venerdì 21 aprile 2017

IL MOSTRO DENTRO CATERINA di Matteo Dalena

Napoli, 28 settembre 1845. «Confuterò ogni vostro dubbio. La mostruosità esiste in natura e dimora nel corpo di questa donzella», esclama il medico calabrese Pasquale Manfrè - professore sostituto nella cattedra di medicina pratica nel Real Collegio medico chirurgico in Napoli - nella nona tornata del Settimo congresso degli scienziati italiani. Quanto pesa un mostro? Quattrocento ducati. Tanto mette sul tavolo il professore di Gerace nel lanciare un «pubblico bando». Una sfida giocata sul corpo di una «povera donzella» di Calabria Ulteriore. Ma chi è costei?
IL NEMICO RIBELLE | Caterina Vitale nasce nel 1824 in un paesino chiamato Iatrinoli (oggi Taurianova) nel distretto di Palmi da «onesti genitori di ottima costituzione e di valida salute». Dalla culla fino ai dieci anni di età la vita di Caterina è un inferno. La bimba avverte «dolorose sofferenze più sensibili sempre segnatamente all'addomine» ma i medici non riescono mai, in nessun modo, a determinarne la sorgente. Poi, «vicina a compiere il secondo lustro», improvvisamente la bimba comincia ad espellere lunghi pezzi di tenia solium, in altri termini, verme solitario. I medici «gridando al nemico scoperto» sono speranzosi: con le giuste cure Caterina sarebbe guarita presto. Speranza vana. Col passare dei giorni «molti e lunghi pezzi di quell'ospite importuno vennero fuori». Una cosa strana ma non preoccupante, assicurano medici: la bimba deve aver pazienza perché «la comparsa dei mestrui» porrà fine alle sofferenze determinate da quel «nemico ribelle». I mesi passano e Caterina diventa donna ma quella forza sconosciuta entro di lei è causa di sofferenza e rassegnazione:
Adunque senza più aprire il cuore alla speranza, all'arte più non credendo, perché all'arte avea indarno ricorso, ed ormai accostumata al dolore, decise la Vitale di tirare innanzi la vita, divenutale pesante, lontana d'ogni qual siesi mezzo terapeutico.
L'IMPORTUNO OSPITE | L'inimmaginabile si manifesta a partire dal mese di maggio del 1843. Caterina ha 19 anni quando comincia ad essere preda di «crucciantissime nevrosi, e spesso dell'emiplegia». Le crisi violentissime durano per settimane intere, poi come sono venute improvvisamente si dileguano. Ma già da un anno, dopo un periodo di «effimera calma» - annota il dottor Manfrè -  «per le narici, per la bocca e per il podice vennero fuori spontaneamente altri pezzi di tenia». Dopo pochi giorni Caterina è afflitta da «acutissima otalgia» ad entrambe le orecchie seguita da «molesto prurito». Consigliata forse dalla madre, Caterina prova ad introdurre nelle proprie cavità acustiche uno spillo. Ciò che ne viene fuori è scioccante: «Un giorno in mezzo a spasimi crudeli trasse fuori un pezzo di tenia alquanto putrefatto». Non solo tenia. Nei giorni successivi dalle stesse cavità i medici che l'hanno in cura estraggono:
Ascaridi lombricoidi, or vivi or morti, di cui uno tuttora vivente, che aggomitolato più volte offriva un dì all'anzidetta apertura la parte media del suo corpo, e non pochi spasimi costò il trarlo fuori.
Ma non è ancora tutto. Nel documentare ai colleghi il caso di Caterina Vitale, il dottor Manfrè avverte: «Signori, ciò che avete udito potrà per avventura non sorprendervi: ma vi sorprenderà certo ciò che vi rimane da sentire». Dai canali acustici della ragazza «moltissimi pezzi d'ossettini umani di diversa forma vennero fuori nell'indicato modo» a volte grossi più d'un pollice la cui fuoriuscita è spesso preceduta da «uno scoppio interiore più o meno violento ed avvertito dall'inferma solamente». Le ossa sono piccole e bianchissime «di rado un po' macchiate di sangue, secche, sempre calde, e talvolta assai scottanti». La notte del 30 maggio del 1844 accade l'indicibile. Caterina viene svegliata da soffocante dispnea (o fame d'aria), accompagnata da «acutissimo dolore nella mucosa delle fauci prodotto da immobile corpo estraneo arrestatovisi». Ma Caterina dormiva, non può aver ingerito qualcosa. Quel "qualcosa" viene da dentro:
Dopo lunghi sforzi e lacerazioni - racconta il dottor Manfrè - estratto con le dita della sofferente era… un femore di feto umano indubitatamente al di là dei nove mesi.
Nei giorni successivi in mezzo a coliche violente, gastralgie, punture in diverse regioni del tronco e «scoppiettio quasi incessante in tutte le articolazioni, avvertito anco dagli astanti», dal corpo di Caterina vengon fuori altre ossa di grandezza variabile ma tutte appartenenti alla classe delle lunghe.
 LA SFIDA | Terminata la storia clinica di Caterina Vitale, il dottor Manfrè passa alle conclusioni sbracciandosi innanzi alla folta platea dei medici napoletani: «La donzella portò rinchiuso in sé sin dalla sua generazione un parto umano, che poscia mortovi quando era poco più del mese nono, ne avesse all'età di dieci anni cacciate via le picciole osse, ed altre parti per la bocca per le narici per le orecchie». Quella mostruosità umana stranissima - come la definisce il medico calabrese - «visse in lei» perché le ossa si mostravano sviluppate e quindi non possono appartenere a germe rudimentale informe». Ma è possibile - chiede qualcuno - che quel feto giacesse incognito in lei senza manifestare la sua esistenza? E in quale sito? Nelle viscere addominali - risponde Pasquale Manfrè - per gli svariati sintomi dolorosi che vi si mostrarono sin dalla prima infanzia.  Il caso è chiuso: trattasi di «infetamento congenito». L'incredulità s'impadronisce degli astanti. Qualche mormorio, poi Manfrè riprende la parola.
Faccio solenne e pubblica promessa di porgere un premio di ducati 100 per que' che arrivasse ad indicare un fatto identico in qualunque scrittore, di qualunque epoca, di qualunque nazione, e parimenti ducati 300 per coloro, che mostrassero impostura, nel fatto che assicuro di esser reale ed innegabile.
La sfida è lanciata. Finita per via di quella mostruosità umana stranissima dimorante nel suo ventre nei manuali di teratologia umana e negli almanacchi di eventi extra ordinari, nessuno sembra curarsi più di Caterina Vitale. Anzi no. Ci ritorna telegraficamente il Manfrè che, assicurati i colleghi sulla salute in miglioramento, si dimostra scientificamente interessato a ben altro affare: «Ella è tuttavia nubile e vergine, siccome asserisce ognuno del paese, né v'ha elemento alcuno a farne dubitare».
Per approfondire:
- Diario del Settimo Congresso degli Scienziati Italiani in Napoli, dal 20 di settembre a' 5 di ottobre dell'anno 1845, n. 1 20 di settembre.

- Della Magna Graecia e delle tre Calabrie, ricerche etnografiche, etimologiche, topografiche, politiche, morali, biografiche, letterarie, gnomologiche, numismatiche, statistiche, itinerarie, per Nicola Leoni, Calabria Settentrionale, volume II, Napoli, Priggiobba 1845.

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