lunedì 17 luglio 2017

CONOSCETE LA FAMIGLIA MONTALBANO?

I leggendari cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso
La lotta sostenuta dalla popolazione onesta di Maierà fin dal 1920 – la denuncia fatta contro un numeroso gruppo di giovinastri per associazione a delinquere non fu presa molto seriamente dalla Procura del re di Cosenza, tanto che gli imputati restarono quasi tutti a piede libero – per ottenere l’istituzione di una caserma dei Carabinieri in paese al fine di contrastare l’arroganza e la prepotenza dei malviventi è andata a buon fine nel 1925 e i risultati sono subito evidenti: la cattura del pericoloso malavitoso Battista Biancamano, da tempo latitante. Ma la cattura è seguita, dopo qualche mese, dalla sua evasione dal carcere di Belvedere Marittimo e dalla sua uccisione durante un conflitto a fuoco proprio con i Carabinieri della stazione di Maierà, tra un mare di polemiche (Leggi la storia completa di Battista Biancamano). E forse sono proprio queste polemiche la causa per cui la caserma viene soppressa subito dopo.
La sensazione che ne hanno i delinquenti è che possono continuare indisturbati la loro opera e così furti, rapine, stupri, minacce e sparatorie aumentano quotidianamente senza che vengano sporte denunce, fino a superare ogni limite: le minacce di morte a mano armata fatte da Arturo Biancamano (fratello del defunto Battista) al Sindaco, costretto a dimettersi il 10 febbraio 1926, seguito, il 17 aprile successivo, dall’intero consiglio comunale. Le autorità, forse riconoscendo l’errore fatto, cercano di porvi rimedio istituendo in paese un posto fisso dei Carabinieri e a comandarlo viene chiamato il Vice Brigadiere Saverio Laganà, coadiuvato dai Carabinieri Giuseppe Rubertà e Francesco Petrone.
Laganà e i suoi uomini si insediano a Maierà il 16 marzo 1926 con l’incarico preminente di arrestare Arturo Biancamano e raccolgono molte lamentele e confidenze. Il Vice Brigadiere comincia a fare sul serio indagando tutto e tutti. Mette alle strette alcuni testimoni reticenti convincendoli a sottoscrivere delle querele e la popolazione comincia a fare la fila per rivelare fatti e circostanze di cui è a conoscenza o che ha direttamente subito. Il quadro che ne esce è davvero sconsolante. Scrive Laganà: Trovammo la popolazione tutta terrorizzata ed in preda ad indescrivibile allarme. Senza distinzione di ceto, dall’umile ed onesto operaio all’Autorità di P.S. locale, un coro unanime di proteste per la soppressione della stazione dell’Arma dei RR.CC. e di disperati appelli per la protezione della vita e delle sostanze si levava a noi per invocare la fine di uno stato di cose in rapporto alla P.S. e di epurare l’ambiente dalla mala pianta della delinquenza che imperversava contro tutti e tutto. La gente adesso fa nomi e cognomi dei delinquenti e Laganà riesce ad arrestare subito tali Agostino Greco, Michele Oliva, Francesco Cardillo, Vincenzo Consiglio e Settimio Torrano accusati di essere affiliati alla malavita locale. Il primo a sedersi davanti a Laganà è Agostino Greco il quale, dopo qualche insistenza, racconta tutto quello che sa dell’organizzazione, dai reati al reclutamento, al giuramento, al codice di comportamento, al linguaggio cifrato, ai gradi: una miniera di informazioni
- Appartenni da circa due anni a questa parte alla “famiglia Montalbano”, nome della nostra combriccola. Fui condotto da Biancamano Arturo mediante minacce di vita se io non volevo appartenervi. Così una sera nel luglio 1924, mediante pagamento di £ 25, in compagnia del suddetto Biancamano mi recai in prossimità del cimitero di questo Comune e là, secondo le loro idee, mi battezzarono. Mi fecero da compare Biancamano Arturo, capo bastone, il fratello Oreste, camorrista, Guagliano Francesco, camorrista, Forte Filippo, camorrista, Runco Giuseppe, camorrista (quest’ultimo aveva le manzioni di capo giovane) e dopo che gli altri si sono messi attorno a me, Arturo Biancamano proferì queste parole: “Con una mano caccio le stelle e con l’altra faccio giorno e dico buongiorno; vi presento un picciotto d’onore franco e libero senza nessuna macchia il quale vuole far parte della nostra onorata società” e, dopo aver domandato ai presenti se nulla ostava da parte loro, mi diede due baci; gli altri seguirono con uno per uno. Poscia mi disse: “La nostra famiglia vi dà per dote cinque belle cose: politica, falsa politica, carta e apis, umiltà, fedeltà e sperra (cioè il coltello). la politica vi servite per trattare con noialtri, la falsa politica con i sbirri, la carta e apis per segnare tutte le offese ricevute. L’umiltà per giuramento, fedeltà per essere fedele alla nostra onorata famiglia, sperra per difendere voi ed i compagni”. Poi mi ingiunse: “Compare vi abbiamo dato il battesimo, sapetelo tenere” e contemporaneamente mi disse: “dovete pagare quel fiore e così vi presento quest’albero d’onore: il tronco rappresenta il capo bastone e mi presentò Biancamano Arturo, i rami rappresentano i camorristi, i fiori i picciotti d’onore” e mi presentò ufficialmente le persone che ho appena nominato, più tanti altri. La nostra società, come tutte le altre, veniva chiamata la “famiglia Montalbano” e per conoscerci con quelli dei paesi circonvicini come Diamante che è diretta da Magurno Salvatore (alias ‘u Russu), Grisolia da Bellusci e Cipollina da Donati Giuseppe detto ‘U Spiranzatu. In società si parlava un’apposita lingua che ogni affiliato doveva conoscere e che il capo e gli altri si interessavano ad insegnarci ogni qualvolta avvenivano le riunioni e così, ad esempio, i carabinieri si chiamavano ‘a giusta, il fazzoletto ‘u muffu, , la casa ‘a cupa, la rivoltella ‘a tufa, il coltello ‘u cirinu, l’agnello o capra bramante; per dire stanotte devo andare a rubare, si dice stambruna mivise nu sbrincu e mollu ‘u pizzicu; il denaro ‘a pila, il rasoio ‘u specchiu, il maiale scarfaru, le scarpe ‘e fanguse, le carte sfogliante. Per conoscere il compagno si faceva la domanda: “Conoscete la famiglia Montalbano?” se l’interessato la conosceva rispondeva: “La conosco, l’ho servita e la sto servendo”. Poi era dovere dell’interessato a domandare per assicurarsi che non si trattava di qualche persona estranea e gli diceva: “Osso, mastrosso e carcagnosso a nome dei tre fratelli spagnuoli vi impongo per la prima, la seconda e la terza volta fatemi grazia con chi devo parlare?”. Allora il domandato rispondeva, se effettivamente apparteneva, s’era picciotto mezza cavetta, s’era camorrista, un seggi-mastru. Quando un socio cambiava domicilio ed andava in un altro paese e colà esisteva la società, per entrarci doveva chiamarsi l posto; prima si doveva trovare un socio ed indirizzarlo al picciotto di giornata, sempre facendosi riconoscere con le suesposte regole, e questo picciotto di giornata aveva il dovere di presentarlo alla prima riunione. Qui se lo facevano entrare alla buona non se ne parlava, se doveva entrare con forma e regola doveva profferire queste parole: “Passo per novità che oggi appunto è arrivato un picciotto franco e libero e affermativo, si chiama i suoi diritti bene e male come gli spetta”. Il picciotto di giornata rispondeva: “Grazie e favore”. Tale cocietà funzionò fino a che i carabinieri non sono definitivamente venuti in Maierà ed aveva per iscopo: difenderci l’uno con l’altro, prestarci aiuto, uccidere le spie, dividere il ricavato dei furti ed altro, soccorrere i compagni carcerati. Ogni socio che prospettava di fare un qualsiasi reato aveva il dovere di farlo conoscere con anticipo alla società per mezzo del picciotto o del camorrista di giornata. Ogni reato doveva essere discusso ed approvato da tutti, come fece Biancamano Arturo quando aveva ideato di uccidere il dottore Uga Vaccaro. Il nostro comandante era Biancamano Arturo, a lui spettavano gli onori, egli intascava la moneta da furti ed altro che poi divideva a noialtri in ragione del grado che occupavamo, come avvenne quando furono rubate le ottomila lire a Presta Pietro Maria in contrada Montesalerno, terrotorio di Diamante, e che a me, in qualità di picciotto, mi toccarono lire cinquanta – poi tenta di prendere le distanze dalla famiglia e fa i nomi degli autori di diversi furti –. Io sono sempre stato la vittima dei loro ordini e dovevo ubbidire a quello che mi comandavano a scanso di guai
Interrogati, gli altri confermano la dichiarazione di Greco, compreso il pagamento (sarebbe meglio dire l’estorsione) di 25 lire per essere ammessi nella famiglia, aggiungendo qualche particolare, come per esempio Consiglio che rivela di aver fatto parte della famiglia già dal 1909 al 1913 quando emigrò. Tornato nel 1915, partì in guerra e quando rientrò in paese, nel 1919, trovò un’altra società. Siccome i  vecchi compagni credevano ancora che io fossi all’oro fedele, mi confidavano tutto in attesa che io mi chiamassi il posto e mi incoraciavano. Consiglio rivela anche le modalità per passare di grado: ogni socio, passati 6 mesi di anzianità, poteva progredire passando al grado di camorrista e ciò poteva avvenire mediando un fatto di sangue commesso per difenderi uno dei socie se veniva comandato, oppure mediando il pagamento di £ 50. Cardillo invece rivela la punizione da infliggere a chi non rispetta il regolamento della famiglia: veniva scacciato dalla società e sfregiato. Ma quella di Francesco Cardillo è una storia diversa dalle altre: accusato di avere partecipato, nell’aprile del 1923, al furto di uno scrigno pieno di denaro e oggetti preziosi di proprietà di suo zio, l’Arciprete Pasquale Guaglianone, nega e dice che il suo tergiversare nella partecipazione all’impresa è stata la causa di un odio tra me e loro. Poi continua: nell’aprile stesso m’iscrissi nel partito fascista e fui fatto squadrista. Dopo poco tempo fui incaricato con altri dall’allora segretario politico, dottor Ugo Vaccaro, a coadiuvare l’arma dei RR.CC. per addivenire alla cattura del detto pregiudicato [Battista Biancamano]; infatti egli lo seppe ed una sera nel ricasare si presentò a me con la pistola in pugno  e mi schiaffeggiò ingiungendomi di non parlare se ci tenessi a vivere, per il quale fatto avvenne un procedimento a suo carico; nel contempo sopraggiungeva mio cognato Aldo Urciuoli che avvertiva il comandante la stazione, mentre io lo tenevo d’occhio, così riuscimmo la sera stessa a catturarlo e per tale fatto io ebbi un voto di plauso sia dal municipio, nonché dalla parte sana della popolazione. Torrano, dopo aver reso una dichiarazione in linea con gli altri, come in linea con gli altri è il negare di avere preso parte direttamente a qualsiasi reato pur conoscendone perfettamente i nomi degli autori e le modalità di esecuzione, fa una dichiarazione inquietante: Finisco col protestarmi alla Signoria Vostra ed ai testi che sottoscrivono questa mia dichiarazione che se per aver detto tutto ciò mi succeda qualche quaio, sono loro a farmelo, o per mezzo di qualcuno dei paesi circonvicini.
Le denunce con nome e cognome non si contano più e più si indaga, più si scoprono nuovi associati, ma non vengono ancora emessi mandati di cattura. Il 20 maggio il Tenente dei Carabinieri Giulio Fortunio, comandante la Tenenza di Paola, si lamenta con il Procuratore del re: Quest’Arma pur avendo fondati elementi per procedere a numerosi arresti se ne è astenuta, in considerazione che l’associazione a delinquere è stata già a suo tempo denunziata a V.S.Ill.ma e tuttora è in corso l’istruttoria. Qualora la sullodata S.V.Ill.ma ritenga necessaria la cattura degli imputati, si prega voler rimettere i relativi mandati a questa Tenenza perché possa predisporre il concentramento di un numero di militari sufficiente alla bisogna. Sembra quasi che, come la Procura, anche il Tenente Fortunio se ne voglia lavare le mani: questa storia sta diventando troppo complicata con i suoi 52 indagati. E siamo solo all’inizio perché denunce su denunce arrivano anche ai Carabinieri dei paesi vicini e il numero delle persone coinvolte deve essere aggiornato continuamente.
Così l’indagine rischia seriamente di sfuggire di mano al Vice Brigadiere Laganà che sta prendendo la cosa come un fatto personale e pare che qualche volta esageri per ottenere la confessione degli indagati, andandoli a prendere fuori dalla sua giurisdizione. Quando tali Alberico Fiore, ventitreenne contadino di Cipollina, Pietro De Marco, diciassettenne contadino di Grisolia, e Rocco Salerno, quarantenne commerciante di Cipollina, vengono interrogati dal Pretore di Verbicaro, raccontano ciò che sarebbe loro capitato quando ad interrogarli fu Laganà:
- Quando venni interrogato dall’Arma dei Carabinieri in Cipollina e in Grisolia circa il furto patito dallo Annuzzo – dice Fiore –, sapevo quello che ho riferito a V.S., ossia un bel niente e tanto con sincerità riferii ai militi. Ma il V. Brigadiere Laganà Saverio e il Carabiniere Petrone non vollero sentir ragione; per minacciarmi più efficacemente mi mostrarono un coltello e con un nerbo di bue e un bastone mi percossero in malo modo, cagionandomi lesioni che mi costrinsero a letto per undici giorni. Io dovetti ripetere tutto ciò che essi avevano detto e sottoscrivere uno scritto di mano del V. Brigadiere… non mi feci visitare dal medico altrimenti Laganà mi avrebbe ucciso addirittura. Fu tale il terrore mio che, se Laganà mi avesse proposto di condurgli mia moglie a fine illecito, gliela avrei condotta
- È vero che nella caserma dei Carabinieri di Grisolia, alla presenza di Bellusci Giuseppe e dell’ex guardia municipale Campagna Giovanni, dissi quanto si contiene in uno scritto al quale io apposi il segno di croce, ma ciò che dissi allora, fingendo di essere sincero, era l’effetto di ventiquattr’ore di chiusura nella camera di sicurezza, di minacce di morte da parte del Vice Brigadiere Laganà Saverio e dei Carabinieri Garrafa e Petrone, nonché di percosse con le mani, con bastone e con un nerbo di bue ad opera degli stessi militari. A minacciarmi ed a percuotermi fu in ispecie il Laganà il quale, in un certo momento, mi fece svestire sino ai calzoni, mi fece calare questi e col nerbo me ne diè tante che mi ridusse le carni nere. Il Laganà mi indicò tutto ciò che avrei dovuto dire, mi minacciò di morte , mi percosse, mi fece minacciare di morte e percuotere dai due Carabinieri ed io, per effetto delle minacce e percosse, come un pappagallo, ripetei quanto è scritto alla rogatoria del Pretore di Belvedere – racconta il diciassettenne Pietro De Marco
- L’anno scorso, in mese e giorno che non ricordo, andai nella stanza adibita a caserma dei Carabinieri a Cipollina e vi trovai il Vice Brigadiere Laganà e il Carabiniere Petrone che interrogavano Fiore Alberico intorno al furto di una capra. C’era anche il segretario politico della sezione fascista Pagano Alfredo. Alla nostra presenza Laganà prima e Petrone dopo, percossero in malo modo e senza motivo di sorta il Fiore con un pezzo di legno e con un nerbo di bue. Il disgraziato non emetteva un lamento per non essere udito dal di fuori, ma si contorceva e piangeva. Dopo la solenne lezione, il Fiore, senza parlare, firmò una carta scritta dal Laganà e di cui ignoro il contenuto. Io ed il Pagano a quella nauseabonda scena soffrimmo molto ma non mi permisi di muovere alcuna doglianza per paura che il Laganà si rivoltasse contro di me. Poi io e Pagano sottoscrivemmo la carta – dice il quarantenne Rocco Salerno, commerciante di Cipollina
- Nella mia qualità di segretario politico avrei dovuto riferire alle autorità superiori le mele fatte del Laganà Saverio e del Carabiniere Petrone, ma me ne astenni per il buon nome della Benemerita Arma – ammette candidamente Alfredo Pagano
Saranno vere queste accuse o si tratta di una strategia per screditare le indagini? Ma vere o meno che siano, il problema per Laganà e per gli inquirenti è che a suffragarle e renderle credibili ci sono due pezzi grossi.
Dopo le accuse a Laganà, quelli che potremmo definire “collaboratori di giustizia” e cioè Agostino Greco, Michele Oliva, Francesco Cardillo, Vincenzo Consiglio e Settimio Torrano i quali hanno svelato dal di dentro l’organizzazione, ritrattano ma l’inchiesta va avanti e adesso, dopo le denunce che arrivano anche dal Sindaco di Diamante che lamenta la presenza della famiglia Montalbano anche nel suo comune, le persone coinvolte arrivano all’incredibile numero di 152. Forse sono troppi da gestire, forse Laganà e i Pretori di Belvedere Marittimo e Verbicaro, competenti per territorio, hanno esagerato, forse si vuole evitare qualche possibile scandalo, fatto sta che quando le carte processuali passano alla Procura del re di Cosenza e vengono esaminate dal Pubblico Ministero Tocci, questi relaziona al Giudice Istruttore: molti degli attuali prevenuti furono altra volta denunziati e processati per associazione a delinquere ma vennero assoluti per insufficienza di prove. In aggiunta a quegli elementi che già il magistrato aveva ritenuto insufficienti per la loro condanna, la nuova istruzione nessun elemento di prova, nessuna circostanza, nessun fatto grave e specifico ha potuto accertare che valga a far ritenere che effettivamente una vera e propria associazione a delinquere esistesse e che i prevenuti ne facessero parte. Tutti i numerosi testimoni si sono limitati ad esprimere degli apprezzamenti, delle supposizioni non confortate però da elementi sicuri di prova. È vero che sono in atti due verbali del comandante la stazione di Maierà e Grisolia in cui si ritiene per certa l’esistenza dell’associazione a delinquere perché si sono potute raccogliere le confessioni di alcuni dei componenti di essa. Ma tali confessioni, sia perché generiche perché successivamente smentite da coloro che le avevano fatte, sia perché non corroborate da nessuna altra circostanza, non appaiono sufficienti a formare il convincimento della responsabilità degli imputati. Perciò si chiede dichiarare non doversi procedere a carico di tutti gli imputati per tutti i reati loro rispettivamente ascritti per insufficienza di prove.
Il Giudice Istruttore Russo concorda pienamente con il Pubblico Ministero e, il 30 luglio 1928, mette la parola fine al processo, prosciogliendo tutti gli imputati in istruttoria.[1]
A Maierà, Diamante, Grisolia, Cipollina (oggi Marcellina) e nei paesi circostanti la “famiglia Montalbano” può continuare indisturbata la propria attività.




[1] ASCS, Processi Penali.

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