martedì 26 febbraio 2019

IL MOLESTATORE DI DONNE


È la sera del 26 aprile 1911. Nella Villa Comunale di Cosenza si stanno celebrando le Feste Telesiane e in giro c’è un sacco di gente. Molti assistono alla prima proiezione cinematografica all’aperto della serata, Messina che risorge, in tutto 9 minuti, poi, dopo una breve pausa, seguirà Salomè con la mitica Francesca Bertini; altri ascoltano la banda, altri ancora passeggiano lungo i viali della Villa.
- Ohi mà, vaju aru cinematografu ccu donna Maria… ‘a mugliere ‘e chiru d’a Prefettura… – dice Teresina Cundari, 13 anni, a sua madre Filomena Caligiuri, mentre questa sta facendo delle riparazioni ad un’attrice nel Teatro Massimo
- Va bbuanu… quannu finiscia ricogliate ara casa!
Vi era un gran concorso di gente e, nella folla, Teresina perde di vista donna Maria e la ragazzina incontra un’altra vicina di casa, donna Carmela Pasqua e rimane con lei, ma ad un tratto si sente chiamare
- Teresì… Teresì… – è il suo compare Giuseppe Galiotti, un fruttivendolo ambulante – chi fa ccà?
- Vaju aru cinematografu compà Peppì
- Puru iu… damm’a manu ca ti puartu a nna parte ca si vida cchiù bbuanu
Teresina gli dà la mano e Giuseppe le fa fare un lungo giro nella villa, attraversandola da parte a parte, fino ad arrivare nei pressi della fontana detta del Paradiso, per imboccare un viottolo, poco e male frequentato, che scende nella Villa. È buio e non c’è nessuno. Giuseppe afferra a viva forza Teresina, le tappa la bocca con una mano, mentre con l’altra si sbottona i pantaloni e poi le solleva la gonnella.
Gli occhi di Teresina sono sbarrati per il terrore, i suoi muscoli sembrano essere diventati di marmo, incapaci come sono di fare qualsiasi movimento e così Giuseppe sfoga la sua libidine.
- Vavatinni e muta, ‘un dire nente a mammata sinnò t’ammazzu… ha capitu? Mu-ta – le ordina, sillabando la parola
Teresina corre come il vento in mezzo alla folla fino al Teatro Massimo e, come le ha ordinato il compare, non dice una parola su ciò che è accaduto.
Ma la mattina dopo non resiste e confida la cosa a Giovannina ‘a seggiara. Non accade niente, la donna tiene per sé la confidenza, forse nemmeno ci crede a quella storia, Teresina ogni tanto le spara grosse.
Una cosa strana però accade. Dalla mattina del 27 aprile. Santina Pascuzzo, la moglie di compare Giuseppe, comincia a insultare Teresina con ignobili volgarità: schifosa, puttana, sbunnata davanti e d’arrieti. Forse questo viene all’orecchio di Giuseppe il quale, forse temendo che il comportamento di sua moglie possa far insospettire la madre di Teresina, ferma per strada la ragazzina e le regala una lira, come regalo per il silenzio, ferma restando la minaccia di morte.
Teresina nasconde la lira in casa ma sua madre, facendo le pulizie, la trova e sono botte. La picchia perché pensa che quella lira l’ha rubata in una delle case dove va a fare le pulizie e dove Teresina spesso la va a trovare.
A questo punto, Teresina si decide a parlare e racconta tutto. Sua madre va, come è ovvio, su tutte le furie e corre nell’ufficio di Pubblica Sicurezza per querelare Giuseppe Galiotti.
Il fruttivendolo, rintracciato, viene portato davanti al Delegato di P.S. e si difende attaccando
- Teresina è una mia comare. La sera del 26 aprile 1911 la incontrai alla Villa Comunale durante uno spettacolo cinematografico. Nel posto in cui si trovava non vedeva bene lo spettacolo ed è per quello che io l’accompagnai più vicino all’apparecchio. Più tardi successe una rissa. Un certo Lupo Umberto ferì un altro giovinotto, per quanto mi si disse. Mi seccava di farla da testimone; accompagnai la Cundari nel teatro Massimo dove si trovava la madre, che era al servizio di un’artista, e per non attraversare il Viale Maestro, dove si trovava una gran folla, percorsi il viottolo che è a destra di chi entra nella villa. È falso pertanto che io l’avessi accompagnata verso la fontana “Paradiso”. Alla porta del teatro trovai la guardia municipale Scarcelli Luigi, nonché Carbone Francesco, negoziante in Portapiana. La guardia fece entrare la Cundari non dalla parte della platea, ma per le scale. Mi protesto pertanto innocente di qualsiasi imputazione perché mi si vuol tentare un ricatto. Aggiungo che la Cundari è una ragazza corrotta, come può attestare Giuseppe Gabrielli, barbiere presso la Prefettura, il quale sa che la Cundari ebbe a corrompere financo un bambino, figlio di Giovannina Intrieri, detta ‘a seggiara
È necessario mettere i due a confronto
TERESINA: Non ho nessuna difficoltà di sostenere in vostro confronto quanto ebbi a dichiarare innanzi il Pretore il 6 maggio 1911. voi la sera del 26 aprile detto anno mi incontraste nella villa comunale e mi invitaste a seguirvi per vedere meglio lo spettacolo cinematografico, mi faceste girare per le paparelle, tanto che una guardia daziaria ci domandò dove andassimo e noi rispondemmo che andavamo a fare un’imbasciata. Poscia mi conduceste nella fontana dei 12 getti, detta del “Paradiso” e lì mi faceste delle porcherie. In seguito mi accompagnaste voi al Teatro Massimo, dove io raggiunsi mia madre. Dopo due giorni, poiché io tacessi, mi complimentaste una lira d’argento. Questa è la verità.
GIUSEPPE: È falso quanto voi affermate. È vero che la sera del 26 aprile ci incontrammo nella villa comunale ed è del pari vero che io vi cercai un posto per vedere meglio lo spettacolo. Ma è falso che avessi abusato di voi. Era successa una rissa ed io per evitarla, vi accompagnai lungo il viottolo pel teatro massimo. Voi siete una bambina corrotta: corrompeste il figliuolo di Giovannina ‘a seggiara, siete una scostumata, venivate nel mio negozio e mi mettevate la mani nelle brache in senso osceno, finanche alla presenza di mia moglie, ed io non volli mai sapere di voi. Eravate così corrotta che assistevate ai convegni carnali di vostra madre, anzi, il muratore Aloi Vitaliano, catanzarese, dimorante in via Portapiana, entrò in casa vostra con le vergogne di fuori. È falso che io vi avessi regalato una lira.
TERESINA: Io dico la verità. Non sono una ragazza corrotta. Il bambino di Giovannina ‘a seggiara si fece male da sé nel pene, e quando l’Aloi andò a casa mia come voi dite, io ero ammalata a letto e gl’ingiunsi di uscire fuori. Tutto il resto è inventato da voi. Voi, per farmi tacere, mi avete dato una lira
Le accuse sulla presunta “corruzione” di Teresina naufragano miseramente dopo due perizie mediche. È vergine, quindi incorrotta, e il fruttivendolo finisce al fresco non con l'accusa di violenza carnale, ma con quella più lieve di corruzione di minorenne.
Si scopre, invece, che Giuseppe Galiotti ha il vizietto di adescare donne per strada
- Galiotti Giuseppe è un individuo capace di commettere il reato che gli si addebita. Egli, lungo le processioni, segue le ragazze con intenzioni oscene ed ultimamente molestò certa Rosina Patitucci, vedova Nesci – giura Gaetano Filice
Rosina Patitucci, trentaquattrenne bidella delle scuole elementari del Convento dei Cappuccini, tirata in ballo, il 28 luglio 1911 racconta al Pretore
- Sono in grado di attestare alla giustizia che Galiotti Giuseppe mi molestava continuamente seguendomi nella scuola dove io mi recavo per fare le pulizie. Mi fu detto che egli, spesso, durante la notte si fermava a canto alla porta della mia abitazione ed una notte del dicembre 1910 io lo vidi sempre accanto alla mia abitazione in Via Bisceglie N. 6, con la brache calate in modo da mostrare le parti vergognose, tanto che io mi diedi a gridare
E bravo Giuseppe!
Il 26 novembre 1911 Giuseppe Galiotti viene rinviato a giudizio per il reato di corruzione di minorenne. Con lui viene rinviata a giudizio anche sua moglie, accusata di ingiurie verbali pubbliche.
Il dibattimento è fissato per il 9 febbraio 1912, ma quando, alle 18,00, i due imputati vengono fatti entrare in aula, il Presidente della Corte, Gaetano Rossi, fa presente che è tardi per iniziare. Con l’accordo delle parti, la causa viene rinviata a nuovo ruolo e se ne perdono le tracce.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 24 febbraio 2019

TUTTE LE TENEREZZE DI UNA MADRE

Illustrazione di Roberta Fortino

Il 12 settembre 1935 Giuseppina Maiorana dà alla luce una bella bambina e l’abbandona. L’abbandona perché è nubile. Nei registri dello Stato Civile del Comune di Cosenza la bambina viene registrata come Rosella Matilde d’ignoti. Un anno dopo, però, Giuseppina fa ciò che avrebbe dovuto già fare: va da un notaio e riconosce Matilde come sua figlia naturale, senza nominare il padre. Da questo momento ha per la bambina tutte le tenerezze di una madre nonostante, per poter lavorare, sia costretta a darla a dozzina alla famiglia di Santino Falbo per quaranta lire al mese. Matilde, così, cresce bella e forte grazie alle premure di sua madre e alle cure della famiglia Falbo.
Poi Giuseppina conosce Giovanni De Cicco e tra i due scocca subito la scintilla dell’amore. Giovanni sarebbe sposato con una figlia, ma sua moglie è da tempo ricoverata in un tubercolosario, quindi è come se fosse morta e lui si considera un vedovo. Nemmeno la sua bambina, Giulia, gode di buona salute, candidata anche lei alla tubercolosi. Giuseppina parla a Giovanni di sua figlia, di quanto sia bella, dei boccoli che cominciano a scenderle sulle spalle, ma non gliela fa mai vedere ed è felice così.
Dopo un breve periodo di conoscenza, Giovanni e Giuseppina decidono di convivere more uxorio e Giovanni quasi impone a Giuseppina di riprendersi Matilde
- Le bambine cresceranno insieme come sorelle e poi in casa spenderemo meno di quaranta lire al mese per mantenerla!
È una proposta che non si può rifiutare. Giuseppina, con un sorriso che va da un orecchio all’altro, va da Santino Falbo, paga il conto e riprende Matilde.
- Eccoci! Matilde, saluta Giovanni e Giulia!
Giovanni cambia subito espressione non appena vede la bambina. Giuseppina gli aveva detto che è bella, forte e sana, ma vederla di persona è tutta un’altra cosa e ciò gli suscita un senso di amara invidia. Non sopporta che Matilde sia forte e robusta mentre sua figlia è gracile e debole. Da questo momento, per Matilde, nella casa dell’adulterio, comincia l’inferno, sottoposta ad inumani maltrattamenti sia da parte di Giovanni, sia da parte di sua madre che, per non dispiacersi l’amante, sente la opportunità di non impedire che il De Cicco maltratti la bimba ed anzi, per propiziarselo, gareggia con esso non risparmiando alla figlia botte ed imprecazioni e, con esse, crucci senza numero.
Spesso viene, dall’uno e dall’altra, percossa a pugni e calci ed a volte col bastone, talché il suo corpicino è quasi sempre pieno di lividure; a volte viene privata del cibo e costretta a soffrir la fame e se per poco i commossi vicini le fanno dei regaluzzi, ne viene privata per non giovarsene.
Una vicina di casa, la signora De Martino che, per altezza di casato e per essere forestiera e quindi estranea all’ambiente, è degna della massima fede (ella, nativa dell’alta Italia, è figlia di un Vice Questore, congiunta con un Presidente di Tribunale, moglie di un capo manipolo della Milizia) racconta che un giorno, impietosita che la bimba avesse fame, le regalò una lira e due arance, ma quando la bambina tornò a casa le furon tolte sia le arance, delle quali non ebbe nemmeno uno spicchio, sia la lira, con la quale fu comprato un giocattolo all’altra bimba.
Un vicino racconta le percosse brutali inferte a Matilde di cui è stato testimone oculare:
- Ricordo benissimo che il giorno 11 marzo 1939 Matilde ebbe dal De Cicco un calcio al petto e ruzzolò per terra; la Maiorana era presente e non intervenne; un’altra volta Giovanni, dopo averle dato uno schiaffo, l’afferrò per la testa e la urtò contro al muro. Immediatamente Giuseppina afferrò la figliuola e la colpì a schiaffi e pugni. Io intervenni in difesa della bambina e minacciai la madre di denunziare i fatti. “Se morisse sarebbe una salvazione per me, perché Giovanni mi vorrebbe più bene…” mi rispose. Ho visto anche che non le viene nemmeno risparmiata l’umiliazione di dover mangiare il tozzo di pane che le danno al di fuori del desco sul quale banchettano quei due e la privilegiata Giulia.
- Non le viene nemmeno risparmiato il freddo ed il terrore perché, nelle serate invernali, mentre quei due e Giulia si raccolgono attorno al braciere, Matilde deve appartarsi in un cantuccio – aggiunge un’atra vicina, che continua – è uno strazio guardare e sentire quella bambina, che veniva lasciata chiusa in casa mentre i due amanti e l’altra bambina vanno a divertirsi
Tutti la sentono piangere per ore e ore, terrorizzata, quando la lasciano da sola di sera e al buio e tutti sentono, quando la madre torna a casa, per soprassello a tanto martirio, urlarle in faccia: “Chi vò jire sutta a ‘na machina o aru spitale!”.
È il pomeriggio del 18 marzo 1939, una settimana dopo che il vicino di casa ha visto Giovanni tirare un calcio a Matilde. La bambina, giocando, si sporca le scarpuccie. Giovanni bestemmia e, di nuovo, le tira un violento calcio al basso ventre. Matilde urla dal dolore, si piega in due e cade a terra senza fiato
- Azati! Azati, malanova tua! Azati ca ti dugnu ‘u riestu!
Matilde, piangendo, si alza e si accuccia in un angolo dello spiazzo dove stava giocando con Giulia e altre bambine. Dopo un po’ arriva Giuseppina e, invece di prendersela con Giovanni, fa una scenata alla bambina, trascinandola a casa. Ma non fatica a rendersi conto che sua figlia sta male, urina sangue. Dovrebbe chiamare un medico o, meglio, portarla all’ospedale, ma invece decide di mandar lontano Matilde, vuoi per impedire ch’ella propali il danno subito, vuoi per sottrarla ad eventuali contestazioni ed indagini. Così pensa di mandarla da un suo zio a Lago, ma siccome non ha i soldi pel viaggio, si rivolge alla sua vicina Concetta chiedendole in prestito lire dieci.
- Concè… la voglio mandare via per risparmiarle altri maltrattamenti… oggi Giovanni le ha dato un calcio alla pancia…
- Giuseppì, soldi non te ne presto, chiama un medico e guardati tua figlia
A questo punto Giuseppina desiste dal suo progetto e tiene Matilde in casa, ma il medico non lo chiama, onde la bimba va rapidamente peggiorando.
Giulia, nella sua ingenuità, racconta a tutto il vicinato del calcione e di come Matilde stia male. Ora tutti sanno e cominciano a ricamarci sopra.
Due giorni dopo, la mattina del 20 marzo, Giuseppina bussa di nuovo alla porta di Concetta Vaccaro per chiederle aiuto, dato che fa l’infermiera all’ospedale
- Concè… Matilde stanotte è caduta dal letto e ha battuto con la pancia su uno sgabello… si sente male… ha vomitato un verme
Concetta corre dalla bambina e le guarda l’addome. La sua esperienza le dice che la lividura al basso ventre non dipende da caduta, ma da un calcio
- Quello che dici è una bugia, avantieri hai parlato di un calcio, adesso di uno sgabello… la verità è che si tratta di un calcio e non devi più perdere tempo, chiama subito un medico perché sta molto male…
- Io medici non ne chiamo perché poi segnalano la cosa alle autorità! – le risponde sfacciatamente
Matilde è grave. Quando Concetta torna a casa dopo il turno di notte all’ospedale, la va a trovare e si infuria
- Giuseppì, o chiami subito il medico o ti vado a denunciare, vedi tu… – le urla in faccia sbattendo la porta dietro di sé
Giuseppina è con le spalle al muro, non ha scelta, così fa chiamare il dottor Talarico che si rende subito conto della gravità del caso
- La dovete portare immediatamente all’ospedale, è in pericolo di vita… date questo biglietto alla suora del reparto…
Controvoglia, la donna ubbidisce, sa che se non lo farà o il medico o Concetta la denunceranno.
E così all’ospedale Matilde ci finisce davvero, quasi quella imprecazione della madre le avesse forgiato il destino!
Giuseppina, però, pensa di provare a imbrogliare le carte e quando la suora e il medico di turno le chiedono cosa è successo a Matilde, dice
- È caduta dal letto…
Per sua sfortuna è presente al colloquio anche l’Agente della Polizia Antonio Spinelli al quale è pervenuta notizia delle propalazioni di Giulia e interroga Matilde che, pur non potendo parlare, risponde con cenni del capo
- Sei caduta dal letto? – le chiede Spinelli
Matilde scuote il capo per dire di no, poi con la mano fa il gesto di colpirsi il pancino
- Ti hanno picchiato?
Matilde fa segno di si
- Un pugno?
Matilde fa segno di no e muove un piede
- Un calcio?
Matilde fa segno di si
- È stata tua mamma?
Matilde fa segno di no, poi accoppia gli indici
- Ho capito… riposati adesso, vedrai che i dottori ti faranno tornare a giocare – la rassicura, baciandole la fronte che scotta come un ferro arroventato
Spinelli, a questo punto, chiama in disparte Giuseppina
- So tutto, vi conviene dire la verità altrimenti saranno guai seri per voi, specie se la bambina non dovesse farcela…
- È stato Giovanni durante una mia momentanea assenza… le ha dato un calcio alla pancia… me lo ha confessato Giulia, sua figlia, quando sono tornata a casa… io ritenevo che si trattasse di una sciocchezza e non di una cosa grave, per cui cercai di curare alla meglio la figliuola senza portarla da un medico, per evitare compromissioni al mio amante Giovanni De Ciccocerto si è che costui spesso e volentieri tirasse qualche schiaffo alla mia figliuola
Alle ore 3,40 della notte dal 23 al 24 marzo, Matilde muore.
Viene disposta l’autopsia e il dottor Nigro certifica: doppia ecchimosi all’addome; rottura della vescica; peritonite. La rottura della vescica è dipesa da forte urto di corpo contundente. Non si può escludere che sia stato un calcio, possibilmente inferto mentre la bambina era supina. Secondo questa ricostruzione, Matilde sarebbe stata calpestata: questo spiega il perché di due ecchimosi, una provocata dalla suola della scarpa e l’altra dal tacco. Agli inquirenti basta così e non propongono altre domande, per esempio se è stato possibile che il calcio sia stato dato col fianco del piede su bambina eretta, nel qual caso le sporgenze della scarpa, quella del tallone e quella della pianta, avrebbero potuto egualmente,  con un sol colpo, determinare le due contusioni.
La conseguenza immediata dei risultati dell’autopsia è l’emissione dei mandati di cattura nei confronti di Giovanni De Cicco con l’accusa di omicidio volontario e di Giuseppina Maiorana con le accuse di maltrattamenti e favoreggiamento.
Naturalmente i due negano tutto e sostengono di aver voluto sempre bene alla bimba, la quale si era prodotta il male cadendo dal letto.
Ma è una tesi che fa acqua da tutte le parti e, il 17 luglio 1939, i due amanti sono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento si tiene in due udienze, il 18 e 19 ottobre dello stesso anno, ed è battaglia tra accusa e difesa. Secondo il Pubblico Ministero, Giovanni De Cicco è colpevole di omicidio volontario aggravato dai maltrattamenti e dalle relazioni domestiche, perciò deve essere condannato all’ergastolo. Anche Giuseppina Maiorana è colpevole dei reati di cui è accusata e va condannata ad otto anni di reclusione. Per la difesa non ci sono prove contro nessuno dei due e vanno assolti. Al massimo Giovanni potrebbe essere responsabile di omicidio colposo e condannato al minimo della pena.
La Corte, il 19 ottobre 1939, emette la sentenza e ritiene, modificando il titolo del reato, Giovanni De Cicco colpevole di maltrattamenti in pregiudizio della bambina Maiorana Matilde, con la circostanza aggravante che dalla sua attività delittuosa è derivata la morte della vittima e lo condanna a 13 anni di reclusione. Ritiene colpevole anche Giuseppina Maiorana di maltrattamenti e favoreggiamento e la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione.
Ma perché la Corte non ha inteso accettare la tesi dell’omicidio volontario aggravato proposta dal Pubblico Ministero, né quella di omicidio colposo proposta dalla difesa?
È assurdo anzitutto pensare ch’egli, senza una ragione inducente al delitto, e cioè in difetto di un motivo proporzionato, volesse la strage della vittima ed è ancora più assurdo supporre che si servisse del calcio e consumasse il delitto alla presenza di testi (la figlia, che nella sua loquacità priva di accorgimenti lo avrebbe compromesso), quando avrebbe potuto arrivare all’omicidio – se veramente l’avesse voluto – con mezzi e modi meno appariscenti. Comunque non avrebbe lasciato in vita la vittima per impedirle di essere accusato. Tutto ciò va detto a prescindere dai suoi ottimi precedenti penali, che ne facevano un galantuomo e sarebbe strano che il galantuomo cominciasse a delinquere con un omicidio senza causa.
L’omicidio avvenne per una fatale complicazione, non prevista né voluta, di un’abitudine, costituente pur essa un delitto, ma di natura assai meno grave.
In quel giorno, in un momento di in contenuta collera (essendosi la bimba sporcata le scarpe), trascinato dall’abitudine di incrudelire contro la stessa, volle, ripetendo l’atto già altra volta senza conseguenze compiuto, sferrarle un calcio. Fatalmente la vittima si trovava con la vescica piena, talché questa, all’urto e per contraccolpo, si ruppe contro la volontà e la previsione dell’agente.
Giudicare che costui non abbia voluto l’omicidio non è indulgenza, ma serena valutazione del fatto.
 La richiesta della difesa, tendente a degradare l’accisa di omicidio volontario in quella di omicidio colposo – quale conseguenza non voluta – non può accogliersi perché si risponde di omicidio colposo solo quando l’evento “morte” avvenga nella esecuzione e quale accidente di qualsiasi reato, tranne i reati di percosse e lesioni, nei quali casi si risponde di omicidio preterintenzionale.[1]
Si può essere d’accordo o meno, ma questo è.
Ciò su cui si deve essere d’accordo è che i bambini non si toccano. Mai.
In memoria di Matilde. In memoria di tutti i bambini maltrattati e uccisi dalla violenza cieca di noi “grandi”.



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

venerdì 22 febbraio 2019

UN COLPO ALLA TEMPIA


Negli ultimi mesi del 1937, il venticinquenne Giuseppe Mazzei di San Giovanni in Fiore, approfittando della vicinanza delle loro case di abitazione distanti l’una dall’altra qualche quarto d’ora di cammino, avea potuto contrarre domestichezza prima ed intime relazioni poscia con Teresina Bonaventura. Ma Giuseppe, dopo un anno e mezzo di rapporti con Teresina, si invaghisce di un’altra ragazza, Rosina, e la lascia, determinandola a sanguinosa reazione.
Teresina adesso va in giro sempre armata di una rivoltella che ha rubato a Giuseppe e di un coltello a scatto che tiene appeso alla gonnella: se Giuseppe sgarrerà, lo ammazzerà come un cane.
La mattina del 16 giugno 1939, da contrada Marinella dove abita, Teresina va a San Giovanni e, con grande sorpresa, apprende che Giuseppe la mattina dopo avrebbe scambiato il giuramento con Rosina. Teresina con ce l’ha con la rivale e, volendo scongiurare pacificamente l’evento, la va a trovare a casa
- Rosì, Giuseppe mi ha disonorata e da un anno e mezzo è il mio amante… – le rivela davanti alla madre che è visibilmente contrariata e risponde al posto della figlia
- Teresì stai tranquilla e non dubitare che mia figlia non sposerà quell’uomo!
E infatti il fidanzamento viene immediatamente rotto. Teresina, rinfrancata, torna alle sue occupazioni ma quando, nel tardo pomeriggio, si avvia verso casa, vede Giuseppe nei pressi dell’abitazione di Rosina intento a fare una serenata. Adesso è veramente infuriata con l’amante. Si nasconde e aspetta pazientemente che Giuseppe finisca la serenata, poi lo segue e aspetta che finisca di bere con gli amici in una cantina. Ormai è buio, Giuseppe saluta gli amici e si inoltra nei vicoletti per prendere la via di casa.
Clic
Clic
Clic
Teresina tenta tre volte di sparargli ma è completamente ignara di come si usa una rivoltella e non si accorge che nel tamburo ci sono solo due cartucce e lei ha sparato dalle camere vuote! Giuseppe ha sentito i tre scatti a vuoto dell’arma, si è girato e ha visto Teresina col braccio teso verso di lui
- Perché hai cercato di spararmi?
- Voglio ammazzarti perché mi hai abbandonata dopo che mi hai disonorata – dice abbassando il braccio
Giuseppe approfitta di questo momento per disarmarla, prima, cioè, che riesca a tirare di nuovo il grilletto. E questa volta il colpo sarebbe partito. Teresina, però, è lesta ad afferrare il coltello ed a vibrare una coltellata alla gola dell’amante. La lama colpisce, si, ma anche questa volta a Giuseppe va bene perché la ferita è superficiale e riesce a scappare e sfuggire, così, alla furia dell’amante delusa. Va immediatamente dai Carabinieri a denunciarla e Teresina finisce dietro le sbarre.
Nel corso delle indagini emerge che Giuseppe aveva sfruttato in tutti i modi quella povera donna, godendosela per tanto tempo senza spenderle mai un soldo, facendosi prestare trecento lire che non le ha mai restituito.
Con tutte le attenuanti del caso, Teresina viene rinviata a giudizio e, il 22 luglio 1939, condannata, con la concessione della sospensione condizionale della pena, a due mesi di reclusione per tentate lesioni aggravate e un mese di arresti per porto abusivo di arma da fuoco.
Giuseppe è sempre più preoccupato perché Teresina, maggiormente esasperata per il mese e mezzo di carcere preventivo e la condanna, non lo perde di vista, continuando ad  insistere nelle sue pretese di tornare insieme e sposarsi. Giuseppe non ci pensa nemmeno a restarle vincolato per tutta la vita, essendo convinto, a torto, che Teresina sia la donna di tutti, ma, d’altro canto, ne teme la vendetta. Una brutta situazione.
- Presto o tardi l’ammazzo se persiste a volermi abbandonare! – va dicendo in giro la ragazza
Bisogna trovare una via d’uscita. Forse conviene, per propiziarsela, illuderla.
Tre giorni dopo che Teresina è stata scarcerata, accade qualcosa di strano: poco dopo il tramonto, mentre la ragazza e sua sorella Isabella stanno scendendo nella stalla scorgono, vicino casa, un uomo che non appena le vede si dà alla fuga. Le due sorelle lo inseguono e l’uomo, fermatosi di botto, le minaccia con una rivoltella. E indovinate chi è l’uomo? Giuseppe Mazzei
- Mi vuoi ammazzare? – gli dice Teresina
- No… sono venuto a trovarti per chiederti perdono… voglio riconciliarmi con te
Un modo originale di fare pace! Comunque funziona. Teresina si intenerisce e dice alla sorella di lasciarli da soli e da soli ci restano un bel pezzo perché Isabella si mette a letto e si addormenta. Così solo il mattino dopo Teresina, con le lacrime agli occhi per la felicità, le racconta
- Giuseppe verrà a prendermi definitivamente il giorno della fiera!
Per Teresina la vita adesso sorride, ha riconquistato l’amore dell’uomo amato. Qualche giorno dopo deve andare a Cosenza per una visita di controllo in conseguenza di un infortunio capitatole sul lavoro. Al ritorno, invece di tornare a casa va a trovare Giuseppe che ha trovato lavoro a Camigliatello e resta con lui per tre giorni. Giuseppe, da parte sua, ogni sabato va a trovarla a casa e la sera del 15 agosto si decide e va a parlare con la madre della ragazza
- Alla fine della fiera vengo a prendere Teresina e la porto con me, però mi dovete aiutare…
- Giusè… io vi posso dare il letto, cinque tomoli di patate e un quarto di fagiuoli
- Bastano!
Ha cambiato idea? Sta portando avanti la sua strategia? Nessuno può dire cosa ha in testa.
La sera del 25 agosto Giuseppe va a dormire a casa di Teresina. Nel porcile si sentono strani rumori e, ormai da uomo di casa, tira fuori la rivoltella, esce davanti alla porta e spara due colpi per far scappare eventuali ladri o animali predatori. L’indomani mattina Giuseppe, Teresina e sua madre vanno alla fiera, forse per fare degli acquisti occorrenti ai due giovani, visto che il giorno dopo sarebbero andati a vivere per conto loro in contrada Macchia di Pietro dove Giuseppe ha appena trovato lavoro.
Giuseppe allunga il passo e arriva in paese prima delle donne e qui, senza che se lo aspettasse,  i suoi familiari gli dicono che in sua assenza il postino gli ha recapitato la cartolina di chiamata alle armi con l’ingiunzione di trovarsi il giorno dopo a Barletta. Il giovanotto è sconvolto al segno di non preoccuparsi del sopraggiungere di Teresina e della madre, alle quali non è possibile vederlo per tutto il giorno. Preoccupate, prima di tornare alla Marinella, vanno da Giulia, la sorella di Giuseppe e finalmente lo trovano
- Ma dove sei stato tutt’oggi? Sbrigati che ce ne andiamo a casa – gli dice Teresina
- Andate… vengo stasera tardi, verso mezzanotte, che ho da fare… – sulla cartolina di precetto nemmeno una parola
Arrivata a casa, Teresina si fa bella per il suo amato: si fa pettinare i capelli, si veste con i suoi migliori abiti e lo aspetta sdraiata sul letto.
Giuseppe invece si attarda in paese con gli amici fino all’una meno un quarto, poi passa da casa sua e, quindi, va alla Marinella da Teresina che scatta dal letto come una molla per farsi ammirare, ma Giuseppe sembra non vederla
- Ma che ora è? – gli chiede, mezza addormentata, la suocera
- Il mio orologio segna l’una… – le risponde con un po’ di imbarazzo
Poi, prese le poche robe che devono portare con loro, Giuseppe e Teresina salutano e partono a piedi nel pieno della notte.
La mattina del 30 agosto, Antonio Bonaventura, il fratello di Teresina, va a San Giovanni per molire del grano.
- Totò! Certo che Teresina e Giuseppe sono sfortunati – gli fa il mugnaio
- Perché? Finalmente sono andati a vivere insieme e, volesse Dio, magari si sposano pure!
- Quando torna dal militare o per procura? – chiede il mugnaio con una punta d’ironia
- Quale militare? Stà fissiannu? – risponde con aria incredula
- Veramente mi para ca sta fissiannu tu… non lo sai che Giuseppe è partito per Barletta la mattina del 26?
Ad Antonio si piegano le ginocchia. Perché Giuseppe non ha detto niente, almeno a loro, che sarebbe partito militare? E Teresina dov’è? A Macchia di Pietro Giuseppe non avrebbe fatto in tempo ad accompagnarla, è andata da sola o… o le ha fatto qualcosa!
- Per piacere, macina il grano che poi passo a prenderlo, mi sono scordato una cosa urgente…
- Ma…
Giuseppe non c’è già più. Teme che a sua sorella sia accaduta qualcosa di brutto e si mette a cercarla affannosamente sulla via che va a Macchia di Pietro.
È ormai pomeriggio. Antonio sta percorrendo il viottolo che dalla contrada Macchia di Pietro porta a contrada Marinella, verso la casa materna. Mancano poche centinaia di metri e, man mano che si avvicina, l’odore di carogna si fa sempre più nauseabondo, fino a diventare insopportabile. Antonio suda freddo. Tenendo il fazzoletto premuto sulla bocca e sul naso comincia a frugare tra i cespugli. Un urlo disumano e una bestemmia irripetibile rompono il silenzio dei luoghi.
La vista di Teresina, stesa a terra supina, è orrenda: tutta la testa, nera, era letteralmente coperta da un brulicare di vermi. Le labbra annerite e dalla bocca fuoriusciva liquido; sulla guancia destra un largo forame a margini introflessi; sul parietale sinistro una tumefazione dovuta a spappolamento dell’osso; sulla guancia destra alcune escoriazioni prodotte, in vita, da unghiate.
Anche per un profano è facile capire che la ragazza è morta di morte violenta
- L’ha ammazzata! – urla con tutta la rabbia e disperazione che ha dentro, poi fa di corsa le poche centinaia di metri che lo separano dalla casa, avvisa sua madre e le sue sorelle, quindi corre a perdifiato a San Giovanni per .avvisare i Carabinieri.
Quando i militari con il Pretore arrivano sul posto, oltre ad annotare l’orrore dei poveri resti di Teresina, annotano anche alcuni particolari a cui Antonio non ha potuto far caso: a circa cinque passi dal cadavere una lampadina elettrica tascabile ed a circa un passo dal cadavere un coltello con lama a punta, assicurato alla cintola con un laccio. In più, il cadavere si trova a pochi metri dall’imbocco di una scorciatoia che porta a San Giovanni. Ovviamente i sospetti cadono subito su Giuseppe e l’ipotesi di reato è quella di omicidio premeditato. Il mandato di cattura viene eseguito a Barletta, dove i Carabinieri vanno a prendere Giuseppe mentre sta marciando.
- Sono innocente! Quella sera non l’ho nemmeno vista! – si difende
- Questa lampadina elettrica è tua?
- No, non ho mai avuto una lampadina elettrica… Teresina ne aveva una come questa…
- Dove hai messo la rivoltella?
- Non ho mai avuto rivoltelle… Teresina aveva una rivoltella…
- Se non sei stato tu, chi può essere stato allora?
- So che non andava d’accordo con sua sorella…
- Quindi sarebbe stata la sorella? – Giuseppe si limita a scrollare le spalle, come per dire: “E che ne so io?”
Nega anche di avere avuto rapporti con Teresina dopo che la ragazza uscì dal carcere. Cita alcuni testimoni che confermano le sue parole, ma gli inquirenti li bollano, dopo le numerose contraddizioni in cui cadono, come falsi testimoni. Di certo c’è che la notte tra il 25 e il 26 agosto Teresina e Giuseppe partirono insieme a piedi dalla casa della ragazza verso Macchia di Pietro e che all’alba del 26 alcuni testimoni hanno visto a San Giovanni in Fiore Giuseppe, da solo, mentre saliva sulla corriera per Cosenza. Di certo la lampadina elettrica è sua, come attestano alcuni testimoni. Di certo ci sono almeno 5 falsi testimoni.
È quanto basta al Giudice Istruttore per rinviarlo al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio premeditato.
Il dibattimento comincia il 25 giugno 1940 e il Pubblico Ministero chiede di eliminare l’aggravante della premeditazione perché, a suo giudizio, il caso non presenta alcuna prova che Giuseppe abbia architettato tutto in anticipo, si può anche pensarlo ma non può darsene la dimostrazione, e poi, quale impellente necessità di liberarsi di Teresina con l’omicidio aveva, quando la partenza per il servizio militare bastava, almeno temporaneamente, a liberarlo? la Corte accoglie la richiesta.
La Corte, esaminate tutte le carte e ascoltati tutti i testimoni, è anche in grado di ricostruire quanto accadde tra la casa di Teresina e l’imbocco della scorciatoia, che è la chiave di tutto, secondo la Corte: Giuseppe, rimasto da solo con Teresina deve necessariamente dirle che non possono andare a vivere insieme a Macchia di Pietro perché deve partire per il servizio militare. Certamente, prevedendo il disappunto di Teresina e dei suoi, volle dirglielo prima che giungessero all’imbocco della scorciatoia per San Giovanni, ch’egli doveva necessariamente battere dovendo andare a casa a pigliar commiato dai suoi familiari. Fu ivi che Teresina, all’inaspettato annunzio, non poteva non perdere la calma, sia se ebbe a dubitare della verità onde si sentì turlupinata ed abbandonata, sia se pur credette, ebbe a sembrarle amaro ch’egli, per aver serbato il silenzio l’avea costretta ad aspettarlo fino a quell’ora, l’avea indotta a lasciare la casa nella fiducia che andasse a cominciare la vita in comune e, viceversa, doveva subito ritornarvi per confessare ai suoi che il sogno era svanito e che il suo uomo partiva dopo averla, col suo protratto silenzio, implicitamente ingannata. Teresina, nella sua esasperazione – come è umano supporre – dovette divenire aggressiva e ne sorse una colluttazione, tanto è vero che sulla faccia di lei vennero riscontrate delle unghiate. I due sono una di fronte all’altra, Teresina è una furia scatenata e Giuseppe l’abbraccia per fermarla, quindi estrae la rivoltella, la poggia alla tempia sinistra di Teresina e tira il grilletto.
Un omicidio d’impeto. Ma la Corte si spinge più in avanti: se Teresina è stata ammazzata, forse un po’ di responsabilità è anche sua. L’essere trascesa alla violenza fisica fu atto ingiusto poiché, se pure è vero che il Mazzei conservò un inopportuno silenzio sulla sua chiamata alle armi, non è men vero che alla chiamata doveva ubbidire e quindi non potevasi dargli colpa se veniva a mancare all’impegno di cominciare la vita in comune. D’altro canto non è meno provocatore ed ingiusto il fatto che Teresina andasse giornalmente minacciando il Mazzei.
La sentenza è ormai pronta: colpevole di omicidio volontario con l’attenuante di avere agito nello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto della vittima. La pena è di 14 anni di reclusione, di cui due condonati, 2 anni di libertà vigilata, più pene accessorie. È il 27 giugno 1940 e l’Italia è in guerra da 17 giorni.
Due anni dopo la Suprema Corte di Cassazione rigetterà il ricorso dell’imputato.[1]



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

domenica 17 febbraio 2019

SEI PICCOLI OSSETTINI


- Brigadiè, io devo raccontarvi una cosa delicata, ma in via confidenziale. Veramente non volevo farlo io ma altri… siccome per ora non lo fecero… eccomi qui – attacca, con un po’ di imbarazzo, la trentenne Rosina Mandato della frazione Brasi di Maierà
- Tranquilla… sentiamo questa cosa – risponde il Brigadiere Giovanni Bramanti, comandante della stazione di Grisolia Cipollina
- Come è noto a quasi tutta la popolazione di Brasi, Filomena Ritondale, la vedova, da circa tre anni si dava a Giovan Battista Cosentino pure di Brasi, abitante poco distante dalla Cappella di San Pietro
- E quindi?
- Brigadiè, era incinta grossa da più mesi e vuolsi che si sia sgravata nella prima decade del corrente mese!
- Del mese di settembre volete dire… oggi è il primo ottobre 1924…
- Esatto! Dovete sapere che per pochi giorni Filomena non si fece vedere affatto a Brasi perché a letto per parto. Or siccome la sua casa confina proprio con la via pubblica, chi di lì passava, sentiva una forte puzza e tali furono le lagnanze generali che Filomena fece scomparire quella puzza col bruciare stoppie lì vicino
- Sospettate che quella puzza…
- Bravo! Nasce il sospetto generale che il suo neonato fosse stato sepolto da Filomena in quei pressi
- Allora questa Filomena Ritondale avrebbe fatto un figlio con questo Giovan Battista Cosentino e poi lo avrebbe soppresso…
- Non è certo…
- Come non è certo? Lo state dicendo voi, allora che siete venuta a fare?
- Brigadiè… è noto pure in pubblico che Filomena è unita con certo Domenico Cosentino, il calzolaio sordomuto di Maierà
- Ah! – esclama Bramanti, che congeda la donna e va immediatamente a fare una visitina a Filomena Ritondale
La donna è in casa e non appena vede i Carabinieri cambia subito colore in viso
- Siamo venuti a sapere che avete partorito da pochi giorni, ma al Municipio non risultano atti di nascita. Che avete da dire? – le chiede, bruscamente, Bramanti
- Incinta io? Ma quando mai! – risponde Filomena ostentando sorpresa
Ma dopo le insistenti e incalzanti domande del Brigadiere Bramanti, Filomena comincia a piangere, si siede e parla
- Adesso vi racconto tutto… da più tempo, malgrado la mia insistenza, il sordomuto di Maierà, Domenico Cosentino, volle con me illegalmente unirsi ad illecite relazioni, divenendo così da lui incinta. Or siccome non era affatto mia intenzione di allevare un figlio di padre ignoto, per risparmiare richiami e mortificazioni di parenti ed amici di tale mio fallo, non appena sgravai, un mese fa, di un regolare maschietto, pensai subito di nasconderlo, quasi nudo e fra la terra della mia stessa proprietà che circonda la casa. Senonché per la troppa putrefazione avvenuta in pochi giorni, per non essere scoperta di tale delitto, pensai subito di toglierlo e portarlo in un’altra proprietà di mio padre, distante da qui un duecento metri circa. Lì lo depositai in una grotticina, superficialmente fra la sabbia, in modo che qualcuno, trovato e denunziato il rinvenimento senza così sapere la provenienza del neonato… oppure ben presto scomposto dall’aria o da animali; ero persuasa che tutto passava inosservato, ciò che non fu… – termina abbassando il capo e continuando a singhiozzare.
Bramanti ha un moto di stizza, poi prende Filomena per un braccio e la invita ad accompagnarlo alla grotticina per cercare i resti della povera creatura.
Un Carabiniere scosta la sabbia delicatamente, stando attento ad individuare ogni frammento più grosso di un granello, ma con grande sorpresa dei militari e con sorpresa della delittuosa Ritondale, non viene trovato nulla. Allora Bramanti ordina di controllare ogni centimetro quadrato intorno alla grotticina e dopo qualche ora di vivo interessamento, finalmente qualcosa spunta dalla sabbia: sei piccoli ossettini irriconoscibili ed un piccolo straccio di panno grigio-verde infetto di sangue.
- Siete sicura di avere sotterrato il corpicino? – le chiede Bramanti
- Forse è stato dissotterrato da qualche animale che se n’è cibato lasciando questi avanzi
Ed è tale lo stato di quei cosetti rinvenuti che Bramanti, invece di lasciarli sul posto e farli piantonare in attesa del Pretore, specie perché non sicuro se appartenevano a corpo umano o meno e perché troppo distante dall’abitato di Maierà, decide di portarli in paese per farli esaminare al dottor Ugo Vaccaro. Dal medico ci porta anche Filomena per le constatazioni del caso di sua competenza.
Il dottor Vaccaro sostiene che Filomena ha partorito da più di un mese e conferma che gli ossettini appartengono realmente a piccolo corpo umano «neonato» e momentaneamente con sé li trattiene per bene esaminarli e poi al più presto rilasciare il relativo certificato.
Dopo un paio di giorni arriva la relazione del dottor Vaccaro:
Al Comandante Stazione RRCC di Grisolia
Informo V.S. di aver esaminato gli ossicini ritrovati e di aver notato quanto appresso:
1° Una porzione orbitaria dell’osso frontale (parte sinistra)
2° Due femori (destro e sinistro rispettivamente)
3° Una tibia (la sinistra)
4° Una clavicola (la sinistra)
5° Un omero (il destro)
6° un occipitale
I suddetti ossicini appartengono ad un feto, presumibilmente settimestre.
Maierà, 2 ottobre 1924
Questo è tutto ciò che resta della innocente creaturina.
Quando Alfonso Vaccari, Pretore del mandamento di Belvedere Marittimo, interroga Filomena, questa cambia versione e ne fornisce una forse anche più drammatica della prima
- L’ultimo giorno di agosto mi sgravai di un bambino. Il parto avvenne in mia casa, senza l’assistenza di alcuno, e secondo i miei calcoli dopo otto mesi di gravidanza perché mi mancò la mestruazione per la prima volta al principio del mese di gennaio. Il bambino nacque vivo e visse un giorno ed una notte, fino a quando, cioè, lo presi e vivo andai a seppellirlo nel posto dove i Carabinieri ne hanno rinvenuto gli avanzi e non è vero che lo abbia una prima volta seppellito altrove. Lo seppellii ad una profondità di circa due o tre palmi, scavai la buca con le mani perché il suolo era di sabbia e quando lo deposi nella buca e lo ricoprii con la sabbia, era ancora vivo…la ragione per cui mi son resa responsabile di tale delitto è che non potevo allevare il neonato per la miseria spaventevole di cui sono afflitta e che non mi consente di nutrire neanche gli altri due figli – una terza di otto anni non convive con me ma con Raffaele Cosentino nella qualità di sua domestica. Il sordomuto era al corrente del mio stato e, prima che partorissi, precisamente nei primi tre mesi della mia gravidanza – poi non ho più avuto a che fare con lui – mi faceva intendere di buttar via il neonato quando fosse venuto alla luce
 - Sicuro avete partorito da sola? E il cordone ombelicale come lo avete tagliato?
- Il cordone ombelicale si ruppe da sé quando, sgravatami, mi sollevai un po’ col corpo, mentre il neonato era abbandonato a sé stesso sul letto… partorii la placenta un paio di ore dopo l’espulsione del bambino… signor giudice, concedetemi la libertà provvisoria in nome dei miei disgraziati bambini
[Omicidio volontario. Articolo 364 del Codice Penale Zanardelli: Chiunque, a 
fine di uccidere, cagiona la morte di alcuno, é punito con la reclusione da diciotto 
a ventun anno]
 Dopo qualche giorno - evidentemente il suo difensore le ha detto del guaio che ha combinato con quelle dichiarazioni – chiede di parlare col Magistrato e modifica ancora la sua versione dei fatti, cominciando col precisare
- Faccio presente che ho consumato l’infanticidio allo scopo soltanto di tutelare così il mio onore
[Infanticidio per causa d’onore. Articolo 369 C.P. Zanardelli: Quando il delitto 
preveduto dall'art. 364 sia commesso sopra la persona di un infante non ancora 
inscritto nei registri dello stato civile, e nei primi cinque giorni dalla nascita, per 
salvare l'onore proprio, o della moglie, della madre, della discendente, della figlia 
adottiva o della sorella, la pena é della detenzione da tre a dodici anni.]
- Sicuro che avete partorito l’ultimo giorno di agosto? Tutti i testimoni che abbiamo sentito giurano che fino a quasi la metà di settembre eravate incinta grossa…
- È vero… mi sono sgravata la sera del 13 settembre e aggiungo che la sera del giorno seguente ho ucciso il neonato mediante pressione sul suo volto di un cuscino e poi sono andata a seppellirlo sotto un mucchio di cespugli vicino casa mia. A distanza di tre o quattro giorni, siccome si era incominciato a sentire il cattivo odore della putrefazione e la gente parlava, l’ho tolto di sotto i cespugli, che ho bruciato, e l’ho portato nel luogo ove gli avanzi sono stati rinvenuti dai Carabinieri
- Troppe contraddizioni… tutto questo non depone certo a vostro favore…
- Sento di essermi contraddetta, ma la verità è questa
- Confermate che Domenico Cosentino vi ha suggerito di disfarvi del bambino?
- Si, ogni volta che io facevo intendere al sordomuto che ero gravida, egli mi faceva intendere che avessi buttato via il neonato e che l’avessi ammazzatomi faceva intendere di buttare via il bambino soffiando con la bocca e facendo un movimento con la mano, come per dire che quello che avevo nel grembo doveva scorrere
- Beh, sembra più un gesto che sta ad indicare un eccitamento a procurare l’aborto
- Faceva anche un altro gesto della mano cui detti il significato di mettere il neonato sotto terra
- Ma voi capivate i gesti con i quali si esprimeva? Dal passato che avete avuto insieme si direbbe di si…
-Aveva poca pratica del suo modo di esprimersi e non so se i suoi gesti intendessero di procurarmi l’aborto e sotterrarne il prodotto, oppure di aspettare il parto a termine e quindi sotterrare il neonato
Ad inguaiare ulteriormente Filomena potrebbero essere le parole del Brigadiere Bramanti il quale, interrogato, dice
- La Ritondale, quando fu da me interrogata, ebbe anche a dirmi queste precise parole: “Se non avessi concepito l’infante con un sordomuto, me l’avrei tenuto”. Tale circostanza deve essere messa in rapporto all’altra che le conoscenti della Ritondale, sempre a dire di questa, le rimproveravano di essersi unita proprio con un sordomuto. La Ritondale non mi dichiarò di essere stata spinta da Cosentino a compiere l’infanticidioil sordomuto sembra affermare che non ebbe più rapporti colla Ritondale sin dagli ultimi tre mesi della gravidanza e sembra negare ogni sua partecipazione al delitto. infine il sordomuto sembra affermare di essere stati interrotti i loro rapporti perché egli non credette di andare più a visitare la Ritondale
Per il Pretore, a questo punto, è inutile tentare di interrogare personalmente Domenico Cosentino.
Nonostante le numerose contraddizioni e le parole del Brigadiere Bramanti, l’accusa con la quale Filomena Ritondale viene, il 3 marzo 1925, rinviata al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, è quella di avere, il 14 settembre 1924, ucciso un suo infante non ancora iscritto nei registri dello stato civile e nei primi cinque giorni dalla nascita, per salvare l’onore proprio.
La mattina del 18 novembre successivo si apre il dibattimento. Il giorno dopo la Corte emette la sentenza di colpevolezza e la condanna a 4 anni e 2 mesi di reclusione, di cui dichiara condonati quattro anni in virtù dell’art. 4, cap. 1 Decr. 31 luglio 925. in ultimo, ordina la dispersione delle ossa e straccio repertati.[1]
Filomena Ritondale viene immediatamente rimessa in libertà e non risultano ricorsi in Appello o per Cassazione.
Per ciò che resta dell’innocente creaturina nemmeno il conforto di una  sepoltura. Ma, in fondo, ciò che ne è rimasto è solo un reperto…



[1] ASCS, Processi Penali; Senteza della Corte d’Assise di Cosenza anno 1925.