lunedì 6 marzo 2017

LA FORZA DELLA DISPERAZIONE

La cantina di Raffaele Filippelli è in contrada Sotto la Timpa di Domanico al pianterreno di un edificio ancora in costruzione. Vi si accede direttamente dalla strada che da Domanico va a Carolei e chi entra può notare, sulla sinistra, un pancone ed uno stipo con commestibili; a destra, degli attrezzi da calzolaio e una finestra munita di cancello di ferro. Nel mezzo un bancarello da calzolaio ad uso tavolo, altri tre piccoli tavolini e circa quattro sediolini di legno senza spalliere.
Il pomeriggio del 29 giugno 1906 molti avventori restano in piedi. È la festa di San Pietro, non si lavora e molti ne approfittano per fare una partita a carte o per giocare a padrone e sotto.
La comitiva composta da Fedele Scaglione, Francesco Iacino, Giovanni Vita, Andrea Longo, Gaetano Petrozza e Giovanni Chiappetta ha finito il suo giro a briscola e sta per iniziare a giocare a padrone e sotto con davanti un fiasco di vino.
- Mischia di nuovo perché stai imbrogliando! – si lamenta Fedele Scaglione rivolto  a Francesco Iacino
- Fatti i cazzi tuoi! – gli risponde, seccato
- Sono cazzi miei visto che sto pagando per giocare!
Da una parola all’altra si passa alle ingiurie, poi alle minacce, fino a che i due contendenti si alzano per accapigliarsi ma il pronto intervento degli altri amici riporta la calma. Iacino viene trattenuto in fondo al locale e Scaglione viene accompagnato fuori con la promessa di tornarsene a casa.
Nella bettola c’è anche Luigi Pulicicchio, cognato di Iacino, che sembra restare indifferente alla questione ma non appena Scaglione va via, si alza dal pancone ed esce a sua volta.
- Ahi! – urla Scaglione per il dolore che la coltellata alle spalle gli ha procurato – Ahi! – urla ancora al secondo colpo, poi si gira e vede Luigi Pulicicchio con un coltello in mano che cerca di colpirlo ancora. Capisce che l’altro vuole ammazzarlo e, resistendo al dolore, riesce a parare il colpo, poi mette una mano in tasca e tira fuori il suo coltello e cerca di colpirlo a sua volta ma l’altro scappa in direzione della cantina e vi si ripara dentro. Anche Scaglione, sebbene sanguinante, entra nel locale col coltello in mano. Ha il respiro affannato per la corsa e per il dolore e la sua figura imponente si staglia nella luce del tramonto facendolo sembrare più grande di quanto non sia – Dov’è? Dov’è? – urla minaccioso
Francesco Iacino ha paura di quella figura che sembra venire da un altro mondo promettendo morte e distruzione. Pensa che ce l’abbia con lui, non sa che suo cognato ha ferito Scaglione a tradimento, così cava una rivoltella che teneva nascosta nelle brache e fa fuoco tre volte.
Fedele Scaglione cade a terra colpito al petto e alla coscia sinistra; il terzo colpo gli sfiora la testa bucandogli il cappello da parte a parte. Nella cantina cala un silenzio irreale, mentre gli avventori respirano a pieni polmoni il fumo acre della polvere da sparo. È una questione di pochi secondi, poi sembra che le viscere della terra si aprano per fare uscire il diavolo in persona, seguito da una specie di terremoto che butta tutto all’aria.
Tutti vedono Fedele Scaglione volare letteralmente sopra le loro teste e abbattersi su Francesco Iacino, paralizzato dal terrore, per accoltellarlo all’addome; poi gli toglie di mano la rivoltella e, a bruciapelo, gli spara un colpo al petto.
Fedele Scaglione, con gli occhi spiritati e un ghigno satanico sulle labbra, se ne va sulle sue gambe tra lo stupore generale, lasciando una scia di sangue per terra.
- Cognà, aiutami, andiamo a casa… – dice a Giovanni Vita ma non fa nemmeno un ventina di metri che cade morto stecchito davanti al cancello della proprietà di Luigi Stancati.
Intervenuti i Carabinieri ed il Pretore di Dipignano e constatati i fatti, non resta che mettersi sulle tracce di Fedele Scaglione e di Luigi Pulicicchio. Mentre è facile trovare il primo perché è a letto ferito con due pallottole in corpo e vari tagli sulle spalle e sulla testa, il secondo si è dato alla macchia.
Scaglione racconta come sono andati i fatti e aggiunge un particolare che potrebbe spiegare il comportamento degli altri due
- Circa ventisette giorni dietro partecipai alla festa che il Iacino tenne in occasione del suo matrimonio con una cugina di mia moglie. Nello stringere la mano della sposa le si ruppe un anello e io allora per scherzare feci questa battuta: “meglio che te l’ò rotto io che tuo marito, a mia moglie gliel’ò rotto pure!”. Iacino se la prese a male e mi disse: “scusa che te lo dico, ma mi sembri un porco”. Io, che avevo bevuto, presi due cartucce, caricai il fucile e per la rabbia sparai contro un castagno.
Certo non è il massimo del buon gusto fare una battuta a doppio senso alla sposa il giorno del matrimonio, intendendo con ciò alludere a qualcosa di impudico, ma da qui a poter pensare che i due cognati abbiano premeditato una sanguinosa vendetta ce ne corre e comunque bisognerebbe trovarne le prove.
E valle a trovare le prove! Luigi Pulicicchio, l’unico che avrebbe potuto chiarire qualcosa, non si trova e non si troverà più. I Carabinieri indagano per mesi, ricevono anche l’assicurazione del padre del ricercato che si costituirà a breve ma poi, il 21 novembre, a cinque mesi dai fatti, scoprono che il ragazzo ha giocato un brutto tiro non solo a loro ma al regno d’Italia stesso perché è riuscito a espatriare clandestinamente in America e chissà come si chiama adesso!
Ma la giustizia fa il suo corso e il 25 marzo 1907 Fedele Scaglione e Luigi Pulicicchio vengono rispettivamente rinviati a giudizio per omicidio volontario e lesioni personali volontarie.
I destini giudiziari dei due si separano qui. Luigi Pulicicchio è al sicuro in America e viene giudicato in contumacia dalla Corte d’Assise di Cosenza il 25 giugno 1907 che gli commina una condanna a 10 mesi di reclusione, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno causato a Fedele Scaglione, il quale, per parte sua, viene assolto.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

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