domenica 16 luglio 2017

LETTERE PER UNA DONNA PERDUTA

Come abbiamo visto nella storia IL SENSALE DI LIBIDINE, verso la fine del 1934 a Cosenza viene scoperto, per la denuncia della signorina tedesca Frieda  Müller, un giro di prostituzione organizzato dal cameriere Luigi Papadia e la Questura non ci mette molto a capire con chi ha a che fare: Papadia Luigi Antonio Salvatore, nato a Brindisi il 16=4=1882, domiciliato a Cosenza da circa tre anni, risulta pregiudicato per avere riportato condanne per ratto a fine di libidine, ingiurie ed arrogazione di carica pubblica. Molto amante delle belle donne e delle facili conquiste, egli, per servire la propria e l’altrui libidine, da più tempo ha escogitato il mezzo delle inserzioni sui giornali per richiamare a Cosenza simpatiche e avvenenti donnine che, con la parvenza di posti vantaggiosi e d’impiego assicurato, lasciano la casa paterna e, sobbarcandosi a non lievi spese, corrono a Cosenza lusingate e allettate anche dalla poesia dei luoghi, artatamente escogitata dal Papadia. Altro particolare importante di questa attività o mania è data dal fatto che il Papadia si è mantenuto sempre al corrente delle inserzioni per richieste di lavoro e d’impiego e che quindi ha sfruttato anche la spontanea offerta di povere ed oneste donnine, ma anche di donne navigate come le fiorentine Guglielmina Manni, meglio conosciuta come Mina Dei, e Zaira Coltellini vedova Ferro. Però deve accadere qualcosa di imprevisto perché le due amiche fiorentine  a Cosenza pare che non siano mai arrivate. La madre di Guglielmina ne denuncia la scomparsa alla Questura, che non riesce a cavare un ragno dal buco, e contemporaneamente chiede spiegazioni a Papadia, avendo trovato dei biglietti della figlia nei quali c’è scritto che si sarebbe recata a lavorare presso di lui e i due se ne dicono di cotte e di crude nelle loro lettere. Del carteggio intrattenuto tra la signora Annunziata Manni Dei e Luigi Papadia a noi è arrivata solo questa lettera molto esplicativa:
Egregio Luigi Papadia
Soltanto oggi leggo una lettera da lei inviata a mia figlia Guglielmina Manni, lettera piena di falsità e che mi offende. A parte che mi riservo di agire come crederò opportuno per tutelare il mio decoro e rispondo.
Della suddetta Manni Guglielmina non sono la matrigna, ma la madre disgraziata che ha una figlia tanto perfida, tanto falsa. Essa fin da piccola è stata la mia disperazione; me ne ha fatte di tutti i colori, mi ha anche picchiata e se n’è andata di casa ogni volta le è piaciuto. Più di una volta ho dovuto farla chiamare in questura. Di lavorare non ha mai avuto voglia. Le amiche, le pessime amiche sono state sempre la sua rovina.
Al suo ritorno a Firenze dopo aver girovagato dalla Sicilia alla Calabria in compagnia e mantenuta non so da chi, l’avevo perdonata e ripresa in casa sperando si ravvedesse e le avevo chiesto soltanto onestà assoluta, abbandonare le pessime amiche o amici, aiutarmi nel disbrigo del lavoro della pensione. Cosa poteva pretendere una madre che lavora per mantenere il marito infermo? Che mantenessi anche le pessime amiche che anche gli ultimi giorni mi ha costretto a ospitare e darle da mangiare? Lei sapeva che né io né mio marito si voleva che partisse, si sperava che fosse venuta l’ora del pentimento con i suoi 28 anni. Il professore col quale mia figlia amoreggiava era stato ricercato da lei quando nel giugno fu scacciata, insultata, percossa dal suo amante, un garzone di un bar, insieme alla sua amica. Il prof. ne ebbe compassione, le raccolse dalla strada, le difese, le protesse, ma poi anche lui dovette allontanare prima l’amica e poi lasciar partire la Guglielmina.
Al ritorno dalla Calabria l’aveva ricercato ed era riuscita a farsi perdonare la pessima condotta, ma ora lo teneva soltanto per sfruttarlo per i suoi vizi e per insultarlo anche dove non conosciuto, mentre egli s’illudeva di fare di Guglielmina una donna onesta.
Lei non conosce, signor Ganimede, l’animo di mia figlia. Quando avrà conosciuto ciò che si nasconde sotto quel fare di santarellina, si vergognerà di quanto ha scritto. Intanto si tenga per migliore occasione gl’insulti gratuitamente concessimi e prima di fare il cascamorto e offendere la madre, sarebbe onesto assumere più esatte informazioni, specialmente quando chi scrive è un vecchio come lei.
Non conosco l’indirizzo di mia figliae della sua amica, ma se lei è un gentiluomo me lo faccia sapere perché avrò da dirle molte cose che la riguardano.
Troppe, troppe volte ho perdonato, ora la mamma è morta, sarò la matrigna.
Annunziata Dei
Via Masaccio 59

Ma la signora Manni Dei non è la sola a chiedere notizie di Guglielmina a Papadia. Lo fa anche il professor Luigi Barbaro, ex fidanzato della donna:
Firenze 25 – X – 934 XII
Egregio Sig. Luigi Papadia – Cosenza
In data 5 corrente vi scrissi una lettera per domandarvi le spiegazioni che voi sapete e vi acclusi altra lettera in busta sigillata intestata a Manni Guglielmina che mi risultava essere partita in Cosenza perché da voi ingaggiata per un lavoro non bene precisato.
Nella lettera medesima vi pregavo, qualora la detta Manni non si trovasse costà, a ritornare la lettera al mio indirizzo.
Con la vostra 11 corr. m’avvertiste che la Manni non era arrivata, ma non mi rimandava la lettera predetta.
In data 13 corr. Vi telegrafai per il ritorno della lettera, ma voi avete taciuto. Perché?
Vi prego perciò, qualora la lettera non sia stata consegnata alla Manni, di farmela riavere, non occorre sostituire busta; basta scancellare il nome della Manni e mettervi il mio con l’indirizzo: Via della Colonna 12. Vi accludo francobollo.
Nella speranza di essermi bene spiegato, in attesa
Luigi Barbaro.
P.S.
A giorni dovrò capitare a Catania e mi seccherebbe dover fare una sosta a Cosenza per ritirare la lettera; anzi, se non consegnata, vorrei riaverla prima della mia partenza.
Ho veduto il padre della ragazza il quale mi ha fatto veramente compassione. Egli non ha notizie della figlia e s’illudeva che se ne sapesse qualcosa. L’ho consigliato di rivolgersi alla Questura.
Papadia fa orecchie da mercante anche alla esplicita minaccia di Barbaro e non restituisce la lettera. Ma quando scoppia lo scandalo e viene sospettato per la sparizione delle due donne, la consegna alla Questura:
Firenze 5 – X – 934
Mina,
non comprendo il tuo insistere nel chiedermi perdono.
Tu eri libera, liberissima; volevo fare di te una donna onesta, ecco il mio torto.
Ti ho difeso fin che ho potuto dalla falsa amica. L’ho giudicata anche dal tuo biglietto che avevi scritto per la tua e che ho qui e nel quale, parlando di Zaira Ferro, dici tra le altre cose:
“Io non l’ho rovinata, ma lei a me si. Non dica bugie che lei era una donna onesta e che l’ho ridotta io così perché ha sempre vissuto in cotesta maniera”.
E più sotto:
“Domani sarà denunciata, tanto più che le guardie sono ritornate a chiedere di lei”.
Sembrami che il tuo biglietto firmato “Mina” sia abbastanza chiaro.
Tu sei stata falsa fino all’ultimo, hai recitato una inutile commedia con chi non ti ha fatto che del bene anche con onesti consigli. Ti ho raccolto, vi ho raccolto, dalla strada quando nel giugno u.s. fosti scacciata, perseguitata, picchiata dal tuo amante il quale si era ridotto in condizione da ritornare in galera.
Ebbi compassione, mi sembravi pentita, desiderosa di una nuova vita.
Ti misi nella pensione Galardi e con gravi sacrifici mantenevo anche la tua amica che doveva procurarsi lavoro, ma che non cercava mai e se ne stava tutto il giorno a letto a fumare.
Quale la tua condotta?
Ricevevi i tuoi, i vostri amanti nella casa da me pagata e ti facevi dare gli appuntamenti indirizzando al nome di Zaira Ferro. Rammenti? Conservo sempre tale corrispondenza.
Rammenti il bottaio col quale andavi tutti insieme a gozzovigliare? Egli voleva sposarti, mi dicesti, ma intanto ti pagava volta volta e tu di nascosto passavi il denaro per pagare il conto della tua amica quando io non volli più mantenere.
Rammenti la famosa domenica che dovevi andare a lavorare all’esposizione? L’unico giorno che doveva essere di lavoro preferiste lasciare in asso tutto e andarvene a divertirvi col bottaio arrivato allora di fuori. Anche quel giorno facesti venire il nobile fabbricante di botti in camera vostra (mia) e col danaro ricevuto…
Rammenti il falso avvelenamento conseguenza di orgia, ho qui la ricetta del dottore che chiamai. Fu allora che dovetti scacciare l’amica e, più tardi, lasciarti partire per il lavoro della Sicilia.
Quale lavoro?
Al tuo ritorno mi ricercasti, eri ricevuta in casa.
Richiedesti la mia amicizia ed io chiesi in cambio di essere onesta, sincera e di lasciare le pessime amiche.
Ti osservavo e osservavo più di quanto tu non potessi immaginare e sapevo, sapevo
Il sig. Papadia ti ha mandato un vaglia bancario di £ 260 per partire, mi hai detto: non credo.
Nessuno ti ha consigliato, pur sapendo, nessuno ha avuto per te una buona ed onesta parola; io ho parlato al cuore. Sei partita come una ladra, senza documenti, perché la lettera che avevi , avevi dovuto distruggertela appena riconobbi che era falsa, hai pernottato a Roma, passato un giorno a Napoli, sei partita senza un soldo.
Da Roma hai sentito il bisogno di chiedermi perdono ancora telegraficamente.
Risparmia tempo e danaro, non occorre; ti conosco troppo bene: sei vile; non ho nulla da perdonarti, sei una disgraziata, facile preda dei cattivi, incosciente, suggestionata, degenerata, guidata, dominata dal male.
Non ti fidare della tua bellezza: è un’illusione, è falsa.
Io non l’ho veduta: hai un corpo sproporzionato, fianchi enormi e pancia cadente, costretta a comprimere con il busto; col pelo che hai sulle gambe sembri una scimmia, il seno è disfatto, le macchie che abbondano sul tuo corpo sono le ferite di antiche battaglie; le guancie, senza il rosso abbondante, presentano una rete di venature non bella a guardare. Aggiungi la vista scadentissima, il male all’utero, allo stomaco, la bronchite cronica, l’allentamento della vescica sì da orinarti sempre addosso e le continue emicranie che ti si producono e giudica se basta per non essere innamorata del tuo corpo; no, assolutamente no; vi era in me un forte senso di compassione ma tu con la tua recitazione, con le tue falsità, eri riuscita a far nascere in me.
Non ti tengo rancore né per il falso usato sempre in ogni tuo atto, né per la calunnia continua (anche quando eri l’amante del Sconcerti), grave calunnia, né per tutti gl’insulti ricevuti e tanto meno per essere partita clandestinamente con l’amica che io avevo dovuto scacciare, proibirti di avvicinare; non ho nulla da perdonarti, non potevo pretendere più di quello che mi hai dato; è già molto se non sono rimasto scottato dal veleno che hai nel sangue.
Però d’ora innanzi ti ordino di dimenticare di avermi conosciuto e ti proibisco parlare di me sia al Sig. Papadia di Cosenza, all’emissario di Paola, al cuoiaio di Catania, allo studente di S. Nicola Catanzaro, all’ex amante di Napoli, all’amico di Roma, ecc… a chi ti ha fornito di danari e roba nel tuo ultimo viaggio. Ai tuoi amanti presenti, passati e futuri; io sono morto per sempre come lo sei tu per me.
La commedia è finita, la vita comincia domani.
Luigi
P.S. Ho letto la lettera del Sig. Luigi Papadia:
SCHIFO
Rammentati che devi patire ancora un altro processo per calunnia, procura di non aumentare la dose…[1]
Non sappiamo se Mina procurò di non aumentare la dose, quello che abbiamo letto sembra già abbastanza…




[1] ASCS, Processi Penali.

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