lunedì 29 maggio 2017

L'AMORE FOLLE DI UMBERTO E MARIA

Umberto Tramonti fa il falegname e ha 31 anni quando, nelle primavera del 1950, incontra la ventenne Maria Capalbo e tra loro scoppia subito una fortissima passione. Sono entrambi di Rossano: lei è orfana di tutti e due i genitori ed è appena uscita dall’istituto dove è cresciuta e dove ancora sono ricoverate le sue sorelle; lui è sposato con un figlio ma vive separato dalla moglie da qualche tempo. Umberto non è uno stinco di santo, basti pensare che è scampato al carcere per ben 8 volte sfruttando le varie amnistie che si sono succedute negli anni (comprese una condanna per sottrazione di minorenne, favoreggiamento alla prostituzione, corruzione di minorenne e percosse, una per diserzione e una per lesioni personali e porto ingiustificato di coltello di genere vietato che lo avrebbero tenuto al fresco per 5 anni e 2 mesi).
Umberto e Maria vanno a vivere insieme ma cominciano i guai: lui torna a casa ubriaco e la riempie di calci e pugni perché lei non guadagna abbastanza per soddisfare il suo vizio. Che mestiere fa Maria? Già, non ve lo avevamo detto. Maria fa la puttana. Clandestinamente perché non esercita in case chiuse.
- Anche con me ha fatto così fin dal giorno dopo che mi aveva sedotta –. racconta Bambina Grisafi, la legittima moglie di Umberto – Avevo tredici anni e mezzo e mi ha costretta a prostituirmi con degli avventori e pretendeva che il ricavato di tale illecito connubio venisse consegnato a lui. Qualche volta che mi rifiutavo, mi percuoteva in malo modo e mi costringeva a viva forza a congiungermi con chiunque si presentava. Per questo lo hanno arrestato ma dopo quattro mesi è tornato perché gli avevano dato l’amnistia e ha cominciato di nuovo a farmi prostituire. Io lo accontentavo in tutto ma lui ricambiava tale mio affetto con maltrattamenti, percosse e facendomi anche desiderare il mangiare. Lo lasciai e mi misi a lavorare onestamente facendo le pulizie, ma lui, una sera di dicembre del 1939, irruppe in casa mia e mi rovesciò il braciere acceso sulle gambe. Fu arrestato e restò dentro un mese e quando uscì facemmo la pace. Poi partì per la guerra e io facevo le pulizie. Alla prima licenza ci sposammo regolarmente ma lui scappava dal suo posto a Nicastro e veniva a prendersi i soldi del sussidio del governo e poi tornava lì. Io ero senza soldi con un figlio piccolo, così ho ripreso a fare la vita e siccome a Rossano non si guadagnava niente, me ne andai a Taranto. Tornai a Rossano dopo un paio di anni e non ci siamo più riuniti
Ma Umberto e Maria si amano alla follia e lei non lo denuncia perché non può fare a meno del suo uomo. “Mi contento di fare la puttana pur di far star bene a Umberto mio” risponde a chi le chiede come faccia a resistere.
Qualcosa, però, deve accadere nella testa della ragazza. È la metà di marzo del 1951. Accade dopo che nell’ennesima lite lui tira fuori un coltello e la ferisce leggermente sul seno. Non lo denunziai perché non volevo fargli del male, dice. Ma qualcosa si è rotto. Forse adesso ha paura, paura che mantenga la minaccia che da qualche giorno le ripete: “prima o poi ti ammazzo”.
Il 18 marzo Umberto esce di casa verso le 7,00 e lascia Maria a letto, stremata dal digiuno che dura da qualche giorno. Sono le 17,00 quando Maria decide: prende due cose, chiude la porta e se ne va. Ma Maria ama Umberto alla follia e pensa bene di lasciargli le chiavi di casa da un vicino, pregandolo di dirgli che è andata al cinema. Invece va a cercare due sue colleghe e tutte e tre se ne vanno a Spezzano Albanese per un paio di giorni a guadagnare qualcosa.
Umberto torna a casa e trova la porta chiusa, Maria non c’è. Si infuria e va a cercarla ovunque. Trova il vicino di casa che gli riferisce il messaggio. Al cinema? Che stronzata è mai questa? Umberto si infuria ancora di più perché teme che Maria abbia fatto una marchetta e gli abbia fregato i soldi. Corre al cinema ma, ovviamente, Maria non c’è e allora capisce che se ne è andata.
Mò te lo faccio vedere io, ti brucio la casa brutta puttana di merda!, pensa tra sé e sé.
E così riunisce tutte le cose nel centro della stanza e appicca il fuoco. Per fortuna sono solo quattro cose e la stanza resta in piedi.
Poi si mette a vagare per la città in preda al panico perché lui Maria la ama alla follia.
Quando Maria torna a Rossano apprende la brutta notizia: è letteralmente in mezzo a una strada. Sensazioni contrastanti le attraversano la mente. È infuriata, avvilita, ma soprattutto terrorizzata. È sera quando va dai Carabinieri a denunciarlo, ma solo verbalmente perché lei ama Umberto alla follia. Il Brigadiere Luigi Amalfitano segna su un foglietto le generalità di Umberto e le promette che lo rintraccerà e lo diffiderà. Magari lo arresterà pure, dipende da come si comporterà. La notte Maria trova ospitalità presso una sua amica e la mattina seguente, è il giorno di San Giuseppe, torna in caserma per sapere se ci sono novità, ma è sempre più impaurita.
- Non abbiamo arrestato nessuno stanotte – le dice il piantone – devi andare al Commissariato di Polizia, hanno loro la competenza in merito
- Si, la denuncia la possiamo fare, ma ci vuole una marca da bollo – le dicono al Commissariato
Maria esce per procurarsi la marca da bollo e vede Umberto. La caserma dei Carabinieri è lì vicino e affretta il passo per avvertirli che lo possono prendere in un attimo se escono in strada
- Ti ho detto che devi rivolgerti alla Pubblica Sicurezza – le risponde il piantone
- Ma lui è qui fuori…
- Al Commissariato!
Maria esce e sa che potrebbe costarle molto cara quell’ultima visita dai Carabinieri. Vede un conoscente seduto sul muricciolo dirimpetto al Palazzo Martucci che dalla Via Plebiscito guarda la sottostante Piazzetta di San Bernardino e si mette a parlare con lui, sperando di scoraggiare Umberto, che non vede ma di cui avverte la presenza.
Umberto, che la ama alla follia, ha deciso, costi quel che costi. Valuta che la caserma dei Carabinieri è ad una quarantina di metri da dove Maria si è fermata a parlare, tira fuori il rozzo coltello che si è fabbricato da solo e si mette a correre verso il suo amore folle.
Maria sente i passi alle sue spalle, tronca la discussione e si mette a correre ma Umberto è più veloce, la raggiunge e comincia a colpirla alle spalle una, due, tre, quattro volte. L’ultima coltellata, dietro la scapola sinistra, è così violenta che il coltello rimane incastrato e Umberto non riesce ad estrarlo e quando la gente comincia a urlare al soccorso e i Carabinieri si affacciano sulla strada, la lascia lì con il ferro nella carne e scappa. È la salvezza di Maria, i carabinieri la caricano su una camionetta e la portano di corsa in ospedale. Se la caverà, la lama non ha causato danni irreparabili.
Umberto vaga per le campagne intorno a Rossano per tutto il giorno, poi si costituisce in carcere.
- Ho conosciuto Maria l’anno scorso. Faceva la puttana e aveva un amante a Spezzano Albanese. Le ho detto subito che doveva dimenticarsi completamente della vita passata ed abbandonare ogni relazione precedentemente contratta. Le dissi che avevo tutta l’intenzione di trattarla come moglie e di procurarle le cure necessarie dato che era ammalata di emorragia. Infatti le procurai la tessera dei poveri per l’Ospedale e con il mio denaro, e anche chiedendo denaro a persone di mia conoscenza, la fornii per diverso tempo delle iniezioni necessarie.
- Maria dice che a procurare il necessario era lei stessa con il ricavato della sua prostituzione…
- Non è vero poiché ogni giorno, o con i soldi del lavoro o con il denaro prestato, comprai sempre il necessario per il cibo. Anzi, avevo aperto il conto presso il negozio di Rosito, dove maria si serviva giornalmente
- Lei dice che la picchiavi giornalmente
- Mai sottoposi a maltrattamenti la Capalbo, alla quale volevo molto bene, e ricordo solo di averle dato una volta uno schiaffo perché non volevo che in casa dormisse il fratello Giuseppe, pregiudicato per furto e vagabondo
- Dice anche che prima di oggi l’avevi già ferita con un coltello
- Non è vero!
- Sei geloso?
- Avevo vietato alla stessa, perché geloso, di intrattenersi con Carmela e Maria detta ‘a Signa le quali erano e sono delle prostitute che avrebbero potuto distogliere di nuovo Maria da me. Lei mi ubbidì ma una settimana fa la vidi parlare con ‘a Signa. Avevo della pasta e Maria mi disse di comprare pure una ricotta e io andai ma sorse in me il sospetto che quella aveva messo in testa alla mia amante qualche cosa contro di me.
- Come sei arrivato alla decisione di ammazzarla?
- L’altro giorno sono tornato a casa e l’ho trovata chiusa. Ho chiesto ai vicini e compare Carmine mi disse che Maria era andata al cinema e gli aveva lasciato la chiave di casa. Al cinema non c’era, perciò, adirato, tornai a casa e appiccai il fuoco ai mobili e alla biancheria, tutto di mia proprietà, pensando al male che la Capalbo mi aveva fatto abbandonandomi ingiustamente dopo aver fatto tanti sacrifici per lei. Poi incontrai un tale di Spezzano Albanese il quale mi riferì che aveva visto ivi, girare per la campagna, due donne di Rossano con le giacche rosse a nome Maria. Mi disse che di giorno se la facevano nella trattoria di un certo Claudio, ex amante della Capalbo, e che di notte dormivano da un certo ‘U Zinzulusu. Capii che era andata a Spezzano per prostituirsi e infatti l’informatore mi riferì pure che avevano corso il rischio di essere arrestate. Questo avvenne domenica sera. Ieri mattina, lunedì, verso le 9,00 vidi un mio amico il quale mi disse che Maria era a Rossano, vicino la caserma dei Carabinieri. Andai lì e la trovai. Lei mi vide e scappò nella caserma. Le dissi di fermarsi che ce ne saremmo andati a casa mia ma lei non si è fermata. Io volevo soltanto riprendermela dato che, per il bene che le volevo, avevo deciso di perdonarla. Però vedendola scappare in caserma pensai che mi volesse denunziare. Rimase dentro un bel po’. Io mi allontanai e quando tornai la vidi fuori, così mi avvicinai e le chiesi dove fosse stata in quei giorni. Maria mi rispose che non mi aveva tradito, al che io le contestai ciò che mi aveva riferito l’informatore di Spezzano e lei si scusò dicendomi che era stata trascinata da Maria ‘a Signa. La rimproverai del mal fatto dopo il bene che le avevo voluto e i sacrifici fatti e, nell’ira, le vibrai un colpo di pugnale abbastanza lieve dietro le spalle. Maria scappò e io la inseguii ma non più con l’intenzione di colpirla ancora, senonché vidi che le cadevano dei soldi a terra, onde ebbi la certezza che ero stato vilmente tradito per cui mi calò un velo dinanzi agli occhi e, piangendo,le vibrai altri due colpi dicendole: “Vigliacca mi hai tradito, ecco i soldi!”. Poi sono scappato…
- Sei scappato perché stavano arrivando i Carabinieri, altrimenti l’avresti uccisa
- Non ebbi affatto l’intenzione di ucciderla altrimenti l’avrei colpita con più forza ed in altri punti vitali – dice cinicamente – fu solamente una ritorsione al male fattomi… ebbi solo l’intenzione di darle una lezione. Comunque agii in uno stato d’ira che mi tolse la facoltà di ragionare… – termina, dando dimostrazione di conoscere bene il Codice Penale o forse di essersi consultato con un avvocato prima di costituirsi
- Con più forza? Non dire fesserie! Le hai lasciato il pugnale conficcato nelle spalle e si è dovuto faticare parecchio per toglierlo! Tu credevi di averla uccisa con quel colpo e sei scappato mentre arrivavano i Carabinieri, questa è la verità! – gli urla in faccia il Pretore
Sono passati quasi quattro mesi da quando Umberto ha accoltellato Maria. È appena scoccata la mezzanotte del 4 luglio e l’Agente di Custodia Gaetano Papaleo sta facendo il giro delle celle quando si accorge che Umberto si è arrampicato sul davanzale della finestra e sta parlando con qualcuno fuori. Lo richiama e il detenuto torna sulla sua branda, così passa oltre. Quando torna sui propri passi Umberto è di nuovo alla finestra. Lo rimprovera di nuovo ma Umberto rifiuta di tornare al suo posto e resta sulla finestra per un’altra decina di minuti. Papaleo avvisa i colleghi i quali escono dal carcere e identificano la persona che parla con Umberto: Maria Capalbo!
Il detenuto viene punito con qualche giorno di cella d’isolamento e sembra che non capitino più incidenti simili. Poi accade qualcosa di inaspettato: il 31 luglio Maria si presenta spontaneamente davanti al Giudice Istruttore e fa mettere a verbale la sua dichiarazione:
- Mi presento spontaneamente a Vostra Signoria per perdonare il mio ex amante Tramonti Umberto, imputato di lesioni gravi in mio danno. Non insisto nella punizione dello stesso per quello che può valere
Si, è proprio un amore folle quello tra Umberto e Maria.
Come se si fossero dati appuntamento, quello stesso giorno Umberto presenta un lungo memoriale nel quale ripercorre tutte le tappe della sua vita e riafferma il suo amore (folle) per Maria
Io il 1940 sposò Grisafi Bambina, dove avutu, contutto quindici giorni e poi partì a servire la Patria, dove vengo preso prigioniero e trasportato in Sud Africa, liberato dalla prigionia arrivo a Rossano, tanto desiderato dai miei, trovò la mia casa vuota e chiusa che vengo fatto presente che mia moglia faceva la vita di marciapiedi: con poche parole donna di facile costume.
Allora mi allontanò da Rossano per levarmi questo brutto pensiero della mia testa a non vedere più la donna del mio cuore e mio figlio che avevano tradito un povero prigioniero. Dopo pochi mesi vengo a prendere servizio dal mio padrone Marchese Martucci per la mia onestà e la mia condotta morale in qualità di Guardiano. dove faceva la vita in campagna, da cene, facendomi tutto io, da mangiare, lavarmi, cucirmi ecc ecc. e figuratevi che vita poteva fare un povero ragazzo di 30 anni di età, trovando la casa maledetta dal diavolo. Finì il servizio da Guardiano e ritornò in Rossano il 22-3-50. come doveva fare solo a vivere? Un povero sfortunato Tramonti Umberto?
Incontro il 1-4-50 la mia adorata Maria Capalbo anche senza Padre e senza Madre, con quattro sorelli chiuse in Orfano Trofio. pensò di riunirmi con lei che era ai miei condizioni, sfortunata come lo era il povero Tramonti Umberto, dove gliò fatta la proposta di essere mia amante spiegandola la situazione, ritirandola dalla prostituzione dove la mia amata Maria acconsentì.
Facendo una delega che risulta in Processo presso la Questura di Rossano con Carta Bollata di 24 lire firmata col suo pugno ed il mio dichiarandomene sotto la mia propria disponibilità e governandola onestamente col mio sacro lavoro per non farla sottoponerla ha visite mediche perche donna di facili costumi. dove mi fu rilasciato il mandenimento della mia Adorata Maria che tanto la penso. E allora Signor Giudice comprendete che il povero Tramonti Umberto la trovò ammalata a ben 19 giorni nelletto dove aveva una malattia che gettava sangue della natura che faceva paura, ma il povero Tramonti Umberto incomincia a lavorare come un cane e avendo portato 36 mila lire dal mio povero lavoro, ho incominciato a farle delle cure che lei aveva bisogno facendogli prendere uove, latticinio e tutte le qualità di ignizione compleso Pinnicillina e Stretopennicellina, Calce, Ferro, Cloconato di Calcio, la quale gli le faceva fare da una donna del vicinato. E il povero Tramonti lavorava dove la teneva durante il mio riposo sempre nelle mie braccia e coprendola di baci. Adesso il destino crudele mià fatto distaccare ma io Signor Giudice, chiedo a Voi la Grazia di farmela abbracciare presto e darli la pace e stare sempre vicino alla mia Maria e raccontarle tutte le sofferenze che ho passato per lei. (…)
Il suo bene per lei era Umberto, anzi quando ha successo la disgrazia di quei tre individui dove uno poveretto morto al Traforo, io lavorava anche vicino dove miò visto abbracciare della mia amata Maria e mià detto Umberto, Umberto del mio cuore sei vivo nelle mie braccia (…)
A voi tutti Giudige comprentetemi e salvatemi perché questa donna e il mio bene, e la donna che mi porterà al Cimitero (…)
Per cui Signor Giudice voglio esplimere alla S.V.Ill.ma che non sono stato un malfattore verso la mia amata Maria a colpirla ma e stato il troppo bene e posso giurare che non prende pace in carcere pensando di aver colpita la donna della mia vita (…)
La mattina del giorno 19 marzo vedo vicino la caserma alla mia Maria, dove il mio cuore si è allegrato, dove gliò detto Vieni Maria andiamo a casa mia lei mià risposto non ti voglio più ed io pregandola con gli occhi di pianto lei mià risposto ancora una volta non ti voglio più, mi sono incinocchiato e gliò detto vieni Maria che Umberto ti perdona, lei ancora mià detto non voglio più venire con te. Miè venuto uno scatto di bene che nutrivo per Maria e gliò detto muori, così non ti godrà nessuno più al mondo ed io andrò al Cimitero. Quando lo vista a terra coll’arma maledetta dentro la sua spalla ho tirato, ho tirato e non veniva, allora ho detto povera mia Maria, lo Baciata ed o maledetto larma che doveva essere nel mio cuore (…)
La mia Maria viene sotto il Carcere a chiamarmi una sera io sentento la sua voce che diceva Umberto mio, Umberto mio sono saltato e vedo sotto i cancelli alla mia Maria, quando lo detto come stai bene mia Maria mià risposto io sto bene e tu Umberto e siamo rimasti a parlare un po’ piangendo tutte e due che quando ci siamo distaccato il mio cuore e rimasto colpito (…)
Per cui Nobilissimo Signor Giudice aiutatemi e pensate che dentro il carcere e un uomo che ama questa donna pazzo che non prende pace pensando alla sua l’ontananza. (…)
Io non sono un criminale ma e stato il troppo bene che mià costretto a commettere questa disgrazia, sono una vittima colpevole, non per malvagita ma per bene (…).
Nei confronti di Umberto Tramonti viene chiesto il rinvio a giudizio per i reati di tentato omicidio per motivi abietti, porto abusivo di pugnale, sfruttamento della prostituzione (con l’aggravante della recidiva specifica) e incendio doloso.
Il Giudice Istruttore però non ritiene sufficientemente provato il reato di sfruttamento della prostituzione e non ravvisa gli estremi dell’aggravante dei motivi abietti, per cui lo rinvia a giudizio per tentato omicidio, porto abusivo di arma e incendio doloso.
Il dibattimento si apre il 29 novembre del 1952 e Umberto ritratta la parte del suo memoriale dove racconta di aver pronunciato la parola muori prima di colpire Maria
- Il memoriale me l’ha scritto un detenuto perché io sono analfabeta ma non ricordo il suo nome. È certo che non dissi alla Capalbo le parole “muori così nessuno potrà goderti”
Anche Maria modifica alcune sue precedenti dichiarazioni
- Mi allontanai dal Tramonti perché spesso in casa non c’era da mangiare, dato che non sempre il Tramonti aveva lavoro. Fu questa la sola ragione che m’indusse a lasciarlo e non il timore di maltrattamenti… il Tramonti era così geloso che non mi mandava neanche a prendere dell’acqua
- Ma allora perché siete andata dai Carabinieri a riferire tutte quelle cose? – le contesta il Presidente
- Confermo che il Tramonti mi minacciava sempre col pugnale e qualche volta diceva che mi doveva ammazzare e andai dai Carabinieri dopo essere tornata a Rossano perché avevo paura che il Tramonti, geloso com’era, incontrandomi mi avesse ammazzata
La giuria crede al movente passionale, derubrica il reato da tentato omicidio a lesioni personali volontarie aggravate e lo condanna a 6 anni di reclusione, più le pene accessorie.
Il ricorso in Appello viene respinto.
Ma quello tra Umberto e Maria è un amore folle, lei non lo dimentica, anzi…
Rossano 17/5/53
Dunque mio caro indimendicabile Umberto dopo lungo tempo mi ricordo del nostro fatale passato e inviandoti una mia foto e credo che tu a ccetti con molto piacere alla tua cara Maria chè questo periodo che tu a cora deve stare ingalera io mi sendo sola bandonata e che stò a pregare il Dio che presto finisce e che possiamo tornare nella nostra piena felicità come eravamo una volta che nel mio pensiero non cè più nessuno solo che tu mio caro e indimendicabile Umberto e percio io ogni giorno che passa mi sempra un anno
Basta ricevi i più cari bacioni della tua cara per sempre
Capalbo Maria
Scrivimi subito alla tua cara amore Maria

2-6-53
Mio caro Indimenticabile Umberto
Anzi tutto mi scusi se o ritardato a scriverti perché non e stata colpa mia perche mi son sentita poco bene. dunque Umberto mio, come tu mi dici che non ti puoi dimenticare di me, anchio sono uguale alla tua smania che tu nutri per me. anzi mio Caro Umberto ti raccomendo di non stare con il tuo penziero inrivolto per che la tua Maria non e cambiato nulla di come era prima, per che non vedo l’ora e il momento che si finisce questa nostra sfortuna e non solo tu che ti trovi in una galera, ma penza anche a me caro padre che sono nelle tue medesime condizioni e che sto a sofrire continuamente in questo periodo della tua assenza.
Io Caro Umberto mi pentisco e piango del mio maledetto sbaglio che allora ti feci ma però oggi capisco e comprendo bene cosa sarebbe la vita della sofferenza e perciò io credo che mi perdonerai come dio a perdonato i suoi nemici per che il proverbio ogni dottore si perde in causa sua per cui il mio amato Umberto stai tranquillo che la tua cara figlia Maria ti attenderà e non intende amare più uomini nella sua vita che non ce altro bene come o conosciuto un bene solo di Tramonto Umberto.
Mio caro fai sapere se il compare Peppino ti a mandato il pacco che l’altro giorno lo visto e mi diceva che ti avrebbe mandato il pacco con le sarde salate.
Riprendo ancora a nostro riguardo di pensarmi sempre con un pensiero rivolto alla tua cara e indimenticabile Maria che non vedo lora che finirà questo maledetto destino e che possiamo ritornare più meglio che prima a goderci la nostra felicità con il mio caro e tanto sofferto martire Umberto.
Ricevi i più cari bacioni a finche il nostro amore di padre e figlia sia Inalterabile. Baci.[1]
Si, era proprio un amore folle.




[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 28 maggio 2017

CARO ABESTIA

Giuseppe Russo di Santa Maria Le Grotte, si innamora di una sua paesana, Arbellina Ringa, e ne chiede la mano, ma il padre della ragazza gliela rifiuta, salvo poi ripensarci con la condizione che Giuseppe gli venda tutte le sue proprietà. Il giovane accetta e cede le sue proprietà, più quelle che amministra per conto del suo fratello emigrato, per 15.000 lire, di cui ne incasserà solo 1.000. Felice di aver sposato la sua amata, ben presto si accorge che il clima in famiglia è cambiato e viene costretto ad emigrare in America. Lì si ammala e torna in paese. Scopre che la moglie lo ha tradito e adesso non lo vuole più. La disperazione lo assale e arriva a premeditare di uccidere il suocero, causa di tutte le sue disgrazie. Arrestato, viene processato e, esibendo alcune lettere ricevute e spedite quando era in America, riesce a convincere la giuria di non avere commesso il fatto volontariamente ed al fine di uccidere e viene assolto (Leggi la storia di Giuseppe).
Queste sono le lettere
  
Santa Fe, 26 del 1912
Mia carissima consorte vengo con la seconda lettera a farti sapere che godo in perfetta salute come meglio spero sentire di te. Duncue fatemi assapire per che mottivo non mia vete risposto perchio non posso dormire di notte penzando sempre sulla tua persona e tu invece ti passerai così crudele verso di me almeno mandarmi due righe di carta per sapere tue notizie. Duncue io aveva penzato di fare un bene che tio mandato a dire se voleva venire cui invece per te e stato il contrario del mio piacere che neanche mi rispondete. Duncue io sapendo tue notizie aveva penzato di rimpatriarmi pero ti fo sapere che a tre mesi non lavoro perche sono stato ammalato e te molto bene puo calculare che guasto a potuto avere e così che tre mesi di malattia mio mangiato cuel poco di denaro che io aveva guadagnato e àdesso se iddio mi dava salute e forza mi mettero a lavoro e cuando prima ricupero il denaro che mio guastato. Io mi rimpatrio e così ci daremo un caro abbraccio insieme.
Basta, penzate bene che cuando piu prima posso venire verro
Ti faro assapere che tirimetto anche il mio ritratto per fare il mio camino e poi piutardi ni vediamo se non moriro, no piu che dirti, ti saluto e ti abbraccio nel mio cuore e credime per sempre il vostro affezzionatissimo consorto
Giuseppe Russo
Pronta risposta e buoni notizie a Dio
La mia direzione è sempre la stessa

Mio rispettabile suocero rispondo subbito nella tua cara letterina che ti sei degnato mandarli al tuo caro figlio parlando della mia persona mi rallegro molto del vostro buon procedimento che usate verso di me grazie infinite mi allegro che godete in perfetta salute con tutta la vostra amata famiglia come pure vi notizio di me io spero cuando piu prima posso rimpatriarmi ci daremo un caro abbraccio tutti insieme in famiglia. Non piu che dirti vi saluto e viabbraccio di vero cuore con tutta la vostra amata famiglia e vi chiedo la santa benedizione e sono per sempre il vostro affezionato genero Giuseppe Russo

Ma Arbellina, questa lettera la rispedisce a suo fratello che abita con Giuseppe a Santa Fe, New Mexico, condita da parole tremende, scritte nei pochi spazi liberi intorno al testo:

caro fratello vi prego di dare questa lettera a quello cretino di peppe e questa testa di ciuco ciaio lasciato della sua fotografia ca non mi aio voluto acittare nello ritratto e ne anche la sua lettera. Io caro fratello tanno staro contenta quanno mi mannano il sigillo nero della sua vita. Caro fratello io tanno tengo sposo quando mure quella abestia chi mi sposerò unaltra volta camò come nonni tengo sposo. Caro fratello nonni cio dite pecchi si ne venisse così si ni viene io parto a  naltra merica calui nonni lo volglio vedere più a quella bestia ciucone

Poi Arbellina scrive a suo marito:

S. Maria Legrotte 29 Marzo 1912
Caro abestia
Ti farò sapere che conni il vostro ritratto miciaio apiciato un sicaro, voi midite che siete stati amalati mame poco miportta de vostra malattia, cabiate fatto voi mi dite ca quelle dinaro che vi abiate guastato vi lo lucrate i vi ripatriate, maperme si vi ripatriati vi ripatriati capoco miporta. Voi mi scrivete quando siete amalate cqquanno state bene si perde calamaio penne e carta, voi gia siete stato uno bestia daprincipio cadica posso dire che nonnapena siete arivate dentra lamerica si state bene ascrivere o mandare qualchi biglietto da dieci lire alli meno perri mi fare qualchi motanna perri un aricordo. date voi gia abiate vinto una primera di ti pigliare ame ma lo vogliono piangere le mie genitore che manno fatto prendere ate, ma voi siete andate alla merica perri mi lasciare vavete minato un conti perri la testa caio era maritata e io oro minaio minato unaltro per te, come quanno che siete mortte caperrime noni cechi fare più, io caro abestia mera acontentato più presto di mi pigliare un pasagiere chera senza camicia adosso enon ate cherate conni tanto dota cacerano pegliu e magiore dite e le mie genitore manno fatto pigliare a questo chretino duomo chi sei tu, malemie genitore lo debono piangere invita e in morte che micicurpano di mi pigliare ate che voi nonn erate buono a vi pigliare ame, la vostra dota sene andata ma si ce rimane qualchi cosa ci debbo stare io che io cio apizzata anche la mia verginita e voi nonni ci pretentete niente più acapito mi minerò unconto che sono rimasta vedova ca per te nonni cepiù niente ma si volete fare una buona vita vi state dove siete efarete una buona vita euna buona vechiaia caperme nonni voglio sapere niente più dite. Voi gia lo vedevate cq quanno mi doveva pigliare a voi e rientravate alla casa delli mio padre como quanno che vedeva unombra, ora nonni la la penza como tiposso vedere a queste buone cose che abiate fatto, io caro a bestia si mavia preso a chine diceva la mia mimorio io miaveva inpegnato il batesimo e lera andato a trovare ma per te nonni li vado trovando ne per mo e ne per niterno nella ternita e nivediamo unaltra volta ma però sinesi digno dove ai fato la tua giovendu larai latua vichieza aveduto o ca quano ni simo sposati nonni siamo godute un giorno di bene perche perche perche no ti voleva non ti aveva preso conni amore ma mo mi sei fugito dello tutto delli cuore nonni ti posso sentire nemeno indominare caro abistia le mi intenzione non e questo di stagliarmi conni il tribunale e queste sono lemie intenzione e o preso un giuramento ca te non ti voglio vedere più come gia laveva mandato adire alli mio fratello e nonni via detto niente, questo etutti mo e nonni vi scrivo più, per te sono morta[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 26 maggio 2017

IL PARANOIDE DI CAROLEI

È il 9 febbraio 1915 e il sole è ormai quasi tramontato del tutto. Carolina Massaro, 65 anni, comincia a preoccuparsi perché suo marito, il settantacinquenne Vincenzo Cava, non è ancora tornato dall’orto a un centinaio di metri da casa in contrada Casino Rizzo di Carolei, contrariamente a quanto, immancabilmente, suole fare. Si mette addosso uno scialle e lo va a cercare. Attraversa la rotabile Cosenza – Carolei chiamandolo a gran voce senza avere risposta, poi alla fioca luce rimasta nota per terra accanto a una pianta di ulivo l’accetta, il piatto di creta con la colazione ancora avvolto nella mappina, l’orciuolo e la giacchetta di lana bianca del marito, del quale tuttavia non c’è traccia. “Manca la zappa”, pensa, “forse è a casa di Maria…”. Torna sui propri passi e va a casa della figlia distante poco più di duecento metri
- Marì… Maria! – la chiama. Maria si affaccia e lei continua – Tuo padre è qui?
- No, non l’ho visto oggi… perché?
- Non è tornato… nell’orto ci sono le sue cose ma lui non c’è
- Sarà da Giacinto
- Hai ragione, vado a cercarlo da tuo fratello
Carolina percorre altri cento metri ma Vincenzo non è neppure lì, così torna dalla figlia, sempre più preoccupata. Adesso è buio pesto
- Marì, prendi una lanterna e andiamo a cercarlo
La preoccupazione è grande anche in casa di Maria e, accesa una lanterna, tutta la famiglia, suoceri e cognati della donna compresi, si avvia alla ricerca dell’anziano
- Hai detto che manca la zappa? – le chiede Antonio Gaudio, il consuocero
- Si, non l’ho vista…
- Andiamo all’orto, noi contadini alla fine della giornata seppelliamo la zappa dove abbiamo finito di lavorare…
- E che significa se c’è o non c’è la zappa? – gli chiede Carolina
- Se c’è significa che è stato lì e manca da poco, se non c’è significa che potrebbe essere andato ad aiutare qualcuno e si è portato la zappa e ci stiamo preoccupando inutilmente – così discorrendo arrivano nell’orto. Antonio Gaudio, illuminando il terreno con la lanterna, cerca di individuare il posto zappato più recentemente e si accorge che dove il terreno sembra più umido c’è un mucchio di terra più alto. Porge la lanterna a suo figlio e si mette a scavare con le mani per cercare la zappa
- Gesummaria! – urla quando alla luce tremolante della lanterna appaiono le dita di una mano che spuntano dalla terra, poi si alza di scatto e fa per scappare terrorizzato. Anche tutti gli altri urlano e scappano con i cuori che sembrano volere uscire dai petti. Poi Antonio riesce a recuperare la calma e convince gli altri a tornare al mucchio di terra. Si china sulla mano,  la prende tra le sue e, con gli occhi chiusi, tira più forte che può.
Di nuovo urla di terrore. Una ragazza sviene, un ragazzino vomita, qualcun altro scappa alla vista del tronco umano dal quale penzola la testa quasi completamente recisa dal collo. Antonio, d’istinto, molla la presa e cade all’indietro mentre il busto sta per raggiungerlo in un macabro abbraccio. Per l’inerzia dello strattone, ma i presenti giurano che si tratta di una magarìa, la testa del povero Vincenzo Cava sembra ritornare al proprio posto, solo un po’ spostata verso sinistra, mostrando parte dello squarcio come una specie di orrendo, satanico ghigno.
Sono le 21,30 quando Antonio Gaudio bussa alla porta dei Carabinieri di Carolei per denunciare la macabra scoperta all’assonnato Vicebrigadiere Giuseppe Mele. Il tempo di indossare la divisa e tutti corrono sul posto ma le cose sembrano avvolte nel più cupo mistero. Tutti giurano che Vincenzo non aveva inimicizie e non c’è motivo per sospettare di questo o di quello. Una cosa è certa: il delitto indubbiamente era stato consumato quando ancora era giorno perché altrimenti il piatto sarebbe dovuto essere vuoto. Ma a chi, ad appena 7 metri di distanza dalla rotabile Cosenza – Carolei battuta continuamente da pedoni e da vetture d’ogni genere, in un terreno circondato da tre parti da quella strada, in un terreno alberato di rare piante di ulivo che non impediscono affatto la visuale della rivendita di Sali e Tabacchi di Maria Sicilia, del casino della signora Rosina Ferrante vedova Rizzo e della casa di Maria Cava, può essere venuto in mente di rischiare di essere visto mentre ammazzava barbaramente Vincenzo?
Secondo i medici che eseguono l’autopsia la vastissima ferita al collo si sarebbe potuta considerare come una vera e propria decapitazione se la cute e qualche muscolo del primo strato della regione nucale non avessero sorretto la testa che dondolava a destra e sinistra ad ogni lieve movimento che si imprimeva al cadavere.
- Dato che l’omicidio è avvenuto di giorno, ritengo che sia da attribuirsi ad un pazzo – dice Antonio Gaudio al Pretore dopo averci pensato su tutta la notte – e tale mia convinzione è rafforzata dal fatto che nell’ora in cui si presume sia avvenuto l’omicidio, un certo Pulice Francesco Giuseppe, alienato di mente, è stato visto in quei pressi mentre se ne tornava in Carolei
Rimosso il cadavere, nella buca viene trovata un’accetta che presenta evidenti tracce di sangue e sicuramente deve trattarsi dell’arma del delitto. Dalle caratteristiche dell’attrezzo si risale al fabbro Giovanni Albo di Carolei che viene convocato in Pretura
- La scure è stata fatta da me e io la riconosco perfettamente. È molto vecchia e consumata e ritengo di averla fatta non prima di sette od otto anni dietro. Non so, né posso ricordare a chi l’abbia venduta giacchè ne ho fatte e vendute di simili a centinaia
- Vi ricordate se avete mai venduto un’accetta simile a Francesco Pulice o a qualcuno della sua famiglia?
- No, non sono mai stati miei clienti
Il Vicebrigadiere Mele, intanto, riceve la testimonianza di Carolina Aquino la quale dice che il giorno del delitto, più o meno a mezzogiorno, Francesco Pulice le si è presentato a casa rivolgendole minacce qualora non avesse pagato la fondiaria a Quintieri e siccome le minacce incalzavano, fece appena in tempo a chiudere la porta d’ingresso. Le stesse minacce che, uno dopo l’altro, quasi tutti gli abitanti della contrada Vadue, si presentano per denunciare! È quanto basta per mettersi alla ricerca dello squilibrato che viene rintracciato poco dopo nelle vicinanze della propria abitazione e portato in caserma
- Come ti chiami?
- Sono Quintieri Salvio Abissiniano
- Non sei Francesco Giuseppe Pulice?
- Pulice sono i miei amici ma io non li conosco
- Perché hai ammazzato quel povero vecchio? – gli chiede a muso duro Mele
- Quel vecchio mi disse di non entrare nella sua proprietà e teneva un bastone in mano a Domodossola col deputato
- Ma tu l’hai ucciso quel vecchio? – insiste Mele
- Io non ho ucciso nessuno ma il vecchio che teneva il bastone in mano non voleva pagare la fondiaria a Quintieri. Io gli ho dato un pugno sul viso ed è uscito un po’ di sangue
- Di chi era l’accetta sotterrata col vecchio?
- L’accetta che io ho sotterrato lei lo sa… forse l’avrà sotterrata Menelik nell’Abissiniano
- Ma perché hai ammazzato il vecchio?
- L’ho ammazzato perché non pagava la fondiaria a Quintieri
- E dopo che l’hai ammazzato dove l’hai messo?
- L’ho bruciato… finora non ho ammazzato nessuno ma da ora in avanti se non pagano ammazzo tutti
- Il vecchio però è morto
- Il vecchio non è morto, però se non muore oggi muore domani… se il vecchio piglia la bibita che gli ordina il medico guarirà fra quindici giorni. Esso è stato ferito dall’Abissinianomi hanno detto che hanno ammazzato un vecchio ma io non so nulla perché sono metodista e la mia religione mi impedisce di ammazzare
È chiaro che il trentasettenne Francesco Pulice ha dei grossi problemi. Le sue risposte sono incoerenti e non ci si può fare affidamento. C’è però un particolare che lo accusa del barbaro omicidio: le evidenti macchie di sangue sui suoi pantaloni.
E se è chiaro che Francesco Pulice ha dei grossi problemi mentali, è altrettanto chiaro che prima di compiere ulteriori passi istruttori si deve accertare lo stato di mente dell’indiziato. Fatte le dovute richieste, viene scelto il manicomio di Nocera Inferiore e Francesco viene affidato ai dottori Raffaele Vitolo e Raffaele Galdi.
È l’8 giugno 1915 il giorno in cui Francesco Pulice entra nel manicomio interprovinciale Vittorio Emanuele II. Ha la barba castana lunga, liscia e folta e la sua fisionomia, agli occhi dei medici che lo accolgono, ha un non so che di mistico. Ma nasce subito un problema: il dottor Raffaele Vitolo è stato richiamato alle armi perché l’Italia è in guerra. A sostituirlo sarà il primario del manicomio, dottor Salvatore Tommasini.
Di Francesco si sa soltanto che andò a scuola e che la frequentò per diversi anni, indi si diede al lavoro nei campi. È alcolista: non solo gli piaceva il vino, ma era dedito più ai liquori, agli spiriti – dice l’imputato stesso. All’età richiesta compì il suo dovere di soldato e stette per due anni sotto le armi, destinato al 91° Reggimento di Fanteria. È stato in diverse città col suo reggimento e di esse conserva il ricordo. tenne ottima condotta e fu promosso al grado di caporale. Subito dopo il congedo andò in America: qui non ebbe mai un mestiere fisso; conobbe una giovanetta del suo paese e la sposò procreando tre figli tuttora viventi in America. assicura che le donne non gli piacciono.
Per quanto riguarda l’inizio della probabile psicopatia, i periti dicono: Ignoriamo se forti cause morali abbiano agito (patemi d’animo) ma pare che no: non ha avuto perdita di averi, di figli, non ha avuto contrasti d’amore ecc. né pare abbiano contribuito cause fisiche come traumi, né cause sociali come condizioni economiche misere. Sola causa della presente probabile psicopatia sarebbe l’intossicazione alcoolica.
I periti ipotizzano che la malattia potrebbe essersi manifestata circa un anno e mezzo prima, quando, cioè, ubriacatosi si risvegliò in una cella di ospedale, che poi seppe essere il Manicomio di Houssemburg (?), come riferisce lo stesso Francesco. Dopo sette o otto mesi di ricovero, la moglie lo riprese in casa. Ma era diventato più che matto, la malattia lo perseguitava (sono sue parole), era geloso della moglie che corrispondeva col papa. Dietro le forti pressioni della moglie fu rimandato in Italia e fece il viaggio sotto sorveglianza, chiuso in una cabina con altre dieci o dodici persone e da essa non lo fecero mai uscire. A Napoli andò a prenderlo il padre che lo riportò a Carolei.
Durante i quasi quattro mesi di osservazione in manicomio, i periti lo interrogano parecchie volte e la coerenza delle risposte varia moltissimo da un mese all’altro. A giugno, subito dopo il ricovero, sembra lucido e le sue risposte sono coerenti e ben collocate nel tempo e nello spazio, poi le cose cominciano a peggiorare e già il 20 giugno torna quello che era al momento dell’arresto
- Sai dove ti trovi qui?
- Al manicomio provinciale di Nocera
- Nel manicomio sai che vi sono i pazzi?
- Vi sono i pazzi ed i sapienti
- E allora tu che cosa sei pazzo o sapiente?
- Se sono colpevole debbo piangere la pena dell’omicidio commesso; se no non mi ammette la mia coscienza di restare qui un giorno. Mandatemi a libertà e parto per l’Abissinia
- Chi conosci in Abissinia?
- In Abissinia ci ho degli amici. Ci è Quintieri, il mio padrone che non si sa se è Abissiniano o Italiano o Europeo
- Che relazione ci hai col tuo padrone?
- Mi da lire cinque al giorno. Quando beve troppo dice che in Abissinia non si trova male
- Hai commesso tu l’omicidio?
- Nossignore
- E allora perché ti hanno arrestato?
- La ragione è stata per non fare la concorrenza del denaro dell’Abissinia con quello dell’Italia
- L’ucciso come si chiamava?
- Bandiera o io
- Chi è che si chiama Bandiera?
- Credo che si chiami Bandiera sua maestà
Poi il 15 luglio
- Mio padre è un maggiore generale dell’esercito italiano, appartiene al presidio di Novara, vicino Roma, Primo Corpo d’Armata, provincia di Vercelli
- Conosci Quintieri?
- Si, sono signori prepotenti, sono otto fratelli, per niente fanno decapitare la gente
- Tu hai avuto l’ordine di decapitare qualcuno?
- No, ma di sparare contro chi non ubbidiva. Io non ho ucciso nessuno
- Se Quintieri ti ordinerà di decapitare qualcuno, come farai?
- Do le dimissioni. Ingiustamente certamente
- Conosci tu chi ha ucciso il vecchio Cava?
- Può essere questo che sta scrivendo. Uno che è sapiente deve intendere tutto, uno che non è sapiente non capisce niente
16 agosto
- Mandatemi a Roma, la mia causa è troppo criminosa, voglio andare a Roma per parlare col deputato
- Chi è il deputato?
- Sua maestà di Savoia. Essendo imputato di avere ucciso un fratello senza motivo, la causa come si mette non si può più uscire e perciò deve lui giudicare. A Roma vado col treno che si prende alla stazione di Nocera. Roma è una provincia del regno d’Italia, dove sta il deputato di Abissinia, è il re. Come in Italia si chiama Sua maestà, in Abissinia si chiama deputato. In Abissinia sono stato a Brooklyn, facevo il lavoratore decoratore
- Tuo padre dunque, come hai detto, faceva l’ufficiale generale?
- Mio padre zappava la terra, faceva tutto. Mio padre è italiano, non è abissiniano. Certo, quando è italiano è generale
- Tu sei abissiniano?
- Io sono lo stesso italiano; abissiniana deve essere mia madre che non sa parlare tanto bene l’italiano
- Hai ammazzato tu il vecchio?
- No
- Potresti dire chi lo ha ucciso?
- Forse qualche europeo. Gli europei sono più brutti, gli italiani sono più pacifici. Gli europei non vogliono vedere vicino gli abissiniani
- Perché hanno incolpato te?
- Fu un vice-brigadiere; mi ha trovato a casa e mi disse che il Segretario mi voleva in caserma perché sapevano che non tanto mi piace l’abissiniano in Italia
I periti annotano che i suoi discorsi sono per lo più sproloqui incomprensibili, il suo frasario è ibrido, formato anche di parole senza senso, oltre che di lingue diverse; è un miscuglio, un impasto di parole che alla fine nulla concludono. Ma sono anche costretti ad ammettere che la negazione del delitto è stata costante, mai si è smentito in così lunghi interrogatori, fatti anche da persone a lui estranee, come sono i suoi compagni di internamento nel manicomio. Egli si dichiara innocente e nei discorsi e negli scritti; nega anche che la scure presentatagli sia la sua, la quale, ha sempre affermato, è più piccola.
Poi giudicano il delitto che, nelle modalità con le quali fu commesso, presenta in sé tutte le apparenze di un delitto per quanto atroce, altrettanto anormale. Mancano le cause. L’ucciso è un vecchio innocuo. Gli viene incontro un uomo forte e robusto, dominato quel giorno da un’idea delirante, quella di imporre le tasse, come lo può fare un re, un capo di stato nella propria nazione. E si badi che nella mentalità del popolo è sempre il re che impone le tasse ai suoi sudditi, non il governo. Forse il vecchietto si ribellava a questa pretesa di pagamento di imposte, si negava perché sosteneva di avere già dato i suoi tributi e certamente non aveva compreso chi gli stava davanti, l’anormalità dell’uomo e le sue pretese. Un colpo di scure al capo che abbatte a terra il povero vecchietto, un secondo colpo così forte, da belva inferocita sitibonda di sangue, che recide quasi completamente la testa dal tronco.
Pulice Francesco è affetto da Demenza precoce paranoide; questa infermità, per gli atti impulsivi facili ad avverarsi, per le idee deliranti che sorgono, è pericolosa a sé ed agli altri.
Francesco Pulice, trovandosi nel momento del delitto in preda ad idee deliranti, era in condizioni psichiche tali da non avere la coscienza e la libertà dei suoi atti e quindi, a norma dell’art. 46 del Codice Penale non è punibile e secondo l’art 215 del Codice di Procedura Penale è pericoloso per sé e per gli altri e deve quindi essere rinchiuso in un manicomio.
È il 15 settembre 1915 quando i periti firmano la perizia di 99 pagine sullo stato mentale di Francesco Pulice.
Il 30 ottobre successivo, la Sezione d’Accusa dichiara il non luogo a procedere e ordina l’internamento in manicomio di Francesco, senza specificarne la durata minima.[1]
Siamo proprio sicuri che sia lui l’assassino?



[1] ASCS, Processi Penali

mercoledì 24 maggio 2017

APPESA

Sono quasi le 8,30 di mattina del primo marzo 1912 e Carmela Fuoco, attorniata da un gruppo di donne, sta bussando insistentemente alla porta di sua nipote Carolina nell’abitato di Colosimi, cercando nello stesso tempo di sfondare l’uscio. Un uomo le si avvicina a passo svelto
- Che c’è? Perché vuoi buttare giù la porta?
- È da dieci minuti che tua moglie non risponde. La bambina piange e lei non risponde, mi sembra evidente che qualcosa non vada – risponde Carmela a Giuseppe Pirchio, ventottenne muratore di Monopoli
- Spostati che ci penso io – le dice facendosi largo, poi con un paio di spallate la porta cede e lui, Carmela e le altre donne entrano in casa. la scena che si presenta ai loro occhi è di quelle che ti faranno venire gli incubi per il resto dei giorni: Carolina, in camicia da notte, appesa per il collo a una trave e la bambina di quindici mesi per terra sul pavimento in mezzo a dei cuscini che piange disperata proprio sotto i piedi della mamma. Ma non è tanto la vista orrenda del cadavere penzolante a fare impressione, quanto la consapevolezza che la bambina innocente, indifesa, ha assistito a tutto ciò che è successo in quella stanza.
Giuseppe, incurante della figlia, corre verso la moglie, la solleva cingendola con un braccio mentre con l’altro toglie dalla tasca un coltello e taglia la corda che l’ha soffocata, poi l’adagia sul letto. Una donna gli dà uno spintone, afferra la piccola e la porta via al sicuro.
Intorno al collo di Carolina la corda fa due giri ed è assicurata da due nodi normali. Giuseppe scioglie i nodi e butta la corda, subito raccolta da Giovanna Angotti, accorsa con le altre donne, che la rimette al collo del cadavere
- Che fai? – le urla Giuseppe che non mostra segni di disperazione
- La corda la devi lasciare dov’era fino a che non arrivano i Carabinieri – gli risponde decisa mentre fissa nella propria mente tutti i particolari della stanza. Trova singolare il fatto che la cordicella fosse annodata con nodi normali e non con un nodo scorsoio e sebbene sia giorno fatto, in una nicchia nel muro accanto al capezzale del letto un lume a petrolio è ancora acceso; dalla trave a cui era appesa la povera Carolina pende un lenzuolo annodato a cui è legata la cordicella tagliata da Giuseppe. Il letto, che mostra i segni che i coniugi vi hanno dormito, non è del tutto disfatto e per terra non ci sono oggetti. Trova anche strano che il vedovo, quasi con noncuranza, si avvicini alla nicchia e spenga il lume.
Poi, all’improvviso Giuseppe cede e comincia a piangere e disperarsi battendosi il viso e strappandosi i capelli
- Perché ti sei strangolata? – urla in continuazione come un pazzo
Quando arrivano i Carabinieri fanno uscire tutti e chiedono al marito di ricostruire i momenti precedenti la tragedia e se sia a conoscenza dei motivi che hanno spinto la poveretta a togliersi la vita
- Ieri sera, dopo mangiato, abbiamo chiacchierato un po’ e poi siamo andati a dormire. Verso le quattro mia moglie si è svegliata, mi ha detto di sentirsi poco bene e mi ha chiesto di andare da sua sorella a Melilla per farsi mandare un po’ di carne salata e per pregarla di venire a casa nostra per aiutarla a lavare della biancheria. Ho aspettato le sei e sono uscito per accontentarla. Lei era a letto con la bambina e io ho lasciato la porta socchiusa. Quando sono arrivato a Melilla, siccome ho incontrato Carolina Collia, invece di andare da mia cognata, le ho chiesto se fosse stata disposta a lavare la biancheria. Lei ha detto di si e ci siamo messi d’accordo che io sarei tornato indietro a prendere i panni sporchi e lei sarebbe andata a chiedere la carne per conto mio e ci saremmo incontrati al mio ritorno così le avrei dato la biancheria da lavare e lei mi avrebbe dato la carne. Sono tornato indietro che erano le otto e mezza e ho trovato la sorpresa… – poi continua riferendo quelli, che secondo lui, sono i motivi del suicidio – ritengo che mia moglie siasi suicidata perché spinta dalla gelosia ritenendo che io l’abbandonassi per convivere, come feci il decorso anno con altra donna a nome Sirianni Rosa da Melilla e pel quale fatto vi furono querela ed arresto ed anche per la miseria che vi era nella nostra casa, stando che io non lavoro da quasi 2 mesi
Mentre Giuseppe racconta queste cose al Brigadiere Salvatore Bevilacqua, comandante della stazione di Colosimi, fuori dalla casa si alza sempre più forte il vocio dei paesani che, al contrario, lo accusano di avere assassinato la povera Carolina. Sull’onda emotiva della protesta di piazza, Bevilacqua pensa bene di fermare l’uomo e di portarlo in camera di sicurezza, sia perché qualcosa non gli torna, sia per non esporre Giuseppe a possibili tentativi di linciaggio.
La prima a presentarsi in caserma per accusarlo è proprio Giovanna Angotti che, oltre a raccontare tutte le stranezze che ha mentalmente annotato, rivela altri particolari
- L’ha sempre ammazzata di botte, questo deve essere chiaro. Dopo averla abbandonata per andarsene con Rosa Sirianni, con la quale ha fatto anche un figlio, due o tre mesi fa, dietro la promessa di non picchiarla più, l’ha convinta a riprenderselo in casa, ma lui ha ricominciato tutto come prima. Carolina mi raccontò che le faceva ogni sorta di sevizie e mi disse ancora che un giorno, avendo cotto dei cavoli ed essendosi poi allontanata perché la bambina sua piangeva, nel tornare trovò i cavoli di color giallognolo e ritenne che fossero stati avvelenati. Di ciò ne fece menzione al marito che non rispose e di accordo li buttarono via. Dopo due giorni avvenne la stessa cosa, per cui la Fuoco si mise maggiormente in sospetto; e poiché il marito pretendeva che essa ne avesse mangiato, ella si oppose dicendo: “Mangiane prima tu ed io farò lo stesso” ma a ciò il Pirchio non volle aderire ed, adiratosi, la percosse e la Carolina mi mostrò un fianco annerito ed il dito pollice di una mano che non poteva muovere. Stamattina di buon’ora stavo scendendo da Rizzuti a Colosimi quando ho visto Giuseppe che stava venendo dalla strada provinciale per una scorciatoia e camminando a passo svelto mi ha raggiunta e superata verso Colosimi. Mi è sembrato essere impaurito e sconvolto… poco dopo abbiamo fatto la scoperta… a me pare fuori dal mondo che uno che si vuole impiccare riesce ad annodarsi la corda intorno al collo con nodi comuni…
Mentre numerosi testimoni raccontano delle continue botte che la povera Carolina prendeva dal marito e della relazione tra questi e Rosa Sirianni, una donna racconta, smentendo Giuseppe, che la sera prima ha sentito i due litigare. Poi arrivano i risultati dell’autopsia.
Capelli con ciocche disfatte, anzi arruffate. Faccia tranquilla lievemente enfia e congesta. Occhi chiusi: arrovesciate le palpebre si riscontrano pupille discretamente dilatate ed ecchimosi presentansi sulle congiuntive oculo-palpebrali. Dalle narici fuoriesce in piccola quantità sangue spumoso. Bocca chiusa che non permette di osservare momentaneamente la lingua a cagione del forte trifoma. Al collo si nota un doppio solco di colorito pallido, poco profondo, con margini leggermente rilevati, di consistenza piuttosto molle, di cui uno dei giri, quasi completamente circolare, ha una direzione trasversale all’asse mediano del collo stesso e l’altro interrotto sulla nuca ha una lieve inclinazione davanti in dietro e dal basso in alto. Si rilevano sul collo stesso, e specialmente sulle parti laterali di esso, e più marcatamente a sinistra, varie ecchimosi accompagnate da piccole escoriazioni e da unghiature. Su ambo le regioni clavicolari si riscontrano ecchimosi molto più vaste che a sinistra si continuano fin sopra la mammella. Sulla regione scapolo omerale sinistra vi è una ferita contusa irregolarmente circolare della dimensione di un soldo, con un’area ecchimotica circostante abbastanza estesa. In dietro sul dorso, oltre a varie macchie ipostatiche, si riscontrano cinque lacerazioni cutanee sulla regione scapolare sinistra ed un’altra lunga quasi tre centimetri sulla regione scapolare destra, in prossimità del margine esterno; lesioni tutte dovute a colpi di unghie.
Procedutosi alla dissezione dei tessuti del collo, si sono notate delle soffusioni sanguigne localizzate nel cellulare sottocutaneo il quale, in corrispondenza del solco cutaneo, non si presenta né addensato, né di aspetto argentino. Nessuna lesione nelle cartilagini della laringe; la mucosa laringo-tracheale però si trova vivamente arrossata, congestionata, coperta da spuma sanguinolente finemente areata e diffusa fino ai medi bronchi. I polmoni sono fortemente congestionati e sulla regione occipitale sinistra c’è una profonda contusione con pestamento dei tessuti molli.
Tutto ciò, in parole povere, vuol dire che, si, la morte è avvenuta per asfissia provocata da  strangolamento ma la morte è avvenuta prima dell’impiccagione, cioè Carolina è stata assassinata, come tutti sospettavano.
Giuseppe Pirchio è fritto.
Ma i Giudici e i Carabinieri sospettano che Rosa Sirianni avesse potuto concorrere in qualche modo all’attuazione dell’efferato delitto o determinando o consigliando, o in altro modo incitando il Pirchio a commetterlo.
Molti testimoni raccontano di averla sentita dire, dopo che Giuseppe era stato ripreso in casa da Carolina, frasi come: Essa va a Colosimi e si avvicina al Camposanto e presto la conteranno all’ufficio mortuario.
Nella perquisizione che i Carabinieri fanno in casa sua vengono trovate due cartoline illustrate speditele da Giuseppe. In una delle due, sotto un francobollo staccato c’è un messaggio d’amore, nell’altra sembra esserci scritto un messaggio cifrato: una croce e un Si. Evidentemente, pensano gli inquirenti, alla richiesta di Rosa di sbarazzarsi della rivale, Giuseppe ha acconsentito con quel messaggio.
Rosina viene arrestata ma, dopo avere ammesso che le cartoline sono sue e le sono state spedite dall’amante, ritratta e dice che sono di un certo Giovanni Scarpino il quale, interrogato, conferma, ma gli inquirenti ritengono che stia mentendo. Rosina, a questo punto, ripercorre le fasi della sua relazione con Giuseppe e spiega il mistero del messaggio cifrato, quindi finisce con l’accusare l’amante
Io sono entrata in relazioni intime con Pirchio Giuseppe nel dicembre 1910 quando egli era già sposato. – esordisce. Da altre testimonianze, al contrario, la relazione viene fatta risalire in epoca antecedente il matrimonio tra Giuseppe e Carolina – Rimasi incinta di lui ed insieme andammo in Taverna per nascondere la mia gravidanza. Il Pirchio abbandonò la moglie in Melilla presso suo padre e rimase a convivere meco in Taverna. Intanto, dopo qualche mese fummo arrestati per adulterio, ma essendo stati subito escarcerati, ritornammo in detto comune ove io rimasi fino al dieci luglio, epoca in cui ritornai in Melilla, in compagnia di mia madre che mi venne a rilevare e ricondusse nella casa paterna ove io mi sgravai nel tre ottobre. Il Pirchio continuò a rimanere a Taverna, non ricordo bene se fino al novembre od al dicembre successivo. Ritornato in Melilla si riconciliò con la moglie ed insieme andarono a Colosimi. Da quell’epoca io non ebbi più rapporti con il Pirchio, dal quale non avevo nulla da sperare. Mi ritrassi nella mia casa tra mio figlio e mia madre e non volli più sapere di lui. Egli veniva continuamente in Melilla ove si tratteneva lungamente, anche delle mezze giornate, ma io non gli ho dato mai più confidenza. Egli passava e ripassava innanzi la mia casa, vedeva qualche volta il mio bambino che tenevo sulle braccia, ma non si permetteva di entrare in casa. Egli né lavorava nè aveva diversamente come procurarsi i mezzi di sussistenza, viveva alle spalle della propria moglie, la quale ora dal padre, ora da qualche altro parente od amico, riceveva un po’ di pasta o qualche altro genere alimentare. Il Pirchio è un pessimo soggetto: egli ha maltrattato sempre la propria moglie e prima, e dopo di avere relazioni con me. Io ero prima in buonissimi rapporti con la povera Fuoco ma dopo le relazioni adultere col marito i nostri rapporti di amicizia furono troncati. Io il mattino del 1° marzo appresi dalla voce pubblica che la povera Carolina era stata trovata strangolata e ritengo quello che ritengono tutti, che cioè il Pirchio l’abbia prima strangolata e poi impiccata. Egli era capacissimo di farlo, dato il suo carattere terribile e non è assolutamente verosimile e possibile che la Fuoco si sia impiccata. Egli è di famiglia sanguinaria: un fratello di lui uccise la propria fidanzata, non so per qual motivo. Io però sono assolutamente innocente e non ho altra colpa che quella di aver avuto relazioni con lui. Io non potevo mai immaginare che egli arrivasse a tal punto di malvagità di uccidere così barbaramente la moglie. L’altra cartolina è ancora più vecchia e mi fu spedita da un altro giovane, Scarpino Giovanni da Coraci, agnominato Si e perciò nella cartolina appare il suo agnome.
Giuseppe non si dà per vinto e continua, nonostante gli esiti dell’autopsia, a sostenere la tesi del suicidio e continua a ripetere: mia moglie che io adoravo e che costituiva per me l’unico bene che io avevo al mondo[1]. Sostiene che quando l’ha liberata dalla corda che le serrava la gola ancora stava respirando e che è morta subito dopo. La bambina? Lui, quando è uscito, l’ha lasciata nel letto accanto alla mamma, per terra in mezzo ai cuscini l’ha messa sicuramente Carolina. Lui è innocente e non si meraviglia che a Colosimi tutti lo accusino di avere compiuto quell’orrendo crimine. Io non ho fatto male a nessuno, sono capitato come Gesù che dopo essere stato legato, tutti lo sputavano, termina.
Dopo tre mesi di carcere preventivo, due richieste di proroga delle indagini e tre confronti, Rosa Sirianni viene messa in libertà provvisoria perché, ammette il Pubblico Ministero, gli indizi di reità accennati in primo tempo ed emersi vagamente dalle prime indagini relative all’efferato omicidio commesso indubbiamente dal Pirchio, non hanno ricevuto conforto sufficiente di prova atto a legittimare il di lei arresto sotto l’imputazione di complicità in omicidio.
Ci vorrà il 26 febbraio 1913, quando la Camera di Consiglio del Tribunale di Cosenza pronuncia la sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Rosa Sirianni per il reato di complicità in omicidio per fare un po’ di chiarezza: i Giudici sostengono che dopo essere stati condannati per adulterio, la relazione tra Rosa e Giuseppe effettivamente si ruppe e se qualche volta furono visti parlare tra di loro, è certo che essa non volentieri lo tollerava, ciò che determinò il Pirchio ad uccidere la moglie in quanto eliminato l’ostacolo, la Sirianni non avrebbe certo tentennato a riprendere le relazioni intensamente come prima. Poi chiariscono anche il mistero della cartolina postale: non proveniva da Pirchio, ma da altro, e quindi questo indizio che sembrava gravissimo è stato dalla istruzione sfatato.
Giuseppe Pirchio viene rinviato a giudizio e il dibattimento viene fissato per il primo aprile 1914. Il processo nasce male tra giurati che non si presentano e vengono multati, testimoni che sono emigrati o che sono stati trasferiti o che improvvisamente si ammalano ogni volta che vengono convocati. Di rinvio in rinvio si arriva al 12 gennaio 1915 ma anche questa volta c’è un intoppo: il cambio del Codice di Procedura Penale. Se all’epoca dell’omicidio il Codice non dava diritto all’imputato di presenziare all’autopsia, direttamente o tramite un proprio perito, il nuovo Codice prevede questa possibilità e gli avvocati Fagiani e Berardelli chiedono alla Corte di poter nominare un proprio perito per esaminare i risultati dell’autopsia. Viene indicato il dottor Bruno De Simone di Cosenza e la causa è rinviata di nuovo. L’esito della controperizia non porta alcuna novità e, finalmente, l’11 marzo 1915 si può iniziare per davvero. Cinque giorni dopo la Giuria è già in grado di emettere il proprio verdetto: Giuseppe Pirchio è ritenuto colpevole del reato di omicidio premeditato e condannato a venti anni di reclusione. Il ricorso in Cassazione sarà rigettato.[2]





[1] Nel verbale di interrogatorio il Giudice Istruttore, evidentemente meravigliato di tanta spudoratezza, fa annotare tra parentesi che le parole scritte nel verbale non sono riassunte o mediate dal cancelliere ma parole proprie dell’imputato. Nda.
[2] ASCS,Processi Penali.

lunedì 22 maggio 2017

L'ONORE, LA MOGLIE E LA FAME

È il 31 gennaio 1915. È domenica pomeriggio e fa freddo. Giuseppe Russo entra nella cantina di Nicola Filippo a Santa Maria le Grotte e si mette a giocare a carte con un amico. Bevono un po’ di vino che paga Giuseppe con una lira d’argento, intascando il resto che l’oste gli porge. Proprio in questo momento entra il suocero di Giuseppe, Giovanbattista Ringa, il quale con una salvietta nelle mani chiede al cantiniere un chilo e mezzo di pasta, che disse dover mangiare con la famiglia.
Giuseppe alla vista del suocero cambia colore e diventa paonazzo. Esce quasi di corsa dal locale e si nasconde in un vicoletto. Il suocero, con la pasta avvolta nella salvietta, si incammina verso casa, una cinquantina di metri appena.
Forse non si accorge nemmeno del lampo che gli ustiona il viso e della pallottola che gli trapassa la mascella da parte a parte. Certamente sente il dolore per le ferite, ma è una questione di secondi perché un’altra pallottola lo colpisce in pieno petto.
Dal balcone di casa escono due figli di Giovanbattista che riconoscono il cognato mentre sta sparando altri due colpi contro il loro padre e si mettono a urlare chiedendo pietà per il genitore. Accorre anche un’altra figlia che si inginocchia davanti a Giuseppe e lo implora
- Non ammazzare papà… – Giuseppe ha ormai compiuto la sua missione e la cognata in mezzo alla strada rappresenta solo un ostacolo alla fuga, così punta l’arma verso la giovane e sta per sparare, ma lei implora di nuovo, per sé questa volta – Peppe, non mi ammazzare, fallo per quanto bene ti ho fatto finora… – queste parole producono l’effetto sperato dalla ragazza e Giuseppe la scavalca con un salto, sparendo nella notte.
Intorno a Giovanbattista c’è un capannello di curiosi accorsi agli spari e alle grida. Qualcuno si accorge che respira ancora. Lo sollevano e cercano di portarlo in casa, così almeno muore nel suo letto, dicono. Ma Giovanbattista muore mentre non ha ancora oltrepassato del tutto la soglia di casa.
Il Maresciallo Antonino Miragliotta, comandante la stazione di San Martino di Finita, arriva con due Carabinieri e il medico condotto verso le 21,30. Sguinzaglia subito i suoi uomini alla ricerca dell’assassino, ma senza esito. Nel frattempo comincia a raccogliere delle testimonianze che ricostruiscono sommariamente i fatti e altre, molto interessanti, per capire il movente del tragico gesto.
Intanto non sembrano esserci dubbi sul fatto che Giuseppe ha seguito il suocero nel vicolo con una rivoltella in mano. Quando erano a meno di dieci metri dalla porta di casa, Giuseppe posò la mano sinistra sulla spalla del suocero che, sorpreso, si girò di scatto, poi gli spari. Questa è la ricostruzione ufficiale dei fatti.
Poi Giuseppe viene arrestato a Cosenza la sera del 1 febbraio, un giorno dopo l’omicidio e confessa raccontando la sua versione dei fatti. Soprattutto ricostruisce le vicende che lo hanno portato alla disperazione e poi a premere quattro volte il grilletto della sua rivoltella contro il suocero
- Confesso di avere sparato quattro colpi di rivoltella contro mio suocero e di avere asportato abusivamente la rivoltella. A mia discolpa, però, dichiaro che il delitto fu conseguenza di una lunga serie di torti fattimi dal Ringa e da sua figlia Arbellina, mia moglie – esordisce, poi continua –. Circa dodici anni fa io mi invaghii di Arbellina Ringa; mandai dal padre a chiederla in isposa e mi fu prima risposto di no. Pochi giorni dopo, però, il Ringa mi mandò a dire che il matrimonio si poteva conchiudere. Quindi entrammo in trattative. Il Ringa pretendeva che io avessi fatto un “bono”, una scrittura privata, in cui avessi dichiarato di cedere tutta la mia proprietà a sua figlia; io mi rifiutai e le trattative si sospesero. La mia proprietà era allora di circa lire quindicimila, compreso in esso il valore della proprietà di mio fratello Raffaele il quale, pria di emigrare, mi aveva fatto procura generale per amministrare tutti i suoi beni. Il Ringa poi nuovamente volle riattaccare le trattative, senza parlarmi di cessioni a sua figlia, la quale si mostrava affettuosa con me. Poco tempo prima del tempo stabilito per il nostro matrimonio, il Ringa volle che andassi con lui a Cosenza, sotto pretesto che avremmo dovuto fare gli acquisti pel matrimonio. L’indomani del nostro arrivo a Cosenza, il Ringa condusse me e suo cognato Gennaro Covello ad una casa che io ignoravo a chi appartenesse, così mi trovai nella casa del Notaio De Gattis Antonio, il quale aveva già quasi completato un atto di cui ignoravo la natura. C’erano presenti due testimoni quando mio suocero mi chiamò in disparte e mi disse: Quando il notaio ti chiederà se avrai ricevuto il prezzo, tu dirai di si. Io non diedi importanza alla cosa perché pensavo si trattasse di una dotazione di mobili [contanti, nda] senza alcuna importanza. Ricordo che il notaio ad un certo punto mi disse senza specificare: Russo, hai ricevuto questa moneta? Risposi di si e ce ne andammo. Pochi giorni prima del matrimonio, il De Gattis fece in casa Ringa a Santa Maria i capitoli nuziali. Fu letto un atto in cui si parlava di dotazione del Ringa alla figlia di proprietà acquistata da me. Nemmeno allora compresi l’importanza della cosa e quindi non mi accertai se il Ringa avesse fatto qualcosa alle mie spalle. Cosa volete, il matrimonio era imminente, io amavo Arbellina e lei era molto affettuosa con me. Ero contento di entrare in una famiglia che ritenevo per bene e non mi passava per la mente che mi si potesse fare un inganno. Dopo il matrimonio scoprii la verità: mai moglie era la proprietaria della mia roba e mio suocero aveva la procura per amministrare tutto, anche la roba di mio fratello. Ma ancora una volta, per l’amore cieco che nutrivo per mia moglie, non me ne curai. Abitavamo dai suoceri e io lavoravo indefessamente. Dopo alcuni mesi mia moglie cominciò ad insistere affinché partissi per l’America con suo fratello Eugenio. Dapprima mi opposi ma poi le insistenze di Arbellina e della sua famiglia divennero insopportabili e così, quattordici mesi dopo il matrimonio, partii con mio cognato. I primi tempi guadagnavo bene e mandai a casa quasi mille lire, poi mi ammalai e non trovando facilmente lavoro non mandai più niente a mia moglie che, del resto, godeva la mia proprietà. In quel periodo ci scrivevamo regolarmente, poi nel 1911 mio suocero volle mandata da me una procura per transigere una lite che egli, relativamente alla mia già proprietà, aveva con Filippo Domenica, moglie di mio fratello Raffaele. Mandai la procura e in seguito seppi che gli era servita per vendere alcune parti della proprietà che gli avevo ceduto. Da allora Arbellina cominciò a scrivermi in modo insolente. Il 7 settembre 1913 tornai dall’America e trovai Arbellina in casa dei suoi. Incinta. Si, incinta del notaio Giovanni Fava, diceva la gente. A me non importava ed ero disposto a perdonarla e a riprenderla con me, ma lei si rifiutò ostinatamente e allora la querelai per adulterio. Ma avevo sempre la speranza che potessimo far pace e così, per l’intromissione di parecchie persone e anche perché mia moglie e mia suocera mi avevano fatto capire che sarebbe potuta tornare con me, ritirai la denuncia. Il Ringa faceva finta di dare torto alla figlia ma poi seppi che faceva acquiescenza tacita a tal fatto. Nella famiglia Ringa erano tutti contro di me tranne Adelina che ha sposato un mio cugino. Talvolta mi dava da mangiare e mi lavava la biancheria. Adelina, accennando ai primi tempi del mio ritorno dall’America quando qualche volta mi capitò di mangiare a casa di mio suocero,  mi ripeté spesso questa frase: se tu avessi continuato a mangiare in casa dei miei parenti, costoro erano capaci di avvelenarti. Io non ci credevo e le chiedevo: ed era possibile? e lei: e come no! Nonostante il ritiro della querela, Arbellina non volle tornare con me. Più volte mio suocero mi dimostrò il suo disprezzo e mi disse che mi riteneva un cretino e buono a nulla e che egli e i suoi, se avessero avuto l’aggio di uccidermi di nascosto, lo avrebbero fatto. Intanto io morivo di fame perché la mia proprietà era sfruttata da Battista Ringa; facevo ogni tanto qualche giornata ma poi è arrivato l’ultimo, orribile inverno e non ho più lavorato. Pensavo a quello che mi avevano fatto e mi facevano i Ringa e alla mia misera condizione, ma non avevo ancora divisato di uccidere il Ringa. Più volte pregai Arbellina di restituirmi tutta o almeno parte della mia proprietà e lei aveva acconsentito, però suo padre si oppose, così ho chiesto a lui direttamente e mi ha risposto: tu non conti niente, i padroni siamo io e tua moglie e non seccare più mia figlia! Domenica 31 gennaio, verso le 10, andai a trovare Adelina che mi invitò a mangiare a casa sua ma io rifiutai e mangiai un pezzo di pane. Verso le 14,00 uscii e passai davanti alla cantina di Nicola Filippo. Entrai. Mi proposero di giocare a carte e accettai andando compagno con uno di Cosenza, un certo Luigi Pennino. Bevemmo un paio di litri in tutto ma poi continuai a giocare di mano a mano con Paolo Giglio e bevemmo un altro po’. Mentre giocavamo mi feci portare un soldo di sarde salate, poi pagai tutto io con una lira e il cantiniere mi diede il resto mentre entrava mio suocero per comprare della pasta. Io uscii per pisciare e quando rientrai, per sfottermi cominciò a dire ad alta voce: questa sera debbo fare una mangiata di pasta; lasciamo che gli altri mangino sarde! Ringa uscì. Uscii anche io con l’intenzione di andare a casa di Adelina che abita quasi all’imbocco della via dove stava il Ringa. Camminando vicini gli dissi: perché non fai venire tua figlia con me? e lui mi rispose: che deve venire a fare con te? Sta bene ove si trova… gli feci ancora la stessa domanda ed ebbi sempre la stessa risposta. Intanto avevamo oltrepassato la casa di Adelina e avevamo imboccato il vicolo dove abitava mio suocero. Gli dissi: buona sera papà, ma perché non mi date qualche risposta sul se tua figlia se ne viene o no? mi rispose sprezzante: ancora parli? e mi diede un pugno forte sulla testa. Perdetti il lume degli occhi, sia perché ero un po’ brillo, sia per i precedenti e sparai… poi mi si calò come un velo sugli occhi e persi la coscienza. Non ricordo nemmeno quanti colpi ho sparato. Non ricordo, come mi dite, di avere minacciato Adelina con la rivoltella né di averle parlato. Mi sono ritrovato alla stazione di Acri-Bisignano e ho preso il treno per Cosenza… avevo deciso di costituirmi…
Il Maresciallo Miragliotta indaga sul lungo racconto di Giuseppe e scrive: Giovanbattista Ringa, fiutando un buon affare, con fini loschi rispose che avrebbe acconsentito al matrimonio solo quando Giuseppe avesse fatto a lui vendita di tutti i suoi beni ammontanti a £ 15000 circa. Giuseppe, forse perché poco esperto o per amore di Arbellina, o per altro fatto inenarrato, accettò e per atto pubblico faceva vendizione a Ringa di tutti i suoi beni. Il furbo suocero però gli versò solo un migliaio di lire per i debiti che aveva il Russo.
Scrive ancora che Giuseppe era disperato e sul lastrico. Aveva perduto l’onore, la moglie, le proprietà e la casa, soffrì la fame. Alcuni paesani cercarono di mettersi in mezzo per fare riavvicinare le parti e ottenere che Ringa restituissero qualcosa di quello che avevano sottratto a Giuseppe con l’inganno ma tutto fu inutile e il suocero addirittura voleva fare lo sfratto al Russo dalla casa dove abitava.
Tutte queste circostanze, accompagnate dalla disperazione e dalla fame, nonché dalla vergogna di vedersi in quello stato, dal ridicolo pubblico, decisero il Russo a commettere il delitto, conclude il Maresciallo, quasi assolvendolo moralmente.
Difficile smentire i fatti che ha raccontato Giuseppe perché tutto il paese sa che le cose sono andate esattamente come le ha raccontate lui e tutti sostanzialmente le confermano davanti al giudice. Ma c’è un morto di mezzo ed è giusto che Giuseppe debba affrontare il giudizio della Corte. L’unico, atroce dubbio che ha la Procura è se Giuseppe ha agito con premeditazione o meno. Il dubbio viene chiarito il 25 settembre 1915 quando la Sezione d’Accusa lo rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’imputazione di omicidio aggravato e minacce.
Dopo quasi due anni dal fatto, si tiene il dibattimento nel corso del quale Giuseppe esibisce alcune ricevute di versamento fatti alla moglie e due lettere: la prima da lui indirizzata alla moglie e al suocero e malamente restituitagli dalla consorte, la seconda della moglie a lui, carica di odio e risentimento, che contribuiscono in modo decisivo a capire in quali mani era finito Giuseppe, un vero e proprio sempliciotto. Il 20 aprile 1917, la Giuria lo assolve perché non ha commesso il fatto volontariamente ed al fine di uccidere.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.