lunedì 27 febbraio 2017

NETTA COME LA VERGINE SANTISSIMA di Annunziata Procida

Mi chiamo Ignazio Aloisio. Sono nato nel 1871 ad Amantea da una famiglia che in paese godeva di buona fama e lì ho vissuto fino a quando, nel 1920, non mi hanno portato qui, nel Manicomio Giudiziario di Aversa.
Nel 1897 mi sono sposato con Maria Gallina Porco, dalla quale ho avuto tredici figli di cui sei morti al parto, eccetto uno per malattia comune. Vissi d’accordo con la mia famiglia, ero dedito al lavoro con costanza ed interesse tanto che col frutto delle mie braccia, ebbi a costruirmi una proprietà di circa 40mila lire, in Contrada Comolo. Sono rimasto con mia moglie e i miei figli fino a quando un pomeriggio, stanco dei continui tradimenti di mia moglie con Salvatore Falsetti, il marito di sua sorella, e Vincenzo Lenzi, presi la rivoltella modello 1889 di tipo militare che avevo comprato l’anno prima da mio zio Giovanni Pati, e le sparai.
Erano circa le due del pomeriggio del 12 febbraio 1920. Mia moglie era seduta sullo scalino del magazzino della nostra casa colonica ed era intenta ad appuntire alcuni paletti con una piccola scure. Mia figlia Giovanna – che all’epoca aveva 13 anni – teneva in braccio il più piccolo dei fratelli, di pochi mesi.
Io, che mi trovavo dentro al magazzino, dissi a Maria: “Va’ a chiamare Salvatore Falsetti” e lei, continuando a lavorare, mi rispose: “Io non vado a chiamare proprio nessuno”.
Allora io presi la rivoltella dalla saccoccia e le esplosi un primo colpo alle spalle. La disgraziata, colpita a morte si piegò sul fianco sinistro reclinando la testa sullo scalino soprastante a quello in cui era seduta. Io uscii fuori con la rivoltella in pugno e portatomi a circa un paio di metri da mia moglie le esplosi contro altri tre colpi, colpendola sotto e sopra la mammella sinistra ed al polso della mano destra, cagionandone la morte immediata.
Riposta tranquillamente la rivoltella in tasca mi diedi subito alla latitanza e solo il giorno seguente alle 6 mi costituii, accompagnato da Antonio Arlia Ciommo, un fornaio del paese, in Caserma. Qui, senza mostrare alcun pentimento, informai i Carabinieri di aver ucciso Maria per avermi disonorato e di aver perso l’arma quando mi diedi alla fuga. A loro raccontai di non aver mai sorpreso mia moglie in flagrante adulterio, ma avevo ed ho l’ossessione che ella mi abbia tradito con Falsetti Salvatore per alcune circostanze ed è perciò che fui trascinato ad ucciderla. Una volta, tornando da campagna, trovai mia moglie ed il Falsetti che bevevano del vino assieme in un basso a pianterreno della mia casa di abitazione, e ciò avvenne nell’aprile 1919, in un giorno che non ricordo. Un’altra volta, nello stesso mese, trovai mia moglie ed il Falsetti nella cucina di mia casa a bere anche del vino e discorrevano di donne, e Falsetti disse fra l’altro, «quando si è conosciuta una donna, non è possibile dimenticarsi», riferendo le parole a mia moglie. Intesi questo discorso prima di entrare in cucina, ma non dissi nulla ai due, mostrando indifferenza. Un’altra volta […] sorpresi il solo Falsetti nel mio fondo soprastante alla mia casa una ventina di metri. Egli, nel vedermi, fuggì poiché io l’avevo avvertito di non introdursi nella mia proprietà.
Purtroppo, non ho avuto nessun’altra prova dell’infedeltà di Maria, nessuno mi ha riferito nulla a riguardo, anzi molti mi dicevano che mia moglie fosse netta come la Vergine Santissima e di essere incapace di recarmi disonore. Me lo disse anche il medico del paese, il dottor Giuseppe Mirabelli, che mi visitò a casa di mia madre due giorni prima che io uccidessi mia moglie, perché mi sentivo la febbre. A lui, la domenica, confidai che le mie sofferenze derivavano dal sospetto che per disfarsi di me, in accordo col Falsetti, mi si avvelenasse propinandomi del veleno con gli alimenti. Il dottore, più che preoccuparsi del mio malessere, fu invece così impressionato dal mio stato di evidente infermità mentale da raccomandare preoccupazioni e prudenza ai miei familiari.
Anche nel carcere di Amantea, dove venni rinchiuso prima di essere condotto qui ad Aversa, sono sicuro che tentarono di avvelenarmi. Quando venne interrogato il custode, Francesco Morello, questi ebbe a dire che il mio contegno da detenuto […] era strano, che di lui avevo poca o nessuna fiducia tanto da temere che lui mi somministrasse del veleno nel mangiare. É vero: più di un giorno buttai via la minestra. Una volta, preso dalla disperazione e dalla voglia di essere liberato, presi un’asticella del letto e lo minacciai perché volevo parlare con altri funzionari della giustizia visto che lui continuava a ripetere che i miei discorsi non avevano connessione e continuava a chiedermi se fossi pentito per quanto avessi compiuto. Ma io con lui dell’omicidio non parlai mai né gli manifestai sentimenti di affetto verso la mia famiglia o pentimento.
Io so solo che ero gelosissimo di mia moglie, delle mie figlie Barbara e Giovanna, di Falsetti Salvatore e di Vincenzo Linza. Minacciai tutti di ammazzarli con la rivoltella. No, non tutti insieme. Uno alla volta. No, mia moglie e le mie figlie le ho anche minacciate in contemporanea con le armi, coltelli e pistola e qualunque oggetto che avesse trovato a portata di mano, e sempre fuori della presenza di estranei soprattutto quando tornavo da casa di mia madre. Le minacciavo in tal modo violento che le donne restavano pietrificate per lo spavento. Qualche volta le avevo minacciate con la rivoltella in pugno, rivolta verso di loro, con gli occhi accesi, il viso rosso da sembrare quasi indemoniato.
Come vi dicevo, dopo essere stato rinchiuso nel carcere di Amantea, mi portarono ad Aversa dove il dottor Filippo Saporito (direttore del Manicomio Giudiziario, nda) e il dottor Raffaele Canger (direttore del Manicomio Interprovinciale di Nocera Inferiore, nda) mi sottoposero a perizia psichiatrica, che richiesi sotto consiglio del mio difensore, l’avvocato Tommaso Corigliano.
Dal mio arrivo ad Aversa sono diventato sudicio e trasandato nella persona, disorientato nel tempo e nello spazio, smemorato, più che mai depresso e taciturno, indifferente di me stesso e della mia sorte, disamorato ed incurante dei miei familiari con i quali avevo mantenuto inizialmente un certo carteggio epistolare. Non ho più mostrato quelle aspirazioni alla libertà, che, per quanto in forma limitata, non erano mancate per lo innanzi. Lamento un continuo senso di profonda depressione, accompagnato da stordimento, vuoto alla testa, nonché penosa impressione di vuoto e di smarrimento. Si sono ampliati ed estesi i miei disordini sensoriali e ho iniziato ad avere vere e proprie illusioni ed allucinazioni acustiche e visive.
Quando uccisi mia moglie, scrivono i periti, ero in forza dei miei errati convincimenti delirosi che mi avevano condotto a dubitare della sua onestà: “Per l’Aloisio […] non si discute; sono i suoi nemici quelli che lo fanno soffrire a tal modo, che gli bruciano e gli tormentano la persona, mettendogli il veleno nei cibi, ed anche da lontano, con i gas asfissianti o con altri mezzi offensivi, che devono essere stati escogitati dal governo durante il periodo della guerra. L’esperienza gli ha dolorosamente dimostrato che egli è impotente a lottare contro siffatti nemici, i quali, prima che venisse carcerato, entravano ed uscivano di casa sua come il vento, senza che egli potesse accorgersene ed impedirlo, per cui ha dovuto rassegnarsi a subire il suo destino, ed adattarsi alla sua triste condizione, pur covando nell’animo suo l’aspirazione a sottrarsi, in un modo qualsiasi, a siffatta terribile persecuzione, e non mancando nemmeno di carrezzar qualche vaga e lontana idea di vendetta, che non esiterebbe, forse a tradurre in atti, qualora gliene venisse fatta la opportunità. Ciò che maggiormente esaspera ed addolora il soggetto è il fatto che i più accaniti tra i suoi nemici sono appunto due individui che un tempo furono tra i suoi migliori amici ed ai quali egli mai nulla fece per provocarne l’odio e la persecuzione. Falsetti Salvatore e Lenzi Vincenzo sono stati i suoi carnefici, i quali, non contenti di avergli rubato salute e felicità, vollero rubargli anche l’onore, al punto di diventare gli amanti non solo della moglie, ma anche delle due figlie. Prove irrefragabili del tradimento e del disonore l’Aloisio non ebbe mai, siccome egli stesso è costretto esplicitamente a confessare, ciò non ostante la sua convinzione al riguardo è salda ed irremovibile più che se non fosse venuto in possesso delle prove dirette più schiaccianti al riguardo. Egli parte da presupposto che senza la colpevole complicità dei suoi familiari, e specialmente della moglie, complicità che, a sua volta, non poteva basarsi che su illecite relazioni, i suoi nemici non avrebbero potuto fargli tutto quel male che gli hanno fatto”.
Per i periti io sono, prima di tutto, un delirante, un paranoico e questo fa di me una persona tuttora pericolosa.
Aversa, 25 luglio 1921[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 26 febbraio 2017

COSENZA E L'ATTENTATO A TOGLIATTI

- Hanno sparato a Togliatti! – si sente gridare di bocca in bocca, ormai è mezzogiorno passato, lungo Corso Mazzini a Cosenza. La gente è sorpresa, incredula, sarà uno scherzo stupido, pensano in molti in quel mezzogiorno di fuoco del 14 luglio 1948.

La notizia coglie di sorpresa gli italiani intorpiditi e lo choc  politico è violentissimo. Tutti intuiscono che potrebbe accadere il finimondo.
A sette mesi dall’entrata in vigore della Costituzione ed a tre mesi dalle elezioni che hanno punito il Fronte Popolare social-comunista, Antonio Pallante, un esaltato studente di destra, offre al Pci la carta della rivincita: la rivoluzione.
Togliatti è colpito alla nuca ma il proiettile si schiaccia contro l’osso e non fa danni. I danni, che mettono a rischio la sua vita e la giovane e fragilissima democrazia italiana, li fa un altro proiettile che gli perfora un polmone. Il leader comunista è immediatamente sottoposto a un delicatissimo intervento chirurgico che gli salva la vita. 
Mentre Togliatti si risveglia dall'anestesia, la rabbia del popolo di sinistra si scarica in una serie di confuse manifestazioni che sfiorano l'insurrezione. Furiosi cortei imbandierati di rosso battono le strade d'Italia. Operai e contadini scendono in piazza, prima scioperi spontanei e poi lo sciopero generale, fabbriche occupate, sedi cattoliche devastate, camionette della Celere in azione, comizi del Pci, i primi spari e le prime violenze.
Il giorno dopo fanno la loro comparsa i mitra: i dimostranti sparano, i celerini rispondono, si cominciano a contare i morti. Togliatti, contattato Stalin, responsabilmente dal suo letto d’ospedale invita alla calma sapendo benissimo che la rivoluzione in Italia significherebbe l’inizio di una nuova e ancor più catastrofica guerra mondiale. Ma l'Italia è una polveriera. Genova, Firenze, Torino e Venezia sono in rivolta. Il Governo mette in campo l'esercito. Si spara quasi ovunque. Sono le ore più drammatiche della breve storia repubblicana.
La guerra civile è dietro l’angolo. Il Ministro degli Interni, il democristiano Scelba, parla alla Camera e le sue parole sono chiare: “il Governo è in grado di controllare la situazione”. Polizia, Carabinieri ed Esercito reagiscono duramente.
Verso il tramonto del 15 luglio dalla Francia una notizia bomba. Bartali, a 34 anni, ha distrutto Bobet e Robic sulle montagne del Tour e trionfa in maglia gialla. Grazie al suo potere sedativo la passione sportiva decongestiona quella politica. Il "vecchio" catalizza le emozioni degli italiani e contribuisce a sciogliere i grumi dell'odio che ancora ribolle e, a fatica, prevale il buonsenso ma il bilancio è pesantissimo: 30 morti e 800 feriti.
A Cosenza la Camera del Lavoro e il Fronte Popolare indicono immediatamente lo sciopero generale e manifestazioni di protesta. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio in città vengono affissi durissimi manifesti di protesta: se PALMIRO TOGLIATTI dovesse soccombere la classe operaia, i Partigiani d’Italia, FARANNO GIUSTIZIA SULLA CLASSE RESPONSABILE della sua scomparsa, recita uno dei manifesti; la polizia non è in grado di tutelare l’ordine e garantire la vita ai cittadini: dobbiamo difendere la nostra vita da noi. Guai ai responsabili se Togliatti dovesse mancare, si legge in un altro.  

In città la situazione potrebbe precipitare e per sicurezza il Questore ed il Prefetto abbandonano la città rifugiandosi nel campo trincerato delle Casermette. Cosenza è in mano ai manifestanti comunisti e socialisti, i cui dirigenti inviano al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio un telegramma di viva protesta: ”Popolazione Cosenza indignata attentato a Togliatti frutto campagne odio contro classe operaia, chiede dimissioni governo”
E la Questura interviene
QUESTURA DI COSENZA
Pr. 03537 Di. Gab.
Cosenza li 18 luglio 1948
Nei giorni 14 e 15 andante, durante lo sciopero generale indetto dalla C:D.L. in segno di protesta per l’attentato alla persone di Palmiro Togliatti, la locale federazione Comunista e Socialista faceva affiggere sui muri cittadini manifesti incitanti all’odio fra le classi sociali e alla rivolta qualora Palmiro Togliatti dovesse soccombere.
Prima di procedere alla defissione venivano svolte indagini per accertare se l’Autorità locale di P.S. avesse concesso il nulla osta all’affissione. Si stabiliva che i manifesti erano stati clandestinamente affissi senza l’autorizzazione prevista dall’Art. 113 della legge di P.S.
Al fine di procedere all’arresto dell’autore dei manifesti, veniva sentito il tipografo De Rose, presso il quale erano stati stampati i manifesti di cui sopra. Questi dichiarava di non ricordare il nome della persona che gli aveva ordinato la stampa.
Altri tre manifesti venivano affissi successivamente a cura della Camera del Lavoro, anche questi senza la prescritta autorizzazione prevista dall’Art. 113 della legge di P.S.
Ciò posto si denunciano CINANNI Paolo Giuseppe e DI MIZIO Carlo per i reati previsti dagli articoli 415, 656 e 663 C.P. significando che non è stato proceduto all’arresto dei medesimi per trascorsa flagranza ed anche perché non è stato accertato se i medesimi sono stati i veri autori del manifesto.
Essi vengono denunziati perché entrambi responsabili della Federazione Comunista e Socialista presso le quali ricoprono la carica di segretario provinciale. All’uopo si fa rilevare che Di Mizio Carlo è vicesegretario della federazione socialista e che nei giorni 14 e 15 aveva le attribuzioni e manzioni di segretario, essendo l’On. Mancini Giacomo fuori sede. Si denunzia altresì MONTALTO Ubaldo, segretario della C.D.L. perché responsabile del reato previsto dall’art. 663 C.P.
A firmare la denuncia è il Commissario di P.S. Sabino Olivieri.
Poi, come nel resto della Nazione, la tensione scema e torna la calma ma la denuncia del Commissario Olivieri fa il suo corso.
La mattina del 26 luglio si presenta spontaneamente in Questura l’On. Giacomo Mancini e dichiara:
Essendo venuto a conoscenza di una denunzia a carico del compagno Carlo Di Mizio fu Vincenzo, al quale si addebiterebbe la responsabilità di un manifesto affisso in città e firmato “Federazione Socialista”, tengo a dichiarare che il Di Mizio non è il Segretario Provinciale e né copre posti di specifica responsabilità in seno alla Federazione.
Il Segretario Provinciale della Federazione sono io.
Nello Statuto del nostro Partito, per le cariche federali, non è prevista la carica di V. Segretario Provinciale e pertanto la responsabilità politica degli atti della Federazione ricade necessariamente sulla persona del Segretario Provinciale.
Anche Giacomo Mancini viene denunciato. 
Carlo Di Mizio risponde alle domande del Procuratore della Repubblica, dott. Luigi Ammirati, il 5 agosto successivo
- Non ho commesso i fatti che mi si addebitano e che V.S. mi ha contestato perché mentre i manifesti incriminati sono stati redatti e pubblicati dall’Esecutivo della Federazione Provinciale di Cosenza del Partito Socialista Italiano, io sono del tutto estraneo a tale organo, in quanto ricopro solo la carica di segretario della Sezione cosentina del P.S.I. e non è vero che io sia il Vice Segretario Provinciale della federazione di Cosenza e non so in base a quali elementi la Questura mi abbia attribuito tale carica
Il Commissario Olivieri precisa
- Io ho denunziato il Di Mizio perché da informazioni assunte mi risultò che in quei giorni, dato che l’On. Mancini era a Roma, fu proprio lui che agì in rappresentanza della federazione socialista
Dopo Di Mizio viene interrogato Ubaldo Montalto
- Non sono stato io il redattore dei due manifesti incriminati, né io ho provveduto alla loro stampa e pubblicazione. Detti manifesti furono frutto di un momento di agitazione generale per l’attentato alla persona dell’On. Togliatti e furono compilati da un Comitato di agitazione, composto da numerosi membri, fra cui sono pure io. Non so indicare quale membro del Comitato provvide a far stampare il manifesto e chi lo fece affiggere in quanto, ripeto, tutto ciò avvenne in momento di grave confusione, durante la quale io non ebbi il normale controllo sul funzionamento della Camera del Lavoro. tengo a precisare che sono del tutto estraneo alla compilazione e pubblicazione degli altri due manifesti pubblicati dalla Federazione Provinciale Comunista perché, pur facendo parte di detta Federazione, non ho partecipato alla compilazione, stampa e affissione dei due manifesti
Paolo Cinanni viene interrogato l’8 agosto
- I due manifesti incriminati, che vennero pubblicati dalle due federazioni Provinciali, Comunista e Socialista, dei quali uno soltanto dalla prima, furono compilati dai Comitati Federali, ai quali ho partecipato come Segretario provinciale della federazione Comunista. Con detti manifesti, che denunciavano l’attentato alla persona dell’On. Togliatti, si voleva far presente al popolo la responsabilità dell’attentato, ispirato dalla campagna di odio fatta dagli altri partiti. In tali sensi fu telegrafato al Presidente della Repubblica ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, giusto telegramma di cui esibisco copia. Non si è voluto affatto istigare all’odio fra le classi sociali, ma si sono soltanto riportate espressioni pronunciate nel Parlamento da deputati e senatori del Fronte nel corso del dibattito parlamentare successivo all’attentato. Si è voluto quindi criticare l’orientamento governativo. Della stampa ed affissione dei manifesti è stato incaricato il personale della federazione ma io, quale capo di essa, intendo assumere la responsabilità. Ricordo che le bozze dei manifesti furono mandate in Questura per l’autorizzazione e dato il momento di vivo fermento non ho potuto seguire lo svolgimento della pratica.
Il 7 settembre è la volta di Giacomo Mancini, questa volta nelle vesti di imputato
- Il manifesto affisso in seguito all’attentato contro l’On. Togliatti dalle Federazioni Provinciali dei Partiti Comunista e Socialista, fu sottoposto alla mia approvazione quale Segretario Provinciale della Federazione Socialista e quindi responsabile di ogni conseguenza per l’affissione di esso. Ho approvato il manifesto e ne ho autorizzato l’affissione perché nel contenuto di esso non ho ravvisato alcun elemento costitutivo di reato, ma soltanto una appropriata protesta per il grave delitto commesso in danno dell’On. Togliatti. Se dovesse riscontrarsi alcun reato, ne assumo la responsabilità, escludendo quella del compagno Di Mizio Carlo, che è stato del tutto estraneo alla compilazione ed affissione del manifesto medesimo e che non è Vice Segretario della federazione
Il Procuratore della Repubblica di Cosenza non la pensa come l’On. Mancini e chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro di lui. L’iter della pratica richiede qualche mese e la Camera nella seduta del 25 marzo 1949 nega l’autorizzazione, così il Giudice Istruttore del Tribunale di Cosenza, il 23 aprile 1949 dichiara il non luogo a procedere contro l’On. Mancini. Caduto il procedimento contro Mancini, il Giudice, nella stessa sentenza deve ammettere che nei confronti di Carlo Di Mizio non sono emerse prove sufficienti di responsabilità in ordine ai reati a lui ascritti e ne ordina il non luogo a procedere. Di Mizio, difeso da Pietro Mancini, propone appello chiedendo l’assoluzione con formula piena ma la Corte d’Appello di Catanzaro rigetta il ricorso e conferma la formula dubitativa.
Così, a rispondere dei reati restano Paolo Cinanni e Ubaldo Montalto. 
È il 6 dicembre 1949 quando il Pubblico Ministero presenta una strana richiesta al Giudice istruttore nei confronti dei due imputati
Poiché l’art. 113 della Legge di P.S., che richiede l’autorizzazione preventiva dell’Autorità di P.S. per la distribuzione e affissione di scritti o disegni in luogo pubblico o aperto al pubblico e conseguentemente parla dell’art. 663 C.P. che stabilisce la sanzione per le relative infrazioni, debbono intendersi abrogate per effetto del secondo comma dell’art. 21 della Costituzione, il quale dice che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
CHIEDE
Che il G.I. dichiari non doversi procedere contro Cinanni Paolo e Montalto Ubaldo per il reato di contravvenzione di cui alla lettera c) della rubrica, perché il fatto non costituisce reato, restituendo gli atti a questo ufficio per l’ulteriore corso.
In poche parole il Pubblico Ministero vuole proseguire l’azione penale per gli altri reati di istigazione all’odio fra le classi sociali e di mancata indicazione dello stampatore sui manifesti. Il Giudice Istruttore accoglie la richiesta e il procedimento penale continua.
Il 22 maggio 1950 si apre il dibattimento contro i due imputati difesi dall’avvocato Fausto Gullo.
In pochi minuti si risolve tutto: il Pubblico Ministero, che già aveva chiesto l’archiviazione in istruttoria, rimane fedele alla sua impostazione e chiede l’assoluzione per insufficienza di prove, mentre la difesa vuole la formula piena.
La Corte dà ragione al Pubblico Ministero e finisce l’assurda commedia voluta dal Commissario Sabino Olivieri.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.


venerdì 24 febbraio 2017

LASCIA IN PACE MIA SORELLA

Sono le 6 di mattina del 3 maggio 1891, domenica. Nella piazzetta di San Gaetano a Cosenza alcuni venditori ambulanti stanno finendo di preparare i propri banchetti: Finuzza Bruno vende patate, Arcangela Pastore vende generi alimentari, Gaetano Buonofiglio vende foglie, Angela Patitucci ha un paniere pieno di uova. Lungo la via della Garruba, che immette nella piazzetta, le sartorie sono già tutte aperte e anche i macellai già sfasciano quarti di manzo appesi ai ganci fuori dalle botteghe, aspettando che le messe mattutine nelle chiese di San Gaetano e San Rocco finiscano e la folla di fedeli si riversi per strada e compri qualcosa.
Il diciannovenne beccaio Antonio Chiappetta sta finendo di ripulire una testa di vitello insieme al padre Domenico quando con la coda dell’occhio vede venire dalla Garrubba suo cognato Gennaro De Luca. Stringe ancora più forte la mano che tiene il coltello mentre fa cenno al padre di guardare chi sta arrivando.
A una cinquantina di metri dalla macelleria dei Chiappetta, all’inizio di Corso Plebiscito, la Guardia Municipale Francesco Paparo sta uscendo dal Putighino dove ha comprato un sigaro prima di prendere servizio al Macello Comunale. Gli occhi gli vanno verso lo sbocco della Garruba, dalla parte opposta della piazzetta.
Gennaro De Luca è ormai a pochi passi dalla beccheria di suo suocero e il suo sguardo, come di sfida, è fisso verso il negozio. Antonio Chiappetta lo guarda con gli occhi della rabbia mentre la mano destra tormenta il manico di legno dell’affilatissimo coltello.
Cosa c’è che non va tra i cognati Gennaro e Antonio? per scoprirlo dobbiamo tornare indietro di quasi un anno e mezzo, al 18 gennaio 1890, quando Gennaro De Luca sposa Chiarina Chiappetta, sorella di Antonio.
Gennaro dice di aver trovato un buon lavoro a Napoli e che quindi, subito dopo il matrimonio, devono partire. Chiarina e la sua famiglia sono un po’ titubanti, lei ha solo 16 anni e non è pronta per andarsene così lontano da casa, ma gli obblighi coniugali impongono che debba seguire il marito e poi, visto che mancano ancora parecchi giorni prima che Gennaro cominci il suo lavoro, è anche l’occasione di fare una specie di viaggio di nozze.
Lo sposo si nasconde addosso tutti i soldi che hanno ricevuto in regalo e tutto il contante della dote di Chiarina e i due partono, armi e bagagli, verso la loro nuova vita.
Ma a Napoli Chiarina scopre il vero motivo del viaggio: Gennaro non ha nessun lavoro e in pochi giorni dilapida tutto il contante in bagordi e alle proteste di Chiarina risponde con le botte. Non solo: finiti i soldi, Gennaro vorrebbe che la moglie avesse procurato il pane per tutti e due facendo la puttana. Chiarina non ci sta e allora sono botte da orbi. Gennaro le prende tutto il vestiario e il corredo che ha con sé e lo vende; la fa dormire per strada e in pochi giorni da quella bella ragazza che era si trasforma in una mendicante sporca e lacera per sopravvivere agli stenti. È così che racimola pochi centesimi per spedire un telegramma al padre che le fa avere i soldi per tornarsene a casa.
- Te ne vuoi andare? Vattene visto che sei una buona a nulla! Vattene se ne sei capace! – le dice prendendole i soldi che le ha mandato la famiglia e giù botte.
Chiarina trova di nuovo la forza per elemosinare qualcosa e scrive di nuovo ai genitori e questa volta va meglio. Gennaro non la scopre e lei scappa da quell’incubo.
Quando Chiarina torna a Cosenza è così malridotta e piena di lividure che faceva pietà a tutti, ma con l’amore e le cure dei genitori e dei fratelli si rimette presto. Del marito non vuole più sentir parlare.
Anche Gennaro dopo poco torna in città e chi conosce ciò che è successo a Napoli non perde occasione per rimproverarlo
- Allora la finisco quando non resterà più nessuno della famiglia Chiappetta! – risponde minacciosamente a una donna che lo ha redarguito. Da questo momento ricomincia a perseguitare Chiarina fino al punto che la mattina del 12 giugno 1890 esce di casa portandosi dietro un bastone e si mette a camminare avanti e indietro all’imbocco di Via Cafarone per la quale doveva transitare sua moglie, allorché dalla bottega rientrava a casa. infatti Chiarina, verso la mezza, sbuca dalla Piazza dello Spirito Santo e fa per imboccare la ripida salita del Cafarone. Gennaro con un balzo le è davanti e le tira due terribili bastonate in testa lasciandola a terra svenuta, poi scappa prima che qualcuno possa intervenire. Adesso è davvero troppo! Chiarina denuncia il marito per le botte e il Tribunale lo condanna a 2 mesi di reclusione e al risarcimento del danno.
Quando esce dal carcere, Gennaro non si ferma e continua a minacciare Chiarina e i suoi familiari ma per fortuna non succede null’altro di grave.
Poi una mattina accade qualcosa di strano: nel caffè gestito da Carmela Pinnola entra una Guardia Doganale che si presenta come cognato di Gennaro De Luca e chiede come fare per poter parlare con Chiarina.
Carmela manda a chiamare la ragazza e i due cominciano a parlare del matrimonio fallito. Chiarina gli racconta tutto
- Se fossi stato qui all’epoca del matrimonio ti avrei sconsigliata a maritarti con mio fratello… mi dispiace… lascialo perdere – fratello? Cognato? Boh!?
Nel caffè di Carmela Pinnola qualche giorno dopo ci capita anche Gennaro e la donna gli racconta dell’incontro tra sua moglie e quello che si è presentato come suo fratello o cognato o quello che era, rimproverandolo per quello che ha fatto a Chiarina
- Che stia onesta, in caso opposto le ammacco la capo! – è la risposta minacciosa
Il primo maggio si celebra la festa del Crocefisso della Riforma e Chiarina, stanca di stare chiusa in casa per guardarsi dal marito, decide di andare a divertirsi in mezzo alle bancarelle. Ma in mezzo alla folla vede Gennaro seduto accanto alla Cappelluccia dello Spirito Santo che le sorride beffardamente mentre giocherella con un bastone. La ragazza è letteralmente terrorizzata e cerca di sgattaiolare via ma Gennaro la segue a distanza senza mai perderla di vista. Dove scappare? Come scappare? Chiarina all’improvviso vede la salvezza sotto forma di due pennacchi rossi e blu che si stagliano oltre le teste della gente festante. Una pattuglia di Carabinieri è a una decina di metri da lei che si mette a lavorare di gomiti per farsi largo e andare a mettersi sotto la protezione dei militari. Gennaro deve desistere e, facendo un gesto che sta a significare che l’avrebbe cercata di nuovo, sparisce tra la folla. È salva, almeno per questa volta.
Antonio e Gennaro sono adesso uno di fronte all’altro e si guardano in cagnesco. La Guardia Municipale Paparo si avvia verso il suo posto di lavoro e li guarda distrattamente da lontano, i venditori ambulanti cominciano timidamente a urlare per magnificare la propria mercanzia
- Lascia in pace Chiarina e la mia famiglia altrimenti…
- La finirò quando sarete crepati tutti! – gli risponde provocatoriamente mentre lo spinge di lato per avere la via libera. Gli ambulanti smettono di urlare e li guardano incuriositi, come anche gli altri macellai che hanno le botteghe a San Gaetano. Tutti aspettano che accada qualcosa e la Guardia Municipale, adesso ha capito che sta per succedere un guaio, affretta il passo per intervenire.
Domenico Chiappetta capisce che sta per finire male e tira il figlio per un braccio, poi si rivolge a Gennaro
- Ti vorrei da solo a solo per dirti due parole
Gennaro non gli dà retta e prosegue per la sua strada ma, fatti pochi passi, si gira e dice
- Ora fate i guappi che vi trovate assieme ai vostri compagni! – alludendo alla solidarietà tra i macellai.
Per Antonio è troppo. Si divincola dalla stretta di suo padre e con l’affilatissimo e acuminato coltello che ha in mano si lancia sull’avversario per colpirlo all’addome. Tutti i 12 centimetri della lama penetrano nelle carni di Gaetano che guarda Antonio con aria sbigottita.
La Guardia Municipale, sacramentando, percorre gli ultimi metri di corsa e si lancia, rivoltella in pugno, addosso ad Antonio riuscendo ad impedire che colpisca ancora.
- Fermo! Sei in arresto!
Antonio si lascia disarmare e Paparo lo porta via. Gennaro è a terra che si preme una mano sulla ferita. Gli ambulanti accorrono per vedere come sta. I macellai tornano al proprio lavoro. Qualcuno aiuta il ferito a rialzarsi e lo accompagna, sorreggendolo, in ospedale, dove poco dopo arrivano Carabinieri e Giudici
- Questa mattina, passando per la via di San Gaetano, vidi Antonio Chiappetta e suo padre Domenico i quali nel vedermi dissero perché io avevo profferito delle minacce contro di loro ed ero andato al Crocefisso per incontrarli e, senz’altro profferire, Antonio Chiappetta mi tirò una pugnalata… – dice ai Giudici presenti – il Domenico Chiappetta presenziava e aveva profferito delle parole contro di me ma nell’atto del ferimento non fece alcun atto.
Poi sviene e le sue condizioni cominciano a peggiorare a vista d’occhio.
Le cose sembrano chiare, ma dalle parole di alcuni testimoni sembrerebbe emergere, contrariamente a quanto affermato anche dalla vittima, una partecipazione attiva di Domenico Chiappetta al ferimento e così le cose si ingarbugliano.
Nel frattempo Gennaro De Luca muore per la setticemia causata dalla coltellata. Omicidio volontario.
Man mano che i testimoni vengono ascoltati, riascoltati e messi a confronto, emerge chiaramente che Domenico si è davvero adoperato per evitare che Antonio e Gennaro venissero a contatto senza riuscirci, così viene prosciolto. A processo andrà solo Antonio che tutti i testimoni definiscono di lodevolissima condotta sotto tutti i rapporti, tanto che veniva ritenuto come cretino.
Ma c’è scappato il morto e anche un ragazzo mite deve pagare se ha sbagliato.
La Corte d’Assise di Cosenza lo condannerà, il 31 luglio 1891, a 4 anni, 10 mesi e 10 giorni di reclusione.
Il 29 novembre 1893 il Pubblico Ministero della Corte d’Appello di Catanzaro, letto il R.Decreto d’amnistia 22 aprile 1893 e gli articoli 830 P.P. e 86 Cod. Penale, chiede alla Sezione d’Accusa di pronunziare nel caso in esame la declaratoria di ammissione all’indulto contenuto nel decreto anzidetto, senza pregiudizio dell’azione civile e dei diritti dei terzi a norma di legge, dichiarando diminuita di 6 mesi la pena.
Il primo dicembre successivo la richiesta viene accolta e la pena per Antonio Chiappetta resta fissata in 4 anni, 4 mesi e 10 giorni di reclusione.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 22 febbraio 2017

ELISA E LE PUTTANE DI SANTA LUCIA di Matteo Dalena

Elisa Cortesa ha solo diciotto anni, viene da Potenza ed è una donna di facili costumi. Una puttana. E' intenta a sciacquare la sua propria natura quando il pattuglione di guardie di città in borghese e in divisa al comando del delegato Di Napoli irrompe al vicolo 1. di Santa Lucia, ovvero nei bassi cosentini dell'amore svenduto. L'amplesso è appena terminato quando Giovanna Salerno, quarantaquattrenne da Fagnano Castello, veterana nell'arte del lenocinio, incassato il proprio obolo saluta il giovane avventore stampandogli un laido bacio sulla bocca. E' il 17 gennaio del 1904 e, trascorso un anno dal maxi processo alla «mala vita trionfante», i bassi di Santa Lucia sono nuovamente colmi di carne umana, disponibile subito e al prezzo di una generosa bevuta in osteria.
I CLIENTI | Si tratta di bordelli veri e propri, di norma a più vani, dove a fare «il prezzo» concorrono anche bacinelle d'acqua, tappezzeria e mobilio. Ma in generale, quelli di Santa Lucia sono rinomati per la medio-alta qualità e i prezzi ragionevoli. Gli unici a lamentarsi sono i residenti che tramite la stampa, progressista e moralizzatrice, protestano per lo «sconcio immenso» prodotto da decine di «laide circi». Vengono chiamate matte, pericolose, sguaiate, fomite di sporcizia e malanni, pisciano e defecano in istrada senza ritegno alcuno. Autoctoni o forestieri, borghesi e popolani, in buon arnese oppure sudici, il "mercato" di Santa Lucia appaga già da mezzo secolo i desideri carnali di migliaia di maschi, novizi oppure abitué, giunti nel quartiere del vizio con un desiderio generico oppure esplicito. I rapporti delle guardie di pubblica sicurezza diventano così fonte d'informazioni su tendenze, preferenze e perversioni.
Giuseppe Romeo conosce Elisa, hanno già altre volte consumato e il loro rapporto sembra andare oltre la semplice sveltina. Lui ha solo sedici anni e, giunto da pochi mesi da Seminara, lavora a bottega in una calzoleria di corso Telesio. «Compiva atti non leciti» scrivono le guardie, insieme a Vincenzo Arcaro, anche lui originario di Seminara, trovato possessore di una rivoltella di calibro 9, carica di tre colpi. Perché a Santa Lucia sesso e pallottole si danno spesso la mano nei codici della risorgente «mala vita». Poco più in là, al vicolo 2, portata a spalla da una guardia di pubblica sicurezza riemerge, logora e malata, dalle tenebre di una stamberga, Filomena Verletti da San Giovanni in Fiore. Ha solo sedici anni ed è priva di mezzi di sussistenza se non quelli forniti dalle proprie, tenere carni.  
FIGLIE DI NESSUNO | Progressivamente abbandonate dalla truppa borbonica e danneggiate dal sisma del 1854, addossate le une alle altre, le case di Santa Lucia cominciano a riempirsi di donnine di varia provenienza. Sono soprattutto figlie di n/n, che allo spalancarsi delle porte di brefotrofi e ospizi femminili - solitamente a sedici-diciotto anni - si ritrovano senza beni, né mestiere. La mansione di cammirera (cameriera), è solitamente anticamera della prostituzione. Prese con la forza e deflorate, esposte alle insane voglie dei padroni, si trovano ad essere scaricate in strada dalla sera alla mattina. Annebbiate dai morsi della fame, vengono ricettate dalla mala vita secondo rodati passaggi, tutti al femminile: locandiere, bettoliere, ex prostitute affrancate, donne di perduta fama e vizio, sono le gestrici dei commerci carnali a pagamento nei recessi di Santa Lucia. «Dava luogo di casa» è la formula sovente utilizzata nei processi istruiti per lenocinio e sfruttamento. Ma, per effetto dell'inurbamento d'inizio Novecento, a riempire le alcove di Santa Lucia sono anche decine di giovanissime donne, contadine e filatrici, provenienti soprattutto da Castrovillari, S. Martino di Finita, Vaccarizzo, Cervicati, S. Agata di Esaro, Roggiano, Mongrassano e  S. Giovanni in Fiore, ma anche Potenza, Salerno e Napoli. Carriere di norma assai brevi, funestate dall'insorgere di malattie veneree, febbri malariche e tifoidee, rovinate da lame e fendenti. Come quella di Raffaella Piro, sessantenne di facili costumi, cui Mariantonia Damiani quarantenne da Cervicati, strappò di netto l'orecchio sinistro, in pieno giorno e per mezzo di una roncola. Nonostante l'età tarda, le rubava la clientela.

fonti:
ASCS, Tribunale di Cosenza, Processi penali.
Cronaca di Calabria
L'Avanguardia


lunedì 20 febbraio 2017

IL BICCHIERINO DI VERMOUTH

A Orsomarso fa ancora caldo nel pomeriggio del 16 settembre 1951. Nel bar di Giuseppe Papa, oltre agli altri, c’è un gruppetto di avventori che, comodamente seduti ad un tavolino, si rinfresca bevendo del vermouth fresco. Nildo Marzioto, suo padre Luigi, Biagio Barbarino e Giuseppe Dacunto chiacchierano amabilmente quando, ad un certo punto, entra Nicodemo Papasidero con un suo nipote, un ragazzino di una dozzina di anni, e chiede del vino per il suo ospite
- Non ne voglio vino! – gli fa il ragazzino. Papasidero non si scompone: senza chiedere permesso prende un bicchierino pieno dal tavolo dei quattro amici e lo fa bere al nipote. Non ancora contento, ne prende un altro e lo tracanna egli stesso. Gli amici si guardano tra loro e, conoscendo il carattere irascibile e prepotente di Papasidero, lo lasciano fare. Poi l’uomo prende una sedia e si siede accanto a Luigi Marzioto

- Il liquore te lo puoi bere, ma non ti voglio vicino a me e te ne devi andare! – Marzioto ha le sue ragioni per non volere Papasidero accanto a sé perché quattro anni prima aveva ricevuto da lui qualche coltellata durante un’animata discussione svoltasi a Santa Domenica Talao.
- Sempre lo stesso sei! L’educazione non la capisci! – sbotta Papasidero che rifiuta di alzarsi. Anche questa volta la situazione sembra poter precipitare ma il pronto intervento del figlio di Luigi e del barista che prendono per le braccia Papasidero e lo accompagnano alla porta, vincendone la fiera resistenza – Lasciatemi! Voglio bere anche io del vermouth! – urla mentre si dibatte
- Per me può restare a bere, purché paghi la sua quota… – dice Biagio Barbarino per cercare di calmare gli animi, ma ormai Papasidero è già fuori del locale e, tenuto per un braccio da Nildo Marzioto, entra nella macelleria di Antonio Sisinno, dove si ferma qualche minuto.
Per i quattro amici il pomeriggio è ormai rovinato e così, dopo pochi minuti, lasciano il bar e si dirigono insieme verso la parte alta del paese.
- Vado dai Carabinieri, non ce la faccio più a sopportarlo! –  si lamenta Luigi Marzioto, che però viene distolto dal suo proposito mentre camminano.
Arrivati davanti al negozio di Gaetano Laino, Barbarino saluta gli altri tre dicendo che deve sbrigare una faccenda e torna indietro. Gli altri tre proseguono insieme per un altro po’, poi si dividono.
Barbarino si ferma davanti al bar di Papa e si appoggia al parapetto della strada, proprio mentre arriva sul posto anche Papasidero il quale prima si ferma davanti alla porta dell’esercizio, poi si avvicina a Barbarino e i due cominciano a parlottare. Nel largo dove si svolge la scena c’è un po’ di gente che sa della questione accaduta poco prima nel bar e comincia a temere che i due possano venire alle mani. Antonio Russo si fa coraggio e si avvicina ai due per evitare il peggio
- Accuccia! – sente dire a Papasidero, come per dire al suo interlocutore di starsene buono e zitto
- Non ti credere che sei più diritto! – gli risponde Barbarino, risentito per essere stato trattato come un ragazzino
- Andiamo sotto verso la rotabile che devo pisciare – propone Papasidero
- Io non devo pisciare! – fa Barbarino
- E allora andiamo verso sopra! – propone ancora Papasidero in tono di sfida
- Va bene, andiamo!
- Dove vai? Fermati con me – dice Russo a Papasidero cercando di trattenerlo per un braccio, senza però riuscirci
Sono le 5 del pomeriggio e America Arieta sta tornando dal molino di Flora Capparella dove lavora come operaia. Quando, imboccata Via Vittorio Emanuele III, è davanti alla macelleria di Vincenzo Nepita, vede Biagio Barbarino che sta discutendo con Nicodemo Papasidero
- Smettila! Ormai è tutto finito – dice Biagio
- No, non la passa. Questa sera o la mia o la sua! – sbotta l’altro
- Se è così, allora vediamocela noi due – gli risponde Barbarino, quasi in tono scherzoso. Poi Nicodemo lo prende sottobraccio e i due si incamminano lungo Via Vittorio Emanuele III discorrendo bonariamente.
America li guarda incuriosita mentre si allontanano poi, quando sono ormai a una cinquantina di metri da lei, vede Papasidero prendere un coltello dalla cintura e dare due coltellate a Barbarino: la prima, violenta, nel costato; la seconda, più debole, nella mammella sinistra. Barbarino è sorpreso, cerca di afferrare il coltellaccio per toglierlo dalle mani dell’aggressore ma l’altro lo tiene ben stretto e così la vittima fa scorrere la propria mano sulla lama affilata e per poco non ci rimette un paio di dita.
Ma Barbarino è ferito seriamente e si piega su sé stesso, fa qualche passo fino a un cumulo di pietre accanto a lui per prenderne una e scagliarla contro l’aggressore, senza però riuscirci perché cade pesantemente a terra esanime mentre Papasidero, dopo aver messo l’arma in bocca, scappa.
America ed altre due donne presenti sul posto accorrono per soccorrere Barbarino ma è troppo tardi, è già morto!
I Carabinieri di Orsomarso arrivano nel giro di pochissimi minuti. Il Brigadiere Francesco Macrì lascia l’unico Carabiniere alle sue dipendenze a piantonare il cadavere e con l’aiuto di tre Carabinieri di Orsomarso che si trovano in paese in licenza, si mette alla ricerca di Papasidero e dopo un’ora riesce a localizzarlo in contrada Ficara e, data la pericolosità del Papasidero ed in considerazione della posizione vantaggiosa in cui si trovava nascosto il ricercato, i carabinieri sopra menzionati all’intimazione dell’alto hanno esploso tre colpi di pistola in alto a scopo intimidatorio e ciò allo scopo di prevenire atti inconsulti da parte del Papasidero il quale non poteva essere acciuffato di sorpresa. L’uomo capisce che per lui è finita e si arrende facendosi mettere i ferri ai polsi
- Io non sono stato, il pomeriggio del 16 settembre, nella cantina di Papa Giuseppe. non so spiegare come i miei paesani abbiano voluto raccontare i fatti in maniera diversa da come si sono svolti. Verso le 17 transitavo lungo la via Vittorio Emanuele di questo abitato, diretto a casa mia. Giunto all’altezza del negozio di Freni Angelo ho fatto incontro con Barbarino Biagio e Marzioti Luigi i quali si trovavano in mezzo alla strada in istato di manifesta ubbriachezza. Appena fatto incontro il Marzioto mi ha chiesto se andavo in cerca del figlio , a nome Nildo, per ucciderlo, al che io ho risposto negativamente asserendo che io e suo figlio siamo dei buoni amici. Non contento della mia risposta, il Marzioto ha continuato ad insistere col dire che io andavo in cerca di suo figlio mentre il Barbarino, che come sopra detto era ubbriaco, stringeva i denti in atto di minaccia. È stato così che il Barbarino, senza profferire parola, ha estratto dalla cintura del pantalone il coltello e mi ha vibrato due colpi nella mano sinistra producendomi le lesioni – dice mostrando i due piccoli tagli sul polso sinistro -. Vistomi la mano unta di sangue ho strappato il coltello dalle mani del Barbarino e gli ho vibrato due colpi di cui uno al viso e l’altro, non ricodo di preciso, se in un braccio. Ciò ho fatto non con l’intenzione di ucciderlo ma al solo scopo di stordirlo, credendo di colpirlo col cozzo del coltello, ma malaguratamente l’ho colpito col taglio. Notando che aveva del sangue al viso, allo scopo di evitare ulteriori conseguenze mi sono allontanato dal paese. Il coltello l’ho buttato strada facendo mentre mi allontanavo… il Marzioto, quando ha visto che il Barbarino ha estratto il coltello non ha intervenuto ma ha continuato a brontolare barcollando
Il Brigadiere Macrì fa perlustrare palmo a palmo tutto il tragitto fatto da Papasidero fino a contrada Ficara ed è fortunato perché si riesce a trovare il coltello, uno scannaturu, utilizzato per commettere l’omicidio.
- Il coltello a lama fissa della lunghezza complessiva di cm 40 circa, ancora unto di sangue che mi viene presentato è quello che io, dopo la lite con Barbarino Biagio, ho buttato lungo la via Santa Croce e precisamente in un pianta di fico selvatico – ammette.
Siccome tutte le testimonianze raccolte dicono esattamente il contrario di quanto Papasidero afferma circa la dinamica dei fatti, Macrì convoca la moglie dell’imputato e le mostra il coltello
- Il coltello che mi viene presentato l’aveva portato mio marito a casa molto tempo fa e lo tenevamo per uccidere il maiale e qualche volta facevo uso anch’io per la cucina. Il giorno 16 con detto coltello io avevo tagliato il pane a mezzo giorno e poi l’avevo lasciato sul tavolo nella casa. Non so altro  perché non mi trovavo presente quando mio marito è ritornato a casa, dato che ero andata al fiume per lavare ed avevo lasciato la chiave nella toppa della porta. Preciso che quando mio marito è uscito da casa dopo mangiato, è uscito senza il coltello e senza la giubba… – ammette ingenuamente e per il marito adesso sono guai serissimi. Oltre al riconoscimento del coltello, è l’ultima affermazione a convincere gli inquirenti che non si è trattato di un delitto occasionale ma di un delitto premeditato, almeno nella preparazione se non per quanto riguarda la vittima designata che sarebbe dovuta essere, sempre secondo gli inquirenti, Luigi Marzioto.
Non passano che pochi giorni e la moglie di Nicodemo ritratta tutto, presentando al Brigadiere Macrì un altro scannaturu
- Mi sono sbagliata, ho trovato in casa il coltello che io asserivo che apparteneva a mio marito. È evidente, quindi, che quello sequestrato non poteva essere di mio marito
Il Brigadiere sequestra l’arma della lunghezza complessiva di cm 31 e mezzo; di cui cm. 12 il manico e cm. 19 e mezzo la lama; larghezza della lama al centro cm. 3 e mezzo. Il coltello si presenta con la lama arrugginita e manico apparentemente nuovo ma sporco di terra, verbalizza Macrì. A questo punto è necessaria una perizia sui due coltelli e il risultato convince ancora di più gli inquirenti che si tratta di un tentativo puerile di mettere una toppa al guaio combinato dalla signora Papasidero: il reperto N.7/51 R.C.R., il primo coltello sequestrato, ha il manico lungo cm. 11, lama acuminata con taglio da un solo lato lunga cm. 23; lunghezza complessiva del coltello cm. 34; lama larga cm. 3 e mm. 8; manico spesso cm. 2,2; lama tagliente; si dà atto che sia la lama che il manico sono sporchi di sangue. Il reperto N.15/51 R.C.R., il coltello presentato dalla moglie di Papasidero, ha il manico lungo cm. 12, lama a punta con taglio da un solo lato lunga cm. 19 e mm. 4; lunghezza complessiva del coltello cm. 31, ½; lama larga nel punto mediano cm 3 ½, manico spesso cm. 2; punta e taglio non affilati per l’uso. La moglie, che aveva lasciato il coltello sul tavolo avrebbe dovuto, la stessa sera del delitto, trovarlo dove lo aveva lasciato e, in ogni caso, il coltello esibito non è adatto all’uso, nemmeno per tagliare il pane.
Poi c’è la certezza che Papasidero, prima di incontrare Barbarino lungo Via Vittorio Emanuele III è stato a casa sua: tutti giurano, come del resto ha fatto anche sua moglie, che nel bar, al momento della discussione per il vermouth, aveva indosso solo una canottiera e così è stato visto allontanarsi, mentre nel momento dell’incontro con Barbarino e nel momento del delitto aveva addosso una giacca. Anche le due piccole ferite sul suo polso parlano contro di lui: la perizia accerta che per la forma e la direzione dei tagli è impossibile che a produrgliele sia stata una persona diversa da sé stesso.
La Procura della Repubblica non ha dubbi nemmeno sulla volontà omicida di Papasidero non solo perché reiterò i colpi, ma perché immerse lo scannatoio nel cuore della vittima. E il movente? Quando Barbarino cercò di trattenere l’imputato egli fece presente ch’era inutile insistere per riaccendere la lite dopo che tutto era finito, aggiunse, per persuaderlo visto che non voleva convincersi, “bè, vediamocela noi”. Quelle parole furono sufficienti perché Papasidero rivolgesse tutte le sue ire contro la persona che difendeva il suo nemico, colui contro il quale aveva pronunciato poco prima la frase: “stasera, o la mia o la sua”. per Papasidero divenne allora indifferente uccidere il nemico o colui che il nemico proteggeva e in favore del quale osava persino affrontare una colluttazione. Questa indifferenza per la soppressione di una vita umana è il dato più sicuro da cui desumere come Papasidero Nicodemo sia persona pericolosissima. L’episodio della cantina lo rivela infatti come spavaldo, sopraffattore, violento; l’omicidio lo conferma sanguinario e temibile quanto altri mai.
Nicodemo Papasidero viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza il 20 settembre 1952 e l’inizio del dibattimento viene fissato per il 24 gennaio 1953.
Il 27 gennaio successivo, dopo tre udienze, la Giuria condanna Nicodemo Papasidero a 20 anni di reclusione e 5 mesi e 10 giorni di arresto, all’interdizione legale, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e lo sottopone alla libertà vigilata per anni 3; lo condanna, inoltre, al pagamento delle spese processuali e a quelle del suo mantenimento in carcere durante la detenzione preventiva; al rimborso delle spese e al risarcimento dei danni verso la parte civile, che liquida in £ 2 milioni e 71 mila, ivi comprese £ 70 mila per compenso di difesa.
Gli avvocati Muzio e Luigi Graziani, difensori di Nicodemo, presentano ricorso in Appello ed allegano, per cercare di alleggerire la posizione del loro assistito, il brevetto – N. 13186 del 15 maggio 1951 – di attribuzione della Medaglia in bronzo al Valore Militare al marinaio Papasidero Nicodemo da parte del Presidente della Repubblica Italiana con la motivazione: Già distintosi per avere salvato in mare un militare alleato, di guardia in stazione vedetta, durante un attacco aereo eseguito a bassa quota, manteneva il suo posto, comunicando al reparto preziose notizie. Ferito da colpi di mitragliatrice e trasportato all’infermeria, dava prova di mirabile forza d’animo ed attaccamento al dovere. Cagliari, estate 1943.
Il 14 aprile 1954 la Corte d’Appello di Catanzaro in riforma della sentenza di primo grado, accogliendo parzialmente il ricorso dell’imputato, riduce la pena a 16 anni di reclusione.
Il 21 ottobre 1954 la stessa Corte d’Appello, non avendo il Papasidero presentato motivi a sostegno del ricorso per Cassazione, ordina l’esecuzione della sentenza che, così, diventa definitiva e Nicodemo Papasidero la sconterà nel carcere di Procida.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 17 febbraio 2017

IL BURRONE DEL MORTO

Serafina, 14 anni, e Michele, 13 anni, stanno falciando dell’erba lungo il torrente San Giovanni a circa 5 chilometri dall’abitato di San Lucido. È il 2 luglio 1909 e fa caldo.
- Quando finiamo scendo a mare e mi faccio un bel bagno – dice Serafina mentre si bagna i piedi nell’acqua fresca del torrente in un momento di pausa. Poi gli occhi le vanno sull’altra sponda del corso d’acqua, un po’ più in su di dov’è e, proprio tra l’acqua e la sponda, vede biancheggiare qualcosa che non sembra un sasso. È incuriosita, guada il torrente e si avvicina. L’urlo di terrore scuote il silenzio della piccola valle, limitata a monte da un alto e scosceso burrone. Michele per poco non si taglia una mano con la roncola, poi, ripresosi dallo spavento, si avvicina alla ragazzina che ancora sta urlando con le mani nei capelli
- Che c’è? Cosa ti è successo? – le chiede. Serafina non riesce a dire niente ma continua a indicare col dito qualcosa tra i sassi. Michele si avvicina, osserva bene, poi urla anche lui – minchia!
Sporgenti dal terreno umido ci sono un teschio umano e un braccio, quello sinistro. Il resto sembra essere sotto terra. I due ragazzi scappano terrorizzati per correre in paese e lungo la strada incontrano un loro conoscente al quale, con frasi smozzicate, raccontano ciò che hanno visto. L’uomo, Giuseppe Petruccio, li rassicura dicendo che si occuperà lui di avvisare i Carabinieri e che possono andarsene tranquilli a casa.
Il Maresciallo Giuseppe Mirarchi non perde tempo e parte subito, inerpicandosi lungo la mulattiera che porta sul posto del macabro ritrovamento, accompagnato dal dottor Giovanni Vacatello il quale, dopo aver fatto rimuovere il terriccio che ricopre i poveri resti, verbalizza:
1° Un teschio col mascellare inferiore staccato, fornito di denti sani in entrambi i mascellari, vuoto affatto di materia cerebrale
2° Le ossa del tronco frammiste a cenci di giacca color grigio
3° Le ossa di un braccio tutte sconnesse e consumate
4° Un braccio entro la relativa manica, pressoché mummificato
5° Il bacino e le gambe, coi piedi distaccati, ridotti in fetida poltiglia, contenuti in un pantalone che si crede dovesse essere di colore più scuro della giacca e di fustagno
6° 2 piedi pure ridotti in poltiglia in due scarpe vecchie
Giudico che la morte risalga a sei mesi e che il cadavere sia quello d’una età dai 13 ai 16 anni. La morte, successa per caduta dall’altezza di più di 25 metri è avvenuta per frattura della base del cranio.
Si, è questa l’ipotesi più verosimile. Il ragazzo, di cui resta ancora ignota l’identità, deve essere scivolato e precipitato nel burrone restandoci secco. L’inaccessibilità del luogo durante i mesi invernali e la forza dell’acqua che ha provveduto prima a ricoprirlo e poi a scoprirlo durante uno degli ultimi temporali hanno fatto si che sia rimasto nascosto per tutto questo tempo.
La notizia fa subito il giro dei paesi vicini e tutti sono sicuri e concordi che si tratti del sedicenne Francesco Lento, allontanatosi dal paese circa sei mesi prima.
Lento Francesco fu Vincenzo e fu Carbone Maria Teresa, nato nel 1892 a Napoli mentre la Carbone si accingeva ad emigrare per Rio de Janeiro e portato in San Lucido nel 1902 da certo Melito Michele d’anni 53, contadino abitante pure in contrada San Giovanni (al quale il piccolo Francesco è stato affidato in Brasile) purché ne avesse cura in cambio di quello che in patria avrebbe saputo fare, maritato a Vaito Concetta d’ignoti, d’anni 26, donna di casa, la quale ha riconosciuto il cadavere dalla giubba, in uno agli altri testimoni.
Dalle indagini proseguite, è stato assodato trattarsi di disgrazia, avvenuta il giorno 9 febbraio ultimo, di mattina e prestissimo, epoca la quale il Lento, all’insaputa dei suoi padroni, Vaito e Melito, se la scappò per ignota direzione. Né la Vaito vi fece caso, essendo il marito in America dal 1906, perché il Lento suddetto essendo cretino spesso se la scappava e poi faceva ritorno dopo 3 o quattro mesi, epoca la quale si poneva a servizio con gente dei paesi circonvicini.
Storia triste quella del povero Francesco ma è tutto chiaro per il Maresciallo Mirarchi e per il Pretore di Paola , confortato dalla relazione del dottor Vacatello
In quel punto il burrone è profondo e la costa soprastante franosa, anzi si vedeva che il terreno che ricopriva quei resti umani fosse alluvionale e di frana. E siccome presso la frana si svolge un sentiero che poi, dopo un quarto d’ora di cammino, giunge alla casetta della Vaito, si sospetta che il Lento fosse precipitato rimanendovi cadavere e fu di poi sepolto. Al perito fu impossibile esprimere il benché minimo giudizio. Le indagini escludono inimicizia o malanimo d’alcuno, tanto meno della Vaito pel Lento che perciò pare sia effettivamente là caduto per disgrazia.
Il Giudice Istruttore non ha nulla da obiettare e il 27 luglio dichiara chiusa l’istruttoria sulla morte di Francesco Lento per inesistenza di reato.
Nonostante ciò il Comandante della Tenenza dei Carabinieri di Paola ha dei dubbi e il 1 agosto 1909 ordina al Maresciallo Mirarchi di riaprire le indagini e dopo non poche investigazioni e diversi servizi all’uopo eseguiti, persona di nostra fiducia che non desidera sia palesata, ci ha fatto avvalorare i sospetti e che cioè potevasi trattare di delitto ed al riguardo ci ha indicati individui da cui si poteva sperare qualche elemento al riguardo.
E l’informatore ha ragione.
- Un giorno dello scorso mese di luglio e precisamente il giorno 29, io vidi Angela Molinaro in casa del fratello Francesco presso del quale io abito vicino. – dice Vincenzo Picciola al Maresciallo – La domandai come stava e perché si trovava in quella località e la Molinari mi rispose che sarebbe sempre rimasta in casa del fratello perché aveva paura di tornarsene in casa sua in quantocché temeva che Concetta Vaito l’avrebbe ammazzata. Io domandai perché ed allora la Molinari mi soggiunse come conosceva per confessione della stessa Vaito che questa, insieme con la nominata Carmela Malito, avevano strangolato il giovinetto Lento Francesco e dopo lo avevano precipitato nel burrone San Giovanni
Tombola!
I Carabinieri vanno a prendere la ventiduenne Angela Molinari e la portano in caserma per verificare la dichiarazione di Picciola
- Io abitavo nella stessa casa dove abitava la mia compaesana Vaito Concetta e ricordo che la mattina del giorno otto dello scorso mese di febbraio uscì di casa la detta Vaito insieme col giovanetto Lento Francesco e dissero che andavano al mulino per prendere della farina. – racconta Angela – Verso sera tornò la Vaito con Lento ma in compagnia di una sua nipote a nome Carmela Malito. A me disse che avea condotto in di lei compagnia la detta Malito perché era stanca e si era fatta aiutare al trasporto della farina; dopo un po’, come al solito, si coricarono e la mattina appresso molto per tempo uscirono tutti e tre e dissero che andavano da una certa Caterina Calomino a prendere un recipiente di pietra dove sogliono mangiare i maiali. Dopo poco più di un’ora vidi tornare la Vaito insieme con la Malito e senza il suddetto Francesco Lento; allora io domandai dove era rimasto il Lento e se avessero portato l’indicato recipiente. Mi accorsi che esse tremavano ed erano tutte comprese da molta paura. Insistetti ancora nella domanda e fu allora che la Vaito mi raccontò come si fosse disfatta del Lento ed al riguardo mi narrò che, arrivati alla località San Giovanni strangolarono con una corda il ripetuto Lento e dopo che diventò cadavere lo precipitarono nel sottostante burrone. Rimasi atterrita dal raccapricciante racconto e dissi: “Oddio, che avete commesso!”
- E perché lo avrebbero ammazzato?
- La Vaito non mi disse la causale che la spinse al delitto, né io curai di domandarla perché, come ho detto, rimasi compresa di forte terrore. Ricordo che la Malito diceva: “Gesù dovrà perdonarmi perché io non ho nessuna colpa essendovi stata costretta e condotta contro la mia volontà”
- Magari l’hai istigata tu ad ammazzarlo… o forse hai preparato la corda… – insinua il Maresciallo
- Non è affatto vero che io avessi istigato la Vaito a commettere il maleficio, sia perché io non avevo nessun rancore verso il Lento, sia perché ignoravo, come ho detto, i motivi che spinsero la Vaito a commettere l’efferato omicidio. Non è vero che io avessi preparato la corda colla quale fu ucciso il Lento perché nulla sapevo in precedenza delle intenzioni della Vaito
- Perché finora non hai detto niente?
- La Vaito quando mi confessò la sua colpa mi scongiurò di nulla mai dire a nessuno ed io fintantoché son sono stata interrogata ho taciuto… la Vaito mi ha minacciato di ammazzarmi se avessi rivelato qualche cosa ed io sono stata costretta ad andare ad abitare da mio fratello
Non c’è tempo da perdere, bisogna arrestare Concetta Vaito e sentire cosa ha da dire
- Ripetimi cosa sai della morte di Francesco Lento…
- Marescià, ve l’ho detto già… la mattina del 9 febbraio è uscito ed è sparito… non so altro…
- Sei sicura?
- Sicurissima!
- Non è che quella mattina siete usciti insieme tu, Lento e tua nipote Carmela Malito e quando siete arrivati al burrone l’avete strangolato con una corda e l’avete buttato giù?
Concetta sbianca in viso, serra i pugni per cercare di contenere la sorpresa, guarda il Maresciallo e poi abbassa gli occhi tirando un lungo respiro
- Da qualche tempo il Lento Francesco mi minacciava che al ritorno dall’America di mio marito avrebbe denunziato fatti che potevano menomare la mia onorabilità. Impressionata da ciò e pensando al male che poteva derivarmi da una dichiarazione simile, pensai di disfarmi del Lento ed all’uopo ho cercato l’aiuto della nipote di mio marito Malito Carmela. Recatami la sera dell’8 Febbraio detto con un pretesto nella di costei casetta rurale, in contrada Torremesima di Fiumefreddo, la indussi ad accompagnarmi nella mia abitazione dove poi la convinsi a prestare la sua assistenza per uccidere il Lento. Così il mattino del 9 poco prima dell’alba ci avviammo, io la Carmela ed il Lento, per la contrada San Giovanni col pretesto di dover ritirare una conca in legno dove si suole dare la vivanda ai suini. Giunti ad un punto da me prescelto, col pretesto di riposarci ci sedemmo, disponendoci in modo che il Lento volgesse a me le spalle… – Concetta si ferma, tira fuori un fazzoletto, si soffia il naso e comincia a singhiozzare. Guarda il Maresciallo e scuote la testa come a voler dire che non ce la fa ad andare avanti nel racconto, mentre il Maresciallo le fa segno con una mano di continuare. Passano dei secondi interminabili nell’attesa della piena confessione, poi Concetta riprende – stando in questa posizione io, con una corda che avevo già preparata con un nodo scorsoio, avvinsi il collo del Lento e stringendo fortemente con l’aiuto della Carmela che gli teneva i piedi, lo strangolammoio tiravo per di dietro e la Malito lo tirava per i piedi
- E poi? – la incalza il Maresciallo
- Quando fummo certe che egli era morto, insieme con la Malito lo precipitammo nel burrone sottostante, senza pensare più altro
- Ma che bisogno c’era? Potevi mandarlo via…
- Il Lento era poco di buono ed a me continuamente ingiuriava chiamandomi porcella e torno a dire che se io l’ho ucciso, ciò feci per salvaguardare il mio onore con mio marito e sia perché fui istigata dalla Molinari Angela! – dice riacquistando la sua aria spavalda
- Pure la Molinari! Spiega come ti avrebbe istigata
- La Molinari mi suggerì che il miglior mezzo era quello di disfarmi del Lento e mi istigò ad ucciderlo indicandomene la maniera e cioè quella di strangolarlo e di precipitarlo da un dirupo. Mi disse che lei non poteva aiutarmi materialmente col venire di persona e mi suggerì di servirmi della nipote di mio marito. Infatti la sera dell’otto si coricò con me e con la Malito e la mattina appresso, molto per tempo, fummo svegliate dalla stessa Molinari che mi aveva somministrato la corda
- Portatela in camera di sicurezza e andate a prendere le altre due – ordina il Maresciallo e mentre accende un sigaro pensa a come gliel’avevano fatta sotto al naso
- Mia zia insistette molto per farmi andare a casa sua dicendomi che la dovevo aiutare a prendere della farina al mulino. Arrivata a casa di mia zia vi trovai la cognata a nome Angela Molinari e seppi lo scopo della mia chiamata e quanto fra esse era stato combinato. Io mi rifiutai energicamente dicendo fra l’altro che avevo paura e che non potevo in ogni caso secondare i loro desideri, ma tanto l’una che l’altra e specialmente la Molinari incominciarono ad istigarmi con la promessa di un vestito, di un corredo e di altri donativi, ma io ciò non ostante ero sempre sulla negativa. Fattosi tardi ci coricammo ed io quasi tutta la notte non potetti dormire e pensavo tra me e me che non appena fatto giorno me ne sarei scappata. Ma per mia mala sventura la Molinari, molto prima di far giorno ci fece levare dal letto e incominciò novellamente alle mie ripulse ad incoraggiarmi ed a premurarmi che fossi andata, soggiungendo che lei non poteva fare compagnia alla mia zia perché aveva dei figliuoli piccoli e mi pose tra l’altro un granellino di sale nel petto dicendo che con quel sale mi sarebbe venuto il coraggio. Fu allora che venne chiamato il ragazzo Lento Francesco che dormiva nel basso sottostante e con la scusa di andare a prendere un recipiente dove mangiavano i maiali, mio malgrado, ci avviammo per la contrada San Giovanni con la zia e con il Lento. Arrivati ad un certo punto dove sovrastava un burrone, la zia Concetta colla scusa di riposarsi si fermò e tutti ci sedemmo, mentre la zia si pose dalla parte di dietro del Lento. Tutto ad un tratto la zia medesima legò una corda che le era stata somministrata dalla stessa Angela Molinari e con quella corda avvinse al collo il disgraziato Lento e tirando forte lo strangolò. Io posi soltanto le mani ai piedi della vittima quando stava per spirare. Non è vero quindi che io abbia aiutato mia zia a strangolare ed a far morire il Lento, perché tra l’altro me ne mancava assolutamente il coraggio. Dopo che il Lento morì fu dalla sola mia zia precipitato nel burrone
Quindi secondo Concetta e Carmela, Angela Molinari sarebbe stata l’ispiratrice e l’organizzatrice del barbaro omicidio del povero Francesco Lento. Lei continua strenuamente a dichiararsi innocente e d’altra parte rimangono oscuri i motivi che l’avrebbero spinta a voler morto il ragazzo. Agli inquirenti sembra davvero troppo poco e troppo fuori dalla logica che abbia potuto, dietro richiesta di Concetta, organizzare così cinicamente il tutto. Angela e Concetta vengono messe una davanti all’altra in un drammatico confronto
- Ed osi innanzi a me negare che io mi sia rivolta a te per consigliarmi come fare perché il Lento mi minacciava d’informare mio marito che io tenevo delle relazioni illecite e tu mi suggeristi che unica via era quella di sbarazzarmi del Lento e mi indicasti financo il mezzo, consigliandomi di strangolarlo e di gittarlo in un burrone? – l’accusa Concetta
- Nego recisamente quanto tu affermi perché nessun rancore io avevo con il Lento e non potevo suggerirti di sbarazzartene. Tu mai hai parlato con me delle minacce del Lento!
- Come? Neghi? E non fosti tu anche a suggerirmi di rivolgermi alla Malito che mi avrebbe potuto aiutare?
- Ma si che nego, perché tutto quanto stai affermando è completamente falso!
- Ma se tu fosti a svegliarmi la mattina del 9 per tempo e ci somministrasti anche la corda
- Io? Ma tu sogni o sei pazza! Tutto quanto stai dicendo è un cumulo d’invenzioni. Quale interesse io avevo di concorrere all’uccisione del Lento che nessun male mi aveva fatto?
- Quanto io ho affermato corrisponde a verità… – termina Concetta scoppiando in lacrime.
Un bruttissimo affare. Le indagini su Angela Molinari non portano a niente e i sospetti che zia e nipote si siano messe d’accordo per cercare di scaricare le responsabilità maggiori su di lei aumentano quando emerge che le due esecutrici materiali del crimine sono detenute nella stessa cella del carcere di Paola. Poi il Maresciallo Mirarchi viene a sapere delle cose che potrebbero inguaiare seriamente Angela Molinari. Alcune persone gli riferiscono che Concetta Vaito nel mese di luglio 1907 rimase incinta di Francesco Molinari, fratello di Angela. Sgravatasi nel marzo 1908 fece sparire il neonato e l’ucciso Lento, a suo tempo, ha dichiarato che la Vaito aveva dato alla luce un bambino e che poscia l’aveva ucciso e sotterrato nel torrente denominato Volpe, in compagnia della cognata Molinari Angela.
Se tutto ciò risultasse vero, sarebbe plausibile che Angela, per salvare l’onore della cognata ed eliminare la responsabilità penale a carico del fratello Francesco nel caso di una eventuale querela di adulterio da parte del marito della Vaito, ha preso parte all’infanticidio e poi perché scoperta dalle dichiarazioni fatte dal Lento, ha consigliato la cognata a disfarsi anche di costui.
E le prove? Solo parole.
Tanto Concetta che Angela negano, ovviamente, l’infanticidio e il procedimento penale a loro carico viene subito chiuso con la sentenza di non luogo a procedere.
I Carabinieri indagano anche sulla possibile partecipazione di Francesco Molinari al delitto ma sono costretti ad ammettere che il Molinari, venuto a conoscenza del delitto consumato dalla Vaito e Malito, pregò la sorella Angela a svelare il delitto e così quest’arma poté scoprirlo.
E allora se davvero Angela Molinari fosse stata la mente del delitto, che interesse avrebbe avuto a raccontare tutto ai Carabinieri quando ormai l’istruttoria era chiusa?
La Procura del re di Cosenza decide di inviare gli atti al Procuratore Generale del re a Catanzaro perché si esprima in merito alle accuse di omicidio premeditato per Concetta Vaito e Carmela Malito e complicità in omicidio per Angela Molinari.
Il Procuratore Generale chiede alla Sezione d’Accusa il rinvio a giudizio per tutte e tre le imputate e il 16 marzo 1910 lo ottiene.
L’11 gennaio 1911 comincia il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza. a presiedere è il Cavalier Michelangelo Dall’Oglio; i difensori delle imputate sono gli avvocati Nicola Serra, Tommaso Corigliano, Carlo Cardamone, Luigi Manes e Luigi Funari. La parte civile è rappresentata dall’avvocato Luigi Fera.
Concetta Vaito viene descritta come una buona ed onesta donna che soffre, talvolta, di deliqui. Mai ha dato adito a sospetti di intrattenere relazioni illecite con chicchessia e se ha ucciso è stato per troppo eccesso di salvaguardare il proprio onore dalle insinuazioni di Francesco Lento che era uno stupido maligno e insinuante. Carmela Malito è una buona ragazza che ha sofferto di un tumore alla testa ed è rimasta come una stupida e tutti la scherzavano. Anche Angela Molinari è donna buona, soprattutto onesta e incapace di dare cattivi consigli.
Ma i fatti sono fatti e il Pubblico Ministero chiede la condanna delle imputate secondo i reati loro ascritti.
La difesa di Concetta Vaito chiede di eliminare dalla rubrica la premeditazione e invoca la provocazione e il vizio parziale di mente a cagione d’istero-epilessia.
Per Carmela Malito viene invocato il vizio totale di mente o, in subordine, quello parziale e una complicità secondaria.
La difesa di Angela Molinari sostiene strenuamente la sua innocenza e perciò chiederà ai giurati un verdetto negativo.
La Giuria, il 7 febbario 1911, ritiene le tre donne colpevoli dei reati per i quali sono a processo e condanna Concetta Vaito a 30 anni di reclusione per omicidio volontario premeditato, Carmela Malito a 12 anni e 6 mesi per complicità in omicidio volontario, Angela Molinari a 12 anni per complicità in omicidio premeditato.
Il 16 novembre 1911 la Suprema Corte di Cassazione rigetta i ricorsi delle tre imputate.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.