venerdì 31 agosto 2018

CON QUESTO MI CI PULISCO IL CULO


Alla fine del 1952 Teresina, 21 anni, e Francesco, 26 anni, entrambi della frazione San Biase di Fiumefreddo Bruzio, sono fidanzati ufficialmente da nove mesi. Finalmente, si potrebbe dire, perché il corteggiamento andava avanti da quasi tre anni perché la famiglia del giovanotto non vedeva di buon occhio quella unione. Eppure Teresina è una brava ragazza che non ha mai dato adito a pettegolezzi, né la sua famiglia si è stancata di aspettare promettendola in sposa a qualcun altro, nonostante i numerosi pretendenti. Forse questa cattiva opinione è nata dal fatto che Nino, un giovanotto vicino di casa e amico della famiglia di Teresina, viene visto troppe volte entrare e uscire dalla casa della ragazza, ma questa è una cosa che notano solo i familiari di Francesco, gli altri vicini non ci hanno mai badato perché Nino, coetaneo di Teresina, in quella casa ci è cresciuto e continua ad andarci anche dopo il fidanzamento ufficiale.
Francesco comincia ad essere roso dalla gelosia e una mattina del mese di luglio 1952 si permette di picchiare Teresina in casa sua usando il calcio del fucile che porta sempre con sé.
Dicevamo che i due ragazzi sono fidanzati ufficialmente da nove mesi e poiché il fidanzamento andava alla lunga, i genitori di Teresina invitano Francesco a decidersi altrimenti era meglio troncare il fidanzamento e rimanere ognuno libero per conto suo in modo che, presentandosi altre richieste di matrimonio, sarebbero liberi di darla in moglie al miglior partito possibile. Ma Francesco risponde sempre in modo evasivo. Passa inutilmente il mese di gennaio del 1953, poi la sera di lunedì 9 febbraio Francesco si presenta in casa della fidanzata, come al solito armato di fucile. Questa volta, però, è visibilmente nervoso e mette bene in evidenza le tasche piene di cartucce
- Queste saranno per te e per Ciccio…
- Ma che dici? Sei impazzito? – gli risponde, impaurita, Teresina
- Impazzito? Oggi pomeriggio a comprare la pasta da Amendola, ti ho accompagnata io o ti ha accompagnata Ciccio? Ti sei decisa a sposarlo?
- Ma che vai dicendo? Tu forse hai bevuto troppo e te l’ho detto mille volte di non bere che poi non ragioni più – replica Teresina
- Io sono normale, sei tu che sei una… una…
- Adesso basta! – tuona Domenico, il padre della ragazza – sei in casa mia e non ti permetto di parlare così a mia figlia, mancando di rispetto anche a me! Ti ricordo che ancora non hai mi hai dato nessuna risposta per fare le carte e fissare il matrimonio
Appena Francesco sente pronunciare quest’ultima parola perde tutta la sua tracotanza, abbassa la testa e se ne va senza dire una parola.
Rimasti da soli, i genitori parlano chiaramente – e per l’ultima volta – alla loro figlia e stabiliscono che aspetteranno ancora una settimana, poi il fidanzamento sarà rotto. Settimana che passa senza avere notizie.
- Frà… Teresina vuole sapere le tue ultime e precise intenzioni – è la richiesta che la ragazza gli manda tramite un bambino, la mattina del 13 febbraio
- Dille che se ne andasse a quel paese! – è la risposta che non lascia adito ad alcun dubbio, poi rincara la dose – a suo padre lo voglio bruciare con le 51 armi che porta addosso! – urla, intendendo con ciò che è pronto a tutto e non gli importa se il mancato suocero sarà meglio armato di lui
Saputa la risposta, il padre di Teresina non fa una piega. Ordina alla figlia di vestirsi bene perché andranno alla Marina di Fiumefreddo a fare una visita alla nonna e i due si mettono in cammino. Lungo la strada incontrano Francesco che, dopo un breve scambio di convenevoli sulle rispettive destinazioni, ripete parola per parola quanto ha già fatto sapere loro. Anche questa volta il padre della ragazza mantiene la calma e non accade nulla. Però qualcosa gli frulla in testa. Va bene la rottura del fidanzamento, ma quelle oscenità e quelle minacce proprio no!
- Andiamo dai Carabinieri e lo facciamo chiamare da loro per fargli dire ufficialmente che non ti vuole sposare e per intimargli di non portare più in giro il fucile… quello è pazzo!
Il Maresciallo Capo Pierino Santucci ascolta il racconto che padre e figlia gli fanno, poi si siede alla macchina per scrivere e scrive un biglietto con il quale ordina a Francesco di recarsi in caserma per comunicazioni che lo riguardano
- Io però non glielo posso far recapitare, fateglielo avere voi – li congeda consegnando il foglio piegato in quattro
E così fanno.
I due tornano a casa, si mettono gli abiti da lavoro e salgono verso la montagna con l’asino, lungo la via che chiamano Pietre Bianche, per caricare alcuni sacchi di patate che tengono in un piccolo fondo di loro proprietà. Fatto ciò che dovevano, si rimettono in marcia verso casa, quando, all’improvviso, davanti a loro si para Francesco con il fucile nella mano destra e un foglio di carta nella sinistra
- Con questo mi ci pulisco il culo!
Padre e figlia non rispondono e tirano dritto. Francesco scende lungo un viottolo secondario e li precede, trovandoseli di nuovo davanti
- Anzi, questo usalo come pannolino quando hai le cose mensili! – dice lanciando il foglio verso la ragazza, poi si rivolge all’uomo – A te ti brucio
Domenico, nonostante stringa in mano la scure, è terrorizzato e si mette a correre a rompicollo giù per il pendio. Francesco imbraccia il fucile, mira e spara ma il colpo va a vuoto, così si mette a inseguire il mancato suocero. Teresina non sa cosa fare. L’unica cosa che le viene in mente è prendere le redini dell’asino e cercare di raggiungere casa, mentre suo padre e Francesco scompaiono tra gli alberi.
In contrada Via della Terra alcuni contadini stanno zappando quando vedono due uomini che scendono dalla montagna correndo uno avanti con una scure in mano e l’altro dietro, a una distanza di una quarantina di metri, con un fucile sul braccio sinistro. Il primo uomo, il padre di Teresina, arriva trafelato da loro e dice
- Lo avete riconosciuto?
- No – rispondono
- È Francesco, mi ha appena sparato alle spalle senza colpirmi…
L’inseguitore rallenta la corsa e in questo frattempo sopraggiunge sua madre, subito avvicinata da Domenico che espone le sue lamentele contro il di lei figlio, poi urla per farsi sentire da tutti i presenti
- Tutti lo vedete con il fucile in mano e tutti mi siete testimoni perché adesso lo vado a denunciare! – la madre del giovanotto cerca di intervenire per calmare le acque ma suo figlio, ormai vicino e sempre più minaccioso, le urla
- Mà… non t’immischiare che lo devo bruciare! Io stavo andando a caccia e lui mi ha minacciato con la scure, non posso andare a caccia io?
- Si che ci puoi andare, ma non è vero che ti ho minacciato con la scure. È vero invece che tu mi hai sparato alle spalle!
- Vuoi vedere che ti sparo adesso?
E così dicendo alza il fucile e spara contro Domenico. Questi che gli parlava sul ciglio della strada col viso ed il corpo nella sua direzione, ricevuto il colpo al fianco destro, cade dalla strada senza parapetto sotto al muro con le braccia in avanti, con impugnata nella mano sinistra la scure alla fine del manico.
Tutti restano impietriti mentre l’eco dello sparo rimbomba ancora nelle loro orecchie. Francesco, dopo aver sparato, fa pochi metri verso la montagna e poi, come per una decisione subitanea, si gira e col fucile ancora fra le braccia, senza curarsi del ferito, continua a camminare lungo i campi in direzione dell’abitato, subito seguito dalla madre.
Pietosamente, i contadini prendono in braccio il ferito e si incamminano per portarlo nella sua casa. Proprio in questo momento arriva sul posto Teresina con l’asino e viene avvisata dell’accaduto.
Sono ormai le 17,00 quando un ragazzo bussa alla porta dei Carabinieri con un biglietto in mano. Il Maresciallo Santucci lo prende e lo legge: è del dottor Franco Pagnotta che lo avvisa di aver visitato Domenico il quale presenta sette fori della larghezza di cm. 1 e mezzo circa nella regione del fianco destro, provocati da colpo di arma da fuoco lunga. A detta del paziente il colpo gli sarebbe stato sparato da Francesco dalla distanza di metri 35 circa, in località Via della terra. il paziente versa in gravissime condizioni e ogni giudizio prognostico dipende dalle cure del caso.
Santucci si precipita sul luogo del delitto con tutti i suoi uomini, perché pare che Francesco si stia aggirando nei dintorni ancora armato di fucile e bisogna catturarlo immediatamente per evitare altri possibili spargimenti di sangue. No, pare invece che stia andando a Fiumefreddo per costituirsi, così la squadra si divide. Santucci va a casa del ferito per interrogarlo ma non fa in tempo, è già morto.
Raccolte, tra le lacrime, le prime, sommarie testimonianze di Teresina e della madre, Santucci torna in caserma dove trova Francesco che ricostruisce l’avvenimento secondo il suo punto di vista
- Ero fidanzato con Teresina dai primi di marzo dello scorso anno. Andammo d’accordo fino alla fine di dicembre in cui cominciarono i primi disaccordi. I motivi erano diversi, a cominciare dal fatto che lei non voleva che io bevessi qualche bicchiere di vino in più e a finire alla gelosia che nasceva dalla espansività che la ragazza aveva con qualche altro giovane della contrada. Qualche volta le proibivo di conversare o d’intrattenersi comunque con altri giovani del paese, ma lei non voleva sentirmi. Intanto sia lei che i suoi genitori sollecitavano il matrimonio fra noi, ma io non intendevo sposarmi se prima non mi accertavo che la Teresina mi potesse essere fedele e che fosse affezionata a me. nel mese di novembre si erano iniziate anche le pubblicazioni nella Chiesa parrocchiale di S. Serra. Lei, prima del fidanzamento, era stata corteggiata da un certo Ciccio il quale, come mi ebbe a riferirmi lei stessa dopo il fidanzamento, intendeva prima possederla e poi sposarla, cosa alla quale lei non aveva voluto accondiscendere. Tuttavia tra di loro era rimasta una certa intimità che non mi piacque mai. Da alcuni giorni in qua il padre della goivane e lei medesima, parlando con terze persone, si esprimevano in senso minaccioso verso di me riguardo al ritardato matrimonio. Premetto che che nelle prime ore del mattino Teresina mi aveva mandato a chiedere quali erano le mie intenzioni precise nei di lei riguardi, al che le facevo sapere che le mie intenzioni erano quelle di non sposarla per i motivi che lei già sapeva. Stamane in contrada Castagnelle m’incontravo volutamente con padre e figlia che scendevano in paese e ho domandato dove si recava. Mi rispondeva che andava da sua nonna alla Marina. Nessuna discussione avveniva tra noi, né io avevo con me il fucile. Dopo il breve scambio di parole, essi proseguirono per la loro strada ed io mi sono ritirato a casa. Verso le 13-13,30 mi sono visto recapitare a casa un invito a presentarmi in caserma; io conservavo il biglietto e verso le 14,30, preso il fucile di mio padre, mi sono avviato verso la montagna con l’intenzione di cacciare. Mi sono imbattuto verso le 15 con Domenico e la figlia che, in senso opposto alla mia direzione, scendevano dalla montagna con un asino carico di derrate e legna. Per evitare l’incontro, lasciando la mulattiera che percorrevo, mi sono portato a monte della strada, fermandomi davanti a loro per attendere che passassero. Giunti che furono alla mia altezza, mostrando loro il biglietto, feci presente che anzitutto erano stati bugiardi nel dirmi di dover andare dalla nonna di Teresina ed alla medesima facevo presente che il biglietto non occorreva per presentarmi in caserma perché mi sarei presentato da solo anche se fossi stato chiamato a voce. A questo punto il padre, lasciando sola la figlia, si avviò verso di me con una scure tra le mani, tenendola tra offesa e difesa. Io gli ho detto di non avvicinarsi, ma lui proseguito il cammino. Notando che si stava avvicinando troppo, ho preso la via della campagna quasi scappando… dopo percorsi cento metri, voltandomi mi sono accorto ch’egli m’inseguiva ancora, così che ho sparato un colpo in aria. A questo punto Domenico desisteva ed io ho preso la strada di casa. d’un tratto ci siamo trovati lungo la strada, io sotto e lui sopra, dopo una curva, a circa venti metri di distanza. Vedendo lì vicino alcuni contadini, lui ha domandato se mi conoscevano, al che io rispondevo che non avevo nessuna paura di essere conosciuto perché nulla avevo fatto. Nel frattempo passava accanto a lui mia madre, che gli ha detto: “E lascialo stare! Perché dovete fare questione?”. Senza darle retta, Domenico ha fatto un salto, sempre tenendo in mano la scure tra difesa e offesa e si è avvicinato a me. gli ho detto di non avvicinarsi troppo, temendo io della sua scure. Lui non ha voluto intendere l’avvertimento, cosicchè, imbracciato il fucile, gli ho sparato un colpo contro e mentre lui cadeva a terra, mi sono allontanato. Sono tornato a casa, ho lasciato il fucile e sono venuto a costituirmi…
Santucci interroga tutte le persone presenti al delitto, ma nessuno lo ricostruisce come ha fatto Francesco e per lui sono guai. Il Maresciallo, attraverso alcune confidenze, viene a sapere che Francesco ha un’altra donna, Grazia, e che Teresina sa tutto ma non se ne è mai lamentata. L’uccellino gli dice anche che Teresina e Francesco avevano già avuto rapporti carnali e forse questo fatto è alla base di tutto: “se lo ha fatto con me prima di sposarci, l’ha potuto fare anche con Ciccio e chissà con chi altro”, può aver pensato.
Francesco nega tutto, ma Teresina conferma
- Francesco mi sedusse in casa mia nell’aprile del 1952, approfittando che mia madre era alla Marina, mio padre in montagna e mio fratello al pascolo. Altre volte abbiamo avuto contatti carnali e l’ultima volta fu nel dicembre scorso
- Non è che sei incinta?
- Non ritengo di essere incinta, avendo avuto le regole in questi giorni
- Si dice in giro che Francesco ha un’altra… e forse ci ha fatto anche un figlio…
- Si, ero a conoscenza che aveva per amante Grazia, ma mai né con l’uno, né con l’altra feci rimostranze. Sconosco però se dalla loro relazione fosse nato o meno un figlio
Anche l’autopsia sul cadavere di Domenico smentisce la ricostruzione di Francesco: vittima e aggressore erano distanti l’uno dall’altro una decina di metri; la vittima non si trovava di fronte all’aggressore ma alquanto lateralmente e l’aggressore stava più in basso rispetto alla vittima.
Tutto questo complesso di cose porta il Pubblico Ministero a considerare che la versione dei fatti offerta dall’imputato, che prospetta una ipotesi di legittima difesa, è falsa perché non è credibile che una persona armata di scure si avventi contro una armata di fucile. Se così è, è chiaro che l’imputato, nel momento in cui sparò, ebbe intenzione di uccidere, altrimenti non si spiegherebbe come mai il pomeriggio del 13 uscì con il fucile carico a pallettoni. Se infatti egli avesse avuto intenzione di andare a caccia, come aveva fatto altre volte, non avrebbe caricato il fucile a pallettoni, perché quel tipo di cartucce si spara contro lupi o cinghiali; non avrebbe atteso il ritorno dalla montagna dei due, ma si sarebbe recato in caserma ove era stato invitato; non avrebbe sparato il primo colpo e non avrebbe inseguito la vittima. L’imputato, che aveva avuto rapporti intimi con la fidanzata, temeva le conseguenze di quei rapporti. L’odio contro Teresina si estendeva perciò al padre di lei, che la figlia proteggeva, e che mostrava di volerlo costringere ad un matrimonio che egli non voleva assolutamente contrarre. Deve essere rinviato a giudizio per omicidio.
Il Giudice Istruttore accoglie la richiesta e Francesco sarà giudicato dalla Corte di Assise di Cosenza. È l’8 gennaio 1954.
Il 31 maggio successivo inizia il dibattimento che si svolge senza sorprese e il 19 giugno la giuria dichiara l’imputato colpevole di omicidio volontario con l’attenuante di avere agito in istato d’ira determinato dal fatto ingiusto della persona offesa (il fatto di avere avuto in mano la scure) e con attenuanti generiche, lo condanna ad anni 11 di reclusione, al pagamento delle spese processuali e a quelle del suo mantenimento in carcere durante la custodia preventiva, alla libertà vigilata per anni tre. Lo condanna altresì al rimborso delle spese in favore della parti civili che si liquidano il £. 200mila, lo condanna ancora ai danni in favore delle parti civili da liquidarsi in separata sede.
Il ricorso in appello presentato dall’avvocato Luigi Gullo viene respinto  È il 4 luglio 1955. Agli atti non risultano ricorsi per Cassazione.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 26 agosto 2018

IL CARBONAIO DI SAN GIOVANNI


Sono le 6 di mattina del 18 giugno 1954 quando il telefono della caserma dei Carabinieri di San Giovanni in Fiore comincia a trillare insistentemente. Il Maresciallo Capo Domenico Putortì si alza dal tavolino con una tazzina di caffè in mano e va a rispondere. Dall’altro capo del filo c’è il Vice Brigadiere Carmelo Giuliano, comandante la stazione di Trepidò il quale, a mezzo di telefono privato, lo avvisa che in contrada Petrone, agro di San Giovanni, giace un cadavere di sesso maschile dell’età apparente di anni 30.
Subito dopo aver bevuto tutto d’un fiato il caffè bollente e aver bestemmiato in silenzio, Putortì con il Carabiniere Gaetano Pirillo si precipita sul posto.
A circa 200 metri dalla sponda del lago Ampollino, su di un viottolo che porta verso la montagna, e precisamente a circa 10 metri da una capanna da boscaiuolo trovano il cadavere, che mostra già i primi segni di putrefazione, in posizione supina sulla terra.
- Scrivi – ordina Putortì al suo uomo –: indossa una canottiera di lana, pantalone di velluto, scarpe da montagna ed un orologio al braccio sinistro. A circa tre metri di distanza trovasi un fucile da caccia a due canne calibro 12 con la presenza di una cartuccia dello stesso calibro nella sede della camera di scoppio della canna destra, già esplosa, e la canna sinistra vuota.
- Il fatto deve essere avvenuto verso le 17,00 di ieri – racconta il Vice Brigadiere Giuliano – ci hanno avvisato con una telefonata dalla cabina della Società Meridionale Elettrica e siccome siamo più vicini, ho creduto opportuno cominciare le indagini in attesa del vostro arrivo…
- Bene. avete già scoperto chi è e chi lo ha ammazzato?
- Pare che a sparare, per futili motivi, sia stato un carbonaio… tale Ventrice Rocco che si è dato alla fuga. Il morto si chiamava Aiello Raimondo, commerciante da Colosimi…
- Bene, bene… questo Ventrice lo conosco, è di San Giovanni… prendiamo qualche misura chè tra poco arriverà il Pretore…
Infatti un paio di ore dopo arriva il Magistrato accompagnato dal Medico Condotto di San Giovanni il quale certifica che la morte di Raimodo Aiello è dovuta ad una scarica di pallini sulla fossa clavicolare sinistra, senza fori di uscita, che ha causato una fortissima emorragia per la recisione della carotide. Il medico stabilisce anche che la fucilata è stata esplosa a non più di 5 metri di distanza.
- Abbiamo perquisito la capanna dove si ricoverava l’assassino con sua moglie e i suoi due figli, ma non abbiamo trovato niente che si possa mettere in relazione con l’omicidio, però si è potuto stabilire che dopo il delitto il Ventrice raccolse le poche robe e si è allontanato attraverso le montagne con la moglie ed i figli – relaziona il Maresciallo
- Stamattina presto è venuta qui la moglie di Ventrice – aggiunge il Vice Brigadiere Pirillo – e ha raccontato che ieri pomeriggio il marito lavorava su di una piazzola di carbone a circa 100 metri dalla capanna, intento ad insaccare carbone assieme ad Aiello Giuseppe, fratello al morto e figlio al datore di lavoro Aiello Stefano, nonché al ragazzo Russo Emilio, adibito a condurre i muli, quando si è presentato sul posto l’Aiello Raimondo con modi poco urbani contro il marito, dicendogli che doveva ammazzarlo perché tempo prima aveva offeso il fratello Giuseppe. Il marito è scappato per rifugiarsi nella capanna e l’Aiello lo inseguì, sempre minacciandolo di ucciderlo con un rastrello e se non sarebbe riuscito di colpire il Ventrice avrebbe ammazzato la moglie ed i figli. Il marito entrò nella capanna uscendo immediatamente dopo col fucile impugnato e l’Aiello, per nulla timoroso continuò a minacciarlo ed inseguirlo anche al di sopra della capanna, sempre in salita, mentre il marito chiedeva di essere perdonato fino a quando, spinto dalla disperazione, fece partire il colpo che investì l’Aiello, uccidendolo
- Il fratello della vittima ha detto qualcosa? – chiede il Pretore
- È qui sotto alla carbonaia, lo faccio venire subito – dice Pirillo allontanandosi
- Noi siamo di Colosimi e ci troviamo qui perché mio padre ha comprato degli alberi di pino per estrarre legname e per carbonizzare la parte del legname che non si presta ad altri usi più convenevoli. Con noi lavorano circa 20 operai fra cui un carbonaio a nome Ventrice Rocco – attacca Giuseppe Aiello –. Circa 15 giorni fa, mentre io stavo pesando della pasta, sempre nella contrada Petrone, ad alcuni operai, il Ventrice, che era un po’ brillo, si è avvicinato a me ed ha tentato, senza alcun motivo, di tirarmi in faccia un peso da un chilogrammo col quale io stavo eseguendo l’operazione di pesatura. Ieri gli operai riferirono a mio fratello Raimondo quanto tempo fa v’era stato tra me ed il Ventrice e tra questi due è sorto una animata discussione. Mio fratello si rivolse al Ventrice con la seguente frase: MANNAGGIA ALLA MADONNA! PERCHE’ TI SEI PERMESSO DI PRENDERE IL PESO E DI MINACCIARE MIO FRATELLO? Il Ventrice scappò immediatamente dirigendosi verso la capanna e mio fratello lo seguiva chiamandolo e pregandolo di fermarsi in modo da poter ragionare. Ventrice è uscito dalla capanna armato di un fucile da caccia dirigendosi verso la montagna; mio fratello lo seguiva ancora pregandolo di parlare e ragionare. Ventrice, a circa 10 metri dalla capanna si fermava, voltandosi verso mio fratello col fucile impugnato…
- E poi?
- Anche mio fratello si fermò e mi fece chiamare per mettermi al confronto col Ventrice per sapere la verità dei fatti. Io andai e dissi come era accaduto il fatto e mio fratello si rivolse a Ventrice ripetendo la frase: MANNAGGIA ALLA MADONNA! PERCHE’ TI SEI PERMESSO DI PRENDERE IL PESO E DI MINACCIARE MIO FRATELLO?. A questo punto il Ventrice diceva a mio fratello: FERMATI PERCHE’ TI SPARO! E così dicendo sparò colpendo mio fratello vicino alla gola
- Tra la vostra famiglia e Ventrice, prima del 6  giugno scorso, c’erano state altre discussioni?
- No, mai. Si era sempre comportato bene verso di noi ed era un bravo lavoratore
- La moglie di Ventrice ha detto che vostro fratello profferiva minacce di morte mentre inseguiva suo marito
- Mio fratello non aveva minacciato il Ventrice di ammazzarlo e né di licenziarlo
- Vi siete accorto se ieri Ventrice era ubriaco?
- Non era ubriaco ma abbastanza serio in quanto intento ancora al lavoroVentrice beveva solamente la domenica o in qualche altro giorno festivo, rendendosi seccante con tutti
Poi il Pretore fa chiamare il ragazzo Emilio Russo, presente al fatto, ma le sue risposte sono molto evasive e non aggiungono niente. Vengono interrogati anche i due operai presenti alla lite del 6 giugno ed entrambi raccontano quanto fosse molesto Ventrice quando era ubriaco e riferiscono anche una pesante minaccia che lo stesso avrebbe fatto ai danni dei fratelli Aiello, minaccia di cui Giuseppe Aiello non ha mai parlato: PRIMA CHE FINISCA QUESTA LAVORAZIONE DEBBO AMMAZZARE A TE O A TUO FRATELLO RAIMONDO. Dicono anche che Giuseppe Aiello per cercare di calmarlo gli diede qualche birra in modo da farlo allontanare, senza riuscirci.
Le contraddizioni tra quanto riferito da Giuseppe Aiello e quanto raccontato dai testimoni fa sorgere il dubbio che questi possano essere di parte in quanto sono tutti dipendenti degli Aiello e tutti loro compaesani. Starà agli inquirenti sbrogliare la matassa. Intanto il padre della vittima parla, contraddicendo suo figlio Giuseppe, di qualche screzio tra Ventrice e Raimondo
- Mio figlio Raimondo aveva una lavorazione di Carbone nel Comune di Licurso, in provincia di Catanzaro, unitamente ad altri soci e si accorse che diverse volte gli mancava del carbone e pertanto sia lui che i soci hanno denunziato il fatto ai Carabinieri di Cortale. Dalle indagini è risultato che il Ventrice aveva effettuato i vari furti
- E perché non lo avete licenziato?
- Lavorava alle mie dipendenze da tre anni… era un buon lavoratore e i nostri rapporti erano stati sempre buoni… ho chiuso un occhio… ma dopo aver saputo della lite del 6 giugno avevo deciso di licenziarlo alla fine dei lavori
Futili motivi. Omicidio per futili motivi. Questo, stando così le cose, è il titolo col quale viene rubricato il delitto. Ma c’è qualcosa che sfugge, è solo una sensazione, bisogna è necessario scavare più a fondo, in questo modo non si ammazza nemmeno un cane.
- Prima di entrare nella capanna, mio marito si voltò per vedere se Raimondo lo stesse ancora inseguendo e, visto che non si fermava, gli disse: FERMATI, MI VUOI AMMAZZARE PER FORZA? Raimondo gli rispose: NIENTE, TI DEBBO AMMAZZARE – precisa la moglie di Ventrice –. Mio marito, allora, entrò nella capanna e si armò di fucile e, ritornando sulla soglia della capanna, fece notare al Raimondo che stava caricando l’arma con una cartuccia. Ma Raimondo non desisteva e quando mio marito vide che si avvicinava ancora, scappò in salita dirigendosi verso la montagna. Raimondo lo seguiva con in mano un palo di legno. A circa una diecina di metri dalla capanna i due si fermarono e Raimondo chiamò suo fratello Giuseppe che accorse immediatamente e gli chiese se era vero che il 6 giugno lo aveva minacciato. Giuseppe affermò essere veritiero, però non rese consapevole il fratello che esso stesso durante la discussione aveva minacciato mio marito con un coltello – questa è nuova, nessuno lo detto finora e i dubbi sui testimoni aumentano –. Raimondo, saputo questo, si avvicinava ancora verso mio marito, ciò nonostante mio marito lo pregava di fermarsi e desistere dalla sua volontà ma Raimondo, non ascoltando le preghiere che gli venivano rivolte, si avvicinava sempre più fino a quando, giunto ad una distanza di circa due metri, mio marito gli esplose il colpo
- Vostro marito era ubriaco?
- No, aveva lavorato tutto il giorno. Anzi, verso mezzogiorno ha fatto una colazione di pane ed insalata di cipolle senza bere del vino
- Raimondo che tipo era? Violento, calmo?
- Con mio marito si era dimostrato sempre bravo, però verso gli altri operai, quando non andava bene qualche lavoro, si mostrava violento
- Il fucile, al momento del delitto, lo aveva puntato mirando, oppure ha sparato senza mirare, tenendo il fucile tra il braccio ed il fianco destro?
- Non ha mirato… ha fatto l’atto con la stessa posizione in cui aveva il fucile, cioè sotto il braccio
- Prima di sparare che cosa diceva? Che cosa faceva?
- Mio marito si inginocchiò chiedendo perdono a Raimondo in modo da chiudere completamente ogni discussione
- Raimondo cosa diceva quando suo marito gli chiedeva perdono in ginocchio?
- Diceva ed insisteva che lo avrebbe ammazzato e si avvicinava a mio marito col palo di legno facendo la mossa di colpirlo
- Dopo sparato che ha fatto?
- Ha gettato l’arma sul posto stesso e, rivolgendosi a Giuseppe gli disse di provvedere a chiamare un medico in modo di poter salvare la vita dell’uomo colpito e dopo di che fuggì verso la montagna e dopo qualche tempo andai anche io unitamente ai miei figli in cerca di mio marito, cosa che feci di notte, trovando mio marito in un pagliaio e rimanendo per tutta la nottata… la mattina mi accompagnò a Trepidò sistemandomi presso i miei famigliari e, presi alcuni capi di corredo, si diresse verso San Giovanni, assicurandomi che si sarebbe venuto a presentare ai Carabinieri
E infatti Rocco Ventrice si presenta. È il 20 giugno 1954.
- Il 6 giugno, verso le 16,00 – 16,30, sono andato alla dispenza della ditta ed ivi ho trovato Giuseppe al quale chiedevo una birra. Giuseppe mi rispondeva nel seguente modo: ORA NON POSSO PERCHE’ MI DEVO LAVARE IL VISO. Non ho insistito e sono stato ad aspettare fino a quanto Giuseppe finiva i suoi comodi. Nel frattempo però è sopraggiunto un altro operaio della stessa ditta il quale ha chiesto anche a Giuseppe una birra e Giuseppe, senza esitare, la birra a questo operaio la diede. Allora io gli dissi: GIUSEPPE A QUELLO HAI DATO LA BIRRA E A ME NO! e Giuseppe mi rispose: E SI CHE MO TE LA DO’ ANCHE A TE LA BIRRA, SEMPRE TU PARLI! Sta di fatto che a questo punto Giuseppe si toglieva dal posto del lavoro (dietro il bancone della dispenza) e avvicinatosi a me mi diede una spinta, forse a tono scherzoso e poi, ritornato dietro al bancone disse: TI DAREI QUALCHE CORTELLATA e così dicendo tirò fuori un coltello che poi rimise a posto. Io a questo punto gli risposi: QUESTO TE LO TIRO SULLA TESTA e presi un peso da un kg dalla bilancia che poi, dopo aver fatto la mossa, lo rimisi a posto. Ma tutto ciò io feci in tono scherzoso, come anche ritenevo che agisse Giuseppe. dopo la discussione mi ha dato due bottiglie di birra.
- È intervenuto qualche operaio durante la discussione?
- Uno solo che ritenevo parente dell’Aiello che non so come si chiama e che semplicemente detto: LASCIATE STARE CHE OGGI E’ FESTA
- Questa discussione ha avuto altre conseguenze?
- No. Semplicemente la domenica successiva, giorno di Sant’Antonio, ho creduto di raccontare al mio datore di lavoro Stefano Aiello, padre di Giuseppe, la discussione alla dispenza e Aiello mi rispose: NON TI PREOCCUPARE CHE SI TRATTA DI UN RAGAZZO, OGGI CI SONO IO E LA BIRRA CE LA GIOCHEREMO! Ed infatti ci siamo giocati una cassa di 24 bottiglie di birra assieme ad altri operai
- E la lite del 17 come è nata?
- Verso le 17 Raimondo è tornato alla piazzola dove stavo insaccando il carbone, si fermò a circa 10 metri da dove ero io con una cera spaventosa e, rivoltosi verso di me, disse: VIGLIACCO! TI DEBBO AMMAZZARE! HAI DA FARE CON AIELLO RAIMONDO E NON CON MIO FRATELLO! Io gli risposi: RAIMONDO PERDONAMI, STAMATTINA TE NE SEI ANDATO CALMO CALMO ED ORA TE NE SEI RITORNATO CON QUESTI NERVI, SE HO MANCATO IN QUALCHE COSA, PERDONAMI. E così dicendo, mentre lui veniva verso il centro della piazzola, io sono saltato fuori dalla piazzola stessa e Raimondo prese il rastrello che era depositato sui carboni e dove, successivamente, lo ha lasciato. Visto che aveva intenzione di aggredirmi, io scappai verso la mia capanna che si trovava in salita a circa 100 metri dal posto di lavoro e Raimondo mi inseguiva minacciandomi. Visto che io mi sono fermato dinanzi la porta della capanna che era aperta, Raimondo prese un palo di legno continuando a minacciarmi. Io sono entrato nella capanna e mi sono armato di fucile da caccia, ritornando sulla soglia della porta e facendo vedere a Raimondo che stavo caricando il fucile con una cartuccia a pallini e gli ho detto: RAIMONDO VATTENE COSI’ EVITIAMO OGNI DISCUSSIONE, VEDI CHE HO IL FUCILE! Raimondo mi rispondeva in questo modo: SE MI AMMAZZI MI AMMAZZI, MA SE NON MI AMMAZZI, TI AMMAZZO! e così dicendo si avvicinava di più. In quel mentre sopraggiungeva mia moglie la quale diceva: ROCCO, VEDI SE PUOI SCAPPARE!  e Raimondo, rispondendo a mia moglie, disse: SCAPPA, E DOVE VA? SE NON AMMAZZO A TUO MARITO, AMMAZZO A TE E AI TUOI FIGLI E POI PRENDERO’ ANCHE LUI! A questo punto io sono scappato dietro la capanna a circa 8 metri e dissi a mia moglie di allontanarsi con i figli, poi dissi a Raimondo: FRATELLO, PERDONAMI! ed esso mi rispondeva: TI DO’ IO IL PERDONO! e si avvicinava fermandosi a circa quattro metri. Io tremavo dalla paura e cercavo di evitare qualche discrazia. Raimondo ha continuato il cammino minacciandomi. Visto e considerato che si avvicinava deciso, quando è giunto a circa 2 metri da dove stavo io, gli dissi ancora: RAIMONDO PERDONAMI, PERDONAMI… ma egli non ascoltava le mie parole e le mie sottomissioni ed allora, dalla paura, ho sparato il colpo…
- Prima di sparare è successo qualcos’altro? – gli chiede il Maresciallo, perché a questo racconto manca qualcosa che tanto la moglie quanto Giuseppe Aiello e il ragazzo presente sul posto hanno riferito
- Si, Raimondo, prima che io sparassi e nel momento in cui chiedevo di perdonarmi perché non avevo commesso nulla di male, gridò al fratello di venire sul posto per raccontare il fatto del 6 giugno, cosa che il fratello fece, asserendo che io lo avevo minacciato alla dispenza. Raimondo si adirò di più e fece l’atto di avvicinarsi sempre col palo di legno alla mano ed in quel momento, dopo avergli chiesto nuovamente perdono in ginocchio, gli ho sparato
- Si è accorto di averlo colpito?
- Si perché si è accasciato facendo un giro su se stesso, rimanendo con la testa verso la montagna e i piedi verso la capanna in posizione supina. Io rimasi di stucco perché non avevo nessuna intenzione di uccidere, ma soltanto intimorirlo… per pochi momenti sono rimasto inebetito e Giuseppe si è allontanato con i muli… ho avuto la forza di gridare al fratello di trovare gente e qualche medico perché mi sembrava che Raimondo ancora respirava e dopo di ciò lasciai il fucile sul posto e mi allontanai… – i suoi occhi sono pieni di lacrime, tira un lungo respiro e aggiunge – mi minacciava… conoscendolo un tipo violento cercai di difendermi per non farmi offendere assieme alla mia famiglia e ciò può confermarlo il fratello che rimase sul posto senza prendere parte attiva… può darsi che fosse stato aizzato contro di me da qualcuno
Al Maresciallo sembra sincero e, d’altra parte, anche le testimonianze dei presenti sembrano confermarlo, così verbalizza:
Dopo i fatti si presume che le dichiarazioni del Ventrice siano esatte e ciò viene confermato ed avvalorato dal fatto che alla prima minaccia dell’Aiello, avvenuta sulla piazzola, il Ventrice scappò per paura. Inoltre è da far notare che il Ventrice, pur avendo il fucile in mano, cercava di continuare a scappare, ciò allo scopo di evitare la lite, avendo paura e sentendosi fisicamente inferiore sia per prestanza che per forza nei confronti dell’Aiello. il fatto è dimostrato che lo sparo è avvenuto al di sopra della capanna e non davanti alla porta, cosa che poteva essere più facile per Ventrice se aveva l’intenzione di uccidere, perché all’angolo della capanna si trovava la moglie con i figli che, con l’allontanarsi del Ventrice, rimanevano indifesi e potevano essere offesi non solo dall’Aiello Raimondo, ma anche dal Giuseppe che però non è intervenuto nei confronti del fratello maggiore, onde evitare la lite e ciò fa supporre che lo fece per paura, tanto da rimanere inattivo.
Il Pubblico Ministero non è affatto d’accordo con le conclusioni del Maresciallo Putortì e scrive una durissima relazione nella quale respinge la tesi della legittima difesa perché il pericolo incombente di una aggressione non è mai esistito… l’Aiello si avvicinò con la probabile intenzione di farla a pugni. Perché, dunque, l’imputato, senza por tempo di mezzo, si allontanò per armarsi?. Da che cosa sarebbe, in quel momento, sorto il pericolo per la vita del Ventrice?  Poteva quella minaccia fatta a parole costituire e concretizzare il pericolo di un’offesa ingiusta? Era ingiusto l’atteggiamento del fratello maggiore che aveva appreso che il minore era stato ingiustamente minacciato? Aveva l’Aiello Raimondo il diritto ed il dovere di intervenire contro colui che aveva tentato di provocare una lite e di lanciare il peso contro il giovane Aiello Giuseppe?... Per questo il colpo sparato dal Ventrice contro un giovane del tutto indifeso, che chiedeva all’omicida ragione dell’ingiusta minaccia fatta al fratello minore non può inquadrarsi nei limiti richiesti dal moderamen inculpatae tutelae.
Può invece ritenersi, per l’assenza di una causale adeguata alla gravità del delitto, che il Ventrice più che intenzione di uccidere, ebbe in mente di ferire e che l’evento più grave che si verificò, fu al di fuori della coscienza e della volontà di lui.
Omicidio oltre l’intenzione. È questo il reato per il quale viene chiesto il rinvio a giudizio dell’imputato. Ma il Giudice Istruttore non accoglie la richiesta del Pubblico Ministero ritenendo che Rocco Ventrice, provocatore prima, spietato e calcolatore durante e dopo l’esecuzione del crimine, dovendo in una qualsiasi maniera giustificare il suo atto (tutt’altro che preterintenzionale), ha intuito che il miglior partito a cui appigliarsi fosse quello di affrontare in pieno l’ostacolo e ha così lanciato all’azzardo la tesi di legittima difesa. Per questo deve essere rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio volontario. È il 9 maggio 1955.
Il dibattimento si tiene, dopo un paio di rinvii dovuti a malattia dell’imputato e dei suoi avvocati difensori Orlando Mazzotta e Franco D’Ippolito, il 16 luglio 1955. La Corte dispone un sopralluogo per chiarire meglio la dinamica dei fatti, ma le parti restano ferme sulle proprie posizioni. Poco male, i giurati hanno avuto ugualmente modo di formarsi un proprio convincimento semplicemente osservando i luoghi.
Dopo aver ascoltato le dichiarazioni dei testimoni, le richieste del Pubblico Ministero, della Parte Civile e le arringhe dei difensori, il 23 luglio 1955 la Corte ritiene Rocco Ventrice colpevole di omicidio colposo per eccesso di legittima difesa e, concesse le attenuanti del caso, lo condanna ad 1 anno di reclusione, alle spese, comprese quelle del mantenimento durante la custodia preventiva, e al pagamento dei danni e delle spese verso la Parte Civile.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 24 agosto 2018

LO SCALPELLO DI CARNE


Il cielo è terso ma fa freddo la mattina del 19 novembre 1895. Una vecchia vestita di nero, un mucchietto di ossa ricoperto da un velo di pelle incartapecorito, fatica, sostenendosi con un bastone, a salire i pochi gradini che la separano dalla porta della caserma dei Carabinieri di Aprigliano, poi finalmente il portoncino arriva a tiro del suo bastone e picchia sul legno.
Il Maresciallo Vincenzo Vasco nota subito negli occhi della donna un dolore che la sta consumando più di quanto non abbia già fatto il tempo. L’aiuta a sedersi cercando di metterla a proprio agio, poi le chiede se vuole qualcosa di caldo
- Figlio, tengo novant’anni e mai pensavo di venire in una caserma… un poco d’acqua per l’anima dei morti… – il Maresciallo sorride amabilmente facendo segno al suo sottoposto di provvedere, mentre la vecchia tira fuori un fazzoletto lacero e se lo passa sugli occhi che stanno cominciando a riempirsi di lacrime
- Ditemi, cosa posso fare per voi?
- Sono una povera vecchia e mi presento a voi perché mi voglio confessare narrandovi un’atroce disgrazia sofferta da una mia nipote morta il 17 corrente, Carino Maria fu Leonardo d’anni 8 della frazione Guarno – le dita deformate delle sue mani tormentano il fazzoletto –. In un giorno del mese di ottobre 1894, mia nuora Previta Rosina di anni 30, essendosi recata al forno lasciò sola in casa detta ragazza col suo secondo marito Bonofiglio Vincenzo di anni 24 – il Maresciallo aggrotta la fronte e serra le mascelle –. Ne avvenne che costui, profittando dell’assenza della moglie, abusò con contatto carnale, deflorandola nell’ano. Andatosene indi fuori di casa il Bonofiglio, la ragazza è uscita fuori per un atto corporale nelle vicinanze della casa e nell’atto andò del sangue. Una donna, Anna Brandi, mia vicina, avvedutasi di tanto per i lamenti della ragazza, mi chiamò facendomelo notare
- E la bambina vi ha detto… – fa, imbarazzato, il Maresciallo
- Piangendo ripeteva: “Nonna mia che ho patito!” raccontandomi tutto e aggiungendo che era stata costretta a viva forza da quel bruto. Ritornato, verso le ore 20, il mostro e non avendo trovato in casa la sua figliastra, sapendo che dormiva da me nella mia abitazione, venne a bussare replicatamente alla mia porta in modo che fui costretta a cederla. D’allora in poi la prese a vieppiù seviziare legandole i polsi e le mani dietro le reni, buttandola per terra e dandole dei calci. quando io accorrevo alle grida della ragazza e la trovavo legata, lui giustificavasi col dire che se lo meritava e che la doveva imparare, minacciandomi di fare lo stesso a me se non me ne andava
- Per questo non siete venuta prima… E la madre sapeva?
- La madre è consapevole del fatto ma non può parlare perché teme il marito e non voleva svergognare la figlia. Io, che sono con un piede nella fossa, avendo visto che dette sevizie hanno cagionato la morte della mia diletta nipote, la quale prima di morire ha confessato ogni cosa al sacerdote Ciacco Tommaso della frazione Corte, nostro parroco, e poi ripetuto il fatto a varie persone che si trovavano in casa. Non ho voluto più tacere e mi sono recata a denunziare il fatto all’Arma
- E l’Arma ci penserà… Bianco – continua rivolgendosi al suo sottoposto – accompagnate la signora a casa
La prima cosa che fa il Maresciallo è di andare a parlare col medico del paese, dottore Antonio Bruto, per capire se le cause della morte della piccola Maria si possano attribuire alle sevizie che avrebbe subito e quindi incriminare Bonofiglio anche per omicidio
- La bambina aveva diarrea sanguinante, spurgo sanguigno dalla bocca e la curai per enterite e polmonite. Verso la fine di ottobre la bambina era guarita e non andai più a visitarla. La vidi per strada parecchie volte. Verso il 5 novembre fui nuovamente chiamato a curare la ragazza e riscontrai una polmonite al polmone destro con spurgo sanguigno dalla bocca. Mentre perdurava questa malattia incominciarono edemi delle palpebre, alla faccia e agli arti. E con questi sintomi di nefrite e polmonite l’infelice cessò di vivere nelle prime ore del 15… seppi che aveva avuto dei maltrattamenti consistenti nell’essere gittata per terra dal padrigno e dippiù che tempo dietro il medesimo le aveva intromesso uno “scarpo” (cosa dura) nell’ano
Poi va a parlare col parroco
- Ho inteso dalla denunziante tutto ciò. Giorni innanzi l’avvenuta morte della bambina, la zia Carino Maria mi ha parlato dell’avvenuto stupro… quello che ha detto la bambina lo ha detto in confessione, quindi…
Il verbale del Maresciallo arriva sul tavolo del Pretore di Cosenza il quale non perde tempo, poiché si hanno fondati motivi di sospettare che Vincenzo Bonofiglio sia per darsi alla fuga, ed emette un mandato di cattura nei confronti dell’uomo con l’accusa di congiunzione carnale in persona di minore degli anni 12, con l’aggravante dell’abuso delle relazioni domestiche. I Carabinieri lo arrestano il giorno dopo davanti al Municipio di Aprigliano e lo portano nel carcere cittadino, dove il Pretore lo interroga
- La ragazza, essendo alquanto vispa, si univa spesso per trastullo coi suoi coetanei ed io, per correggerla, non nego di averle somministrato qualche schiaffo. Ciò praticavo esclusivamente per educare la fanciulla e non mica per maltrattarla! – dice, quasi sdegnato
- L’hai violentata?
- Nego recisamente di avere abusato della ragazza nel novembre 1894 e posteriormente. Se ciò fosse stato, immediatamente mi avrebbe querelato mia moglie, contro la quale non usai mai minacce e se qualche volta anche a lei ho dato dei pugni, lo è stato per quelle tali quistioni che sorgono in famiglia
- La nonna vi ha querelato e la zia ha confermato tutto…
- La nonna e la zia hanno mentito per vendicarsi contro di me perché non volli loro pagare i fitti di sua casa
- Risulta anche che avete pesantemente maltrattato la bambina quando era malata…
- Ultimamente, non nego, quando la Carino trovavasi ammalata, cercai di percuoterla perché mi venne riferito che lei aveva manifestato di averla violentata
Un bel tipo davvero!
Il Pubblico Ministero ritiene sufficienti gli indizi a carico dell’uomo, ma vuole di più e oltre a chiederne la conferma dell’arresto, chiede che sia riesumata la salma della bambina per gli accertamenti autoptici, nonostante siano passati 11 giorni dal decesso. Potrebbe essere solo un inutile tentativo. Il giorno stesso, 26 novembre, la camera di Consiglio accoglie le richieste del Pubblico Ministero e ordina al Sindaco di Aprigliano di riesumare la salma.
Alle 10,00 in punto del 28 novembre, 13 giorni dopo la morte, il Pretore ed il medico legale Vincenzo Scola assistono alle operazioni di dissotterramento della cassa di legno interrata presso il muro di fronte alla porta della sala anatomica. A segnare la sepoltura, in mancanza di croce, è un pezzo di canna tinto in nero.
Con le dovute cautele si è fatto sollevare la terra da quel sito ed alla profondità di circa un metro è apparsa una cassa mortuaria di legno, chiusa, o meglio inchiodata, ermeticamente. Riportata alla superficie la cassa vi si sono versati sopra disinfettanti per mascherare il debole fetore che dalla stessa si sprigiona.Con tutta precauzione, quindi, la cassa è stata trasportata nella sala anatomica. Quivi si è scoperchiata e nell’interno si osserva il cadavere di una fanciulla che pare dormire; vestita completamente, con una corona di fiori artificiali alla testa.
I presenti sono sorpresi: quantunque il decesso fosse avvenuto da più giorni, pur non di meno lo stato del cadavere è in ottima condizione, la putrefazione appena si può dire incipiente e non lascia avvertire che un leggiero fetore, onde si sono potute agevolmente eseguire le necessarie osservazioni. Nessun liquido è fuoriuscito o fuoriesce dalla bocca, dalle narici o dalle altre aperture. Il colore del corpo in generale è pallido, verdastro in qualche punto dell’addome, con larga zona rosso-bluastra sul collo, spalle e parti superiori del torace. Le palpebre sono interamente chiuse, la bocca è lievemente aperta, al pari delle arcate dentarie, la lingua sta dietro i denti. Petto alquanto pieno, ventre turgido. Sul corpo non esistono segni speciali o lesioni violenti.
L’esame delle pudendi è negativo giacché l’imene è intatto e normale è lo stato della vulva e della vagina.
L’esame, invece, delle parti deretane lascia riscontrare un gruppo di fatti tutti riferibili alla sodomia e più precisamente della sodomia abituale. Infatti l’orifizio anale si mostra enormemente dilatato a forma di imbuto, si trovano scomparse del tutto le rughe cutanee attorno ad esse, la mucosa anale si mostra protuberante, ipertrofica. Evidentemente tutte queste alterazioni non possono essere state prodotte da altro che da un membro virile il quale ha agito sull’ano per più tempo.
È la testimonianza che Maria fa contro il suo aguzzino.
Sulle cause della morte, però, la nonna ha torto. Si è trattato di una pulmonite fibrinosa che ha attaccato il lobo medio ed inferiore del pulmone destro.
Poi il cadaverino viene ricomposto, rimesso nella cassa e interrato.
- Nel corso della malattia e proprio verso i principi dello spirante mese, ero accanto al letto di mia figlia con altre donne del vicinato e mia cognata – racconta Rosa Prete –. Costei disse alla fanciulla di ripetere quanto aveva manifestato in precedenza e la ragazza, che trovavasi in fin di vita, manifestò che mio marito l’aveva messa bocconi e le aveva intromesso un “scarpo di carne” nell’ano. A tale abbominevole rivelazione, io che ero ignara di tutto, invitai mia figlia a dichiarare perché non mi avesse confidato l’ignominia subita ed ella si giustificò giacché minacciata dal Bonofiglio. In quella sera, ritornato costui a casa, invasa dal dolore e dall’ira lo rimproverai acerbamente, gli dissi che invece di difendere l’infelice mia figliuola aveva su di lei commesso tante turpitudini. Egli impallidì, cercò di negare, ma quando la fanciulla gli esternò in faccia il fatto, ebbe la spudoratezza di dichiarare che mia figlia lo aveva indotto alla congiunzione carnale. Lo minacciai che se mia figlia fosse morta gli avrei fatto piangere il maleficio ed egli, allora, si è mostrato premuroso che la ragazza guarisse. È vero che il Bonofiglio qualche volta ha bastonato mia figlia, ma ciò faceva sempre quando io ero assente e dava quelle busse per correggere la bambina. Nell’animo mio ora due passioni sono in tempesta: vorrei che l’onore di mia figlia fosse vendicato e, d’altra parte, non mi fa l’animo di querelare il Bonofiglio perché è mio marito e non solo… lo temo
Senza parole.
Ma alla fine, il 1 dicembre 1895, si decide a sporgere querela aggiungendo
- Non per correzione, come dissi, il Bonofiglio batteva e seviziava la mia figliuoletta, ma per istinto di brutale malvagità. E di vero spesso in mia presenza e senza alcun motivo la percuoteva e bistrattava ed io, sol perché cercavo rimproverarlo, ne riportavo la peggio, costretta a non poter parlare perché egli mi minacciava di vita ed io ho dovuto sopportare tutti i maltrattamenti possibili e menare finora una vita infelice, in mezzo a palpiti e timori. Dopo la morte della mia povera figlia egli, come se non bastasse, ebbe l’audacia di dirmi: “Da qui ad altri 15 giorni andrai a raggiungerla!”
Per Vincenzo Bonofiglio sono guai davvero grossi.
Ma poi deve accadere qualcosa perché il 5 gennaio 1896 Rosa si presenta spontaneamente davanti al Pretore  e ritira la querela contro suo marito per quanto riguarda i maltrattamenti subiti da lei.
Nel frattempo nasce il fondato sospetto che i maltrattamenti e le violenze inflitti da Vincenzo alla piccola Maria avevano anche in mira l’interesse pecuniario onde poter colla di lei morte ereditare e disporre d’una somma di lire settemila appartenente alla vittima. Non c’è più tempo da perdere. Il 28 febbraio 1806 la Sezione d’Accusa lo rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per i reati di violenta congiunzione carnale contro natura in persona della propria figliastra Maria Carino, minore degli anni dodici, commesso con abuso d’autorità e di fiducia derivante da relazioni domestiche e di maltrattamenti contro la stessa fanciulla.
Il dibattimento è fissato per il 15 aprile successivo ma viene spostato al 6 luglio 1896 per una lieve indisposizione dell’imputato. E deve accadere qualche altra cosa perché il 15 stesso si presenta davanti al Giudice Istruttore Carmina Naccarato, l’anziana nonna di Maria, che rimette la querela per violenza carnale ai danni della piccola, accollandosi anche le spese. Ma non è finita qui. Cinque giorni dopo si presenta anche Rosa Prete e anche lei rimette la querela contro Vincenzo Bonofiglio per quanto riguarda la violenza carnale.
Quando il dibattimento comincia, la Corte prende atto delle remissioni di querela e osserva: che essendo poi non già vivente la menzionata fanciulla Carino, sibbene dopo la morte della stessa, esposto querela le suindicate Naccarato e Prete, certamente in nome proprio, non già per parte della sudetta fanciulla che più non era, perciò la remissione da esse fatta non può  cagionare giuridico effetto, riferendosi all’interesse delle medesime. Per tal motivo siffatte remissioni debbono dichiararsi valide ed operative e decreta il non luogo a procedere per il reato di violenza carnale. Si procederà solo per quello meno grave di maltrattamenti. Vincenzo Bonofiglio può tirare un grosso respiro di sollievo.
Nello stesso giorno viene emessa anche la sentenza di colpevolezza con la relativa condanna alla reclusione per 4 anni e 2 mesi e alla vigilanza speciale per 2 anni, oltre ai danni e alle spese.
Il 16 ottobre 1896 la Suprema Corte di Cassazione respinge il ricorso di Bonofiglio.
Il 16 dicembre successivo, in applicazione dell’Amnistia promulgata il 24 ottobre dello stesso anno, la pena verrà diminuita di 3 mesi.[1]
Cosa abbia convinto Carmina Naccarato e Rosa Prete a rimettere le querele resta un orribile mistero.

PROSSIMAMENTE INSIEME A TEATRO



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 19 agosto 2018

SESSO, ONORE E BUGIE



L’appezzamento di terra, boscoso di arboscelli, è in pendio. Sopra un sentiero che lo interseca giace il cadavere di un uomo dall’apparente età di una settantina di anni, perfettamente in posizione supina, con i piedi distesi nella parte superiore del sentiero e la testa sul ciglio inferiore. Sotto la testa un cappello di feltro nero che sull’orecchio destro posa completamente, mentre rimane distante dal parietale sinistro per circa otto centimetri; il braccio sinistro, che poggia sulla terra, è disteso e quasi a portata della mano c’è un fazzoletto bianco rigato di nero; il braccio destro, piegato, poggia sul petto. Il lembo destro della giacca è aperto e su di esso c’è un coltello a piegatoio con manico d’osso bianco aperto in parte.
Alla sinistra della testa si intravede una foglia intrisa di sangue e un’altra foglia sporca di sangue pende dal cappello della vittima. Ad una ventina di centimetri dalla mano sinistra c’è una scure intrisa abbondantemente di sangue sul taglio, dorso e specialmente sul manico nella parte più vicina al ferro.
Disteso nella parte superiore del torace e sul collo, in modo da covrire la regione del mento, c’è un sacco intriso di sangue nel suo lembo destro. Una chiazza di sangue sulla gamba sinistra del calzone, una lettera proveniente da Buenos Aires e un buono di 56 lire sulla regione inguinale; altri due pezzi di carta più in basso e poco distante dal corpo tre pezzi di legno.
Gli abiti della vittima sono asciutti e puliti e sulla parte destra del cappello della vittima c’è un taglio di forma triangolare; sulla parte alta della fronte del cadavere, che presenta completa rigidità, ci sono tre ferite: due, di forma quasi triangolare, lasciano scorgere l’osso sottostante fratturato; la terza ferita, più superficiale, è lineare ed è coperta di sangue secco. Tutta la regione dell’occhio destro, coperta di sangue rappreso, ha fatto quasi perdere i rapporti anatomici della regione. Nella regione della palpebra si scorge a stento un’altra ferita e un’altra ancora, di forma triangolare, sullo zigomo sinistro. La metà del labbro sinistro è completamente asportata, come sembrano asportati due denti, un incisivo e un premolare.
- La morte è avvenuta tra le 24 e le 48 ore fa e la causa è evidentissima… – afferma il dottor Ernesto Sarpi al Pretore di San Marco Argentano, Francesco Rodi. È il 21 febbraio 1898 e i due, che hanno trovato sul posto il Maresciallo Pietro Sica, si trovano in contrada Sant’Onofrio di San Marco Argentano.
- Si sa chi è la vittima? – chiede il Pretore al Maresciallo
- Santostefano Antonio d’ignoti, d’anni 71, contadino
- Chi l’ha trovato?
- Ieri i due figli Salvatore e Giuseppe hanno notato che la casetta rurale del Santopaolo era chiusa da un paio di giorni e sospettando qualche disgrazia si sono messi a cercarlo ma non lo hanno trovato, così, pensando che fosse in casa vi penetrarono dal tetto, ma nemmeno colà egli stava. Stamattina, insieme ad altri terrazzani, hanno ripreso le ricerche ma senza esito. Verso le 8,00 si avviarono alla volta del paese onde avvisarne le autorità. Fatti però circa 500 metri furono chiamati da Zecca Biagio il quale gli disse che, camminando per la macchia limitrofa a quella del Santopaolo andandolo in cerca, ne aveva scorto il cadavere e così, mentre il Giuseppe si recò presso il sito indicato, il Salvatore si portò nella nostra caserma ad avvertirci che dopo tre giorni di assenza dalla casa, il padre era stato rinvenuto morto
- Non ha detto che l’avevano trovato in queste condizioni?
- I fratelli dicono che lo Zecca quando li avvisò non disse che era morto ammazzato e quindi Salvatore, che non vide il cadavere del padre, non poteva sapere che era stato ammazzato
- Ci sono sospetti su qualcuno?
- Al momento no, anche se venendo sul posto qualcuno, a mezze parole, dice che potrebbero essere benissimo stati i figli… pare che il vecchio li trattasse con indifferenza
Il Maresciallo Sica, indagando, viene a sapere che Santostefano avrebbe fatto testamento destinando tutta la parte disponibile a favore di un altro suo figlio, Luigi, che è emigrato in America. Ma il fatto è vecchio di una decina di anni e non può essere certamente causa di un risentimento tanto forte da parte degli altri due eredi da spingerli a commettere parricidio. Pare anche che tra padre e figli ci fosse stato qualche altro screzio per discordanza d’interessi, ma si dice che tutto era già stato appianato. Forse, e questa potrebbe essere una buona pista, il vecchio Santostefano potrebbe avere avuto qualche diverbio con i foresi della famiglia Nudi che pascolano nel terreno dove è stato trovato morto, attiguo alla sua proprietà.
Quattro giorni dopo, il 25 febbraio, al Maresciallo Sica arriva una soffiata che sembra davvero interessante: il giorno in cui Antonio Santostefano fu visto per l’ultima volta, il 19 febbraio, nelle vicinanze del luogo dove poi fu ritrovato ammazzato lavoravano tali Giuseppe Tuoto, suo figlio Michele e Liborio Romano Esposito, futuro sposo  di una figliastra di Giuseppe Tuoto a nome Rosina Rossini d’anni 18, deflorata tempo fa dal defunto Santostefano. Questo si che può essere un movente buono per uccidere!
Sica accerta che i tre, il 19 febbraio, stavano lavorando a circa 500 metri dal luogo del delitto e sebbene tra i due punti non vi sia una strada che li colleghi, si può facilmente percorrere tale tragitto attraversando seminato ed un poco di bosco. Il problema, però, è che dal sopralluogo effettuato non sono state ritrovate lungo questo ipotetico percorso impronte di piede umano, ma i sospetti aumentano lo stesso quando Sica fa delle prove per verificare se Santopaolo, aggredito, avesse gridato, i tre avrebbero potuto sentirlo, ammesso che non siano stati proprio loro ad ammazzarlo. Si, lo avrebbero certamente sentito, come hanno per forza sentito, e questa circostanza rafforza i sospetti, i colpi di scure con i quali Santostefano stava tagliando alcuni quercioli perché da un punto all’altro vi è una vallata che fa eco.
- Quella mattina lo vidi lavorare fino alle 10,00 – attacca Giuseppe Tuoto –. Poi io, Liborio Romano e mio figlio ci recammo, assai prima dell’ora del morsello, a zappare in un sito distante approssimativamente un’ora dal luogo ove fu trovato il cadavere di Santostefano, ma poiché noi lavoravamo in un avvallamento di terreno, non potemmo vedere il sito dove avvenne l’omicidio
- Avete sentito i colpi di scure o avete sentito gridare …
- In tutta quella giornata non sentimmo né tagliare della legna, né altro rumore
- In che rapporti eravate col Santostefano?
- Tra lui e la mia famiglia correvano cordiali rapporti
Adesso è il turno del quindicenne Michele Tuoto
- Quel giorno io e mio padre andammo a zappare in un terreno in quelle vicinanze
- Aspetta, aspetta… tu e tuo padre? E Liborio Romano?
- Liborio con mia sorella e mia madre trasportavano delle canne per conto di Giacomo Salerno. Da noi venne verso l’ora del morsello
- Sei sicuro?
- Lo affermo con sicurezza perché noi lavoravamo in un sito a vista della strada rotabile ove tutti i giorni verso le 10 passa la messaggera postale che va dalla stazione di San Marco a Fagnano ed in quel giorno, quando Liborio Romano venne al lavoro, la messaggera non era passata, mentre io la vidi passare molto dopo
- Ma avete fatto colazione insieme a Liborio?
- Io e mio padre abbiamo fatto colazione quando ancora Liborio non era arrivato
- Qualcuno di voi è andato via prima degli altri?
- Nessuno di noi tre si mosse dal lavoro e solo sull’imbrunire, assieme, ce ne siamo ritirati in casa, mangiammo ed andammo a letto
- E avete lavorato sempre nell’avvallamento? – incalza il Maresciallo
- Lavorammo sempre dentro il fosso
- Quindi non avete visto o sentito niente…
- Quello è un sito dove non potea vedersi il luogo dell’omicidio, distante da noi circa un quarto d’oranon sentimmo né tagliare, né altro rumore
 Le contraddizioni tra padre e figlio rendono ancora più sospettoso il Maresciallo Sica, che adesso interroga Liborio Romano
- Quella mattina all’alzata del sole, io, mia suocera, la mia fidanzata e la moglie di Giacomo Salerno facemmo due viaggi di canne e facendo il tragitto siamo passati quattro volte innanzi alla casa del Santostefano e tutte le quattro volte io vidi che il Santostefano vi si trovava dentro. Finito il trasporto delle canne, verso l’ora del morsello io, mia suocera e la mia fidanzata siamo tornati nella nostra casetta colonica ove trovammo mio suocero e mio cognato. Mangiammo tutti un pezzo di pane e dopo una mezz’ora io e i due Tuoto scendemmo insieme a zappare in un sito distante appena un quarto d’ora da dove fu trovato il cadavere
Qui gatta ci cova. A parte le gravi contraddizioni nelle loro dichiarazioni, i sospetti aumentano quando due testimoni affermano di aver visto i tre uomini, alle 15,30 del 19 febbraio, lavorare fuori dal fosso e quindi non è vero che non potevano vedere o sentire nulla. Poi i figli di Santostefano denunciano la scomparsa di una delle due chiavi della casetta colonica del padre e che per quante ricerche abbiano fatto, non si riesce a trovare e non riescono nemmeno a trovare una piccola scatola di latta di forma schiacciata che il defunto era solito tenersi addosso con le ricevute delle somme che dava in prestito e del denaro.
Onore e soldi, una combinazione micidiale!
I Carabinieri perquisiscono minutamente la casa dei Tuoto, ma infruttuosamente. Poi si viene a sapere che quando fu trovato il cadavere di Antonio Santostefano, gli unici a non accorrere sul posto furono Michele Tuoto e Liborio Romano, seppure si trovassero lì vicino. Si viene a sapere anche che uno o due giorni prima dell’omicidio, Santostefano ingiuriò la moglie di Giuseppe Tuoto e queste due circostanze potrebbero destare altri sospetti. E così è. Infatti il Pretore ordina l’arresto di Liborio Romano per i fondati sospetti che il medesimo si possa dare alla fuga. Ma Liborio non ci sta e accusa
- Gli autori dell’omicidio sono stati probabilmente i Tuoto con i quali il Santostefano non poteva non essere in rancore giacché era voce generale che esso Santostefano continuasse a mantenere relazioni adulterine con mia suocera. I detti Tuoto ànno potuto benissimo compiere l’omicidio nel tempo che io in quella mattinata impiegai a trasportare canne
- Contraddici te stesso se affermi questo – gli contesta il Pretore – perché tu stesso hai affermato di aver visto per ben quattro volte Il Santostefano in casa sua mentre trasportavi le canne…
- Si, effettivamente vidi il Santostefano
Ma non per questo maldestro tentativo di addossare la responsabilità ai Tuoto, questi restano fuori dai sospetti, al contrario.
Intanto il Maresciallo Sica scava nel passato e scopre dei retroscena relativi allo stupro commesso da Santostefano, dieci anni prima, ai danni di Rosina Rossini che allora aveva appena nove anni. Per evitare guai, Antonio Santostefano promise che avrebbe corrisposto all’individuo il quale sposava la Rosina, £ 200. Infatti, al principio dell’anno in corso, furono consegnate a Romano Liborio lire 160 in moneta, nonché fichi e cereali pel complessivo valore di £ 50. Il Romano, però, ritenendo che con ciò il Santostefano troppo poco aveva pagato l’onore della donna che doveva sposare, insistentemente gli chiedeva del vino ed altro, ma ebbe sempre in risposta che pel momento nulla doveva sperare, mentre avrebbe ottenuto tutto dopo sposato, a patto che della moglie se ne sarebbero serviti entrambi. Da qui le minacce di Liborio Romano ai danni di Santostefano.
I Tuoto, da parte loro, non possono restare in silenzio dopo essere stati accusati dell’orrendo omicidio e testimoniano di avere sentito Liborio dire queste testuali parole: “Zio Antonio non mi vuole dare il vino, qualche volta lo farò trovare in qualche sito ucciso”. Sarà vero? si vedrà.
Il Maresciallo Sica punta tutta la sua attenzione su Michele Tuoto ritenendolo, con i suoi 15 anni, l’anello debole della famiglia e ha ragione
- Verso le 11,00 del 19 febbraio io e Liborio stavamo andando nella boscaglia per fare dei pali. Passammo dinanzi la casa di Antonio Santostefano il quale fu chiamato da Liborio che gli disse di volergli fare dei pali. Il Santostefano rispose che frasche e pali non ne voleva, ma voleva invece qualche pezzo di legno ed infatti il Santostefano, presosi una grossa scure ed un sacco, ci seguì nella boscaglia vicina; ivi giunti io mi misi a tagliare legna a pochi metri di distanza dove Liborio si mise a tagliare della legna in una ceppaia. Vidi allora che Liborio, imbrandita la scure dello stesso Santostefano gli diede col dorso un colpo nella nuca, col quale il Santostefano stramazzò sul sentiero inferiore. Io scappai da mio padre che si trovava fin dalla mattina sul lavoro e gli raccontai il fatto; quindi andai nella nostra casetta e raccontai tutto a mia madre e mia sorella. Alla notizia mia sorella si sentì venir meno e mia madre le porse un po’ d’acqua. Dopo poco sopravvenne Liborio colla sua piccola scure che teneva sulla spalla e mi domandò se io avevo detto nulla alle donne. Alla mia risposta affermativa si volse a mia madre e le disse: “I tuoi figli non sono stati buoni, sono stato buono io a farlo a Schino” (Schino era il soprannome di Antonio Santostefano. Nda), intendendo con ciò dire che lo aveva ucciso, quindi silenzio. Dopo ciò, io e Liborio siamo scesi al lavoro prima di mezzogiorno…
Sarà vero? Intanto Liborio Romano viene arrestato e sia il padre che la madre di Michele confermano la versione del ragazzo e la madre aggiunge
- Liborio mi disse che ritornando dopo aver fatto l’omicidio, avea cercato di aprire la porta del Santostefano ma non vi era riuscito e che avea nascosto la chiave sotto una pietra lì vicino. un giorno poi, mentre venivamo in Pretura, Liborio prese la chiave nascosta e la buttò in campagna. Aggiungo che nella mattina del fatto, poco dopo che era ritornato Liborio, mia figlia Rosina andò all’acqua assieme a Salerno Giuseppina e passando vicino al sito dove giaceva il Santostefano ne sentì i gemiti; cambiò di colore e alla Salerno che gliene domandava la ragione, rispose che non si sentiva bene. So che Liborio parlò del fatto ad Angela Rosa Basile mentre era ubriaco dicendole che l’avea saputo fare, che si godeva la moglie per altri due mesi e poi sarebbe andato contento in galera. Ne parlò anche a Gaetana Chimenti, che si confidò con Maria Saveria Goffredo, e ne parlò col mugnaio del Fiego, certo Fiore. Liborio, poi disse alla moglie del morto, e questa ripetè a me, che esso avea ucciso il Santostefano perché gli avea fatto la proposta di dividersi la moglie (dopo l’omicidio Liborio e Rosina si sposarono. Nda) e che sospettava fortemente temendo che mia figlia fosse incinta per opera dello Schino, mentre la gravidanza era assolutamente falsa
Anche Rosina conferma il racconto di suo fratello Michele e conferma anche il movente che ha spinto Liborio ad uccidere
- Liborio ci disse che avea ucciso il Santostefano dal perché gli avea fatto proposta di continuare a ricongiungersi con me carnalmente dopo che mi sarei sposata. Fu allora che io gli dissi spaventata che sarebbe andato a finire in carcere ed egli rispose che in carcere non ci sarebbe andato giacché il solo Michele lo avea visto ed a ciò tanto il Michele quanto mia madre lo assicurarono di mantenere sempre il più assoluto silenzio
Ma le testimoni indicate da Brigida Ricca non confermano il suo racconto. Solo il mugnaio dice di avere ricevuto una confidenza da parte di Liborio, parlando dell’omicidio, che egli avea detto una parola in segreto che non dovea dire e che tale parola era stata riferita subito al Pretore.
Il Maresciallo Sica prosegue le indagini e viene a sapere che Liborio minacciò più volte di uccidere il Tuoto Giuseppe, il figlio Michele e la Ricca Brigida se avessero palesato alla giustizia le cennate circostanze ed infatti le cennate persone, malgrado siano state più volte interrogate, solo in questi giorni si decisero a dire quanto essi conoscevano in ordine all’omicidio. Sica si convince, a questo punto, dell’estraneità dei Tuoto nell’omicidio perché Rosina, dopo l’arresto del marito nutriva fortissimi rancori contro la madre, il padrigno ed il fratello uterino, attribuendo alle rivelazioni fatte da costoro alla giustizia l’arresto di Liborio. Quindi, nell’affermare che il solo Romano Liborio sia stato l’autore dell’omicidio del Santostefano dice, a mio modo di vedere, la perfetta verità, diversamente sarebbe stata ben contenta di coinvolgere nella rovina del marito i parenti di lei.
Ma Liborio è un osso duro e contrattacca
- Intendo dire la verità che finora ho cercato di nascondere per salvare i miei parenti, vedendo che si cerca di buttare su di me un reato di cui sono innocente. Quella mattina, dopo d’aver mangiato nella nostra casetta colonica io, Giuseppe Tuoto e Michele ci recammo nella vicina boscaglia a fare pali. Ivi trovammo che prima di noi vi si era recato il Santostefano a fare della legna in una ceppaia esistente nella parte superiore di un sentiero. Giuseppe gli disse: “Zio Antonio dammi la scure che ti farò io le legna” ed il Santostefano gli diede la scure. Indi il Tuoto gli disse: “Raccogli quelle legna che sono per terra”. il Santostefano si bassò e Giuseppe gli diede un primo colpo col dorso della scure sulla parte posteriore del capo. Il Santostefano stramazzò sul sentiero con la fronte per terra ed indi, quasi immediatamente, si voltò con la faccia per aria. Giuseppe gli fu sopra e lo colpì sempre col dorso della scure una seconda volta sulla fronte ed una terza volta sopra la guancia. Indi, deposta la scure, si mise a perquisirlo e trovò che nelle sue tasche vi era un coltello a serramanico chiuso, un fazzoletto rosso e delle carte; il tutto lasciò attorno al cadavere. Il Santostefano morì istantaneamente, non emise alcun grido ed io, al primo colpo che Giuseppe gli diede, gli gridai: “Che mai hai fatto!” ed il Tuoto di rimando: ”Statti zitto, diversamente ucciderò anche te!”. Dopo compiuto il misfatto, il Tuoto riprese la sua scure che aveva affidata a Michele, rimasto come me spettatore inerte, e ritornò con noi, senza fare pali di sorta, nella nostra casetta. Dopo mezzogiorno io e Giuseppe scendemmo a faticare nel sito dove ci vide Giglio Pasquale e sua moglie. Ignoro la causale che lo ha spinto all’omicidio. Mi disse poi Michele che suo padre avea portato via una chiave che avea trovato nelle tasche di Santostefano, ma che io non vidi. Inoltre, Michele raccontò il fatto a più persone e non è vero che Santostefano mi disse che dopo il matrimonio voleva godere i favori di mia moglie
Il giorno dopo, ormai siamo al 19 aprile 1898, Liborio modifica la propria dichiarazione, visto che i testimoni che ha citato lo hanno smentito, dicendosi consapevole che questa volta ciò che dirà potrebbe costargli caro
- Vi dirò tutto perché se io sono colpevole di qualche cosa, devono essere puniti anche gli altri colpevoli. Dopo che Giuseppe colpì la prima volta Santostefano e questi cadde a terra, il Tuoto, dando a me la scure, mi disse: “va pure a menare tu, diversamente uccido anche te perché siamo tre e tutti e tre dobbiamo menare; io saltai accanto al Santostefano imbrandendo la scure e col dorso gli diedi un colpo sulla fronte mentre egli si trovava già disteso per terra. indi diedi la scure a mio cognato ed egli, sempre col dorso, lo colpì sulla guancia. Quindi tre colpi ebbe il Santostefano e ciascuno di noi ne menò uno
Muoia Sansone con tutti i filistei!
Ma anche questa versione di Liborio non può essere vera perché – e il Pretore glielo contesta – il numero dei colpi riscontrati sulla fronte di Antonio Santostefano sono stati tre e non uno. Allora Liborio cerca di correggersi e dichiara
- Io menai un solo colpo al Santostefano sulla fronte, non mi accorsi chi gli ha menato gli altri sulla fronte stessa
Certo, in assoluto non si può escludere che le cose siano andate davvero come dice Liborio e si cerca qualche riscontro, ma il 7 maggio l’imputato chiede nuovamente di essere interrogato e chissà che questa non sia la volta buona per arrivare alla verità
- Ora debbo dire altre cose che prima ho taciuto nell’intento di non nuocere ai miei congiunti Tuoto Giuseppe e Michele, ma che ora non posso più tacere: la sera del 18 febbraio, Brigida Ricca in casa raccontò a tutti noi riuniti che in quel giorno Santostefano l’avea ingiuriata fortemente e avea minacciato Tuoto Michele di farlo andare carcerato perché gli avea rubato dell’uva nel corso dell’està passata e perciò si addensava forte l’odio dei Tuoto sul capo del Santostefano. Il 19, dopo mezzogiorno, io e Tuoto Giuseppe scendemmo al lavoro visti da Giglio Pasquale e da sua moglie. Vi dimorammo per tutto il resto della giornata. Il Michele non venne con noi e la sera lo trovammo nella casetta dove ci disse che avea ucciso il Santostefano per vendicare sua madre, quindi io sono innocente
- Romano, smettila di dire sciocchezze! L’ultima volta ti sei accusato di avere colpito Santostefano insieme ai Tuoto e oggi dici che non sei stato tu e nemmeno Giuseppe?
- Io dissi allora ciò che non era vero per aiutare i Tuoto, ora non voglio più aiutarli
- Li avevi aiutati per bene! – osserva ironicamente il Pretore
Poi Liborio comincia a dire di non ricordare niente, che non è vero che ha affermato di aver colpito Santostefano, che non è vero che ha mai nominato Giuseppe Tuoto come autore dell’omicidio, che non è vero che ha dichiarato la circostanza dei tre colpi, che il Pretore di San Marco gli vuole male e gli ha messo in bocca cose che non ha mai detto: la verità è una sola (adesso): l’assassino è il quindicenne Michele Tuoto.
Ma ormai sono troppe le versioni che Liborio ha fornito e tutte contrastanti con i rilievi oggettivi fatti dagli inquirenti e nemmeno il suo estremo tentativo di fingersi pazzo gli riesce,  così il Pubblico Ministero chiede che ad essere rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario sia il solo Liborio Romano, mentre per i due Tuoto viene chiesto il non farsi luogo a procedimento penale per insufficienza di indizi. È il 31 luglio 1898.
Il 13 settembre 1898 la Sezione d’Accusa accoglie le richieste del Pubblico Ministero e i due Tuoto escono di scena.
Il processo contro Liborio Romano comincia e finisce il 25 novembre successivo con la condanna dell’imputato a 15 anni di reclusione. Il 14 febbraio 1899 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Liborio Romano.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.