domenica 4 giugno 2017

MEMORIE DI UN MORFINOMANE

Domenico Tancioni nacque a Roma nel 1863 da una famiglia dell’alta borghesia. Suo padre, Luigi, era agronomo e amministrava tenute di campagna presso ricche famiglie romane; fu perciò amministratore, per esempio, del marchese Seniore Ricci Parracciani e dei Canonici Regolari Lateranensi presso S. Pietro in Vincoli. Uno zio paterno era prete, un altro medico, un altro ancora professore di Chirurgia all’Università di Roma. Sua madre era Carlotta Di Mauro.
Arrestato per l’omicidio del suo superiore diretto, Ingegnere Francesco Giunta, commesso il 23 maggio 1911 nella sede delle Ferrovie dello Stato di Cosenza, fu sottoposto a perizia psichiatrica per determinarne la capacità di intendere e volere, essendo soggetto dedito al consumo di morfina. (Leggi la storia dell'omicidio) Durante il periodo di osservazione scrisse alcune pagine di appunti che consegnò agli specialisti, nelle quali ripercorre le tappe della sua tossicodipendenza.

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La storia del mio morfinismo è storia lunga, pietosa, che data dalla morte della mia genitrice ed anche prima, a causa dei miei attacchi nervosi che mi producevano emicrania di lunga durata, vomiti per intere notti. Non posso ricordare tante fasi succedutemi di epoca inveterata. Mi veniva ricordato spesso da mia sorella che le prime iniezioni mi furono praticate dal Dr. Oliviero Olivieri di Roma, perché di tanti rimedi somministratimi nessuno era riuscito a calmarmi. Lo zio Prof. Gaetano Tancioni, cui io ricorreva, mi aveva prognosticato che mai mi sarei guarito, essendo la mia malattia ingenita ed un principio sui generis non ancora definito scientificamente. Non ricordo le espressioni da lui enunciate scientificamente, e che posteriormente mi venivano ricordate in parole ordinarie dai miei cari. Certo ricordo che io ho sempre sofferto molto di questo male, che mi obbligava a lasciare il lavoro e gli studi, specialmente in seguito ad emozioni, a disagi di mia professione etc. dovevo andare molto cauto nel mangiare, bere, nell’affrontare le giornate di cattivo tempo. I miei superiori di Castrovillari mi compativano, da S. Fili a Cosenza fui trasferito per motivi di salute. Sapevano forse che io ero morfinista eccessivo? Mia madre era morta ed io profittavo di ricette, e poi senza ricetta, per procurarmi il farmaco che mi era divenuto necessario. A Cagliari, esauriti i farmacisti, ricorsi ad empori e me ne fornivano in grandi quantità, specie dopo la morte della B. M. di mia prima moglie (Maria Manca di Nissa e Villahermosa, nobile decaduta, nda), morte che mi cagionò immenso dolore. Non ricordo se io abbia dati segni allora di morfinismo, perché io ho sempre cercato di nascondere l’uso della morfina, ma forse mia suocera Caterina Sangiusti di Teulada, vedova Manca di Nissa, lo avrà saputo perché una operazione di ascesso, ricordatomi sempre dalla cicatrice, ivi sopportai. Non ricordo, non so se il mio superiore immediato Bulgarini della Direzione Generale delle Carceri conoscesse il mio segreto. Da allora la morfina divenne per me una necessità tale che sarei ricorso a qualunque mezzo per procurarmene.
Tornato in Roma, dove rimasi fino a che non venni in Calabria, l’abuso continuò sempre. Alla domanda “quanto ne prendeva?” non saprei rispondere. Ne spediva 10, 15 grammi per volta e mi bastavano pochi giorni; rammento di avere sofferto parecchie operazioni di ascessi profondi ed estesi. Dormivo a lungo, anche intere giornate; non badavo a procurarmi lavoro. ciò è quello che mi resta in mente. Dovei ricorrere ad un concorso al Ministero dei Lavori Pubblici per avere un posto e venni nominato tra i primi e assegnato al Genio Civile a Cosenza. qua io mi facevo spedire la morfina da Roma;  ma talora non venendo a tempo il pacco io dovea ricorrere ai farmacisti e anzi il Dr. Domenico Serra, che mi curava, fu da me segretamente messo a parte del mio male e cercò, tentò distogliermene. Mi sembra che me ne avesse spedito qualche piccola quantità, ma non rammento bene. certo è che io nuovamente ricevuto il pacco da Roma non ricorsi a lui perché quelle dosi mi erano insufficienti ed io invece avevo bisogno di molte punture quotidiane e notturne a dose alta per procurarmi un po’ di sonno e tranquillizzare le irrequietezza che mi produceva la tardanza delle iniezioni. Dimenticavo dire che durante la malattia lunga e dolorosa di povera mia Madre, i medici curanti mi avevano imparato a praticarle continue iniezioni di morfina, di giorno, di notte ed io spedivo e conservavo ricette di dose sempre crescente.
Ora che sento la mente più limpida dopo il riposo ricordo che anche a San Benedetto Ullano fui costretto a ricorrere al Dr. Comunale, signor Rossi, che osservato il mio stato mi fornì più volte la morfina ed in quantità. Egli mi voleva bene ed aveva di me grande stima. In Calabria ho sempre dovuto seguire l’abuso di morfina.
Parecchie iniezioni prima di coricarmi mi procuravano tranquillità e sonno ristoratore; il mattino altre iniezioni mi assicuravano un vigore, non saprei come, per andare al lavoro; ma nella giornata, prima di pranzo, prima di tornare al mio ufficio nuove punture. Portavo sempre con me una boccetta e una siringa. Quando dovevo assentarmi per giorni da Cosenza, e da altre sedi, portavo larga provvista del mio medicinale; e d’inverno spesso mi è avvenuto di trovare la soluzione satura e conglobata e di doverla scaldare per introdurla nell’ago. Se per un accidente mi veniva a mancare ero costretto, soffrendo terribili accessi nervosi, a tornare a casa. il mio carattere doveva divenire impulsivo; ma chi ricorda che segni io offrissi del mio tormento?
Ricordo, come un sogno, che il povero Giunta, dopo tornato dalla casa di salute, mi dicesse, presso a poco, che egli si accorgeva dal mio stesso modo di discutere questioni tecniche che io dovevo soffrire per mancanza di morfina. In Cosenza fui operato, non ricordo in quale epoca, ma certo negli ultimi tempi prima di andare in casa di cura, di un nuovo ascesso. Come al solito, io dovei tenere celata la cagione della mia assenza dall’ufficio. Alla casa di salute dovei tacere il lunghissimo periodo di abuso della morfina perché temevo che mi ricoverassero. Interrogato, dissi che ero arrivato, se bene mi ricordo, ad 1 grammo e ½ al giorno, ma di tale interrogatorio molte cose mi sfuggono dalla memoria.
Ora mi sovviene un particolare. Uscito dalla casa di salute non mi congedai dal capo Servizio temendo di fare cattiva impressione.
Lavorando a Cosenza, messomi sotto la cura del Dr. Scola, io soffriva di insonnia al punto da passare notti e notti senza prendere sonno. Di insonnia ne pativo anche prima del morfinismo. Nonostante il Veronal che lo Scola mi spediva, la nevrastenia cresceva; mi divisi dal letto coniugale… (Tancioni sposò a Castrovillari, in seconde nozze, Rosina Cozza di Cosenza nda.) All’ufficio non potevo tornare e rimasi non so quanto tempo in casa.
Ripensando, al Direttore della Casa di salute io tacqui il mio stato e l’inveterato abuso della morfina, temendo che mi prendesse in cura. Il povero Giunta, che conosceva il mio morfinismo, mi disse di curarmi senza preoccupazioni e per tutto il tempo necessario. Egli (seppi in casa di salute stessa) aveva avuto un fratello afflitto dalla stessa malattia e che fu obbligato a rimanere in casa di salute mi sembra per 5 o 6 mesi. Ciò era notorio a tutto l’Ufficio. Io mi risolsi a chiudermi in casa di salute solo dopo avere economizzato qualche migliaio di lire e perché avevo promesso a mia moglie che avrei voluto guarire.

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Mi sono potuto ricordare la via in Roma dell’allora farmacista che per molto tempo mi ha fornito l’idroclorato di morfina. È la via Gioacchino Belli e allora era l’unica farmacia di quella strada.

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Mi sono sovvenuti (se potessi ricordarli tutti!) di qualche eccesso da me commesso sotto l’influsso di questo veleno. In Roma, verso l’anno 1897 o 98 (?) senza pensarci nemmeno due volte, veduti due rubini dal gioielliere Gravanzola Domenico al Corso, entrai e li comprai, se bene ricordo, per 700 lire, mentre io non disponevo allora che appena di un migliaio di lire. Le due pietre preziose le feci incastonare insieme ad un brillante, che io avevo, in un prezioso anello. Qualche volta mi è avvenuto di sbagliare casa; una volta per combinazione invece di salire al mio piano, aprii la porta del Cav. Lombardo ed entrai. Il signor Lombardo non aveva data la 2^ girata alla serratura inglese, sicchè io penetrai fino alla camera da letto. All’oscuro intesi il moto di una pendola ed allora mi accorsi che quella non era casa mia ed uscii inosservato perché la famiglia Lombardo era immersa nel sonno.
L’impressione che io riceveva, e tuttavia conservo, ad ogni più piccolo incidente che potesse ferire il mio decoro, il mio onore, la mia suscettibilità, ed in specie la mia dignità di professionista e di funzionario dello stato, era iperbolica. A Mormanno detti in furia perché all’alba fu suonata una tromba presso la mia camera. Di ciò potrebbe far fede il personale che in allora era alloggiato nello stesso ex convento di Mormanno. Ricordo che c’era il disegnatore Bolondi, i canneggiatori fratelli Salvaggio, tutti delle Ferrovie dello Stato. Al suono della tromba io già ero pronto ad uscire in campagna, poi seppi o almeno mi fu detto per tranquillizzarmi che era stata fatta suonare per destare gli altri ma non per me. Io ne rimasi dolente perché lavoravo molto e non meritavo di essere trattato come un soldato in caserma.
A Castrovillari mi toccò un mattino di rampognare l’inserviente d’ufficio perché non aveva voluto scendere le cassette cogli strumenti geometrici dall’Ufficio alla carrozza che mi attendeva. Fui costretto a farle scendere da impiegati, e partito con questi ultimi, scorsi l’inserviente Antonio che era sulla soglia di un liquorista dentro Castrovillari. Così lo ripresi e credetti mio dovere farne rapporto all’Ispettore Capo Giuseppe Galli, che era a Mormanno. Seppe dopo che Antonio si era scusato col dire che era andato alla Posta, ma la Posta a quell’ora mattutina era chiusa. All’infuori di questo caso non ricordo di avere mai fatti rapporti contro il personale di ufficio, il quale mi rispettava e ritengo avesse una particolare predilezione pel modo con cui lo trattavo. L’Ufficio di Castrovillari potrebbe dare chiarimenti su questo incidente perché io rammento chi stesse con me in quella circostanza.
L’Ispettore Capo in S. Fili Cav. Pastore mi ha molto stimato, ma si rese conto dei miei forti dolori alla testa. Egli, come mi disse dopo essere uscito dalla casa di salute, sapeva del mio morfinismo.
Un effetto che io risentiva, e aggiungo mi metteva spesso in imbarazzo presso subalterni e superiori, si era la difficoltà di scendere e salire erte e pendii; io cercavo di nascondere i capogiri cui andavo soggetto, ma ero obbligato a farmi accomodare talora l’ascesa e più ancora la discesa con gradini e ripiani, a raccomandarmi all’appoggio dei miei uomini (canneggiatori, portatori). In automobile non mi era possibile andare perché oltre a venirmi meno la vista mi sentivo come una soffocazione nel cuore. Anche in vettura a cavalli, se essa partiva veloce pativo di turbamenti alla testa e chiudevo gli occhi. Di questi effetti ne soffriva mia Madre.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

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