domenica 28 ottobre 2018

IL SOLCO DELLA DISCORDIA


In contrada Maio di Rende, tra le altre proprietà ci sono quelle dei cognati Eugenio Morrone e Francesco Scarlato e quella di Gregorio Volpintesta che confinano tra di loro con una particolarità: la proprietà di Volpintesta è divisa dalle altre due da un canale di irrigazione largo e profondo circa un metro che, poche centinaia di metri più a valle, sfocia nel torrente Emoli. Verso gli inizi della Seconda Guerra Mondiale, Scarlato e Morrone decidono pacificamente di segnare il confine tra le rispettive proprietà scavando un solco che termina al confine con la proprietà di Volpintesta, quindi fino al canale di irrigazione.
Alle prime piogge, però, Volpintesta va su tutte le furie perché, dice, l’acqua raccolta dal solco va a finire nel canale e, dice Volpintesta, quasi lo riempie portando umidità alla sua casa che è distante pochissimi metri. Tra urla, minacce e bestemmie, per evitare discussioni, Scarlato e Morrone richiudono il solco. Il confine è comunque visibile per il terreno smosso e l’armonia torna fra i tre vicini. Passano gli anni, il terreno smosso è ritornato al suo posto e il confine non si distingue più. A questo punto, siamo verso la metà di settembre del 1952, Francesco Scarlato ed Eugenio Morrone decidono di verificare di nuovo il confine e di tracciarlo con un nuovo solco
- Glielo dobbiamo dire a compà Gregorio? Chin’u senta sinnò…
- Ma no! non può dire niente, noi il canale non lo tocchiamo nemmeno… ci fermiamo a mezzo metro…
- Hai ragione, ‘un po’ dire nente!
La mattina del 22 settembre 1952, di buon’ora, i due cugini, armati di zappe e vanghe, cominciano a scavare il solco. Affacciato alla finestra di casa sua, Gregorio Volpintesta li guarda rosso in viso e con le vene del collo ingrossate e pulsanti. Poi fa un gesto di stizza e rientra in casa. Francesco ed Eugenio hanno scavato si e no tre o quattro metri del solco, quando la loro attenzione viene richiamata dalla voce del vicino il quale, di nuovo affacciato alla finestra con in mano un fucile e due cartucce, urla loro
- Vi ho detto che questo confine non lo dovete muovere se no vi sparo!
- Non stiamo a fare qualche cosa nel terreno tuo, stiamo a fare il limite delle nostre proprietà – gli risponde Eugenio Morrone, dopo aver guardato, sconsolato, suo cugino
- Allora, per la madonna del carmine, vi caccio dal mondo! – urla di nuovo Volpintesta caricando il suo fucile americano a più colpi, comunemente chiamato “rifolo” (Rifle. Nda) e spianandolo contro i due cugini
- Fujimu ca ne spara! – dice Eugenio a suo cugino Francesco, lasciando la zappa e mettendosi a correre non appena sente lo scatto dell’otturatore. Francesco invece non si muove e sfida l’avversario
- Spara se hai coraggio, io continuo a lavorare!
E Volpintesta spara davvero. Francesco Scarlato viene investito da una micidiale scarica di pallini da caccia
- Mi hai ucciso come un passero… – ha il tempo di dire, poi, girandosi su sé stesso, cade riverso a terra sulla parte sinistra
Eugenio Morrone, mentre scappa facendo diversi salti di corsa veloce, si gira e vede cadere suo cugino, poi volge lo sguardo verso la casa di Volpintesta e lo vede che sta mirando verso di lui. Adesso corre a zig-zag ma, per sua fortuna, non ci sono colpi per lui. È salvo.
Adelina Morrone sta pulendo delle pannocchie dietro la casa di Volpintesta quando sente urlare Eugenio e subito dopo la detonazione. Attraverso un filare di canne e saltando il canale, vede suo cognato Francesco Scarlato steso a terra; si avvicina e si china su di lui. Cerca di sollevargli la testa mentre il ferito emette un gemito e dalla bocca gli esce un fiotto di sangue. Poi più niente, è morto. Adelina guarda in direzione della casa di Volpintesta e lo vede affacciato alla finestra che, levata dal serbatoio una cartuccia ne mette un’altra, le punta contro il fucile e le dice
- Allontanati se no sparo pure te
Adelina, per la paura, cade a terra mezza svenuta ma ha il tempo di notare che Volpintesta abbassa il fucile, chiude la finestra e rientra in casa.
Attirati dallo sparo e dalle urla, sul posto si precipitano anche i figli di Gregorio Volpintesta che entrano in casa e trovano il padre seduto su di una sedia accanto al letto. Fuori, accanto al morto arrivano molti suoi parenti che cominciano ad inveire contro l’assassino e si rischia che la situazione degeneri.
- Papà, che è successo?
- L’ho ammazzato io… stavano scavando di nuovo quel solco…
- Dobbiamo andarcene… dobbiamo andare dai Carabinieri… vai a preparare il calesse – dice Ercole, il maggiore dei due figli, a suo fratello Aniello. Pochi minuti e Gregorio Volpintesta parte alla volta di Cosenza
Sono le 11,30 del 22 settembre quando alla Questura di Cosenza arriva una telefonata: è il capo stazione dello scalo ferroviario di Cosenza, Orlando Scarpelli, il quale informava che all’altezza del casello ferroviario, al chilometro 26 della strada ferrata Cosenza-Paola, un tale armato di fucile da caccia aveva ucciso un contadino e minacciava gravemente di morte altre persone. Nessuno perde tempo. A bordo di una camionetta vengono inviati sul posto gli Agenti della Squadra Mobile Nicola Grande e Giuseppe Petrosino, coordinati dal Vice Brigadiere Giuseppe Ciancio.
Il cadavere si presenta con la testa poggiata sul braccio sinistro e la mano leggermente chiusa, mentre il braccio destro è ad angolo retto, leggermente alzato all’altezza della regione mammaria. Sulla facciata anteriore del braccio destro si notano ferite multiple da arma da fuoco, mentre sull’emitorace destro (faccia laterale), che è coperta da una canottiera, molti fori evidentemente prodotti da pallini da arma da caccia, coronati da una grossa macchia di sangue. Sotto le ginocchia del morto c’è il manico della sua zappa, la quale si trova in un solco recentemente scavato. Vicino alla testa c’è un basco nero capovolto, foderato in rosso e vicino ad esso due zoccoli.
- È stato mio padre… è partito alla volta di Cosenza per presentarsi all’Autorità Giudiziaria… il fucile è in casa… – dice Ercole
Constatati i fatti, sequestrato il fucile, quattro cartucce cariche ed una esplosa che hanno trovato sul letto accanto al fucile, Ciancio e Grande rientrano in Questura, mentre Petrosino resta a piantonare il cadavere. Adesso la priorità è trovare Gerardo Volpintesta, potendo lo stesso desistere dal proposito di presentarsi al magistrato. Ma l’assassino non desiste. Infatti, verso le 13,00, viene rintracciato dall’Agente Grande, proprio nella Salita Tribunali mentre sta per costituirsi in carcere
- Già da tempo Morrone voleva scavare un fosso al confine tra la sua proprietà e quella di Francesco Scarlato, in maniera da fare scaricare l’acqua nel canale di mia proprietà, che d’estate serviva per fare affluire l’acqua proveniente dal fiume al fine di irrigare il mio fondo, mentre d’inverno rimaneva asciutto ad evitare che portasse umidità alla mia abitazione. Pregai Morrone di chiudere il solco e lui, resosi conto di quanto gli dicevo, non continuò l’escavazione del fosso. Anzi, dopo un certo tempo atterrò il fosso. Stamattina vidi Eugenio Morrone e Francesco Scarlato che con delle zappe avevano incominciato a scavare il solco. Io, dopo essermi affacciato dalla finestra, pregai i due di smettere di scavare il solco, facendo loro presente che con detto scavo avrebbero fatto scaricare l’acqua nel mio canale, il che avrebbe arrecato umidità alla mia abitazione. I due risposero che avrebbero continuato a scavare il fosso nonostante il mio divieto; io insistetti perché smettessero, ma essi non recedettero dalla loro intenzione, anzi incominciarono ad inveire contro di me dicendo che ero un cornuto e che sarebbero venuti in casa e mi avrebbero pestato tanto da lasciare come pezzo più grande l’orecchia. Allora io presi dal muro un fucile da caccia e lo impuntai contro di loro con l’intenzione di farli impaurire e di farli scappare; Morrone si diede alla fuga, mentre Scarlato rimase, ma non ricordo bene se disse “Se hai coraggio sparami”. Proprio in quell’istante esplose un colpo del mio fucile, senza che io me ne rendessi conto, anzi non sapevo nemmeno se il fucile fosse carico poiché da parecchio tempo il fucile era rimasto appeso al muro. Scarlato cadde bocconi per terra ed io, resomi conto che Scarlato era rimasto ucciso, rimasi per poco tempo in casa, interdetto per quanto era successo. Vennero in casa i miei due figli e dissi loro che mi sarei recato al Tribunale per costituirmi ed allora mio figlio Eugenio andò in cerca di un biroccino e quindi venni a Cosenza
- Quindi non sapevate se il fucile fosse carico o meno… e allora le quattro cartucce cariche che erano sul letto accanto all’arma? – gli contesta il Giudice Istruttore
- Il fucile aveva in canna una sola cartuccia. Quelle rinvenute sul letto, io le presi da un tiretto dopo che il colpo era esploso per metterle a disposizione della Questura
- Questa è una cosa alla quale non si può credere – continua a contestargli il magistrato – c’è un contrasto troppo stridente tra lo stato di interdizione in cui assumente di esservi trovato dopo che il colpo era partito e la necessaria calma per pensare a mettere fuori dal tiretto le cartucce e porle vicino al fucile al fine di farle trovare agli Agenti della Questura!
- Io dopo il colpo rimasi interdetto, ma ciononostante pensai di prendere le sole cartucce in mio possesso che si trovavano nel tiretto per porle sul letto accanto al fucile
- Lo sapete che ci sono dei testimoni che hanno riferito di avervi visto caricare il fucile mentre eravate affacciato alla finestra?
- Io non ho caricato il fucile prima di impugnarlo, ma esso si trovava malauguratamente carico senza che io lo sapessi
- Un’ultima cosa… l’Agente Grande sostiene che quando vi ha arrestato, gli avete dichiarato che, infuriato, avete sparato dopo che Scarlato vi disse “se hai coraggio sparami…”
- Io ero sconvolto, quindi non ricordo cosa abbia riferito, non credo, però, di aver dichiarato quanto mi contestate perché non risponde a verità. Io non sapevo che il fucile fosse carico e mi limitai soltanto a puntarlo contro Morrone e Scarlato per farli impaurire… malauguratamente partì il colpo
Man mano che le indagini vanno avanti, molti testimoni giurano di avere visto tutto e tutti confermano che Gregorio Volpintesta ha sparato volontariamente.
L’autopsia non può dire se il colpo sia stato sparato volontariamente o meno, però dice qualcosa che potrebbe significare molto: Francesco Scarlato, quando fu colpito, era intento a zappare, quindi piegato con le braccia protese in avanti, offrendo il lato destro del corpo a Volpintesta. A suffragare questa ricostruzione è l’ubicazione delle ferite sul braccio (venti) e sulla regione ascellare (quarantacinque), prodotte da pallini da caccia N° 4, i cosiddetti Vurpari.
Ma ad inguaiare seriamente Gregorio sono sua moglie, Palma Mazzotta, e i suoi figli. La moglie racconta
- Il 22 settembre, verso le ore 6, mi recai a Cosenza prendendo l’autobus in località Quattromiglia. Ritornai da Cosenza, dopo aver comprato del pane, con il treno verso le ore 10,30, scendendo allo scalo di Castiglione Cosentino. Da qui mi portai nella mia abitazione. In casa trovai mio marito seduto su di una sedia, il quale mi disse che aveva sparato a Scarlato perché lavorava in compagnia di Eugenio Morrone e, nonostante invitato, non aveva voluto smettere di fare con la zappa un solco tra la sua proprietà e quella di Morrone. A mia volta dissi a mio marito che avrebbe potuto accordarsi con le buone e lui mi rispose che sparò perché Scarlato non aveva voluto aderire alle sue richieste di smettere il lavoro
Poi Ercole, il primo a raggiungere il padre in casa
- Trovai mio padre seduto su di una sedia e sul letto vidi che era deposto il fucile con cinque cartucce di cui quattro cariche ed una vuota. Non so se il fucile sia stato scaricato da mio padre, però penso che così sia stato
Infine Aniello
- Mio padre si è limitato a dirmi che egli aveva preso il fucile per fare intimorire Scarlato e Morrone al fine di farli allontanare, ma poiché Scarlato aveva risposto che sarebbe rimasto sul posto a lavorare, aggiungendo “se hai coraggio sparami…” mio padre aveva sparato contro Scarlato
Per il Pubblico Ministero il dubbio se si sia trattato di omicidio compiuto con piena volontarietà o se sia da attribuire a sua imprudenza, non esiste perché le modalità stesse del fatto indicano chiaramente la volontarietà: innanzi tutto egli lo afferma alla Questura e non può, come è solito a tutti gli imputati, mettere in ballo percosse, schiaffi e sputi da parte degli agenti, ma prospetta la tesi che, essendo estremamente conturbato per quanto accaduto, ha affermato una circostanza non vera. È falso. Il turbamento per un grave fatto commesso non obnubila le facoltà intellettive ma le lascia integre. Sotto l’impressione del recente delitto commesso, l’uomo, per quel bisogno che ogni essere umano sente, riferisce i fatti così come avvenuti, è questa la verità. Il Volpintesta è vecchio cacciatore e pertanto egli dice bugia quando afferma che non sapeva se il fucile fosse carico: è stato egli stesso a caricarlo, nun fu altro per il rumore metallico dell’otturatore avvertito da Eugenio Morrone. È la precisione con cui lo Scarlato viene colpito che ci dimostra pienamente la grande perizia con cui egli maneggiava le armi e non è concepibile una involontarietà così grave in un vecchio cacciatore così come egli era. E di tale perizia egli ce ne da ancora una prova allorché, dopo aver sparato, egli scarica regolarmente l’arma omicida e deposita fucile e cartucce sul letto. Secondo il Pubblico Ministero l’atto non ci denota una premeditazione, ma ci denota la volontà omicida di un soggetto che tutti descrivono di carattere iroso, malvagio, maligno. Il movente dell’umidità che il solco avrebbe potuto causare all’abitazione di Volpintesta è una falsa credenza, il vero movente è da ricercare, per il Pubblico Ministero, nel suo carattere malvagio e dispotico. Deve essere rinviato a giudizio.
Il 30 aprile 1953 il Giudice Istruttore accoglie la richiesta e Gregorio Volpintesta viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento si apre il 27 luglio successivo con la dichiarazione delle parti lese di essere state interamente risarcite dall’imputato. Il giorno dopo la Corte è già in grado di emettere la sentenza che dichiara l’imputato colpevole del reato di omicidio volontario in persona di Francesco Scarlato e di minacce gravi in persona di Eugenio Morrone. Con la concessione dell’attenuante di avere interamente risarcito il danno prima del giudizio e delle attenuanti generiche, la Corte lo condanna a 10 anni di reclusione e pene accessorie.
Il 2 luglio 1954, la Corte di Appello di Catanzaro, in riforma della sentenza di primo grado, concede a costui anche l’attenuante dello stato d’ira, cagionato dal fatto ingiusto altrui, e riduce la pena inflitta per l’omicidio ad anni sette di reclusione. Inoltre dichiara non doversi procedere per il reato di minacce con arma perché il reato è estinto in virtù dell’amnistia concessa con D.P.R. n. 922 del 19/12/1953. Infine dichiara condonati anni quattro della pena inflitta per l’omicidio, a norma dell’articolo 2 del citato D.P.R.[1]
Ancora due mesi e mezzo e poi Gregorio Volpintesta potrà tornare ad affacciarsi alla finestra della sua camera da letto senza temere più che a qualcuno venga in mente di scavare dei solchi.



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 26 ottobre 2018

FESTA DI SANGUE


È il 3 giugno 1952 e a Plataci si celebra la grande festa della Madonna di Costantinopoli. Nonostante sia martedì, ogni attività lavorativa viene sospese e carovane di fedeli si riversano in paese per celebrare in allegria la festa patronale.
Il ventenne Vincenzo Scaldaferri ci va con la sua fidanzata Antonietta Rugiano e suo cognato Pasquale, i suoi fratelli Pasquale e Carmela e il fidanzato di questa Battista Carlomagno. Vincenzo ha con sé una piccola fisarmonica con la quale allieta il cammino dalla contrada Valline fino in paese.
È davvero una bella festa. Suoni, canti e balli vanno avanti per tutta la mattina in attesa della processione che sarà nel primo pomeriggio.
Alla festa ci va anche il ventiquattrenne Giuseppe Pesce, cugino in secondo grado di Vincenzo e pretendente respinto di Antonietta. Certamente tra i due giovanotti non c’è perfetta armonia, ma è la festa della Madonna e tutto in questo giorno si deve dimenticare. O almeno così dovrebbe essere. Si, perché Giuseppe nemmeno in questo santo giorno dimentica e continuamente punzecchia Vincenzo. Qualcuno li sente anche discutere animatamente di fidanzate, ma non c’è tempo e voglia di immischiarsi. Poi Vincenzo e Giuseppe si mettono a suonare le proprie fisarmoniche uno accanto all’altro e intorno a loro la gente balla
- Fammi suonare con la tua – dice Giuseppe, ad un certo punto
- No – gli risponde Vincenzo seccamente
- Voglio suonare con la tua fisarmonica! – insiste in tono perentorio, forse cercando di far leva sulla sua età maggiore rispetto al cugino
- Ti ho detto di no! hai la tua e suoni con la tua!
- Se non mi fai suonare con la tua fisarmonica ti faccio saltare la testa! – lo minaccia Giuseppe. Per un attimo intorno a loro tutti si fermano guardandolo allibiti, poi interviene Pasquale Rugiano ed evita vie di fatto riportando la calma. Suoni, canti e balli ricominciano come se nulla fosse accaduto
Intanto le campane hanno cominciato a suonare a festa, la processione è cominciata e tutti intonano i solenni canti sacri della tradizione e recitano le preghiere. Ma ormai si sta facendo tardi per chi abita lontano e ha da badare agli animali abbandonati per la festa. Pasquale Scaldaferri, il fratello di Vincenzo, suo cognato Battista Carlomagno e il cognato di Vincenzo si avviano prima degli altri per andare a mungere le pecore. Antonietta, Carmela e Vincenzo restano ancora un po’. Resta anche Giuseppe, invitato a mangiare un boccone di pane e formaggio a casa di un amico.
Quando Vincenzo e le due ragazze arrivano alla fontana di San Rocco, punto di passaggio per recarsi a Cerchiara,  vengono raggiunti da Giuseppe che fa la strada con loro. Cammin facendo le ragazze, che procedono più velocemente perchè a cavallo di un mulo, distanziano i due giovanotti di qualche decina di metri. Ormai stanno camminando da più di un’ora e mezza attraverso viottoli ripidi ed impervi fino a raggiungere l’altitudine di cira 1.400 metri, quando arrivano in località Agromezzo, non lontano dal gruppo di case dove abitano tutti, precisamente sul sentiero che da Plataci mena verso Alessandria del Carretto e San Lorenzo Bellizzi.
Un urlo disperato rompe la magia del silenzio della montagna. Antonietta e Carmela hanno un sussulto e si guardano impaurite. L’urlo proveniva dalla stradina dietro di loro, dove stavano camminando Vincenzo e Giuseppe. Smontano precipitosamente dal mulo e tornano indietro correndo.
Costantino Restieri con sua moglie e il loro bambino stanno tornando a casa dopo la festa. Anche loro vanno verso contrada Valline, ma hanno preso un altro sentiero, quello che percorre il versante opposto della montagna dove sono i quattro ragazzi
- Cosa è stato? – chiede la moglie di Costantino
- Qualcuno sarà precipitano dal sentiero… voi andate a casa, io vado a vedere
L’uomo si inerpica fino alla cima del colle e guarda giù. Vede due donne che stanno correndo lungo il sentiero dove, proprio sotto di lui c’è un uomo steso a terra in un lago di sangue e, più avanti, un altro uomo che corre verso il paese. Lo riconosce, è Vincenzo, e capisce tutto
- L’hai fatto ed ora vai a presentarti dai Carabinieri! – gli urla mentre scende verso il sentiero dove c’è l’uomo a terra. Si avvicina, ma senza accostarsi troppo, e riconosce Giuseppe. È la conferma di quanto aveva immaginato. Poi torna indietro per raggiungere e avvisare sua moglie e quindi tornare sul luogo del delitto per attendere l’arrivo dei Carabinieri. Ma questo non lo può fare perché, alla notizia di ciò che è accaduto, sua moglie sviene e deve riportarla a casa in braccio.
Antonietta e Carmela vedono il corpo di Giuseppe immerso nella pozza di sangue che ancora zampilla dalla ferita che ha sul collo. Sono terrorizzate, si coprono il viso e corrono indietro, ma Carmela vede per terra la fisarmonica di suo fratello e la raccatta, poi prendono il mulo e tornano a casa per dare la brutta notizia.
Sono le 18,30 del 3 giugno 1952 quando il Brigadiere Gregorio Castaldo, impegnato al disbrigo della posta corrente, viene avvisato che c’è un uomo sporco di sangue che gli vuole parlare
- Con questo… – dice Vincenzo tirando fuori il coltello, che non è un vero e proprio coltello ma una lima affilata da un lato e che termina a punta acuminata, facendo scattare tutti i Carabinieri presenti che lo afferrano e glielo strappano di mano – con questo ho ammazzato Giuseppe Pesce dandogli un colpo alla gola…
- Perché lo hai fatto? – gli chiede il Brigadiere
- Voleva con insistenza la mia fisarmonica che io a nessun costo intendevo dargli… poi, ad un certo momento, accecato dall’ira, non ci ho visto più, ho cacciato il coltello che avevo in tasca, gli ho tirato un colpo alla gola e l’ho steso a terra… poi sono venuto subito qui…
“Frivoli motivi” pensa il Brigadiere, pur non essendone del tutto convinto
- Adesso avviso il Pretore e il medico condotto e tu ci accompagni sul posto…
Incatenato in mezzo a due Carabinieri, Vincenzo conduce gli inquirenti sul posto dove c’è solo il cadavere di Giuseppe giacente sul fianco destro col braccio destro sotto la testa ed il sinistro leggermente piegato con la mano semi aperta a pochi centimetri dal mento, la gamba destra piegata e la sinistra semi distesa. Delle chiazze di sangue a circa un metro e mezzo davanti a lui [il cadavere. Nda], altra chiazza a circa due metri dietro di lui ed abbondante sangue al posto ove lui giaceva, sgorgatogli da una ferita che lo Scaldaferri gli aveva prodotto sotto la mandibola sinistra.
- Ferita da punta e taglio della lunghezza di circa dieci centimetri e profondità 8 circa, in direzione postero anteriore, divaricata un po’, dall’alto in bassola morte è stata determinata da anemia acuta meta-emorragica per recisione della carotide esterna – detta il dottor Pasquale Urbano di Plataci
- È necessario procedere all’autopsia? – gli chiede il Pretore
- Quanto abbiamo visto è più che sufficiente ad averne determinato la morte… è inutile straziare ancora il cadavere…
- Quindi è stata recisa solo la carotide? La ferita è lunga e profonda…
- Direi che è stata recisa anche la trachea – risponde il medico dopo aver scrutato meglio
Vengono interrogati parecchi testimoni che riferiscono sul comportamento di Vincenzo e Giuseppe durante la festa e tutti sono concordi nel riportare la minaccia fatta dalla vittima al rifiuto di Vincenzo di prestare la fisarmonica. Altri dicono che Giuseppe preferì tornare da solo a casa lasciando gli amici coi quali era andato in paese. I familiari di Vincenzo, senza possibilità di essere smentiti, dicono che i due al momento del fatto erano da soli e che, per quanto ne sappiano, non c’erano mai stati altri motivi di contrasto. Il Brigadiere Castaldo, a questo punto, chiude il suo verbale ammettendo:
Dalle risultanze dei fatti emersi attraverso le interrogazioni dei testi, sembra palese che da parte dello Scaldaferri non vi fosse la vera intenzione di uccidere il Pesce o che ciò sia avvenuto solo dietro provocazione di questi, tenendo presente il fatto che il Pesce, solo e senza alcun invito, andò ad associarsi a questa comitiva per il ritorno alla casa, lasciando che la compagnia con la quale si era accompagnato la mattina se ne andasse per proprio conto senza di lui. L’imputato subito dopo il delitto si è costituito a questo comando.
Tutto sembra essere chiaro, ma rimane un alone oscuro: è possibile che solo le continue e noiose insistenze di Giuseppe abbiano potuto determinare Vincenzo ad ucciderlo?
Quando l’imputato viene interrogato dal Pretore la musica cambia
- L’ucciso pretendeva fidanzarsi con Antonietta Rugiano avanzando all’uopo regolare richiesta. Ebbe, però, un netto rifiuto. Successivamente anche io chiesi la mano di Antonietta e ne ebbi risposta affermativa. Pertanto, da circa un mese, sono ufficialmente fidanzato con colei che aveva rifiutato il Pesce. Questi non si dava per vinto e faceva di tutto per ostacolare il mio amore con continue provocazioni. La mia fidanzata era all’oscuro di tali provocazioni, non avendogliele mai esternate, né le ho mai manifestate propositi di vendetta verso il Pesce… Ieri poi è successo il fatto della fisarmonica e sulla strada del ritorno Giuseppe ci raggiunse sulla Montagnola. Di qui fino al luogo in cui l’ho ucciso Vincenzo continuava a insultarmi e provocare con le continue richieste della mia fisarmonica. Io ho cercato di farlo desistere dalle provocazioni invitandolo a lasciarmi in pace ma ad un certo momento non ci vidi più, afferrai il coltello e mi scagliai contro di lui e con un colpo al collo lo uccisi
Ecco, l’alone comincia a sbiadirsi. Questione di fidanzate, come qualcuno ha sentito durante la festa. Il movente comincia a diventare più credibile.
Ma negli stessi momenti in cui Vincenzo fa queste dichiarazioni, l’avvocato Pasquale Cipparrone presenta al Giudice Istruttore di Castrovillari un esposto per conto del padre della vittima nel quale si ricostruiscono i fatti in modo completamente diverso:
Egli, il mattino del 3 giugno, si era recato, in compagnia di Zaccaro Gaetano, Carlomagno Angela, Carlomagno Giuseppe e Tursi Francesco, tutti da Cerchiara, alla festa della Madonna di Costantinopoli ed era felice e contento, tanto che portava seco una piccola fisarmonica da suonare, per devozione, durante la processione.
Nel pomeriggio, a festa ultimata, stava per fare ritorno con le stesse persone, alle quali si era unito anche Tursi Giuseppe, alla propria abitazione quando, giunto nei pressi della fontana di San Rocco, fu chiamato da un amico il quale lo invitò ad entrare nella casa sulla cui soglia si trovava. Il Pesce consegnò la sua fisarmonica a Giuseppe Tursi e, dopo aver invitato la comitiva a proseguire il cammino, entrò in detta casa, dalla quale ne uscì dopo circa dieci minuti. Appena fuori il Pesce si recò a fare una visita, mentre l’amico si incamminò verso la fontana dicendogli che ivi lo avrebbe atteso per proseguire insieme il cammino. Quando, dopo circa un querto d’ora, il Pesce raggiunse detta fontana, trovò che ivi lo attendevano non solo il suo amico, ma anche Antonietta Rugiano, ex fidanzata dell’assassinato, la madre, il fratello Pasquale, l’imputato Scaldaferri Vincenzo con i germani Pasquale e Carmela, Carlomagno Battista e Restieri Costantino. Insieme s’incamminarono verso Cerchiara, contrada Vallina. Il primo a giungere dopo l’omicidio fu Lorenzo Armentano, il quale trovò il cadavere steso per terra e, vicino allo stesso, l’imputato, il fratello Pasquale,, Rugiano Pasquale, Battista Carlomagno e Costantino Restieri. A breve distanza dal luogo vi erano anche Angelo De Giovanni e Antonio Napoli.
Sarà opportuno, se la S.V.Ill.ma lo riterrà del caso, esaminare le summenzionate persone allo scopo di conoscere le vere modalità del fatto ed acclarare se vi siano stati correi, a tutt’oggi rimasti nell’ombra.
Si insinua, così, il dubbio che possa essersi trattato di un omicidio premeditato al quale parteciparono più persone e in teoria potrebbe essere possibile, anche se non si capisce che motivo potrebbero avere avuto gli eventuali altri assassini ad uccidere Giuseppe Pesce. Se si vuole pescare nel torbido non deve meravigliare che sia tirato in ballo anche Costantino Restieri che fino a questo momento, ufficialmente, è l’unico e solo ad essere arrivato sul posto prima dei Carabinieri, eccezion fatta per la sorella e la fidanzata di Vincenzo Scaldaferri.
Ma il contenuto dell’esposto rimane solo una illazione perché tutte le persone citate dimostrano di non aver potuto essere presenti in quel posto e in quell’ora e Costantino Restieri rimane l’unico e solo ad essere arrivato sul posto pochi momenti dopo l’omicidio.
Per il Pubblico Ministero non ci sono dubbi:
Non essendoci smentita in atti, alla stregua di quanto dichiarato dallo stesso imputato, si argomenta che lo Scaldaferri, vittima senza dubbio delle continue provocazioni che certamente non giustificano il suo incontrollato operato, in un momento di esasperazione, rinfocolato senza dubbio da uno stato d’ebbrezza e di esuberanza giovanile, ebbe a cagionare la morte di Giuseppe Pesce. Nessuna prova materiale o psichica di altri al delitto è emersa dall’istruzione. La causale del delitto è da ricercare in motivi di gelosia.
Il 12 agosto 1952 l’imputato viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza in Castrovillari  con l’accusa di omicidio volontario.
Il 23 febbraio 1953 inizia il dibattimento che non offre nessuna novità rispetto a quanto già emerso, se non la durezza della pena richiesta dal Pubblico Ministero, nonostante l’invito a concedere le attenuanti del caso: 20 anni di reclusione e 6.000 lire di ammenda. Due giorni dopo può essere emessa la sentenza. La Corte ritiene l’imputato colpevole di omicidio volontario e di porto abusivo di arma proibita e, con l’attenuante di avere agito in istato d’ira determinato dal fatto ingiusto della parte offesa e con attenuanti generiche, lo condanna ad anni 14 di reclusione e giorni 40 di arresto, più pene accessorie, motivando la decisione con questi concetti: La contesa della medesima donna, determinando la frattura grave delle buone relazioni sentimentali tra i due innamorati, anche se velata dalla prudente indifferenza, fece sorgere nell’animo del Pesce un vivo risentimento tanto da spingerlo a rimproverare il cugino, più piccolo di età di lui e a rinfacciare allo stesso il grave torto subito… Non esiste dubbio alcuno sulla volontà omicida, ove si tenga in debito conto l’arma usata, la gravità della lesione e la vitalità dell’organo attinto. La lesione patita dalla vittima aveva la profondità di cent. 8 e la larghezza di cent. 10 ed aveva reciso la carotide che, è risaputo, è organo vitale posto nella parte profonde del collo; il colpo, cruento e proditorio, inferto dall’indietro all’avanti e dall’alto in basso e nell’attimo in cui la vittima volgeva le terga ed era in posizione retta. Scaldaferri voleva uccidere perché aveva un motivo apprezzabile, una ragione efficiente, liberarsi dell’avversario. Deve dirsi, invece che il prevenuto agì in uno stato di emozione violenta, in un clima altamente apprezzabile di sentimenti morali: egli va creduto quando dice che è stato spinto all’atto sanguinario perché “sfottuto, insultato, annoiato, molestato” in quella giornata.. l’imputato, invero, non ha agito per due differenti impulsi psichici, ma solo si è trovato nella condizione psichica di colui che è trascinato al delitto dal fatto ingiusto altrui.
I difensori di Scaldaferri, avvocati Luigi Saraceni e Luigi Gullo, alla lettura delle motivazioni insorgono e rispondono con una dura richiesta di Appello, nella quale accusano la Corte di aver male interpretato i fatti e di essersi lasciati influenzare da una perizia medica affrettata e superficiale:
Sulla volontà omicida la Corte doveva farsi orientare dalla caratteristica del fatto d’impeto, dall’unicità del colpo, dalla fuga immediata dell’imputato che non reitera la violenza e soprattutto dall’errore in cui è incorso il perito, errore che invano la Corte tenta di giustificare in quanto esso risulta, prima ancora che dall’impossibilità logica che quella ferita fosse profonda otto centimetri, dal divario che corre tra il primo referto e la perizia: primo referto in cui si parla di lunghezza e perizia in cui si parla di profondità. A ciò, in ultimo, si aggiunga che la Corte ha interpretato erroneamente la posizione dei contendenti, fino a ricostruire così: si colpì un uomo stando alle spalle di lui. Proprio il contrario si desume dalle caratteristiche descritte [ferita dall’indietro in avanti, che sta a significare che l’aggressore sta davanti alla vittima. Nda]. Sui motivi morali la Corte ha ritenuto di potere concludere negativamente adducendo la seguente ragione: quella carica del Pesce non potè che suscitare un’unica reazione psicologica, quindi provocazione. Nel che, l’errore è duplice. Anzitutto non si intende come la Corte abbia potuto affermare la unicità della reazione, lì dove c’è tutta una situazione psicologica determinata e non solo e non tanto dalla persona dello Scaldaferri offesa, quanto dalla persona di lei, oggetto dell’audacia dell’innamorato respinto. Campeggia, insomma, la figura della donna, accanto a quella del giovane esasperato; della donna amata, simbolo dell’avvenire familiare, simbolo, cioè, di tutto un mondo tutelabile moralmente e per il quale l’imputato agì.
Una parola a parte, però, merita la sentenza per quello che riguarda la determinazione della pena, che nella sua gravità ha sbalordito tutti gli astanti, quella sera in Assise. Si riconosce che lo Scaldaferri è un povero montanaro incensurato, per il quale quella fanciulla era l’unico sogno che la miseria gli consentiva di carezzare; si concedono due attenuanti che denotano la particolare valutazione del movente e della personalità e, senza motivazione, si irroga una pena diversa dal minimo. Perché? A qualunque fonte noi ci rivolgiamo: dottrina, giurisprudenza, legislazione, non troveremo una risposta a questo interrogativo, la quale giustifichi la pena irrogata.
L’11 giugno 1954, due anni dopo il fatto, la Corte d’Assise accoglie il ricorso di Saraceni e Gullo e riduce la pena a 10 anni di reclusione.
I legali propongono ricorso per Cassazione ma il 18 gennaio 1955 la Corte d’Appello di Catanzaro, non avendo il ricorrente Scaldaferri presentato motivi a sostegno del ricorso proposto, dichiara inefficace il ricorso stesso e ordina l’esecuzione della pena.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 21 ottobre 2018

CHI COMANDA IN CASA


La sera del 17 dicembre 1893 il Brigadiere Giuseppe Salerno, comandante la stazione di Cerzeto, viene avvertito dal Sindaco di Torano Castello che nel suo paese, nella seconda casa a sinistra dall’inizio della via Castello, c’è un morto ammazzato, senza specificare niente altro.
Quando, all’alba del giorno seguente, il Brigadiere arriva sul posto con i suoi uomini, trova il cadavere del ventitreenne calzolaio Vincenzo Cavalcante adagiato sul letto, con il capo poggiato sopra un cuscino intriso di sangue.
- Una disgrazia! – attacca la madre –. Ieri sera si ritirò mio figlio Francesco ed in casa prese la sua rivoltella ed avvicinatosi al lume che era presso il focolare se la mise a pulire stando in piedi. Ad un gradino di detto focolare era seduto dal lato destro di detto Francesco, l’altro mio figlio Vincenzo con la faccia rivolta al fratello. In un momento, quando questi si alzò e che il Francesco continuava a pulire la rivoltella, partì un colpo che andò a ferire il disgraziato mio figlio Vincenzo il quale cadde per terra e spirò dopo quasi mezz’ora
- Ma non è che hanno litigato? Andavano d’accordo? – le chiede il Brigadiere
- Fra i due fratelli regna sempre il massimo buono accordo e questa disgrazia devesi attribuire ad un fatto assolutamente casuale
- E Francesco dov’è adesso?
- Mio figlio Francesco, appena visto cadere il fratello, senza dir parola fuggì via con la rivoltella in mano ed ò inteso che si sia tentato suicidare, ma io non vi ò da poter dir nulla in proposito perché fin da ieri sera non l’ho più visto, né so ove ora si rattrovi
Il Brigadiere Salerno interroga gli altri componenti della famiglia, l’anziano padre Filippo, la sorella diciassettenne Rosa e il fratello minore Pasquale, ottenendone sostanzialmente la stessa versione. Ma qualcosa sembra non quadrare. Per esempio il taglio sul sopracciglio sinistro con un vistoso ematoma che presenta il capofamiglia
- Questa lesione me la procurai due sere fa vicino al lucernario mentre allo scuro cercavo un fiammifero per accendermi la pipa
Poi un piccolo passaggio del racconto fatto da Rosa che smentisce sua madre
- Ieri sera mio fratello Francesco, perché festa e non potendo perciò lavorare, si prese la sua rivoltella ed essendo questa guasta se la mise ad accommodare. Per far ciò si andò a sedere nel focolare e per vederci meglio si mise due luci, l’una dal lato destro e l’altra dal sinistro. Mentre egli faceva tale operazione, l’altro mio fratello Vincenzo si sedè di spalle a lui sul gradino del nostro focolare. Si stava così in casa quando di un tratto s’intese un colpo che partì da detta rivoltella e vedemmo mio fratello Vincenzo cadere bocconi per terra senza profferire verbo
Un terzo aspetto che non quadra nell’aspetto del cadavere è una lievissima lesione alla gola e più propriamente sotto il mento, quasi ad angolo ottuso della grossezza di un grosso filo di cotone, sulla quale vi è ancora del sangue.
Francesco era seduto oppure, come sostiene sua madre, era in piedi? E come e perché è stata prodotta la lesione sul collo? Forse l’autopsia sul corpo di Vincenzo Cavalcante chiarirà questi dubbi. Intanto il Brigadiere, avvisato il Pretore di Cerzeto, fa visitare l’anziano Filippo e il sospetto che la famiglia Cavalcante nasconda qualcosa aumenta perché il medico certifica che la ferita data da undici ore ed è stata prodotta da istrumento tagliente.
L’autopsia non chiarisce se il colpo sia stato esploso dalla rivoltella di Francesco mentre questi era in piedi o seduto, ma dice con certezza che Vincenzo dava le spalle a suo fratello quando fu colpito e che il proiettile, sicuramente di calibro 9 millimetri, ha attraversato tutto il cervello. Non chiarisce nemmeno da quale distanza sia stato esploso il colpo fatale e riguardo alla graffiatura sul collo dice solo che è stata di nessunissima conseguenza.
Rimanendo i dubbi immutati, il Pretore crede opportuno fare eseguire una perizia tecnica sul punto esatto dove i due fratelli si trovavano al momento della tragedia per stabilire se la versione data dai Cavalcante sia verosimile o meno. È la mattina del 19 dicembre. Il perito Emanuele Serrago non ha dubbi:
Osservata la posizione del luogo venendo ad un esperimento di fatto nel modo come venne riferito dai parenti dell’ucciso, è assolutamente impossibile che la loro tesi possa reggere. Infatti se fosse vero che il Francesco Cavalcante caricava la rivoltella quando questa esplose il proiettile, non è assolutamente possibile che potesse ferire il fratello Vincenzo che, come dicono i parenti, trovavasi seduto sul gradino del focolare, per la semplicissima e chiara ragione che chi carica la rivoltella, la canna di essa la tiene con la mano sinistra mentre con la destra mette le capsule nel cilindro e per conseguenza deve assolutamente tenere la canna rivolta nel modo obbliquo e la bocca di detta canna deve essere rivolta all’insu. Ora, se come vogliono far credere i parenti dell’ucciso, il Francesco caricava il revolvers, la canna, per le sopradette ragioni, doveva essere volta in aria e da destra verso sinistra e se anche il Vincenzo fosse stato seduto come essi affermano sul gradino del focolareed il Francesco in piedi caricando la rivoltella, anche che esso Vincenzo si fosse alzato quando la voluta combinazione faceva partire il colpo, il proiettile non poteva ferire detto Vincenzo, ma il proiettile doveva conficcarsi nel muro della cucina od almeno per una combinazione strana ed impossibile, la palla poteva ferire il Vincenzo, detta lesione doveva assolutamente venire nella parte anteriore della faccia, giammai nella regione occipitale ove in effetti trovasi la ferita. Ed a convincersi vi è maggiormente di quanto sopra, basta la misura del luogo ove i parenti dicono avvenne la morte. Infatti, misurata la distanza dallo spigolo del balcone, che si prende per centro nella presente perizia, al punto della scala del focolare, ove si vuole dai detti parenti al  momento del ferimento, essa è di centimetri 61; misurata l’altra distanza dal termine della scala di detto focolare dalla mano destra verso la sinistra, sito ove era seduto il defunto Vincenzo all’atto del suo ferimento, è lunga centimetri 37, eguale distanza che è pure dal lato sinistro verso destra. Misurata l’altra distanza, sempre dallo spigolo del suddetto balcone, a quella ove i parenti dell’ucciso vogliono far credere che si trovava la bocca della rivoltella che caricava il Francesco, essa è di centimetri 41 e l’altezza da terra è di centimetri 120. l’altezza della scala del focolare è di centimetri 29 e la sua larghezza di centimetri 23. per le suddette ragioni giudico quindi che è assolutamente impossibile potere essere avvenuta la lesione riportata dal Vincenzo Cavalcante nel modo come vogliono far credere i suoi genitori, sia dalla suddetta osservazione dei luoghi e dalla posizione dell’ucciso ed uccisore, sia ancora dal sito ove detta lesione si osserva.
Condivisibile o meno che sia la perizia (è proprio certo che l’arma fosse una pistola a tamburo e non, per esempio, a carica verticale?), le affermazioni di Emanuele Serrago hanno l’indubbio merito di smuovere le acque. Infatti il pomeriggio dello stesso giorno l’anziano Filippo Cavalcante, accompagnato dalla moglie e dai due figli rimasti in casa, si presenta dal Pretore e cambia versione, subito imitato dagli altri, e racconta un’altra storia:
Sono le 16,30 di domenica 17 dicembre 1893, il sole è appena tramontato e il cielo manda gli ultimi bagliori rossastri dietro le montagne a occidente di Torano Castello. Il ventenne sarto Francesco Cavalcante è andato nella sua bottega a prendere della roba da cucire a casa e anche un organetto. Sta chiudendo la sua bottega quando si fermano due suoi amici per salutarlo. Francesco porge l’organetto che gli rende difficile chiudere la porta della bottega a uno dei due, Santo Lancillotta, e dice loro
- Venite a casa mia che ci facciamo una suonata e una cantata! – i due amici accettano e tutti insieme vanno a casa di Cavalcante dove trovano i genitori, i fratelli minori e una loro vicina di casa, Annunziata Fazio. Francesco chiede a suo padre il permesso di suonare e, ricevutolo, la festicciola può cominciare, andando avanti per una mezz’oretta in allegria. Poi entra Vincenzo, il quale, nervoso per i fatti suoi, se ne vorrebbe stare tranquillo e non gradisce tutto il baccano che c’è in casa
- Qui non si suona, se vuoi suonare va fuori di casa! – urla Vincenzo a suo fratello che smette immediatamente. I due amici di quest’ultimo, credendo che quella offesa fosse stata rivolta a loro, rimettono in testa i propri cappelli e se ne vanno, mentre interviene l’anziano genitore che rimprovera Vincenzo
- Il padrone di casa sono io e in questa casa si fa quello che voglio io, non permetterti mai più di fare quello che hai fatto adesso!
Vincenzo, irritato da tali parole montò in furie e, dato di piglio alla sbarra del finestrone, si scaglia contro il padre, ma il pronto intervento della madre, della sorella e della vicina che lo disarmano, impedisce che accada qualcosa di grave. Vincenzo però è davvero infuriato e afferra una scure e con questa colpisce alla fronte il padre che cade a terra accanto al caminetto acceso.
Gli salta addosso e cerca di colpirlo di nuovo. Poi la detonazione di un colpo di rivoltella e Vincenzo che cade a terra senza emettere un lamento. Un rivolo di sangue comincia a sgorgargli dalla testa, ma respira ancora. Dietro di lui c’è suo fratello Francesco con in mano l’arma ancora fumante che esclama
- Madonna miamadonna mia
Poi si punta l’arma al petto e fa fuoco proprio mentre la vicina di casa, che gli è accanto, si accorge del movimento e gli tocca il braccio facendo deviare il colpo che ferisce solo superficialmente la mammella sinistra di Francesco il quale, dopo un lunghissimo attimo di smarrimento, scappa via.
Il resto, finora, lo conosciamo.
Ciò che ancora non sapevamo è che, mentre a Torano si pratica l’autopsia sul cadavere di Vincenzo, si svolge la perizia tecnica, si dicono cose e poi si ritrattano, si interrogano testimoni, nella caserma dei Carabinieri di Cosenza, alle 13,00 del 18 dicembre Francesco Cavalcante si è costituito ed è stato subito interrogato
- Mi ritirai a casa suonando un organetto. Ivi giunto chiesi il permesso a mio padre di suonare e, avendomelo concesso, seguitai. Dopo poco, essendo andati via i miei amici, io sospesi da suonare e conservai l’organetto in una cassa. Poscia, armatomi di rivoltella, per la cui asportazione non sono munito di licenza, mi avviai verso la porta di casa per recarmi alla mia bottega di sarto per prendere del lavoro, ma nell’atto di uscire, osservai che il defunto mio fratello Vincenzo dato di piglio ad una scure, vibrò con la stessa un colpo a mio padre nella regione temporale. Allora fu che io tornai sopra i miei passi per interpormi e per non fare replicare i colpi a mio fratello con la scure, ma siccome tenevo la rivoltella ancora nelle mani, nel movimento che feci, casualmente partì un colpo che produsse a mio fratello una lesione alla regione occipitale, da farlo stramazzare a terra tramortito. Io, vedendo che senza concorrervi per nulla la mia volontà, avevo prodotto l’uccisione del mio fratello, preso dal dispiacere cercai suicidarmi esplodendomi contro alla parte sinistra del petto, nei pressi del cuore, un colpo con la stessa rivoltella e se non raggiunsi lo scopo si fu perché Annunziata Fazio fu sollecita ad afferrarmi il braccio, facendo in tal modo deviare in parte il proiettile
- E la rivoltella?
- Io non so cosa si fosse fatto della mia rivoltella perché quando mi sparai mi cadde dalle mani, quindi non posso dire da chi fu raccolta… forse Annunziata può dirlo…
Annunziata Fazio è l’unica persona che potrebbe chiudere la faccenda raccontando come realmente sono andate le cose. Ne nasce una terza verità, più o meno a metà tra la versione di Francesco e quella dei suoi familiari i quali, oltre ad aver perso Vincenzo, hanno il timore di poter perdere anche Francesco per molti anni
- Francesco si prese l’organino e si mise a suonare dopo averne chiesto il permesso al padre. Suonando, il Vincenzo montò in furia e disse parole offensive all’indirizzo del fratello e del padre. A tali parole i due amici di Francesco se ne andarono, ma anche allora continuò la quistione tra i due fratelli. Finalmente Francesco disse di volere andare alla sua bottega per prendersi del lavoro e si armò di rivoltella. Ma nell’andarsene disse una parola all’indirizzo del padre che io non compresi; vidi però che a quella parola il Vincenzo scattò come una vipera dalla sedia ove era seduto e, afferrata una grossa mazza, si avventò contro del padre, ma essendomi interposto io e gli altri della casa giungemmo a levargli la mazza, ma egli immediatamente prese una scure e ad onta che io l’avessi tenuto stretto per non farlo muovere, menò un colpo al padre  sul sopracciglio sinistro. Cadde il padre e lui sul padre. In questo mentre Francesco si avvicinò a difendere il padre e, tenendo la rivoltella in mano, partì un colponon so dire se se il colpo fu involontario o diretto espressamente contro del Vincenzo, è certo però che il revolver era senza la sicura
- Dove erano posizionati?
- Quando partì il colpo, Vincenzo trovavasi vicino al balcone, ove restò morto; il fratello Francesco era distante da lui non più che un metro
- Si, ma come? Di fronte, di lato, di spalle…
- Quando Vincenzo teneva il padre di sotto e dal revolver partì il colpo, detto Vincenzo stava a questo voltato di spalle. Non so però precisare se Francesco stava sempre ad un metro di lontananza del Vincenzotrovavasi più alla parte destra
- Nessuno ce lo ha detto finora… qual è il carattere di Francesco? È possibile che abbia sparato volontariamente?
- Francesco per nulla viene alle mani e spesso si ubbriaca perché qui tutti bevono il vino
Adesso che Francesco Cavalcante è rinchiuso nel carcere del capoluogo, dove si è costituito, l’indagine è condotta direttamente dal Giudice Istruttore il quale richiama il dottor Carlo Musacchio che ha effettuato l’autopsia e gli pone, a differenza di quanto fece il Pretore, un quesito estremamente preciso:
Se Vincenzo Cavalcante, stando quasi in ginocchio a terra, ove teneva fermo il padre con le mani, poteva il proiettile, spinto mercè la rivoltella che impugnava il fratello con la mano sinistra stando alle spalle di Vincenzo e nell’atto che si curvava sullo stesso, penetrare dalla regione occipitale sinistra percorrendo il tratto interno della scatola cranica, cioè non solo il lobo sinistro, ma anche il destro nella direzione d’entrata?
Il dottor Musacchio nemmeno questa volta risponde con chiarezza:
Il tragitto percorso dal proiettile mi fa ritenere che il colpo ha dovuto essere esploso mentre il Vincenzo era alzato o in ginocchio sul padre e non ha potuto essere mai esploso dalle spalle dalpoichè in tale ipotesi si avrebbe avuto il foro di entrata da dietro con direzione in avanti. stante ciò, Cavalcante Francesco trovavasi di lato alla parte sinistra di suo fratello Vincenzo, salvo che non voglia ammettersi che questi, facendo un movimento col capo offrendo la parte sinistra dello stesso, il revolver nell’esplodere abbia potuto il proiettile penetrare dal lato per dove lo fu.
Stante ancora l’incertezza, il Giudice Istruttore va personalmente nella casa dei Cavalcanti per effettuare una nuova perizia sui luoghi, o meglio sui pochi centimetri quadrati, dove si è consumata la morte di Vincenzo Cavalcante, ma questa volta a collocare i personaggi sulla scena del delitto non sono più i familiari, ma Annunziata Fazio, la quale conferma che Francesco si trovava alle spalle di Vincenzo, non potendolo di lato perché impedito dalla scala del focolaio.
Cosa significa tutto questo? Significa che bisogna rivedere la perizia necroscopica, incarico affidato al dottor Pasquale Rossi di Cosenza il quale stronca subito il lavoro del suo collega. Abbiamo incontrato delle serie difficoltà per il modo monco ed inesatto con il quale detto referto fu condotto. Oltre alle continue inesattezze anatomiche, manca la descrizione del tramite della ferita, la sua direzione, gli organi incontrati e devastati. Il medico necroscopo parla, a ragione d’esempio, due volte della regione sulla quale si trova il forame d’entrata, ebbene la prima volta lo colloca nella regione parieto-occipitale, la seconda nella regione occipitale. Altra volta parla della massa cerebrale lesa dal proiettile, altra volta invece della massa cerebellare; né tutte queste inesattezze vengono chiarite dalle spiegazioni fornite a V.S.I.
Ma Rossi non si scoraggia e va avanti nel suo lavoro cercando di rispondere al quesito già posto a Musacchio e sostiene che certamente colui che esplose dovea trovarsi di dietro ed alle spalle della persona verso cui fu tirato il colpo. A determinare questa posizione dell’uccisore e dell’ucciso non monta il fatto che una volta il forame d’entrata sia stato allogato nella regione occipitale di sinistra o nell’occipo-parietale dello stasso lato. La differenza topografica dall’una all’altra regione è di qualche centimetro, ma resta fermo, nell’un caso e nell’altro, che chi con arma da fuoco ferisce in detta ragione bisogna si trovi alle spalle del ferito. Un’altra domanda riflette la posizione dei due se, cioè, il ferito si trovava in quel momento ginocchioni a terra o all’impiedi dinanzi al feritore. Il medico necroscopo dice che tale posizione era indifferente. A noi, in vero, pare che mai sia stato detto errore più marchiano di medicina legale, essendo sempre il corso del proiettile modificato dalla posizione reciproca per riguardo all’altezza di chi è feritore e di chi è ferito. Noi, tenendo conto dell’incompleta descrizione del decorso del proiettile, crediamo che il Vincenzo abbia ricevuto il colpo stando in ginocchioni; si spiega così come la massa cerebellare sia stata interessata a preferenza della massa cerebrale.
Poi va al nocciolo della questione: è stato un fatto accidentale o volontario?
Questo è l’unico punto nel quale siamo d’accordo con il perito necroscopo: nulla dall’esame della ferita, dalla posizione del cadavere, da altre circostanze medico-legali emerge che faccia propendere verso l’un criterio o l’altro: tale quistione sfugge al nostro giudizio giacché con sicura coscienza ogni termine di paragone pro o contro ci manca, conclude.
 Un altro buco nell’acqua. È il 2 maggio 1894.
A questo punto al Giudice Istruttore viene in mente che, siccome l’arma del (presunto) delitto non è mai stata rinvenuta, nessuno ha chiesto a Francesco Cavalcante di descriverla
- La rivoltella che io asportavo era di sistema verticale del calibro di 12 millimetri
12 millimetri? Il dottor Musacchio aveva scritto assolutamente 9 millimetri! Invece il dottor Rossi e il dottor Eugenio Barbieri, sostengono che l’arma feritrice fu un revolver di piccolo calibro, un’arma cioè che non contenendo nella propria carica stoppaccio ed essendo scarsa la polvere colla quale si monta la capsula e quella che si trasforma in gas senza parte carbonica, così anche esplosa a breve distanza, difficilmente lascia tracce di ustione e di annerimento. Se a queste contraddizioni aggiungiamo che nemmeno il perito incaricato dal Giudice Istruttore di chiarire se un’arma a carica verticale può facilmente esplodere dei colpi non voluti, ne fa cenno, la confusione è totale.
Con facilità il cane della rivoltella in parola, che essendo del sistema verticale tecnicamente si dice a “spilla”, ad ogni movimento di urto che riceve, può in parte inarcarsi e non raggiungendo la posizione di sicurezza cade sulla capsula e quindi avviare lo sparo di essa.
Alla domanda se un individuo, avendo la rivoltella del sistema sopradetto nella mano sinistra, cerca di togliere un altro individuo che, quasi in ginocchio, tiene fermo a terra un terzo, può la detta rivoltella esplodere senza tirare il grilletto, Vincenzo Costanzo, trentanovenne armaiolo del Distretto Militare, risponde: Con molta probabilità la rivoltella del sistema a spilla, nel caso indicatomi, al movimento che fa l’individuo che cerca dalle spalle sollevare colui che trovasi sopra l’altro a terra, urtando in qualsiasi modo il cane, anche sulle vestimenta, può esplodere per la ragione sopradetta.
Un tragico e fatale incidente è possibile, ma la Procura Generale del re sostiene la tesi dell’omicidio volontario e per questo reato chiede il rinvio a giudizio di Francesco Cavalcante. È il 30 giugno 1894.
Anche la Sezione d’Accusa è su questa linea e il 17 luglio 1894 rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, dove il dibattimento inizierà il 17 ottobre successivo, a dieci mesi esatti dal fatto. Il giorno dopo la giuria emette il verdetto: colpevole di omicidio commesso per negligenza o imprudenza. In soldoni fanno 4 anni, 2 mesi e 25 giorni di reclusione.
Il 2 marzo 1895 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell’imputato.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 19 ottobre 2018

STUPRATA


È ancora notte quando la ventenne Ersila Lombardo e sua sorella Carmela, che di anni ne ha 16, sentono bussare alla porta
- Carmela, Carmela alzati che dobbiamo andare a lavorare! – a chiamare la ragazza è Emilia Sperlungo
- Ma è notte, sono le due!
- Alzati, ti dico! E fai alzare pure tua sorella e dille di accompagnarti fino a casa mia… ho lasciato la porta aperta e devo andare a chiuderla… Ersilia, sbrigati ad alzarti! – incalza
-E i fratelli Cipolla? Sicuramente stanno dormendo… manca un’ora all’appuntamento – protesta Carmela dopo aver visto l’ora alla sveglia
- Li andiamo a svegliare quando partiremo da casa mia
È una cosa molto strana, sarebbe molto più semplice che Emilia vada a casa a chiudere la porta  e poi torni indietro a prendere Carmela e quindi, insieme, andare a svegliare i fratelli Cipolla, ma la donna insiste e insiste fino a che Ersilia acconsente ad accompagnare la sorella.
Le due ragazze si avviano lungo la strada rischiarata dalla fioca luce della luna e quando arrivano all’altezza del ponticello in località Crocicchio di San Marco Argentano, vedono un uomo ravvolto nel suo mantello e col cappello calato sugli occhi. Stringendosi l’una all’altra affrettano il passo e vanno oltre, senza che l’uomo si interessi a loro
- Finalmente siete arrivate! – dice Emilia – Carmela, tu entra e siediti, Ersilia viene con me a cercare una gallina nel pollaio…
Le due sorelle si guardano, poi Ersilia alza le spalle e fa segno a Carmela di entrare, mentre lei va con Emilia verso il pollaio. Appena fatti due o tre passi fuori dalla porta, Ersilia nota, in un ristrettissimo vano terreno destinato a cucina, la presenza dell’uomo col mantello che avevano incontrato poco prima. Lo riconosce, è Michele Scarniglia, l’amante di Emilia!. L’uomo l’afferra per un braccio e la tira verso di sé mentre Emilia  le tappa la bocca
- Taci chè non è niente… vieni chè non è niente… – le sussurra all’orecchio Emilia
Camminando così, con Michele Scarniglia che la tira per le braccia ed Emilia che le tiene la bocca tappata spingendola, i tre percorrono qualche decina di metri, fino ad entrare nel fondo di Vincenzo Spinelli. La buttano a terra e Michele, mentre la sua amante tiene ferma la ragazza, le strappa la gonna e la violenta per due volte di seguito. Ersilia è terrorizzata e incapace di muoversi e parlare. Solo adesso Emilia la lascia e dice al suo amante
- Se non si sta zitta falla stare anziché un’ora, due ore! – poi se ne va. Sono le 3,00 del 29 marzo 1916.
Michele Scarniglia la violenta altre due volte prima di lasciarla andare.
Carmela sta aspettando da mezz’ora quando Emilia rientra a casa
- Dov’è mia sorella? – le chiede
- È rimasta qui vicino a soddisfare un bisogno corporale… – le risponde con noncuranza mentre si pettina. Passa ancora del tempo ma Ersilia non torna
- Ma dov’è? – insiste Carmela
- Sta zitta! L’ho lasciata a parlare con Michele Scarniglia… non avere paura
Finalmente, dopo un altro quarto d’ora, arriva Ersilia, tutta sbigottita e con la gonna strappata
- Fuoco mio commare Emilia che mi hai fatto stamattina! – esclama con gli occhi pieni di lacrime
- Sta zitta che sente Filippo Avolio! – la rimprovera la donna
- Che ti è successo, sorella mia? – fa Carmela ed Ersilia, piangendo, le racconta tutto. Poi Carmela, rivolta a comare Emilia, dice – Se mia sorella “scompare”, mio padre la caccerà di casa
- Non aver paura, non uscirà incinta perché Michele ha usato il condò – la rassicura, cinicamente, la donna
- Andiamo a casa a raccontare tutto a mamma e papà – fa Carmela a sua sorella
- Se parlate Michele vi ammazzatu – continua rivolta ad Ersilia – chiedi quello che vuoi, ma non parlare
Adesso sono terrorizzate tutte e due e seguono il consiglio della commare. Però ora bisogna sbrigarsi, c’è da andare a lavorare in contrada Fiego. Emilia e Carmela vanno a svegliare i fratelli Cipolla, mentre Ersilia torna a casa, nasconde la gonna strappata e le mutande sporche di sangue, e si rimette a letto.
Passa qualche giorno e Carmela incontra commare Emilia, che le dice, quasi con un senso di soddisfazione
- La notte dopo Michele ha dormito con me e mi ha detto che tua sorella l’ha trovata vergine perché gli ha sporcato la camicia di sangue e adesso anche tu devi incontrarti con Michele… ah! Mi ha detto che le ha comprato una camicetta e in seguito le darà anche dei quattrini… ma tu zitta, intesi? – la ragazzina abbassa gli occhi e fa segno di si col capo
L’uomo è di parola: la camicetta, celeste, l’ha comprata davvero e gliela manda tramite la sua amante che gliela dà di nascosto una mattina che vanno insieme a lavorare. Ersilia non la vuole ma in mezzo alla strada non può fare scenate, così lascia l’involto a casa di una conoscente: lo andrà a ritirare al ritorno dal lavoro. E così fa, ma quando arriva a casa, approfittando che non c’è nessuno, accende il fuoco e la brucia, le fa schifo quella stoffa che è stata toccata dai suoi carnefici ed è il simbolo del suo disonore.
Ma pare che in questi giorni Emilia cominci ad avere un po’ di paura, temendo che le due ragazze non mantengano il segreto. Prima propone ad Ersilia di emigrare con lei in America pagandole il viaggio, poi qualcuno la sente dire a Michele di tacere la cosa qualora fosse stato interrogato dai Carabinieri e allora le voci cominciano a girare incontrollte e i più maliziosi si spingono a chiederle come mai non sia andata alla predica della settimana santa
- Sono sfortunata perché il mio nome è sempre sulla bocca del vicinato perché Vincenzo Spinelli, che si mantiene mia sorella Angiolina, ha detto che Michele Scarniglia frequenta la mia casa ma invece va in cerca di altra donna che porta un nome simile al mio
Il danno sembra ormai fatto.
- Sarebbe meglio che Ersilia non mi querelasse perché mi scolperò anche ricorrendo al mendacio – confida a Raffaela Tripicchio il 7 maggio
Si, il danno è proprio fatto: le voci arrivano all’orecchio del padre di Ersilia il quale esige una spiegazione da sua figlia, che è costretta a raccontare tutto.
È la mattina dell’11 maggio. Ersilia e suo padre bussano alla porta della caserma dei Carabinieri di San Marco Argentano. La ragazza, piangendo sotto lo sguardo severo del genitore, racconta tutto al Maresciallo Maggiore Alberto Rivoiro e aggiunge
- Col consenso di mio padre qui presente mi querelo formalmente contro Michele Scarniglia ed Emilia Sperlungo e richiedo la loro punizione
Rivoiro, noto per la sensibilità verso le donne vittime di violenza e per la sua inflessibilità nei confronti dei violenti, pratica subito le indagini e riscontra che le accuse attribuite allo Scarniglia e alla Sperlungo sussistono nelle modalità narrate dalla sedotta, quindi procede al fermo della donna per farla parlare
- In tale sera, e precisamente verso le 2 antimeridiane del 29 marzo, mi alzai dal letto e mi recai alla vicina abitazione di Carmela Lombardo per invitarla a recarsi secome al lavoro in contrada Fiego. Nel ritorno che feci per raggiungere la mia casa, in attesa che la Carmela si preparasse per raggiungermi, nella località intesa Crocicchia, ove vi è un ponte, m’imbattei con certo Scarniglia Michele, inteso Picocca, con cui mi accompagnai fino alla parte posteriore della mia abitazione, avviandomi poi da sola in quest’ultima. Pochi minuti più tardi sopraggiunsero la Carmela Lombardo e la di costei sorella Ersilia. Dissi allora alla Carmela di rimanere ad attendere in casa, mentre io, tolta una chiave da una parete del muro, invitai la Ersilia ad uscire secome per andare a governare una gallina. Allontanateci di sei passi circa dalla soglia dell’abitazione, trovammo lo Scarniglia con cui la Ersilia si allontanò
Rivoiro non crede ad una sola parola del racconto di Emilia e annota che si tratta di uno specioso pretesto quello della gallina da governare e che, comunque, il racconto è interamente falso. Continuando le indagini, Rivoiro viene a sapere che Emilia, per sviare i sospetti, accusò Ersilia Lombardo di avere avuto relazioni intime col quindicenne Aristide Cittadino, inteso Moschino, relazioni che questi ammise, ma non nella forma intima, inquantochè avrebbe avuto semplicemente la durata di un mese e si riferirebbe al maggio dello scorso anno. Poi aggiunge: Per quanto manchino prove specifiche atte ad avvalorare il reato di violenza carnale attribuito allo Scarniglia, siamo nullameno convintissimi della sussistenza di esso e richiamiamo contro lo Scarniglia medesimo tutta l’attenzione dell’autorità competente per quei salutari provvedimenti che ravvisassero di adottare in suo confronto, intesi a salvaguardare l’onore di tante povere ragazze che egli continuerà certamente a sfruttare. Invochiamo, in pari tempo, il massimo rigore contro la Sperlungo la quale, evidentemente a scopo di lucro e per compiacere allo Scarniglia, sazio di lei, nulla lasciò d’intentato per trascinare alla prostituzione l’inesperta e ingenua Ersilia Lombardo, ricorrendo all’inganno per riuscire più facilmente nel suo intento.
Il Pretore di San Marco sposa la tesi del Maresciallo Rivoiro e spicca i mandati di arresto nei confronti dei due amanti. Michele Scarniglia viene subito arrestato, mentre per Emilia i ferri ai polsi vengono serrati il 4 giugno successivo.
L’imputata viene messa a confronto con le sorelle Lombardo e con tutte le persone alle quali ha fatto delle confidenze e tutte confermano le accuse, mentre lei si difende modificando la dichiarazione fatta ai Carabinieri, dicendo che Ersilia, lasciata la sorella, se ne andò immediatamente a casa. Ovviamente non può sapere ciò che, eventualmente, accadde dopo.
Michele Scarniglia si difende dicendo che conosce solo di vista Ersilia e di non avere mai avuto con lei rapporti e molto meno rapporti carnali. L’avvocato Giuseppe Sacchini, difensore dell’uomo, rincara la dose e sostiene che si tratta di un trucco abilmente inscenato. A dimostrarlo basterebbe la tardività della querela.
Ersilia viene fatta sottoporre a visita medica per accertare, se possibile, da quanto tempo abbia perso la verginità ed il dottor Ernesto Sarpi attesta che la Lombardo presenta tutte le note della pubertà: dal vantaggioso sviluppo pilifero, accentuato principalmente sul monte di Venere, alla costituzione delle grandi labbra, dalle ninfe all’ostio vaginale. La forchetta si mostra anch’essa integra e regolarmente conformata. L’imene, che in origine aveva forma ovolare, presenta in tre punti diversi delle lacerazioni irregolari. I bordi dello stesso sono ancora tumidi con accenno di flogosi reattiva in via di guarigione e tali da mostrare che le carnucole mirtiformi non sono ancora in via d’involuzione atrofica. Il canale vaginale non è rilasciato e la mucosa che lo riveste non presenta ulcerazioni e ha colorito roseo e secerne poca quantità di muco biancastro, consistente ed attaccaticcio. Giudico che la Lombardo è stata deflorata di recente e cioè da un periodo di non oltre cinquanta giorni e che la stessa non è adusata a ripetuti coiti.
La difesa di Scarniglia ottiene di far eseguire una revisione della perizia e i risultati sono opposti a quelli descritti da Sarpi. Osserva il dottor Enrico Canonico: A me sembra strano dopo un mese e mezzo dal consumato coito il constatare le note di una recente deflorazione e molto contraddittoria la conclusione del dott. Sarpi nel giudicare che la Lombardo è stata deflorata di recente, quando nella sua perizia si parla chiaramente di formazione cornucole mirtiforme che, quali residuali lembi cicatriziali, sono espressione esatta, precisa di un coito di data più o meno antica. Concludendo: dalle note anatomo-patologiche rilevate e descritte dal collega Sarpi non si può stabilire l’epoca più o meno precisa dell’avvenuta deflorazione, riscontrandovisi confusamente lesioni e stati patologici che si riferiscono ad epoca recente e, nel tempo stesso, ad epoca remota.
Chi avrà ragione?
Nel frattempo si presentano a testimoniare alcune persone che non sono affatto sicure della moralità di Ersilia, la quale sarebbe stata vista varie volte passeggiare da sola con Aristide Cittadino e, addirittura, di averlo visto entrare in casa della ragazza senza che vi fosse la presenza dei genitori. Altri sostengono di averla vista mentre, in un bosco, aveva relazioni intime con Ernesto Vivone, ma tutti e due gli interessati smentiscono recisamente
- Nell’aprile passato ero nella mia bottega di calzolaio in Piazza Selvaggi – racconta Ernesto Vivone –. Vista lì vicino Ersilia Lombardo, mandai a dirle per mezzo di mio fratello Alberico, di pagarmi la riparazione fatta ad un paio di scarpe sue. La Lombardo mi fece intendere che desiderava parlare con me ed all’uopo, con la mano mi fece segno di andare verso la via che va al Cimitero. Io andai ad attenderla vicino al Calvario, che trovasi su detta strada, per la quale essa doveva passare per recarsi a casa, e quando la vidi arrivare ci addentrammo un poco nel viottolo adiacente al Calvario ed ivi avemmo un colloquio circa il pagamento della riparazione. Io ero seduto a terra ed ella stava in piedi e in tale atteggiamento fummo veduti… non è vero quanto dicono…
- Non nego che per istrada, incontrandomi qualche volta con la Lombardo, ebbi a passeggiare con lei. D’altronde il mio amoreggiamento era pure conosciuto dalla di lei madre ed io qualche volta feci visita in casa dei Lombardo, trovandoci sempre i genitori di Ersilia… – dice Aristide Cittadino, che aggiunge – poi sono stato costretto da mio zio a lasciarla per la ragione  della differenza di condizione sociale, essendo la Lombardo una contadina ed io un operaio
Per gli inquirenti le cose sono chiare. Il 10 ottobre 1916 la Procura Generale del re chiede il rinvio a giudizio di Michele Scarniglia con l’accusa di violenta congiunzione carnale commessa in luogo pubblico e col concorso simultaneo di due persone; per Emilia Sperlungo l’accusa è di concorso nel reato suddetto. Entrambi dovranno rispondere anche del reato di minaccia di grave e ingiusto danno in pregiudizio di Ersilia Lombardo.
La Sezione d’Accusa concorda e il 28 ottobre successivo rinvia gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento inizia il 18 gennaio 1918 e Michele Scarniglia fornisce alla Corte, finalmente, la sua versione del fatto, finora negato
- Io sapevo che la Lombardo si era data ad Aristide Cittadino e la sera prima del fatto le chiesi ed ottenni un appuntamento pel mattino successivo, in vicinanza del ponte. La Lombardo fu puntuale e la trovai sul posto. Io avevo il mantello e fu la stessa Lombardo che lo prese, lo distese per terra e vi si adagiò e restammo assieme una mezzoretta. La Sperlungo non la vidi affatto e dichiaro che questa donna era stata mia amante un anno prima
Ersilia nega recisamente e continua a sostenere la sua versione. Il Pubblico Ministero si rende conto che il racconto fatto da Michele può fare facilmente breccia nella giuria, interamente maschile per legge, così cerca di salvare il salvabile ritirando l’accusa di violenza carnale e formulando l’accusa meno grave di ratto con inganno. La difesa sostiene invece l’innocenza dei due imputati.
Il 24 gennaio la giuria, come temeva il Pubblico Ministero, assolve Michele Scarniglia ed Emilia Sperlungo per non aver commesso il fatto.
Gli anni a venire dimostreranno che il Maresciallo Maggiore Alberto Rivoiro aveva ragione: Michele andava fermato. Almeno un’altra ragazza è caduta nelle sue grinfie.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.