domenica 20 gennaio 2019

LA PROMESSA TRADITA

Piane Crati

La trebbiatura del grano richiama sempre una grande quantità di mano d’opera e così è anche nell’estate del 1891 quando a Piane Crati arriva, tra gli altri, il ventunenne Antonio Buffone da Domanico.
La grande promiscuità favorisce sempre la nascita di amicizie e amori, infatti Antonio conosce la diciassettenne Rosaria Lavorato e i due si innamorano. Quasi subito Antonio va a parlare col padre della sua bella per chiederne la mano: è tutto a posto, la cosa si può fare ma al  giovanotto arriva la cartolina di precetto e deve partire soldato, così ogni idea di matrimonio fu rimandata al ritorno.
Antonio è così innamorato che, oltre a scrivere a Rosaria da Cremona e Palermo contando gli anni, i mesi e i giorni che mancano al ritorno, scrive costantemente anche al futuro cognato Pasquale esprimendogli grande affetto e mandandogli anche una fotografia in divisa da Bersagliere. Pasquale ricambia e gli manda anche un paio di vaglia postali con qualche lira. Tutto procede bene e per il matrimonio non si aspetta altro che il tanto sospirato congedo. 
Se la famiglia di Rosaria è contenta del futuro matrimonio, Antonio alla sua famiglia non ha detto niente e Giovanni Buffone, il padre di Antonio, viene a saperlo casualmente dopo un anno, quando, cioè, va a Piane Crati per la trebbiatura al posto di suo figlio. Accolto calorosamente dalla famiglia Lavorato, manifesta tutto il piacere di stringersi in parentela con la stessa, sempre però che vi era la volontà di suo figlio.
Forse questa condizione fa venire qualche dubbio a Rosaria, forse Giovanni non è davvero contento che Antonio la sposi e aspetta che il tempo e la lontananza affievoliscano i sentimenti per far cadere la promessa fatta dal figlio. Ma quando Antonio torna, è ormai l’estate del 1904, tutti i dubbi di Rosaria vengono fugati e si ripresero le trattative per il matrimonio e per l’oggetto fu invitato a recarsi nel paese anche il padre Giovanni, che vi si trattenne per circa sette giorni in casa Lavorato.
Tutto fu concertato, non esclusa la dote di £ 500, senonché, dovendo, secondo le consuetudini del paese, lo sposo fare acquisto di oggetti d’oro per complimentare la sposa, Antonio disse che bramava che vi fosse stato presente il fratello maggiore a nome Vincenzo e con la scusa di andarlo a chiamare, se la svignò, rimanendo il padre, il quale abbandonò alla sua volta sorrettiziamente la famiglia Lavorato nella notte susseguente, senza prendere neanche commiato.
A Piane Crati cominciano a girare le voci più strane  sul conto di Rosaria, la peggiore delle quali mina alle fondamenta il suo onore: “è stata deflorata e abbandonata da Antonio Buffone”. Questo è devastante per la ragazza: il fratello la rimprovera continuamente e le donne del paese cominciano a farla segno al loro disprezzo.  Chi la vorrà più? Rosaria convince due sue sorelle ad andare a Domanico dal padre di Antonio a pregarlo perché fosse subito andato in Piane Crati con il figlio, al fine di finalizzare il tutto per il matrimonio.
A Domanico c’è solo Giovanni Buffone. Antonio non c’è, è a Cirò dove, pare, ha un’altra fidanzata più avvenente e con dote di gran lunga superiore a quella di Rosaria. Le due ragazze, dopo avere raccontato ciò che accade in paese e i maltrattamenti da parte del fratello, se ne tornano sconsolate a casa, ma quando Vincenzo, il fratello maggiore di Antonio, viene a sapere della visita e di ciò che è stato detto e ascoltato, va su tutte le furie e, temendo guai, subito scrive a Pasquale Lavorato
Amico carissimo
Benche siamo di lontano e non possiamo discorrere con la viva della voce, caro amico quello momento che sono giunte le vostre sorelle in mia casa, io mi trovai partito per fare la questua per San Giovanni, ora sono giunto dopo le tre dopo mezzogiorno in mia casa non trovando le vostre sorelle mi arrabiai, ma con tutto questo vi prego per quanto stimate la nostra amicizia che abbiamo avuto ed abbiamo di avere più parte, io Vincenzo Buffone vi prego per quanto stimate la nostra amicizia non maltrattate la vostra sorella, mia cognata, io mi corrivo assai, non poco, perche io con il mio padre e madre ci abbiamo molto piacere ma dopo la fiera di arcavacata si ritira il mio fratello e siamo di accordo noi verremo a fare di tutto riguardo alla matrimonio, ma statevi tranquilli non ci pensiate più che sta accura di marzo di fare la neve. Non altro resto a salutare a tutta la famiglia con particolarità la mia cognata, così faranno i miei genitori
Mi dico
Il vostro vero amico Vincenzo Buffone
Domanico li 20 agosto
Non maltrattate la mia cognata
Ma Rosaria non crede a queste parole e pensa che sia solo un modo per prendere tempo, anche perché scopre che Antonio è sempre a Cirò e non è tornato nemmeno per la fiera di Arcavacata e l’artefice di tutto è Giovanni Buffone, colui che è stato la causa della sua rovina. Antonio no, lui la ama ma l’ha delusa perché non si è fatto valere. Con il passare dei giorni Rosaria comincia a maturare l’idea della vendetta e giura che ucciderà il mancato suocero. Ricorda che un suo fratello defunto aveva nascosto in casa una rivoltella a sei colpi e rovista dappertutto finché non la trova. È scarica. Se la nasconde addosso e va a Cosenza dove riesce a comprare sei cartucce.
La mattina del 5 ottobre 1904 chiama in disparte sua sorella Raffaela e le dice che sta andando a Cosenza e che vorrebbe essere accompagnata. Le mostra la rivoltella e le dice che se, volesse il cielo, incontrerà Giovanni Buffone lo ammazzerà! La sorella non le crede, non sarebbe mai capace di una cosa del genere e acconsente. Rosaria fa tutta la strada con la rivoltella nella tasca del grembiale e la mano destra stretta sul calcio. In città girano in lungo e in largo finché, appena passato mezzogiorno, combinazione volle che dietro il palazzo delle Finanze, all’incrocio tra Viale dei Platani e Piazza Carmine, incontrano Giovanni Buffone.
Nell'ovale il Palazzo delle Finanze
- Aspetta un attimo che gli devo dire due parole – fa a Raffaela, facendola fermare. La sorella ubbidisce ma sta in guardia perché teme che possa nascerne una violenta scenata.
Giovanni Buffone storce il muso quando se la vede davanti, ma deve affrontarla
- Qual è la ragione del tuo agire?
- Il matrimonio con mio figlio non potrà mai effettuarsi, tu non sei buona…
Raffaela, a qualche metro di distanza, vede l’uomo allontanarsi di qualche passo dando le spalle a Rosaria la quale toglie la mano destra dalla tasca del grembiale impugnando la rivoltella. Raffaela è sorpresa ed immobile mentre vede partire i due colpi che raggiungono Giovanni alle spalle e quindi cadere pesantemente a terra. Rosaria scappa verso Piazza Carmine, seguita, dopo un attimo di esitazione, da sua sorella.
Il soldato Giuseppe Puntillo è di sentinella alla Tesoreria Provinciale quando sente le due detonazioni. Non sa cosa sia accaduto perché gli spari provengono dal retro del palazzo, così si sporge per cercare di capire qualcosa e vede due ragazze correre a pochi metri da lui
- Alt! Ferme! All’armi! All’armi! – ma quelle gli passano davanti correndo e non riesce a bloccarle. Rosaria e Raffaela entrano nel primo portone che si para loro davanti ma è la scelta più sbagliata tra tutte quelle possibili. Quello è l’ingresso del corpo di guardia della Tesoreria Provinciale!
Trasportare il ferito all’ospedale è un attimo, basta attraversare Viale dei Platani. Le sue condizioni appaiono subito gravi, una delle due pallottole gli ha trapassato il polmone sinistro e il rigonfiamento si nota chiaramente sotto la pelle del torace. Prima di essere operato, Giovanni Buffone risponde a qualche domanda
- Sono state loro… conosco le sorelle Rosaria e Raffaela Lavorato da Piane Crati. La prima da molto tempo è in relazione con mio figlio Antonio ed ora crede che io mi voglia opporre al loro matrimonio perché mio figlio si è allontanato dal paese per ragioni di lavoro… invece io sono contento della loro unione… per questo Rosaria mi ha offeso
Rosaria racconta la sua versione e ammette di avere giurato a sé stessa di volersi vendicare di Giovanni Buffone, responsabile del fallimento del suo matrimonio.
- Qualcuno ti ha istigato?
- Nessuno mi ha istigato e molto meno persona della mia famiglia, i componenti della stessa non sapevano che io ero armata di rivoltella, della quale mi impossessai di nascosto. Ciò soltanto conosceva mia sorella Raffaela la quale, però, non poteva mai immaginare che io sarei stata capace di commettere il reato, anzi debbo dire che la stessa mi trattava da pazza e mi sconsigliava sempre da ogni cattivo proponimento
- Eppure era lì con te…
- Se si è trovata mia sorella presente all’avvenimento è stato per mero caso ed essa non si avvide neanche quando io sparai, tanto che ne fu terrorizzata
- Però è molto strano che tu abbia sparato al padre del tuo fidanzato e non a lui stesso… secondo logica è il tuo fidanzato ad averti disonorata…
- Se sparai a Giovanni Buffone e non al figlio fu perché il primo sconsigliò il secondo dal contrarre il matrimonio con me, opponendosi ad oltranza. Il figlio mi amava perdutamente ed io lo corrispondevo nello stesso modo perciò, se non fosse stato pel padre, son sicura che mi avrebbe sposata!
Raffaela si difende strenuamente, lei non ne sapeva niente
- Non potevo mai credere che fosse una donna capace di tanto!
- Secondo noi invece l’hai istigata tu a fare quello che ha fatto…
- Vi ingannate, cosa vi persuade che io avrei consigliato al delitto mia sorella per finire di perderla?
Dopo l’operazione per estrarre la pallottola dal torace, Giovanni Buffone sembra migliorare un po’ e riesce anche a confermare le sue prime, poche parole, addossando la responsabilità del mancato matrimonio a suo figlio Antonio
- Rosaria, essendo stata in trattative di matrimonio con mio figlio Antonio che, ritiratosi in Cirò col fratello, non ha voluto più saperne, mi rivolse varie dimande sul riguardo al che io le ho fatto sentire che per parte mia non ero alieno di annuire ad un tale matrimonio, anzi vi era tutto il mio piacere. Essa, però, prendendo forse a male le mie parole o male interpretandole, ha estratto una rivoltella e nell’atto che io le voltavo le spalle me ne esplose contro due colpi
A chi credere? Certo, da uno che potrebbe morire da un momento all’altro ci si aspetta che sia sincero per presentarsi al giudizio divino con la coscienza pulita. Dall’altro lato Rosaria dovrebbe essere proprio scema per ostinarsi a non voler capire parole chiare e nette.
Nel frattempo Giovanni peggiora e dopo due giorni di agonia muore. Adesso si tratta di omicidio premeditato.
Le testimonianze raccolte non chiariscono il dilemma: i testimoni chiamati dalla famiglia Buffone giurano che Giovanni si è sempre prodigato per arrivare al matrimonio di Antonio e Rosaria e che i familiari di Rosaria minacciarono ritorsioni in caso di rottura del patto, quelli citati dalla famiglia Lavorato sono convinti che tutto sia stato determinato dalla fuga dei Buffone da Piane Crati e dall’arrivo delle voci che essi stavano contrattando altro matrimonio altrove. Se a ciò si aggiunge il fatto che a Piane Crati è inveterata la consuetudine che quando una giovine donna per lungo tratto di tempo è stata in intime relazioni d’amore con un giovine, specie forestiero, che ne ha frequentato anche la casa, malgrado che non vi abbia avuto congiunzione carnale non trova più da maritarsi, è ovvio aspettarsi una reazione violenta. Ma perché non contro Antonio? Semplice. Vero o falso che fosse, le trattative per un nuovo matrimonio altrove non potevano prescindere dal consenso paterno, quindi il padre fu il vero colpevole. Colpevole per non aver fatto mantenere la parola al figlio.
Ma comunque la si rigiri, la questione è che c’è stato un omicidio con il reo confesso che ha ammesso di averlo premeditato e a fianco all’assassina c’era sua sorella. Il 28 dicembre Rosaria e Raffaela vengono rinviate a giudizio. Rosaria per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, Raffaela per concorso in omicidio premeditato.
Il 17 giugno 1905 si apre il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza.
- Una sera mi trovai in casa Lavorato ove si trattava il matrimonio. Il padre di Antonio, Giovanni, pretendeva £ 800 di dote; furono offerte dalla famiglia Lavorato £ 500; il figlio Antonio non parlava, facendo supporre che stava a quel che faceva suo padre. Indi suo padre, a quella proposta di lire 500 non disse né si, né no. dopo ciò l’Antonio disse che si sarebbe recato nel suo paese, si sarebbe unito a suo fratello maggiore Vincenzo e avrebbe comprato dell’oro per darlo alla sposa. Infatti Antonio si conferì a Domanico ma non più ritornò a Piane Crati – giura Gabriele Fiorino.
Forse è questo mercanteggiare sull’entità della dote e la successiva fuga da Piane Crati a convincere la giuria che Giovanni Buffone non fosse poi così d’accordo a concludere il matrimonio tra Antonio e Rosaria. Le due sorelle vengono assolte dall’accusa di omicidio premeditato, scampando, almeno Rosaria, a una dura condanna. Resta il reato di porto abusivo di arma da fuoco: la condanna inflitta a Rosaria è di 10 giorni di reclusione, già scontati con la carcerazione preventiva.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 18 gennaio 2019

I CARABINIERI E IL LATITANTE


È la sera del 18 gennaio 1923 e fa freddo dopo l’abbondante nevicata del pomeriggio. Nella cantina di Concetta De Rosa a Fagnano Castello gli avventori giocano a carte e bevono vino. Medoro Proto e Francesco Sbarra entrano e vedono, seduto a un tavolino,  Rosario Ardis che sta bevendo con altri amici. Uno di questi, Biase Curti, li invita a sedersi con loro ma Proto rifiuta cortesemente per la presenza di Ardis col quale da tempo ha delle beghe che spesso sono finite nella caserma dei Carabinieri e in Pretura. Ardis, forse perché indispettito dall’invito rivolto al suo rivale esce dalla cantina
- Stai pure qui che se viene compare Rosario lo tiro io – dice Curti a Medoro, rinnovando l’invito a sedersi al tavolo, visto che compare Rosario è uscito, ma a queste parole Medoro si turbò.
Francesco Sbarra capisce che potrebbe nascere l’ennesima rissa e tira via l’amico riportandolo a casa, ma sembra che Proto sia ormai partito di testa perché afferra un bastone e fa per tornare verso la cantina. Sbarra lo ferma, gli prende il bastone e lo riporta a casa. Niente da fare, Proto, ravvolto in un lungo mantello, si avvia di nuovo verso la cantina ma Sbarra questa volta non lo ferma, limitandosi a seguirlo. Medoro entra nella cantina e Sbarra resta fuori. Pochi momenti dopo arriva Ardis con suo fratello Giulio ed entrano a loro volta, proprio nel momento in cui Medoro sta uscendo. I due si incontrano sulla soglia e sono a meno di un passo l’uno dall’altro. Sembrano attimi interminabili, poi Ardis smorza la tensione dicendo
- Vieni a bere un bicchiere di vino
- Da te non accetto niente! – Proto scuote la testa in segno di diniego e tutti pensano che da un momento all’altro i due si azzufferanno
- Lasciate stare che il vino si berrà un’altra volta – interviene Sbarra mettendosi tra i due avversari
Proprio in quest’istante Proto apre il mantello e tira fuori una scure con la quale colpisce violentemente Rosario alla testa, facendolo stramazzare al suolo sanguinante, poi, approfittando della confusione che si è creata, scappa nel buio.
Ardis viene portato nella farmacia di Ernesto Franco ed è lì che lo trovano i Carabinieri. Sull’autore dell’aggressione non ci sono dubbi e Sbarra si incarica di accompagnare il Brigadiere Raffaele Pizzoleo a casa di Proto, ma non lo trovano.
Nonostante le sue condizioni siano gravi per la frattura dell’osso occipitale, Ardis è in grado di parlare, seppure a stento
- Sono stato ferito da Medoro Proto improvvisamente e senza motivo alcuno… ebbi ad accorgermi che Medoro era in attesa sulla porta della cantina… certo Francesco Sbarra spalleggiava Medoro
Dopo questa dichiarazione, nei guai finisce anche Francesco Sbarra il quale, forse avvisato, non si fa trovare a casa.
Non passa che qualche ora e Rosario Ardis muore. Omicidio.
Le ricerche dei due latitanti proseguono senza soste, ma sembrano svaniti nel nulla. La sera del 4 febbraio 1923 si presenta in caserma Giulio Ardis, il fratello della vittima, e dice al Brigadiere Pizzoleo di sapere dove si trova Medoro Proto
- È sicuramente in contrada Tisciolo, nei pressi della Fornace - assicura
Viene subito predisposto un servizio e, verso le 22,30, una pattuglia composta da Pizzoleo e dai Carabinieri Giuseppe Mazzaferro e Luigi Bova, accompagnati dallo stesso Ardis, parte per tentare la cattura del latitante. Verso l’1,30 del 5 febbraio sono sulla strada nei pressi del luogo indicato. Ad una decina di metri da loro qualcosa si muove tra gli arbusti
- È lui! Fermo! – urla il Brigadiere
Un lampo accompagnato da una detonazione li sorprende, mentre Proto scappa. I militari si lanciano all’inseguimento ma, fatti appena cento metri circa, Proto si volta e spara di nuovo. Tre colpi questa volta. Poi si rimette a correre. Il Brigadiere ad un certo punto cade in un fosso, profondo cinque metri, battendo violentemente il petto contro il calcio del fucile e resta tramortito. Mazzaferro e Bova continuano l’inseguimento. Ardis, che prudentemente è rimasto più indietro, sente i lamenti del Brigadiere e lo soccorre. Dopo qualche minuto, malfermo sulle gambe, Pizzoleo riprende l’inseguimento.
Nel frattempo anche Bova cade e ad inseguire il fuggiasco resta solo Mazzaferro il quale è ormai ad una decina di passi da Proto. Un ultimo sforzo e poi lo ammanetterà.
Correndo, Proto si gira e spara altri due colpi urlando
- Vigliacco, torna indietro se non vuoi morire!
Questa volta Mazzaferro risponde al fuoco. Spara quattro volte contro Proto e la sua mira è micidiale. Il fuggiasco fa qualche passo e poi rotola giù lungo la scarpata sottostante. Morto.
Dopo pochi minuti, uno dopo l’altro, arrivano anche il Carabiniere Bova e il Brigadiere Pizzoleo.
Battista Cozza abita a pochi metri dal luogo dove è avvenuta l’ultima sparatoria e si sveglia di soprassalto. Esce in mutande e sale sulla sommità della collinetta, cioè verso il punto da dove gli è sembrato che i colpi provenissero. Qualche metro sotto di lui sente delle persone. Ha paura che sparino anche contro di lui e urla
- Non sparate perché io sono in mutande!
- Reali Carabinieri! – gli risponde il Brigadiere e Cozza si tranquillizza perché ne ha riconosciuto la voce. Poi riconosce, o almeno così gli sembra, uno dei fratelli Ardis, non Giulio ma Francesco, quello che tutti chiamano ‘U Surduabbiamo inseguito fin qui Medoro Proto ma è riuscito a sottrarsi alla cattura – lo informa il Brigadiere (il quale una volta tornato in caserma verbalizzerà l’accaduto così come lo abbiamo letto).
Battista Cozza, pensando di fare una buona cosa, gli dice
- Venite a casa che vi preparo il caffè
- Grazie, non possiamo…
A questo punto Cozza torna a letto, ma verso le 5,00 sente bussare alla porta. Sono il Carabiniere Bova e ‘U Surdu che gli chiedono della legna per accendere un fuoco e riscaldarsi
- Dobbiamo piantonare il cadavere di Proto…
- Ma… non era scappato?
- Lo abbiamo trovato morto…
Cozza si mette qualcosa addosso e va dietro al Carabiniere e comincia a pensare che ci sia qualcosa di strano: il cadavere è proprio nel posto da dove qualche ora prima il Brigadiere gli ha parlato. “Perché il Brigadiere mi ha detto che Medoro era fuggito mentre doveva averne quasi ai piedi il cadavere?” si chiede. Poi getta un’occhiata al corpo steso a terra sul fianco sinistro con le mani semi aperte bene in vista e si fa il segno della croce. Nota anche un’altra cosa che gli sembra strana: i due Carabinieri che piantonano il cadavere hanno i pantaloni della divisa e le giacche da borghesi. Con questi dubbi rientra a casa, riproponendosi di tornare più tardi. E infatti torna dopo un paio di ore e, gettata un’occhiata al cadavere, che adesso è coperto da un lenzuolo bianco, spalanca la bocca per la sorpresa: nella mano destra c’è una rivoltella! Anche l’abbigliamento dei Carabinieri è diverso, adesso sono vestiti in divisa.
L’arma che impugnava il Medoro consiste in una rivoltella a rotazione tipo Saint-Etien e alla presenza dell’Autorità Giudiziaria costatammo che era caricata a sei colpi, tutti esplosi, verbalizza il Brigadiere Pizzoleo.
I Carabinieri e Giulio Ardis vengono interrogati dal Pretore e forniscono tutti la stessa ricostruzione dei fatti: raccontano che Proto è comparso davanti a loro all’improvviso sparando mentre scappava, raccontano dell’inseguimento, delle cadute e dell’ultima, fatale sparatoria e di come lo abbiano ritrovato con la rivoltella ancora in pugno.
Il Carabiniere Giuseppe Mazzaferro viene indagato per omicidio volontario, ma è un atto dovuto, le testimonianze dei suoi colleghi e di Giulio Ardis, quelle che contano,  sono tutte a suo favore. Battista Cozza, invece, racconta al Pretore ciò che ha visto e tutte le sue perplessità. Altri raccontano una diversa successione nell’esplosione dei colpi di arma da fuoco e Carlo Cozza, lontano parente dell’ucciso, lancia accuse gravi e precise contro i Carabinieri
- Adempio al dovere di mettere in guardia la giustizia contro la commedia che si sta recitando allo scopo di salvare quei carabinieri che hanno voluto barbaramente uccidere il mio povero cugino. Io ho fatto per ben tre anni il Carabiniere e sarei il primo a giustificare la Benemerita Arma se sapessi ch’essa ha agito nell’adempimento di un suo dovere. Invece in questo caso non è così. Anzitutto informo la Signoria Vostra che in quella sera i due carabinieri Bova e Mazzaferro furono visti vestiti in maschera (Bova da pulcinella e Mazzaferro da donna, come raccontano altri testimoni, nda) allo sposalizio tra Giacomino Trotta ed Assunta Amato. Ad adempiere al servizio andarono solo dopo questa festa, verso le 22,30. a dimostrare l’artifizio delle loro versioni sta quanto segue: nessun colpo fu sparato sulla via rotabile, diversamente sarebbe stato inteso da Pasquale Tarsitano, che ha la sua abitazione in prossimità della strada stessa. Inoltre è addirittura inesplicabile che un individuo colpito a morte, rotolando per parecchi metri lungo il pendio, possa mantenere la posizione in cui si trovava il cadavere, che sembrava quasi composto a bella posta. Ma poi, quello ch’è addirittura assurdo è l’ammettere che il mio povero cugino, rotolando, abbia potuto mantenere la rivoltella in mano, così come è stata vista da Vostra Signoria. Ad ogni modo l’arma, e specialmente il tamburo, si sarebbe dovuta trovare coperta di terriccio, nulla, invece, di tutto questo. Sono cose che debbono essere spiegate e sulle quali la Giustizia deve fare le opportune indagini. Devesi ancora tener presente che se il disgraziato fosse davvero precipitato dall’alto in basso, avrebbe dovuto, tra i rovi, perlomeno stracciarsi la giacca o comunque fermarsi in presenza di un ostacolo, viceversa sul luogo dove la vittima fu rinvenuta era pendio e le pietre notate da Vostra Signoria furono messe da me e dal Brigadiere di Malvito. Per quanto mi consta il povero mio cugino non è mai stato in possesso di una rivoltella; se avesse avuto tale arma, se ne sarebbe servito per commettere il delitto contro Rosario Ardis. Aggiungo che sarebbe bene accertare la località dove sarebbe caduto il Brigadiere Pizzoleo, che non si sa precisamente dove sia.
Sembra proprio che i dubbi di Carlo Cozza siano più che legittimi. Vedremo che piega prenderà l’indagine.
Ad avvalorare le perplessità espresse da Carlo Cozza ci sono sia la perizia sul luogo dove fu ritrovato il cadavere, eseguita dal Pretore di San Marco Argentano, sia i risultati dell’autopsia, eseguita dai dottori Federico Franco e Pasquale Farsetti. Vediamo come sono i luoghi dove è avvenuto lo scontro a fuoco: si giunge ad una collinetta, alla cui vetta trovasi una pagliaia murata, mentre nel lato che guarda a Nord è situata una casa colonica abitata da Cozza Battista, distanti una dall’altra un cento metri. sulla falda opposta della collinetta, a Sud, che discende a valle con un declivio alquanto notevole, alla distanza di cento metri o poco più dalla pagliaia, notiamo avvolto in un lenzuolo bianco il cadavere di un uomo che indossa abiti di fustagno nero e scarpe chiodate di cuoio nero. Detto cadavere giace sul lato sinistro, con la testa poggiata sul braccio omonimo, ch’è alquanto ricurvo. Le gambe sono anch’esse un po’ ricurve ed incrociate, mentre il braccio destro è disteso sulla persona e nella mano impugna una rivoltella. Alla distanza di un metro o poco più dalla testa del cadavere trovasi un cappello nero col cocuzzolo poggiato sul terreno e le falde sollevate ed in prossimità dello stesso cappello notiamo una mantellina militare grigio-verde, raccolta e ripiegata. Il terreno pieno di sterpi ed assai bagnato a causa dell’abbondante pioggia e sugli abiti che indossa il cadavere nulla si osserva che possa far sospettare che una colluttazione abbia avuto luogo tra la vittima e l’aggressore o gli aggressori.
Ora l’autopsia: il vestiario non era né scomposto, né lacerato da farci supporre una qualsiasi colluttazione, né era molto sporco di sangue per l’assenza di grave emorragia esterna, né tampoco era inzaccherato di fango, che anzi persino le scarpe del morto si mostravano pulite. Sulla mantellina militare si notano nella parte laterale sinistra due fori distanti circa quindici centimetri e che corrispondono ad altri due fori consimili che si trovano sulla manica sinistra e sulla parte laterale sinistra della giacca, gilè, camicia e maglia del morto. Anche sulla parte destra degli indumenti, all’altezza della mammella si notano due fori poco distanti l’uno dall’altro. Sulla metà sinistra del pantalone si osservano altri due fori: in avanti l’uno, in corrispondenza della coscia, indietro l’altro, verso la natica sinistra. Sul braccio sinistro una ferita di forma circolare a margini contusi. Detta ferita ha un tragitto che va obliquamente dal basso in alto e dall’esterno all’interno e termina in un’altra ferita circolare, a margini frastagliati, che trovasi sulla regione laterale interna del braccio. Questa ferita combacia esattamente con altra di forma un po’ ellittica che trovasi sulla parte laterale sinistra del torace, sulla linea ascellare media, in corrispondenza della settima costola e che penetra in cavità. Al di sopra di questa ferita, dieci centimetri circa più in alto, all’altezza del capezzolo della mammella, trovasi altra ferita a forma circolare e margini contusi penetrante anch’essa in cavità. I fori non presentano né alone di annerimento, né bruciacchiature.
Sulla parete laterale destra del torace, a quattro centimetri dal capezzolo della mammella, si notano altre due ferite circolari, a margini sfrangiati con estroflessione dei tessuti. Le due pallottole, esplose tra i tre ed i sei metri di distanza, sono penetrate dal lato sinistro del torace, hanno attraversato i polmoni ed il cuore, e sono fuoriuscite dalla parte destra del torace: morte istantanea. Ma sono le ferite alla gamba sinistra quelle ritenute più interessanti per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti: per il notevole dislivello dei due forami, al di sopra del ginocchio verso il lato interno della coscia l’uno, ed alla metà del solco della natica l’altro, non si comprende bene come il tragitto del proiettile, pure essendo il ferito in posizione poco più in alto del feritore, possa andare dal ginocchio alla natica. Per comprendere ciò occorre pensare ad un meccanismo di azione alquanto diverso. Stabiliamo primieramente che il colpo alla coscia non era mortale e ha dovuto precedere di pochi secondi gli altri due al torace, subitamente mortali. E poiché abbiamo detto essere difficile, se non addirittura impossibile, che il feritore stando all’impiedi, pure essendo più basso del ferito, abbia potuto colpire il ginocchio con foro di uscita alla natica, noi riteniamo che Proto Medoro ha ricevuto il primo colpo stando abbassato al suolo, in atto di chi tenta di fuggire furtivamente. Se noi vogliamo considerare tale posizione naturale ed istintiva in chi tenta di fuggire di nascosto, vediamo che la coscia, abbassandosi ed avvicinandosi alla gamba, verrà a trovarsi in posizione quasi orizzontale alla direzione del proiettile tirato dall’avanti all’indietro ed in tale posizione, trovandosi per ragioni statiche le ginocchia un po’ divaricate, sarà più facile colpire la porzione laterale interna del ginocchio, come nel nostro caso. La direzione poi del colpo e la situazione delle ferite ci fa ritenere che il proiettile ha seguito una traiettoria diversa da quelli diretti al torace e perciò crediamo che esso sia stato tirato, con molta probabilità, se non con assoluta certezza, da persona diversa, munita d’arma della stessa natura e calibro. A questo punto i periti, spinti dalla voglia di trovare conferme alle loro tesi, vanno anche loro ad ispezionare i luoghi dove è avvenuto il fatto e, nella loro ottica, trovano ciò che cercano, riuscendo ad essere molto più precisi del Magistrato che li ha preceduti: il luogo si presenta con una collinetta di facile accesso dal lato NORD, ove il terreno, in parte ricoperto a cespugli, sale in dolce pendio. Quasi sulla cresta della collina vi è una capanna chiusa a semplice incannucciata; a distanza di venti metri o poco più sul declivio, la casa di un contadino. Dal lato SUD, che guarda l’abitato del Comune di San Marco, la collina precipita in ripida discesa con terreno ricoperto da ginestre ed olivi. Da questo lato è difficile l’accesso, più difficile ancora una fuga ed un inseguimento. Il Proto Medoro cadde ucciso ai piedi di un ulivo a dieci metri circa dalla cresta della collina restando con i piedi in basso e la testa in alto sul detto pendio. Ora, se si deve ritenere inverosimile la versione dell’inseguimento attraverso i campi per due chilometri, si dovrà supporre logicamente che per delazione ricevuta da confidenti dei carabinieri, il Proto Medoro fosse sorpreso nel pagliaio. Egli avrà sentito il rumore dei passi o gli ordini impartiti, anche a voce bassa, alle due pattuglie per l’accerchiamento ed avrà cercato di fuggire di nascosto abbassandosi dietro la capanna o fra i cespugli. Scorto e non arrestando la sua fuga, avrà ricevuto il primo proiettile, che gli ha traversato la coscia, dalla pattuglia appostata dietro la casetta. Allora gli si presenta come unica via di scampo la ripida discesa verso Sud, per la quale egli si butta saltando la cresta della collina, sperando di fuggire ancora, ma viene subito raggiunto da altri due proiettili che lo colpiscono al torace, tirati uno dopo l’altro dalla stessa o da altra pattuglia situata sul davanti, che subito dopo il colpo avrà cercato d’aggirarlo spostandosi in avanti ed in basso. Tale ipotesi spiega la leggiera obliquità dei colpi al torace: dal basso in alto e dal lato sinistro alla mammella destra, con leggiera obliquità anche da dietro in avanti.
Potrebbe essere un buon contributo per chiarire alcuni aspetti molto controversi della vicenda e rispondere a molte delle legittime perplessità esposte da varie parti: perché non si è riusciti, o non si è voluto, trovare il fosso dove è caduto il Brigadiere Pizzoleo? Come mai molti testimoni insistono sulla presenza dei Carabinieri Mazzaferro e Bova alla festa di matrimonio fino a sera inoltrata? Forse perché, tra dire e non dire, erano ubriachi? È possibile che i vestiti di un uomo morto che rotola per una decina di metri lungo un pendio molto scosceso restino intatti e puliti e che l’arma impugnata gli resti stretta nella mano? Oppure è vero, come sostiene Battista Cozza, che la pistola fu messa nella mano del morto in un secondo tempo? Come mai la mantellina di Proto era ripiegata accanto al cadavere?
Ma anche dall’altro punto di vista, quello cioè dei Carabinieri e degli inquirenti, ci sarebbero delle domande  da porre: si mira a stabilire che la morte di Medoro Proto fu una vera e propria esecuzione, forse premeditata? Se così  fosse, quale sarebbe stato il motivo di un fatto così enorme? Sarebbe cambiata qualcosa se i Carabinieri, invece di insistere con l’inseguimento su un terreno molto difficile, avessero detto di essersi appostati intorno al pagliaio per arrestare il latitante e che il conflitto a fuoco avvenne solo in quel momento?
Un ginepraio in cui si rischia di restare impigliati con brutte conseguenze. Ma tanto il Pubblico Ministero che il Procuratore Generale del re non hanno dubbi: non va passato sotto silenzio che i periti settori, esorbitando dal loro ufficio, hanno voluto fare una ricostruzione del fatto che è in perfetto ed evidente contrasto con tutte le altre risultanze del processo. Poiché la versione data dal Mazzaferro concorda in modo armonico coi risultati di tutta la prova specifica e generica, quest’Ufficio chiede che l’Eccellentissima Sezione d’Accusa dichiari non doversi procedere a carico di Mazzaferro Giuseppe per i reati a lui ascritti per avere operato nello stato di difesa legittima. È il 6 marzo 1924.
Due mesi dopo la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e questa vicenda si chiude.
Però rimane aperta un’altra questione: che fine ha fatto Francesco Sbarra, coimputato con il defunto Medoro Proto nel processo per l’omicidio di Rosario Ardis?
Intanto bisogna dire che a Fagnano giravano voci su un presunto favoreggiamento offertogli dai Carabinieri del luogo – lo avrebbero trovato a casa e non lo avrebbero arrestato – e sul quale indagano i militari di San Marco Argentano, senza risultati.
Francesco Sbarra viene arrestato dal Brigadiere Pizzoleo e dal Carabiniere Bova il 15 febbraio 1923, in piena bagarre per la vicenda di Medoro Proto. Si dichiara innocente spiegando, e i Carabinieri dovrebbero ricordarlo, che fu proprio lui a guidare i militari a casa di Proto subito dopo il ferimento e che fu lui a togliere il bastone che Proto avrebbe voluto usare per colpire Rosario Ardis. Indica anche molti testimoni che lo scagionerebbero e infatti nessuno dice che ha partecipato in alcun modo all’aggressione, anzi c’è chi giura di averlo sentito dire a Proto: “Compare, andiamo a casa”. In effetti ad accusarlo è solo Giulio Ardis, il fratello di Rosario, il quale, al contrario, riferisce di averlo sentito dire, dopo il colpo di scure: “Stai bene adesso?”.
Ma allora perché è scappato?
- Per sconsiglio di Sebastiano Arena
Interrogato, Arena risponde
- Avendo saputo della quistione avvenuta tra Ardis Rosario e Proto Medoro, nella mia qualità di fascista, feci delle indagini se vi fosse stato un movente politico, ma invece mi risultò che si trattava di vecchi rancori personali fra i due. Mi si disse pure che Francesco Sbarra si trovò nel fatto e che aveva levato un bastone al Proto, prima che questi colpisse l’Ardis con la scure. Lo Sbarra ebbe a domandarmi che cosa diceva il ferito e io, allora, gli feci noto che aveva fatto il suo nome ed allora lo Sbarra mi disse di essere intervenuto come paciere levando il bastone a Medoro
Bene! Arena finisce indagato per complicità in omicidio e favoreggiamento, ma i tempi sono quelli che sono e non ci sono conseguenze.
Ci si aspetterebbe per Sbarra un proscioglimento in istruttoria, però questa vicenda è costata due morti e un procedimento disciplinare ai Carabinieri Mazzaferro e Bova per la partecipazione in maschera alla festa di matrimonio e non si può chiudere in quattro e quattr’otto. Il 2 luglio 1923 la Sezione d’Accusa rinvia Francesco Sbarra al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di concorso in omicidio. Per Medoro Proto viene dichiarata estinta l’azione panale in seguito alla sua morte.
Il 26 marzo 1924 inizia il dibattimento e c’è subito una novità: la famiglia Ardis ritira la costituzione di parte civile e questa mossa è un bel vantaggio per Francesco Sbarra. Ma la dichiarazione in aula del Brigadiere Pizzoleo rischia di inguaiare di nuovo Sebastiano Arena
- Non devo tacere che l’Arena, per la sua condotta, non merita fede illimitata
Niente da fare nemmeno questa volta.
Il 29 marzo 1924 la giuria assolve Francesco Sbarra per non aver commesso il fatto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali. Le vicende narrate sono contenute in due distinti procedimenti penali.

giovedì 17 gennaio 2019

QUATTRO ANNI DI "ANTICHI DELITTI"


E così siamo arrivati al quarto compleanno di Antichi Delitti. Sono stati quattro anni con molti alti e qualche basso. Gli alti (molti):
- quasi 400 storie pubblicate da me e dagli amici che, di tanto in tanto, mi onorano della loro firma: Nunzia Procida, Cinzia Altomare e Matteo Dalena.
- Cinque libri pubblicati: "I caminanti – quando gli zingari rubavano galline”; “Antichi Delitti 1”; “Fantastic recipes and tattoos of historic calabrian mafia”; “Il patto infame – l’antica mafia della riviera dei cedri”; “Antichi Delitti vol.2”.
- Circa 2.000.000 di contatti da tutto il mondo.
- Il Premio Internazionale “Giovanni Losardo” – sezione autori.
- L’inserimento nel Comitato Scientifico dell’ “Osservatorio Falcone – Borsellino”.
- La rassegna teatrale “Antichi Delitti” al teatro “Officina delle Arti”
- La rassegna “Delitti nei dintorni”.
- La rassegna “I racconti della Vrascera”.
 La presentazione del lavoro e della metodologia di ricerca di Antichi Delitti al XXX Congresso Nazionale della “Società Italiana di Criminologia” con la relativa pubblicazione nella rivista “Rassegna Italiana di Criminologia”.
 - Nessuna querela, a dimostrazione della inattaccabilità del lavoro fatto.
- Le fantastiche persone che ho conosciuto e con le quali ho collaborato: Gabriella Salfi e Michelangelo Russo (il mio team giuridico), Deborah Bottino, Luca Chianelli, Giovanni Cicchitelli, Eduardo Tarsia e tutta la sua compagnia di attori (Officina delle Arti), Nunzia Procida (la mia criminologa che scrive sempre prefazioni e postfazioni ai miei libri), Giovanni Canadè (un editor fantastico e Direttore Editoriale della casa editrice Teomedia, che mi pubblica), Pasquale Biafora (un editore serio, illuminato e tanto coraggioso da fidarsi di me),  Anthony W. Calabrese (il mio grafico e consulente per il web). Inoltre non posso dimenticare Arcangelo Badolati che mi è sempre vicino.
Ma non è finita qui. Ci siete voi lettori, senza cui tutto questo non avrebbe senso. E ci sono alcuni lettori particolari: mi riferisco a quelle persone (che non vogliono essere nominate) che mi hanno segnalato i loro casi familiari e con le quali abbiamo pianto insieme, senza vederci perché nascosti dietro lo schermo del computer, scoprendo orrendi segreti .
- E tutto questo non sarebbe stato possibile senza la puntuale, competente e amichevole collaborazione dell’Archivio di Stato di Cosenza, di Catanzaro e di Reggio Emilia.
I bassi:
- Le mie continue crisi di coscienza e di rigetto.
Grazie a tutti, finché durerò, finché dureremo…

martedì 15 gennaio 2019

QUESTO ROMANZO NON S'HA DA PUBBLICARE


- La sera di venerdì scorso 23 novembre 1923 mi trovavo in Piazza Piccola in compagnia del signor Carmine Calabrese, quando mi si avvicinò un ragazzo, fratello del professor Mariano Gentile, e mi invitò a recarmi nella redazione del giornale “Il Corriere di Cosenza”, sita pure in Piazza Piccola, dove mi aspettava per parlarmi il signor Nicola Gentile di Marano Marchesato – il tono del ventisettenne tipografo Bonaventura Sartù è pacato, ma il suo nervosismo è tradito da un leggero tremore delle dita nell’avvicinare una sigaretta alle labbra e il Commissario Alfonso Vertuli non può non accorgersene –. Appena entrai nella redazione, il signor Sicilia mi apostrofò in malo modo dicendo che per il saldo dell’ultima fattura per la stampa del giornale mi aveva dato 100 lire in più ed io risposi che ciò non rispondeva a verità. Esaurita questa questione stavo per uscire quando Sicilia mi invitò ad entrare nella sua stanza riservata dove incominciò a chiedermi notizie circa la pubblicazione di un mio lavoro sotto forma di romanzo. Gli risposi che lo avrei pubblicato in settimana e gli feci leggere il manoscritto  che avevo, per caso, in tasca – continua porgendo al Commissario alcuni fogli di carta velina scritti a macchina. Vertuli gli fa segno di fermarsi e si immerge nella lettura di quei pochi fogli
I MISTERI DELLA MANO NERA
Ovvero
La moglie del Capitano della Polizia Americana
Romanzo di Avventure di Oltre Oceano di BONAVENTURA SARTU’
Personaggi:
Mister Nick Silia       – L’uomo del Mistero
Kames Brown            – Capitano di Polizia
Livio Iarel            – Agente di Polizia
Luciano Vignon         – Gestore
Mistress Karistall      – Moglie del Capitano
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Mister Nick Silia è da parecchi anni in America e nulla si sa di lui fino a quando, affiliatosi alla Mano Nera, comincia a frequentare luoghi che prima gli erano proibiti.
La sua prestanza fisica gli fa guadagnare la simpatia e l’amicizia di varie persone fra le quali quella di una donna, direttrice e proprietaria di una ricchissima Pensione, MISTRESS KARISTALL.
Costei era amante del capitano Kames Brown dal quale era venerata per la sua bellezza, per i suoi modi squisiti e per tutto quell’insieme di fascino che emana dalla donna, specie quando essa è di venticinque anni.
Mister Nick Silia aveva incominciato ad amare ench’egli la donna, nella quale più dell’affetto vinse la durezza del Silia, il quale aveva forse appreso che la donna non si lega mai con moine.
Nel frattempo, poiché Mister Nick aveva completamente smesso di lavorare e si era dato alla vita galante, giacché i vari colpi impunemente riusciti glielo consentivano perché era forte mercè l’ausilio della MANO NERA, strinse intime relazioni con la Karistall.
È così che lui si trova assoluto protettore della casa, dove fu tramata la perdita del Capitano il quale incominciava ad essere d’intoppo e perché possessore di una discreta fortuna. All’uopo era necessaria la complicità di LIVIO IAREL, ordinanza del capitano.
Costui, esimio pregiudicato, sebbene fosse agente di Polizia, non si fece scrupolo alcuno di accettare le reiterate offerte della Mistress e preparare insieme a Mister Nick la morte di Kames.
In un banchetto all’uopo preparato e durante copiose libagioni di Champagne viene propinato il veleno alla inconscia vittima, la cui morte viene attribuita ad improvviso malore, danco così facile agio agli assassini di impossessarsi di quanto in denaro ed in gioie il capitano era possessore. La cosa, svoltasi con molta facilità, sembrava ben riuscita, ma un bel giorno in cui la Polizia aveva cominciato a subodorare qualche cosa,  il Iarel procurò e consigliò di allontanarsi.. a ciò si aggiunga il fatto che la MANO NERA, non avendo avuto ciò che si era pattuito fra di loro per l’uccisione del Capitano e lo svaligiamento della casa, aveva incominciato a tramare, dopo alcune imposizioni ai danni degli amanti.
In seguito credettero opportuno allontanarsi da … e, con le ricchezze malamente ricavate, si stabilirono a … dove, acquistata una palazzina di elegante costruzione, vi continuarono il loro losco commercio, che era il mezzo per poter ivi attirare le loro prede.
Le cose continuarono così per un certo tempo, secondo l’indirizzo da loro dato.
In questa nuova residenza vi capita un ricco negoziante che ben presto, sebbene di età avanzata, si innamora della Karistall della quale diviene l’amante e destinato anche lui a scomparire misteriosamente, dopo esser stato derubato di una buona parte dei suoi averi.
Poiché con l’ultimo colpo di pugnale era riuscito ad aumentare di molto i suoi capitali, Mister Nick, credendosi completamente immune di fronte agli occhi della Polizia, pensa bene di acquistare altra palazzina da servire allo stesso scopo della prima e migliorare, così, il commercio che gli andava molto bene.
La Polizia intanto indagava e pare che incominciasse a trovarsi su buona pista, così un bel giorno i due amanti ed una presunta nipote sono costretti a riparare in Europoa, lasciando ad un cognato la gestione del turpe commercio.
La fuga è determinata non solo dall’intervento della Polizia, ma anche dalle minacce della MANO NERA che non era mai stata soddisfatta di quanto Mister Nick Silia aveva loro promesso
- E questo sarebbe un romanzo? – gli fa il Commissario, quasi buttandogli i fogli in faccia
- No… è il prologo… se volete vi faccio leggere il primo capitolo…
- No! Meglio che continuiate a raccontare i fatti del 23 novembre perché finora non ho capito granché
- Allora, ero arrivato al punto in cui ho dato il manoscritto a Sicilia. Lo lesse e cominciò a criticare affermando che io volevo pubblicare il romanzo al solo scopo di ricattarlo. Risposi che non era vera: prova ne era il lavoro. Sicilia si alterò e chiamò in suo aiuto gli altri redattori del giornale, suo fratello Guglielmo, il professor Mariano Gentile, l’avvocato Francesco Cribari, il ragionier Giovanni Stumpo, Francesco Stumpo e il dottor Vincenzo Sicilia che mi investirono in malo modo minacciandomi ed affermando che non potevo lottare contro i motiani e che se avessi pubblicato il lavoro avrebbero, a forza di quattrini, trovato persone disposte a confermare quanto il Sicilia affermava e cioè che io aveva chiesto al Sicilia 100.000 lire per non pubblicare il lavoro. Ad evitare una discussione violenta, mi accomiatai, se non che trovai l’uscio chiuso a chiave, guardato dal signor Gentile il quale, a nessun costo, voleva farmi uscire. Alla violenza che mi si faceva opposi la minaccia di ricorrere alle armi per uscire dal locale. Solo in questo modo la discussione ebbe termine. Vincenzo Aloe e Rodolfo Corigliano, passando dalla strada, intesero il baccano e si accostarono
- Quello che non ho capito in quanto non lo avete detto, è perché Sicilia ritiene il vostro lavoro un tentativo di ricatto – chiede, perplesso, il Commissario
- Non lo so… – risponde con aria candida – effettivamente tale romanzo non contiene nulla di allusivo per Sicilia, come è facilmente rilevabile. Io lo scrissi per dare maggiore importanza al giornale, specie dopo il ritiro dalla Direzione dell’Avvocato Filosa e l’ho scritto sulle tracce dei romanzi polizieschi americani
- Boh?! – fa il Commissario, che continua – e quindi cosa intendete fare?
- Sporgo formale querela contro le persone che ho citato
Di fronte ad una querela per minacce e violenza privata bisogna procedere con urgenza, così vengono convocati in Questura tutti gli indagati. Il primo è Nicola Sicilia
- Avevo affidato la stampa del mio giornale a Bonaventura Sartù ma, non soddisfatto di come adempiva l’incarico, mi rivolsi ad un altro tipografo e da qui le ire e le minacce di Sartù che, peraltro, non avevano scosso la mia tranquillità abituale. Avendo però desiderio di non aver nulla a che fare con costui e definire i conti nei quali era un divario di 160 lire, mandai a chiamarlo nella redazione del giornale. Quando fu alla mia presenza cominciò a protestare pel torto che, secondo lui, gli era stato fatto, accennando a pretese di danni. Siccome io ribattevo che non gli dovevo nulla e col mio denaro potevo ben regolarmi nella maniera che meglio credevo, Sartù mi invitò a parlare in un luogo segreto. Ci appartammo e colà mise fuori il copione dattilografato di un romanzo che, mi disse, avrebbe pubblicato per danneggiarmi moralmente. Detto romanzo, che riferiva le gesta della mano nera americana, accennava ad un tale Nick Silia (il mio nome in lingua inglese ed il mio cognome a cui era tata tolta qualche sillaba) il quale aveva consumato due omicidi, rapita la moglie di uno degli assassinati, aveva acquistato una villa misteriosa dove si svolgevano dei traffici scandalosi sotto la direzione della moglie del Nick Silia ed altre brutture. Non ebbi più dubbi sulle intenzioni del Sartù mentre egli leggeva qualche pagina del suo romanzo. Feci allora finta di uscire un momento e ripresi allora il discorso in modo che gli altri sentissero. Sartù insisteva nella sua pretesa di denaro a condizione di non pubblicare il romanzo. Stumpo e Gentile entrarono redarguendo aspramente il ricattatore. Entrò anche l’avvocato Cribari e sentì il racconto che io feci di quanto era accaduto. Il Cribari, impressionato, cercava di rabbonire il Sartù, che continuava a minacciare. Il Sartù fece finta di calmarsi e così la cosa ebbe termine per il momento
- E quindi?
- Quindi querelo Sartù per tentata estorsione e calunnia, chiedendo il sequestro degli scritti diffamatori che rappresentano una delle prove sicure del reato del quale sono stato vittima
I testimoni citati confermano, a seconda di quale delle due parti li ha citati, e la gatta da pelare resta nelle mani del Pubblico Ministero il quale, studiate attentamente le carte, relaziona:
Poiché tra le due versioni la più attendibile sembra quella del Sartù, in quanto è in qualche modo avvalorata dal conquestuo immediato, dalle dichiarazioni dei testi Corigliano ed Aloe che, fra l’altro, videro chiusa la porta dei locali del “Corriere”, dal fatto che il Sartù fu invitato dal Sicilia in redazione. Non è a tacere, in ultimo, l’immediatezza della denunzia del Sartù, mentre quella del Sicilia avvenne molto tardi ed è, infatti, inespiegabile perché il Sicilia, il quale aveva subito un sì grave tentativo di ricatto, si tacesse e si fosse del tutto acquietato. Se non che, ammessa la versione del Sartù, nei fatti da esso denunziati non si ravvisa il reato di violenza privata, né altro reato minore. Per quanto riguarda il Sartù, non sussiste il fatto che egli abbia minacciato Sicilia di pubblicare il romanzo se non gli avesse sborsato lire centomila: il Sartù mostrò al Sicilia il copione della prima puntata del romanzo dietro invito di quest’ultimo. Né può riscontrarsi reato nel fatto d’aver costui scritto e compilato tale romanzo poiché, anche ammesso nello stesso la prava intenzione di servirsene come mezzo di ricatto verso il Sicilia, saremmo nella pura fase preparatoria e non esecutiva, a parte che v’è molto da dubitare circa l’idoneità del mezzo prescelto.
Tutti prosciolti in istruttoria. È il 10 gennaio 1924.[1]
Il romanzo è rimasto chiuso in un cassetto o, meglio, in un polveroso faldone di atti giudiziari, per quasi 95 anni…



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 13 gennaio 2019

IL COMANDANTE DEI VIGILI DEL FUOCO E I BOMBARDAMENTI


L’armistizio con gli Alleati è in vigore da un giorno appena quando Sua Eccellenza, Grande Ufficiale Enrico Endrich, Prefetto di Cosenza denuncia ai Carabinieri il Comandante del Corpo dei Vigili del Fuoco, ing. Oliviero Colistro, con parole di fuoco, è proprio il caso di dire, mentre la città già dal 31 agosto di notte appariva come una torcia ardente e di giorno innalzava al cielo colonne enormi di fumo:
Il sig. Oliviero Colistro, Comandante del Corpo dei Vigli del Fuoco deve essere denunziato in stato di arresto al Tribunale Militare.
Già fin dal mese di agosto egli si era comportato in modo riprovevole, assentandosi spesso dalla sede per recarsi a casa sua a Grimaldi, valendosi di automezzo del Corpo.
Fu necessario, ad un certo momento, mandarlo a prendere a Grimaldi e condurlo a Cosenza dove la sua presenza era necessaria, date le incursioni nemiche.
Riassunto il comando del reparto, il Colistro dava nuove e sempre più gravi prove di mancanza assoluta del senso del dovere, lasciando che gli incendi si sviluppassero a Cosenza e non presentandosi durante il giorno o neppure quando lo si mandava a chiamare. Una sola volta si presentava a sera inoltrata e ritornava subito dopo nella località a qualche chilometro dalla città dove si era accampato il reparto, che era già ridotto notevolissimamente di forza in seguito alle continue diserzioni del Comandante.
Ai primi del corrente mese, quando più intensa diventava l’azione nemica su Cosenza, il Colistro (che pure era accampato fuori della città) abbandonava definitivamente il reparto e si recava a Grimaldi senza avvertire la Prefettura, lasciando in balia di sé stessi i vigili, i quali si riducevano a pochissimi e non svolgevano alcuna attività, per quanto gli incendi divampassero tutti i giorni a Cosenza.
L’inqualificabile comportamento del Comandante faceva si che il Corpo, in cui innumerevoli erano state le diserzioni, si liquefacesse completamente, suscitando nella opinione pubblica un senso di profondo sdegno.
Accuse gravissime che portano il Tenente Colonnello Ottorino Pellegrino, Comandante ad interim del Gruppo Carabinieri di Cosenza, ad ordinare al Capitano Domenico Meneri l’arresto di Colistro, da effettuarsi a Grimaldi. È l’11 settembre 1943. Nel darne comunicazione al Procuratore Militare del Tribunale Militare di Cosenza, Pellegrino aggiunge:
Sento il dovere di aggiungere a quanto l’Ecc. Prefetto ha consacrato nel suo referto, che la diserzione dell’Ing. Colistro fina dal giorno del primo bombardamento di Cosenza avvenuto il 28 agosto u.s., camuffata da indisposizione, accampata su larga scala da molti altri funzionari che hanno così inteso di sottrarsi legalmente ai loro doveri, ha portato all’acefalia completa del corpo dei vigili del fuoco, che senza comandante, si sono dispersi e più volte quest’arma ha dovuto intervenire, armi alla mano, per ricondurli a Cosenza dove però, non potendo essere sorvegliati, si disperdevano nuovamente per la mancanza del capo che esercitasse l’autorità del grado.
La diserzione del capitano Colistro e la disperazione dei suoi dipendenti hanno causato in Cosenza gravissimi danni perché i numerosi incendi scoppiati in seguito ai bombardamenti avrebbero potuto essere facilmente domati se il corpo dei vigili fosse intervenuto prima che gli incendi avessero assunto proporzioni indomabili, anche perché gli altri corpi spesso intervenuti, quest’arma compresa, non avevano alcuna attrezzatura per far fronte agli incendi stessi.
Lo stesso 11 settembre, in una lettera al Prefetto, è il Maresciallo dei Vigili del Fuoco Alfredo Godrano ad accusare l’ingegnere Colistro
Informo l’Ecc/za Vostra che il giorno 1 Settembre c.a. il Comandante di questo 26° Corpo, Ing. Oliviero Colistro, ha lasciato il Comando e si portò al suo paese di Grimaldi trascurando il suo alto compito vero e tutto il personale.
Il giorno successivo ho creduto opportuno mandare il V. Brigadiere Covelli Adolfo ed il Vig. Sc. Zicarelli Lorenzo perché fosse rientrato in sede, ma il Comandante si rifiutò di rientrare ed ordinò agli stessi che tutto il materiale e gli automezzi fossero trasportati a Grimaldi, esortandoli di non perdere tempo, appena compiuto detto servizio, e di andare via del Corpo e di presentarsi dopo 48 ore dall’invasione.
Il personale tutto è venuto a conoscenza di questa rivelazione,così ognuno si allontanava giustamente come gli era nota e non tenendo conto delle mie insistenze a rimanere in servizio.
Di male in peggio, anche se le accuse sembrano incredibili. Come può un uomo stimato da tutti per la sua professionalità perdere la testa in questo modo?
Il Comandante Oliviero Colistro, Capitano di complemento del Genio in congedo (Distretto di Cosenza), all’accusa di abbandono di posto di lavoro in caso di pericolo, elevatagli dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, il 21 settembre si difende così
- Appartengo al Corpo dei Vigili del Fuoco di Cosenza fin dalla sua istituzione avvenuta nel settembre 1939. Conosco perfettamente la legislazione del Corpo cui appartengo e posso quindi con sicura coscienza affermare che esso non è militarizzato; è però mobilitato civile. Prima di bombardamenti di Cosenza mi sono sempre recato coi miei uomini nei comuni della Provincia per opera di soccorso nei sinistri causati dalle incursioni nemiche. Mi trovavo in Cosenza ed in città sono rimasto durante i giorni in cui sono avvenuti i bombardamenti alla fine di agosto e primi di settembre e precisamente nei giorni di sabato 28, domenica 29 e martedì 31 agosto e nel giorno di giovedì 2 settembre. Ammetto di essere stato assente soltanto nell’ultimo bombardamento avvenuto il giorno 3, quando furono colpiti con spezzoni incendiari i fabbricati della cattedrale e del distretto militare. Nella mattina del 3 settembre mi allontanai perché venni colpito da un attacco di colica renale e viscerale di cui io soffro e dal mio Brigadiere Covelli fui accompagnato con la mia macchina (si tratta ovviamente dell’autovettura di servizio assegnata al Comandante. Nda) al mio paese Grimaldi, dove avevo anche la mia famiglia sfollata da Cosenza. feci trattenere presso di me la mia macchina appunto perché avevo intenzione di ritornare a Cosenza appena i disturbi renali mi fossero passati.
- Avete avvisato il Prefetto della vostra partenza per malattia?
- Allontanandomi non avvertii la Prefettura perché, come altre volte mi era capitato, ritenevo che la colica mi sarebbe passata più presto
- Quali sarebbero state le attività che avreste svolto durante i giorni che avete indicato? E perché non avete risposto alle convocazioni del Prefetto?
- Io di persona davo gli ordini necessari per il servizio di soccorso ai sinistrati ed alle case incendiate. Tengo a far rilevare che la mia presenza non era neanche necessaria in quanto avendo a mia disposizione cinque squadre agli ordini di Brigadieri, a ciascuna di esse avevo assegnato dei compiti precisi da espletare nel caso di incursioni nemiche. Mai, quindi, ho abbandonato per alcun tempo il mio posto di comando ed escludo nella maniera più assoluta di essere stato richiamato dalla Prefettura al mio paese di Grimaldi. Notte tempo io ho dormito, nei giorni delle incursioni, in una casa colonica a meno di un chilometro da Cosenza e di ciò avevo dato notizia ai miei dipendenti ed al mio autista che aveva l’ordine preciso di venirmi a rilevare in qualsiasi caso di necessità. Posso infine precisare che subito dopo la incursione del 28 agosto ho ispezionato la città con la mia macchina, seguita da due squadre munite di autopompe e può essere in proposito sentito il brigadiere Gordano, comandante delle due squadre con le quali procedetti ad opera di soccorso nel rione Panebianco, facendo anche trasportare con la mia macchina alcuni feriti all’ospedale. Nel pomeriggio dello stesso giorno 28, mentre mi trovavo nei pressi della Stazione Ferroviaria di Cosenza, fui avvicinato dal brigadiere dei carabinieri De Francesco il quale mi avvertì che il fabbricato ove è sito il caffè “Gatti” era in preda alle fiamme. Detti subito l’ordine di spegnimento del fuoco. Nel frattempo io mi ero unito col maggiore dei carabinieri di Cosenza e col direttore della Banca Nazionale del Lavoro, signor Ficocelli, i quali stettero con me alcun tempo mentre gli uomini erano intenti al lavoro
- E gli altri giorni?
- Per il giorno 29 sono in grado di precisare che io stesso diressi l’opera di spegnimento del palazzo ex Intendenza di Finanza in Corso Mazzini insieme al brigadiere Covelli Adolfo del mio reparto, comandante la squadra adibita a quel lavoro. in queste circostanze, cioè nei giorni 28 e 29, fui visto al mio posto di lavoro da Sua Eccellenza il Prefetto che si interessò circa l’opera di soccorso che stavamo espletando. Ritengo opportuno far presente che io rimasi a Grimaldi in seguito all’attacco renale della mattina del 3, fino a tutto giorno 8 quando venni tratto in arresto  dal Capitano dei carabinieri che mi trovò a letto.
- E nei giorni 31 agosto e 2 settembre non avete fatto niente dopo i bombardamenti? Avete detto di essere stato a Cosenza ma forse non è così…
- Durante il bombardamento del giorno 31, ricordo di aver ricoverato nella mia macchina un contadino che trovai ferito in rione Cosenza-Casali e precisamente vicino alla fornace di mattoni in proprietà Spadafora e io stesso lo accompagnai all’ospedale. Questo contadino si chiama Guzzo di cognome. Il giorno 1° settembre sono stato insieme con Sua Eccellenza il Prefetto, da me invitato anche ad una frugalissima colazione consumata a Cosenza nel nostro accantonamento. Durante la permanenza a Grimaldi – continua – fui visitato dal vice brigadiere Covelli Adolfo e dal vigile scelto Zicarelli i quali vennero a riferirmi che erano stati più volte maltrattati dal Tenente Colonnello Pellegrini che adduceva disservizio nell’opera di soccorso da parte dei miei dipendenti. Il Colonnello si riferiva anche al fatto di aver dovuto mandare a ritirare gli uomini del mio reparto in località Sant’Ippolito ove essi si erano accantonati in seguito a mie disposizioni che io detti quando il signor Prefetto mi aveva autorizzato di spostare il reparto a Pietrafitta ove erano gli uffici della Prefettura, la Protezione Antiaerea e l’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). La contrada Sant’Ippolito si trova a soli 4 Km da Cosenza mentre Pietrafitta è a 15 Km. Tranquillizzai i miei graduati dipendenti dopo di averli assicurati che io sarei rientrato appena ristabilito. Mi consta che durante la mia assenza per malattia i miei militi hanno compiuto ugualmente il loro dovere. Mi protesto quindi innocente e chiedo di essere scarcerato o per lo meno di esser posto in libertà provvisoria
Niente da fare, l’ingegnere Colistro resta in carcere. Non in quello di Cosenza, però, perché è stato così danneggiato dai bombardamenti da consentire l’evasione di qualche detenuto. Il carcere prescelto è quello Mandamentale di Mormanno, dove Colistro viene sottoposto a visita fiscale dal Sottotenente Medico Domenico Sarno il quale lo trova affetto da calcolosi renale bilaterale e cistite secondaria con emissione di urine sanguigne. Ciò che preoccupa di più, però, sono le parole con le quali conclude la relazione: Tale stato morboso può essere letale  perché le attuali condizioni d’ambiente aggravano i fatti morbosi in atto. Quel carcere non è idoneo per ospitare un detenuto nelle condizioni fisiche di Colistro e, il 23 settembre, gli viene concessa la libertà provvisoria.
Nel frattempo l’avvocato Benedetto Carratelli, difensore di Colistro, invia al Tribunale Militare una memoria difensiva nella quale sostiene che la presenza a Cosenza dei Vigili del Fuoco, a partire dal 28 agosto 1943, sarebbe stata quasi inutile, dato che, in conseguenza dei bombardamenti, la città è rimasta senz’acqua, affermazione che contraddice il suo stesso assistito il quale aveva dichiarato che dopo il bombardamento del 28 agosto si era recato nel rione Panebianco con due autopompe e il 29 era stato spento l’incendio del palazzo ex sede dell’Intendenza di Finanza. In più, gli incendi non sarebbero stati provocati dalle incursioni nemiche ma da ladri di mestiere e… occasionali i quali, profittando dell’immane calamità, hanno saccheggiato i più ricchi depositi di generi alimentari e i più lussuosi magazzini della città nuova e poi vi hanno appiccato il fuoco per dare l’impressione che tutto era sparito per l’azione di bombe incendiarie, con la conseguenza che il fuoco, partito dai magazzini, si è propagato alle sovrastanti case di abitazione. Quindi Colistro non avrebbe potuto spegnere, senza acqua, gli incendi e la responsabilità di tanta devastazione deve ricadere sugli accusatori del Colistro stesso, cioè su coloro che avevano il dovere di impedire la consumazione dei furti. Poi Carratelli punta l’indice contro le altre accuse false e calunniose basate sulle insolenti direttive di un malfamato Vice Brigadiere dei vigili del fuoco, tale Gordano, responsabile di inesecuzione di ordini e di sparizione di materiali!!!
L’Ing. Colistro è un religioso del dovere; affermare che egli abbia abbandonato il suo posto di responsabilità durante le incursioni nemiche è infame calunnia.
A supporto di questa tesi vengono citate come testimoni numerose importanti personalità.
Ma non basta. Carratelli sostiene che il suo assistito, contrariamente a quanto verbalizzato, avvertì l’Ecc. Prefetto la sera del 2 settembre us del suo stato d’infermità e ne indica anche le modalità: Nel pomeriggio del 2 settembre  l’Ecc. Prefetto, il Barone Carlo Campagna, il medico ufficiale Sanitario del Comune, dott. Ruggiero, con l’ing Colistro si recarono a Pietrafitta. Consumatovi il rancio, il Capo della Provincia (Carlo Campagna. Nda) e gli altri ripartirono; il Colistro, che già aveva avvertito la propria indisposizione, restò, informandone il sig. Prefetto. Questi può avere facilmente dimenticato, ma la circostanza è vera: le coliche renali con ematurie determinarono il paziente a ritornare in famiglia, a Grimaldi, dove avrebbe avuto assistenza sanitaria e familiare.
Il commendator Giovanni Palaia, Procuratore della Legge (non più del re. Nda), per vederci più chiaro comincia con l’ascoltare il Prefetto il quale esordisce confermando e ratificando la sua lettera di denuncia del 9 settembre, poi riferisce
- Ricordo che una volta io stesso mi sono recato in S. Ippolito per costringere i vigili a venire a Cosenza per domare gli incendi, altre volte incaricai di chiamarli il dott. Franco Porfidia, Commissario Prefettizio del Comune
- È vero che il 2 settembre foste con Colistro e altri?
- Il due settembre fui effettivamente nella località in cui si trovavano i vigili del fuoco, dove consumai da solo una frugale colazione. Feci ritorno a Cosenza verso mezzogiorno. Escludo che in tale occasione l’Ing. Colistro abbia manifestato il desiderio o l’intenzione di allontanarsi dal Reparto perché indisposto. Dopo parecchi giorni dal suo arbitrario allontanamento venni a sapere, per pura combinazione, che si trovava a Grimaldi
Guai in vista, anche perché il Tenente Colonnello Pellegrini e il brigadiere dei Vigili del Fuoco Godrano, ascoltati a loro volta, rincarano la dose
Dice Pellegrini
- L’allontanamento del Colistro dal Comando del reparto, dovuto alla comune vigliaccheria e solo camuffato da malattia, ha portato alla dispersione di quasi tutti i vigili del fuoco che, se presenti, avrebbero certo evitato tanto danno alla città
Anche Godrano conferma quanto già aveva messo per iscritto nella lettera dell’11 settembre al Prefetto e aggiunge
- Non mi consta che il Colistro negli ultimi giorni di agosto e nei primi giorni di settembre fosse ammalato. Se così fosse stato, egli avrebbe, come prescritto, presentato il certificato medico o avrebbe informato il Prefetto
Il Vigile del Fuoco Adolfo Covelli, con sorpresa generale, consegna una lettera a firma di Colistro recapitatagli, non ricorda bene, il 2 o 3 settembre
In giornata, nelle ore possibili, dispongo che sia fatto lo spostamento di tutti gli automezzi e del materiale qui a Grimaldi. Dovranno essere presenti tutti i vigili permanenti e tutti gli altri presenti. Bisogna caricare tutta la benzina, altrimenti rimarremo bloccati. Bisognerebbe fare di tutto per rimorchiare il camioncino. Il motofurgone, ch’è già carico di materiale, dovrà essere mandato allo sfascio; la benzina si potrebbe caricare col motofurgone di Loizzo. Del resto cerca tu di organizzare come meglio pensi per salvare ogni cosa. Io non mi posso muovere perché ho la febbre. Ti aspetto stasera a qualunque ora. Cerca di sapere se la mia casa è salva.
N.B. A voce parleremo…
Perché? Forse per salvare il materiale? Ma se così fosse, come si sarebbe potuto intervenire in caso di bisogno? O, forse, si tratta di un tentativo di boicottaggio da parte di un fervente fascista in vista della caduta definitiva per ingraziarsi gli Alleati? Tutte ipotesi.
Covelli poi racconta l’avventuroso viaggio da Cosenza a Grimaldi, fatto col suo collega Lorenzo Zicarelli.
- Giunti a Pietrafitta non potemmo più proseguire perché la strada, e più precisamente quella vicino a Pian del lago, era stata bombardata. Tornammo perciò indietro e mi recai da Sua Eccellenza il Prefetto il quale cercava per ragioni di servizio l’ingegner Colistro. L’indomani mi diressi alla volta di Grimaldi insieme a Zicarelli. Dissi a lui che non potevo eseguire l’ordine essendo rimasto con pochi vigili perché gli altri si erano sbandati e che sarebbe stata necessaria la sua presenza a Cosenza per decidere meglio sull’eventuale trasporto dei mezzi ed anche perché era attivamente desiderato dal Prefetto. Il Colistro mi rispose che non poteva assolutamente muoversi perché non si sentiva bene. mi ordinò, invece, di trasportare tutto con i vigili che avevo a disposizione e, dopo avere eseguito l’ordine, di andarcene tutti nelle località preferite e di presentarci a lui dopo 48 ore dall’invasione, epoca in cui si sarebbe ricostituito il corpo. Ritornai l’indomani a Cosenza e comunicai l’ordine al Brigadiere Godrano il quale mi disse che non potevamo muoverci perché il Prefetto aveva disposto che si restava in residenza. Con noi rimasero solo 6 o 7 vigili
Zicarelli aggiunge altre circostanze
- Ieri (27 ottobre 1943. Nda) mentre ero a passeggio, fui invitato a recarmi a casa dell’ingegner Colistro e quivi giunto egli mi chiese se effettivamente avevo reso una dichiarazione scritta riguardante il suo comportamento, al che gli risposi affermativamente e, mentre ciò dicevamo, egli per due volte consecutive mandò a chiamare, a mezzo di tal Mauro Paolo residente a Grimaldi, l’avvocato Carratelli, ma questi non fu rintracciato. Allora il Colistro mi licenziò dicendomi di tornare da lui alle ore 13 per parlare con lui e l’avvocato Carratelli ma io non andai. Anche questa mattina il Mauro è venuto in caserma a cercarmi perché mi recassi dal Colistro, ma io non ci sono andato.
- Ricordate le condizioni fisiche di Colistro quando lo incontraste a Grimaldi? Mangiava cibi cucinati apposta per lui?
- Egli mangiò normalmente, bevette vino e non mi sembrò affatto sofferente. Posso dire, fra l’altro, che la sera mangiammo insalata di pomodoro e salame
Molti testimoni indicati dalla difesa cadono in numerose contraddizioni sulle date in cui l’imputato ha dichiarato di averli incontrati. Così il Brigadiere dei Carabinieri Vincenzo De Francesco nel confermare di averlo incontrato dopo il bombardamento del 28 agosto e di avergli comunicato di un incendio, nega di averlo visto nei giorni successivi. L’Ispettore delle Tasse Francesco Nigro dice di averlo visto il 28 e 31 agosto e poi il 1 e 2 settembre; Eugenio Anselmi dice di averlo visto negli ultimi giorni di agosto, sofferente con dolore ai reni, ma poi dovette allontanarsi da Cosenza il 30 agosto e non può dire niente altro; il Colonnello Emilio Ambrogi, Comandante del 16° Fanteria, lo ha visto il 28 agosto e che non gli risulta che il Colistro dal 29 al 3 settembre fosse in Cosenza; Arturo Scola lo ha visto nei giorni precedenti al 29 agosto per le vie di Cosenza, ma nulla può dire dal 29 in poi, essendosi assentato dalla città; Giuseppe de Napoli, Agente del Banco di Napoli, lo ha visto il 31 agosto nei pressi della fontana dei 13 Canali, ma dopo è stato sfollato e non sa niente; Battista Iacoe, autista di Grimaldi, dice di essere stato incaricato dalla madre di Colistro di portargli ogni giorno il desinare speciale che gli veniva da lei preparato per le sue speciali condizioni di salute. Certamente lo ha visto il 31 agosto, ma non può precisare se dal 1° settembre in poi l’ingegner Colistro fosse a Cosenza; il Professor Dottor Raffaele Pugliese dice di averlo visto a Cosenza nei giorni 28, 29 agosto e 2 settembre; Ugo Pellegrini lo ha visto il pomeriggio del 2 settembre mentre passava in automobile da Cellara, lo fermò e lo invitò a fermarsi, ma Colistro rifiutò perché si sentiva male; padre Geremia Marsico, cappellano dell’ospedale, dice di averlo visto il 28 e 29 agosto ma dal 30 in poi non lo ha più incontrato perché il 1° settembre si è trasferito a Cerisano con l’intero ospedale; il dottor Ortenzio Amantea, medico di Grimaldi, è il testimone sul quale gli inquirenti posano maggiormente l’attenzione
- In un giorno che non posso precisare, ma credo nei primi di settembre, forse il 2 o il 3, fui chiamato dall’ingegner Colistro per una visita medica. Mi riferì che soffriva dolori renali e vescicali e che orinava sangue da 5 giorni e siccome conosco da anni che egli soffre di questi mali, mi richiese un certificato medico che io gli rilasciai. Con detto certificato che attestava che egli soffriva di dolori colici, renali e vescicali, nonché ematuria, consigliavo assoluto riposo. Il Colistro mi riferì che le sofferenze rimontavano a 5 giorni e che aveva sempre prestato servizio
- Dopo quella volta lo avete rivisto?
- Vidi il Colistro per altri 3 o 4 giorni consecutivi
Quindi il dottor Amantea avrebbe rilasciato il certificato medico solo in base ai sintomi riferiti da Colistro e alla conoscenza storica della sua patologia, senza nemmeno sfiorarlo con un dito, ma il problema è che di questo certificato non c’è traccia negli atti, così la Procura della Legge dispone una perizia medica per stabilire le esatte condizioni di Colistro. Ad eseguirla saranno il Professor Dottor Giuseppe Santoro, il dottor Matteo Dursi, Medico Provinciale, e il dottor Achille Mandarino. È il 1° novembre 1943.
Dopo un mese i periti presentano la loro relazione ed è un colpo mortale per la difesa di Colistro:
1) L’ing. Oliviero Colistro è sicuramente affetto, da molti anni, da calcolosi renale bilaterale, specie a sinistra, da idronefrosi sinistra, da calcolosi vescicale, da insufficiente funzionalità renale.
2) È perciò verisimile quanto egli afferma di avere, cioè, sofferto di due coliche renali, verificatesi il 2 settembre alle 16,30 ed il 6 settembre.
3) Poiché le coliche accusate dal Colistro non vennero precedute da prodromi, né il Colistro era affetto da infezioni dell’albero urinario che potevano venire esaltate dall’episodio colica e provocare crisi febbrili defatiganti e pericolose, riteniamo, accettando in pieno le asserzioni del Colistro, che durante la decade che va dal 1° al 10 settembre egli sia stato malato solo per tre giorni (ad abundantiam!!)
4) Riteniamo pertanto che il Colistro, per sette giorni della decade 1°-10 settembre fosse in condizioni di salute tali da poter esplicare le sue mansioni di Comandante dei Vigili del Fuoco.
5) Condizioni esistenti, per sua stessa dichiarazione, all’atto della nomina del Colistro al gravoso Ufficio per cui si richiede non solo competenza tecnica, che al Colistro non manca, ma efficienza fisica piena ed assoluta.
La difesa, da parte sua, presenta una perizia di parte redatta dal dottor Alberto Talarico, di tenore completamente opposto:
Gli estensori della perizia a carico del sig. Ing. Oliviero Colistro, sino al punto in cui han dovuto scrivere in qualità di medici, si nono mostrati all’altezza della situazione, e di questo il sottoscritto ne è convinto, perché in qualità di tecnici se ne conosce ed apprezza l’alto valore; ma quando si nono voluti impancare a giudici, hanno emesso una sentenza che non è né scientifica, né serena, né obiettiva, perché non è necessario che lo accesso febbrile accompagni la colica, perché questa diventi defatigante e pericolosa. Al sottoscritto non importa il pericolo di vita o di morte; importa affermare con coscienza onesta e serena che il soffrire, il non dormire, il non poter riposare, il perdere sangue siano fattori ultra sufficienti per mettere un individuo nella impossibilità di attendere a qualsiasi lavoro e di qualsiasi entità; perciò , dopo quanto minuziosamente illustrato, sembra arbitrario affermare, così categoricamente, che nel periodo di tempo intercorrente fra le due coliche, il Colistro fosse in piena efficienza, specie quando si considera che questi è un uomo da loro stessi dichiarato insufficiente. È il 4 dicembre 1943.
Il 29 dicembre 1943 Oliviero Colistro viene rinviato a giudizio per avere, dalla sera del 2 settembre all’8 settembre 1943, cioè in caso di pericolo dipendente dalle incursioni aeree sulla città di Cosenza, abbandonato il suo posto di lavoro di Comandante del 26° Corpo dei Vigili del Fuoco, in modo che dal fatto è derivato grave danno.
Durante il dibattimento, che si apre il 17 aprile 1944, Colistro, per avvalorare la sua presenza in servizio, esibisce una lettera del Prefetto indirizzata al Comandante dei Vigili del Fuoco, datata 1 settembre 1943 con l’ordine di mettere subito a disposizione dell’Ufficiale sanitario di Cosenza l’autoambulanza con l’autista ed un furgoncino con 4 Vigili per la rimozione delle carogne
Ma il Brigadiere Gordano lo smentisce
- Era stato ordinato all’ingegner Colistro di sgomberare la caserma situata ai “13 canali” da Sua Eccellenza il Prefetto il 31 agosto a sera. Il Colistro aveva dato appuntamento a noi Vigili per il giorno primo settembre alle ore 7, ma egli non venne, né fu con me e con altri vigili nel pomeriggio dopo il bombardamento, allorquando si sviluppò un incendio al rione Portapiana. Nell’occasione la casa del Vigile Grandinetti era in preda alle fiamme.
Colistro insorge e accusa Godrano, Zicarelli e altri Vigili del Fuoco di avere abbandonato il servizio il 31 agosto e, per questo, di non avere potuto ottemperare all’ordine del Prefetto. I vigili, a loro volta, denunciano Colistro. Un vero guazzabuglio e una figuraccia per tutti.
Viene anche chiarito che non era vera la circostanza della mancanza d’acqua in tutta la città dopo il bombardamento del 28 agosto, ma che mancò solo a Piazza del Carmine, nel senso che scorreva ma non aveva pressione.
Il Vigile del Fuoco Francesco Del Buono afferma che il suo collega Zicarelli gli raccontò che Gordano l’aveva costretto a rilasciare una dichiarazione contro il Colistro, ma questi nega tutto.
Poi spunta il famoso certificato del dottor Amantea, dimenticato dal Maresciallo scrivano dei Carabinieri di Cosenza nel fascicolo di Colistro, solo che, contrariamente a quanto affermato sia dall’imputato che dal medico, riporta la data del 5 settembre, a scandalo già esploso.
È il 20 aprile 1944 e non c’è altro, si può procedere ad emettere la sentenza che è di colpevolezza. È il caso di evidenziare alcuni passaggi delle motivazioni: le risultanze processuali, convenientemente valutate, inducono ad affermare la piena responsabilità dell’imputato, senza che possa darsi peso alle sue pronte quanto vane giustificazioni, adattate di volta in volta – anche se a costo di stridenti contrasti – alle singole situazioni processuali. Giova rilevare anzitutto che non proprio a Cosenza e non sempre intento al suo servizio egli è stato fino al giorno 2 settembre 1943 poiché, come risulta dalla denunzia sporta dal prefetto a suo tempo, “fin dal mese di agosto egli si era comportato in modo riprovevole, assentandosi spesso dalla sede per recarsi a casa sua a Grimaldi valendosi di automezzo del corpo…”. L’impugnativa fatta in dibattimento contro la denunzia che, secondo la difesa, conterrebbe voci correnti nel pubblico, è assolutamente infondata poiché risulta chiaramente nel detto atto che quanto in esso riferito è frutto di dirette constatazioni del pubblico ufficiale che lo ha redatto e che, per la sua qualità e le sue funzioni, aveva il diritto ed il dovere di controllare l’operato dei vigili del fuoco. E tanto la parola del Prefetto merita conferma in quanto risulta per le stesse affermazioni dell’imputato e di tutti i testimoni che hanno deposto in merito, che quegli era fermo al suo posto e si preoccupava del funzionamento dei vari servizi anche quando diversi funzionari si erano allontanati, alligando tutti – naturalmente – scuse sostenute da certificati medici. Strana epidemia invero, dovuta evidentemente alla paura delle bombe, a cui non è sfuggito lo stesso Colistro, tanto più censurabile in quanto doveva pur sapere che la sua utilità sociale si sarebbe dovuta dimostrare proprio e soltanto nei momenti di pericolo.
A nulla valgono gli elogi raccolti dall’imputato prima della guerra, quando la più appariscente, se non l’unica, attività dei vigili del fuoco si riduceva a qualche esercitazione o parata, oppure durante la guerra e prima della sua fase critica quando, data la saltuarietà e la non reiterazione dei bombardamenti, gli interventi si attuavano a cessato pericolo. È noto infatti che solo nel mese di agosto, e precisamente dal giorno 28 in poi, le incursioni aeree, dapprima limitate ad un bombardamento su Cosenza, al lancio di uno spezzone a Paola ed a qualche mitragliamento sui treni, si sono intensificate in città ed in provincia e proprio allora, come si rileva dalla denunzia, l’ingegnere Colistro ha cominciato a tenere quel contegno, culminato poi col completo abbandono del posto. E davanti alla parola del prefetto del tempo (Enrico Endrich è stato sostituito da Pietro Mancini il 20 aprile 1944, un giorno prima dell’emissione della sentenza. La stesura delle motivazioni è, come da prassi, avvenuta qualche giorno più tardi. Nda) non possono certo prevalere compiacenti dichiarazioni di testi, facili a trovarsi nel campo di compaesani, degli amici e dei conoscenti, in un ristretto ambiente come quello di Cosenza.
Accertata l’assenza e stabilito dai periti che solo parte di detta assenza può essere giustificata da malattia, si dovrebbe già affermare senz’altro la responsabilità penale dell’imputato in ordine al delitto ascrittogli poiché il suo allontanamento dal posto di lavoro, mentre persisteva il pericolo di incursioni aeree, è stato dolosamente voluto dalle ore 10 del giorno 3 settembre a tutto il giorno 5 successivo e durante il giorno 8 successivo fino al momento dello arresto. Ma il processo non offre soltanto le prove di reità già esaminate poiché consente di stabilire che lo imputato, con prove maliziosamente preparate al fine di ingannare la Giustizia, ha posto in essere falsamente uno stato di riacutizzazione della sua malattia nei giorni 2 e 6 settembre. La esistenza delle pretese coliche basa infatti sui soli detti dell’imputato e dei testi Mauro e dottor Amantea, nonché sul referto di quest’ultimo. Ma queste fonti di prova non meritano valore. Il dottor Amantea, rendendo la sua deposizione, ha parlato di una sola colica che si sarebbe verificata “nei primi giorni di settembre, forse il 2 o il 3”, senza far cenno alcuno a ricadute o fenomeni febbrili ed anzi dichiarando, così come si rileva dal chiaro tenore della sua deposizione, di essere stato chiamato non per una visita ma solo per un rilascio di un certificato, che difatti rilasciò ritenendo attendibili le sole dichiarazione del Colistro che conosceva come sofferente di tal male.
Dalle contraddizioni in cui è caduto l’imputato, dai rilevati contrasti tra l’imputato medesimo ed i testimoni, dal tenore del certificato medico e dalle circostanze riguardanti l’approntamento ed il mancato uso, o meglio il subdolo uso del certificato stesso, discende una sola, logica conclusione e cioè che nessuna malattia il Colistro ha avuto durante il periodo di tempo in esame, salvo quella latente e pregressa, che non gli ha impedito, a suo tempo, di accettare il posto e di esercitare poi le sue funzioni, fino a che il pericolo non diventi così continuo ed effettivo da indurlo ad abbandonare tutto per egoistico e comprensibile – ma non giustificabile – spirito di conservazione.
Altro che intenzione di riprendere servizio aveva l’imputato il quale, disponendo arbitrariamente il trasferimento di materiali ed uomini a Grimaldi, e quindi in un punto notevolmente più lontano (40 Km) da Cosenza di quanto non fosse l’accantonamento del bivio S. Ippolito, ed annunziando lo scioglimento temporaneo del corpo, proprio quando e Prefetto e Colonnello dei Carabinieri cercavano insistentemente di lui e dei Vigili perché fosse recato un qualche soccorso alla città che bruciava – così come testimoniano ancora i ruderi di interi isolati distrutti dalle fiamme – nella speranza che col giungere dello invasore nessuno gli avrebbe chiesto conto del suo operato, si è messo freddamente in aperta ribellione verso le autorità superiori e verso le leggi patrie, venendo meno ai suoi più elementari doveri di funzionario, di cittadino, di uomo.
Nonostante la eccezionale gravità del reato, in vista delle menomate condizioni fisiche dello imputato accertate dai periti; ed anche se il Colistro – che doveva conoscere sé stesso – ha volontariamente accettato a suo tempo simile incarico che richiede efficienza fisica assoluta, il Collegio ritiene di dover determinare la pena nella ridotta misura di anni tre di reclusione. Non ostando i precedenti penali del Colistro ed il titolo del reato, la pena di cui sopra va dichiarata interamente condonata in virtù dell’art. 5 R.D. 5-4-1944.
L’ingegnere Colistro propone ricorso presso la Corte d’Appello di Catanzaro la quale, il 27 settembre 1944, elimina dall’imputazione l’aggravante di cui al capoverso dell’art. 28 R.D. 31/10/1942 e dichiara non doversi procedere contro il Colistro per amnistia.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.