mercoledì 9 maggio 2018

IL CECATO DI LAGO


È l’antivigilia di Natale del 1893. Bruno Scanga, alias Preferito sta passando per Via San Giuseppe a Lago. Ha più di settant’anni, i capelli e la barba, che porta quasi intiera, sono quasi bianchi; indossa giacca, panciotto e calzoni di stoffa ordinaria del color di cece sporco, camicia di tela e calzatura cosiddetta “zampitta”. È cieco di un occhio e i monelli perciò ordinariamente lo ingiuriano dicendogli “cecato, cardillo, richiamo, ziculì” (prendendo argomento dai cardellini e dai fringuelli che soglionsi acciecare perché cantassero). Quel pomeriggio quando alcuni ragazzini lo vedono, istigano un bambino di 8 anni, Giuseppe Palumbo, a prenderlo in giro. Il piccoletto obbedisce e Scanga, per allontanarlo e castigarlo lo percosse con un bastone di cui andava munito e lo fece cadere a terra.
- Zu Cì, ‘u cecatu ha minatu a Peppinu – Francesco Coscarella ha 13 anni ed è sulla soglia della bottega di suo zio Francesco Perri, sarto di 64 anni, e zio anche del piccolo Peppino.
Il sarto esce dalla bottega come una furia, affronta Scanga, gli strappa il bastone dalle mani e lo colpisce ripetutamente in testa. Scanga cade a terra sanguinante, si guarda intorno e col suo unico occhio vede parecchie persone che trattengono il suo aggressore
- Siatemi testimoni che mi ha menato, vado a querelare Cicco Perri – dice mentre lo aiutano a rialzarsi. Poi, barcollando, si avvia verso casa
Arrivato all’incrocio su Via San Giuseppe dove deve svoltare, si ferma e torna indietro. Sulla porta della bottega di Francesca Abate si ferma e alla domanda della donna, che lo vede tutto insanguinato, su cosa gli sia successo, risponde sibillinamente
- Non dubitare Ciccu Perri che ora ti aggiusto io
La casa di Bruno Scanga è quella del custode del cimitero di Lago, Luigi Turco, che gli offre vitto e alloggio in cambio del suo aiuto a scavare fosse e tenere pulito il cimitero
- Brù, che t’è successo?
- Sono stati i miei peccati… sono caduto… – poi si siede accanto al fuoco e si medica la ferita con qualche rimedio di quelli del volgo
La mattina seguente Bruno ha dimenticato la sua voglia di vendetta, querela o cosa altro gli sarebbe potuto venire in mente; ha solo un po’ di mal di testa ma va regolarmente al cimitero ad aiutare il suo amico. Ci sono da scavare alcune fosse e non si può perdere tempo. Ma dopo un paio di ore deve smettere
- Luì, mi sientu tuttu ciuncu… me ne vado a casa e mi metto al fuoco…
Nei giorni successivi non andrà a lavorare né a chiedere l’elemosina come fa spesso, ma resta a casa vicino al fuoco, lagnandosi di un generale malessere, di dolori alla testa e di aver perduto l’appetito ed infatti mangiava pochissimo. Poi tutto cambia all’improvviso. La mattina del 4 gennaio 1894 sta malissimo, sembra in agonia e Luigi Turco fa accorrere il medico del paese, Giovanni Gatti, che lo visita e scuote la testa, il povero Bruno ha perso conoscenza e gli muore tra le mani. L’unica cosa strana che il medico nota sul corpo del morto dopo averlo esaminato attentamente è una lesione dei comuni tegumenti a bordi suppuranti sulla gobba del parietale sinistro, ma, in tutta coscienza, non è in grado di precisare se la morte si debba attribuire alla lesione descritta o ad altra malattia. Per non sbagliare, sapendo dell’aggressione di quasi due settimane prima, fa avere la notizia ai Carabinieri.
E così il Brigadiere Giuseppe Ripepi, comandante la stazione di Lago, va a constatare personalmente la lesione descrittagli dal medico, si insospettisce e vuole vederci chiaro. Va a trovare Francesco Perri ma scopre che, appena si è sparsa la voce del decesso del cecato, si è allontanato dal paese per ignota destinazione. Due più due fa sempre quattro. Ripepi telegrafa immediatamente al Pretore di Amantea, Giuseppe Sposato, esternandogli i suoi sospetti e questi, quattro giorni dopo, si reca a Lago con un medico al seguito per effettuare l’esame autoptico.
Giudico che l’individuo a cui appartiene il cadavere qui presente morì esclusivamente ed unicamente per congestione intensa delle meningi prodotta da trauma riportato sul cranio.
Viene subito spiccato un mandato di cattura nei confronti di Francesco Perri ma bisognerà aspettare perché del sospetto non ci sono tracce. Intanto le indagini proseguono interrogando vari testimoni
Il primo a rispondere alle domande del Pretore è il ventenne calzolaio Aristide Caruso
- Vidi che Francesco Perri uscì dalla bottega e corse in aiuto del bambino, cercando di strappare il bastone dalle mani dello Scanga. Ne venne allora tra i due una specie di colluttazione, ossia un tira e molla e ad un certo punto lo Scanga perdè l’equilibrio e cadde a terra col corpo in arco in modo che battè col capo sul selciato della via e si produsse una ferita. Quindi immediatamente si alzò e si diede a fuga dicendo: “Mi sono rotto il capo… mi sono rotto il capo…”. Non è vero che il Perri abbia percosso lo Scanga collo stesso bastone di costui, anzi io vidi che quando esso Scanga cadde a terra, egli se ne rientrò pacificamente nella bottega. Tre o quattro giorni dopo del fatto rividi lo Scanga e mi disse che si era rimesso al lavoro
Tutto il contrario di quanto in un primo momento era emerso. Ma i testimoni che parlano dopo di lui lo smentiscono categoricamente e Caruso capisce che è meglio per lui se dice tutta la verità
- Ritornando a quanto deposi ieri, modifico intieramente la mia deposizione perché non è stata vera e la ragione di ciò si fu che io mi trovavo convulso e mi imbrogliai nel raccontare i fatti… – poi li racconta come tutti gli altri, cioè che Perri ha tirato delle bastonate in testa a Bruno Scanga. Evidentemente qualche cardellino o fringuello gli ha spiegato a cosa va incontro un falso testimone.
Finalmente, il 23 febbraio 1894, Francesco Perri si costituisce e si difende
- Nel pomeriggio del ventitre dicembre mi trovavo a lavorare nella mia bottega da sarto sulla strada San Giuseppe in Lago quando un mio giovine a nome Francesco Coscarella mi disse: “Guarda, Bruno Scanga ha tirato due bastonate a tuo nipote”. Ciò infatti era vero ed il mio nipotino Giuseppe era caduto a terra in seguito alle percosse ed implorava aiuto. Allora corsi subito in strada dove era avvenuta la scena e mi diedi a soccorrere il ragazzo, senza avere in animo di inveire contro lo Scanga, ma questi, sospettando quel che non era, cercò avventarsi contro di me impugnando il suo piccolo bastone e prendendo anche un sasso da terra. io non feci altro che cercare di togliergli il bastone dalle mani, egli me lo contrastò e con qualche urto che io, involontariamente, gli avrò potuto dare cadde a terra e in questo modo dovette ferirsi, cioè percuotendo il capo sul selciato. Non è vero, quindi, che io lo percossi col bastone sulla testa, anzi posso dirvi che appena lo vidi cadere me ne ritornai in bottega. Sono innocente
Ma questa autodifesa non sembra del tutto credibile sia per il tipo di ferita riportata che non è assolutamente compatibile con un urto sul selciato e sia perché il Pretore accerta che Perri non rientrò subito e volontariamente nella sua bottega, ma lo fece solo per l’intervento delle molte persone che accorsero attirati dalla lite.
Due giorni dopo vengono sentiti Gaetano Giordano, Antonio Mazzotta e Nicola Politano, citati da Perri a suo discarico, i quali attestano tutti e tre la stessa cosa
- Vidi uscire Francesco Perri dalla sua bottega e, avventatosi sopra lo Scanga, cercò disarmarlo del bastone che ancora aveva in mano e perché questi resistette, il Perri, nello strappare il bastone, lo fece stramazzare a terra e non vidi se riportò alcuna lesione. Poco dopo si alzò e nell’andarsene non intesi alcun lamento da parte sua d’essere stato battuto dal Perri
Il Pretore richiama i tre a dire la verità, null’altro che la verità, ammonendoli delle pene previste contro i testimoni reticenti, ma i tre confermano tutto e vengono denunciati per falsa testimonianza, così come Aristide Caruso che ha già ritrattato e detto la verità.
A chiusura delle indagini il Pubblico Ministero chiede il rinvio a giudizio di Francesco Perri per avere, con atti diretti a commettere una lesione personale, cagionato la morte di Scanga Bruno. Chiede anche il rinvio a giudizio, con l’accusa di falsa testimonianza, di Gaetano Giordano, Antonio Mazzotta e Nicola Politano i quali, più volte interrogati durante la fase istruttoria senza il vincolo del giuramento, hanno sempre confermato le proprie versioni dei fatti. Per l’altro imputato, Aristide Caruso, viene chiesto il non luogo a procedere.
Il 15 maggio la Sezione d’Accusa accoglie le richieste e rinvia gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento dura solo la giornata del 27 luglio 1894. Subito Giordano, Mazzotta e Politano ritrattano, firmando questa dichiarazione: Ritrattando le loro dichiarazioni fatte innanzi al Magistrato incaricato della istruzione del processo per cui vennero sottoposti a procedimento di falso, oggi, in vista della pena che la legge loro fulmina, han costantemente dichiarato che veramente essi nulla videro e nulla sapevano del fatto delle lesioni cagionate dal Perri allo Scanga e se deposero in quel modo la prima volta, si fu perché non prestavano giuramento. Questa è la verità.
Il difensore dei tre chiede subito il non luogo a procedere.
Troppo facile e troppo comodo, ma il Pubblico Ministero non si oppone, non si oppone nemmeno la difesa di Francesco Perri e non si oppone nemmeno la parte civile, così i tre se la cavano e possono tornare a casa senza aspettare oltre.
Per Francesco Perri invece il dibattimento continua e, verso sera, la giuria emette il verdetto col quale lo ritiene colpevole di omicidio preterintenzionale e lo condanna alla pena di 6 anni e 8 mesi di reclusione, più pene accessorie.
Il 17 gennaio 1895 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali. La foto pubblicata per gentile concessione di Francesco Mazzotta.

Nessun commento:

Posta un commento