domenica 30 settembre 2018

NEL FEUDO DELLA MANO NERA


Annunziato Ciappino, nato a Palmi ma residente a Nicastro, dove si è sposato, emigra in America, stabilendosi in Pennsylvania. Tra il 1910 e i primi del 1912 cambia molte volte residenza: Duquesne, Pitcairn (il nome della località è scritto così ma non c’è corrispondenza con località statunitensi. Nda), Pittsburgh. Poi sparisce per qualche mese senza dare più notizie né  alla moglie, né ai parenti rimasti a Palmi. Con l’ultima lettera spedita prima della misteriosa sparizione non dà notizie molto rassicuranti
Pittsburg 14:2:1912
Cara sposa non prendetevi di dispiacere che sono stato arrestato per motivo che presero a Ferdinando Dattilo arrestato è presero anche ha me, si credevano che era Giuseppe suo fratello, poi la mattina sono uscito alla libertà, che non era io. Questo è stato il fatto vero.
Dopo quasi tre mesi di silenzio, il 5 aprile, Annunziato scrive di nuovo alla moglie. Questa volta, però, la lettera parte da Carbondale, Illinois
Cara sposa ti notizio che giorno 27 marzo ti ho spedito £ 50 e fateme sapere selaveti ricivute espero che fra questo mese dimandare quarche artra cosa.
Dipiu ti notizio che siamo uniti con il cognato Felice e ni riunimmo con il cognato Ciccio e andiamo tutti li tre a una parte; di piu cara sposa mi scusi che non vio scritto perche sono stato un po disturbato e vi prego che non aviti pagura che se iddio voli ni ritiramo uniti con il cognato Felice.
Poi scrive di nuovo il 5 maggio, ancora da Carbondale, e chiarisce che le 50 lire spedite il 27 marzo, le ha spedite da Pittsburgh, mentre altre 50 lire le ha spedite qualche giorno prima da Carbondale.
Meno male! Avrà avuto qualche contrattempo, come può capitare a tutti e certamente è andato avanti e indietro dall’Illinois alla Pennsylvania.
Ma che lavoro fa Annunziato Ciappino che lo porta a spostarsi così frequentemente? Mistero. Alla moglie e agli atri parenti a cui scrive non lo ha mai detto, ma una cosa è certa: sicuramente se la fa con gente poco raccomandabile, visto che è stato arrestato con un ricercato e certamente ha una relazione extraconiugale perché Francesco Curcio, uno dei fratelli di sua moglie, da Carbondale manda una lettera di fuoco alla madre:
mi dite di non oltraggiare il cognato Nunziato, non dubitate che dispiacere non ve ne darò, ma se lui l’abbandonava [la moglie. Nda] era pensiero mio come dovevo fare, prima l’ho andavo a trovare ed se lui non accondiscendeva a quel che io gli proponevo, era pensiero mio, basta.
Col rischio di ritrovarsi qualche pallottola in corpo, Annunziato decide di rimpatriare per mettere fine alle dicerie e dimostrare che lui la moglie non la vuole abbandonare per nessun’altra. Così, alla fine di novembre del 1914, Annunziato arriva a Nicastro, vestito all’americana e con un grosso sigaro in bocca, dispensando saluti e pacche sulle spalle a tutti quelli che incontra.
La sera del primo dicembre 1914 Felice Ferraro e suo cognato Vincenzo Saladino stanno camminando lungo la via principale di Nicastro
- Guarda chi è tornato dall’America! Nunziato Ciappino!
Vincenzo Saladino ha come un sobbalzo appena sente quel nome, poi il viso e gli occhi gli diventano rossi
- Quello lì… – risponde sbuffando mentre indica Ciappino – quello lì ha ammazzato mio fratello e domani andrò dal Delegato
Ma Vincenzo Saladino non aspetta l’indomani, dal Delegato ci va immediatamente e, verso le otto di sera, gli racconta
- Il 4 marzo del 1912 ero a Braddock, Pennsylvania, e seppi dalla voce pubblica che un tal Ciappino Annunziato, d’anni 24, nato a Palmi e residente a Nicastro, aveva ucciso con un colpo di rivoltella mio fratello Antonio, residente a Braddock per ragioni di lavoro. La causale di tale omicidio deve ricercarsi nella mancata emissione di 600 scudi che un tal Costanzo Vincenzo di Nicastro, capo della combriccola della mano nera, ora defunto, aveva mandato a chiedere ad un certo Carmine Corrado da Caserta e residente a Braddock, ove gestisce un albergo. Mio fratello Antonio che trovavasi colà a pensione, avuto conoscenza di simile prepotenza, consigliò il Corrado a non aveva ottemperare a tale ingiunzione. Il Costanzo seppe ciò e siccome tra lui e mio fratello non correvano buoni rapporti di amicizia giacché circa due mesi prima erano venuti a diverbio, tanto che il Costanzo, spalleggiato da altri due, avevano spianato uniti contro mio fratello le loro rivoltelle, mentre il Ciappino gli aveva tirato a tergo un colpo di coltello, per vendicarsi, inviò Nunziato Ciappino con altri cinque individui, facenti tutti parte della mano nera, per uccidere mio fratelloerano le 6,10 del mattino e mio fratello si recava al lavoro. Ciappino gli si parò davanti e, estratta la rivoltella, gli tirò un colpo che lo rese all’istante cadavere, dileguandosi di poi, come nella precedente rissa, alle ricerche della polizia
- Come fate ad essere sicuro che sia stato proprio Ciappino?
- Tale nome era quasi da tutti pronunziato nel villaggio di Braddock… posso indicare qualcuno di cui mi ricordo… Vincenzo Gigliotti, negoziante nativo della provincia di Cosenza, vide quando mio fratello fu ucciso e vide che parecchi individui scappavano; seppe dipoi che l’autore era stato il nipote di Caino, ossia Nunziato Ciappino; tal Carlatano Roberto, sarto anche nativo della provincia di Cosenza, vide mio fratello cadere colpito da un colpo di rivoltella ed alcune persone che scappavano. Faccio presente che Carlatano è di origine sospetta e che credesi che lo stesso sappia chi sia stato ma, essendo probabilmente della medesima combriccola, abbia taciuto
Adesso è  chiaro il lavoro che fa Annunziato Ciappino: racketeer e killer della Mano Nera di Braddock.
Il Delegato di P.S. Vincenzo Mancuso ascolta con attenzione e crede alla storia raccontata da Saladino. Accompagnato dalla guardia di città Giovanni Mauro, cura immediatamente la cattura di detto individuo che, con abile tattica, trae in arresto nella sua abitazione.
Gli Agenti di P.S. perquisiscono l’abitazione di Ciappino e sequestrano 25 lettere spedite da Nunziato: subito balza agli occhi del Delegato una sospetta coincidenza: la spedizione regolare delle lettere si interrompe qualche giorno prima dell’omicidio e riprende circa tre mesi dopo. Certamente ciò significa che Ciappino in questo lasso di tempo si è nascosto perché qualcuno lo ha riconosciuto mentre sparava ad Antonio Saladino e teme di essere arrestato.
- Sono innocente – si difende Ciappino davanti al Pretore che lo interroga – le circostanze riferite a mio carico non rispondono affatto a verità. All’epoca in cui fu assassinato Antonio Saladino io non mi trovavo in Braddock,ove il Saladino risiedeva per ragioni di lavoro, ma  mi trovavo in Carbondale.
- Conoscevate Vincenzo Costanzo di Nicastro, anche lui residente nella zona di Pittsburgh?
- Conosco Vincenzo Costanzo ma con lo stesso non ho avuto, nel mese di marzo 1912 in America, se non rapporti di interesse.
Vengono rintracciati e interrogati alcuni testimoni che raccontano di aver lavorato nel 1912 a Carbondale con Ciappino, almeno per qualche mese, ma di non potere affermare con certezza se e quando si fosse allontanato e per quale destinazione. Tutto e niente nello stesso tempo.
Annunziato Ciappino e Vincenzo Saladino vengono messi a confronto e questi, con voce chiara, citandogli le circostanze di fatto, sosteneva in faccia al Ciappino sia la prima accusa, cioè allorché ferì il fratello col colpo di coltello, e sia quando l’uccise. Saladino gli rinfaccia anche i numerosi viaggi fatti a Pitcairn, dove trovavasi Costanzo, ma Ciappino nega tutto. A tale proposito, il Delegato Mancuso scrive: Dichiarazione falsa perché nelle lettere sequestrate, noi troviamo che il Ciappina scriveva da colà il 16 novembre ed il 18 dicembre del 1911. Faccio, inoltre, osservare Duquesne, Pitcairn e Pittsburg sono luoghi vicinissimi da Braddock, ove avvenne il misfatto, mentre Carbondale dista non poche ore di treno, un giorno intero di viaggio. Da Carbondale poi, il Ciappina si reca a Clohsville (la località così come riportata negli atti è inesistente. Nda), luogo conosciuto per le riunioni della “Mano Nera” e di là scriveva alla moglie il 16 agosto del 1914 di non mandarci nulla perché “un momento mi trovo ad una parte ed un momento ad un’altra”
Il Delegato lo pone in stato di fermo e chiede un mandato di arresto nei suoi confronti per omicidio premeditato, cosa che il Giudice Istruttore concede.
Senza chiedere autorizzazioni per la rogatoria internazionale, il Delegato si ingegna ad indagare in Pennsylvania e rintraccia un articolo di giornale del Pittsburgh Post dal titolo molto eloquente: IN BRADDOCK’S BLACKHAND FEUD, nel feudo della mano nera di Braddock, nel quale viene portata alla luce una realtà sconvolgente:
Fin da quando Tony Salatino fu ucciso il 19 aprile del 1912 (data sbagliata perché Saladino fu ucciso il 4 marzo 1912. Nda) si è deplorato in Braddock un succedersi di omicidi più precisamente e risse sanguinose. Jim Costanzo era ucciso il 21 luglio. L’altra sera Pasquale Ferraro, di anni 21, da Maple Way, fratello di Tony Ferraro, che trovasi in carcere per rispondere dell’omicidio di Jim Costanzo e Nicola Maso di anni 45 di Wood Way erano assassinati a colpi di revolver. L’uccisore di Ferraro fuggì. Pasquale Salatino di anni 50 di Maple Way fu arrestato perché accusato di avere ucciso il Maso. Pasquale Ferraro fu ucciso mentre tornava dal lavoro. il Maso era in una birreria di Braddock Avenue quando entrò il Salatino. Recatosi costui nel restroom (toilette. Nda), si vide seguito dal Maso. Ciò visto, il Salatino esclamò: “Se sei venuto per uccidermi, bada alla tua pelle!” e, cavato il revolver fece fuoco uccidendo il Maso. Il Salatino, arrestato, dichiarò che aveva ricevuto spesso lettere di minaccia ed aveva chiesto al chief di p.s. Mc Carthy di permettergli il porto del revolver, cosa che gli fu rifiutata. Il povero Ferraro fu assassinato, secondo la p.s., per vendicare la morte di Jim Costanzo, ucciso dal fratello del Ferraro, Antonio.
Secondo quanto riportato dal giornale, Pasquale Salatino è uno zio dei fratelli Ferraro.
L’articolo getta una nuova luce sulla situazione esistente a Braddock tra gli italiani emigrati e il racconto fatto da Vincenzo Saladino trova conferme sulla pericolosità della combriccola capeggiata, all’epoca dei fatti, da Jim Costanzo.
Con questi indizi il Delegato trasmette gli atti al Pubblico Ministero di Nicastro, il quale non ritiene di approfondire le indagini coinvolgendo il Ministero di Grazia e Giustizia per avviare una rogatoria internazionale. Secondo il Magistrato si tratta di accuse vaghe e indeterminate, suffragate solo dalla querela del fratello dell’ucciso. Con questa premessa il fascicolo arriva al Procuratore Generale del re che conclude: non ostante le indagini eseguite non si sono ottenuti contro Ciappino elementi di prova, i quali abbiano suffragato gli indizi forniti dal fratello dell’ucciso e dall’autorità di p.s.. Si aggiunga che le autorità americane, allorché si occuparono dell’uccisione di Saladino non sospettarono di Ciappino. Ad ogni modo non esiste contro costui circostanza alcuna che possa consigliare il rinvio al giudizio. È il 7 dicembre 1915. Due settimane dopo, la Sezione d’Accusa  mette la parola fine alla vicenda, dichiarando il non luogo a procedere nei confronti di Annunziato Ciappino per insufficienza di prove.[1]
Insufficienza di prove, la formula con la quale si sono conclusi migliaia di processi a carico di mafiosi.
Tony Saladino, ucciso mentre andava a lavorare perché rifiutava i metodi mafiosi dei suoi compaesani, non ha avuto giustizia né memoria. Finora.



[1] ASCZ Sezione di Lamezia Terme, Atti istruttori del Tribunale di Nicastro.

venerdì 28 settembre 2018

IL CADAVERE NELLA PINETA


- Ingegnè, domani vorrei andare a casa per salutare mia moglie e i miei figli…
- E che problema c’è, Totò? Domani è pure sabato… passa domani mattina così ti do la paga per le due settimane passate
- No ingegnè, mi pagate tutto tra quindici giorni. Domani, per favore, mi date solo un anticipo di 5 lire per poter regalare qualche chaffeur che dovessi incontrare per strada e che mi accompagni da Lorica a Pietrafitta
Questo dialogo avviene il 17 ottobre 1930 tra il ventinovenne operaio Antonio Sisca e l’ingegnere Oscar Cosentini, proprietario dell’omonima segheria di Lorica, in Sila.
- Oggi te ne vai al paese? – chiede Totonno Sisca al suo paesano Atonio Tarsitano, dopo aver parlato con l’ingegnere
- Si, ti serve qualcosa?
- Quando arrivi, passa da mia moglie e le dici che domani sera sarò a casa
La mattina di sabato 18 ottobre, Totonno va regolarmente al lavoro e verso mezzogiorno, riscosse le 5 lire di anticipo in moneta di argento, si mette in cammino verso il suo paese con a tracolla la sua bisaccia.
- Totò, vai al paese? – gli chiede Eugenio Rampollino, affacciato alla finestra soprastante il tabacchino di Concetta De Marco
- Si, vuoi qualcosa di Pietrafitta?
- Noni, mi signu ricuatu stamatina… ma è finito il lavoro? te ne vai per sempre?
- No, ritorno domani o poi dimani perché il padrone mi ha promesso di pagarmi nell’altra quindicina
Così Totonno si avvia, salutando altre persone che incontra lungo la strada. Poi, man mano che si allontana dall’abitato, la strada si fa deserta, e in questo frattempo non passa nessuna vettura o camion a cui chiedere un passaggio, neanche a pagamento. Non c’è altra possibilità, per accorciare il cammino che proseguire per le mulattiere e i sentieri che tagliano valli e si inoltrano in boschi di pini e faggi, conosciuti come le sue tasche.
Ha ormai percorso poco meno di 15 chilometri e gliene mancano almeno altri 10, mentre il vento comincia a fischiare tra gli ultimi faggi. Manca poco alla rotabile che, venendo dal Fieco porta alla località Pantano di Avruzzi e chissà che da lì non passi qualcuno che lo carichi.
All’improvviso, da dietro un folto cespuglio spunta un uomo armato di fucile
- Fermati! Dammi i soldi! – gli intima, avvicinandosi minaccioso
- Non ne ho…
- ‘Un dire fissarie! È sabato, stai andando a casa e quindi hai la paga della quindicina…
- No, non mi hanno pagato, te lo giuro! – lo prega, mentre l’altro si avvicina ancora. Totonno stringe nella mano la tracolla della bisaccia e, non appena l’aggressore gli capita a tiro,  colpisce la canna del fucile e comincia a correre più forte che può. Nel bosco riecheggia una tremenda bestemmia, poi l’aggressore si mette all’inseguimento di Totonno che si fa strada tra i rami bassi dei faggi, rompendoli. Poi entra nella pineta. Scivola, si rialza e continua a correre, ma l’altro lo ha praticamente raggiunto. La detonazione rimbomba e copre il fischio del vento che adesso sembra calmarsi.
Totonno è a terra. Morto. L’uomo fruga velocemente nelle tasche della sua vittima e trova il portafogli vuoto. Nelle tasche non ha niente, nemmeno la moneta da 5 lire, che ha cambiato al tabacchino, ma solo qualche soldo; niente nemmeno nella bisaccia. Bestemmia di nuovo, poi raccoglie da terra la borra di feltro della cartuccia calibro 12, caricata a pallettoni tipo capriolo, per non essere scoperto ma non trova il tacchetto di celluloide, invisibile.
Ormai è sera e Totonno ancora non si è visto a Pietrafitta. La moglie è un po’ preoccupata, ma sa che suo marito potrebbe avere avuto un contrattempo sul lavoro e magari arriverà la domenica mattina, così va a dormire.
Prima dell’ora di pranzo è chiaro che deve essere accaduto qualcosa. Lungo il tragitto ci sono dei veri e propri precipizi e il timore è che Totonno possa essere precipitato in qualcuno di questi. Vengono allertati anche i Carabinieri di Aprigliano e vengono formate squadre di ricerca per battere tutti i sentieri e mulattiere che da Lorica portano a Pietrafitta. Niente. Totonno non lo trovano e non lo troveranno nemmeno nei giorni seguenti. Allora si comincia a pensare che possa essersi allontanato volontariamente e vengono spediti telegrammi in tutte le caserme dei Carabinieri dove ci sono porti e stazioni ferroviarie. Niente. Un vero e proprio mistero.
Il 12 novembre in Sila fa freddo e dal cielo bianco cominciano a cadere i primi fiocchi di neve. Francesco Rende di Aprigliano sta cercando funghi nel bosco di Quaresima. Il paniere è pieno per metà e l’uomo decide di dare giusto un’occhiata nella parte più fitta del bosco e tornare alla sua baracca prima che la neve lo blocchi lì. Vede, a qualche decina di metri di distanza, qualcosa di strano sotto un pino basso. Si avvicina, guarda meglio e lancia un urlo: a terra c’è un morto! Terrorizzato, butta il paniere e comincia a correre all’impazzata verso il suo paese.
La prima cosa che Francesco Rende fa appena arriva in paese è bussare alla porta dei Carabinieri e raccontare la sua avventura. Sul momento non gli credono, e ciò data la sua stupidaggine, ma quando riferisce il particolare di un sacchetto accanto ai piedi del cadavere, il Maresciallo Aiutante di Battaglia Francesco Valente, comandante della stazione di Aprigliano, ha l’impressione che effettivamente dovesse trattarsi del cadavere del Sisca in quanto egli aveva una bisaccia quando si allontanò da Lorica. Valente dispone subito un servizio di perlustrazione con la collaborazione di alcuni volenterosi e,  guidati da Francesco Rende, la mattina dopo vanno sul posto. Ma purtroppo il Rende non si orienta; cercano per tutta la giornata senza alcun risultato e alla sera, sfiniti e bagnati fradici, tornano in paese. Le ricerche vengono riprese il mattino successivo con quattro Carabinieri e undici volontari che, in ordine sparso,  risalgono la collina che va dalla rotabile tra il casello cantoniere di Pantano di Avruzzi e Quaresima, appena la via mulattiera che porta alla contrada Lardone sulla destra sale nella pineta di proprietà del signor Capocchiani.
E finalmente, nel bosco, su di un falsopiano, rinvengono il cadavere di Totonno Sisca steso sul lato sinistro, con l’addome quasi tutto per terra, con la testa verso Nord ed i piedi a Sud; la gamba sinistra stesa e la destra alquanto piegata. Indossa la camicia e falsetto a maglia con mutande e pantaloni, scarpe chiodate; verso i piedi un sacchetto allacciato contenente un cestino ed un gilet, una bisaccia appena sotto una gamba e la giacchetta accanto le spalle. A circa 30 centimetri dalla testa un cappello di feltro nero ancora con le falde nella neve. Ha l’epidermide delle mani da dimostrare la morte avvenuta da almeno 25 giorni. Dalla prima impressione, il cadavere dimostra che doveva fuggire inseguito da qualcuno o per fretta. Sarà per la neve che cade abbondante e che ricopre parzialmente il cadavere, sarà per la concitazione del momento, ma nessuno nota ferite o macchie di sangue. Così, non avendo alcun sospetto di delitto circa la sua morte, che si ritiene dovuta a disgrazia, il tempo che nevicava e che da un momento all’altro fosse stato coperto il cadavere, il Maresciallo fa approntare alcune aste in forma di barella e ordina di trasportare il cadavere al cimitero di Aprigliano a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Quando arrivano il Pretore ed il medico legale si scopre subito che Totonno è stato colpito da una scarica di pallettoni alla regione sotto scapolare destra, esplosa a breve distanza – non più di 1,60 metri –, che ha perforato il polmone e il cuore. Morte istantanea.
Il problema adesso è capire chi e perché ha ucciso. Siccome Totonno era ritenuto da tutti un uomo buono e senza inimicizie e visto il luogo solitario in cui è stato ucciso, sul movente non sembrano esserci dubbi: rapina.
A Pietrafitta comincia subito a girare la voce che Concetta De Marco, la proprietaria del tabacchino di Lorica, debba sapere qualcosa o, peggio, possa addirittura essere coinvolta nell’omicidio perché, pare, la mattina del 18 ottobre, quando Totonno passò dal suo tabacchino, gli affidò 500 lire da portare a suo marito. In più, pare che quella mattina nel tabacchino ci fossero tre sconosciuti presenti alla consegna e quindi Concetta deve sapere per forza qualcosa. Lei nega subito tutto, nega anche che Totonno cambiò la moneta d’argento da 5 lire, ma al Maresciallo appare nervosa e viene posta in stato di fermo.
Un apparente nervosismo è troppo poco per trattenere la donna, così il Procuratore del re ordina telegraficamente: Metta subito in libertà De Marco Concetta.
Gli inquirenti vanno a Lorica, ritenendo questa località come chiave principale, che da Lorica sia partita l’iniziativa per la consumazione dell’omicidio. Sul posto, con l’aiuto del Comandante del Posto Fisso di Nocelle, ripercorrono la strada fatta da Totonno e arrivano al cantiere stradale di Mellaro. Qui interrogano il capocantiere, Pietro Spiller di Asiago, il quale dice che Totonno è passato da lì intorno alle 13,30 del 18 ottobre e si è fermato pochi minuti a parlare con certo Martino Francesco da Pietrafitta. Dopo poco il Sisca si licenziò e si allontanò da solo.
Francesco Martino, però, interrogato, nega di aver visto Totonno ed entra di diritto tra i sospetti e viene fermato. Ma il Maresciallo Valente fa di più: vuole la lista completa degli operai licenziati nei cantieri stradali di Mellaro e di Nocelle dal giorno 17 al 20, compresi quelli che non lavorarono il giorno 18, per stabilire se qualcuno di essi si fosse eventualmente portato in quella località dove avvenne il delitto, aspettando qualche operaio proveniente dal cantiere o da Lorica per raggiungere Pietrafitta o Aprigliano. E siccome quel giorno era di sabato, facilmente si doveva sospettare. Ottenuti gli elenchi, Valente controlla anche se qualcuno risulti possessore di armi lunghe o capaci di commettere reati del genere, ma non ne trova nessuno con queste caratteristiche. Intanto, da un nuovo sopralluogo nel bosco dove è stato rinvenuto il cadavere, spunta il tacchetto di celluloide. Adesso potrebbe essere più semplice trovare chi ha sparato. Uno che certamente ha un fucile e usa delle cartucce con tacchetti di celluloide è il fratello di Francesco Martino,  Luigi, che gestisce in società con Giovanni Tarsitano una bettola a Lorica. Luigi Martino è un appassionato di caccia e fino al 13 ottobre è stato a Lorica, poi è tornato a Pietrafitta per riscuotere la pensione di mutilato di guerra. Ma se a Lorica non c’era più già da cinque giorni prima dell’omicidio, perché sospettarlo? Perché ha un fucile calibro 12, usa cartucce col tacchetto di celluloide, suo fratello Francesco è nella lista dei sospetti e lui ci mette del suo dichiarando che non ha mai visto Totonno Sisca. I Carabinieri perquisiscono le abitazioni dei fratelli Martino e trovano due fucili calibro 12, una rivoltella in dotazione ai Carabinieri, una pallottoliera per fabbricare il piombo, qualche decina di cartucce cariche a palle, pallini minuti e parte a pallettoni, uguali a quelli rinvenuti sul cadavere. Sono nei guai e a niente servono numerose testimonianze che lo vogliono a Pietrafitta, nel rione Franconi, durante tutta la giornata del 18 ottobre.
Indagando, i Carabinieri scoprono che un certo Luigi Aquino, di Pedace ma residente a Lorica, sapeva già da venerdì che Totonno doveva andare a Pietrafitta sabato a mezzogiorno. Inoltre, Aquino spesso si tratteneva con l’ucciso e sapeva pure che si doveva pagare le giornate per circa venti giorni. Lo stesso ha il suocero nei pressi del casello di Pantano Avruzzi e spesso ha transitato per i luoghi dove fu rinvenuto il cadavere. Aquino possiede un fucile calibro 12 e 18 cartucce cariche a pallettoni, corrispondenti a quelli trovati sul corpo del cadavere. E non solo il piombo corrisponde, le cartucce hanno tutte il tacchetto di celluloide. Aquino non sa dare ampi chiarimenti circa la sua esistenza il giorno 18, dalle 12 alle 18, poiché quanto egli afferma che forse lavorò dalle ore 7 alle 19 del 18, segando legna nella segheria Del Frate, a circa 100 metri dalla casa dell’ingegnere Cosentini. Interrogato il Del Frate, presenta una libretta di lavoro dimostrando che il giorno 18 l’Aquino lavorò nella sua segheria e siccome la data è alterata con quella del 18 mentre, leggendola bene, si legge 17. Anche Aquino viene fermato come sospetto.
Poi si scopre che a 5 chilometri di distanza dal luogo dell’omicidio, in una casetta abbandonata, ha preso alloggio con tutta la famiglia, un certo Biagio Pisano, boscaiolo di Serra San Bruno, i cui precedenti non sono affatto buoni. Lo cercano, lo trovano in una baracca in contrada Mellaro e lui racconta che il 18 ottobre non ha lavorato perché, essendosi ferito ad un dito, è andato al cantiere di Nocelle per farsi medicare. Falso. Nei registri dell’infermeria del cantiere non risulta nulla. Invece risulta che dalle 11,00 alle 12,30 del 18 ottobre era nel tabacchino di Concetta De Marco, dove c’erano anche altre persone che non sa indicare. La donna, interrogata per avere la conferma su questa circostanza, nega anche questa volta e a Pietrafitta comincia a girare di nuovo la voce che Concetta sta negando per tema di rappresaglie. Anche Pisani è fortemente sospettato di aver preso parte all’omicidio perché risalta subito agli occhi degli inquirenti una grossolana contraddizione: se il Pisani dice d’essere stato dalle ore 11 alle 12,30 nel tabacchino, quando il Sisca risulta essere passato alle 12,15, come mai non fu visto dallo stesso Pisani? L’uomo finisce al fresco, subito seguito, per la seconda volta, da Concetta De Marco la quale, sostengono gli inquirenti, deve sapere qualcosa e col suo modo di pensare potrà essere complice nel delitto col nascondere il nome degli autori materiali, distruggendo le tracce di essi.
Ma c’è anche un altro fatto nuovo: in contrada Mellaro, dove adesso abita Pisani, c’è anche la segheria dei fratelli Piro dove lavora un certo Pasquale Fratto, la cui figlia amoreggia col pregiudicato Bruno Scabellone di Bovalino in provincia di Reggio Calabria, attualmente disoccupato e che, così si dice, passa le giornate a Mellaro girando in ozio ora di qua ed ora di là, lasciando sospettare che egli vivesse col ricavato delittuoso. Quando, finalmente, lo trovano e gli chiedono il motivo della sua presenza in Sila, prima dice di aver lavorato fino ai primi di novembre e poi, contraddicendosi, fino a settembre. ovviamente nega di avere partecipato all’omicidio di Totonno. A questa contraddizione i Carabinieri aggiungono che il futuro suocero possiede un fucile calibro 12, arma nascosta proprio da Scabellone, per tema che qualcuno lo prenda, si giustifica. Nulla di più facile che lo abbia preso nascostamente e servirsene per la consumazione del delitto in esame. In ogni caso la presenza del pregiudicato in Sila non è bene accolta dal pubblico e tutti lo temono: guardatevi dallo Scabellone perché è un vagabondo capace di tutto, non lavora e trovasi in ozio girando per la Sila. Anche Bruno Scabellone va a fare compagnia agli altri 5 sospettati dell’omicidio.
I fratelli Martino fanno ricorso e vengono scarcerati per mancanza di prove. Man mano anche gli altri fanno ricorso e tutti vengono rimessi in libertà provvisoria. Poi un operaio della segheria dei fratelli Piro, Giuseppe Zaffino, fa il nome di tale Michele Silipo della provincia di Reggio Calabria, raccontando che un giorno del mese di ottobre, trovandosi in Sila per ragioni di lavoro, si presentò il Silipo con un altro individuo portando una serenata, così detta “dei caleoti” e che nella provincia di Reggio quando si deve commettere un delitto portano prima la serenata e poi consumano il misfatto. Silipo però non si trova e comunque sembra troppo poco per indagare più a fondo, così gli inquirenti abbandonano questa pista.
Non si riesce a trovare altro.
Il Pubblico Ministero, nel trasmettere gli atti al Procuratore del re conclude: le indagini palesarono del tutto insufficienti i vari indizi a carico dei sospetti. È il 15 aprile 1931.
La parola fine viene scritta dalla Sezione d’Accusa il 5 giugno successivo quando, in conformità al Pubblico Ministero, dichiara non doversi procedere a carico degli imputati, in ordine all’omicidio loro ascritto, per non aver commesso il fatto.[1]
Il fascicolo sull’omicidio di Totonno Sisca resterà aperto a carico di ignoti, che tali resteranno per sempre.



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 23 settembre 2018

FRITTOLE E SANGUE


- T’è piaciutu fare ‘a puttana ccù niputimma? E mò vavatinni! – urla Raffaele Manna in faccia a sua moglie Teresa mentre le butta fuori dalla porta di casa i suoi quattro stracci. È un’afosa mattina del mese di agosto 1898.
La donna, piangendo e urlando in mezzo alla strada la sua innocenza, raccatta la roba sparsa per terra e comincia a scendere la strada che dal fondo Spada, sopra la chiesetta di Santa Teresa, scende fino al carcere di Cosenza. Il marito, sbuffando, la segue con lo sguardo fino a che, girato l’angolo del palazzo del barone Luigi Mollo, scompare dalla sua vista. Non la vedrà mai più.
- Ma ch’è successu compà Rafè?
- L’è cacciata‘un putìa ammazzà a niputimma
Raffaele Manna, cinquantatreenne contadino affittuario insieme a suo fratello Domenico del fondo agricolo dei signori Spada, nel quale abita, ha costruito nella sua mente il tradimento per il semplice fatto che Teresa è più giovane di lui di ben 25 anni e spesso risponde ridendo a qualche battuta scherzosa del venticinquenne Francesco Manna, nipote diretto di suo marito. A confortarlo nei sospetti c’è solo la voce pubblica, ma i pettegolezzi sono partiti proprio dalle sensazioni che Domenico ha confidato ad un suo amico. E si sa benissimo che fine fanno le confidenze!
Ma il fatto che Raffaele non abbia sporto querela per adulterio nei confronti di sua moglie e di suo nipote o, peggio, che non abbia ammazzato suo nipote, è solo una trovata ad uso e consumo della voce pubblica, per dare a intendere che cacciando la moglie fedifraga ha salvato l’onore suo e non ammazzando il nipote ha salvato tutta la famiglia Manna dal disonore e sé stesso dalla galera. Le cose, però, non stanno affatto così perché dal giorno che Raffaele ha messo alla porta Teresa, i rapporti con la famiglia di suo fratello Domenico sono sempre più tesi, apparentemente per questioni di interesse. Di scaramuccia in scaramuccia si arriva al pomeriggio del 9 febbraio 1899 quando Raffaele, appena finito di festeggiare l’uccisione del maiale mangiano le frittole, esce a fare due passi davanti casa.
Antonio Ferragina fa la guardia daziaria e il pomeriggio del 9 febbraio 1899 è di servizio nel gabiotto del dazio vicino alla filanda Rendano, proprio all’ingresso del fondo Spada. L’odore delle frittole proveniente dalla casa poco distante lo ha tormentato durante tutto il turno di lavoro, ma adesso sua attenzione viene attirata da due persone, una più anziana e l’altra più giovane, che stanno discutendo animatamente nella campagna soprastante, interrotti di tanto in tanto dal passaggio di un carro che trasporta legname dal palazzo Mollo ad una cisterna che si trova dentro il fondo Spada. Quelle due persone sono Raffaele Manna e suo nipote Giuseppe. La guardia non capisce tutte le parole che i due si dicono, ma ad un certo punto sente questo scambio di battute
- Domani, se mi fate inquietare, vengo a dividere la robba – dice Raffaele
- Te l’ho detto più volte: innanzi a me non parlare di robba! – gli risponde il nipote, piuttosto adirato
Poi altre parole incomprensibili di Raffaele e Giuseppe che risponde mordendosi il pugno
- Mi rosicchierei il cuore di Cristo per la rabbia!
Intanto arrivano sul posto il padre di Giuseppe e il fratello Francesco che tirano via il giovanotto, il quale continua a urlare epiteti irripetibili contro lo zio, quindi si incamminano verso la loro casetta rurale. Raffaele li segue a brevissima distanza. Giuseppe si volta, lo vede e dice
- Vavatinni sinnò ti rumpu ‘u culu!
- Ah! Giacchè mi vuoi menare, tè! – urla lo zio tirando fuori dalla tasca una piccola rivoltella e sparando, a bruciapelo, un colpo contro il nipote
Giuseppe sente come un pugno al petto che lo fa vacillare per qualche secondo, poi si lancia sullo zio con il padre e il fratello per disarmarlo. Ne nasce una violenta colluttazione e alla fine la rivoltella è nelle mani di Giuseppe. Ansimando, lui e i suoi familiari si allontanano, ma Raffaele è sempre dietro di loro.
Fatto solo qualche metro, Giuseppe sente una fitta al torace, vi pone la mano sopra e la sente bagnata di un liquido caldo. Si guarda la mano e la vede grondante di sangue. Si guarda il torace e gli indumenti sono inzuppati di sangue. Allora capisce. Quel colpo, come di un pugno, che ha sentito sul torace era il proiettile sparato da suo zio che gli si conficcava nelle carni. Gli occhi gli si fanno rossi e comincia a sbuffare come un toro. Si gira verso lo zio e gli punta la rivoltella verso la testa. Poi fa fuoco due volte. Raffaele lancia un grido di dolore, si mette le mani sulla faccia e corre verso casa.
Anche Giuseppe, sorretto dal padre e dal fratello, va a casa e si mette a letto.
Il Brigadiere Carlo Zanardi e il Carabiniere Giovanbattista Giannini sono di servizio nell’aula della Corte d’Assise al primo piano del fabbricato che ospita anche il carcere cittadino quando due uomini li avvisano di quanto è appena accaduto a pochi metri da loro. Si precipitano sul posto insieme al Pretore ma non trovano altro che abbondanti tracce di sangue che si dirigono verso due abitazioni vicine tra loro.
Entrano nella prima dove abita Domenico Manna con la sua famiglia e trovano Giuseppe semiseduto alla sponda del letto essendo impossibilitato di fare altrimenti perché sente venirsi meno il respiro. Subito mandano a chiamare un medico e, nell’attesa del suo arrivo, interrogano il ferito che, a stento, racconta
- Stavo zappando quando intesi che mio padre parlava animatamente con mio zio Raffaele. Mi avvicinai e dissi loro che fossero stati zitti, ma mio zio rispose che egli era padrone della robba, che era uomo e che in faccia a lui nessuno era buono. Aggiunsi che tra zio e nipote non era il caso di dire queste parole e che gli affari d’interesse potevano aggiustarsi con le buone e siccome continuava a parlare di robba, bestemmiai. Intanto mio padre cercava di allontanarmi ma mio zio mi esplose contro un colpo di rivoltella – dice indicando l’arma, che viene subito presa in custodia dal Brigadiere, poi continua –. Lo disarmai e mi incamminai verso la torre, ma mio zio mi veniva dietro ed io, fatti pochi passi, mi voltai e gli sparai due colpi con la stessa arma che a lui avevo tolta
Il dottor Eugenio Barbieri arriva in pochi minuti e constata che il giovane fa sessanta respirazioni al minuto e ha 140 battiti; il volto è pallidissimo e spesso avverte dei tremiti nervosi. Presenta una ferita circolare di sette millimetri dalla quale fuoriesce qualche goccia di sangue, tre dita sotto il capezzolo destro. La ferita ha margini pesti e nelle vicinanze si scorgono tracce di recente scottatura. Non c’è foro di uscita, ma nella parte posteriore del torace, alla stessa altezza del foro d’entrata, si nota un piccolo corpo duro che giace nel tessuto connettivo sottocutaneo. È il proiettile che si è fermato lì.
- Meglio lasciarlo stare dov’è, almeno per il momento, il paziente è in imminente pericolo di vita… – decide il medico mentre si lava le mani in un bacile. Poi, con il Brigadiere ed il Pretore va a verificare le condizioni dell’altro ferito
Il viso di Raffaele Manna sembra una maschera dell’orrore. Ha una ferita da arma da fuoco nella regione orbito-oculare sinistra e propriamente in corrispondenza dell’arcata orbitaria inferiore. L’occhio è pesto e al tatto il medico constata la frattura dell’osso mascellare inferiore. Dalla bocca fuoriesce una discreta quantità di sangue ed osservandola diligentemente si scorge la parete del palato, nella sua parte mediana, interessata da due ferite longitudinali rispettivamente di 2 e 1 centimetro. Palpando con un dito in questo sito si nota anche qui la frattura dell’osso mascellare. Tali ferite, annota il medico, o sono l’effetto del proiettile che uscendo dal cavo orale si è diviso in due, ovvero possono essere prodotte da frammenti dell’osso fratturato, essendo ancor dentro il proiettile.  Raffaele ha un’altra ferita, questa superficiale, al sopracciglio destro, prodotta da un proiettile che lo ha soltanto strisciato. Salvo complicazioni dovrebbe guarire in meno di un mese.
Nonostante le condizioni del viso e della bocca, il Pretore prova a fargli qualche domanda. Raffaele, con parole interrotte per la sofferenza continua, riesce a fare la seguente dichiarazione
- Mio nipote Francesco ha attaccato il mio onore ed io per non ucciderlo cacciai di casa mia moglie che mi aveva traditoda mio fratello fui avvertito più volte di guardarmi dai figli che si erano dispiaciuti per aver mandato via di casa mia moglieOggi con lui, col fratello Giuseppe e col padre venni a quistioni per affari d’interesse e tutti e tre si avventarono contro di me. per difendermi estrassi una piccola rivoltella col manico di osso bianco, ma essendosi adoperati per disarmarmi, partì un colpo. In seguito mio nipote Giuseppe mi esplose due colpi con la stessa mia rivoltella, ferendomi come vedete
- Sapete che quel colpo lo ha quasi ammazzato?
- Non so se quel colpo abbia ferito Giuseppe
C’è stata una sparatoria e ci sono due feriti gravi e c’è un testimone oculare attendibile sulla dinamica dei fatti, ma che non è in grado di precisare chi abbia cominciato o provocato per primo. In attesa di stabilire le esatte responsabilità di ognuno dei partecipanti alla rissa, Raffaele, il quale sicuramente ha mentito su molti aspetti, e Giuseppe vengono dichiarati in arresto e piantonati nei loro letti.
La mattina del 10 febbraio il dottor Battista Molezzi viene chiamato d’urgenza al capezzale di Giuseppe: il punto dove si è fermata la pallottola si è gonfiato a dismisura e il paziente non sopporta più il dolore. Bisogna operare subito sperando che non sia sopraggiunta una brutta infezione. Tolto il proiettile calibro 9 sembra che Giuseppe trovi un po’ di sollievo, ma è un sollievo solo temporaneo. Le sue condizioni vanno sempre peggiorando.
Dopo qualche giorno, Raffaele modifica la sua prima dichiarazione
- Il giorno 9, dopo aver mangiato e bevuto parecchio per aver fatto le frittole, sono uscito fino a poca distanza dalla mia casa dove trovai mio fratello coi figli. Avendo detto che avrei diviso la robba che essi tenevano in fitto, volendo alludere che ero stato io in tempo remoto a prenderla in fitto dai signori Spada, affitto che avevo lasciato per intero a mio fratello per essermi dato ad altra industria, i figli di ciò si dispiacquero ed uno di essi, cioè Giuseppe, mi minacciò di morte dicendo che avrebbe polverizzato le ossa del mio cranio e le avrebbe sparse per l’aria. Ciò dicendo si avventarono contro di me. fu allora che estrassi la rivoltella e tirai un colpo contro mio nipote. Dopo mi furono tutti sopra, mi gettarono a terra, mi disarmarono e contro di me furono sparati due colpi e non potrei indicare da chi
Raffaele fa un passo avanti ammettendo che il colpo contro suo nipote non è partito accidentalmente ma è stato volontariamente esploso da lui, ma ne fa due indietro perché continua a mentire sulla successiva dinamica dei fatti e adesso nega addirittura che sia stato ferito da Giuseppe.
La spiegazione è semplice: se da un lato sa che non può più negare di avere sparato volontariamente perché c’è un testimone oculare, dall’altro tenta di coinvolgere nel suo ferimento il fratello oppure il nipote Francesco perché nel frattempo gli è arrivata la notizia che per Giuseppe è solo questione di ore, forse qualche giorno, poi morirà.
Ma le ore o i pochi giorni preventivati diventano due mesi. Il 7 aprile Giuseppe muore per la pulmonite e la pleurite adesiva provocate dal proiettile che ha trapassato il polmone destro da parte a parte. Consecutive e contemporanee a queste patologie si svolsero la periepatite e la peritonite adesiva la quale, quando giunse a tal grado da rendere impossibile la circolazione del contenuto intestinale, ha determinato la morte del paziente.
Adesso si tratta di omicidio volontario.
Ed è con questa imputazione che, il 19 giugno 1899, la Sezione d’Accusa rinvia Raffaele Manna al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il 7 settembre successivo, nell’unica udienza dibattimentale, l’imputato viene riconosciuto colpevole e, concessagli l’attenuante della grave provocazione, viene condannato a 9 anni e 10 giorni di detenzione, più pene accessorie.
Il 6 gennaio 1900 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso proposto dall’imputato.[1]
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[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 21 settembre 2018

I RAPPORTI TRA SUOCERO E GENERO


Nel 1894 in Via Annunziata a Grisolia c’è la bettola del cinquantenne Antonio Esposito che è nato a Montalto Uffugo ma è da una trentina di anni che si è trasferito a Grisolia con la sua famiglia. Ed è a Grisolia che sua figlia Rosina ha conosciuto un muratore di Cosenza, Gaetano Giardino, lo ha sposato e le due famiglie coabitano in un paio di stanzette sopra la bettola, i cui affari vanno discretamente, ma così non si può dire dei rapporti tra suocero e genero perché da un paio di anni vanno deteriorandosi ogni giorno di più
- Dammi due soldi di vino – fa Gaetano Giardino a suo suocero con tono aspro
- Te ne puoi andare che per te vino non ce n’è! – gli risponde acidamente
- Ah! Così stanno le cose? – il gesto che fa Gaetano di mordersi l’indice della mano destra stretta a pugno è una chiara minaccia e Antonio, senza pronunciare più una parola, si avventa sul genero, lo afferra per il petto e lo stramazza a terra. poi cava di tasca un rasoio e, con gli occhi iniettati di sangue, prende lo slancio per tagliargli la gola. Fortunatamente, proprio in questo istante entra nella bettola Romualdo Capalbo che riesce a bloccare il braccio di Antonio Esposito e ad evitare la tragedia. Gaetano, bianco come un lenzuolo, si rialza e se ne va senza una parola, mentre suo suocero lo segue sulla strada e lo investe con mille villanie e minacce. È il 21 gennaio 1894 e i rapporti tra i due sono questi. Perché? Vediamo.
Antonio Esposito ha un’amante di una trentina di anni più giovane di lui, Concetta Benvenuto, la quale agli inizi del 1894 è incinta. Gaetano, dispiacente di questa relazione, sia per motivi d’onore che d’interesse, di tanto in tanto avvertiva l’Esposito di abbandonare la Benvenuto perché questa non poteva far altro che consumargli quel poco che possedeva, minacciandolo perfino di fargli provare la sua doppietta qualora non avesse tralasciato tale relazione, ma l’Esposito poco se ne curava di quei avvertimenti e di quelle minaccie, anzi, il 13 marzo 1894, da un notaio di Cirella faceva compilare un istrumento col quale si obbligava a lasciare alla Concetta Benvenuto un vano di poco valore ed un piccolo giardino e Gaetano, vistosi sreditato, andò sempre più in furia.
La mattina del 21 marzo Antonio, armato di pistola e di uno spiedo, va nella bottega del calzolaio Giuseppe Bellusci per lasciare un messaggio a suo genero
- Che venga a prendersi la legna nella mia bettola, diversamente gliela getto fuori!
- Ma…
- Le vedi? Con queste lo devo uccidere! – termina mostrando al calzolaio le armi, poi gira i tacchi e se ne va
Bellusci è seriamente preoccupato e va a cercare Gaetano, lo trova e gli racconta tutto
- Va bene, me le andrò a prendere… – gli risponde con noncuranza
Ma invece di andare a prendere la legna va ad ubriacarsi in un’altra cantina del paese e poi, verso il tramonto, torna a casa borbottando
- Questa sera farò fuoco
Barbara Marino abita nella casa accanto a quella degli Esposito-Giardino e poco dopo che Gaetano è rientrato sente delle voci concitate provenire dalla scala che porta alla casa dei vicini: sono Gaetano e sua moglie che stanno bisticciando. Allarmata si affaccia e vede Rosina che tenta disperatamente di togliere dalle mani del marito il due colpi.
- Lo devo sparare! Lo devo ammazzare! – urla con gli occhi fuori dalle orbite e la voce da ubriaco. Barbara Marino chiama subito suo marito il quale cerca, insieme a Rosina, di fermarlo ma Saverio De Biase è anziano e contro quella furia umana non può nulla, come non può nulla Rosina.
Gaetano adesso è davanti alla porta della bettola e urla
- Antonio Esposito, esci fuori!
Concetta Benvenuto è nella bettola insieme al suo amante, da pochi giorni convivono lì e hanno sistemato un letto nel retrobottega, e quando sente Gaetano urlare sente il sangue gelarsi nelle vene, il momento della resa dei conti sta arrivando
- Nasconditi che io vado a chiudere la porta – le dice Antonio spingendola dietro un tavolino
- Antonio Esposito, esci fuori! – urla ancora Gaetano, respingendo le persone che vorrebbero farlo desistere
Antonio si assicura che Concetta sia al riparo e comincia a fare i cinque o sei passi che servono per arrivare alla porta e chiuderla
- Antonio Esposito, esci fuori per la Madonna! – questa volta la voce sembra venire da dentro la bettola e, infatti la porta si spalanca e nella luce incerta del tramonto si staglia la figura di Gaetano con la doppietta spianata. È un attimo. Gli occhi del suocero e del genero si incrociano, poi Gaetano appoggia il calcio del fucile alla spalla e tira il grilletto. Un solo colpo, anche ubriaco non può sbagliare, Antonio è a non più di due metri da lui.
La palla entra dall’ottavo spazio intercostale di destra e sembra impazzire: striscia sul margine posteriore del fegato, indi perfora la colonna vertebrale, striscia sul ventricolo sinistro del cuore e sul polmone sinistro e dopo aver fortemente contusa e pestata la milza e fratturato la dodicesima costola, termina la sua corsa nei tessuti molli della parte destra dell’addome. Antonio stramazza al suolo senza un lamento, praticamente già morto.
Gaetano si guarda intorno e vede Concetta dietro al tavolino che trema come una foglia. Sorride beffardamente mentre prende la mira. Sta per tirare di nuovo il grilletto quando viene afferrato per le braccia da Nicola Velardi, fratello uterino di Concetta. Ne nasce una furiosa colluttazione dagli esiti incerti, ma entra nella bettola, ormai semidistrutta, il diciannovenne Salvatore Benvenuto, fratello germano di Concetta, con una scure in mano. Nicola molla la presa su Gaetano e Salvatore, prima che l’assassino abbia il tempo di capirne il perché, vibra sul capo di Gaetano due colpi col dorso della scure, lasciandolo a terra tramortito.
Nicola raccatta da terra il fucile ed esce dalla bettola per andare a consegnarlo al Sindaco, il quale provvede immediatamente ad avvisare dell’accaduto i Carabinieri di Verbicaro. Salvatore, invece, va a rifugiarsi in montagna.
Il Brigadiere Angelo Scattolin con i suoi uomini arriva il mattino seguente. Trovano Gaetano Giardino a letto con la testa rotta, ma non in pericolo di vita, e lo dichiarano in arresto. Poi vanno a casa di Salvatore Benvenuto per fare la stessa cosa anche se già sanno che è scappato. C’è tempo per trovarlo.
- Mio suocero ha sempre convissuto con me e mia moglie – comincia a raccontare Gaetano – e ci siamo sempre stimati di amore filiale, però è diverso tempo che lo stesso ha preso relazioni carnali con una certa Concetta Benvenuto e ci ha maltrattati in modo da provocarmi e minacciarmi continuamente. Da quattro o cinque giorni che detto mio suocero si è messo in casa questa Concetta Benvenuto, le provocazioni sono aumentate. Ieri sera, essendo io in casa alquanto preso dal vino , sentii che mio suocero borbottava contro di me e io non potendo resistere a tali insulti, acceso d’ira, presi il fucile a due colpi e, sceso sulla strada, gli sparai contro un colpo mentre egli era sul limitare della porta. Dopo il colpo io, visto cadere  mio suocero nella parte interna della bettola, mi ritiravo a casa, quando mi sopraggiunse Benvenuto Salvatore armato di scure e m’inferse due colpi alla testae se non fosse stato trattenuto dalla gente che accorse mi avrebbe ucciso... intendo contro di esso dare querela chiedendone la punizione
- Ubriaco ti sei messo a caricare il fucile a palla?
- Il due colpi si trovava già carico con due cartucce e non so che carica conteneva
- Senza licenza…
- Il porto d’arma m’era spirato
Gaetano ne avrà per una quindicina di giorni, ma la convalescenza la passerà nel carcere di Verbicaro.
Intanto le ricerche di Salvatore Benvenuto non danno risultato e adesso, con la primavera che avanza, anche la vegetazione esuberante lo aiuta a nascondersi. Poi, il 20 maggio, due mesi dopo i fatti, Salvatore si presenta dal Pretore e racconta la sua versione
- Ammetto essere intervenuto allorché il Giardino sparò allo Esposito, io avevo in mano la scure essendomi allora ritirato da campagna. Mi cooperai perché il Giardino depositasse il suo due colpi e siccome egli non voleva e, anzi, minacciava di esplodere altri colpi, specialmente contro mia sorella Concetta, ivi presente, così io lo ferii con la scure, ma a solo scopo di disarmarlo e per soccorrere mia sorella
Su quest’ultimo punto sembra sincero perché nelle condizioni di vantaggio in cui si trovava e con in mano un’arma micidiale come è una scure, se avesse voluto uccidere non avrebbe avuto alcuna difficoltà.
Di questo ne è convinto anche il Pubblico Ministero che lo accusa del reato di lesioni volontarie e non di tentato omicidio. Per Gaetano Giardino, invece, l’accusa è di omicidio volontario, oltre a quelle minori di porto d’arma abusivo e di contravvenzione per l’omesso pagamento della concessione governativa sul possesso delle armi.
La Sezione d’Accusa concorda con questa impostazione e rinvia tutti e due gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, lasciando però Salvatore Benvenuto a piede libero. È il 10 luglio 1894.
Il dibattimento si apre il 16 ottobre dello stesso anno e dura due udienze durante le quali sorge la questione se sia vero lo stato di parentela affine esistente tra suocero e genero, rispettivamente vittima e assassino, perché sembrerebbe che Antonio Esposito non si sia mai sposato legalmentecon Aquila Aloise e che Rosina non sia nemmeno nata dall’unione, legale o meno, tra quelli che dovrebbero essere i suoi genitori. E non è una questione di lana caprina perché se non c’è la prova provata del rapporto di affinità tra vittima e assassino, non potrebbe applicarsi l’aggravante di legge prevista in questi casi. Ma poiché in processo manca l’atto legale da cui si possa rilevare il grado di parentela che l’accusato Giardino abbia avuto con l’ucciso Esposito Antonio, viene fatta richiesta ai comuni interessati di fare gli accertamenti opportuni e riferire i risultati immediatamente. La risposta al quesito è positiva, Rosina Esposito è figlia legittima di Antonio Esposito e Aquila Aloise e quindi Gaetano Giardino è affine in linea retta alla sua vittima. Adesso i giurati possono ritirarsi per emettere il verdetto.
I dubbi, ovviamente, non sono sulla colpevolezza, ma sulle circostanze aggravanti e/o attenuanti che verranno riconosciute all’imputato. La giuria riconosce che l’omicidio è aggravato dal legame di parentela, ma riconosce anche che Gaetano Giardino ha ucciso suo suocero nell’impeto d’ira o d’intenso dolore determinato da ingiusta e grave provocazione. Tradotto in cifre fa 12 anni e 6 giorni di reclusione, nonché 60 lire di multa e il risarcimento del danno.
Salvatore Benvenuto invece viene assolto perché ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di respingere da sé o da altri una violenza attuale e ingiusta.
Il 2 marzo 1895 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Gaetano Giardino.[1]



[1] ASCS,Processi Penali.

domenica 16 settembre 2018

15 LIRE NEL PANCIOTTO


Tommaso Serafini lavora per conto del signor Alessandro Scigliano nel fondo agricolo denominato Difesa Serra, in territorio di San Giovanni in Fiore. Il 14 agosto 1900, come ogni giorno, va al lavoro, ma sa che sarà un giorno diverso dal solito e molto più lungo del solito. Ci sarà da raccogliere e insaccare dell’orzo e raccogliere le ciliegie perché nel pomeriggio verranno dei compratori e tutto dovrà essere pronto per essere consegnato. Tommaso si fa accompagnare da suo figlio, il tredicenne Giovanbattista, perché due braccia in più e una giornata di paga in più fanno sempre comodo.
Il 14 agosto 1900, nonostante ci troviamo in montagna, fa molto caldo ed è duro lavorare sotto al sole, ma Tommaso è abituato e con qualche sorso di vino ogni tanto per asciugare il sudore, va avanti che è una bellezza. All’ora di pranzo il lavoro si può dire praticamente finito e ci sarà solo da aspettare i compratori che, maledetti, si fanno aspettare a lungo, così padre e figlio finiscono di lavorare verso il tramonto. Tommaso nasconde accuratamente in un fazzoletto all’interno della manica destra del panciotto di lana bianco le 15 lire, in moneta di carta di nichel e di bronzo, incassate per conto del padrone e riprendono la strada di casa con la luna che rischiarava alquanto il cammino.
Sono quasi le 21,00 quando arrivano alle porte del paese e Giovanbattista, per festeggiare l’arrivo a casa, tira fuori una piccola e vecchia pistola senza grilletto caricata a salve, che per sparare bisogna battere sul cilindro con un sasso, e, con spirito di complicità fanciullesca, fa partire un colpo.
Poco distante da loro ci sono quattro giovanotti che stanno provando a cantare una canzone da serenata accompagnandosi con una chitarra. Questi, sentito lo sparo, si avvicinano minacciosi a Tommaso e suo figlio e li bloccano. Uno afferra il ragazzo e lo tiene fermo, mentre gli altri tre immobilizzano Tommaso e lo perquisiscono ficcando le mani dappertutto.
Il malcapitato si divincola e volano delle pietre da una parte e dall’altra, poi gli aggressori gli sono addosso e cominciano a malmenarlo fino a quando a Tommaso non viene tolto di dosso il panciotto.
- Lascialo! – urla Tommaso quando uno degli aggressori comincia a svuotare le tasche del panciotto
- Sono parafante e posso perquisire! – gli risponde il giovane con un sorriso beffardo
C’è un attimo di tregua, tutti respirano affannosamente nella nuvola di polvere che si è sollevata e Tommaso ne approfitta per raccattare l’indumento dal contenuto prezioso e andarsene col figlio, lasciato libero, per una scorciatoia. Ma, fatte poche decine di metri, scoprono che gli aggressori li hanno preceduti e ricomincia la sassaiola, mentre i giovanotti si avvicinano sempre più minacciosi. Uno degli aggressori gli è davanti con un coltello in mano. No, non è per minacciarlo. Il colpo, indirizzato alla testa, è improvviso e violento, violento a tal punto che la lama del coltello perfora l’osso fronto-parietale di sinistra, lasciando Tommano a terra. Ma non basta. Prima di prendere il panciotto e dileguarsi, uno dei rapinatori fracassa la chitarra sul corpo inerme della vittima.
Giovanbattista ha assistito impotente all’orribile scena, bloccato da braccia dure come il ferro, e quando lo lasciano andare si affloscia a terra come un sacco vuoto. Poi sente un rantolo e un suono gutturale come se provenisse dall’altro mondo. Ha paura e resta immobile
- Gggiiiooo…
Quel suono adesso sembra più chiaro, sembra il suo nome. Il ragazzo alza la testa e vede il padre muovere le braccia, come se volesse tirarsi su. Poi gli vede muovere una gamba, ma non può credere che sia vivo, certamente è la sua anima che sta salendo in cielo
- Gggiiiooo…
- Papà?
- Aiuta…mi…
Giovanbattista scatta in piedi come una molla e corre verso suo padre, tramortito, con la testa bucata ma vivo!
Tommaso riesce a mettersi in piedi dopo qualche minuto e, aiutato dal figlio, a trascinarsi prima a casa del dottor Giovanni De Marco che gli applica due punti di sutura e giudica la ferita guaribile fra 15 giorni, salvo complicazioni, e poi alla caserma dei Carabinieri.
Siccome Tommaso sembra in grado di parlare fluentemente, il Maresciallo Pasquale Sallone si fa raccontare come sono andati i fatti e se conosce i suoi aggressori
- Ho riconosciuto solo Pasquale Iannaccaro, che so essere di carattere sanguinario e violento, Degli altri posso dire solo che uno aveva una chitarra… mi sembra che scapparono per la via del Timpone
Accompagnato il ferito a casa, i Carabinieri si mettono sulle tracce dei malviventi, senza riuscire a rintracciarli per tutta la notte.
La mattina seguente, verso le 8,00, un uomo consegna al piantone della caserma un biglietto del dottor De Marco. Altro che ferita guaribile fra 15 giorni! Tommaso è in pericolo di vita. Informato immediatamente il Pretore del luogo, il Maresciallo va a casa dello sventurato con il Magistrato e lì trovano anche il medico.
Tommaso giace per terra nella propria casa, ha dei lievi tremori negli arti inferiori e superiori, con fenomeni convulsivo-clonici; il polso frequente e filiforme, la respirazione stentorosa
- Ce la farà? – chiede il Pretore
- Speriamo…
- Ma, in definitiva, che cos’ha questo poveretto?
- Uhm… nessun edema, né gonfiore… escludo assolutamente la flogosi reattiva e certamente la suppurazione… non credo opportuno togliere i punti di sutura per verificare lo stato in cui si trova internamente la ferita
- E quindi di cosa soffre?
- È tutto un complesso di cose… ha il polso abbastanza debole che fa temere da un momento all’altro una paralisi cardiaca…posso solo dire che, tenuto conto dello stato del paziente, debbo dichiararlo in pericolo di vita
- Potrebbe avere qualche altra cosa? Lo ha visitato dappertutto?
- Stante la gravità dell’infermo non ho creduto denudarlo per osservare le altre parti del corpo
Benissimo. Il Pretore comincia a perdere la pazienza e rivolge al medico la domanda più ovvia ma anche più opportuna, vista l’indecisione
- Visto che col suo rapporto del 12 corrente rilevò la ferita con perforazione dell’osso tra le regioni frontale e temporale sinistra, spieghi perché tale fatto riscontrato non la indusse nel primo momento a giudicare la ferita pericolosa di vita o se invece la natura della ferita faceva ritenere che fosse guaribile in quindici giorni
- Ritengo che non potevo essere indotto a dichiarare grave la lesione perché il paziente ha avuto tanta energia organica da recarsi personalmente e percorrendo un tragitto abbastanza lungo fino alla mia abitazione per farsi medicare. Dopo la medicatura ha continuato a mantenersi bene in forze, tanto da recarsi alla caserma dei Carabinieri per riferire l’accaduto al comandante e dopo ancora a casa sua, senza che fossero a mia conoscenza i fenomeni sopraggiunti fin da questa notte… la natura della ferita mi faceva escludere ogni idea di pericolo di vita sia per la leggiera emorragia, sia perché non credetti conveniente di specillarla fino in fondo, tanto da assicurarmi che l’arma feritrice abbia potuto penetrare fino al lobbo parietale sottostante alla cassa cranica
Molto probabilmente la situazione non sarebbe cambiata anche se la dichiarazione di imminente pericolo di vita fosse stata fatta la sera prima, però una maggiore attenzione per le condizioni del ferito era doverosa.
In questo frattempo i Carabinieri accertano che ad aggredire Tommaso Serafini e suo figlio sono stati, oltre a Pasquale Iannaccaro, anche Giuseppe Pulice, ventenne contadino, Giuseppe Marino, diciannovenne muratore di Caccuri, e il ventiduenne Antonio De Vuono. Questi ultimi due vengono sorpresi nelle proprie abitazioni e arrestati, degli altri due non ci sono notizie.
- Sono stato io a tenere stretto fra le braccia il figlio dell’offeso – confessa Marino
- Effettivamente Iannaccaro ha tirato il colpo di coltello alla fronte del Serafini – conferma De Vuono, il quale tace sul fatto che ha sottratto le 15 lire dal panciotto della vittima, ma deve arrendersi all’evidenza quando i Carabinieri gli mostrano l’indumento rinvenuto a casa sua
Poi arriva la soffiata giusta: Pasquale Iannaccaro si nasconde in contrada Timpone in casa di una donna, Angela Miletto. Verso le tre di pomeriggio i Carabinieri bussano alla porta della donna che nega tutto ma è molto nervosa quando i militari cominciano a perquisirle la casa. E ne ha tutte le ragioni perché quando la perquisizione si sposta al basso sottostante la casa, nascosto dietro alcuni attrezzi agricoli, spunta il ricercato. I Carabinieri mettono i ferri a tutti e due e li portano in caserma.
- Quel giorno andammo prima a mangiare un po’ di sarde e formaggio nella cantina di Antonio Mazzei e poi, volendo andare a cantare insieme una canzone alla innamorata di Giuseppe Marino, abitante al caseggiato posto al Ponte, mi feci prestare una chitarra e ci avviammo per la via che mena al Ponte. Risplendeva pure la luna quando sentimmo, a pochissima distanza, una esplosione di arma da fuoco. Ci fermammo e De Vuono, voltatosi indietro, vide Serafini col figlio e lo richiese chi avesse sparato quel colpo. Serafini rispose: “Sono stato io” ed allora De Vuono lo afferrò per perquisirlo e cercare di trovargli l’arma, mentre il figlio di Serafini si allontanava. Fu in questo momento che io, vedendo De Vuono e Serafini accapigliati, volli dividerli e mi accorsi, contemporaneamente, che Marino per non fare venire il ragazzo in ajuto del padre lo trattenne, mentre Pulice se ne stava con la chitarra in mano. Avvicinatomi a Serafini, questo mi strappò il bavero della giacca e per questo, adirato, io mi svincolai da lui e cominciai a tirargli delle pietre, mentre lo stesso fece De Vuono. Serafini rispondeva pure con colpi di pietra, ma finalmente si allontanò per la parte sottostante della strada e Marino lasciò pure il figlio. Supponendo tutti noi altri che Serafini e il figlio se ne andassero a casa, che è posta al di là del ponte, non credemmo più opportuno scendere a cantare la canzone e prendemmo un accorciatoio che mena al paese… – si difende Iannaccaro – Quando giungemmo sotto il Calvario, alle falde del paese, ci accorgemmo che Serafini ed il figlio erano dal punto superiore a quello dove ci trovavamo noi e, appena vistici, incominciarono a lanciarci dei sassi. Noi tutti rispondemmo pure con sassate ed io ricevetti un colpo di sasso alla testa – continua mostrando un graffio sulla testa –. Dopo un nutrito scambio di sassate vidi che Serafini ed il figlio si diedero a correre e dopo abbandonammo quel posto senza che nessuno si fosse avvicinato a Serafini. Non saprei dire se Serafini fosse rimasto colpito da qualche pietra… anzi, ricordo che mi avvicinai a due o tre passi come Pulice, tanto da scassinargli la chitarra sulla testa. Quando lo vedemmo caduto per terra ci allontanammo tutti
- Eppure Serafini aveva la testa bucata da una coltellata…
- Non so spiegarmi come Serafini si fosse trovato, come mi dite, con un colpo di coltello sulla testa
- E come spieghi che a casa di De Vuono abbiamo trovato il panciotto di Serafini?
- A Marino era caduta la paglia dalla testa, ma il cappello era di De Vuono e, prima di andarcene questi disse a De Vuono: “Se vuoi, vatti a trovare la paglia tua!”. De Vuono andò sulla via ma non la trovò. Trovò invece un panciotto di lana uso lanetta di colorito bianco che prese e portò con sé dicendo a noialtri: “Quello si ha preso la paglia, io mi prendo la lanetta”, trattenendo sempre con sé il panciotto
- E i soldi che erano nel panciotto?
- De Vuono non accennò di avere trovato altro e non si parlò di denaro trovato
Non è credibile perché i suoi complici hanno già ammesso molte circostanze e nei successivi interrogatori lo smentiscono del tutto. E lo smentisce anche Giuseppe Pulice, che nel frattempo è stato arrestato
- Iannaccaro si ebbe alla testa un colpo di sasso. Estratto un coltello che non distinsi, si lanciò contro Serafini e lo colpì alla testa; contemporaneamente, io con la chitarra colpii le braccia di Serafini, scassando così lo strumento. Lasciammo Serafini stordito, rimasto però in piedi, e tutti e quattro andammo alla fontanella Bellino, dove Iannaccaro si lavò la testa
C’è un solo fatto sul quale i quattro sono d’accordo: nessuno sa niente del denaro che Serafini disse essergli stato sottratto e su questo punto arrivano al Pretore due dichiarazioni scritte nelle quali si attesta che Tommaso quel giorno non aveva soldi in tasca. Mistero che viene svelato da alcuni testimoni
- Mi mostrò che teneva il denaro in una manica del panciotto – dice Lucrezia Fratto
- Mi disse che era venuto in paese per portare lire quindici al suo padrone e mi fece vedere una manica di un panciotto di lana, legata all’etremità e mi disse: “Ancora sono qui dentro” – giura Bernardo Audia
E così via.
Il Pubblico Ministero non ha dubbi. Tutti e quattro gli imputati devono rispondere del reato di Rapina per avere con violenza alla persona di Serafini Tommaso e del figlio Giovanbattista costretto il primo a soffrire che s’impadronissero di un panciotto di lana contenente la somma di £ 15, dei quali oggetti il Serafini era possessore. In più Pasquale Iannaccaro deve rispondere anche di Omicidio qualificato. Angela Miletta, invece, è scagionata dall’accusa di Favoreggiamento personale per insufficienza di indizi ed esce di scena. È il 18 ottobre 1900.
La Sezione d’Accusa, il 20 dicembre successivo, fa proprie le tesi del Pubblico Ministero e rinvia i quattro al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento, iniziato il 7 maggio 1901, si conclude in due udienze.
La giuria non ritiene sufficientemente provato che la sera dell’11 agosto 1900 gli imputati abbiano rapinato Tommaso Serafini e che Pasquale Iannaccaro abbia volontariamente ucciso la vittima.
Piuttosto, Pasquale Iannaccaro secondo la giuria è colpevole di omicidio preterintenzionale, avendo avuto solo l’intenzione di procurare alla vittima una lesione personale, dalla quale, poi, è derivata la morte. La giuria ritiene anche che Iannaccaro non agì in preda all’ira perché non provocato dalla vittima e per questo non gli concede attenuanti di sorta.
Quindi Giuseppe Pulice, Antonio De Vuono e Giuseppe Marino vengono assolti e Pasquale Iannaccaro viene condannato a 15 anni di reclusione.
La Suprema Corte di Cassazione, il 7 settembre 1901, rigetta il ricorso dell’imputato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.