sabato 31 marzo 2018

L'INFAME MERCATO

 Nella posta recapitata il 17 aprile 1919 alla Procura del re di Cosenza c’è anche una lettera anonima, una delle tante che arrivano quasi quotidianamente. Ma questa è diversa, questa denuncia una pratica che tutti conoscono e che tutti fanno finta di non conoscere per tenere pulita la propria coscienza. Ma qui si fanno nomi, cognomi, date, circostanze precise, si citano atti precisi e non si può più fare finta di niente
Ritorniamo agli antichi tempi come la tratta delle schiave bianche, al barbarismo o, per meglio dire, all’infame mercato di carne umana. Ed appunto di questo indegno mercato esercitato su larga scala in codesta città dove gli innocenti vengono negoziati ad infame prezzo e dopo poi condannati a morire per fame, vengono inflitti i più duri maltrattamenti ed infine vengono finanche a morire, previa somministrazione di medicinali come papavero in gran quantità ed altre erbe dannifere.
Incominciamo a denunziare i colpevoli di tali manovre incivili e barbare.
La nominata Pugliese Filomena, agnominata “’a Santapetrise”, nota affittacamere in via Neve, ben nota all’Autorità Giudiziaria, per questa non poche ma diverse vite umane hanno sofferto. Solamente in casa sua si possono contare ben 4 decessi di bambini per opera della megera, la quale esercita l’infame commercio incettando i neonati che nascono da ignoti e con il pretesto di proporre balie per l’allattamento sfrutta il denaro accettando corresponsioni di tal natura ed anche di sopprimerne qualcuno che le si chiede siano disperse le traccie e sono di questi appunto che la Pugliese ne procura la morte, la quale spesse volte avviene per fame.
Questi possiamo chiamarli effettivi, mentre poi ci sono gli straordinari e cioè:
Che una ventina di giorni or sono, la Pugliese non potette tenere in casa uno di questi disgraziati neonati, mediante il compenso di lire 150 (questo rappresenta la tariffa della megera elargita alle così dette balie) affidava per l’allattamento un bambino ad una donna chiamata Petronilla, amante di un muratore (a tempo perso), abitante in via Messer Andrea 26. la quale, a sua volta, intascato il prezzo di mercato, conduceva il bambino affidatole in casa sua, infliggendolo ad ogni specie di maltrattamento. Buttato a giacere in un cantuccio da mattina a sera, chiuso in casa solo per intiere giornate, senza somministrarlo neanche di una goccia di latte, ma bensì ogni mattina gli si fa incerire una buona dose di papavero e tanto vero che il ragazzo è diventato uno scheletro da far pietà e la morte non gli sarà lontano. Per i dovuti accertamenti la S.V.Ill.ma potrà affidarne le indagini all’Arma dei RR.Carabinieri.
A misura che i neonati periscono, ne vengono affidati degli altri i quali seguono l’istessa sorte dei primi e così l’infame mercato si allarga, non tenendo presente, poi, di quelli che nascono e che vengono poi dichiarati allo stato civile dopo 3 o 4 mesi ed anche con fatte denunzie delle quali in grande stile, commettendo falsità in atto pubblico, ad opera della levatrice Simonetti Raffaella mediante buonissimi compensi finanziarii.
Lo stesso mercato viene pure esercitato dall’istessa levatrice. Ed appunto la sera del 5 corrente questa incettava un bambino, frutto di una tresca illecita, trattandosi che la madre del bambino per non perdere il sussidio governativo per l’avvenuta morte di suo marito in seguito al servizio militare. La Simonetti, assieme al bambino, percepiva una buona somma impegnandosi a far scomparire per sempre il neonato affidatole, distruggendo perfino ogni minima traccia, si suppone che il bambino si sia fatto morire. Per le ricerche dell’atto di nascita, il bambino è nato il 28-2-1919, numero d’ordine del registro dei nati N° 126. per la responsabilità dei colpevoli si crederebbe opportuno affidare l’espletamento dell’accertamento all’Arma dei RR. Carabinieri.
La presente denuncia non viene da noi sottoscritta per la ragione cioè: poiché i responsabili dell’infame mercato, quasi tutti, fanno testa alla malavita cosentina, per ragioni di incolumità personali siamo costretti inviarla ignota.
Cosenza 13-4-1919
Che la situazione del brefotrofio sia a dir poco disastrosa con le percentuali di morti entro il primo anno di vita di oltre il 90% è noto da più di una settantina di anni senza che nessuno vi abbia posto rimedio e che vi sia un mercato delle balie è altrettanto noto a tutti, tranne che, evidentemente, a chi dovrebbe stroncare questo infame mercato. Ma adesso la Giustizia lo sa e qualcosa dovrà pur fare. Ad essere incaricati delle indagini non sono i Carabinieri, come auspicato dall’anonimo, ma è la Questura e precisamente i navigati Delegati di P.S. Francesco Cilento e Carlo Chiriaco, coadiuvati dal Brigadiere Vincenzo Puma i quali, dopo quasi un mese di indagini, relazionano:
La nominata Pugliese Filomena, di anni 50 da S. Pietro in Guarano, qui abitante in via Giuseppe Campagna, da più tempo si occupa, mediante forti compensi, del collocamento di bambini nati da amori illeciti e più volte contro di lei vennero redatti ricorsi anonimi i quali richiamano l’attenzione di cotesta R. Procura e di questo ufficio di P.S.
Infatti con mio rapporto dell’11 ottobre 918 N° 1841 vennero date altre informazioni sul conto della suddetta Pugliese Filomena, anche relativamente al lamentato commercio immorale di neonati.
Dalle unite dichiarazioni, raccolte dal delegato Sig. Chiriaco, risultano infatti tali commerci che la Pugliese Filomena portò a termine con la nominata Mazzei Angelina e Gigliotti Petronilla mediante compenso di lire 150. la bambina consegnata alla Mazzei ed identificata per Ranieri Maria d’ignoti, nata il 1 ultimo in Marano Marchesato, è deceduta il 3 corrente; il bambino, tale Falcone da Celico, affidato alla Gigliotti, trovasi attualmente in disperate condizioni, come può rilevarsi dall’unito certificato medico rilasciato a richiesta di questo ufficio dal Dott. Marini.
A seguito di perquisizione operata d’urgenza nel domicilio della Gigliotti allo scopo di rinvenire le sostanze indicate nell’anonimo, si constatò da parte di questo Brigadiere Puma Vincenzo, che il bambino Falcone, affidato alla Gigliotti, era chiuso nell’abitazione, senza cura ed assistenza.
I suddetti neonati Ranieri Maria e Falcone vennero portati in casa della Pugliese da tale Chiappetta Giovanna di anni 60 da Rende. Costei, sottoposta ad interrogatorio, ebbe a dichiarare che circa due mesi fa la Pugliese ebbe consegnato dalla levatrice del comune di Rende un bambino, identificato per Palermo Ernesto, mediante compenso di lire 450 e Kg 2 di caffè, figlio di amori illeciti, e che dopo due giorni della consegna esso bambino fu dalla Chiappetta stessa affidato a tale De Luca Francesca di anni 32 abitante in via S. Tommaso N° 3, mediante compenso di lire 250 versato dalla Pugliese nell’incasso delle 450. detto bambino è deceduto il 19 and.
Circa poi la cooperazione in detti commerci da parte della levatrice Simonetti Raffaela di anni 48, qui domiciliata in Piazza S. Giovanni, non sono risultati elementi positivi.
Si è solamente accertato che il bambino nato il 23 febbraio 919 e denunziato il 29 detto mese N° 126 del registro nascite, venne alla luce mediante l’opera e l’assistenza della levatrice Falsetta Teresa di anni 70 da Cosenza e pi poi dalla Simonetti affidato alle cure di Valè Zumpano Concetta di anni 23 da Cosenza e abitante in via Archi di Ciaccio, mediante corrispettivo mensile di lire 60. Detto bambino, identificato per Santillani Giuseppe, è figlio anche di illeciti amori ed attualmente trovasi in buone condizioni di salute.
Non è stato possibile conoscere se e quando siansi verificati decessi di neonati in casa della Pugliese, come pure non sono risultati elementi circa la somministrazione ai bambini di bevande nocive.
Beh, sarebbe stato troppo riuscire a provare la somministrazione di bevande nocive, ma tutto il resto è esattamente come lo ha descritto l’anonimo e questa volta, probabilmente, la pluripregiudicata Filomena Pugliese pagherà per il suo infame commercio.
La frequentazione delle aule di giustizia da parte della Santapetrise è di lunghissima data, fin dal 1896 quando fu processata per abbandono di minori e prosegue negli anni con condanne per i reati più vari: esercizio arbitrario con violenza delle proprie ragioni, ingiurie pubbliche, lesioni, favoreggiamento della prostituzione minorile, furto, contravvenzioni alla legge di P.S., per finire alla diffamazione.
Adesso per lei si ipotizza l’accusa di omicidio colposo (non esistendo nel Codice Penale vigente un reato che preveda il traffico di esseri umani) e dalle testimonianze raccolte sembrerebbero esserci gravi indizi
- Filomena Pugliese mi fece presente che aveva un bambino a casa e che desiderava collocarlo, mi pregò se volessi prenderlo io mediante compenso di lire centocinquanta. Siccome io avevo bisogno di guadagnare tale somma ed avevo latte a sufficienza – racconta Petronilla Gigliotti al delegato Chiriaco – mi decisi ad accettare la sua proposta. La Pugliese aggiunse, inoltre, che appena il bambino fosse deceduto non avrei dovuto fare altro che recarmi da lei per averne un altro con relativo nuovo compenso. Mi disse proprio le precise parole: “Se poi il bambino muore, salute a noi…”
Angelina Mazzei fa un racconto simile
- Nei primi giorni di aprile corrente, dietro compenso di lire centocinquanta, mi decisi a prendere una bambina che tale Pugliese Filomena mi aveva offerto. Però, siccome mi accorsi che lo stato di salute della bambina lasciava molto a desiderare, mandai mia suocera e mia cognata per far noto ciò a detta Pugliese. Questa disse loro che il deperimento della bambina dipendeva dalle molte medicine che la madre delle bambina stessa aveva usato per abortire. Disse ancora che io non mi sarei dovuta preoccupare della morte poiché, se ciò fosse avvenuto, non avrei dovuto fare altro che portare il cadaverino da lei. mi raccomandò, allorchè venne a casa mia, di non dir nulla a nessuno del fatto e mi promise che se la bambina fosse venuta a morire, avrebbe trovato il mezzo di darmene delle altre. Non mi premurò di allevare con cura la bambina, anzi mi disse le testuali parole: “Non te ne fregare se muore; se muore salute a noi, te ne darò altre”. So che la Pugliese suole fare di questi affari e che riceve in compenso lire 500
Un cinismo agghiacciante.
Viene emesso un mandato di cattura nei confronti della Pugliese e per lei si aprono le porte del carcere
- È vero che per compenso in danaro avrebbe accettato di collocare la bambina Ranieri Maria nata il 1° aprile ultimo in Marano Marchesato e deceduta il 3 Maggio successivo ed avrebbe deliberatamente cagionato la morte di costei per mancanza di nutrizione? – le chiede il Giudice Istruttore
- È assolutamente falso l’addebito che mi si muove ed io lo respingo spiegando che nel 1° aprile ultimo si presentò in casa mia certa Chiappetta Giovanna recando con sé una bambina e dicendomi che per incarico del segretario comunale di Marano Marchesato io dovevo occuparmi del collocamento di quella bambina nata da ignoti e dovevo trovarle una nutrice. Per tale collocamento il segretario comunale di Marano inviava £ 150 che io dovevo passare come primo compenso alla nutrice che si incaricava di alimentare la bambina. Io, in quello stesso giorno, ed appena un’ora dopo dalla consegna, affidai quella bambina alla stessa Chiappetta con l’incarico di affidarla a sua volta alla nutrice Mazzei Angiolina per allattarla, passandole anche le 150 lire inviatemi dal segretario per tale oggetto, oltre a pochi effetti di biancheria. La Chiappetta eseguì fedelmente l’incarico. Io non conoscevo neppure il nome della bambina e lo appresi pochi giorni dopo dall’atto di nascita inviatomi dal segretario comunale e che ho passato alla nutrice. Io non debbo quindi rispondere della morte della bambina perché avendola immediatamente affidata alla nutrice, ero uscita da ogni responsabilità. Ad onor del vero però debbo dire che la bimba è morta perché nata molto gracile e non per difetto di nutrizione, come mi riferì del resto la stessa nutrice ed il dottore Tafuri che ebbe a visitarla
- E del bambino che mi dite? Risulta che avete ricevuto 450 lire e 2 chili di caffè…
- Anche questo secondo addebito io respingo perché infondato. Qualche mese fa si presentò a casa mia la levatrice patentata del comune di Rende, di cui ignoro il nome, recandomi un bambino e dandomi l’incarico di affidarlo per l’allattamento provvisorio a qualche nutrice di Cosenza, alla quale avrei dovuto passare un compenso di lire 400che la levatrice mi ha consegnato e per la quale io le rilasciai ricevuta. Ma in quello stesso giorno, avendo io fatto consultare l’atto di nascita di quel ragazzo e visto che non risultava nato da Ignoto, mandai a chiamare a mezzo di Chiappetta Angiolina la levatrice di Rende per dirle che io non potevo ricevere il ragazzo né affidarlo a balie perché non risultava nato da Ignoti. Il giorno appresso ritornò da me la levatrice in compagnia della Chiappetta e poiché quest’ultima mi richiese di affidare a lei il bambino perché si sarebbe interessata lei di farlo nutrire, io lo consegnai alla Chiappetta insieme alle 400 lire ed io non so come la Chiappetta avesse ulteriormente provveduto al collocamento del bambino, né se quest’ultimo sia o meno deceduto
- Sembra che siate esperta in questo settore…
- Io ho provveduto spesso al collocamento dei bambini nati da illeciti amori e non nego di aver percepito per questo qualche piccolo compenso in corrispettivo dell’opera da me prestata, ma è completamente calunnioso l’addebito che io avessi procurato la morte di bambini
Una benefattrice dell’umanità!
- Ricordo di aver visitato una bambina affidata alle cure della nutrice Mazzei Angelina e la trovai in condizioni di sviluppo generale assai deficiente, tanto da farmi pronosticare non lontana la sua morte. Infatti, dopo qualche giorno, la stessa Mazzei o la madre di lei venne a riferirmi che la bambina era morta
- Secondo voi per quali cause è morta?
- Ritengo che la morte della bambina siasi verificata non per difetto di alimentazione ma per la sua gracilissima costituzione organica
Di consigliare alla nutrice il ricovero in ospedale della bambina, al dottor Tafuri non gli è proprio passato per la mente.
- Quando ebbe ad affidarmela, la nutriva con zucchero. Quando io porsi il capezzolo alla bambina ebbi l’impressione che la stessa non sembrasse affamata, ma io la risollevai e ciò malgrado è morta dopo un mese per le sue infelici condizioni organiche… – racconta Angelina Mazzei, che conclude – Non è vero che la Pugliese mi abbia mandato la bambina a mezzo di tal Chiappetta Giovanna, invece ebbe ad affidarmela personalmente
- In uno dei primi giorni di aprile ultimo – racconta Giovannina Chiappetta – ebbi dal segretario comunale di Marano Marchesato incarico di portare al baliatico qui in Cosenza una bambina nata da ignoti. Io eseguii l’incarico ma, poiché al baliatico non ci erano posti disponibili ed io sapevo che Pugliese Filomena si occupava del collocamento dei bambini nati dalla colpa, mi recai da lei perché provvedesse appunto al collocamento di quella bambina.
- Come lo sapevate?
- In altra occasione io recai alla Pugliese un altro bambino perché si fosse incaricata del suo collocamento  a balia… le diedi 150 lire ma non so se avesse trattenuto qualche cosa per lei
- Perché il Segretario Comunale ha incaricato proprio voi?
- Come da certificato dell’amministrazione comunale di Rende, che esibisco, io sono incaricata del trasporto degli esposti per il relativo loro collocamento
- E del bambino che potete dirmi?
- Circa due mesi fa la levatrice di Rende recò alla Pugliese un bambino. Io, che in quell’epoca ero a Cosenza, ebbi occasione di parlare con la Pugliese, la quale mi disse che pensava di restituire il bambino alla levatrice perché non trovava persone che lo potessero nutrire. Io, allora, per fare opera umanitaria, presi quel bambino e lo affidai alle cure della nutrice De Luca Francesca, consegnandole anche 250 lire che la Pugliese mi aveva dato per tale scopo. Dopo qualche giorno seppi che la Pugliese aveva ricevuto non 250 lire ma 450
Ora, a voler ammettere che dietro queste strane morti ci sia stato un disegno criminale, che cosa ci si vuole aspettare dalle testimonianze delle persone implicate, oltre a scaricarsi vicendevolmente le responsabilità? A che cosa serve, nel 1919, accertare che le nutrici scelte dalla caritatevole Pugliese per allattare i bambini avessero latte buono in abbondanza? Forse c’è la possibilità di scoprire se quel latte buono e abbondante è davvero finito negli stomaci di quei poveri, sventurati bambini? No, questa possibilità non c’è, ma non c’è nemmeno la voglia di trovare nelle pieghe del Codice Penale qualcosa che possa, al di là della risibile accusa di omicidio colposo nei confronti di Filomena Pugliese (e perché non anche nei confronti delle nutrici?), stroncare questo infame mercato?
Comunque, la Procura del re è convinta che le prove e gli indizi raccolti siano sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Filomena Pugliese, va avanti su questa unica ipotesi accusatoria e va a sbattere contro il muro della Sezione d’Accusa la quale, il 28 aprile 1922, decreta il non doversi procedere a carico di Pugliese Filomena per il delitto ascrittole per insufficienza di prove.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

martedì 27 marzo 2018

L'ONORE DELLE SORELLE MAGURNO

 - Stai qui davanti alla porta e quando vedi passare Felicia ci chiami, hai capito? – la bambina fa cenno di si con la testa mentre le sue sorelle maggiori, Cristina e Matilde rientrano in casa. Cristina, è visibilmente agitata, va nella stanza adibita a cucina, prende una bottiglia di vino e beve una generosa sorsata, poi va nella camera dei genitori, prende il pugnale del padre e se lo nasconde nella manica della camicia. Sono quasi le 18,30 del 24 maggio 1896 e la temperatura è mite a Buonvicino.
Non passano che pochi minuti e Amalia, la sorellina le chiama, avvisandole che Felicia Benvenuto, 40 anni, si sta avvicinando alla loro casa con in braccio il suo bambino di 3 mesi. Cristina e Matilde escono e affrontano la donna
- Com’è questa storia che vai mettendo in giro? – le fa, a muso duro, Matilde
- Quale storia?
- Fa la santa! La soria che noi due ce la faremmo con don Felice Forestieri… che usciremmo di notte da casa per fare la farsa
- Non ne so niente…
- Dicci la verità! – urla Matilde cercando di strapparle di mano il bambino – dicci la verità se no, quant’è vero che questo è figlio a nostro padre…
- Si… si… l’ho detto – ammette tenendo stretto il bambino
Matilde le salta addosso alle spalle e la stringe tra le braccia robuste mentre Cristina fa uscire il pugnale dalla manica e comincia a colpirla sulle gambe. Quattro colpi che fiaccano la vivace resistenza di Felicia che capisce di dover lasciare il bambino per difendersi, così lo fa scivolare a terra. Cristina approfitta di questi brevi istanti per colpirla tre volte al petto. Felicia cade a terra, sembra morta. Le due sorelle la guardano ansimando, poi un urlo disumano le fa trasalire: Felicia si sta rialzando e, sebbene i suoi vestiti siano ormai rosso sangue, si scaglia su di loro che, terrorizzate da quella vista demoniaca, se la danno a gambe. Felicia barcolla ma le segue finché può. Molto poco in verità, nemmeno una quindicina di metri, e poi stramazza di nuovo a terra. Morta.
Le due sorelle non tornano a casa ma vanno a casa del Sindaco per consegnarsi. Non lo trovano, così affidano l’arma al figlio tredicenne e vanno a cercare il Vice Pretore al quale confessano tutto
- Il movente del delitto è stato quello di onore – comincia a raccontare Cristina Magurno – per essere io stata offesa nella mia reputazione di giovane onesta dalla Benvenuto, la quale andava divulgando nel pubblico che sì io che la mia sorella a nome Matilde avevamo delle illecite relazioni con un tale Forastiero Feliceantonio. Il discredito è stato quasi continuo e noi ne avevamo sempre consapevolezza, come l’abbiamo avuta anche pria che io mi fossi indotta a delinquere, da certa Fortunata Truscelli. Non potendo più oltre tollerare l’onta del disonore, tanto mio che della mia sorella, mi sono accesa d’ira e lì per lì ho proposto alla mia germana di domandarle soddisfazione, profittando dell’opportunità che la Benvenuto si trovasse allora a passare per vicino la nostra casa e senza porre tempo in mezzo mi sono armata di pugnale e sono scesa con lei nella pubblica via. affrontatala con ardimento, dopo di averla fatta interpellare dalla ripetuta mia sorella sulla verità o meno della diceria sparsa sul nostro conto; ricevuta da essa la conferma le ho vibrato col pugnale diversi colpi fino al punto da renderla uccisa. La Benvenuto aveva in braccio un bambino di tre mesi appena, procreato col mio genitore, Magurno Giacomo, il quale fin dal mese di aprile dello scorso anno cominciò ad avere con lei una tresca nella nostra casa, dove si trovava in qualità di domestica. La stessa ci manteneva in continue inquietudini e disturbi e, per effetto dei nostri risentimenti, s’indusse a licenziarsi, serbando però i primitivi rapporti col detto mio genitore. Ciò ha influito non poco alla mia determinazione criminosa, vedendo mia madre afflitta e addolorata per la mancata fedeltà coniugale dal canto di mio padre
- Ho concorso al delitto di assassinio perpetrato oggi da mia sorella Cristina prestandole il mio aiuto col tener ferma la vittima onde farle vibrare dei colpi di pugnale. Sono stata io per la prima che ho chiesto alla Benvenuto spiegazione e poi soddisfazione ad un tempo di un atto di calunnia da lei commesso al mio riguardo da sei mesi in qua col ventilare nel pubblico che io aveva illecite relazioni con Felice Antonio Forastiero ed uscivo anche di notte per aver convegno con lo stesso, appellandomi per questo porcella. Non era in me l’intenzione di fare massacrare la Benvenuto e se l’ho trattenuta è stato per eccitamento della mia germana
- Quando ha preso il pugnale tua sorella?
- Non vidi quando mia sorella si armò di pugnale
- È vero che la Benvenuto aveva una tresca con tuo padre?
- Ella aveva un bambino di tre mesi circa generato mercè illecita relazione avuta con mio padre in casa nostra e poscia fuori. Dapprima la Benvenuto si collocò in servizio nella nostra famiglia e cominciò allora la sua tresca con mio padre che data da circa un anno e poscia ne uscì dal servizio, continuandola fuori. La stessa era oggetto di continui malumori nella nostra casa e segnatamente di maltrattamenti alla nostra genitrice da parte di mio padre. Per questo e anche per l’amor proprio mio, mia sorella se n’era indispettita, tanto da formare il disegno di ucciderla. Io mi opponevo e cercavo di dissuadere mia sorella, ma senza pro perché ella si mostrò ostinata
Ammissioni sincere che, però, potrebbero portare dritto all’ergastolo. Forse per questo Cristina modifica la sua confessione dicendo
- In realtà non ebbi mai l’idea preconcetta dell’omicidio, come malamente mi espressi nel mio primo interrogatorio, quando ero ancora sotto l’incubo dell’azione commessa
 E forse è per lo stesso motivo che il loro padre scrive al Pretore di Belvedere
Il sottoscritto Magurno Giacomo, padre delle infelici figlie Cristina e Matilde, detenute in cotesta prigione, rasegna alla Sua Giustizia quanto appresso: È da parecchio tempo che le dette sventurate mie figlie sono affette da isterismo e quinti inconscienti dei propri atti nel periodo simultaneo dell’acutezza del male.
Approvare ciò prego la Giustizia sottoporre le medesime a perizia medica, mentre il sottoscritto si riserba documentare il fatto.
Lo spero.
Buonvicino 17 giugno 1896
La richiesta rimane inascoltata, ma tutti i testimoni interrogati raccontano la stessa versione: La Benvenuto ripeteva le parole “puttane di bordello” alludendo alle sorelle Magurno a voce piuttosto alta, in modo da comunicare con persone anche lontane… mi costa direttamente che la Felicia divulgava in pubblico che le sorelle Magurno di notte abbandonavano la casa ed andavano vagando in paese. Essa, nei luoghi pubblici, come a dire nelle fontane e nel pantano dove si riuniscono le lavandaie, non lasciava di diffamare dette due sorelle, anzi, rivoltasi a me disse: “Quel cornuto del padre il giorno zappa e le figlie se la divertono nelle finestre, la notte poi vanno vagando…” Io esortavo la Benvenuto a finirla colle diffamazioni, ma mi mandò a farmi fottere… essendo venuta da me in campagna dove sto per chiedermi della scarola, mi tenne discorso sulle due detenute, dicendomi che costoro uscivano di notte per fare, dirò così, le libertine. Avendole io osservato che non aggiustavo fede alle sue parole, ella mi aggiunse che per questa loro condotta avea fatto sconchiudere un matrimonio con un giovane di Amantea… qualche mese pria del fatto, felicia s’era posta a piangere e aveva così favellato: “Piango perché mi veggo alla disperazione con questo figlio alle braccia muoio di fame. Ma Dio gliela renderà a mastro Giacomo Magurno sulle sue figlie per quello che ha fatto a me, perché le stesse non fanno altro il giorno che far dei biglietti e gettarli ai loro innamorati e di notte uscir di casa travestite e fare la farsa…” Ho ritenuto sempre le sorelle Magurno di illibati costumi… Sulla loro morale non vi sono appunti di sorta…
Ma qualcuno, seppur confermando l’onestà di Cristina e Matilde, un’ombra la getta: le due Magurno sono bevitrici di vino, specie la Matilde, e boriose di sé stesse, credendo di avere il mondo a tutto loro potere e ciò per leggerezza di carattere anziché per malvagità
Ma le confessioni pesano e le due sorelle, il 6 ottobre 1896, vengono rinviate a giudizio. Cristina per avere ucciso con premeditazione Felicia Benvenuto, Matilde quale cooperatrice immediata nell’esecuzione dell’omicidio sudetto.
Il 2 dicembre successivo, però, la giuria le assolve entrambe.
L’onore proprio e quello della famiglia va salvaguardato. Sempre.[1]



[1] ASCS, Processi penali.

domenica 25 marzo 2018

FIORE DI MAGGIO

 Sono da poco passate le 9 del 21 maggio 1920 quando il fattorino telegrafico, sconvolto e trafelato, bussa alla porta di Ippolito Chiellino a Carlopoli, paese al confine tra le province di Cosenza e Catanzaro, e gli consegna un telegramma
- Un telegramma? E che c’è scritto? Leggimelo.. lo sai che…
- Politì… – lo chiama col diminuitivo dialettale, poi tira un lungo respiro – io… io…
- Tu?
- È ‘na cosa brutta… tuo genero Salvatore scrive per dirti che tua figlia Maria è morta e dovete andare subito a Spezzano Grande vicino Cosenza – dice tutto d’un fiato, poi se ne va quasi di corsa
Alle urla di disperazione dei genitori di Maria accorrono tutti i vicini e subito comincia il vociare sulle possibili cause della morte, tra le quali anche l’uxoricidio visto che gira da tempo la voce che Salvatore non si era mantenuto fedele. Quando arrivano i Carabinieri, anche Ippolito pare propendere per il coinvolgimento di suo genero Salvatore Chiodo, trentenne massaro di Isola Capo Rizzuto al servizio del barone Barracco nei suoi possedimenti silani di Camigliati. Poi Ippolito, sua moglie Angela Aiello e i figli che vivono con loro si mettono in viaggio. Arrivati sul posto, Salvatore va loro incontro piangendo e disperandosi e tra le lacrime racconta che Maria, incinta di quattro mesi, la mattina del 20 maggio aveva avuto dei dolori al ventre ma nessuno ci aveva fatto particolarmente caso; la sera, poi, dopo cena andò a letto che ancora aveva i dolori, ma tutti e due si erano addormentati tranquillamente. Verso le 2 di notte si era svegliato per fare un po’ di acqua e si accorse che Maria non era a letto. Accese il lume che aveva a portata di mano, fece il giro del letto e la trovò stesa per terra, morta. Una disgrazia.
Ma mentre Salvatore Chiodo racconta la tragica fine di sua moglie ai suoceri, al Pretore di Spèzzano arriva un telegramma dei Carabinieri di Carlopoli che lo informano dei sospetti manifestati da Ippolito Chiellino nei confronti del genero. Immediatamente con un medico si precipita al cimitero dove è stata portata la salma e non possono non notare sul corpo di Maria la presenza di numerose e strane ecchimosi. Blocca tutte le operazioni intraprese dai familiari per portare la salma a Carlopoli e dispone l’auopsia. Poi sente cosa hanno da dire i familiari, mentre Salvatore Chiodo, in attesa di sviluppi, è trattenuto nella caserma dei Carabinieri
- La defunta mia figlia sposò tre anni dietro Chiodo Salvatore col quale convisse in piena armonia in Carlopoli per l’intero primo anno di matrimonio. Quando il Chiodo dovette recarsi alla marina di Isola Capo Rizzuto per ragione del suo mestiere, condusse ivi anche la moglie dimorandovi l’intera invernata, finché in agosto se ne tornarono entrambi a Carlopoli, ma egli subito dopo ripartì lasciando la moglie in casa nostra: costei, per ben 18 mesi, non volle seguirlo avendo appreso, non so da chi, che il marito aveva riallacciato la tresca con un’antica amante di Isola, a nome Maria, con la quale, prima del matrimonio aveva fatto due figli. Durante questo periodo il Chiodo ha sempre reclamato la moglie. Nel mese ultimo venne a Carlopoli per riprendersela, conducendola ad Isola, donde, quindici giorni fa, per ragioni di lavoro vennero entrambi a Camigliati
- I Carabinieri di Carlopoli mi scrivono dei vostri sospetti su vostro genero…
- Il pubblico e non io elevò subito sospetti a carico del marito, unicamente perché questi non le si era mantenuto fedele. I Carabinieri formularono la denuncia spontaneamente avendo io espresso unicamente il desiderio di rivedere mia figlia prima di sepellirla
 - Cosa? Non è possibile, sicuramente vostro genero vi ha convinto a dire così quando vi è venuto incontro stamattina!
- Queste mie dichiarazioni sono sincere e non suggerite da Chiodo Salvatore… è vero che stamattina mi ha raccontato di come l’ha trovata morta, che non riscontrò sul corpo alcuna lesione e che non avvertì nemmeno rumori o lamenti e quindi doveva essere stata colpita da morbo improvviso
- Come erano i rapporti tra i due?
- Mi risultavano buoni… tranne per ciò che riguarda la relazione con la donna. Nelle lettere che inviava a mia figlia si manifestava affettuoso
- Pare che vostra figlia fosse incinta, sapete come portava avanti la gravidanza?
- Si, era incinta però non appariva in alcun modo sofferente, né in vita soffrì alcuna seria malattia, era forte e ben composta
- Allora, sporgete querela contro Chiodo?
- Non ho elementi sicuri che il decesso sia avvenuto per opera delittuosa, ma chiedo che la giustizia ne accerti la vera causa
- Sicuramente!
Poi viene interrogato Salvatore che ripete al Pretore, parola per parola, lo stesso racconto che ha fatto ai suoceri, aggiungendo solo che Maria non gli ha mai dato alcun dispiacere, che la sera prima di morire aveva fatto anche il bucato nonostante i dolori al ventre e che lui era andato in giro per procurarsi dei fiori di maggio per farle un infuso calmante ma che non ne aveva trovati. Il Pretore, avvisato dei primi risultati della sezione cadaverica in base ai quali sono state rinvenute numerose contusioni interne sull’intestino tenue, sul colon discendente e sull’utero che contiene un feto di sesso femminile al quarto mese. non perde tempo e lo accusa formalmente di omicidio premeditato, facendolo trasferire nel carcere di Spezzano in attesa dei necessari esami autoptici, per i quali si dovrà attendere qualche mese. Nel frattempo le indagini dei Carabinieri vanno avanti ma non si scopre nulla di interessante. Il 5 luglio Salvatore, interrogato, a sorpresa dichiara
- Pensando meglio sulle mie condizioni, voglio riferire alla giustizia la piena verità intorno alla morte di mia moglie – forse ci siamo –. Sono stato vari giorni perplesso, ritenendo di poter sfuggire alle torture del carcere preventivo perché, dopo tutto, non mi si può negare la scemante dell’onore, l’unico forte motivo che mi ha accecato ed improvvisamente determinato ad uccidere mia moglie
- Andiamo al sodo, Chiodo – taglia corto il Pretore
- Devo premettere delle cose signor Pretore
- Sentiamo…
- Mi determinai al matrimonio per le premure fattemi dalla sua nonna ed io aderii sperando di unirmi ad una donna degna del mio affetto e che si dedicasse alla mia famiglia con amore. Appena sposati io la circondai delle cure più affettuose ma pur troppo fin dai primi giorni ebbi a notare nel suo contegno di moglie e specialmente nell’intimità coniugale una certa freddezza che si era tramutata presto in una vera riluttanza. Cominciai a non avere più pace e spesso le chiedevo conto di questo senso di antipatia ma lei si stringeva nelle spalle ed accresceva i sospetti della mancanza d’amore per me
- Insomma, pensavate a un tradimento?
- Un giorno – continua come se niente fosse – Fiducioso di riuscire a conquistare il suo cuore, volli seguire lei e la sua famiglia a lavorare alla marina di Isola Capo Rizzuto presso Trocinello Francesco che gestiva una masseria con Trocinello Giuseppe. Quest’ultimo dimorava presso la mandria dove aveva alloggio mia moglie con i suoi parenti. Io invece facevo viaggi con un traìno per trasporti dalla mandria alla masseria e pernottavo quasi sempre in quest’ultima e quindi lontano da mia moglie. Un giorno, tornato in ora inoltrata dalla mandria, sorpresi il Trocinelli Giuseppe in compagnia di mia moglie. Tal fatto mi sorprese dolorosamente e mi destò gravi sospetti di infedeltà, specialmente quando mi accorsi che nel caseggiato della mandria non vi era, in quel momento, alcuno dei parenti di mia moglie. Insistei verso mia moglie per allontanarci da quel luogo e costei però si rifiutò adducendo a pretesto che non poteva vivere lontana dai parenti, coi quali ebbi frequenti quistioni, finché mi imposi con mia moglie riuscendo a condurla in casa mia a Isola. Quivi abbiamo vissuto insieme qualche mese ma lei faceva sempre resistenze per ritornare presso i suoi parenti e, difatti, mentre io ero andato a lavorare, un giorno del 1918, scappò di casa restando a Carlopoli lunghi mesi, quasi due anni, costringendomi a vivere da solo. Facevo pervenire ai suoi parenti e a lei stessa le mie continue richieste di avvicinarsi a me, che nonostante le sue colpe la desideravo sempre, ma non fui mai contentato, tanto da decidere a ricorrere alla giustizia o di andare addirittura in America. Dopo tante scenate, nel marzo ultimo, riuscii ad avvicinarmi a mia moglie e condurla in Isola a casa mia, dove dimorammo per circa due mesi ma lei si mostrava sempre ostile a me. verso la fine d’aprile, per ragione di lavoro, dovetti recarmi in Sila al servizio del barone Barracco, rimanendovi fino agli ultimi giorni di maggio. Intanto mi pervenivano in Sila notizie che mia moglie, molto spesso, si recava senza il consenso mio e dei miei parenti alla marina di Isola a trovare i suoi parenti che lavoravano con il Trocinelli Giuseppe col quale, non vi era più dubbio, ella aveva stretto intime relazioni. Decisi di riprendere mia moglie e condurla presso di me a Camigliati per fare l’ultimo tentativo di riconciliazione e per evitare a me funeste conseguenze perché ogni tanto mi sorgeva l’idea di finirla tragicamente
- E quindi?
- Cercai di persuaderla a convivere d’accordo con me secondo la legge e la morale, ma lei si stringeva sempre nelle spalle e diventava più malinconica. Ho dovuto gridarle sul viso l’onta fattami con la tresca che continuava col Trocinelli e lei, come per esasperarmi di più, si chiudeva in un triste silenzio. La sera del 20 giugno, dopo cena, ripresi il discorso ma con la stessa sorte, di guisa che ci mettemmo a letto disturbati. Non avevo potuto chiudere occhio tanto ero scosso dall’ira che la presenza di quella donna ingrata mi destava ed ebbi dei momenti di accecamento finché, passata qualche ora in questa condizione, seguendo l’impulso improvviso mi slanciai con furia addosso alla donna che afferrai per la gola per strangolarla, ma lei riuscì a divincolarsi e balzò a terra. Le fui nuovamente addosso e, ghermitala nuovamente per la gola, le poggiai con veemenza il mio ginocchio sinistro sul ventre; emise qualche gemito ma dopo un istante era cadavere. La sollevai e adagiai sul letto e, accortomi del grave delitto commesso, pensai di chiamare gente rivolgendomi subito ai “vanghieri” per avvisarne l’amministrazione Barracco ed anche mio zio Chiodo Giuseppe che abita pure in Camigliati… se ho ucciso fu perché avevo subita l’onta più grave che si possa infliggere ad un marito amorevole come me… quella notte questo intenso dolore mi accecò – poi pronuncia una frase che con tutto questo racconto non c’entra niente e il Pretore, che già dubitava, salta sulla sedia – Debbo dichiarare che al fatto non vi è stata la partecipazione, sia pure morale, di altre persone
Che Maria Chiellino non fosse donna da tradire la fede coniugale lo giurano tutti, così come tutti puntano il dito sulla infedeltà di Salvatore e il Maresciallo Alfredo Chimienz, comandante la stazione di Spezzano Sila, comincia un lavoro di sfiancamento per condurre Salvatore a dire la verità vera e il 9 luglio sembra esserci una svolta: Salvatore Chiodo chiede di essere interrogato e rivela
- Ora che mi sono messo sulla via della verità debbo confessare tutto: nell’inverno decorso sono stato alla concia di Barracco a Isola Capo Rizzuto insieme con mio zio Chiodo Giuseppe ed avendogli confidato i miei sospetti di infedeltà da parte di mia moglie, egli me li confermò dicendo di aver visto che costei amoreggiava con Peppino Trocinelli. Mi sorse così l’idea di trarre vendetta sull’adultera e detto mio zio m’incoraggiò a disfarmene. Quando venni in Sila, egli mi suggerì di propalare la notizia che mia moglie soffriva dei dolori di ventre, in modo da convincere i vicini della malattia e non fare sorgere alcun dubbio sulla morte improvvisa. Fu proprio lui ad istruirmi che avrei potuto riuscire nell’intento strangolandola piano piano in modo da farle perdere il respiro senza lasciare traccia al collo e poi percuotendola sulla pancia, mi aggiunse che tale mezzo era sicuro anche per procurarmi l’impunità, come aveva imparato in America ed ottenuto di recente un suo amico in San Giovanni in Fiore ch’era tornato pure dall’America. Il 20 giugno insistette su queste cose e mi esortò a chiedere pure il fiore di maio. Io eseguii fedelmente le sue istruzioni ma, ripeto, il delitto l’ho consumato solo io e per le ragioni d’onore che ho dichiarato
La chiamata in correità di Giuseppe Chiodo porta subito al suo arresto, ma lui nega tutto e contrattacca
- Mio nipote nell’aprile ultimo venne con me in Camigliati ed un giorno, senza esserne richiesto, mi confidò che aveva sospetti sulla fedeltà della moglie. Voleva vendicarsi facendola morire a poco a poco per sposare poi una donna di San Giovanni in Fiore; io lo esortai ad abbandonare la moglie qualora si fosse accertato del suo tradimento e, poiché non me ne parlò più, specie dopo che condusse seco costei in Camigliati, ritenni di averlo dissuaso da quel truce proposito, anche perché i loro rapporti mi sembrarono cordialissimi. Verso l’imbrunire del 20 giugno, Salvatore venne da me per chiedere fiore di maio, caffè e zucchero dicendo di doverlo somministrare alla moglie per certi dolori al ventre. Con un’ora di mattino mi mandò a chiamare per annunziarmi la morte della moglie. Subito mi recai sul posto e trovai la Chiellino a letto cadavere e mio nipote che fumava seduto vicino al focolare. Non dimostrava alcun dolore per la perdita della moglie e senz’altro mi disse che era morta per una forte doglia
- Ma voi, delle intenzioni di Salvatore, ne avete parlato alla moglie? Sapevate se il tradimento di cui la accusava era vero o meno?
- Non avvertii la Chiellino delle intenzioni malevoli del marito perché speravo che costui avesse cambiato idea e nulla posso dire circa la condotta della Chiellino che mi consta buona
- Sapevate dei dolori di cui avrebbe sofferto la Chiellino?
- Una volta lei mi disse che soffriva alquanto per la gravidanza, ma io non so dire se erano proprio questi i dolori cui alludeva il maritoper questo ho creduto alla morte improvvisa
- Vostro nipote sostiene che siete stato voi a rivelargli la tresca della moglie, a convincerlo ad uccidere la moglie e ad insegnargli come fare
- Non è vero, è stato lui a confidermela… nego di avergli suggerito i mezzi da lui messi in pratica per disfarsi della moglie, non fui io a dargli le istruzioni per preparare i vicini alla notizia della morte improvvisa. Respingo, dunque, l’accusa di complicità che mi muove questo nipote degenerato. Egli solo deve rispondere del turpe delitto
- Certo il vostro comportamento prima e dopo il fatto non vi aiuta, anzi confermerebbe la dichiarazione contro di voi
- Io sapevo soltanto la sua intenzionequando vidi che fumava vicino al cadavere… ammetto… debbo confessare di aver capito che aveva commesso il delitto e volli tacere per favorire la sua condizione – almeno ha cominciato a dire qualcosa di quanto, sicuramente, sa
Intanto Salvatore cambia di nuovo versione e, il 14 luglio, accusa lo zio Giuseppe di essere il vero assassino di sua moglie
- Io ero timoroso e riluttante al delitto. la mattina del 20 giugno andammo a lavorare da soli e tornò nuovamente alla carica con maggiore insistenza e quando si accorse che mi mancava l’animo, mi disse: “Stasera vieni a cercare la camomilla e poi lascia aperta la porta di casa perché dopo mezza notte farò io la festa!”. Difatti, nella notte, entrato cautamente per la porta da me lasciata aperta, il brigante di mio zio afferrò subito per la gola mia moglie che dormiva e poiché questa cercava divincolarsi, la trascinò a terra dove con le mani le turò la bocca per non gridare e pa pestò col ginocchio, tenendola ferma finché si accertò che era morta. poi scappò consigliandomi di dare l’annuncio della morte prima di far giorno e mandarlo a chiamare. tutto ciò io eseguii fedelmente, ma venne alla seconda mia chiamata, fece una capatina nella stanza senza profferir parola e subito si allontanò senza farsi più vedere
- Lo sai che adesso è difficile crederti, perché non hai confessato subito?
- Il contegno tenuto da me finora mi è stato da lui fortemente raccomandato perché uomo di mondo, sapeva che la cosa sarebbe finita senza la punizione di alcuno, invece la giustizia ha sventato le sue astuzie… quale motivo potrei avere per accusare questo mio zio se non fosse colpevole? In Camigliati vi sono altri parenti eppure io debbo accusare mio zio perché brigantescamente mi ha trascinato nelle carceri. La giustizia mi punirà severamente, ma non deve sfuggire chi è il vero, il maestro ed autore principale di questo delitto
- Vedi Salvatore, la cosa difficile da capire è il movente che avrebbe spinto tuo zio a commettere l’omicidio. Sai se tra lui e tua moglie vi erano dei risentimenti?
- Non so quale motivo personale avesse mio zio per ideare tutto questo piano. Mio zio è un uomo brutale, capace delle più grandi efferatezze, difatti per incoraggiarmi al delitto mi narrò di tante gesta criminose compiute in Americaera affiliato alla mano nera!
Ma zio Giuseppe si mantiene sulle sue posizioni e continua ad ammettere soltanto di aver favorito il nipote, un tristo soggetto, col suo silenzio. Nemmeno l’ennesimo confronto a cui i due vengono sottoposti serve a modificare le posizioni. Ma una novità c’è: l’avvocato di Salvatore, Tommaso Corigliano, chiede che il suo assistito sia sottoposto a perizia psichiatrica perché istigato da una infernale e persistente opera di suggestione da parte dello zio Giuseppe tale da, lentamente, disgregare ogni energia volitiva, onde qualsiasi attività psichica si coordinò, irresistibilmente, al desiderio ed al bisogno tirannico del delitto. Istanza respinta.
Così si arriva al 13 settembre 1920 quando i periti consegnano al Pretore la loro relazione sulle cause che hanno determinato la morte di Maria:
1) Giudichiamo che la causa unica della morte di Chiellino Maria sia stato lo shock traumatico, seguito ai ripetuti colpi infertile sull’addome e che colpirono lo stomaco, l’intestino tenue, l’utero gravido e il colon discendente.
2) I mezzi adoperati potettero, in verità, essere diversi, ma tutti corpi contundenti che, data la mobilità delle pareti addominali, no lasciarono, o lasciarono assai scarsamente, le loro impronte esternamente. Verosimilmente sull’addome potette esercitarsi l’azione delle ginocchia umane, data l’estensione delle ecchimosi intraddominali; mentre a produrre le contusioni esterne poté servire un bastone o, addirittura, i piedi, non acuminati e tagliati a ghembo, di uno scannetto.
Si può escludere in maniera assoluta il concorso alla morte di cause preesistenti o sopravvenute.
Maria è stata assassinata con un metodo tale da lasciare poche tracce, ma un metodo così atroce da portata alla morte in un tempo abbastanza lungo, facendola soffrire in modo orribile.
La Procura del re non crede all’innocenza di Giuseppe Chiodo e ne chiede il rinvio a giudizio insieme a Salvatore per avere, in correità fra di loro, inferto, a fine di uccidere, varie contusioni sulle pareti addominali ed altre parti del corpo di Maria Chiellino, ragion per cui la Chiellino ebbe a morire nella stessa notte. È il 20 dicembre 1920.
La Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e il 17 gennaio 1921 i due vengono rinviati a giudizio.
Non appena viene fissato il dibattimento per il 21 dicembre 1921, l’avvocato Tommaso Corigliano torna alla carica per far sottoporre Salvatore a perizia psichiatrica, confortato da una relazione del medico del carcere di Cosenza che segnala la pericolosità del detenuto per sé e per gli altri in quanto è spesso preso da convulsioni istero-epilettiche e ne consiglia il ricovero in un manicomio giudiziario.
Il 3 settembre 1922 Salvatore Chiodo varca il cancello del manicomio giudiziario di Aversa per essere sottoposto alle cure del professor Filippo Saporito e il dibattimento viene rinviato a nuovo ruolo. Ma c’è un inghippo. Nessuno si preoccupa di spedire copia degli atti processuali ad Aversa e Saporito, dopo avere atteso invano per mesi, il 19 gennaio 1923 dimette Salvatore facendo presente al Presidente della Corte d’Assise di Cosenza, che nulla si è potuto rilevare in ordine allo stato di mente nell’atto del commesso reato, perché nulla si conosce del reato stesso. Obiettivamente si è riscontrato un difetto mnemonico ed una versione alquanto strana del delitto la quale, per la medesima ragione addotta, non ha potuto essere controllata. In ogni caso, anche se il paziente ha presentati attacchi epilettici con relativa sanità mentale nei periodi intervallari tra le crisi della nevrosi, fu ritenuto in grado di assistere al processo.
Bene, il 6 marzo 1923 si può ricominciare. Si può ricominciare? Nemmeno per sogno. Il primo marzo l’avvocato Corigliano presenta una nuova istanza di perizia psichiatrica e il Presidente della Corte l’accoglie e rinvia nuovamente il dibattimento, questa volta al 21 gennaio 1924.
Il 29 aprile Salvatore entra di nuovo ad Aversa, dove resterà 6 mesi, durante i quali il Professor Saporito lo rivolta come un calzino e conclude smontando anche tutte le strategie difensive dell’avvocato Corigliano:
 Senza dubbio siamo innanzi ad un epilettico, convulsionario, ma un epilettico il quale, durante un doppio periodo di osservazioni cliniche, nel manicomio non ha mai presentato disturbi psichici, sostanziali, propri di una frenosi epilettica. Noi abbiamo conosciuta nell’osservato una personalità logica, cosciente, ordinata nelle idee come negli atti, non abbiamo mai, assolutamente mai, costatato errori sensoriali, illusionali, od allucinatorii, né abbiamo potuto mai rilevare deviazioni ideative, manifestazioni deliranti che avessero potuto attestarci nell’imputato una condizione patologica d’infermità di mente.
Devesi da tutto ciò, necessariamente, ritenere che Chiodo Salvatore sia un infermo di nevrosi e non di psicosi epilettica. In armonia coi risultati dell’osservazione psichiatrica sono di dati del processo: nel delitto manca ogni sostrato allucinatorio o delirante, manca ogni impulso illogico od immotivato; vi è, pel contrario, una fredda maturazione ed un’attuazione perfettamente in rapporto di coerenza ad un programma criminoso. L’accusato, di fatti, prepara , pensa, medita, in correità con lo zio Giuseppe il piano criminoso; ne prevede gli effetti, compra della camomilla per giustificare il soccorso allorquando dovrà dire dei dolori addominali della povera vittima; si circonda di ogni premura e di ogni cautela allo scopo difensivo; parla solo quando prove terribili, irrefutabili lo raggiungono; parla dapprima con reticenza, poscia, quando si vede perduto, confessa; tutto ciò non è dell’epilettico, tanto meno di quelle costituzioni deboli psichiche, facili alla suggestione, così come l’abilità difensiva vorrebbe insinuare. L’accusato Chiodo Salvatore, soggetto con integrità piena delle sue facoltà psichiche, malgrado la nevrosi epilettica, è un responsabile dei suoi atti e deve rispondere del delitto compiuto con tutta coscienza e nella piena consapevolezza.
Verrebbe da dire che resta solo da quantificare la pena per Salvatore perché la diagnosi di Saporito suona come la motivazione di una condanna.
Il dibattimento slitta ancora di qualche mese per un vizio procedurale e, finalmente, il 20 giugno 1924, esattamente 4 anni dopo il brutale assassinio, si può iniziare.
5 udienze. Il 26 giugno 1924 Salvatore Chiodo viene condannato, riconoscendogli il beneficio di una diminuita facoltà mentale, a 15 anni di reclusione per l’omicidio premeditato di sua moglie Maria.
Giuseppe Chiodo, giudicato colpevole di aver volontariamente e con premeditazione concorso a commettere il fatto con l’eccitare o rafforzare nell’esecuzione del fatto la risoluzione a commetterlo, prende 10 anni di reclusione.
Il 10 dicembre 1924, la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Salvatore Chiodo. Per quanto riguarda suo zio Giuseppe, il ricorso è stato dichiarato inammissibile per non aver presentato i motivi del ricorso entro i termini di legge.[1]
È bene ricordare che insieme a Maria è morta anche la sua bambina, schiacciata nel ventre materno dalle ginocchia di suo padre.



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 23 marzo 2018

LE MELE DI FRANCESCO

 È il 12 luglio1899. È pomeriggio e fa caldo a Celico. Alcuni bambini stanno giocando tranquilli al Timparello quando si avvicina Pasquale Aquila, diciottenne della frazione Manneto, tenendo un asino per la cavezza
- Franciscù – dice rivolgendosi ad uno dei bambini, Francesco Spataro di otto anni – m’accompagni a San Nicola che ti regalo delle mele? – Il bambino, allettato dalla promessa, accetta subito facendo delle smorfie agli amichetti che protestano nei confronti di Pasquale per non essere stati scelti. Anche loro vorrebbero le mele.
San Nicola è lontano dal paese, 6000 metri, e i due, imboccata la mulattiera che passa per la contrada Pratea, ci arrivano sudati fradici. Pasquale apre la porta di una casetta colonica e fa entrare Franciscuzzu in una stanza rettangolare messa fra altri due vani. Dentro c’è della legna e un cosi detto scifo (ossia pila in legno nella quale si pigiano le castagne)
- Mi dai le mele?
- Si… vieni… – gli dice prendendolo per mano e portandolo verso lo scifo.
- Sono lì? – ma Pasquale nemmeno gli risponde. Lo afferra per le spalle e lo butta sullo scifo. Con una mano lo tiene bloccato mentre con l’altra abbassa i calzoncini del bambino, che comincia a urlare, e poi si denuda
- Statti cittu e ‘un gridare ca t’ammazzu! – gli urla addosso mentre la sua asta virile si ingrossa. Pasquale si sputa sulla mano per lubrificare il membro e comincia la sua lunga opera distruttrice, perché di questo si tratta
Franciscuzzu grida, piange, chiede aiuto, supplica, cerca di dibattersi ma le forze in campo sono impari. Pasquale è troppo forte e per fiaccare la resistenza del bambino gli molla un paio di pugni sulla schiena. Poi quell’urlo che risuona nelle orecchie del bruto come la conferma della sua vittoria e allora i suoi movimenti si fanno via via più frenetici e violenti. Franciscuzzu è un cencio al vento e nemmeno sente il grugnito di piacere che emette Pasquale. Franciscuzzu stramazza a terra incapace di muoversi, mentre Pasquale gli gira le spalle e piscia soddisfatto
- Oh! ‘Un dire nente ca t’ammazzu!
È l’imbrunire quando, trascinando le gambette e piangendo, Franciscuzzu arriva a casa
- Franciscù, che è successo? – gli chiede, preoccupata, sua madre. Lui le si butta tra le braccia e comincia a singhiozzare ma non dice una parola, poi pian piano si scioglie e le racconta tutto. Nicolina lo prende in braccio e si precipita dal dottor Antonio Zaccaro che, dopo averlo visitato, scuote la testa e fa un gesto di stizza: le lesioni sono importanti.
- Con questo certificato andate dai Carabinieri e denunciate quel bruto – dice senza alzare lo sguardo dalla scivania
Pasquale Aquila viene arrestato dai Carabinieri più di un mese dopo, il 20 agosto, mentre sta lavorando a Cerzeto, parecchi chilometri distante da Celico
- Confesso che il 12 luglio, mentre per incarico del mio padrone Salvatore Catalano mi recavo con la cavalcatura alla sua foresta in contrada San Nicola, incontrai, nell’uscire dal paese, il ragazzo Spataro Francesco che volle venire meco. Ivi giunti mi chiese due mele e mi propose in ricambio di mettercelo nel culo. Io accettai l’offerta ed entrati nella casetta rurale del Catalano, la cui porta rimase aperta, adagiai il ragazzo con la testa su uno scifo dove si pestano le castagne ed intromessogli il pene nell’ano sfogai con lui la mia libidine. Non debbo tacere che durante l’operazione il ragazzo avvertì dolore, lamentandosi, ma io consumai il fatto. Non è vero che gli ho dato pugni sulla schiena e molto meno di averlo minacciato e soltanto gli raccomandai di non far conoscere nulla alla di lui madre e gli regalai un soldo per comprarselo di pomi…
- Dietro sua richiesta? Bravo!
Poiché il fatto della subita congiunzione carnale risulta manifesta per atti generici e specifici. Poiché, anzi, lo imputato ne è confesso quale autore materiale, adducendo il consenso della vittima, consenso che quando pure fosse stato vero non diminuirebbe per questo né la gravità eccezionale del fatto, né la conseguente responsabilità.
Con l’aggravante della recidiva generica, fanno 12 anni e 6 mesi di reclusione.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 21 marzo 2018

UFFICIALMENTE SUICIDIO


Il pomeriggio del 7 maggio 1947 il ventitreenne di Santo Stefano di Rogliano, impiegato presso la compagnia di assicurazioni Adriatica, Luigi Ungaro è da solo nella casa di Vibo Valentia che condivide con suo padre Eugenio e il suo fratello maggiore Gennaro i quali lavorano anch’essi in quella città. Sembra ancora nervoso dopo i rimproveri che suo fratello gli ha fatto, ma si fa la barba e pettina i capelli castani lunghi e lisci, indossa una camicia a mezze maniche bianca, un paio di pantaloni di cotone grigi a righe con una cintura nera di cuoio e fibbia di metallo bianco, mette un paio di scarpe alte nere di vitello allacciate con suole di gomma, si annoda con cura una cravatta gialletta, mette un pullover di lana marrò e sopra questo una giacca di tela grigia alla sport. Scrive in fretta un biglietto che lascia distrattamente su un mobile poi va in cucina, taglia una bella fetta di pane, apre una scatoletta di carne e mangia. Torna in camera sua, apre uno scrigno di legno, prende un fascio di lettere, se le mette in tasca e,. finalmente, esce. Va alla stazione ferroviaria di Pizzo Calabro dove acquista un biglietto di terza classe per Paola e si siede nella sala d’aspetto in paziente attesa del treno perché sono circa le 19,00 e il treno partirà solo alle 21,00.
Quando suo padre e suo fratello rientrano e non lo trovano, verso le 22,00, cominciano a preoccuparsi perché non è abitudine di Luigi uscire senza lasciar detto niente, inoltre notano la scatoletta di carne vuota e il mezzo filone di pane che manca. Quando vanno in camera di Luigi rimangono ancora di più sconcertati perché la cassetta di legno che era sempre chiusa a chiave, adesso è aperta e completamente vuota. Padre e fratello escono e si mettono a cercarlo dovunque senza, ovviamente, trovarlo, finché – sono ormai le 2,00 dell’8 maggio – vanno dai Carabinieri a denunciarne la scomparsa.
Il treno proveniente da Pizzo Calabro si ferma nella stazione di Paola a mezzanotte. Luigi Ungaro scende, attraversa i binari e va verso il mare, saranno all’incirca 200 metri, e in giro sembra non esserci nessuno. Nel mare, in lontananza, le luci delle lampare che pian piano si fanno sempre più vicine alla riva.
Giuseppe Fortuna è Sergente Nocchiere di Porto presso la Delegazione di Spiaggia a Paola e ogni mattina prende il treno alla stazione di Fuscaldo Marina alle 7,50 per andare a lavorare e così fa anche la mattina dell’8 maggio 1947. Come ogni mattina sta affacciato al finestrino lato mare e si gode il panorama quando, all’altezza del casello N. 195, località Pisciarelli, fra Fuscaldo e Paola, nota che sul battente del mare c’è un cadavere. Sa perfettamente che pochi metri dopo c’è un ponte in riparazione ed il treno rallenta a passo d’uomo, così decide, per brevità di tempo, di scendere e andare a vedere, anche perché competenza del suo servizio.
Il cadavere era in posizione orizzontale e le acque del mare lo ricoprivano. Giuseppe Fortuna si mette le mani nei capelli e si guarda in giro per vedere se c’è qualcuno che possa aiutarlo a tirare fuori dall’acqua il corpo e vede, a un paio di centinaia di metri, due pescatori. Si mette a urlare per richiamare la loro attenzione e con ampi gesti li invita a correre. I due accorrono subito e per garantire che le acque non asportassero internamente il cadavere, dato che vi era un po’ di maretta, lo tirano fuori e lo adagiano sulla riva, alcune alghe sono attaccate ai vestiti, gli tolgono la giacca per coprirgli il viso, ma Fortuna si accorge che da una tasca spunta una carta di identità, la prende e ne legge il nome: Luigi Ungaro, nato a Santo Stefano di Rogliano il 27 agosto 1924. Immediatamente manda i due pescatori a Paola per avvertire i Carabinieri e i suoi superiori, mentre lui resta a guardia del corpo.
Il Maresciallo Pierino Perona, il Vice Pretore di Paola col cancelliere e il medico legale, dottor Giuseppe Tarsitano, arrivano sul posto alle 12,15 e constatano che il cadavere presenta spiccata rigidità senza note di decomposizione; sul dorso del naso aquilino c’è una contusione escoriata e parecchie altre piccole escoriazioni sul viso; gli occhi, castani, sono aperti con iniezioni vasali nelle sclere; la fronte è al quanto ingrossata con una depressione ben visibile nella regione centrale, di più una larga ecchimosi sulla regione zigomatica sinistra, ma senza lesione di continuo. Il cadavere non è gonfio, né presenta note di macerazione della pelle; né sulla regione del collo, come pure nelle altre regioni si notano lesioni di sorta, né tracce di lesioni che possano far pensare ad una lotta.
Perquisiti gli indumenti, il maresciallo Perona trova nella tasca esterna sinistra della giacca, alcune lettere tutte lacerate ed inzuppate di acqua, nonché nella tasca interna della giacca un portafogli tutto lacerato contenente la carta d’identità e 32 lire in biglietti di banca: uno da L. 10, tre da L. 5, due da L. 2 e tre da L. 1, nonché 12 fotografie di parenti ed amici del cadavere. Poi, a circa 200 metri dal posto, i Carabinieri trovano una fotografia del cadavere con una ragazza.

Con grande pazienza, ricomponendo alcuni pezzi ancora leggibili delle lettere, gli inquirenti sono in grado di stabilire che Luigi Ungaro dovesse essere fidanzato con una certa Ida di Santo Stefano di Rogliano e da alcune parole che si rilevano sui manoscritti, hanno la piena convinzione che trattasi di omicidio per gelosia di donne oppure per ragioni amorose.
Subito vengono interessate le caserme di Rogliano per avere conferma della relazione amorosa con Ida e relative informazioni e quella di Vibo Valentia per sapere se Luigi, in quella città, frequentasse qualche ragazza, magari di facili costumi.
Da Rogliano arriva quasi subito un telegramma nel quale si assicura che risulta veritiera la relazione tra i due giovani e che Ida aveva avuto due proposte di matrimonio da due altri giovanotti, ma questi non è possibile che siano implicati nella morte di Luigi perché il primo dei due da parecchi mesi est fidanzato e pare proprio che non si sia mosso dal paese; l’altro trovasi ora Vercelli quale vigile urbano. Allora potrebbero essere sospettati i due fratelli di Ida, ma il Maresciallo Crea lo esclude categoricamente: non risulta che predetti fratelli siansi allontanati 7 at 8 corrente. Quindi, conclude il Maresciallo Perona, L’ipotesi che la morte dell’Ungaro sia avvenuta per fatti amorosi è da escludere in merito quanto è risultato in proposito.
Poi arrivano le notizie da Vibo Valentia e forse qui qualcosa potrebbe esserci: Ungaro Luigi conviveva padre et un fratello maggiore pieno accordo punto Tipo buono molto sensibile affezionato maggiormente fratello punto Ore 17 sette corrente defunto subiva rimprovero centro questa città rivoltogli dal germano su argomentato non accertato motivo punto Seguiva fratello propria abitazione che vi rimase insieme sino ore 18 punto Genitori defunto et fratello partiti seguito notizia disgrazia diretti costà. Si vedrà quando interrogheranno i familiari ma sembra davvero troppo poco per ipotizzare un omicidio in ambito familiare. D’altra parte sia il padre che il fratello hanno degli alibi d’acciaio perché sono loro due che vanno a denunciare l’allontanamento di Luigi sia dai Carabinieri che al Commissariato di P.S. proprio nella fascia oraria in cui il medico legale ne ha collocato la morte, cioè dopo l’una dell’8 maggio.
I familiari di Luigi ammettono di avere ostacolato in tutti i modi la relazione tra i due giovani e questo fatto è confermato dalle indagini dei Carabinieri di Rogliano che raccontano come Luigi avesse conosciuto la fidanzata, parecchi anni orsono, a S. Stefano di Rogliano ove risiedeva con la sua famiglia. La giovane apparteneva ad una famiglia di misere condizioni sociali e pertanto le nozze erano avversate dalla famiglia dell’Ungaro. Trasferitasi la famiglia Ungaro a Vibo Valentia, Luigi mantenne relazioni epistolari con la Ida che gli spediva le lettere in fermo-posta. La relazione dei due giovani era stata del tutto platonica. Se le cose stanno così, è lecito ipotizzare che Luigi possa essersi determinato a suicidarsi non riuscendo a coronare il suo sogno d’amore con Ida, la quale amava pazzamente. E l’ipotesi viene rafforzata da un’altra ammissione dei familiari:Luigi non sapeva nuotare.
Ma comunque bisognerà aspettare l’esito dell’autopsia per capire qualcosa di più.
Il dottor Eugenio Tarsitano, osservato che il cadavere presentava una bava spumosa bianca intorno alla bocca ed alle narici, lieve macerazione della pianta dei piedi, unghie annerite, iniezione vasale delle congiuntive sclerali, una contusione alla losanga sulla regione zigomatica sinistra, una sul naso e piccole altre escoriazioni sulle altre parti della faccia, che si arrestano ai comuni tegumenti senza interessamento della cartilagine o delle ossa sottostanti; assicura che non ci sono segni di lotta o tracce di altre lesioni o di traumatismo da far pensare a pregressa colluttazione. Procedendo alla sezione degli organi, Tarsitano trova lo stomaco vuoto di acqua, con scarso liquame di detriti alimentari; a livello cerebrale tutto è nella norma e non ci sono fratture ossee; l’apertura della cavità toracica, invece, lascia subito constatare la grande ed anormale espansione delle masse pulmunari, specie quella di sinistra, che si notano strettamente addossate alle costole. Esse sono di colorito nerastro e addirittura piceo alle diverse sezioni; sono soffici, scricchiolanti fra le dita per aria compressa e, spremute, lasciano sfuggire molta aria mista ad acqua, sì da formare della schiuma biancastra. Cosa significa? Secondo il dottor Tarsitano significa che la causa che ha prodotto la morte di Ungaro Luigi è stata l’asfissia. Ne sono prove evidenti le unghie nere, il sangue nero piceo, diffluente, la iniezione vasale delle sclere. E tra le varie forme di asfissia meccanica, quella che più si attaglia al caso in esame è l’asfissia meccanica da soppressione funzionale della superficie respiratoria, da annegamento. Non si può parlare di soffocazione diretta o indiretta, né di occlusione delle vie aeree, come l’impiccamento, strangolamento, strozzamento, non avendo constatato alcuna nota sugli organi interni e sul collo che avesse potuto lontanamente farci sospettare un tale meccanismo di asfissia.
Va bene, ma non potrebbe essere che qualcuno ha colpito con un pugno in faccia Luigi facendolo cadere intontito sulla riva del mare e poi lo ha spinto in acqua producendo tutto quello che ha diagnosticato Tarsitano?
Assolutamente no, assicura il perito, perché le lievi e superficialissime lesioni rinvenute sulla faccia e sul naso sono state provocate a corpo morto nello sballottamento del cadavere sulla ghiaia del lido o contro qualche masso giacente nel fondo del mare; né, d’altra parte, sono state trovate di tale entità da poter causare la morte. Quindi Ungaro Luigi non fu vittima di aggressione o di violenze, ma è morto per annegamento accidentale o per suicidio.
Perfetto.
Il caso sta per essere chiuso ma il padre di Luigi scrive al Pretore di Paola esprimendo i suoi dubbi e nuove circostanze che, a suo parere, dimostrerebbero che non si è trattato di suicidio ma di omicidio
Io non so cosa sia risultato dall’autopsia, ma mi sembra una cosa strana che il dottor Tarsitano, da me interrogato, dica che la morte non è stata cagionata dai colpi alla tempia sinistra e alla fronte (questa lesione è riportata nel verbale di esame esterno del cadavere ma non è nominata affatto nella perizia autoptica. Nda), mentre dice che è da escludere anche l’affogamento perché nei polmoni vi era aria e non acqua. Allora di che cosa è morto il mio povero figlio? Il dottor Sansone di Fuscaldo, quello che ha fatto la prima visita sulla spiaggia, mi ha detto che è da escludere il micidio e anche l’affogamento perché non aveva ingerito acqua, ma la morte era stata causata dai colpi alla tempia e nel mezzo della fronte. come lei sa, furono trovate delle lettere strappate della fidanzata che a sua volta, invitata dai Carabinieri di Rogliano, ha restituito le lettere del mio povero figlio, ma non tutte. Perché le ultime non sono state restituite? Ci erano o ci sono degli altri pretendenti a questa ragazza? In nome della giustizia chiedo che queste persone siano interrogate. Quando sono rientrato a Vibo Valentia, girando abbiamo trovato un minuscolo biglietto così concepito: “Carissimo padre, se non mi ritiro per 3 o 4 giorni non avere nessuno pensiero, Gino”. Questo biglietto è stato da me consegnato ai Carabinieri di Vibo che, a loro volta, l’hanno inviato al Maresciallo di Fuscaldo. Due compagni del mio povero figlio hanno detto che lui aveva detto che sarebbe partito per S. Stefano di Rogliano e che avrebbe pigliato il treno a Pizzo per andare a casa della madre e per farsi dei documenti occorrenti per arruolarsi nell’aviazione, difatti ne aveva parlato anche a me che voleva arruolarsi perché dove lavorava gli davano poco. A Paola il 17 lei non ci era in Pretura, mi dissero che era stato arrestato un delinquente e che questi s’era suicidato in camera di sicurezza, desidererei vedere qualche cosa trovata addosso a quest’uomo. Come lei sa, il mio povero figlio fu anche derubato della moneta, credo che avesse circa 800 lire e anche dell’orologio, un Roscof Will freres con catenina d’ottone e il cristallo in celluloide: inoltre aveva sempre in tasca un pettine al quale mancavano forse 3 denti. Qui all’Ufficio Postale di Vibo mio figlio aveva il fermo posta, sono stato a domandare ma il Capo Ufficio non ha voluto farmi vedere niente, dice che ci vuole la richiesta del Giudice Istruttore, la prego di intervenire
Quale padre non avrebbe mille legittimi dubbi sulla strana e tragica morte del proprio figlio? Una cosa è certa: del furto di cui parla Eugenio Ungaro non c’è traccia negli atti e d’altra parte è strano che un rapinatore non svuoti completamente il portafogli della sua vittima, prima o dopo avergliele suonate.
Sono queste due circostanze a rafforzare negli inquirenti l’idea che Luigi doveva recarsi in S. Stefano di Rogliano per trovare la fidanzata, trovandosi sprovvisto di denaro, poiché aveva solo presso di sé L.32, come rinvenute nel portafogli, visto che non poteva proseguire perdette il bene dell’intelletto, si avviò lungo la spiaggia dirigendosi verso Fuscaldo, tratto facendo, certamente le sue preoccupazioni, il suo sconforto fecero cedere una crisi sentimentale di suicidio, lacerò tutte le lettere che aveva seco lasciandone parte sulla spiaggia e parte conservò nella giacca ed in un momento veramente ina sperato si gettò a mare e, non sapendo nuotare, decedette per asfissia in seguito annegamento. Resterebbe solo da capire come mai una persona che intenda recarsi in un posto a bordo di un treno per incontrare la donna della sua vita non abbia con sé il denaro necessario ad acquistare il biglietto. Un vero rompicapo.
Intanto Ida nega di aver omesso di consegnare ai Carabinieri le ultime lettere ricevute da Luigi e ne spiega il perché
- Poiché la famiglia di Gino era contraria alle nostre relazioni sentimentali, io decisi sui primi del 1947 di non scrivere più al mio fidanzato, allo scopo di evitargli continue seccature. Nel febbraio mi fu consegnato un biglietto nel quale Gino si lamentava del mio lungo silenzio e si mostrava deciso a rompere con me ogni rapporto. Successivamente, però, senza ricevere alcuna mia missiva, Gino mi fece pervenire, a mezzo raccomandata il giorno di San Giuseppe, un suo scritto nel quale mi diceva di non tener conto del biglietto precedentemente inviatomi al solo scopo di accertare la fermezza e la costanza del mio amore. Mi rivolgeva delle frasi molto affettuose. In seguito a ciò io gli scrissi una lettera e tutto procedette come prima. Successivamente poi, a Pasqua, Gino fece ritorno a Santo Stefano e continuammo, come prima, il nostro amore
- Sai se in quella occasione i suoi familiari lo rimproverarono?
- Non posso dire se subì dei rimproveri da parte dei suoi familiari, certo è che partì improvvisamente il martedì dopo Pasqua, mentre mi aveva detto che si sarebbe fermato per quindici giorni
- E le lettere?
- Tutte le mie lettere le avevo affidate ad una mia vicina di casa e, allo scopo di non disturbarla ulteriormente, preferìì bruciare le uniche due lettere, oltre il biglietto di febbraio, scrittemi da Gino dal gennaio all’aprile 1947. l’ultima mia lettera la scrissi il 24 aprile scorso, esortandolo a distruggerla dopo averla letta onde evitargli i soliti rimproveri da parte dei suoi familiari
- A te hanno mai detto niente i familiari di Ungaro?
- Circa un anno fa la madre di Gino mi disse di lasciare stare suo figlio perché doveva studiare. Al che io le risposi di dire a suo figlio che mi lasciasse stare. Poiché assistevano estranei , io mi sentii mortificata dalle parole della madre e pertanto dissi al suo indirizzo: “Ricordati che hai due figlie e Iddio ti compenserà per quanto mi stai facendo”.
Secondo la madre di Luigi, invece le parole pronunciate da Ida furono: “Dio ti punirà” e questo riaccende la polemica sulla possibilità che a provocare la morte di Luigi siano stati i fratelli, o uno dei fratelli, di Ida, ma la pista viene di nuovo scartata.
In una nuova lettera, siamo ormai al 25 gennaio 1948, Eugenio Ungaro dice di avere ricevuto una confidenza secondo la quale esisterebbe una testimone oculare che porta il pesce al convento, la quale vide due persone che s’azzuffavano sulla spiaggia e dopo poco vedeva caderne a terra una, mentre l’altra poi s’allontanava. Questa donna ha dichiarato al brigadiere dei Carabinieri Schiavuzzo di non aver conosciuto questo tale, ma ha detto che era uno alto, bruno e coi capelli ricci; questi connotati corrispondono a quelli di un fratello della fidanzata di mio figlio. Poi aggiunge:sarebbe bene che questa ragazza subisse una visita medica che ne accerti se è stata o meno deflorata, allora si potrà stabilire se ci è stato lo scopo del delitto per onore o meno. Pare da mia convinzione che a dare appuntamento alla stazione di Paola in quella fatale notte sia stata una lettera fattagli dal fratello della ragazza che voleva indurlo a sposare subito la sorella. Per il momento non posso aggiungere altro, ma se lei ordina il fermo del fratello, vedrà che forse la verità su questo delitto sarà fatta.
I Carabinieri di Paola identificano la donna e la interrogano. In base a quello che dirà si vedrà se sarà o meno il caso di procedere con una perizia sulla verginità di Ida
- Quando V.S. mi domanda di una lite cui io avrei assistito da lontano tra un individuo con la barba ed un altro, io dico che è una invenzione bella e buona! Io non ho mai assistito a nessuna lite e non so perfettamente nulla in merito
Il caso è chiuso: è ufficialmente suicidio.

COROLLARIO
Verso le ore 19 del 12 maggio 1947 viene fermato a Paola il diciassettenne pregiudicato Camillo Gentile perché gravemente indiziato di una serie di furti verificatisi in Paola da qualche tempo a questa parte. Accompagnato in caserma veniva, in attesa di essere interrogato e messo a confronto con altri arrestati, depositato nella camera di sicurezza non senza averlo prima sottoposto a perquisizione personale, attraverso la quale gli venivano rinvenuti e tolti: un lungo coltello a serramanico con punta acuminata misurante complessivamente cm. 22, la somma di L. 450 in biglietti di banca di vario taglio, due chiavi piccole, un pettine tascabile ed una catenina di ottone. Verso le ore 20,30, nel corso di uno dei saltuari controlli eseguiti attraverso lo spioncino della camera di sicurezza, il militare di piantone notava che restava sordo alla sua chiamata. Insieme al Vicebrigadiere Lombardi aprivano la porta e, con grande sorpresa constatavano che il Gentile, già esanime, pendeva dalla trave di ferro del soffitto a cui si era appeso mediante strisce di coperta legate al collo.

FRAMMENTI

Oh! Quanto ti amo. Poi non dispiacerti più di quel che è successo. Se tu ripeti come ti amo, come sono felice sempre, è perché ho scelto te fra tutte le donne…
Come sei bella Ida, ora nulla potrà dividerci, nulla più…
La nostra unione non ce la impedirà nessuno!...
Nessuno riuscirà a farci separare, soltanto la morte, ma credo che anche dopo morti i nostri cuori e le nostre anime si ameranno eternamente sino alla consumazione dei secoli…
Non sento che te, non voglio che te, vivere con te sempre sino alla morte…
L’ore più belle, l’ore piene di gioie della mia vita le passo pensando e scrivendo a te…
Il tuo indimenticabile che sempre ti pensa, il tuo amato Gino[1]



[1] ASCS, Processi definiti in istruttoria.