mercoledì 9 gennaio 2019

ACQUA RAGIA


Italo Colucci è uno stagnino romano che nel suo girovagare conosce una contadinella di Scalea, Cristina Galiano, e se la sposa stabilendosi nel paese della moglie. Vanno ad abitare in una stanza sottostante all’altra abitata dalla famiglia del contadino Francesco Tuoto, col quale conviveva pure la figlia Maria, maritata a tal Rotondaro.
Verso la fine del 1910 i rapporti tra Cristina Galiano e Maria Tuoto si guastano a causa di quistioni di vicinato e d’ingiurie reciprocamente scambiatesi, il 10 gennaio 1911 le due donne vengono a conflitto tra loro. Quel giorno, Maria Tuoto, che stava scendendo dalla Piazza Cimalonga, portava una bottiglia di aceto e dietro di lei veniva la Galiano con una brocca d’acqua sul capo. Cristina Galiano affretta il passo e raggiunge Maria Tuoto, prende la brocca che ha sulla testa e la scaglia contro l’avversaria, facendola cadere a terra. La brocca e la bottiglia di aceto vanno in frantumi. Cristina raccoglie il collo della bottiglia e lo usa come arma contro Maria, vibrandole un colpo alla testa. Maria para il colpo col braccio destro, ma male gliene incorre perché quel corpo tagliente le ferisce gravemente l’arteria radiale dell’antibraccio destro, onde la spaventosa fuoriuscita di sangue che mette la donna in pericolo di vita.
Maria querela Cristina per lesioni personali volontarie e parte tutto l’iter giudiziario. Ma il 4 marzo successivo Cristina e suo marito lasciano Scalea e partono per Roma in visita di licenziamento dalla famiglia Colucci, per emigrare. I due non sanno che è stato appena emesso un mandato di cattura nei confronti di Cristina e non appena scendono dal treno, trovano i Carabinieri che mettono i ferri alla donna, disponendone il trasferimento nel carcere di Scalea.
Colucci, che mai si sarebbe aspettato tanta sorpresa nei suoi meditati progetti, intuisce che l’arresto della moglie sia avvenuto per interessamento dei Tuoto e, senza nemmeno andare a salutare i suoi familiari, torna anche lui a Scalea col primo treno in transito per compiere meditata vendetta contro Francesco Tuoto.
Dopo una decina di giorni Cristina non è ancora stata trasferita e la rabbia di Italo Colucci monta sempre di più.
- Hanno fatto arrestare mia moglie ma se lo ricorderanno fino alla morte! – lo sentono dire nella bottiglieria di Carlo Baccarini.
È il 14 marzo e Francesco Tuoto va in campagna a far legna percorrendo la via che corre tra i fondi e la spiaggia dell’Arenella. Colucci, che sta riparando i rubinetti dell’acqua in casa del Cavalier Biagio Del Giudice, lo vede e capisce dove sta andando. Termina il lavoro in fretta e furia, poi corre a casa, prende un bicchiere e lo riempie di acqua ragia, poi si incammina a passo svelto nella direzione di Tuoto e lo avvista in contrada Cutura. Tuoto, a sua volta, si accorge di Colucci  e, per evitare conflitto, si mette a battere su un ceppo con l’occhio della scure per conficcarvi il manico. Colucci lo raggiunge e prosegue oltre per qualche passo, poi si gira e gli dice
- Tu hai fatto arrestare mia moglie, è vero?
- No non sono…
Non può nemmeno finire la frase perché gli arriva in faccia l’acqua ragia che Colucci aveva nel bicchiere. Le urla di dolore sono strazianti, l’acido gli è entrato negli occhi e alla luce successero le tenebre più profonde. Tuoto si butta a terra contorcendosi, implora aiuto, impreca contro l’assalitore che, nel frattempo, si è dato alla fuga.
Fortunata La Rosa, ed Emilia Capalbo stanno lavorando nei loro orti quando sentono delle urla che fanno fatica a capire se si tratti di un uomo o di un animale. Accorrono sul posto e vedono Tuoto camminare barcollando a destra e sinistra. Ha il viso e il collo molto arrossati, ma quando lo guardano meglio si ritraggono per lo spavento: gli occhi sono completamente bianchi come quelli degli spettri raccontati ai bambini per far loro paura.
Pochi giorni dopo, Francesco Tuoto subisce un intervento chirurgico consistente nel vuotamento dei globi di ambo gli occhi e resterà cieco per il resto dei suoi giorni.
Italo Colucci viene ricercato, oltre che nelle campagne circostanti, anche a Roma e in tutte le città dove ci sia una stazione ferroviaria o un porto: il timore è che, prima di mettere in atto la sua vendetta, avesse già comprato un biglietto per le Americhe e cerchi di espatriare. Ma il suo nome non compare in nessuna lista di imbarco: dove diavolo sarà andato? Forse c’è una pista che può, potrebbe, essere seguita: il 30 aprile 1911 i Carabinieri di Scalea comunicano al Pretore che il catturando si trova, in atto, a Marsiglia in attesa di imbarcarsi da colà o da Barcellona per l’America. si dà per certo ch’egli si imbarcherà in uno di questi due porti e sul piroscafo Città di Torino della “Società Italiana La Veloce” che salperà da Genova domani 1° maggio pel Centro d’America.
Parte immediatamente la segnalazione al Ministero dell’Interno, ma il 6 maggio ancora non c’è risposta, risposta che arriva il 15 dall’Ufficio di Pubblica Sicurezza della Provincia di Cosenza:
Partecipo alla S.V. che il Ministero dell’Interno, per commissione del nostro Console in Barcellona, interessato per le ricerche del catturando, ha partecipato a quest’ufficio che il medesimo non fu reperibile a bordo del piroscafo “Città di Torino”, il quale peraltro non ammetteva passeggeri da Marsiglia a Barcellona.
Il Capitano del detto piroscafo assicurò tuttavia che avrebbe fatto continuare le ricerche nell’ulteriore percorso alla volta di Santa Ana e Trinidad.
Ma poiché Santa Ana appartiene alle Americhe Spagnuole mentre Trinidad è un’isola delle Antille Inglesi, non è possibile iniziare le pratiche di estradizione in riguardo al controscritto, non essendo il reato commesso da costui compreso nella convenzione con la Spagna e neppure in quella con l’Inghilterra.
Ciò stante e ritenendosi peraltro possa il Colucci trovarsi tuttora a Marsiglia, il suddetto Ministero ha pregato quest’ufficio di voler disporre le opportune indagini e la dovuta vigilanza sui di lui parecchi amici e conoscenti onde accertare ove egli precisamente si trovi ora rifugiato.
 Probabilmente è già troppo tardi.
Poi, l’8 luglio, una comunicazione che sorprende tutti: Colucci Italo trovasi arrestato ad Ancona per truffa.
Il 19 luglio arriva, invece, una doccia gelata: Italo Colucci non è stato arrestato, ma soltanto denunciato per truffa, quindi è sempre latitante. Almeno ora sappiamo che è certamente in Italia. Ma siamo sicuri che si tratti proprio del nostro Italo Colucci?
Intanto i mesi passano senza altre novità e il 7 novembre 1911 gli inquirenti decidono di chiudere l’istruttoria e di chiedere il rinvio a giudizio di Italo Colucci, seppure latitante.
Il 24 gennaio 1912 la sezione d’Accusa accoglie la richiesta e rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per il reato di lesioni personali gravissime premeditate.
L’8 aprile 1913 l’imputato viene condannato in contumacia e con l’aggravante della recidiva specifica, alla pena di 17 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione, più pene accessorie.[1]
Probabilmente mentre il Presidente della Corte legge la sentenza, Italo Colucci sta ancora dormendo dall’altra parte dell’Atlantico. L’ennesimo criminale scampato alla galera emigrando clandestinamente.



[1] ASCS, Processi Penali.

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