venerdì 29 giugno 2018

SPARATORIA CON MORTI E FERITI ALLA RIFORMA

  Sono quasi le otto di sera del 9 agosto 1891 quando l’avvocato Vincenzo Del Buono, Giudice Istruttore facente funzioni pei titolari assenti, arriva in contrada Riforma a Cosenza. Piccoli capannelli di gente sono sparsi a commentare ciò che un paio di ore prima è accaduto. Qualcuno ne approfitta per mangiare una fetta di cocomero accanto a un chioschetto.
- Dov’è il morto? – chiede a un Carabiniere che gli indica il posto, propriamente la via che da Cosenza mena al Camposanto vecchio
Infatti, in un punto di detta via sulla destra di chi va, più vicino al limitare della via stessa, trova un cadavere  vestito e coperto da un panno.
- Chi è? – fa il Giudice
- È mastro Giovanni Ragonese il pignataro – gli rispondono
Il cadavere giace supino con le braccia lungo il corpo, le gambe appena divaricate ed i piedi pendenti ciascuno nel lato esterno del corpo; gli occhi sono semi aperti, la bocca quasi del tutto spalancata come in una espressione di sorpresa. Veste da artigiano, con barba piuttosto tosata ma che incornicia il viso in modo visibilissimo. Verso la gola, estendendosi al lato sinistro, si vedono macchie di sangue con ferita. Le macchie di sangue si estendono anche sulla camicia, di cui si vede parte da un’apertura esistente tra il giustacuore ed i pantaloni. A sinistra del cadavere, sul suolo, è un bastone ricurvo in una parte ed un sigaro vicino alla mano sinistra.
È ormai quasi buio e il Giudice, constatato che su un muro di cinta poco oltre il luogo dove giace il morto esistono due impronte di arma da fuoco l’una poco lontana dall’altra e dall’alto verso il basso, decide che è meglio far trasportare il cadavere nella camera mortuaria dell’ospedale e poi, la mattina seguente, al Camposanto per procedersi alla relativa autopsia.
- Si sa qualcosa? – chiede il Giudice all’Ispettore di P.S. Lauro
- Pare che tutto sia nato per una questione di gelosia di donne tra due giovanotti, Pasquale Canonico di 21 anni e Mariano Rubino di 25 anni, conosciuto come Francesco Ragonese…
- Ragonese? Il cognome del morto…
- Si, in effetti Rubino fu affidato ai Ragonesi che lo hanno cresciuto
- Dicevate della questione tra i due giovanotti…
- Pare che in seguito allo scambio di parole oltraggiose, il Canonico trasse fuori la rivoltella e lo stesso fecero due suoi amici, Vincenzo De Luca e Francesco Falbo, che con lui si accompagnavano. Essendo anche presente il Ragonese, appena vide in pericolo il Rubino, accorse in aiuto dello stesso ma i tre esplosero le rivoltelle ed egli cadde esanime al suolo, colpito da diversi proiettili. I colpevoli si diedero immediatamente alla fuga e li stiamo cercando…
- Pare tutto lineare… vedremo domani…
- Speriamo…
L’ispettore Lauro si sbaglia: Giovanni Ragonese è stato centrato da un solo proiettile alla regione clavicolare sinistra che, colpito e fratturato l’osso, ha deviato la sua traiettoria verso il basso recidendo completamente sia l’arteria che la vena succlavia e terminando la sua corsa vicino alla quarta costola, dopo aver attraversato tutto il polmone sinistro. Una morte praticamente istantanea.
Una sola rivoltella, una sola mano è stata ad uccidere il povero Giovanni Ragonese e le cose non possono che complicarsi, anche perché si scopre subito che le persone coinvolte sono molte di più di quante sembrassero all’inizio. La buona notizia è che i quattro giovanotti nominati dall’Ispettore Lauro sono stati arrestati e adesso si dovrebbe capire qualcosa di più sia sul movente che sulla dinamica dei fatti.
Il primo ad essere interrogato nel sul letto d’ospedale dove è ricoverato e dove è stato arrestato per le ferite riportate nella rissa è il ventunenne Pasquale Canonico 
- Verso le 4 pomeridiane del giorno 9 corrente io, uscito da casa mia che è situata in aperta campagna nella contrada Camposanto Vecchio, m’indirizzava verso la città per fare accomodare una rivoltella di mia proprietà che si era un po’ guastata e che io portavo meco per tal uopo ed era scarica. Quando, transitando per la via Viarocciolo dove fu commesso l’omicidio, venni chiamato da tale Mariano Rubino, conosciuto come Francesco Ragonese. Esso mi disse con accento alterato: “Se ora te la vuoi vedere lo puoi perché mi ci trovo”. Alla qual cosa io risposi: “Non intendo di vedermela o di non vedermela, lasciatemi andare per i fatti miei e voi andate per i vostri”, ma in questo mentre venni accerchiato da diversi individui che cercavano di percuotermi, anzi venni percosso al braccio destro e poscia un colpo di revolvers m’insanguinò il volto. In questo momento udii diversi colpi di revolvers; io caddi ma mi rialzai e volevo andarmene ma il Rubino (Ragonese) mi colpì più volte con il revolvers la testa. Egli batteva tanto forte che io non so come resistevo
- Di chi era il revolver?
- Il revolvers di cui si serviva il Ragonese-Rubino era quello istesso che io portava ad accomodare e che egli mi strappò forzosamente dalle mani credendo che fosse carico e non me lo restituì più
- In quale momento arrivò sul posto Giovanni Ragonese, la vittima?
- Io non ho veduto il Giovanni Ragonese se non giacente al suolo morto. Se ha avuto parte o no nella rissa, io non lo soio sono innocenteil revolvers che io aveva era scarico
- Ma perché Mariano Rubino o Ragonese se la voleva vedere con te?
- La causa è stata perché un 15 giorni prima io, trovandomi con Ragonese, ebbi a fare un rumore immondo che dispiacque al Ragonese il quale, domandato prima chi era stato ed avendogli io detto esserne stato il l’autore, mi afferrò il giacco scuotendomi forte forte di fronte al muro; quando poi con una pazienza immensa fui libero di queste strette e me ne andai, egli si disse offeso per non avergli stretto la mano e dopo ciò, minacciandomi, voleva venire a casa per vedere se io ero al caso, come diceva lui, di contrastarlo
- Eri ubriaco?
- No
L’altro contendente, Mariano Rubino o Francesco Ragonese che dir si voglia, ricostruisce la dinamica dei fatti in modo completamente diverso
- Quattro settimane innanzi, la domenica ultima, io ebbi ad alterarmi con Canonico perché nel mentre eravamo uniti lui, io, Francesco Morelli, un altro mio fratello a nome Luigi Ragonese ed altri in casa di un mio compare ci fu una debolezza di corpo fatta da Canonico ad indirizzo di Francesco Morelli il quale dimandò chi fosse stato a fare quel rumore. A questo io, per togliere le occasioni, dissi di essere stato io, ma il Canonico udendomi disse subito: “Non è vero, sono stato io” e ciò portò un alterco che fu degenerato subito a vie di fatto tra il Canonico ed il Morelli. A questo mi buttai in mezzo per riappacificarli, ma dopo parole del Canonico al mio indirizzo ci afferrammo ed in ciò ne ebbe lui la peggio. Questa circostanza inacerbì il Canonico contro di me tanto che mi andò spiando per volere la rivincita e disgraziatamente la sera di domenica avvenne l’incontro ed eccone il come: io mi trovava in mia casa dalla porta della quale si vede la cantina di un tal Ferrise, innanzi cui mio padre discorreva con Canonico, la qual cosa a me sembrò non buona, stante gli antecedenti e fu per questo che mi avviai da quella parte, tenendo in mente di cercare con le buone a disunirli. Ma giunto appena presso di loro, il Canonico esclamò: “Oh! Appunto di te cercavo per dirti qualche parola”. Risposi io: “Vieni pure perché ne ascolterò anche di più, se vuoi” e ciò dicendo ci avviammo verso quel punto che poi fu il luogo della tragedia. Quivi, discutendo, egli mi diceva, e più volte me lo ripetè, che mi doveva rompere il culo un dieci o quindici volte, alla qual cosa io, stanco di tali schifose millanterie, dissi: “Anche io sono al caso di far lo stesso a te un venti volte”. A queste parole egli cacciò fuori la rivoltella impugnandola verso di me ed altri suoi compagni poco lungi da noi in diverse direzioni misero fuori ciascuno la rivoltella. Fu allora che il povero mio padre Giovanni Ragonese venne in mio aiuto, ma la rivoltella impugnata dal Canonico verso di me si rivolse contro di mio padre il quale cadde vittima al suolo. Io che vidi cadere mio padre mi spinsi verso il Canonico e strappandogli la rivoltella gliela battei più volte sulla testa ed ebbe ragione che detta rivoltella era già scarica, altrimenti non mi sarei contentato, nell’eccitamento in cui mi trovavo, dei soli colpi battutigli sulla testa. Io dalla mia parte subii un colpo sulla testa prodottomi con una pala di ferro con manico di legno da un tale di cui non conoscerei il nome, ma era unico armato in quella guisa. Devo pur fare rilevare alla giustizia che quando cadde mio padre, vi furono pure moltissimi colpi di revolvers provenienti e dal Canonico e dagli altri suoi compagni
Dalle parole dei due sembrerebbe che tutto sia nato da una banale scorreggia e che entrambi avessero progettato di assalire l’altro in gruppo. Probabilmente ci fu uno scambio reciproco di colpi di arma da fuoco e in queste condizioni sarà davvero difficile stabilire chi sparò il colpo mortale, a meno che non si trovino dei testimoni che abbiano visto e raccontino la stessa cosa.
Il terzo ad essere interrogato è il ventenne Vincenzo De Luca che, secondo la Questura, accompagnava Canonico ed era armato di rivoltella come anche l’altro indagato, Francesco Falbo. De Luca dice alcune cose interessanti
- Domenica ultima avvertii Canonico ad andarsene perché contro di lui vi poteva essere qualche dispiacenza prodotta dalle antiche parole avute col Ragonese, ma il Canonico non mi volle sentire e dicendo che egli non aveva che fare con chicchesia, continuò a rimanere. Intanto Rubino lo chiamò dicendogli: “Vien qua, debbo dirti qualche parola”, alla qualcosa il Canonico si unì col Rubino avanzando verso la cantina di Ferrise e quivi fermati, vidi che il Rubino alzò verso la testa del Canonico un palo di cui andava armato
- Che tipo di palo?
- Era un bastone di ferro avvolto in una fodera di pelle… io mi gittai in mezzo onde scongiurare qualche disgrazia ma fui preso da mia madre e da mia sorella e così fui condotto in casa, ma avevo già visto che il Canonico, nel vedersi minacciato dal Rubino, fece mostra di cacciare dalla tasca interna della giacca un’arma, che credo fosse revolvers
- Hai visto quando è intervenuta la vittima?
- Vidi cadere Giovanni Ragonese il quale, prima di cadere, con un bastone ordinario di legno minacciava tutti
- Hai sentito colpi di arma da fuoco?
- I colpi di revolvers che io intesi, ma che non vidi sparare, furono diversi che non saprei numerare, però credo che fossero stati un otto o nove circa
- Anche tu eri armato di rivoltella
- Io non ero armato e me ne andai a casa mia e quindi lontano dal punto ove avvennero le cose… sono innocente…
Quindi, di certo spararono almeno due rivoltelle: una ha ferito di striscio al volto Canonico e l’altra ha ucciso Giovanni Ragonese. Ma non sarebbe sbagliato pensare che almeno altre due rivoltelle fecero fuoco quella maledetta domenica. Ma ora è il momento di sentire ciò che ha da dire il ventenne Francesco Falbo, poi si cercheranno dei testimoni seri.
- La sera del 9 agosto io mi ritirava dopo aver preso parte ad un battesimo. Giunto alla Riforma in vicinanza della cantina di Ferrise, vidi alle prese fra loro il figlio di Giovanni Ragonese, Pasquale Canonico, Gabriele Fascio ed altri di cui ignoro le generalità. Fra costoro eravi chi menava col bastone, chi con le mani, chi con la rivoltella, quando ad un tratto udii Pasquale Canonico che gridava ajuto ed era circondato e stretto dagli altri che lo percuotevano e gli facevano far sangue dal capo e dalla faccia. Io mi sono appressato per vedere ciò di cui si trattava ma Gabriele Fascio e Giovanni Ragonese insieme con altri mi vennero addosso e cominciarono a percuotermi per avermi forse conosciuto come vicino ed amico del Canonico. Sopraffatto e sgomentato da quella aggressione e da colpi d’arma da fuoco che si esplodevano, fuggii senza sapere cosa altro accadesseio non presi alcuna parte a quella rissa, della quale non sapevo nemmeno la causa
- Però hai appena detto di essere stato aggredito, quindi hai preso parte…
- Non so spiegare perché costoro così aggissero verso di me mentre io mi trovavo del tutto inerme
Un guazzabuglio, e adesso spunta questo tale Gabriele Fascio che nessuno aveva nominato finora.
Le cose che sembrano essere così contorte forse vengono chiarite da un bambino di 7 anni, Antonio Matragrano, che è il più lucido e razionale dei testimoni ascoltati
- Mi trovai presente alla rissa avvenuta presso l’osteria Ferrise alla Riforma. In tale occasione vidi che Francesco Ragonese (Rubino Mariano) chiamò Pasquale Canonico che trovavasi in quella osteria e quando furono uniti udii che il Ragonese domandò al Canonico se vero fosse che egli si stimava capace di mazziarlo e che se voleva farlo lo facesse pure allora. Il Canonico, in atto di motteggio, gli rispose “Io ti tiro con questo”, alzando una mano e stendendo un dito, poscia ammenò uno schiaffo al Ragonese, estraendo anche da tasca la rivoltella. Il Ragonese afferrò prestamente il braccio del Canonico nella cui mano teneva la rivoltella e la esplodeva, per cui ne nacque un contrasto fra loro. In quel frattempo sopraggiunse Giovanni Ragonese in aiuto del figlio e con un bastone che teneva ammenò un colpo al capo del Canonico facendolo cadere a terra. sopraggiunto anche Francesco Falbo e veduto a terra il Canonico che diceva “Amico ajutami che mi ammazzano”, estrasse da tasca una rivoltella e con quella incominciò a sparar colpi contro i Ragonese, un dei quali investì il Giovanni e l’uccise. Anche Vincenzo De Luca intervenne sul luogo armato di rivoltella e ne sparò tre colpi alla direzione dei Ragonese ma non so se colpì. Certo è che il Falbo fu il primo a sparare e vidi benissimo che fu lui che uccise Giovanni Ragonese
La voce della testimonianza del bambino si sparge e altri trovano il coraggio di confermare il suo racconto. Anzi, si presentano un paio di persone che giurano di aver sentito Falbo, alla domanda di cosa fosse accaduto, rispondere
- Per la Madonna! Per Pasquale Canonico ò ucciso il pignataro!
E ci sono dei testimoni che giurano di aver visto Gabriele Fascio sparare contro Pasquale Canonico ed un altro amico di Rubino, rimasto sconosciuto, colpire il rivale con un sasso. Per esempio Giuseppina Rende
- L’altro compagno, che come ripeto non conosco affatto, lo colpì pure sul capo con un sasso. Viddi pure che unitosi al Ragonese (Rubino) anche tal Gabriele, che ò saputo di poi portare il cognome di Fascio, estrasse una rivoltella e dopo che il Canonico si fu rialzato gli esplose contro alcuni colpi, con uno dei quali lo investì nella faccia, per cui cadde novellamente a terra
A questo punto sembra ormai certo che furono utilizzate quattro rivoltelle e i colpi sparati dovettero essere almeno 15. La cosa assolutamente certa è che a uccidere Giovanni Ragonese fu Francesco Falbo. Al contrario, ciò che desta molte perplessità è il movente troppo banale per scatenare quell’inferno di fuoco: una scorreggia!
Secondo il ventenne calzolaio Luigi De Marco Esposito la causa dell’astio tra Pasquale Canonico e Mariano Rubino – Ragonese sarebbe invece una sorta di gelosia di donne, proprio come aveva subito ipotizzato l’Ispettore Lauro
- È a mia notizia che Pasquale Canonico aveva fatto sapere allo stesso Rubino Mariano Esposito che non si permettesse di andare più a cantare sotto le finestre di una ragazza sua parente perché altrimenti le cose sarebbero finite male. So inoltre che per questo fatto passavano rancori fra il Canonico ed il Rubino, tanto che io la sera della domenica nove corrente, trovato il Canonico presso l’osteria del Ferrise alla Riforma, mentre era meco a qualche distanza anche il Rubino, volli tentare di riappacificarli e chiamato il Canonico, lo esortai in proposito. Il Canonico affermò in faccia al Rubino le imbasciate che gli aveva mandate a fare onde si astenesse di andare a cantare e così nacque un diverbio fra loro. Veduto che la faccenda potesse farsi seria e per evitare inconvenienti per me, me ne andai
Ma sia Mariano Rubino che Pasquale Canonico su questo non dicono una sola parola.
La Sezione d’Accusa, il 7 ottobre 1891, rinvia a giudizio Francesco Falbo per omicidio volontario in persona di Giovanni Ragonese e porto d’arma senza licenza; Gabriele Fascio Esposito per lesione personale con arma da fuoco in persona di Pasquale Canonico e porto d’arma senza licenza; Pasquale Canonico e Vincenzo De Luca per sparo di arma per fare atto di minaccia e porto d’arma senza licenza; Mariano Rubino Esposito, alias Francesco Ragonese per lesioni personali in danno di Pasquale Canonico.
L’11 dicembre successivo si apre il dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Cosenza e dopo due udienze, il 14 successivo, la Corte dichiara Francesco Falbo colpevole di omicidio volontario e lo condanna, concesse le attenuanti, a 12 anni, 6 mesi e 6 giorni di reclusione; condanna Gabriele Fascio Esposito a 2 mesi di arresto; condanna Pasquale Canonico e Vincenzo De Luca a 4 mesi e 18 giorni di detenzione; Mariano Rubino Esposito, alias Francesco Ragonese a 5 giorni di detenzione.
Il 16 aprile 1892 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Francesco Falbo e la pena diventa definitiva.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 24 giugno 2018

I PRETI E I SAGRESTANI DI BUCITA



- Domani mattina anticipiamo la messa di una qualche mezz’ora, poi devo fare un’imbasciata – dice don Antonio Cribari, ventiseienne parroco della parrocchia di Santa Lucia della frazione Bucita di San Fili, al sagrestano Domenico Guccione. È la sera del 21 novembre 1905.
Così, ligio all’ordine impartitogli, alle 6 ½ del 22 novembre Guccione bussa alla porta di casa di don Antonio per farsi dare le ampolline col vino e con l’acqua che dovevano servire per la celebrazione della messa. Gli apre il fratello del prete, Camillo, gli consegna le ampolline e gli dice di cominciare ad andare in chiesa per suonare le campane perché don Antonio sta finendo di vestirsi e arriverà tra pochi minuti. Guccione esegue e va in chiesa entrando dalla porta laterale, che lascia aperta, posa le ampolline sull’altare maggiore e sale sul campanile per dare il consueto avviso ai fedeli. Distrattamente si affaccia dal finestrone che dà sulla strada laterale alla chiesa, quella dove c’è la porta secondaria che ha lasciato aperta e nota Fiore Cavaliere, l’ex sagrestano, nell’atto che usciva da casa sua, la quale è situata in fondo alla strada suddetta e fa quasi angolo colla facciata della chiesa, ma il tetto della chiesa stessa gli impedisce di osservare la direzione che ha preso Cavaliere o se sia entrato nel luogo sacro. Dopo circa 8 minuti di scampanata, Guccione rientra in chiesa e subito dopo arriva don Antonio il quale, dopo essersi vestito, comincia a celebrare la messa. Al momento stabilito versa un po’ di vino nel calice, lo consacra, lo mischia con qualche goccia di acqua e lo beve. Fa una smorfia di disgusto, quel vino è imbevibile, ha un sapore metallico, gli sembra di bere del rame liquido e gli irrita la gola. Gli salgono dei conati di vomito ma cerca di resistere e continua a dire la messa. Quando si accorge che non ce la fa più, frettolosamente termina con un imbarazzato ite, missa est e corre in sagrestia dove comincia a vomitare. Adesso gli sembra di sentirsi meglio e pensa bene di andarsene a Gesuiti, il suo paesino d’origine, dove suo padre ha una farmacia, e per percorrere i pochi chilometri si fa accompagnare da un parrocchiano con un calesse, avendo l’accortezza di portare con sé le ampolline e, passato dalla casa di Bucita, anche la bottiglietta con il vino che ha dato al sagrestano. Suo padre gli somministra un contro – veleno, un purgante di olio di ricino, che lo fa vomitare di nuovo, poi mandano a chiamare il dottor Oscar Caracciolo il quale, odorato e messo alle labbra il vino che ha bevuto don Antonio, non ha dubbi: il vino è stato avvelenato con del sublimato corrosivo! Caracciolo ha l’accortezza di sigillare i due contenitori del vino e di andarli a portare ai Carabinieri di Montalto Uffugo.

- Avete dei sospetti su qualcuno? Potrebbe essere stato il sagrestano? – gli chiede il Vicebrigadiere Francesco D’Osvaldo
- No, non ho alcun sospetto che a mettere il suddetto sublimato nel vino sia stato il Guccione
Ma sospettare del sagrestano è d’obbligo, visto che ha avuto in mano le ampolline e tutto il tempo necessario per versare il sublimato nel vino, così viene subito interrogato e sottoposto a perquisizione domiciliare che non dà alcun esito
- Quando sono arrivato in chiesa, nelle vicinanze non c’era nessuno e anche in chiesa non c’era nessuno perché era ben chiusa. Però quando sono andato a suonare le campane dal finestrone ho visto Fiore Cavaliere che usciva da casa, ma non posso dire se è entrato in chiesa… quando sono rientrato in chiesa, questa era ancora vuota
- Sospettate che possa essere stato lui?
- Cavaliere nutre odio verso don Antonio perché vorrebbe che parroco di Bucita fosse nominato il sacerdote Salvatore Chianelli del luogo, suo nipote. Anche don Salvatore non è in troppo buono accordo col Parroco Cribari pel motivo che costui è stato prescelto a Parroco di Bucita in sua vece. Inoltre io sono stato prescelto come sagrestano della Chiesa Madre dal parroco Chiappetta che oggi si trova a Montalto Uffugo e poiché al posto sudetto agognava anche Fiore Cavaliere, ritengo che costui sia un po’ meco in collera, tanto più che egli era sagrestano prima che lo fossi io… e poi c’è un’ultima cosa… giorni dietro Fiore Cavaliere ebbe da Francesco Saccomanno l’incarico di dar la corda all’orologio che è situato sul campanile della chiesa, durante i pochi giorni che fu ammalato. Ebbene, si permise di dire a Carolina Cavaliere, alla quale io spesso affido la chiave della chiesa per ripulirla, che, ove non avesse lasciato a sua disposizione la chiave della chiesa, avrebbe fatto in modo che tanto il Parroco che il Sagrestano non fossero più scesi per quella strada. Ritengo che il Cavaliere avesse voluto con tali parole fare una minaccia all’indirizzo mio e del Parroco
- Ma don Antonio è ben visto in paese? Non è che si è fatto altri nemici?
- In questa frazione esistono due partiti, l’uno per Chianelli, l’altro per Cribari i quali, lo ripeto, non vanno d’accordo fra loro
- Quindi voi sospettate che a tentare di avvelenare don Antonio sia stato Fiore Cavaliere, forse istigato da don Salvatore Chianelli…
- Ignoro chi possa essere stato, né posso esprimere sospetti contro alcuno… – beh, lo ha appena fatto!
Fiore Cavaliere viene interrogato e la sua casa perquisita senza esito, ma per il momento è impensabile perquisire anche l’abitazione di don Salvatore e interrogarlo. Si vedrà in seguito se sarà necessario.
Cavaliere, cinquantunenne barbiere, si difende
- Sono stato sagrestano della Chiesa Madre di Bucita ma da 11 o 12 anni non lo sono stato più, né ho brigato per esserlo. Quel giorno in cui si sparse la voce ch’era stato tentato un avvelenamento contro il parroco, di mattina sono uscito per andare a fare barbe e non sono passato o entrato in chiesa, vicino alla quale ho la mia abitazione. Io non ho alcun motivo di risentimento contro il parroco Cribari, il quale da poco tempo è venuto a Bucita
- E che mi dite di vostro nipote don Salvatore Chianelli? È vero che aspira alla parrocchia di Bucita?
- Non è vero, sia perché egli è parroco altrove e sia perché non poteva esserlo
- E dell’orologio della chiesa che mi dite? Pare che abbiate usato parole grosse, addirittura minacce al parroco…
- Ebbi, per due o tre giorni, l’incarico di caricare l’orologio della chiesa perché Saccomanno era malato e perciò mi recai da Carolina Cavaliere a richiederle la chiave, ma ciò feci con modi cortesi e senza fare allusioni o minacce di sorta
Cavaliere indica le persone dai quali è andato, quel giorno, per radere la barba e questi confermano. D’altra parte non c’è nessuna prova che sia davvero entrato in chiesa e quindi non viene preso alcun provvedimento contro di lui. Ciò che comincia ad emergere dalle indagini è l’atteggiamento un po’ superbo di don Salvatore che spadroneggiava alquanto in chiesa, nel che gli faceva eco anche la propria famiglia, incluso il Cavaliere Fiore. Voci, nient’altro che voci. Ma siccome le voci girano e coinvolgono due preti, la questione potrebbe cominciare a scottare da un momento all’altro, così viene mandato da Cosenza a Bucita, per supportare i Carabinieri, il Delegato di P.S. Bianchi il quale fornisce al Pretore di Rende precise indicazioni su come procedere nelle indagini: …urgerebbe a suo avviso far procedere ad urgente, accurata perquisizione nel negozio e domicilio di Saccomanno Francesco da Bucita perché mi è risultato che detto individuo vende dei medicinali velenosi e la di lui moglie è legata a vincoli di parentela con la famiglia Chianelli e Fiore Cavaliere che, pare, siano gravemente indiziati quali autori del reato
Bianchi sembra non avere dubbi e il Pretore fa eseguire le perquisizioni che, anche questa volta, non danno esito: nel negozio ci sono solo chinino dello Stato, Bicarbonato, andacido, magnesia, acido tartarico, sale celato di soda, olio di mandorla e di rigine, cotone fenicato e garza. Il Brigadiere Tito però guarda anche i registri del negozio e scopre qualcosa veramente interessante: risulta che il Saccomanno l’anno scorso per mezzo del sig. Palermo Pietro, attualmente in America, fece venire da Napoli una quantità di subblimato corrosivo il quale, in seguito, fu venduto la maggior parte alla famiglia di Miniace Arturo, a Mazzulla Francesco ed un’ultima pastiglia, 40 giorni fa, venne acquistata da una certa Bottino Cristina. Risulta in oltre che, essendo acceduto sul posto l’Ill.mo Sig. Pretore per l’interrogazione dei testimoni, nel citare la teste Cavalieri Carolina si presentò alla stessa la cognata dell’indiziato Cavaliere Fiore a nome Lucchetta Maddalena, dicendogli di non dire a detto magistrato nulla della minaccia e di parlare semplicemente della chiave della chiesa, altrimenti sarebbero stati rovinati, soggiungendogli di dire questa bugia, che poi se l’avrebbe a confessare con un altro prete e fare ciò per amore del crocifisso. Contemporaneamente sopraggiunse pure la moglie del Cavaliere Fiore, sorella della suddetta Lucchetta, a nome Angela, anche questa pregava alla Cavaliere Carolina di non palesare nulla al Giudice e che altrimenti sarebbero rovinati, esclamando: “e tu!........”.
Beh, se Carolina Cavaliere confermasse questa circostanza, potrebbero essere guai seri per l’ex sagrestano di Bucita. Potrebbero. E questo puntualmente avviene ma è la parola di Carolina contro quella delle altre due donne e tutto rimane solo un sospetto, insufficiente a fare emettere un qualsiasi provvedimento a carico dell’ex sagrestano.
Passano inutilmente alcuni mesi. L’unica novità è che si decide di fare analizzare le poche gocce di vino rimaste nell’ampollina e, mentre la perizia chimica conferma che, mischiato al vino, c’era davvero sublimato corrosivo, immessa sotto forma di pastiglia per ottenere l’immediata soluzione, e che don Antonio ingerì ben poco liquido altrimenti le conseguenze di salute sarebbero state ben più gravi e durature, emergono forti sospetti che Fiore Cavaliere possa allontanarsi dal regno per andarsene negli Stati Uniti, visto che è in possesso di un regolare passaporto per l’estero e quindi bisogna adoperarsi subito per procedere al suo arresto cautelare. Come fare visto che a suo carico ci sono solo parole? Il rebus lo risolve don Antonio Cribari che va dal Pretore di Rende e sporge querela contro l’ex sagrestano. Ma il mistero si infittisce quando emergono anche dubbi sul fatto che il prete abbia davvero bevuto il vino avvelenato perché, a controllare bene, i sintomi da lui accusati non corrispondono esattamente ai sintomi che dovrebbero riscontrarsi dopo l’ingestione, seppure in piccola quantità, di sublimato corrosivo. Ci vorrà qualche giorno per fugare questi dubbi e quando viene emesso un mandato di comparizione per Fiore Cavaliere, questi è sparito dalla circolazione e con lui il suo passaporto. Adesso che è scappato, è certo che sia lui il colpevole e così vengono mandati telegrammi a tutte le stazioni dei Carabinieri e a tutti i porti da dove ci si può imbarcare per attraversare l’oceano Atlantico. E il 30 aprile 1906 arriva la notizia sperata: alle ore 14 nell’ufficio visita per gli emigranti alla Nuova Stazione Marittima del porto di Napoli viene intercettato Fiore Cavaliere e ne viene impedita la partenza e sequestrato il passaporto perché imputato di tentato avvelenamento.
Tradotto a Cosenza con i ferri ai polsi, viene subito rinchiuso nel carcere cittadino e interrogato
- Sono innocente come Cristo! – protesta vivacemente – Non avevo nessuna ragione per avvelenare don Antonio, nessun interesse ed inoltre siamo amici. Dodici anni fa ero sagrestano, ma se mi avesse fatto piacere di ritornare a quel posto, non sarei stato, da allora fin adesso, due volte in America. A me non interessa perché devo fare il barbiere e non il sagrestano. Se il Sacerdote Cribari mi vuole autore del mancato avvelenamento è proprio un peccato ed egli mi vuol male a torto
- Tutto il paese vi accusa…
- Io solo vi rispondo che sono chiaro come Iddio!
- C’è una testimone che accusa vostra moglie e vostra cognata di averla minacciata per farla mentire alla giustizia al fine di non compromettervi…
- Non può essere che i miei parenti abbiano fatto minacce
- Vi faccio mettere a confronto con la testimone
- È inutile che voi mi portiate davanti la testimone perché quando uno ti vuol male, ripete sempre la stessa cosa
- Ma se siete innocente come dite di essere, perché stavate scappando in America?
- Non ho inteso partire clandestinamente per l’America, tanto vero che ho chiesto regolarmente all’autorità competente il mio passaporto. Non avevo nemmeno volontà di ritornare in America e mi ci indussi perché richiesto di aiuto da parte di Giuditta Giorno, moglie del mio figliastro, residente a New York, il tutto come risulta dall’atto di espatrio che vi mostro – dice esibendo un documento con tanto di bolli, visti notarili, visti consolari e regolari firme di due testimoni come da prassi.
L’errore di aver tentato, ingenuamente o fraudolentemente, di lasciare l’Italia gli costa caro: per il Pubblico Ministero è il tassello che mancava per convincersi della sua colpevolezza e chiederne il rinvio a giudizio, richiesta che viene accolta il 15 settembre 1906.
Quando, il 14 dicembre successivo, comincia il dibattimento, tutti scommettono che in una o due udienze si arriverà a sentenza, ma tutti perdono perché in udienza cominciano a scoppiare vere e proprie bombe.
- Fiore Cavaliere ha fatto il sagrestano per 15 o 20 anni nella Chiesa di Santa Lucia e si è comportato tanto male entrando ubbriaco colà e profferiva anche delle bestemmie – esordisce Giuditta Giorno rispondendo alla domanda dell’avvocato di parte civile Nicola Serra – non omettendo pure d’orinare nella stessa chiesa. Una volta orinò sopra l’organo che era di rimpetto all’altare maggiore e ciò fu notato da quelli ch’erano in chiesa. La popolazione, scandalizzata di ciò, non avendo altro mezzo per farlo cessare dalle funzioni di sagrestano, abbattè la detta chiesa, che poscia fu ricostruita con danaro dello stesso popolo
Cosa? Abbattere una chiesa per togliere di mezzo un sagrestano? No, questa è una cosa a cui non si può credere. Ma, quando a sedersi al banco dei testimoni è don Alfredo Chiappetta, ex parroco di Bucita, lo scetticismo sulla veridicità del racconto di Giuditta Giorno svanisce
- Mi furono fatte premure continuate di far riammettere il Cavaliere come sagrestano, sia dalla sua famiglia che dal procuratore del tempo e da altri ma le minacce che le donnicciuole mi riferivano fatte contro di me dal Cavaliere non m’intimorivano punto. Anche le persone di sua famiglia, nel raccomandarmelo, riconoscevano che non si era comportato bene come sagrestano, ma se lo avessi riammesso, guidato da me, non sarebbe caduto in peccato perché non si sarebbe ubbriacato più. Il pubblico lo accusava di avere fatto egli speculazione della cera, comprandola e rivendendola in chiesa, di avere maltrattato il precedente parroco e una volta con averlo fatto cadere dall’altare; un’altra volta con l’averlo apostrofato mentre suonava l’organo “Zitto, tu sei una bestia!”, spesso si ubbriacava e orinava in chiesa
- Esisteva un cesso in chiesa? – gli chiede il Pubblico Ministero
- Nella chiesa di Santa Lucia non vi è cesso, ma per un piccolo bisogno si può andare, attraversando la porta del campanile, in un’altra stanza abbandonata. Se qualcuno avesse orinato proprio sulla porta del campanile ed anche in discreta quantità, l’orina poteva bene spandersi vicino l’altare maggiore
- Quale era la considerazione dei fedeli nei confronti del Cavaliere?
- Il popolo era tutto contro il Cavaliere e mi fece sentire per bocca di diverse persone il divieto di non poterlo riammettere come sagrestano, facendomi il dilemma “o voi o lui”. Come fondamento di questa avversione da parte del popolo, si faceva quel che di già ho detto, il modo come si era comportato quando era sagrestano, ragione per cui, a fargli perdere tale qualità, il popolo abbattette la chiesa che, si, era male ridotta, non però pericolante come si vorrebbe far credere da qualcuno. Vi fu un giorno in cui il popolo mi fece sentire che ove il Cavaliere avesse potuto tornare a sagrestano, mentre altra volta avevano diroccato la chiesa di giorno, l’avrebbero ora rovinata di notte, poco curandosi della spesa che sosterrebbero per la riedificazione e dell’abbattimento di essa
- Avete ricevuto pressioni anche per don Salvatore Chianelli?
- Per mio mezzo furono fatte premure a Monsignore per essere parroco di Bucita, volendo che dalla parrocchia di Magli dove si trovava in quella qualità, fosse tramutato al suo paese. Il Vescovo mi rispose ed io riferii al Chianelli che non poteva ordinare tale tramutamento in suo favore in vista che egli non aveva ottenuto ancora il Regio Placet per la nomina di parroco a Magli, però il concorso alla parrocchia di Bucita era libero e non sarebbe stato impedito al Chianelli di farne parte, ove lo avesse voluto
Ma pare che don Salvatore, al di là delle premure richieste per ottenere la parrocchia di Bucita, non ne avesse i requisiti e per questo motivo non partecipò al concorso di cui ha parlato don Chiappetta.
Michele Giorno rincara la dose
- Il Cavaliere sin da quando era ragazzo è stato sagrestano a Santa Lucia di Bucita. Il popolo, dopo la lotta e la tempesta in cui il Cavaliere l’aveva messo da circa 40 anni, recisamente non lo voleva più come sagrestano e a tutti i parroci, come al Chiappetta, così al Cribari, ha espresso l’ordine di non riammetterlo in chiesa. Vi posso dire che tutti i parroci che si sono succeduti in Bucita, per causa di lui sono stati processati perché non lo volevano come sagrestano. Mi spiego meglio: il Cavaliere a tutti i parroci che sono venuti nella chiesa di Santa Lucia li ha denunziati a Monsignore
È la volta di don Vincenzo De Filippis, fratello di uno degli ex parroci di Bucita a descrivere la personalità dell’imputato
- Il Cavaliere era sagrestano all’epoca in cui mio fratello era parroco di Bucita, dal 1875 al 1899. Egli ben profittò della bontà di mio fratello e lo indusse suo schiavo. Costui lo beffeggiava anche in chiesa e lo percoteva anche sull’altare, tanto che gli ha fatto uscire l’ernia. Lo aveva ridotto in condizioni miserrime facendo propri tutti i proventi della parrocchia e mio fratello faceva debiti per vivere. Io, vedendo in rovina mio fratello, feci proposta di fare cambio della parrocchia, cioè di andare io a Bucita e lui venire a Gesuiti. Ne parlai a Monsignore che di buon grado acconsentì al cambiamento. Manifestai a mio fratello la risposta del Vescovo e quando ne passò lui la parola al Cavaliere, costui che lo teneva in possesso, gl’impose di non prestare il consenso presso il Capo della Diocesi. Fu allora che, disperato, emigrai per aiutare con l’opera mia la famiglia. Vi riuscii e, ritornato, trovai mio fratello nella più squallida miseria, tanto che per lui dovetti fare debiti in mio nome
Paolo Serra, chiarendo alcune voci che avrebbero voluto addossare a Cavaliere anche la pratica della stregoneria, dice
- Il Cavaliere ha esercitato in Bucita spesso l’arte salutare, prestandosi a medicare coloro che erano affetti da angina catarrale e da reumi. Non mai si è inteso che l’abbia fatta da stregone e non so se abbia mai distribuito medicinali
Ma c’è anche chi difende l’ex sagrestano. Raffaele Pellegrino sostiene che
- Io ritengo il Cavaliere incapace a commettere simile reato perché era ritenuto un “mezzano”, cioè incapace di far male. Ritengo pure che la voce corsa ad accusare il Cavaliere sia un fenomeno di psicologia collettiva, per quelle coscienze ch’erano state preparate a tanto nella chiesa, avendo il parroco fatto una predica lamentando di essersi tentato di avvelenarlo  
E c’è chi accusa il parroco Antonio Cribari. Francesco Palermo, ma le sue parole non trovano alcuna conferma, dice  
- So soltanto, per detto altrui, che il parroco Cribari abbia accompagnato i testimoni a Rende e gli abbia fornito i mezzi; anzi da alcuni fu detto che da dietro la porta il parroco ascoltava le deposizioni dei testi
Fiore Cavaliere si difende strenuamente dalle accuse, ma non riesce a portare elementi concreti che smentiscano i testimoni a suo carico, né per i suoi burrascosi trascorsi da sagrestano, né, cosa più pericolosa per la sua libertà, per quanto riguarda il tentato veneficio per il quale è a processo, impresa nella quale non riescono nemmeno gli altri testi a discarico. L’accusa ha così gioco facile nel chiederne la condanna, sulla base di una sola testimonianza che lo colloca accanto alla porta secondaria della chiesa mentre le campane annunciavano la messa del 22 novembre 1905.
Il 15 dicembre 1906 la Corte lo condanna a 8 anni di reclusione e pene accessorie per tentato veneficio.
La Suprema Corte di Cassazione, il 21 maggio 1907 rigetta il ricorso presentato dall’imputato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 22 giugno 2018

ONORE E VENDETTA A ZUMPANO


Il sole si è alzato da poco in un caldo mattino di fine agosto del 1893 quando il quarantunenne Nicola Garro si avvia a piedi da Zumpano per andare a parlare col Brigadiere Giuseppe Munizio, comandante la stazione di Celico, e per tutto il tragitto non fa altro che rimuginare la brutta situazione in cui si trova: sua figlia, la ventunenne Chiara, tradisce da più tempo il marito emigrato in America con il ventiquattrenne oste Giuseppe Paese e la cosa è ormai di dominio pubblico. Qualcosa va fatta per salvare l’onore della famiglia.
- Brigadiè, andateci a parlare voi con Peppino Paese e ditegli che la finisse di andare a casa di mia figlia se no, quant’è vero Dio – dice in tono alterato segnandosi con la croce –, ci penserò io a non farcelo andare più perché lo ammazzo!
- Garro! E che sono queste minacce? Badate di stare calmo se no vi metto al fresco! Ora tornate a casa, vi prometto che ci parlerò con Paese
Poi, forse, se ne scorda. Ci sono tante corna in giro che servirebbe una squadra apposta per questo servizio.
È il pomeriggio di un sabato di settembre, il 23 settembre per la precisione, e Peppino Paese, penetrando come al solito nell’orto accanto alla casa di Chiara per non farsi vedere dal padre e dal fratello Giuseppe che abitano nel lato opposto del fabbricato, entra da un finestrino e comincia a discutere con la sua ganza
- Tu domani da compare Ciccio non ci vai, hai capito?
- Io ci devo andare, gliel’ho promesso… deve andare a Cosenza e le figliolette non possono restare da sole…
- Tu domani non ci vai perché se ci vai, quando torni t’ammazzo! – rincara la dose, accecato dalla gelosia. Poi la prende in braccio e la mette sul letto, stendendosi sopra di lei.
La mattina di domenica 24 settembre 1893 Chiara Garro esce presto e, come aveva promesso contravvenendo all’ordine del suo amante, va a custodire le bambine di compare Ciccio De Santis e ci resta fino al pomeriggio inoltrato, poi torna a casa e si pone a far da mangiare. Peppino, invece, chiusa a mezzogiorno la cantina, va a fare una scampagnata con amici e beve, beve molto. Quando verso le 18 torna in paese, estremamente ubbriaco, al punto detto Cavarella, luogo scosceso ed in pendio, rotolò e cadde. Non si accorge nemmeno che gli è caduto il portafogli con l’incasso della giornata e, dopo qualche attimo di sbandamento, si rialza e va dritto a casa di Chiara. Fa come al solito il giro dall’orto, entra dalla finestrella e si butta sul letto, esausto. Chiara è sulla soglia della porta di casa a confabulare con Giorgio Imbrogno del tempo, del caldo ed altro, quando sente come un fruscio di passi nel sottostante orto. Pensando che sia Peppino, chiude l’uscio di casa per evitare appunto che di tale venuta si accorgessero i vicini. Dopo un po’, rammentando di avere una casseruola al fuoco, saluta il vicino e rientra. Non l’avesse mai fatto! Peppino scende dal letto e, senza proferir parola, comincia a picchiarla selvaggiamente, forse eccitato anche dal vino. Chiara si rannicchia in un angolo per cercare di evitare qualche pugno e qualche calcio, poi urla all’Imbrogno Giorgio di accorrere in suo aiuto, ma il vicino non riesce ad entrare perché Peppino gli chiude l’uscio in faccia col catenaccio, dicendogli che se ne andasse e riprende le brutali sevizie fino ad impugnare un rasoio ma Chiara, con la forza della disperazione, riesce a strapparglielo di mano e a nasconderselo in tasca. Ancora pugni, schiaffi, calci, morsi; Chiara non potendo più comportare, comincia di nuovo a urlare sperando di essere sentita
- Vieni padre mio che mi ammazzano!
Qualcuno capisce che questa volta la cosa è seria e corre a chiamare Nicola Garro. In casa c’è anche suo figlio Giuseppe e, alle parole concitate su ciò che sta capitando a Chiara a pochi metri da loro, balzano in piedi. Nicola afferra la doppietta carica appesa alla testiera del letto, Giuseppe prende la sua rivoltella dal cassetto dove la tiene e, uno dopo l’altro, corrono.
La porta è sprangata, i due urlano di aprire ma non succede niente. Sentono distintamente Chiara che si lamenta, così tutti e due insieme, con qualche poderosa spallata, riescono a scardinare la porta e ad entrare sbuffando.
Peppino è in piedi in mezzo alla stanza col braccio alzato che sta per colpire di nuovo Chiara, rannicchiata a terra. Giuseppe ha l’impressione che nella mano l’avversario stringa un rasoio. È un attimo e dalla rivoltella parte un colpo che centra Peppino al braccio destro
- Padre, ammazza me! – urla Chiara, temendo che derivasse danno pure a lei, mentre afferra la canna della rivoltella onde strapparla dalle mani del fratello ma non essendovi riuscita, lascia quel luogo dandosi alla fuga per rintracciare un luogo di ricovero. Tutto dura brevi secondi mentre, contemporaneamente, partono altri 2 colpi che fanno barcollare e cadere Peppino su una cassapanca messa sotto il finestrino da cui solitamente entrava, praticamente già morto per un proiettile che gli ha spaccato il cuore
Giuseppe e suo padre si guardano intorno per cercare Chiara ma non la vedono perché, temendo di fare la stessa fine di Peppino, è scappata e si è rifugiata in casa di una vicina. Poi i due tornano verso casa e per la via si imbattono nel fratello di Peppino, Gabriele, che ignaro di tutto sta rientrando a casa anche lui.
La notizia della morte di Peppino arriva a casa Paese subito dopo il rientro di Gabriele e lui, sua madre e le due sorelle si precipitano sul posto. Trovano il corpo adagiato sulla cassapanca, lo prendono, lo stendono a terra in mezzo alla stanza e lo ricompongono tra pianti e urla di disperazione. Tra il ventre e la cintura del morto trovano una palla di rivoltella e un’altra da lui un po’ discosta, la madre se le fa dare e le mette accanto al cadavere di Peppino. Poi Gabriele chiede ai vicini che sono nella stanza chi sia stato a sparare al fratello e quelli gli rispondono che a esplodere i colpi di rivoltella è stato Giuseppe Garro, ma che sul posto, armato, c’era anche il padre.
Con un urlo disumano Gabriele schizza via dalla casa di Chiara e si mette a correre verso quella dei genitori della ragazza. Vuole vendicarsi, ma è a mani nude; poggiato al muro del fabbricato c’è uno zappone, lo prende e continua a correre per i pochi metri che mancano. Intanto Nicola e Giuseppe Garro, temendo la vendetta dei Paese, si sono barricati in casa.
Dopo qualche poderoso colpo dato da Giuseppe con lo zappone, la porta sta per cedere e il giovane Garro pensa bene di afferrare il fucile, mettere le canne fuori dalla feritoia che c’è accanto alla porta e sparare di nuovo. Il colpo, per fortuna, manca Gabriele e va a conficcarsi nel muro della casa di fronte. E per fortuna di tutti Gabriele capisce che con in mano solo uno zappone non riuscirà mai a vendicarsi ma, anzi, che a lasciarci la pelle sarà solo lui, così batte in ritirata. Adesso la furia dei parenti di Peppino si rivolge verso la casa di Giuseppina Cucunato dove si è nascosta Chiara, ma la porta resiste e tutto sembra calmarsi quando i Paese, finalmente, si ritirano.
Nicola e Giuseppe Garro approfittano di questo momento per scappare da casa ed evitare un probabile ritorno, questa volta con armi appropriate, di Gabriele Paese e dei suoi parenti.
Ad evitare una vera e propria faida ci pensa il Sindaco di Zumpano che manda subito a chiamare i Carabinieri di Celico, ormai è notte, i quali arrivano quasi subito e non succede più niente. Per terra, davanti alla porta dei Garro, i Carabinieri trovano un calcio di fucile rotto e lo sequestrano.
Nicola Garro viene arrestato all’alba del 28 settembre in casa sua dove aveva tranquillamente dormito e, siccome è stato visto con un fucile in mano, oltre che di correità nell’omicidio di Giuseppe Paese, è accusato anche di avere esploso la fucilata contro Gabriele Paese
- Mi dichiaro innocente di tutte le imputazioni che mi si addebitano: nego di avere, sia direttamente che indirettamente, prestato aiuto o soccorso all’esecuzione dell’omicidio; nego di avere asportato un fucile; nego poi ancora di avere, dall’interno della mia abitazione, esploso un colpo di fucile per fare atto di minaccia contro Gabriele Paese, alias Venci. Ecco come andarono i fatti: dai primi giorni della tresca amorosa tra mia figlia Chiara e Peppino Paese, noi tutti della famiglia ci mostrammo dispiaciuti ed irritato in ispecial modo si mostrava mi figlio Giuseppe il quale, per evitare qualche sfogo di vendetta, non si peritava in giorno di domenica di abbandonare Zumpano onde evitare il probabile incontro del ganzo di sua sorella. Domenica scorsa Giuseppe si raccolse in casa alquanto avvinazzato. Appena entrato, vidi che lo stesso uscì furibondo e temendo io che andasse a prendere parte a qualche lite, lo seguii immantinente. Ma quando fui in istrada, avendo scorto la direzione da lui presa ed avendo trovata la di lui madre e mia moglie che gridava: “Figlio, figlio!”, di subito cercai di raggiungerlo avendo purtroppo capito qual era lo scopo che si prefiggeva mio figlio stesso. Io non avevo arma alcuna e quando fui in vicinanza della casa di Chiara, alla distanza di una ventina di metri circa, vidi mio figlio abbattere la porta di casa di Chiara; vidi ancora che si era fatto avanti Peppino armato di un rasoio, vidi mio figlio impugnare una rivoltella e con la medesima esplodere tre colpi e vidi, in fine, cadere Peppino al suolo. Frattanto mia figlia Chiara era fuggita ed io, che pur troppo non avevo potuto evitare quella scena di sangue, consigliai il figlio e la moglie mia a ritirarsi in casa, ciò che fecimo in fatti. non ci eravamo ancora ben rinchiusi quando un mormorio di persone ci fece avvertiti che erano accorsi i parenti di Peppino che volevano fare vendetta di noi. mi si disse che eravi fra essi Gabriele Paese che si era appressato alla porta con un fucile, menando colpi alla disperata col calcio di quell’arma al punto di romperlo quasi totalmente. Non contento, Gabriele ritornò con una zappa, continuando le violenze sull’uscio. Fu allora che mio figlio Giuseppe, temendo che gli avversari entrassero in casa per ammazzarci, con la medesima rivoltella usata poco prima, esplose un colpo facendo entrare la canna dell’arma nella feritoria che dall’interno della casa corrisponde alla strada esternamente, dopo di che gli aggressori lasciarono quel luogo… se nella mia qualità di padre mi è permesso di dire una parola in difesa di mio figlio, dirò che noi fummo gravemente provocati dal contegno di Giuseppe Paese che, non contento di portare il disonore nella nostra famiglia, andava pubblicamente schernendosi delle nostre rimostranze, affermando che noi non eravamo buoni a nulla e che lui avrebbe fatto sempre quel che più gli talentava e ciò non ostante che io con le buone sempre consigliassi Gabriele Paese di invitare il fratello perché volesse rompere un tal vincolo amoroso… chiedo la libertà provvisoria…
Ma la richiesta non viene accolta perché la sua ricostruzione è palesemente in disaccordo sia con quelle di molti testimoni che affermano di averlo visto armato di fucile, sia con quella di Chiara che afferma di averlo chiamato in soccorso e di averlo visto sulla porta di casa mentre Giuseppe sparava. Ma probabilmente è in contraddizione anche con sé stesso quando, cercando di giustificare il figlio, comincia ad usare il noi.
Intanto, oltre ad accertare che Peppino è stato colpito da tutti e tre i colpi sparati da Giuseppe Garro, uno al braccio destro, uno di striscio all’addome e quello fatale al cuore, i periti medici procedono anche a riscontrare i segni delle violenze subite da Chiara: oltre a varie contusioni e graffi, i medici contano anche i segni di 5 morsi sulle braccia.
Gabriele Paese viene denunciato a piede libero per l’assalto alla casa dei Garro con l’accusa risibile di tentata violazione di domicilio.
Poi la notte del 4 ottobre i Carabinieri di Celico sorprendono Giuseppe Garro mentre dorme in un pagliaio in aperta campagna tra Zumpano e Lappano e lo arrestano
- Confesso sinceramente il mio delitto e dirò i motivi che, pur troppo, mi spinsero a commettere l’omicidio. Già da una ventina di giorni addietro il contegno di costui si manifestava provocante oltre modo, tanto d’averlo sentito io stesso dire che se ne strafotteva dei Garro, che avrebbe gittato tutti quanti di pennino. Domandai alla gente ed ai vicini il perché di tali minacce e fu allora che dalla voce pubblica sentii sussurrare di una relazione amorosa tra Paese e mia sorella Chiara. Più volte io feci parola a mia madre di cotali voci che io credevo insinuazioni, ma sempre mia madre, certo per evitare qualche brutto fatto, dicevami che nulla era vero, che erano voci calunniose a cui io non dovevo prestar fede e confesso che le parole di mia madre non mi avevano punto convinto, che, anzi, mi spiegavano la spavalderia di Peppino Paese che, come seppi dopo, più volte era stato invitato da mio padre, a mezzo dei suoi parenti, a troncare quella relazione illecita. Domenica 24 settembre, verso mezz’ora di notte, alticcio anzi che no, rincasandomi fui dapprima sorpreso nel vedere mia madre a terra colpita da attacchi isterici e già stavo per prestarle soccorso quando sentii la ben conosciuta voce di mia sorella Chiara gridare: “Accorrete che mi ammazzano!”. Io subito indovinai di che si trattava. Accecato dal vino bevuto, timoroso che qualche grave danno fosse per venire a mia sorella, presi la rivoltella e gridai minaccioso: “Piuttosto che egli ammazzare Chiara, io ammazzerò lui!” fuggii di casa dopo di avermi intascato l’arma ed in men che non si dica fui davanti la porta di Chiara, diedi due o tre urtoni all’uscio che si aperse con violenza. Si presentò sulla soglia Peppino impugnandomi un rasoio; estrassi la rivoltella ed un dietro l’altro sparai tre colpi contro Paese che vidi cadere sopra un cassone. Non vidi mia sorella Chiara, tanta era l’eccitazione che mi aveva preso. Buttai la rivoltella nell’orto sottostante e quasi contemporaneamente venivo raggiunto da mio padre che in modo disperato gridò: “Figlio, che cosa hai fatto?”. Arrivò pure mia madre e dalla medesima fui preso per un braccio e, tutti assieme, il padre pure e il piccolo fratello Francesco, subito ci rifuggiammo, chiudendoci dentro, nella nostra casa, temendo che i parenti di Peppino fossero venuti per vendicarlo. E di fatto, quasi subito, dopo un forte rumore, come di uno che volesse atterrare la porta, ci percosse l’orecchio: era Gabriele Paese che, come in seguito seppi, dopo di avere col calcio di un fucile menato colpi disperati alla porta in modo da rompere il calcio dell’arma stessa, era andato ancora a munirsi di una zappa e col cozzo continuava nei suoi atti di violenza. Temendo allora io che il Gabriele fosse per entrare in casa, temendo della vita dei miei, mi armai di un fucile a doppia canna che stava appeso al capezzale del letto, lo avvicinai alla feritoia e per spaventare Gabriele esplosi un colpo. Dopo di che, certo che io sarei stato ricercato dalla forza pubblica, abbandonai Zumpano… mio padre non c’entra niente, non ha avuto responsabilità alcuna perché sopravvenne quando io avevo consumato il delitto… mi rimetto alla giustizia
Anche la sua versione è in contrasto con tutte le altre e si vedrà quale è quella più vicina alla verità. Intanto una cosa sembra essere certa: il calcio di fucile rotto trovato davanti alla porta dei Garro non sarebbe stato usato da Gabriele Paese ma sarebbe stato buttato lì a bella posta dai Garro per avvalorare i loro racconti.
Giuseppe Garro viene rinviato a giudizio per omicidio volontario. I giudici non credono alla versione dei fatti raccontata da suo padre Nicola e rinviano a giudizio anche lui per concorso in omicidio volontario per averne facilitato la esecuzione col prestargli assistenza ed ajuto prima e dopo il fatto. Gabriele Paese viene prosciolto dall’accusa di tentata violazione di domicilio per inesistenza del delitto. È il 19 dicembre 1893.
Il primo febbraio 1894 la Corte d’Assise di Cosenza interpreta i fatti in un altro modo: Giuseppe Garro ha sparato per esservi stato costretto dalla necessità di respingere da sé o da altri una violenza attuale e ingiusta. Ha sparato per difendere sua sorella e quindi va assolto. E se va assolto Giuseppe, a maggior ragione deve essere assolto anche suo padre Nicola per non aver commesso il fatto. Ma se Giuseppe ha sparato per legittima difesa, è pur vero che lo ha fatto con una rivoltella che deteneva illegalmente e per questo reato deve essere condannato. Essendo minore degli anni 21 e maggiore degli anni 18, la pena (sino a mesi quattro) può essere applicata in giorni venti a causa della minore età dell’accusato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 17 giugno 2018

LA NOTTE DI SAN GIUSEPPE


La sera del 19 marzo 1907 il vento di grecale batte le strade di Roggiano Gravina. In via Ferdinando Balsano un giovane, di statura un po’ alta, magro, vestito un po’ elegante e con un mantello risvoltato sopra le spalle, tenendo il viso coperto fin sopra il naso, come per non farsi conoscere, passeggia lentamente avanti e indietro, dando l’impressione di aspettare qualcuno. In questo frattempo dalla parte di Piazza Plebiscito sopraggiunge un altro uomo piuttosto basso di statura, con in testa un cappello di feltro oscuro e anche questo avvolto in un mantello. I due si incrociano senza salutarsi e quello che sta passeggiando passa talmente vicino all’altro che i due mantelli si toccano. I due si allontanano in direzioni opposte ma quello che passeggia, fatti pochi passi si gira, fa due o tre passi più lunghi del normale, estrae una rivoltella da sotto il mantello e spara due volte. Il riecheggiare dei colpi non si è ancora spento che l’altro uomo è già morto, colpito a bruciapelo da tutti e due i proiettili alla nuca. Una vera e propria esecuzione. L’uomo che ha sparato come un fulmine rimette a posto l’arma, toglie qualcosa di tasca, si piega sul cadavere che giace bocconi, gli mette una mano sotto il petto, poi si allontana nel buio prima che la gente scenda per strada a vedere cosa diavolo sia successo.
Il Brigadiere Domenico Quattrone prima che arrivi il Pretore scopre solo che il morto si chiamava Angelo Lanzillotti, che faceva il negoziante e che aveva 29 anni. Per il resto è buio pesto come la notte. La notte di San Giuseppe.
Il resto della notte passa inutilmente, ma la mattina seguente sotto il cadavere viene rinvenuto un coltello a serramanico aperto. I dubbi aumentano se si ipotizza una lite degenerata, perché se così fosse Lanzillotti non avrebbe dovuto morire con due proiettili nella nuca, sparatigli a bruciapelo. Sembra più un omicidio premeditato che un delitto d’impeto. Poi il Brigadiere viene a sapere che il morto aveva una relazione con una contadina ventottenne, Maria Saveria Mastrota, la quale circa un mese prima aveva sporto una querela contro un giovanotto ventunenne, Giacomo Cipparrone, perché aveva cercato di entrare in casa sua di notte. E quindi? E quindi si dice in giro che fu proprio Angelo Lanzillotti a convincere la sua amante a denunciare Cipparrone. E siccome si sa come vanno queste cose, il sospetto è che il giovanotto abbia potuto pensare di vendicare col sangue la querela ricevuta, che riteneva un’offesa gravissima. Il Brigadiere si precipita a casa del sospettato, gli fa indossare gli abiti di festa che quel giorno portava, perquisisce minutamente l’abitazione ma la rivoltella non c’è. Vestito di tutto punto, Cipparrone viene portato in caserma per essere interrogato ma senza risultato, essendo le sue risposte negative.
Però qualcosa potrebbe cambiare perché in caserma si presenta un ragazzino, il dodicenne Francesco Iuliano, il quale giura di avere assistito personalmente a tutta la scena del delitto, di avere inteso un flebile lamento, ma siccome era buio pesto e nonostante avesse un lanternino, non ha riconosciuto l’assassino perché aveva il volto quasi completamente coperto. È in grado, però, di fare una descrizione dettagliata dell’abbigliamento. Il Brigadiere coglie la palla al balzo e gli mostra Cipparrone vestito di tutto punto e il ragazzino lo riconosce dai vestiti.
Messolo di bel nuovo alle strette, Cipparrone davanti a quattro testimoni ammette qualcosa 
- Verso le ore 20,30 del 19 corrente, mentre transitavo per via Ferdinando Balsano, salendo dalla Piazza Plebiscito, giunto in prossimità dell’abitazione di Antonio Iuliano (il padre del testimone, nda) mi sono imbattuto con Angelo Lanzillotti, proveniente dalla parte opposta alla mia, il quale mi proferì le seguenti parole: “Tu sei quello che ti permettesti di bussare alla porta della mia druda ed ora che mi sei incontrato mi voglio vendicare!”. Ciò detto estrasse di tasca un coltello, che per l’oscurità non potetti distinguere, né posso dirvi se codesto che mi presentate fosse quello, e spiegatolo cercava inveire contro di me. Fu allora ch’io per non essere sopraffatto estrassi la rivoltella di calibro nove, che asportavo abusivamente e che avevo acquistato nelle Americhe, e ne esplosi due colpi contro il Lanzillotti, senza vedere dove l’avessi colpito, dandomi tosto alla fuga gettando la rivoltella. Giunto nei pressi della chiesa di Sant’Antonio, e precisamente innanzi al caffè di certa Angelina D’Agostino, seppi dell’uccisione del Lanzillotti… allora, sempre con passo normale, transitai per l’Arco del Carcere, Piazza Plebiscito, Via Roma e rincasai. Poco dopo uscii di nuovo recandomi dal morto. Giunto sul luogo del fatto guardavo fissato il cadavere fumandomi una sigaretta e dopo sono rincasato mettendomi a letto
Ovviamente il Brigadiere, che sa come si sono svolti i fatti perché glieli ha raccontati Francesco Iuliano, non gli crede e continua ad indagare interrogando numerosi testimoni che, spera, possano confermare le dichiarazioni del ragazzino e inchiodare Cipparrone con l’accusa di omicidio premeditato.
Nel frattempo Cipparrone viene nuovamente interrogato, questa volta dal Pretore di San Marco Argentano, e ritratta tutto. Ma il giorno dopo, il 21 marzo, cambia di nuovo versione e ammette, come aveva fatto davanti al Brigadiere e ai quattro testimoni, di essere stato l’autore dell’omicidio e di avere sparato perché provocato dalla vittima che gli sventolava un coltello sotto il naso
- Gli sparai contro due colpi tirandogli in fronte – dice adesso, mentre prima aveva detto di non sapere dove l’avesse colpito. In ogni caso mente – credevo di averlo soltanto ferito… mi diedi alla fuga ma dopo un quarto d’ora seppi che era morto, così ritornai sul luogo del delitto, mi posi ad osservare il cadavere e per esternare indifferenza lo guardai fumando una sigaretta
- È sempre un errore tornare sul luogo del delitto… – osserva ironicamente il Pretore che, dopo queste ultime ammissioni, si convince che sia stato tutto premeditato
- Non mi pareva vero che fosse morto e per accertarmi ritornai sul luogo del delitto
- Ancora? – il Pretore sta per perdere la pazienza – ma come fai a sostenere questa fesseria? Ti sembra possibile che una persona può restare viva dopo che gli hai sparato a bruciapelo due colpi alla nuca?
- Non è vero che gli abbia esploso due colpi dalla parte posteriore della testa, ma, ripeto, tirai al Lanzillotti in fronte e se il ragazzino afferma il contrario, afferma il falso, come il falso afferma quando attesta che io passeggiavo in attesa in via Balsano! E poi io il ragazzino Iuliano non l’ho visto in quel momento – ormai non sa più ciò che dice e continua a peggiorare la situazione. Ma probabilmente Cipparrone sostiene questa tesi perché quando tornò sul luogo del delitto e si pose ad osservare il cadavere, fu tratto in inganno, alla luce fioca di una lanterna, dalla vasta ferita lacero contusa sulla fronte che Lanzillotti si procurò cadendo dopo essere stato colpito
- Il ragazzino lo ha detto, ma lo dicono soprattutto i due fori di proiettile che Lanzillotti ha nella nuca e quelli certamente non mentono!
Il risultato dell’esame autoptico, in realtà dimostra che un solo colpo, con direzione obliqua da sinistra a destra e dall’alto in basso, uccise Lanzillotti penetrando dal processo mastoideo sinistro, perforando nettamente l’osso temporale e quindi spappolando la sostanza cerebrale della porzione superiore del lobulo sinistro del cervelletto, del corpo calloso, dell’emisfero cerebrale destro, arrestandosi alla porzione cervicale dello stesso. Quindi un colpo sparato trovandosi di fianco, e non alle spalle, della vittima. E l’altro foro? Quello, si, fu sparato trovandosi alle spalle della vittima, ma si è trattato di un colpo che non ha causato alcun danno avendo leso solo delle porzioni di muscolo prima di fuoriuscire. Quindi, molto probabilmente, Cipparrone sparò il primo colpo trovandosi alle spalle di Lanzillotti e lo ferì superficialmente (il testimone udì un flebile lamento) e quindi sparò di nuovo mentre la vittima cadeva (colpo sparato dall’alto in basso) girandosi leggermente di lato.
Dalle indagini il Brigadiere Quattrone trova la conferma che il coltello a serramanico trovato sotto il cadavere di Lanzillotti non apparteneva alla vittima e quindi di sicuro lo ha messo lì l’assassino per avvalorare la tesi dell’aggressione e della legittima difesa. Un altro colpo per l’imputato, il quale viene trasferito dalla camera di sicurezza della caserma di Roggiano nel carcere mandamentale di San Marco Argentano. Ma durante il trasferimento a bordo di un carretto Cipparrone commette un’altra sciocchezza: dice ai due Carabinieri che lo scortano e al cocchiere queste precise parole
- Sono stato forzato ad ucciderlo perché costui cercava offendermi col coltello… in fin dei conti mi potranno condannare a 10 o 12 anni, son giovane ed uscirò ancora, è meglio la Corte e non la morte!
Parole molto contraddittorie. Cosa avrà mai inteso dire? Quando gliene viene reso conto dal Giudice Istruttore, nega di averle dette e ciò non fa che aumentare i sospetti. Anzi, in quest’ultimo interrogatorio ritratta ancora
- Fu il Brigadiere che m’indusse a confessare un delitto che io non avevo commesso, facendomi credere che con la confessione e narrando il fatto in un modo piuttosto che in un altro, la mia posizione era risoluta e da un momento all’altro sarei stato prosciolto da ogni accusa. Mi feci abbindolare come uno sciocco e pur non avendo commesso nulla di male, confessai l’uccisione di Lanzillotta, ma io di questo omicidio nulla conosco giacché col Lanzillotta non avevo nessun rancore
- Ma davvero? Peccato che sul verbale dei Carabinieri ci sono anche le firme di quattro testimoni – gli contesta il Giudice
- Quando resi la dichiarazione al Brigadiere confessandogli il delitto da me non commesso, era presente un solo Carabiniere. Mi sorprende, quindi, di sentire ora che alla dichiarazione scritta erano presenti quattro testimoni
- Quelle stesse parole che adesso negate, risulta che le abbiate dette anche al Pretore, non vi sembra strano? Perché non avete protestato allora?
- Naturalmente dopo aver reso quella dichiarazione al Brigadiere, dissi lo stesso al Pretore. Questi, anzi, non fece che trascrivere quanto al Brigadiere avevo detto… Io non capivo nulla, lasciavo scrivere, sicuro di riottenere la libertà
- E poi le avete ripetute davanti a tre testimoni mentre vi portavano nel carcere di San Marco – continua il Giudice Istruttore
- È falso che, mentre venivo tradotto a San Marco, avessi detto in presenza del cocchiere e di due Carabinieri ch’ero stato costretto ad uccidere il Lanzillotta perchè costui inveiva contro di me col coltello e che me la sarei cavata con dieci o dodici anni. Quel discorso lo facevano i Carabinieri, non io!
Peccato che sia i quattro testimoni, tra i quali una guardia municipale di Roggiano e una guardia campestre, che il cocchiere e i due Carabinieri che lo portarono a San Marco confermino di avere ascoltato con le proprie orecchie le parole con le quali Cipparrone confessò di avere sparato all’avversario. Non solo: molti testimoni assicurano, al contrario di quanto sostenuto dall’imputato, che tra lui e Lanzillotta esistevano dei forti rancori per questioni di donne. Inoltre le persone che si trovavano sul luogo del delitto per curiosare sostengono di avere sentito Cipparrone dire, fumando una sigaretta e con cinica e nauseante indifferenza: “Poveretto, chi mai lo ha potuto uccidere?”.
Per il Pubblico Ministero non ci sono dubbi: Giacomo Cipparrone deve essere processato per omicidio premeditato. La Camera di Consiglio presso il Tribunale di Cosenza, nel trasmettere gli atti alla Procura Generale per la, eventuale, richiesta di rinvio a giudizio dell’imputato aggiunge: a seguito di probabili suggerimenti egli credette di poter distruggere quanto a suo carico risultava dalla sua stessa confessione, avvalorata da molteplici prove in via generica e specifica, accertate dalla istruzione. Accertata altresì la causale di odio, relativa alla denunzia per violazione di domicilio sporta dalla mantenuta dell’ucciso contro il prevenuto, non è a dubitare che questi commise il delitto con premeditazione. L’avere egli mirato ed esploso i colpi della rivoltella alla regione posteriore della testa del Lanzillotti sono la prova migliore che egli aveva di lunga mano tutto premeditato e disposto per la certa consumazione del delitto. È il 30 giugno 1907.
Il 24 agosto successivo, la Sezione d’Accusa avalla la tesi dell’omicidio premeditato e rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il 3 febbraio 1908 inizia il dibattimento e già il giorno dopo la giuria emette il verdetto di colpevolezza ai danni di Giacomo Cipparrone, condannandolo a 20 anni, 10 mesi e quindici giorni di reclusione, più pene accessorie. Il doppio di quanto aveva, improvvidamente, pronosticato.
La Suprema Corte di Cassazione, il 2 luglio 1909, dichiarerà inammissibile il ricorso di Cipparrone.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 15 giugno 2018

CARAMELLE DA UNO CONOSCIUTO


- Marì, bella di mamma, tieni i soldi e vai alla stazione di Verbicaro a comprare un po’ di verdura – sono le 9,20 del 13 luglio 1923 quando la madre di Maria, 11 anni, la manda come al solito a fare la spesa. Maria si avvia e mentre attraversa il ponte ferroviario sul fiume Abatemarco vede sulla riva sottostante una sua vicina, la cinquantatreenne Enrichetta Ponzo, che sta lavando dei panni e, accanto a questa, la bambina di un’altra vicina, Assunta di quasi 3 anni, che sta giocando sulla riva del fiume.
Adesso sono le 9,30. Pochi minuti dopo il tredicenne Francesco si avvicina al fiume per attingere dell’acqua e vede qualcosa che viene cullata nella corrente. Guarda meglio e lancia un urlo di terrore: è il corpo di una bambina! Butta per terra gli orciuoli e comincia a correre verso il podere dove sta lavorando suo padre e, un po’ a gesti, un po’ con frasi smozzicate, gli dice ciò che ha visto. Pietro Marino lascia tutto e comincia a correre verso il fiume: suo figlio ha ragione. L’acqua del fiume a questo punto è profonda circa due palmi, proseguendo con variabile profondità per circa quaranta metri ove si nota del terreno limaccioso con pochissima acqua. È qui che galleggia a faccia in giù il corpicino di una bambina di non più di 3 anni di età. Pietro non perde tempo, si butta in acqua, raggiunge la bambina, la gira e tira una bestemmia: è Assuntina! Ne raccoglie il corpo ormai senza vita e lo depone delicatamente sulla sabbia, poi si mette a urlare per richiamare l’attenzione di una donna che sta zappando a un centinaio di metri da lì.
Rosaria Sollazzo, attirata dalle urla, arriva trafelata e quando vede il corpicino steso a terra, quei bei capelli biondi attaccati al viso, quel vestitino a gonnellina colorato in grigio e le gambette magre che spuntano dal ginocchio in giù, comincia a urlare a sua volta e Pietro ha un bel da fare per farle capire che si deve fare forza e restare a guardia del corpicino, mentre lui e suo figlio andranno a cercare la madre per avvisarla e poi andranno a Cipollina per avvisare dell’accaduto il delegato del Comune di Grisolia.
La madre di Assuntina, la trentenne Emilia Valitutti, nella casetta colonica a circa 350 metri da lì non c’è, come non c’è la sua coinquilina Enrichetta Ponzo, così padre e figlio vanno ad avvisare il delegato municipale e questi, a sua volta, avvisa i Carabinieri di Grisolia dell’avvenuta disgrazia.
Intanto Maria ha fatto le sue compere e si è rimessa in cammino verso casa intorno alle 10,30. Arrivata al ponte ferroviario, vede il corpicino disteso sulla sabbia e parecchie persone che si accalcano per curiosare. Lei non si ferma, si fa la croce e corre a casa ad avvisare sua madre.
Tra i curiosi che gironzolano attorno al corpicino ci sono anche le diciottenni Assunta Salerno e Filomena Vitale che, essendo state attirate dalle urla di Rosaria Sollazzo, si sono avvicinate per capire cosa sia accaduto e poi proseguono il proprio cammino per andare a lavorare in un fondo che è oltre la casetta colonica della mamma di Assuntina ed è in quei pressi che la incontrano insieme ad Enrichetta Ponzo alle 10,00, di ritorno dopo aver raccolto una minestra di fagiolini
- Emì… Emì… corri al fiume… una disgrazia…
- Che?
- Una disgrazia… Assuntina… s’è affucata!
- Ma che dici? Sta dormendo a casa…
- No, ti dico! È al fiume, corri!
Anche il Brigadiere Giuseppe Bramante accorre immediatamente sul posto e comincia a fare i primi rilievi dai quali risulterebbe che Emilia Valitutti ed Enrichetta Ponzo siano uscite di casa per andare a raccogliere dei fagiolini, a circa 200 metri da casa, verso le 9,30 e hanno lasciato Assuntina che dormiva sopra un sacco pieno di paglia e con la porta d’ingresso socchiusa e che dopo pochissimo tempo, non oltre 20 minuti da quando erano arrivate sul posto ed avevano raccolti solo pochi fagiolini, furono avvisate della disgrazia e si recarono al fiume. Bramante percorre il sentiero che dal punto dove è stata trovata Assuntina porta alla casetta colonica, raccoglie qualche altra testimonianza, confronta mentalmente gli orari che gli vengono riferiti, il tempo che lui stesso ha impiegato per arrivare alla casetta colonica, il contegno incerto e titubante delle due donne e comincia a sospettare che qualcosa non quadra e verbalizza: anzitutto la casetta colonica dista dalla località ove si vorrebbe avvenuto l’annegamento circa metri 350 e per accedervi bisogna passare due rigagnoli d’acqua distanti fra loro circa metri 40 che, per quanto con poca acqua, pare di difficile accesso per una bambina di quell’età. Dall’altra parte, data la brevità del tempo che sarebbe trascorso dal momento in cui dalle donne si affermava di aver lasciato la bambina a dormire a quello del triste avvenimento, cioè appena 20 minuti di tempo, in cui non era possibile svolgersi tutta quella serie di atti che precedettero l’arrivo delle donne, cioè tempo impiegato dalla bambina per andare, dopo svegliatasi, dalla casetta colonica al fiume, non meno di 20 minuti, tempo occorso pel rinvenimento e per la morte, per essere scoperto il cadavere dal ragazzo e conseguente chiamata del padre che estrasse il cadavere dall’acqua, tempo occorso pel riconoscimento e conseguente chiamata della madre. Questi atti richiedevano di oltre un’ora e mezzo e a tutto questo si aggiunge  il fatto che il sottoscritto procedendo nelle indagini ebbe assodare che Ponzo Enrichetta fu vista la mattina verso le ore 9, ½ nei pressi del fiume Abatemarco insieme alla ragazza. Circostanza questa recisamente negata dalla Ponzo e dalla madre della morticina. Guardato noi militari verbalizzanti il cadaverino esternamente, non presentava traccie di sorta che avesse potuto far passare ad una morte per annegamento, nel qual caso si sarebbe dovuto verificare gonfiore, bava mucosa e sanguinolente dalla bocca e dal naso ecc. quindi sorge in noi leggittimo il sospetto che la morte della bambina era da attribuirsi più che a un fatto disgraziato, ad un fatto volontario.
 Il Pretore di Verbicaro, avvisato di questi fondati sospetti, dispone immediatamente l’autopsia sul corpicino di Assunta e l’arresto delle due donne. Incaricati della perizia sono i dottori Vittorio Sollazzo e Rosario Calfa i quali, prima di affondare il bisturi nelle carni di Assuntina, da un lato si segnano con la croce, ma dall’altro maledicono chi, sperando che non ci sia un chi, ha portato alla morte la bambina.  La prima cosa che intendono accertare è se Assuntina sia o meno morta per annegamento e la risposta è che è da escludersi completamente che sia morta in seguito ad annegamento. La morte, al contrario, deriva da asfissia e verosimilmente da asfissia per soffocamento, come a dire per occlusione delle narici e della bocca con un mezzo meccanico qualunque che potrebbe essere la mano rivestita, o non, da un panno qualsiasi. E qui le cose si complicano perché adesso si aprono nuovi e imprevedibili scenari. Quindi, per escludere qualcuno di questi ipotetici scenari, è necessario ispezionare più accuratamente del normale ogni centimetro, ogni millimetro del corpicino di 32 mesi di età steso sul freddo marmo della camera mortuaria del cimitero di Cipollina. 
Sollazzo e Calfa all’improvviso sbiancano in viso quando scoprono che la bambina, antecedentemente alla morte, fu sottoposta per più di una volta a pratiche di congiunzione carnale innaturali perché si riscontra alterazione di forma e di grandezza del contorno anale e dell’orifizio, come pure del retto. E se questo orrore non bastasse, i medici scoprono anche che il retto è ricoperto da un’abbondante sostanza biancastra di consistenza mucosa, specialmente nel tratto medio: sicuramente sperma, ma è meglio repertare la sostanza e analizzarla.
I due medici interrompono le operazioni per qualche minuto, devono riprendere fiato, anche loro sono uomini dotati di una coscienza e ciò che stanno vedendo li turba oltre il loro dovere di medici.
Appoggiato allo stipite della porta, dal lato esterno delle camera mortuaria, c’è il Brigadiere Bramante in attesa di novità dall’esame e quando i due periti gli accennano a ciò che ha subito Assuntina in vita, ricorda immediatamente che la madre ha detto che la bambina dormiva sopra un sacco pieno di paglia, così si mette a correre verso la casetta colonica dove trova quel sacco, che per fortuna nessuno ha portato via, coperto con un lenzuolo, li prende e li porta ai periti.
Si è repertato un lenzuolo sul quale dicesi dormisse la bambina il quale presenta una macchia di sangue non recente, estesa quanto una moneta da dieci centesimi di vecchio conio; presenta delle macchie che, evidentemente, debbonsi ritenere prodotte da urina. Non è possibile riscontrare, almeno macroscopicamente, macchie spermatiche. Anche il lenzuolo deve essere analizzato.
Bramante, in attesa dei risultati delle analisi, continua a scavare nella vita di Emilia Valitutti ed Enrichetta Ponzo e comincia da una considerazione e da una domanda: se c’è dello sperma nell’intestino, l’ultima violenza deve essere per forza avvenuta molto recentemente, forse addirittura la mattina stessa dell’omicidio.
Chi è in realtà Emilia Valitutti e con chi se la fa?
Emilia, originaria della provincia di Potenza, e la sua amica del cuore Enrichetta risultano di pessima condotta ed esercitano il meretricio. Ma la cosa più grave, ai fini dell’indagine, è che risulta che la povera morta era sottoposta a dei maltrattamenti sia dalla madre che da parte dell’altra donna; veniva spesso e volentieri bastonata ed abbandonata a sé stessa. Aggiunge il delegato comunale: In me destava la più profonda pietà anche perché mi dava l’impressione che in quella casa la ragazza era ritenuta superflua, tanto che avendo progettato le due donne un viaggio in Francia a scopo di speculazione mediante il meretricio, non sapevano che regolarsi nei riguardi della bambina. L’ambiente di quella casa, insomma, lasciava molto a desiderare sia dal punto di vista morale che per qualsiasi altra considerazione, tanto che in un certo momento mi ero deciso a mandare via tutti, ma poi mi lasciai convincere in senso contrario. Bravo, complimenti!
Bramante trova altre conferme che indicano Marsiglia come città prescelta per via del porto dal quale partono moltissime navi cariche di emigranti italiani. A Bramante risulta anche che Emilia vive separata dal proprio marito e se la fa con un carbonaio, il trentunenne Domenico Marini, nato ad Apecchia in provincia di Pesaro e residente per ragioni di lavoro a Cipollina, guarda caso nell’abitazione della sua amante. Siccome due più due fa sempre quattro, Domenico Marini entra di diritto nella lista dei sospettati sia per l’omicidio di Assuntina e sia per la violenza sessuale continuata nei confronti della bambina. Per lui scattano subito i ferri ai polsi.
- Frequentavo la casetta colonica ove abitavano Enrichetta Ponzo ed Emilia Valitutti, anzi con quest’ultima ero in intime relazioni. Sono assolutamente innocente del reato che mi si vorrebbe attribuire, anzi io volevo molto bene a quella bambina, alla quale davo spesso dei dolci e della frutta. Io, il giorno dello avvenimento, mi svegliai verso le ore sei del mattino ed uscii immediatamente di casa, lasciando  Emilia ancora a letto perché ammalata. La bambina stava ancora a dormire, tanto che la covrii col lenzuolo per non farla maltrattare dalle mosche. Enrichetta era già levata da letto ed accudiva ai servizi di casa. al mio ritorno, verso le ore 10 e mezza, seppi del fatto raccontatomi da Pagano Alfredo che era alla stazione di Verbicaro. Andai al fiume e trovai la madre alla quale domandai come era andato il fatto; questa mi rispose che lei era andata a raccogliere dei fagioli ed aveva lasciata la bambina ad Enrichetta
Questa è nuova: finora le due donne hanno dichiarato che erano uscite insieme o a distanza di pochi secondi una dall’altra e invece adesso scopriamo che Enrichetta sarebbe rimasta in casa con Assuntina. Se fosse davvero così, la testimonianza di Maria, la bambina che ha riferito di avere visto Enrichetta con Assuntina sulla riva del fiume, sarebbe confermata da uno dei sospettati. Ma Enrichetta conferma di essere uscita insieme con Emilia e di avere lasciato Assuntina in casa che dormiva. Emilia? Emilia conferma le parole dell’amica del cuore.
Ma qualche giorno dopo ritratta
- Devo modificare quanto dissi nel mio interrogatorio precedente, cioè che non è vero che io abbia lasciato la mia bambina dormendo quando alle ore 9,20 mi recai a raccogliere i fagiolini
- E quindi?
- Lasciai la mia bambina invece sveglia e la consegnai alla Ponzo, la quale mi raggiunse dopo circa una mezzora e mi disse che la bambina si era posta a dormire e dormendo l’aveva lasciata
- Perché non lo avete detto subito?
- Se dissi a quel modo allora fu perché fui minacciata dalla Ponzo la quale, dichiaro, è la causa di tutti i miei guai e delle mie disgrazie – ecco come finisce un’amicizia in pochi secondi –. Non potevo mai supporre che lasciando mia figlia ad Enrichetta dovesse succedere quanto è successo – forse Emilia ha dimenticato che la sua bambina è stata brutalmente e ripetutamente violentata, quasi certamente nella sua casa, e che sarà difficile spiegare come abbia fatto a non accorgersene –. Debbo dichiarare ancora che il Marini è assolutamente innocente di quanto gli viene imputato – come fa ad esserne così sicura?  Lanciando una bomba della quale dovrebbe vergognarsi per il resto dei suoi giorni –, anzi debbo esporre alla giustizia quanto segue: circa dieci o dodici giorni prima dell’avvenimento, la mia bambina scherzava con un cane ed era alquanto ammaliziata giacché ad un certo punto alzò le vesti e si fece leccare la natura dal cane. Tutto questo mi fu avvisato dal Marini il quale mi avvertì di stare attenta per la bambina. Al fatto era presente anche la Ponzo
- Un cane? E di chi era? – le chiede, incredulo, il Pretore
- Il cane non so a chi si appartenessenon dissi questo alla giustizia perché non credevo che la bambina fosse morta in seguito a violenza carnale, ma supposi che si trattasse di bastonate ed altro – roba da non credere, lo schifo assoluto! Come può una madre alla quale hanno brutalmente e continuatamente violentato sua figlia di 32 mesi e poi uccisa soffocandola dire queste oscenità per salvare il proprio amante?
Bramante, che non tralascia alcun particolare, nemmeno quelli che meriterebbero di essere cancellati dall’indagine, scopre che il cane in questione è una cagna e appartiene, udite udite, a Domenico Marini e quindi tutto il giorno giocava con la bambina leccandola, certo, come tutti i cani leccano i padroni per dimostrare loro il proprio affetto e, soprattutto, senza malizia. Senza malizia come i bambini.
Anche Enrichetta difende Marini, ma le sue parole, sapute le orribili sofferenze inflitte ad Assuntina, suonano come premonizioni dell’inenarrabile e fanno venire i brividi
- Marini scherzava sempre con la bambina, la carezzava e la poggiava sulle ginocchia. Con nessun altro ho visto scherzare la bambina
Scherzare…
Ma perché Emilia ad un certo punto decide di proteggere Domenico Marini e di scaricare la sua amica del cuore? La risposta potrebbe essere nelle parole che Michele Zampella, custode delle carceri di Verbicaro, giura di aver sentito dire, la mattina del 31 luglio 1923, a Marini mentre parlava con Emilia da una cella all’altra, parole che anche Enrichetta Ponzo conferma di avere ascoltato
- Bada di dire che io sono innocente del reato contro la tua bambina perché ora la giustizia è convinta che io abbia chiavata la ragazza davanti e di dietro e quindi bisogna che mi difenda… ho ventimila lire di proprietà e dei muli che voglio vendere e così taglio la corda e vado via dando il denaro all’avvocato che mi farà uscire in libertà provvisoria… altre volte ho burlato la giustizia, il Pretore e i Carabinieri… credevo che avessero creduto che la ragazza era morta effettivamente per annegamento e non sospettavo giammai che avessero fatto quella visita, ma che avessero senz’altro ordinato il seppellimento perché era una bambina… i dottori di Cipollina e Grisolia mi vogliono male… Bada che quando esco non ti farò fare più questa vita raminga ma ti condurrò con me altrove
I guai di Domenico Marini potrebbero aumentare quando, forse nell’intento di dargli una mano, i testimoni che cita a suo discarico indicano orari diversi da quelli indicati da lui quando ha dichiarato di essere uscito da casa intorno alle 6,00: Settimio Dascenti, mulattiere di Cappadocia in provincia de L’Aquila, giura che Marino è stato in sua compagnia dalle ore cinque alle ore 10 e mezza insieme a Rocco Violi, caposquadra ferroviario, ed a Vincenzo Lilli. Quest’ultimo sostiene che Marini è stato con lui e gli altri alla stazione di Verbicaro dalle ore cinque sei antimeridiane alle ore 9 e mezzo, ora in cui andammo a fare colazione in una locanda in quei pressi. Violi, invece, sostiene che Marini è stato con lui al passaggio a livello della ferrovia dalle ore sette fino alle ore nove e mezza circa. Ma nessuno gli contesta questa circostanza.
Nel frattempo arrivano i risultati delle analisi svolte sulla sostanza biancastra rinvenuta nel retto di Assuntina e sulle macchie sospette rinvenute sul lenzuolo: sia le prove istologiche che microchimiche confermano senza ombra di dubbio che si tratta di sperma umano: le orribili violenze sono state consumate in casa e né la madre di Assuntina, né l’ex amica del cuore possono dire di non essersi accorte di niente, sia che sia stato Domenico Marini, sia che sia stato un altro il carnefice.
Ma ormai è una guerra di tutti contro tutti per cercare di salvarsi e in questa fiera del degrado morale si inserisce anche il padre della povera Assuntina che dichiara
- Da circa cinque anni sono separato da mia moglie Emilia Valitutti e la bambina Assunta, sebbene figuri dallo stato civile essere mia figlia, è stata procreata da mia moglie con altro uomo. Io vivo lontano dal luogo ove avvenne il reato e per quanto mi sia querelato per la violenza carnale a danno di detta bambina Assunta, non ho testimoni da indicare, né prove da addurre, sia relativamente al detto delitto di violenza carnale, sia per l’omicidio della stessa Assunta
Assuntina è lasciata da sola anche da questa parte.
La richiesta della Procura Generale del re per gli imputati è il rinvio a giudizio per tutti e tre con l’accusa di avere ucciso in concorso, mercè soffocamento, Assuntina, con l’aggravante per la Valitutti di essere la bambina figlia legittima di essa. Per il solo Domenico Marini, oltre all’omicidio, viene chiesto il rinvio a giudizio per lo stupro continuato, commettendo i fatti con abuso di fiducia e di relazioni domestiche. Per la Procura, Emilia Valitutti ed Enrichetta Ponzo con gli stupri non c’entrano.
La Sezione d’Accusa accoglie le richieste e i tre sono rinviati a giudizio. È il 29 luglio 1924, un anno dopo l’orrenda fine di Assuntina.
Il dibattimento inizia il 31 gennaio 1925 e durante le poche udienze viene timidamente fuori che un altro uomo frequentava la casetta degli orrori: il figlio ventenne di Enrichetta Ponzo. Non solo: alcuni testimoni dicono che c’era anche quel maledetto 13 luglio 1923 ma, appena saputo dell’accaduto, non si vide più. E non si vede neanche nel dibattimento. L’unica altra cosa di interessante che emerge dalle parole dei testimoni è che Emilia Valitutti sarebbe mezza scema perché non sa parlare e non si sa presentare.
La difesa di Domenico Marini fa leva sulla dichiarazione del marito di Emilia che nella querela ha disconosciuto la paternità di Assuntina per farla decadere, ma il Presidente della Corte, fatti fare i dovuti accertamenti, osserva che, siccome il matrimonio non è stato annullato, che non esiste sentenza di separazione, che non esiste nessun procedimento di disconoscimento del figlio, la querela è pienamente valida e produttiva di effetti giuridici. Si può continuare e arrivare a sentenza. Il 4 febbraio 1925 per la giuria non c’è niente che dimostri la colpevolezza dei tre imputati e li assolve dai reati loro ascritti per non aver commesso il fatto.[1]
Assuntina è stata stuprata e uccisa ancora una volta perché tutti, messi davanti all’orrore di ciò che le è stato fatto e tolto a 32 mesi di età, hanno preferito girarsi dall’altra parte e fare finta che il male non esiste.
P.S. Ci vorrà ancora qualche decennio prima che i bambini non vengano più considerati, nella scala sociale, un gradino più in basso del cane di casa e capire che la vita vale più della roba. Soprattutto la vita dei bambini.



[1] ASCS, Processi Penali.