domenica 27 maggio 2018

I NOTAI DI SAN FILI


È il 4 settembre 1898 e le urne per le elezioni del Consiglio Provinciale e di quello Comunale di San Fili sono state chiuse da pochi minuti. Una piccola folla è riunita all’interno del salone del Municipio dove lo spoglio delle schede sta per iniziare. Speranza nell’esito del voto e ansia pervadono i presenti, tra i quali molti candidati; ci scappa anche qualche sfottò tra scoppi di risa soffocati la tensione sale. Poi cala il silenzio quando il presidente del seggio comincia a leggere le preferenze espresse nelle schede. Sono ormai le 21,00.
I nomi dei candidati vengono sciorinati più o meno secondo le previsioni. Ad un certo punto il presidente legge un nome che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto sfondare ma che al momento non ha ancora avuto preferenze
- Gentile Santo!
Il nominato è il notaio del paese, ha 46 anni, e in quel momento sta svolgendo anche le funzioni di segretario del seggio elettorale
- Mettete, mettete! – dice Santo Gentile agli scrutatori, volendo significare che adesso cominceranno ad arrivare i suoi voti. Dalla sala si alza una voce
- Si, mettete nel culo!
- Ma chi è questo porco? – protesta Santo
- Forse sono stato io – risponde suo cugino Ettore Gentile, notaio anche lui ma nel comune di Rende, alzandosi in piedi e parandosi davanti all’altro
- Se ti sei rinteso, la risposta l’hai avuta! – ribatte Santo
- Usciamo fuori a vedercela con le mani – lo sfida Ettore
- Non è il momento, devo assistere al seggiodopo ti darò qualunque soddisfazione! – gli risponde Santo
- Usciamo fuori adesso! – insiste Ettore, poi intervengono suo padre e un suo fratello che lo allontanano e sembra che l’incidente si sia chiuso
Le operazioni di spoglio continuano, ma dopo qualche minuto Ettore rientra nel salone, si mette davanti a suo cugino e comincia a fargli delle smorfie per provocarlo. Spazientito, Santo sbotta
- Ma se sei ubbriaco vatti a rovesciare!
Ettore, continuando a fare le boccacce, gira intorno al tavolo degli scrutatori e si avvicina a Santo. Dal pubblico che ridacchia divertito da questa sceneggiata, si alza Fedele Gentile, il padre di Ettore, e, accompagnato dal suo amico Ernesto Granata, si avvicina al tavolo anche lui dicendo all’indirizzo di Santo
- Ma non la vuoi finire?
A queste parole e vedendo il loro atteggiamento, i Signori Blasi Francesco e Achille si fanno di contro ad essi Gentile dicendo
- Ma per carità! Cosa intendete fare? Calma, calma!
Adesso comincia ad esserci molto nervosismo nel salone, dove ci sono anche altri due fratelli di Ettore Gentile, Pasquale, che, guarda caso, sta svolgendo le funzioni di scrutatore e Angelo i quali si affiancano ai loro congiunti con atteggiamento minaccioso.
Santo Gentile, tenendo presenti le loro vecchie e prave intenzioni al suo riguardo, indietreggia e tira fuori dalla tasca un revolver
- Rimettete l’arma nel fodero che non è niente! – lo esorta uno dei presenti, Vincenzo Granata, mentre alcuni componenti della famiglia Blasi, amici di Santo, cominciano a respingere con violenza Ettore e i suoi familiari. Da ciò ne avvenne una colluttazione; dopo qualche istante, colluttando, si avvicinano a Santo Gentile il quale, vedendosi a mal partito, comincia a menare botte da orbi. Il mucchio dei rissanti ondeggia vorticosamente nel salone buttando all’aria tutto ciò che incontra, fino ad arrivare vicino alla porta. Tra le mani che tirano pugni, schiaffi e calci, qualcuno giura di aver visto una scure, vola qualche sedia e spunta anche un bastone che, roteando nell’aria, colpisce alla testa Santo il quale comincia a sanguinare. Adesso sembra un toro infuriato: prende di peso il vecchio Fedele Gentile, lo porta sul pianerottolo e lo scaraventa giù dalle scale, poi torna soddisfatto nel salone, pare senza nemmeno essersi accorto che nella rissa sono, nel frattempo, intervenuti anche suo padre e i suoi due fratelli Cesare e Benedetto. Quando finalmente le acque si calmano e il pavimento è tinto di rosso si contano, tra le due opposte fazioni dei Gentile, undici tra feriti e contusi. A stare peggio degli altri è Cesare Gentile che ha ricevuto una coltellata nella zona pubica, le cui labbra sono tenute combaciate da uno spillo con diversi giri di filo attorcigliato, ma sembra che non sia pericolosa di vita poiché il medico ritiene che non sia penetrata in cavità.
Dai Carabinieri è un viavai di persone fasciate che si sporgono querela a vicenda e sarà una vera impresa stabilire chi ha ferito chi. Rilievi, testimonianze, perizie si succedono freneticamente per un paio di giorni, poi arriva una brutta notizia: Cesare Gentile è morto perché, contrariamente a quanto diagnosticato in un primo tempo, la coltellata gli ha perforato l’intestino tenue, il cui contenuto si è sversato nel cavo peritoneale producendo una peritonite putrida mortale. Adesso le cose si complicano maledettamente.
La domanda che sorge spontanea è: possibile che tra queste due famiglie altolocate e zeppe di valenti professionisti, strettamente imparentate tra di loro, sia potuto accadere ciò che è accaduto per una banale scheda elettorale?
Certamente no. Tra l’una famiglia e l’altra vi passano dei livori da più di dodici o tredici anni e ciò per gelosia di professione. Cerchiamo di approfondire ascoltando le due campane.
Racconta Ferdinando Gentile: le relazioni amichevoli tra la mia famiglia e quella di Fedele Gentile cessarono intimamente dieci o dodici anni indietro, allorquando, cioè, tal Michele Aiello da San Fili, per causa d’onore tentò di uccidere Ettore Gentile (pare che Ettore avesse abusato della moglie di Aiello, nda), figlio di esso Fedele, e l’infelice mio figlio Cesare, uno al mio servitore Vincenzo De Santo, trattenendo il braccio micidiale perché pretendevasi dalla famiglia del ripetuto Fedele che i miei avessero fatto dell’Aiello insana strage. Nominato successivamente esso Ettore Gentile notaro, prima alla residenza di Fagnano, poscia a quella di Pietrafitta e da ultimo a quella di Rende, egli in verità se ne stette sempre in San Fili ed ivi, con tutti i mezzi e coll’aiuto dei parenti attrasse a sé quasi tutti gli affari che prima erano disimpegnati da mio figlio Santo, quale notaro del luogo; e se qualche volta costui ebbe a lagnarsene colle Autorità tutorie, la famiglia di Fedele Gentile ne divenne furibonda, siccome si mostrò orgogliosa quando potette. Per pretesa scorrettezza come gentiluomo e come notaro fu anche, detto mio figlio Santo, provocato e minacciato da Fedele Gentile e dall’altro figlio Pasquale il quale, per giunta, gli fece pervenire anche una sfida che non venne, dal ripetuto mio figlio, accettata, anzi questi per tali fatti se ne querelò e ne seguì condanna. Fui in seguito anche fatto segno a delle invettive ingiuriose, diffamanti e calunniose per parte di Fedele Gentile, per cui contro il medesimo sporsi querela che poscia ritirai per intercessione di comuni amici e parenti e dello stesso Pretore di Rende. Successivamente non mancarono le provocazioni, sfruttate sempre dalla fermezza mia e dei miei figli per evitare tristissimi successi e specie anche quella atroce e minacciosa avvenuta nel Casino di Riunione due mesi indietro circa, per parte del notaro Ettore, presente il fratello Pasquale, all’indirizzo di detto mio figlio Santo mentre questi pacificamente da solo giuocava ad un tavolo facendo un “solitario” (“Ho saputo che una donna che è stata al servizio del notaro Santo Gentile è stata mandata all’ospedale di Cosenza per malattia ed invece è stata trovata gravida”).
L’altro patriarca, Fedele Gentile, invece liquida la questione in quattro parole: Santo Gentile, essendo notaio come mio figlio Ettore, per gelosia di professione mal vede costui e continuamente gli ha fatto dei ricorsi. Ritengo quindi che il fatto sia avvenuto per questi precedenti.
Intanto dalle indagini viene fuori che Pasquale Gentile, figlio di Fedele e fratello nel notaio Ettore, è stato visto nel salone dove si svolgeva lo scrutinio con in mano un coltello a serramanico nell’atto di sbucciare una mela e questo significa che era armato durante la rissa. In più la voce che corre in paese è che sia stato proprio Pasquale ad accoltellare suo cugino Cesare e tanto basta per far emettere nei suoi confronti un mandato di cattura con l’accusa di omicidio volontario. Esce fuori anche che alla rissa avrebbe partecipato una donna, Luisa Sgangone, armata di coltello e che parteggiava per Santo Gentile e sia lei che tutti gli altri partecipanti alla rissa sono denunciati a piede libero.
Il problema è che Pasquale Gentile è sparito dalla circolazione.
La mattina del 28 settembre 1898 il ricercato si presenta al Sindaco di San Fili e si costituisce spontaneamente
- Durante lo scrutinio io attendevo a coadiuvare Raffaele Fanuele, scrutatore, a notare le risultanze dello scrutinio quando, dopo circa duecento schede, dalle quali non era risultato alcun voto a favore di Santo Gentile, segretario del seggio, uscì una scheda che portava il suo nome. Santo gentile disse che si tenesse conto del suo voto, fatto è che alcuni risero e mio fratello Ettore disse qualche cosa che suonò male all’orecchio di Santo Gentile e ne nacque un battibecco, che fu subito sedato. Ettore tornò a sedersi vicino al presidente, mentre Santo s’avvicinò al balcone e si mise a parlare con i fratelli Francesco e Achille Blasi, quindi tornò vicino al tavolo e prese ad offendere mio fratello Ettore. Sentendo le offese profferite dal Santo, mio padre intervenne redarguendo costui e consigliandolo a smettere quel contegno ed altrettanto fece mio fratello Angelo. Ettore si avvicinò ai predetti mio padre e mio fratello Angelo ed allora Francesco Blasi, che stava vicino a Santo, alzò il bastone e colpì mio fratello Ettore alla testa. Questo fu il principio della mischia che seguì. Vedendo mio fratello insanguinato per il colpo di bastone ricevuto da Francesco Blasi e vedendo costui che, armato di bastone, mi si faceva contro e mi percosse dirigendo i colpi alla testa, naturalmente intervenni e riuscii a disarmare il Blasi, ma il bastone mi fu preso non so da chi. Vedendo poi a terra mio padre insanguinato per grave ferita da bastone, non so da chi infertagli, perdetti il lume della ragione, non so se ero armato di coltello… non so quello che ho fatto, quindi sono uscito da quella sala dirigendomi a casa con l’intenzione di armarmi d’una rivoltella, ma mentre uscivo mi trovai di fronte Gentile Santo il quale mi esplose contro due colpi di rivoltella che fortunatamente non esplosero. Riuscito ad entrare in casa mia dopo aver per la via gridato al soccorso, indicando che era stato ucciso mio padre, non mi fu più possibile mettere in effetto il proposito di uscire nuovamente armato perché i miei famigliari mi trattennero e me lo impedirono. Non potendo in modo assoluto escludere che io abbia, in quel momento, menato qualche coltellata, non posso tuttavia riconoscermi autore dell’omicidio e dei ferimenti che mi si addebitano, perché non ho la coscienza d’averli commessi. Anzi, il fatto che io alla vista della triste piega che avevan preso le cose, pensai ad andare ad armarmi di rivoltella, mi fa credere che nel momento della rissa non ero armato. inoltre, lo stesso mio contegno tranquillo nei giorni successivi ed il fatto che mi sono spontaneamente costituito mentre, se mi fossi inteso colpevole ben avrei potuto salvarmi all’estero, maggiormente depongono in mio favore nel senso che io sento di non dovermi nulla rimproverare e di poter pienamente giustificare la mia condotta
Non fa una piega. Ma il Tribunale non è dello stesso parere e rigetta per ben tre volte le istanze di libertà provvisoria presentate da Pasquale Gentile.
Si arriva, così, al 9 marzo 1899 quando il Giudice Istruttore formula la sua richiesta: Fedele Gentile e i suoi figli Pasquale, Ettore e Angelo; Ferdinando Gentile e i suoi figli Santo e Benedetto, il loro servo Vincenzo Di Santo e i fratelli Francesco e Achille Blasi devono essere rinviati a giudizio per i reati che sono stati loro ascritti e che vanno dall’omicidio volontario per Pasquale Gentile alla rissa aggravata, minaccia, porto di arma vietata, lesioni, percosse, ingiurie e impedimento del libero esercizio dei diritti elettorali per gli altri. Per Luisa Sgangone dichiara il non luogo a procedimento penale per non aver preso parte al fatto.
Il primo maggio successivo la Sezione d’Accusa ritiene sufficienti le prove a carico degli imputati e li rinvia a giudizio.
Le due famiglie Gentile e compagni si troveranno fianco a fianco sul banco degli imputati a partire dal 28 settembre 1899 per essere giudicati dalla Corte d’Assise di Cosenza. Il 6 ottobre successivo la giuria emette la sentenza: Pasquale Gentile viene assolto dall’imputazione di omicidio volontario perché la giuria riconosce che ha agito in stato di legittima difesa e lo condanna con suo fratello Ettore a 1 anno di detenzione e 2.000 lire di multa per partecipazione in rissa, riconoscendo che la stessa è scoppiata a causa del comportamento dello stesso Ettore; Angelo e Fedele Gentile a 10 mesi di reclusione e 2.000 lire di multa per partecipazione in rissa; Santo Gentile a 3 giorni di arresti e 72 lire di pena pecuniaria per porto d’arma abusivo. Tutti gli altri vengono assolti.
Il 3 febbraio 1900, la Suprema Corte di Cassazione respingerà i ricorsi degli imputati.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 25 maggio 2018

IL GIORNALISTA D'ASSALTO

 Non sappiamo se il Prefetto o qualche altro ha letto nel nostro pensiero. Certo è che un proprietario di mulini è stato arrestato. Se giustamente o ingiustamente non lo sappiamo, ma certo che quel piccolo mulino di S. Antonio, se proprio S. Antonio non l’ha benedetto, come avrà fatto ad ingrandirsi a quel modo?
È il 10 febbraio 1946 quando esce questo trafiletto su un foglio settimanale di Cosenza, L’UOMO DELLA STRADA, diretto dall’insegnante trentaduenne Nicola Visini e nato sulla falsa riga del ben più famoso settimanale satirico-politico “L’UOMO QUALUNQUE”, fondato a Roma nel 1944 dal giornalista e commediografo Guglielmo Giannini[1]. Ma la notizia che narra un episodio del genere non è tale da meritare titoloni a tutta pagina, episodi del genere si verificano quotidianamente da anni, da prima che la guerra finisse, da quando il cibo scarseggia e la fame si è fatta nera; da quando molti speculano sulla fame dei vecchi, delle mamme disperate che non riescono a racimolare abbastanza da sfamare i propri bambini e dei padri disoccupati, altrettanto disperati.
A finire in manette è toccato questa volta a Biagio Lecce, titolare dell’omonimo mulino che produce anche pasta. Sarà anche lui un incettatore e profittatore del bisogno del popolo? Pare di no perché viene prosciolto (come molti altri) dalle accuse, ma gli articoli continuano
Ci siamo informati da un rappresentante della magistratura come mai è stata, per esempio, archiviata una pratica per frode allo stato; come mai sono usciti alla luce tanti signori fermati; e ci ha risposto: “La magistratura non può far nulla quando le cose vengono stabilite in modo tale da esserci l’assoluzione. Che può fare il giudice quando non ha prove, non ha testimoni, quando detti speculatori sono protetti da tutti?” È giusto, giustissimo. Un magistrato non condanna facilmente. La condanna è coscienza e la coscienza è più propensa per l’assoluzione che per la condanna. 
Ancora purtroppo esistono oggi le leggi fasciste, le quali fanno molto comodo agli antifascisti, perché in queste leggi è la difesa delle loro posizioni che cercano di prolungare quanto più è possibile.
Il popolo è pecora e non è temuto. Il popolo non si muove perché sa che non troverebbe difesa.
Ma c’è qualcosa che va oltre l’esito stesso della causa penale: l’onorabilità di Biagio Lecce e di conseguenza il futuro stesso della sua azienda. Visini questo lo sa benissimo e, imperterrito, continua a pubblicare articoletti allusivi, uno dei quali, pubblicato il 21 ottobre 1946 e intitolato “PARLIAMO DI PASTA ECC.”, accusa direttamente Biagio Lecce di praticare il mercato nero. È la goccia che fa traboccare il vaso: Lecce, stanco di questo stillicidio, il 23 ottobre 1946 si presenta dal Procuratore della Repubblica con un foglio di carta bollata scritto a macchina: 
Da qualche tempo sono vittima di indegni ricatti da parte del sig. Nicola Visini, Direttore del giornale “L’UOMO DELLA STRADA” il quale, minacciando campagne diffamatorie ai miei danni, mi ha estorto, e tenta di estorcermi, forti somme di denaro.
Verso la fine dello scorso inverno, mentre ero sottoposto a procedimento penale per reato annonario – e precisamente quando era stata fissata, per la prima volta, la udienza per la discussione della causa – il Visini mi avvertì che avrebbe annunciato e commentato il processo con un clamoroso articolo, già da lui scritto, anzi già composto in tipografia, col quale mi avrebbe aspramente attaccato in modo da creare tutto un ambiente di ostilità nei miei riguardi. Naturalmente mi preoccupai delle possibili conseguenze, per me dannose, della minacciata pubblicazione e, in quello stato d’animo, fui indotto a subire il primo ricatto, aderendo alle richieste di denaro del Visini.
E solo in seguito all’energico intervento del mio difensore, avv. Orlando Mazzotta, riuscii a tacitare il ricattatore versandogli solo lire diecimila, mentre egli ne pretendeva e ne richiedeva ben centomila
Il Visini, incassata la somma nello studio dello stesso avvocato Mazzotta, mi fece constatare che subito faceva scomporre l’articolo già pronto, sostituendolo con un altro.
Mi illusi, per qualche tempo, di avere soddisfatto le male brame del Visini, pur se costui continuava a chiedermi continui favori, come ad es. il prestito, più volte concessogli, della mia automobile.
Senonché il Visini, evidentemente incoraggiato dal successo, sia pure parziale, del suo primo ricatto, pensò bene di ritornare alla carica con esigenze molto più forti.
Cominciò col pretendere infatti la somma di ben centomila lire, avvertendomi che, in caso di rifiuto, mi avrebbe attaccato sul giornale ad ogni occasione.
Seccato e preoccupato per tale nuova esigenza, pregai il comune amico Bonaventura Sartù di interporre i suoi uffici per evitare il ricatto. Ma in un colloquio svoltosi nel chiosco del Sartù, alla presenza dello stesso Sartù, il Visini ebbe la spudoratezza di ripetere la richiesta in forma ancora più minacciosa e perentoria, dichiarandosi infine disposto a limitare le sue pretese… in via transattiva alla più modesta somma di lire cinquantamila.
Nonostante le palesi minacce del Visini mi ribellai alla esosa pretesa che disgustò non soltanto me ma anche i presenti i quali, dopo che mi allontanai, gli espressero la propria disapprovazione.
Il Visini tentò un’ultima volta di conseguire il suo fine inviando al mio mulino il cognato a ripetermi la richiesta, con un’ulteriore… generosa riduzione a lire trentamila. Anche a tale ultima esigenza opposi un netto rifiuto.
Le minacce rivoltemi si sono ora tradotte in realtà perché, sull’ultimo numero de “L’UOMO DELLA STRADA” sono comparsi diversi scritti diffamatori nei miei riguardi, tra cui uno intitolato “Parliamo di pasta” nel quale si afferma che io vendo, giornalmente, al mercato nero, circa due quintali di pasta.
Non essendovi quindi alcun dubbio sulla preordinata aggressione al mio patrimonio morale da parte del Visini, che ha agito e agisce coll’evidente scopo di farmi soggiacere ai suoi ricatti, sono costretto a rivolgermi al Magistrato e perciò lo querelo formalmente per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa e per la prima estorsione consumata ai miei danni e per i tentativi di estorsione ripetuti successivamente.
Ma le sorprese, in Procura, non sono finite. Uscito Biagio Lecce, si presenta un industriale cosentino, Mario Morelli, anche lui con un foglio di carta bollata in mano che contiene un’altra querela nei confronti di Nicola Visini per diffamazione a mezzo stampa e tentata estorsione. Non solo. Secondo Morelli (definito nel giornale un simulatore di reati, un corruttore di funzionari, un frodatore dello stato, un indegno sfruttatore del lavoro altrui) a tentare materialmente le estorsioni ai suoi danni sarebbe stata la moglie di Visini, Lina Amoroso: “Costei, verso i primi dello scorso gennaio, venne nel mio ufficio e dicendomi che avrei dovuto sborsare una ingente somma per essere eventualmente difeso dal giornale diretto dal marito. L’Amoroso mi disse inoltre che se io non mi decidevo a darle la somma da lei chiesta, avrebbe incominciato gli attacchi sul giornale. Io, seccato, risposi alla signora che avrebbero potuto fare quello che volevano e che non intendevo prestarmi a tale ricatto. La signora, nell’allontanarsi, mi disse le testuali parole: “Vediamo chi ci perde, sapremo noi come regolarci…” Questo colloquio fu sentito dai miei impiegati e dopo qualche giorno incominciarono gli attacchi sul giornale”.
Sarà vero o è un tentativo di Biagio Lecce e Mario Morelli di prevenire eventuali denunce a loro carico?
Intanto Bonaventura Sartù conferma:
- Un giorno del mese di giugno o luglio, non ricordo con precisione la data, il mio amico Biagio Lecce mi riferì, seccato, che egli veniva fatto violentemente bersaglio di infondati attacchi nel giornale “L’UOMO DELLA STRADA”. Poiché egli era a conoscenza che io ero amico del direttore Nicola Visini, mi pregò di dire a costui che la smettesse. Dopo due o tre giorni vidi il Visini e gli riferii le lamentele del Lecce, anzi lo invitai a far la pace con costui, proponendogli che avrei fatto abbonare il Lecce al giornale. Infatti subito telefonai al Lecce che venne immediatamente  nel mio chiosco. In tale occasione il Lecce offrì al Visini, dietro mio suggerimento, qualche migliaio di lire per un abbonamento sostenitore del giornale. Il Visini rifiutò l’offerta facendogli capire che pretendeva una somma ben più alta. Il Lecce allora se ne andò ed il Visini mi disse che egli pretendeva £ 100.000 – sia perché il Lecce era un milionario e sia perché egli era pieno di debiti –. Alle sue parole io ho inveito contro il Visini con delle parole un po’ forti, dicendogli anche che il Lecce avrebbe dovuto denunciarlo. Dopo queste mie parole il Visini abbandonò il mio chiosco e da quella sera non mi ha più rivolto la parola
Viene interrogato anche l’avvocato Mazzotta che non vorrebbe rispondere, temendo che la deposizione possa uscire dai limiti del segreto professionale. Il Giudice Istruttore è, al contrario, categoricamente convinto che le circostanze su cui è chiamato a deporre sono estranee ai rapporti professionali e comunque non rivelano nessun segreto del suo cliente e soprattutto perché la sua deposizione è necessaria ai fini di giustizia e lo invita a deporre, cosa che Mazzotta fa
- Effettivamente tra la prima e la seconda decade di marzo scorso, quando era stata già fissata l’udienza per l’istruttoria della causa annonaria a carico del Lecce, che io difendevo, mi vidi presentare allo studio il Lecce tutto impressionato. Egli mi riferì che il Nicola Visini lo ricattava con la minaccia di pubblicare un forte articolo contro di lui, già composto, articolo che non avrebbe pubblicato a condizione che gli avesse sborsato una forte somma di denaro. . la cosa mi dispiacque e preoccupò anche un po’ in quanto io sapevo, e lo sapeva anche il Lecce, che da alcuni ambienti si voleva approfittare della situazione processuale del Lecce stesso per ottenere la gestione del suo mulino. E questo veniva fatto anche con una certa clamorosità, come ad esempio con l’affissione di alcuni manifesti che indicavano il Lecce come un affamatore del popolo. Cercai di tranquillizzare il Lecce e mandai a chiamare il Visini il quale, poi, venne a casa mia nel tardo pomeriggio. E così io lo pregai e lo esortai a non avere quelle pretese al mio cliente; non mancai di fare rilevare, con tutte le mie accortezze e delicatezze, che la pretesa formava un grave reato. E così il Visini si mostrò con me tutto premuroso, disposto a non pubblicare più l’articolo, ma facendo presente nel contempo, che le sue condizioni economiche erano tali che il giornale doveva pur trovare qualche sostenitore. Io feci intervenire il Lecce e pacificai gli animi, tanto che poi il Visini riuscì ad ottenere la concessione dal Lecce di £ 10.000 che furono, la mattina dopo, mandate a me dal mulino Lecce ed io le consegnai al Visini. Mi risulta che in seguito il Visini fu molto ben trattato dal Lecce, ormai diventatogli amico, così come mi risulta che il Lecce, ad un certo momento, fu oggetto di nuove richieste a cui finì per ribellarsi, anche perché io lo avevo esortato a non subire più ricatti
Quindi, stando a quest’ultima affermazione, si trattò di un ricatto bello e buono e non di una offerta spontanea, come inizialmente l’avvocato Mazzotta ha voluto far credere con la storia della concessione.
Ma i guai per Visini e sua moglie si aggravano con le testimonianze dei dipendenti di Mario Morelli che ripetono pari pari il racconto fatto nella querela e così viene spiccato nei loro confronti un mandato di cattura per estorsione ai danni di Biagio Lecce e di tentata estorsione nei confronti di Nicola Visini e della sola tentata estorsione nei confronti di sua moglie Lina Amoroso. Entrambi vengono arrestati e si difendono
- Nei primi mesi di questo anno – attacca Visini –, quando venne arrestato Biagio Lecce per reato annonario, io feci un trafiletto commentando umoristicamente la cosa. In tale periodo io ancora non conoscevo il Lecce. Successivamente il mio conoscente Bonaventura Sartù, mentre io passavo, se ben ricordo, insieme con mia moglie davanti al suo chiosco, fui chiamato da costui. Entrato, il Sartù cominciò a chiedermi spiegazioni del trafiletto da me fatto contro il Lecce. Mentre discutevamo, il Sartù improvvisamente chiamò al telefono il Lecce dicendomi che questi voleva conoscermi. Il Lecce venne quasi immediatamente e mi chiese perché io avevo scritto il trafiletto. In tale occasione mi offrì la somma di £ 5.000 quale contributo al giornale. Io mi offesi perché non ritenni opportuno quell’atto e rifiutai l’offerta. Il Lecce, alle mie rimostranze, si scusò dicendo che si trattava di un semplice contributo e mi fece presente che avrebbe mandato la somma per vaglia. Io gli feci presente che avrei rifiutato anche il vaglia. Finita la discussione me ne andai rimanendo amico col Lecce. Questo colloquio si è svolto prima che fosse stato fissato il dibattimento della causa contro il Lecce. Dopo qualche giorno incontrai il Maresciallo della Tributaria Giovanni Lucchese il quale mi riferì che il Lecce gli aveva detto che io volevo ricattarlo e che pretendevo la somma di £ 100.000. io mi imbestialii per tale cosa e allora preparai un articolo per commentare il detto fatto. Il Lecce, molto probabilmente tramite il proprietario della tipografia, venne a conoscenza di questo articolo e una sera, mentre l’articolo era in composizione, mi dissero che l’avvocato Mazzotta mi cercava per un affare molto urgente. Allora io, data la vecchia amicizia con l’avvocato, insieme con mia moglie salimmo nel suo studio e qui trovammo anche il signor Lecce. L’avvocato Mazzotta incominciò a pregarmi di lasciare stare il Lecce, anche perché doveva in quei giorni celebrarsi il processo annonario a carico del Lecce. Io feci presente al Mazzotta che ero molto irritato contro il Lecce perché costui mi aveva spudoratamente diffamato andando a dire che io volevo ricattarlo. In un primo momento il Lecce negò tale circostanza, ma in un secondo momento, alla presenza del suo avvocato, confessò di avere detto effettivamente quelle cose. Dopo di che l’avvocato Mazzotta richiese al Lecce £ 10.000 che questi gli doveva, oltre ad altre £ 10.000 che sarebbero servite a lui Mazzotta per contributo al giornale. Io mi opposi  e non volli che ciò egli facesse. Per le sole preghiere dell’avvocato Mazzotta io feci scomporre l’articolo ma, ripeto ancora una volta, non ho avuto alcuna somma di denaro. In seguito divenni buon amico del Lecce il quale qualche volta si offrì di portarmi con la sua macchina a Mangone ed io per disobbligarmi l’invitai spesse volte a pranzo. Nego di aver mai chiesto del denaro ai fratelli Morelli, né direttamente, né tramite mia moglie, la quale è incapace di simili bassezze. Nel mese di giugno o luglio venne a casa di mia suocera Gennarino Mauro, macellaio, il quale trovò mia moglie e le offrì una somma di denaro affinché io desistessi dagli attacchi ai Morelli sul giornale. Mia moglie rifiutò dicendogli che io non ero capace di vendermi neanche per dei milioni e ciò accadde proprio nel momento in cui io mi trovavo senza denaro e dovetti sospendere le pubblicazioni del giornale. Insisto nel dire che mia moglie è completamente estranea ai fatti che mi contestate e di cui anche io sono completamente innocente perché, nello scrivere gli articoli di cui mi si accusa, ho sempre avuto di mira nobili finalità e ho creduto di servire colla stampa gli interessi del popolo contro le ingorde speculazioni. Non ho inteso offendere la reputazione di alcuno anche se talvolta sul giornale sono apparse note umoristiche. Le persone attaccate sul giornale sono notoriamente additate dal popolo come dedite al mercato nero e quindi il mio giornale si è voluto rendere interprete dei sentimenti di tutta la popolazione cosentina. Pertanto ritengo di non aver diffamato nessuno ed il giornale per la sua obiettività andava a ruba
- Non è affatto vero che io abbia mai chiesto alcuna somma di denaro né al Morelli, né al Lecce. È vero che sono stata varie volte nella conceria del Morelli, ma ciò ho fatto per avere un po’ di suola per i miei figli. Mai ho chiesto a costui denaro per il giornale, né mai costui mi diede del denaro, neanche a titolo di abbonamento – si difende la signora Visini
Le cose vanno sempre peggio per Nicola Visini, tant’è che anche l’industriale Pietro Costabile lo querela per diffamazione a mezzo stampa. Anche sul versante dei riscontri alle sue dichiarazioni le cose peggiorano: Bonaventura Sartù conferma che l’incontro nel suo chiosco si è svolto tra i mesi di giugno e luglio 1946 e non prima, e quindi è falso che Visini non sapesse dell’udienza già fissata; il Maresciallo Lucchese nega recisamente di aver mai parlato con Visini di Biagio Lecce e l’avvocato Mazzotta, da parte sua, rivela nuovi particolari circa le modalità della consegna delle famose 10.000 lire che Visini, messo a confronto con l’avvocato, non può far altro che confermare
- Ammetto di avere ricevuto da te all’indomani del cennato colloquio, dinanzi alla cartoleria di Scornaienchi al Corso Umberto, le lire diecimila. Il denaro era contenuto in una busta che tu mi porgesti senza fare commenti e che io ricevetti allontanandomi
È abbastanza, secondo il Pubblico Ministero, per chiedere il rinvio a giudizio di tutti e due gli imputati. Alla signora Visini, però, viene concessa la libertà provvisoria cui non ostano né il titolo del reato, né i precedenti.
Nelle sue richieste il Pubblico Ministero scagiona l’avvocato Mazzotta da possibili conseguenze penali per la sua condotta, affermando che le modalità del fatto denunziano un grave stato di preoccupazione e quindi di minorata resistenza psichica non solo nel Lecce, ma benanco nel suo legale. È il 27 novembre 1946.
Il 7 gennaio 1947 il Giudice Istruttore accoglie le richieste e rinvia i coniugi Visini al giudizio del Tribunale di Cosenza.
Un mese dopo la Corte ritiene che non ci sono prove sufficienti per condannare la signora Visini e l’assolve, mentre condanna il marito a 3 anni di reclusione e pene accessorie.
Entrambi presentano appello e il 4 agosto successivo la Corte d’Appello di Catanzaro riforma parzialmente la sentenza di primo grado riducendo la pena inflitta a Nicola Visini a 1 anno, 9 mesi e 10 giorni di reclusione e conferma l’assoluzione per insufficienza di prove nei confronti della moglie.
Viene preparato il ricorso per Cassazione ma, per motivi che sfuggono anche ai Visini, non viene inoltrato dal difensore di loro fiducia.
Solo oggi vengo a conoscenza che il mio avvocato, non so per quale imperdonabile causa, ha omesso il mio ricorso per la Cassazione contro la sentenza del Tribunale di Cosenza e della Corte d’Appello di Catanzaro che condannava mio marito per estorsione ad anni 1 e mesi 9 di reclusione e assolveva me, che non ho commesso il fatto, per insufficienza di prove.
All’E.V.Ill.ma io mi rivolgo con tutto lo strazio dell’anima mia ferita a morte dalla ingiustizia e dall’abuso per invocarla e supplicarla in nome di Dio, della Patria e della Giustizia affinchè sia fatta luce in questo orribile abisso creatoci dalla brutale malvagità e dalla vile incoscienza di alcuni italiani. Almeno per me la presente vale come ricorso.
La signora Visini scriverà altre volte implorando di accogliere il ricorso anche se i termini sono scaduti ma, ovviamente, è cosa impossibile e il 14 aprile 1948 la Suprema Corte giudica inammissibili i ricorsi presentati oltre i termini.



[1] Il settimanale “L’UOMO QUALUNQUE”, caratterizzato da un linguaggio colorito e popolaresco, dichiaratamente anticomunista, alimentò, facendo leva sul malessere sociale dei ceti medi, la sfiducia contro i partiti. Nel 1946, il vasto movimento di opinione pubblica suscitato, soprattutto al Sud, dalla rivista, sfociò nella formazione di un partito politico, il Fronte dell’Uomo Qualunque, che riportò un notevole successo nelle elezioni per l’Assemblea Costituente e un successo ancora maggiore, nel novembre dello stesso anno, nelle elezioni amministrative in numerose città del Centro-Sud. Il Fronte, tuttavia, incapace di darsi un programma definito, si avviò a un rapido declino e dopo le elezioni politiche del 1948 scomparve dalla scena politica (fonte: http://www.treccani.it/enciclopedia/l-uomo-qualunque/  23/05/2018).

domenica 20 maggio 2018

SGOZZATO COME UN CAPRETTO

La vittima

La mattina del 30 settembre 1917 mastro Paolo Spanò, cinquantenne mattonaio della provincia di Reggio Calabria ma da anni residente a Greci di Lago, esce di casa dopo aver salutato sua moglie, la quarantenne Francesca Aricò e reggina come il marito, dicendole che sarebbe andato a Lago per esigere del denaro per tegole vendute al negoziante Angelo Muto, 143,10 lire per l’esattezza. Mastro Paolo è un omone e per giunta gira sempre armato di una rivoltella che tiene alla cintola, ma gli piace bere e quando lo fa chiacchiera troppo raccontando i fatti suoi a chiunque incontri. Per cominciare si ferma nella cantina di Giovannina Sacco dove, in mezz’ora, beve un mezzo litro. Quando esce è allegrotto e, come il suo solito, incontra degli amici con i quali si mette a confabulare. Poi va a ritirare i soldi dovutigli e, ormai sono le 17,00, si mette sulla via del ritorno a casa
- Buonasera mastro Paolo, ve le hanno pagate le tegole? – gli chiede Giuseppina Policicchio, tanto la cosa è di dominio pubblico
- Buonasera Giuseppina, si me le hanno pagate! – le risponde battendosi il palmo della mano sulla tasca dove tiene il portafogli. Poi i due continuano le proprie strade.
Ma mastro Paolo non ha ancora voglia di tornare a casa, meglio passare dalla cantina di Vincenzo Turco, fare una partita a briscola e bere qualche altro bicchiere. Passando davanti alla casa del suo amico Gaetano Naccarato pensa bene di fermarsi per invitarlo a bere con lui, ma Gaetano non ne ha molta voglia, così mastro Paolo comincia a insistere fin quando l’amico cede. Quando entrano nella cantina trovano una comitiva di giovanotti che già stanno giocando a carte. Mastro Paolo offre da bere e insiste per giocare: la comitiva subito se lo associò e così continuarono il giuoco, consumando circa litri quattro di vino. Poco dopo Gaetano Naccarato approfitta del fatto che l’amico è preso dal gioco e dal vino e se ne va. Mastro Paolo e gli altri, invece, restano fino alle 19,30 e poi si avviano tutti insieme verso Greci. Poco prima di arrivare all’aia di Antonio Politano, Angelo Porco si licenziò dalla comitiva e si recò a casa, situata molto vicino alla strada ove passavano, mentre invece Porco Beniamino, Policicchio Francesco, Porco Giuseppe, Porco Antonio, Policicchio Pasquale e Policicchio Giuseppe all’aia di Politano – erano le ore 19,45 – si licenziarono tutti dallo Spanò, meno Policicchio Francesco di Carmine il quale era avanti di circa 30 passi dalla comitiva e chiamò Porco Beniamino perché affrettasse il passo siccome all’indomani doveva alzarsi presto per recarsi alla fiera di Mendicino a vendere maiali.
Sono le 7,00 del primo ottobre 1917 quando Francesca Aricò bussa alla porta della caserma dei Carabinieri di Lago. È visibilmente preoccupata perché suo marito non è rincasato e, per di più, alcuni vicini le hanno detto di averlo ritrovato morto nel valloncello poco lungi dalla fontana pubblica denominata Scocca.
Sgozzato come un capretto od un maiale.
Il Brigadiere Gaetano Manganelli e i suoi uomini, dopo avere avvisato il Pretore di Amantea, si precipitano sul posto. Lungo la stradella che da Greci mena alla contrada Porcili, precisamente dove la via è tagliata perpendicolarmente dal vallone Conca, è il luogo del delitto. poco sotto la via si notano le orme di un uomo sul terreno umido, una sotto e l’altra sopra alla distanza di un passo regolare. Cinque metri più sotto giace il cadavere in posizione supina. La testa, rivolta verso la parte inferiore del valloncello, tocca il rivolo di scolo della fontana pubblica, mentre le gambe, divaricate, sono piegate fino a toccare le cosce, le braccia sono aperte. Ha una ferita sulla parte anteriore destra del collo, ma la cosa strana è che i vestiti non sono macchiati di sangue, mentre il viso, il padiglione degli orecchi, buona parte del cuoio capelluto sono ricoperti di sangue aggrumito, come da una maschera.
Certamente chi lo ha ucciso ha fatto un lavoro da vero professionista: il fascio nervo-vascolare di destra (carotide, giugulare e vago) è nettamente reciso; la laringe è tagliata in due trasversalmente, l’esofago è anch’esso tagliato trasversalmente; nel fondo della vasta lesione notasi la parte corrispondente della colonna vertebrale.
Certamente chi lo ha ucciso lo ha fatto per rubargli i soldi che aveva nel portafogli, che nelle tasche, tutte completamente rivoltate all’infuori, non c’è. Come non c’è la rivoltella che, evidentemente, non ha fatto in tempo ad usare o perché aggredito da gente di cui si fidava, o perché aggredito all’improvviso da qualche sconosciuto. Ma questa seconda ipotesi viene subito scartata perché, interrogati tutti i compagni di gioco e di bevute, è chiaro che nel punto dove è stato trovato, mastro Paolo era in loro compagnia. E allora deve essere stato per forza qualcuno di loro.
Il Brigadiere Manganelli sospetta che qualche parte debbano averla avuta Gaetano Naccarato e suo figlio Carmine perché cadono in contraddizione: il primo giura di non essersi fermato a casa ma di essere andato in montagna, il secondo dice che suo padre era a letto che dormiva. Ad aggravere i sospetti sui due, secondo Manganelli, è il loro atteggiamento alterato e molto preoccupato. Stesso atteggiamento tenuto da Antonio, Giuseppe e Beniamino Porco. Nel suo verbale il Brigadiere precisa: Siamo più che convinti, inoltre, che Porco Giuseppe sia uno degli esecutori materiali del delitto e precisamente colui che vibrò il colpo al collo del povero Spanò poiché non si può e non sappiamo spiegare la sua titubanza nel rispondere alle nostre domande. Non è superfluo aggiungere che, sebbene Porco Giuseppe abbia solo 17 anni, pur tuttavia è abbastanza robusto e quindi ha potuto benissimo uccidere lo Spanò con arma da taglio e, con una piccola spinta datagli da Porco Giuseppe sia caduto giù dal sentiero e poi gli si sia gettato addosso e l’abbia sgozzato. Si è il fatto che si sapeva fra tutti coloro che accompagnavano lo Spanò erano quasi tutti ubbriachi, tant’è vero che Porco Beniamino vomitò parecchie volte. Invece Porco Giuseppe non poteva essere affatto ubbriaco perché quando rincasò cucinò pasta che mangiò con i peperoni, mentre prima disse che non appena recatosi a casa andò subito a letto. Manganelli riscontra delle contraddizioni anche tra le deposizioni dello stesso Giuseppe Porco e di Antonio Porco con quella di Beniamino Porco il quale sostiene che mastro Paolo non aveva denaro addosso, tant’è vero che gli prestò centesimi 30, mentre i primi due negano tal fatto.
Sul fatto che l’esecutore materiale sia stato Giuseppe Porco è d’accordo anche Francesca Aricò che ricorda un episodio di qualche tempo prima quando suo marito buon’anima e Giuseppe Porco avevano dormito insieme per lavoro e, svegliatosi, scoprì che gli mancavano 50 lire dal portafogli: “Quello leva le uova da sotto le galline senza farsene accorgere” le avrebbe detto suo marito che, tuttavia, preferì non sporgere denuncia. E poi c’è il particolare di non poco conto: tutta la comitiva sapeva che mastro Paolo aveva in tasca il gruzzoletto ricavato dalla vendita delle tegole.
Per adesso le indagini si concentrano su queste cinque persone e Manganelli le dichiara in arresto. Interrogati, tutti si dichiarano estranei al fatto. La vedova di mastro Paolo insiste nelle sue accuse ma cambia un particolare: non sarebbe stato Giuseppe Porco a rubare le 50 lire a suo marito mentre dormiva, ma Francesco Naccarato, poi fornisce un possibile, per quanto flebile, movente dell’omicidio, oltre al furto
- Il povero mio marito si era adoperato per concludere il matrimonio tra Santo Porco , attualmente militare, e la sorella dell’imputato Beniamino Porco a nome Rosina. Ora, dopo l’efferato delitto, Maria Porco, madre di Beniamino, mi ha detto che mio marito l’aveva pregata di non far passare dinanzi la porta della sua abitazione il teste Policicchio Francesco, soggiungendole che dove aveva egli messo il piede per chiedere in isposa una ragazza, altri non dovevano porvelo. Inoltre, mi ha detto la mia comare Maria Porco, che mio marito le disse che per il matrimonio di Rosina si era procurato molte inimicizie
Intanto, nelle minuziose perquisizioni fatte nelle abitazioni dei sospetti non viene rinvenuto niente che possa essere ricondotto all’omicidio: né il coltello, né la rivoltella della vittima e né un qualsiasi indumento sporco di sangue.
Il Brigadiere Manganelli, indagando sulle ultime parole della vedova Spanò, esclude che Francesco Policicchio, ex sergente congedato perché ha perso il braccio destro in battaglia, possa avere aspirato alla mano di Rosina Porco, ma riferisce di una sibillina conversazione svoltasi tra la madre di Rosina e il padre di Francesco Policicchio: nel ragionare sull’ammanco del braccio del sergente Policicchio, il padre le disse che non aveva affatto pena perché l’ha tra i suoi e che per il suo avvenire gli avrebbe messo un negozietto facendolo sposare una ragazza che sapesse leggere e scrivere per la gestione del negozietto. Il fatto è che Rosina sa leggere e scrivere, ma è troppo poco per pensare a un omicidio che Francesco Policicchio avrebbe dovuto commettere affrontando quel pezzo d’uomo che era mastro Paolo col solo uso del braccio sinistro. In realtà anche le accuse contro gli altri cinque sembrano vacillare e l’avvocato Tommaso Corigliano ne approfitta per chiederne insistentemente la scarcerazione, ma il Giudice Istruttore la nega.
Intanto sul tavolo del Pretore di Amantea arriva una lettera anonima che indica i nomi di alcune persone che potrebbero sapere molto sull’omicidio e, in particolare, punta l’attenzione su una tale Carmela Raimondi, una forestera a Lago da un due anni e quasi di tanto in tanto in quanto si fa assentire di tante e tante cose
E poi ne arriva un’altra, con la stessa grafia, più particolareggiata. Questa volta l’anonimo fa il nome di quello che indica come responsabile della uccisione di mastro Paolo: ho appurato ch’è stato Domenico Chilelli, quel ladro che robò anche la signora Filomena Scanga e il molino del sig Vincenzo Palumbo. Vorrei dirvi altro ma non mi fa il mio cuore poiché non mi credeti, allora poteti chiamare come testimone al sig. Andrea Porco, pastore di Lago, quale in quella sera si trovava vegliando poiché i suoi cani avevano un forte abbaiare verso il posto dove fu ucciso quel disgraziato e che il signor Porco Andrea andò dove i cani abbaiavano, credendosi che fosse qualche lupo ma invece conobbe al Chilelli Domenico tutto spaventato correndo per la strada e la mattina fu trovato quel povero disgraziato.
L’avvocato Pietro Mancini, che rappresenta la parte civile, preoccupato dalla confusione che si sta creando tra accuse che vacillano, lettere anonime, strane manovre e la sostituzione del Giudice Istruttore – Carmine Di Francia ha preso il posto di Antonio Giannuzzi –, scrive al nuovo Magistrato una lettera di fuoco, temendo seriamente che gli imputati possano venire scarcerati. È l’8 gennaio 1918.
Il sottoscritto si appella vivamente alla vostra scrupolosa coscienza per chiedere che non l’indulgenza più arrendevole voglia usarsi per gli arrestati nel processo di assassinio che fortemente ha allarmato e funestato un mandamento intero.
Gli arrestati, che furono trattenuti per lungo tempo nelle carceri di Amantea, ebbero modo di concordare con i propri parenti, preparare le loro difese, far correre la voce che i detenuti sarebbero usciti, impedendo in tal modo la libera voce dei testimoni. Se quell’Egregio Pretore di Amantea (Tommaso Carnevale, nda), contro il quale si appuntarono le critiche della difesa dei Porco, avesse lontanamente dubitato della reità degl’imputati – egli che conosce uomini e cose ed interessi – né li avrebbe arrestati, né avrebbe seguito la istruzione contro di essi. V.S. noterà il premuroso desiderio degl’imputati di escludere dall’istruttoria il Pretore Carnevale.
Quando questa manovra è venuta a naufragare nella lodevole, ostinata resistenza di un Giudice Istruttore come Giannuzzi che, nativo di Aiello, conosce tutte le tristi abitudini di compiacenze che i testimoni di Lago e contorni sono usi a praticare, allora si è cercato di tentare qualche altra manovra che ha lo scopo unico ed esclusivo di sottrarre alla giustizia gli attuali arrestati.
Signor Giudice, quando costoro saranno liberi penseranno loro a far tacere o lusingare la gente. Il processo, insieme con l’escarcerazione degli arrestati, mandatelo anche in archivio. Accadrà per questo delitto quello ch’è successo per altri più gravi delitti consumati in quel paese. Più non diciamo. V.S. che ha mente e coscienza saprà intenderci.
Se la libertà dei cittadini è sacra, più sacra ancora v’è la loro vita. Non deve pensarsi né dirsi che qui in Calabria, nel territorio di Lago, si può impunemente uccidere.
Noi abbiamo fiducia nella sua giustizia, Signor Giudice Istruttore. E dalla sua giustizia aspettiamo un provvedimento ponderato ed onesto.
Ma la sua fiducia è mal riposta. Il giorno dopo Carmine Di Francia firma l’ordine di scarcerazione per tutti e cinque gli indagati, condizionandola al pagamento di una cauzione complessiva di 500 lire, che viene prontamente versata dall’avvocato Corigliano, e al divieto di recarsi a Lago per un mese con obbligo di recarsi immediatamente al domicilio coatto di Amantea.
I cinque vengono scarcerati, ma nessuno rispetta l’obbligo di dimora. Il comandante della stazione dei Carabinieri di Amantea li ferma, li interroga e denuncia subito la trasgressione senza tuttavia arrestarli. Tommaso Corigliano, forse per una cattiva comunicazione, crede che i suoi assistiti siano stati arrestati e presenta una nuova istanza di scarcerazione scatenando un putiferio. Adesso le acque sono agitate e inevitabilmente intorbidite da sospetti e veleni.
In tutta questa confusione arriva un’altra lettera anonima che indica come autori dell’omicidio di mastro Paolo Spanò Carmela Raimondi e Domenico Chilelli, coadiuvati da altre due persone di cui non fa il nome. Il Brigadiere Manganelli indaga e scopre l’autore delle lettere anonime: Nicola Politano. Ma le accuse sembrano infondate perché Politano ha scritto le lettere  in quanto nutre un’antipatia per la Raimondi, una donna che non si fa i fatti suoi. Chilelli viene tirato in ballo in quanto, come abbiamo visto, è l’amante della donna. È il 19 febbraio 1918. Subito dopo Manganelli viene sostituito e tutto tace per un paio di mesi. Il primo maggio Pietro Mancini scrive di nuovo per lamentarsi
Il processo dorme sonni beati sul tavolo di qualche ufficio e la povera vedova del morto chiede invano giustizia…
Questo stato di cose – che V.S. dovrà far cessare – è assai triste e doloroso!!! Più giorni passano e più l’oblio ed il gioco di qualche protettore compiacente di Lago fanno scomparire indizi e prove.
È strano. Un delitto così grave che avrebbe dovuto spronare ed acuire tutta la ben nota indefessa attività degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria non ha avuto l’onore che di qualche affrettata indagine. Voglia V.S. scuotere i dormienti. Provocare l’andata alla stazione di Lago di altro, più solerte Maresciallo. Si sproni l’arma dei CC.RR.
In un piccolo paese tutto si sa se si vuol sapere…
V.S. ci ha sempre insegnato che la giustizia non sente privilegi. Che il sangue del povero merita la stessa protezione che il sangue di altri.
L’unico risultato che la parte civile ottiene è quello del ritorno tra i sospettati di Francesco Policicchio, colpevole di, così pare, essere rimasto da solo per pochi minuti, la sera del delitto, in compagnia del povero mastro Paolo Spanò. A questo punto il Pretore di Amantea ordina una perizia tecnica sul luogo del delitto con la presenza di tutti gli indagati e, fattili posizionare secondo le loro prime dichiarazioni, si convince che Policicchio deve per forza essere il responsabile del delitto, così emette un mandato di cattura nei suoi confronti con l’accusa di avere ucciso a fine di lucro. Le proteste sono vibrate per difenderlo, per difendere una mirabile figura di eroe di guerra. L’avvocato Corigliano, forte della scarcerazione degli altri imputati, sostiene che anche Policicchio è nelle stesse condizioni degli altri cinque, salvo che non siasi inventata una delle solite fanfaluche di fidanzamenti sfumati ad opera dell’ucciso come, con poca fortuna, si era cercato metter su contro uno dei precedenti prevenuti escarcerati. E poi c’è sempre l’impossibilità materiale di Policicchio a commettere un omicidio con le modalità con le quali fu commesso l’omicidio di mastro Paolo, l’impossibilità, col solo uso del braccio sinistro, di scannare un colosso, sempre armato, quale era lo Spanò.
Pietro Mancini aveva ragione a sostenere che le indagini sono state approssimative e frettolose. E, stando così le cose, la procura Generale non può che chiedere alla Sezione d’Accusa, attesochè sia la istruzione che le indagini dei carabinieri non hanno portato a nessuna luce nell’attuale processo per cui il buio è più pesto del primo momento,  di dichiarare il non luogo a procedere per tutti gli imputati. È il 28 marzo 1919. Due settimane dopo la richiesta viene accolta, gli imputati prosciolti e l’assassino (o, più probabilmente, gli assassini) di mastro Paolo Spanò resta sconosciuto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 16 maggio 2018

COME E' MORTA LA BAMBINA?


È il 3 febbraio 1926, verso mezzogiorno. Nella caserma dei Carabinieri di Mongrassano si sta preparando il pranzo quando si sente bussare alla porta. “Brutto segno” pensa il Brigadiere Giuseppe Ponzio, comandante la stazione. È un uomo che, imbarazzato, consegna al piantone un foglio piegato in due
- Per il Brigadiere… da parte del dottor Mario Manfredi, l’Ufficiale Sanitario
Ponzio apre il foglio e, man mano che va avanti nella lettura, il suo viso si rabbuia
Oggi, dietro invito del Sig. Sindaco, ho proceduto alla visita necroscopica di un feto.
Dall’esame mi risulta trattarsi di un feto nato a termine circa sette giorni fa. La morte data da circa 24 ore. Presenta in corrispondenza delle regioni laterali del collo numerose ecchimosi; al lato destro, al di sotto dell’orecchio, si nota un’impronta digitale. Ha il labbro inferiore ecchimotico e cianotico tutto il torace anteriore.
Ritengo che sul detto feto siano state praticate delle violenze esterne che ne hanno potuto determinare la morte violenta.
Sacramentando, il Brigadiere si rimette la divisa e va a chiedere maggiori informazioni al dottor Manfredi
- Mi ha mandato a chiamare stamattina Giuseppe Bruno, il Vice Segretario del Comune, per fare la visita di rito prima di autorizzare la tumulazione, non so come si chiamino i genitori…
- Qualche giorno fa venne al Municipio una certa Vittoria Rimedio di Cervicati, che esercita abusivamente per la campagna la professione di levatrice, a fare la denunzia di nascita di un bambino, pretendendo che risultasse dai relativi registri dello stato civile come riconosciuto solo dalla madre. Osservai che ciò poteva avvenire solo nel caso che quest’ultima, personalmente, nei cinque giorni dalla nascita, si fosse recata al Municipio a fare il riconoscimento del neonato – racconta il Vice Segretario –. Stamattina è venuta da me Carmela Zavattolo, accompagnata da Rosa Verta, per denunziare la morte di suo figlio ed ottenere il permesso di seppellimento, dicendo che il bambino era morto lungo la strada. Osservai alla Zavattolo che pel rilascio del permesso richiesto occorreva che il cadaverino fosse sottoposto a visita medica, che venne eseguita dal dottor Manfredi dietro invito da parte del Sindaco, per il resto non so altro
Ponzio comincia a chiedere in giro e viene a sapere che Carmela, 19 anni, il bambino lo ha avuto in concubinaggio con certo Golemme Anselmo da Cavallerizzo. E poiché diverse dicerie corrono nella bocca di tutti circa le cause che hanno determinato la morte del figlio della Zavattolo, alle ore 13 del giorno tre corrente, va a prendere la ragazza e la arresta, mentre fervono le indagini per stabilire le eventuali responsabilità di altri complici nell’omicidio, confusamente additati dalla voce pubblica.
Quando il Brigadiere interroga Carmela alla presenza di due testimoni, Beniamino Giambarella e Lorenzo Maierà, in seguito a stringente interrogatorio, scoppia la bomba
- Da circa un anno sono l’amante di Anselmo Golemme. Venuta incinta, lo stesso, unitamente a sua moglie Grazia Aloise, mi incitavano che io andassi a sgravare in un ospedale di Cosenza, adducendo che loro non volevano “muli” in casa
- Cioè stai dicendo che la moglie di Golemme sapeva tutto della vostra tresca?
- Si
- Continua
- Io mi rifiutai dicendo di voler sgravare in casa e perciò la moglie, gelosa del suo marito del quale io ero incinta, mi ha da quel giorno aumentato l’odio, dicendo: “Quando partorisci fai sparire il bambino perché altrimenti ti caccio da casa”
- Tu vivevi in casa con loro?
- Si… il giorno 24 gennaio 1926 mi sgravai dando alla luce un bambino ed allora la stessa Grazia Aloise mi disse ancora: “ora cosa ti credi, che rimani in casa col “mulo”? Fai sparire il bambino perché io non voglio vedere davanti ai miei occhi sangue di mio marito e che i “muli” stiano in casa mia!”. Io le risposi: “Tuo marito mi ha tolto l’onore all’età di 18 anni ed il bambino lo devo crescere perché un altro giorno mi desse del pane”. Però, il giorno due febbraio alle ore 9, lasciato il bambino nella mia stanza, mi recai per prendere dell’acqua ad una fontana distante circa 60 metri, lasciando il mio mantenuto con la propria moglie sulla soglia della casa. al ritorno che feci, dopo 30 minuti, notai con dispiacere che il bambino era sul letto ed annerito del collo e ancora caldo perché da pochi minuti era morto! Incominciai a gridare e piangere, la moglie intese le mie grida e venne nella mia stanza e, come se nulla fosse avvenuto, mi cacciò fuori di casa dicendo: “Stai zitta altrimenti andiamo tutti in galera!”. Uscita che fui dalla stanza, mi recai in cerca del mio mantenuto che si era portato nel proprio mulino distante circa 20 metri e gli chiesi come fosse avvenuta la morte del bambino ma questi, come se nulla fosse accaduto, disse: “Carmela, stai zitta che è meglio per tutti, vol dire che ora chiamo commare Divina Tudda e con questa porterete il bambino a Mongrassano dicendo che, mentre lo portavate per denunziare la sua nascita, è morto per la via perché da parecchi giorni aveva la tosse”. Così fece, si recò fuori di casa e tornò con Divina ed anche a questa disse: “Commare Divina, tu sola puoi aiutarci, si tratta che il bambino non si poteva tenere e perciò si è stati costretti… perciò ora, unitamente a Carmela lo porterete in paese e direte che mentre eravate per venire a Mongrassano, il bambino è morto…”. Io che non ho nessuno, mia madre è morta, mio padre è vecchio, non seppi come regolare, anche perché sapevo come la pensava male il mio mantenuto, unitamente a Divina Tudda portammo il bambino in paese dicendo che era morto per la via
Ponzio e i due testimoni si guardano allibiti, poi chiedono a Carmela se tutto ciò che ha raccontato è vero e ne ottengono conferma, le rileggono il verbale e Carmela conferma di nuovo tutto e quindi le fanno apporre il segno di croce sul verbale, firmandolo a loro volta. Poi Carmela conferma tutto anche quando è interrogata dal Pretore.
Ciò che bisogna fare adesso è andare in contrada Cataldo dove è la casa di Golemme e di Divina Tudda. Per prima Ponzio cosa interroga la commare la quale inizialmente racconta che il bambino è morto per strada mentre lo portavano al Municipio, poi cambia versione e dice, alla presenza di altri due testimoni, Emilio Martino e Giuseppe Sabato
- Alle ore 9 del due febbraio, fui chiamata dal mio compare Anselmo Golemme nella sua abitazione e mi disse le seguenti parole: “Commare Divina, mi devi fare il favore di accompagnare la mia mantenuta. Deve portare quel bambino, figlio di Carmela, il quale è stato ammazzato… arrivati a Mongrassano dovete dire che, mentre portavate il bambino per denunziarlo al Municipio per la nascita, è morto per istrada”. Subito mi volli rendere conto del fatto e vidi Carmela che, vicino al letto era disteso il bambino morto, piangeva dirottamente. Dopo pochi minuti io col bambino morto e la Zavattolo ci siamo recate a Mongrassano e, siccome il Municipio era chiuso, ci recammo nell’abitazione del Vice Segretario il quale si rifiutò di fare l’inscrizione allo stato civile per la nascita, siccome era già morto
Ponzio ripete la stessa procedura, rilegge il verbale, ottiene la conferma di Divina Tudda e tutti appongono la propria firma o il segno di croce.
Ma ormai tutto questo schifo è di dominio pubblico e suscita molto clamore, il Brigadiere arresta la Tudda e va a casa di Golemme per arrestare marito e moglie. Anselmo non c’è, nessuno sa dove sia, e sua moglie dice di nulla saperne, aggiungendo in tono reciso che essa vide partire dalla sua abitazione Tudda Divina e Carmela insieme col bambino vivente per andare in paese, ma è inutile, Ponzio le fa mettere i ferri ai polsi e la fa portare in caserma.
I risultati dell’autopsia sono molto controversi. In una prima relazione i periti riferiscono che sono stati rilevati iperemia delle congiuntive palpebrali, cianosi alle pinna nasali ed alle labbra. Tali segni, non vagliati nel verbale redatto, sono dovuti a morte per asfissia, scartando completamente l’ipotesi, suggerita dai segni sul collo del bambino, di una morte dovuta a strozzamento. Poi aggiungono che, pur ritenendo che causa della morte sia stata la polmonite riscontrata nel polmone destro, non hanno elementi per escludere che questa asfissia possa essere stata provocata da soffocamento. Benissimo!
Qualche giorno dopo, però, presentano un’altra relazione nella quale chiariscono che la morte per soffocamento può essere devoluta o a materiale insufflato nella trachea o a panni, cuscini posti sulle vie aeree esterne e quindi nessuna lesione dei comuni tegumenti può essere repertata. L’impronta digitale e le ecchimosi, sono lesioni post mortali pei caratteri anatomici delle lesioni stesse e perciò, non essendo state prodotte in vita, esse non hanno alcuna relazione con la causa che ha prodotto la morte del bambino. Insomma, ancora non si capisce come diavolo sia morta quella creatura innocente.
Dopo qualche giorno il Pretore mette a confronto Carmela e Grazia, amante e moglie. Si prevedono scintille.
Grazia Aloise: Puoi negare che il 2 febbraio, facendo giorno, mi chiamasti ed annunziasti che il neonato era morto e che alle mie domande rispondesti che egli cessò di vivere mentre lo tenevi in braccio per farlo succhiare?
Carmela Zavattolo: Quanto tu affermi è vero e se alla Giustizia riferii in modo diverso, ciò avvenne per il fatto che il Brigadiere mi mise paura col dire che sarei stata condannata con una pena grave se non avessi dichiarato nel modo in cui ebbi a deporre davanti al Giudice. Aggiungo, in modificazione del mio interrogatorio precedente, che non fui ad attingere acqua alla fontana nel momento in cui il bambino morì e che non è vero tutto ciò che riferii a carico di te e di tuo marito. Ripeto che mio figlio è morto mentre lo tenevo in braccio in seguito ad un colpo di tosse convulsiva di cui soffriva da quattro o cinque giorni
Colpo di scena! Carmela ha calunniato e simulato un reato gravissimo. Il Brigadiere Ponzio è furibondo, non ci sta a passare per uno che estorce confessioni e chiama in causa i testimoni i quali confermano che l’interrogatorio di Carmela è stato regolarissimo e non sono state fatte minacce. Ritratta anche la commare con le stesse motivazioni, dicendo però che il bambino sarebbe morto, come le raccontò Carmela, durante la notte mentre era a letto accanto alla madre che dormiva, contraddicendo ciò che ha affermato Carmela stessa. Anche in questo caso i testimoni negano qualsiasi condizionamento o minaccia da parte dei Carabinieri. Anche il Pretore e il Pubblico Ministero sono furibondi:
La versione della morte naturale, tardiva invero, veniva dagli imputati impostata solo quando, procedutosi all’autopsia, essi potevano aver saputo che in uno dei polmoni del bambino eransi riscontrati i segni di una polmonite in germe. Senonchè a tale seconda versione non si può prestar fede. Innanzitutto, specie la Tudda non avrebbe avuto alcun interesse a mentire nel primo momento, riferendo della confessione del misfatto fatto dai coniugi Golemme-Aloise. Secondariamente non è verosimile che i RR.CC. abbiano, come la Zavattolo e la Tudda affermano nelle loro tardive dichiarazioni, indotto esse ad accusare i coniugi Golemme-Aloise, che essi non potevano manco lontanamente sospettare interessati alla soppressione del bambino della Zavattolo. E in terzo luogo la dichiarazione fu dalla Tudda resa in presenza di testimoni e trascritta e confermata ancora in loro presenza e i testimoni affermano che tale dichiarazione non fu affatto estorta ma spontanea.
Gli abitanti di contrada Cataldo adesso sono divisi tra chi accusa Golemme e sua moglie di avere ucciso il bambino e chi dichiara che Grazia Aloise voleva molto bene a Carmela, tanto che fece chiamare la levatrice per assisterla durante il parto e che subito dopo le somministrò del brodo, nonché tagliolini e carne.
In tutto questo, Anselmo Golemme è sempre uccel di bosco.
La linea della Procura è quella di ritenere responsabili dell’omicidio Anselmo Golemme e sua moglie Grazia Aloise, riservando a Carmela e Divina Tudda il ruolo di favoreggiatrici. La Tudda perché si prestò a far credere fosse morto naturalmente un bimbo che sapeva invece essere stato ucciso; Carmela per non aggiungere alla perdita del figlio, ormai irreparabile, anche quella del fondo [del Golemme] e del pane che questo le dava. Così, il 4 giugno 1926, la Procura Generale chiede il rinvio a giudizio di Anselmo Golemme e sua moglie Grazia Aloise per omicidio premeditato e delle altre due per favoreggiamento, chiedendo la scarcerazione di entrambe.
La richiesta viene accolta dalla Sezione d’Accusa il 16 luglio successivo.
Finalmente, il 14 ottobre 1926 Anselmo Golemme si costituisce e aspetta in carcere che inizi il dibattimento fissato per il 14 febbraio 1927.
Ci vogliono due udienze per arrivare a sentenza. Il 16 febbraio 1927 la giuria assolve tutti gli imputati per non aver commesso il fatto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 13 maggio 2018

LA RAGAZZA CON LA PISTOLA


Evelina carissima
Ti mando questa lettera perché prima di dare parola con te in persona voglio che tu ripassi come venne la cosa e come dovevo fare per potere eseguire le parti se tu quando il 3 agosto a Reggio mi signasti della terribile sventura accaduta e che già in quel giorno tutto avevo combinato col laltra e i suoi genitori stessi. Ciò che venne fatto il suddetto per sollevare questa ragazza dalle torture e dalle pene, in quanto sposarla come ti anno detto che io la sposerò sabato, cioè domani, questo non è vero; il giorno non lo dichiarato perché prima avrei piacere passare la visita per vedere come stanno le cose. Il fatto è che le parole che meno mi garbano sono quelle che mi disse tuo fratello ieri sera. Mi disse che tu gli ai detto che io ti lusingai con un braccialetto per arrivare alle tue confidenze. Questo, Evelina, spero che non lo vorrai replicare perché se tu starai in ragione giuste, anch’io starò sulle buone parole perché, come sai come venne la cosa che io le prime parole ti dissi che la gente mi dicono che tu fai lamore con altri; tu mi giurasti di no ma io ti dissi se tu mi vuoi bene, e non sia vero, presto mi darai confidenze per prova. Tu sai quale proposta mi ai fatto: “si accetterò ma voglio l’anello da fidanzata”. Io a questo non mi rifiutai, allora il d’accordo venne di trovarti a Reggio e tu ai preferito il braccialetto e non lanello. Queste furono le lusinghe venute dalla tua bocca, prego! Perché se tu vuoi far conoscere ai tuoi genitori che io ti abbia lusingata, questo non è vero perché nelle condizioni dove tu ti trovavi non credo che fossero vere le lusinghe. Tutto se io volessi cambiarti per tutto, per liberarmi di te, ma non ò piacere di eseguire cose non giuste. Potrei dire, senti Evelina io ti lasciai sulle prime confidenza perché non ti trovavi sulle condizioni che tu dovevi essere. Ma io di questo non ne parlo perché quel che fu successo sarà stato d’amore e non di capriccio. Ma questo non è lo scopo che io voglio adoperare contro di te perché quel che feci con te lo feci d’amore e nullaltro. Non voglio dirti parole dodio perché quanto non posso soddisfarti ora, potrò soddisfarti nell’avvenire e ti dico, in verità, contro di te e i tuoi genitori il delitto e il dispiacere è più terribile qi quanto si possa immaginare al mondo. Ma per te quanto posso fare è tutto questo altrimenti non saprei come mi ai detto oggi a Reggio perché sono andato a fare la promessa con questa donna, perché fu lei la prima a svelare tutto. E mentre per lei eseguisco, anche tu mi portasti le parole terribili, adolorato quanto mai della tua bontà, di te e della tua intera famiglia. Potevo venire io in persona oggi come nostro d’accordo, commettevo un secondo delitto. Ma voi che prima tu ripassi come venne la cosa e come riguardo linsieme e dopo volentieri parlerò con te di quanto segue, ma io venire oggi, tutte le parole che potevo dire erano queste. Capisco che tu ai ragione per indispettirti. Anche io, avendo ancora più alterazione per altri affari e certo difficilmente nel venire potrebbe andar bene. Dopo parleremo da soli in qualche posto e se vuoi minacciare ai i pieni diritti e io in qualunque maniera non farò resistenza, perciò farai come credi.
Ermete
Evelina Tamagnini ha 21 anni, è di San Tomaso della Fossa, una frazione di Bagnolo in Piano in provincia di Reggio Emilia, e fa la ricamatrice. Quando verso la fine del 1916 conosce Ermete Faccenda, ventiseienne commerciante di tessuti di Novellara, a pochi chilometri da casa sua, in paese qualcuno dice che ha fatto all’amore con un paio di giovanotti ma molti altri giurano che non è vero. Il fatto è che tra Evelina ed Ermete sembra essere scoppiata una passione travolgente e, tra una promessa e l’altra, verso i primi di giugno del 1917 la ragazza rimane incinta. E qui cominciano i guai perché Ermete non è più così certo, al di là delle parole d’amore che le scrive, della sua passione, così si fidanza ufficialmente con la diciannovenne Elvina Camellini, ma ad Evelina dice che è stato costretto a farlo per paura del padre della ragazza.
Come abbiamo letto nella lettera, nell’imminenza delle nozze tra Ermete ed Elvina, i problemi si fanno più seri perché adesso si è messo di mezzo il fratello di Evelina, Alfeo, rientrato dal fronte con una licenza di convalescenza di 30 giorni.
Ferragosto è passato da due giorni e il caldo della pianura padana è opprimente. Evelina suda pedalando nel primo pomeriggio sulla strada che da casa sua porta a Santa Maria di Novellara, ma ciò che le bagna il viso è sudore misto a lacrime di rabbia.
A sinistra della strada, l’abitato comincia con un grosso fabbricato ove è sita la Cooperativa di Consumo. Di fronte c’è l’abitazione di Ermete. Evelina vede le costruzioni da un sentiero nei campi, non vuole farsi vedere sulla strada, così continua a pedalare e si ferma una cinquantina di metri oltre la casa di Ermete, davanti alla casa di Annita Tondelli, trentenne massaia
- Buongiorno, posso avere un bicchiere d’acqua? – fa Evelina alla donna che conosce appena, la quale, da parte sua, nota subito il suo contegno ilare ed amabile, nonché il suo bel vestitino
- Ma certo! Con questo caldo! – le due donne entrano subito in sintonia, poi Evelina dice
- Avrei bisogno di parlare con Faccenda Ermete, lo puoi far chiamare?
Annita è un po’ perplessa, poi, davanti alle insistenze della ragazza e ai due soldi che porge ad un suo nipotino, acconsente
- Mi raccomando, devi dire a Ermete che lo cerca la zia Annita, hai capito? – il ragazzino annuisce e, rimaste sole, Evelina racconta la sua storia alla nuova amica.
Ermete arriva dopo pochi minuti e resta sorpreso nel trovarsi davanti la sua amante, ma temendo che Evelina possa mettersi a urlare in mezzo alla strada accetta di restare e ascoltare ciò che ha da dirgli. Annita da parte sua, per evitare che i vicini li vedano, acconsente ad accoglierli in casa e li lascia da soli nella ampia stanza d’ingresso, mentre lei se ne va in cucina ma, avendo lasciato la porta aperta, sente tutto
- Ti sei scordato le promesse che mi hai fatto, che hai fatto alla mia famiglia? E il braccialetto che mi hai regalato per fede? E le spese sostenute per quella promessa? Adesso sono incinta e devi sposarmi!
- Ma… prima di te ho messo incinta la Elvina e devo sposare lei… ma stai tranquilla che questo matrimonio non è coronato da pieno accordotra sei mesi mi separo e torno da te…  se ti piace così, altrimenti ti ricordo che tu non eri come dovevi essere quando ti sei data a me
- Dici questo per uscire dall’impegno – gli risponde quasi con indifferenza. Su quel tono il discorso durò a lungo, poi Annita sente dire ad Evelina con tono risentito – Vigliacco! Per forza non ti sposerei nemmeno io! Adesso mi devi solo pagare l’onore che mi hai tolto!
- E quanto vale il tuo onore? – le risponde ironicamente
- Dieci biglietti da mille!
- Ti do cinquecento lire, non di più
Tra i due nasce una specie di trattativa sul valore dell’onore della ragazza che Ermete mantiene fermo alla sua proposta originaria, mentre Evelina cala progressivamente fino a mille lire.
A questo punto arriva Alfeo, forse a conoscenza delle mosse di sua sorella
- Vi siete combinati? – si informa
- Io sposerò l’altra – gli risponde Ermete
- Dalle mille lire e facciamola finita!
- Io do cinquecento lire… del resto te le do per riguardo a tuo fratello perché a te non darei niente!
- Visto che sono tutte e due incinte fai una cosa, la migliore – interviene di nuovo Alfeo –, non sposare né l’una, né l’altra
- Io sposerò quella là!
La questione va avanti ancora un pezzo quando Evelina, con accento arrabiato proruppe dicendo
- Vai, vigliacco, a prendere le cinquecento lire perché voglio svincolarmi da te e non ti voglio più guardare in faccia!
Forse è la volta buona per chiudere questa brutta vicenda. Ermete si avvia verso casa sua per prendere i soldi ed Evelina con suo fratello entra nella stanza dove è Annita. Sembra tutto calmo. Pochi minuti stiedero lì e quindi ritornarono nell’andito dove si posero a parlare fra di loro a bassa voce. Come tornò il Faccenda, ambedue si trovavano in piedi nell’andito, quegli porse alla Tamagnini un involtino di carta moneta e mosse per allontanarsi
- Torna indietro un po’ – fa Evelina all’improvviso. Ermete la accontenta e lei continua – dunque non mi vuoi mica?
- Prendo quella lì – insiste
- Segui il mio consiglio, non prendere nessuna delle due, ti conviene – interviene Alfeo
- Prendo quella lì… – e fa per uscire di casa. Evelina gli va dietro, si avvicina alla sua bicicletta che ha lasciato nell’andito, apre la sua borsetta appesa al manubrio, prende una rivoltella a sei colpi, la punta alle spalle di Ermete e fa fuoco. Per fortuna il colpo va a vuoto e il giovane scappa
Annita è in cucina quando sente la detonazione. Si volta tutta spaventata e vede del fumo nell’andito, il Faccenda che scappava ed il Tamaglini Alfeo a fianco della sorella sulla sinistra a distanza di circa un metro. Evelina si mette a correre dietro Ermete ed Alfeo dietro la sorella, incitandola con voce soffocata e bassa (in modo che io sola potei udirlo, racconterà Annita)
- Dai, ammazzalo del tutto quel vigliacco!
Ermete deve percorrere pochi metri per mettersi al sicuro in casa sua, si gira per vedere cosa fa Evelina che proprio in questo momento fa fuoco di nuovo da non più di 4 metri. Il proiettile lo centra sotto l’ascella sinistra perforandogli prima il polmone, poi il cuore e, infine, anche l’altro polmone, ma nonostante ciò, barcollando, riesce a percorrere qualche altro metro, poi stramazza a terra.
Un ragazzo, Fortunato Gasparini, è davanti alla porta di casa sua e accorre per soccorrerlo ma, mentre si accinge a sollevargli il capo, arriva Evelina che fa fuoco altre tre volte dicendo
- Troio di un vigliacco e di un assassino
Nel mentre esplodeva l’ultimo colpo sopraggiunse di corsa il di lei fratello ed, afferratala, le strappò di mano la rivoltella che gettò nel campo. Essa cercò di svincolarsi dicendo “Lasciami che lo voglio pestare” ma lui, continuando a trattenerla, le disse “Troia di una bagascia, cosa ci vuoi fare altro?”.
Poi Alfeo riesce a trascinarla in una casa vicina mentre Evelina continua a urlare fuori di sé e cogli occhi fuori dalla testa
- Lasciami andare che se non è morto lo ammazzo del tutto!
Dopo un po’ si calma, la mettono su di un biroccino e la portano a casa, mentre il fratello torna da Annita per riprendere la bicicletta
- Che bel lavoro che siete venuti a fare! – lo rimprovera la donna
- Tacete sposa… – le risponde con contegno mortificato, poi se ne va
Il Maresciallo Maggiore Angelo Federici, comandante della stazione di Novellara, arriva sul posto poco più di un’ora dopo. Constata sommariamente i fatti mentre i suoi uomini rinvengono la rivoltella di piccolo calibro con cinque cartucce esplose ed una intatta, poi va a casa di Evelina e la arresta
- Io non potevo sopportare l’abbandono – esordisce –. Nella penultima domenica, vedendo che non rispondeva affatto alle mie lettere, lo fermai in Santa Maria della Fossa in mezzo alla strada e a molta gente. Domandatogli perché non mi aveva risposto, incominciò col dire di non avere ricevute le mie lettere che gli avevo spedite per posta e poiché insistetti nelle mie esortazioni di riparare al mal fatto, mi ingiunse di non affrontarlo più in quel modo perché altrimenti mi avrebbe ripudiato completamente. In seguito gli mandai altre lettere per mano delle mie sorelle e anche di mio padre e lui a non rispondere. Soltanto disse a mio padre che riconosceva che avevo ragione, che egli era stato uno stupido ed un ignorante a fare quello che fece, ma riconoscendo i miei diritti non poteva sposarmi avendo già promesso di sposare quell’altra. Infatti, egli appena abbandonato me aveva incominciato a fare all’amore con certa Camellini Elvira colla quale, come in seguito ho saputo, erasi trovato in rapporti intimi fino a tre anni prima. Ieri l’altro mi fu assicurato che il Faccenda doveva sposare al più presto la Camellini. Tornai a casa disperata informando mio fratello Alfeo che ero stata resa incinta da Ermete e nella sera andò a trovarlo esortandolo ad abbandonare l’idea di quel matrimonio, almeno fino a che mi fossi acquietata, senonchè lui rispose di non potere differire per non volere fare cattiva figura con i propri parenti ed aggiungendo che aveva preparato il corredo nuziale ed il letto. Mio fratello mi informò dell’esito di quel colloquio e tutta la notte non ebbi requie e ieri mattina andai a trovare la casellante di San Tomaso e le domandai il revolver in prestito col pretesto di uccidere un galletto il quale nella notte restava sempre fuori impedendomi di dormire. Rientrata a casa con il revolver, lo nascosi e poi, per suggerimento di mio fratello, mi condussi a Reggio nella speranza di rivedervi Ermete, senonchè non riuscii sulle prime a vederlo e mi condussi da un avvocato per chiedergli un consiglio sul da farsi. L’avvocato Lasagni mi rispose che avevo certamente dei diritti, li facessi valere mettendogli paura con qualche espresso o telegramma per mandare a monte quel matrimonio, come io stessa gli avevo prospettato. Come gli dissi che ero disposta anche a degli eccessi, se egli non mi avesse sposata, tornò a dirmi che se avevo dei diritti potevo fare quel che volevo. Lascia all’avvocato £ 10 in compenso del consulto e altre 5 per provvedere a spedire il telegramma o l’espresso che doveva pensare lui stesso a scrivere. Venuti via dall’avvocato, girando per Reggio ci imbattemmo in Via Emilia con Ermete. Fermatolo, gli domandai se fosse vero che doveva sposare la Camellini ed egli, confermando di non poterne fare a meno, rifiutò di dirmene nel momento la ragione, promettendomi che sarebbe venuto a casa mia a dirmi l perché. Poiché mi premeva di essere informata al più presto, gli proposi di tornare con noi a San Tomaso, rispose che aveva il cavallo allo stallo e si allontanò per andarlo ad attaccare. Io e mio fratello gli stemmo dietro col nostro biroccio, senonchè giunti allo stallo non ve lo trovammo, né più vi fece ritorno, cosicchè, dopo averlo atteso un bel pezzo ce ne tornammo a casa. Giunta a casa, fino alle ore 15 lo attesi invano e così, posto il revolver nella mia borsetta, tolsi la bicicletta e di nascosto alla mia famiglia, attraversando campi e sentieri, mi condussi a Santa Maria e andai nella casa di Tondelli Annita, alla quale mio fratello, ieri stesso appena tornato da Reggio, era andato a fare viva raccomandazione perché essa e suo marito persuadessero Ermete a dilazionare almeno il matrimonio fino a che mi fossi acquietata. Poiché essa mi assicurò di non avere avuto tempo di conferire con lui e che il di lei marito era andato a Reggio donde ancora non aveva fatto ritorno, dati due soldi ad un bambino, lo incaricai di andarlo a chiamare a nome di Annita. Di lì a poco venne e, presente Annita, lo scongiurai e lo supplicai ripetutamente a non sposare la Camillini, dicendogli che a tale condizione mi sarei anche acquietata se non avesse sposato neppure me, ma egli fu irremovibile dicendo che aveva paura del padre della Camillini, il quale era un avanzo di galera che poteva piantargli un coltello davanti e un altro di dietro. Soggiungeva che appena si fosse stancato di quella mi avrebbe sposata, volendo con essa fare solo il matrimonio religioso e che intanto mi dava dei denari perché io nascondessi a tutti la mia gravidanza. Respingendo ambedue quelle proposte, lo abbracciai e piansi supplicandolo con maggiore energia, ma egli mi respinse brutalmente. Nel mentre sopraggiunse mio fratello portandomi tre lettere che aveva mandato a casa di mio padre lo stesso Ermete appena tornato da Reggio. Avendogli domandato che cosa avesse scritto, rispose: “Proprio quello che ti ho detto adesso…”. Pregami mio fratello a provare lui di persuaderlo perché io non me ne sentivo più forza, ma lui era irremovibile, onde mio fratello passò in una camera e si pose a piangere. Tornai da Ermete facendo altri tentativi riusciti infruttuosi. A certo punto, cavate di tasca 550 lire me le porse esortandomi a metterle nella borsetta verso la quale allungò la mano ed io, che avevo appesa la borsetta al manubrio della bicicletta, insistendo nel dire che non avevo che farmene  di quel denaro, alle sue insistenze, aperta la borsetta vi posi dentro quel denaro con una mano, nel mentre con l’altra ne cavai fuori la rivoltella di nascosto a lui. Reiterai le mie supplicazioni ma lui, sempre irremovibile, alzatosi da sedere mosse per allontanarsi. Appena passata la soglia, chiamatolo, gli mostrai la rivoltella dicendogli che mi sentivo capace di trarre la mia vendetta con quell’arma. “Fai quello che vuoi, ma io non posso cedere” mi rispose. Allora gli tirai un colpo a distanza di due o tre passi, che credo sia andato a vuoto. Scappò subito in strada da me inseguito a breve distanza e in un momento che si voltava indietro a guardare, ne sparai un altro e subito è caduto sul margine della strada. Fuori di me mi gli appressai e gridando gli esplosi altri due o tre colpi e frattanto fui afferrata per di dietro da mio fratello che mi buttò da una parte strappandomi la rivoltella, che lanciò in mezzo ai campi
Sottoposta a visita ginecologica, Evelina risulta essere al terzo mese di gravidanza, quindi non ha mentito su questo punto, ma la testimonianza di Annita, le contraddizioni tra le due versioni e il fatto che si sia procurata l’arma il giorno prima dell’omicidio inducono gli inquirenti a sospettare che la ragazza abbia premeditato il delitto. Gli inquirenti mettono anche in rilievo le contraddizioni che pesano su Alfeo Tamaglini, convincendosi che ha avuto un ruolo decisivo nell’omicidio e lo arrestano, ma c’è un problema: di chi è la competenza a giudicare il suo – eventuale – coinvolgimento essendo un militare in servizio? Comincia così un viavai di carte tra la Procura del re di Reggio Emilia e il Tribunale Militare di Firenze, competente per territorio. Questo palleggiamento di competenze si protrae per oltre sei mesi senza che la Procura del re di Reggio Emilia chieda proroghe alle indagini ed Evelina viene rimessa in libertà provvisoria.
- Seppi dal parroco che mia sorella si sarebbe recata a casa di Annita – si difende Alfeo – perché era stata da lui, così andai a cercarla lì, la trovai che stava discorrendo con l’Ermete e le consegnai delle lettere, dopo insistevo perché l’Ermete non sposasse la Camillini ed egli ripeteva che era impegnato e fu lui a proporre denaro a mia sorella. Protestammo entrambi dicendo che non era questione di denaro ma di onore. Mia sorella diceva che la cosa non poteva essere messa a tacere neanche con diecimila lire ed egli continuava ad offrire lire cinquecento che aveva in casa, per mettere mia sorella in condizione di partorire fuori dal paese. Per tagliar corto ad una discussione incresciosa, gli dissi di andare a casa sua, persuaso che non sarebbe più ritornato e, appena allontanatosi, dissi all’Annita che l’Ermete non sarebbe più ritornato e tale era anche la sua convinzione. Invece tornò dopo pochi minuti e si mise a parlare con mia sorella. Mentre mi trovavo in cucina sentii un colpo d’arma da fuoco, balzai di colpo nel corridoio dove si trovavano i due, mi misi in mezzo a loro ma mia sorella sparò un altro colpo nel mentre l’Ermete stava fuggendo attraverso una porticina che immette nel porticato. Mia sorella balzò fuori dall’altra porta, feci per rincorrerla ma, ferito com’ero al piede sinistro che portavo ancora fasciato, mi era impedito di correre. Mia sorella intanto inseguiva l’Ermete sparando degli altri colpi. La raggiunsi, la disarmai della rivoltella che buttai sul campo vicino e la condussi a casa.
- Annita Tondelli riferisce che hai incitato tua sorella ad ammazzarlo…
- È assolutamente falso – ma non gli credono e resta in carcere
È il 16 maggio 1918 il giorno in cui la Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Modena emette la sentenza di rinvio a giudizio contro Evelina Tamaglini con l’accusa di omicidio qualificato dalla premeditazione e porto abusivo di rivoltella, ordinandone di nuovo l’arresto, mentre dichiara l’incompetenza dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria a giudicare Alfeo Tamaglini per concorso in omicidio qualificato e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale Militare di Firenze.
Per fissare la data del dibattimento bisogna aspettare ancora del tempo; intanto la guerra finisce e con la guerra finisce anche la legge marziale. Il 21 febbraio 1919 viene promulgato il Regio Decreto n. 160 che, all’articolo 5, ristabilisce la competenza dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria per reati soggetti alla giurisdizione militare perché commessi in tempo di guerra o comunque devoluti alla giurisdizione militare da bandi o leggi speciali emanati durante la guerra. È proprio il caso di Alfeo, il quale, il 27 aprile 1919, viene rinviato a giudizio dalla Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Modena. Adesso si può fare sul serio e il dibattimento viene fissato per il 3 novembre successivo presso la Corte d’Assise di Reggio Emilia.
In 3 udienze, nelle quali emerge la figura della vittima come quella di un impenitente libertino che amava dare fastidio alle donne giurando che avrebbe sposato solo quella che mi resisterà, si arriva alla sentenza: è il 6 novembre 1919 quando il Presidente della Corte annuncia che Evelina Tamagnini, sebbene abbia ucciso Ermete, non è colpevole di avere commesso l’omicidio, ma piuttosto è colpevole di avere portato fuori dalla propria abitazione una rivoltella senza aver pagata la tassa prescritta e la condanna alla pena pecuniaria di lire 180 ed al pagamento delle spese processuali. È ovvio che se Evelina non è colpevole, non può esserlo nemmeno Alfeo che viene assolto.
Ah! Un’ultima cosa. Ad Evelina vengono sequestrate le 550 lire ricevute da Ermete a garanzia delle spese.[1]
  




[1] ASRE, Processi Penali.