domenica 26 febbraio 2017

COSENZA E L'ATTENTATO A TOGLIATTI

- Hanno sparato a Togliatti! – si sente gridare di bocca in bocca, ormai è mezzogiorno passato, lungo Corso Mazzini a Cosenza. La gente è sorpresa, incredula, sarà uno scherzo stupido, pensano in molti in quel mezzogiorno di fuoco del 14 luglio 1948.

La notizia coglie di sorpresa gli italiani intorpiditi e lo choc  politico è violentissimo. Tutti intuiscono che potrebbe accadere il finimondo.
A sette mesi dall’entrata in vigore della Costituzione ed a tre mesi dalle elezioni che hanno punito il Fronte Popolare social-comunista, Antonio Pallante, un esaltato studente di destra, offre al Pci la carta della rivincita: la rivoluzione.
Togliatti è colpito alla nuca ma il proiettile si schiaccia contro l’osso e non fa danni. I danni, che mettono a rischio la sua vita e la giovane e fragilissima democrazia italiana, li fa un altro proiettile che gli perfora un polmone. Il leader comunista è immediatamente sottoposto a un delicatissimo intervento chirurgico che gli salva la vita. 
Mentre Togliatti si risveglia dall'anestesia, la rabbia del popolo di sinistra si scarica in una serie di confuse manifestazioni che sfiorano l'insurrezione. Furiosi cortei imbandierati di rosso battono le strade d'Italia. Operai e contadini scendono in piazza, prima scioperi spontanei e poi lo sciopero generale, fabbriche occupate, sedi cattoliche devastate, camionette della Celere in azione, comizi del Pci, i primi spari e le prime violenze.
Il giorno dopo fanno la loro comparsa i mitra: i dimostranti sparano, i celerini rispondono, si cominciano a contare i morti. Togliatti, contattato Stalin, responsabilmente dal suo letto d’ospedale invita alla calma sapendo benissimo che la rivoluzione in Italia significherebbe l’inizio di una nuova e ancor più catastrofica guerra mondiale. Ma l'Italia è una polveriera. Genova, Firenze, Torino e Venezia sono in rivolta. Il Governo mette in campo l'esercito. Si spara quasi ovunque. Sono le ore più drammatiche della breve storia repubblicana.
La guerra civile è dietro l’angolo. Il Ministro degli Interni, il democristiano Scelba, parla alla Camera e le sue parole sono chiare: “il Governo è in grado di controllare la situazione”. Polizia, Carabinieri ed Esercito reagiscono duramente.
Verso il tramonto del 15 luglio dalla Francia una notizia bomba. Bartali, a 34 anni, ha distrutto Bobet e Robic sulle montagne del Tour e trionfa in maglia gialla. Grazie al suo potere sedativo la passione sportiva decongestiona quella politica. Il "vecchio" catalizza le emozioni degli italiani e contribuisce a sciogliere i grumi dell'odio che ancora ribolle e, a fatica, prevale il buonsenso ma il bilancio è pesantissimo: 30 morti e 800 feriti.
A Cosenza la Camera del Lavoro e il Fronte Popolare indicono immediatamente lo sciopero generale e manifestazioni di protesta. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio in città vengono affissi durissimi manifesti di protesta: se PALMIRO TOGLIATTI dovesse soccombere la classe operaia, i Partigiani d’Italia, FARANNO GIUSTIZIA SULLA CLASSE RESPONSABILE della sua scomparsa, recita uno dei manifesti; la polizia non è in grado di tutelare l’ordine e garantire la vita ai cittadini: dobbiamo difendere la nostra vita da noi. Guai ai responsabili se Togliatti dovesse mancare, si legge in un altro.  

In città la situazione potrebbe precipitare e per sicurezza il Questore ed il Prefetto abbandonano la città rifugiandosi nel campo trincerato delle Casermette. Cosenza è in mano ai manifestanti comunisti e socialisti, i cui dirigenti inviano al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio un telegramma di viva protesta: ”Popolazione Cosenza indignata attentato a Togliatti frutto campagne odio contro classe operaia, chiede dimissioni governo”
E la Questura interviene
QUESTURA DI COSENZA
Pr. 03537 Di. Gab.
Cosenza li 18 luglio 1948
Nei giorni 14 e 15 andante, durante lo sciopero generale indetto dalla C:D.L. in segno di protesta per l’attentato alla persone di Palmiro Togliatti, la locale federazione Comunista e Socialista faceva affiggere sui muri cittadini manifesti incitanti all’odio fra le classi sociali e alla rivolta qualora Palmiro Togliatti dovesse soccombere.
Prima di procedere alla defissione venivano svolte indagini per accertare se l’Autorità locale di P.S. avesse concesso il nulla osta all’affissione. Si stabiliva che i manifesti erano stati clandestinamente affissi senza l’autorizzazione prevista dall’Art. 113 della legge di P.S.
Al fine di procedere all’arresto dell’autore dei manifesti, veniva sentito il tipografo De Rose, presso il quale erano stati stampati i manifesti di cui sopra. Questi dichiarava di non ricordare il nome della persona che gli aveva ordinato la stampa.
Altri tre manifesti venivano affissi successivamente a cura della Camera del Lavoro, anche questi senza la prescritta autorizzazione prevista dall’Art. 113 della legge di P.S.
Ciò posto si denunciano CINANNI Paolo Giuseppe e DI MIZIO Carlo per i reati previsti dagli articoli 415, 656 e 663 C.P. significando che non è stato proceduto all’arresto dei medesimi per trascorsa flagranza ed anche perché non è stato accertato se i medesimi sono stati i veri autori del manifesto.
Essi vengono denunziati perché entrambi responsabili della Federazione Comunista e Socialista presso le quali ricoprono la carica di segretario provinciale. All’uopo si fa rilevare che Di Mizio Carlo è vicesegretario della federazione socialista e che nei giorni 14 e 15 aveva le attribuzioni e manzioni di segretario, essendo l’On. Mancini Giacomo fuori sede. Si denunzia altresì MONTALTO Ubaldo, segretario della C.D.L. perché responsabile del reato previsto dall’art. 663 C.P.
A firmare la denuncia è il Commissario di P.S. Sabino Olivieri.
Poi, come nel resto della Nazione, la tensione scema e torna la calma ma la denuncia del Commissario Olivieri fa il suo corso.
La mattina del 26 luglio si presenta spontaneamente in Questura l’On. Giacomo Mancini e dichiara:
Essendo venuto a conoscenza di una denunzia a carico del compagno Carlo Di Mizio fu Vincenzo, al quale si addebiterebbe la responsabilità di un manifesto affisso in città e firmato “Federazione Socialista”, tengo a dichiarare che il Di Mizio non è il Segretario Provinciale e né copre posti di specifica responsabilità in seno alla Federazione.
Il Segretario Provinciale della Federazione sono io.
Nello Statuto del nostro Partito, per le cariche federali, non è prevista la carica di V. Segretario Provinciale e pertanto la responsabilità politica degli atti della Federazione ricade necessariamente sulla persona del Segretario Provinciale.
Anche Giacomo Mancini viene denunciato. 
Carlo Di Mizio risponde alle domande del Procuratore della Repubblica, dott. Luigi Ammirati, il 5 agosto successivo
- Non ho commesso i fatti che mi si addebitano e che V.S. mi ha contestato perché mentre i manifesti incriminati sono stati redatti e pubblicati dall’Esecutivo della Federazione Provinciale di Cosenza del Partito Socialista Italiano, io sono del tutto estraneo a tale organo, in quanto ricopro solo la carica di segretario della Sezione cosentina del P.S.I. e non è vero che io sia il Vice Segretario Provinciale della federazione di Cosenza e non so in base a quali elementi la Questura mi abbia attribuito tale carica
Il Commissario Olivieri precisa
- Io ho denunziato il Di Mizio perché da informazioni assunte mi risultò che in quei giorni, dato che l’On. Mancini era a Roma, fu proprio lui che agì in rappresentanza della federazione socialista
Dopo Di Mizio viene interrogato Ubaldo Montalto
- Non sono stato io il redattore dei due manifesti incriminati, né io ho provveduto alla loro stampa e pubblicazione. Detti manifesti furono frutto di un momento di agitazione generale per l’attentato alla persona dell’On. Togliatti e furono compilati da un Comitato di agitazione, composto da numerosi membri, fra cui sono pure io. Non so indicare quale membro del Comitato provvide a far stampare il manifesto e chi lo fece affiggere in quanto, ripeto, tutto ciò avvenne in momento di grave confusione, durante la quale io non ebbi il normale controllo sul funzionamento della Camera del Lavoro. tengo a precisare che sono del tutto estraneo alla compilazione e pubblicazione degli altri due manifesti pubblicati dalla Federazione Provinciale Comunista perché, pur facendo parte di detta Federazione, non ho partecipato alla compilazione, stampa e affissione dei due manifesti
Paolo Cinanni viene interrogato l’8 agosto
- I due manifesti incriminati, che vennero pubblicati dalle due federazioni Provinciali, Comunista e Socialista, dei quali uno soltanto dalla prima, furono compilati dai Comitati Federali, ai quali ho partecipato come Segretario provinciale della federazione Comunista. Con detti manifesti, che denunciavano l’attentato alla persona dell’On. Togliatti, si voleva far presente al popolo la responsabilità dell’attentato, ispirato dalla campagna di odio fatta dagli altri partiti. In tali sensi fu telegrafato al Presidente della Repubblica ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, giusto telegramma di cui esibisco copia. Non si è voluto affatto istigare all’odio fra le classi sociali, ma si sono soltanto riportate espressioni pronunciate nel Parlamento da deputati e senatori del Fronte nel corso del dibattito parlamentare successivo all’attentato. Si è voluto quindi criticare l’orientamento governativo. Della stampa ed affissione dei manifesti è stato incaricato il personale della federazione ma io, quale capo di essa, intendo assumere la responsabilità. Ricordo che le bozze dei manifesti furono mandate in Questura per l’autorizzazione e dato il momento di vivo fermento non ho potuto seguire lo svolgimento della pratica.
Il 7 settembre è la volta di Giacomo Mancini, questa volta nelle vesti di imputato
- Il manifesto affisso in seguito all’attentato contro l’On. Togliatti dalle Federazioni Provinciali dei Partiti Comunista e Socialista, fu sottoposto alla mia approvazione quale Segretario Provinciale della Federazione Socialista e quindi responsabile di ogni conseguenza per l’affissione di esso. Ho approvato il manifesto e ne ho autorizzato l’affissione perché nel contenuto di esso non ho ravvisato alcun elemento costitutivo di reato, ma soltanto una appropriata protesta per il grave delitto commesso in danno dell’On. Togliatti. Se dovesse riscontrarsi alcun reato, ne assumo la responsabilità, escludendo quella del compagno Di Mizio Carlo, che è stato del tutto estraneo alla compilazione ed affissione del manifesto medesimo e che non è Vice Segretario della federazione
Il Procuratore della Repubblica di Cosenza non la pensa come l’On. Mancini e chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro di lui. L’iter della pratica richiede qualche mese e la Camera nella seduta del 25 marzo 1949 nega l’autorizzazione, così il Giudice Istruttore del Tribunale di Cosenza, il 23 aprile 1949 dichiara il non luogo a procedere contro l’On. Mancini. Caduto il procedimento contro Mancini, il Giudice, nella stessa sentenza deve ammettere che nei confronti di Carlo Di Mizio non sono emerse prove sufficienti di responsabilità in ordine ai reati a lui ascritti e ne ordina il non luogo a procedere. Di Mizio, difeso da Pietro Mancini, propone appello chiedendo l’assoluzione con formula piena ma la Corte d’Appello di Catanzaro rigetta il ricorso e conferma la formula dubitativa.
Così, a rispondere dei reati restano Paolo Cinanni e Ubaldo Montalto. 
È il 6 dicembre 1949 quando il Pubblico Ministero presenta una strana richiesta al Giudice istruttore nei confronti dei due imputati
Poiché l’art. 113 della Legge di P.S., che richiede l’autorizzazione preventiva dell’Autorità di P.S. per la distribuzione e affissione di scritti o disegni in luogo pubblico o aperto al pubblico e conseguentemente parla dell’art. 663 C.P. che stabilisce la sanzione per le relative infrazioni, debbono intendersi abrogate per effetto del secondo comma dell’art. 21 della Costituzione, il quale dice che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
CHIEDE
Che il G.I. dichiari non doversi procedere contro Cinanni Paolo e Montalto Ubaldo per il reato di contravvenzione di cui alla lettera c) della rubrica, perché il fatto non costituisce reato, restituendo gli atti a questo ufficio per l’ulteriore corso.
In poche parole il Pubblico Ministero vuole proseguire l’azione penale per gli altri reati di istigazione all’odio fra le classi sociali e di mancata indicazione dello stampatore sui manifesti. Il Giudice Istruttore accoglie la richiesta e il procedimento penale continua.
Il 22 maggio 1950 si apre il dibattimento contro i due imputati difesi dall’avvocato Fausto Gullo.
In pochi minuti si risolve tutto: il Pubblico Ministero, che già aveva chiesto l’archiviazione in istruttoria, rimane fedele alla sua impostazione e chiede l’assoluzione per insufficienza di prove, mentre la difesa vuole la formula piena.
La Corte dà ragione al Pubblico Ministero e finisce l’assurda commedia voluta dal Commissario Sabino Olivieri.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.


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