lunedì 24 luglio 2017

L'AMORE CRIMINALE

Trozzo Domenico, contadino di Mendicino, ammogliato con figli, da oltre un anno viveva in concubinato con Greco Rosina, vedova di guerra, con la quale aveva procreato anche un bambino. Se non che quest’ultima, stanca della tresca volle troncarla e cercò di liberarsi del Trozzo andando ad abitare in casa d’una di lei sorella a nome Teresina. Da qui le ire del Trozzo, il quale non tralasciò mai di molestare la Greco. Un giorno persino scassinò la porta di casa della Teresina volendo entrarvi ad ogni costo.
Quella volta Teresina andò dai Carabinieri di Mendicino per denunciarlo, ma per l’intervento del fratello del Trozzo a nome Raffaele e per i buoni uffici del maresciallo, la querela non fu fatta.
- Mio marito si mostrava molto eccitato e poiché temevo che potesse commettere qualche sciocchezza, allo scopo di evitare fatti luttuosi, mi ero interposta fra i due per rappacificarli e mi sembrava di esservi riuscita… – racconta con naturalezza la moglie di Domenico
Le sembrava, ma Rosina non ne può davvero più di Domenico e torna dalla sorella col bambino che ha appena quattro mesi.
È l’inizio di novembre del 1924 e Rosina è costretta a non uscire più da casa per sfuggire ai continui appostamenti di Domenico, il quale sembra come impazzito e addirittura va sbandierando ai quattro venti che lui pazzo lo è per davvero da quando ha fatto il soldato: “Ho il certificato dell’ospedale militare di Napoli che mi ha riformato…” urla in faccia a chi, come suo fratello Raffaele, gli consiglia di mettersi l’anima in pace e di pensare alla sua famiglia. Pazzo o meno, di certo qualcosa si è guastata nella sua mente.
La sera del 13 novembre 1924, Domenico smania come al solito. Sua moglie se ne sta accucciata in un angolo senza fiatare, i figli sono a letto. All’improvviso si alza dalla sedia e va verso la porta di casa. Prende qualcosa da una borsa appesa a un chiodo, poi guarda verso la moglie e la vede col viso tra le mani, quindi prende la sua doppietta, nascondendola alla vista della donna e, quando è ormai praticamente fuori di casa, dice laconicamente
- Esco
La sera del 13 novembre 1924, Rosina ha appena finito di allattare il bambino e lo ha messo a dormire dentro una specie di culla ricavata in una cassa. Sua madre sonnecchia davanti al fuoco accanto al quale in una pignata borbotta la minestra: tra poco ritorneranno dalla chiesa le altre due figlie, Teresina e Maria, e mangeranno tutte insieme nella casetta colonica di contrada Scavello. Nella casa accanto, Marietta Greco ha appena finito di mangiare con sua figlia, l’undicenne Assuntina, e la sua anziana madre il poco che c’era. Dall’altro lato del caseggiato, Raffaele Greco e sua moglie Rosaria dormono già e qualunque cosa accada è difficile che si sveglino, sono entrambi un po’ sordi.
La sera del 13 novembre 1924, il maestro elementare Vito Nobile sta facendo lezione alla scuola serale in contrada Vutroni e l’aula è come sempre molto affollata. Ad un certo punto uno degli scolari, esce per soddisfare un bisogno corporale.
Basta un calcione ben assestato perché la porta mezzo sgangherata della casa di Teresina Greco si spalanchi. Il piccolino si sveglia di soprassalto e comincia a piangere. L’anziana, sorpresa dal fracasso, cade e Rosina, che ha capito, cerca di nascondersi.
- O te ne vieni con me o ti ammazzo qui davanti a tuo figlio! – urla e ha gli occhi iniettati di sangue
- Domè… per l’amor di Dio… pensa alla tua famiglia, ai tuoi figli, lasciami in pace… ti prego…
- O te ne vieni o vi ammazzo! – insiste spianando il fucile, ma adesso la minaccia è molto più grave. A chi intende riferirsi? Al bambino, all’anziana madre o a tutti e due? Rosina cerca di prendere tempo usando parole dolci, ma Domenico mostra sempre più segni di impazienza. Poi la situazione rischia seriamente di precipitare quando, ignare di tutto, entrano in casa le due sorelle di Rosina. No, non può rischiare una strage
- Va bene, me ne vengo con te…
- Ma sei impazzita? – le fa Teresina, che viene immediatamente zittita dalla sorella
Così, con passo incerto e le lacrime agli occhi, Rosina si avvia al fianco di Domenico. il quale non resiste che pochi secondi e poi comincia a darle botte da orbi. Rosina riesce a scappare mentre le sorelle e la madre cominciano a urlare per chiedere aiuto ai vicini. Marietta le sente ma ha paura e si tappa le orecchie, decisa a farsi i fatti suoi; i due anziani non sentono. Poi una detonazione e le urla di disperazione. Un’altra detonazione. Marietta apre la porta di casa e Rosina insieme alle due sorelle si precipitano dentro. La loro madre no, è ferita ad un braccio e riesce a scampare alla morte rientrando in casa.
Marietta cerca di chiudere dietro di sé la porta ma la spinta di Domenico la fa barcollare e l’uomo è dentro. Si guarda intorno in cerca di Rosina mentre ricarica il fucile. La vede, fa due passi verso di lei e le scarica due colpi a bruciapelo uccidendola all’istante. Ricarica ancora l’arma mentre in quella casa regna il terrore. Teresina è la seconda ad essere colpita e i pallini le entrano nell’addome, ma ha la forza di rotolare sotto un letto fingendosi morta. Sua sorella Maria non sa che fare e Domenico la bracca da vicino; parte un altro colpo che le centra un braccio. Quando sta per finirla si sente la vocina della figlia di Marietta che comincia a urlare cercando di richiamare l’attenzione dell’anziano zio Giuseppe che dorme tranquillamente. La ragazzina è vicino alla porta e urla alla madre che andrà a chiamare aiuto.
Adesso Domenico ce l’ha anche con lei e le punta contro il fucile. Marietta, con un balzo, si mette tra l’arma e la figlia e riesce a spingerla fuori di casa mentre arriva la scarica di pallini che la colpisce alle mani protese, spappolandole la mano sinistra. Poi solo i lamenti delle donne ferite, l’odore acre della polvere da sparo e il sangue che ricopre tutto.
Domenico è sazio del sangue che ha sparso e se ne va verso casa sua, distante un centinaio di metri. Sua moglie, che ha sentito gli spari e le urla, ha capito tutto. Esce correndo per cercare di evitare altri spargimenti di sangue. Poi un’altra detonazione: Domenico si è messo il fucile sotto la gola e ha tirato il grilletto.
La moglie lo trova a terra, il fucile è accanto a lui. Quando lo guarda ha un moto di ribrezzo: la parte sinistra del viso è un ammasso informe di carne, ossa e sangue, ma è cosciente.
Lo scolaro sta urinando fuori della baracca dove è sistemata la scuola. Sente distintamente l’ultima detonazione e le grida della moglie di Domenico. Si precipita in classe e, trafelato, urla
- Hanno sparato a Domenico Trozzo!
Il maestro interrompe immediatamente la lezione e, seguito da tutti i presenti, percorre di corsa i cinquecento metri che lo separano dal posto.
- Maestro, non avvicinatevi, ha una rivoltella in mano e potrebbe sparare – gli dice Salvatore Reda, lo scolaro, che lo ha preceduto. Il maestro si nasconde dietro un cespuglio, ma la voce della moglie di Domenico richiama la sua attenzione
- Maestro… prendete il fucile che è vicino a voi, se no ci ammazza a tutti
Il maestro, strisciando, recupera l’arma e si allontana ma Domenico, rimessosi incredibilmente in piedi, gli corre dietro col braccio destro proteso in avanti, come se dovesse sparare da un momento all’altro. Il maestro inciampa e cade. Guarda Domenico che ormai gli è addosso. È terrorizzato da quell’uomo che non ha più una testa ma, sulle spalle in luogo di essa tutto un orribile grumo sanguigno. Si rimette in piedi e resistendo al dolore che la storta a un piede gli provoca, si rimette a correre, lasciando a terra il fucile. Domenico lo raccatta e cerca di aprirlo per ricaricarlo con le due cartucce che ha in mano e che a tutti erano sembrate una rivoltella, ma il fucile si è rotto ed è inservibile. L’uomo, grondando sangue, ritorna verso casa, mentre tutti corrono di nuovo a nascondersi. Entra in una baracca e prende un altro fucile, questo ad avancarica con una sola canna, poi entra in casa, apre il cassetto del tavolino e, mentre il sangue cola da tutte le parti, prende il suo rasoio. Si ferisce al collo, poi si accovaccia e spara l’ultimo colpo che gli è rimasto.
Sua moglie e gli uomini che sono fuori non sanno cosa fare e fanno passare qualche minuto, poi, non sentendo più alcun rumore, entrano
- Lo trovammo coricato per terra con la testa poggiata sul gradino della porta che dalla prima stanza mena alla seconda e con i piedi verso il letto. Notai che egli aveva nella mano destra un rasoio, se non sbaglio col manico bianco e notai ancora che un tiretto del tavolo era aperto e che nell’interno del tiretto stesso vi erano delle macchie di sangue… – racconterà Salvatore Reda
Ma Domenico è vivo.
Tutti i feriti vengono trasportati nell’ospedale della città e Domenico viene arrestato e piantonato. È impossibile interrogarlo subito, dicono i medici, che sconsigliano anche di interrogare Teresina la quale è molto grave.
I Carabinieri sequestrano la doppietta usata per sparare contro le donne e perquisiscono la casa dell’assassino ma non trovano né l’altro fucile, né il rasoio di cui si servì per prodursi le note ferite: probabilmente dette armi furono trafugate dai parenti del Trozzo. Il mistero però dura poco perché dopo qualche ora vengono consegnate dal fratello di Domenico.
Seppure dai racconti delle superstiti e dei testimoni la dinamica della strage appare ormai certa, restano da chiarire alcuni aspetti non secondari come stabilire se Domenico abbia premeditato di uccidere Rosina e se abbia o meno tentato di uccidere anche il maestro elementare, come questi sostiene. Intanto i giorni passano e le condizioni delle donne ferite sembrano migliorare, eccetto che per Marietta Greco che gradualmente sembra manifestare i segni di una grave infezione alla mano sinistra, spappolata dalla fucilata. Anche Domenico migliora, ma resterà sfigurato nel viso.
Poi il 30 novembre arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto avere: Marietta muore in ospedale: setticemia. Adesso Domenico Trozzo ha sulle spalle il peso di due omicidi ma non è detto che riuscirà a rispondere alle domande dei giudici visto che la sua lingua è stata letteralmente spappolata dai pallini di piombo. Quando viene il momento del suo interrogatorio, però, a furia di cenni lascia comprendere che egli fu ferito con un colpo d’arma da fuoco prima, e poi con arma da taglio da tutte le cinque donne. Vistosi ferito, cominciò a sparare col suo fucile contro esse donne. Aggiunge infine, sempre a furia di cenni, che dopo vista morta la Rosina si esplose da se stesso un colpo di fucile. Una bella faccia di bronzo! Ma nel successivo interrogatorio del 10 gennaio 1925 ritratta e, a gesti, fa capire che quella maledetta sera era completamente ubriaco, ma anche in questo caso viene smentito.
Intanto arriva dal Distretto Militare di Cosenza la copia del foglio matricolare di Trozzo dal quale risulta che fu riformato il 30 aprile 1919 perché affetto da varici. Non è pazzo o almeno non lo era all’epoca del servizio militare.
Il 30 aprile 1925 viene rinviato a giudizio per rispondere di duplice omicidio volontario e triplice tentato omicidio volontario. Il movente? La passione ond’era pervaso per la giovane Greco e quindi la gelosia, le smanie per l’amore insoddisfatto, lo strazio per le troncate intimità.
Il 15 luglio 1926 inizia il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza e viene subito presentato dalla difesa un certificato medico del dottor Francesco Naccarato di Cerisano nel quale  attesta che ha curato Domenico per accessi di nevrastenia acuta che andarono intensificandosi in frequenza ed intensità negli ultimi tempi anteriori al delitto. Molti testimoni giurano di averlo visto sempre ubriaco nei mesi precedenti al delitto, altri che da quando iniziò la relazione con Rosina non aveva i sensi come li aveva prima e qualcuno dice di averlo visto, mentre lavoravano insieme, preso da convulsioni con perdita di conoscenza per una decina di minuti. A questo punto deve essere presa una decisione che tagli la testa al toro: stabilire se il Trozzo sia o meno sano di mente. Possono il certificato di un medico generico, che non è deposizione testimoniale, né perizia, e qualche testimonianza per trarre la conseguenza d’irresponsabilità totale o parziale? Certamente no. Ci vuole una perizia psichiatrica e questa è una prima battaglia vinta dalla difesa sostenuta dagli avvocati Pietro Mancini e Nicola Serra.
Alla fine di agosto 1926, Domenico Trozzo entra nell’inferno in terra di Barcellona Pozzo di Gotto, affidato ai dottori Mario Zalla e Franco Cammarata, i quali annotano subito che articola assai imperfettamente le parole, pur riuscendo a farsi ben comprendere.
Nel campo dell’affettività si sono osservate in lui notevoli anomalie: facile passaggio da stati di accentuata depressione a stati di esaltamento; tendenza ad una quasi sistematica interpretazione ostile nei discorsi, negli atti, negli atteggiamenti altrui. Diciamo subito che noi non possiamo credere alla sincerità dell’imputato quando egli afferma di non ricordare nulla della strage compiuta e di essere sicuro che con la sua amante Rosina Greco tutto era proceduto d’amore e d’accordo fino al momento della strage stessa. Siamo convinti che il Trozzo, lucido ed attualmente senza dubbio capace di tracciarsi e di seguire un programma di condotta, attua, simulando l’ampia e profonda amnesia, un pianto di difesa, pur senza rendersi conto che il piano è inabile e pericoloso. Affermiamo ciò con piena sicurezza sia perché da un lato l’istruttoria ha dimostrato in modo indubbio che la causale del delitto, per quanto inadeguata, ci fu, sia perché nessuna nozione psichiatrica ci autorizza ad ammettere come possibile una amnesia da parte del Trozzo, non solo nell’episodio tragico, ma anche di tutte le circostanze che lo hanno preceduto, determinato e seguito. La grandiosità della strage, di cui furono vittime anche persone che non entravano nell’orbita della passione dell’imputato e l’accanimento di quest’ultimo a strage compiuta contro sé stesso, dimostrano l’esistenza in lui d’uno stato d’animo effimero non solo psicologicamente eccezionale, ma anche profondamente anormale, tanto più essendo il protagonista un individuo, come risulta dall’istruttoria, non dedito ad atti di violenza e che godeva d’una fondamentale buona reputazione.
Secondo il nostro concetto il reato del Trozzo ebbe tutti i caratteri della più intensa passionalità, complicata e resa in parte decisamente morbosa nella sua tragica esplosione dal fondo di nevropatia costituzionale del protagonista e dalla momentanea sovrapposizione della intossicazione alcoolica. Nel momento del fatto il Trozzo non era un infermo di mente nel senso più ampio dell’espressione, ma non poteva neppure disporre di quella capacità di autodominio che è presupposto di una completa imputabilità. Ci par giusto e clinicamente ben fondato il concetto che la sua coscienza fosse offuscata senza essere abolita e la sua libertà d’azione grandemente ridotta senza essere del tutto sopraffatta dalla morbosità del suo stato accessuale. Questo concetto ci rende ragione della inutile ferocia contro le vittime e dell’infierimento contro sé stesso, indice a sua volta d’una coscienza abbastanza vigile per valutare la gravità della situazione e d’una libertà tanto compromessa da non poter tutelare il prepotente istinto della propria conservazione.
Insomma, contraddicendo la regola non scritta che chi entra a Barcellona sa quando entra ma non sa quando esce, a Barcellona non lo vogliono e addirittura lo salvano dall’ergastolo, lasciando la patata bollente alla Corte d’Assise di Cosenza, la quale non può che tenere conto del risutato della perizia.
12 anni di reclusione di cui 2 anni condonati, è la sentenza che emette la Corte il 20 maggio 1927.
Un anno dopo la Corte di Cassazione rigetterà il suo ricorso.[1]





[1] ASCS, Processi Penali.

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