martedì 29 gennaio 2019

IL RATTO DELLA RAGAZZINA


Alla detenuta La Rosa Maria Sofia
Nelle carcire di Cosenza

Nicastro, 7 Gennaio 1906
Carissima moglie
Vi raccomando a non pigliarvi di collera, a mangiare ed a bere e stare allegramente perché il tuo sposo Giovanni Mallamo che penza per te e perciò non ti pigliare di collera di ciò che ti faccio sapere.
Quello che ti prego che non appena ti giunge questa lettera di mandare chiamando il giudice ed esponegli una querela come io ti acchiudo a Cimino Salvatore (???) perché questo è stato la rovina di tua figlia, di te e di tutta la tua famiglia perché è stato a Paola e si ha rapito a tua figlia e di sei giorni che si ritrova a Nicastro a questi turri turri che gli sta facendo fare la mala donna. Io sono stato per poterla raccogliere ed essa mi rispose che ne io e ne voi come madre non gli potete fare niente perché essa e a mano di legge e gli dissi pure che io gli passava 50 centesimi al giorno se si voleva ritirare a stare dove la sua zia fino a che non vi ritiravate voi ed essa non volle facendomi questa risposta. Il penziero della America te lo devi cacciare mentre tua figlia à fatto questa riescita a scapparsi con Salvatore Cimino ed adesso già tutto Nicastro à creduto che sei stata condannata innocente vedendo questo errore che à fatto tua figlia. Io sono stato dall’avvocato per vedere di dargli la querela , mi fece cacciare dal municipio la fede di nascita per vedere quanti anni tiene e di questo è minorenne e bisogna che tu gli dessi la querela a Cimino come io te la mando scritta perché non solo che si ha rapito a tua figlia, ma quanto va dicendo che è stato nelle carcire di Cosenza per vederti e ti ha lasciato cinque lire e tu stessa dice che gli ai detto di averci a piacere di prendersi a tua figlia.
Per testimone, cara sposa, cè Carolina Bruno, Pietro Bellissimo e Maria Sbaffita. Ti prego di fare ciò che io ti dico perché io, cara sposa, non voglio che andassi carcerato per l’amore tuo e poterti mandare qualche cosa mese per mese, altremente non appena mi avesse incontrato il Cimino lo avrei fatto buchi buchi e perciò ho cercato a rivolgerci con la legge, perciò ti prego di non ti ci pigliarti a niente e stare allegra e contenta e dentro questi giorni ti spedirò un vaglia. Io verso la fine di questo mese volevo venire a Cosenza ma ora che è successo questo perché quello che mi debbo spragare io per viaggi, ci bisognano per farci gli notaggi per la nostra casa.
Ti prego rispondere subbito. Io quando sono stato dove tua cognata Francisca mi disse che tu non conti niente perché essa è a mano di legge e perciò ti prega a fare ciò che io ti dico e fargli vedere se conti o non conti.
Ricevi si saluti della famiglia dei miei padroni come pure quelli di Maddalena e dio salutandoti di cuore mi dico tuo sposo
Giovanni Mallamo
La presente lettera accludila colla querela e mandala pure al Giudice Istruttore. Metti pure per testimone Lorenzo Lo Russo da Nicastro
Un brutto affare.
Maria Sofia segue il consiglio del suo sposo e dal carcere di Cosenza presenta querela contro Salvatore  Cimino e qui emergono altri fatti:
la detenuta a margine segnata espone formale querela contro Cimino Salvatore da Nicastro perché nel corso del corrente mese, con inganni per fini di libidine, le rapì da Paola la figliuola ancora minorenne Clementina Mazza.
La ricorrente si fa un dovere di prevenire la S.V. circa lo stato civile del Cimino il quale è ammogliato ed è di cattiva condotta precedente.
Si prevedono guai grossi anche perché la sedicenne Clementina non ne vuole sapere di tornare a casa e fa mettere a verbale:
Nel dicembre 1905 mi trovavo in Paola in casa di mia sorella Vittoria, maritata ad un impiegato ferroviario. Il mio amante Cimino Salvatore, col quale ora convivo, venne a visitarmi e mi persuase ad allontanarmi dalla casa di mia sorella e andare con lui. Il 27 dicembre, così, io partii da Paola in compagnia di Cimino e venni a Nicastro, donde da quale giorno non mi sono mossa. Non intendo sporgere querela contro il Cimino.
Chiarissimo. Ma Clementina è minorenne e non può fare ciò che vuole o ciò che le consiglia un Cimino qualsiasi, così il Giudice Istruttore del Tribunale di Cosenza procede contro l’uomo per corruzione di minorenne. È il 12 maggio 1906. Dopo una decina di giorni il ventisettenne Cimino viene rintracciato e interrogato
- Sono merciaio ambulante, coniugato con Eugenia Pandolfi e ho una figlia. Sono stato altre volte condannato. Nel dicembre 1905 mi trovavo in Paola dove esercitavo il mio mestiere. Incontrai Mazza Clementina, vecchia mia conoscenza, la quale coabitava con sua sorella Vittoria, moglie del muratore Bruno Vannucci, e con suo fratello Gaetano di anni 19. Col consenso di tutti costoro condussi con me la Clementina in Nicastro dove da quel tempo l’ho tenuta nella mia abitazione
- E tua moglie non ha avuto niente da obiettare? – gli chiede, perplesso, il Pretore di Nicastro che lo interroga per rogatoria
- Mia moglie risiede in Alessandria d’Egitto da 10 anni
- Va bene, però c’è una querela… non potevi fare quello che hai fatto
- La Rosa Maria Sofia non poteva sporgere querela contro di me perché ella, circa un anno fa, fu condannata per lenocinio in danno della figlia Clementina ed in correità di Giovanni Mallamo – risponde Cimino lasciando di stucco il Pretore
In effetti Maria Sofia non ha più la potestà genitoriale in conseguenza della condanna a 14 mesi di reclusione per induzione e sfruttamento della prostituzione in danno della sua figlia minore, ma qualcosa bisognerà pur farla, Clementina non può decidere da sola. Intanto la ragazza, l’11 settembre 1906, scrive al Pretore di Nicastro una accorata lettera
Mazza Clementina fu Antonio fa ampia protesta contro la madre Catina La Rosa, stante che la giovanetta Mazza trovasi eziandio come governante col giovane Cimino Salvatore il quale la protegge, la vuol bene e nulla le fa mancare, tanto che ella è contentissima e si trova bene nello stato in cui si trova.
Intanto la madre Catina La Rosa cerca, contro il consenso della figlia, di farla emigrare per rovinarla del tutto, dimenticando che per la vile somma di £ 500 la portò al macello, facendogli perdere l’onore, l’avvenire e la sua reputazione e vi è sentenza di condanna di questo Tribunale, sicché vorrebbe toglierla in braccio del giovane per continuare la tresca mercenaria a danno della povera figliuola. Perciò si fa ampia protesta ed intende che la madre non più si ingerisse di lei. Tanta opera l’avrà a grazia.
La soluzione trovata dal Pubblico Ministero a cui è affidato il caso è quella più logica che la legge offre: nominare un tutore prima di ogni altra cosa e quindi affidare la decisione se persistere nella querela, sporta dalla madre di Clementina ma non legalmente valida, al cosiddetto Consiglio di Famiglia, del quale la legge chiama a far parte, oltre ai parenti più prossimi della minore, anche il Sindaco, il Pretore e vari consulenti nominati dal Tribunale. Il 14 settembre 1906 è il giorno della decisione: tutore viene nominato il nonno paterno, Gaetano Mazza, atteso la conosciuta onestà e probità, e per quanto riguarda la querela viene deciso di non insistere perché i consulenti tutti fanno notare che la Mazza Clementina, convivendo col Cimino che la tratta bene e che nulla le fa mancare, ha certamente una prospettiva migliore di quella che potrebbe avere facendo vita libera, ovvero ritornando insieme alla madre.
Il 14 ottobre successivo il Giudice Istruttore, considerato che il reato contestato a Salvatore Cimino è perseguibile su querela di parte, prende atto della decisione del Consiglio di Famiglia e dichiara non farsi luogo a procedimento penale contro l’imputato, stante la mancanza di legale querela.[1]
Catina La Rosa è fuori gioco, Clementina e Salvatore possono stare tranquilli, sempre che non torni la moglie da Alessandria d’Egitto…



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 27 gennaio 2019

AMBIZIONE, AVIDITÀ, LUSSURIA E MORTE NEL SANTUARIO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA


Ambizione, avidità, lussuria, figlie dell’ozio prodotto dall’obblio dè propri religiosi doveri, contaminarono il Santuario fondato da San Francesco di Paola in la sua patria con cure portentose e sovrumane. Queste malnate passioni cominciarono nell’anno 1831 e scissero gli abitatori religiosi di quel Monastero in partiti che assunsero il nome l’uno dè buoni, l’altro dè maligni. Tra pochi del partito dè buoni appartenevasi il Padre Giovanni Cilento, noto per l’illibatezza de’ costumi e candida morale, ed appartenevasi fra i frati del partito dè maligni il Padre Giuseppe Carratelli, che avea intrapreso la carriera monastica non già per elezione ma piuttosto per disperazione, appartenendo ad una famiglia miserabile, per cui sempre guardava di mal’occhio detto Padre Cilento. Nel dì 29 settembre di quell’anno 1831 dovevasi procedere alla nomina del Padre Correttore di quel pio luogo. I buoni proponevano il Padre Cilento. I maligni si opponevano vivamente. L’amor di pace consigliò i buoni a cedere. Fu nominato Correttore il Padre Carratelli. In seguito fu nominato tra maligni per procuratore il Padre Itria. Il Padre Delegato allora nominò il Padre Cilento, l’ottimo fra buoni, per maestro dè novizi.
Pochi giorni dopo escono volontariamente dal noviziato fra Nicola Valitutti e fra Francesco Guagliani. Alle cure di Padre Giovanni Cilento resta solo fra Francesco Macchia il quale ben presto, con il laico fra Domenico Carnevale, si associa al partito dei maligni. Padre Mastro Cilento cerca di convincere il novizio a restare fuori dalle fazioni, ma il novizio, quando una sera viene sorpreso mentre sta cantando a voce alta e viene rimproverato dal suo Maestro, per tutta risposta lo minaccia di prenderlo a schiaffi, se più parlasse. Il Maestro va a riferire tutto al Padre Correttore Carratelli e questi gli risponde di lasciare in pace il novizio e di farsi i fatti suoi. Quando ritorna nei locali del noviziato, Macchia lo assale verbalmente
- Sei uno svergognato! Fra poco sarai straregnato e ti prenderò a schiaffi, ti leverò l’anima da dove Dio te l’ha posta! E lo stesso farò a chi ti protegge!
Da questo momento in poi, Macchia è regolarmente invitato alle riunioni segrete che si tengono tra i capi dei malvagi, il Correttore Carratelli e i Padri Itria, Rocchetti, Catalano e il laico Carnevale.
L’insofferenza per l’intransigenza morale di Padre Cilento si tramuta in vero e proprio odio per la sua persona e quotidianamente deve sopportare insulti e oltraggi.
Intanto Macchia, contravvenendo ai suoi doveri di novizio, fa coppia fissa con il laico Carnevale. I due ogni notte escono furtivamente dal convento col mezzo di funi e di chiavi adulterine, ma nessuno sa dove vadano e per quale motivo.
Per quanto potere possa esercitare all’interno del convento, Carratelli non riesce ad evitare che le voci sulle fughe notturne arrivino ai superiori e che venga istruito un processo monastico contro i due.
Intanto Macchia è arrivato al termine del noviziato e quindi diventare frate, ma ciò gli viene negato da Cilento per la sua sregolata condotta. Padre Carratelli non trova niente di meglio da fare che attribuirne la causa a Cilento, supponendo che questi avesse malamente descritta la sua morale al Superiore Delegato Padre Melograno nell’atto che tali disposizioni erano venute dal Superiore Vicario Generale residente in Roma, per mezzo di Melograno. Non solo. Carratelli nomina sotto procuratore il laico Carnevale, ad onta che dal Delegato Generale era stato inibito di avere impieghi.
Una sera del mese di luglio del 1832, Carratelli con Padre Itria va nel noviziato con la scusa di visitare il novizio Macchia che stava poco bene. Padre Cilento, per essere molto zelante per l’esecuzione della regola, gli fece conoscere che non era permesso a chiunque di entrare nel Noviziato senza sua licenza, non escluso il Superiore e quante volte questo voleva praticarlo, poteva farlo accompagnato da due Padri seniori, al che il Carratelli si rivolse al Cilento e si espresse così
- Coglione, ritirati in stanza
Cilento rispose che non avea mancato, ma gli avea ricordato la regola, e se mancanza avea commessa, dovea essere giudicato da’ Padri Seniori.
 Questa risposta basta a Carratelli per aizzarlo maggiormente e ordina al laico Carnevale l’arresto di Padre Cilento
- Ora che sei nelle mie mani non scappi più! – gli dice Carnevale ridendo sguaiatamente.
Per sua fortuna, nel giro di pochi giorni, l’intervento dell’Autorità Amministrativa rimette in libertà Padre Cilento, che può ritornare nel convento con la speranza che, essendo il mandato di Padre Carratelli giunto quasi alla sua scadenza, le cose possano ritornare alla normalità. E le premesse sembrano davvero buone quando, nel settembre del 1832, viene nominato Superiore il Padre Raffaele Iorio del partito dei buoni. Ma questi ultimi non hanno fatto i conti con gli avversari: Carratelli, Rocchetti, Catalano ed Itria sottoscrivono una protesta notarile e quindi unitisi in Capitolo Anarchico nominano Correttore il Padre Itria. Il Vicario Generale, Padre Romano, informato di questa grave insubordinazione, interviene immediatamente togliendo loro ogni voce attiva riconoscendo ufficialmente come Correttore Padre Iorio.
Ma in una notte del mese di novembre del 1832, don Nicola Carratelli, fratello del capo del partito dei maligni, va sotto le mura del convento e canta una canzone dispettosa e minacciosa:
Ho veduto castelli in aria
Poi ridursi in polvere
Cosa, questa, assolutamente vietata dalla Regola. Padre Cilento riferisce tutto al Superiore Iorio: la guerra, quella vera, per il potere nel convento è appena cominciata.
Il 2 gennaio 1833 Cilento e Iorio vedono il laico Carnevale allontanarsi dal convento verso le 19,30. Subito lo seguono ma lo perdono di vista. Vagano a lungo finché, verso le 22,00, lo vedono tornare da un sospetto luogo: la strada che viene dal paese di Paola, per andare nella casetta della sua druda Maria Montanaro. Carnevale però, sbirciando da dietro una finestra, avendo conosciuto Cilento che lo spiava, mentre esce dalla casetta prorompe con la sua amante in minacce di vita contro il Padre Cilento, che imputava come suo persecutore e giunse a cavarsi dal petto uno stile, manifestando che sotto i colpi dello stesso lo avrebbe fatto cader vittima in qualche giorno. Sembra che altre due volte Carnevale avesse manifestato alla sua compagna di dissolutezza propositi di vendetta contro Cilento perché questi si opponeva all’amore che per lei sentiva.
Dopo questo fatto Carnevale viene posto sotto stretta sorveglianza da parte del Superiore Iorio e gli viene categoricamente vietato di avere altro contatto con quella druda e malgrado le premure che da costei ne avea ricevuto, la di lui passione era molto inoltrata poiché la sazietà non avea ancor ammorzato i suoi sentimenti ed infatti, anche nelle prigioni il Carnevale non si occupava che della cura di raccomandare ed a voce  e con lettera alla di lui druda una condotta fedele e costante. Inoltre, egli ed il novizio Macchia ed il laico Carnevale pronunziaron minacce di morte contro il Padre Cilento. In particolare, Carnevale è imbestialito perché ha saputo che sarà trasferito in un altro monastero e di ciò si lamenta con Padre Catalano
- Padre Francesco, non sapete ch’è venuto Padre Giovanni Cilento e mi ha portato l’ubbidienza? La lancetta tanto va all’acqua fino a che si spezza… per Dio che li farò ricordare il mio nome!
Nel convento di San Francesco di Paola è consuetudine di celebrarsi la sera dell’Epifania una cerimonia che termina con piacevoli ristori. Ma la sera del 6 gennaio 1833 Padre Maddalena è malato e i confratelli decidono di festeggiare nella sua cella e la lieta unione si scioglie alle 4 della notte [circa le 20,00. Nda]. Padre Cilento e il novizio Macchia si ritirano nei locali del noviziato e gli altri Padri e Frati nelle loro rispettive celle. Solo il laico Carnevale non è nella sua stanza.
I locali del noviziato, nel convento di Paola, sono in ben lunga distanza da’ dormitori. Una doppia chiave ne chiude la porta e una di queste chiavi conservasi dal novizio Macchia.
La mattina del 7 gennaio un urlo turba la quiete del convento: Padre Giovanni Cilento viene rinvenuto cadavere nella corrente del fiume detto di San Francesco, e precisamente nel punto sottoposto al noviziato, precipitato dal luogo detto Deserto, attraversando il luogo detto Grotta di San Francesco Lamato e ponte del Diavolo. Un capestro eragli strettamente legato al collo; un ramo verdeggiante di rovere erasi attaccato al suo braccio, aveva le scarpe ai piedi e la testa scoverta, il volto rosso, livido e tumido, la bocca aperta colla lingua fra i denti ed alquanto sporta in fuori. Le labbra tumide ed illividite con sangue spumoso che dalla bocca grondava. Le narici offrivano una spuma sanguigna nelle due aperture con specialità nella sinistra. L’orecchio sinistro tramandava sangue dal foro uditorio. Sulla palpebra superiore dell’occhio sinistro vi era una piccola ferita lacera. Un’altra simile si osservava al di sopra del sopracciglio destro ed a tutta la regione sinistra della faccia diverse graffiature. Due contusioni visibili nella fronte, una nella gobba destra e l’altra nella sinistra della grossezza di una castagna.
Nella cella di Padre Cilento il letto è intatto ma il suo saio è lacerato e imbrattato d’immondezza che si rinvenne tolta dal luogo immondo così detto chiatra, sperimentato forse non atto per gittarvi il cadavere. I lumi del noviziato sono spenti senza esserne consumato l’olio. Sulla metà del pavimento di una stanza del noviziato sono sparse immondezze calcine e pedate umane di varia dimensione. Avanti la porta della legniera e della carboniera si osservarono impressioni di vomito. Impressioni di sangue furon rinvenute su di una scala servita da trasporto al cadavere. Stille di sangue furon rinvenute vicino a due finestroni del noviziato, da uno de’ quali era stato il cadavere gittato.
Conoscendo le minacce rivolte a Cilento dal novizio Macchia e, soprattutto, dal laico Carnevale, i gendarmi chiamati dal Correttore perquisiscono la stanza di quest’ultimo e trovano indizi interessanti: due funicoli e tre chiavi adulterine atte ad aprir alcune officine del Convento e i funicoli si verificarono uguali al capestro con cui fu strangolato Cilento. Carnevale viene arrestato e mentre trovavasi ristretto nelle prigioni di Paola mandò ambasciata al laico fra Giuseppe Santoro che, se venisse dalla giustizia esaminato, avesse detto che la notte del 6 gennaio avevano dormito insieme. Poi, considerato che le pedate umane di varia dimensione fanno pensare che siano state lasciate da più di due persone, vanno a visitare il novizio e un altro laico, Domenico Gatto, in ottimi rapporti con Carnevale. Nelle loro stanze non trovano niente di interessante, ma sono le loro mani a destare sospetti perché vi si rinvennero de’ laceramenti prodotti da strumenti di sfregatura.
Gli indizi sono sufficienti per arrestare anche questi due, ma quando i monaci del partito dei buoni raccontano tutte le angherie sofferte dal povero Cilento, i ferri vengono messi anche a Padre Carratelli, Padre Itria, Padre Rocchetti e Padre Catalano. Quasi tre mesi dopo, Gatto viene rimesso in libertà e il 13 aprile 1833 muore in carcere il novizio Macchia. Nel frattempo i Padri Itria, Rocchetti e Catalano vengono scagionati e in carcere restano solo Carnevale, accusato di essere uno degli esecutori materiali dell’omicidio e Padre Carratelli, accusato di esserne stato il mandante.
Il 2 luglio 1834, la Gran Corte Criminale di Cosenza processa i due imputati e giunge alla conclusione che Domenico Carnevale avea commesso omicidio premeditato in persona del Padre Giovanni Cilento per causa propria e lo condanna alla pena di morte. Per Padre Carratelli il discorso è diverso. La Gran Corte non lo ritiene il mandante dell’omicidio, nè un complice di secondo grado e lo assolve. Tuttavia ritiene che ci sia bisogno di un supplemento di indagine per stabilire con certezza se Padre Carratelli, partendo dal convento il 2 gennaio 1833, abbia avuto nel convento o fuori di esso de’ segreti colloquii col defunto novizio Francesco Macchia e col suo laico fra Domenico Carnevale e se in tali colloquii segreti detto Padre Carratelli abbia dato mandato a’ medesimi per commettere l’omicidio o pure avesse insinuato a’ cooperatori, facilitando gli autori principali alla consumazione di tale atroce misfatto.. E se ciò fosse accertato, si tratterebbe non più di un omicidio per causa propria, ma di un omicidio su mandato
I giudici della Gran Corte Criminale non si fermano a questo. Individuano in numerose testimonianze alcune circostanze che avrebbero dovuto insospettire gli inquirenti: don Nicola Carratelli, fratello germano di Padre Carratelli, era solito portarsi nel santuario ed andava ad intrattenersi nella stanza di Padre Dionigi Rocchetti e la sera dell’avvenimento, 6 gennaio 1833, Padre Iorio lo vide ancora in detto Santuario nella stanza di Rocchetti fino alle ore 24 circa, senza di aver veduto se se ne fosse andato o pur no. Ma dopo l’epoca del commesso omicidio, il mentovato Nicola Carratelli non si è fatto più vedere secondo il solito nel Santuario e né alla stanza di Padre Rocchetti. Bisognerà indagare su questi aspetti e anche sulla strettissima amicizia di don Nicola con fra Carnevale, con il defunto canonico Macchia, con Padre Itria, con Padre Catalano, con Padre Molezzi e con Padre Rocchetti, co’ quali spesso si univa nelle loro stanze mangiando e confabulando in segreto fra loro. Non solo. Secondo la testimonianza di Padre Molezzi, mentre la mattina seguente all’omicidio, il 7 gennaio, a circa mezzora dopo fatto giorno,  si trovava dentro il chiostro di basso per andare a dir messa, vide nello stesso il Nicola Carratelli, che di tutta fretta si diriggeva per la gradinata segreta che conduce negli appartamenti del Monistero, senza che l’avesse più veduto in prosieguo di detto giorno, né quando si rinvenne il cadavere di Padre Cilento, né del tratto successivo si è fatto vedere nel Monistero. Don Nicola Carratelli, invece, fu visto, nel pomeriggio del 7 gennaio, venire da sotto il sopportico del signor Zicari – la strada che conduce nel Monastero – e passare davanti la casa di Nicola Maddalena a Paola nel luogo detto il cancello, per poi entrare nel caffè di Filippo Fraganto in andamento sospettoso e, senza essere stato richiesto, incominciò a parlare dell’omicidio di Padre Cilento e, tra le altre cose, disse le seguenti espressioni: “Io nulla sapevo di detto omicidio, pure è buono che la notte scorsa mi sono trovato nel molino del signor Pietro Maraviglia”, circostanza questa che è rimasta smentita colle dichiarazioni dei mugnai.
Queste richieste, osserva la Corte Suprema, fanno sorgere dei problemi procedurali perché ove rimanesse fermo il giudicato di omicidio premeditato per causa propria, non si potrebbe cangiare più la natura in omicidio per mandato: ove la nuova istruzione mostrasse il mandato nell’omicidio, non si sarebbe sicuro sullo sviluppo del mandatario. Intanto, nel dubbio di un omicidio per mandato, nella certezza di una nuova istruzione aperta sul mandato e nella incertezza di poterne risultare un altro mandatario, se ne manderebbe uno a morte come omicida per causa propria.
Intanto Carnevale presenta ricorso per annullamento, poi si vedrà.
Ma i giudici della Gran Corte Criminale di Cosenza non accolgono il suggerimento e vanno avanti con la nuova istruzione contro don Nicola Carratelli, scatenando l’ira dei giudici della Corte Suprema che accolgono il ricorso di Carnevale e annullano la sentenza della Gran Corte Criminale di Cosenza, rinviando la causa alla Gran Corte di Catanzaro: Gli estinti non si possono richiamare in vita. I complici presenti sono giudicati nello stesso giudizio secondo le regole stabilite. Forte di ciò, Padre Carratelli chiede ed ottiene la libertà provvisoria.
A Catanzaro il nuovo processo si tiene il 18 novembre 1836, quasi quattro anni dopo i fatti e, in attesa che sia completata la nuova istruttoria a carico di Padre Carratelli, i giudici riesaminano tutti gli atti relativi a fra Carnevale, interrogano nuovamente tutti i testimoni già ascoltati e ne interrogano di nuovi. Interrogano una donna, Maddalena Caruso, la quale sostiene di essere stata indotta da Maria Mantovano a dichiarare di essere a conoscenza che Padre Iorio sedusse e prevaricò Maria Mantovano a deporre che aveva avuto commercio carnale con lei nella casetta di Barone nel giorno in cui Cilento riconobbe invece Carnevale, anzi le complimentò dieci piastre per asserire che Carnevale era sempre stato l’amante di Maria Mantovano. Di più, Padre Iorio avrebbe minacciato la Mantovano quando questa stava in esperimento nel carcere di Paola, facendole conoscere che se non dichiarava a seconda de’ suoi desideri, stava sempre carcerata, tanto vero che detta Mantovano, volgendosi a Maddalena Caruso, le parlò così: “io devo deporre la falsità, mentre in quel giorno mi trovavo col Superiore nella casetta, non già con Carnevale, avendomi a ciò indotto il molinaro del Superiore”. Ma queste parole sono confuse e contraddittorie e i giudici non le credono.
Riascoltata, Maria Mantovano racconta che quasi quattro anni prima, mentre si trovava detenuta nel carcere di Paola, fra Giuseppe Santoro, deceduto da poco, le inviò un messaggio per mezzo di Maddalena Caruso alla quale aveva indirizzato una lettera, perché facesse la sua dichiarazione contraria all’accusato, come voleva il Padre Iorio:
Ma Maria non sa leggere e, tuttavia, decide di non farsi leggere la lettera da nessuno e di averla tenuta presso di sé per esibirla alla Gran Corte di Cosenza, ma se ne dimenticò. In seguito, consegnò la lettera alla madre del giudicabile Carnevale e che questa gliela restituì a sua volta e che ora la lettera è in possesso del difensore di Carnevale, il quale la consegna alla Corte:
Mia cara Maddalena
Il Superiore P Raffaele Iorio e venuto anche da noi a dirci come dobbiamo deporrire al Sig. Giudice altrimento a noi tutti ne fa passare guai forte, che ne fa morire dentra il carcere se non deponemo a suo piacero; dunque siamo costrette fare come lui vuole perche assolutamente vuole regonare il povero innocente uomo di Carnovale, noi per tale lo conoscemo, ma noi non abbiamo che farle: tutto ciò dite a Maria Mantuano
Vi saluto = V.ro amico
Fra Giuseppe Santoro
A questo punto il dibattimento può considerarsi concluso e la Corte è pronta ad emettere la sentenza, elencando prima ciò che l’ha determinata: Carnevale e il novizio Macchia, già morto nel carcere di Cosenza, odiavano per ragioni diverse Padre Cilento; entrambi palesarono l’odio che covavano nel petto e giunsero sinanche a profferire positive e precise minacce contro Cilento; Carnevale e Macchia, entrambi di pessima morale e di costumi depravati, erano legati da stretti vincoli di amicizia, resi assai più saldi e tenaci dalla uniformità del pensiero e dell’oprare; nel tempo prossimo alla consumazione dell’atroce misfatto, Macchia e Carnevale si intrattennero uniti nella infermeria e pranzarono insieme per poter mangiare della carne, giacché le regole monastiche vietavano di mangiare altrove; il mal umore e l’odio di Carnevale verso Padre Cilento si esacerbò pel fatto avvenuto nelle ore pomeridiane del 2 gennaio 1833, vale a dire quando uscì dal chiostro in ora inopportuna, si recò nella casetta campestre ove l’attendeva la sua vaga Maria Mantovano ed il Padre Cilento, che lo vide uscir solo dal convento, ne informò il Superiore Iorio e ambedue tennero dietro ai di costui passi, furono veduti dall’accusato nelle vicinanze dell’abituro, per cui esso Carnevale montò in collera e profferì con tuono minaccioso, al dire della Mantovano, minacce di morte; del pari si inasprì l’odio dello spento novizio Macchia contro Cilento perché gli impedì di seguirlo nell’abitato di Paola per celebrare una messa e, per questo, profferì, alla presenza di Padre Catalano una precisa minaccia di morte; lo sventurato Padre Cilento, a premure del novizio Mazza ed in compagnia dello stesso si portò a visitare il laico storpio fra Giuseppe Palmieri e, mentre Cilento e Macchia stavano nella camera del Palmieri, esso Macchia uscì sotto il pretesto che doveva soddisfare un bisogno corporale e, ritornato, disse a Cilento che conveniva ritirarsi perché molto tardi e insieme si diressero al noviziato; il tempo dell’assenza di Macchia dalla camera di Palmieri fu sufficiente per andare al noviziato e ritornare; nel mattino del 7 gennaio, il Padre Catalano, portatosi nel refettorio, vide in segreto abboccamento fra Domenico Carnevale ed il trapassato Macchia e questo, per non essere veduto, si abbandonò a precipitosa fuga; le abrasioni sulle mani di Carnevale e Macchia; Carnevale cercò procurarsi una coartata per mezzo del laico Santoro; Carnevale, nel suo interrogatorio, à costituito dedurre di aver dormito nella sua stanza, quando risulta il contrario.
La Gran Corte Criminale, a pieni voti, ritiene fra Domenico Carnevale colpevole di complicità corrispettiva nell’omicidio volontario in persona di Padre Giovanni Cilento per avere scientemente assistito e facilitato gli autori delle azioni nei fatti che la hanno preparata, facilitata e consumata. Poi ammette che l’omicidio fu premeditato, ma ritiene che la cooperazione di fra Domenico Carnevale fu tale, che senza di essa il reato si sarebbe anche commesso. Questa circostanza fa si che la pena di morte sia esclusa e il laico Carnevale viene condannato all’ergastolo.
Stando così le cose è chiaro che Padre Giuseppe Carratelli non ha ordinato l’omicidio di Padre Cilento e le accuse penali contro di lui cadono.
Non sappiamo, però, quali furono le conseguenze ecclesiastiche nei suoi confronti.
Il 2 agosto 1837 la Suprema Corte di Giustizia rigetta il ricorso di Carnevale contro la condanna all’ergastolo, scrivendo la parola fine a tutta la vicenda. [1]



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, atti della Gran Corte Criminale di Catanzaro.

venerdì 25 gennaio 2019

SENZA UN APPARENTE MOVENTE


È la mattina di domenica 28 settembre 1914 e il Comandante delle Guardie Municipali di Amantea, Luigi Molinari, si trova nella frazione di Campora San Giovanni per affari privati quando viene avvicinato dal cantiniere Antonio Metallo e dal contadino Gennaro Liparoti
- Salutiamo comandante – gli fa Liparoti portandosi due dita alla fronte per rafforzare il saluto
- Salutiamo – risponde Molinari imitando il gesto dell’altro
- Vi dovrei dire una cosa…
- Sono fuori servizio, ho da fare, venite a cercarmi domani – cerca di tagliare corto
- Ma… veramente… può essere grave e importante, non posso aspettare domani, ve la devo dire subito e poi quello che volete fare, fate – insiste Liparoti
- E va bene. Avanti, parla ma sbrigati!
- Ecco… ieri notte, potevano essere le dieci, io dormivo e mia moglie mi ha svegliato perché ha sentito un colpo di fucile provenire dalla casa dei nostri vicini. Io mi sono alzato, mi sono affacciato e ho chiamato tutti e due, marito e moglie, ma non hanno risposto. Poi sono uscito e sono andato a chiamare Ruggero Natale che sta a un centinaio di metri e gli ho chiesto di venire con me per vedere che cosa fosse successo, ma lui mi ha risposto che non era ora di andare a vedere perché chiunque avesse sparato poteva essere ancora lì e sparare pure a noi. “Aspetta che faccia giorno e poi vai a chiamare le guardie” mi ha detto e così ho fatto. Temo che ci sia scappato il morto. O il marito si è sparato o ha ammazzato la moglie
Molinari fa una smorfia, butta a terra il mezzo sigaro spento che ha in bocca, lancia una terribile bestemmia e, tralasciando i propri affari, corre in contrada Fravitto, dove dovrebbe essere successo il fatto. “Se è un falso allarme, il morto lo faccio trovare io ai Carabinieri!” pensa mentre si asciuga il sudore.
La casa è in un grande fabbricato, abbastanza malridotto e isolato. Vi si accede, salendo una scaletta in pietra di sei gradini, attraverso un pianerottolo all’aperto; la porta è socchiusa e Molinari la apre con cautela. La lama di luce che penetra all’interno della grande stanza mette subito in evidenza qualcosa che fa trasalire l’uomo: stesa sul pavimento c’è una donna immersa in un lago di sangue. Un cagnolino nero è accucciato accanto al corpo con la testa sull’addome della donna. La guardia entra, si accerta che la donna è morta, accarezza il cane e lo porta via richiudendo la porta a chiave dietro di sé, mentre accorrono i parenti della donna gridando e disperandosi
- Mi dispiace, nessuno può entrare fino a che non intervengono le autorità – poi corre in paese per avvertire il Sindaco e i Carabinieri
Il Pretore di Amantea Tommaso Carnevale e il Maresciallo Paolo Briatico fanno fatica, quando arrivano, a passare tra i congiunti di Anna Gagliardi, la vittima. Prendono appunti sullo stato dei luoghi: il cadavere di Anna è disteso ai piedi di un tavolino coperto da una incerata sul quale c’è una zuppiera, chiusa da un piatto, piena di riso e verdura, poi un lume, due tazze grandi, due tazze più piccole, due tazzine da caffè con i relativi piattini, una zuccheriera, due bicchieri piccoli e uno grande con il manico e una bottiglia di gazzosa vuota.
Accanto al cadavere una borra grossa di cartuccia rotta in due. Il resto della stanza è zeppa di casse, tre sedie e sopra una di queste un vestito della festa da donna, ceste contenenti grano e granone. A una parete sono appese le immagini di San Francesco e della Madonna Addolorata. Tutto, cadavere a parte, è in perfetto ordine. Anche la camera da letto è in ordine ed è evidente che nessuno, la sera prima, vi si è coricato. Le immagini di San Giuseppe e della Madonna di Pompei sembrano guardare verso un crocefisso appeso accanto a un’acquasantiera.
 - Molinari, a che ora vi ha detto il vicino che c’è stato lo sparo? – chiede il Maresciallo Briatico
- Verso le dieci…
- Venite con me che andiamo a fare quattro chiacchiere con i vicini – gli dice. Poi, rivolto a un sottoposto, continua – sono arrivate notizie del marito?
- Nossignore, signor Maresciallo
L’abitazione di Gennaro Liparoti e di sua moglie Teresa Russo è nello stesso fabbricato, ma al pianterreno
- Ieri sera mio marito e Giuseppe Brusco, il marito della morta, sono rientrati insieme verso le otto. Io ero con Anna ad aspettarli e non appena sono arrivati lei ha detto al marito che la cena era pronta e sono rincasati. Lui, come al solito, aveva il fucile in spalla. Anche noi siamo rincasati e dopo aver mangiato siamo andati a letto. Verso le dieci e mezza ho sentito uno sparo e ho svegliato Gennaro che si è affacciato e ha chiamato: “Giuseppe! Anna!” ma nessuno ha risposto e così è andato a chiamare Ruggero ma lui non ha voluto entrare in casa con mio marito, consigliandoci di denunciare il fatto stamattina e così mio marito ha fatto
- Sapete se andavano d’accordo?
- Litigavano spesso, ma ieri sera non abbiamo sentito niente…
I due lasciano la donna e il Maresciallo non è per niente convinto di quella ricostruzione.
- Secondo me sta mentendo – dice a Molinari – in casa tutto è in perfetto ordine e nessuno dei due si è seduto a tavola, né è andato a letto. Che hanno fatto in quelle due ore e mezzo? Sono stati in piedi a guardarsi negli occhi? Quello la moglie l’ha ammazzata appena hanno messo piede in casa. Che interesse ha la Russo a dare quella versione?
Le cose si ingarbugliano ancora di più quando viene interrogato Gennaro Liparoti, il marito di Teresa Russo che conferma la versione della moglie ma fa un’affermazione, a proposito dei rapporti tra la coppia di vicini, che fa trasalire il Maresciallo
- Si volevano bene, non li ho mai sentiti litigare…
Esattamente il contrario di quanto ha affermato sua moglie. Allora bisogna indagare per bene non solo sui rapporti tra la vittima e suo marito, ma anche al di fuori della famiglia e gli inquirenti scoprono delle cose molto interessanti.
Giuseppe e Anna si sposano nel mese di settembre del 1912 ma pare che lui non sia particolarmente entusiasta di convolare a nozze e dopo tre o quattro giorni di convivenza si confida con un amico dicendogli di non avere trovato la ragazza vergine. “Se così è, hai sbagliato, avresti dovuto riportarla dalla madre la prima notte, appena te ne sei accorto. Che ti lamenti a fare adesso? Chi ti crede?” lo rimprovera l’amico. In paese, però, tutti ritengono Anna una donna  dai ferrei principi morali e nessuno crede a ciò che racconta Giuseppe. Fatto sta che già dal risveglio dopo la prima notte di matrimonio, i rapporti tra i due si fanno sempre più tesi e a farne le spese è sempre la povera Anna che le prende di santa ragione un giorno si e l’altro pure per quasi un anno perché il 25 agosto 1913, stanca e pesta, va dai Carabinieri e denuncia il marito per lesioni personali. Non ha testimoni perché le bastonate le prende sempre nella casa isolata in cui abitano ma i Carabinieri le credono, soprattutto per i trascorsi del marito: in paese lo descrivono come un giovine malvagio e, soprattutto, perché è già stato condannato, appena adolescente, una volta per lesioni personali e un’altra volta, a 21 mesi di reclusione, per l’omicidio premeditato del fratello uterino. Ma questa volta Giuseppe evitaa il carcere perché Anna non firma la querela e viene prosciolto in istruttoria. Anna, in cambio di questo favore, ottiene la separazione, le botte finiscono e lei torna da sua madre. Giuseppe va ad abitare in contrada Principessa e comincia a lavorare come garzone in casa di Giovanni Pate. Qui conosce Gennaro Liparoti e sua moglie Teresa Russo e, così dice la voce pubblica, tra Giuseppe e Teresa nasce una tresca amorosa.
Poi Giuseppe si ammala di broncopolmonite e Teresa lo assiste con molto slancio, così riferiscono molti testimoni, ma chiama al suo capezzale anche Anna che generosamente accorre per accudirlo. Il comportamento di Giuseppe in questa circostanza è ambiguo. A momenti di slancio affettivo verso Anna, quando le sue condizioni sembrano peggiorare, seguono momenti in cui la chiama con i peggiori epiteti che si possano immaginare, arrivando addirittura a minacciare di ucciderla con la rivoltella che tiene sempre sotto al cuscino. “Prendigli la rivoltella e dammela che la nascondo” dice Anna a Teresa. “Gliela prendo e la porto a don Giovannino” le risponde quella. Ma la rivoltella finisce in una cassapanca ai piedi del letto, dove una testimone giura di averla vista. E deve essere proprio così perché Giovanni Pate esclude categoricamente che Teresa Russo gli abbia mai consegnato la rivoltella.
Una volta guarito, Giuseppe torna in ginocchio da Anna che, dopo molte insistenze, si lascia convincere e i due tornano insieme andando ad abitare nella casa di contrada Fravitto, dove lui ha preso un terreno in colonia. È la metà del mese di luglio 1914 e Giuseppe ha in serbo per la moglie una sorpresa: in un quartino del grande fabbricato andranno quasi subito ad abitare anche Gennaro e Teresa!
Molti giurano di aver visto Giuseppe e Teresa in atteggiamento sospetto, ma nessuno è disposto a mettere nero su bianco che tra i due ci sia una relazione. Ma deve essere proprio così, pensano il Maresciallo Briatico e il Pretore Carnevale, altrimenti non si spiegherebbero le contraddizioni in cui sono caduti i coniugi Liparoti. Qualche cosa in più circa il movente potrebbe dirla proprio l’assassino, nel frattempo arrestato, ma le sue affermazioni sono smentite da molti testimoni
- Quando i sospetti sulla sua condotta erano abbastanza fondati, una sera volli affrontarla e le domandai se era vero che mi tradiva. Mi rispose due volte di no, ma alle mie insistenze finì col dire di si. Le chiesi: Ma è certo? E lei rispose: Si, è certo. Allora presi il fucile che avevo addosso e le sparai un colpo quasi a bruciapelo. Poi sono scappato…
Giuseppe non sa che questa ammissione potrebbe portare alla rovina anche Teresa perché è chiarissimo che se le cose sono andate davvero così, Anna non è stata uccisa alle 22,30 ma subito dopo essere rientrati a casa, cioè alle 20,00 e Teresa ha raccontato delle fesserie. Ma, come dicevamo, il motivo addotto da Giuseppe è smentito da almeno tre testimoni
- Ho incontrato Brusco dopo che ha ammazzato la moglie mentre si nascondeva nel bosco e mi ha detto: Ho ammazzato la capretta! Io gli ho chiesto perché l’avesse fatto e lui non ha accennato minimamente alla infedeltà della moglie – dice Geniale Rossi
- Il 30 settembre, dopo successo il fatto, avevo finito di raccogliere olive insieme a Giuseppina Bruno quando si avvicinò Giuseppe Brusco che era latitante. Gli ho chiesto perché avesse ucciso la moglie e lui rispose: Perché durante la giornata di sabato mi ha lasciato morto di fame! – giura Francesca Pino e le sue parole vengono confermate anche dall’altra donna presente all’incontro
La mazzata a Giuseppe – e forse anche a Teresa – la tira una ragazzina di otto anni, Domenica De Luca, che quattro giorni prima dell’omicidio ha visto seduti insieme su un gradino di casa Teresa e Giuseppe. La donna, parlando ad alta voce diceva all’uomo: O le fai una rottura di ossa da farla stare a letto per tre anni, o le chiavi una botta! Proprio in quel momento sulla strada apparve la povera Anna e i due fecero silenzio. Domenica raccontò tutto alla mamma che non diede peso alla cosa, pensando che la bambina avesse capito male, ma subito dopo il fatto, la bambina ricordò la circostanza alla madre dicendole: Non te l’avevo detto che avevano promesso di ammazzarla?
Teresa rischia grosso e si difende con le unghie durante i confronti a cui viene sottoposta, ma i suoi accusatori sono implacabili: lei ha istigato Giuseppe ad ammazzare Anna, che tutti descrivono come una gemma di onestà.
Giuseppe continua a sostenere di avere agito per difendere il proprio onore e adesso afferma di aver saputo che la mattina dell’omicidio, era  domenica, la moglie era stata in casa di Domenico, nobile, Cavallo, assistente del Genio Civile e ultimo amante in ordine di tempo attribuito alla moglie.
- Ma quale amante ha mai incontrato la domenica mattina! Anna era in chiesa! – afferma Giovanna Russo
A questo punto gli inquirenti pensano che l’istruttoria possa essere chiusa e spediscono gli atti alla Procura Generale del re di Catanzaro per chiedere il rinvio a giudizio di Giuseppe Brusco per uxoricidio, tenendo fuori Teresa Russo che così si salva perché le prove sono insufficienti. La Procura Generale formula l’accusa e chiede il rinvio a giudizio. È l’11 febbraio 1915.
Non c’è il tempo di notificare la decisione all’imputato: dal carcere di Cosenza arriva, lapidaria, una brevissima nota che ha per oggetto Brusco Giuseppe Giovanni da Amantea, nella quale è scritto:
Per conveniente notizia, partecipo alla S.V. la morte del detenuto al margine indicato.
Anche l’azione penale è estinta.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 20 gennaio 2019

LA PROMESSA TRADITA

Piane Crati

La trebbiatura del grano richiama sempre una grande quantità di mano d’opera e così è anche nell’estate del 1891 quando a Piane Crati arriva, tra gli altri, il ventunenne Antonio Buffone da Domanico.
La grande promiscuità favorisce sempre la nascita di amicizie e amori, infatti Antonio conosce la diciassettenne Rosaria Lavorato e i due si innamorano. Quasi subito Antonio va a parlare col padre della sua bella per chiederne la mano: è tutto a posto, la cosa si può fare ma al  giovanotto arriva la cartolina di precetto e deve partire soldato, così ogni idea di matrimonio fu rimandata al ritorno.
Antonio è così innamorato che, oltre a scrivere a Rosaria da Cremona e Palermo contando gli anni, i mesi e i giorni che mancano al ritorno, scrive costantemente anche al futuro cognato Pasquale esprimendogli grande affetto e mandandogli anche una fotografia in divisa da Bersagliere. Pasquale ricambia e gli manda anche un paio di vaglia postali con qualche lira. Tutto procede bene e per il matrimonio non si aspetta altro che il tanto sospirato congedo. 
Se la famiglia di Rosaria è contenta del futuro matrimonio, Antonio alla sua famiglia non ha detto niente e Giovanni Buffone, il padre di Antonio, viene a saperlo casualmente dopo un anno, quando, cioè, va a Piane Crati per la trebbiatura al posto di suo figlio. Accolto calorosamente dalla famiglia Lavorato, manifesta tutto il piacere di stringersi in parentela con la stessa, sempre però che vi era la volontà di suo figlio.
Forse questa condizione fa venire qualche dubbio a Rosaria, forse Giovanni non è davvero contento che Antonio la sposi e aspetta che il tempo e la lontananza affievoliscano i sentimenti per far cadere la promessa fatta dal figlio. Ma quando Antonio torna, è ormai l’estate del 1904, tutti i dubbi di Rosaria vengono fugati e si ripresero le trattative per il matrimonio e per l’oggetto fu invitato a recarsi nel paese anche il padre Giovanni, che vi si trattenne per circa sette giorni in casa Lavorato.
Tutto fu concertato, non esclusa la dote di £ 500, senonché, dovendo, secondo le consuetudini del paese, lo sposo fare acquisto di oggetti d’oro per complimentare la sposa, Antonio disse che bramava che vi fosse stato presente il fratello maggiore a nome Vincenzo e con la scusa di andarlo a chiamare, se la svignò, rimanendo il padre, il quale abbandonò alla sua volta sorrettiziamente la famiglia Lavorato nella notte susseguente, senza prendere neanche commiato.
A Piane Crati cominciano a girare le voci più strane  sul conto di Rosaria, la peggiore delle quali mina alle fondamenta il suo onore: “è stata deflorata e abbandonata da Antonio Buffone”. Questo è devastante per la ragazza: il fratello la rimprovera continuamente e le donne del paese cominciano a farla segno al loro disprezzo.  Chi la vorrà più? Rosaria convince due sue sorelle ad andare a Domanico dal padre di Antonio a pregarlo perché fosse subito andato in Piane Crati con il figlio, al fine di finalizzare il tutto per il matrimonio.
A Domanico c’è solo Giovanni Buffone. Antonio non c’è, è a Cirò dove, pare, ha un’altra fidanzata più avvenente e con dote di gran lunga superiore a quella di Rosaria. Le due ragazze, dopo avere raccontato ciò che accade in paese e i maltrattamenti da parte del fratello, se ne tornano sconsolate a casa, ma quando Vincenzo, il fratello maggiore di Antonio, viene a sapere della visita e di ciò che è stato detto e ascoltato, va su tutte le furie e, temendo guai, subito scrive a Pasquale Lavorato
Amico carissimo
Benche siamo di lontano e non possiamo discorrere con la viva della voce, caro amico quello momento che sono giunte le vostre sorelle in mia casa, io mi trovai partito per fare la questua per San Giovanni, ora sono giunto dopo le tre dopo mezzogiorno in mia casa non trovando le vostre sorelle mi arrabiai, ma con tutto questo vi prego per quanto stimate la nostra amicizia che abbiamo avuto ed abbiamo di avere più parte, io Vincenzo Buffone vi prego per quanto stimate la nostra amicizia non maltrattate la vostra sorella, mia cognata, io mi corrivo assai, non poco, perche io con il mio padre e madre ci abbiamo molto piacere ma dopo la fiera di arcavacata si ritira il mio fratello e siamo di accordo noi verremo a fare di tutto riguardo alla matrimonio, ma statevi tranquilli non ci pensiate più che sta accura di marzo di fare la neve. Non altro resto a salutare a tutta la famiglia con particolarità la mia cognata, così faranno i miei genitori
Mi dico
Il vostro vero amico Vincenzo Buffone
Domanico li 20 agosto
Non maltrattate la mia cognata
Ma Rosaria non crede a queste parole e pensa che sia solo un modo per prendere tempo, anche perché scopre che Antonio è sempre a Cirò e non è tornato nemmeno per la fiera di Arcavacata e l’artefice di tutto è Giovanni Buffone, colui che è stato la causa della sua rovina. Antonio no, lui la ama ma l’ha delusa perché non si è fatto valere. Con il passare dei giorni Rosaria comincia a maturare l’idea della vendetta e giura che ucciderà il mancato suocero. Ricorda che un suo fratello defunto aveva nascosto in casa una rivoltella a sei colpi e rovista dappertutto finché non la trova. È scarica. Se la nasconde addosso e va a Cosenza dove riesce a comprare sei cartucce.
La mattina del 5 ottobre 1904 chiama in disparte sua sorella Raffaela e le dice che sta andando a Cosenza e che vorrebbe essere accompagnata. Le mostra la rivoltella e le dice che se, volesse il cielo, incontrerà Giovanni Buffone lo ammazzerà! La sorella non le crede, non sarebbe mai capace di una cosa del genere e acconsente. Rosaria fa tutta la strada con la rivoltella nella tasca del grembiale e la mano destra stretta sul calcio. In città girano in lungo e in largo finché, appena passato mezzogiorno, combinazione volle che dietro il palazzo delle Finanze, all’incrocio tra Viale dei Platani e Piazza Carmine, incontrano Giovanni Buffone.
Nell'ovale il Palazzo delle Finanze
- Aspetta un attimo che gli devo dire due parole – fa a Raffaela, facendola fermare. La sorella ubbidisce ma sta in guardia perché teme che possa nascerne una violenta scenata.
Giovanni Buffone storce il muso quando se la vede davanti, ma deve affrontarla
- Qual è la ragione del tuo agire?
- Il matrimonio con mio figlio non potrà mai effettuarsi, tu non sei buona…
Raffaela, a qualche metro di distanza, vede l’uomo allontanarsi di qualche passo dando le spalle a Rosaria la quale toglie la mano destra dalla tasca del grembiale impugnando la rivoltella. Raffaela è sorpresa ed immobile mentre vede partire i due colpi che raggiungono Giovanni alle spalle e quindi cadere pesantemente a terra. Rosaria scappa verso Piazza Carmine, seguita, dopo un attimo di esitazione, da sua sorella.
Il soldato Giuseppe Puntillo è di sentinella alla Tesoreria Provinciale quando sente le due detonazioni. Non sa cosa sia accaduto perché gli spari provengono dal retro del palazzo, così si sporge per cercare di capire qualcosa e vede due ragazze correre a pochi metri da lui
- Alt! Ferme! All’armi! All’armi! – ma quelle gli passano davanti correndo e non riesce a bloccarle. Rosaria e Raffaela entrano nel primo portone che si para loro davanti ma è la scelta più sbagliata tra tutte quelle possibili. Quello è l’ingresso del corpo di guardia della Tesoreria Provinciale!
Trasportare il ferito all’ospedale è un attimo, basta attraversare Viale dei Platani. Le sue condizioni appaiono subito gravi, una delle due pallottole gli ha trapassato il polmone sinistro e il rigonfiamento si nota chiaramente sotto la pelle del torace. Prima di essere operato, Giovanni Buffone risponde a qualche domanda
- Sono state loro… conosco le sorelle Rosaria e Raffaela Lavorato da Piane Crati. La prima da molto tempo è in relazione con mio figlio Antonio ed ora crede che io mi voglia opporre al loro matrimonio perché mio figlio si è allontanato dal paese per ragioni di lavoro… invece io sono contento della loro unione… per questo Rosaria mi ha offeso
Rosaria racconta la sua versione e ammette di avere giurato a sé stessa di volersi vendicare di Giovanni Buffone, responsabile del fallimento del suo matrimonio.
- Qualcuno ti ha istigato?
- Nessuno mi ha istigato e molto meno persona della mia famiglia, i componenti della stessa non sapevano che io ero armata di rivoltella, della quale mi impossessai di nascosto. Ciò soltanto conosceva mia sorella Raffaela la quale, però, non poteva mai immaginare che io sarei stata capace di commettere il reato, anzi debbo dire che la stessa mi trattava da pazza e mi sconsigliava sempre da ogni cattivo proponimento
- Eppure era lì con te…
- Se si è trovata mia sorella presente all’avvenimento è stato per mero caso ed essa non si avvide neanche quando io sparai, tanto che ne fu terrorizzata
- Però è molto strano che tu abbia sparato al padre del tuo fidanzato e non a lui stesso… secondo logica è il tuo fidanzato ad averti disonorata…
- Se sparai a Giovanni Buffone e non al figlio fu perché il primo sconsigliò il secondo dal contrarre il matrimonio con me, opponendosi ad oltranza. Il figlio mi amava perdutamente ed io lo corrispondevo nello stesso modo perciò, se non fosse stato pel padre, son sicura che mi avrebbe sposata!
Raffaela si difende strenuamente, lei non ne sapeva niente
- Non potevo mai credere che fosse una donna capace di tanto!
- Secondo noi invece l’hai istigata tu a fare quello che ha fatto…
- Vi ingannate, cosa vi persuade che io avrei consigliato al delitto mia sorella per finire di perderla?
Dopo l’operazione per estrarre la pallottola dal torace, Giovanni Buffone sembra migliorare un po’ e riesce anche a confermare le sue prime, poche parole, addossando la responsabilità del mancato matrimonio a suo figlio Antonio
- Rosaria, essendo stata in trattative di matrimonio con mio figlio Antonio che, ritiratosi in Cirò col fratello, non ha voluto più saperne, mi rivolse varie dimande sul riguardo al che io le ho fatto sentire che per parte mia non ero alieno di annuire ad un tale matrimonio, anzi vi era tutto il mio piacere. Essa, però, prendendo forse a male le mie parole o male interpretandole, ha estratto una rivoltella e nell’atto che io le voltavo le spalle me ne esplose contro due colpi
A chi credere? Certo, da uno che potrebbe morire da un momento all’altro ci si aspetta che sia sincero per presentarsi al giudizio divino con la coscienza pulita. Dall’altro lato Rosaria dovrebbe essere proprio scema per ostinarsi a non voler capire parole chiare e nette.
Nel frattempo Giovanni peggiora e dopo due giorni di agonia muore. Adesso si tratta di omicidio premeditato.
Le testimonianze raccolte non chiariscono il dilemma: i testimoni chiamati dalla famiglia Buffone giurano che Giovanni si è sempre prodigato per arrivare al matrimonio di Antonio e Rosaria e che i familiari di Rosaria minacciarono ritorsioni in caso di rottura del patto, quelli citati dalla famiglia Lavorato sono convinti che tutto sia stato determinato dalla fuga dei Buffone da Piane Crati e dall’arrivo delle voci che essi stavano contrattando altro matrimonio altrove. Se a ciò si aggiunge il fatto che a Piane Crati è inveterata la consuetudine che quando una giovine donna per lungo tratto di tempo è stata in intime relazioni d’amore con un giovine, specie forestiero, che ne ha frequentato anche la casa, malgrado che non vi abbia avuto congiunzione carnale non trova più da maritarsi, è ovvio aspettarsi una reazione violenta. Ma perché non contro Antonio? Semplice. Vero o falso che fosse, le trattative per un nuovo matrimonio altrove non potevano prescindere dal consenso paterno, quindi il padre fu il vero colpevole. Colpevole per non aver fatto mantenere la parola al figlio.
Ma comunque la si rigiri, la questione è che c’è stato un omicidio con il reo confesso che ha ammesso di averlo premeditato e a fianco all’assassina c’era sua sorella. Il 28 dicembre Rosaria e Raffaela vengono rinviate a giudizio. Rosaria per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, Raffaela per concorso in omicidio premeditato.
Il 17 giugno 1905 si apre il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza.
- Una sera mi trovai in casa Lavorato ove si trattava il matrimonio. Il padre di Antonio, Giovanni, pretendeva £ 800 di dote; furono offerte dalla famiglia Lavorato £ 500; il figlio Antonio non parlava, facendo supporre che stava a quel che faceva suo padre. Indi suo padre, a quella proposta di lire 500 non disse né si, né no. dopo ciò l’Antonio disse che si sarebbe recato nel suo paese, si sarebbe unito a suo fratello maggiore Vincenzo e avrebbe comprato dell’oro per darlo alla sposa. Infatti Antonio si conferì a Domanico ma non più ritornò a Piane Crati – giura Gabriele Fiorino.
Forse è questo mercanteggiare sull’entità della dote e la successiva fuga da Piane Crati a convincere la giuria che Giovanni Buffone non fosse poi così d’accordo a concludere il matrimonio tra Antonio e Rosaria. Le due sorelle vengono assolte dall’accusa di omicidio premeditato, scampando, almeno Rosaria, a una dura condanna. Resta il reato di porto abusivo di arma da fuoco: la condanna inflitta a Rosaria è di 10 giorni di reclusione, già scontati con la carcerazione preventiva.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 18 gennaio 2019

I CARABINIERI E IL LATITANTE


È la sera del 18 gennaio 1923 e fa freddo dopo l’abbondante nevicata del pomeriggio. Nella cantina di Concetta De Rosa a Fagnano Castello gli avventori giocano a carte e bevono vino. Medoro Proto e Francesco Sbarra entrano e vedono, seduto a un tavolino,  Rosario Ardis che sta bevendo con altri amici. Uno di questi, Biase Curti, li invita a sedersi con loro ma Proto rifiuta cortesemente per la presenza di Ardis col quale da tempo ha delle beghe che spesso sono finite nella caserma dei Carabinieri e in Pretura. Ardis, forse perché indispettito dall’invito rivolto al suo rivale esce dalla cantina
- Stai pure qui che se viene compare Rosario lo tiro io – dice Curti a Medoro, rinnovando l’invito a sedersi al tavolo, visto che compare Rosario è uscito, ma a queste parole Medoro si turbò.
Francesco Sbarra capisce che potrebbe nascere l’ennesima rissa e tira via l’amico riportandolo a casa, ma sembra che Proto sia ormai partito di testa perché afferra un bastone e fa per tornare verso la cantina. Sbarra lo ferma, gli prende il bastone e lo riporta a casa. Niente da fare, Proto, ravvolto in un lungo mantello, si avvia di nuovo verso la cantina ma Sbarra questa volta non lo ferma, limitandosi a seguirlo. Medoro entra nella cantina e Sbarra resta fuori. Pochi momenti dopo arriva Ardis con suo fratello Giulio ed entrano a loro volta, proprio nel momento in cui Medoro sta uscendo. I due si incontrano sulla soglia e sono a meno di un passo l’uno dall’altro. Sembrano attimi interminabili, poi Ardis smorza la tensione dicendo
- Vieni a bere un bicchiere di vino
- Da te non accetto niente! – Proto scuote la testa in segno di diniego e tutti pensano che da un momento all’altro i due si azzufferanno
- Lasciate stare che il vino si berrà un’altra volta – interviene Sbarra mettendosi tra i due avversari
Proprio in quest’istante Proto apre il mantello e tira fuori una scure con la quale colpisce violentemente Rosario alla testa, facendolo stramazzare al suolo sanguinante, poi, approfittando della confusione che si è creata, scappa nel buio.
Ardis viene portato nella farmacia di Ernesto Franco ed è lì che lo trovano i Carabinieri. Sull’autore dell’aggressione non ci sono dubbi e Sbarra si incarica di accompagnare il Brigadiere Raffaele Pizzoleo a casa di Proto, ma non lo trovano.
Nonostante le sue condizioni siano gravi per la frattura dell’osso occipitale, Ardis è in grado di parlare, seppure a stento
- Sono stato ferito da Medoro Proto improvvisamente e senza motivo alcuno… ebbi ad accorgermi che Medoro era in attesa sulla porta della cantina… certo Francesco Sbarra spalleggiava Medoro
Dopo questa dichiarazione, nei guai finisce anche Francesco Sbarra il quale, forse avvisato, non si fa trovare a casa.
Non passa che qualche ora e Rosario Ardis muore. Omicidio.
Le ricerche dei due latitanti proseguono senza soste, ma sembrano svaniti nel nulla. La sera del 4 febbraio 1923 si presenta in caserma Giulio Ardis, il fratello della vittima, e dice al Brigadiere Pizzoleo di sapere dove si trova Medoro Proto
- È sicuramente in contrada Tisciolo, nei pressi della Fornace - assicura
Viene subito predisposto un servizio e, verso le 22,30, una pattuglia composta da Pizzoleo e dai Carabinieri Giuseppe Mazzaferro e Luigi Bova, accompagnati dallo stesso Ardis, parte per tentare la cattura del latitante. Verso l’1,30 del 5 febbraio sono sulla strada nei pressi del luogo indicato. Ad una decina di metri da loro qualcosa si muove tra gli arbusti
- È lui! Fermo! – urla il Brigadiere
Un lampo accompagnato da una detonazione li sorprende, mentre Proto scappa. I militari si lanciano all’inseguimento ma, fatti appena cento metri circa, Proto si volta e spara di nuovo. Tre colpi questa volta. Poi si rimette a correre. Il Brigadiere ad un certo punto cade in un fosso, profondo cinque metri, battendo violentemente il petto contro il calcio del fucile e resta tramortito. Mazzaferro e Bova continuano l’inseguimento. Ardis, che prudentemente è rimasto più indietro, sente i lamenti del Brigadiere e lo soccorre. Dopo qualche minuto, malfermo sulle gambe, Pizzoleo riprende l’inseguimento.
Nel frattempo anche Bova cade e ad inseguire il fuggiasco resta solo Mazzaferro il quale è ormai ad una decina di passi da Proto. Un ultimo sforzo e poi lo ammanetterà.
Correndo, Proto si gira e spara altri due colpi urlando
- Vigliacco, torna indietro se non vuoi morire!
Questa volta Mazzaferro risponde al fuoco. Spara quattro volte contro Proto e la sua mira è micidiale. Il fuggiasco fa qualche passo e poi rotola giù lungo la scarpata sottostante. Morto.
Dopo pochi minuti, uno dopo l’altro, arrivano anche il Carabiniere Bova e il Brigadiere Pizzoleo.
Battista Cozza abita a pochi metri dal luogo dove è avvenuta l’ultima sparatoria e si sveglia di soprassalto. Esce in mutande e sale sulla sommità della collinetta, cioè verso il punto da dove gli è sembrato che i colpi provenissero. Qualche metro sotto di lui sente delle persone. Ha paura che sparino anche contro di lui e urla
- Non sparate perché io sono in mutande!
- Reali Carabinieri! – gli risponde il Brigadiere e Cozza si tranquillizza perché ne ha riconosciuto la voce. Poi riconosce, o almeno così gli sembra, uno dei fratelli Ardis, non Giulio ma Francesco, quello che tutti chiamano ‘U Surduabbiamo inseguito fin qui Medoro Proto ma è riuscito a sottrarsi alla cattura – lo informa il Brigadiere (il quale una volta tornato in caserma verbalizzerà l’accaduto così come lo abbiamo letto).
Battista Cozza, pensando di fare una buona cosa, gli dice
- Venite a casa che vi preparo il caffè
- Grazie, non possiamo…
A questo punto Cozza torna a letto, ma verso le 5,00 sente bussare alla porta. Sono il Carabiniere Bova e ‘U Surdu che gli chiedono della legna per accendere un fuoco e riscaldarsi
- Dobbiamo piantonare il cadavere di Proto…
- Ma… non era scappato?
- Lo abbiamo trovato morto…
Cozza si mette qualcosa addosso e va dietro al Carabiniere e comincia a pensare che ci sia qualcosa di strano: il cadavere è proprio nel posto da dove qualche ora prima il Brigadiere gli ha parlato. “Perché il Brigadiere mi ha detto che Medoro era fuggito mentre doveva averne quasi ai piedi il cadavere?” si chiede. Poi getta un’occhiata al corpo steso a terra sul fianco sinistro con le mani semi aperte bene in vista e si fa il segno della croce. Nota anche un’altra cosa che gli sembra strana: i due Carabinieri che piantonano il cadavere hanno i pantaloni della divisa e le giacche da borghesi. Con questi dubbi rientra a casa, riproponendosi di tornare più tardi. E infatti torna dopo un paio di ore e, gettata un’occhiata al cadavere, che adesso è coperto da un lenzuolo bianco, spalanca la bocca per la sorpresa: nella mano destra c’è una rivoltella! Anche l’abbigliamento dei Carabinieri è diverso, adesso sono vestiti in divisa.
L’arma che impugnava il Medoro consiste in una rivoltella a rotazione tipo Saint-Etien e alla presenza dell’Autorità Giudiziaria costatammo che era caricata a sei colpi, tutti esplosi, verbalizza il Brigadiere Pizzoleo.
I Carabinieri e Giulio Ardis vengono interrogati dal Pretore e forniscono tutti la stessa ricostruzione dei fatti: raccontano che Proto è comparso davanti a loro all’improvviso sparando mentre scappava, raccontano dell’inseguimento, delle cadute e dell’ultima, fatale sparatoria e di come lo abbiano ritrovato con la rivoltella ancora in pugno.
Il Carabiniere Giuseppe Mazzaferro viene indagato per omicidio volontario, ma è un atto dovuto, le testimonianze dei suoi colleghi e di Giulio Ardis, quelle che contano,  sono tutte a suo favore. Battista Cozza, invece, racconta al Pretore ciò che ha visto e tutte le sue perplessità. Altri raccontano una diversa successione nell’esplosione dei colpi di arma da fuoco e Carlo Cozza, lontano parente dell’ucciso, lancia accuse gravi e precise contro i Carabinieri
- Adempio al dovere di mettere in guardia la giustizia contro la commedia che si sta recitando allo scopo di salvare quei carabinieri che hanno voluto barbaramente uccidere il mio povero cugino. Io ho fatto per ben tre anni il Carabiniere e sarei il primo a giustificare la Benemerita Arma se sapessi ch’essa ha agito nell’adempimento di un suo dovere. Invece in questo caso non è così. Anzitutto informo la Signoria Vostra che in quella sera i due carabinieri Bova e Mazzaferro furono visti vestiti in maschera (Bova da pulcinella e Mazzaferro da donna, come raccontano altri testimoni, nda) allo sposalizio tra Giacomino Trotta ed Assunta Amato. Ad adempiere al servizio andarono solo dopo questa festa, verso le 22,30. a dimostrare l’artifizio delle loro versioni sta quanto segue: nessun colpo fu sparato sulla via rotabile, diversamente sarebbe stato inteso da Pasquale Tarsitano, che ha la sua abitazione in prossimità della strada stessa. Inoltre è addirittura inesplicabile che un individuo colpito a morte, rotolando per parecchi metri lungo il pendio, possa mantenere la posizione in cui si trovava il cadavere, che sembrava quasi composto a bella posta. Ma poi, quello ch’è addirittura assurdo è l’ammettere che il mio povero cugino, rotolando, abbia potuto mantenere la rivoltella in mano, così come è stata vista da Vostra Signoria. Ad ogni modo l’arma, e specialmente il tamburo, si sarebbe dovuta trovare coperta di terriccio, nulla, invece, di tutto questo. Sono cose che debbono essere spiegate e sulle quali la Giustizia deve fare le opportune indagini. Devesi ancora tener presente che se il disgraziato fosse davvero precipitato dall’alto in basso, avrebbe dovuto, tra i rovi, perlomeno stracciarsi la giacca o comunque fermarsi in presenza di un ostacolo, viceversa sul luogo dove la vittima fu rinvenuta era pendio e le pietre notate da Vostra Signoria furono messe da me e dal Brigadiere di Malvito. Per quanto mi consta il povero mio cugino non è mai stato in possesso di una rivoltella; se avesse avuto tale arma, se ne sarebbe servito per commettere il delitto contro Rosario Ardis. Aggiungo che sarebbe bene accertare la località dove sarebbe caduto il Brigadiere Pizzoleo, che non si sa precisamente dove sia.
Sembra proprio che i dubbi di Carlo Cozza siano più che legittimi. Vedremo che piega prenderà l’indagine.
Ad avvalorare le perplessità espresse da Carlo Cozza ci sono sia la perizia sul luogo dove fu ritrovato il cadavere, eseguita dal Pretore di San Marco Argentano, sia i risultati dell’autopsia, eseguita dai dottori Federico Franco e Pasquale Farsetti. Vediamo come sono i luoghi dove è avvenuto lo scontro a fuoco: si giunge ad una collinetta, alla cui vetta trovasi una pagliaia murata, mentre nel lato che guarda a Nord è situata una casa colonica abitata da Cozza Battista, distanti una dall’altra un cento metri. sulla falda opposta della collinetta, a Sud, che discende a valle con un declivio alquanto notevole, alla distanza di cento metri o poco più dalla pagliaia, notiamo avvolto in un lenzuolo bianco il cadavere di un uomo che indossa abiti di fustagno nero e scarpe chiodate di cuoio nero. Detto cadavere giace sul lato sinistro, con la testa poggiata sul braccio omonimo, ch’è alquanto ricurvo. Le gambe sono anch’esse un po’ ricurve ed incrociate, mentre il braccio destro è disteso sulla persona e nella mano impugna una rivoltella. Alla distanza di un metro o poco più dalla testa del cadavere trovasi un cappello nero col cocuzzolo poggiato sul terreno e le falde sollevate ed in prossimità dello stesso cappello notiamo una mantellina militare grigio-verde, raccolta e ripiegata. Il terreno pieno di sterpi ed assai bagnato a causa dell’abbondante pioggia e sugli abiti che indossa il cadavere nulla si osserva che possa far sospettare che una colluttazione abbia avuto luogo tra la vittima e l’aggressore o gli aggressori.
Ora l’autopsia: il vestiario non era né scomposto, né lacerato da farci supporre una qualsiasi colluttazione, né era molto sporco di sangue per l’assenza di grave emorragia esterna, né tampoco era inzaccherato di fango, che anzi persino le scarpe del morto si mostravano pulite. Sulla mantellina militare si notano nella parte laterale sinistra due fori distanti circa quindici centimetri e che corrispondono ad altri due fori consimili che si trovano sulla manica sinistra e sulla parte laterale sinistra della giacca, gilè, camicia e maglia del morto. Anche sulla parte destra degli indumenti, all’altezza della mammella si notano due fori poco distanti l’uno dall’altro. Sulla metà sinistra del pantalone si osservano altri due fori: in avanti l’uno, in corrispondenza della coscia, indietro l’altro, verso la natica sinistra. Sul braccio sinistro una ferita di forma circolare a margini contusi. Detta ferita ha un tragitto che va obliquamente dal basso in alto e dall’esterno all’interno e termina in un’altra ferita circolare, a margini frastagliati, che trovasi sulla regione laterale interna del braccio. Questa ferita combacia esattamente con altra di forma un po’ ellittica che trovasi sulla parte laterale sinistra del torace, sulla linea ascellare media, in corrispondenza della settima costola e che penetra in cavità. Al di sopra di questa ferita, dieci centimetri circa più in alto, all’altezza del capezzolo della mammella, trovasi altra ferita a forma circolare e margini contusi penetrante anch’essa in cavità. I fori non presentano né alone di annerimento, né bruciacchiature.
Sulla parete laterale destra del torace, a quattro centimetri dal capezzolo della mammella, si notano altre due ferite circolari, a margini sfrangiati con estroflessione dei tessuti. Le due pallottole, esplose tra i tre ed i sei metri di distanza, sono penetrate dal lato sinistro del torace, hanno attraversato i polmoni ed il cuore, e sono fuoriuscite dalla parte destra del torace: morte istantanea. Ma sono le ferite alla gamba sinistra quelle ritenute più interessanti per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti: per il notevole dislivello dei due forami, al di sopra del ginocchio verso il lato interno della coscia l’uno, ed alla metà del solco della natica l’altro, non si comprende bene come il tragitto del proiettile, pure essendo il ferito in posizione poco più in alto del feritore, possa andare dal ginocchio alla natica. Per comprendere ciò occorre pensare ad un meccanismo di azione alquanto diverso. Stabiliamo primieramente che il colpo alla coscia non era mortale e ha dovuto precedere di pochi secondi gli altri due al torace, subitamente mortali. E poiché abbiamo detto essere difficile, se non addirittura impossibile, che il feritore stando all’impiedi, pure essendo più basso del ferito, abbia potuto colpire il ginocchio con foro di uscita alla natica, noi riteniamo che Proto Medoro ha ricevuto il primo colpo stando abbassato al suolo, in atto di chi tenta di fuggire furtivamente. Se noi vogliamo considerare tale posizione naturale ed istintiva in chi tenta di fuggire di nascosto, vediamo che la coscia, abbassandosi ed avvicinandosi alla gamba, verrà a trovarsi in posizione quasi orizzontale alla direzione del proiettile tirato dall’avanti all’indietro ed in tale posizione, trovandosi per ragioni statiche le ginocchia un po’ divaricate, sarà più facile colpire la porzione laterale interna del ginocchio, come nel nostro caso. La direzione poi del colpo e la situazione delle ferite ci fa ritenere che il proiettile ha seguito una traiettoria diversa da quelli diretti al torace e perciò crediamo che esso sia stato tirato, con molta probabilità, se non con assoluta certezza, da persona diversa, munita d’arma della stessa natura e calibro. A questo punto i periti, spinti dalla voglia di trovare conferme alle loro tesi, vanno anche loro ad ispezionare i luoghi dove è avvenuto il fatto e, nella loro ottica, trovano ciò che cercano, riuscendo ad essere molto più precisi del Magistrato che li ha preceduti: il luogo si presenta con una collinetta di facile accesso dal lato NORD, ove il terreno, in parte ricoperto a cespugli, sale in dolce pendio. Quasi sulla cresta della collina vi è una capanna chiusa a semplice incannucciata; a distanza di venti metri o poco più sul declivio, la casa di un contadino. Dal lato SUD, che guarda l’abitato del Comune di San Marco, la collina precipita in ripida discesa con terreno ricoperto da ginestre ed olivi. Da questo lato è difficile l’accesso, più difficile ancora una fuga ed un inseguimento. Il Proto Medoro cadde ucciso ai piedi di un ulivo a dieci metri circa dalla cresta della collina restando con i piedi in basso e la testa in alto sul detto pendio. Ora, se si deve ritenere inverosimile la versione dell’inseguimento attraverso i campi per due chilometri, si dovrà supporre logicamente che per delazione ricevuta da confidenti dei carabinieri, il Proto Medoro fosse sorpreso nel pagliaio. Egli avrà sentito il rumore dei passi o gli ordini impartiti, anche a voce bassa, alle due pattuglie per l’accerchiamento ed avrà cercato di fuggire di nascosto abbassandosi dietro la capanna o fra i cespugli. Scorto e non arrestando la sua fuga, avrà ricevuto il primo proiettile, che gli ha traversato la coscia, dalla pattuglia appostata dietro la casetta. Allora gli si presenta come unica via di scampo la ripida discesa verso Sud, per la quale egli si butta saltando la cresta della collina, sperando di fuggire ancora, ma viene subito raggiunto da altri due proiettili che lo colpiscono al torace, tirati uno dopo l’altro dalla stessa o da altra pattuglia situata sul davanti, che subito dopo il colpo avrà cercato d’aggirarlo spostandosi in avanti ed in basso. Tale ipotesi spiega la leggiera obliquità dei colpi al torace: dal basso in alto e dal lato sinistro alla mammella destra, con leggiera obliquità anche da dietro in avanti.
Potrebbe essere un buon contributo per chiarire alcuni aspetti molto controversi della vicenda e rispondere a molte delle legittime perplessità esposte da varie parti: perché non si è riusciti, o non si è voluto, trovare il fosso dove è caduto il Brigadiere Pizzoleo? Come mai molti testimoni insistono sulla presenza dei Carabinieri Mazzaferro e Bova alla festa di matrimonio fino a sera inoltrata? Forse perché, tra dire e non dire, erano ubriachi? È possibile che i vestiti di un uomo morto che rotola per una decina di metri lungo un pendio molto scosceso restino intatti e puliti e che l’arma impugnata gli resti stretta nella mano? Oppure è vero, come sostiene Battista Cozza, che la pistola fu messa nella mano del morto in un secondo tempo? Come mai la mantellina di Proto era ripiegata accanto al cadavere?
Ma anche dall’altro punto di vista, quello cioè dei Carabinieri e degli inquirenti, ci sarebbero delle domande  da porre: si mira a stabilire che la morte di Medoro Proto fu una vera e propria esecuzione, forse premeditata? Se così  fosse, quale sarebbe stato il motivo di un fatto così enorme? Sarebbe cambiata qualcosa se i Carabinieri, invece di insistere con l’inseguimento su un terreno molto difficile, avessero detto di essersi appostati intorno al pagliaio per arrestare il latitante e che il conflitto a fuoco avvenne solo in quel momento?
Un ginepraio in cui si rischia di restare impigliati con brutte conseguenze. Ma tanto il Pubblico Ministero che il Procuratore Generale del re non hanno dubbi: non va passato sotto silenzio che i periti settori, esorbitando dal loro ufficio, hanno voluto fare una ricostruzione del fatto che è in perfetto ed evidente contrasto con tutte le altre risultanze del processo. Poiché la versione data dal Mazzaferro concorda in modo armonico coi risultati di tutta la prova specifica e generica, quest’Ufficio chiede che l’Eccellentissima Sezione d’Accusa dichiari non doversi procedere a carico di Mazzaferro Giuseppe per i reati a lui ascritti per avere operato nello stato di difesa legittima. È il 6 marzo 1924.
Due mesi dopo la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e questa vicenda si chiude.
Però rimane aperta un’altra questione: che fine ha fatto Francesco Sbarra, coimputato con il defunto Medoro Proto nel processo per l’omicidio di Rosario Ardis?
Intanto bisogna dire che a Fagnano giravano voci su un presunto favoreggiamento offertogli dai Carabinieri del luogo – lo avrebbero trovato a casa e non lo avrebbero arrestato – e sul quale indagano i militari di San Marco Argentano, senza risultati.
Francesco Sbarra viene arrestato dal Brigadiere Pizzoleo e dal Carabiniere Bova il 15 febbraio 1923, in piena bagarre per la vicenda di Medoro Proto. Si dichiara innocente spiegando, e i Carabinieri dovrebbero ricordarlo, che fu proprio lui a guidare i militari a casa di Proto subito dopo il ferimento e che fu lui a togliere il bastone che Proto avrebbe voluto usare per colpire Rosario Ardis. Indica anche molti testimoni che lo scagionerebbero e infatti nessuno dice che ha partecipato in alcun modo all’aggressione, anzi c’è chi giura di averlo sentito dire a Proto: “Compare, andiamo a casa”. In effetti ad accusarlo è solo Giulio Ardis, il fratello di Rosario, il quale, al contrario, riferisce di averlo sentito dire, dopo il colpo di scure: “Stai bene adesso?”.
Ma allora perché è scappato?
- Per sconsiglio di Sebastiano Arena
Interrogato, Arena risponde
- Avendo saputo della quistione avvenuta tra Ardis Rosario e Proto Medoro, nella mia qualità di fascista, feci delle indagini se vi fosse stato un movente politico, ma invece mi risultò che si trattava di vecchi rancori personali fra i due. Mi si disse pure che Francesco Sbarra si trovò nel fatto e che aveva levato un bastone al Proto, prima che questi colpisse l’Ardis con la scure. Lo Sbarra ebbe a domandarmi che cosa diceva il ferito e io, allora, gli feci noto che aveva fatto il suo nome ed allora lo Sbarra mi disse di essere intervenuto come paciere levando il bastone a Medoro
Bene! Arena finisce indagato per complicità in omicidio e favoreggiamento, ma i tempi sono quelli che sono e non ci sono conseguenze.
Ci si aspetterebbe per Sbarra un proscioglimento in istruttoria, però questa vicenda è costata due morti e un procedimento disciplinare ai Carabinieri Mazzaferro e Bova per la partecipazione in maschera alla festa di matrimonio e non si può chiudere in quattro e quattr’otto. Il 2 luglio 1923 la Sezione d’Accusa rinvia Francesco Sbarra al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di concorso in omicidio. Per Medoro Proto viene dichiarata estinta l’azione panale in seguito alla sua morte.
Il 26 marzo 1924 inizia il dibattimento e c’è subito una novità: la famiglia Ardis ritira la costituzione di parte civile e questa mossa è un bel vantaggio per Francesco Sbarra. Ma la dichiarazione in aula del Brigadiere Pizzoleo rischia di inguaiare di nuovo Sebastiano Arena
- Non devo tacere che l’Arena, per la sua condotta, non merita fede illimitata
Niente da fare nemmeno questa volta.
Il 29 marzo 1924 la giuria assolve Francesco Sbarra per non aver commesso il fatto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali. Le vicende narrate sono contenute in due distinti procedimenti penali.