venerdì 28 aprile 2017

DON ALFONSO MORTO AMMAZZATO

- Adesso glielo faccio vedere io, lo querelo! – Clementina Avventuriera, venticinquenne levatrice di Bisignano, è furente per quello che le hanno appena riferito: “la zuppella va in chiesa per dare scandalo, si vedono alla casa di Teresa Astola, si abbracciano e si bacciano con don Giuseppe il parroco. Loro sono andati contro di me ed io vado contro di loro, come sono svergognato io devono essere svergognati gli altri”. Chi ha pronunciato queste parole? Un altro sacerdote, don Alfonso Castagnaro!
È la mattina di sabato 21 maggio 1916, ma noi andiamo indietro di quattro anni per cercare di capire il senso delle frasi dette dal quarantasettenne don Alfonso, ex parroco della parrocchia di San Tommaso Apostolo di Bisignano. Si, ex parroco perché nel 1912 don Alfonso, processato per violenza carnale ai danni di una bambina e scampato a condanna certa per remissione di querela, fu rimosso dall’incarico dal Vescovo e sostituito dal giovanissimo don Giuseppe (chi volesse approfondire può cliccare sui link e leggere gli articoli con le vicende precedenti a questa ). Il vecchio parroco, senza farne mistero, aveva sempre ritenuto responsabile della denuncia a suo carico don Giuseppe e per questo tra i due (e anche tra i seguaci dell’uno e dell’altro) i rapporti rimasero sempre molto tesi.
Clementina e Vincenzo Fucile, uno dei suoi due fratelli di latte, si avviano per il Calvario verso la caserma dei Carabinieri di Bisignano quando, arrivati davanti alla farmacia del dottor Vincenzo Scavelli, vedono dentro proprio don Alfonso. Spinta dal desiderio di sfogare la sua rabbia, Clementina entra nella farmacia e gli dice a muso duro
- Perché mi vai diffamando e vuoi farmi perdere il pane?
Don Alfonso non risponde subito ma mette una mano al petto come per pigliare qualche arma dall’interno della Zimarra, quindi le intima
- Vai via!
Clementina non è affatto impaurita e, indispettita, gli molla uno schiaffo, poi toglie di mano il bastone a uno dei presenti e lo colpisce al braccio sinistro.
- Stai fermo! Giusto con una donna ti metti? – interviene Vincenzo Fucile abbracciando il prete per impedirgli di mettere la mano sotto la zimarra, dove teme che abbia un’arma. Anche gli altri presenti intervengono per evitare guai peggiori e la cosa finisce lì. Clementina e Vincenzo Fucile se ne vanno e proseguono verso la caserma dei Carabinieri. Prima di entrare, i due vengono raggiunti di corsa dal diciannovenne Francesco Palma, altro loro fratello di latte, avvertito della questione.
- State a sentirmi – dice il Maresciallo Vincenzo Spinola – pazientate ancora un po’ prima di fare la querela, mi metto in mezzo io per farvi fare pace. Tornate oggi pomeriggio e se non sarò riuscito, lo denunciate
I tre fratelli ascoltano il consiglio e se ne tornano a casa, pranzano tranquillamente e verso le 14,00 Francesco esce di casa con alcuni suoi amici
- Avessi da litigare tu con don Alfonso, che me la vedo io con la giustizia – gli dice Clementina, sapendolo una testa abbastanza calda. Il fratello la rassicura e se ne va
Anche don Alfonso va dai Carabinieri dopo la questione con Clementina e, non volendo sentire ragioni, denuncia la ragazza e il fratello Vincenzo per le percosse ricevute.
Sono le sei di pomeriggio e don Alfonso sta passeggiando con il suo amico farmacista lungo via Calvario. Anche Francesco Palma sta passeggiando sulla stessa strada con i suoi amici e, inevitabilmente, si trova faccia a faccia con il prete.
La lama del coltello nella mano di Francesco luccica per un solo istante, inondata dalla luce rossa del sole che sta scendendo, poi penetra in profondità nel petto di don Alfonso che si accascia senza un lamento con il cuore trapassato da parte a parte. Francesco, tra lo stupore e l’immobilità generale, si allontana con passo deciso, scomparendo nei i vicoli circostanti.
La caserma dei Carabinieri è a due passi dal luogo del delitto però i militari sono fuori per servizio e arrivano poco dopo, mettendosi subito alla ricerca dell’assassino, ma di lui non c’è traccia.
Quello che è certo, pensa il Maresciallo Spinola, è che tra i due non avvennero questioni di sorta perciò si ritiene che il Palma si sia indotto a commettere il delitto per la questione avvenuta la mattina tra il prete e Clementina. Forse la ragazza e l’altro fratello di latte lo hanno istigato a uccidere il prete, ma non vi sono testimoni che lo affermano, né che gli abbiano promesso assistenza ed aiuto dopo il reato o che abbiano dato istruzione o somministrato mezzi per eseguirlo; solo sono stati la causa determinante del delitto. Così Clementina e Vincenzo Fucile vengono arrestati e interrogati. Raccontano la lite con il prete, raccontano quello che hanno fatto insieme a Francesco Palma prima che questi uscisse di casa ma negano categoricamente di aver istigato o di essere stati la causa determinante del delitto. Clementina però racconta anche altro
- Il prete Castagnaro nutriva contro di me un certo rancore perché mi ero sempre rifiutata agli inviti osceni da lui ripetutamente ed ostinatamente fattimi tutte le volte che mi incontrava per la strada. Mi diceva: come sei bella, come sei carina… ma io non gli badavo ed allora per vendicarsi e perseguitarmi cominciò a divulgare che io in casa di certa Astola Teresa m’intrattenevo intimamente con il sacerdote Dionisalvi Giuseppe. Chiedete ad Ernesto Iaquinta e vi dirà di aver sentito don Alfonso alludendo a me mentre passavo per la piazza: Se ne tira botte coi Monaci, coi preti e coi Carabinieri
Si vedrà, intanto i due restano in cella.
La sera del 23 maggio Francesco Palma bussa alla porta dei Carabinieri di Bisignano e si costituisce
- Passeggiavo su via Calvario e incontrai don Castagnaro. Mi vennero in mente le male parole che aveva detto all’indirizzo di Clementina e non ci vidi più, principalmente che il Castagnaro, ogni qualvolta che mi incontrava, con la testa e viso faceva gesti in modo da farmi comprendere che mi voleva sfottere. Estrassi il coltello dalla tasca e tirai un colpo non allo scopo di ammazzarlo ma bensì per fargli uno sfregio in faccia, onde fargli ricordare di me per tutta la vita
Sembra un movente abbastanza debole ma il Maresciallo è fiducioso che le indagini riveleranno tutti i retroscena. Spinola interroga la madre e la sorella di don Alfonso ma queste rispondono di non sapere niente di tutte quelle storie e che non riescono a spiegarsi il perché dell’omicidio. Invece il fratello Costantino sembra bene informato sulle questioni riservate di don Alfonso e racconta
- Dopo la questione con Clementina Avventuriera, Marco Dionisalvi, il fratello di don Giuseppe, mi chiamò in disparte e mi disse: La prima volta che incontrerò tuo fratello Alfonso gli debbo fare una forte mortificazione perché ha sparlato sul conto di mio fratello. Sono convinto che dietro l’omicidio di mio fratello ci siano i Dionisalvi
Infatti Costantino non perde tempo e scrive al Pretore di Acri per mettere nero su bianco i suoi sospetti sul movente e sui mandanti di quello che ritiene essere stato un omicidio premeditato. E per arrivare al sodo spargere un po’ di fango è sempre utile:
Quale la causale del fatto spaventoso?
Il povero ucciso, in un amichevole conversare, avrebbe lamentato alcune sue punizioni avute dal Vescovo, il quale avrebbe lasciato correre che il prete Dionisalvi scherzasse (si badi che si addebitavano atti non gravi) con Clementina Avventuriera, la figlia di nessuno… cresciuta e perduta nel fango delle vie, una ragazza che non ha avuto né scrupoli né pudori, che non ha mai nascosto la sua vita allegra ed avventurosa…
Questo addebito, anche quando fosse vero e avesse colpito e macchiato la purezza di un’onesta fanciulla, non meritava certo la pena di morte. Tanto meno il Palma teneva a tutelare il nome e l’onore… di un’estranea, lui che all’Avventuriera ha spesso fatto mezzano.
Chi dunque aveva interesse a spegnere la vita del Castagnaro?
Non correvano buoni rapporti, anzi esisteva un indomabile odio del prete Dionisalvi verso l’ucciso contro cui, in un momento triste della sua vita, mosse guerra sorda e crudele. Le pretese propalazioni del Castagnaro ledevano non certo lo spento onore della Clementina, ma intaccavano la purezza sacerdotale del Dionisalvi, il quale potette vedere che da quell’addebito sorgesse contro di lui un processo ecclesiastico. Doveva soffocare la voce che serpeggiava in Bisignano e che, accreditata ed ingigantita, poteva esporre il reverendo a punizioni e fastidii. Miglior mezzo per raggiungere questo fine era la intimidazione del povero Castagnaro e la si tentò con l’aggressione dell’Avventuriera il mattino del giorno funesto. La immaginiamo noi una Clementina Avventuriera, levatasi dal suo letto impuro che va a bastonare quegli che le avrebbe attribuito una carezza od un bacio, dato o ricevuto, fra i tanti che ella dispensa e riceve? Chi può mai supporre che una mala femmina si preoccupi che altri gli accresca il numero degli amanti? Interesse a soffocare le prime voci delle nuove gesta dell’Avventuriera lo ha don Giuseppe Dionisalvi.
Ma, secondo Costantino, non essendo stata sufficiente la bastonatura perché don Alfonso ha sporto querela, ecco che il fratello di don Giuseppe si fa avanti e pronuncia parole di minaccia: Non passerà oggi e romperemo il culo a Castagnaro. Ecco che uno zio dei Dionisalvi, Vincenzo Savaglio, sconvolto dalla notizia della querela, si precipita dal Vescovo Salvatore Scanu a riferire non sappiamo cosa contro il Castagnaro. E infine appare sulla scena Francesco Palma che uccide don Alfonso, apparentemente senza un movente. Movente inconfessabile perché esporrebbe con una chiamata di correo non soltanto Clementina ma anche la famiglia Dionisalvi.
Ancora secondo Costantino Castagnaro, per istigazione dello stesso Dionisalvi presso il Vescovo, mio fratello finì col perdere la Parrocchia (decisa dopo il brutale stupro della bambina, è bene ricordarlo) affidata allo stesso don Giuseppe Dionesalvi, ma il Vescovo medesimo onde aiutarlo gli mandava delle messe da celebrare. Qualcuno ha dovuto informare male il menzionato Vescovo perché costui, circa tre o quattro mesi addietro scrisse una lettera a mio fratello dicendogli che non poteva mandargli delle messe perché ne aveva a sufficienza offerte dal popolo. Donde il risentimento di mio fratello e il bisogno di lui di investigare anche la condotta del Dionisalvi per esercitare presso il Prelato superiore la legittima reazione. Circa quattro o cinque giorni prima dell’assassinio, mio fratello Alfonso rincasando, mi narrò che aveva appreso delle notizie gravi sul conto del Prete Dionisalvi e si lamentò con me dicendomi con afflizione:Il Vescovo l’ha soltanto con me che non faccio nulla, mentre gli altri commettono a man salva dei fatti gravied esternò il proposito di scrivere al Vescovo Scanu per metterlo a conoscenza che il sacerdote Dionisalvi era in relazioni intime con la levatrice Clementina Avventuriera. Benché non avesse fatto a me i nomi, mi riferì che aveva cinque testimoni da indicare al Vescovo, al quale avrebbe rivolto la preghiera di interrogarli sotto la santità del Vangelo, ed aggiunse che gli avrebbe ancora osservato che lui aveva accettato con rassegnazione la punizione inflittagli per cui gli venne tolta la parrocchia, ma che desiderava che la giustizia si facesse anche contro gli altri manchevoli. Non è improbabile che sia la notizia venuta all’orecchio del Dionisalvi e quindi dell’Avventuriera la quale, la sera del giorno precedente la commissione del delitto, ebbe con lui un lungo, segreto colloquio nella sagrestia della Chiesa di S. Andrea per come, dopo qualche tergiversazione e reticenza, ebbe ad affermare al Maresciallo dei RR.CC. tal Raffaela Pastore che accompagnò l’Avventuriera in chiesa. Io sono convinto che la lettera inviata dal povero mio fratello al Vescovo costituisca la spinta al delitto.
Accuse gravissime. Ma Costantino non si ferma qui, infatti afferma di avere dei testimoni che avrebbero sentito dire a Clementina dopo l’omicidio: ha fatto bene mio fratello, così doveva fare! E cosa dire sul fatto che alle funzioni religiose rese gratuitamente, come per obbligo, dal Clero di Bisignano in onore di mio fratello, mancò un solo prete, il sacerdote Dionisalvi?
Tutto quadrerebbe secondo questa ricostruzione, ma c’è bisogno di trovare uno straccio di riscontro. Viene interrogata Raffaela Pastore
- Don Alfonso mi incaricò di riferire a don Giuseppe che la relazione tra lui e Clementina era stata scoperta e io glielo riferii. Don Giuseppe mi rispose: “Come lo hai detto a me, dillo pure a Clementina Avventuriera”, così io lo riferii anche a lei e andammo insieme nella chiesa di Sant’Andrea a parlare con don Giuseppe. Lì trovammo Luisa Gencarelli e Teresina Prezioso e don Giuseppe disse di andare a riferire a don Alfonso che quelle non son cose da andare dicendo e consigliò a Clementina di andare a lamentarsi per quella diceria con don Alfonso
Ma chi ha messo in giro la voce che don Giuseppe e Clementina sarebbero stati visti abbracciarsi in casa di Teresa Astola? Raffaela Pastore
- Verso i primi di maggio Francesca Montalto mi narrò che il parroco Dionisalvi aveva abbracciato la levatrice Clementina Avventuriera. Io, a mia volta, lo narrai occasionalmente a Calabria Antonia
- Ma la Montalto vi disse di aver visto con i suoi occhi i due che si abbracciavano? – le chiede il Pretore
- In verità la Montalto mi disse che il Dionisalvi aveva messo un braccio sulla spalla della Clementina per farle una confidenza e poi, insospettita, aggiunse: “Ma che cosa poteva dirle in segreto?”. Nel raccontare quanto avevo appreso dalla Montalto alla Antonia Calabria, io mi servii del termine “abbracciare” per dire che il Dionisalvi aveva preso la levatrice per le spalle, ma non le dissi che tra questi due esisteva una intimità non lecita
- E perché avete assecondato la richiesta di don Castagnaro di andare a parlare con don Giuseppe per accusarlo di una cosa che ritenevate non vera?
- Io gli osservai che non era vero il fatto attribuito a quei due e lui rispose: “Ho i testimoni, ho i testimoni, lo negherà l’Astone la quale si è fregata ancor prima con lui”. Io non eseguii l’incarico e il Castagnaro ritornò una seconda e una terza volta, finché io non mi decisi ad accontentarlo
Ma chi sono questi benedetti testimoni? Nessuno riesce a capirlo. Viene chiesto al Vescovo di esibire i documenti conservati nella Curia che interessano le indagini, ma il prelato rifiuta cortesemente schermandosi dietro il segreto ecclesiastico.
Le voci a Bisignano corrono incontrollate di bocca in bocca e arrivano anche in carcere attraverso una lettera indirizzata a Vincenzo Fucile che suona quasi come una minaccia e inguaia seriamente don Giuseppe, il fratello Marco e lo zio
Caro fratello Vincenzo
Oggi appunto ti scrivo questo biglietto per farti sapere che tua comare Franceschina e tuo compare Umile di mastro Achille ti condannano a te e a tua sorella.
Ti prego di incoraggiare a tuo fratello Francesco di svelare tutto, cioè chi l’ha insinuato per fare l’omicidio che se lui vuol bene di vero cuore a Clementina deve dire la verità perché ha detto a Raffaela la ghieghia che sono state due persone che l’hanno insinuato, perciò pregalo di dire la verità che così liberano a te e tua sorella. Fateci sapere che avete fatto che io mia madre e mia nonna abbiamo detto che a casa ci venne Marco e disse il prettore che se Francesco svela chi l’ha insinuato, a te e nostra sorella vi liberano e a Francesco li condanno due anni, se al contrario nega sempre venite condannati tutti e tre
Benedetto figlio Francesco
Ti fo sapere chi è che ti insinuò, svela tutto chi ti ha detto a fare questo omicidio che tutti i testimoni ci sono andati contrario e se tu non dici la verità statino tutti rovinati che il pretore i testimoni li fa esaminare a varie volte. Ti prego benedetto figlio di svelare che i testimoni hanno detto che Cicco e Marcuzzo ti hanno chiamato e forse ti insinuarono quindi come fu rovinata la nostra casa tu dovrai rovinare altre famiglie e quindi benedetto figlio se mi vuoi bene di vero cuore dici la verità e così tua sorella e tuo fratello saranno liberati e tu sarai condannato a due anni che se tu non dici la verità la nostra casa è rovinata e io la rovino totalmente che qualche notte mi vado a gettare dal ponte.
Ti baciano tutti di famiglia, tua madre Francesca.
Caro compare non puoi sapere il dispiacere che provai non vedendoti quando partisti ad acri che come saprai ero al ponte se tu pregherai a tuo fratello ciò che abbiamo detto ci rivedremo presto
Tuo compare Luigino
Ma non c’è niente da fare, Francesco continua a ripetere la sua prima versione dei fatti, ma sotto le pressioni della famiglia Castagnaro e anche della stampa (Il Mattino 22-23 giugno 1916), le indagini vengono tolte al Pretore di Acri, avocate dal Giudice Istruttore.
L’istruttoria riparte da zero e dai nuovi interrogatori sembra emergere l’estraneità ai fatti di Clementina e Vincenzo Fucile, tanto da portare il Pubblico Ministero a chiederne la scarcerazione. Il Giudice Istruttore accoglie parzialmente la richiesta e scarcera solamente Vincenzo, ritenendo, al contrario, sufficienti gli indizi a carico della ragazza per trattenerla in carcere. La Procura e il difensore di Clementina fanno ricorso contro questa decisione e la Sezione d’Accusa, il 31 luglio 1916, lo accoglie: Clementina torna libera con l’obbligo di dimora a Cosenza. Contemporaneamente la Procura viene subissata da una quantità enorme di lettere ed esposti della famiglia Castagnaro e dell’avvocato Tommaso Corigliano che la rappresenta.
In questo via vai di carte, il Giudice Istruttore pensa che sia il caso di affiancare al Maresciallo Spinola un funzionario di Pubblica Sicurezza e la Prefettura designa il Delegato Francesco Cilento, un funzionario che notoriamente usa modi spicci e che non ha dubbi: don Giuseppe e Clementina sono amanti e dalla volontà di tenere nascosta la loro tresca viene la necessità di sopprimere don Alfonso, cosa che viene affidata a Francesco Palma, altro che delitto d’onore! Esattamente la tesi della famiglia Castagnaro, col risultato che  don Giuseppe, suo fratello Marco e lo zio Vincenzo Savaglio vengono arrestati. Non solo. È evidente che se don Giuseppe e Clementina sono in intime relazioni, la ragazza non può non essere correa del delitto e viene arrestata di nuovo con le stesse accuse. È il 4 novembre 1916 e mentre Clementina viene riportata in carcere, a Bisignano il Consiglio Comunale è convocato per discutere l’unico punto all’ordine del giorno, approvato all’unanimità: Licenziamento della levatrice condotta.
Sebbene il mandato del Delegato Cilento relativo alle indagini sia scaduto, lui continua a indagare, ed effettua, senza alcuna autorizzazione, una perquisizione nella casa di Cosenza dove Clementina risiedeva. La reazione dell’avvocato Fagiani è composta ma durissima
Ill.mo Signor Giudice Istruttore - Cosenza
(…) Ebbi l’onore di segnalare alla S.V.Ill.ma altre dimenticanze e ne ottenni in risposta che deducessi… in udienza le relative nullità. Sono sicuro che se le mie rispettose proteste continuano, per dovere difensivo, ad esserle presentate, le risposte non continueranno ad essere della stessa specie della precedente.
La S.V. permetterà che in questo processo, nel quale gli innumerevoli esposti della parte civile, che pretende di sovrapporsi alla Giustizia e di guidarla (poveretta!) ingombrano tutti i volumi, trovi posto, dopo tanti mesi, una istanza, una sola della difesa, che fino a questo momento ha sempre taciuto.
La difesa Dionisalvi adesso finalmente contrattacca e smonta la prova regina andando a pescare tutte le dichiarazioni testimoniali non prese in doverosa considerazione: la tresca tra don Giuseppe e Clementina
Il Sacerdote Dionisalvi un giorno, trovandosi a passare per la casa di tale Astone Teresa e sapendola inferma, chiese di lei notizia. Ed essendosi in quella abitazione incontrato con l’Avventuriera, in presenza di tutti (e questo non è il contegno di un prete amante) ebbe a dirle: “sai quante cose si dicono a tuo carico?” al che l’Avventuriera rispose: “ma che cosa è che si dice?”. Ed il Dionisalvi, per non parlare in presenza di coloro che erano in quella casa, ponendole un braccio sulla spalla, la chiamò a sé e le riferì le voci che correvano ad opera del Castagnaro. Questo atto innocente è saputo dal Castagnaro, il quale per le pubbliche vie, va affermando che il prete Dionisalvi ha abbracciato l’Avventuriera.
Dopo una proroga alle indagini, ormai è tutto pronto per chiudere l’istruttoria. La Procura del re di Cosenza, contrariamente a quanto pensa il Giudice Istruttore, continua a non essere affatto convinta del coinvolgimento dei Dionisalvi: a loro carico poi gli elementi emersi dalla istruttoria si porgono incerti, contraddittori e tali da non dare sicuro affidamento per un’accusa così grave quale è quella che contro di loro si prospetta. Il funzionario di P.S. con sottile per quanto pericoloso ragionare si affanna a dimostrare che nell’omicidio Castagnaro bisogna distinguere tra istigatori diretti ed istigatori indiretti nel senso che, secondo lui, il Savaglio ed il Dionisalvi Marco avrebbero agito direttamente sull’animo del Palma per eccitarlo al delitto, mentre il sacerdote Dionisalvi Giuseppe sarebbesi limitato a dare incarico per la bisogna ai predetti fratello e zio. E crede ravvisare le prove della istigazione diretta a carico del Savaglio e Dionisalvi Marco nel fatto che costoro avrebbero avvicinato il Palma nel giorno dell’omicidio e tenuto con lui brevi discorsi, dei quali s’ignora peraltro il tenore. Ora non è chi vegga quanto labile sia un’accusa di mandato ad istigazione fondata su tali elementi. Chi può dire quali discorsi abbiano il Savaglio e il Dionisalvi Marco tenuti col Palma? Nulla, proprio nulla ha offerto il processo che valga a far pesare sul Dionisalvi Giuseppe la responsabilità, sia pure morale, dell’uccisione del prete Castagnaro
E di Clementina: Né miglior sorte possono avere i labili elementi raccolti a carico della Clementina Avventuriera. È degno di rilievo che lo stesso funzionario di P.S. che ebbe ad occuparsi del fatto non ha creduto sul serio ad una forma di compartecipazione vera e propria dell’Avventuriera nell’omicidio compiuto dal Palma, il quale fin dalla sera del sabato 20 maggio, precedente il giorno dell’omicidio, non aveva la più bella disposizione d’animo verso il Castagnaro, tanto che fu visto con un grosso bastone fra le mani ed inteso dire, riferendosi al Castagnaro: “Gli devo rompere la chirica”, frase che ripetette l’indomani qualche ora prima dell’omicidio. Tali espressioni rivelano lo stato di animo del Palma fin quasi ‘a momenti prossimi al misfatto da lui compiuto. E dato un cosiffatto tipo e con quelle disposizioni di animo, qual meraviglia se egli siasi, dopo alquanto tentennare, deciso al delitto e, studiandone il momento opportuno, l’abbia con la celerità del fulmine messo in esecuzione? La causale va ricercata nella indole stessa del Palma e nel principio di omertà, per cui bene e spesso si compiono delitti, anche più efferati senza una giusta e proporzionale causa che valesse a spiegarla.
La Procura Generale del re di Catanzaro non la pensa esattamente così e chiede il rinvio a giudizio per Francesco Palma, Clementina Avventuriera, Vincenzo Savaglio e Marco Dionisalvi , mentre chiede il non luogo a procedere per Vincenzo Fucile e don Giuseppe.
La Sezione d’Accusa, a sua volta, decide di rinviare a giudizio solo Francesco Palma e Clementina Avventuriera e di prosciogliere gli altri imputati. È il 15 marzo 1917.
Il dibattimento chiarisce le cose e due anni dopo, il 17 marzo 1919, la Giuria condanna Francesco Palma a 6 anni e 3 mesi di reclusione, di cui 4 mesi condonati in base al Regio Decreto del 21 febbraio 1919 e assolve Clementina.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 26 aprile 2017

LETTERE PER UNA BAMBINA VIOLATA

 Il 24 ottobre 1912 Ortenzina Papa di sette anni viene violentata (Leggi la storia di Ortenzina). Lei sostiene che a stuprarla sia stato don Alfonso Castagnaro, titolare della parrocchia di San Pietro Apostolo a Bisignano e lo querela ma le cose si ingarbugliano e don Alfonso potrebbe farla franca. La popolazione di Bisignano è indignata per questo e protesta vibratamente, anche scrivendo lettere anonime ai giudici per suggerire testimoni e illustrare circostanze. Non c’è differenza di ceto sociale nelle proteste: nobili, ricchi, letterati, poveri analfabeti danno tutti il proprio contributo per denunciare don Alfonso e i genitori della bambina che scagionano il prete.

L’ANONIMO COLTO
(lettera spedita da Bisignano il 21 gennaio 1913 e arrivata a Cosenza lo stesso giorno alle ore 22,00)

Ill.mo Signor Presidente del tribunale Penale di Cosenza
Imprezzo alla turpitudine, alla degenerazione sessuale, un fatto più lubrico e mostruoso si è svolto in questo paese del quale ne ha perfetta conoscenza ed è alla sua illuminata giustizia che la mia parola modesta ma commossa come un’eco fedele fa arrivare al suo cuore l’indignazione, del resto giustissima indignazione di tutto il popolo Bisignanese senza distinzione di classi o di principii.
Illustre Signor presidente, si vocifera, e tutto per opera della donna nefasta e di un padre snaturato, che l’ultima carta del nostro codice mercoledì prossimo sarà bruciata in cotesto illustre Tribunale, in omagio al vizio come la somma del grande Aquinate [si riferisce alla Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino. Nda] sulla piazza di Vitemberg! [si riferisce, probabilmente, alla riforma luterana cominciata con l’affissione delle 95 tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg. Nda] Dicono l’Eustachio e la sua immonda Teodora che il sacrifizio è grande ma il prete, il compare, dovrà essere scarcerato, si scarcerato, perché è un fatto tutto personale che riguarda il santuario della famiglia sul cui vestibolo nessuno à diritto di penetrare impunemente Teodora? Almeno l’antica cortigiana se ebbe merito fu proprio di aver spinto il suo drudo a mettere ordine alle leggi, opera veramente gloriosa e imperitura che in certo modo attenua la sregolata esistenza della moglie di Giustiniano. E che dire di questa Immonda Teodora che spinge il marito a demolire le basi di una morale Santa? A sperperare le carte di un diritto incorruttibile? A si Signor presidente, se il diritto è incurruttibile, questo marito modello è stato corrotto! È vero, sono cose che ripugnano a credersi, ma… pure è così: questo immondo uomo se pure può chiamarsi uomo, è stato comperato. Questo, Illustre Presidente, è quello che ha indignato non solo un paese, ma un’intera provincia. Si possono avere degli uomini che vendono e sfruttano le proprie mogli, si possono avere degli uomini che possono vendere e sfruttare le proprie figlie ma mai, mai, si è riscontrato nella tradizione e nella storia che un padre abbia venduto e sfruttato un angelo, che abbia lui stesso con mano sacrilega sfogliato ad uno ad uno e gettato nel fango i petali di una corona virginale. Si rabbrividisce, si fa la pelle d’oca, ma intanto questa è la realtà, nuda, straziante realtà, una nuova forma di degenerazione che meriterebbe lo studio accurato e paziente di Lombroso! Illustre Signore, lo guardi attentamente mercoledì questo novello Erostrato del nostro codice Penale dalla persona tozza e ributtante a cui potremmo applicare quei versi del Carducci “in canin ceffo occhio porcino/ se ti baciasma onora e se ti loda insozza [i versi originali del Carducci sono: in canin ceffo occhio porcino/Se biasma, onora; quando loda, insozza. Nda]” e se i lui continua a lodare l’illustre compare, l’illustre stupratore di sua figlia.
Ma lei, onesto e giusta personalità del foro cosentino, dovrà stimmatizare in costui figura veramente losca di lupanaro il vizio il tempo grezzo che pende sul suo capo come una maledizione divina, Giuda ebbe a vindice del suo tradimento la coscienza e recatosi nel sinedrio scagliò in faccia ai sacerdoti il misero argento che aveva comprato Cristo; questo novello Giuda non ha nemmeno questa coscienza è lui designato dalla giustizia di Dio a fare vendetta mentre il trupeluno resterà l’eterno carnefice di quell’anima vile.
Tutti da lui aspetta giustizia un popolo offeso nella parte più nobile, nell’onore, nella stima, nella moralità che deve formare l’arco santo di ogni popolo di ogni paese. Morte, morte illi in mondo che sfronda fino all’ultima foglia una candida rosa che annega nel fango l’onore di un paese.
Illustre presidente il mio è il grido di tutto un popolo, di tutte le coscienze di tutte le età, di tutti gli onesti: morte al drudo che non merita di essere chiamato col dolce nome di padre; levate una buona volta la candida colomba dalle unghie del falco e Iddio prospera i vostri figli, la vostra carriera.
P.S. L’Eccellenza vostra non deve tenere conto delle informazioni mandate da questo comando dei carabinieri poiché tali informazioni sono state mandate favorevoli a mezzo di un carabiniere che regge provvisorio la nostra stazione perché il carabiniere strettissimo amico con un certo Gaetano Russo, usciere di Conciliazione che è compare del Castagnaro, ma se le informazioni fossero stete chieste ai gentiluomini e alle persone dabbene avrebbero visto V.E. quanto ben di Dio gli fosse risultato.

L’ANONIMO FINTO IGNORANTE
(lettera spedita l’11 febbraio 1913 da Bisignano e arrivata a Cosenza lo stesso giorno alle 13,22)

Illustrissimo Signor Giudice Istruttore
Se lagiustizia vostra vuole veramente accertarsi del comercio che aveva il pretascio Castagnaro con la sua commare Annuziata Cosenza dovrà citare i seguenti testimoni Filomena Petti, Bombina Maiuri domandari a questi due quanto e come si sono svolti i fatti quanto la Cosenza voleva salvare il Signor compare dicento che il maledetto porco aveva fatto quel danno alla discraziata Ortenzina Papa in una parola questi due testimoni sanno tutto de commercio che avevano il compare e la commare. Unaltro testimoni inportante è Umile Bruno falegname al quale dovete somantare della forte gelosia che aveva il Castagnaro. Vincenzo Benedetto che e perla seconta volta citato questo intividuo quanto doveva sposare la cognata di Cosenza, Carmela Papa, lui andava sempre in casa della Cosenza e ci trovava sempre il Prete sia di notte che di giorno e nella stagione di està si caccia la zimmarra e il matinè il Benedetto viene costà accompagnato dalla madre come la volta passata per istigarlo di non dire la verità perché la madre amicissima della famiglia Castagnaro, e i mestatori non mancano e cercano con ogni modo lecito o illecito far tacere i testimoni i quali sono più che convinti che il vero autore di tal misfatto è Castagnaro; ne è pruova che nessun alibe e stato potuto trovare e siatene pur certo che se tanto avesse potuto farsi non sarebbe mancato un secondo. Cristo si attente giustizia e un popolo intero vive sicuro che le leggi italiani non saranno infrante.


(lettera spedita l’11 febbraio 1913 da Bisignano e arrivata a Cosenza lo stesso giorno alle 13,22. La grafia è molto simile a quella della lettera precedente)

Signor Presidente
i testimoni che vencono costà sanno tutto e se voi li mettete ale strette dicono la verità sulla tresca che regnava tra l’integno prete Castagnaro e la sua druda e lui il reio e la giustizia non deve stancarsi a lasciare inpunito tale misfatto vi avviso che il fratello di Castagnaro e la druda non appena anno saputo che dovevano venire i testimoni sono andati accasa a pregarli di nascondere avanti la giustizia. Vincenzino Nicoletti e cognato a la druda Annunziata Cosenza e viene bene preparato per salvare il signor compare. Angiolo Fusaro stretto amico del Castagnaro ed ex discepolo sa tutto però tace ma si voi non donate il giuramento tutti negano Pasquale Barone Antonio Gentile Ferdinando Alitto presente testimoni alla resistenza della querela la disgraziata ragazza due volte si rifiutò di pentire la querela e la brutta madre la minaciò che la faceva mettere in carcero e questi se ne tornarono indietro dopo due ore andarono a chiamare lassesore Vingenzo Giglio speriamo che questi tre testimoni dicono la verità però voi dovete costringerli; tutto il paese vorrebbe venire a testimoniare perché questi che vencono ora la magiore parte sono vincolati di strettissima amicizia col Castagnaro e se non date il giuramento e tutto nutile che dicono aspettiamo la verità tutto il paese [vuole]giustizia.

IN TRIBUNALE
(lettera fatta pervenire a mano durante il dibattimento)

Illustrissimo Presidente
Come un fulmine si è appreso il sollecito per la causa dell’immondo prete stupratore, detrattore di un intero paese. Si dice che sarà assoluto e questo è un fatto che demoralizza la illustre corte di cosenza. assolvete chi ha versato a piene mani il fango sul volto di un intero paese, su tutta la casta sacerdotale. Ci saranno parecchi testimoni a discarico fra i quali i solitio farabutti che hanno fatto tanto contro castagnaro che ora passano dalla parte difensiva e verranno a deporre bene dell’assassino immondo. Tra i molti un certo Giuseppe Molino e figlio, due esseri venali capaci di tutto perché tutte le arti lecite e illecite esercitano senza scrupoli o rimorsi. Due testimoni onesti e buoni che potranno molto illuminare la giustizia sono Antonio trotta e moglie. Questi, stretti da vostra signoria, diranno tutto e quel che più una circostanza che loro solo sanno ed è il punto vitale della questione. Si cerca di pigliare in contraddizione la ragazza perché ha detto che fu stuprata dal prete mentre parecchi testimoni , buoni e affettuosi testimoni, diranno che la ragazza non andava mai a casa del compare. La figlia di Antonio Trotta vide lei impersona, cioè la ragazza, proprio nel giorno del reato a casa del prete e questa è l’indagine scrupolosa che deve fare vostra signoria e contrapporre la donna al mustazzuto Serra (si riferisce all’avvocato Nicola Serra. Nda) che tanto a cuore ha pigliato il cliente. Un testimone e perito cosciente e onesto è il dottore Vita. Cercate di non farlo scappare perché lui è dispiaciuto di essere citato prima perché compare al prete immondo perché teme che tutto ciò che dirà sarà di somma rovina al compare.
Il Vita col giuramento potrà illuminare la giustizia perché fu a lui che Castagnaro la mattina che seguì il fatto pregò che non essere fatto verbale e curò di dimordere in mille maodi ma il Vita cosciente e onesto non volle acconsentire a tanto e allora il prete accorato e pieno di paura andò in caserma a pregare il brigadiere ma anche questi fu sordo. Il dottore Vita è un testimone prezioso come pure i coniugi Trotta di quelli del discarico tutti venali e prezzolati. Si faccia giustizia perché la vuole tutto il paese. Costui assoluto continuerebbe a fare il parroco e che parroco e che moralizzatore e a voi che questo compito spetta siamo sicuri che lo disimpegnerete bene come lo vuole Iddio e la verità che vuole giustizia  e non grideranno viva e il nostro paese vi sarà sempre caro, carissimo e lo benediremo[1]
Sappiamo come andarono le cose…



[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 24 aprile 2017

DON ALFONSO E LA BAMBINA

Sono quasi le 8,00 di mattina del 25 ottobre 1912 quando la domestica del dottor Giulio Vita di Bisignano bussa alla porta della caserma dei Carabinieri per consegnare un biglietto al Vicebrigadiere Lorenzo Fusco il quale, messosi comodo alla scrivania, lo legge storcendo la bocca
Ieri sera, verso l’avemaria, fui chiamato per visitare la bambina Ortenzia Papa di Eustachio di anni dieci circa, abitante nel vico della Piazza, vicino al palazzo dei Signori Trentacapilli.
Sia per l’ora tarda e sia perché io avevo la febbre e la bambina non si prestava molto, non ho potuto rilevare minutamente le lesioni che presenta ai genitali, dovute certamente all’introduzione di corpo estraneo in vagina, da cui veniva fuori sangue che aveva sporcato le cosce e la camicia. Non mi sono accorto di macchie sospette.
Ne avverto la S.S.Ill. stamane, non avendolo potuto fare ieri sera perché la febbre non me lo ha consentito.
                                                                                  Dottor Giulio Vita
- Capasso! Preparati che usciamo! – urla il Vicebrigadiere, consapevole che il giorno è cominciato malissimo.
- Ieri pomeriggio stavo uscendo dall’orto con una mia compagna quando un maiale mi ha fatto cadere a terra mettendo le zampe nella vagina e mi ha fatto male – racconta Ortenzia, che non ha dieci anni come pensa il medico ma solo sette, ai militari che l’ascoltano increduli a bocca aperta. Poi chiamano l’amichetta che conferma la versione dei fatti e una vicina che avrebbe visto il maiale passare sopra il corpicino e che dice di averla riaccompagnata a casa e di averla affidata a una zia che l’ha pulita e cambiata.
Al Vicebrigadiere quella storiella non suona bene in primo luogo perché la ragazza non presentava nella persona alcuna traccia di lesione e pure perché era assurdo ritenere che il maiale, di sopra le vesti, avesse introdotto il piede nelle parti genitali.
Essendo il delitto avvolto nel più fitto mistero e non avendo indizi per ritenere qualcuno colpevole, Fusco decide di avvisare subito il Pretore per coordinare le indagini. Indagini che, in sostanza, si riducono a chiudersi in una stanza con la piccola Ortenzia fino a che non si decide a rivelare l’identità del maiale, perché di un maiale a due zampe si tratta. Così, dopo vive insistenze, la bambina racconta
- Dacchè mio padre, nel marzo decorso, è emigrato in America, in casa à cominciato a bazzicarvi un prete… don Alfonso. Venendo in casa questo prete à cominciato a trastullarsi oscenamente con me, regalandomi degli oggetti, dei soldi e facendo di ciò accorgere tanto mia madre che mia nonna, sotto i cui occhi il prete mi toccava le parti genitali. Spesso mi portavo in casa del prete dove mi facevano fare la calza ed il giorno 24 decorso vi andai di mattina e subito dopo le 12; il prete mi condusse nella sua camera da letto dove… – la voce di Ortenzia comincia a essere rotta dai singhiozzi – scoperte le mie vesti cominciò a strofinare il suo pene alle mie parti genitali tanto da bagnarmi con un liquido lattiginoso. Nel pomeriggio, poi, mi condusse nella sua stanza che chiuse ermeticamente e, dopo di avermi posta supina sul suo letto, a viva forza, introdusse nella mia fica il pene sì violentemente da farmi emettere delle grida altissime e da provocarmi atroce dolore… mi usciva il sangue… Alle mie grida non accorse nessuno perché la sorella del prete era affaccendata in una camera lontana da quella in cui io fui rinchiusa e violentata
- E poi? – le chiede il Pretore, imbarazzato. Il cancelliere posa la penna, tira un sospiro di sollievo e si asciuga la fronte imperlata di sudore freddo. È uno sforzo immane tradurre le parole smozzicate e piene di dolore della bambina nell’asettico linguaggio burocratico
- Mi faceva male tutto e avevo paura ma corsi a casa mia ove trovai mia nonna cui raccontai l’accaduto e mostrai la camicia intrisa di sangue e le mie parti genitali da cui fuoriusciva del sangue; “non nominare il prete” mi ordinò e mi consigliò a dire che un maiale, rovesciatami per la via, mi aveva arrecato quelle lesioni. Ebbi tolta la camicia bagnatami dal prete, che fu posta a lavare
- Don Alfonso non ti ha detto niente?
- Il prete, dopo avermi violentata, mi ha pregato di tacere tutto, regalandomi due soldi
- Lo hai visto dopo il fatto?
- Il prete, dopo il fatto, si portò in casa nostra e parlò a lungo dell’accaduto con mia nonna e poi attribuendolo, anzicché alla propria nefandezza, al maiale, esortandomi a dire sempre che il maleficio mi era stato causato da esso
Il Pretore si consulta col Vicebrigadiere e decide che la cosa migliore da fare, prima di compiere passi avventati, sia quella di mettere a confronto Ortenzia con sua nonna e cercare di avere le conferme che aspettano per potere procedere contro il quarantatreenne don Alfonso Castagnaro, parroco di San Tommaso Apostolo. E le conferme arrivano dai particolari, soprattutto quel “non fare il nome del compare Castagnaro”, che Ortenzia rinfaccia a sua nonna che, comunque, ha cinicamente tutto negato. Due Carabinieri bussano alla porta del prete e, con discrezione, lo accompagnano in caserma dove deve rispondere a domande imbarazzanti per la veste che porta
- Ammetto di essere stato in buone relazioni con la famiglia di Eustachio Papa che mi ha incaricato di comprare una casa alla moglie.
- Avete rapporti di comparaggio?
- Ho tenuto a battesimo tanto la bambina Ortenzia che il figlio più piccolo. La casa di Papa io la frequentavo, ma da otto mesi non più bazzicavo. Ortenzia non è mai stata in casa mia. La sera del 24 fui chiamato in casa Papa, vi andai e mi fu raccontato che il maiale aveva prodotto le lesioni alla bambina. Dissi solo alle donne: Esponete il fatto così come è accaduto e dite che il maiale ha arrecato le lesioni alla bambina, se il maiale risulta avergliele prodotte
- Sapete se prima di voi c’era stato il dottor Vita?
- Non mi risulta
- Avete fatto qualcosa con la bambina? Vi siete trastullato con lei? L’avete violentata?
- Nego di essermi trastullato oscenamente con la bambina e di averla violentata
- Va bene, vi potete accomodare nell’altra stanza – lo congeda il Pretore il quale rimane da solo con il Vicebrigadiere per fare il punto della situazione. Bisogna ascoltare ciò che ha da dire la mamma della bambina che è a letto ammalata
- Mi querelo contro chi risulta autore dello stupro commesso ai danni di mia figlia – è la dichiarazione, equivoca, che fa la donna.
Equivoca o meno che sia la querela della madre di Ortenzia, don Alfonso e la nonna della bambina finiscono in carcere.
Poi, dopo quattro giorni, accade che Annunziata Cosenza con sua figlia Ortenzia Papa va dal Sindaco di Bisignano a sottoscrivere un Verbale di desistenza dalla querela sporta dalla bambina davanti al Pretore perché il difensore di don Alfonso presenta un esposto nel quale afferma che a violentare Ortenzia è stato tale Leonardo Trotta, un bambino, la cui madre avrebbe istigato Ortenzia a fare il nome del sacerdote e chiede la scarcerazione del suo assistito.
Il Pretore non ci sta e scrive al Pubblico Ministero una relazione con parole durissime: Costei ha rivelato d’essere stata contaminata dal prete e suggestionata dalla nonna a mentire in favore di lui. Si è ricercato ancora che tra il prete e le donne erasi confabulato in casa di costoro, dopo il fatto, ch’erasi influito sul medico Vita per omettere il referto od attenuarlo, ch’erasi tentato d’influire presso l’Arma dal prete stesso. Ho disposto l’arresto del Castagnaro e della Gervasi Caterina e, interpellata la madre della vittima, ha simulato di sporgere una querela contro chi risultasse… Dopo di che l’imputato, per organo della difesa, ha fatto denuncia a carico del bambino trotta, evidentemente deviatrice e la querelante Cosenza, sollecita, ha comunicato l’atto della propria desistenza non che quello di autorizzazione della minore alla remissione.
Io di tali atti non ho portato a notizia dell’imputato, avvisando l’inefficacia d’una remissione che vuolsi fatta, in nome della patria potestà, laddove essa spiega la connivenza con l’offensore e, per ciò, l’opportunità di sentire il padre della vittima.
Il Pubblico Ministero concorda ordinando una rogatoria negli Stati Uniti e dispone il mantenimento di don Alfonso in carcere, mentre dispone la scarcerazione di Caterina Gervasi perché il reato di favoreggiamento non consente mandato di cattura.
Il maldestro tentativo operato dalla madre di Ortenzia di salvare don Alfonso con l’illegittima remissione di querela provoca il diretto intervento del Procuratore del re di Cosenza il quale chiede alla 1^ Sezione Civile del Tribunale di nominare un tutore per la bambina, in attesa dell’esito della rogatoria. L’istanza del Procuratore del re è accolta e viene nominato tutore l’avvocato Giuseppe Dodaro, ordinando nello stesso tempo che Ortenzia sia momentaneamente tolta dalla casa paterna per essere collocata e affidata in luogo o presso persone di fiducia del tutore.
Il primo atto dell’avvocato Dodaro è quello di confermare la querela contro don Alfonso Castagnaro e si scatena una guerra di ricorsi e carte bollate tra i difensori del prete che ricorrono più volte contro la decisione di nominare un tutore e i Giudici che rigettano altrettante volte i ricorsi.
Nel frattempo, siamo ormai quasi alla fine del 1912, Eustachio Palmino Papa torna dall’America, si presenta nell’ufficio del Giudice Istruttore di Cosenza e sorprende tutti rimettendo la querela nei confronti del prete.
È un colpo durissimo per il Pubblico Ministero che si vede costretto a chiedere di dichiarare estinta per remissione l’azione penale nei confronti del prete e la sua conseguente scarcerazione. La popolazione è indignata e protesta vivacemente; arrivano lettere anonime al Tribunale di Cosenza e al Procuratore Generale del re di Catanzaro:
Ill.mo Signor Procuratore – Catanzaro
Oramai dopo tanti anni di America, dopo aver lasciato la moglie in balia del Parroco Castagnaro, il quale non ostante di essere riuscito a farla sua concubina, dopo aver svirginato la sua sorella, riuscito perfino a violare la sua figlia Ortensina di sei anni, ritorna finalmente Eustachio Papa in casa con la speranza di un popolo intero, aspettando che facesse giustizia vendicandosi di tanto danno avvenuto per opera di questo parroco Castagnaro.
Ma la speranza di tanta popolazione venne meno perché, ritornato il Papa alla sua casa, dimentica ogni cosa e goda piuttosto gli abbracci e i baci della sua brutta consorte, la quale seppe con gli sguardi e con una forza ammaliatrice convincere e persuadere il marito in un sol momento. Si, furono le carezze, Signor Giudice, che il marito Eustachio Papa dimentica ben presto l’offesa fatta a lui, alla sua famiglia e alla sua figlia, cosa che a noi ci fa ribrezzo ed orrore soltanto a sentirne parlare. La venuta dall’America di Eustachio Papa in mezzo a noi è soltanto per liberare il suo compare Castagnaro dalle carceri e contentare la sua prostituta moglie, perché vuole libero il suo amante. Mi perdona, Ill.mo Signor Giudice, se Le faccio una domanda? Mi dice chi rimane a difendere l’innocenza se i genitori di cotesti sventurati non si curano di difenderli? Chi farà valere i suoi diritti se la giustizia dovrebbe rimanere soffocata sol perché i genitori non vogliono? Come mai potrà la giustizia mandar libero ed assoluto un reato così brutale e non mai successo finora in nessun secolo? Non è forse un grande rimorso nell’animo di quel magistrato che non piglierà parte alla difesa di una causa santa e giusta? No, Ill.mo Signor Procuratore, la sua coscienza non dovrà infangarsi né ammacchiarsi con deliberare il reo Castagnaro assoluto giacché un popolo intero aspetta con ansia la pena dovuta al reato commesso, altrimenti le grida di un popolo andranno per tutto il mondo chiedendo giustizia per questa colpa commessa.
La signoria Vostra saprà ben ponderare e far valere i diritti tutti a favore della disgraziata bambina, la quale, sebbene ancor piccina, conobbe il gran male che le ha fatto Castagnaro e interrogata dal pretore di Acri e dal sindaco ed altri ha ripetuto e ripete <<voglio dargli querela, voglio dargli querela>>.
La farò consapevole ancora, Signor Giudice, che Eustachio Papa, il padre di Ortensina, si ritira la querela data al parroco Castagnaro per motivi di interessi: salvare il suo compare per salvarsi anche lui. Malamente vuol agire, Signor Giudice, il nostro Eustachio Papa e forse anzi neppure un Abissino nei deserti dell’Africa arriva a tanta crudeltà e brutalità, cioè che il padre non difende l’onore della figlia in così tenera età per iscopo di denaro, cosa da disprezzarsi e non approvata dagli animali irragionevoli.
Le ricordo pure che la madre dietro tante minacce alla fanciulla desistette la querela e la fanciulla non curando le minacce ha sempre detto di querelarlo alla presenza del sindaco!
Ma ci sono degli inghippi: se per don Alfonso il futuro sembra positivamente segnato, altrettanto non può dirsi per la mamma e la nonna di Ortenzia che rimangono imputate di favoreggiamento perché il reato di violenza sessuale, inequivocabilmente, c’è stato anche se non perseguibile d’ufficio; è vero che il padre di Ortenzia ha rimesso la querela sporta dalla bambina, ma è pur vero che lo ha fatto mentre questa era – ed è ancora – sotto la custodia del tutore nominato dal Tribunale.
Ed è a questi inghippi che la Camera di Consiglio si aggrappa per argomentare sulla scarsa moralità delle due donne e anche su quella del padre di Ortenzia e ribalta la situazione:
(…) Considerato che a questa opera nefanda si unisce il padre, che dopo aver trascurato i suoi principali doveri e abbandonata la sua creatura desiste dalla querela.
Ritenuto che deve spiegare efficacia la istanza di punizione della bambina e la conferma della querela del tutore, fatta quando la parte lesa era prima di chi esercitava la patria potestà, mentre non è giuridicamente esecutiva la desistenza fintanto che fermo rimane il provvedimento del Tribunale.
In difformità del richiesto del P.M.
Dichiara inefficace la desistenza della querela fatta da papa Eustachio ed ordina completarsi l’istruzione a carico del Castagnaro Alfonso e di coloro che sono, in qualsiasi modo, concorsi nel delitto medesimo.
Rinfrancato, il Pubblico Ministero intenta una causa civile contro i genitori di Ortenzia per togliere loro la patria potestà e il 29 gennaio 1913 il Tribunale gli dà ragione. Adesso si corre velocemente verso la richiesta di rinvio a giudizio per i tre imputati, richiesta che viene accolta il 21 marzo 1913 ma con una piccola modifica: a don Alfonso viene tolta l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso delle relazioni domestiche.
Nel frattempo i genitori di Ortenzia ricorrono per ben altre due volte contro il provvedimento che toglie loro la patria potestà sulla bambina ma il Tribunale mantiene sempre fermo il suo provvedimento, rigettando entrambi i ricorsi. Ricorre anche don Alfonso che ritiene valida la remissione di querela fatta dal compare Eustachio Papa, ma anche in questo caso il Tribunale tiene duro e rigetta il ricorso.
Poi, il 12 maggio 1913, accade l’imponderabile: il tutore di Ortenzia, avvocato Giuseppe Dodaro, si presenta alla Cancelleria dell’ufficio di Istruzione del Tribunale di Cosenza munito di un foglio di carta bollata e davanti al cancelliere compila un verbale di remissione di querela nei confronti di don Alfonso, che accetta. Adesso non c’è più niente da fare, non ci sono più scappatoie legali che consentano di resistere all’opera di convincimento operata dalla famiglia Castagnaro e ai giudici non resta altro che dichiarare estinta l’azione penale nei confronti del prete, il quale viene subito rimesso in libertà, ma la nonna e la mamma della bambina, come la prima volta, restano in carcere in attesa di giudizio per favoreggiamento.
Il dibattimento inizia il 21 aprile 1914 e per prima viene sentita Ortenzia che ritratta tutto
- Il male che ho subito me l’ha prodotto il maiale e non è vero che io per eccitazione di mia nonna e mia madre avessi così detto per salvare il prete Castagnaro
 Il dottor Giulio Vita che compilò il primo referto medico conferma la sua diagnosi e aggiunge dei particolari favorevoli al non più imputato don Alfonso
- Dalla constatazione fatta in ordine alle lesioni, rilevai che dovettero essere prodotte da un membro relativamente piccolo ed ebbi l’impressione che si fosse trattato di uno stupro ad opera di un ragazzo da 11 a 12 anni precocemente sviluppato
- In mia presenza la bambina Ortenzia accusò un ragazzo, tal Leonardo, autore della violenza – giura Maria Morrone
- Dopo l’arresto del Castagnaro si ebbe a dire che fosse stato mio figlio Leonardo, in allora di 7 anni, a violentare la bambina. Mi dispiacqui dell’ingiusta accusa fatta al mio bambino ma non mi recai in casa della Cosenza per chiedere a lei od alla madre Gervasi spiegazioni di quella diceria – dice la madre del piccolo Leonardo
- Quando il Carabinere Capasso si era recato al telegrafo portando il mio telegramma diretto al Pretore di Acri – racconta il Vice Brigadiere Fusco – gli si era avvicinato il prete Castagnaro e lo aveva richiesto di ciò che io avessi fatto d’indagine in ordine all’accaduto della bambina e che non avendo avuto risposta dal Capasso, il prete Castagnaro aveva conchiuso col dire che io non dovevo interessarmi della cosa perché era stato un maiale a produrre il male alla bambina e che in ogni caso i familiari della Papa, per l’accaduto, non avrebbero sporto querela a chicchessia
- Come fu che la bambina raccontò del prete Castagnaro? – gli chiede il Pubblico Ministero
- La bambina, dopo aver ripetuto l’accaduto del maiale, disse che era caduta facendosi male ai genitali urtando contro un pezzo di legno che era per terra, ma noi insistemmo e facemmo il nome del prete Castagnaro, sia per quanto aveva riferito al Carabiniere Capasso sia perché scoprimmo che il prete frequentava la casa della bambina, ed al nome del prete la bambina rimase come interdetta e noi incominciammo a fare delle domande se il Castagnaro avesse fatto in questa od in quell’altra guisa ed alle nostre domande la bambina dapprima incominciò a rispondere con monosillabi affermativi, poi con frasi ed alla fine la invitammo a ripetere il racconto completo ed essa lo ripetette
Interrogata nuovamente, Ortenzia nega ancora ogni cosa ma ormai i giochi sembrano fatti. Il 16 gennaio 1915 la Corte d’Assise di Cosenza dichiara le due imputate colpevoli del reato di favoreggiamento commesso in Bisignano nei giorni 24 ottobre 1912 e seguenti, per avere aiutato il sacerdote Alfonso castagnaro, imputato di violenza carnale commessa sulla bambina Papa Ortenzia settenne, ad eludere durante l’istruttoria nel relativo processo le investigazioni dell’autorità, inducendo la detta bambina Ortenzia Papa ad affermare che le lesioni su di lei riscontrate fossero state cagionate da un maiale e le condanna entrambe a 3 anni di reclusione.
La Corte d’Appello di Catanzaro, accogliendo parzialmente il ricorso delle imputate, concede le attenuanti generiche e riduce la pena a 10 mesi di reclusione, poi applica il fresco condono del 27 maggio 1915 e la pena è azzerata. L’onorevole Nicola Serra, difensore delle due donne, non è contento perché vuole l’assoluzione piena e ricorre per Cassazione la quale, il 3 aprile 1916, rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti al pagamento delle spese.
Se don Alfonso si è salvato da una sicura sentenza di condanna e dalla relativa pena per la sua orrenda colpa, non gli va così bene dal punto di vista ecclesiastico: il Vescovo della Diocesi di San Marco Argentano (da cui in quell’epoca dipendeva il comune di Bisignano), Salvatore Scanu, gli toglie il beneficio della parrocchia di San Tommaso Apostolo e lo affida a un giovane parroco, don Giuseppe Dionisalvi, ma non lo allontana dal paese così nuovi, grossi guai stanno per abbattesri su Bisignano…[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 21 aprile 2017

IL MOSTRO DENTRO CATERINA di Matteo Dalena

Napoli, 28 settembre 1845. «Confuterò ogni vostro dubbio. La mostruosità esiste in natura e dimora nel corpo di questa donzella», esclama il medico calabrese Pasquale Manfrè - professore sostituto nella cattedra di medicina pratica nel Real Collegio medico chirurgico in Napoli - nella nona tornata del Settimo congresso degli scienziati italiani. Quanto pesa un mostro? Quattrocento ducati. Tanto mette sul tavolo il professore di Gerace nel lanciare un «pubblico bando». Una sfida giocata sul corpo di una «povera donzella» di Calabria Ulteriore. Ma chi è costei?
IL NEMICO RIBELLE | Caterina Vitale nasce nel 1824 in un paesino chiamato Iatrinoli (oggi Taurianova) nel distretto di Palmi da «onesti genitori di ottima costituzione e di valida salute». Dalla culla fino ai dieci anni di età la vita di Caterina è un inferno. La bimba avverte «dolorose sofferenze più sensibili sempre segnatamente all'addomine» ma i medici non riescono mai, in nessun modo, a determinarne la sorgente. Poi, «vicina a compiere il secondo lustro», improvvisamente la bimba comincia ad espellere lunghi pezzi di tenia solium, in altri termini, verme solitario. I medici «gridando al nemico scoperto» sono speranzosi: con le giuste cure Caterina sarebbe guarita presto. Speranza vana. Col passare dei giorni «molti e lunghi pezzi di quell'ospite importuno vennero fuori». Una cosa strana ma non preoccupante, assicurano medici: la bimba deve aver pazienza perché «la comparsa dei mestrui» porrà fine alle sofferenze determinate da quel «nemico ribelle». I mesi passano e Caterina diventa donna ma quella forza sconosciuta entro di lei è causa di sofferenza e rassegnazione:
Adunque senza più aprire il cuore alla speranza, all'arte più non credendo, perché all'arte avea indarno ricorso, ed ormai accostumata al dolore, decise la Vitale di tirare innanzi la vita, divenutale pesante, lontana d'ogni qual siesi mezzo terapeutico.
L'IMPORTUNO OSPITE | L'inimmaginabile si manifesta a partire dal mese di maggio del 1843. Caterina ha 19 anni quando comincia ad essere preda di «crucciantissime nevrosi, e spesso dell'emiplegia». Le crisi violentissime durano per settimane intere, poi come sono venute improvvisamente si dileguano. Ma già da un anno, dopo un periodo di «effimera calma» - annota il dottor Manfrè -  «per le narici, per la bocca e per il podice vennero fuori spontaneamente altri pezzi di tenia». Dopo pochi giorni Caterina è afflitta da «acutissima otalgia» ad entrambe le orecchie seguita da «molesto prurito». Consigliata forse dalla madre, Caterina prova ad introdurre nelle proprie cavità acustiche uno spillo. Ciò che ne viene fuori è scioccante: «Un giorno in mezzo a spasimi crudeli trasse fuori un pezzo di tenia alquanto putrefatto». Non solo tenia. Nei giorni successivi dalle stesse cavità i medici che l'hanno in cura estraggono:
Ascaridi lombricoidi, or vivi or morti, di cui uno tuttora vivente, che aggomitolato più volte offriva un dì all'anzidetta apertura la parte media del suo corpo, e non pochi spasimi costò il trarlo fuori.
Ma non è ancora tutto. Nel documentare ai colleghi il caso di Caterina Vitale, il dottor Manfrè avverte: «Signori, ciò che avete udito potrà per avventura non sorprendervi: ma vi sorprenderà certo ciò che vi rimane da sentire». Dai canali acustici della ragazza «moltissimi pezzi d'ossettini umani di diversa forma vennero fuori nell'indicato modo» a volte grossi più d'un pollice la cui fuoriuscita è spesso preceduta da «uno scoppio interiore più o meno violento ed avvertito dall'inferma solamente». Le ossa sono piccole e bianchissime «di rado un po' macchiate di sangue, secche, sempre calde, e talvolta assai scottanti». La notte del 30 maggio del 1844 accade l'indicibile. Caterina viene svegliata da soffocante dispnea (o fame d'aria), accompagnata da «acutissimo dolore nella mucosa delle fauci prodotto da immobile corpo estraneo arrestatovisi». Ma Caterina dormiva, non può aver ingerito qualcosa. Quel "qualcosa" viene da dentro:
Dopo lunghi sforzi e lacerazioni - racconta il dottor Manfrè - estratto con le dita della sofferente era… un femore di feto umano indubitatamente al di là dei nove mesi.
Nei giorni successivi in mezzo a coliche violente, gastralgie, punture in diverse regioni del tronco e «scoppiettio quasi incessante in tutte le articolazioni, avvertito anco dagli astanti», dal corpo di Caterina vengon fuori altre ossa di grandezza variabile ma tutte appartenenti alla classe delle lunghe.
 LA SFIDA | Terminata la storia clinica di Caterina Vitale, il dottor Manfrè passa alle conclusioni sbracciandosi innanzi alla folta platea dei medici napoletani: «La donzella portò rinchiuso in sé sin dalla sua generazione un parto umano, che poscia mortovi quando era poco più del mese nono, ne avesse all'età di dieci anni cacciate via le picciole osse, ed altre parti per la bocca per le narici per le orecchie». Quella mostruosità umana stranissima - come la definisce il medico calabrese - «visse in lei» perché le ossa si mostravano sviluppate e quindi non possono appartenere a germe rudimentale informe». Ma è possibile - chiede qualcuno - che quel feto giacesse incognito in lei senza manifestare la sua esistenza? E in quale sito? Nelle viscere addominali - risponde Pasquale Manfrè - per gli svariati sintomi dolorosi che vi si mostrarono sin dalla prima infanzia.  Il caso è chiuso: trattasi di «infetamento congenito». L'incredulità s'impadronisce degli astanti. Qualche mormorio, poi Manfrè riprende la parola.
Faccio solenne e pubblica promessa di porgere un premio di ducati 100 per que' che arrivasse ad indicare un fatto identico in qualunque scrittore, di qualunque epoca, di qualunque nazione, e parimenti ducati 300 per coloro, che mostrassero impostura, nel fatto che assicuro di esser reale ed innegabile.
La sfida è lanciata. Finita per via di quella mostruosità umana stranissima dimorante nel suo ventre nei manuali di teratologia umana e negli almanacchi di eventi extra ordinari, nessuno sembra curarsi più di Caterina Vitale. Anzi no. Ci ritorna telegraficamente il Manfrè che, assicurati i colleghi sulla salute in miglioramento, si dimostra scientificamente interessato a ben altro affare: «Ella è tuttavia nubile e vergine, siccome asserisce ognuno del paese, né v'ha elemento alcuno a farne dubitare».
Per approfondire:
- Diario del Settimo Congresso degli Scienziati Italiani in Napoli, dal 20 di settembre a' 5 di ottobre dell'anno 1845, n. 1 20 di settembre.

- Della Magna Graecia e delle tre Calabrie, ricerche etnografiche, etimologiche, topografiche, politiche, morali, biografiche, letterarie, gnomologiche, numismatiche, statistiche, itinerarie, per Nicola Leoni, Calabria Settentrionale, volume II, Napoli, Priggiobba 1845.

lunedì 17 aprile 2017

UOMINI E LUPI

Peppino Marasco è un bambino di otto anni e sta guardando alcune pecore in contrada Rocchi di Borboruso, territorio di Pedivigliano. È il primo agosto 1915 e il sole sta tramontando quando la sua attenzione viene attratta da un branco di cani randagi sta attaccando un altro cane, forse un lupo, che ha in bocca un osso con dei brandelli di carne. Preoccupato che gli animali possano attaccare le pecore, corre nella casa colonica dove abita con i genitori per farli accorrere e cercare di fare allontanare gli animali. In casa c’è solo la mamma che sta pulendo delle spighe di granturco e, trafelato, le racconta ciò che sta avvenendo a un paio di centinaia di metri da loro. La mamma si arma di un nodoso e robusto bastone e insieme corrono a salvare le pecore. Quando arrivano assistono a uno spettacolo raccapricciante: i cani randagi stanno facendo a pezzi l’altro cane o lupo che dir si voglia. La donna urla e comincia a lanciare sassi contro il branco e ottiene l’effetto sperato di fare allontanare quelle bestie assatanate. Teresa Costanzo potrebbe accontentarsi di questo risultato ma è curiosa di capire se l’animale sbranato era un cane oppure un lupo e si inoltra nel campo di fieno appena falciato ma, prima di arrivare dove giacciono i resti dell’animale, scorge qualcosa che la fa inorridire ancora di più: un teschio umano completamente scarnificato. La donna copre gli occhi al bambino e gira lo sguardo all’intorno. È decisamente troppo per il suo stomaco e la sua coscienza, così corre col figlio nella vicina contrada Santa Maria a chiamare gente.
Lo spettacolo a cui assistono i Carabinieri di Soveria Mannelli e quelli di Scigliano che accompagnano il Pretore competente e due medici, è ancora peggiore di quanto ha visto Teresa. Scrive il Pretore: rinvenivo l’arto inferiore sinistro di un individuo e a pochi metri di distanza un teschio tutto spolpato e vuoto di sostanza cerebrale; sparse, inoltre, per il prato giacevano ossa umane mezzo rosicchiate da animali e accanto ad un albero di castagno, vicino ad uno spineto, trovavo un piede calzante tuttora la scarpa e con la tibia tutta spolpata.
Pretore, Carabinieri e periti discutono se possa con più probabilità trattarsi di morte naturale oppure di un delitto, quando la voce di un militare li fa accorrere dietro al roveto dove ci sono alcuni indumenti. Il magistrato focalizza l’attenzione su di una giacca tutta macchiata di sangue e nota verso la parte centrale e posteriore del colletto e in altre parti tagli a margini netti e precisi, prodotti evidentemente da arma: non ci sono più dubbi, si tratta certamente di delitto. Adesso bisogna battere il terreno palmo a palmo per scoprire altri indizi. Così notano in mezzo ad alte felci, accanto ad un folto ed esteso spineto, un piccolo spazio dove le erbe abbassate e le felci abbattute facevano chiaramente comprendere che persone avevano dovuto giacere. Sopra tale spazio, esteso meno di due metri quadrati, oltre ad una larga e nerastra macchia che sembra di sangue e che tale fu riconosciuto dai periti, sporgevano delle carte da giuoco, parte delle quali erano imbrattate di sangue e due sole (quattro di coppe e quattro di denari) erano tagliate nettamente da colpo di arma; poche carte giacevano ancora a mazzetto nel centro dello spazio. Per terra ci sono anche un portamonete strappato e vuoto, un paniere vuoto, un tovagliolo fatto a pezzi e un cappello nero che poggiava a terra con la cupola mentre le falde erano rivolte verso su, dando l’impressione che la persona che aveva tenuto in testa il cappello fosse caduta supina a terra. osservato attentamente il cappello, constatavo con i periti, ad una estremità della falda un colpo prodotto da arma tagliente.
Ma di chi si tratta? A chi appartengono quei poveri resti? Il Pretore manda a chiamare in fretta e furia l’unico fotografo che esercita nella sua giurisdizione e fa scattare una foto degli indumenti, sperando che qualcuno possa riconoscerli. Questo tentativo va a vuoto perché, vista l’imperizia del fotografo, la foto esce nera. Meglio usare i metodi tradizionali!
Vengono interessate tutte le stazioni dei Carabinieri e tutti i Comuni della zona e in breve tempo si presentano alla stazione di Soveria Mannelli i coniugi Domenico Aragona e Rosaria Costanzo di Decollatura i quali, osservati gli indumenti del morto, dicono che si tratta del loro figlio adottivo, il ventenne Pietro Tamburino Esposito.
- Manca da casa dal 25 luglio – dicono marito e moglie – lo conoscevano tutti, chiedete in giro e sicuramente verrà fuori qualcosa
Partendo dal nome e dal giorno indicato, i Carabinieri raccolgono subito delle importantissime notizie: Pietro Tamburino fu visto proprio il 25 luglio verso le 11,00 in compagnia di un suo amico, il ventitreenne Nicola Giorgio, mentre stavano andando – così dicevano entrambi – a Coraci (Colosimi) dove avevano intenzione di cercare lavoro nel cantiere della ferrovia in costruzione.
- Pietro aveva in mano un fagotto con un pane, mentre Nicola aveva un paniere vuoto – dicono alcuni testimoni
- Li ho visti in contrada Santa Maria, seduti sotto un albero, che giocavano a carte – dice un ragazzino, che aggiunge – ho pure sentito che si giocavano dieci centesimi a partita. Sono andato a dirlo a Rosa Sirianni, la suocera di Pietro, che è andata a rimproverarlo… potevano essere le quattro di pomeriggio…
- Cosa vi giuocate, i pantaloni? Così li ho rimproverati – racconta Rosa Sirianni – ma Nicola mi ha risposto: Volete pure voi intervenire? E io: Io non ho preso mai parte a simili giuochi, né ora, né quando ero giovane. Mi sono accorta che mio genero era malinconico, ma non ha lasciato l’amico e, anzi, se ne sono andati da Santa Maria insieme, verso la contrada Rocchi…
E in contrada Rocchi terminò tragicamente la vita di Pietro Tamburino. Ovviamente i sospetti cadono sul ventitreenne Nicola Giorgio da Chiaravalle Centrale ma residente in contrada Junci, agro di Decollatura, dove abita con sua moglie Maria Chiara Grandinetti ed è lì che vanno a cercarlo. Lui non c’è, ma c’è sua moglie in pessime condizioni, con la testa fasciata e il viso tumefatto
- È stato mio marito a ridurmi così… ho anche altre brutte ferite sotto i vestiti…
- Perché lo ha fatto? – le chiedono i Carabinieri. Il racconto è sconcertante
- Sapendo che conservavo 24 lire nella mia cassa, frutto del mensile di un bambino che io nutro del mio latte, il 26 luglio scorso mi chiese in prestito 5 lire ed io gliene diedi solo due e lui se le andò a giocare. Quel giorno io andai alla fiera degli abbandonati a Soveria Mannelli e lui tornò a casa verso le 22,00. Nel frattempo mi ero accorta che mancavano altre 13 lire e lo rimproverai pel denaro rubatomi, dicendogli che avevo dei debiti da pagare e lui se li era pigliati per giuocarli. Egli si giustificò dicendo che non era stato a rubarmi il danaro e io gli ingiunsi che avrei venduto il porcellino per pagare i debiti. A questo mi rispose che il porco era di sua proprietà e quindi mi disse di dargli gli indumenti di vestiario di lavoro che voleva andare via. Io mi ricusai negativamente ed allora egli, inalberata la scure che aveva al braccio, mi vibrò ripetuti colpi. Fui fortunata ad afferrare la scure e non mi finì di uccidere
- Adesso dov’è?
- Non lo so, mi ha lasciata mezza morta a terra e non l’ho più visto…
Maria Chiara è combinata davvero male: il medico che quella sera la medicò le trovò:
1) una vasta ferita da taglio sulla regione sopra auricolare destra che dall’impianto superiore del padiglione dell’orecchio si porta arcuatamente in dietro sino a raggiungere la faccia laterale destra del collo. Misura così una lunghezza di 22 centimetri ed una profondità fino all’osso sottostante. L’orecchio con tutti i tessuti molli soprastanti e circostanti forma un largo e lungo lembo penzolante, nella cui superficie interna palpasi una piastra ossea asportata dalla squama del temporale, che però non è interessato sino all’interno della scatola cranica:
2) Un’altra vasta ferita da taglio sulla regione sopraspinosa sinistra obbliquamente diretta in dietro e a destra, lunga 15 centimetri, larga 4 cm e profonda negli strati muscolari;
3) Una terza ferita da taglio sulla regione sottoscapolare sinistra, diretta trasversalmente da sinistra a destra, lunga 10 cm, larga 3 cm e profonda fino alle costole, di cui la 7^ vedesi interessata secondo il suo diametro longitudinale, senza però che si rilevassero fenomeni di penetrazione in cavità;
4) Altra ferita da taglio sulla faccia anteriore della regione deltoidea destra lunga 8 cm, larga 5 e profonda fino nel cellulare;
5) Un’ultima ferita da taglio sulla faccia anteriore della mammella sinistra, verso la base di essa. Misura una lunghezza di 3 cm ed è profonda nel tessuto ghiandolare. Il sangue presente s’è infiltrato e raccolto nellemaglie della glandola, producendo all’esterno macchie ecchimotiche bluastre e schizza fuori a lungo getto con la pressione su di essa.
È un chiaro caso di tentato omicidio ma Maria Chiara sporge querela contro il marito solo per lesioni personali e adesso Nicola Giorgio è ricercato anche per questo reato dalla Procura del re di Nicastro, così viene spiccato un nuovo mandato di cattura che modifica il precedente e l’ordine è che l’arresto del latitante, contrariamente alla normale prassi, deve eseguirsi anche di notte ed in luogo abitato, ma Nicola sembra essere svanito nel nulla, non prima di aver sparato contro tale Achille Marasco il quale avendolo riconosciuto ha tentato di bloccarlo.
Gli inquirenti scoprono qualcosa che va oltre i futili motivi del gioco e che potrebbe spiegare il movente dell’omicidio. Tra Nicola Giorgio e Pietro Tamburino non correvano buoni rapporti pel fatto che Antonietta Fridda, sorella di latte del Tamburino, fu rapita a scopo di libidine dal cognato del Giorgio, Angelo Grandinetti, ammogliato con due figli. Per complicità col Grandinetti furono arrestate anche tale Giuseppina Bonaparte e Maria Chiara Grandinetti, la moglie di Nicola Giorgio. Ma se tra i due non correvano buoni rapporti, come mai se ne andavano spesso insieme a giocare a carte? Qualcosa non quadra.
Passano i mesi e le speranze di arrestare il presunto assassino sono quasi svanite. A ricordare che c’è un fascicolo a carico di Nicola Giorgio ci sono soltanto i periodici verbali di vane ricerche che i Carabinieri di quasi tutte le stazioni delle province di Cosenza e Catanzaro inviano in Procura.
È la mattina dell’undici novembre 1915 e fa freddo. Achille Marasco è sulla porta della sua casa colonica di contrada Junci quando vede alcune donne che parlano con un uomo mentre stanno crivellando del grano. La sagoma non gli è nuova e aguzza la vista per cercare di capire di chi si tratti. All’improvviso diventa bianco in viso e ha un mezzo collasso: Nicola Giorgio!
Marasco non perde tempo, rientra in casa, prende il suo fucile e qualche cartuccia, poi si avvicina con circospezione al gruppetto di persone e spiana l’arma contro il latitante
- Don Achille, state tranquillo che non voglio farvi niente – gli dice Nicola tenendo le mani in alto
- Cornuto! Non mi fido, mi hai già sparato una volta… perquisitelo – ordina alle donne che subito eseguono senza trovargli armi addosso, poi continua – adesso cammina davanti a me verso Soveria… ti porto dai Carabinieri e non fare scherzi perché non ti lascerò scappare un’altra volta!
Giorgio fa lo gnorri e cerca di prendere il fagotto che ha posato a terra ma il rumore dei cani del fucile che vengono armati da Marasco gli consigliano di non fare sciocchezze, così comincia a camminare verso il suo prossimo destino
- Don Achille, vi volete fare questo viaggio a piedi fino a Soveria… tra cinque minuti lo sapranno tutti che sono qui e sarà impossibile scappare di nuovo, tornate indietro che dai Carabinieri ci vado da solo…
- Non mi freghi, cammina e stai zitto! – gli dice con fermezza. Poi gira lo sguardo dietro di sé e vede una piccola folla che li sta seguendo con gli attrezzi da lavoro sulle spalle. In un modo o nell’altro per Nicola Giorgio è finita.
I Carabinieri di Soveria Mannelli non credono ai propri occhi quando, aperta la porta, vedono quella processione di gente che accompagna il latitante e che resta in attesa sulla strada. Ci vorrà qualche ora perché tornino tutti nelle proprie case.
- Il 25 luglio uscii di casa presto per andare alla fiera degli abbandonati ma per strada incontrai il mio amico Pietro Tamburino che mi dissuase e mi esortò a restare in sua compagnia perché ci saremmo divertiti a giocare a carte. Io non volevo perché sapevo che Pietro faceva mbroglie allu iuocu, ma quando cavò fuori dalle tasche un bel mazzo di carte, mi lasciai vincere dalla tentazione e cominciammo a giocare. Non ricordo quante partite facemmo, ma posso dire che prima giocammo a soldi e dopo giocammo a lire – dice, intendendo che all’inizio giocarono pochi centesimi a partita e poi alzarono la posta a qualche lira – ed il Tamburino vinse, sempre rubando le carte, la somma di 4 lire. Non ricordo di preciso a che ora smettemmo di giocare, ma ricordo che circa due ore prima di far notte, Pietro voleva continuare e io mi rifiutavo, facendogli osservare che non volevo avere che fare con un imbroglione. Alla fine, però, cedetti di nuovo e andammo nella contrada Rocchi accanto ad un alto e folto spineto il quale ci riparava dagli sguardi d’indiscreti e dai raggi del sole che piegava al tramonto e tutti e due ripigliammo soli soletti il nostro gioco. Facemmo quattro o cinque partite giocando due lire per ciascuna partita e poiché il Tamburino voleva vincere ad ogni costo rubandomi le carte e contestandomi in continuazione i punti conseguiti, mi adirai e lacerai le carte da gioco. Avendo il Tamburino protestato per tale mio atto, io imbrandii la scure e gli vibrai due colpi, dei quali uno lo attinse al torace e l’altro nella regione del collo. Subito cessò di vivere senza potere invocare aiuto ed io mi allontanai di corsa dal luogo della strage… – sembra una ricostruzione coerente ma c’è qualcosa che al Maresciallo suona strano, seppure non riesca ancora a capire cosa sia. Intanto continua a fargli domande
- Poi sei andato a casa e hai cercato di uccidere tua moglie…
- No. Quella sera andai a Motta Santa Lucia, in contrada Broccolaro, dal mio compaesano Giuseppe Polimeni ma non lo trovai e dormii nei pressi della mandria di Francesco Grandinetti. La mattina dopo, di buon’ora, vidi il mio amico e lui notò che ero strano, così gli raccontai la strage nei suoi più minuti particolari. La sera tornai a casa…
- A massacrare tua moglie… perché?
- Fui indotto a commettere tale delitto dal fatto che mia moglie mi negava certa biancheria a me appartenente
- E perché hai sparato contro don Achille Marasco?
- Questo non è affatto vero!
I Carabinieri vogliono accertarsi se i più minuti particolari dell’omicidio raccontati a Giuseppe Polimeni coincidono con quelli che ha raccontato loro Giorgio e, soprattutto, riuscire a capire cosa non torna nella deposizione dell’imputato, così convocano l’uomo in caserma
- Era mattina presto, io stavo innaffiando il mio orto quando all’improvviso mi sentii chiamare da Nicola Giorgio. Gli domandai il motivo della sua presenza nel territorio di Motta Santa Lucia e mi rispose che aveva fatto una passeggiata – comincia a raccontare Polimeni –. Parlammo di affari di campagna e poi lo invitai in casa e ordinai a mia moglie di apparecchiare da mangiare per me e per il Giorgio. Mia moglie cucinò certa pasta di casa ch’era stata manipolata il giorno innanzi e io ho notato che lui era molto nervoso e trasaliva ad ogni rumore che veniva dalla mulattiera che passa accanto alla mia abitazione e ad ogni abbaiare della mia cagna, così gli chiesi che cosa avesse e lui mi rispose che al momento non voleva dirmi niente. Capii che diffidava di mia moglie ed io lo incoraggiai facendogli comprendere che mia moglie era persona segreta e non avrebbe fiatato su quanto avrebbe inteso. Così mi disse che aveva litigato con Pietro Tamburino raccontandomi che nel pomeriggio del 25 luglio era diretto a Coraci con Pietro e percorrendo la mulattiera che divide il territorio di Decollatura dal territorio di Pedivigliano erano pervenuti nella contrada Rocchi. Qui Tamburino tolse di tasca un mazzo di carte e propose al Giorgio di fare una partita e lui accettò. Mi raccontò che si giocavano una lira a partita e Giorgio avendone vinte due si rivolse al Tamburino per avere l’ammontare della vincita. Questi, assumendo di essere creditore del Giorgio di due lire, disse che nulla doveva dare ed erano pace. Il Tamburino propose di continuare il ancora gioco e cominciarono un’altra partita la quale fu vinta anche dal Giorgio il quale richiese al Tamburino il pagamento della lira di vincita. Costui non pagò ma propose di fare ancora un’ultima partita per fare la pace. Durante il gioco dell’ultima partita il Giorgio si accorse che il Tamburino per vincere rubava le carte ed allora egli lo rimproverò; ma il Tamburino, adiratosi, estrasse un coltello per fare atto di minaccia verso il Giorgio. Ed allora quest’ultimo, imbrandita la scure della quale era armato, vibrò un forte colpo in direzione del torace del Tamburino, il quale emise un forte lamento e restò sull’istante cadavere. Il Giorgio aggiunse ancora che il Tamburino, quando venne da lui colpito, teneva ancora le carte da gioco poggiate al petto con la mano sinistra e tali carte erano state tagliate a metà dal colpo di scure – il Maresciallo picchia un violento pugno sul tavolo che fa trasalire il testimone. Ecco cosa non quadrava: le due carte tagliate a metà trovate sul luogo del delitto! Giorgio ha colpito all’improvviso e non c’è stata alcuna lite e nemmeno alcuna minaccia con un coltello per due motivi: il primo è che non sono stati rinvenuti coltelli sul posto e nemmeno Giorgio ne ha fatto cenno nell’interrogatorio, sebbene ciò avrebbe potuto contribuire a diminuirne le responsabilità; in secondo luogo una persona che minaccia con un coltello in mano non si sognerebbe mai di tenere le carte al petto per non farle vedere all’avversario. Giorgio ha mentito, ma ha mentito sia ai Carabinieri che al suo amico. Fatte a mente queste considerazioni, il Maresciallo continua a far parlare il testimone -. Gli chiesi se avesse lasciato il cadavere sul posto e lui mi rispose di averlo spostato di qualche metro e di averlo coperto con delle felci per non renderlo visibile.
Al Maresciallo adesso è chiaro anche che Giorgio ha ucciso per prendere i soldi che aveva vinto. Solo così si spiega come mai il portamonete di Pietro Tamburino fu trovato rotto e vuoto. Ma Nicola Giorgio questa responsabilità la nega con tutte le sue forze: del portamonete e dei soldi che eventualmente vi erano custoditi lui non ne sa nulla.
La ricostruzione che il Maresciallo Salvatore Chiarella fa al Pretore di Scigliano, competente per territorio, è condivisa pienamente sia da questi che dalla Procura che chiede il rinvio a giudizio dell’imputato per i reati di omicidio volontario in persona di Tamburino Esposito Pietro, lesioni personali volontarie prodotte con scure alla moglie, mancate lesioni con arma in persona di Marasco Achille, porto di rivoltella senza licenza. Questi ultimi tre reati sarebbero di competenza del Tribunale di Nicastro, ma viene chiesto di accorparli al processo per il reato più grave di competenza della Corte d’Assise di Cosenza, richiesta che viene accolta dalla Sezione d’Accusa con il rinvio a giudizio dell’imputato. È il 3 luglio 1916.
La Corte d’Assise non ha nemmeno il tempo di mettere a ruolo la causa che il primo novembre successivo arriva dal carcere di Cosenza la notizia del ricovero di Nicola Giorgio per tubercolosi polmonare all’ultimo periodo.
Nicola Giorgio muore l’11 novembre 1916 e alla Corte d’Assise di Cosenza non resta che dichiarare estinta l’azione penale per la sopravvenuta morte dell’imputato.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.