogatori d’una imputata d’omicidio, in spregio delle norme.
Oggi un nuovo inconcepibile fatto avviene a proposito di una procedura nella quale da tempo le omissioni più inverosimili vanno verificandosi a profitto di una donna gravissimamente indiziata di parricidio, sia in via specifica, sia in via generica.
La S.V.Ill.ma conosce che i periti nel processo per la morte di Luigi Rende han concluso unanimemente che egli sia stato vittima di un delitto, mentre non vi è dubbio che la sola autrice, capace di commetterlo, deve essere stata la madre Carmela Di Pietro, che certamente era sola con il figlio quando questi, secondo i periti, fu ucciso. Questa donna gode di un favore mai finora verificatosi a vantaggio di qualsiasi indiziato di delitto; chè anche dopo così gravi risultanze la si è lasciata perfettamente libera, non solo, ma Magistrati appartenenti al P.M. hanno pubblicamente affermato di non volere prestar credito alla perizia.
Nel frattempo, Carmela presenta in Tribunale una nuova istanza per far interdire suo marito ma questa viene rigettata e la donna è condannata a pagare le spese di giudizio. Il cavaliere Rende è perfettamente in grado di intendere e di volere.
Un paio di settimane dopo la dura lettera dell’avvocato Fagiani, si verifica l’effetto sperato e, visti gli atti e le conclusioni del Pubblico Ministero, il 12 agosto viene emesso un mandato di cattura nei confronti di Carmela Di Pietro con l’accusa di omicidio volontario.
- Se mio figlio non è morto naturalmente, come affermano i periti, non io ma suo padre Alfonso Rende lo ha assassinato. Mio marito odiava mortalmente il figlio perché spurio e spesso lo minacciava usando anche vie di fatto. È vero che egli lo ha legittimato in seguito col matrimonio, ma ciò per le mie vive insistenze e non per sua spontanea volontà in quanto io non una ma più volte minacciavo di denunziare marito per maltrattamenti che egli usava verso mio figlio – poi continua negando ogni addebito. La stranezza è che nessuno le chiede che cosa ha fatto, con chi si trovava e dove era quella maledetta mattina del 22 dicembre 1917.
Il processo ha preso il suo verso e gli avvocati depositano memorie difensive in quantità industriale per dimostrare le proprie tesi davanti alla Sezione d’Accusa, chiamata a decidere circa il rinvio a giudizio o meno dell’imputata.
Entrando nel campo delle risultanze processuali deve subito dirsi che queste lasciano molti dubbi nell’animo di chi le scorra e non pare che le prove prodotte possano portare alla convinzione della responsabilità della Carmela Di Pietro. Invero, dato il delitto che le si imputa, e che rappresenta la manifestazione più alta della volontà criminosa, si devono pretendere prove ed indizi chiari, evidenti, che non possano lasciar luogo alla discussione, dei dati di fatto certi, incrollabili, delle testimonianze sicure, sulle quali non possa cadere il sospetto. Tutto ciò non si ha nella causa in esame: non solo manca la certezza, ma gli elementi portatici si prestano a tanto gravi obbiezioni per cui la conseguenza non può essere che la perplessità nella mente di colui che è chiamato a emettere un giudizio. Né il dubbio si limita alla sola prova specifica ma investe anche la prova generica. Chi legga, infatti, la relazione di perizia, attraverso tutte le incertezze di cui è cosparsa, e le divagazioni e gli sforzi per poter arrivare in qualunque modo alle conclusioni, non può ritrarre la convinzione che la morte di Luigi Rende sia prodotto di delitto: perciò non potrà farsi carico al magistrato se si permette di manifestare la sua titubanza malgrado si sia di fronte a conclusioni assolute e tale titubanza è giustificata dalla valutazione critica delle basi sulle quali esse si poggiano. Non può negarsi che l’astrusità di cui l’opinione dei periti è rivestita sia considerevole come quella che promana da persone fornite di speciali cognizioni tecniche: una tale opinione non può assurgere al valore di decisione, tanto da veicolare il giudice in modo che l’opera di questo diventi funzione meramente complementare quale sarebbe quella di applicare puramente e semplicemente la norma giuridica al fatto positivo o negativo stabilito dal perito. Considerato dal profilo giudiziario, il responso dei periti non può avere altro valore e carattere se non di semplice avviso: è dunque un elemento d’istruzione ed un mezzo d’indagine processuale come tutti gli altri, perciò il magistrato che pure ha facoltà di rigettare anche la prova testimoniale, se questa non sia convincente od appaia affetta da inverosimiglianza, conserva il potere di esaminare l’opinione dei periti e soprattutto di vedere se le premesse siano costituite da dati indiscutibili e non da elementi vaghi, indecisi, non consistenti e non resistenti alla critica più superficiale. Anche la morte per asfissia procurata e la teoria dei colpi inferti da mano estranea vengono criticate: secondo il Procuratore, dal momento che un solo testimone accennò al fatto che il Luigi anziché sul nudo pavimento poggiasse il viso sul gilet, confermerebbe che su di esso quindi il Rende, nei movimenti convulsi, ha potuto battere più volte il viso ed i panni hanno raccolto parte del sangue uscito dalle lesioni e può spiegare l’asfissia nel senso che essi premendo direttamente sul naso e sulla bocca hanno impedito il passaggio dell’aria.
Una reprimenda durissima del lavoro dei periti quella che fa il Procuratore Generale del re nella sua relazione alla Sezione d’Accusa. Che nella lunga relazione di perizia ci sia qualche arzigogolo di troppo è vero, ma è chiarissimo che tanto i Magistrati del Tribunale di Cosenza quanto quelli di Catanzaro non abbiano gradito il fatto che i dottori Rodi e Tafuri si siano spinti a ricostruire la dinamica dei fatti secondo il loro punto di vista. E la stroncatura sembra più un monito che una reale confutazione dei dati clinici forniti nella perizia: non permettetevi di invadere il campo delle indagini con le vostre dissertazioni da investigatori dilettanti. Il Procuratore del Re si spinge oltre, sempre nella stessa ottica: la perizia è stata resa così farraginosa senza alcun motivo, salvo quello di arrivare ad un numero enorme di vacazioni per un importo di oltre 3000 lire e quindi i periti sono quasi dei truffatori.
Da queste premesse non si può che arrivare a una sola conclusione: non doversi procedere contro la Di Pietro Carmela per insufficienza di prove.
Il 28 ottobre 1918 la Sezione d’Accusa, accogliendo le motivazioni del Procuratore Generale del re, proscioglie Carmela per insufficienza di prove e ne ordina l’immediata scarcerazione.[1]
Per insufficienza di prove.


[1] ASCS, Processi Penali.



venerdì 2 dicembre 2016

IL CORDONE OMBELICALE


Cosenza 5 Settembre 1917
Egregio Signor Delegato
Vi faccio sapere che noi siamo tanti che facciamo una denuncia contro Giuseppina Lisco e contro il Guardia De Filippis Alfredo che questa ci à fatto una bambina con lui e sgravata nel mese di Agosto verso il 18 di questo mese la lavatrice fu stata la sopresa della Simonetta che andiede a chiamarla il guardia stesso e sgravata la notte la bambina gli ànno la sciato lo stentino aperto ed e morta nella casa della le vatrice noi non possiamo tollerare questo infanticidio che vogliamo sporre con la leggi d’altronde scriviamo al Prefetto. Il marito di questa Peppinella era al fronte ed e venuto 8 giorni dopo che sgravo il marito si credeva che ci trovava il ganzo dentro ma non ce lo trovòil marito si chiama Baldovino Lischio la casa loro abitano in un vascio di Ottorino Mascaro strada Spada.
Perché scravò non à rivelato che à sgravato, perché ànno fatto questo lo sanno tutti anche il marito che ci ànno detto tutto, prendete conto di questa bambina che non si sa come va lei e sgravata il 18 Agosto 1917, voi come delegato di publica sicorezza dovete vedere e chiarire i fatti d'altronde scriveremo un’altra lettera al Capitano dei carabinieri ed al prefetto che ànno commesso un omicidio che l’ànno uccisa la bambina e fu la Simonetta levatrice, lei non ci andiede e mando la sua supplende e la bambina appena e nata l’ànno messa in un pannolino, gli ànno intipata la bocca gli ànno lasciato il stentino aperto, la mattina e morta, prendete conto che era una bella bambina che mi la detto la moglie di Spinelli, la moglie di mastro Peppino massaro, la panno rossa, la mantenuta di Gallo Concetto, D. Ottorino Mascaro, Spinelli la portinaia di Spada e la moglie del coco del Siminario. Tutti questi gli dovete prendere un giuramento in nanzi a Dio e poi pure il marito ieri sera e venuto pure dove me e mi disse che lui non à relazione affatto con la sua moglie che la bambina che ci fece le corna ed il marito stesso fa il testimone che sa tutto e badate tutto cio che fate che noi gente del quartiere ce lo vedevamo entrare ed uscire a questo guardia De Filippisi Alfredo, prendete conto della bambina, lei a letto e stata un giorno e la sistita la madre di essa che e una ruffiana e la sorella che la cugnata la bandonò dietro che gli fece le corna al marito
Devotissima
Maria Rosaria Concetta
Se non date spogo oggi stesso ricorreremo al prefetto che il marito giurò vendetta
Il Delegato di P.S. Francesco Cilento, durante la sua carriera, ha avuto tra le mani molte lettere anonime ma quella che ha appena finito di leggere ha qualcosa di diverso. No, non è la minaccia a rivolgersi al prefetto che lo preoccupa. Forse è quel continuo richiamo “prendete conto della bambina” a convincerlo a buttarsi a capofitto in questo caso. Chiama gli Agenti Vincenzo Puma e Giuseppe Vacirca e ordina loro di identificare e sorvegliare Peppinella e De Filippis. Quella sera stessa gli Agenti gli riferiscono che si tratta di tale Giuseppina Fuoco, 27 anni, maritata Lisco e della ventottenne Guardia Municipale Rodolfo De Filippis. Aggiungono anche di avere identificato la levatrice Simonetta come Raffaela Albanito, maritata Simonetti, di 45 anni.
Li tengono d’occhio per qualche giorno e si accorgono che, avuto sentore delle iniziate indagini, tenevano un contegno indeciso e titubante. Allora Cilento decide, senza più perdere tempo, di convocare i due nel suo ufficio per interrogarli
Peppinella all’inizio nega tutto ma Cilento è uno che conosce il mestiere e insiste finché la donna comincia ad ammettere qualcosa
- Si, è vero… ho partorito una bambina frutto di illeciti amori con la guardia municipale De Filippis Rodolfo la notte tra il 18 e il 19 agosto. Prima di partorire mi ha fatto visitare da una donna che non conosco e dopo il parto Rodolfo allontanò la bambina servendosi di un’altra donna, anche questa a me sconosciuta. Dopo quella notte non ho più visto Rodolfo per cinque o sei giorni, poi l’ho incontrato al mercato e mi ha detto che la bambina era morta.
Anche Rodolfo, che ancora non sa cosa ha detto la sua amante, nega di avere avuto con costei rapporti intimi, ma poi a seguito di incalzanti domande ammette
- Verso la fine di novembre 1916, qualche giorno dopo essere stato dimesso dall’Ospedale ebbi rapporti intimi con la nominata Fuoco Giuseppina. Continuai la relazione fino a pochi giorni fa e cioè fin dopo il parto della Fuoco, verificatosi nella notte dal 18 al 19 agosto ultimo. La Fuoco era stata da me fatta visitare alcuni giorni prima del parto dalla assistente della levatrice Simonetti. La sera del 18, chiamato d’urgenza, andai a casa della Fuoco Giuseppina ed avuto conoscenza dell’imminenza del parto mi recai ad invitare tale Palma De Fazio affinché assistesse la partoriente. – ecco che le cose cominciano a quadrare – Non ho assistito al parto e solo verso la mattina, ritornato in casa della Fuoco, vidi che il parto si era felicemente compiuto. Subitamente, a mezzo della De Fazio, feci allontanare la bambina allo scopo di darla ad una balia, tale Giovannina, che avevo procurato poiché sapevo che la Fuoco non faceva latte. La balia, dopo un due giorni, mi riferì che la bambina era ammalata ed io la invitai a portarsi dal dottor De Fazio Francesco. La bambina dopo due giorni ancora cessò di vivere
- Ma la nascita è stata dichiarata o no? – gli chiede Cilento
- La bambina è stata dichiarata lo stesso giorno della nascita all’ufficio di stato civile ed a cura della levatrice Simonetti con le generalità di Svedese Anna d’Ignoti
- E il decesso?
- Il decesso venne constatato dal dottor De Fazio il quale rilasciò il prescritto certificato, a seguito del quale venne fatta la dichiarazione della sepoltura
- Vi risulta se il cordone ombelicale sia stato annodato e da chi?
- Data l’imminenza del parto non feci in tempo nella notte del 18 ad invitare una levatrice… non so da chi venne legato il cordone ombelicare
Sembra tutto regolare: da una relazione clandestina nasce una bambina, questa viene registrata come figlia di ignoti ma poi si ammala e muore. Può accadere, è già accaduto spesso e accadrà ancora, purtroppo. Adesso basterà solo dare un’occhiata ai registri dello Stato Civile e poi archiviare tutto o al massimo procedere con una denuncia per alterazione dello Stato Civile, poca cosa in confronto ad un infanticidio.
Ma quando i poliziotti leggono cosa c’è scritto sul certificato di nascita della bambina capiscono subito che le cose non quadrano affatto: non è vero che la bambina è stata dichiarata lo stesso giorno della nascita e che in seguito venne fatta la dichiarazione della sepoltura. Il certificato dice che la bambina Svedese Anna era stata dichiarata nata morta il giorno 22 agosto. D’altra parte, se è vero, come è vero, che la dichiarazione fu presentata dalla levatrice Raffaela Simonetti, è altrettanto evidente la sua complicità in questo brutto affare.
Cilento decide di interrogare di nuovo Rodolfo De Filippis che racconta
- Io non so nulla, la bambina fu visitata dal dottor De Fazio e la levatrice Simonetti, da me avvertita del decesso, mi assicurò che ella avrebbe pensato alla dichiarazione
A questo punto, il Delegato, di fronte alle dichiarazioni monche di Peppinella e di Rodolfo, alla contraddizione in cui era caduto quest’ultimo alla presenza di una falsa attestazione in atto pubblico, dispone l’identificazione e quindi l’invito a comparire della balia Giovannina e della nominata De Fazio Palma; nel frattempo interroga la levatrice. Dalle loro dichiarazioni Cilento adesso è in grado di ricostruire gli avvenimenti della notte tra il 18 e 19 agosto in un modo più logico e veritiero:
la notte dal 18 al 19 agosto ultimo, la nominata Fuoco Giuseppina, assistita da Picarelli Aquilina di anni 34 da S. Marco, qui domiciliata al Vico 2° Padolisi, e da De Fazio Palma, quest’ultima invitata nella stessa notte dalla guardia municipale De Filippis Rodolfo, mise alla luce una bambina alla quale, ad opera delle due donne sopra nominate, fu legato il cordone ombelicale. Verso la mattina del 19, il De Filippis fece trasportare dalla De Fazio ed in casa di costei la neonata e la affidò alle cure di tale Parisi Giovannina, alla quale in precedenza aveva al riguardo tenuto parola. La Parisi, accortasi durante il giorno 19 che il cordone ombelicale della bambina era malamente legato tanto che veniva fuori molto sangue, invitò il De Filippis a riprendersi la bambina per provvedere. Infatti il De Filippis la sera del detto 19 fece portare la bambina prima in casa della De Fazio e poi, a mezzo di quest’ultima, nella notte, in casa della Fuoco.
Durante la notte la bambina venne nutrita con acqua e zucchero e verso la mattina, dallo stesso De Filippis, venne portata avvolta in uno scialle nuovamente in casa della De Fazio. Di poi la De Fazio ed il De Filippis portarono la bambina in casa della balia Parisi Giovannina. Costei, che nella sera del 19 aveva riferito alla De Fazio, presente il De Filippis, che non intendeva custodire la bambina perché la legatura del cordone ombelicale non era stata fatta da persona pratica, tanto che veniva fuori copioso sangue, e che quindi non poteva assumersi delle responsabilità, venne dal De Filippis indotta a riprendersi la bambina con assicurazione che il cordone ombelicale della bambina era stato questa volta legato dalla levatrice “A Catanzarese” [Raffaela Simonetti NdA] mediante compenso di lire cinque. La Parisi, assicuratasi che un secondo nodo era stato fatto al cordone ombelicale, si riprese la bambina, ma il giorno appresso si vide costretta a ricorrere, per consigli del De Filippis, al dottor De Fazio perché la bambina non succhiava.
Il dottor De Fazio esaminò solamente la bocca della creaturina ed ordinò delle medicature. Dopo due giorni, e precisamente la notte del 22, la bambina cessò di vivere. Il De Filippis, informato, mandò una cassetta mortuaria e due uomini in casa della Parisi e subitamente, a seguito della falsa dichiarazione della levatrice Simonetti, ottenne il certificato di seppellimento.
Quando Cilento gli contesta questa ricostruzione, De Filippis dopo molto tergiversare cambia versione
- La notte del 19 la bambina fu trattenuta in casa della madre Fuoco Giuseppina e nella mattina del 20 la portai a casa della De Fazio e la rassicurai, come rassicurai la Parisi che era stata fatta una seconda legatura, ma non so dirvi da chi fu fatta…
Troppo comodo.
Cilento è ormai convinto che Peppinella e Rodolfo abbiano premeditato di provocare la morte della creatura nata dalla loro colpa, con il lasciare legare il cordone ombelicale da una donna capace di tutto, prostituta, quale la De Fazio Palma. Poi, di fronte agli ostacoli posti dalla balia, nella notte del 19, rimasti da soli con la bambina affrettarono l’esecuzione del piano delittuoso sottoponendo ad altre sevizie la povera creaturina. Il De Filippis, sicuro di ottenere nella qualità di agente municipale non solo le maggiori facilitazioni per condurre a termine il misfatto, quanto di poterlo occultare, indusse la Fuoco ad accettare l’idea criminosa.
‘A Catanzarese, Raffaela Simonetti, era a conoscenza di tutto e dietro compenso fece la falsa dichiarazione, sicura che il De Filippis sarebbe riuscito ad occultare ogni cosa.
Si tratterebbe quindi di un omicidio premeditato commesso con brutale malvagità e con sevizie poiché le persone incaricate dell’assistenza alla partoriente e al baliatico erano donne di male affare, pregiudicate, perché bene si poteva provvedere nella sera del 19 per un intervento di una levatrice od un dottore, perché la dichiarazione di nata morta venne fatta con tale fretta da lasciare supporre che oltre alla Simonetti, quelli che rilasciarono l’autorizzazione pel seppellimento abbiano concorso a soffocare delle tracce del delitto.
Cilento fa arrestare Rodolfo De Filippis, Giuseppina Fuoco e Raffaela Simonetti, nata Albanito.
Il Giudice Istruttore, sebbene sia ormai passato poco meno di un mese dal tragico fatto, decide di far riesumare il cadaverino per cercare eventuali tracce residue che potrebbero confermare l’ipotesi accusatoria, così il 14 settembre 1917, nella camera mortuaria del cimitero cittadino, i periti incaricati riescono ad osservare che: il cordone ombelicale è lungo millimetri dodici, legato alla sua metà con un filo di canapa che è altresì attorcigliato all’estremità del cordone istesso. L’estremo distale del cordone si presenta a margini netti, un po’ a becco di clarinetto, di colorito nerastro. Asportando il filo che lega il cordone, si nota una prima ed una seconda legatura. I vasi ombelicali si presentano obliterati ed integri mentre la pelle alla radice è un po’ macerata, perciò escludono che ci siano segni di irregolarità e trascuratezza nella legatura del cordone. Escludono anche che ci siano di violenza o che ci siano tracce di avvelenamento. C’è però una anomalia: tutto il tubo gastro-enterico era vuoto e non conteneva nemmeno il più piccolo residuo di alimenti o di feci. Che l’abbiano fatta morire di fame? Non possiamo ammettere la inanizione come causa assoluta della morte giacché un bambino potrebbe resistere al digiuno per più di tre giorni. Altra causa in concomitanza con la mancata alimentazione ha dovuto determinare la morte della povera bambina, scrivono i periti.
Poi dal certificato medico a suo tempo rilasciato dal dottor De Fazio, i periti apprendono che la bambina sarebbe stata affetta da mughetto.
Ecco, per i periti questa potrebbe essere la concausa della morte. Noi non abbiamo potuto constatare nel cadavere detta infermità per lo stato di avanzata putrefazione della mucosa orale e faringea, ma non possiamo assolutamente mettere in dubbio la diagnosi del dottor De Fazio, per modo che ci sentiamo in dovere di pigliarla in considerazione per le nostre deduzioni finali. Il mughetto è una malattia della membrana mucosa boccale. La causa più diretta del mughetto è lo sviluppo del fungo sulla mucosa orale; le cause predisponenti sono diverse, la più importante è l’allattamento artificiale senza le debite norme igieniche. Questa malattia si manifesta quasi sempre nei bambini affatto piccoli. Quale momento predisponente sembra in essi secchezza della mucosa, giacché le glandole salivari in questa età non funzionano ancora. Le alterazioni anatomo-patologiche consistono in una forte infiammazione catarrale della mucosa boccale e nella presenza di filamenti fungosi che penetrano nell’epitelio e negli strati superficiali della mucosa. In casi trascurati, il mughetto si estende agli organi vicini che sono rivestiti di epitelio cilindrico, così, per esempio, il mughetto si può propagare alle fauci, all’esofago, mai alla laringe, al naso, allo stomaco. Il bambino affetto da tale malattia diventa inquieto, grida molto e non si attacca più al petto materno né al biberon perché non può né succhiare, né deglutire a causa del dolore e quindi può morire d’inanizione.
Da tutto questo noi possiamo dedurre che il mughetto sia stato non solo una causa concomitante, ma la vera causa predisponente della morte della Svedese e che la inanizione come causa determinante la morte sia stata in stretta dipendenza col mughetto.
In risposta ai quesiti del Sig. Giudice Istruttore, noi possiamo affermare che la Svedese Ada, nata sana, ben conformata e ben sviluppata, è morta per inanizione dipendente, molto facilmente, dal mughetto di cui era affetta, giusto la dichiarazione del Dott. De Fazio.
Non possiamo rispondere se la bambina sia stata curata o no per mancanza di prove sufficienti. Possiamo escludere assolutamente che si sia trattato di morte accidentale o violenta.
Tutto chiarito. I tre imputati, in attesa che venga emessa la sentenza che li rinvii a giudizio o li prosciolga, vengono rimessi in libertà ma le indagini continuano perché il Giudice Istruttore, Vincenzo Meola, continua a vederci poco chiaro nella vicenda. Così decide di interrogare il Delegato di P.S. Cilento, che nel frattempo ha scoperto qualche altra cosetta, e il dottor Francesco De Fazio perché chiarisca alcune curiose circostanze.
- Ho raccolto la testimonianza di Francesca Donato, presso la quale l’imputata Fuoco Giuseppina era a servizio – riferisce Cilento – e ha una importanza gravissima poiché in essa sono raccolte le confidenze della Fuoco, i di lei timori, le ansie per la venuta del marito, nonché le pratiche usate per far scomparire dalle mammelle il latte. Dopo il parto la Fuoco confessò che la bambina era stata allontanata dalla guardia De Filippis ed a mezzo dell’assistente della levatrice Simonetti, alla quale era stato dato un compenso di £ 150 per provvedere a tutto e per indicare alla Fuoco un medicamento atto a fare scomparire il latte dalle mammelle; che, contrariamente al vero e in contraddizione a quanto finora si è raccolto, la bambina in un primo tempo fu mandata nel Comune di Cellara; che la Fuoco era stata consigliata a nascondere la verità nel caso venisse interrogata dalla autorità; che la levatrice Simonetti da parecchi anni si dedica alla delittuosa opera di dare a balie mercenarie miseri innocenti e di aver sempre commesso false dichiarazioni e soppressioni di stato mediante compenso; che la nominata Aquino Saveria, voluta assistente di essa levatrice, non è che una donna immoralissima, mezzana, capace di tutto.
- Mentre mi trovavo nella farmacia di Adriano – racconta il dottor De Fazio – mi si presentò una donna sconosciuta con una bambina nata da poco, dicendomi che la bambina non succhiava regolarmente. Esaminatala nella bocca e visto che trattavasi di mughetto, ordinai alcune pennellazioni di clorato di potassio ed altri medicamenti e siccome era ad altissima temperatura, per calmare la febbre ordinai delle frizioni di chinino. Seppi dopo qualche giorno, a mezzo della levatrice Simonetti, che la bambina versava in tristi condizioni. Non seppi che la bambina morì, per quanto lo stato in cui l’avevo trovata faceva presagire una prossima fine. Non è vero, dunque, che io abbia constatato la sua morte, né che abbia rilasciato alcun certificato per il seppellimento.
Che, al di là dei risultati dell’autopsia, ci siano molte cose strane è chiaro: perché tutte quelle macchinazioni per nascondere una morte naturale? Perché fare una falsa dichiarazione allo stato civile?
La Procura del re di Cosenza manifesta la propria confusione nella relazione di invio degli atti alla Sezione d’Accusa perché lo fa senza formulare alcuna richiesta
Pare non possa parlarsi dell’ipotesi rubricata di omicidio volontario, data anche la circostanza che non fu tenuto celato né il parto, né la neonata, la quale anzi fu portata anche in una pubblica farmacia per essere visitata dal medico.
Non pare possa parlarsi neanche di responsabilità per omicidio colposo, visto che la morte debba attribuirsi ad inanizione dipendente da mughetto.
Nessun dubbio però sulla responsabilità dell’Albanito [la levatrice Simonetta NdA] in ordine alla falsa attestazione all’Ufficiale di Stato Civile. Essendosi dichiarata la Svedese come nata morta e sulla correità in detto reato per lo meno da parte del De Filippis. Ed invero essi sapevano bene che la piccina era nata viva e vitale; né la levatrice aveva interesse alcuno a denunziare la piccina come nata morta, e se ciò fece vi fu certamente determinata dal De Filippis.
Peccato che la Procura ometta che il dottor De Fazio dichiarò che gli si presentò una donna sconosciuta con una bambina nata da poco e quindi non poteva sapere che quella bambina fosse la figlia adulterina di Peppinella e di Rodolfo.
Il 23 gennaio 1918 la Sezione d’Accusa emette la propria sentenza:
Non doversi procedere a carico di Fuoco Giuseppina, De Filippis Rodolfo e Albanito Raffaella circa l’omicidio loro ascritto perché il fatto non sussiste; a carico della Fuoco e del De Filippis, in ordine alla falsità in atto dello Stato Civile per non aver preso parte al fatto; e finalmente a carico di Albanito Raffaella, circa la medesima falsità, perché il fatto non costituisce reato.[1]
Alleluja!
Ada Svedese d’Ignoti, di te, di come sei nata, di come sei morta non interessa niente a nessuno.



[1] ASCS, Processi Penali.