martedì 15 gennaio 2019

QUESTO ROMANZO NON S'HA DA PUBBLICARE


- La sera di venerdì scorso 23 novembre 1923 mi trovavo in Piazza Piccola in compagnia del signor Carmine Calabrese, quando mi si avvicinò un ragazzo, fratello del professor Mariano Gentile, e mi invitò a recarmi nella redazione del giornale “Il Corriere di Cosenza”, sita pure in Piazza Piccola, dove mi aspettava per parlarmi il signor Nicola Gentile di Marano Marchesato – il tono del ventisettenne tipografo Bonaventura Sartù è pacato, ma il suo nervosismo è tradito da un leggero tremore delle dita nell’avvicinare una sigaretta alle labbra e il Commissario Alfonso Vertuli non può non accorgersene –. Appena entrai nella redazione, il signor Sicilia mi apostrofò in malo modo dicendo che per il saldo dell’ultima fattura per la stampa del giornale mi aveva dato 100 lire in più ed io risposi che ciò non rispondeva a verità. Esaurita questa questione stavo per uscire quando Sicilia mi invitò ad entrare nella sua stanza riservata dove incominciò a chiedermi notizie circa la pubblicazione di un mio lavoro sotto forma di romanzo. Gli risposi che lo avrei pubblicato in settimana e gli feci leggere il manoscritto  che avevo, per caso, in tasca – continua porgendo al Commissario alcuni fogli di carta velina scritti a macchina. Vertuli gli fa segno di fermarsi e si immerge nella lettura di quei pochi fogli
I MISTERI DELLA MANO NERA
Ovvero
La moglie del Capitano della Polizia Americana
Romanzo di Avventure di Oltre Oceano di BONAVENTURA SARTU’
Personaggi:
Mister Nick Silia       – L’uomo del Mistero
Kames Brown            – Capitano di Polizia
Livio Iarel            – Agente di Polizia
Luciano Vignon         – Gestore
Mistress Karistall      – Moglie del Capitano
------------------------------
Mister Nick Silia è da parecchi anni in America e nulla si sa di lui fino a quando, affiliatosi alla Mano Nera, comincia a frequentare luoghi che prima gli erano proibiti.
La sua prestanza fisica gli fa guadagnare la simpatia e l’amicizia di varie persone fra le quali quella di una donna, direttrice e proprietaria di una ricchissima Pensione, MISTRESS KARISTALL.
Costei era amante del capitano Kames Brown dal quale era venerata per la sua bellezza, per i suoi modi squisiti e per tutto quell’insieme di fascino che emana dalla donna, specie quando essa è di venticinque anni.
Mister Nick Silia aveva incominciato ad amare ench’egli la donna, nella quale più dell’affetto vinse la durezza del Silia, il quale aveva forse appreso che la donna non si lega mai con moine.
Nel frattempo, poiché Mister Nick aveva completamente smesso di lavorare e si era dato alla vita galante, giacché i vari colpi impunemente riusciti glielo consentivano perché era forte mercè l’ausilio della MANO NERA, strinse intime relazioni con la Karistall.
È così che lui si trova assoluto protettore della casa, dove fu tramata la perdita del Capitano il quale incominciava ad essere d’intoppo e perché possessore di una discreta fortuna. All’uopo era necessaria la complicità di LIVIO IAREL, ordinanza del capitano.
Costui, esimio pregiudicato, sebbene fosse agente di Polizia, non si fece scrupolo alcuno di accettare le reiterate offerte della Mistress e preparare insieme a Mister Nick la morte di Kames.
In un banchetto all’uopo preparato e durante copiose libagioni di Champagne viene propinato il veleno alla inconscia vittima, la cui morte viene attribuita ad improvviso malore, danco così facile agio agli assassini di impossessarsi di quanto in denaro ed in gioie il capitano era possessore. La cosa, svoltasi con molta facilità, sembrava ben riuscita, ma un bel giorno in cui la Polizia aveva cominciato a subodorare qualche cosa,  il Iarel procurò e consigliò di allontanarsi.. a ciò si aggiunga il fatto che la MANO NERA, non avendo avuto ciò che si era pattuito fra di loro per l’uccisione del Capitano e lo svaligiamento della casa, aveva incominciato a tramare, dopo alcune imposizioni ai danni degli amanti.
In seguito credettero opportuno allontanarsi da … e, con le ricchezze malamente ricavate, si stabilirono a … dove, acquistata una palazzina di elegante costruzione, vi continuarono il loro losco commercio, che era il mezzo per poter ivi attirare le loro prede.
Le cose continuarono così per un certo tempo, secondo l’indirizzo da loro dato.
In questa nuova residenza vi capita un ricco negoziante che ben presto, sebbene di età avanzata, si innamora della Karistall della quale diviene l’amante e destinato anche lui a scomparire misteriosamente, dopo esser stato derubato di una buona parte dei suoi averi.
Poiché con l’ultimo colpo di pugnale era riuscito ad aumentare di molto i suoi capitali, Mister Nick, credendosi completamente immune di fronte agli occhi della Polizia, pensa bene di acquistare altra palazzina da servire allo stesso scopo della prima e migliorare, così, il commercio che gli andava molto bene.
La Polizia intanto indagava e pare che incominciasse a trovarsi su buona pista, così un bel giorno i due amanti ed una presunta nipote sono costretti a riparare in Europoa, lasciando ad un cognato la gestione del turpe commercio.
La fuga è determinata non solo dall’intervento della Polizia, ma anche dalle minacce della MANO NERA che non era mai stata soddisfatta di quanto Mister Nick Silia aveva loro promesso
- E questo sarebbe un romanzo? – gli fa il Commissario, quasi buttandogli i fogli in faccia
- No… è il prologo… se volete vi faccio leggere il primo capitolo…
- No! Meglio che continuiate a raccontare i fatti del 23 novembre perché finora non ho capito granché
- Allora, ero arrivato al punto in cui ho dato il manoscritto a Sicilia. Lo lesse e cominciò a criticare affermando che io volevo pubblicare il romanzo al solo scopo di ricattarlo. Risposi che non era vera: prova ne era il lavoro. Sicilia si alterò e chiamò in suo aiuto gli altri redattori del giornale, suo fratello Guglielmo, il professor Mariano Gentile, l’avvocato Francesco Cribari, il ragionier Giovanni Stumpo, Francesco Stumpo e il dottor Vincenzo Sicilia che mi investirono in malo modo minacciandomi ed affermando che non potevo lottare contro i motiani e che se avessi pubblicato il lavoro avrebbero, a forza di quattrini, trovato persone disposte a confermare quanto il Sicilia affermava e cioè che io aveva chiesto al Sicilia 100.000 lire per non pubblicare il lavoro. Ad evitare una discussione violenta, mi accomiatai, se non che trovai l’uscio chiuso a chiave, guardato dal signor Gentile il quale, a nessun costo, voleva farmi uscire. Alla violenza che mi si faceva opposi la minaccia di ricorrere alle armi per uscire dal locale. Solo in questo modo la discussione ebbe termine. Vincenzo Aloe e Rodolfo Corigliano, passando dalla strada, intesero il baccano e si accostarono
- Quello che non ho capito in quanto non lo avete detto, è perché Sicilia ritiene il vostro lavoro un tentativo di ricatto – chiede, perplesso, il Commissario
- Non lo so… – risponde con aria candida – effettivamente tale romanzo non contiene nulla di allusivo per Sicilia, come è facilmente rilevabile. Io lo scrissi per dare maggiore importanza al giornale, specie dopo il ritiro dalla Direzione dell’Avvocato Filosa e l’ho scritto sulle tracce dei romanzi polizieschi americani
- Boh?! – fa il Commissario, che continua – e quindi cosa intendete fare?
- Sporgo formale querela contro le persone che ho citato
Di fronte ad una querela per minacce e violenza privata bisogna procedere con urgenza, così vengono convocati in Questura tutti gli indagati. Il primo è Nicola Sicilia
- Avevo affidato la stampa del mio giornale a Bonaventura Sartù ma, non soddisfatto di come adempiva l’incarico, mi rivolsi ad un altro tipografo e da qui le ire e le minacce di Sartù che, peraltro, non avevano scosso la mia tranquillità abituale. Avendo però desiderio di non aver nulla a che fare con costui e definire i conti nei quali era un divario di 160 lire, mandai a chiamarlo nella redazione del giornale. Quando fu alla mia presenza cominciò a protestare pel torto che, secondo lui, gli era stato fatto, accennando a pretese di danni. Siccome io ribattevo che non gli dovevo nulla e col mio denaro potevo ben regolarmi nella maniera che meglio credevo, Sartù mi invitò a parlare in un luogo segreto. Ci appartammo e colà mise fuori il copione dattilografato di un romanzo che, mi disse, avrebbe pubblicato per danneggiarmi moralmente. Detto romanzo, che riferiva le gesta della mano nera americana, accennava ad un tale Nick Silia (il mio nome in lingua inglese ed il mio cognome a cui era tata tolta qualche sillaba) il quale aveva consumato due omicidi, rapita la moglie di uno degli assassinati, aveva acquistato una villa misteriosa dove si svolgevano dei traffici scandalosi sotto la direzione della moglie del Nick Silia ed altre brutture. Non ebbi più dubbi sulle intenzioni del Sartù mentre egli leggeva qualche pagina del suo romanzo. Feci allora finta di uscire un momento e ripresi allora il discorso in modo che gli altri sentissero. Sartù insisteva nella sua pretesa di denaro a condizione di non pubblicare il romanzo. Stumpo e Gentile entrarono redarguendo aspramente il ricattatore. Entrò anche l’avvocato Cribari e sentì il racconto che io feci di quanto era accaduto. Il Cribari, impressionato, cercava di rabbonire il Sartù, che continuava a minacciare. Il Sartù fece finta di calmarsi e così la cosa ebbe termine per il momento
- E quindi?
- Quindi querelo Sartù per tentata estorsione e calunnia, chiedendo il sequestro degli scritti diffamatori che rappresentano una delle prove sicure del reato del quale sono stato vittima
I testimoni citati confermano, a seconda di quale delle due parti li ha citati, e la gatta da pelare resta nelle mani del Pubblico Ministero il quale, studiate attentamente le carte, relaziona:
Poiché tra le due versioni la più attendibile sembra quella del Sartù, in quanto è in qualche modo avvalorata dal conquestuo immediato, dalle dichiarazioni dei testi Corigliano ed Aloe che, fra l’altro, videro chiusa la porta dei locali del “Corriere”, dal fatto che il Sartù fu invitato dal Sicilia in redazione. Non è a tacere, in ultimo, l’immediatezza della denunzia del Sartù, mentre quella del Sicilia avvenne molto tardi ed è, infatti, inespiegabile perché il Sicilia, il quale aveva subito un sì grave tentativo di ricatto, si tacesse e si fosse del tutto acquietato. Se non che, ammessa la versione del Sartù, nei fatti da esso denunziati non si ravvisa il reato di violenza privata, né altro reato minore. Per quanto riguarda il Sartù, non sussiste il fatto che egli abbia minacciato Sicilia di pubblicare il romanzo se non gli avesse sborsato lire centomila: il Sartù mostrò al Sicilia il copione della prima puntata del romanzo dietro invito di quest’ultimo. Né può riscontrarsi reato nel fatto d’aver costui scritto e compilato tale romanzo poiché, anche ammesso nello stesso la prava intenzione di servirsene come mezzo di ricatto verso il Sicilia, saremmo nella pura fase preparatoria e non esecutiva, a parte che v’è molto da dubitare circa l’idoneità del mezzo prescelto.
Tutti prosciolti in istruttoria. È il 10 gennaio 1924.[1]
Il romanzo è rimasto chiuso in un cassetto o, meglio, in un polveroso faldone di atti giudiziari, per quasi 95 anni…



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 13 gennaio 2019

IL COMANDANTE DEI VIGILI DEL FUOCO E I BOMBARDAMENTI


L’armistizio con gli Alleati è in vigore da un giorno appena quando Sua Eccellenza, Grande Ufficiale Enrico Endrich, Prefetto di Cosenza denuncia ai Carabinieri il Comandante del Corpo dei Vigili del Fuoco, ing. Oliviero Colistro, con parole di fuoco, è proprio il caso di dire, mentre la città già dal 31 agosto di notte appariva come una torcia ardente e di giorno innalzava al cielo colonne enormi di fumo:
Il sig. Oliviero Colistro, Comandante del Corpo dei Vigli del Fuoco deve essere denunziato in stato di arresto al Tribunale Militare.
Già fin dal mese di agosto egli si era comportato in modo riprovevole, assentandosi spesso dalla sede per recarsi a casa sua a Grimaldi, valendosi di automezzo del Corpo.
Fu necessario, ad un certo momento, mandarlo a prendere a Grimaldi e condurlo a Cosenza dove la sua presenza era necessaria, date le incursioni nemiche.
Riassunto il comando del reparto, il Colistro dava nuove e sempre più gravi prove di mancanza assoluta del senso del dovere, lasciando che gli incendi si sviluppassero a Cosenza e non presentandosi durante il giorno o neppure quando lo si mandava a chiamare. Una sola volta si presentava a sera inoltrata e ritornava subito dopo nella località a qualche chilometro dalla città dove si era accampato il reparto, che era già ridotto notevolissimamente di forza in seguito alle continue diserzioni del Comandante.
Ai primi del corrente mese, quando più intensa diventava l’azione nemica su Cosenza, il Colistro (che pure era accampato fuori della città) abbandonava definitivamente il reparto e si recava a Grimaldi senza avvertire la Prefettura, lasciando in balia di sé stessi i vigili, i quali si riducevano a pochissimi e non svolgevano alcuna attività, per quanto gli incendi divampassero tutti i giorni a Cosenza.
L’inqualificabile comportamento del Comandante faceva si che il Corpo, in cui innumerevoli erano state le diserzioni, si liquefacesse completamente, suscitando nella opinione pubblica un senso di profondo sdegno.
Accuse gravissime che portano il Tenente Colonnello Ottorino Pellegrino, Comandante ad interim del Gruppo Carabinieri di Cosenza, ad ordinare al Capitano Domenico Meneri l’arresto di Colistro, da effettuarsi a Grimaldi. È l’11 settembre 1943. Nel darne comunicazione al Procuratore Militare del Tribunale Militare di Cosenza, Pellegrino aggiunge:
Sento il dovere di aggiungere a quanto l’Ecc. Prefetto ha consacrato nel suo referto, che la diserzione dell’Ing. Colistro fina dal giorno del primo bombardamento di Cosenza avvenuto il 28 agosto u.s., camuffata da indisposizione, accampata su larga scala da molti altri funzionari che hanno così inteso di sottrarsi legalmente ai loro doveri, ha portato all’acefalia completa del corpo dei vigili del fuoco, che senza comandante, si sono dispersi e più volte quest’arma ha dovuto intervenire, armi alla mano, per ricondurli a Cosenza dove però, non potendo essere sorvegliati, si disperdevano nuovamente per la mancanza del capo che esercitasse l’autorità del grado.
La diserzione del capitano Colistro e la disperazione dei suoi dipendenti hanno causato in Cosenza gravissimi danni perché i numerosi incendi scoppiati in seguito ai bombardamenti avrebbero potuto essere facilmente domati se il corpo dei vigili fosse intervenuto prima che gli incendi avessero assunto proporzioni indomabili, anche perché gli altri corpi spesso intervenuti, quest’arma compresa, non avevano alcuna attrezzatura per far fronte agli incendi stessi.
Lo stesso 11 settembre, in una lettera al Prefetto, è il Maresciallo dei Vigili del Fuoco Alfredo Godrano ad accusare l’ingegnere Colistro
Informo l’Ecc/za Vostra che il giorno 1 Settembre c.a. il Comandante di questo 26° Corpo, Ing. Oliviero Colistro, ha lasciato il Comando e si portò al suo paese di Grimaldi trascurando il suo alto compito vero e tutto il personale.
Il giorno successivo ho creduto opportuno mandare il V. Brigadiere Covelli Adolfo ed il Vig. Sc. Zicarelli Lorenzo perché fosse rientrato in sede, ma il Comandante si rifiutò di rientrare ed ordinò agli stessi che tutto il materiale e gli automezzi fossero trasportati a Grimaldi, esortandoli di non perdere tempo, appena compiuto detto servizio, e di andare via del Corpo e di presentarsi dopo 48 ore dall’invasione.
Il personale tutto è venuto a conoscenza di questa rivelazione,così ognuno si allontanava giustamente come gli era nota e non tenendo conto delle mie insistenze a rimanere in servizio.
Di male in peggio, anche se le accuse sembrano incredibili. Come può un uomo stimato da tutti per la sua professionalità perdere la testa in questo modo?
Il Comandante Oliviero Colistro, Capitano di complemento del Genio in congedo (Distretto di Cosenza), all’accusa di abbandono di posto di lavoro in caso di pericolo, elevatagli dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, il 21 settembre si difende così
- Appartengo al Corpo dei Vigili del Fuoco di Cosenza fin dalla sua istituzione avvenuta nel settembre 1939. Conosco perfettamente la legislazione del Corpo cui appartengo e posso quindi con sicura coscienza affermare che esso non è militarizzato; è però mobilitato civile. Prima di bombardamenti di Cosenza mi sono sempre recato coi miei uomini nei comuni della Provincia per opera di soccorso nei sinistri causati dalle incursioni nemiche. Mi trovavo in Cosenza ed in città sono rimasto durante i giorni in cui sono avvenuti i bombardamenti alla fine di agosto e primi di settembre e precisamente nei giorni di sabato 28, domenica 29 e martedì 31 agosto e nel giorno di giovedì 2 settembre. Ammetto di essere stato assente soltanto nell’ultimo bombardamento avvenuto il giorno 3, quando furono colpiti con spezzoni incendiari i fabbricati della cattedrale e del distretto militare. Nella mattina del 3 settembre mi allontanai perché venni colpito da un attacco di colica renale e viscerale di cui io soffro e dal mio Brigadiere Covelli fui accompagnato con la mia macchina (si tratta ovviamente dell’autovettura di servizio assegnata al Comandante. Nda) al mio paese Grimaldi, dove avevo anche la mia famiglia sfollata da Cosenza. feci trattenere presso di me la mia macchina appunto perché avevo intenzione di ritornare a Cosenza appena i disturbi renali mi fossero passati.
- Avete avvisato il Prefetto della vostra partenza per malattia?
- Allontanandomi non avvertii la Prefettura perché, come altre volte mi era capitato, ritenevo che la colica mi sarebbe passata più presto
- Quali sarebbero state le attività che avreste svolto durante i giorni che avete indicato? E perché non avete risposto alle convocazioni del Prefetto?
- Io di persona davo gli ordini necessari per il servizio di soccorso ai sinistrati ed alle case incendiate. Tengo a far rilevare che la mia presenza non era neanche necessaria in quanto avendo a mia disposizione cinque squadre agli ordini di Brigadieri, a ciascuna di esse avevo assegnato dei compiti precisi da espletare nel caso di incursioni nemiche. Mai, quindi, ho abbandonato per alcun tempo il mio posto di comando ed escludo nella maniera più assoluta di essere stato richiamato dalla Prefettura al mio paese di Grimaldi. Notte tempo io ho dormito, nei giorni delle incursioni, in una casa colonica a meno di un chilometro da Cosenza e di ciò avevo dato notizia ai miei dipendenti ed al mio autista che aveva l’ordine preciso di venirmi a rilevare in qualsiasi caso di necessità. Posso infine precisare che subito dopo la incursione del 28 agosto ho ispezionato la città con la mia macchina, seguita da due squadre munite di autopompe e può essere in proposito sentito il brigadiere Gordano, comandante delle due squadre con le quali procedetti ad opera di soccorso nel rione Panebianco, facendo anche trasportare con la mia macchina alcuni feriti all’ospedale. Nel pomeriggio dello stesso giorno 28, mentre mi trovavo nei pressi della Stazione Ferroviaria di Cosenza, fui avvicinato dal brigadiere dei carabinieri De Francesco il quale mi avvertì che il fabbricato ove è sito il caffè “Gatti” era in preda alle fiamme. Detti subito l’ordine di spegnimento del fuoco. Nel frattempo io mi ero unito col maggiore dei carabinieri di Cosenza e col direttore della Banca Nazionale del Lavoro, signor Ficocelli, i quali stettero con me alcun tempo mentre gli uomini erano intenti al lavoro
- E gli altri giorni?
- Per il giorno 29 sono in grado di precisare che io stesso diressi l’opera di spegnimento del palazzo ex Intendenza di Finanza in Corso Mazzini insieme al brigadiere Covelli Adolfo del mio reparto, comandante la squadra adibita a quel lavoro. in queste circostanze, cioè nei giorni 28 e 29, fui visto al mio posto di lavoro da Sua Eccellenza il Prefetto che si interessò circa l’opera di soccorso che stavamo espletando. Ritengo opportuno far presente che io rimasi a Grimaldi in seguito all’attacco renale della mattina del 3, fino a tutto giorno 8 quando venni tratto in arresto  dal Capitano dei carabinieri che mi trovò a letto.
- E nei giorni 31 agosto e 2 settembre non avete fatto niente dopo i bombardamenti? Avete detto di essere stato a Cosenza ma forse non è così…
- Durante il bombardamento del giorno 31, ricordo di aver ricoverato nella mia macchina un contadino che trovai ferito in rione Cosenza-Casali e precisamente vicino alla fornace di mattoni in proprietà Spadafora e io stesso lo accompagnai all’ospedale. Questo contadino si chiama Guzzo di cognome. Il giorno 1° settembre sono stato insieme con Sua Eccellenza il Prefetto, da me invitato anche ad una frugalissima colazione consumata a Cosenza nel nostro accantonamento. Durante la permanenza a Grimaldi – continua – fui visitato dal vice brigadiere Covelli Adolfo e dal vigile scelto Zicarelli i quali vennero a riferirmi che erano stati più volte maltrattati dal Tenente Colonnello Pellegrini che adduceva disservizio nell’opera di soccorso da parte dei miei dipendenti. Il Colonnello si riferiva anche al fatto di aver dovuto mandare a ritirare gli uomini del mio reparto in località Sant’Ippolito ove essi si erano accantonati in seguito a mie disposizioni che io detti quando il signor Prefetto mi aveva autorizzato di spostare il reparto a Pietrafitta ove erano gli uffici della Prefettura, la Protezione Antiaerea e l’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). La contrada Sant’Ippolito si trova a soli 4 Km da Cosenza mentre Pietrafitta è a 15 Km. Tranquillizzai i miei graduati dipendenti dopo di averli assicurati che io sarei rientrato appena ristabilito. Mi consta che durante la mia assenza per malattia i miei militi hanno compiuto ugualmente il loro dovere. Mi protesto quindi innocente e chiedo di essere scarcerato o per lo meno di esser posto in libertà provvisoria
Niente da fare, l’ingegnere Colistro resta in carcere. Non in quello di Cosenza, però, perché è stato così danneggiato dai bombardamenti da consentire l’evasione di qualche detenuto. Il carcere prescelto è quello Mandamentale di Mormanno, dove Colistro viene sottoposto a visita fiscale dal Sottotenente Medico Domenico Sarno il quale lo trova affetto da calcolosi renale bilaterale e cistite secondaria con emissione di urine sanguigne. Ciò che preoccupa di più, però, sono le parole con le quali conclude la relazione: Tale stato morboso può essere letale  perché le attuali condizioni d’ambiente aggravano i fatti morbosi in atto. Quel carcere non è idoneo per ospitare un detenuto nelle condizioni fisiche di Colistro e, il 23 settembre, gli viene concessa la libertà provvisoria.
Nel frattempo l’avvocato Benedetto Carratelli, difensore di Colistro, invia al Tribunale Militare una memoria difensiva nella quale sostiene che la presenza a Cosenza dei Vigili del Fuoco, a partire dal 28 agosto 1943, sarebbe stata quasi inutile, dato che, in conseguenza dei bombardamenti, la città è rimasta senz’acqua, affermazione che contraddice il suo stesso assistito il quale aveva dichiarato che dopo il bombardamento del 28 agosto si era recato nel rione Panebianco con due autopompe e il 29 era stato spento l’incendio del palazzo ex sede dell’Intendenza di Finanza. In più, gli incendi non sarebbero stati provocati dalle incursioni nemiche ma da ladri di mestiere e… occasionali i quali, profittando dell’immane calamità, hanno saccheggiato i più ricchi depositi di generi alimentari e i più lussuosi magazzini della città nuova e poi vi hanno appiccato il fuoco per dare l’impressione che tutto era sparito per l’azione di bombe incendiarie, con la conseguenza che il fuoco, partito dai magazzini, si è propagato alle sovrastanti case di abitazione. Quindi Colistro non avrebbe potuto spegnere, senza acqua, gli incendi e la responsabilità di tanta devastazione deve ricadere sugli accusatori del Colistro stesso, cioè su coloro che avevano il dovere di impedire la consumazione dei furti. Poi Carratelli punta l’indice contro le altre accuse false e calunniose basate sulle insolenti direttive di un malfamato Vice Brigadiere dei vigili del fuoco, tale Gordano, responsabile di inesecuzione di ordini e di sparizione di materiali!!!
L’Ing. Colistro è un religioso del dovere; affermare che egli abbia abbandonato il suo posto di responsabilità durante le incursioni nemiche è infame calunnia.
A supporto di questa tesi vengono citate come testimoni numerose importanti personalità.
Ma non basta. Carratelli sostiene che il suo assistito, contrariamente a quanto verbalizzato, avvertì l’Ecc. Prefetto la sera del 2 settembre us del suo stato d’infermità e ne indica anche le modalità: Nel pomeriggio del 2 settembre  l’Ecc. Prefetto, il Barone Carlo Campagna, il medico ufficiale Sanitario del Comune, dott. Ruggiero, con l’ing Colistro si recarono a Pietrafitta. Consumatovi il rancio, il Capo della Provincia (Carlo Campagna. Nda) e gli altri ripartirono; il Colistro, che già aveva avvertito la propria indisposizione, restò, informandone il sig. Prefetto. Questi può avere facilmente dimenticato, ma la circostanza è vera: le coliche renali con ematurie determinarono il paziente a ritornare in famiglia, a Grimaldi, dove avrebbe avuto assistenza sanitaria e familiare.
Il commendator Giovanni Palaia, Procuratore della Legge (non più del re. Nda), per vederci più chiaro comincia con l’ascoltare il Prefetto il quale esordisce confermando e ratificando la sua lettera di denuncia del 9 settembre, poi riferisce
- Ricordo che una volta io stesso mi sono recato in S. Ippolito per costringere i vigili a venire a Cosenza per domare gli incendi, altre volte incaricai di chiamarli il dott. Franco Porfidia, Commissario Prefettizio del Comune
- È vero che il 2 settembre foste con Colistro e altri?
- Il due settembre fui effettivamente nella località in cui si trovavano i vigili del fuoco, dove consumai da solo una frugale colazione. Feci ritorno a Cosenza verso mezzogiorno. Escludo che in tale occasione l’Ing. Colistro abbia manifestato il desiderio o l’intenzione di allontanarsi dal Reparto perché indisposto. Dopo parecchi giorni dal suo arbitrario allontanamento venni a sapere, per pura combinazione, che si trovava a Grimaldi
Guai in vista, anche perché il Tenente Colonnello Pellegrini e il brigadiere dei Vigili del Fuoco Godrano, ascoltati a loro volta, rincarano la dose
Dice Pellegrini
- L’allontanamento del Colistro dal Comando del reparto, dovuto alla comune vigliaccheria e solo camuffato da malattia, ha portato alla dispersione di quasi tutti i vigili del fuoco che, se presenti, avrebbero certo evitato tanto danno alla città
Anche Godrano conferma quanto già aveva messo per iscritto nella lettera dell’11 settembre al Prefetto e aggiunge
- Non mi consta che il Colistro negli ultimi giorni di agosto e nei primi giorni di settembre fosse ammalato. Se così fosse stato, egli avrebbe, come prescritto, presentato il certificato medico o avrebbe informato il Prefetto
Il Vigile del Fuoco Adolfo Covelli, con sorpresa generale, consegna una lettera a firma di Colistro recapitatagli, non ricorda bene, il 2 o 3 settembre
In giornata, nelle ore possibili, dispongo che sia fatto lo spostamento di tutti gli automezzi e del materiale qui a Grimaldi. Dovranno essere presenti tutti i vigili permanenti e tutti gli altri presenti. Bisogna caricare tutta la benzina, altrimenti rimarremo bloccati. Bisognerebbe fare di tutto per rimorchiare il camioncino. Il motofurgone, ch’è già carico di materiale, dovrà essere mandato allo sfascio; la benzina si potrebbe caricare col motofurgone di Loizzo. Del resto cerca tu di organizzare come meglio pensi per salvare ogni cosa. Io non mi posso muovere perché ho la febbre. Ti aspetto stasera a qualunque ora. Cerca di sapere se la mia casa è salva.
N.B. A voce parleremo…
Perché? Forse per salvare il materiale? Ma se così fosse, come si sarebbe potuto intervenire in caso di bisogno? O, forse, si tratta di un tentativo di boicottaggio da parte di un fervente fascista in vista della caduta definitiva per ingraziarsi gli Alleati? Tutte ipotesi.
Covelli poi racconta l’avventuroso viaggio da Cosenza a Grimaldi, fatto col suo collega Lorenzo Zicarelli.
- Giunti a Pietrafitta non potemmo più proseguire perché la strada, e più precisamente quella vicino a Pian del lago, era stata bombardata. Tornammo perciò indietro e mi recai da Sua Eccellenza il Prefetto il quale cercava per ragioni di servizio l’ingegner Colistro. L’indomani mi diressi alla volta di Grimaldi insieme a Zicarelli. Dissi a lui che non potevo eseguire l’ordine essendo rimasto con pochi vigili perché gli altri si erano sbandati e che sarebbe stata necessaria la sua presenza a Cosenza per decidere meglio sull’eventuale trasporto dei mezzi ed anche perché era attivamente desiderato dal Prefetto. Il Colistro mi rispose che non poteva assolutamente muoversi perché non si sentiva bene. mi ordinò, invece, di trasportare tutto con i vigili che avevo a disposizione e, dopo avere eseguito l’ordine, di andarcene tutti nelle località preferite e di presentarci a lui dopo 48 ore dall’invasione, epoca in cui si sarebbe ricostituito il corpo. Ritornai l’indomani a Cosenza e comunicai l’ordine al Brigadiere Godrano il quale mi disse che non potevamo muoverci perché il Prefetto aveva disposto che si restava in residenza. Con noi rimasero solo 6 o 7 vigili
Zicarelli aggiunge altre circostanze
- Ieri (27 ottobre 1943. Nda) mentre ero a passeggio, fui invitato a recarmi a casa dell’ingegner Colistro e quivi giunto egli mi chiese se effettivamente avevo reso una dichiarazione scritta riguardante il suo comportamento, al che gli risposi affermativamente e, mentre ciò dicevamo, egli per due volte consecutive mandò a chiamare, a mezzo di tal Mauro Paolo residente a Grimaldi, l’avvocato Carratelli, ma questi non fu rintracciato. Allora il Colistro mi licenziò dicendomi di tornare da lui alle ore 13 per parlare con lui e l’avvocato Carratelli ma io non andai. Anche questa mattina il Mauro è venuto in caserma a cercarmi perché mi recassi dal Colistro, ma io non ci sono andato.
- Ricordate le condizioni fisiche di Colistro quando lo incontraste a Grimaldi? Mangiava cibi cucinati apposta per lui?
- Egli mangiò normalmente, bevette vino e non mi sembrò affatto sofferente. Posso dire, fra l’altro, che la sera mangiammo insalata di pomodoro e salame
Molti testimoni indicati dalla difesa cadono in numerose contraddizioni sulle date in cui l’imputato ha dichiarato di averli incontrati. Così il Brigadiere dei Carabinieri Vincenzo De Francesco nel confermare di averlo incontrato dopo il bombardamento del 28 agosto e di avergli comunicato di un incendio, nega di averlo visto nei giorni successivi. L’Ispettore delle Tasse Francesco Nigro dice di averlo visto il 28 e 31 agosto e poi il 1 e 2 settembre; Eugenio Anselmi dice di averlo visto negli ultimi giorni di agosto, sofferente con dolore ai reni, ma poi dovette allontanarsi da Cosenza il 30 agosto e non può dire niente altro; il Colonnello Emilio Ambrogi, Comandante del 16° Fanteria, lo ha visto il 28 agosto e che non gli risulta che il Colistro dal 29 al 3 settembre fosse in Cosenza; Arturo Scola lo ha visto nei giorni precedenti al 29 agosto per le vie di Cosenza, ma nulla può dire dal 29 in poi, essendosi assentato dalla città; Giuseppe de Napoli, Agente del Banco di Napoli, lo ha visto il 31 agosto nei pressi della fontana dei 13 Canali, ma dopo è stato sfollato e non sa niente; Battista Iacoe, autista di Grimaldi, dice di essere stato incaricato dalla madre di Colistro di portargli ogni giorno il desinare speciale che gli veniva da lei preparato per le sue speciali condizioni di salute. Certamente lo ha visto il 31 agosto, ma non può precisare se dal 1° settembre in poi l’ingegner Colistro fosse a Cosenza; il Professor Dottor Raffaele Pugliese dice di averlo visto a Cosenza nei giorni 28, 29 agosto e 2 settembre; Ugo Pellegrini lo ha visto il pomeriggio del 2 settembre mentre passava in automobile da Cellara, lo fermò e lo invitò a fermarsi, ma Colistro rifiutò perché si sentiva male; padre Geremia Marsico, cappellano dell’ospedale, dice di averlo visto il 28 e 29 agosto ma dal 30 in poi non lo ha più incontrato perché il 1° settembre si è trasferito a Cerisano con l’intero ospedale; il dottor Ortenzio Amantea, medico di Grimaldi, è il testimone sul quale gli inquirenti posano maggiormente l’attenzione
- In un giorno che non posso precisare, ma credo nei primi di settembre, forse il 2 o il 3, fui chiamato dall’ingegner Colistro per una visita medica. Mi riferì che soffriva dolori renali e vescicali e che orinava sangue da 5 giorni e siccome conosco da anni che egli soffre di questi mali, mi richiese un certificato medico che io gli rilasciai. Con detto certificato che attestava che egli soffriva di dolori colici, renali e vescicali, nonché ematuria, consigliavo assoluto riposo. Il Colistro mi riferì che le sofferenze rimontavano a 5 giorni e che aveva sempre prestato servizio
- Dopo quella volta lo avete rivisto?
- Vidi il Colistro per altri 3 o 4 giorni consecutivi
Quindi il dottor Amantea avrebbe rilasciato il certificato medico solo in base ai sintomi riferiti da Colistro e alla conoscenza storica della sua patologia, senza nemmeno sfiorarlo con un dito, ma il problema è che di questo certificato non c’è traccia negli atti, così la Procura della Legge dispone una perizia medica per stabilire le esatte condizioni di Colistro. Ad eseguirla saranno il Professor Dottor Giuseppe Santoro, il dottor Matteo Dursi, Medico Provinciale, e il dottor Achille Mandarino. È il 1° novembre 1943.
Dopo un mese i periti presentano la loro relazione ed è un colpo mortale per la difesa di Colistro:
1) L’ing. Oliviero Colistro è sicuramente affetto, da molti anni, da calcolosi renale bilaterale, specie a sinistra, da idronefrosi sinistra, da calcolosi vescicale, da insufficiente funzionalità renale.
2) È perciò verisimile quanto egli afferma di avere, cioè, sofferto di due coliche renali, verificatesi il 2 settembre alle 16,30 ed il 6 settembre.
3) Poiché le coliche accusate dal Colistro non vennero precedute da prodromi, né il Colistro era affetto da infezioni dell’albero urinario che potevano venire esaltate dall’episodio colica e provocare crisi febbrili defatiganti e pericolose, riteniamo, accettando in pieno le asserzioni del Colistro, che durante la decade che va dal 1° al 10 settembre egli sia stato malato solo per tre giorni (ad abundantiam!!)
4) Riteniamo pertanto che il Colistro, per sette giorni della decade 1°-10 settembre fosse in condizioni di salute tali da poter esplicare le sue mansioni di Comandante dei Vigili del Fuoco.
5) Condizioni esistenti, per sua stessa dichiarazione, all’atto della nomina del Colistro al gravoso Ufficio per cui si richiede non solo competenza tecnica, che al Colistro non manca, ma efficienza fisica piena ed assoluta.
La difesa, da parte sua, presenta una perizia di parte redatta dal dottor Alberto Talarico, di tenore completamente opposto:
Gli estensori della perizia a carico del sig. Ing. Oliviero Colistro, sino al punto in cui han dovuto scrivere in qualità di medici, si nono mostrati all’altezza della situazione, e di questo il sottoscritto ne è convinto, perché in qualità di tecnici se ne conosce ed apprezza l’alto valore; ma quando si nono voluti impancare a giudici, hanno emesso una sentenza che non è né scientifica, né serena, né obiettiva, perché non è necessario che lo accesso febbrile accompagni la colica, perché questa diventi defatigante e pericolosa. Al sottoscritto non importa il pericolo di vita o di morte; importa affermare con coscienza onesta e serena che il soffrire, il non dormire, il non poter riposare, il perdere sangue siano fattori ultra sufficienti per mettere un individuo nella impossibilità di attendere a qualsiasi lavoro e di qualsiasi entità; perciò , dopo quanto minuziosamente illustrato, sembra arbitrario affermare, così categoricamente, che nel periodo di tempo intercorrente fra le due coliche, il Colistro fosse in piena efficienza, specie quando si considera che questi è un uomo da loro stessi dichiarato insufficiente. È il 4 dicembre 1943.
Il 29 dicembre 1943 Oliviero Colistro viene rinviato a giudizio per avere, dalla sera del 2 settembre all’8 settembre 1943, cioè in caso di pericolo dipendente dalle incursioni aeree sulla città di Cosenza, abbandonato il suo posto di lavoro di Comandante del 26° Corpo dei Vigili del Fuoco, in modo che dal fatto è derivato grave danno.
Durante il dibattimento, che si apre il 17 aprile 1944, Colistro, per avvalorare la sua presenza in servizio, esibisce una lettera del Prefetto indirizzata al Comandante dei Vigili del Fuoco, datata 1 settembre 1943 con l’ordine di mettere subito a disposizione dell’Ufficiale sanitario di Cosenza l’autoambulanza con l’autista ed un furgoncino con 4 Vigili per la rimozione delle carogne
Ma il Brigadiere Gordano lo smentisce
- Era stato ordinato all’ingegner Colistro di sgomberare la caserma situata ai “13 canali” da Sua Eccellenza il Prefetto il 31 agosto a sera. Il Colistro aveva dato appuntamento a noi Vigili per il giorno primo settembre alle ore 7, ma egli non venne, né fu con me e con altri vigili nel pomeriggio dopo il bombardamento, allorquando si sviluppò un incendio al rione Portapiana. Nell’occasione la casa del Vigile Grandinetti era in preda alle fiamme.
Colistro insorge e accusa Godrano, Zicarelli e altri Vigili del Fuoco di avere abbandonato il servizio il 31 agosto e, per questo, di non avere potuto ottemperare all’ordine del Prefetto. I vigili, a loro volta, denunciano Colistro. Un vero guazzabuglio e una figuraccia per tutti.
Viene anche chiarito che non era vera la circostanza della mancanza d’acqua in tutta la città dopo il bombardamento del 28 agosto, ma che mancò solo a Piazza del Carmine, nel senso che scorreva ma non aveva pressione.
Il Vigile del Fuoco Francesco Del Buono afferma che il suo collega Zicarelli gli raccontò che Gordano l’aveva costretto a rilasciare una dichiarazione contro il Colistro, ma questi nega tutto.
Poi spunta il famoso certificato del dottor Amantea, dimenticato dal Maresciallo scrivano dei Carabinieri di Cosenza nel fascicolo di Colistro, solo che, contrariamente a quanto affermato sia dall’imputato che dal medico, riporta la data del 5 settembre, a scandalo già esploso.
È il 20 aprile 1944 e non c’è altro, si può procedere ad emettere la sentenza che è di colpevolezza. È il caso di evidenziare alcuni passaggi delle motivazioni: le risultanze processuali, convenientemente valutate, inducono ad affermare la piena responsabilità dell’imputato, senza che possa darsi peso alle sue pronte quanto vane giustificazioni, adattate di volta in volta – anche se a costo di stridenti contrasti – alle singole situazioni processuali. Giova rilevare anzitutto che non proprio a Cosenza e non sempre intento al suo servizio egli è stato fino al giorno 2 settembre 1943 poiché, come risulta dalla denunzia sporta dal prefetto a suo tempo, “fin dal mese di agosto egli si era comportato in modo riprovevole, assentandosi spesso dalla sede per recarsi a casa sua a Grimaldi valendosi di automezzo del corpo…”. L’impugnativa fatta in dibattimento contro la denunzia che, secondo la difesa, conterrebbe voci correnti nel pubblico, è assolutamente infondata poiché risulta chiaramente nel detto atto che quanto in esso riferito è frutto di dirette constatazioni del pubblico ufficiale che lo ha redatto e che, per la sua qualità e le sue funzioni, aveva il diritto ed il dovere di controllare l’operato dei vigili del fuoco. E tanto la parola del Prefetto merita conferma in quanto risulta per le stesse affermazioni dell’imputato e di tutti i testimoni che hanno deposto in merito, che quegli era fermo al suo posto e si preoccupava del funzionamento dei vari servizi anche quando diversi funzionari si erano allontanati, alligando tutti – naturalmente – scuse sostenute da certificati medici. Strana epidemia invero, dovuta evidentemente alla paura delle bombe, a cui non è sfuggito lo stesso Colistro, tanto più censurabile in quanto doveva pur sapere che la sua utilità sociale si sarebbe dovuta dimostrare proprio e soltanto nei momenti di pericolo.
A nulla valgono gli elogi raccolti dall’imputato prima della guerra, quando la più appariscente, se non l’unica, attività dei vigili del fuoco si riduceva a qualche esercitazione o parata, oppure durante la guerra e prima della sua fase critica quando, data la saltuarietà e la non reiterazione dei bombardamenti, gli interventi si attuavano a cessato pericolo. È noto infatti che solo nel mese di agosto, e precisamente dal giorno 28 in poi, le incursioni aeree, dapprima limitate ad un bombardamento su Cosenza, al lancio di uno spezzone a Paola ed a qualche mitragliamento sui treni, si sono intensificate in città ed in provincia e proprio allora, come si rileva dalla denunzia, l’ingegnere Colistro ha cominciato a tenere quel contegno, culminato poi col completo abbandono del posto. E davanti alla parola del prefetto del tempo (Enrico Endrich è stato sostituito da Pietro Mancini il 20 aprile 1944, un giorno prima dell’emissione della sentenza. La stesura delle motivazioni è, come da prassi, avvenuta qualche giorno più tardi. Nda) non possono certo prevalere compiacenti dichiarazioni di testi, facili a trovarsi nel campo di compaesani, degli amici e dei conoscenti, in un ristretto ambiente come quello di Cosenza.
Accertata l’assenza e stabilito dai periti che solo parte di detta assenza può essere giustificata da malattia, si dovrebbe già affermare senz’altro la responsabilità penale dell’imputato in ordine al delitto ascrittogli poiché il suo allontanamento dal posto di lavoro, mentre persisteva il pericolo di incursioni aeree, è stato dolosamente voluto dalle ore 10 del giorno 3 settembre a tutto il giorno 5 successivo e durante il giorno 8 successivo fino al momento dello arresto. Ma il processo non offre soltanto le prove di reità già esaminate poiché consente di stabilire che lo imputato, con prove maliziosamente preparate al fine di ingannare la Giustizia, ha posto in essere falsamente uno stato di riacutizzazione della sua malattia nei giorni 2 e 6 settembre. La esistenza delle pretese coliche basa infatti sui soli detti dell’imputato e dei testi Mauro e dottor Amantea, nonché sul referto di quest’ultimo. Ma queste fonti di prova non meritano valore. Il dottor Amantea, rendendo la sua deposizione, ha parlato di una sola colica che si sarebbe verificata “nei primi giorni di settembre, forse il 2 o il 3”, senza far cenno alcuno a ricadute o fenomeni febbrili ed anzi dichiarando, così come si rileva dal chiaro tenore della sua deposizione, di essere stato chiamato non per una visita ma solo per un rilascio di un certificato, che difatti rilasciò ritenendo attendibili le sole dichiarazione del Colistro che conosceva come sofferente di tal male.
Dalle contraddizioni in cui è caduto l’imputato, dai rilevati contrasti tra l’imputato medesimo ed i testimoni, dal tenore del certificato medico e dalle circostanze riguardanti l’approntamento ed il mancato uso, o meglio il subdolo uso del certificato stesso, discende una sola, logica conclusione e cioè che nessuna malattia il Colistro ha avuto durante il periodo di tempo in esame, salvo quella latente e pregressa, che non gli ha impedito, a suo tempo, di accettare il posto e di esercitare poi le sue funzioni, fino a che il pericolo non diventi così continuo ed effettivo da indurlo ad abbandonare tutto per egoistico e comprensibile – ma non giustificabile – spirito di conservazione.
Altro che intenzione di riprendere servizio aveva l’imputato il quale, disponendo arbitrariamente il trasferimento di materiali ed uomini a Grimaldi, e quindi in un punto notevolmente più lontano (40 Km) da Cosenza di quanto non fosse l’accantonamento del bivio S. Ippolito, ed annunziando lo scioglimento temporaneo del corpo, proprio quando e Prefetto e Colonnello dei Carabinieri cercavano insistentemente di lui e dei Vigili perché fosse recato un qualche soccorso alla città che bruciava – così come testimoniano ancora i ruderi di interi isolati distrutti dalle fiamme – nella speranza che col giungere dello invasore nessuno gli avrebbe chiesto conto del suo operato, si è messo freddamente in aperta ribellione verso le autorità superiori e verso le leggi patrie, venendo meno ai suoi più elementari doveri di funzionario, di cittadino, di uomo.
Nonostante la eccezionale gravità del reato, in vista delle menomate condizioni fisiche dello imputato accertate dai periti; ed anche se il Colistro – che doveva conoscere sé stesso – ha volontariamente accettato a suo tempo simile incarico che richiede efficienza fisica assoluta, il Collegio ritiene di dover determinare la pena nella ridotta misura di anni tre di reclusione. Non ostando i precedenti penali del Colistro ed il titolo del reato, la pena di cui sopra va dichiarata interamente condonata in virtù dell’art. 5 R.D. 5-4-1944.
L’ingegnere Colistro propone ricorso presso la Corte d’Appello di Catanzaro la quale, il 27 settembre 1944, elimina dall’imputazione l’aggravante di cui al capoverso dell’art. 28 R.D. 31/10/1942 e dichiara non doversi procedere contro il Colistro per amnistia.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 11 gennaio 2019

LA PACE DELLE VESPE


Il 28 novembre 1892, a ore pomeridiane tre e minuti quaranta, nella Casa comunale di Pedace, Stanislao Piraine, venticinquenne muratore del luogo, e la quindicenne Rachele Barca si sposano, ma sembra subito che le cose non vadano particolarmente bene tra i due perché lui alza le mani. Marianna Arnone, la madre di Rachele, lo avvisa più e più volte di smetterla altrimenti si rivolgerà alla Legge per evitare altre botte a sua figlia, ma nel corso dei successivi sette anni non mette mai in atto il suo proposito.
Poi, verso il 10 agosto 1899, accade qualcosa che inasprisce ancora di più i rapporti tra genero e suocera: Stanislao manda un suo amico a chiedere la mano della figlia minore dei suoceri, Antonietta, per un suo nipote a nome Tedesco Michele. La risposta, gentile ma ferma, è no, quel matrimonio non si farà perché hanno in mente di far sposare la figlia ad un loro nipote di primo grado.
Stanislao va su tutte le furie e la sua ira si abbatte principalmente sulla suocera, considerata come quella che era più contraria al matrimonio.
- Devo distruggere tutta la famiglia! – dice più volte in pubblico
La contromossa di Marianna è, anche questa volta, la minaccia di mettere in atto la denuncia per maltrattamenti. E si va avanti così per una ventina di giorni, poi il primo settembre sembra che le cose possano davvero cambiare: Stanislao invita i suoceri e la cognata Antonietta perché voleva fare la pace.
Sembra la fine di un incubo per Costantino Barca e sua moglie Marianna. L’uomo non perde tempo e si presenta a casa di Rachele e Stanislao. Marianna ed Antonietta si attardano qualche minuto per preparare qualcosa da portare come complimento.
- Caro suocero benvenuto! – lo accoglie con calore – Ma… come mai la suocera e la cognata non sono venute?
- Stanno arrivando, lo sai… le donne…
Adesso sono tutti in casa, seduti intorno al tavolo, a sorseggiare un liquore comprato da Stanislao per l’occasione e a sgranocchiare delle freselle portate da Marianna ed a suggellare la ritrovata armonia viene invitato un amico comune, Salvatore D’Ambrosio. Pacche sulle spalle, buoni propositi, risate: gli anni bui fatti di incomprensioni sembrano solo un lontano ricordo. Ci vuole un brindisi: Rachele riempie i bicchierini e tutti li alzano verso il cielo mentre Stanislao, col bicchierino nella mano sinistra, dice:
- Bevete compare Salvatore!
- No, non posso bere per primo, ci sono persone più grandi di me… – risponde educatamente indicando i suoceri del padrone di casa
Allora Stanislao continua rivolgendosi a sua suocera
- A Mariannina ci regalo questo
In questo momento nessuno si accorge della rivoltella che luccica sinistramente nella mano destra di Stanislao, ma tutti si accorgono delle tre detonazioni in rapida successione. Marianna cade a terra senza un lamento mentre gli altri cercano una via di scampo. Rachele e sua sorella Antonietta però non si perdono d’animo e afferrano Stanislao prima che possa sparare altri colpi, buttandolo a terra. A questo punto interviene anche Costantino e tra i due nasce una furiosa colluttazione, alla fine della quale il suocero riesce a disarmare il genero ed a puntargli la rivoltella sull’orecchio, ma D’Ambrosio lo afferra dicendo:
- Lascialo stare perché tua moglie non ha niente!
Costantino, rincuorato, molla la presa e Stanislao approfitta della situazione dandosela a gambe. Ma Marianna è stesa a terra esanime e il marito, bestemmiando, si lancia fuori dalla casa sparando all’impazzata contro Stanislao che sta correndo lungo la via ma, per sua fortuna, i colpi vanno a vuoto e riesce a dileguarsi nelle ombre della sera.
Accorre gente. Costantino, ancora con la rivoltella in mano urla
- Acchiappatelo! Quell’infame mi ha tradito! Mastro Stano ha ammazzato mia moglie!
Marianna respira. Il medico le riscontra una brutta ferita al fianco sinistro, pericolosissima di vita perché il proiettile dopo essere penetrato nel tessuto muscolare per circa 4 centimetri, bruscamente cambia di direzione per disperdersi nella cavità addominale. Può dirsi che l’intestino sia stato ferito certamente nel tratto del colon discendente. Di questo il dottor Pasquale Caruso è certo perché sulla fasciatura appare quasi istantaneamente materia fecale e per tanti altri sintomi.
Il medico ha ragione, Marianna, dopo una notte di agonia, muore alle prime luci dell’alba. Adesso si procede con l’ipotesi di omicidio premeditato, ma dell’assassino non ci sono tracce.
- Verso le 7 pomeridiane mi trovavo sulla piazza in procinto di andarmene a casa – racconta Salvatore D’Ambrosio – quando mi venne a chiamare una certa Parmulla che mi disse di andare a casa di Stanislao Piraine. Andai subito e appena giunto trovai i suoi suoceri, sua moglie, sua cognata e sua sorella. Stanislao mi disse: “Compare, stasera voglio fare pace con mio suocero e mia suocera”. Sua moglie faceva gli onori di casa e versava il liquore. Mentre stavamo per bere sentii tre detonazioni d’arma da fuoco e, voltatomi, vidi Stanislao con una rivoltella in mano. In questo momento successe un corri corri ed io e gli altri siamo corsi sul Piraine per mantenerlo, ma nella colluttazione costui riuscì a scappare. dopo pochi istanti io e gli altri ci accorgemmo che la povera Marianna era stata ferita, come pure sentimmo la detonazione di altri due colpi di rivoltella, forse esplosi da Costantino Barca
Il Pretore di Spezzano Sila interroga molti testimoni per cercare di individuare il vero movente dell’omicidio e tutti sono concordi nell’affermare che tra Stanislao, sua moglie e sua suocera i litigi erano frequentissimi
- Verso la fine di giugno fui chiamato in aiuto della Rachele – racconta il vicino di casa Eugenio Morrone – perché Stanuzzu faceva delle scenate contro di essa e della suocera che era presente. Notai che era tutto agitato e dimenava le braccia facendo segni di minaccia e mostrando quasi di volersi slanciare, non ostante che la suocera per rabbonirlo lo invitasse in casa sua per dargli un po’ di prosiutto, ricotta, vino ed altro. Egli invece continuava a dimenarsi e a gridare per cui cercai di frenarlo facendolo sedere… per rivelazione di altri seppi che la suocera una volta ricorse ai Carabinieri e che, saputolo, il Piraine se ne risentì sdegnosamente. Dopo il fatto seppi che il Piraine fu indotto in quel delitto perché sdegnato per averlo la suocera denunziato ai Carabinieri a causa dei maltrattamenti verso la moglie
- Qualche volta sentivo, prima che il Piraine avesse ricevuto la dote dal suocero e cioè nell’inverno scorso, litigare con la moglie ed io, interpellata costei – racconta Gaetana Morrone – ne avevo sempre per risposta che era preso a vino, argomentando da ciò che voleva scusare il marito per non soddisfare la mia curiosità. Dopo ricevuta la dote non ho inteso altre questioni. Parecchi giorni prima del fatto intesi dallo stesso Piraine che la suocera l’avesse denunciato ai Carabinieri perché aveva bastonato la moglie e notai che di questo fatto era abbastanza dispiaciuto perché, soggiungeva, che se per caso fosse avvenuto qualche malore alla moglie che trovavasi incinta, egli ne avrebbe pagato le conseguenze mentre era innocente. So che il Piraine aveva mandato a chiamare i congiunti per fare la pace e invece era avvenuta la pace delle vespe
Il fatto che Marianna si fosse rivolta ai Carabinieri, quantomeno per far fare una ramanzina al genero è una sciocchezza, probabilmente inventata da Stanislao per giustificare il suo risentimento verso i suoceri. Il movente non è certamente da ricondurre a questa supposta denuncia, ma piuttosto alle frequenti liti per le botte che Stanislao somministrava alla moglie, di cui tutti sanno. Rachele non viene nemmeno interrogata e quindi molti aspetti sono destinati a restare oscuri.
Oscuro è anche il nascondiglio dell’assassino e tutti sono convinti che avesse pianificato non solo l’omicidio, ma anche il suo ritorno in America da cui era rimpatriato pochi mesi prima del fatto.
Per il Pubblico Ministero il movente dell’omicidio è da ricondurre all’odio verso la suocera che ostacolava il matrimonio che il Piraine voleva si contraesse fra la cognata ed il nipote di esso Piraine e perché la suocera avea minacciato di ricorrere ai Carabinieri per i maltrattamenti che il Piraine usava verso la propria moglie incinta.
L’omicidio fu premeditato. La festa per la riappacificazione fu solo una simulazione per attirare la suocera (e forse anche il suocero) in una trappola mortale. La richiesta è che Stanislao Piraine sia rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione.
Il 9 novembre 1899 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e rinvia l’imputato, ancora latitante, al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, ritenendo che il movente non sia da ricondurre ai motivi addotti dalla Procura, ma piuttosto al fatto che Marianna Arnone ricorse ai reali Carabinieri per le percosse dal medesimo irrogate alla propria moglie, cosa che i Carabinieri continuano ad ignorare.
Il 22 gennaio 1900 il Presidente della Corte d’Assise di Cosenza, trascorso il termine di legge, dichiara l’imputato contumace.
Il tempo trascorre senza che l’imputato sia arrestato, poi, l’8 febbraio 1901, il Brigadiere Angelico De’ Giusti, comandante la stazione di Pedace, scrive al Presidente della Corte d’Assise gli ultimi risultati delle indagini:
Da informazioni tenute da fonte sicura, il controscritto individuo risulta trovarsi in Rosario Santa Fè, via Calle Cariente N° 2052, Repubblica Argentina.
Come volevasi dimostrare.
Passano inutilmente altri cinque anni, poi viene fissata la data del giudizio in contumacia: lunedì 2 luglio 1906.
Stanislao Piraine viene condannato all’ergastolo, più pene accessorie.[1]
“Venite a prendermi, se ne siete capaci”, starà ridacchiando Stanuzzu.



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 9 gennaio 2019

ACQUA RAGIA


Italo Colucci è uno stagnino romano che nel suo girovagare conosce una contadinella di Scalea, Cristina Galiano, e se la sposa stabilendosi nel paese della moglie. Vanno ad abitare in una stanza sottostante all’altra abitata dalla famiglia del contadino Francesco Tuoto, col quale conviveva pure la figlia Maria, maritata a tal Rotondaro.
Verso la fine del 1910 i rapporti tra Cristina Galiano e Maria Tuoto si guastano a causa di quistioni di vicinato e d’ingiurie reciprocamente scambiatesi, il 10 gennaio 1911 le due donne vengono a conflitto tra loro. Quel giorno, Maria Tuoto, che stava scendendo dalla Piazza Cimalonga, portava una bottiglia di aceto e dietro di lei veniva la Galiano con una brocca d’acqua sul capo. Cristina Galiano affretta il passo e raggiunge Maria Tuoto, prende la brocca che ha sulla testa e la scaglia contro l’avversaria, facendola cadere a terra. La brocca e la bottiglia di aceto vanno in frantumi. Cristina raccoglie il collo della bottiglia e lo usa come arma contro Maria, vibrandole un colpo alla testa. Maria para il colpo col braccio destro, ma male gliene incorre perché quel corpo tagliente le ferisce gravemente l’arteria radiale dell’antibraccio destro, onde la spaventosa fuoriuscita di sangue che mette la donna in pericolo di vita.
Maria querela Cristina per lesioni personali volontarie e parte tutto l’iter giudiziario. Ma il 4 marzo successivo Cristina e suo marito lasciano Scalea e partono per Roma in visita di licenziamento dalla famiglia Colucci, per emigrare. I due non sanno che è stato appena emesso un mandato di cattura nei confronti di Cristina e non appena scendono dal treno, trovano i Carabinieri che mettono i ferri alla donna, disponendone il trasferimento nel carcere di Scalea.
Colucci, che mai si sarebbe aspettato tanta sorpresa nei suoi meditati progetti, intuisce che l’arresto della moglie sia avvenuto per interessamento dei Tuoto e, senza nemmeno andare a salutare i suoi familiari, torna anche lui a Scalea col primo treno in transito per compiere meditata vendetta contro Francesco Tuoto.
Dopo una decina di giorni Cristina non è ancora stata trasferita e la rabbia di Italo Colucci monta sempre di più.
- Hanno fatto arrestare mia moglie ma se lo ricorderanno fino alla morte! – lo sentono dire nella bottiglieria di Carlo Baccarini.
È il 14 marzo e Francesco Tuoto va in campagna a far legna percorrendo la via che corre tra i fondi e la spiaggia dell’Arenella. Colucci, che sta riparando i rubinetti dell’acqua in casa del Cavalier Biagio Del Giudice, lo vede e capisce dove sta andando. Termina il lavoro in fretta e furia, poi corre a casa, prende un bicchiere e lo riempie di acqua ragia, poi si incammina a passo svelto nella direzione di Tuoto e lo avvista in contrada Cutura. Tuoto, a sua volta, si accorge di Colucci  e, per evitare conflitto, si mette a battere su un ceppo con l’occhio della scure per conficcarvi il manico. Colucci lo raggiunge e prosegue oltre per qualche passo, poi si gira e gli dice
- Tu hai fatto arrestare mia moglie, è vero?
- No non sono…
Non può nemmeno finire la frase perché gli arriva in faccia l’acqua ragia che Colucci aveva nel bicchiere. Le urla di dolore sono strazianti, l’acido gli è entrato negli occhi e alla luce successero le tenebre più profonde. Tuoto si butta a terra contorcendosi, implora aiuto, impreca contro l’assalitore che, nel frattempo, si è dato alla fuga.
Fortunata La Rosa, ed Emilia Capalbo stanno lavorando nei loro orti quando sentono delle urla che fanno fatica a capire se si tratti di un uomo o di un animale. Accorrono sul posto e vedono Tuoto camminare barcollando a destra e sinistra. Ha il viso e il collo molto arrossati, ma quando lo guardano meglio si ritraggono per lo spavento: gli occhi sono completamente bianchi come quelli degli spettri raccontati ai bambini per far loro paura.
Pochi giorni dopo, Francesco Tuoto subisce un intervento chirurgico consistente nel vuotamento dei globi di ambo gli occhi e resterà cieco per il resto dei suoi giorni.
Italo Colucci viene ricercato, oltre che nelle campagne circostanti, anche a Roma e in tutte le città dove ci sia una stazione ferroviaria o un porto: il timore è che, prima di mettere in atto la sua vendetta, avesse già comprato un biglietto per le Americhe e cerchi di espatriare. Ma il suo nome non compare in nessuna lista di imbarco: dove diavolo sarà andato? Forse c’è una pista che può, potrebbe, essere seguita: il 30 aprile 1911 i Carabinieri di Scalea comunicano al Pretore che il catturando si trova, in atto, a Marsiglia in attesa di imbarcarsi da colà o da Barcellona per l’America. si dà per certo ch’egli si imbarcherà in uno di questi due porti e sul piroscafo Città di Torino della “Società Italiana La Veloce” che salperà da Genova domani 1° maggio pel Centro d’America.
Parte immediatamente la segnalazione al Ministero dell’Interno, ma il 6 maggio ancora non c’è risposta, risposta che arriva il 15 dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza della Provincia di Cosenza:
Partecipo alla S.V. che il Ministero dell’Interno, per commissione del nostro Console in Barcellona, interessato per le ricerche del catturando, ha partecipato a quest’ufficio che il medesimo non fu reperibile a bordo del piroscafo “Città di Torino”, il quale peraltro non ammetteva passeggeri da Marsiglia a Barcellona.
Il Capitano del detto piroscafo assicurò tuttavia che avrebbe fatto continuare le ricerche nell’ulteriore percorso alla volta di Santa Ana e Trinidad.
Ma poiché Santa Ana appartiene alle Americhe Spagnuole mentre Trinidad è un’isola delle Antille Inglesi, non è possibile iniziare le pratiche di estradizione in riguardo al controscritto, non essendo il reato commesso da costui compreso nella convenzione con la Spagna e neppure in quella con l’Inghilterra.
Ciò stante e ritenendosi peraltro possa il Colucci trovarsi tuttora a Marsiglia, il suddetto Ministero ha pregato quest’ufficio di voler disporre le opportune indagini e la dovuta vigilanza sui di lui parecchi amici e conoscenti onde accertare ove egli precisamente si trovi ora rifugiato.
 Probabilmente è già troppo tardi.
Poi, l’8 luglio, una comunicazione che sorprende tutti: Colucci Italo trovasi arrestato ad Ancona per truffa.
Il 19 luglio arriva, invece, una doccia gelata: Italo Colucci non è stato arrestato, ma soltanto denunciato per truffa, quindi è sempre latitante. Almeno ora sappiamo che è certamente in Italia. Ma siamo sicuri che si tratti proprio del nostro Italo Colucci?
Intanto i mesi passano senza altre novità e il 7 novembre 1911 gli inquirenti decidono di chiudere l’istruttoria e di chiedere il rinvio a giudizio di Italo Colucci, seppure latitante.
Il 24 gennaio 1912 la sezione d’Accusa accoglie la richiesta e rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per il reato di lesioni personali gravissime premeditate.
L’8 aprile 1913 l’imputato viene condannato in contumacia e con l’aggravante della recidiva specifica, alla pena di 17 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione, più pene accessorie.[1]
Probabilmente mentre il Presidente della Corte legge la sentenza, Italo Colucci sta ancora dormendo dall’altra parte dell’Atlantico. L’ennesimo criminale scampato alla galera emigrando clandestinamente.



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 6 gennaio 2019

L'OMICIDIO DEL SINDACO


È la sera del 27 maggio 1864, giorno del Corpus Domini, e piove a dirotto. A casa di don Giovanni De Fiore a Rota Greca si sta festeggiando il matrimonio di sua figlia Carmela con Pasquale Perugini di Rende. A partecipare al ballo ci sono molti invitati e tra questi anche don Bruno Cistari, sindaco del paese e cugino della sposa, nonché  tutti i suoi fratelli e sorelle.
Alle 21,00 circa, Maria Peppina Marchese, che abita di fronte ai De Fiore, esce di casa per gettare il vaso immondo e nel buio, sotto la pioggia battente, intravede due sagome accovacciate dietro la siepe del giardino di D. Beniamino De Fiore che ciguliavano fra di loro. Impauritasi, gittò subito il cesso e fuggissene in casa.
Sono ormai le 23,00, la festa sta finendo e gli invitati se ne vanno alla spicciolata. Se ne vanno anche Bruno Cistari e i suoi fratelli che si attardano un po’ sotto la loggia a salutare gli sposi. All’improvviso il buio viene squarciato da due lampi contemporanei a due forti esplosioni. Tuoni? No. Sono due colpi di schioppo che, da dietro la siepe, lasciano partire una quantità di pallettoni di piombo che colpiscono il sindaco alle spalle
- Ohi frate! Ohi frate! – urlano le sorelle di Bruno Cistari che si buttano su di lui, che a sua volta urla per il dolore delle ferite. Immediatamente la musica cessa e tutti, invitati ancora in casa e vicini svegliati dai colpi e dalle urla, si riversano in strada per soccorrere il ferito che viene trasportato immediatamente in casa De Fiore, dove c’è ancora il medico del paese che lo visita. Può cavarsela, le ferite non sembrano così gravi. Qualcuno viene immediatamente incaricato di andare a Cerzeto per avvisare il Pretore e i Carabinieri.
Bruno passa una notte relativamente tranquilla e la mattina seguente, poco dopo l’alba, quando arrivano il Pretore e i Carabinieri risponde alle domande
- Per ora non ho elementi contro di chicchessia. Però non debbo tacere che da più di un anno vivo in inimicizia non interrotta, non solo per ragione della carica di sindaco di cui vado rivestito, con i fratelli D. Filippo, D. Carlo, Antonio e Michele Dores, miei compaesani, ma eziandio perché dissenzienti al mio modo di vedere in fatto di politica, essendosi essi addimostrati in ogni tempo acerrimi nemici dell’attuale sistema governativo, tanto vero che, or sono due anni dietro, colla veste di sindaco fui costretto scrivere al Prefetto della Provincia che il predetto D. Filippo Dores, colla qualità di Parroco, rifiutavasi dare sepoltura ad un defunto mio cugino, Gaspare De Fiore, pel pretesto di essere costui capitano garibaldino e comandante questa Guardia Nazionale e dietro il mio rapporto, il Parroco ed il di lui fratello Carlo furono sottoposti a giudizio e condannati. Suppongo quindi che gli anzidetti Dores, D. Carlo ed Antonio come agenti materiali, D. Filippo e Michele nella qualità di mandanti di animo malvaggio e tirannico, siansi determinati ad assassinarmi per libidine di vendetta e per disfarsi di un uomo che, riconfermato nella carica di Sindaco giorni fa, vegliava attentamente sui loro passi
Le ferite però sono molto più gravi di quanto si pensasse e dopo qualche ora Bruno Cistari muore.
Anche Giuseppe Cistari, il padre della vittima, sospetta che dietro all’omicidio ci siano i fratelli Dores e non perde tempo a raccontare altri fatti che li avrebbero determinati a liberarsi del figlio. Intanto racconta altri particolari sul mancato funerale
- Dovendolo portare in chiesa, si pretendeva di averlo trasportato per la strada consolare o sia per dove doveva passare il Santissimo. Il Parroco D. Filippo Dores si oppose e lo condusse in chiesa per altro viottolo. Bruno aveva fatto fare una orazione funebre al suo fratello Filaredo, ma il Parroco non volle che l’avesse recitata. Di questo il Bruno se ne rammaricò tanto per l’offesa che avea pratticato al cugino Fiore, quanto per non avere fatto recitare al fratello. In questo frattempo sopraggiunse il Capitano D. Alfonso Vaccaro ed informatosi del affare predetto, all’arrivo del D. Filippo lo costitì in carcere. Questo fu fatto per assertiva che fece il Bruno essendo corrivo per l’antecedenti fatti ai suoi parenti e considerate che nemicizia ave potuto incorrere
Poi passa a narrare le colpe politiche in senso stretto
- Fu incolpato pure come che i sbannati non volevano partire mediante suo discernimento che faceva con dire che Francesco era per venire di nuovo al trono e tutto ciò appare da sentenza scritta da questa giudicatura. Venghiamo all’altro fratello D. Carlo Dores. Lo stesso andava imparando versi ai ragazzi e l’istruiva in questo modo: Voi Galantuomini tagliatevi il mustazzo, appicatelo a prosciutto che Francesco è loco sutta…(i versi esatti, riportati nel ricorso fatto da Carlo Dores al Ministro di Grazia e Giustizia per la revoca del domicilio coatto – respinto per difetto di bollo – sono: Oh voi galantuomini tagliativi lu mustazzu; appenditilo a nu prisutti; che Franciscu è locu sutta; Oh voi galantuomini vinditivi lu granu e fativi lu tavutu che Franciscu è venutu. Versi che sarebbero stati canticchiati nel paese da una bambina Proietta di circa anni quattro che girava il paese mendicando un tozzo di pane) fatti che risultano da sentenza e Bruno come Sindaco riferì alla giustizia e ne fu carcerato e ne subì la pena in Spezzano (Carlo Dores fu condannato a sei mesi di domicilio coatto a Spezzano Albanese) e considerate che inimicizia poteva conseguire. In quei tempi e positamente nel giorno del 1° 9mbre è solito che i preti vanno a fare visita al Parroco e siccome il fratello del detto Bruno è anche prete, così unito agli altri fece anche visita al scellerato Parroco. Tutti i fratelli si avventarono sopra al detto Luigi e lo cacciarono fuori col dirli che per amore del suo fratello non lo vollero ricevere in casa; se ne andiede senza cappello perché lo volevano uccidere e se non fosse stato pei suoi amici ciò sarebbe seguito
E le accuse non si fermano qui
- Fu vibrato un colpo di fucile alla finestra o sia ad uno bassetto diretto a D. Carlo e nel fare il suo pensiero pensò che fosse stato Bruno Cistari il colpevole, anzi andò da D. Emilio Mari il suo nipote e disse che bruno Cistari aveva sparato una fucilata al suo zio Carlo… v’è altro elemento anche chiaro. Bruno mandò alcuni travagliatori per cacciare l’acquaro del molino. Il fratello di D. Carlo a nome Antonio si presentò al Guardiano Giuseppe (Spallato) e che cosa li disse? Li disse che il suo patrone non vuole trovarvi qui e li disse che se si lo vuole fare a cortillati, a fucilati, a muzzicuni in qualunque maniera che voleva attaccarsi  ma poi all’ultimo conchiuse  che doveva aggire e che delli loro mani doveva morire, come accaduto… Vi è altra inimicizia con un certo Fiore Francesco (Palagatta) che prettendeva certi pistilli e che nel carnevale si liticarono e n’è pienamente a conoscenza il pubblico. Il mio pensiero è che il mandante sia D. Filippo, l’uccisori l’altri due fratelli d’unità all’altro nemico Francesco Fiore Palagatta
Per non sbagliare Giuseppe Cistari ce li mette tutti, o quasi, perché i fratelli di don Filippo sono tre e non due e se non specifica i nomi è un guaio. Ma se ci possono essere dei dubbi su quali dei fratelli Dores puntare l’attenzione come possibili esecutori materiali dell’omicidio, certamente il più sospettato dei tre è Antonio per le minacce che avrebbe fatto tramite il guardiano e, perché no, su Francesco Fiore per la lite avuta con Bruno. Antonio Dores viene interrogato e racconta la sua versione dei fatti
- La sera in cui fu ucciso Cistari io mi ritirai da campagna alle ore 24 (16,30 circa) essendo andato alla vigna armato di fucile ed ove mi trattenni fino all’ora che mi ritirai. Andai in campagna per vegliare i miei interessi ed il fucile, ad una canna, lo portavo carico a pallini, onde non farmi sfuggire di sparare a qualche uccello se mi fosse dato vederlo. Mi ritirai a casa venendo dritto da campagna e solo, attraversando il paese per innanzi la casa di D. Giovanni De Fiore, indi mi recai dall’apprezzatore Giacinto Fiore per andare insieme il giorno seguente a stimare la fronda serica di proprietà della mia famiglia ed ivi mi trattenni circa mezz’ora, che fu il solo trattenimento che feci venendo da campagna e, ritirandomi a casa di poi passai per innanzi la chiesa e per la strada Gancarella mi ridussi a casa
- Avete incontrato qualcuno per strada che possa confermare?
- Non ricordo con quali persone io sia scontrato andando a casa, sebbene fossero state moltissime
- Pare che abbiate fatto delle minacce al Sindaco, minacce di morte tramite il suo guardiano…
- Io non ho fatto mai minacce al Sindaco Cistari per mezzo del suo servo Giuseppe Spallato… io feci le lagnanze contro il padrone perché a tutti permetteva lo scavo della creta in un suo fondo ed a me l’avea vietato, ma minacce mai! Lo Spallato alle mie doglianze rispose: “Questi son gli ordini… non ho che dirti…”. È vero altresì che la mia famiglia ha speso qualche moneta per la causa di mio fratello don Carlo il quale ha anche scontato la pena di sette mesi d’esilio in Spezzano Albanese, ma per tale dispendio della mia famiglia ed umiliazione del detto mio fratello ci avevano colpa più di uno, ma il Sindaco Cistari più di tutti. Ma questo finì poi avendo fatto pace
- E quando siete rientrato a casa, i vostri fratelli c’erano o erano ancora fuori?
- Allorchè mi ritirai da campagna gli altri tre miei fratelli Carlo, Filippo e Michele erano in casa e, ritiratomi, di noi non uscì più nessuno in quella sera
Antonio Dores ha parlato di un fucile ad una canna e questo contrasta con i fatti perché i colpi sparati contro Bruno Cistari furono due e a brevissima distanza uno dall’altro, quindi, se è stato Antonio a sparare, deve avere avuto un complice – come risulta già agli atti dalla testimonianza di Maria Peppina Marchese e le cose si complicano. Il Pretore interroga anche la servitù di casa Dores e come prima cosa ha la conferma che solo Antonio possiede un fucile e che il fucile è effettivamente ad una canna. Per il resto le testimonianze rischiano davvero di inguaiare Antonio perché tanto Maria Rosaria Maida che Francesco D’Elia si contraddicono tra di loro e contraddicono quanto ha affermato il loro padrone
- Il giorno del Corpus Domini, quello dell’omicidio del Sindaco, i due preti D. Filippo e D. Carlo, dopo la Chiesa si ritirarono insieme in casa e potevano essere le ore 22 d’Italia. L’altro fratello don Michele si ritirò circa un quarto d’ora dopo i due preti. Don Antonio poi venne a casa al tocco delle ore 24. niuno di essi quel giorno uscì con fucile, non escluso don Antonio. Questi non va mai in campagna nei giorni festivi, festeggiando il giorno dedicato al Signore – dice Maria Rosaria Maida
- Sei sicura che don Antonio è uscito senza fucile?
- La sera del Corpus Domini alle ore 24 don Antonio si ritirò e perché il portone era chiuso, al picchio andai io ad aprirlo e vidi bene che non aveva fucile
- Sicuro? – insiste il Pretore
- Mentre egli era fuori di casa, il fucile io l’ho visto per tutto il giorno vicino al capezzale del suo letto dove era solito tenerlo e tiene di presente
Chiarissimo.
- Io vidi tutti i quattro fratelli Dores in casa. Don Antonio stava già ritirato sin dalle ore 21. Nel giorno del Corpus Domini, don Antonio dopo mezzogiorno andò dall’apprezzatore senza fucile. Nel tempo della sua assenza il fucile l’ho visto al suo posto in una stanza tutta diversa da quella del suo letto, dormendo egli in quel tempo, come adesso, in cucina
Guai in vista. E guai in vista perché le persone che abitano lungo il tragitto indicato da Antonio dicono, interrogate, di non averlo visto e addirittura che quella strada, cioè la strada che passa per il rione Magnocavallo, la Fontana e, quindi, dal rione Migliano dove è situata la casa dei De Fiore teatro dell’omicidio, non è mai praticata da don Antonio. Piuttosto, invece, pratica l’altra strada, più breve e più comoda per andare nelle sue terre, che, da Casa Dores in via Babillonia, passa per la chiesa e per il Vallone. Qualcuno, invece, dice che Antonio Dores in campagna ci va quando vuole, a prescindere che sia festa o meno.
Ma, si chiedono i giudici, è mai possibile che una persona che abbia in mente di ucciderne un’altra se ne va in giro per le strade del paese con il fucile in spalla mostrandosi potenzialmente a tutti? E poi, come mai nessuno lo ha visto passare? Certo è che dall’apprezzatore c’è stato perché lo testimonia tutta la famiglia di quest’ultimo e testimoniano anche di averlo visto con il fucile a una canna in spalla. Molto strano. Tutto ciò fa chiedere al padre di Bruno Cistari di arrestare don Filippo che, nella sua qualità di parroco, è in grado di condizionare i testimoni, ma non se ne fa niente.
Però emergono altre circostanze, queste molto più serie di quelle indicate dal padre di Bruno, che potrebbero essere un buon movente per uccidere.
- Circa un anno prima della morte del Cistari, questi avea avuto domanda dal Parroco di supplimento di congrua, al quale egli rispose che, non solo non gliela avrebbe accordata, ma opinava ritirare al comune, cui pria appartenevano, i beni depredati dal Parroco, qual congrua, ed allora gli avrebbe assegnato in contante la competente congrua, a tenore dei regolamenti che la stabilisce. A tale oggetto iniziò il Sindaco Cistari una corrispondenza, il cui esito è tuttavia pendente – racconta Beniamino De Fiore –. Qualche giorno prima della morte del Cistari, avuta la comunicazione della conferma a Sindaco, mi fece la confidenza che oramai che aveva altri tre anni di carica innanzi di se, opinava promuovere la nomina del Parroco definitivo, mercè legale concorso, essendo il Filippo Dores un semplice economo parrocchiale e non coi tempi, avendo impresso nell’animo principi retrivi e contrari all’attuali libere e civili istituzioni. Mi diceva ancora che se non aveva sfogo dalla Prefettura, ne avrebbe fatto istanza financo al Guardasigilli e Ministro dei Culti. Io gli dissi allora di lasciar stare questo e non curarlo, ma l’amico Sindaco mi rispose: “Oh caro Beniamino, abbi sempre fitta in mente la massima Inimico tuo ne crederis in aeternum… ti troverai bene”. ricordo che nell’inverno del 1863 e propriamente nel giorno della commemorazione dei morti, poiché vi è costumanza qui che la notte dalle due ore in poi il Parroco vestiva dieci o dodici suoi dipendenti con camice bianco, rappresentando le anime del purgatorio, li faceva girare nel paese, sempre di notte tempo, questuando le castagne in suffragio che esse rappresentavano. Tale usanza dalle autorità locali si tollerava, ma quando, avvenuto il fatto che la mattina precedente, il fratello del Sindaco, signor Luigi Cestari sacerdote, di coscienza delicata e scrupolosa, teneva a male quella inimicizia esternata fra le due famiglie e di tanto in tanto andava furtivamente a visitare il Parroco, ebbe a soffrire l’umiliazione di esser messo alla porta come il più vile servo o come un uomo che soffre la lebbra, con le parole “La tua famiglia ci vuole rovinare e tu hai il coraggio di venirci a visitare?”. Tale azione, indegna di chi vanta avere animo gentile, toccò sul vivo l’animo sensibile del Sindaco Bruno Cistari ed immantinente, come per reagire, non volle tollerare la scandalosa questua notturna e perciò fece bandire che chi oltre le due ore trovavasi girovago per il paese, siino vivi o anime purganti, sarebbe stato arrestato. La mattina de’ tre novembre, Carlo Dores dall’altare, dopo compiuto il sacrificio incruento, predicò al popolo che, giacchè il Sindaco avea vietato con bando e con la forza la questua delle consueta delle castagne, chi avrebbe avuto tale volontà, le portasse a casa sua…
Il denaro, un ottimo motivo per uccidere. Le indagini proseguono ma non si trova niente di concreto né su don Filippo, né su don Carlo, né su Michele Dores e nemmeno su Francesco Fiore, finito in questa brutta storia senza sapere come e perché. Su Antonio restano dei dubbi soprattutto perché il padre della vittima, asserisce che l’apprezzatore, suo parente, gli avrebbe confessato una frase molto compromettente pronunciata da Antonio Dores poco prima che avvenisse il delitto: “Se dimani accadesse qualcosa al Sindaco, io non ne sono responsabile. Voi mi sarete testimone che sono stato fino ad ora tarda qui con voi”. L’apprezzatore nega recisamente questa circostanza ma Antonio Dores, nel dubbio, viene arrestato. Qualche giorno dopo anche Giacinto Fiore, l’apprezzatore, rischia l’arresto per falsa testimonianza e ad inguaiarlo è suo figlio Pasquale che giura di aver sentito distintamente Antonio pronunciare quella e altre frasi. L’equivoco viene chiarito perché le frasi incriminate non furono pronunciate la sera prima del delitto, bensì la mattina seguente: “Vedete che fatto, tale uccisione la vogliono per forza addebitare a me. In niun conto non ci vogliono lasciare andare, noi ci facciamo i fatti nostri ed invece ci vogliono inquietare non ostante che siamo parenti. Voi mi potete giovare facendomi da testimone che il giorno precedente la notte che fu ucciso il Sindaco, io sono stato in casa vostra col fucile e se voleva fare questo non sarei andato certamente pel paese col fucile in mano”. Dette la mattina dopo l’omicidio assumono un valore completamente diverso. Ma perché l’apprezzatore non lo ha detto subito al giudice?
- Deve sapere che io soffro all’udito, quindi le parole profferite da Antonio Dores non le intesi affatto
Non c’è altro. Il Pubblico Ministero fa le sue richieste e sottolinea:
Poiché se il prosieguo di istruzione non ha aggiunto altri elementi sul conto di Carlo, Filippo e Michele Dores, ha ribaditi e sempre meglio sviluppati quelli che si elevano contro Antonio Dores, mentre che poi a riguardo di Francesco Fiore non è comparso neanche un lontano indizio. Quindi ci sarebbero elementi sufficienti a mandare Antonio Dores al giudizio della Corte d’Assise, sebbene non sia affatto chiaro come abbia fatto l’imputato a sparare due colpi consecutivi con un fucile ad avancarica a una sola canna, visto che non è stata fatta alcuna indagine per scoprire eventuali complici.
La Sezione d’Accusa però non è d’accordo e ritiene che in tanta scarsezza di indizi non è prudenza avventurare un pubblico giudizio, per cui dichiara non farsi luogo a procedimento penale per la deficienza di pruove contro Antonio Dores e auspica nuovi lumi sulla faccenda. È l’11 aprile 1865.
La svolta potrebbe esserci un anno dopo quando al Procuratore del re di Cosenza arriva una lettera anonima da Rota Greca, datata 5 maggio 1866
Signore,
Volete conoscere lu misfatto del omicidio del anno 1864 il mese di maggio. Chiamate a fedele Milito, sa tutto il misfatto come andato la morte di D. Bruno Cistaro della comune di Rota Greca, quanto ha fatto questa dichiarazione  il detto Milito vi erano anche testimoni che sono a questi prigioni che sia Vincenzo Culletto della Rejna, a fatto questa dichiarazione il detto milito che io so tutto il fatto, ma per detto di Dorotea Esposita e Carmela Ditanassa e Maria Rosa Caruso Marianna Milito, Congetta Sita, Rosaria Mariamelia la Capo Mastra della filannara di D. Giovanni Fiore e Gennaro Milito, Angiolarosa Costanza, questi sono tutti testimoni per il detto misfatto e sono tutti della Comune di Greca Rota. Carmino Tommaso che a fatto questo omicidio a fatto dei minacci a Dorotea Esposita che se non acconsentiva al suo volere la faceva come avea fatto al laltro misfatto.
Perché non tentare?
- Conosco che tra Carmine Tommaso e Dorotea Esposito vi erano trattative di matrimonio – attacca Fedele Milito – ed in seguito la Esposito reuscì dalla promessa fatta. Il Tommaso, indispettito dalla risoluzione fatta dalla Esposito, più volte l’ha minacciata ed in un giorno l’impugnò il fucile contro e le disse che da lui la polvere sapeva dolce e sapeva far cadere le persone. Questo discorso mi veniva fatto dalla stessa Esposito, alla quale io, avendo domandato quali erano le persone che il Tommaso avea fatto cadere, ella mi rispose che sospettava forte che il Tommaso volea riferire quel suo discorso all’omicidio del Sindaco D. Bruno Cistari il quale era stato ucciso uno o due mesi prima. Lo stesso sospetto fu fatto ancora da Carmela Spallato agnomato Ditanasso, la quale trovossi presente alla minaccia fatta alla Esposito. Questa confidenza, trovandomi carcerato in Cosenza, la svelai a Francesco Cavallo di Rota ed a Vincenzo Gulletta del rione Regina di Lattarico, anche carcerato
Dorotea Esposito, però lo smentisce
- Io era in trattative di matrimonio con Carmine Tommaso ma ritirai la parola perché i miei fratelli d’affezione non volevano, essendo il Tommaso un giovane scapestrato. Il Tommaso del mio rifiuto fu irritato e più volte mi è venuto appresso minacciandomi, tanto che mi ridussi a non essere più libera di uscir di casa per timor di lui. Finalmente, una mattina di giugno o luglio del 1864, io stava alla filanda di D. Giovanni De Fiore e venne il Tommaso il quale cominciò a farmi le solite minacce, cacciando anche un pugnale, dicendo che l’avessi sposato per forza o mi avrebbe uccisa. Alcune donne che trovavansi colà gli dissero che mi avesse lasciato andare, altrimenti i miei fratelli avrebbero ucciso a lui, al che egli tosto rispose: “A me? e chi mi uccide? Se qualcuno osa tirarmi uno schioppo, io con la mia polvere gli fo fare una fumata… la polvere mia ti cridi ca… ti cridi ca…” e piegava il capo di dietro innanzi. Poi io fuggii e non so più nulla
- L’arma era un fucile o un pugnale?
- Io vidi cacciare un pugnale e non un fucile
- Ti è venuto il sospetto che Tommaso si riferisse all’omicidio del Sindaco?
- Dalle parole del Tommaso niun sospetto io conseguii in rapporto a tale omicidio poiché le sue minacce riguardavano me ed i miei fratelli
- Hai parlato di questo con Fedele Milito? Lui sostiene che tu sospettavi del Tommaso come assassino del Sindaco…
- Con Fedele Milito io mi lamentai di queste minacce del Tommaso ma non gli dissi di aver formato alcun sospetto e forse egli dovette malamente capire le mie parole
Qualcosa di più ha sentito Carmela Spallato
- Verso le ore della sera dello stesso giorno, io trovavami addetta a raccogliere il verme serico da terra e Carmine Tommaso stringeva i mancanelli da dietro la banchina alla stessa camera e non vedeva e non sapeva che io trovavami nell’istessa stanza e solo solo parlava, come se fosse un farnetico e diceva: “La debbo ammazzare, allora mi quieterò quando l’avrò ammazzata: la polvere mia è dolce e la so sparare e quando sparo mi riesce e so uccidere”. Io sentii questo soliloquio e non vi risposi parola alcuna, ma solamente feci sospetto che questo suo parlare di dolcezza di polvere e di riuscire i suoi colpi non volesse riferire all’omicidio del nostro Sindaco
- Ne avete parlato con Fedele Milito?
- Trovandomi a parlare con Fedele Milito, è pur vero che glielo manifestai
Un po’ troppo poco, infatti il 18 luglio 1866 il Giudice Istruttore dichiara non farsi luogo a procedimento penale contro Tommaso Carmine per difetto d’indizi.[1]
L’assassino (o più probabilmente gli assassini) di Bruno Cistari resterà impunito.



[1] ASCS, Processi Penali.