venerdì 31 marzo 2017

STORIE DI BIMBI STRAPPATI DAL VENTO di Matteo Dalena

Cosenza, 5 giugno 1903. Adelina è uno scricciolo di bimba, tra gli ultimi nati del lungo Ottocento. Ora, che di anni ne ha tre e mezzo, gioca coi mulini e con essi il vento. Papà Antonio Panza, mulinaro di Caricchio le ha parlato a lungo di "Cerzaˮ (Quercia) gigante con le pale da cui dipende zuppa e fortuna. In quell'estremo lembo di città falcidiato da febbri e mal d'aere e col torrente Caricchio ridotto a immane cloaca, la primavera è ancora fresca, gravido il mattino di travaglio o schiamazzo. E gira, gira forte Cerza, sotto un vento che tutto china. Adelina è sola a trastullarsi in stradella, il vecchio mulino ne è custode. Basta un attimo e un'urlante folata strappa la bimba alla terra e ai suoi giochi.
«Adelina, spinta da un forte colpo di vento, precipitò dall'altezza di quattro metri sul piano sottostante, riportando commozione cerebrale».
Trovata dalla madre che sola trovatasi in casa, alla vista della figluola conciata a quel modo, si dié a piangere disperatamente. Raccoltala fra le braccia, Teresa l'adagia sul letto e singhiozzando corre piangendo sciagura. U dutture Fazio che nel dispensario poco lontano tutto risolve con zollette e chinino, è davanti alla bimba a prestarle le prime cure: «Tutto tornò inutile perché, dopo poche ore, la poverina cessò di vivere». Nel chiuderle gli occhi, l'umano Fazio versa una lacrima. Giunto sul posto per le indagini di rito, il delegato Dinapoli «constatato trattarsi d'una disgrazia puramente accidentale» si dilegua di gran fretta verso la Cerza dalle grandi pale ora ferme. 
MORIRE D'ACCIDENTE | Tra le spigolature di cronaca di un giornale d'inizio Novecento, nello spazio di una manciata di battute, va in scena la vita ma spesso la morte. Esistenze brevi che la carta affida al verbo garbato del cronista, degne di appena una nota, poi di silenzio. La Cronaca di Calabria, periodico diretto dal giovane Luigi Caputo, è così l'unica testimone de' luttuosi fatti di piccoli cosmi. Storie di sassate innocenti e letali sul greto del Crati. Qui, divisi in bande, i monelli di colle Triglio si danno la caccia simulando le grandi battaglie che fecero l'Italia unita. Nell'ottobre del 1903 in piazza del Carmine un asino lasciato incustodito davanti al portone dei Ferraro scalcia violentemente Zaccaria Silvestro di anni otto. Il ragazzo è grave, tuttora in pericolo di vita attesta il dottor Serra [il non aver ritrovato l'amaro seguito tra le pagine della Cronaca, pur parzialmente ci rincuora, nda]. Si muore soprattutto per trastullo da Portapiana allo Spirito Santo. E' un pomeriggio di fine agosto del 1903 ma il focolare di Francesco Gallo è ancora acceso. Maria ha solo sei anni e un mostro davanti: «Senza che lì per lì se ne accorgesse, le si attaccò il fuoco alle vesti, riportando gravissime ustioni in tutto il corpo. La detta bambina fu invasa dalle fiamme ma nessuno poté arrecarle aiuto, trovandosi sola». Nonostante le doviziose cure del dottor Rodi, la piccola Maria cessa di vivere nelle ore successive «nello spasimo indescrivibile di dolori atrocissimi».
GIOVANI RIVOLTELLE | Maledette siano le armi. Nella Cosenza d'inizio Novecento sono la voce della forza ch'è malavita. Ma rappresentano la sicurezza di tante famiglie risolute nel delegare a carabine e revolver la propria incolumità. Le pagine della Cronaca di Calabria sono ancora testimoni di un fatto incredibile. Al liceo "Telesio" la maturità 1900-1901 è gravemente turbata da una immane tragedia. Alla fine di maggio lo studente ginnasiale Luigi Funari recatosi in casa del compagno di scuola e parente Alfredo De Franco, maneggiando imprudentemente la rivoltella del padre colpisce e uccide il giovane amico sotto gli occhi attoniti del fratellino Isidoro: «La grave sventura segnerà enormemente questo anno scolastico ormai al tramonto», commenta il preside Nicola Arnone insieme ai docenti Misasi e Tria: «Tanto lo sventurato morto quanto il disgraziato involontario omicida erano due bravissimi giovani, scolari esemplari e si volevano un bene dell'anima».
Per Approfondire:
Cronaca di Calabria, periodico fondato e diretto da Luigi Caputo, annate 1901 (maggio), 1903 (giugno-ottobre).

lunedì 27 marzo 2017

SANGUE AL BIVIO DI DONNICI

La giornata di domenica 17 novembre 1912 sta volgendo al tramonto e nella cantina di Giuseppe Gatto lo Zoppo, sita al bivio di Donnici Inferiore, si gioca a carte.

Nel basso retrostante, Clementina Gatto, figlia dello Zoppo, e Teresina Citrigno sono sedute davanti al braciere a chiacchierare quando da fuori sentono delle urla e dei rumori come di gente che sta litigando. Immediatamente escono a vedere cosa sta succedendo e Teresina ha l’amara sorpresa di vedere suo fratello Ippolito, Telluzzu, che sta litigando con un suo coetaneo, il diciassettenne Petruzzu Sommario. Ha il tempo di vedere l’avversario di suo fratello che col manico ricurvo del suo bastone gli ha ‘ncroccatu il collo e lo tira verso di sé. È impaurita, sa della brutta fama di cui gode Petruzzu e teme per l’incolumità del fratello, così comincia a gridare verso la sua casa che è a qualche metro da lì, mentre intervengono delle persone a dividere i ragazzi
- Padre, che ammazzano Telluzzu!
Il padre, Giuseppe Citrigno, è nella sua bottega con il figlio maggiore Francesco, Ciccillu, a fare i conti dei cereali che vende; al grido di Teresina tutti e due lasciano carta, penna e calamaio e si precipitano sulla strada in soccorso di Telluzzu. Quando arrivano sul posto sembrerebbe che tutto sia finito: Telluzzu sta tornando verso casa raccontando ai presenti l’accaduto e Petruzzu sta andando verso Donnici Superiore, strattonato dall’amico Peppino Calabrese.
- Ero nella Cavarella a pisciare quando è arrivato Petruzzu il quale senza motivo mi ha tirato una bastonata e poi mi ha preso per il collo col bastone; ci siamo accapigliati e mi ha ferito alla mano – dice mostrando il sangue che gocciola dal dito mignolo.
Suo fratello alla vista del sangue si lancia all’inseguimento del feritore e del suo amico, immediatamente seguito dal padre, raggiungendoli davanti a un cancello di legno aperto, il Cancello Massa che porta al fondo rustico di certo Bozzo, poco più di cento metri oltre la cantina. Lungo questi cento metri, Giuseppe Citrigno si imbatte in un contadino che torna dal lavoro con una scure in mano e cerca di togliergliela per armarsi ma quello, intuendo che potrebbe succedere qualcosa di brutto, resiste e lo spinge lontano.
Davanti al Cancello Massa i quattro si azzuffano e si ‘ncavunanu, cadono a terra, colpendosi vicendevolmente. A pochi passi da loro c’è un tale Raffaele Fortino che si mette in mezzo per cercare di dividerli ma, all’improvviso, nella mano destra di Peppino Calabrese luccica una lama che si conficca nel fianco destro di Fortino il quale resta con la bocca aperta per il dolore e la sorpresa. Per qualche secondo lui e Calabrese si guardano negli occhi e questo offre a Giuseppe Citrigno l’occasione per lanciarsi su Petruzzu Sommario che è riuscito a mettersi sopra Ciccillu e lo sta colpendo con pugni.
Raffaele Fortino vede distintamente Calabrese che si gira verso gli altri tre e, proditoriamente, colpisce due volte alle spalle Giuseppe Citrigno che si accascia al suolo
- Scappiamo che ho ucciso due… – dice Calabrese all’amico che lascia Ciccillu il quale, per rialzarsi, volge le spalle agli avversari. È proprio in questo momento che Calabrese, prima di scappare, lo colpisce più volte a tradimento, poi scappano.
Telluzzu è rimasto estraneo alla seconda zuffa ma quando vede suo padre e suo fratello a terra mezzi morti, cava di tasca un temperino e si lancia all’inseguimento di Petruzzu Sommario che sta correndo lungo la strada, mentre Calabrese svolta per i campi e sparisce. Lo raggiunge nel posto detto la Timpa e gli si butta addosso, lo mette con le spalle a terra e comincia a colpirlo col temperino ma per fortuna arriva gente e glielo tolgono dalle mani.
Ciccillu, seriamente ferito nella parte posteriore del collo, aiuta il padre a rialzarsi e sorreggendolo lo porta verso casa. Ma a casa il genitore non arriverà vivo per la grave emorragia determinata da una coltellata che gli ha perforato il polmone destro, recidendo vari vasi sanguigni.
Da Donnici a Cosenza è un tiro di schioppo e i Carabinieri, accompagnati dal Pretore, sono sul posto nel giro di un’ora, informati a mezzo telefono da quel facente funzioni di Sindaco Piro dottor Vincenzo.
Vincenzo Piro è anche il medico condotto di Donnici e il Pretore lo incarica formalmente di visitare i feriti e di procedere all’autopsia del povero Giuseppe Citrigno.
Petruzzu Sommario ha una piccola ferita da arma da punta e taglio al lobo dell’orecchio sinistro e altre due leggere ferite sulla mammella sinistra, più qualche piccola escoriazione e tumefazione da corpo contundente. Telluzzu Citrigno ha una leggera contusione all’avambraccio sinistro, un taglio al mignolo della mano destra, profondo fino all’osso e una contusione alla regione zigomatica e sottorbitale sinistra. Ciccillu Citrigno ha una ferita da punta e taglio lunga 4 centimetri sulla regione laterale sinistra del collo, molto in alto, da interessare anche il bulbo capelluto, profonda fino all’osso dalla parte superiore e interessante il muscolo esterno clavio- mastoideo nella parte inferiore; due ferite da punta e taglio sul dorso interessanti i muscoli ma di cui il dottor Piro non sa precisare la profondità perché non ho creduto prudente specillarle; un'altra ferita sull’avambraccio.
Raffaele Fortino riporta una ferita al fianco destro ma le sue condizioni non destano preoccupazione se non fosse che si infetta e viene a suppurazione, così come la ferita al collo di Ciccillu Citrigno.
Telluzzu viene interrogato e racconta la sua versione dei fatti
- Stavo pisciando quando sopraggiunse Petruzzu Sommario il quale senza motivo mi tirò dei colpi di bastone. Venimmo a colluttazione ed io rimasi ferito alla mano destra. Corsero mio padre e mio fratello inveendo contro il Sommario il quale gridò: “Aiuto compagni!”; a questo punto Calabrese Giuseppe, che si trovava nella cantina, corse ed a tradimento, fingendo di mettere la pace, tirò diversi colpi di pugnale alle spalle prima a mio padre, che cadde per terra, e poi a mio fratello. In questo frattempo non potetti accorrere in aiuto dei miei perché ero trattenuto da certo Pagliaro Francesco. Quando mi liberai mi armai di un piccolo coltello e raggiunsi il Sommario e lo ferii ripetutamente.
La versione di Petruzzu Sommario è all’opposto e fornisce anche una specie di motivazione alla prima zuffa
- Nel pomeriggio del 17 abbiamo giocato il tressette a vino nella cantina di Gatto. Ad un certo punto io uscii per andare a orinare dietro la cantina, nella Cavarella che esce al ponte dell’Albinetto. Trovai anche Telluzzu Citrigno il quale orinava pure come me e mi fece venire addosso un po’ di orina. Gli tirai una bastonata. Egli mi fu addosso e mi atterrò; fummo divisi. Il Citrigno aveva estratto il coltello per ferirmi ma venne trattenuto dalla sorella Teresina e da altre persone e ad un certo punto la sorella diede la voce al padre che insieme col figlio Ciccillu si trovava nel negozio, gridando:”Correte perché Petruzzu Sommario sta minannu a Telluzzu!”. Fu così che a Telluzzu si unirono il padre e l’altro fratello in atteggiamento aggressivo contro di me - il padre era armato di scure - ed io per evitarli mi allontanai verso il cancello Massa per rientrare a casa. Il mio amico Calabrese era presso di me e poiché io ero alquanto preso dal vino, mi trascinava dicendo: “Andiamo via” e nell’istesso tempo, rivolto ai Citrigno, diceva: “Lasciatelo ch’è cosa mia di condurlo a casa; fatelo un po’ anche per mio riguardo perché siamo San Giovanni (compari)” per ben tre volte ma tutti e tre ci raggiunsero nel Cancello Massa. Mi pare che Ciccillu fosse armato di una scure che si era guadagnato da certo Vocaturo. Nel Cancello Massa Francesco Citrigno mi teneva ed il fratello Ippolito mi ferì di coltello dietro l’orecchio sinistro. Riuscii a liberarmi da loro ma venni inseguito nella Timpa, sotto la croce, dove caddi per terra saltando alcune spine ed ancora una volta il Ciccillu mi teneva ed Ippolito mi ferì di coltello. Calabrese Peppino era con me ma io non mi accorsi se avesse ferito Giuseppe Citrigno, il figlio Francesco, né Fortino Raffaele, della cui presenza io non mi accorsi nemmeno. Aggiungo che alla Timpa Ciccillu mi ferì di scure
- Stavo facendo alcuni conti del negozio con mio padre quando abbiamo sentito Teresina che gridava e siamo usciti a vedere cosa stava succedendo. C’era Telluzzu che sanguinava da una mano e ci hanno detto che l’aveva ferito Petruzzu Sommario – racconta Francesco Citrigno – e siamo andati verso il Cancello Massa e Petruzzu si rivolse anche contro di noi. Poi ad un grido di lui sopraggiunse anche il suo amico Calabrese Giuseppe il quale ferì alle spalle prima mio padre e dopo me. Io distinsi bene il Sommario quando diede un pugnale al Calabrese che così poté ferire entrambi noi. Aggiungo che il Calabrese in quella circostanza ferì anche certo Fortino Raffaele che la faceva da paciere.
E siamo alla terza versione dei fatti. In attesa di rintracciare Peppino Calabrese, i testimoni citati aumentano la confusione nella ricostruzione dei fatti. C’è chi giura di aver visto i Citrigno inseguire Sommario e Calabrese a colpi di pietra e poi aggredirli, chi assicura che furono questi ultimi a cominciare il lancio di pietre verso gli inseguitori, chi dice che Calabrese stava cercando di mettere pace e cominciò a colpire chiunque gli capitasse a tiro solo dopo aver ricevuto una bastonata in testa. C’è chi giura che Giuseppe Citrigno era armato di scure e chi afferma il contrario; chi dice che anche Telluzzu Citrigno partecipò alla rissa davanti al Cancello Massa e chi dice che intervenne solo dopo aver visto i suoi familiari feriti. Chi, infine, dice di avere visto Sommario passare un’arma all’amico e chi giura che Calabrese la tirò fuori dalla sua cintura. L’incertezza è totale, tanto da suggerire al Giudice Istruttore di far svolgere indagini sulla credibilità dei testimoni e la confusione aumenta ancora di più.
In questo marasma di testimoni veri e falsi c’è una sola certezza: un morto e due feriti gravi.
Il 22 novembre, dopo cinque giorni dai fatti di sangue, Peppino Calabrese, una testa calda che gravita ai margini della malavita, si presenta spontaneamente nella caserma dei Carabinieri di Aprigliano e viene arrestato con l’accusa di omicidio qualificato.
- Ero nella cantina di Gatto a giocare a carte con gli amici quando Petruzzu Sommario uscì per pisciare – racconta Peppino – poco dopo sentimmo del chiasso ed uscimmo. Vidi che Telluzzu Citrigno era venuto alle mani con il Sommario. Feci opera da paciere dividendoli e trascinando con me il Sommario verso Donnici Inferiore, quando vennero verso di noi Giuseppe Citrigno e suo figlio Ciccillu. Non vidi se fossero armati ma è certo che io li esortavo a lasciare in pace il Sommario perché avrei pensato io a condurlo a casa. I Citrigno invece ci scagliarono contro dei mazzacani, dei grossi sassi. Noi fuggivamo ma i due, ai quali si era unito anche Telluzzo, ci raggiunsero nei pressi del Cancello Massa dove io ricevetti in testa un forte colpo di bastone. Fu allora che io per difendermi estrassi un pugnaletto e tirai dei colpi a Citrigno Giuseppe, a Ciccillu ed a Fortino Raffaele, i quali tutti mi furono addosso. Ero ubriaco e non so dire dove li colpii ma è certo che mai colpii alle spalle
- Devi essere ancora ubriaco se sostieni questo, le ferite sono tutte alle spalle! – ironizza il Pretore Antonio Macrì che lo interroga.
- Se nei feriti si riscontrano delle lesioni ai fianchi, ciò avvenne perché io girai la mano trovandomi a petto a petto con l’offensore! – uno che aspira a diventare un picciotto non ammetterà mai di aver colpito un avversario alle spalle
- Il pugnale te lo ha dato il tuo amico?
- Non è vero che il pugnale mi fosse stato fornito dal Sommario perché io lo portavo addosso per caso
Le posizioni delle parti si cristallizzano e gli inquirenti non riescono ad ottenere nulla nemmeno da una decina di confronti, se non che adesso c’è qualcuno che ammette di aver visto Calabrese colpire gli avversari alle spalle. È vero gli inquirenti hanno in mano le ammissioni di Peppino Calabrese ma ha ucciso volontariamente per brutale malvagità o si è davvero difeso, certamente eccedendo? E il movente?  Non se ne esce.
Ad un certo punto esce la voce che il movente di tutto potrebbe essere un diverbio accaduto un mesetto prima dei fatti tra Petruzzu Sommario e Giuseppe Citrigno perché il Citrigno avrebbe preteso cento lire per trasportare alcune masserizie del Sommario a Mottafollone, contrariamente al prezzo stabilito in lire settantacinque. Diversi testimoni affermano di avere sentito Petruzzu  pronunciare parole di minaccia nei confronti di Citrigno come: “Basta, me la vedo io, non devo perdere il sonno la notte, mò l’acchiappo!”. Ma anche questo sembra essere troppo poco per giustificare tutto quel sangue.
Stando così le cose, il Pubblico Ministero Trocini, l’11 giugno 1913, prova a formulare delle ipotesi accusatorie per arrivare alla dichiarazione di chiusura indagini e sperare di ottenere il rinvio a giudizio sia di Peppino Calabrese e Petruzzu Sommario per omicidio, duplice tentato omicidio e lesioni, sia dei fratelli Ciccillu e Telluzzu Citrigno per lesioni. In sostanza il Pubblico Ministero ritiene veritiera la circostanza che il pugnale usato per colpire fu davvero passato dalle mani di Petruzzu a quelle di Peppino, circostanza avvalorata da numerosi indizi e desunta da molteplici precisazioni.
Il Procuratore Generale del re concorda parzialmente con questa impostazione ritenendo che non ci siano sufficienti prove a carico di Ciccillu Citrigno e ne chiede il proscioglimento. La Sezione d’Accusa, a sua volta, non è d’accordo e dispone il rinvio a giudizio del solo Giuseppe Calabrese per il reato di omicidio volontario e duplice mancato omicidio; proscioglie Sommario dall’accusa di correità in omicidio e duplice mancato omicidio ma lo rinvia a giudizio così come Ippolito Citrigno per lesioni personali, lasciandoli a piede libero.
Calabrese è difeso dagli avvocati Nicola Serra e Tommaso Corigliano che hanno come controparte civile gli avvocati Giuseppe De Chiara e Pietro Mancini il quale è anche difensore di Ippolito Citrigno.
La prima udienza è fissata per il 9 marzo 1915 e l’avvocato Mancini presenta subito una richiesta di perizia tecnica sui luoghi dove si sono svolti i fatti. A svolgere l’incarico sarà l’ingegnere agronomo Pier Michele Carravetta, ma la perizia risulterà inutile perché i reati ascritti a Pietro Sommario e Ippolito Citrigno ricadono nell’amnistia promulgata il 27 maggio 1915 ed escono dal processo il 18 settembre dello stesso anno. 
Resta solo Giuseppe Calabrese. Il dibattimento è una vera e propria battaglia senza esclusione di colpi, ma alla fine l’imputato viene riconosciuto colpevole di omicidio volontario in persona di Giuseppe Citrigno e di duplice mancato omicidio nelle persone di Francesco Citrigno e Raffaele Fortino, senza riconoscergli attenuanti. La pena è fissata in 20 anni di reclusione (di cui uno indultato) e pene accessorie.
Ma l’avvocato Serra riscontrate nella sentenza alcune incongruenze e violazioni di legge, in primis, come risulta dal relativo verbale, la mancata sostituzione della scheda di voto macchiata di un giurato, al quale il Presidente consigliò di cancellare il voto e ripeterlo in altro punto della scheda macchiata, in seguito a che durante lo spoglio delle schede, certo il Presidente e forse anche altri, ebbe cognizione del voto di quel giurato, fa ricorso in Cassazione che, il 15 gennaio 1916, gli dà ragione e dispone il rifacimento del processo presso la Corte d’Assise di Catanzaro.
Il processo è lontano e tutti hanno altro a cui pensare, visto l’infuriare della guerra, le partenze per il fronte di molti testimoni e i mancati ritorni di qualcun altro. Le cose vanno per le lunghe e si mettono al meglio per Peppino Calabrese il quale, il 26 agosto 1920, a quasi otto anni dai tragici fatti, viene riconosciuto colpevole di omicidio oltre l’intenzione e di lesioni con arma. La pena è fissata in 7 anni, 2 mesi e 3 giorni di reclusione che si riducono a 5 anni, 10 mesi e 3 giorni in virtù dell’indulto emanato con provvedimento del 21 febbraio 1919.[1]
In base a questa sentenza Peppino Calabrese ha scontato quasi due anni in più del dovuto. Chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato, scordiamoci il passato…




[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 26 marzo 2017

NEI BASSIFONDI DELLO SPIRITO SANTO

Cosa sta succedendo nei vicoli dello Spirito Santo a Cosenza? La domanda gira di bocca in bocca ormai da un po’ di tempo, ma agli inizi del 1915 molti residenti pensano che il limite della decenza sia stato abbondantemente superato. Il problema è che nessuno vuole assumersi la responsabilità di metterci la propria faccia e denunciare tutto alla Delegazione di P.S. che è lì vicino ma che sembra, unica e sola, ignara di tutto.
Di cosa stiamo parlando? Leggete le due lettere anonime, la prima indirizzata al Procuratore del re e la seconda al direttore del periodico Cronache di Calabria, e saprete.
Cosenza 13.2.915
Illustrissimo Sig. procuratore del Re – Città
Non mi sottoscrivo per non compromettere la mia dignità perciò con dolente vedere certe cose che guastano la idea e costrincono a certe persone di fare vedere che nulla fanno per non compromettersi. Da più tempo che al Vico Sireno e proprio vicino al forno a pianterreno abita una povera donna che lavora dalla mattina alla sera; questa tiene una figlia scimonita ed il padrino un bel giorno la sedusse anzi questa ragazza tiene un figlio, oggi è torna incinta per causa del suo detto padrino che chiamasi Leonardo Maltempo. Domando alla S.V. se giustizia cene è con castigare questo birbante. Annulla valsero le buone parole per convincere questo bruto di abbandonare la ragazza, il certo è che la mamma non ha messo causa al mal fatto, anzi ci sono state spesso delle quistioni in famiglia tanto che il figlio masco che lui tiene non si ritira più in casa per non vedere il bruto, come pure la figlia maritata non va più in casa della madre per non compromettersi collo sciagurato padrino. V.S. può con la sua autorità chiamare tutto il quartiere ed ognuno può assicurare alla S.V. la mala azione che a commesso Leonardo Maltempo verso la figliastra scimunita.
Fiducioso nella sua S.Ill.ma ne aspetta giustizia
I nomi dei testimoni che V.S. può chiamare sono: Peppino Leo, Ciccio Arcuro, Emilio Leonetti, Alessandro il fornaio ed altri che la S.V. creda chiamare
Troppo facile nascondersi dietro l’anonimato e fare il nome di possibili testimoni.
La seconda lettera viene sicuramente da una persona colta e altolocata, forse un professionista, visto che usa una macchina da scrivere
PER UN CASO DI IMMORALISMO
Gentilissimo Sig. Direttore
Sento il dovere come cittadino e come uomo di denunziare dalle colonne del Suo benemerito giornale un caso di singolarissima aberrazione sessuale che, da tempo in barba ad ogni vigilanza e con la inesplicabile tolleranza del vicinato, si verifica in quel cul de sac che da Via Campana degli Angeli immette nei pressi del ponte di S. Agostino [Vico II Spirito Santo vicino al palazzo Palaia, nda]

Abita lì una lurida figura di megera che convive con una figlia demente; la megera è notoriamente la concubina di un satiro, di cui in questo momento mi sfugge il nome, ma che la questura riuscirà di leggieri ad identificare; ora, il satiro compie sotto l’egida della compiacente megera un innominabile connubio con la fanciulla demente, figlia cioè della sua druda; le tracce esteriori del connubio sono evidentissime; la demente, infatti, è periodicamente in stato interessante. Non solo: in tale stato è anche ignobilmente sfruttata dalla megera che la costringe ad accattare da mane a sera lungo le adiacenze di Via Spirito Santo ed a sera, spesso, mi vien riferito, sono busse e mazzate se non porta in casa una congrua sommetta.
In nome del buon costume denunzio alla Pubblica Sicurezza l’orribile e singolare sfruttamento, poiché diversamente non può chiamarsi il caso della megera che, per amore del suo drudo sacrifica a lui le insezienti carni della povera malcapitata demente, come ebbe a sacrificarne da principio l’onore e la verginità: è strano, stranissimo che il vicinato non sia insorto finora contro la pessima madre ed a difesa della disgraziata fanciulla.
Indifferenza deplorevole che mentre ha scosso terribilmente i nervi di chi scrive, lo ha incitato a denunziare il caso affinché siano presi i provvedimenti più esemplari e severi a carico della madre e sia allontanata dal suo ignobile grembo la demente sfruttata e che sia questa collocata in un ricovero ove possa trovare non le terribili sculacciate della madre ed il gesto inverecondo del drudo di lei, ma cure amorose che, per sempre, la detergano della scorie impure inconsapevolmente accumulate in quel povero cuore.
La ringrazio distintamente della ospitalità cortese.
Cosenza, 19 febb. 1915
Un abbonato
Viene immediatamente investito del caso il Commissario di P.S. Cav. Misciasci il quale rintraccia subito la ragazza in questione che è Maria Santoro di anni 20, nata a Luzzi da padre ignoto e da Teresa Santoro e che, in effetti, si tratta di una idiota che gira tutto il giorno chiedendo l’elemosina. Come hanno scritto gli anonimi ha un figlio ed è visibilmente incinta
- Quanti anni hai? E quanti anni ha tuo figlio? – comincia a chiederle il Commissario
- Ho dieci anni e mio figlio ha dieci anni… – da questa risposta è subito chiaro che Maria ha davvero qualche problema
- Ti ha ingravidato il tuo patrigno? – le chiede a bruciapelo Misciasci
- Mi ha ingravidato uno della villa che non conosco. Non è che è stato mio padre. Possa morire quella creatura che ho lasciato all’altra stanza se non dico il vero! Il bambino che ho lasciato all’altra stanza mi fu fatto fare da uno schifoso che mi prese in un portone… non so chi sia
- Dai, lo sappiamo che è stato il tuo patrigno…
- Mio padre non è stato! Mi possano ammazzare in un ospedale! – si mette a urlare
- Va bene, va bene, ti credo – cerca di tranquillizzarla Misciasci che continua – e di quanti mesi sei incinta adesso?
- Ora sono incinta di dieci mesi
È chiaro che su Maria non si può fare affidamento per scoprire la verità. Il Commissario prova a far parlare la madre della ragazza
- Una ventina di anni fa, quando ero nubile e abitavo a Luzzi, ebbi Maria. Prima avevo avuto un’altra figlia e dopo ho avuto un maschietto. Quando la bambina aveva tre anni, io e i miei figli ci siamo trasferiti a Cosenza e con l’andar degli anni mi persuasi che la disgraziata, oltre che affetta da epilessia, è scema. Sei anni fu mandata in una casa di correzione a Lecce dove se la tennero solo tre mesi e poi la rimandarono a casa perché è epilettica e perché dava scandalo davanti alle altre ragazze chiuse lì. Mentre Maria era al riformatorio mi sono sposata con Leonardo Maltempo, facchino di Rossano, il quale apparentemente non mi ha dato motivo a lamentare il suo contegno verso la povera giovane. Maria rimase incinta qualche mese dopo che tornò da Lecce ed io non ho mai potuto sapere da lei con precisione chi fosse stato a renderla madre. Quando partorì, io trattenni in casa il maschietto che chiamasi Umberto e conta ora circa 4 anni, senza che mio marito avesse opposto alcuna difficoltà al mantenimento di detto bambino. Ora mia figlia è un’altra volta incinta e secondo lei è al sesto mese di gravidanza
- Questa volta vi ha detto chi è il padre?
- A me non ha voluto dire chi è stato a renderla incinta, dicendo soltanto: “è stato alla villa… è stato in un portone…” senza volere specificare altro
- Tutti dicono che è stato vostro marito, voi che ne pensate?
- Dai vicini ho saputo che ad ingravidarla è stato, secondo le affermazioni di Maria, mio marito. Dichiaro in coscienza che io non mi sono accorta mai di niente
- Cosa avete intenzione di fare?
- Mi querelo contro mio marito perché, in coscienza, non posso fare a meno di difendere mia figlia
Di certo non c’è niente, solo le parole dei vicini. Ma adesso gli inquirenti hanno in mano la querela di Teresa e viene spiccato un mandato di cattura nei confronti di Leonardo Maltempo, il quale nega ogni addebito
- Non è vero! Maria, prima che io sposassi la madre, aveva avuto rapporti sessuali ed era stata contagiata da mali venerei. Se il pubblico parla sul conto mio è perché quella disgraziata, essendo nuovamente incinta, per impietosire le persone a cui chiede l’elemosina dice quando le si domanda da chi è stata ingravidata: “è stato papà Linardo”. Fatela venire alla mia presenza e vedrete se dirà la verità!
A prendersi la responsabilità di accusare direttamente Leonardo Maltempo sono tre vicini di casa che riferiscono di averlo visto spesso percuoterla ed accompagnarla a casa e di averle sentito dire non lo sai? è stato quello svergognato di papà Linardo. Anche Giulia e Giuseppe, i fratelli uterini di Maria, credono che sia stato papà Linardo.
Giulia, 23 anni, si è sposata e da quando la madre ha sposato Leonardo non mette più piede in quella casa e sostiene che la sorella parla con gli estranei ma non con quelli di casa perché ha paura del Maltempo che le dà dei pugni nei fianchi.
Anche Giuseppe, nonostante abbia solo 13 anni, è andato via da casa perché non va d’accordo col patrigno. Sostiene che è naturale che sia stato Leonardo Maltempo a mettere incinta la sorella perché nessun altro si sarebbe azzardato ad abusare di una scema come lei.
Viene disposta una perizia medica che attesta come la gravidanza sia al sesto mese completo, ma non c’è alcun cenno a malattie veneree in atto o pregresse, come non vengono riscontrate sul corpo della ragazza tracce di violenza. Tutti smentiti.
Intanto il Procuratore del re di Cosenza che coordina le indagini relaziona alla Procura Generale di Catanzaro perché decida in merito e descrive il contesto, uno di quei bassifondi sociali dove s’annida quanto di più putrido e d’immorale possa concepirsi, in cui si è consumata la vicenda di Maria, manifestamente idiota ed epilettica. Continua ammettendo che ad accusare Maltempo ci sono solo delle testimonianze che riferiscono dichiarazioni e confidenze della stessa giovane Santoro, e per giudizio e convincimento del pubblico. D’altra parte nulla di preciso e di sicuro si desume dalle dichiarazioni della Maria Santoro, la quale peraltro riversa la colpa della sua gravidanza ad un tale della villa… La madre di lei, Santoro Teresa, poi prendendo, o fingendo di prendere, con troppa tardiva resipiscenza le difese della figlia sporge querela contro il marito perché dai vicini ebbe ad apprendere che ad ingravidare la figlia sarebbe stato proprio il detto marito.
Nonostante ciò, la Procura Generale ritiene sufficientemente provato, attraverso le testimonianze dei vicini e dalla perizia medica, che Maltempo Leonardo, già altre volte condannato, più volte si congiunse carnalmente con la propria figliastra che per le proprie condizioni mentali non era in grado di resistergli e ne chiede il rinvio a giudizio. Rinvio a giudizio che arriva puntuale il 22 novembre 1915 per i reati di violenza carnale, abuso di autorità e incesto.
Il dibattimento dura solo un giorno, il 18 dicembre 1916, e la giuria manda assolto Leonardo Maltempo per non aver commesso il fatto[1].
Non poteva finire diversamente senza uno straccio di prova.
Il verme che ha approfittato di Maria striscia soddisfatto tra megere e satiri in quei bassifondi sociali dove s’annida quanto di più putrido e d’immorale possa concepirsi.




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 24 marzo 2017

IL TERZO SESSO DI GIUSEPPE di Matteo Dalena

Né uomo e né donna, ma li contiene entrambi. Ha del mostruoso. Un caso extraordinario e quasi del tutto nuovo viene sottoposto il 30 settembre del 1852 alle ispezioni dei sanitari dell'Ospedale Centrale della Real Marina di Napoli. Si tratta di un condannato sul cui sesso dubi non equivoci insorgevano. In una breve dissertazione[1] stampata a Napoli nel gennaio del 1853, contenente le memorie del cav. Pietro Collenza, medico capo del servizio sanitario dello stesso ospedale, è affrontato il primo caso di ermafrodito calabrese certificato dalla comunità scientifica. Per amore del vero e l'utile insieme che alla Scienza Medica sarà per derivarne, i dottori napoletani si preparano a scandagliare ogni centimetro della più profonda intimità di questo raro esemplare di ermafrodito al fine di stabilirne l'esatto sesso e investigare siffatti vizi di conformazione.

FARINARO E LADRO | Nell'anno del Signore 1819 in Reggio Calabria Ultra Prima, da Pietro Morabito e Francesca Burlignano, nasce un figlio a nome Giuseppe. Avviato ancora giovanissimo al mestiere di farinaro, già a 16 anni nonostante la statura puerile s'intravede turgidetto il seno. Cerca di celarlo (tenere ascoso) mediante meccanica pressione, più che altro per verecondia - affermano i medici - ovvero colto dal timore del pubblico biasimo. Pietro e Francesca non danno importanza al disagio del figlio anche perché le parti genitali conformate come un abbozzo delle maschili nei bimbi, non davano menomamente a sospettare del sesso. Per via di un furto, a 22 anni Giuseppe viene sottoposto a giudizio e condannato ma per grazia non ne subiva la pena. A 27 lavora come muratore ed è proprio allora che sviluppavasi una tarda pubertà. Nell'agosto del 1852, tornato a fare il farinaro, a causa di un furto qualificato viene condannato alla pena dei ferri da espiare nel bagno penale dell'Isola napoletana di Nisida. Alla privazione della libertà del condannato, la legislazione penale borbonica associava allora la somministrazione di fatiche spaventose e disumane finalizzate unicamente al profitto economico del Regno. Giuseppe Morabito è costretto a spaccare pietre tutto il giorno trascinando una grossa catena assicurata al malleolo della gamba sinistra. Ma è troppo debole e qualcuno si accorge della sua estrema "particolarità". 

ESAME ESTERNO | Il 30 settembre 1852, all'età di 33 anni il prigioniero Giuseppe Morabito viene tradotto nell'Ospedale Centrale ond'essere esaminato nella persona e riferire sul vero sesso di lui. Alto poco meno di un metro e mezzo, Giuseppe è dotato di un corpo dalle morbide e tondeggiate forme. Il piccolo capo è coperto di folti capelli neri ad incorniciare una poco alta fronte sotto la quale si stagliano occhi nerissimi. Il profilo della faccia è delicato, piccola la bocca, labbra e guance sfornite affatto di peli. Il collo, lungo e stretto, è simile a quello di una donna, infatti non si rileva quella prominenza che il laringe alla parte anteriore dimostra nell'uomo. Il torace presenta due grosse mammelle, non sferiche e dure, ma grevi e pendenti come di nutrice, con capezzoli larghi e prominenti e con aureola color rosso-bruno ma dalle quali non fuoriesce alcun liquido. Ampio e tondeggiante l'addome, gli arti pelvici e toracici presentano fattezze e delicatezza simili a quelle femminili. La regione del pube, sufficientemente adorna di peli, non presenta però quel rialto prodotto dal soffice tessuto che nella donna costituisce il monte di Venere. Dal pube sorge l'asta virile - scrivono i medici - nel suo volume incompletamente sviluppata, somigliante a quella di chi non peranco raggiunse la pubertà. Il sacco scrotale non ha la sua forma tradizionale di borsa ma di tumore della grandezza di un melarancio che col suo volume spinge l'asta verso sinistra. In breve, se la configurazione generale del Morabito - compresa la voce acuta - non indica traccia di uomo, la regione pelvica è predominante e atta a ricevere gli organi della procreazione.
ESAME INTERNO | Tramite palpazioni tattili e l'introduzione di una sorta di catetere nell'apertura uretrale, i medici riescono a scorgere nel sacco tumorale la presenza di un testicolo arrestato nel suo sviluppo al pari dell'asta. Insieme a questo, i medici ipotizzano la presenza di un utero rappresentato da un corpo ovoide e di un altro corpo dalla forma di una prugna schiacciata: un'ovaia con sviluppo e deformamento di vasi e membrane adiacenti. Non solo, Giuseppe è dotato anche di un canale membranoso che è la vagina. Una conformazione sessuale mista e imperfetta da rendere impossibile determinare qual fosse la predominante. Ma al Morabito si chiede prova della facoltà procreatrice: domandato se avesse mai avuto scienza di eiaculazione spermatica, assicura di essersela procurata. Stimolato a dovere e analizzato il fluido fuoriuscito dal pene, i medici non notano alcun filamento spermatico tanto da definirlo secrezione mucosa vaginale. Quel corpo, campionario di ogni bizzarria, è incapace di generare vita.

 CONCLUSIONI | Giuseppe Morabito, prigioniero reggino relegato nel bagno penale di Nisida, partecipando degli organi dell'uno e l'altro sesso senza che alcuno de' due sia perfettamente pronunziato, appartiene alla terza specie degli ermafroditi chiamata neutra. Se gli organi preparatori e conservatori a dritta sono di donna e a sinistra prevale l'uomo. E' un ermafrodito neutro-laterale. L'apparecchio del sesso mascolino - scrivono i medici - non può acquistare il completo sviluppo se non distruggendo le condizioni d'esistenza di quello dell'altro sesso. In questa specie di ermafroditismo, mentre si avverte una certa simmetria negli organi esterni, l'armonia fisiologica è completamente distrutta e quindi la sterilità è l'inevitabile conseguenza. Le anomalie di Giuseppe Morabito vengono bollate come mezzi che viepiù arrecan lume e fan innanzi progredire le disputazioni della medicina legale. Rimandando l'assoluta certezza sulle fattezze del prigioniero al coltello anatomico e dunque all'autopsia cadaverica, viene ribadito il vero obiettivo della dissertazione: lo stato civile degli uomini e delle donne sia indubitamente assicurato per allontanare funeste perturbazioni nella società, non di meno indispensabile al benessere sociale. Terminato lo spettacolo del corpo, scema l'interesse per l'individuo. E così Giuseppe Morabito, cui probabilmente nessuno ha mai chiesto un parere sulla sua peculiare condizione, può tornarsene a spaccare pietre nel corpo purulento della storia.



[1] P. Collenza, Un caso di ermafrodito vivente neutro-laterale, Napoli, Stabilimento tipografico di Gaetano Nobile, 1853.

lunedì 20 marzo 2017

IL GUAPPO DEL QUARTIERE

- Puttane che fate i figli e li andate buttando a destra e a manca! – è il 19 novembre 1950 ed è già buio quando a Rosina Zicarelli si gela il sangue nelle vene sentendo sbraitare il marito, Giuseppe Caira, ma non capisce con chi ce l’abbia.

I due si sono divisi la casetta di contrada Piana di Marano Marchesato dopo aver litigato di brutto per le elezioni politiche del 1948: Rosina voleva votare per la Democrazia Cristiana ma a suo marito non stava bene, perciò le sequestrò il certificato elettorale e le impedì di uscire di casa. Da quel momento Giuseppe diventò peggiore di quanto già non fosse. A parte i maltrattamenti domestici, cominciò a terrorizzare tutto il circondario con aggressioni, minacce e furti i cui destinatari si guardavano bene dal denunciare per evitare guai più seri e, a denti stretti e sottovocve, per giustificare la propria paura dicono: ha la faccia tagliata, è della malavita.
- Ce ne sono altre cinque, uno per me e altre quattro per voi! – Il botto assordante della detonazione fa trasalire Rosina che si rannicchia in un angolo, poi sente di nuovo il marito urlare dalla finestra.
Sono le 18,00 e, a poche centinaia di metri dalla casa di Rosina e Giuseppe, Fortunata De Bartolo bussa a casa di suo padre
- Papà… papà… c’è mio marito? Lo cerco perché Peppino Caira ha sparato due colpi di rivoltella ed io ho paura che gli possa accadere qualcosa…
- Se n’è andato una mezzoretta fa con i tuoi fratelli Salvatore e Achille
- Ah! Va bene… allora me ne vado…
- Aspetta che ti faccio accompagnare da Mariano; è notte e non è prudente che te ne vada in giro da sola
Quando Fortunata apre la porta, suo marito, Gaspare Bartella, è a casa ma è visibilmente nervoso perché dice che Peppino Caira ce l’ha con la loro famiglia.
- Adesso mi sono stufato di queste prepotenze! Adesso vado e gliela insegno io un po’ di educazione! – Gaspare è veramente furibondo e sfoga la sua frustrazione urlando.
- Tu non vai da nessuna parte, quello è armato!
- Fatti i cazzi tuoi e lasciami il braccio, perlamadonna! – urla ancora, divincolandosi dalla stretta di Fortunata, poi apre la porta di casa.
Rosina, come tutti gli altri vicini, da dietro la sua finestra sente la discussione e si affaccia sulla via proprio nel momento in cui Mariano De Bartolo, il fratello di Fortunata, sta passando per rincasare
- Marià… ma lo sa?
- Cittucittu… – le risponde mettendosi l’indice sulle labbra per consigliarle il silenzio, poi scompare nel buio.
Gaspare esce sulla strada e per arrivare davanti casa di Peppino non deve far altro che attraversare
- Peppino Caira, esci fuori, stasera o la mia o la tua! Voglio sapere perché ce l’hai con me e con i miei figli! – urla furibondo, ma dall’interno della casa di Peppino non arriva nessuna reazione e così continua ad urlare – Se non esci non sei uomo e domani mattina se ne riparla! – adesso ha toccato il tasto giusto e Peppino risponde con tono glaciale
- Aspetta che esco
E infatti esce. I due sono uno di fronte all’altro. Peppino ha i pollici appesi alla cintura e il mento un po’ sollevato: la tipica posizione dell’imponenza della malavita.
- Che ti abbiamo fatto? – urla Gaspare con gli occhi di fuori
- Chiedilo ai tuoi figli che mi hanno insudiciato l’acqua con la terra! – se Peppino fosse una persona normale non avrebbe dato peso a una vera e propria sciocchezza qual è questa, ma per Peppino è un’offesa mortale al suo prestigio di guappo del quartiere. I due passano immediatamente a vie di fatto ma la lotta è impari. Gaspare è a mani nude, mentre Peppino ha in mano un coltello e colpisce l’avversario per ben sette volte in punti vitali.
Gaspare è a terra. Peppino, col respiro affannato, è chino sopra di lui. Dal coltello colano delle gocce di sangue. Fortunata, impotente, urla terrorizzata.
- Sono morto… mi hai ammazzato… – sono le ultime parole che Gaspare pronuncia prima di morire.
Fortunata trova la forza e il coraggio della disperazione per lanciarsi su Peppino ma ormai il limite è superato e, prima che la donna riesca a toccarlo, le vibra un terribile colpo nel fianco sinistro. La donna, sorpresa, boccheggia, barcolla, chiede aiuto ma nessuno dei vicini esce temendo di lasciarci le penne a sua volta.
- Peppino Caira ha ammazzato mio marito e anche a me ha dato una coltellata – si lamenta Fortunata premendo una mano sulla ferita che manda sangue a fiotti.
L’assassino, freddamente, rientra in casa, si mette addosso il cappotto, prende una scure, ritorna sul cadavere di Gaspare e imbratta di sangue l’attrezzo, poi lo poggia sulle gambe del morto e sparisce nella notte.
Fortunata vaga lungo la strada di porta in porta finché un vicino non raccoglie la sua disperata richiesta di aiuto. Ciò che Costantino Conforti fa è mandare a chiamare il medico condotto, poi si richiude in casa, mentre la donna faticosamente ritorna alla sua. Ci vorranno un paio di ore, sono ormai le 22,00, prima che arrivi il dottor Salvatore De Simone che, constatata velocemente la morte di Gaspare, visita la donna ferita proprio mentre arrivano sul posto i suoi familiari.
- È grave, bisogna portarla all’ospedale, trovate subito una macchina
La corsa in ospedale è drammatica: Fortunata ha perso molto sangue, la lama potrebbe aver causato danni devastanti e potrebbe morire da un momento all’altro. Quando arrivano al pronto soccorso, prima che i medici possano visitarla, gli Agenti della Polizia cercano di farsi dire ciò che è successo e Fortunata, con un filo di voce, riesce a farfugliare qualcosa.
I medici scuotono la testa, ormai non c’è niente da fare e consigliano al padre della donna di riportarla a casa per farla morire nel suo letto, ma Fortunata nel suo letto ci arriva cadavere.
La Questura avvisa i Carabinieri di Cosenza i quali, non ottenendo risposta dai colleghi della stazione di Rende, competente per territorio, inviano due Carabinieri motociclisti per dare notizia del tragico fatto. La mezzanotte è abbondantemente passata quando il Maresciallo Maggiore Nicola Paduano si procura un’automobile e corre sul luogo del delitto.
Il cadavere del quarantenne Gaspare Bartella giace supino in una pozza di sangue. Indossa pantaloni marrone con righe bianche, camicia bianca rigata, calze di cotone corte fiorate, scarpe basse gialle vecchie. Ha alla cintura la cinghia di cuoio ed è senza giacca. Le gambe sono leggermente divaricate con le due mani poggiate sull’addome. Ha capelli neri a spazzola, barba rasa, occhi e bocca semi aperti. Sulle gambe del cadavere e precisamente sulle ginocchie, si rinviene trasversalmente una scure letteralmente insanguinata.
A circa 12 metri da dove giace Gaspare c’è la sua casa nella quale, sul letto coniugale, c’è il cadavere di Fortunata, che di anni ne aveva 31, con accanto i genitori intenti a piangere il fatale destino della povera figliuola incinta di sei mesi.
Mentre iniziano le ricerche per rintracciare l’assassino, il Maresciallo Paduano comincia a interrogare i vicini che sono tutti concordi nel dichiarare che la causa di tutto è stato l’insudiciamento dell’acqua da parte dei figli di Bartella. Unica voce fuori dal coro è quella della moglie di Peppino Caira
- Quando mio marito era carcerato a Cosenza per avere accoltellato suo fratello, mi chiese di fargli tenere del denaro per potersi curare essendo ammalato. Mi rivolsi al Bartella dal quale ottenni il prestito di lire 50 che facevo pervenire a mio marito. Dimesso dal carcere ed appreso che la somma pervenutagli era stata sborsata dal Bartella, ha avuto con lui ben tre questioni, percuotendolo e pretendendo che il Bartella stesso dichiarasse essere stato mio amante
- Ed è vero?
- Bartella mi ha sempre rispettata e con lui e la sua famiglia ho avuto solo rapporti di buon vicinato
- Riconoscete questa scure? – le chiede il Maresciallo mostrandole la scure rinvenuta sul cadavere di Gaspare
- Si, apparteneva a mio marito
Paduano cerca di approfondire questa ipotesi investigativa ma non trova alcun riscontro e il movente resta quello dei futili motivi. Accerta anche che la scure trovata sul cadavere di Gaspare l’ha messa Peppino Caira onde crearsi un alibi più o meno consistente con l’attribuire al Bartella un’aggressione in suo danno; ciò sarebbe semplicemente assurdo e quanto mai puerile quando si pensa che se il Bartella fosse stato realmente armato di scure ed avesse tentato nei danni del Caira un’aggressione non sarebbe rimasto colpito da ben sette pugnalate tutte penetranti in cavità e in diverse parti del corpo.
Ma chi è davvero il quarantaseienne Giuseppe Caira? Concetta Cinelli, sessantesettenne cugina del ricercato, ne traccia il profilo
- La vita di questo mio cugino è stata molto travagliata per cui sono state anche le avversità che lo hanno reso brutale, malvagio e manesco. Egli, circa 20 anni fa, per ragioni di gelosia, uccideva un giovane di Montalto Uffugo e dopo una detenzione di 18 mesi ritornava in famiglia [in seguito all’assoluzione per non aver commesso il fatto. Nda]. Dopo questo fatto egli divenne cattivo vivendo di furti di ogni sorta, minacciando chiunque senza risparmiare neppure i suoi famigliari. Alla contrada Piana di Marano ove abita, nessuno è padrone di nulla; tutti debbono fare quello che dice lui e guai a chi avesse osato denunziarlo. Al cospetto di un elemento di tal genere, è chiaro che nessuno ha inteso compromettersi e tutti hanno subito supinamente tutte le sue bravate e tutte le sue angherie.
Sono passate meno di 24 ore dai tragici fatti quando i Carabinieri di Cosenza, avuto sentore che suddetto aggiravasi in Cosenza, in abito simulato si davano alle ricerche rintracciando il suddetto Caira nella abitazione della cognata, residente in via Spirito Santo n. 5 di questa città, dichiarandolo in arresto e accompagnandolo in questa caserma da dove è stato tradotto alle locali carceri Giudiziarie. Adesso nella contrada Piana di Marano tutti si sentono un pochino più tranquilli.
- Ieri rientrai a casa verso le 19,00. Cenai e mi coricai.. ero a letto da circa un paio di ore, quando sentii chiamarmi di nome dal Bartella che diceva: “Scendi abbasso, per la Madonna, che dobbiamo parlare!”. Mi affacciai dal balcone e vidi che il Bartella aveva in mano una scure e la moglie, che era anche accanto a lui, teneva un palo. Dal balcone io dissi al Bartella: “Se sei ubbriaco vattene perché domani, quando puoi ragionare, ne parliamo”. Il Bartella mi rispose, dando due colpi di scure all’uscio della mia abitazione: “Se non scendi ti butto la porta a terra, vengo sopra e ti faccio a pezzi!”. Allora io, a quella provocazione, mi vestii indossando le scarpe ed i pantaloni e scesi giù armato di un coltello da tavola con la punta ricurva, la cui lama misura circa 20 centimetri e, aperta la porta, vidi dinanzi a me il Bartella con la scure brandita. Afferrai con una mano il manico della scure e lo colpii ripetutamente con il coltello che avevo nella mano destra. La moglie, allora, ch’era armata di palo, mi colpì alla regione scapolare destra, producendomi una lesione che voi potete constatare. Allora mi rivolsi contro di lei e le vibrai altra coltellata. Il fatto si è svolto al buio e perciò non so dirvi ove abbia potuto colpire il Bartella e la De Bartolo. Buttai il coltello dinanzi la mia abitazione e fuggii. Non è vero che io abbia esploso qualche ora prima dell’incidente dei colpi di rivoltella dalla finestra della mia abitazione.
Se non fosse che i rilievi effettuati sul luogo del delitto lo smentiscano clamorosamente, la versione data da Peppino Caira potrebbe anche essere plausibile. Ma i fatti sono fatti e le parole sono parole.
La porta a due battenti dell’abitazione di Peppino Caira non presenta traccia alcuna di violenza o segni che possano far pensare che la porta sia stata colpita con il fendente o con il dorso di una scurenessuna traccia di sangue nei pressi della porta dell’abitazione dell’imputato; le ferite riportate da Gaspare e Fortunata sono state dovute ad arma da punta e taglio e non da un coltello con punta ricurva; nessun coltello è stato rinvenuto nelle vicinanze della casa di Peppino Caira; in casa di Peppino Caira fu sequestrata una rivoltella. Tutti i testimoni sono concordi nell’affermare che Gaspare non aveva nulla in mano. L’autopsia sul cadavere di Fortunata stabilisce che la coltellata non le fu vibrata stando in faccia a Peppino, ma dandogli le spalle. Inoltre, la sera del 19 novembre 1950 era una sera molto chiara e si vedeva tutto benissimo.
La moglie di Peppino Caira cerca di modificare le sue dichiarazioni ma ormai è tardi e il lavoro del difensore, avvocato Baldo Pisani, è estremamente complicato.
Il 29 marzo 1952 Giuseppe Caira viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio aggravato continuato per avere in contrada Piana di Marano Marchesato, la sera del 19 novembre 1950, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso e per futili motivi, cagionato con colpi di arma da punta e taglio non identificata la morte dei coniugi Bartella Gaspare e De Bartolo Fortuna; omessa denunzia di una rivoltella; sparo d’arma nell’abitato.
Il 24 giugno 1952 si apre il dibattimento e la difesa chiede che l’imputato sia sottoposto a perizia psichiatrica ma la Corte non accoglie l’istanza e tre giorni dopo viene emessa la sentenza di colpevolezza nei confronti dell’imputato, al quale viene derubricato il reato da omicidio aggravato a omicidio volontario e negata l’aggravante dei reati di omessa denuncia di rivoltella e di sparo d’arma in pubblico. In conseguenza di ciò, considerata l’aggravante specifica reiterata [le condanne riportate in passato per lesioni personali in danno della madre e del proprio fratello. Nda], la Corte lo condanna a 30 anni di reclusione più le pene accessorie. I danni da liquidare alle parti civili sono complessivamente quantificati in £ 3.700.000.
L’avvocato Pisani ricorre in Appello insistendo sulla infermità mentale di Peppino Caira e sulla necessità di sottoporlo a perizia psichiatrica, facendo presente a) che l’imputato fu riformato dal servizio militare per infermità mentale; b) che per il delitto commesso in precedenza in persona del fratello gli fu concessa la diminuente del vizio parziale di mente; c) che durante la custodia preventiva, a seguito di intervento operatorio e per le sue condizioni mentali, l’imputato fu ricoverato nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto.
Nel processo d’Appello la difesa è sostenuta dall’avvocatessa Elda Fontanella del Foro di Catanzaro ma, il 9 marzo 1954, il ricorso viene respinto e la Corte si limita a dichiarare condizionalmente condonati anni tre della pena di trent’anni di reclusione.
Il 20 luglio 1954, non avendo presentato nei termini i motivi di ricorso per Cassazione, la pena viene dichiarata esecutiva.[1]
I piccoli orfani vengono affidati ai nonni materni.



[1] ASC,Processi Penali.

venerdì 17 marzo 2017

LA PESTE ALLE PORTE DI COSENZA di Matteo Dalena

«Che Dio, se esiste, ce ne liberi» esclama il direttore, nell'unico stanzone della redazione de La Sinistra, corriere di Cosenza fondato da Luigi Bartelli, dopo aver ricevuto la visita di un delegato provinciale. C'è da scrivere in fretta un pezzo sulle prescrizioni, gli obblighi, i divieti e mandare tutto in stampa. «Peste bubonica». Due parole, secche e senza sconti aprono così l'edizione del 14 ottobre 1901. Si parla di disinfezioni radicali, isolamento, fuoco, soldati e, addirittura, della predisposizione di un luogo il cui solo nome, all'alba del Novecento, fa accapponare la pelle: lazzaretto.
La notizia della possibilità un focolaio di peste bubbonica a Figline Vegliaturo, piccolo borgo della Valle Savuto in provincia di Cosenza, era rimbalzata già all'indomani dello spaventoso incendio di corso Telesio (PIOMBO E FUOCO A PIAZZA DUOMO - clicca per leggere). Il rogo divampato nell'armeria di Clemente Rija al pianterreno del palazzo Giannuzzi-Savelli aveva letteralmente devastato i primi due piani dello stesso edificio, abitati dai fratelli Luigi e Vincenzo Tafuri, il terzo di proprietà del marchese Andreotti e prodotto danno enorme anche al quarto, abitato dal medico provinciale Domenico Migliori.
I DIARI DI MIGLIORI | Figlio del più noto Felice, Domenico rappresenta una più d'una speranza per la scienza medica cosentina (qualche anno più tardi lavorerà gomito a gomito del piemontese Bartolomeo Gosio nelle campagne di eradicazione della malaria). Al momento del rogo Migliori non è in casa. Richiamato a Figline con somma urgenza annota quanto segue:
«Oggi, 28 settembre 1901, mentre divampano ancora le ultime fiamme dello spaventevole incendio, che ha lasciato triste ricordo nella città di Cosenza, gli ufficiali sanitari di Figline [i dottori Gaetano De Majo e Francesco Sicilia, nda] denunziavano di persona a questo Medico Provinciale trovarsi in quel paese, in una famiglia rimpatriata dalle Americhe e transitata per Napoli, tre persone ammalate, due delle quali gravemente con forme sospette di peste bubbonica».
A guidare la penna del giovane medico è anzitutto la preoccupazione che avere la peste alle porte di Cosenza, significava vederla già trapiantata in città da dove, per le importanti e rapide comunicazioni, costituiva una grave minaccia per la intera nostra provincia. A Figline intanto si formano gruppi di preghiera e dolore al fine allontanare lo spettro della "morte nera" - annota Migliori - il cui solo nome suonava nella credenza delle nostre popolazioni imminente strage di vite umane. I diari della profilassi parlano di azione pronta ed energica, isolamento degl'infermi sospetti con le persone venute a loro contatto, infine praticate efficaci abbondanti disinfezione.
FROM AMERICA TO FIGLINE | Incubati da masse umane in movimento sui vapori della speranza, nuovi e vecchi bacilli passano da un continente all'altro insieme alla miseria più nera. Proveniente da Callispillo negli States, la famiglia d'un tal Marino - marito, moglie e cinque figli - aveva attraversato in treno l'intero continente: San Paolo, Chicago, New York. La traversata oceanica a bordo del "Nuova Sicilia" li conduce, praticamente disfatti, in una Napoli funestata da una strana malattia scoppiata nelle fetide locande della marina e nei vecchi quartieri. Quest'ultimi, a detta del Migliori, fornirono il primo contingente di vittime alla infezione pestosa. La stessa riscontrata dai Marino nello Stato di Callispillo. Rientrati a Figline Vegliaturo, tutti i componenti della famiglia vengono colti da febbri altissime accompagnate da sintomi speciali e sospetti:
«I più gravemente colpiti caddero in stato comatoso - scrive Migliori - ed in tutti poi si notarono ingorghi glandulari ed esterni cutanei emorragici; alle quali manifestazione morbose tennero dietro localizzamenti sulle mucose respiratorie e digerenti, ed in uno degli infermi sulla sierosa peritoneale».
Constatati i diversi caratteri comuni tra la malattia di natura infettiva e diffusiva che aveva colpito la famiglia Marino e la tipica infezione bubbonica, Domenico Migliori ordina la cura coercitiva la scrupolosa vigilanza del decorso della malattia e l'impiego di tutti i mezzi scientifici valevoli ad accertare la vera natura del male.
"QUELLA COSA" | Terrorifica, per questo innominabile. Il settimanale La Lotta gira attorno all'incombente pericolo peste senza mai nominarla esplicitamente. Così, mentre il caso o l'affare di Figline accende diatribe giornalistiche sulla validità delle fonti circondate d'ogni possibile garanzia di segretezza, le notizie giunte dal paese non fanno ben sperare. I componenti della famiglia Marino vengono trasferiti in due diverse case di campagna e posti in quarantena, mentre in paese le misure prese finora sono quelle che la scienza e il buon senso consigliano, esse si riassumono in un solo provvedimento ritenuto il più efficace: l'isolamento, e saranno seguite da un altro che è compreso fra i disinfettanti più sicuri: il fuoco. A preoccupare sono però le condizioni di due dei cinque figli del Marino: colti da eruzioni cutanee purpuree, forme pulmonari e gastrointestinali, febbri altissime, in un caso ben oltre i 40 gradi, entrambi presentano delle tumefazioni all'inguine che hanno una certa somiglianza coi bubboni. Il sito ritenuto infetto viene guardato a vista giorno e notte da un buon numero di Carabinieri allo scopo di tenere in custodia le case dove sono ricoverati gli infermi e le loro famiglie e di proibire, con ogni mezzo che alcuno ne uscisse e che gli estranei si avvicinassero. Il Consigliere provinciale Vaccaro intanto telegrafa al Ministero sulla necessità di siero antipestoso per ogni precauzione e disinfettanti. Al Vallo, il casino di Florio viene adibito a lazzaretto, mentre in attesa del responso del Consiglio sanitario il panico pervade l'intera provincia. 
CAVIE | Nell'assoluta mancanza di notizie, Migliori viene bersagliato dalle critiche: Alcuni ci dicono che il medico provinciale non dorma sonni tranquilli circa la certezza della tanto aspettata diagnosi - scrive La Lotta - anche se si vocifera di analisi di sangue e colture batteriologiche già eseguite. Domenico Migliori, assistito dai due medici locali De Majo e Sicilia e, in seconda battuta, dal professor Luigi Tavernari del Ministero dell'Interno, visita i pazienti sotto cura coercitiva e annota tutto, giorno per giorno, mentre le colture bacillari preparate in laboratorio vengono inoculate a topi e conigli. Il responso è alla fine quello che l'intera provincia attende ormai da giorni:
I caratteri colturali se mostravano dei punti comuni con quelli del bacillo della peste, se ne differenziavano poi nettamente per la forma dei batterii e pel modo di comportarsi con i processi di coloramento […] Data quindi la parte importantissima che hanno gli streptococchi nella patogenesi è lecito il concludere che alla loro azione, forse associata a quella dell'altro bacillo isolato, sia dovuta la malattia argomento della presente nota.
Nessuna epidemia di peste, nessun decesso. Nonostante un paese isolato e una famiglia in quarantena, i figli del Marino ritornano lentamente in salute. E al medico provinciale, assurto ad immortalità - scrive La Lotta - non rimane che rivolgersi ai propri detrattori:
Legittime erano le preoccupazioni, e la necessità di risolvere i dubbi insorti. Ed anziché da pretenzioso empirismo, doveasi invocare il responso infallibile dalla tecnica scientifica moderna (Domenico Migliori, 20 dicembre 1901).

Per approfondire:
La Lotta, giornale settimanale, Anno XIII, nn. 27 e 28
- 30 settembre 1901, L'affare di Figline
- 6 ottobre 1901, Il caso di Figline
La Sinistra, corriere di Cosenza fondato da Luigi Bartelli, edizioni:
- 14 ottobre 1901, Peste bubonica

Domenico Migliori, A proposito dei casi sospetti casi di peste in Figline Vegliaturo. Contributo agli studi sperimentali sulle simbiosi batteriche con particolare riguardo alle streptococche, Tip. Riccio, Cosenza, 1901.

lunedì 13 marzo 2017

NON HO PIU' PAURA

Da qualche mese il Maresciallo Pierino Perona, comandante la stazione di Fuscaldo, sente in giro delle voci che vorrebbero si stia consumando in paese un reato odioso: un padre avrebbe relazioni sessuali con la propria figlia. Per quanti sforzi faccia, il Maresciallo non riesce a raccogliere nient’altro che voci e abbandona il caso. Poi cominciano ad arrivargli delle lettere anonime molto circostanziate. I compilatori,  per dovere di cittadinanza,  gli chiedono di intervenire per far luce sul misterioso delitto di cui sarebbe vittima da anni la diciannovenne Maria Rosaria Carnevale da parte di suo padre Antonio.
È la primavera del 1950 quando il Maresciallo ricomincia a indagare ma i suoi nuovi sforzi vengono puntualmente frustrati per l’omertà che regna fra i cittadini di Fuscaldo ed anche perché, specie i vicini di casa, temevano rappresaglie da parte del Carnevale Antonio, persona violenta, sanguinaria.
Passa un anno e nei primi giorni di giugno del 1951 un confidente gli riferisce che Antonio Carnevale e sua moglie hanno avuto un vivace alterco provocato proprio dalla relazione tra padre e figlia che provoca scandalo a tutti i vicini. Il confidente gli rivela anche che Antonio, furioso, ha riempito di botte la moglie. A questo punto ritiene che i tempi siano maturi per interrogare la giovanetta ma questo non gli è possibile perché la ragazza è priva di uscire di casa se non accompagnata dal genitore, perché così impostogli dal medesimo, il quale non avendo la coscienza tranquilla temeva sempre di essere svelato, per quanto dietro le sue imposizioni avesse una certa tranquillità che la figlia non l’avrebbe mai palesato, al costo di qualsiasi sacrifizio. Allora il Maresciallo, fallito il tentativo di far parlare informalmente la ragazza, prende il toro per le corna e convoca Antonio Carnevale in caserma.
- Sono il padre… non avrei mai commesso una cosa simile!
- Vostra figlia è mai stata fidanzata con qualche giovanotto?
- Mai!
- Magari quando esce di casa… lo sapete come vanno queste cose… all’insaputa dei genitori si combina qualche guaio e poi… – cerca, prendendola alla lontana, di fargli ammettere qualcosa che possa essere utile alle indagini
- Posso affermare che mia figlia non ha mai fatto l’amore con alcun giovane perché da me sempre sorvegliata in ogni suo passo!
- Quindi voi siete sicuro che vostra figlia è vergine?
- Sicurissimo!
- Allora, se siete d’accordo, la facciamo visitare da un medico e ci togliamo tutti quanti il pensiero, così i vicini la smetteranno di spettegolare
- Va bene, acconsento alla visita – risponde, convinto che il dottore gli sarebbe stato più che compiacente. E di questo si convince ancora di più quando il Maresciallo gli fa un cenno d’intesa per fargli capire che ha voglia di chiudere tutto in fretta e che asseconderà il progetto di Antonio.
Ciò che Antonio non sa è che il Maresciallo lo sta prendendo in giro perché ha già parlato sia con il medico condotto di Fuscaldo, dottor Raffaele Cauceglia, che con la levatrice condotta Cecilia Santoro i quali non sono assolutamente disposti a prestarsi a questo sporco giochetto.
- L’imene non è affatto integro ma presenta varie lacerazioni… l’umore sebaceo che normalmente rende untuose le vie genitali della vergine è scomparso ed è piuttosto agevole introdurre in vagina il dito indice. Questa ragazza non è più vergine da un po’ di tempo! – conclude il dottor Cauceglia provocando lo stupore e una vivace reazione di incredulità da parte della mamma di Maria Rosaria
- Mia figlia è vergine! Il dottore si sbaglia, voglio farla visitare da un altro medico!
Così la sera del 7 giugno 1951 la porta dal dottor Carmelo Sansoni, medico condotto di Fuscaldo Marina, il quale è ancora più preciso del suo collega
- Ritengo che la sua deflorazione rimonti a qualche anno fa!
Davanti a queste prove inoppugnabili, la mattina seguente due Carabinieri si presentano in Via Porticella dove abitano i Carnevale e, vinte le resistenze del padre, accompagnano lui e la ragazza in caserma.
- Non posso concepire come mia figlia sia deflorata da molto tempo, come hanno dichiarato i medici
- Qualcuno deve essere stato! Ora basta! O siete stato voi, o… – il Maresciallo davanti a questa manfrina sta davvero perdendo la pazienza ma Carnevale lo interrompe
- Ora che ci penso, tempo fa l’ho sorpresa a colloquio con un giovanotto e più di recente amoreggiava con un altro giovane, mi pare si chiamasse Fabbio ma non so il cognome… sono i vicini che malignano…
- La vedremo! Portatelo di là – ordina a un sottoposto
Maria Rosaria all’inizio non parla, guarda smarrita il muro davanti a lei, tormenta nervosamente un orlo del suo grembiale, evita accuratamente di guardare negli occhi il Maresciallo che è in evidente stato di imbarazzo seppure cerchi in tutti i modi di farla parlare. Poi, all’improvviso la ragazza scoppia in un pianto dirotto e dice che è tutto falso, che il padre non le ha fatto niente, che lei è vergine e i medici mentono per fare arrestare il padre. Il Maresciallo decide di convocare il dottor Cauceglia per cercare di smuovere Maria Rosaria e il medico riesce nell’impresa così la ragazza, con la voce rotta dal pianto, finalmente parla
- Non ricordo con precisione, però posso sinceramente affermare che circa tre anni or sono, se non di più, in un pomeriggio della stagione invernale mio padre, approfittando che mi trovavo sola in casa perché mia madre era in campagna, egli contro la mia volontà si congiunse carnalmente con me. Dopo il fatto, con minaccia, mi impose di non proferire parola dell’accaduto con chicchessia. Mio padre continuò ad avere con me relazione carnale, questo avveniva sempre quando in casa non vi era mia madre. Egli con violenza e minaccia si congiungeva con me. Più volte mi teneva seduta sulle ginocchia infilandomi il dito nella natura, poscia si congiungeva carnalmente. Io rimanevo sempre in casa per custodire i fratellini minori perché, essendo affetta da pleurite non posso fare lavori pesanti, ecco perché mio padre abusò sempre di me essendo da sola con i fratellini minori
- E i fratellini assistevano? – chiede il Maresciallo, incredulo davanti a tanto
- Mio padre faceva di tutto per farli addormentare e poi…
- E tua madre?
- Non le ho detto mai niente ma poi le voci hanno cominciato a girare e lei ha chiesto conto a mio padre che più volte ebbe a bastonarla, anzi questa è sempre stata vittima di continui maltrattamenti perché spesso e sovente la percuoteva
A questo punto è necessario sentire ciò che ha da dire la madre
- Vostra figlia ci ha raccontato quello che le ha fatto il padre. Possibile che non vi siate mai accorta di nulla? Uno sguardo diverso dal solito, una parola… qualsiasi cosa…
- Ho in colonìa un appezzamento di terreno e spesso mi porto per la coltivazione di detto fondo, lasciando in casa mia figlia per custodire i figli minori ma non dubitavo che mio marito giungesse a consumare un delitto così grave in pregiudizio della propria figlia. Più volte ho rimproverato mio marito in merito ma questi, facendo orecchie da mercante, mi negava sempre che nulla era di vero in merito alla relazione con la figlia
- Allora lo sapevate!
- Circa un anno fa, alcune persone mi dissero: “Stai attenta che tuo marito è come il padre”, volendo con tali parole esprimere che come il padre aveva sedotto la propria figlia, anche mio marito avrebbe fatto egualmente. Allora richiamai la figliola ma questa mi negò recisamente asserendo che nulla c’era di vero, che erano le voci dei cattivi vicini di casa che cercavano a tutti i costi seminare nel fango il suo onore – il Maresciallo spulcia nell’archivio della stazione e accerta che nel 1929 il padre di Antonio violentò una sua figlia appena sposata, poi continua l’interrogatorio della donna
- Cosa intendete fare ora che sapete la verità?
- Mi dichiaro ben disposta a esporre querela contro mio marito, allorquando la giustizia abbia fatto luce nel reato in cui sarebbe incorso mio marito, sia per violenza carnale verso la figlia, sia per il reato di incesto – termina la donna che ancora tergiversa, sperando di poter salvare il buon nome della famiglia.
Stando così le cose, il Maresciallo Perona sa che per portare l’uomo in Tribunale ne deve ottenere la confessione, così continua a torchiarlo per bene ma Carnevale è un osso duro e non cede
- Si vede che sarà stata preventivamente istruita da qualcheduno. Tutto il parentato mi odia, non so perché! Mia figlia sembra innocentina ma aveva preso a bestemmiare e si rifiutava di lavorare
- Eppure è così!
- Se avessi commesso una cosa simile non avrebbe potuto rimanere celata per tre anni
- E infatti nel vicinato e in paese lo sanno tutti! Carnevale, finiamola con questa pagliacciata, confessate!
Ma Carnevale non confessa e i Carabinieri inoltrano gli atti alla Pretura di Paola che denuncia padre e figlia per il reato di incesto e l’uomo anche per violenza carnale e minacce. L’uomo viene arrestato ma la ragazza viene lasciata a piede libero. La mossa degli inquirenti è quella giusta: prima di essere tradotto nel carcere di Paola, Antonio Carnevale ammette al Sotto Tenente Domenico Schepis, comandante la Tenenza di Paola, che nel vino, alcuni anni fa, ebbe a sedurre per una volta sola la propria figlia. Ecco.
Ormai libera di parlare senza più temere nulla, Maria Rosaria parla con la madre e la convince che è tutto vero
- Se io avessi saputo prima ogni cosa l’avrei indubbiamente ammazzato ed ecco il motivo perché mia figlia ha taciuto per tanto tempo, appunto per non fare succedere una strage in famiglia – dichiara adesso la madre. Molti si sentono al sicuro dalle rappresaglie di cui il Maresciallo Perona parla nei suoi verbali come causa della diffusa omertà e cominciano a raccontare ciò che hanno visto e sentito. Ma l’omertà persiste tra i parenti dell’uomo che rispettano il vincolo di sangue e tra i vicini di casa perché temono rappresaglie da parte del bruto quando verrà dimesso dalle carceri.
- Io non ho confessato nulla al Tenente dei Carabinieri. Mi domandarono se avessi, nel vino, scambiato mia figlia con mia moglie, ma io ho negato e non ho ammesso nulla perché non è vero! – ritratta davanti al Pretore, ma sia il Maresciallo Perona che il Sottotenente Schepis confermeranno sempre di aver avuto quella confidenza.
Nonostante ciò, per Antonio Carnevale le cose cominciano a mettersi davvero male.
E qualche conseguenza potrebbe esserci anche per sua moglie perché il Maresciallo Perona riferisce al Pretore di Paola di essere venuto a conoscenza da più donne, di cui si riserva di trasmettere le dichiarazioni scritte al più presto, che la madre della Carnevale quattro anni fa sorprese il marito che teneva seduta sulle ginocchia la figlia M. Rosaria e la baciava. Essa ebbe dei sospetti ed inscenò una lite col marito il quale negò ogni cosa e la minacciò di non divulgare la cosa. Cinque giorni prima dell’arresto, il Carnevale minacciò di morte con una scure la figlia e la moglie qualora avessero riferito l’accaduto.
Gli inquirenti pensano che c’è un solo modo per mettere Antonio Carnevale con le spalle al muro: fargli sostenere un confronto con Maria Rosaria che è ormai libera
- Delinquente, disgraziato! – attacca Maria Rosaria con veemenza – Hai il coraggio di negare che non sei stato tu! Hai approfittato di una povera ragazza rovinandola per tutta la vita. Io non capivo nulla e tu, disgraziato, mi hai afferrato con la forza e in assenza di mia madre mi hai violentato!
- Tu dici il falso e non hai coscienza perché sono stati gli altri a rovinarti
- Snaturato! Farabutto! Ora hai il coraggio di dire che sono stati gli altri. Tu sei stato! Tu solo e non altri, ma Dio è grande e sa vendicarmi. Hai il coraggio di negarlo al mio cospetto, non so come lo fai. Tu speravi che io, perché da te minacciata di morte, non avessi parlato, ma ora non ho più paura delle tue minacce! Tu solo, tu solo sei stato, altrimenti io non avrei accusato te che sei mio padre ma l’eventuale altro responsabile che non esiste affatto – Maria Rosaria è un fiume in piena e suo padre davanti a lei si fa piccolo piccolo –. Non ti pare logico che sarebbe stato più conveniente incolpare un altro e non te? Ma io come posso accusare un altro se sei stato tu a rovinarmi ed a minacciarmi di morte con la scure se avessi parlato?
- Perché vuoi rovinarmi? Dici la verità, ma quando ho commesso ciò che tu affermi?
- Oltre tre anni fa in casa ed in assenza dei nostri familiari
- Perché non hai riferito nulla a tua madre?
- Non ho riferito nulla perché tu sei un animale farabutto e disgraziato e mi avresti ammazzato se avessi riferito qualche cosa e difatti per non farmi parlare mi hai sempre proibito di uscire, di andare a messa e di parlare finanche con le mie compagne. Tutta Fuscaldo può dire chi sono io e quale vita modesta e ritirata ho menato. Ora hai il coraggio di accusare gli altri, di infamare gente onesta, mentre tu solo sei stato a rovinarmi e tu ora devi pagare il fio di quello che mi hai fatto approfittando della mia giovanissima età. Ora, perché non ti fai l’esame di coscienza davanti a Dio e non confessi il fatto? Mi hai rovinato fisicamente e ora vuoi ancora rovinarmi col sottopormi ad un giudizio penale
- Ma come osi dire ciò a tuo padre? Vuoi rovinare un’intera famiglia… chi manterrà ora te e i tuoi fratelli? – reagisce Antonio cercando di far leva sul bisogno
- Non m’importa di nulla, devi pagare il fio del tuo misfatto, lo giuro davanti a questo crocefisso che sei stato tu… che dico la pura verità!
- Hai già dimenticato tutto ciò che ho fatto per te? Ti ho acquistato vestiti, oggettini ed altro
- Se mi hai fatto qualche vestitino è per il tuo tornaconto, ma non puoi negare che sono stata costretta a lavorare per tirare avanti la vita. Ma perché ti ostini a negare? E perché prima di recarmi dai Carabinieri mi hai pregato di non riferire nulla? Anzi dicesti le seguenti parole: “Mariettella salvami, altrimenti mi fai prendere 13 o 14 anni di carcere”
Carnevale Antonio debolmente respinge l’accusa, ma la Carnevale con veemenza, indicando col dito della mano tesa il padre soggiunge
- Tu sei stato, disgraziato, snaturato padre delinquente! Volesse il cielo che fosse stato qualche giovane che forse mi avrebbe potuto sposare! Ma la giustizia di Dio è grande e ti colpirà inesorabilmente!
Antonio continua a negare ma la figlia rintuzza con forza le dichiarazioni del padre
- Cosa ne sarà di te ora? – le fa il padre
Maria Rosaria, in preda a forte disperazione scoppia in un forte, ininterrotto pianto e, schiaffeggiandosi, dice:
- Mi farò monaca, mi chiuderò in un convento… – poi insiste – tu sei stato, tu solo ed ora neghi, ma sono sicura che soffrirai!
- Non è affatto vero che sono stato io, dici chi è stato
- Sei stato tu, Carnevale Antonio, e non altri. Sei stato tu, padre disgraziato, che mi hai tolto l’onore. io non ho conosciuto nessun giovane!
- Vedi se è possibile che un padre possa togliere l’onore alla propria figlia
- Si, è possibile perché tu hai fatto quello che tuo padre fece alla figlia… siete di razza!
I due continuano a scambiarsi accuse, poi il Pretore è costretto a interrompere il confronto perché Mariettella è in preda a forte disperazione: si schiaffeggia e grida fortemente: “Tu mi hai rovinato!” e scaglia anche la testa contro il muro.
Il 10 settembre 1951 il Pubblico Ministero, ritenendo conclusa l’istruttoria, chiede il rinvio a giudizio di Antonio Carnevale per il reato di violenza carnale in danno della propria figlia minore degli anni 16 (l’età di Maria Rosaria al tempo della prima violenza) e il proscioglimento di padre e figlia per il reato di incesto perché il fatto non costituisce reato, in quanto non è provato che il fatto abbia provocato il pubblico scandalo. Il Giudice Istruttore, nonostante le vibranti proteste dell’avvocato Orlando Mazzotta, difensore dell’imputato, accoglie questa tesi e rinvia a Giudizio Antonio Carnevale, aggiungendo al reato di violenza carnale anche la continuazione.
Il 3 marzo 1952 inizia il dibattimento e subito l’avvocato Mazzotta fa rilevare, secondo il suo giudizio, l’insufficienza della perizia medica che non avrebbe chiarito molti aspetti inerenti la perdita della verginità di Maria Rosaria e chiede che ne venga effettuata una nuova che sciolga tutti i dubbi, ma il Presidente della Corte non accoglie.
Poi la madre della ragazza, smentendo se stessa, mette in dubbio le dichiarazioni della figlia
- Mia figlia mi ha detto di avere accusato il padre perché aveva avuto paura dei Carabinieri
- Io non so niente… confermo quello che è stato scritto – replica la ragazza
Il dibattimento, durante il quale viene stabilito che la prima violenza si è compiuta prima del compimento del sedicesimo anno di Maria Rosaria e che non ci sono state più di quattro violenze, è velocissimo e alla fine della prima e unica udienza il Pubblico Ministero chiede la condanna dell’imputato a 5 anni di reclusione, mentre la difesa ne chiede l’assoluzione per insufficienza di prove o, in subordine, una nuova perizia o ancora ritenere unico fatto commesso prima del condono e condannare al minimo della pena con la concessione delle attenuanti generiche.
La Corte, riconoscendo ampiamente provata la colpevolezza dell’imputato, motiva così la condanna e l’entità della pena che si appresta a comminare
La gravità del fatto, che la reiterazione dei congressi rivela addirittura mostruoso, non consente di indulgere nei confronti dell’imputato, onde devesi rigettare la richiesta di attenuanti generiche, che peraltro non è stata poggiata su alcuna circostanza specifica.
Stimasi, pertanto, giusto di infliggere al Carnevale Antonio la pena di anni sei di reclusione, che va così compensata: pena base = anni cinque; più mesi sei per la continuazione; più mesi sei per la recidiva. Infine, poiché non si è potuto stabilire assolutamente a quando risale l’ultimo congiungimento e può presumersi, in favore del prevenuto, che l’attività criminosa di costui si sia esaurita prima del 15 dicembre 1949, si ritiene di concedergli il beneficio del condono, previsto dagli artt. 1 e segg. D.P. 23 – 12 – 1949, n. 930; onde vanno dichiarati condonati anni tre della pena come sopra inflitta.[1]
Piaccia o no, la legge va applicata. Sempre.





[1] ASCS, Processi Penali.