domenica 29 luglio 2018

LA PIPA


Verso le 15,00 del 27 novembre 1904 il diciassettenne Antonio Pignata sta tornando a Grisolia dalla campagna, portando come al solito la scure in equilibrio sulla spalla sinistra e le mani in tasca. Imboccata Via San Giovanni si imbatte in Fedele Crusco, visibilmente alticcio, e la madre e il fratello di questi. Gli sembra che la donna stia tentando in tutti i modi di far rientrare a casa il figlio ubriaco e siccome conosce la brutta fama di cui godono i fratelli Crusco che sono dediti al vagabondaggio, raramente lavorano, spesso si ubriacano ed il Fedele quando è in istato di ubbriachezza è oltremodo molesto, insultante e per un nonnulla fa quistioni, cerca di girare al largo ma ormai è troppo tardi, Fedele lo vuole cimentare e, spalleggiato dal fratello, gli vorrebbe togliere la scure. Pignata, ovviamente, resiste, forte della sua poderosa arma. Fedele allora cambia tattica. Approfittando del fatto che, nel tentativo di disarmare l’avversario, gli è caduta per terra la pipa che aveva in bocca, con tono minaccioso gli intima di raccoglierla da terra e di restituirgliela. Pignata non ne vuole sapere e si rischia di arrivare alle mani con conseguenze imprevedibili.
Anche Pietro Rocca, 20 anni, e Biase Marino, 16 anni, verso le 15,00 del 27 novembre 1904 stanno tornando a casa dalla campagna e imboccano Via San Giovanni. Davanti a loro si sta svolgendo la quistione tra i fratelli Crusco e Antonio Pignata. Pietro Rocca decide di intervenire per calmare gli animi e cerca di indurre il Fedele, perché brillo e perché più riottoso verso il Pignata, a tornarsene a casa. In questo frattempo a Fedele cade di bocca la pipa e comincia con le sue pretese nei confronti di Pignata. È in questo momento che Pietro Rocca interviene e, con l’intento di calmare la situazione, raccoglie da terra la pipa e la mette in tasca a Fedele Crusco. Non l’avesse mai fatto! Fedele raccoglie da terra un sasso e comincia a fare atto di minaccia verso tutti indistintamente. Rocca lo circonda con le braccia per farlo desistere ma Fedele estrae un coltello a serramanico cominciando a trinciare l’aria ed il muro di una casa onde intimorire il Rocca il quale riesce a disarmarlo, riponendoglielo in tasca. In tutto questo, la madre dei fratelli Crusco incoraggia Pietro Rocca a trascinare il figlio a casa e così Pietro vorrebbe fare con buoni modi, tirando dolcemente il Fedele per un braccio, Salvatore, l’altro fratello che non era affatto ubbriaco, estrae di tasca un coltello a doppio taglio, a manico fisso, di quelli detti stiletto a foglia d’oliva. Rocca, al quale nel frattempo Fedele si sta avvinghiando, capisce che in quella posizione, se Salvatore volesse colpirlo – ma poi, per quale ragione dovrebbe colpirlo? –, avrebbe certamente la peggio, lasciato Fedele cerca di ripararsi in una casa vicina che ha la porta aperta e quasi ci riesce, ma Salvatore gli è addosso e, stando quasi dietro, gli tira un tremendo colpo di stiletto sotto la mammella sinistra.
- Mi ha ammazzato! – urla cadendo all’interno della casa, mentre Salvatore Crusco indugia nel barbaro rituale di leccare la lama insanguinata. Questo dà a Domenica Nevicato, la proprietaria della casa nella quale Pietro è stramazzato, l’opportunità, prima che Salvatore colpisca di nuovo, di chiudere la porta, contro la quale cominciano ad essere tirati dei colpi per sfondarla.
- Andate via chè Rocca è morto! – urla la donna da dietro la porta sprangata, facendo segno a Pietro di non fiatare
Sul posto arriva anche Fedele Crusco con il suo coltello in mano, ma Salvatore lo blocca
- L’àiu fattu iu
- Per la Madonna! E iu nun l’àiu fattu nenti ancora! – gli risponde Fedele con gli occhi iniettati di sangue.
A questo punto, i fratelli Crusco tornano sui propri passi e in compagnia della loro madre fanno per andarsene. Domenica Nevicato e sua madre, pietosamente, prestano le prime cure al ferito e cercano di tamponare l’emorragia premendo sulla ferita una pezzuola, mentre una sorella sgattaiola fuori di casa e va a chiamare il medico.
Ma i guai verso le 15,15 del 27 novembre 1904 a Grisolia non sono ancora finiti.
Avvisati di ciò che è accaduto a Pietro Rocca, la moglie, i cognati e il suocero arrivano sul posto proprio mentre i fratelli Crusco e la loro madre se ne stanno andando. Non solo: nello stesso momento arriva sul posto anche il padre dei Crusco. Adesso si rischia una carneficina. Nelle mani appaiono coltelli e sassi e le minacce, da una parte e dall’altra, si sprecano.
- Li vidi tutti accapigliare e cadere a terra – racconterà Filomena Novello
La gente accorre e dopo qualche momento di terrore tutto finisce fortunatamente solo con qualche contusione e tutti tornano a casa
- Che cosa vi aveva fatto mio genero che lo avete ferito? – fa Rosaria Tiso quando i Crusco passano davanti alla sua casa
- Puru tu parri, porca fricata? – le risponde Fedele Crusco minacciandola con il coltello. La donna, a quella vista, rientra precipitosamente in casa terrorizzata e Fedele comincia a tirare colpi alla porta per sfondarla, ma viene trascinato via e da questo momento di lui e del fratello Salvatore si perdono le tracce.
Tra la mammellare e l’ascellare anteriore si nota una lesione di continuo a margini netti e precisi e della lunghezza di mm quindici circa, diretta in basso, innanzi in dentro. La specillazione mostra il carattere di essere penetrante in cavità. I fatti obiettivi dell’emitorace sinistro confermano quel carattere. si osserva inoltre tumefazione di tutta la regione. Tale lesione è prodotta da arma da punta e taglio, coltello acuminato ed a stretta lama. Giudico che tale lesione sia pericolosa di vita, sia per la topografia, sia per i caratteri ed ove mai il pericolo venisse a scongiurarsi, la guarigione potrà ottenersi non prima del ventesimo giorno. È la diagnosi del dottor Francesco Adduci.
Per il Brigadiere Paolo Ferlisi, comandante la stazione di Verbicaro, è davvero qualcosa di inspiegabile. Non c’è alcuna ragione apparente che possa giustificare una violenza del genere. Ma, scavando, qualcosa potrebbe esserci: molti testimoni riferiscono che nei circa nove mesi che Fedele Crusco passò a New York per trovare lavoro, sua moglie cedette alle lusinghe del suocero di Pietro Rocca e, così pare, ne nacque anche un bambino la cui sorte è ignorata da tutti. Quando Fedele tornò, perché anche in America aveva poca voglia di lavorare, informato della cosa abbandonò la moglie, confidando a qualcuno la sua determinazione a farla pagare cara al suocero di Pietro Rocca. Quest’ultimo, quindi, sarebbe stato ucciso per vendicare il torto subito dai Crusco ad opera di suo suocero. Sembra una pura fantasia ma è l’unica traccia investigativa e su questa si muovono gli inquirenti, senza però trovare niente di concreto.
Il giorno dopo, 28 novembre, quando il sole è già sparito nel mare, il Brigadiere Ferlisi e il Carabiniere Giovanni Greco sono a Grisolia per assumere informazioni quando, a mezzo della voce pubblica, vengono a sapere che il ventiduenne Salvatore Crusco e suo fratello, il ventiquattrenne Fedele, potrebbero tornare a casa per la notte. I due militari fanno credere a tutti che stanno rientrando a Verbicaro, invece rimangono appiattati vicino il Cimitero fino alle 20,30. Dopo una mezzoretta di attesa i Carabinieri vanno a bussare a casa dei Crusco allo scopo di tentare al loro arresto ma infruttuosamente. Quando escono, delusi per il fiasco, vengono avvicinati da alcune persone degne di fede che hanno notato i loro movimenti e vengono informati in via confidenziale che i due latitanti potrebbero essere nascosti in casa di Biase Cimino. Si fanno indicare la casa, vanno lì, lo interrogano e Cimino risponde di non essere in sua casa nessuno dei ricercati. Ma Ferlisi non gli crede e i due militari passano una minuta perquisizione domiciliare, accorgendosi così che in una stanza c’è un finestrino praticato nel tavolato che immette nella soffitta, ove si accede mediante l’agilità personale. Cimino sbianca in viso mentre Ferlisi e l’altro Carabiniere si arrampicano ed entrano nella soffitta, poi sente un “Altolà” e un rumore di roba che si sposta. Tombola! Nascosti dietro una grossa cassa ci sono i fratelli Crusco che vengono immediatamente arrestati, come anche Cimino e portati con i ferri ai polsi in quella camera ad uso caserma che i Carabinieri hanno a Grisolia.
- Assolutamente nulla conosco del ferimento subito da Rocca Pietro e che mi si crede addebitare – nega subito Salvatore Crusco il quale continua a negare anche gli addebiti più evidenti, senza cedere di un millimetro
- E se è vero che non sai niente di niente del fatto, perché ti sei nascosto?
- Siccome la voce pubblica incalzava me quale autore del ferimento del Rocca, io ad ogni buon fine mi nascosi, temendo le ricerche della giustizia
- Ah! E dove saresti stato il giorno e l’ora del delitto, una volta che sostieni di non esserne l’autore?
- Mi trovavo in casa mia, come lo può affermare Biase Cimino
Poi è la volta di suo fratello Fedele e la musica cambia
- Io, ubriaco, ero cercato a farmi rincasare da mio fratello e da mia madre quando vidi, se non erro, Antonio Pignata al quale chiesi di raccattarmi una pipa che mi era caduta per terra. nel frattempo intervenne Pietro Rocca ad invito di mia madre per condurmi a casa; io, dispiaciuto, anche perché il di lui suocero mi ha offeso nell’onore di mia moglie, presi una pietra ma senza intenzione di menarlo, pietra che gettai poco dopo a terra. io, a dire il vero non ho visto alcun’arma in mano del Rocca , ma siccome temevo di lui, estrassi un coltello a piega e cominciai a trinciare l’aria ed il muro d’una casa onde intimorire il Rocca, il quale riparò in una porta vicina dove, raggiunto da mio fratello, fu da questi colpito. Io, temendo che il Rocca volesse farmi del male, lo inseguii fino ai pressi della porta della casa di Nevicato dove non entrai, però, perché mio fratello Salvatore mi persuase ad andare via dicendomi: “Fedele, andiamo via che a Pietro l’ho fatto io…”, volendo significare che l’aveva ferito lui. Dopo tali fatti accorsero incontro a me Garofalo Raffaela, Ignazio ed Antonietta; io, intimorito ancora una volta, estrassi il coltello per tenerli a distanza, ma la Raffaela mi prese per le braccia per manomettermi e io per difendermi le tirai un calcio al ginocchio. Ritirandomi a casa insieme a mio fratello ed ai miei genitori, nel passare nanti la porta di casa del Rocca, la suocera di costui mi ingiuriò “cornuto” ed io, dispiaciuto, estrassi il coltello e dissi: “Vecchia, ancora mi volete inquietare?”. Dopo tutti questi fatti pensammo bene di nasconderci presso il nostro amico Biase Cimino al quale confidammo tutti i fatti – si ferma qualche secondo e poi, scuotendo la testa, continua – non basta che i Garofalo hanno contaminato il mio onore coniugale, ma anche le sorelle Raffaela ed Antonietta Garofalo, insieme alla madre, in mia presenza, l’anno scorso mi chiamarono “cornuto” insieme ai miei e per tal fatto mi querelo
Per essere stato ubriaco, come anche i testimoni e la vittima affermano, le cose le ricorda benissimo e ciò potrebbe lasciar pensare che tutto sia stato premeditato e che la famiglia Crusco ha organizzato la messinscena dell’ubriacatura per ammazzare Pietro Rocca e alleggerire la posizione di Fedele, designato come esecutore del delitto, con la scusante dell’ubriachezza. E forse per tentare di sostenere ancora questa tesi Salvatore ha mentito spudoratamente. Ma siccome la confessione di Fedele stride con le dichiarazioni di suo fratello, il Pretore di Verbicaro li mette a confronto
- Fratello, non avere paura, dì la verità alla Giustizia, tu che eri serio la sera in cui avvenne il fatto e ricordi meglio di me che ero ubbriaco… ricordati che io ero incoraggiato da te e da nostra madre a rincasare quando nel pretendere che Antonio Pignata mi avesse raccattato la pipa cadutami, questa fu raccolta da Pietro Rocca che si trovava a passare e che, ad invito di nostra madre cercò d’indurmi a rincasare , quando io, temendo del Rocca per l’inimicizia e per l’onta inflittami da suo suocero, presi una pietra per farlo allontanare e dopo estrassi il coltello per intimidirlo… – Fedele esorta il fratello
- Adesso ricordo bene e non posso negare tutte tali particolarità… – cede, ammettendo di essere stato sul posto. Poi Fedele continua
- Non puoi negare nemmeno che quando il Rocca riparò in una porta vicina tu lo raggiungesti e, temendo che mi volesse fare ancora del male, gli vibrasti un colpo di coltello… – cerca di indurlo a dire che avrebbe agito per legittima difesa, cambiando ciò che ha detto nell’interrogatorio
- Adesso neppure mi fido a negare tale circostanza, sono stato davvero io che ho ferito Pietro Rocca!
Finalmente ci siamo, ma l’idea che Pietro Rocca sia stato accoltellato per una vendetta trasversale fa rabbrividire.
Biase Cimino non può negare di avere ospitato i due ricercati e si difende dicendo che non ha saputo negare quel favore ai suoi amici, favore che potrebbe costargli caro.
Gli imputati hanno confessato, il ferito sembra essere sulla via della guarigione, salvo alcune note di pleurite, e sembra logico chiedere la libertà provvisoria, ma i giudici per ben tre volte la negano ai fratelli Crusco, mentre la concedono a Cimino. Nel frattempo, ai Garofalo viene consegnato un mandato di comparizione per la querela sporta nei loro confronti da Fedele Crusco e rispondono con una querela contro tutti i Crusco, genitori compresi. Gli imputati, a questo punto salgono a 9, con varie tipologie di reato.
Il 1904 finisce con queste schermaglie e l’anno nuovo si apre con una nuova richiesta di libertà provvisoria per i fratelli Crusco. È il 17 gennaio 1905. Il giorno dopo arriva al Pretore di Verbicaro una stringata nota a firma del sindaco di Grisolia: Il ferito, segnato a margine, è morto stamane. Prego V.S. Ill.ma dare i provvedimenti di regola per il suo seppellimento. Ma di funerale e sepoltura non si può parlare se prima non si esegue l’autopsia perché sono passati quasi due mesi dal fatto e bisogna accertare se le cause del decesso siano o meno dovute alla coltellata ricevuta dal povero Pietro Rocca.
Secondo il perito la morte è diretta conseguenza della coltellata: Un’arma da punta e taglio penetrando dallo esterno in cavità ha prodotto una lesione di continuo la quale ha interessato il polmone, il pericardio ed il ventricolo sinistro del cuore, determinando una pleuro-polmonite adesiva circoscritta intorno alla lesione stessa; ed in conseguenza si ebbero anormali aderenze degli organi interessati. E poiché l’andamento della lesione cardiaca non fu favorevole, il ventricolo sinistro leso, rimase temporaneamente ed incompletamente occluso dalle consecutive proliferazioni connettivali le quali, in un momento di iperfunzionalità dell’organo, non avendo potuto offrire valido sostegno, ne avvenne la morte. A questo punto si decide di procedere per il reato di lesioni seguite da morte e i fratelli Crusco la libertà provvisoria se la sognano.
Passano ancora nove mesi prima che la Sezione d’Accusa ordini il rinvio a giudizio di Salvatore e Fedele Crusco, quest’ultimo in stato di libertà provvisoria, nonché di Biase Cimino per favoreggiamento. Tutti gli altri imputati minori vengono prosciolti.
Il dibattimento inizia il 12 giugno 1906 e la sentenza viene emessa il giorno dopo: assoluzione per Biase Cimino, condanna a 11 anni e 8 mesi di reclusione per Salvatore Crusco e condanna a 5 mesi e 12 giorni di reclusione per suo fratello Fedele.
Il 18 settembre 1906 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Salvatore Crusco.
Appena l’Italia entra nella Prima Guerra Mondiale, il 27 maggio 1915 Governo emana un indulto di cui Salvatore Crusco può usufruire, vedendo così la sua pena diminuita di 1 anno e quindi può tornare in libertà.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 27 luglio 2018

IL CORAGGIO DI ELVIRA


L’anziano è visibilmente scosso mentre ascolta, seduto su una poltroncina, le parole della sorella che, a sua volta, tormenta un fazzoletto asciugandosi di tanto in tanto le lacrime. È la mattina del 2 luglio 1892 e a Cosenza si prevede una giornata afosa
- Allora, se le cose stanno così, stamattina non vado al lavoro ma vado in Questura – dice quasi tra sé e sé Gaetano Li Trenta, sessantaduenne impiegato della Conservatoria delle Ipoteche
- Gaetà… sei sicuro? Non credi che, prima di andare in Questura, potresti tentare…
- Ma che vuoi tentare Angelì, con gli animali non si ragiona! – risponde, quasi rimproverandola
- Ma la gente…
- Ma che me ne fotte della gente! Basta, prendimi la giacca e il bastone chè vado!
L’ufficio del Delegato di Pubblica Sicurezza è a poche decine di metri, ma la ripida erta dello Spirito Santo taglia gambe e fiato e quando Gaetano Li Trenta entra e si siede, ha bisogno di un paio di minuti prima di essere pronto ad esporre i fatti al Delegato Domenico Bennati, poi con un certo imbarazzo attacca
- Mio genero Enrico Aston, civile di qui, fra gli altri figli ne ha una a nome Elvira di dodici anni compiuti. Circa venti giorni fa Elvira fece conoscere a mia sorella come il 15 aprile scorso, venerdì Santo, mio genero l’avea presa a viva forza e, condottala in una stanza della propria abitazione, otturandole la bocca per non essere le sue grida ascoltate dagli altri di casa, l’avea deflorata sfogando su di essa la sua libidine. Da quell’epoca usò sempre di lei carnalmente. Dichiarò l’Elvira che era costretta di obbedire alle libidinose voglie del padre e se qualche volta si rifiutava, la percuoteva. Di tal fatto la ragazza ne informò la coinquilina Luigina Federici, maritata Pasquale Monaco, la quale l’ha riferito alla moglie del signor Antonio Toscano. Avendomi di ciò informato mia sorella, ne fo denunzia alla Signoria Vostra per quei provvedimenti che saranno da prendersi a carico di esso mio genero ed a maggior prova aggiungo che la persona di servizio, della quale sconosco le generalità, ebbe a constatare personalmente il fatto
Un’accusa gravissima. Ma la proverbiale rettitudine morale di Gaetano Li Trenta ovviamente non basta per procedere contro Enrico Aston, altrettanto stimato figlio di Cesare Aston, noto professore di francese. Il Delegato manda a prendere Elvira, fa chiamare subito il medico provinciale Pietro Scordo e la fa visitare, ma il medico sostiene che realmente non era stata stuprata, anche se ci sono dei segnali che rivelano chiaramente che qualcosa è accaduta davvero. Il Delegato adotta subito un provvedimento drastico in attesa di chiarire le responsabilità di Enrico Aston: togliere Elvira da quella casa e affidarla ai nonni materni.
La piccola Elvira, che di queste cose non ne sa niente, liberata dall’opprimente presenza del padre, supera ogni senso di vergogna e insiste nella sua versione dei fatti che risultano essere, anche se narrati con le sue parole ingenue, molto più crudi e drammatici di quelli sommariamente narrati dal nonno
- Fin dal giorno del Venerdì Santo ultimo, mentre io me ne stavo a dormire nel letto con mia madre la notte, sentii toccarmi ed era mio padre che da un altro lettino vicino a quello dove io mi trovavo, mi prendeva per collocarmi seco. Non appena ebbe ciò fatto, incominciò a palparmi sotto nelle parti pudende e perché non gridassi e in qualunque modo mi facessi sentire da mia madre che dormiva, mi tappò la bocca con una mano, incutendomi di starmene zitta, sotto minaccia che altrimenti mi avrebbe ammazzato. Ciò fatto si mise al di sopra di me, con la sua pancia sopra la mia, immettendomi nella natura un che di duro in modo da farmi alquanto male, fino a che egli finiva per bagnarmi, asciugandomi, di poi, con la sua camicia. Mia madre quando ciò avvenne dormiva e si trovava per di più ammalata per cui di nulla si avvide. Dal canto mio nulla le dissi perché inesperta ed anche perché mio padre me lo proibì sempre dicendomi che altrimenti mi avrebbe uccisa. Dopo questo primo fatto, mio padre quasi tutte le notti seguitò a commettere quegli atti sopra di me, fino al punto che io, avvedendomi del male che conteneva, e nonostante le sue inibizioni, dovetti manifestarlo a mia madre, per cui ne nacque una seria quistione fra essa e papà, in guisa che costui minacciò di uccidere me e mamma. Non pertanto, quantunque mio padre si decidesse ad andare a dormire in altra stanza, quasi tutte le notti, quando mia madre dormiva, veniva a prendermi nel letto tappandomi il naso e la bocca col pormi anche la sua lingua nella bocca; e guai se io avessi gridato perché egli già mi avea fatto intendere che se ciò avessi fatto, avrebbe ucciso me e mia madre – il particolare della lingua in bocca, finora mai ascoltato in nessun altro racconto di violenza sessuale in famiglia, fa sbiancare il Delegato il quale adesso capisce che tutto è davvero accaduto, ma purtroppo non è ancora tutto –. E così, quando mi avea presa e collocata nel suo letto, mi faceva come sempre. Alle volte, poi, anzi assai frequentemente, approfittando della circostanza che la mia povera madre dovea starsi nel letto per la malattia della quale poi morì, e mentre mi trovavo in cucina per preparare il cibo, mio padre veniva, si poneva a sedere sopra una seggiola e, dopo essersi aperto i pantaloni ed aver messo fuori il suo membro, mi prendeva e mi metteva a cavallo sopra le sue gambe facendomi entrare il suo membro nella mia natura e non la smetteva fino a tanto che mi avea bagnato come soleva fare quando mi prendeva nel letto. Non contento di ciò, alle volte, e più specialmente quando mi prendeva in cucina ed anche in altre stanze della casa, mi metteva a sedere sopra le sue gambe facendomi entrare il suo membro nell’ano; non rare volte, poi, mi faceva prendere in mano lo stesso suo membro e me lo faceva dimenare – Elvira si ferma un attimo, le lacrime le scorrono libere sulle gote. Il Delegato versa dell’acqua in un bicchiere e glielo porge, poi si passa le mani tra i radi capelli grigi e beve a sua volta –. Per questo male operato da mio padre erano frequenti le quistioni fra esso e la mia povera madre, che poi finì per morire ai 27 giugno, ora decorso per cui io, non potendone più, mi decisi a svelare il tutto alla mia zia Angela la quale, a sua volta, ne conferì con la detta mia madre, svelandole anche meglio di me quello che mio padre mi andava facendo, ma fu tutto inutile perché mio padre, quantunque io glielo sostenessi in faccia, negava il tutto, minacciando che ci avrebbe uccisi tutti quanti se si fosse seguitato a parlare di certe cose
 - Ti… ti è uscito del sangue?
- Dalla parte anteriore mio padre, nel farmi quanto ho detto, mai mi ha cagionato del sangue. Però qualche volta sangue mi ha fatto fare dal di dietro introducendomi il suo membro nell’ano… un medico mi ha visitato e mi disse che ero sempre vergine, io però non credo di essere rimasta tale perché mi sento la natura alquanto dilatata
Siccome tutti riconoscono che la visita fatta ad Elvira dal dottor Pietro Scordo è stata sommaria ed un po’ frettolosa, il Giudice Istruttore, che nel frattempo ha preso in mano l’indagine, decide di far sottoporre la bambina ad una nuova e più approfondita perizia, questa volta affidata al dottor Giovan Battista Molezzi il quale certifica che Elvira è rimasta deflorata e dai segni dai quali tale deflorazione si presenta, giudico del pari che questa risalga a due o tre mesi  e per effetto di coiti ripetuti. Esaminata poi anche la regione anale, non ho trovato segni di violenza in quella parte esercitata. Esattamente il contrario della prima perizia ma tutte e due insieme continuano ad alimentare un dubbio atroce: se il dottor Scordo non ha rinvenuto tracce di rapporti sessuali secondo natura e il dottor Molezzi non ha riscontrato tracce di violenze contro natura, stanno sbagliando i medici o c’è la possibilità che Elvira si sia inventata tutto? Per riuscire a fugare ogni dubbio Elvira dovrà sottoporsi ancora alla violenza, almeno psicologica, di un’altra perizia. A sottoporla a visita saranno i due medici che l’hanno già ispezionata e specillata e il dottor Cesare Elia.
Elia, Scordo e Molezzi trovano faticosamente un salomonico accordo e mettono nero su bianco: l’apertura dell’imene potrebbe dirsi di periferia, alquanto più grande che non d’ordinario, ma non può dirsi l’imene che sia stato scontinuato. Vero è che la costituzione flaccida della ragazza non fa escludere, per la presenza dell’imene integro, reiterati atti incompleti di copula. Diciamo incompleti giacché l’indice della mano destra, unto di olio, con modica pressione penetra in vagina sino alla seconda falange, ma lasciando sentire la normale resistenza dell’ostio vaginale, provocando dolore nell’osservata e, senza dubbio, lacerazioni ove si spingesse ancora più dentro il dito esploratore. Quindi escludiamo la deflorazione nel senso anatomico ma ci sono ragioni per presumere i subiti atti incompleti di coito.
In poche parole, Elvira è stata stuprata, ma non troppo. La definizione esatta è atti di libidine violenta commessi con minaccia e abuso della paterna autorità e questo ha un immediato effetto: l’emissione di un mandato di cattura nei confronti di Enrico Aston, che si costituisce il giorno dopo nella mani del Giudice Istruttore
- La mia famiglia si compone attualmente di quattro figli, tra i quali vi è una femmina a nome Elvira, di circa dodici anni. Sono circa venti giorni che mia moglie ha cessato di vivere dopo lunga malattia di tisi. Nella camera dove stava mia moglie ammalata vi era il di lei solo letto ed io per assisterla mi gettavo di quando in quando sul letto stesso, il più delle volte vestito. In una camera attigua vi era altro letto dove dormivano i ragazzi più piccoli e la Elvira dormiva nel cuore del giorno onde essere in grado di potere, la notte, assistere la madre insieme con me. io non avevo persona di servizio, solo mi avvalevo, per fornirmi dell’acqua occorrente, ora di una donna ed ora di un’altra, secondo chi mi capitava
- E la notte o quando si presentava l’occasione abusavate di vostra figlia Elvira…
- Queste che mi si dicono sono vere imposture tessute a mio danno, non essendo altrimenti vero che io mi sia permesso di fare verso mia figlia Elvira quanto qui mi si contesta! Tali cose, quando pure sussistessero, avrebbero spinto mia figlia a narrarlo non solo alla madre ma anche alle persone parenti che frequentavano la mia casa in occasione della malattia di mia moglie. Invece ella mai nulla ha detto a chicchessia e ha aspettato ad oggi che è morta la madre a mettere in campo certe cose, anzi, se queste fossero vere, non sarebbe a mia figlia mancata occasione di rivelarlo segnatamente quando io ho avuto motivo di inquietarmi secolei e percuoterla. Nemmeno sussiste che mia moglie, prima di morire, avesse occasione di lamentar meco certi fatti, né tampoco che io avessi motivo di adirarmi per questo e di reagire percotendo mia moglie ed Elvira. Io ritengo che i fatti che mi si addebitano altro non siano che vendetta che vuolsi esercitare verso di me, segnatamente per parte di mio suocero, il quale ha sempre nutrito inimicizia verso di me a causa dell’attuale sua seconda moglie, che era donna di mali costumi e che io, naturalmente, non avrei voluto che si sposasse!
- Però secondo ben tre medici su vostra figlia ci sono dei segni che…
- Non so come sulla persona di mia figlia possano essersi riscontrati segni di patita violenza contro la di lei verginità. Dopo morta mia moglie, io, che dovevo ingerirmi nei miei affari onde procurarmi il necessario per l’alimento della famiglia, lasciavo Elvira con gli altri bambini e praticavo la diligenza di lasciarli chiusi in casa consegnando le chiavi alla mia commare Adelina Berardi ed all’altra casigliana, donna Carolina, che abita sotto di me
Donna Adelina e donna Carolina, nominate anche da Elvira raccontano ciò che sanno in merito a questa tristissima faccenda.
- Enrico Aston è mio inquilino – attacca donna Adelina Berardi, maritata Angelo Toscano – era stata pure mia inquilina la signora Federici la quale, in un giorno del marzo ultimo venne a trovarmi a casa e con mia sorpresa e ribrezzo ebbe a dirmi che Enrico Aston erasi congiunto carnalmente con la sua propria figlia Elvira. Sulle prime io non volli prestar fede a sì orrendo fatto, ma dovetti finire per convincermi per le insistenze della Federici la quale giunse a dirmi di averlo saputo per bocca della stessa Elvira, la quale glielo aveva ripetutamente affermato piangendo. Io, che conoscevo la madre della ragazza che sventuratamente trovavasi da molto tempo gravemente ammalata, mi credetti obbligata, in coscienza, di andarla a ritrovare per vedere di porre argine al fatto, come feci. Quella povera donna si sforzava di capacitarmi a non prestar fede ai detti della figlia, raccomandando anche alla medesima di starsene zitta onde non perdere il pane e la quiete della famiglia. Ma costei, che pure era presente, tornava a confermare il male operato dal padre suo, dicendo che essa non lo poteva più tollerare e che sarebbe fuggita. La povera Filomena, la madre, ben si comprende che ammalata com’era ben poco poteva riparare, e che così fosse me lo confermò anche la circostanza che non pertanto l’Elvira seguitò a venire da me lamentando sempre di esser così maltrattata dal padre e minacciata anche di morte se avesse parlato. L’Aston è un uomo di pessimi costumi, dedito al vino e affatto incurante della propria famiglia per cui anche mio marito l’ha sempre tenuto lungi da sé e l’ha voluto anche espellere di casa come inquilino, ma non gli è mai riuscito
Parole dure, dure come quelle che usa anche donna Luigina, Carolina, Federici, maritata Pasquale Monaco
- Io abito nello stesso casamento dove ha il suo quarto di abitazione Enrico Aston. Nel mese di marzo  ultimo venne a ricercarmi Elvira, figlia di Aston, la quale tutta afflitta e quasi piangente mi disse che trovavasi costretta a confidarmi una cosa. Rimasi sommamente sconcertata quando mi disse che il padre suo da più tempo abusava di lei… anche successivamente Elvira si è lagnata meco di quelle turpitudini ed io la esortavo a rivelarle a sua madre, ma essa mi rispondeva di non potere ciò fare perché il padre la percuoteva e le avrebbe messo le mani alla gola per ucciderla. Dal canto mio non mi azzardai a parlare del turpe fatto nemmeno con mio marito. Solamente ne tenni parola con la mia padrona di casa. l’Aston l’ho sempre conosciuto per un ubbriacone, per un uomo di scorrettissimi costumi in modo che cercava sempre scandali e chiassi in famiglia con molestia anche del vicinato, quantunque si avesse la propria moglie gravemente ammalata
Ma se le due vicine di casa confermano il racconto di Elvira, confermando anche l’esistenza del lettino accanto al letto matrimoniale, la ragazzina vede smentito un altro pezzo della sua denuncia: in casa Aston non c’era una persona di servizio ma, come sostenuto da suo padre, tre donne che saltuariamente si occupavano di rifornire la famiglia dell’acqua necessaria e, di più, tutte e tre sostengono non solo di non aver mai visto Enrico Aston che violentava la figlia, ma addirittura di non aver mai oltrepassato la soglia di quella casa e quindi nessun estraneo avrebbe assistito, seppure fugacemente, alle violenze.
Intanto, per quanti sforzi siano stati fatti per tenere nascosta la cosa, in città non si parla d’altro e la prima conseguenza è il licenziamento di Enrico dal negozio di Giuseppe Vetere, che dice
- Quando intesi che gli s’imputava l’incesto contro la figliuola lo cacciai. Egli si dichiarava innocente ma io lo consigliai, se il fatto fosse stato vero, di gettarsi dal fiume. Io lo conoscevo per un uomo buono, meno che la sera quando si ubbriacava… io non lo credo capace del fatto, ma lo cacciai per il pubblico
Per gli inquirenti non ci sono dubbi: Enrico Aston più volte, dal 15 marzo 1892 in poi, nella sua casa di abitazione in Cosenza si è congiunto carnalmente con minacce, violenza ed abuso della paterna autorità colla propria figlia tredicenne Elvira. Quindi non atti di libidine violenta come l’assenza della deflorazione nel senso anatomico si era ipotizzato, ma violenza carnale vera e propria. L’imputato deve essere rinviato a giudizio.
La Sezione d’Accusa fa propria questa tesi e rinvia Enrico Aston al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza. È il 26 agosto 1892.
Il dibattimento si apre il 10 dicembre dello stesso anno e dura una mattinata. Dopo una breve interruzione per il pranzo, il Presidente della Corte legge la sentenza: Enrico Aston è colpevole del reato per cui è a processo e viene condannato a 12 anni di reclusione, oltre ai danni e alle spese.
12 anni, un anno per ogni anno di età di Elvira.
Il 18 maggio 1893 la Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Enrico Aston e la condanna è definitiva.[1]

Prossimamente a teatro



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 22 luglio 2018

MUORI!


Francesco Ranoia, ombrellaio di San Marco Argentano e la compaesana Silvia Venere si sposano il 5 febbraio 1905. Lui ha 19 anni e lei 15. Lui ha conosciuto solo la madre, lei è una trovatella. Col matrimonio uniscono i propri dolori ma le cose tra loro vanno subito male. Francesco ha un carattere irascibile e violento e sottopone Silvia a quotidiani pestaggi, tanto che la povera ragazza è costretta a denunciarlo un paio di volte. L’ultima denuncia la fa il 23 giugno 1909 per lesioni qualificate, minaccia a mano armata di rivoltella, maltrattamenti e stupro contro natura e Francesco viene condannato a due anni e cinque mesi di reclusione. Esce a gennaio del 1912 e torna in paese. Silvia non c’è più, se ne è andata a Montalbano Ionico dove ha trovato lavoro, ma Francesco la rintraccia e le si presenta pentito
- Torniamo insieme a casa, ti prometto che non ti toccherò più – le dice con le lacrime agli occhi
Silvia è titubante, le continue sevizie le hanno lasciato ferite che non si rimarginano, ma Francesco insiste, resta anche lui per qualche tempo a Montalbano e Silvia può toccare con mano il cambiamento radicale del marito, adesso gentile e premuroso. Si, è cambiato. Silvia accetta di fare pace e i due tornano nella casa al numero 22 di Vico II° Sant’Antonio a San Marco Argentano, ma qui trova un’amara sorpresa: era tutta una messa in scena. Botte e sevizie riprendono come prima e forse anche peggio di prima.
Il 5 agosto 1912 Francesco e Silvia litigano per l’ennesima volta. Lui, prima riempie di botte la moglie e poi si allontana da casa e non torna per giorni. Silvia è disperata e, come fa ogni volta che il marito la picchia, si rifugia a casa di Maria Gaetana Di Cianni che considera come una nonna, non avendo mai conosciuto i genitori. Quella donna, che abita la casa dirimpetto alla sua, è l’ancora di salvezza di Silvia: la capisce, la conforta, la consiglia, la rimprovera se è necessario e, cosa più importante, è l’unica persona al mondo che le voglia bene.
Il 9 agosto Silvia e sua nonna passano la giornata lavorando in contrada Orsomaggio e nel tardo pomeriggio tornano in paese. La ragazza entra in casa per prendere della roba e poi esce per attraversare la strada e andare da Maria Gaetana. Sono le sette di sera.
Silvia è sulla soglia quando le si para davanti suo marito che la saluta come se niente fosse, posa i ferri del mestiere ed entra in casa. Lei lo guarda scoraggiata
- Vammi a comprare un sigaro e muoviti! – le ordina come si ordina a una serva
- Sei passato davanti al botteghino, perché non ti sei fermato? Vattelo a comprare da solo e già che ci sei comprati pure da mangiare che non c’è niente! – gli risponde a tono
- Questa storia la dobbiamo finire, sei una puttana maledetta!
- Si, si, vai dove devi andare che la finiamo questa storia!
Francesco batte un pugno sul tavolo ed esce; Silvia avvisa la nonna e rientra a casa per dirgli una volta per tutte che è davvero finita e che questa volta non ci saranno perdoni. Passano solo pochi minuti e lui rientra con il sigaro in bocca, un involto con un po’ di pasta sfusa e dei pomodori. Silvia è in piedi accanto alla porta
- Che fai lì impalata? – le dice mentre posa sul tavolo il pacco e le volta le spalle
Silvia è dietro di lui con il braccio destro proteso verso il marito e nella mano ha una rivoltella
- Muori! – esclama mentre tira il grilletto
Francesco si sta girando proprio in quel momento, offrendo il profilo alla pallottola che gli si conficca nel naso e viene deviato verso il basso dall’impatto con lo zigomo destro, poi attraversa la bocca e si ferma nel collo a brevissima distanza dalle vertebre cervicali. Superato il momento di stupore, Francesco, dolorante e sanguinante, si butta addosso alla moglie per disarmarla ma non ci riesce, allora tenta di scappare ma Silvia lo afferra con la mano sinistra per la giacca e gli scarica i  quattro colpi rimasti alle spalle, poi molla la presa e lui, sebbene gravemente ferito, riesce a uscire in strada e a chiedere aiuto, quindi crolla a terra svenuto.
Silvia scappa e vaga per la campagna, convinta di aver portato a termine la vendetta che meditava da tempo, ma Francesco viene soccorso e il dottor Sarpi, prontamente avvisato, lo opera sul letto di casa e gli estrae la pallottola conficcata nel collo. Per le altre tre ferite, la prima a cinque centimetri dalla colonna vertebrale nella zona lombare destra, la seconda di striscio vicino alla scapola destra e la terza nel fianco sinistro, non giudica opportuno intervenire perché non riesce a individuare le zone dove i proiettili si sono fermati e teme di peggiorare la situazione.
Arrivano anche il Pretore Francesco Dodaro e il Maresciallo Giovanni Galli che attendono la fine dell’intervento chirurgico e provano a domandare al ferito come sono andati i fatti. A stento Francesco Ranoia fornisce pa propria versione e aggiunge
- Ritengo fermamente che mia moglie fosse stata istigata dalla sua nonna Di Cianni Gaetana e dallo zio Gentile Raffaele a disfarsi di me per essere libera di convivere con qualche drudo. Non ho mai saputo che mia moglie possedesse una rivoltella: rovistai le sue cose quando mi unii con lei e non rivenni alcuna arma. Ritengo che l’avesse acquistata con i miei danari poco tempo addietrocon la nonna di mia moglie ebbi una quistione poco tempo addietro e lei mi percosse. Mia moglie e i suoi parenti desideravano che io lucrassi e quando porto del danaro in casa sembra che mi vogliano bene; dopo, quando non porto nulla protestano e inveiscono contro di me.
I Carabinieri, dietro queste accuse, non devono fare altro che attraversare la strada e mettere i ferri ai polsi di Maria Gaetana Di Cianni e Raffaele Gentile che si dicono estranei ai fatti
- Non ho mai eccitato la Venere a commettere il reato, anzi ho sempre cercato di mettere pace tra i due… – dice la sessantaseienne Maria Gaetana Di Cianni
- Nessun interesse avrei potuto avere nello spingere Silvia Venere, figlia naturale di una mia sorella uterina, ad uccidere il marito. Sono carico di figli ed ho altro a cui pensare. È semplicemente incomprensibile come il Ranoia avesse potuto coinvolgere me e mia madre nel fatto – afferma Raffaele Gentile
Gentile non c’entra davvero niente e a dirlo è lo stesso Francesco Ranoia il giorno dopo i fatti
- Devo dichiarare che Gentile non dovesse essere edotto del fatto e quindi non è complice. In tale senso adesso intendo modificare la mia precedente dichiarazione
Intanto vengono ascoltati vari testimoni e qualcuno afferma di sapere che qualche giorno prima del fatto, Silvia ha comprato delle cartucce per rivoltella nel negozio di Bernardo Velardi La Regina
- Circa quindici giorni fa Silvia Venere venne nel mio negozio e mi chiese cinque capsule di rivoltella calibro sette, dicendo che servivano per un contadino. Senza che le avessi richiesto il prezzo, essa mi dette cinquanta centesimi e diffatti il prezzo cui io le vendo è di centesimi dieci ciascuna. Non venne mai a richiedermi per acquistare rivoltelle – conferma il negoziante
L’undici agosto Silvia si presenta davanti al Pretore Dodaro per costituirsi e fornisce la sua versione dei fatti, raccontando, di sevizia in sevizia, come è arrivata a sparare al marito
- La sera del 9, quando tornò, mi disse di andargli a comprare un sigaro e mi rifiutai. Allora mio marito cominciò a quistionare dicendo che dovevamo finirla. Poco dopo egli uscì e non so che cosa fosse andato a fare; tornò poco dopo e senz’altro prese la rivoltella che aveva addosso, la puntò contro di me, esplose un colpo ma la capsula non prese fuoco ed in questo mentre io lo disarmai e poi lo ferii. Mio marito mi era di fronte quando gli esplosi il primo colpo. Dopo voleva scappare e lo afferrai per la giacca per trattenerlo, avendo intenzione di ucciderlo ed egli per scappare dovette levarsi la giacca, che rimase nelle mie mani. Ero decisa ad uccidere mio marito per continui maltrattamenti che mi faceva. Portai con me la rivoltella e la ho smarrita scappando perché l’avevo riposta nella tasca del grembiale. Non è vero che quattro o cinque giorni prima del fatto avessi acquistato delle capsule di rivoltella. Non ebbi alcun eccitamento al delitto da mia nonna Di Cianni Gaetana, né da mio zio Gentile Raffaele. Essi invece incitavano tanto me che mio marito ad andare d’accordo
Marito e moglie danno due versioni diametralmente opposte dei fatti. Bisogna stabilire se Francesco avesse davvero una rivoltella per rendere plausibile la versione di Silvia. A dirimere la questione ci pensa l’armaiolo
- Ranoia Francesco molti anni addietro ne acquistò una di seconda mano, sistema Smith, di canna lunga con estrattore e di calibro nove
È evidente che non può trattarsi della stessa arma e quindi Silvia deve averne acquistata una, ma non si riesce a trovare chi può avergliela venduta. La casa dei coniugi viene nuovamente perquisita ma in modo più approfondito e i Carabinieri scoprono, sotto il primo dei due gradini di accesso alla casa, un buco alto 11 centimetri, largo 9 e profondo 22. A nasconderlo è una pietra, davanti alla quale è sistemata della cianfrusaglia. Il nascondiglio perfetto per una rivoltella!
Tutto comincia a essere più chiaro: Silvia medita a lungo la vendetta e aspetta solo il momento propizio. Non ha bisogno di essere spinta al delitto da qualcuno, le botte e le sevizie subite per anni bastano e avanzano per maturare e covare l’odio necessario ad armarle la mano.
Raffaele Gentile viene scarcerato il 18 agosto e Maria Gaetana Di Cianni il 14 settembre. Silvia è l’unica responsabile, per l’accusa, e viene rinviata a giudizio per mancato omicidio volontario e i giudici hanno per lei parole durissime: Il Ranoia rimase vivo per miracolo e la Venere, valendosi della rivoltella che scaricò tutta, fece quant’era necessario per ucciderlo e la morte non avvenne per circostanze indipendenti dalla volontà della colpevole. Né puossi un istante di ciò dubitare, perrocchè la Venere nei suoi interrogatori affermava di aver agito freddamente e con disegno già formato per uccidere il marito Ranoia. Difatti, come ebbe di mira la vittima, mise in atto lo scellerato disegno di liberarsi del povero marito. È da escludersi assolutamente che esso abbia dato causa al fatto, perché dopo l’assenza di tre giorni, stanco, desideroso di cibo e di riposo, non poteva avere di certo desiderio di litigare con la moglie. Se egli, il Ranoia, fosse stato armato di rivoltella, la Venere non avrebbe osato di colpirlo ed avrebbe aspettato occasione più propizia per l’attuazione del meditato disegno di ucciderlo.
Povero marito!
Il dibattimento comincia il 10 settembre 1914, due anni dopo i fatti, ma due giorni prima, l’8 settembre, Silvia chiede di essere ascoltata dal Presidente della Corte, cav. Salvatore Felici, e fa una dichiarazione scioccante: Vorrei invocare dall’Autorità competente i provvedimenti necessari per sottrarre il mio figlioletto ai brutali maltrattamenti che continuamente gl’infligge il padre, il quale è anche capacissimo di fare su di lui atti immondi come voleva fare e faceva su di me e per cui fu condannato a due anni di carcere. Una perizia sul bambino potrebbe accertare quanto vi sia di vero in ciò che mi è stato riferito sul riguardo. L’accusa è gravissima ma non viene disposta alcuna perizia medica, però vengono chieste, genericamente, informazioni ai carabinieri di San Marco i quali scrivono che da informazioni assunte, Francesco Ranoia non è ritenuto capace di fare su di lui atti immondi.
Suvvia, non perdiamo tempo con queste stupidaggini! Il processo aspetta e non vale la pena rimestare il letame.
Silvia non molla e il processo slitta al 14 gennaio 1915, ma la donna chiede un nuovo rinvio insistendo sull’opportunità di eseguire la perizia sul figlio: Le ragioni per le quali è costretta a chiedere detto rinvio sono ben note al sig. Presidente
Ma non c’è niente da fare, anche questo ulteriore tentativo fallisce e il dibattimento finalmente inizia nella data fissata.
La Giuria la dichiara colpevole di avere volontariamente cercato di uccidere il marito, seppure agendo in uno stato d’ira determinato da una ingiusta provocazione.
In tutto fanno quattro anni e ventisei giorni.[1]

Questa storia ha un seguito. Per leggerla clicca qui BASTA PAPA'!.

PROSSIMAMENTE A TEATRO



[1] ASCS, Processi Penali

venerdì 20 luglio 2018

IO MORTA E TU IN GALERA


È la mattina del primo ottobre 1900 e a Cosenza è una bella giornata. Luigi Chiappetta e Rosario Mascaro hanno appena finito di accomodare alcuni fanali dell’illuminazione pubblica, sono entrambi accenditori di fanali, e insieme scendono da Piazza Grande verso il Ponte di San Francesco dove c’è il mercato dei contadini. Hanno voglia di mettere qualcosa di sfizioso sotto i denti e comprano dei dolcissimi fichi d’india
- Guarda lì… c’è mia moglie – dice Mascaro indicando Olimpia Cavalcante, la moglie da cui vive separato da quasi un anno, da quando lui è andato a vivere con un’altra. La chiama e lei si avvicina. Con slancio le offre un soldo di fichi d’india, pagati però da Luigi Chiappetta, e mangiano insieme da buoni amici. Poi ognuno se ne va per la propria strada.
Mentre i due colleghi stanno tornando agli uffici del gas vengono raggiunti da Olimpia. Rosario la chiama in disparte e le chiede 50 centesimi
- In questo momento non li ho, ma te li do appena posso…
- Mi devo comprare una coppola di accenditore di fanali… – insiste
- Adesso non posso darteli – taglia corto Olimpia, che se ne va lasciando Rosario deluso e arrabbiato
Ma Olimpia sa, perché è sempre stato così, che adesso Rosario le farà pagare caro quel rifiuto malmenandola ovunque dovesse incontrarla, così comincia a stare guardinga, cercando di non farsi mai trovare da sola per strada.
Gennaro Rogato abita in Via Timpone, di fronte alla casa di Camillo Florio dove Olimpia fa la domestica, e la sera del 2 ottobre sta godendosi il fresco davanti alla porta di casa quando vede Rosario Mascaro che si avvicina borbottando qualcosa mentre raccoglie da terra alcuni sassi
- Che ci devi fare con quelli? – gli dice
- Stasera devo ammazzare mia moglie che non mi ha voluto dare i cinquanta centesimi che mi servivano…
Rogato sa che Rosario fa spesso queste sparate e non ci bada più di tanto. Poi lo sente urlare e subito dopo il rumore di vetri infranti
- Puttana! Ruffiana!
A quel chiasso accorse Ercole Cavalcante, il fratello di Olimpia, che con modi molto sbrigativi obbliga Rosario ad andarsene. Sembra tutto finito, invece Rosario va nel vicino ufficio degli accenditori di fanali, si impossessa di una scala ed esce fuori per salire con la stessa nella casa del Florio onde uccidere la moglie, ma il pronto intervento di Gennaro Rogato ed il contemporaneo arrivo sul posto di Luigi Chiappetta evitano qualsiasi brutta conseguenza. Almeno per quella sera.
Verso le 10 di mattina del 4 ottobre Vincenzo Ruffolo, commesso di magazzino, sta portando dei pacchi lungo Corso Telesio, quando incontra Olimpia che cammina rasente il muro guardandosi continuamente alle spalle
- Che hai? – le chiede
- Sono perseguitata da mio marito perché non gli ho voluto dare, come al solito, del denaroho paura che se mi trova mi bastona
- Tornatene a casa per evitare ogni possibile inconveniente – le suggerisce e Olimpia, seguendo il consiglio, se ne va a casa
Verso l’una pomeridiana dello stesso giorno Vincenzo Ruffolo ha finito le consegne e sta tornando a casa sua per mangiare un boccone e si trova a passare davanti all’abitazione di Olimpia, che lo vede e lo chiama
- Vincè… mi devi fare un piacere…
- Cosa?
- Mi devi accompagnare alla Delegazione di Polizia, non posso stare più così…
- Andiamo, sbrigati, però ti lascio lì che devo andare a mangiare
Arrivati al Vicolo di Santa Chiara trovano Rosario. Olimpia, nel vederlo, incomincia a tremare e diventa bianca come un lenzuolo, ma riesce a domandargli che cosa volesse da lei.
- Voglio che lasci al più presto possibile il servizio di famiglia Florio ed ora ringrazia San Vincenzo – dice facendo cenno a Vincenzo Ruffolo – altrimenti ti avrei accomodato io… – poi gira  sui tacchi e se ne va
Olimpia, terrorizzata, decide di non andare dalla Pubblica Sicurezza, se ne torna di corsa a casa e non esce più per il resto della giornata.
L’avvocato Raffaele Pellegrini è il Segretario della Provincia e la mattina del 5 ottobre 1900 esce di casa con un paniere per andare a comprare dell’uva al mercato dei contadini. Con lui c’è l’archivista Gabriele Ruffolo
- Questa è la migliore… ‘nu zuccaru! Riempi il paniere e pesalo per bene
- Vussuria stassi tranquillu ca li fazzu bon pisu
Adesso che il paniere è stracolmo, l’avvocato Pellegrini ha un grosso problema: trovare qualcuno che glielo porti a casa perché per uno nella sua posizione è vergogna andare in giro con la spesa
- Eccellenza… eccellenza, mi dovete aiutare, mio marito mi perseguita e io ho paura che mi vuole uccidere… – Olimpia lo supplica gettandoglisi ai piedi
- Ma no! Che dici! Anzi, sentimi, me lo porti questo paniere a casa che ti regalo qualcosa?
- Eccellenza, io il paniere ve lo porto, ma a condizione che voi veniate con me, ho paura, ve l’ho detto…
Pellegrini, non sapendo come fare, accetta e fa avviare Olimpia, mentre lui e Ruffolo la seguono a 4 o 5 passi di distanza. Arrivati a casa dell’avvocato, sita al vicolo detto di Conflenti, dopo aver conservato l’uva, Pellegrini esce e si dirige, seguito da Olimpia, verso il Corso.
L’avvocato adesso è sulla strada che sbocca alla Piazza Grande ed essa Cavalcante all’angolo del Palazzo Campagna. In quello stesso momento lo spazzino comunale Luigi Pirri sta spazzando il Vicolo Conflenti quando vede i coniugi Rosario Mascaro e Olimpia Cavalcante che in quel luogo si incontrarono.
- Perché non ti ritiri a casa? – le dice Rosario
- Se finora non sono stata buona per te, neppure lo sono per l’avvenire… – Luigi Pirri nota qualcosa di strano mentre i due discutono: Rosario tiene una mano in una tasca del matinè. Anche Olimpia si è accorta di questa stranezza e lo afferra cingendogli con le sue braccia il corpo e gli dice di cacciare la mano dalla tasca e mentre stavano entrambi abbracciati, il Mascaro trasse di tasca un coltello poco lungo e con lo stesso colpisce violentemente Olimpia alle spalle
Un urlo. Pellegrini si gira di scatto e vede Olimpia in colluttazione con un uomo e subito quell’uomo la lasciò dandosi alla fuga, mentre la Cavalcante gridava essere stata ammazzata dal marito.
Olimpia viene portata a braccia in ospedale dove viene visitata dal dottor Felice Migliori il quale riscontra una ferita nella linea para-vertebrale sinistra, in corrispondenza della decima costola. La ferita, dopo aver reciso i comuni tegumenti, si dirige obliquamente in alto e si addentra nel nono spazio intercostale. Nel cavo toracico non si riscontrano segni di versamento intra-pleurico, però la funzione respiratoria non si compie in egual modo nei due toraci. Questo fenomeno è sintomatico dell’avvenuta lesione della pleura costale, fatto, questo, confermato dalla specillazione, la quale ha dimostrato altresì che la ferita sia penetrante nel cavo pleurico. Sempre quando la ferita non abbia determinato penetrazione di germi infettivi nel cavo pleurico che potrebbero metter capo ad una pleurite infettiva, la lesione descritta è guaribile in venti giorni.
Sembra essere andata bene e Olimpia è anche in grado di rispondere alle domande del Magistrato e di sporgere querela contro il marito, del quale non c’è traccia, come non c’è traccia del coltello.
Passano nove giorni e Olimpia sta peggiorando, è febbricitante  – brutto segno – è in preda a smania ed affanno. Questa volta a visitarla è il dottor Vincenzo Scola. L’esame fisico del torace lascia notare un mediocre versamento nella cavità pleurica sinistra, probabilmente siero-sanguigno causato dalla ferita dalla paziente riportata. Giudico che l’inferma, in seguito alla sviluppatasi pleurite essudativa è in pericolo di vita e, nella più favorevole ipotesi, potrà guarire fra altri trenta giorni.
Purtroppo la più favorevole ipotesi non si realizza e Olimpia muore la sera del 16 ottobre in casa di suo fratello Ercole. La notizia si sparge subito in città e due Carabinieri in servizio di pattuglia, entrati nella cantina di Francesco Morelli in via Calata della Corda, vedono Rosario Mascaro e lo arrestano per omicidio, sebbene ancora non sia stato emesso alcun provvedimento nei suoi confronti. Redigendo il relativo verbale, il Brigadiere Davide Reverzoni mette in luce un particolare di cui ancora non si è parlato: alle ore 17 del 7 corrente mese il Mascaro, recatosi sotto le finestre del locale civico ospedale, tirando pietre nel reparto delle donne ove trovavasi ricoverata la di lui moglie per la ferita dal medesimo riportata, pronunziava all’indirizzo di questa le seguenti parole: “Porca, puttana, non sei ancora morta? Mò vengo io nell’ospedale ad ammazzarti del tutto!”. Detto Brigadiere Reverzoni, informato del fatto dalle locali monache, nel recarsi sul luogo per le dovute verifiche, il Mascaro, alla presenza dell’Arma, si dava alla fuga.
La mattina seguente, interrogato dal Giudice Istruttore, Rosario si difende
- Da sei o sette mesi dietro mi ero diviso da mia moglie. Essa conviveva con Camillo Florio ed io coabitavo con Vincenza Lupinacci nella salita Pietramala. Ma non ostante tutto ciò erano buone le relazioni tra me e la detta mia moglie, tanto che spesso veniva a trovarmi a casa e mangiava con me. da più tempo mi sono sorti dei sospetti sul conto di mia moglie, ritenendo che aveva relazioni carnali col detto Camillo Florio, quantunque non ne sono stato mai certo e perciò la esortai a lasciare la casa Florio e di andare a servire un altro padrone, premettendole che io l’avrei soccorsa per quanto potevo, impegnandomi in ogni caso a pagarle la pigione di casa. siccome la Cavalcante non volle seguire i miei ordini insistendo a trattenersi presso il Florio, diverse volte la minacciai di morte per intimorirla ed essa sempre ha risposto: “io morta e tu in galera”. Il giorno cinque corrente mese, e propriamente verso le ore sette e mezza antimeridiane, uscii dalla mia casa di abitazione per recarmi casa municipale di questa città onde pulire delle lastre e quando fui alla fine della piazza grande, alla imboccatura del vicolo Conflenti, vidi l’anzidetta mia moglie e perciò mi avvicinai a lei invitandola a lasciare la casa di Camillo Florio, ma essa mi rispose che dal Florio se ne sarebbe mai andata. A tale risposta montai in ira, trassi di tasca un piccolo coltello a piega ed avventatomi contro essa,le vibrai un solo colpo al fianco sinistro ed immediatamente essa si mise a gridare ed io mi diedi alla fuga. Se io mi spinsi a ferire mia moglie  non lo feci certamente con l’intenzione di ucciderla ma solo per incuterle timore e così obbligarla a lasciare la casa di Camillo Florio
- Dalle carte risulta che nutrivate dei rancori verso di lei perché non vi aveva voluto dare del denaro per i vostri vizi…
- Non è affatto vero dappoichè se essa qualche volta mi ha dato la somma di quattro o cinque lire, ciò lo faceva a titolo di prestito ed io, non appena il 27 del mese percepivo lo stipendio di accenditore di fanali, ho sempre restituito le somme avute
- E cosa dite delle minacce che le avete fatto quando era ricoverata in ospedale?
- Nelle ore pomeridiane del giorno sette volgente mese, sapendo mia moglie degente in ospedale, mi avviai alla volta dello stesso per informarmi delle condizioni della sua salute. Arrivato presso l’ospedale, da una finestra della parte di dietro vidi affacciata la moglie di Ercole Cavalcante e le domandai come stava Olimpia. A tali mie parole, la donna mi rimproverò dicendomi che pure avevo la faccia tosta di andare in quel luogo, invitandomi a ritirarmi subito e contemporaneamente mi chiuse la finestra in faccia. Io mi ritenni offeso e perciò ingiuriai ad alta voce col nome di puttana la moglie di Ercole Cavalcante. Non è quindi vero che andai sotto la finestra per inveire contro la defunta mia moglie, né lanciai pietre
- E i cinquanta centesimi che le avete chiesto e non vi ha dato quando la incontraste al mercato?
- Non è affatto vero che in quel rincontro le chiesi in prestito la somma che non volle darmi… con me c’era Luigi Chiappetta
Peccato per lui che tutti i testimoni ascoltati in occasione del ferimento lo abbiano già smentito.
Nel frattempo arrivano i risultati dell’autopsia: Olimpia non è morta per la pleurite essudativa che le era stata diagnosticata, ma per la letale anemia e per la grave compressione del cuore, entrambe prodotte dalla copiosissima emorragia nel cavo pleurico sinistro, emorragia causata esclusivamente per la lesione dell’undicesima arteria intercostale di sinistra.
Da tutto ciò che abbiamo letto finora sembra evidente il ruolo di padrone assoluto che Rosario avrebbe voluto avere sulla moglie, nonostante se ne fosse separato per andare a coabitare con un’altra donna. Un comportamento molto comune anche ai giorni nostri, purtroppo, è la considerazione immediata che a ciascuno di noi verrebbe da fare. Ma questo caso, secondo le dichiarazioni di Ercole Cavalcante, il fratello di Olimpia, confermate da molti testimoni, è diverso. Vediamo perché
- Mia sorella da moltissimo tempo dietro sposò il nominato Rosario Mascaro e siccome, or sono pochi anni, fu colta da una malattia uterina e non si poteva unire al marito, perciò i detti coniugi di comune accordo si divisero. Il Mascaro andò a convivere con una donna di cui ignoro il nome, mentre mia moglie la faceva da domestica con Camillo Florio, dove viveva di giorno e di notte. Non ostante mia sorella fosse divisa dal marito, pure gli somministrava del denaro per far fronte ai suoi bisogni perché non gli era sufficiente il mensile che percepiva perché menava una vita troppo scioperata e stava sempre ubbriaco
Racconta Angiolina Pancaro
- Circa quindici mesi dietro trovandomi a passare innanzi l’abitazione di Camillo Florio, fui invitata dalla Cavalcante ad entrarvi ed avendo io annuito alla sua richiesta, entrai e trovai ivi anche il marito. Sedutami, essa Cavalcante mi offrì un bicchiere di vino che accettai ed in presenza del marito mi disse che avessi convinto mia cugina Giuseppina di andarsene con esso suo marito perché ella non poteva avere commercio con lui trovandosi da più tempo ammalata con l’utero, però io feci presente alla Cavalcante che non potevo consigliare una mia parente di andare a fare la mantenuta
Poi Saveria Dattilo
- Da due anni dietro circa, la Cavalcante ripeteva continuamente che non poteva avere più commercio carnale con uomini perché era gravemente ammalata con l’utero, tanto che si divise dal marito ed essa stessa cooperava a trovargli delle donne perché impossibilitata a congiungersi con lui carnalmente
Riguardato il referto autoptico dove il perito ha riscontrato l’utero leggermente prolassato, queste affermazioni sembrano veritiere.
Ma ciò che conferma sostanzialmente tutto sono le parole di Vincenza Lupinacci, la mantenuta di Rosario
- Da circa sette mesi dietro mi trovo in Cosenza e nell’andare in cerca di un padrone, trovai Caterina Lavorato, madre di Rosario Mascaro, la quale m’invitò di andare ad abitare col figlio che andava in cerca di una governate. Trovandomi io incinta da tre o quattro mesi ed abbandonata da tutti, accettai la proposta fattami ed andai ad abitare con Rosario Mascaro. Dopo poco, per detto, appresi che costui era ammogliato e la moglie medesima si presentò a me invogliandomi a trattenermi col marito, promettendo anche di soccorrermi, ma siccome io le dissi che il Mascaro era suo marito e che perciò io ero intenzionata a lasciarlo per andare a fare la domestica, essa mi pregò di trattenermi facendomi in pari tempo osservare che era fisicamente impossibilitata ad unirsi carnalmente al marito perché difettosa – poi dice qualcos’altro di molto grave sul conto di Olimpia –. Per detto pubblico è a mia conoscenza che la Cavalcante facesse la puttana e la ruffiana
Cosa? Il Giudice Istruttore vuole vederci chiaro e richiama le due precedenti testimoni che sanno molto sul passato di Olimpia. Sanno che fu mantenuta di diverse persone ed una di esse se la sposò in fin di vita. Quindi sposò Rosario il quale, secondo le due testimoni, prima di sposarsela la conosceva certamente per donna di facili costumi.
Saputo di tutte queste voci, si presenta al Giudice un tale Carmine Corsonello, uno degli ex amanti di Olimpia il quale dichiara
- Olimpia in prime nozze sposò un ex guardia di finanza di cui ignoro il nome. In seguito al di costui decesso, la Cavalcante venne a servire nel Caffè di Napoli, posto in Via Orefice, dove io ero cameriere. Siccome stavamo continuamente assieme, così ci unimmo carnalmente e Olimpia divenne la mia mantenuta per lo spazio di quattro anni. Infine pretendeva di essere sposata, ma siccome non era della mia condizione, così non volli cedere alla sua pretesa e la lasciai. In seguito a ciò sposò Rosario Mascaro, il quale non ignorava certamente che essa da poco aveva lasciato di fare la mantenuta. E ciò tanto è vero che dopo sposata al Mascaro, spesso si presentava a me mandata dal marito per avere dei mozziconi di sigaro ed io ho sempre soddisfatto alle richieste di Olimpia per mantenerla ben vista dal marito. Rosario Mascaro sposò Olimpia perché possedeva del denaro, tanto che quando io la lasciai, le complimentai lire 100, oltre dei risparmi fatti coi propri utili.
Ecco, se mai ci fossero stati dubbi che il movente potesse essere stato l’onore in questo stato di degrado, adesso è certo che Rosario ha accoltellato Olimpia per soldi.
L’accusa in rubrica per Rosario Mascaro è di omicidio con premeditazione, ma il Pubblico Ministero chiede che venga modificata in quella di omicidio preterintenzionale, reato per il quale, il 15 gennaio 1901, la Sezione d’Accusa lo rinvia a giudizio.
Il 19 dicembre 1901 la Corte d’Assise di Cosenza condanna Rosario Mascaro a 13 anni e 4 mesi di reclusione, più pene accessorie.
La Suprema Corte di Cassazione, il 14 novembre 1902, rigetta il ricorso dell’imputato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 15 luglio 2018

LE PALATE DEL SABATO SANTO


È la sera di martedì 9 aprile 1901 e la Pasqua è passata da due giorni. Il sessantacinquenne Rocco Morimanno torna nella sua casa della frazione Vico di Aprigliano dopo una dura giornata di lavoro. È visibilmente sofferente al fianco sinistro e si butta sul letto senza cenare
- Ma che cosa è successo? – gli fa la moglie, Candia Cimino
- Sabato santo sono caduto in un fosso mentre zappavo nella vigna di Gabriele Piscitelli…
- E dopo quattro giorni te ne sei accorto? Ieri che sei andato a zappare non ti faceva male? E tutt’oggi?
- Si che mi faceva male, ma ho resistito… mò non ce la faccio più…
- Fammi vedere, alzati la camicia
Rocco, storcendo la bocca per il dolore, si denuda la parte e sua moglie nota solo due piccole macchie più piccole di un soldo, ognuna di color ammelato, cioè un colore rossastro.
L’indomani il poveretto continuò a lamentarsi ed allora si fu che avendo visto passare il dottor Cosentini, Candia lo chiama e gli fa vedere il marito. Il medico, sapendolo un vecchio di buona indole, che altra volta anni dietro si era ferito per caduta all’occipite, nemmeno gli guarda le due macchie sul costato ma gli tasta la parte per verificare se vi fossero tracce di frattura e constatato il contrario, crede opportuno prescrivergli l’applicazione di carte senapate e, in caso di inefficienza delle stesse, l’applicazione di due sanguisughe, poi se ne va. Le carte senapate non fanno alcun effetto e Candia chiama Maria Rosaria Pingitore, Purcigna come la chiamano tutti, pratica di sanguisughe, la quale gliene applica due in quel sito, ove non era alcuna traccia di contusione, ecchimosi o altro. Ma la situazione peggiora e dopo altri due giorni viene richiamato il dottor Cosentini. Rocco ha la febbre, è smanioso per i dolori posteriormente ed anteriormente al torace. Accusava inoltre tosse, aveva espettorati e rantoli, per cui il medico giudica che sia scoppiata una bronco-pulmonite. La malattia si presenta con caratteri abbastanza gravi, specialmente per la debolezza dell’infermo e malgrado le cure e le continue visite nei due giorni successivi, nella notte del 18 aprile Rocco Morimanno muore. Avvertito di ciò, il dottor Cosentini rilascia da casa sua il certificato attestante il decesso per bronco-pulmonite consecutiva ad influenza.
Quella stessa mattina, molto presto, Cosentini va nella frazione Vico per affari della sua professione e si trova nel corteo funebre, in massima parte formato da donne, che accompagna la salma del povero Rocco. Si accoda per rispetto e al sentire che si accennava alla parola “palate” con fare circospetto, si insospettisce. Anzi, gli balena in testa che potesse esservi qualche relazione fra le stesse (palate. Nda), la caduta a cui si era accennato e la causa della morte di quel disgraziato. I sospetti aumentano quando gli si avvicina una vecchietta  vestita di nero che gli dice
- Duttù… cercate di vedere per il figlioquesto vi va per l’anima vostra, cercate di addobbare
Preoccupato, pertanto, che in quella morte potesse esservi del delittuoso, Cosentini comincia a chiedere tra i presenti  per sapere il tutto. E questo tutto sarebbe che nella mattinata del 6 aprile, sabato santo, nella vigna di Gabriele Piscitelli vi fu una zuffa tra il giovanotto Luigi Ferrari e Pasquale Morimanno, uno dei figli di Rocco. Quando Rocco vide suo figlio prendere un palo per colpire l’avversario, si lanciò per trattenerlo ma si beccò una bastonata nel fianco sinistro. Ciononostante il povero vecchio era tornato da solo in paese. Cosentini adesso vuole vederci chiaro. Aspetta che il corteo arrivi al cimitero e che tutti se ne siano andati, poi ordina al custode di aprire la cassa per esaminare meglio la parte, cosa che qualche giorno prima aveva trascurato di fare, ma nemmeno questa volta nota niente di strano, a parte i due forellini praticati dalle sanguisughe.
Le stranezze che ha ascoltato però gli frullano in testa e ordina al custode di non calare la cassa nella fossa perché quella morte non lo convince. Poi va ad avvisare il Sindaco.
Sono le 9,30 della stessa mattinata quando Francesco De Rose, il fratello del Sindaco, entra nel tabacchino di Francesco De Miglio nel rione Pera per compare dei sigari. Nota che la ganza del tabaccaio, una tale Rachele, è intenta a discorrere con un avventore e, dal modo circospetto come si esprimeva e dalle parole che riesce a percepire, capisce che la donna sta accennando a qualcosa di importante
- …certe megere di donne alle volte per parlar troppo compromettono seriamente gli uomini, procurando loro la galera
De Rose perde un po’ di tempo nel tabacchino e quando l’avventore va via, affronta Rachele
- Che volevi dire con quelle parole?
- A Vico è morto il vecchio Morimanno e si è sparsa la novella che fosse deceduto per effetto di una bastonata riportata da persona che non so dire…
Francesco De Rose, preoccupato che questa notizia, se vera, possa nuocere al fratello Sindaco, si precipita al Comune per avvertirlo ma non lo trova, così riferisce tutto al Segretario Comunale e al suo vice i quali gli dicono di avere ricevuto il certificato di morte di Morimanno che parla solo di bronco-pulmonite. Mentre i tre discutono del fatto, arriva il Sindaco accompagnato da Vincenzo Rogliano, il falegname che ha fatto la cassa da morto, il quale rivela di sapere della bastonata perché glielo ha detto Francesco Piscitelli
- Però sono convinto che la morte di quel disgraziato sia stata esclusivamente naturale – aggiunge Rogliano – perché l’infelice aveva lavorato altri tre o quattro giorni
Arriva, trafelato, anche il dottor Cosentini il quale racconta ciò che ha saputo sulla presunta bastonata, ma Rogliano insiste nel sostenere la tesi della morte naturale. Il Sindaco ascolta tutti con attenzione, poi prende la sua decisione, l’unica che possa togliere ogni dubbio: avvisare i Carabinieri.
Il Maresciallo Vittorio Quarello ed i suoi uomini arrivano a Vico in pochi minuti e cominciano a raccogliere le prime testimonianze e l’umore della voce pubblica
- Lavoravamo alla vigna di Piscitelli quando vennero a diverbio, e quindi a vie di fatti, Luigi Ferrari e Giuseppe Morimanno (il figlio di Rocco. Nda) il quale percosse l’avversario. Il padre di quest’ultimo, Rocco, accortosi di ciò, slanciossi sul figlio trattenendolo per le braccia e dicendogli che era vergogna percuotere un ragazzo. Giuseppe, accecato dall’ira, siccome non poteva reagire contro il Ferrari, disse al padre: “Lasciami per la madonna altrimenti meno a te” e contemporaneamente, con un palo di vite che aveva già raccolto da terra, dette al proprio genitore un colpo al fianco sinistro ed un altro lo tirò al Ferrari – sostengono Carmine Elia, Pasquale Vetere e Filippo Piscitelli
- Rocco tratteneva il figlio per le braccia dicendogli: “mena più tosto a me!”. Giuseppe tirò due bastonate, una delle quali colpì Ferrari e l’altra giudico che abbia colpito il padre involontariamente – sostengono, al contrario, Francesco De Lorenzo e Vincenzo Morelli
- Nel mentre Rocco Morimanno si era messo in mezzo da paciere, il figlio aveva scaraventato un colpo con un palo di vite contro l’avversario, ma il palo s’era rotto ed un pezzo era andato a colpire il proprio genitore – racconta Pietro Piscitelli
- Mi trovavo a zappare una vigna in contrada Induzi. Luigi Ferrari cominciò a beffeggiare Giuseppe Morimanno dicendo che era stato a Trieste per ragioni di lavoro e che invece quivi aveva chiesto l’elemosina ed era stato rimpatriato con biglietto gratuito. Morimanno lo avvertì di non continuare su quel tono e poiché quello non si dava conto dell’avvertimento, gli assestò due schiaffi, prendendo contemporaneamente da terra un palo di vite per servirsene contro quel ragazzo. Fu pronto Rocco ad afferrare il figlio per il petto e in quel mentre, Giuseppe con la mano che aveva libera in cui teneva il bastone dette un colpo che andò a raggiungere Ferrari, reiterando il colpo che andò a sbattere per terra, onde il legno che era fradicio andò in pezzi senza colpire affatto nessuno. Io fui spettatore di tutta questa scena per cui niun particolare mi potè sfuggire. Non vi fu alterco nemmeno a parole fra padre e figlio – giura Antonio Perri.
Quattro versioni diverse, ma c’è il racconto del dottor Cosentini su ciò che Rocco gli dichiarò,  sulle parole dettegli dalla vecchietta e i suoi dubbi circa il fatto che un pezzo del bastone rotto abbia potuto colpire il povero Rocco
- Morimanno era a letto, vestito, e accusava dolori al fianco sinistro per effetto, a suo dire, di caduta… fui chiamato nuovamente l’11 o il 12 e lo trovai con febbre, ma questa volta non tenne parola della caduta di cui precedentemente si era doluto… Francamente io non ho capito in che modo il palo caduto per terra potesse rimbalzare e colpire ad un fianco la persona del Morimanno
Al Maresciallo non resta che avvisare il Pretore che, in questa incerta situazione, dispone subito l’autopsia
Causa unica e determinante della morte di Rocco Morimanno è stata una pleuro-pulmonite a sinistra, originata da trauma che ha prodotto, fra l’altro, la frattura del tavolato interno dell’ottava costola e delle macchie emorragiche in corrispondenza e vicino alla frattura medesima. Quindi un colpo, volontario o meno, c’è stato. Le indagini proseguono e, nel frattempo, il 19 aprile viene emesso un mandato di cattura nei confronti di Giuseppe Morimanno con l’accusa di omicidio, ma lui è sparito. Si costituisce due giorni dopo nella caserma dei Carabinieri di Aprigliano e racconta la sua versione dei fatti al Pretore di Cosenza
- Sabato santo in compagnia di altri 13 o 14 lavoratori zappavo in contrada Induzzi. Accanto a me lavorava il giovane contadino Luigi Ferrari il quale mi fece perdere la pazienza perché addimostrava chiaramente di non sapere affatto cooperare al lavoro. Per questo io, dandogli del “ciambriellu”, che è quanto dire inetto a fare qualsiasi cosa, invitai Giovanni Rossi a venire invece di quello a lavorare accanto a me. se l’ebbe a male il Ferrari il quale prese a insolentirmi dicendo che portavo la coppola alla maffiosa come un reggitano ed aggiunse che in Trieste, dove ero stato per ragioni di lavoro, ero andato elemosinando. Mi spiacqui naturalmente per quelle offese e non nego che mi avvicinai per dare qualche schiaffo al mio offensore, ma quegli, indovinato il mio pensiero ostile, alzò in aria la zappa come per volermi menare un colpo. Mio padre si fece in mezzo afferrandomi con le due mani per il petto per ridurmi all’impotenza e metter pace. Senonchè io potetti prendere da terra un palo di vite col quale, volendo colpire il mio avversario, colpii involontariamente mio padre al fianco sinistro, pur investendo anche il Ferrari al braccio sinistro. Questa è la pura verità ed è falso perciò che io avessi colpito volontariamente mio padre per il dispetto in me nato di non potere, per la sua intromissione, colpire Ferrari. È falso pure che io avessi detto verso il mio genitore: “lasciami per la Madonna altrimenti meno te”. In quel giorno non vi fu altro; mio padre lavorò per l’intera giornata e lavorò pure nel lunedì e nel martedì, senza che nel frattempo si fosse lamentato di dolori per la caduta o altro motivo. Soltanto mercoledì fu colpito da febbre che di lì a pochi giorni lo condusse a morte
A questo punto il Pretore gli fa una raffica di domande prese da un foglietto con appuntate alcune confidenze raccolta dai Carabinieri
- Pare che fra voi e vostro padre buon’anima non corressero buoni rapporti… pare che nemmeno vi salutavate… si dice pure che ve ne siate andato ad abitare in un’altra casa per dissapori fra vostra moglie e vostra madre…
- È falso che fra me e mio padre non corressero buoni rapporti tanto da non scambiarci le parole; all’invece i vincoli d’affetto tra di noi erano cordialissimi e spesso c’intrattenivamo a parlare. È vero, per altro, che di mutuo accordo preferimmo, quattro anni dietro, quando già avevo una figlia, di separarci vivendo ognuno per sé
Ma le confidenze diventano testimonianze e i guai per Giuseppe aumentano
- Da circa un anno padre e figlio eransi separati per quistioni fra sua moglie e sua madre. In questi ultimi tempi padre e figlio non si parlavano – dice Maria Rosaria Pingitore, Purcigna, la quale aggiunge dell’altro –. Durante il decorso della malattia, Giuseppe una sera si presentò al capezzale del padre richiedendogli notizie della sua salute, ma quegli lo allontanò dicendogli che fosse andato via. Poi, vedendo Giuseppe che era accorso nella casa paterna per piangere la morte del genitore, io non seppi frenare un senso di ribrezzo per quella comparsa e l’invitai ad andare via giacché la sua presenza poteva dar luogo a compromissioni
- Poco prima che Rocco morisse, Giuseppe era accorso al letto del padre a chiedergli perdono. “Il perdono lo darà Iddio” gli rispose il padre – racconta Giuseppina Sessa.
Poi viene interrogato Luigi Ferrari, il giovane contadino col quale Giuseppe stava litigando il sabato Santo
- Lavoravo avendo accanto da un lato Giuseppe Morimanno e dall’altro Salvatore Rossi, seguito a sua volta da Rocco Morimanno. Giuseppe, adducendo che io non sapessi lavorare mi dette del “ciambriellu”, che non so che cosa significhi, ma che certamente non suona elogio. Io rintuzzai l’offesa dicendo che anche lui era una “bona croshca”, volendo intendere che a sua volta non era poi un lavoratore perfetto. La mia parola lo fece andare in bestia, tanto che mi fu addosso dandomi due pugni e, non pago, tolse un palo di vigna abbastanza grosso e fece l’atto di scaraventarmi con quello dei colpi. Rocco Morimanno si avvicinò per ripararmeli, cercò di mantenerlo, ma il figlio, esasperato per quella intromissione gridava che lo avesse lasciato altrimenti avrebbe dato a lui. Il padre replicò che preferiva che fosse lui percosso e, in quel mentre, l’altro lasciò partire un colpo contro il genitore. Certo è che allora il padre rimase investito ad un fianco per cui smise di refrenare il figlio il quale, allora, spiccò un salto e raggiuntomi mi dette con quello stesso palo un colpo al braccio sinistro
- Sei sicuro? Non è che tirando la bastonata a te ha colpito il padre involontariamente?
- Ripeto, il colpo che fu dato a Rocco Morimanno era specialmente a lui diretto, il che giudico dal fatto che verso di quello il feritore si rivolse; quando invece, non pago, volle anche colpire me, prese la direzione verso la mia persona
Ma è attraverso la testimonianza del diciassettenne Pasquale Vetere, il quale smentisce anche suo padre, che gli inquirenti si convincono della volontarietà del colpo di Pasquale Morimanno e decidono di mettere a confronto il ragazzo con i testimoni che hanno parlato di involontarietà del colpo. La fermezza del ragazzo è tale che tutti han finito con uniformarsi o col dichiarare che non colsero quel momento dal fatto in cui il colpo fu tirato e ne riferirono vagamente, fondandosi su personali supposizioni.
La logica conseguenza è la richiesta di rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Il 22 luglio 1901 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e ad occuparsene sarà la Corte d’Assise di Cosenza.
Il 12 ottobre successivo si apre il dibattimento e nel pomeriggio stesso viene emessa la sentenza che riconosce l’imputato colpevole e lo condanna a 10 anni di reclusione, più pene accessorie.
La Corte di Cassazione, il 23 dicembre 1901, dichiara inammissibile il ricorso di Giuseppe Morimanno.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.