lunedì 30 gennaio 2017

IL COMPARE E LA COMARE



Sono le 5,30 del 9 settembre 1911 e il guardiano ferroviario Biase Barletta sta controllando il tratto di sua competenza lungo la linea ferrata tra Scalea e Verbicaro e precisamente tra i caselli N° 144 e 145, distanti l’uno dall’altro circa un chilometro. Giunto a metà del percorso, la sua attenzione viene attirata da un berretto da caposquadra ferroviario sul limitare della scarpata che guarda verso il mare. “Chissà a chi è caduto”, pensa raccattandolo da terra, “lo porterò al casello e qualcuno verrà a reclamarlo…”.
Fatti un’altra ventina di passi, Barletta guarda nella scarpata, bestemmia e capisce che nessuno ha perso quel berretto
- Perlamadonna! – un uomo, quasi addossato alla siepe di acacia, è disteso a faccia in giù per terra e sembra non muoversi. Urla per cercare di svegliare l’uomo, ma non ottiene alcun risultato. Si avvicina, guarda meglio ed esclama – Minchia! È morto ammazzato!
Senza pensare a cercare di identificare il cadavere, si mette a correre verso Scalea per lanciare l’allarme. Solo verso le 8,00 torna sul posto col sorvegliante Pasquale Scaramuzzo e, insieme, accertano che l’uomo era il caposquadra Vincenzo De Mattei di Maratea e con questa ulteriore notizia provvedono ad avvisare i Carabinieri di Scalea.
- Non lo vedevo da sette o otto giorni – racconta Barletta al Vice Brigadiere Carmelo Ponzio – ma quello che è certo, è che non aveva nemici. Una brava persona… sicuramente si è trattato di una rapina, credetemi, davvero era stimato e benvoluto da tutti
Il cadavere di De Mattei presenta due ferite: una derivante da una fucilata alla schiena, chiaramente sparatagli a bruciapelo; l’altra, una coltellata o una pugnalata, accanto alla scapola destra. Ponzio fruga nelle tasche della giacca di panno bleu carbonella e trova il portafogli e il portamonete della vittima con dei soldi dentro; nel taschino del gilet un orologio d’argento, regolarmente attaccato alla sua catenella e in un’altra tasca un biglietto a firma di un certo Nicola con una specie di invito a vedersi.
- Siete sicuro che non aveva nemici? – chiede a Barletta e a Scaramuzzo, mostrando loro ciò che ha trovato
- Sicurissimo!
- Beh… almeno un nemico lo aveva… – dice, ironicamente, il Vice Brigadiere
Vengono ascoltati tutti gli operai che lavorano lungo la linea ferrata nel tratto di competenza del morto e si scopre che l’ultimo giorno di vita, fino a notte inoltrata, De Mattei lo ha passato in casa di un certo Nicola Naponiello, trentenne di Eboli, anch’egli operaio ferroviario, che abita nel casello N° 146. I due sembrano essere stati grandi amici ma cominciano ad arrivare anche le prime indiscrezioni circa una presunta relazione adulterina tra la moglie di Naponiello, la venticinquenne Maria Volpintesta, e la vittima, altrimenti non si spiegherebbe come mai De Mattei passava più tempo nella casa dei compari che non nella propria a badare a sua figlia, dato che era rimasto vedovo.
Che ad uccidere il caposquadra De Mattei sia stato il compare Naponiello lo mette nero su bianco il padre della vittima, il quale racconta al Vice Brigadiere Ponzio
- Sospetto che mio figlio l’abbia ammazzato Naponiello Nicola per motivi di gelosia, giacché è pubblico che detto mio figlio aveva relazione con la di lui moglie. Queste relazioni duravano da circa cinque anni, da quando cioè sia il Naponiello che mio figlio si trovavano alla stazione di Verbicaro. Io avvertivo spesso mio figlio di smettere tale relazione e lo incitavo spesso di venire a passare da me le giornate in cui era libero, ma purtroppo in tali giornate lui non si recava che dal Naponiello
Il Vice Brigadiere Ponzio, sommando l’accusa del padre della vittima al fatto che i coniugi Naponiello sono state le ultime persone a vedere vivo De Mattei, alla relazione adulterina e al fatto che certamente il delitto non è avvenuto a scopo di rapina, conclude che il maggiore indiziato è Nicola Naponiello e lo fa arrestare, come fa arrestare anche la moglie, sospettando che lo abbia potuto aiutare in qualche modo
- Sono innocente! È assolutamente falso che io nutrissi dei rancori contro il defunto De Mattei per ragioni di gelosia. Mia moglie è donna onesta e le voci sparse sul di lei conto sono calunniose. – attacca Naponiello, poi racconta come si è svolta la giornata dell’8 settembre – Il De Mattei fu per tutta la giornata in casa mia, di ritorno da Verbicaro dove si era recato per fare un conto con Paolillo
- Paolillo chi?
- Eduardo Paolillo… quello che ha il negozio alla stazione di Verbicaro… De Mattei era solito comprare lì un sacco di roba…
- Ho capito… adesso dimmi se lo avevi invitato tu o è venuto di sua iniziativa. Questo biglietto devi averlo scritto tu e pare proprio un invito – gli chiede, sventolandogli sotto il muso il foglietto di carta trovato nelle tasche della vittima
- Non è vero che io l’abbia invitato per quel giorno e il biglietto che gli avevo scritto qualche giorno prima a Praia l’imbasciata a mio mezzo mandatagli dal Paolillo il quale diceva che per le condizioni sanitarie di Scalea, i suoi garzoni non si potevano recare a Verbicaro [dove c’era un’epidemia di colera. Nda] per inviare al De Mattei gli oggetti di negozio da lui richiesti
- Va bene, adesso continua a raccontare cosa avete fatto per tutto il giorno otto
- Facemmo colazione verso le 10 mangiandoci del pesce che lui stesso aveva portato da Praia; verso le 15 pranzammo e si rimase in compagnia fino alle ore 21 quando io con mia moglie andai a letto. Alle 23 mi alzai per andare in servizio, verso le 2 dopo mezzanotte andai a svegliare il De Mattei, giusto gli accordi presi, che dormiva nella stanza a pianterreno della mia abitazione, ed alzatosi lo accompagnai fino al mio posto di guardia, dovendo lui recarsi a Scalea a prendere il treno merci per ritornare a Praia
- Eri armato?
- Quella notte io avevo il fucile – il Vice Brigadiere gli mostra il fucile sequestratogli e Naponiello annuisce – ma io sono abituato sempre quando esco di casa perché son munito di regolare permesso
- E il pugnale? – insinua Ponzio
- Quale pugnale?
- Quello col quale hai ammazzato De Mattei…
- Non ho nessun pugnale… io l’ho lasciato al mio posto di guardia… quello che è successo dopo non lo so…
- Dai… ma se tutti sanno che ne hai uno, da qualche parte lo avrai nascosto, visto che a casa tua non lo abbiamo trovato!
- Non è vero
Poi è il turno dell’altra sospettata, Maria Volpintesta
- Io sono innocente! Nulla conosco del come sia avvenuta l’uccisione del De Mattei. Questi era amico di famiglia e compare, avendo tenuto a battesimo un mio bambino, ora morto, circa un anno fa. Vero è che veniva spesso a casa nostra e vi si tratteneva lungamente, ma ciò avveniva per le relazioni di vera amicizia che correvano fra di noi, non mai per relazioni illecite che avesse con me. Io protesto contro la calunniosa insinuazione e mi riserbo querelarmi contro chi mi ha diffamata!
- Come si è svolta la giornata dell’8 settembre?
- De Mattei si recò alla stazione di Verbicaro col treno per pagare un conto al negoziante Paolillo e dopo si recò da noi verso le ore 9. Essendo festa, siccome lui era anche libero dal servizio e date le buone relazioni fra di noi, rimase a casa nostra. Facemmo colazione preparando del pesce, merluzzo, che lui aveva portato da Praia e dopo rimanemmo a chiacchierare fino alle 15, ora del pranzo. Dopo pranzo si rimase in compagnia con altri impiegati vicini. Verso le ore 21 io con mio marito andai a coricarmi ed il De Mattei rimase a dormire nella stanza a pianterreno, ove gli avevo preparato un lettino. Prima di andare a letto il De Mattei disse a mio marito di svegliarlo verso le 2 e un quarto dopo mezzanotte, dovendo raggiungere il treno merci alla stazione di Scalea per recarsi alla sua residenza in Praia, come aveva praticato altre volte. Alle 23 mio marito si alzò per andare in servizio, io rimasi a letto e non vidi e non sentii più nulla. L’indomani mattina, dalla squadra di Verbicaro, io e mio marito apprendemmo che il De Mattei lo avevano trovato sulla linea ammazzato. Prima di allora avevamo visto De Mattei a Praia in occasione della festa del 15 agosto, nella quale circostanza rimanemmo in casa sua per due o tre giorni. Suo padre sbaglia quando dice che ci conoscevamo da cinque anni, perché lo conoscevamo da circa due anni
Maria Fernandez, spagnola di Siviglia e suocera del povero De Mattei, interrogata, la pensa diversamente circa i rapporti di amicizia familiare tra suo genero e i due sospettati, per cui gli inquirenti decidono di mettere a confronto le due donne
- Ti ricordi quando nello scorso anno mi raccontasti che tuo marito, per averti sorpreso che parlavi con mio genero, ti bastono?
- Non è vero, voi potete dire quello che volete, ma io non vi raccontai nulla!
- Aggiungesti pure che dopo essere stata bastonata, sopraggiunse mio genero che ti trovò piangendo
- Non è vero… non è vero
- Ti ricordi quando nello scorso agosto venisti in casa nostra mi confidasti che tuo marito era nuovamente ingelosito del suo compare, mio genero, e che temevi di essere nuovamente bastonata?
- Non è vero! se mio marito mi avesse tenuta gelosa, in casa del compare non mi avrebbe condotta!
- Puoi negare che nello scorso agosto, stando in casa nostra, mio genero approfittando di qualche distrazione momentanea di tuo marito ti sorrideva, ti toccava il piede e prendendoti pel braccio t’invitava a bere? Puoi negare che gli sguardi tu li contraccambiavi?
- Non è vero niente proprio, mio marito non era tanto stupido da non accorgersene
- Ti ricordi che più d’una volta, parlando fra di noi, io ti ho detto: “Quando succede una cosa io ho tanto d’occhi e vedo tutto”?
- Badate a quello che dite, non vi mettete il mio onore in bocca!
- Tutto quello che io dico è vero!
Il contegno risoluto ed energico della Fernandez e quello, al contrario, titubante di Maria, convincono ancora di più gli inquirenti di essere sulla strada giusta per incastrare marito e moglie. A confortarli in questa convinzione arriva la perizia sui pallini estratti dal corpo della vittima, messi a confronto con quelli delle cartucce sequestrate a Naponiello: sono perfettamente identici, come perfettamente identiche sono la borra trovata sul cadavere e quelle delle cartucce sequestrate. Ormai, almeno per Naponiello, il cerchio sta per chiudersi e a niente serve la lettera che l’indagato scrive per denunciare i rancori che alcuni operai ferroviari avrebbero avuto nei confronti della vittima.
Filomena Farra, che abita nello stesso casello 146, interrogata riferisce circostanze forse decisive per le sorti delle indagini
- La Volpintesta mi parlava in modo da non far sentire il marito che era in casa, il quale era molto furbo e mentre faceva finta di dormire controllava la moglie. La mattina del 9 venne da me la Volpintesta e mi disse: “Ieri non son venuta a trovarti perché c’era il compare, questi voleva andar via ma mio marito lo ha trattenuto promettendogli che verso le ore 20 lo avrebbe accompagnato alla stazione di Scalea; arrivato a tale ora lo premurò a rimanere ancora per andarsene con un merci alla mattinata ed invece lo svegliò alle due della notte ed il Compare De Mattei se ne andò”. Questo mi disse prima che si fosse saputo dell’omicidio e anche dopo
Testimonianza su testimonianza, sopralluogo dopo sopralluogo, i Carabinieri e il Pretore di Scalea credono di essere in grado di ricostruire la dinamica dell’omicidio
In casa Naponiello si mangia, si beve e si fa tardi. Il De Mattei vuol partire ma il Naponiello lo invita a rimanere per ripartire l’indomani mattino (e la Volpintesta ce lo racconta, vedi teste Farra), questi cede e tutti vanno a letto ma, contrariamente agli accordi presi, il Naponiello alle 2 dopo mezzanotte sveglia il compare e lo invita ad andare a raggiungere il treno merci a Scalea, fin dove promette di accompagnarlo. Perché mai questo cambiamento di orario? Nel Naponiello è già maturato il proponimento di disfarsi del compare ed abilmente ha preparato il piano per l’esecuzione e per poi assicurarsi l’impunità. Tutto è scelto abilmente. Il tempo: sono trascorsi da poco i luttuosi rivolgimenti nella vicina Verbicaro: i cittadini sono sbandati per le campagne (il Naponiello pensa), i sospetti cadranno su di loro [Nell’estate del 1911 scoppiò a Verbicaro una violenta e tragica rivolta in seguito ad un’epidemia di colera che la popolazione riteneva essere stata provocata dal sindaco su mandato del Governo per eliminare la popolazione in eccesso. La rivolta ebbe una risonanza nazionale e fu additata come il simbolo del primitivismo barbarico dei calabresi, briganti e violenti. Il governo, presieduto da Giovanni Giolitti, anziché medicinali per dare sollievo agli ammalati inviò l’esercito che presidiò il paese per ben tre anni. Sarà vero? Lo scoprirete cliccando qui. Nda]. L’ora: sono circa le tre dopo mezzanotte ed a quest’ora gli abitanti dei vicini caselli ferroviari dormono a sonno pieno. Il luogo: è in prossimità di un boschetto in cui si inoltra un viottolo e quivi (pensa il Naponiello) si penserà all’agguato. Il punto: è in una curva e qui la fiammata del colpo di fucile, che dovrà essere micidiale, non potrà osservarsi.
Sveglia, adunque, il Naponiello il suo compare, questi si alza ed ambedue si avviano verso Scalea: giunto al punto designato, il Naponiello dà un colpo di fucile ed una pugnalata al suo compare e lo ammazza!
Ed ogni cosa è a conoscenza della Volpintesta la quale, compiutosi il delitto, si adopera ad assicurare l’impunità al marito. Ben presto, difatti, ad ora insolita si reca a casa della Farra a raccontarle quello che la sera precedente si era detto fra i commensali; ben presto ad ora insolita si reca a lavare un paio di pantaloni del marito, pantaloni forse intrisi del sangue del povero De Mattei.
Alla luce di questa ricostruzione, non suffragata da prove concrete, il Pubblico Ministero chiede il rinvio a giudizio per tutti e due gli indagati ma la Camera di Consiglio del Tribunale di Cosenza non è d’accordo e dispone il proscioglimento di Maria Volpintesta per insufficienza di prove. Prove che invece sono ritenute sufficienti a carico di Nicola Naponiello, per il quale gli atti sono inviati alla Sezione d’Accusa e il 12 marzo 1913 viene disposto il suo rinvio a giudizio presso la Corte d’Assise di Cosenza.
Ma nel dibattimento le accuse non reggono e il 16 aprile 1914 la Giuria, a maggioranza, assolve Nicola Naponiello per non aver commesso il fatto.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 27 gennaio 2017

IL MORTO CHE PARLA

È ancora buio quando, il 28 agosto 1917, Salvatore Caloiaro esce dalla sua casa colonica per andare a deviare l’acqua del torrente che scorre nel burrone Fosso del Monaco, in territorio di Luzzi, accanto al suo fondo agricolo. L’operazione dovrebbe durare solo pochi minuti visto che la presa dell’acqua dista solo cinquecento metri dalla casa ma verso le 5,30, non vedendolo tornare, suo figlio Umile decide di andare a controllare se ci siano dei problemi
- Papà! Papà! – comincia a urlare da lontano il ventottenne Umile senza però avere risposta. Si avvicina ancora continuando a chiamare il padre ma non succede niente. Percorso qualche altro metro vede un uomo presso la presa dell’acqua. È disteso supino nel letto del torrente e sembra essere svenuto o addirittura morto. Umile pensa che qualche buontempone voglia fargli uno scherzo mettendogli paura e così torna sui suoi passi per chiamare i familiari e andare tutti insieme a vedere di cosa si tratta.
Purtroppo non si tratta di uno scherzo di cattivo gusto, l’uomo steso a terra è suo padre. Morto. Le urla di disperazione dei familiari richiamano subito l’attenzione dei vicini che accorrono a constatare la disgrazia. Certamente l’anziano Salvatore deve essersi sentito male ed è morto, pensano quasi tutti. C’è però chi insinua che non si può essere sicuri che si tratti di morte naturale e Umile, non resistendo alla vista del cadavere del padre, si incarica di andare in paese ad avvisare i Carabinieri.
Il cadavere, che a prima vista non presenta nulla di strano, mostra invece qualcosa che non va: una contusione sulla tempia sinistra e un’altra sulla bozza frontale dello stesso lato. Ma ciò che fa storcere il muso al Brigadiere Andrea Pucci sono i segni di unghiate sulla gola. Non si tratta di una disgrazia ma di un omicidio!
- Avete dei sospetti? Qualche contrasto, qualche inimicizia con qualcuno? – chiede il Brigadiere alla fresca vedova, la sessantaquattrenne Rosina Padula
- No… non credo… però…
- Però?
- Forse… c’è una persona con la quale ci sono stati piccoli screzi…
- Chi è?
- Un certo Giuseppe Puoci, proprietario del fondo sottostante al nostro che da tempo pretenderebbe il diritto all’acqua del torrente. Venerdì scorso, il 17, venne a casa per il fatto dell’acqua. Mio marito non c’era perché era andato a vendere alla fiera e lui mi disse: “Dunque, l’acqua me la date con le buone? Se no ho trovato la legge e la darò da me!”. Io gli risposi che avrebbe prima dovuto chiedere l’acqua del fondo di donna Maria Aurelia Acri dove si trova la sorgente e lui, senza controbattere, andò via…
- Avete sentito qualche rumore strano stamattina o delle urla?
- No, niente
Potrebbe essere un movente valido, così il Brigadiere decide di arrestare il cinquantenne Giuseppe Puoci e suo cognato (ma anche genero del morto essendo il marito della figlia) Michele Pancaro perché spesso minacciava di allontanarlo dal proprio fondo in quanto non gli dava quell’aiuto che gli doveva essendo ormai anziano.
- Si tratta di morte naturale, sono stati i familiari a conciarlo così per far credere che si tratti di un omicidio e dare la colpa a me… – si difende, contrattaccando, Puoci
A far aumentare i sospetti su Pancaro, invece ci pensa Umile Caloiaro il quale confida al Brigadiere di averlo visto ritornare dal fondo per un viottolo quando stava albeggiando e Umile era fuori casa per soddisfare un bisogno corporale.
- Mio cognato Umile si sbaglia… io sono uscito da casa mia quando lui era fuori…
- Mio marito è uscito da casa una mezzoretta prima che io vedessi mio fratello fuori che pisciava – lo smentisce sua moglie Maria Caloiaro
I sospetti si aggravano ma ci sono dei punti oscuri. Quella mattina, contrariamente al solito, nessuno dei vicini è uscito dalla propria casa al solito orario, ma solo quando hanno sentito le urla disperate dei familiari del povero Salvatore e, cosa ancora più strana, nessuno, nemmeno i familiari, ha sentito rumori o parole o urla.
Poi da una verifica più attenta del luogo del delitto emerge che l’acqua dalla presa era stata deviata dall’acquedotto del fondo Caloiaro e lasciata scorrere lungo il letto del torrente e che perciò, attraversando prima il fondo di Indrieri Pietro, andava a finire nel fondo del Puoci. Una fatale dimenticanza del presunto assassino, un chiaro messaggio alla famiglia Caloiaro o un tentativo di spostare i sospetti su Puoci?
Intanto, a causa della indisponibilità per malattia del dottor Ettore Gardi, medico condotto di Luzzi, non viene nominato nessun altro perito e pertanto l’autopsia, necessaria per stabilire con certezza la causa che ha determinato la morte di Salvatore Caloiaro, non verrà mai effettuata. Per questo tutto resta nel campo delle ipotesi. Potrebbe trattarsi di omicidio ma potrebbe anche trattarsi di morte naturale. Chi vivrà, vedrà.
I Carabinieri continuano le indagini e scoprono che le cose potrebbero non essere andate come hanno raccontato i familiari della vittima. Infatti solo ora escono allo scoperto molti testimoni i quali asseriscono che la figlia dell’ucciso Caloiaro a nome Maria esclamò più volte dopo l’uccisione del padre e dopo il trasporto del cadavere al cimitero “padre mio ti anno ammazzato, io saccio tutto”. Tali frasi indignarono la suocera della Maria, a nome Caruso Rosaria, che la redarguì dicendogli: “piangi come devi piangere e pensa prima di dire le parole altrimenti fai prendere una galera a tuo marito”. Queste parole ebbero una ripercussione nella voce pubblica che additava quale colpevole il genero dell’ucciso a nome Pancaro Michele, siccome il suocero l’aveva più volte minacciato di mandarlo via dalla casa e dal fondo, non prestandogli l’aiuto proprio.
Però Maria, interrogata, smentisce tutto e dichiara che le sue parole sono state male interpretate in quanto lei si riferiva alle varie quistioni fatte dal padre e dalla madre e che doveva terminare così, tanto più che il padre aveva più volte esternato il proposito di ammazzare qualcuno o di uccidersi solo. Ma il Brigadiere Pucci non è affatto convinto della veridicità delle parole di Maria e la incalza con richieste di chiarimenti. Alla fine, però, deve ammettere che, mentre fa pensare che avesse potuto illuminarci sul vero autore, evade poi con risposte poche persuasive e cioè dubitammo per il fatto che la medesima non è all’altezza di giudizio da poterci fare affidamento.
Ovviamente Michele Pancaro nega recisamente di aver commesso l’omicidio e difatti il giorno che avvenne, avvertito di ciò, si partì dal fondo ove trovavasi e si recò presso il cadavere e venne da noi esaminato minutamente se avesse tracce di sangue, specialmente nelle unghie, ma nulla scorgemmo. Inoltre le impronte delle unghie sulla regione latero-esterna sinistra del collo erano tutte di forma semilunare, mentre il Pancaro ha l’unghia dell’indice della mano destra, essendo quella che strinse al collo, molto adunca e distaccata dalla polpastrella, rivolta alquanto in su, quindi si desume che l’impronta dell’unghia dell’indice avrebbe avuto forma differente se fatta da lui.
Ma c’è qualcosa che al Brigadiere Pucci non torna: è l’assenza di rimorso che riscontra tanto in Michele Pancaro che in Giuseppe Puoci, anzi affettano un cinismo da eludere ogni sospetto su di essi, ma noi supponiamo che il vero autore devesi ricercare nel Puoci che resta in carcere, mentre nei confronti di Pancaro non viene, per il momento, preso alcun provvedimento.
Passano alcuni mesi durante i quali la voce pubblica continua ad accusare vanamente il genero della vittima, poi il 4 gennaio 1918 il Brigadiere Pucci, che non ha mai smesso di indagare, mette nero su bianco altre testimonianze che accusano Pancaro di essere l’autore dell’omicidio, ma nemmeno questa volta succede niente, ma il Brigadiere comincia a credere che Pancaro possa davvero essere l’assassino e continua le sue indagini, senza tuttavia trovare indizi sufficienti.
Poi i primi di aprile 1918 si fa avanti un certo Vincenzo Brogno il quale racconta al Brigadiere che il povero Salvatore Caloiaro gli è apparso in sogno dicendogli che l’aveva ucciso suo genero Pancaro Michele. Soggiunse, nel sogno, che gli aveva messo tre dita della mano sinistra, adattandola alla rovescia, al collo e con la mano destra ci coprì la bocca per non farlo gridare e poscia, buttatolo a terra,lo soffocò. Dopo di ciò se ne partì per ritornarci dopo poco per assicurarsi se fosse morto o meno.
È solo un sogno, non si può certo spiccare un mandato di cattura per questo! E di certo il Brigadiere Pucci non ha questo in mente ma nel chiudere il verbale indirizzato al Pretore di Rose, dove riferisce questa bizzarra circostanza, scrive: Tale deposizione mi sembrò sincera e senza ombra alcuna e perciò ho creduto di informare Vossignoria, tanto perché si avvicina ai particolari del fatto ed anzi potrebbe rispecchiare una luce di verità.
Il Giudice, più che credere al sogno, pensa che Brogno abbia elementi di prova molto più importanti e concludenti e che per evitare maggiori noie abbia voluto presentarli alla Giustizia come il contenuto di un… sogno e deve essere subito messo sotto torchio, ma non si arriva a niente nemmeno questa volta
- Ciò che ho riferito è il risultato di un sogno mentre io, in realtà, non so nulla, proprio nulla, dell’uccisione del Caloiaro
La novità è che adesso Pancaro è imputato a piede libero per concorso in omicidio. Passano ancora dei mesi durante i quali non emergono novità e l’istruttoria viene chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio per entrambi gli imputati ma la Sezione d’Accusa rinvia a giudizio soltanto Giuseppe Puoci, dichiarando il non luogo a procedere nei confronti di Michele Pancaro.
È il 7 febbraio 1919 quando il Brigadiere Vito Surico, che ha sostituito Pucci al comando della stazione di Luzzi, viene avvisato che una giovane, certa Angelina Sprovieri di 18 anni, colpita da istero-epilessia sta parlando con un morto, anzi è il morto, Salvatore Caloiaro, che parla per bocca della ragazza. Ci risiamo!
Dubitando trattarsi di un suo peccato siccome conoscitore dell’omicidio suddetto, ha svelato tutta la scena e cioè che certo Pancaro Michele, genero dell’ucciso, per fatti d’interesse, vicino alla porta del Pancaro, questi lo afferrò mettendoci la mano alla gola e poscia con colpi d’una zappetta lo uccise, trasportandolo in un burrone. “Il compare che hanno carcerato è innocente…”
Ma la scena descritta da Angelina ha dei particolari inediti che stuzzicano la curiosità di Surico, il quale va a casa della ragazza dove c’è un sacco di gente, compresi Michele Pancaro e sua moglie Maria, facendo tutti a gara per riferirgli le parole del morto.
La cosa è così eclatante da suscitare anche l’interesse del quotidiano Il Mattino di Napoli che pubblica un lungo articolo sulla faccenda.
Escono fuori di nuovo le voci sui continui diverbi tra suocero e genero, ma è di nuovo Maria Caloiaro ad accusare suo marito:
- Dal momento che lo spirito di mio padre ha parlato, quello che lo spirito dice è la verità: mio marito è stato l’uccisore di mio padre!
Il Brigadiere non ha bisogno di altro e mette in stato di fermo Michele Pancaro e pare che anche i Giudici si siano ormai convinti che sia davvero lui l’assassino, così l’arresto viene convalidato con l’emissione di un mandato di cattura.
Ma ci si può fidare? Ci si può fidare, senza riscontri, della visione di una ragazza, come scrive Il Mattino, che appartiene a una famiglia con eredità neuropsicopatica, una ragazza con note di incoercibilità psichica ad organizzazione mentale invalida, nei quali il deliquio è assai facile e sono così frequenti le ossessioni a contenuto vario?
E ci si può fidare dell’accusa di Maria Caloiaro ch’è una povera deficiente?
Evidentemente no, a prescindere dalle vere o presunte condizioni mentali delle due accusatrici, ma ciò che convince i Giudici della colpevolezza di Pancaro sono le contraddizioni in cui sarebbe caduto durante l’interrogatorio circa i continui dissidi tra lui e suo suocero. Ma Michele sostiene di non aver potuto affrontare il suocero corpo a corpo a causa della sua menomazione alla mano sinistra
- Come vedete, non la posso nemmeno aprire, sicchè mi sarebbe stato assolutamente impossibile non soltanto impegnare una collutazione e strangolarlo, ma trasportare il cadavere fino in fondo al burrone
Ma se avesse prima stordito e poi strangolato suo suocero? Certo il particolare dell’unghia dell’indice della mano destra potrebbe scagionarlo, intanto farà compagnia a Puoci che continua, nonostante tutto, a marcire in galera.
L’avvocato Nicola Serra, difensore di Pancaro non ci sta e protesta vivacemente, accusando Giuseppe Puoci di essere l’autore di una macchinazione ai danni del suo assistito:
le mene artificiose di costui hanno suscitato la leggenda superstiziosa dove non ebbe posto la verità giudiziaria: ed una ragazza brutalmente ignorante e grandemente isterica si è detta invasa dallo spirito dell’ucciso ed al volgo stupidamente selvaggio, accorrente attonito allo spettacolo, ha fatto sentire le voci d’oltretomba dell’assassinato!!!
Pare incredibile, ma per il brigadiere di Luzzi, la cui opinione rispettabile ed autorevole non aderiva a quella modesta della Sezione d’Accusa, è stato sufficiente il fenomeno dello spirito in corpo di Sprovieri Angiolina per acciuffare il disgraziato Pancaro e la di lui moglie, mettendoli a confronto con lo spirito, e poi trattenendo in arresto uno e strappando all’altra, con metodi che lo stesso Torquemada avrebbe riprovato, non sappiamo quali fandonie per le quali la poveretta era in preda al terrorismo cui è stata fatta segno.
Se potessimo per un momento dare anche noi corpo alle ombre (questa volta l’espressione non è metaforica) indicheremmo le persone con le quali la Maria Caloiaro ha sfogato la sua indignazione contro i carabinieri e magari i sacerdoti con i quali in via di confessione è andata ad affermare l’innocenza di suo marito.
Ma tutto ormai è contro Michele. I testimoni fanno la fila per dichiarare che non è affatto vero che sia menomato come vorrebbe far credere, perché lo hanno visto menare la zappa senza alcuna difficoltà ed ha forza sufficiente a caricarsi sulle spalle il corpo del suocero che era un vecchietto esile.
La Procura, a questo punto, dispone che Michele sia sottoposto a perizia medico-legale per accertare le sue effettive condizioni di salute e le conclusioni lasciano spazio a qualche dubbio:
Questo spasmo tonico permanente dei muscoli flessori di tutto l’avambraccio sinistro, per quanto volontariamente esagerato dal nostro soggetto, non è a mettersi in dubbio. Vero è che, distraendo un po’ il soggetto, ed imprimendo con una certa forza all’arto in parola movimenti passivi di estensione, noi siamo riusciti più volte a vincere la resistenza ed a portare così in completa estensione l’avambraccio e la mano con tutte le sue dita, ma abbiamo notato subito che, non appena cessata la nostra manovra, il detto avambraccio e la mano han subito ripreso la posizione abituale.
Piuttosto, per i periti, a destare maggiori preoccupazioni è la gamba sinistra che presenta alterazioni nel trofismo muscolare, da potere attestare che il Pancaro sia realmente affetto da lieve grado di paresi dell’arto inferiore sinistro.
Ma la contrattura dell’avambraccio e della mano sinistri è tale da impedire, eventualmente, di strangolare qualcuno? I periti ritengono che Michele Pancaro potè essere in condizioni di commettere l’omicidio di cui è imputato, tenuto anche presente l’età avanzata e lo stato marantico della vittima Caloiaro Salvatore, che fu strozzato mediante la forte pressione della mano destra dell’aggressore, perfettamente normale e dotata di rilevante forza muscolare, che vi lasciò le impronte delle proprie unghie.
Il 14 aprile 1919, la Sezione d’Accusa, contrariamente a quanto richiesto dalla Procura Generale del re, Dichiara ancora una volta non doversi procedere a carico di Michele Pancaro in ordine all’imputazione a lui ascritta, come in epigrafe, per insufficienza di prove ed ordina che sia immediatamente escarcerato, qualora non si trovi detenuto per altra causa.
Ma ci sono, al contrario, prove sufficienti per condannare Giuseppe Puoci? Pare proprio di no, così il 24 gennaio 1920 la Corte d’Assise di Cosenza lo assolve per non aver commesso il fatto.[1]
Forse i morti parlano davvero, ma certamente non costituiscono prova!




[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 23 gennaio 2017

IO, MAMMATA E TU


È mattina presto quando il 28 settembre 1951 Leopoldo Avolio bussa alla porta della caserma dei Carabinieri di Fuscaldo. Parla in modo concitato e il Vice Brigadiere Tommaso Pagano, comandante ad interm della stazione, reduce da una nottata quasi insonne per via della denuncia fatta da una donna all’una passata, deve sudare sette camicie per farlo calmare e finalmente capisce le parole dell’uomo
- Avolio, calmatevi perché è da stanotte che ho a che fare con voi! Siete stato denunciato per disturbi notturni… che avete combinato ancora?
- Una disgrazia… comandà… una disgrazia… allora, ripeto, Natalina è caduta dalla scala a pioli e c’è rimasta! Io l’ho trovata a terra morta…
- Natalina chi? – gli fa Pagano, fingendo di non conoscere la donna in questione
- Natalina Mantuano…
I Carabinieri conoscono bene quell’uomo per i suoi precedenti. Il suo sguardo sfuggente e la denuncia contro di lui fatta nella notte aumentano il sospetto che potrebbe non aver detto tutta la verità, così lo trattengono in caserma e vanno in contrada Cotugni a fare un sopralluogo. Percorrono la mulattiera, in pessime condizioni perché piena di sassi e macigni, che costeggia la Statale 18 e, dopo avere costeggiato un gruppo di case, si fermano davanti all’abitazione della morta.
Natalina giace ai piedi della scala e precisamente fra questa ed una cassa che dista circa un metro, compostamente coricata sul fianco sinistro, con le braccia aderenti al corpo e le vesti ordinatissime; accanto al corpo si trova una scodella di alluminio schiacciata che aveva contenuto precedentemente della minstra che ormai trovasi sparsa un po’ dappertutto. Il cadavere presenta tre ferite nelle regioni latero-occipitali destra e sinistra di discreta entità, una ferita lacero-contusa di gravissima entità alla regione centro-supero-occipitale e quattro ferite da taglio sugli stinchi di ambo le gambe.
È chiaro al Vice Brigadiere che le cose non quadrano: la posizione in cui si trova il cadavere non può essere quella di una persona che cade da una scala a pioli; di sangue non c’è traccia eppure le ferite avrebbero dovuto sanguinare. I dubbi aumentano quando il medico legale accerta che la morte risale alle prime ore della notte precedente. A tutto ciò Pagano aggiunge che la povera Natalina era di deficienti condizioni psichiche e da diversi anni amante dell’Avolio col quale conviveva e si convince che Natalina è morta ammazzata ma certamente non in quella casa.
Ritornando in paese, Pagano si accorge che lungo la mulattiera alcune pietre sono sporche di sangue, proprio in direzione di un campo, confinante con la stradina, coltivato a patate americane, completamente devastato per calpestio e rotolamento di corpi e nel campo c’è anche un fazzoletto da testa da donna. Che sia quello il posto fatale? Forse no perché continuando a camminare verso il paese i Carabinieri notano delle continue macchie di sangue per circa 200 metri, fin dove la stessa mulattiera si presenta maggiormente rovinata con molte sporgenze di macigni appuntiti e fiancheggiata da un muro a secco sul lato sinistro; qualche macchia ancora di sangue si nota per qualche metro e non altro. L’aggressione deve essere cominciata proprio lì.
Le prime indagini mettono in risalto il fatto che Natalina sorvegliava e pedinava continuamente Leopoldo Avolio per gelosia in quanto altre relazioni carnali aveva da lungo tempo con una certa Carmela e con la figlia di questa, Ida. Proprio per questo motivo Natalina era stata più volte in caserma per denunciare i maltrattamenti e le percosse subite dall’Avolio esponendo il timore che una volta o l’altra sarebbe stata uccisa, ma tutte le volte la questione tra l’Avolio e la Mantuano si era chiusa pacificamente senza portare ad ulteriori gravi conseguenze. Viene fuori anche che Natalina era stata seriamente minacciata e percossa da Ida. C’è di più: tempo prima Leopoldo ricevette da Carmela la proposta di unirsi e convivere con la di lei figlia Ida, pur conoscendo che l’Avolio è regolarmente ammogliato con figli, ma da questi da lungo tempo diviso. Tale proposta, però, non poteva avere esecuzione perché sconosciuta dal marito di Carmela, cui cercavano di comunicarla a tempo debito, naturalmente col consenso dell’Avolio stesso.
Il Vice Brigadiere indagando a fondo scopre che Leopoldo, Carmela e Ida avevano maturato l’idea di togliere di mezzo la Mantuano per la gelosia di Carmela e per il desiderio di vedere realizzati i loro disegni; tale occasione si presentò nella notte dal 27 al 28 in quanto nel pomeriggio del 27 stesso sia l’Avolio che Ida, separatamente, si recarono per affari a Paola dove, indisturbati, decisero il da fare. Tornati a casa ognuno per conto suo, mentre la Ida se ne andava a casa sua dove con la madre trattavano l’argomento che le interessava, l’Avolio si tratteneva in giro per cominciare a crearsi degli alibi. Difatti, appena di ritorno da Paola, in compagnia del genero, si recò nella cantina di Clemente Santoro sita all’inizio della mulattiera per fare una colazione; vi trovarono dentro il loro amico Ferdinando Mannarino intento a consumare un po’ di vino e si sedettero allo stesso tavolo mentre consumavano la colazione, si unì a loro tale Eugenio Caserta il quale accettò di bere qualche bicchiere di vino. Lasciarono la cantina verso le ore 21,30 e, mentre il genero con Ferdinando rincasarono, l’Avolio invitò il Caserta a recarsi in sua compagnia presso tale Cavaliere Angelo ove consumarono un bicchiere di vino, lasciando il luogo dopo soli cinque minuti. Lasciata l’abitazione di Cavaliere che dista dalla mulattiera circa un chilometro, si avviarono di ritorno sulla Nazionale e giunti all’altezza della mulattiera si separarono per andare ognuno a casa propria. L’Avolio si avviò lungo la mulattiera ed arrivato all’altezza della casa della Carmela, cominciò a bussare alla porta piuttosto violentemente. Questo è il segnale che Carmela sta aspettando: in men che non si dica esce di casa da una finestra che si apre verso la campagna portando con sé la figlia minore. Tenendola per mano si avviano velocemente verso la casa di Natalina, passando a circa dieci metri dall’Avolio, non mancando di richiamare l’attenzione dei vicini per mostrare loro che l’Avolio voleva sfondare la porta, chiedendo a una vicina di avvisare Natalina la quale si precipita da Leopoldo. Sono le 23,30 del 27  settembre. Nasce una discussione tra Natalina e Leopoldo il quale fa in modo di allontanarsi da quel luogo ormai troppo affollato, seguito da Natalina e da Carmela. Quando i tre arrivano nel punto dove ormai non possono essere visti (il luogo dove la mattina dopo i Carabinieri trovano le prime tracce di sangue) cominciano a picchiarla selvaggiamente. Natalina urla di dolore per richiamare l’attenzione dei vicini e riesce a scappare dirigendosi verso il campo di patate americane, lasciando dietro di sé una scia di sangue, ma viene raggiunta da Carmela e continuano le botte. Le due donne si accapigliano, cadono a terra e si rotolano tra le piante che vengono devastate. Poi appare sulla scena una pietra acuminata ed è con questa che viene colpita violentemente alla testa. A tal punto, essendo la Natalina ridotta in pessime condizioni, viene abbandonata da Carmela e piuttosto trasportata a furia di pugni e di calci dall’Avolio stesso nuovamente sulla mulattiera, non cessando la furia dei colpi e le urla di soccorso della Natalina stessa. I vicini sentono ma non s’impicciano e Leopoldo trascina a forza la povera donna per circa altri duecento metri, fino al punto in cui si trovano le maggiori sporgenze dei macigni, poi l’abbandona in fin di vita. L’Avolio a tal punto torna indietro terrorizzato dell’operato e dopo essere arrivato presso l’abitazione di Carmela, cosciente di quanto accaduto, vinto dalla paura, nutriva già dei sentimenti di vendetta contro Carmela stessa, ma questa era altrove perché quando l’Avolio aveva portato via dal campo di patate la Natalina, Carmela con la figlia non era rimasta sul luogo, bensì era andata a cercarsi degli alibi per dimostrare che era assente dal luogo del misfatto. Infatti gira di casa in casa per convincere qualcuno ad accompagnarla a Fuscaldo per avvisare i Carabinieri che l’Avolio bussava a casa sua violentemente.
All’una e cinque bussa alla caserma dei Carabinieri e questo Pagano lo sa per scienza diretta perché ha dovuto ascoltare gli strepiti di Carmela contro Leopoldo. Che tutto porti alla ricostruzione fatta dal Vice Brigadiere Pagano lo dimostra il fatto che mai prima della notte tra il 27 e il 28 settembre 1951 Carmela si era lamentata di disturbi notturni da parte dell’Avolio pur essendo già noto che lui ci andasse quasi sempre in tempo di notte. Lo ha fatto per dimostrare che lei fosse completamente innocente del misfatto.
Tutto quanto ipotizzato da Pagano trova riscontro nelle contraddizioni in cui cadono Avolio, Carmela e Ida quando, messi sotto torchio, dichiarano
- Bussai alla Porta di Carmela perché volevo chiarire i motivi della nostra indifferenza nata l’8 corrente mese e intendevo diventare nuovamente in buoni rapporti con la stessa poiché da anni ho relazioni intime con la medesima nonché con la figlia Ida. Carmela mi rispose ma non volle aprire la porta e io pensai che avessero in casa altro amante, allora mi sono seduto sul gradino della porta senza fiatare, in attesa che eventualmente uscisse qualche uomo. Dopo circa un’ora, non avendo notato alcun movimento, mi stavo allontanando ma sulla via, vicino alla scala di accesso alla casa di Carmela notai Mantuano Natalina, mia vecchia amante. Le chiesi “Che cosa stai facendo qui?”. In un momento d’ira la presi a schiaffi e calci e lei, per tema di essere più malmenata da me, se la diede alle gambe nel vicino orto seminato a patate. La medesima non fece dieci passi e venne acciuffata da Carmela, buttata a terra e malmenata con un arnese che non ho potuto distinguere se trattavasi di scure oppure un manico di zappa. La Natalina invocava aiuto e allora accorsi, solo così Carmela si allontanò nascondendosi certamente sotto qualche pianta. Alzai da terra la Natalina e la accompagnai verso casa sua. Cammin facendo la percossi a schiaffi e pugni. Ad un certo punto la lasciai e ritornai nuovamente alla porta di Carmela, bussando affinché mi fosse aperta la porta perché volevo percuotere la Carmela per vendicare l’atto insano commesso in pregiudizio di Natalina ma nessuno mi rispose. Attesi per un’ora poi ripresi la via per rincasare e, fatti circa 300 metri lungo la mulattiera, trovai la Mantuano morta. Per umanità verso la medesima poiché era stata la mia amante per diversi anni, me la presi sulle spalle portandola in casa sua; ivi giunti, preso da un momento di sconforto, pensai di adagiare la povera donna ai piedi della scala al fine di simulare che la medesima era caduta. Presi un piatto di alluminio contenente pasta con fagioli e pomidori e lo buttai al lato della medesima al fine di maggiormente simulare la traccia. Andai a parlare con il fratello di Carmela che mi accompagnò da lei e le chiesi di aiutarmi ma non volle farlo… poi sono venuto in caserma…
- La sera del 27 corrente, a notte inoltrata e precisamente verso le 23,30, sentii un rumore alla porta come se qualcuno volesse entrare. contemporaneamente sentii dall’esterno la voce a me nota di Avolio Leopoldo che mi invitava ad aprirgli la porta onde avesse modo di dirmi due parole ma a tale suo invito gli risposi che non era quello l’orario che mi consentisse di aprirgli la porta e soggiunsi anche che con lui io non avevo niente da dire. “Aprimi o ti sfondo la porta” e dal detto passò subito al fatto: cominciò una sfuriata di colpi contro la porta e io cominciai ad avere paura. Chiamai aiuto ma nessuno rispose tranne che il Leopoldo per dirmi “adesso ti rispondono” e ciò in senso ironico. Vistami in quelle condizioni cercai di mandare mia figlia Maria di anni 12 a chiamare la Mantuano Natalina nella speranza che lei riuscisse a portarlo via ma Maria non volle andare e allora aprii la finestra sul retro della casa e con mia figlia uscimmo per andare a chiamare la Natalina. Io, Maria e Natalina tornammo verso casa mia e, arrivati a una ventina di metri dall’abitazione, le dissi di nascondersi sotto una pianta di fico per non affrontare la furia scatenata  del Leopoldo perché sicuramente l’avrebbe uccisa. Io e Maria andammo a bussare alle case dei vicini per farci aiutare ma nessuno ci diede ascolto, così ci avviammo verso Fuscaldo per venire in caserma, come sapete… poi, tornate a casa, alle 2 passate sentii bussare di nuovo alla porta ed erano mio fratello e Leopoldo che mi chiese aiuto perché aveva ammazzato Natalina ma io non gli risposi…
- Ci risulta che voi e vostra figlia avevate relazioni intime con Avolio, come mai tutto quel trambusto e proprio la notte che Natalina è stata uccisa?
- Non è affatto vero che io abbia avuto relazioni intime con il Leopoldo. Questa è una vera calunnia che hanno voluto dire le cattive lingue del vicinato e non è nemmeno vero che mia figlia Ida abbia avuto relazioni intime con lui. Questa voce allarmante è stata pubblicata dalla Mantuano Natalina perché era gelosa del Leopoldo!
- Quando Leopoldo cominciò a tempestare di colpi la nostra porta, mia madre, temendo di essere vittima di un delitto, prese mia sorella Maria e andò a Fuscaldo dai Carabinieri. Io rimasi nascosta in casa mentre Leopoldo continuava a colpire la porta quando a un certo punto sentii la voce di Natalina che gli diceva “andiamo via perché Carmela è andata a denunziarti ai Carabinieri”. Intesi che il Leopoldo incominciò a percuotere la Natalina la quale si trovava ai piedi della scala d’accesso alla nostra casa. Vistasi percuotere, cercò di trovare una via di scampo dirigendosi verso un appezzamento di terreno seminato a patate, gridando “Ida vieni in aiuto perché mi sta ammazzando!”, poi bussò alle porte dei vicini ma nessuno volle aiutarla e allora si incamminò verso casa sua mentre Leopoldo continuava a picchiarla con calci e pugni. Così finì la cosa e non vidi più il Leopoldo fino alla mattina facendo giorno quando venne con mio zio a parlare con mamma ma io non sentii cosa dicevano perché parlavano a bassa voce
- Tua madre aveva relazioni intime con Avolio?
- Non mi risulta che il Leopoldo abbia avuto relazione carnale con mia madre nel passato
- E tu?
- Io non ho avuto relazione alcuna con il Leopoldo
Le menzogne delle due donne sono puerili perché tutto il vicinato, per non dire tutto il paese, sa che se la intendono con Leopoldo e questo non fa che aggravare la loro posizione, soprattutto quella di Carmela:
Mai precedentemente la Concetta aveva avvisato i Carabinieri di disturbi notturni da parte dell’Avolio pur essendo già noto che lui ci andasse quasi sempre o spesso in tempo di notte, solo quella notte, per dimostrare che lei fosse completamente innocente del misfatto avvisò l’Arma, pur confessando implicitamente che l’autrice ne era stata proprio lei in quanto, se lei personalmente non avesse chiamato ed accompagnato la Natalina, non sarebbe successo ciò che è successo. Tutto si svolse con una precisione millimetrica e con un legame di tempo perfettissimo. La sua complicità e l’accordo della figlia Ida con l’Avolio è dimostrata dal fatto che, quando come lei dice sentì bussare violentemente alla porta si precipitò fuori dalla finestra con la figlia Maria per paura che l’Avolio sfondasse la porta ed ammazzasse tutti in casa senza alcun motivo, non si è peritata, in qualità di madre, di salvaguardare la vita e l’incolumità delle figlie Ida e Concettina, quest’ultima di sei anni appena, che ha lasciato in casa a letto; né la Ida stessa ha avuto paura di restarci pur essendo la porta, che non è stata sfondata, di facile apertura data la sua vecchiaia e sconnessione. Tali fatti, invece di denotare una morte puramente accidentale, denotano con quanta perizia e con quanto sangue freddo oltre che premeditazione sia stato compiuto l’orrendo misfatto da parte dei tre imputati.
il Vice Brigadiere Pagano non ha dubbi nemmeno sull’esecutore materiale dell’omicidio: Carmela.
Il Pubblico Ministero è parzialmente d’accordo con le conclusioni del Vice Brigadiere e individua il movente del delitto, consumato in concorso tra Leopoldo e Carmela, la cui intenzionalità omicida si ricava dalla violenza dei colpi e dalle zone del corpo colpite. Essi soltanto avevano interesse a levarsi dai piedi la Mantuano che dava troppo fastidio ad entrambi: all’Avolio impediva di correre liberamente la cavallina; per la Carmela era l’unica persona che, essendo a conoscenza dei suoi illeciti amori con il proprio amante, impediva a lei di ricevere liberamente in casa l’Avolio per congiungersi con lei e con la propria figlia Ida. Carmela vuole sfogare la sua libidine oramai approprinquantesi al tramonto. Non ci sono elementi per provare la partecipazione della giovane Ida al delitto e per questo viene chiesto il rinvio a giudizio solo per Leopoldo e Carmela.
Il Giudice Istruttore la pensa diversamente: Tutto quanto avvenne in quella notte tragica sta a dimostrare la preoccupazione di Carmela di essere liberata dall’Avolio, il quale voleva assolutamente entrare nella di lei casa per sfogare le sue voglie erotiche, maggiormente eccitate dal vino ingerito, sulla giovane Ida, da lui richiesta come amante ai genitori; sta di fatto che Carmela uscì di nascosto da una finestra, peregrinò per quelle campagne con la figlioletta Maria e fra i tanti che chiamò in aiuto, soltanto la disgraziata Natalina accorse. Perché… Per quale nuovo evento… per quale sconvolgimento psichico in lei sopravvenuto, Carmela avrebbe dovuto ad un tratto rivolgere la sua ira contro la Mantuano?
Ad affrontare il processo in Corte d’Assise per omicidio aggravato sarà solo Leopoldo Avolio.
Il 27 gennaio 1953 inizia il dibattimento che è molto sbrigativo. Il Pubblico Ministero chiede la condanna a 17 anni e 6 mesi di reclusione, richiesta alla quale si associa la parte civile, con l’aggiunta di un risarcimento di 1.500.000 lire. La difesa sostiene invece che non ci sono prove sufficienti per condannare Avolio chiedendone l’assoluzione o, in subordine, di ritenerlo colpevole di omicidio preterintenzionale con la concessione delle attenuanti generiche e quella della provocazione grave, con la condanna al minimo della pena.
La giuria si convince della bontà di quest’ultima richiesta e lo condanna a 11 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione, a 20.000 lire di multa, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e a 3 anni di libertà vigilata. Il risarcimento del danno per la parte civile è quantificato in 350.770 lire.
Il ricorso in appello porta a una dichiarazione di condono di 3 anni della pena e non proponendo ricorso per Cassazione, la pena resta fissata in 8 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 20 gennaio 2017

L'OMERTA' SOVRANA

Sono circa le 21,00 dell’11 maggio 1950 e a Cassano Jonio la temperatura mite fa si che per le strade, poco e male illuminate, giri un sacco di gente.
Il ventiseienne Salvatore Stabile ed il suo amico ventiduenne Antonio Sibarella stanno andando ad un ricevimento; arrivati nella frazione Paglialunga, vicino al palazzo del marchese Serra, incontrano altri amici e si fermano a parlare con loro. Stabile si mette a confabulare con Giuseppe Santoro, alias Trapinerello, accanto all’ingresso del caffè Malomo proprio mentre nella stessa strada arrivano i fratelli Giuseppe e Salvatore Capparelli, diretti al tabacchino lì vicino.
Stabile e Giuseppe Capparella si guardano negli occhi e il primo fa segno all’altro con un dito di avvicinarsi
- Ti devo parlare – gli dice
- Anche io ti devo parlare – gli risponde Capparelli avvicinandosi
- Brutto vigliacco, con la tua testa ci giocherò a pallone!
Giuseppe Capparelli sferra un pugno in faccia a Stabile che, ripresosi dalla reazione inaspettata, mette una mano in tasca cercando di estrarre qualcosa. Capparelli gli si avventa contro e con la mano sinistra gli blocca la mano che certamente cela un’arma. I due si strattonano senza che nessuno intervenga a separarli e quando Capparelli pensa che l’avversario stia per liberarsi dalla stretta e che certamente potrebbe fargli molto male con l’arma che ancora non è riuscito a tirare fuori, si sfila dalla cintola una piccola ascia che gli serve per i lavori campestri e lo colpisce sul braccio sinistro.
Stabile, dolorante per il pugno in faccia e ferito al braccio, cerca di estrarre un pugnale dalla custodia e per fare ciò inizia una specie di girotondo nel centro del largo dove si trovano, inseguito però da Capparelli con l’accetta in mano. Poi Stabile si gira all’improvviso e cerca di colpire l’avversario col pugnale ma Capparelli è più svelto e, girandogli alle spalle, gli mette un braccio intorno al collo e con il braccio armato di accetta lo colpisce in pieno viso. Stabile cade a terra e Capparelli gli vibra un altro paio di colpi ferendolo alle spalle, poi si allontana. Solo a questo punto qualcuno si avvicina per constatare le condizioni del ferito. Stabile viene aiutato a rimettersi in piedi ma quando è ancora in ginocchio sopraggiunge nuovamente Giuseppe Capparelli
- Ancora non sei morto? – gli dice assestandogli un altro colpo di accetta nel costato e raccattato da terra il pugnale dell’avversario ancora inguainato, se lo porta dietro nella fuga.
Finalmente Stabile viene preso e portato nel vicino studio del dottor Vincenzo Duca il quale provvede a medicarlo, consigliando il trasporto all’ospedale di Castrovillari perché la ferita al costato è molto profonda e teme che abbia potuto ledere il polmone, mettendo così a rischio la vita del ferito. Arriva anche il Maresciallo Maggiore Alessandro Napoli che fa giusto in tempo a chiedere a Stabile chi lo abbia ferito. Stabile perde conoscenza e viene deciso di trasportarlo in ospedale, ma lungo la strada il ferito cessa di vivere.
Omicidio volontario.
Il Maresciallo Maggiore Napoli sa che tra la vittima e l’assassino non correvano buoni rapporti da circa un anno e cioè da quando il Capparelli si era reso parte diligente per fare arrestare dai militi dell’arma un colpito da mandato di cattura latitante, tale Battista Casella. Napoli sa anche che da quel giorno per Capparelli finì la pace perché da parte di Casella e dei suoi amici, tra i quali anche Stabile, cominciarono una serie di minacce e aggressioni, tanto che qualcuna di queste fu oggetto di querela, poi ritirata.
All’inizio delle indagini la situazione descritta dai testimoni presenti appare chiara: i due volevano, una volta per tutte, risolvere la questione e prova ne sarebbero le affermazioni di Stabile prima della sua uccisione. Poi però gli amici più intimi della vittima cambiano versione: Capparelli ha agito con premeditazione aiutato da suo fratello Salvatore che avrebbe sgambettato Stabile facendolo cadere a terra e quindi in balìa di Giuseppe che lo avrebbe finito. Salvatore Capparelli avrebbe anche minacciato con una roncola Antonio Sibarella impedendogli di intervenire in difesa dell’amico e così viene spiccato un mandato di cattura anche nei suoi confronti. Il Maresciallo Napoli, però, non crede a questa nuova ricostruzione e lo ribadisce chiaramente più volte.
Salvatore Capparelli si presenta immediatamente alla Giustizia e si proclama innocente. Giuseppe si costituisce il 19 maggio e racconta le sue disavventure a partire dalla mancata cattura di Casella
- Iniziò contro di me una vera persecuzione da parte di tutta la cricca dei delinquenti associati al predetto Casella e mi costa che lo Stabile apparteneva alla malavita. La sera di Pasqua incontrai Stabile Salvatore col figlio di “Melucca” vicino al campanile della Cattedrale e mi disse nell’orecchio: “qualche giorno ti dobbiamo pisciare in bocca e negli occhi” e poi soggiunse ad alta voce: “perché tremi?”. Domenica 7 maggio lo stesso Stabile Salvatore, mentre io uscivo dal caffè Papasso in Corso Garibaldi ed entravo nella cantina di Malomo, fece l’atto di aggredirmi con un coltello per cui riuscii appena a salvarmi rifugiandomi nella cantina suddetta sita a pochi passi dal caffè. Presente a questa tentata aggressione non c’era nessuno eccetto suo cognato Zaccato Giuseppe. Quella sera stessa, uscito dalla cantina, io rividi nei pressi del caffè Papasso, Luigi Malomo e Giuseppe Furiati che erano stati poco prima con me nel caffè ed alle mie lamentele perché non mi avevano raggiunto in cantina, rispose il Furiati alla presenza dell’altro che Zaccato Giuseppe e Stabile Salvatore li avevano avvertiti di “filare” perché dovevano succhiarsi il mio sangue, altrimenti ci sarebbe stata qualche cosa anche per loro. Giovedì 4 maggio, se ben ricordo, mentre tornavo in campagna verso le ore 21, vidi quattro  persone vicino il ponte del treno, sotto l’abitato di Cassano, che esplosero contro di me tre colpi di rivoltella. Non ho ritenuto opportuno denunziare il fatto ai carabinieri per evitare di inasprirli ancora di più. Non c’era nessuno quando esplosero i tre colpi
- Capparelli, ci vogliono prove e testimoni… è la tua parola contro la loro, lo capisci?
- Si, lo capisco, ma questi sono i fatti…
- I colpi di accetta sono partiti involontariamente durante la colluttazione? Tuo fratello ti ha aiutato?
- Confesso di avere volontariamente vibrato i colpi di scure a Stabile Salvatore perché lui cercava di colpirmi con un pugnale, precisamente quello che vi ho consegnato insieme all’accetta… mio fratello è rimasto estraneo alla questione, solo io e Stabile eravamo a fronteggiarci
Come previsto dal Maresciallo, le persone citate da Giuseppe Capparelli negano ogni circostanza e in un nuovo interrogatorio l’imputato ha uno sfogo amaro
- Se non vogliono riferire tale circostanza importante è perché hanno paura
Poi accadono alcuni fatti strani. Verso la metà di giugno viene recapitata alla Procura di Castrovillari una lettera sequestrata nella Casa di Lavoro all’aperto dell’Asinara al detenuto Francesco Cirone di Cassano Jonio. A scriverla è la moglie
Cassano Ionio 10-6-1950
Mio carissimo amatissimo desiderato sposo.
Risponto subito alla tua cara lettera, ho rimasta molto condenta nel sentire che stai bene di salute, è così ti posso pure assicurare anche di me e tutti i nostri cari di casa. mio caro sposo, al riguardo della morta di stabilo è stato così: una settimana prima avevano avuto una parole di niende nel case, dopo di otto giorni una sera si senta chiamare da un certo trapanaridro e gli a dato in paccio parole come mi parlo che vuoi sapere se il capparello si trova a castrovillari son tutte due a castrovillari ci stavesseno a mito e non avevano uscire mai perche anno fatto un sacrilegio (…) dopo come stavevano parlando con questo giovanotto è andato capparello e gli dato una cettato in faccia un altro alla mano dopo lui e fugito quando sie visto quasto cettato dopo più avanto a trovato glialtro fratello di capparello a steso la sua ganpa e la fatto cascare a terra dopo unaltra volta caparella Giuseppe e gli dà unaltro  a cettato dentro allipilmuno a campato 2 giorni e dopo a morto caro sposo lui e stato preso a trucco se no non si faceva passare il tempo a re masto 3 bambino una femina 2 maschio, à che morta brutta che affatto
Quindi, secondo il racconto della moglie di Francesco Cirone, si tratterebbe di un agguato premeditato e anche Salvatore Capparelli vi avrebbe preso parte, proprio come testimoniano gli amici di Stabile.
- Io non so proprio niente sui particolari dell’omicidio di Stabile Salvatore. A richiesta di mio marito gli ho raccontato i fatti per come li ho appresi dalla voce pubblica – assicura la donna al Pretore di Cassano che la interroga.
Poi accade che tale Pasquale Ferraro detenuto nel carcere di Castrovillari insieme a Giuseppe Capparelli, gli racconti ciò che gli è capitato nel Tribunale della città del Pollino quando andò a costituirsi. Ferraro racconta di avere incontrato tale Antonio Milano di Cassano il quale gli raccontò i retroscena del delitto Stabile. Stabile con altri suoi cinque sodali avrebbero tirato a sorte il nome di chi avrebbe dovuto uccidere Capparelli e la sorte decretò che sarebbe dovuto essere proprio Salvatore Stabile.
Non se ne può fare niente, Milano smentisce Ferraro e la cosa finisce lì.
Ma la storia che Giuseppe Capparelli doveva essere ucciso per punirlo della spiata fatta ai Carabinieri continua ad aleggiare nelle indagini, tant’è che un certo Remo Incoronato, trentatreenne infermiere di San Marco Argentano, detenuto in espiazione di pena nel carcere di Cosenza, chiede di essere ascoltato dai Magistrati e racconta una storia piena di particolari interessanti, se riscontrati
- Nel novembre del 1949 m’incontrai con lo Stabile, Zaccato e Casella i quali riferirono a me che ero latitante e che mi ero ricoverato presso la casa di Zaccato ove dormii varie volte, che il Capparelli Giuseppe faceva la spia ai Carabinieri, in quanto esso Capparelli aveva indicato all’arma il luogo ove si nascondeva il Casella, ch’era pure latitante. Gli stessi mi prospettarono la possibilità che io lo uccidessi, dato che ero latitante e forestiero. Io non conoscevo il Capparelli ma loro me lo avrebbero indicato con un pretesto qualunque. Io rifiutai tale proposta perché dal Capparelli non avevo subito alcun torto. Nella casa di Zaccato si fece a tocco a chi doveva uccidere il Capparelli e uscì Stabile Salvatore. Erano presenti Stabile, Zaccato, Giuseppe Scorza nominato “Sazizza” ed altri. Io fui escluso dal tocco perché mi rifiutai di uccidere Capparelli
- Quindi voi non conoscete Giuseppe Capparelli?
- Conobbi i fratelli Capparelli nel mese di ottobre del 1950 quando eravamo reclusi insieme nel carcere di Castrovillari
- Avete incontrato in carcere qualcuno dei presenti alla riunione in casa di Zaccato?
- Incontrai Sazizza nella Pretura di Cassano dove eravamo imputati in processi diversi; io ero imputato del reato di truffa di una bicicletta. In quella occasione Sazizza, che era con altri due, mi minacciò di non dire niente della riunione altrimenti mi avrebbero ammazzato. In quella circostanza, il Carabiniere che mi accompagnava in Pretura si accorse della cosa e diede uno schiaffo a Sazizza
- Sareste in grado di dire il nome del Carabiniere?
- Il Carabiniere è lo stesso che mi ha scortato stamane… – rivela Incoronato suscitando lo stupore del Giudice, poi continua – preciso inoltre che in quella circostanza l’autista, che è lo stesso di stamattina, vedendo avvicinare le tre persone temette che volessero sottrarmi al Carabiniere e quando sentì Sazizza minacciarmi sbottonò la fondina senza però estrarre la pistola
- Quando eravate nascosto in casa di Zaccato avete sentito altre cose riguardo a questo preteso tentativo di organizzare l’omicidio di Capparelli Giuseppe?
- Si. Il ventuno o ventidue gennaio 1950 in casa di Zaccato si faceva una specie di festa. C’erano Stabile, Zaccato, lo stesso Capparelli Giuseppe ed altre persone e ad un certo punto Zaccato fece il seguente brindisi: “questo vino viene dal fondo, brindisi faccio al più stronzo del mondo”; brindisi che ripetette due volte col bicchiere in mano diretto al Capparelli. Dopo di ciò il Capparelli se ne andò a casa offeso del tenore del brindisi. Poiché io mi meravigliai del brindisi offensivo, lo Zaccato disse: “la persona è proprio quella che doveva essere uccisa te”. Il Capparelli venne in casa Zaccato verso le ore 21 insieme a certo Rende Camillo e ad un altro che non conosco
- Quindi lo avete conosciuto prima della data che avete indicato… – osserva il Giudice – e comunque il racconto non quadra. Se davvero avevano progettato di ucciderlo, perché lo hanno invitato alla festa?
- Il Capparelli entrò non perché espressamente invitato dallo Zaccato ma perché, avendo quest’ultimo invitato il Rende, questi disse che se entrava lui dovevano anche entrare Capparelli ed amici
Il contesto narrato da Incoronato è quello tipico della malavita e i presupposti per indagare su questo mondo sommerso ci sarebbero tutti ma il Giudice non è convinto della genuinità delle dichiarazioni del teste e ritiene superfluo interrogare il Carabiniere e l’autista perché, anche se l’avessero udita, la minaccia riferita da Incoronato è troppo generica per essere veramente significativa.
Comunque un fatto è certo: Giuseppe Capparelli, per sua stessa ammissione ha volontariamente colpito con un’accetta Salvatore Stabile causandone la morte. Se suo fratello Salvatore sia complice o meno lo stabilirà la Corte d’Assise di Cosenza nel Tribunale di Castrovillari, così decide il Giudice Istruttore.
Il 4 febbraio 1952 si apre il dibattimento. il Pubblico Ministero chiede la condanna di Giuseppe Capparelli alla pena di 25 anni di reclusione e alle pene accessorie e l’assoluzione per Salvatore Capparelli per insufficienza di prove; le parti civili chiedono la condanna di entrambi i giudicabili a quella pena proporzionata al fatto ed al risarcimento del danno; la difesa chiede che Giuseppe Capparelli venga assolto per legittima difesa o, in subordine, sia condannato al minimo della pena per lesioni o, al più, per omicidio colposo o ancora e in via subordinatissima per omicidio preterintenzionale con le attenuanti generiche e della provocazione, nonché l’assoluzione di Salvatore Capparelli per non aver commesso il fatto. Il 12 successivo, dopo otto udienze, la Giuria condanna Giuseppe Capparelli ad anni 18 di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla libertà vigilata per un periodo non inferiore ad anni tre e a varie altre pene accessorie per il reato di omicidio volontario. Salvatore Capparelli viene assolto per insufficienza di prove.
Nelle motivazioni della sentenza i Giudici ammettono che il Capparelli agì in istato d’ira, sotto la scarica dell’ira, squassato dalla tempesta di una viva e grande emozione: in quell’incontro s’infranse l’ultimo schermo di resistenza, la crisi isterica alla manifestazione più forte, ribocca tutta la mortificazione accumulata per mesi, tutta l’ansiosa preoccupazione che lo teneva turbato. Le minacce dello Stabile – soggetto temibile anche per i suoi precorsi di vita morale – non possono ritenersi irrisorie e puramente soggettive ed evanescenti, ma reali e gravi e divenute jattanti, e sino al punto da creare al Capparelli un vero stato di apprensione, di persecuzioni, numerosi, infatti, gli episodi narrati da esso Capparelli che se anche non provati sufficientemente per l’omertà sovrana che regna in quel paese, devono, infatti, aversi come dimostrati perché è prova inconfondibile in atti che, effettivamente, esso Stabile accusò l’altro della delazione e divenne apertamente nemico, tanto è vero (come ha precisato il Maresciallo verbalizzante e nel rapporto e nel dibattimento) esso Capparelli lamentò, mosse lagnanze di tali persecuzioni di cui era fatto segno al Comando CC., manifestando in tale modo di esserne già da tempo allarmato e impaurito, come affermano anche i testi Elia e Furiati, presenti all’episodio avvenuto nel caffè Papasso pochi giorni prima del delitto.
È meritevole il Capparelli, oltre che dell’attenuante della provocazione, anche delle attenuanti generiche. Il crimine da lui commesso, pur essendo grave per le luttuose conseguenze, deve essere considerato un fatto improvviso e degno di considerazione anche sotto l’aspetto umano, soprattutto se si tiene conto che la vittima, col suo atteggiamento, ognora, ostile e soverchiante ne creò l’antecedente, la causa, la ragione più pressante, prossima.
Né ostano al beneficio i precedenti di vita morale del Capparelli che fra l’altro, è detto buon padre di famiglia, laborioso e ritenuto emendato da tempo dagli errori commessi, per cui riportò condanna nella sua lontana età giovanile.
La battaglia legale non è finita: la difesa di Capparelli ritiene che ci siano dei vizi nella sentenza e propone ricorso in Appello. Il 15 marzo 1954 la Corte d’Appello di Catanzaro gli da parzialmente ragione e, in riforma della sentenza di primo grado, riduce la pena a 14 anni di reclusione, di cui 3 condonati.
Il successivo ricorso per Cassazione sarà rigettato il 31 marzo 1955.[1]



[1] ASCS, Processi penali.

lunedì 16 gennaio 2017

PIOMBO E FUOCO A PIAZZA DUOMO di Matteo Dalena


Francesco Principe era ormai un residuo umano. Bruciato dalla testa ai piedi giaceva supino e ammantato d'un sol cencio nella grande piazza Duomo in fiamme. Ardeva Cosenza e i lamenti dell'uomo erano poco più d'un vagito nella città fetida e cadente. Affastellati senza criterio alcuno, i tuguri dei cosentini si appicciavano come frospari sotto la calura mattutina di settembre e lo sfascio delle dimore signorili, anch'esse avvolte da lingue di fuoco. Era l'annuncio della fine anticipata della belle époque cosentina.
Accadde qualche minuto prima delle dieci del 28 settembre 1901. La città era pulsante e desiderosa di vita, i commerci procedevano con usate cadenze tra le puzze dei pitali tracimanti della notte che, miscelandosi allo stantio di baccalà esposto in ammollo, ammorbavano l'aria rendendola vomitevole. Era giorno di mercato in piazza Duomo, così ingombra da impedire persino il transito delle carrozzelle. Tra erbe, attrezzi agricoli e piccolo artigianato locale che richiamavano gente da tutta la provincia, si aggiravano borseggiatori, mendicanti e avvinazzati.
Ma anche vite semplici, operaie: membra e menti stanche che, a sera, si abbandonavano in improvvisati luoghi di mescite illegali oppure vere e proprie cantine, aperte e chiuse nel breve volgere di pochi giorni per mancanza della relativa licenza. Non certo nettare pregiato ma vinaccio di terza o quarta scelta, colmo di alcool, tagliato da schifo da osti e cantinieri truffaldini e prossimi alla malavita. Oltre al taglio discutibile, la vendita e la mescita a prezzo superiore a quello imposto dal calmiere era il tipo di speculazione legata al vino, più diffusa. Per chi lo chiedeva, di fianco a un bicchiere, non mancavano alici e sarde sotto sale, più raramente uova sode e frutta secca, chiamate per attagnare il carico della bevuta. Fra i tavolacci ci si sfidava a bazza e primiera, giochi osteggiati dalle leggi e dalla pubblica moralità, si discuteva di donne e politica, e dagli apprezzamenti alle offese e da queste alle lame il passo era assai breve. Si girava armati di coltello, a molla, come nella tradizione, da far scattare alla bisogna. Fornitissima di bocche da fuoco, polveri e lame, corso Telesio era una enorme armeria e i cosentini, anziché affidarsi alle guardie di pubblica sicurezza, preferivano delegare la difesa della propria e famigliare incolumità a rivoltelle, carabine e revolver.
Per rendere un favore a un mandriano della magna Sila, l'ufficiale telegrafico Clemente Rija era giunto in città per acquistare mezzo chilo di polvere da sparo. Il magazzeno d'armi di Francesco Principe, una delle glorie cittadine nello smercio di armi, polveri, cartusce e capsule era lì, a un tiro di schioppo dalla cattedrale, nel palazzo Giannuzzi-Savelli, per foraggiare le prodezze balistiche di malandrini e duellanti. A richiesta del suo cliente, l'armaiolo Francesco Principe sgusciò nel retrobottega dimenticandosi di tenere tra medio e anulare della destra il solito sigaro acceso:
Non era passato ancora un minuto, ed il Rija si vide avvolto dalle fiamme e si ritrovò senza sapere come, sbattuto nella piazza[1].
In pochi istanti il locale si trasformò in una polveriera. Proiettili vaganti, come eruttati con slancio violento dall'armeria di Francesco Principe, penetravano nelle carni di quanti, in quel giorno di mercato, affollavano la piazza.
Tutti scappavano spaventati, molti feriti ed insanguinati, donne, bambini che piangevano, gridavano aiuto parecchi svenuti dal terrore: era una scena straziantissima che strappava le lagrime dal cuore[2]. 
Passarono otto lunghissime ore: la città subì l'impeto e l'assedio del fuoco. Per domarlo le autorità s'inventarono una catena d'acqua fatta di braccia, pompe e catinelle:
E con un lavoro nobilissimo, coraggioso, fatto da una parte per mezzo delle pompe, dall'altro per mezzo dei passamani con catinelle d'acqua che il Sindaco avea con sollecitudine fatto acquistare in tutti i negozi di Cosenza, verso le quattro, la nostra popolazione poté incominciarsi ad assicurare che l'incendio si sarebbe molto facilmente domato.
Così le armi, da fuoco e da taglio, insieme al vino configuravano un inscindibile connubio di degradazione verso la violenza, pura e semplice. L'ubriachezza - continua, manifesta o molesta - era spesso associata come aggravante o, al contrario scusante, in procedimenti penali per rissa, ferimento o tentato omicidio. Le guardie presidiavano da lontano, poi seguivano come ombre gli avvinazzati già segnalati e pronti a delinquere. Perché alle parole seguivano quasi sempre fendenti ed esplosioni nella città ebbra di vino e follia.


[1] La Lotta, giornale settimanale, 30 settembre 1901 e ss.
[2] Ibidem.