lunedì 22 maggio 2017

L'ONORE, LA MOGLIE E LA FAME

È il 31 gennaio 1915. È domenica pomeriggio e fa freddo. Giuseppe Russo entra nella cantina di Nicola Filippo a Santa Maria le Grotte e si mette a giocare a carte con un amico. Bevono un po’ di vino che paga Giuseppe con una lira d’argento, intascando il resto che l’oste gli porge. Proprio in questo momento entra il suocero di Giuseppe, Giovanbattista Ringa, il quale con una salvietta nelle mani chiede al cantiniere un chilo e mezzo di pasta, che disse dover mangiare con la famiglia.
Giuseppe alla vista del suocero cambia colore e diventa paonazzo. Esce quasi di corsa dal locale e si nasconde in un vicoletto. Il suocero, con la pasta avvolta nella salvietta, si incammina verso casa, una cinquantina di metri appena.
Forse non si accorge nemmeno del lampo che gli ustiona il viso e della pallottola che gli trapassa la mascella da parte a parte. Certamente sente il dolore per le ferite, ma è una questione di secondi perché un’altra pallottola lo colpisce in pieno petto.
Dal balcone di casa escono due figli di Giovanbattista che riconoscono il cognato mentre sta sparando altri due colpi contro il loro padre e si mettono a urlare chiedendo pietà per il genitore. Accorre anche un’altra figlia che si inginocchia davanti a Giuseppe e lo implora
- Non ammazzare papà… – Giuseppe ha ormai compiuto la sua missione e la cognata in mezzo alla strada rappresenta solo un ostacolo alla fuga, così punta l’arma verso la giovane e sta per sparare, ma lei implora di nuovo, per sé questa volta – Peppe, non mi ammazzare, fallo per quanto bene ti ho fatto finora… – queste parole producono l’effetto sperato dalla ragazza e Giuseppe la scavalca con un salto, sparendo nella notte.
Intorno a Giovanbattista c’è un capannello di curiosi accorsi agli spari e alle grida. Qualcuno si accorge che respira ancora. Lo sollevano e cercano di portarlo in casa, così almeno muore nel suo letto, dicono. Ma Giovanbattista muore mentre non ha ancora oltrepassato del tutto la soglia di casa.
Il Maresciallo Antonino Miragliotta, comandante la stazione di San Martino di Finita, arriva con due Carabinieri e il medico condotto verso le 21,30. Sguinzaglia subito i suoi uomini alla ricerca dell’assassino, ma senza esito. Nel frattempo comincia a raccogliere delle testimonianze che ricostruiscono sommariamente i fatti e altre, molto interessanti, per capire il movente del tragico gesto.
Intanto non sembrano esserci dubbi sul fatto che Giuseppe ha seguito il suocero nel vicolo con una rivoltella in mano. Quando erano a meno di dieci metri dalla porta di casa, Giuseppe posò la mano sinistra sulla spalla del suocero che, sorpreso, si girò di scatto, poi gli spari. Questa è la ricostruzione ufficiale dei fatti.
Poi Giuseppe viene arrestato a Cosenza la sera del 1 febbraio, un giorno dopo l’omicidio e confessa raccontando la sua versione dei fatti. Soprattutto ricostruisce le vicende che lo hanno portato alla disperazione e poi a premere quattro volte il grilletto della sua rivoltella contro il suocero
- Confesso di avere sparato quattro colpi di rivoltella contro mio suocero e di avere asportato abusivamente la rivoltella. A mia discolpa, però, dichiaro che il delitto fu conseguenza di una lunga serie di torti fattimi dal Ringa e da sua figlia Arbellina, mia moglie – esordisce, poi continua –. Circa dodici anni fa io mi invaghii di Arbellina Ringa; mandai dal padre a chiederla in isposa e mi fu prima risposto di no. Pochi giorni dopo, però, il Ringa mi mandò a dire che il matrimonio si poteva conchiudere. Quindi entrammo in trattative. Il Ringa pretendeva che io avessi fatto un “bono”, una scrittura privata, in cui avessi dichiarato di cedere tutta la mia proprietà a sua figlia; io mi rifiutai e le trattative si sospesero. La mia proprietà era allora di circa lire quindicimila, compreso in esso il valore della proprietà di mio fratello Raffaele il quale, pria di emigrare, mi aveva fatto procura generale per amministrare tutti i suoi beni. Il Ringa poi nuovamente volle riattaccare le trattative, senza parlarmi di cessioni a sua figlia, la quale si mostrava affettuosa con me. Poco tempo prima del tempo stabilito per il nostro matrimonio, il Ringa volle che andassi con lui a Cosenza, sotto pretesto che avremmo dovuto fare gli acquisti pel matrimonio. L’indomani del nostro arrivo a Cosenza, il Ringa condusse me e suo cognato Gennaro Covello ad una casa che io ignoravo a chi appartenesse, così mi trovai nella casa del Notaio De Gattis Antonio, il quale aveva già quasi completato un atto di cui ignoravo la natura. C’erano presenti due testimoni quando mio suocero mi chiamò in disparte e mi disse: Quando il notaio ti chiederà se avrai ricevuto il prezzo, tu dirai di si. Io non diedi importanza alla cosa perché pensavo si trattasse di una dotazione di mobili [contanti, nda] senza alcuna importanza. Ricordo che il notaio ad un certo punto mi disse senza specificare: Russo, hai ricevuto questa moneta? Risposi di si e ce ne andammo. Pochi giorni prima del matrimonio, il De Gattis fece in casa Ringa a Santa Maria i capitoli nuziali. Fu letto un atto in cui si parlava di dotazione del Ringa alla figlia di proprietà acquistata da me. Nemmeno allora compresi l’importanza della cosa e quindi non mi accertai se il Ringa avesse fatto qualcosa alle mie spalle. Cosa volete, il matrimonio era imminente, io amavo Arbellina e lei era molto affettuosa con me. Ero contento di entrare in una famiglia che ritenevo per bene e non mi passava per la mente che mi si potesse fare un inganno. Dopo il matrimonio scoprii la verità: mai moglie era la proprietaria della mia roba e mio suocero aveva la procura per amministrare tutto, anche la roba di mio fratello. Ma ancora una volta, per l’amore cieco che nutrivo per mia moglie, non me ne curai. Abitavamo dai suoceri e io lavoravo indefessamente. Dopo alcuni mesi mia moglie cominciò ad insistere affinché partissi per l’America con suo fratello Eugenio. Dapprima mi opposi ma poi le insistenze di Arbellina e della sua famiglia divennero insopportabili e così, quattordici mesi dopo il matrimonio, partii con mio cognato. I primi tempi guadagnavo bene e mandai a casa quasi mille lire, poi mi ammalai e non trovando facilmente lavoro non mandai più niente a mia moglie che, del resto, godeva la mia proprietà. In quel periodo ci scrivevamo regolarmente, poi nel 1911 mio suocero volle mandata da me una procura per transigere una lite che egli, relativamente alla mia già proprietà, aveva con Filippo Domenica, moglie di mio fratello Raffaele. Mandai la procura e in seguito seppi che gli era servita per vendere alcune parti della proprietà che gli avevo ceduto. Da allora Arbellina cominciò a scrivermi in modo insolente. Il 7 settembre 1913 tornai dall’America e trovai Arbellina in casa dei suoi. Incinta. Si, incinta del notaio Giovanni Fava, diceva la gente. A me non importava ed ero disposto a perdonarla e a riprenderla con me, ma lei si rifiutò ostinatamente e allora la querelai per adulterio. Ma avevo sempre la speranza che potessimo far pace e così, per l’intromissione di parecchie persone e anche perché mia moglie e mia suocera mi avevano fatto capire che sarebbe potuta tornare con me, ritirai la denuncia. Il Ringa faceva finta di dare torto alla figlia ma poi seppi che faceva acquiescenza tacita a tal fatto. Nella famiglia Ringa erano tutti contro di me tranne Adelina che ha sposato un mio cugino. Talvolta mi dava da mangiare e mi lavava la biancheria. Adelina, accennando ai primi tempi del mio ritorno dall’America quando qualche volta mi capitò di mangiare a casa di mio suocero,  mi ripeté spesso questa frase: se tu avessi continuato a mangiare in casa dei miei parenti, costoro erano capaci di avvelenarti. Io non ci credevo e le chiedevo: ed era possibile? e lei: e come no! Nonostante il ritiro della querela, Arbellina non volle tornare con me. Più volte mio suocero mi dimostrò il suo disprezzo e mi disse che mi riteneva un cretino e buono a nulla e che egli e i suoi, se avessero avuto l’aggio di uccidermi di nascosto, lo avrebbero fatto. Intanto io morivo di fame perché la mia proprietà era sfruttata da Battista Ringa; facevo ogni tanto qualche giornata ma poi è arrivato l’ultimo, orribile inverno e non ho più lavorato. Pensavo a quello che mi avevano fatto e mi facevano i Ringa e alla mia misera condizione, ma non avevo ancora divisato di uccidere il Ringa. Più volte pregai Arbellina di restituirmi tutta o almeno parte della mia proprietà e lei aveva acconsentito, però suo padre si oppose, così ho chiesto a lui direttamente e mi ha risposto: tu non conti niente, i padroni siamo io e tua moglie e non seccare più mia figlia! Domenica 31 gennaio, verso le 10, andai a trovare Adelina che mi invitò a mangiare a casa sua ma io rifiutai e mangiai un pezzo di pane. Verso le 14,00 uscii e passai davanti alla cantina di Nicola Filippo. Entrai. Mi proposero di giocare a carte e accettai andando compagno con uno di Cosenza, un certo Luigi Pennino. Bevemmo un paio di litri in tutto ma poi continuai a giocare di mano a mano con Paolo Giglio e bevemmo un altro po’. Mentre giocavamo mi feci portare un soldo di sarde salate, poi pagai tutto io con una lira e il cantiniere mi diede il resto mentre entrava mio suocero per comprare della pasta. Io uscii per pisciare e quando rientrai, per sfottermi cominciò a dire ad alta voce: questa sera debbo fare una mangiata di pasta; lasciamo che gli altri mangino sarde! Ringa uscì. Uscii anche io con l’intenzione di andare a casa di Adelina che abita quasi all’imbocco della via dove stava il Ringa. Camminando vicini gli dissi: perché non fai venire tua figlia con me? e lui mi rispose: che deve venire a fare con te? Sta bene ove si trova… gli feci ancora la stessa domanda ed ebbi sempre la stessa risposta. Intanto avevamo oltrepassato la casa di Adelina e avevamo imboccato il vicolo dove abitava mio suocero. Gli dissi: buona sera papà, ma perché non mi date qualche risposta sul se tua figlia se ne viene o no? mi rispose sprezzante: ancora parli? e mi diede un pugno forte sulla testa. Perdetti il lume degli occhi, sia perché ero un po’ brillo, sia per i precedenti e sparai… poi mi si calò come un velo sugli occhi e persi la coscienza. Non ricordo nemmeno quanti colpi ho sparato. Non ricordo, come mi dite, di avere minacciato Adelina con la rivoltella né di averle parlato. Mi sono ritrovato alla stazione di Acri-Bisignano e ho preso il treno per Cosenza… avevo deciso di costituirmi…
Il Maresciallo Miragliotta indaga sul lungo racconto di Giuseppe e scrive: Giovanbattista Ringa, fiutando un buon affare, con fini loschi rispose che avrebbe acconsentito al matrimonio solo quando Giuseppe avesse fatto a lui vendita di tutti i suoi beni ammontanti a £ 15000 circa. Giuseppe, forse perché poco esperto o per amore di Arbellina, o per altro fatto inenarrato, accettò e per atto pubblico faceva vendizione a Ringa di tutti i suoi beni. Il furbo suocero però gli versò solo un migliaio di lire per i debiti che aveva il Russo.
Scrive ancora che Giuseppe era disperato e sul lastrico. Aveva perduto l’onore, la moglie, le proprietà e la casa, soffrì la fame. Alcuni paesani cercarono di mettersi in mezzo per fare riavvicinare le parti e ottenere che Ringa restituissero qualcosa di quello che avevano sottratto a Giuseppe con l’inganno ma tutto fu inutile e il suocero addirittura voleva fare lo sfratto al Russo dalla casa dove abitava.
Tutte queste circostanze, accompagnate dalla disperazione e dalla fame, nonché dalla vergogna di vedersi in quello stato, dal ridicolo pubblico, decisero il Russo a commettere il delitto, conclude il Maresciallo, quasi assolvendolo moralmente.
Difficile smentire i fatti che ha raccontato Giuseppe perché tutto il paese sa che le cose sono andate esattamente come le ha raccontate lui e tutti sostanzialmente le confermano davanti al giudice. Ma c’è un morto di mezzo ed è giusto che Giuseppe debba affrontare il giudizio della Corte. L’unico, atroce dubbio che ha la Procura è se Giuseppe ha agito con premeditazione o meno. Il dubbio viene chiarito il 25 settembre 1915 quando la Sezione d’Accusa lo rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’imputazione di omicidio aggravato e minacce.
Dopo quasi due anni dal fatto, si tiene il dibattimento nel corso del quale Giuseppe esibisce alcune ricevute di versamento fatti alla moglie e due lettere: la prima da lui indirizzata alla moglie e al suocero e malamente restituitagli dalla consorte, la seconda della moglie a lui, carica di odio e risentimento, che contribuiscono in modo decisivo a capire in quali mani era finito Giuseppe, un vero e proprio sempliciotto. Il 20 aprile 1917, la Giuria lo assolve perché non ha commesso il fatto volontariamente ed al fine di uccidere.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

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