domenica 19 agosto 2018

SESSO, ONORE E BUGIE



L’appezzamento di terra, boscoso di arboscelli, è in pendio. Sopra un sentiero che lo interseca giace il cadavere di un uomo dall’apparente età di una settantina di anni, perfettamente in posizione supina, con i piedi distesi nella parte superiore del sentiero e la testa sul ciglio inferiore. Sotto la testa un cappello di feltro nero che sull’orecchio destro posa completamente, mentre rimane distante dal parietale sinistro per circa otto centimetri; il braccio sinistro, che poggia sulla terra, è disteso e quasi a portata della mano c’è un fazzoletto bianco rigato di nero; il braccio destro, piegato, poggia sul petto. Il lembo destro della giacca è aperto e su di esso c’è un coltello a piegatoio con manico d’osso bianco aperto in parte.
Alla sinistra della testa si intravede una foglia intrisa di sangue e un’altra foglia sporca di sangue pende dal cappello della vittima. Ad una ventina di centimetri dalla mano sinistra c’è una scure intrisa abbondantemente di sangue sul taglio, dorso e specialmente sul manico nella parte più vicina al ferro.
Disteso nella parte superiore del torace e sul collo, in modo da covrire la regione del mento, c’è un sacco intriso di sangue nel suo lembo destro. Una chiazza di sangue sulla gamba sinistra del calzone, una lettera proveniente da Buenos Aires e un buono di 56 lire sulla regione inguinale; altri due pezzi di carta più in basso e poco distante dal corpo tre pezzi di legno.
Gli abiti della vittima sono asciutti e puliti e sulla parte destra del cappello della vittima c’è un taglio di forma triangolare; sulla parte alta della fronte del cadavere, che presenta completa rigidità, ci sono tre ferite: due, di forma quasi triangolare, lasciano scorgere l’osso sottostante fratturato; la terza ferita, più superficiale, è lineare ed è coperta di sangue secco. Tutta la regione dell’occhio destro, coperta di sangue rappreso, ha fatto quasi perdere i rapporti anatomici della regione. Nella regione della palpebra si scorge a stento un’altra ferita e un’altra ancora, di forma triangolare, sullo zigomo sinistro. La metà del labbro sinistro è completamente asportata, come sembrano asportati due denti, un incisivo e un premolare.
- La morte è avvenuta tra le 24 e le 48 ore fa e la causa è evidentissima… – afferma il dottor Ernesto Sarpi al Pretore di San Marco Argentano, Francesco Rodi. È il 21 febbraio 1898 e i due, che hanno trovato sul posto il Maresciallo Pietro Sica, si trovano in contrada Sant’Onofrio di San Marco Argentano.
- Si sa chi è la vittima? – chiede il Pretore al Maresciallo
- Santostefano Antonio d’ignoti, d’anni 71, contadino
- Chi l’ha trovato?
- Ieri i due figli Salvatore e Giuseppe hanno notato che la casetta rurale del Santopaolo era chiusa da un paio di giorni e sospettando qualche disgrazia si sono messi a cercarlo ma non lo hanno trovato, così, pensando che fosse in casa vi penetrarono dal tetto, ma nemmeno colà egli stava. Stamattina, insieme ad altri terrazzani, hanno ripreso le ricerche ma senza esito. Verso le 8,00 si avviarono alla volta del paese onde avvisarne le autorità. Fatti però circa 500 metri furono chiamati da Zecca Biagio il quale gli disse che, camminando per la macchia limitrofa a quella del Santopaolo andandolo in cerca, ne aveva scorto il cadavere e così, mentre il Giuseppe si recò presso il sito indicato, il Salvatore si portò nella nostra caserma ad avvertirci che dopo tre giorni di assenza dalla casa, il padre era stato rinvenuto morto
- Non ha detto che l’avevano trovato in queste condizioni?
- I fratelli dicono che lo Zecca quando li avvisò non disse che era morto ammazzato e quindi Salvatore, che non vide il cadavere del padre, non poteva sapere che era stato ammazzato
- Ci sono sospetti su qualcuno?
- Al momento no, anche se venendo sul posto qualcuno, a mezze parole, dice che potrebbero essere benissimo stati i figli… pare che il vecchio li trattasse con indifferenza
Il Maresciallo Sica, indagando, viene a sapere che Santostefano avrebbe fatto testamento destinando tutta la parte disponibile a favore di un altro suo figlio, Luigi, che è emigrato in America. Ma il fatto è vecchio di una decina di anni e non può essere certamente causa di un risentimento tanto forte da parte degli altri due eredi da spingerli a commettere parricidio. Pare anche che tra padre e figli ci fosse stato qualche altro screzio per discordanza d’interessi, ma si dice che tutto era già stato appianato. Forse, e questa potrebbe essere una buona pista, il vecchio Santostefano potrebbe avere avuto qualche diverbio con i foresi della famiglia Nudi che pascolano nel terreno dove è stato trovato morto, attiguo alla sua proprietà.
Quattro giorni dopo, il 25 febbraio, al Maresciallo Sica arriva una soffiata che sembra davvero interessante: il giorno in cui Antonio Santostefano fu visto per l’ultima volta, il 19 febbraio, nelle vicinanze del luogo dove poi fu ritrovato ammazzato lavoravano tali Giuseppe Tuoto, suo figlio Michele e Liborio Romano Esposito, futuro sposo  di una figliastra di Giuseppe Tuoto a nome Rosina Rossini d’anni 18, deflorata tempo fa dal defunto Santostefano. Questo si che può essere un movente buono per uccidere!
Sica accerta che i tre, il 19 febbraio, stavano lavorando a circa 500 metri dal luogo del delitto e sebbene tra i due punti non vi sia una strada che li colleghi, si può facilmente percorrere tale tragitto attraversando seminato ed un poco di bosco. Il problema, però, è che dal sopralluogo effettuato non sono state ritrovate lungo questo ipotetico percorso impronte di piede umano, ma i sospetti aumentano lo stesso quando Sica fa delle prove per verificare se Santopaolo, aggredito, avesse gridato, i tre avrebbero potuto sentirlo, ammesso che non siano stati proprio loro ad ammazzarlo. Si, lo avrebbero certamente sentito, come hanno per forza sentito, e questa circostanza rafforza i sospetti, i colpi di scure con i quali Santostefano stava tagliando alcuni quercioli perché da un punto all’altro vi è una vallata che fa eco.
- Quella mattina lo vidi lavorare fino alle 10,00 – attacca Giuseppe Tuoto –. Poi io, Liborio Romano e mio figlio ci recammo, assai prima dell’ora del morsello, a zappare in un sito distante approssimativamente un’ora dal luogo ove fu trovato il cadavere di Santostefano, ma poiché noi lavoravamo in un avvallamento di terreno, non potemmo vedere il sito dove avvenne l’omicidio
- Avete sentito i colpi di scure o avete sentito gridare …
- In tutta quella giornata non sentimmo né tagliare della legna, né altro rumore
- In che rapporti eravate col Santostefano?
- Tra lui e la mia famiglia correvano cordiali rapporti
Adesso è il turno del quindicenne Michele Tuoto
- Quel giorno io e mio padre andammo a zappare in un terreno in quelle vicinanze
- Aspetta, aspetta… tu e tuo padre? E Liborio Romano?
- Liborio con mia sorella e mia madre trasportavano delle canne per conto di Giacomo Salerno. Da noi venne verso l’ora del morsello
- Sei sicuro?
- Lo affermo con sicurezza perché noi lavoravamo in un sito a vista della strada rotabile ove tutti i giorni verso le 10 passa la messaggera postale che va dalla stazione di San Marco a Fagnano ed in quel giorno, quando Liborio Romano venne al lavoro, la messaggera non era passata, mentre io la vidi passare molto dopo
- Ma avete fatto colazione insieme a Liborio?
- Io e mio padre abbiamo fatto colazione quando ancora Liborio non era arrivato
- Qualcuno di voi è andato via prima degli altri?
- Nessuno di noi tre si mosse dal lavoro e solo sull’imbrunire, assieme, ce ne siamo ritirati in casa, mangiammo ed andammo a letto
- E avete lavorato sempre nell’avvallamento? – incalza il Maresciallo
- Lavorammo sempre dentro il fosso
- Quindi non avete visto o sentito niente…
- Quello è un sito dove non potea vedersi il luogo dell’omicidio, distante da noi circa un quarto d’oranon sentimmo né tagliare, né altro rumore
 Le contraddizioni tra padre e figlio rendono ancora più sospettoso il Maresciallo Sica, che adesso interroga Liborio Romano
- Quella mattina all’alzata del sole, io, mia suocera, la mia fidanzata e la moglie di Giacomo Salerno facemmo due viaggi di canne e facendo il tragitto siamo passati quattro volte innanzi alla casa del Santostefano e tutte le quattro volte io vidi che il Santostefano vi si trovava dentro. Finito il trasporto delle canne, verso l’ora del morsello io, mia suocera e la mia fidanzata siamo tornati nella nostra casetta colonica ove trovammo mio suocero e mio cognato. Mangiammo tutti un pezzo di pane e dopo una mezz’ora io e i due Tuoto scendemmo insieme a zappare in un sito distante appena un quarto d’ora da dove fu trovato il cadavere
Qui gatta ci cova. A parte le gravi contraddizioni nelle loro dichiarazioni, i sospetti aumentano quando due testimoni affermano di aver visto i tre uomini, alle 15,30 del 19 febbraio, lavorare fuori dal fosso e quindi non è vero che non potevano vedere o sentire nulla. Poi i figli di Santostefano denunciano la scomparsa di una delle due chiavi della casetta colonica del padre e che per quante ricerche abbiano fatto, non si riesce a trovare e non riescono nemmeno a trovare una piccola scatola di latta di forma schiacciata che il defunto era solito tenersi addosso con le ricevute delle somme che dava in prestito e del denaro.
Onore e soldi, una combinazione micidiale!
I Carabinieri perquisiscono minutamente la casa dei Tuoto, ma infruttuosamente. Poi si viene a sapere che quando fu trovato il cadavere di Antonio Santostefano, gli unici a non accorrere sul posto furono Michele Tuoto e Liborio Romano, seppure si trovassero lì vicino. Si viene a sapere anche che uno o due giorni prima dell’omicidio, Santostefano ingiuriò la moglie di Giuseppe Tuoto e queste due circostanze potrebbero destare altri sospetti. E così è. Infatti il Pretore ordina l’arresto di Liborio Romano per i fondati sospetti che il medesimo si possa dare alla fuga. Ma Liborio non ci sta e accusa
- Gli autori dell’omicidio sono stati probabilmente i Tuoto con i quali il Santostefano non poteva non essere in rancore giacché era voce generale che esso Santostefano continuasse a mantenere relazioni adulterine con mia suocera. I detti Tuoto ànno potuto benissimo compiere l’omicidio nel tempo che io in quella mattinata impiegai a trasportare canne
- Contraddici te stesso se affermi questo – gli contesta il Pretore – perché tu stesso hai affermato di aver visto per ben quattro volte Il Santostefano in casa sua mentre trasportavi le canne…
- Si, effettivamente vidi il Santostefano
Ma non per questo maldestro tentativo di addossare la responsabilità ai Tuoto, questi restano fuori dai sospetti, al contrario.
Intanto il Maresciallo Sica scava nel passato e scopre dei retroscena relativi allo stupro commesso da Santostefano, dieci anni prima, ai danni di Rosina Rossini che allora aveva appena nove anni. Per evitare guai, Antonio Santostefano promise che avrebbe corrisposto all’individuo il quale sposava la Rosina, £ 200. Infatti, al principio dell’anno in corso, furono consegnate a Romano Liborio lire 160 in moneta, nonché fichi e cereali pel complessivo valore di £ 50. Il Romano, però, ritenendo che con ciò il Santostefano troppo poco aveva pagato l’onore della donna che doveva sposare, insistentemente gli chiedeva del vino ed altro, ma ebbe sempre in risposta che pel momento nulla doveva sperare, mentre avrebbe ottenuto tutto dopo sposato, a patto che della moglie se ne sarebbero serviti entrambi. Da qui le minacce di Liborio Romano ai danni di Santostefano.
I Tuoto, da parte loro, non possono restare in silenzio dopo essere stati accusati dell’orrendo omicidio e testimoniano di avere sentito Liborio dire queste testuali parole: “Zio Antonio non mi vuole dare il vino, qualche volta lo farò trovare in qualche sito ucciso”. Sarà vero? si vedrà.
Il Maresciallo Sica punta tutta la sua attenzione su Michele Tuoto ritenendolo, con i suoi 15 anni, l’anello debole della famiglia e ha ragione
- Verso le 11,00 del 19 febbraio io e Liborio stavamo andando nella boscaglia per fare dei pali. Passammo dinanzi la casa di Antonio Santostefano il quale fu chiamato da Liborio che gli disse di volergli fare dei pali. Il Santostefano rispose che frasche e pali non ne voleva, ma voleva invece qualche pezzo di legno ed infatti il Santostefano, presosi una grossa scure ed un sacco, ci seguì nella boscaglia vicina; ivi giunti io mi misi a tagliare legna a pochi metri di distanza dove Liborio si mise a tagliare della legna in una ceppaia. Vidi allora che Liborio, imbrandita la scure dello stesso Santostefano gli diede col dorso un colpo nella nuca, col quale il Santostefano stramazzò sul sentiero inferiore. Io scappai da mio padre che si trovava fin dalla mattina sul lavoro e gli raccontai il fatto; quindi andai nella nostra casetta e raccontai tutto a mia madre e mia sorella. Alla notizia mia sorella si sentì venir meno e mia madre le porse un po’ d’acqua. Dopo poco sopravvenne Liborio colla sua piccola scure che teneva sulla spalla e mi domandò se io avevo detto nulla alle donne. Alla mia risposta affermativa si volse a mia madre e le disse: “I tuoi figli non sono stati buoni, sono stato buono io a farlo a Schino” (Schino era il soprannome di Antonio Santostefano. Nda), intendendo con ciò dire che lo aveva ucciso, quindi silenzio. Dopo ciò, io e Liborio siamo scesi al lavoro prima di mezzogiorno…
Sarà vero? Intanto Liborio Romano viene arrestato e sia il padre che la madre di Michele confermano la versione del ragazzo e la madre aggiunge
- Liborio mi disse che ritornando dopo aver fatto l’omicidio, avea cercato di aprire la porta del Santostefano ma non vi era riuscito e che avea nascosto la chiave sotto una pietra lì vicino. un giorno poi, mentre venivamo in Pretura, Liborio prese la chiave nascosta e la buttò in campagna. Aggiungo che nella mattina del fatto, poco dopo che era ritornato Liborio, mia figlia Rosina andò all’acqua assieme a Salerno Giuseppina e passando vicino al sito dove giaceva il Santostefano ne sentì i gemiti; cambiò di colore e alla Salerno che gliene domandava la ragione, rispose che non si sentiva bene. So che Liborio parlò del fatto ad Angela Rosa Basile mentre era ubriaco dicendole che l’avea saputo fare, che si godeva la moglie per altri due mesi e poi sarebbe andato contento in galera. Ne parlò anche a Gaetana Chimenti, che si confidò con Maria Saveria Goffredo, e ne parlò col mugnaio del Fiego, certo Fiore. Liborio, poi disse alla moglie del morto, e questa ripetè a me, che esso avea ucciso il Santostefano perché gli avea fatto la proposta di dividersi la moglie (dopo l’omicidio Liborio e Rosina si sposarono. Nda) e che sospettava fortemente temendo che mia figlia fosse incinta per opera dello Schino, mentre la gravidanza era assolutamente falsa
Anche Rosina conferma il racconto di suo fratello Michele e conferma anche il movente che ha spinto Liborio ad uccidere
- Liborio ci disse che avea ucciso il Santostefano dal perché gli avea fatto proposta di continuare a ricongiungersi con me carnalmente dopo che mi sarei sposata. Fu allora che io gli dissi spaventata che sarebbe andato a finire in carcere ed egli rispose che in carcere non ci sarebbe andato giacché il solo Michele lo avea visto ed a ciò tanto il Michele quanto mia madre lo assicurarono di mantenere sempre il più assoluto silenzio
Ma le testimoni indicate da Brigida Ricca non confermano il suo racconto. Solo il mugnaio dice di avere ricevuto una confidenza da parte di Liborio, parlando dell’omicidio, che egli avea detto una parola in segreto che non dovea dire e che tale parola era stata riferita subito al Pretore.
Il Maresciallo Sica prosegue le indagini e viene a sapere che Liborio minacciò più volte di uccidere il Tuoto Giuseppe, il figlio Michele e la Ricca Brigida se avessero palesato alla giustizia le cennate circostanze ed infatti le cennate persone, malgrado siano state più volte interrogate, solo in questi giorni si decisero a dire quanto essi conoscevano in ordine all’omicidio. Sica si convince, a questo punto, dell’estraneità dei Tuoto nell’omicidio perché Rosina, dopo l’arresto del marito nutriva fortissimi rancori contro la madre, il padrigno ed il fratello uterino, attribuendo alle rivelazioni fatte da costoro alla giustizia l’arresto di Liborio. Quindi, nell’affermare che il solo Romano Liborio sia stato l’autore dell’omicidio del Santostefano dice, a mio modo di vedere, la perfetta verità, diversamente sarebbe stata ben contenta di coinvolgere nella rovina del marito i parenti di lei.
Ma Liborio è un osso duro e contrattacca
- Intendo dire la verità che finora ho cercato di nascondere per salvare i miei parenti, vedendo che si cerca di buttare su di me un reato di cui sono innocente. Quella mattina, dopo d’aver mangiato nella nostra casetta colonica io, Giuseppe Tuoto e Michele ci recammo nella vicina boscaglia a fare pali. Ivi trovammo che prima di noi vi si era recato il Santostefano a fare della legna in una ceppaia esistente nella parte superiore di un sentiero. Giuseppe gli disse: “Zio Antonio dammi la scure che ti farò io le legna” ed il Santostefano gli diede la scure. Indi il Tuoto gli disse: “Raccogli quelle legna che sono per terra”. il Santostefano si bassò e Giuseppe gli diede un primo colpo col dorso della scure sulla parte posteriore del capo. Il Santostefano stramazzò sul sentiero con la fronte per terra ed indi, quasi immediatamente, si voltò con la faccia per aria. Giuseppe gli fu sopra e lo colpì sempre col dorso della scure una seconda volta sulla fronte ed una terza volta sopra la guancia. Indi, deposta la scure, si mise a perquisirlo e trovò che nelle sue tasche vi era un coltello a serramanico chiuso, un fazzoletto rosso e delle carte; il tutto lasciò attorno al cadavere. Il Santostefano morì istantaneamente, non emise alcun grido ed io, al primo colpo che Giuseppe gli diede, gli gridai: “Che mai hai fatto!” ed il Tuoto di rimando: ”Statti zitto, diversamente ucciderò anche te!”. Dopo compiuto il misfatto, il Tuoto riprese la sua scure che aveva affidata a Michele, rimasto come me spettatore inerte, e ritornò con noi, senza fare pali di sorta, nella nostra casetta. Dopo mezzogiorno io e Giuseppe scendemmo a faticare nel sito dove ci vide Giglio Pasquale e sua moglie. Ignoro la causale che lo ha spinto all’omicidio. Mi disse poi Michele che suo padre avea portato via una chiave che avea trovato nelle tasche di Santostefano, ma che io non vidi. Inoltre, Michele raccontò il fatto a più persone e non è vero che Santostefano mi disse che dopo il matrimonio voleva godere i favori di mia moglie
Il giorno dopo, ormai siamo al 19 aprile 1898, Liborio modifica la propria dichiarazione, visto che i testimoni che ha citato lo hanno smentito, dicendosi consapevole che questa volta ciò che dirà potrebbe costargli caro
- Vi dirò tutto perché se io sono colpevole di qualche cosa, devono essere puniti anche gli altri colpevoli. Dopo che Giuseppe colpì la prima volta Santostefano e questi cadde a terra, il Tuoto, dando a me la scure, mi disse: “va pure a menare tu, diversamente uccido anche te perché siamo tre e tutti e tre dobbiamo menare; io saltai accanto al Santostefano imbrandendo la scure e col dorso gli diedi un colpo sulla fronte mentre egli si trovava già disteso per terra. indi diedi la scure a mio cognato ed egli, sempre col dorso, lo colpì sulla guancia. Quindi tre colpi ebbe il Santostefano e ciascuno di noi ne menò uno
Muoia Sansone con tutti i filistei!
Ma anche questa versione di Liborio non può essere vera perché – e il Pretore glielo contesta – il numero dei colpi riscontrati sulla fronte di Antonio Santostefano sono stati tre e non uno. Allora Liborio cerca di correggersi e dichiara
- Io menai un solo colpo al Santostefano sulla fronte, non mi accorsi chi gli ha menato gli altri sulla fronte stessa
Certo, in assoluto non si può escludere che le cose siano andate davvero come dice Liborio e si cerca qualche riscontro, ma il 7 maggio l’imputato chiede nuovamente di essere interrogato e chissà che questa non sia la volta buona per arrivare alla verità
- Ora debbo dire altre cose che prima ho taciuto nell’intento di non nuocere ai miei congiunti Tuoto Giuseppe e Michele, ma che ora non posso più tacere: la sera del 18 febbraio, Brigida Ricca in casa raccontò a tutti noi riuniti che in quel giorno Santostefano l’avea ingiuriata fortemente e avea minacciato Tuoto Michele di farlo andare carcerato perché gli avea rubato dell’uva nel corso dell’està passata e perciò si addensava forte l’odio dei Tuoto sul capo del Santostefano. Il 19, dopo mezzogiorno, io e Tuoto Giuseppe scendemmo al lavoro visti da Giglio Pasquale e da sua moglie. Vi dimorammo per tutto il resto della giornata. Il Michele non venne con noi e la sera lo trovammo nella casetta dove ci disse che avea ucciso il Santostefano per vendicare sua madre, quindi io sono innocente
- Romano, smettila di dire sciocchezze! L’ultima volta ti sei accusato di avere colpito Santostefano insieme ai Tuoto e oggi dici che non sei stato tu e nemmeno Giuseppe?
- Io dissi allora ciò che non era vero per aiutare i Tuoto, ora non voglio più aiutarli
- Li avevi aiutati per bene! – osserva ironicamente il Pretore
Poi Liborio comincia a dire di non ricordare niente, che non è vero che ha affermato di aver colpito Santostefano, che non è vero che ha mai nominato Giuseppe Tuoto come autore dell’omicidio, che non è vero che ha dichiarato la circostanza dei tre colpi, che il Pretore di San Marco gli vuole male e gli ha messo in bocca cose che non ha mai detto: la verità è una sola (adesso): l’assassino è il quindicenne Michele Tuoto.
Ma ormai sono troppe le versioni che Liborio ha fornito e tutte contrastanti con i rilievi oggettivi fatti dagli inquirenti e nemmeno il suo estremo tentativo di fingersi pazzo gli riesce,  così il Pubblico Ministero chiede che ad essere rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario sia il solo Liborio Romano, mentre per i due Tuoto viene chiesto il non farsi luogo a procedimento penale per insufficienza di indizi. È il 31 luglio 1898.
Il 13 settembre 1898 la Sezione d’Accusa accoglie le richieste del Pubblico Ministero e i due Tuoto escono di scena.
Il processo contro Liborio Romano comincia e finisce il 25 novembre successivo con la condanna dell’imputato a 15 anni di reclusione. Il 14 febbraio 1899 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Liborio Romano.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.











venerdì 17 agosto 2018

IL MISTERO DEL BURRONE DEL GRILLO


È quasi buio il 24 settembre 1893 a Cetraro. Angela Maria Andriuolo e suo marito Angelo Picarelli sono davanti alla porta della bettola che gestiscono quando, proveniente dalla via dei Cappuccini, arriva davanti a loro Angelo Cipolla, tutto sbalordito con un bastone in mano, che chiede
- Come si chiamano di nome ‘U Veteranu e Caputosta?
- Saverio Onorato e Benedetto Spaccarotella… perché? – gli risponde l’uomo
- Alla contrada Grillo si sono rissati e battuti… c’era pure Francesco Settecerze… Caputosta o è moribondo o è già morto! Ha cominciato Caputosta… ha cominciato Caputosta… vado a chiamare il Brigadiere – termina allontanandosi con passo svelto
I Carabinieri faticano ad arrivare sul posto, un’ardua costa detta “Casa del Grillo” con esposizione a mare, in cima alla quale è un fabbricato rurale del signor Iannelli con facciata a ponente e dietro al medesimo è un terreno pietroso e ineguale, largo sei metri all’incirca, sulla cui sponda estrema è la via pubblica che dal paese mena alla campagna, larga appena mezzo metro ma praticabile per un altro metro di larghezza. Il ciglione della via è il principio immediato di un pendio abbastanza ripido e pericoloso che si estende per cinque metri e poi si avvalla improvvisamente cadendo quasi a picco per altri cinque metri e formando una delle sponde di un burrone. La sponda opposta è anch’essa alta cinque metri circa ed è distante dalla prima un metro e mezzo. Le pareti sono di natura rocciosa e scabrosa con punte sporgenti e taglienti.
- Una volta nel fondo del burrone ci passava una strada, ma poi divenne impraticabile e fu abbandonata – dice Cipolla al Brigadiere Pietro Fino che cerca di illuminare il posto con la fioca luce di una lanterna, senza ottenere grossi risultati.
Nonostante ciò due Carabinieri riescono a scendere nel fondo del burrone e fanno una macabra scoperta: in una pozza di sangue c’è un uomo, il trentacinquenne Benedetto, Caputosta, Spaccarotella, semivivo e privo affatto di parola! Aiutati da alcuni volenterosi, i Carabinieri riescono a toglierlo da lì e a portarlo a casa, dove però muore nel giro di qualche minuto.
Ma questa non è l’unica notizia che ricevono i Carabinieri la notte del 24 settembre. Nel letto di casa sua Saverio Onorato giace gravemente ferito. Poco prima di mezzanotte il Brigadiere lo va a trovare e, sospettandolo autore della morte di suo cognato, lo dichiara in arresto e lo fa piantonare.
La mattina seguente il Brigadiere e il Pretore di Cetraro cominciano i rilievi del caso e, davanti all’edificio del signor Iannelli, rinvengono una giacca bianca appartenente all’Onorato ed una bisaccia di colore misto appartenente al Spaccarotella, ma già hanno ricevuto alcune testimonianze. Per esempio le ricostruzioni dei momenti che hanno portato alla morte di Caputosta fatte da Angelo Cipolla e quella di un pastore adolescente, Luigi Spaccarotella, che abita in una casupola vicino al burrone.
Racconta Cipolla
- Verso le sette pomeridiane mi sono avviato dal paese per andare in campagna dove abito con la famiglia. Dietro il monastero dei Cappuccini ho trovato Benedetto Spaccarotella ed il cognato Saverio Forastieri che discorrevano fra loro d’interesse. Anch’io mi fermai un poco con costoro ed indi il Forastieri ritornò in paese ed io continuai con lo Spaccarotella che pure si recava in campagna per l’istessa strada. Giunti alla contrada Grillo, dietro la casa rurale del signor Giovanni Iannelli, trovammo fermi Saverio Onorato, Veterano, e Francesco Settecerze. Quest’ultimo era sulla via e l’altro era vicino alla casa, ove aveva orinato. L’Onorato diede a me la buona sera e poi, rivoltosi allo Spaccarotella suo cognato, disse: “Ho salutato Mastro Angelo e non a te che non meriti il mio saluto perché sei uno svergognato” e Caputosta rispose nello stesso tono. Indi fra loro si scambiarono delle parole in lingua forestiera, che io non conosco, perché entrambi sono stati nelle Americhe, ma certo d’insulto, e lo Spaccarotella, alzato il bastone di cui era armato, diede un primo colpo all’Onorato alla testa, in seguito di cui cadde a terra sull’orlo del burrone. Caputosta continuò a dare bastonate all’Onorato e questi precipitò nel burrone, ove lo seguì lo Spaccarotella, non so se afferrato da quello, ed entrambi rotolarono fino in fondo. Il Settecerze, mentre l’Onorato e lo Spaccarotella si scambiarono le parole offensive e quando questi battette quello ed entrambi caddero nel burrone, nulla fece, ma quando dal burrone si è intesa la voce dell’Onorato gridare: “Francesco Settecerze, mi ha ammazzato!”, questi scese nel burrone e quivi ho inteso un diverbio di colpi che si succedevano ed a cui, secondo me, ha pure preso parte il Settecerze. Visto ed inteso quanto sopra ed allo scopo di far cessare le battiture che quei tre si davano, sono andato nella casa rurale del Iannelli e del ragazzo Luigi Spaccarotella, mi ho fatto dare un bastone e con lo stesso ho dato dei colpi sulle pietre, sempre da sopra il burrone. Avendo visto che la mia opera a nulla riusciva, sono venuto in paese e ho avvisato i Carabinieri, i quali si presero il bastone
- Onorato e Settecerze avevano bastoni?
- Non avevano alcun bastone e perciò non so di quale arma fecero uso nel burrone per percuotere lo Spaccarotella, forse fecero uso anche di pietre che quivi non ne mancano
- E questo bastone? Non è che è quello usato per ammazzare Spaccarotella? Magari lo avete colpito proprio voi… o magari avete colpito Onorato… – insinua il Pretore
- È precisamente quello che mi fu dato dal ragazzoio nessuna parte ho preso al fatto… non è vero che io abbia colpito
E poi il quattordicenne pastore Luigi Spaccarotella
- La sera del 24, trovandomi solo nella casetta rurale ove abito alla contrada Grillo, venne Angelo Cipolla e mi chiese un bastone per appoggiarvisi, dovendosene andare in campagna – e qui qualcosa già non quadra –. Ho aderito alla sua richiesta ma, avendolo visto, ne voleva uno più grosso, però non ho accondisceso. Dopo pochi minuti ritornò da me e mi disse di andare in un burrone qui vicino ove vi erano degli individui, di cui mi nominò solo Francesco Settecerze, che si ammazzavano. Non ho voluto muovermi da doce ero, avendo paura, ed il Cipolla si avvicinò al ciglione del burrone e col bastone che gli avevo dato diede un colpo sulle pietre per far rumore ed indi si diede alla fuga verso Cetraro. Quantunque avevo paura come ho detto, pure sono uscito dalla casetta e mi sono messo a guardare verso il burrone e ho inteso una voce che diceva: “Per la madonna, tu eri buono a battere me?”, sentendo ancora del rumore come di colpi dati ed un’altra voce: “Mara mia, tata...”. La prima voce mi sembrò essere di Francesco Settecerze, ma ciò non lo posso dire con certezza. Passati pochi altri minuti uscì dal detto burrone un individuo, che per l’oscurità e per la lontananza non ho riconosciuto, e che andava barcollando e cadde a terra allorchè fu sulla via. Messomi a paura sono rientrato nella casetta ed altro non ho visto o inteso. Pochi minuti, un quattro o cinque, prima di venire da me Angelo Cipolla a chiedermi il bastone, mi ero ritirato nella casetta e ho visto che scendevano in paese Francesco Settecerze e Saverio Onorato camminando a passo regolare e proprio quando presero l’angolo superiore della casa del signor Giovanni Iannelli si nascosero alla mia vista
Perché Angelo Cipolla voleva un bastone più grosso? Forse voleva usarlo per colpire Onorato? Con questo sospetto viene arrestato come anche Francesco Settecerze.
Salvatore Onorato, interrogato anche se seriamente ferito, fornisce una ricostruzione dei fatti alquanto lacunosa e in contrasto con le dichiarazioni sia di Cipolla che del giovane Spaccarotella
- Mentre tornavo a casa in campagna per la salita dietro i Cappuccini, ho raggiunto Francesco Settecerze e Antonio Occhiuzzi i quali discorrevano di affari e con gli stessi mi sono unito. Discorrendo si giunse ad un bivio un po’ sopra della casa di Iannelli e l’Occhiuzzi ci lasciò. Il Settecerze prese l’altra strada ed io ritornai indietro per imboccare la stradella che mi doveva condurre alla mia campagna, situata sotto la casa di Iannelli, che avevo oltrepassato intento a quei discorsi. Giunto dietro la casa di Iannelli incontrai Angelo Cipolla e mio cognato Benedetto Spaccarotella che in prima non avevo conosciuto. Non ricordo se io pel primo ho dato la buonasera od invece fu il Cipolla e riconosciuto lo Spaccarotella ho soggiunto a costui: “A te non ho dato la buona sera perché non la meriti, ma a Mastro Angelo”. Allora lo Spaccarotella col bastone mi diede un primo colpo alla testa facendomi stramazzare a terra ed indi altri colpi
- Come mai non andavate d’accordo con vostro cognato?
- Perché molti anni dietro, in campagna si permise offendere mia moglie con cui si è congiunto carnalmente, quindi ci avevamo sposato una inimicizia fiera non potendo dimenticare l’offesa ricevuta
- Continuate
- Stordito pei colpi ricevuti, non ricordo se alle riferite parole ne feci seguire altre insultanti contro lo Spaccarotella,né se sono ruzzolato da solo o con costui nel sottostante burrone, né quello che dippiù sia successo. Naturalmente ho dovuto gridare al soccorso, ma come e quando non sono in grado di precisare… non so se il Settecerze venne ad aiutarmi e quello che costui fece. Solo appena ricordo che dopo certo tempo, mezzo rinvenuto dello stordimento, un po’ carponi e un po’ barcollando, sono rientrato in paese e mi sono portato dai Carabinieri a cui ho riferito quello che ricordavo
- Cipolla fece qualcosa?
- Il Cipolla nulla mi fece prima di ricevere i colpi e dopo non mi è dato di riferire alcuna cosa
- Voi e Settecerze avevate dei bastoni? Avete visto se ne aveva uno Cipolla?
- Né io, né il Settecerze avevamo qualche bastone od altra arma e non mi sono accorto se il Cipolla si aveva in mano un bastone, né se dello stesso, e come, ne fece uso… Sono innocente, fui io l’aggredito e ferito a morte per opera dello Spaccarotella!
Forse Francesco Settecerze saprà spiegare meglio la dinamica dei fatti
- Giunti ad un bivio sopra la contrada Grillo, l’Occhiuzzi se ne andò ed io, consigliato dall’Onorato, con costui sono ritornato in paese per fare subito una proposta al signor Vincenzo Falcone per l’acquisto di un fondo prima che lo vendesse ad altri. Giunti dietro la casa rurale di Iannelli incontrammo due individui di cui ho riconosciuto solo Angelo Cipolla, a cui ho dato la buona sera, che da questi mi fu restituita. Non mi sono fermato, però, perché tra me ed il Cipolla esistevano dei precedenti. L’Onorato e quell’altro si fermarono e si scambiarono delle parole e questo disse a quello: “Volta indietro” e molte altre parole concitate, per cui ho pensato di girare la località e ritornarmene in campagna, come ho fatto. Quello con cui s’appiccicò l’Onorato credevo di essere forestiero perché diceva delle parole da me non comprese e col bastone di cui era armato diede un colpo all’Onorato, il quale non era armato di bastone. Mentre io mi allontanavo da quel posto a passo frettoloso, ho inteso chiamarmi di cognome ripetute volte dall’Onorato ma io non sono accorso e ho sempre continuato la strada per ritirarmi in campagna. Dopo circa tre ore, mentre mi trovavo in campagna nella mia casa, fui arrestato dai Carabinieri e ho appreso che l’Onorato si era bisticciato e percosso col cognato Benedetto Spaccarotella e che entrambi erano caduti dentro il burrone e come lo Spaccarotella, per le lesioni riportate, era morto e l’Onorato gravemente ferito
- Veramente ci sono due testimoni che dicono cose diverse… dicono che voi eravate presente da vicino e siete sceso nel burrone. Per fare cosa?
- Non ho preso alcuna parte al fatto delittuoso… non è vero nemmeno che io fossi sceso nel burrone ove costoro caddero… avevo premura di allontanarmi dalla rissa per non trovarmi impigliato in alcun fatto a mio danno… ritenevo che quello che non avevo riconosciuto fosse un forestiero che, di unità al Cipolla, si poteva vendicare di me perché a costui, un anno dietro, gli ho fatto elevare contravvenzione per porto di fucile e per cui fu condannato da questa Pretura
- E i precedenti tra i due cognati li conoscete?
- Tra lo Spaccarotella e l’Onorato esistevano dei precedenti perché un sette anni dietro quello aveva avute relazioni illecite colla moglie di questi, tanto che costui continuamente minacciava di uccidere lo Spaccarotella. Un dieci giorni dietro, l’Onorato si appressò alla casa dello Spaccarotella e lo provocò di uscire dicendo ripetute volte: “Esci cornuto fottuto che ti debbo ammazzare”, ma il cognato fece finta di non sentire. Spesse volte ho avuto occasione di avvertire l’Onorato di finirla con quelle minaccie perché ne potevano venire serie conseguenze, avvertimenti che anche gli ho fatto la sera del 24 pria di succedere il fatto… ma era un po’ preso dal vino
Tutti contraddicono tutti e non sarà facile stabilire chi, come e anche perché ha portato alla morte Benedetto Spaccarotella. Ammesso che nella caduta non abbia battuto la testa su qualche pietra e ci sia rimasto secco. Intanto, se fosse vero che è stato ammazzato da suo cognato, l’odio per motivi d’onore covato per sette lunghi anni appare un po’ debole; dall’altra parte Settecerze non avrebbe avuto alcun motivo per uccidere, se non la, forse remota, necessità di difendere Onorato. Quindi bisogna indagare per scoprire se tra i due cognati c’erano altri motivi di attrito.
Rachele Guaglianone, vedova Spaccarotella, non crede ai motivi d’onore ma riconduce l’odio nei confronti di suo marito ad altro
- Saverio Onorato ha sposato una mia sorella per motivi d’interesse. Un dieci anni dietro, mia madre che abita con me, visto la condotta non troppo lodevole dell’Onorato verso di lei, mi fece il suo disponibile, anche perché vedeva che tanto io che mio marito le usavamo ogni deferenza e rispetto. Questo fatto irritò immensamente l’Onorato, invidioso che noi vivevamo con una certa comodità. La mia sorella moglie dell’Onorato, approfittando della vicinanza di casa in Cetraro e dei fondi rustici, approfittava della nostra roba per cui, sempre molti anni dietro, mio marito si permise darle uno schiaffo. Tutti questi fatti indispettirono l’Onorato tanto che continuamente minacciava di uccidere mio marito, però a tali minaccie non si dava tanta importanza sapendo che l’Onorato era molto parolaio e perché mio marito era di fisico molto vantaggioso per cui non lo temeva. L’Onorato credeva che mio marito, oltre dello schiaffo avesse anche abusato carnalmente della moglie, ma di ciò nessuna confidenza mi fece né mio marito, né mia sorella. Ritengo che l’Onorato, coll’aiuto del Settecerze, avesse ucciso mio marito perché da solo quello non era capace di commettere il misfatto e perciò appositamente l’aspettarono
Il ragionamento non fa una piega, ma ci vogliono le prove.
Giudichiamo che la morte è stata causata da forte congestione meningo-cerebrale per effetto dei vari traumi riportati alla testa, specialmente quello gravissimo sulla regione occipito-parietale destra che ha dato luogo anche a maltrattamenti della sostanza cerebrale corrispondente. Giudichiamo inoltre che i traumi furono prodotti da corpi contundenti dei quali alcuni regolari, come bastoni, ed altri irregolari, come pietra. Una sola è stata prodotta da arma da taglio. Solo adesso, dai dottori Leopoldo Occhiuzzi e Giovanni Iannelli, si scopre che per colpire Benedetto Spaccarotella è stato usato anche un coltello, ma resta la totale incertezza su chi produsse le lesioni.
Una cosa però è chiara: Angelo Cipolla è estraneo ai fatti e il primo ottobre 1893 viene scarcerato, ma è chiamato a chiarire alcuni aspetti del suo racconto. Un fiasco.
- Ho inteso dei colpi ma non potevo distinguere colui che quei colpi dava, né con quale arma, sia perché faceva oscuro, sia perché, per l’accidentalità del burrone, non si potevano vedere quelli che erano abbasso. Come ho detto ho inteso succedersi i colpi ed a tale rumore ho creduto, per farlo cessare, di fare altrettanto da sopra al burrone col bastone che mi ho fatto dare dal ragazzo Luigi Spaccarotella
Allora si fa una perizia nel burrone: Per urto o per proprio movimento irregolare lo Spaccarotella, messo un piede sul pendio, prese immediatamente un fortissimo abbrivio e, arrivato al punto ove il pendio cessa per dar luogo al precipizio della ripida sponda del burrone, fu lanciato nel vuoto dalla potente forza impulsiva acquistata dal suo corpo e andò a sbattere sulla sponda opposta, ad altezza di due o tre metri, donde rimbalzò nel burrone battendo la testa sul punto ove fu notata la pozza di sangue più grande. Dove cadde rimase immobile e son certo che batté sulla pietra col lato destro della testa, diversamente non troverebbe spiegazione la chiazza sanguigna più piccola esistente al di sopra della prima ed a distanza di 90 centimetri, la quale fu evidentemente formata dalla mano destra che doveva essere intrisa di sangue. Questa è la bella descrizione che fa il perito Eugenio Cerbelli il quale, però, dimentica alcuni piccoli particolari: dov’era Saverio Onorato? Se questi non era caduto nel burrone con Benedetto Spaccarotella, chi chiamò per cognome Settecerze per farlo accorrere? E il rumore proveniente dal fondo del burrone dei colpi che si susseguivano? Eppure sia Cipolla che il giovane Spaccarotella sono concordi nell’affermare di averli sentiti. Un guazzabuglio che fa protestare i fratelli di Benedetto Spaccarotella i quali sono convinti che il mancato trasferimento degli imputati dal carcere mandamentale di Cetraro a quello del capoluogo di provincia, stia consentendo a questi di manipolare il corso delle indagini.
Ma per la Procura Generale del re non ci sono dubbi: Saverio Onorato e Francesco Settecerze devono essere rinviati a giudizio per omicidio volontario in quanto essendo venuti alle prese in seguito a diverbio nella campagna di Cetraro, lo precipitarono entro un profondo burrone ove lo inseguirono percuotendolo ed arrecandogli ben 18 lesioni delle quali una, quella sulla bozza parieto-occipitale destra, producendo frattura communitiva delle sottostanti ossa e maltrattamento della meninge e sostanza cerebrale, occasionarono la morte seguita quasi immediatamente. È l’8 febbraio 1894.
La Sezione d’Accusa non è convinta di questa ricostruzione dei fatti e ritiene che nei confronti di Francesco Settecerze non ci sono indizi sufficienti per rinviarlo a giudizio. L’unico a rispondere della morte di Benedetto Spaccarotella sarà suo cognato Saverio Onorato. È il 27 febbraio 1894.
Il dibattimento si apre e si chiude il 18 maggio seguente con l’assoluzione dell’imputato.[1]
Certo. È evidente che la vittima, essendo l’unico rissante armato di bastone, si è colpito da solo, usando anche delle pietre e ferendosi con un coltello che non fu mai ritrovato, certamente nascosto da lui stesso prima di morire.





[1] ASCS, Processi Penali.

martedì 14 agosto 2018

OMICIDIO A LITTLE ITALY


È la notte del 20 luglio 1906 e l’afa rende difficile il sonno. Nella stamberga nei dintorni di Taylor Street a Chicago, il trentaquattrenne Francesco Palmieri, emigrato da Celico, è così stanco dopo una giornata di lavoro passata nell’inferno dei macelli che l’afa gli sembra il ponentino del suo paese natio e dorme profondamente steso sul nudo pavimento, come la maggior parte dei suoi coinquilini, altrettanto stremati dalla fatica. Così nessuno accorge dell’uomo che, scavalcando i corpi nudi, avanza nel camerone in direzione di Palmieri con un revolver in mano.
“Eccolo, è proprio lui” pensa l’uomo mentre stende il braccio puntando l’arma alla testa di Francesco Palmieri. Poi quattro detonazioni consecutive e il panico degli uomini svegliati di soprassalto. L’uomo cade su di un uomo incespicando nel corpo di un altro che si sta sollevando e i due si trovano faccia a faccia. Lo riconosce, è il ventinovenne Serafino Antonio Pucci di Rovito, ma deve lasciarlo andare, così gli consiglia la canna del revolver, ancora fumante, a pochi centimetri dalla sua faccia.
Nella stanza regna lo sconcerto per quel fatto così enorme, per quella vita spezzata a causa di una banale discussione avvenuta qualche giorno prima. Tutti escono da quella maledetta stanza dove adesso ci sono solo un cadavere sfigurato e pagliericci coperti di schizzi di sangue e cervello. Qualcuno vomita, altri piangono, tutti bestemmiano e maledicono la sorte avversa che gli ha fatto lasciare il paese.
La Polizia arriva poco dopo e constata che Francesco Palmieri è stato ucciso da quattro proiettili che gli hanno spappolato la testa. Viene subito fuori il nome dell’assassino e comincia la caccia. Lo trovano un paio di giorni dopo nascosto nella zona dei macelli e lo arrestano.
Qualche settimana dopo, a Celico arrivano due lettere da Chicago. La prima è indirizzata a Filomena Arnone:
Chicago 21 luglio 1906
Stimatissima Madre,
o ricevuto la vostra desiderata lettera e sento che la pasati bene salute così sperai sentire da mè e fratello. Cara madre vi o spedito 1.50 Lire giorno 20 luglio, mi avete mandato a dire che volete andare ali bagni, come voleti fare farette. Cara madre mi avette mandato adire che non vado afare il soldato per ci credere voglio vedere il cogero (congedo. Nda) asoluto e poi ci credo. Cara madre voi volete sapere se me ne vengo, credo che no e poi se ne parla qualche l’anno; mò comigiata (ora ho cominciato. Nda) afare il capurale e poi mi ne vengo, o finito tuto tento alla mese 2,25 Lire. Cara madre ditte ala zia Teresina si ci vuole mandare alo suo figlio cicilo ca questo inverno ci mando la tichetta e lo faccio venire; credo che mo e rove io al mio fratello peppino ci fazzo pigliare la polla; di piu ti fo sapere che pure ce il nostro compare lavalla con me e saluta sua famiglia, di piu ti fo sapere che e morto amazato Francesco Palmiere con tre colpi di rivolvere e la amazato uno di motte (Motta di Rovito. Nda) mo voglio che non ditte nientte anisuno e fatti gli afare vostri che meglio che si sa di altri personi e mo noi altri paesani ci stamo coglienno uno po’ di moneta per la sua moglia.
Basta, non altro che dirvi saluta il cugino Francesco e pure il tuo Nipote Michele io saluto ala zia carmela e famiglia, saluto ala zia Teresina e famiglia, saluto allo fratello Antonio e gio mandato la moneta hogie esso (oggi stesso. Nda) e safare la firma senza portare testimoni; ti saluta pepino e pure insieme io e il mi fratello e ti cercano la S. Benedizione e sono il vostro aff. Figlio Eugenio Iaccino
La seconda alla famiglia Siciliano:
(…) de piu caro patre ti farò conoscere che qui, 1 ora di treno, anno ucciso a francesco parmieri uno dello fravetto (Flavetto di Rovito. Nda) con 4 corpi di rivorvero nella testa per una piccola occasione avrà finito una vita domo (d’uomo. Nda) e io con i miei compagni ci siamo andati avedere e labiamo trovato ucciso elassassino lanno preso capo 2 giorni e per nome si chiama antonio pucci e io ne oavuto morto dispiacere della nostra cugina che sarà rimasta con 4 figli; avoi caro patre vi prego de ci avere un po di carità. Non mi resta che dire saluti a nostra famiglia, doppo saluto avoi da vero cuore e vi cerco la S.B. e sono tuo figlio aff
Francesco Siciliano
La notizia si diffonde in men che non si dica e lascia nella disperazione la povera Peppina Zagotta, rimasta tragicamente vedova a 31 anni con quattro figli piccoli da mantenere, non sa più come. Per questo, il 24 agosto va a denunciare il fatto ai Carabinieri di Celico:
- Io sono rimasta così vedova con quattro bambini minorenni, il primo dei quali ha appena 11 anni e chiedo che la giustizia mi protegga. Sono una povera disgraziata senza beni di fortuna e mi querelo contro il Pucci Antonio, riservandomi contro di lui l’azione civile.
Contrariamente a quanto avvenuto per altri delitti commessi all’estero, questa volta non viene intrapresa alcuna iniziativa tendente ad assumere informazioni ufficiali in merito e, cosa ancora più strana, nessun’altra lettera privata con informazioni sull’eventuale processo a carico di Serafino Pucci viene mostrata agli inquirenti, i quali si preoccupano soltanto di verificare se l’assassino  sia o meno rientrato in Italia.
Secondo la madre del povero Francesco Palmieri, Pucci alla fine del 1906 sarebbe ancora detenuto negli Stati Uniti, ma temo che venga liberato con danari, aggiunge.
Poi più nulla.[1]

PROSSIMAMENTE A TEATRO



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 12 agosto 2018

CIELO, MIO MARITO!


È il 26 luglio 1952 quando Isidoro Brunetti bussa alla porta di Giuseppe Mango in via Cairoli 45 a Rossano per recapitargli una busta rossa che il portalettere ha lasciato nel suo negozio. La cosa strana è che sulla busta è ripetuto più volte l’invito a consegnarla alle propie mani del destinatario, anzi il mittente, che non figura sulla busta, invita proprio Isidoro a fare quanto richiesto. Quando Peppino Mango rientra in casa e apre la busta, l’afa della giornata estiva si trasforma in gelo. Con un filo di voce chiama sua moglie Giuseppina e le dice di ascoltare ciò che dice la lettera
Caro Peppino Mangano
Fai attenzione.vostra moglie vi tradisce. Caruso Domenico è il suo amante. Tutto il tuo vicinato lo sa. A Santa Maria delle Grazie lo sanno.
Al trappeto di Gennaro Fortunato lo sanno tutti gli operai compreso il padrone.
A Rossano lo sanno tutti i tuoi conoscenti.
Domenico non ha colpa. La colpa e di tua moglie che la preso a forza.
Tutti vi chiamano cornuto.
Dicono che voi stesso lo sapete
Però tua moglie pagherà il peccato di avere fatto perdere la testa al giovane
Peppino è un uomo d’onore, quindi molto geloso ed è tentato di credere a quanto ha appena letto, ma sapendo che la moglie è ammalata da molto tempo e semi-paralitica al braccio e gamba destra, vuole dare fiducia ai mille giuramenti che Giuseppina gli fa. I due parlano molto di questa brutta faccenda e giungono alla conclusione che a scrivere la lettera possono essere stati solo i loro vicini, il diciassettenne Pasquale e sua madre Giuseppina. Così vanno dai Carabinieri a sporgere formale querela. Ma seppure facciano i nomi dei due la denuncia è contro ignoti. A loro volta i due sospettati denunciano i coniugi Mango per violenza privata perché, così dicono, sarebbero stati minacciati per confessare di essere gli autori della lettera.
Giuseppina, per rafforzare la sua riaffermata fedeltà coniugale, convince il marito ad acquistare una rivoltella calibro 7,65 con la quale, gli giura, sarà pronta a farsi giustizia da sola se la Legge non punirà i colpevoli della diffamazione. Poi i due prendono un’altra radicale decisione: licenziare Domenico Caruso che lavora come bracciante agricolo in un fondo di Peppino.
- La gente parla e tu te ne devi andare da qui e ti avverto: non avvicinarti più alle mie proprietà e né tampoco attraversarle per motivi di lavoro. Ci siamo capiti?
- Don Peppì, vi giuro che mai tra me e vostra moglie c’è stata relazione alcuna se non una semplice amicizia… don Peppì, se mi ammazzate, ammazzate vostro figlio
- Ci siamo capiti? – ripete Peppino
Ma nonostante le rassicurazioni della moglie e del presunto amante, la gelosia morbosa di Peppino Mango si fa largo nella sua mente e comincia a notare cose a cui non aveva mai fatto caso prima. Per esempio nota che Domenico, passando nelle vicinanze di casa Mango mentre va a lavorare, canta a squarciagola
- Vedi che ti fa la serenata… – dice in tono di rimprovero alla moglie
Peppino si accorge anche che Domenico non esegue affatto l’imposizione di non passare nelle sue proprietà e sembra che glielo faccia apposta per farlo inquietare. Una mattina si nasconde nelle vicinanze di un sentiero e sorprende Domenico che passa dal fondo di contrada Pizzuti, molto vicino alla casetta di campagna dove spesso si trasferisce con moglie e figli
- Micù… ti ho già avvisato… mò basta. La prossima volta sarà l’ultima
Domenico nemmeno gli risponde, fa spallucce e continua per la sua strada. Questa tiritera va avanti per un paio di anni, poi nel maggio 1954 un amico di Peppino lo avvicina e gli racconta qualcosa che rinfocola la brace che cova sotto la cenere: la relazione tra Giuseppina e Domenico è vera e continua nonostante tutto. L’amico aggiunge anche che il giovedì di quella settimana Domenico non è andato a lavorare, quindi…
Mango è furibondo. Quella domenica si mette in appostamento nelle vicinanze della sua abitazione di campagna, dicendo alla moglie che sarebbe andato a Rossano. Vede passare Domenico Caruso che, forse, lo intravede in atteggiamento sospetto e, facendo finta di niente, se ne va. Però Giuseppina non sa nulla di questo teatrino e dopo un po’ che suo marito è partito esce nel cortile e, con la scusa di ramazzare il piazzale, si allontana portandosi su di una collinetta poco distante da dove osserva il fondo stradale.  Giuseppina, con la scopa in mano e le mani alla cintola, fischia per due volte a lungo in modo silenzioso come se fosse un richiamo e subito dopo pronuncia la parola “Sola”. Poi rientra in casa. Passano pochi minuti e la donna torna sullo stesso posto di prima e con voce regolare dice “Dove sei?”. Peppino resta appostato fino a mezzogiorno e poi, non avendo notato altri movimenti sospetti, torna a casa, prende il fucile quasi deciso ad ammazzare la moglie ma ci ripensa perché capisce di non poter comprovare quanto di verità esiste in tale relazione. D’altra parte non può rassegnarsi al comportamento strano della moglie, così prende la rivoltella che Giuseppina gli ha fatto comprare, gliela punta alla tempia e la costringe a scrivere un biglietto: “Io Stella Giuseppina lascio libero da ogni impegno mio marito Mango Giuseppe perché gli ho mancato l’onore in quanto sono stata da lui sorpresa con Caruso Domenico”. Forte di questa dichiarazione la caccia di casa e la rispedisce con i tre figli a Longobucco dove vivono i familiari, ma dopo un paio di mesi questi costringono Giuseppe a riprendersi la moglie, rimproverandolo perché non era possibile che la loro congiunta avesse fatta un’azione simile.
Rimasti da soli in casa, Giuseppe le detta le sue condizioni
- Fila dritto e se lontanamente mi accorgo di un altro tuo strano comportamento ti ammazzo!
Poi, per dimostrarle la sua buona volontà di fare ritornare la pace e la tranquillità in famiglia, strappa la dichiarazione estortale.
Passano un altro paio di mesi durante i quali Giuseppe non nota niente di strano e quasi quasi pensa di essersi sbagliato.
È fine agosto, il tempo di fare la conserva di pomodori. All’alba del 23 agosto Giuseppina sta infornando il pane nella casetta di campagna
- Peppì, il pane toglilo tu dal forno che io vado a Rossano con i bambini e facciamo i pomodori. Dormiamo a casa lì e domani torniamo…
- Vai domani che è meglio
- No, è meglio oggi così ci sbrighiamo e domani mattina torniamo e ti aiuto in campagna
- E va bene… però vai dalla mulattiera che è più breve – Giuseppe nel dire questo ha una specie di premonizione: farla andare per la mulattiera è meglio perché lungo la carrozzabile potrebbe incontrare Domenico Caruso che passa con la sua Lambretta
- No… mi trovo meglio dalla carrozzabile, è più piana…
- Giuseppì, fai come vuoi, non mi ascolti mai! – poi bestemmia e torna a zappare
Dopo cena Giuseppe si affaccia alla finestra per fumare una sigaretta. La sua attenzione viene attirata dalla luce dei fanali di un’automobile che, uscendo dalla curva sulla carrozzabile in prossimità della casa, illumina sinistramente il paesaggio. Passati nemmeno un paio di minuti, un puntino luminoso si affaccia dalla curva. È una bicicletta che arranca per la via, salendo verso Rossano. “Micuzzu Caruso” pensa Giuseppe che, folgorato dalla sua ossessione, getta la cicca, carica la rivoltella e si incammina al buio verso Rossano.
Arrivato nei pressi della sua casa in Via Cairoli si mette in appostamento sopra la loggetta dell’abitazione della sorella che guarda di sbiego la sua casa. Dopo un po’ vede passare e ripassare in quei pressi proprio Domenico Caruso e questo per accertarsi se vi era persona che lo potesse notare. Dopo aver percorso per ben tre volte il giro tra via Cairoli e via Colonna S. Isidoro, Caruso si appiattisce contro il muro proprio sotto la loggetta dove è Giuseppe, scruta tutto intorno senza accorgersi della presenza del suo rivale proprio sopra di lui, spicca un salto e si porta sul pianerottolo della casa di Giuseppe. Bussa in un modo strano, la porta si socchiude e Domenico entra.
Giuseppe ha gli occhi fuori dalle orbite, scende precipitosamente le scale della loggetta e sale i gradini fino alla porta di casa sua, poi picchia violentemente sul legno
- Apri! Apri subito puttana maledetta ed esci fuori!
Nessuna risposta. Dopo varie insistenze senza risultato, Giuseppe sferra un potente calcio all’infisso che cede. Adesso è sulla soglia e urla
- Uscite fuori tutti e due!
- Vai a chiamare i Carabinieri perché mi prendano – risponde Caruso che resta nascosto temendo per la propria vita
- Non c’è bisogno dei Carabinieri che adesso te lo faccio vedere io! – intanto sulla strada si è formato un gruppetto di curiosi, usciti dalle proprie case alle prime grida. Giuseppe, davanti a tutti quei testimoni non ha più scelta e dice rivolto ai presenti – Lo avete sentito? In casa mia con mia moglie c’è Domenico Caruso – poi ordina alla moglie di accendere una candela e quando la donna ubbidisce entra nella casa dove regna il silenzio terrorizzato di Giuseppina e Domenico. Senza titubanza, punta l’arma contro l’uomo e gli dice – Chi ti porta addosso ti strascica – poi fa fuoco due volte. I lamenti di Domenico cominciano a udirsi non appena il rimbombo dei colpi svanisce.
Adesso la rivoltella è diretta contro Giuseppina
- Mò mi ci caccio i capricci, Giuseppina hai visto che mi hai fatto? Questi erano i giuramenti? Vedi che quanto si diceva risponde a verità? – e sputa altri due proiettili. La donna cade a terra senza un lamento. Giuseppe ha un solo altro colpo a disposizione e, credendo morta la moglie, si avvicina al rivale che sta rantolando
- Ancora non sei morto? – urla mentre gli spara l’ultimo colpo alla testa ma quello ancora non muore. A questo punto irrompono in casa alcuni vicini che trascinano via Giuseppe il quale, però, riesce a divincolarsi correndo di nuovo verso l’avversario mentre toglie di tasca un coltello a serramanico e, prima che riescano a bloccarlo di nuovo, vibra una potente coltellata al collo di Domenico per scannarlo.
Alle 22,45 del 24 agosto 1954 gli Agenti di P.S. Leoluca D’Amico e Giovanni Sala stanno effettuando il loro turno di perlustrazione quando sentono le prime due detonazioni. Giusto il tempo di capire da quale zona provengano ed ecco le altre due detonazioni. Si, sicuramente vengono dalla zona di via Cairoli. I due non perdono tempo e si mettono a correre in quella direzione.
L’Agente Vincenzo Cataldo invece è fuori servizio e sta passeggiando dalle parti di via Cairoli quando sente i colpi provenire da poche decine di metri. Anche lui si mette a correre e arriva proprio mentre i presenti stanno trascinando via per la seconda volta Giuseppe Mango
- Polizia! – urla estraendo il tesserino. Giuseppe lo guarda, sorride soddisfatto e gli dice
- Eccoli, sono contento di ciò che ho fatto… non abbiate paura chè non scappo
In questo momento arrivano anche gli altri due Agenti che ammanettano Giuseppe e lo portano al Commissariato, mentre Cataldo si fa accendere una candela e va a vedere i feriti, o forse i morti perché non si sentono lamenti. Lo spettacolo è raccapricciante, ma per fortuna tutti e due respirano e vengono subito portati in ospedale.
Giuseppina è la meno grave avendo riportato una ferita alla guancia sinistra con ritenzione del proiettile nella regione mandibolare sinistra e frattura della mandibola e un’altra ferita alla regione soprascapolare sinistra. Se la caverà in un paio di mesi, ma è chiaro che suo marito ha sparato con l’intenzione di ucciderla.
Domenico invece è in imminente pericolo di vita per avere riportato una ferita al cranio penetrante in cavità con fuoriuscita di sostanza cerebrale, un’altra ferita penetrante nell’addome con lesione dell’ametito gastrocolico e del rene destro e, infine, una ferita da punta e taglio nella regione latero cervicale sinistra con lesione dell’esofago. Un miracolo che sia ancora vivo e un miracolo ancora più grande che riesca anche a rispondere a qualche domanda del Sostituto Procuratore Franco Sconza il quale, fatti uscire tutti i malati della camerata, ascolta le prime, stentate parole
- Colla Stella Giuseppina e con il marito non eravamo più amici dal luglio 1953 per una lettera anonima da essi ricevuta e che accusava me e la Stella di una tresca amorosa… verso le 19 mi recai in un salone per farmi barba e capelli, dopo andai al Supercinema e verso le 21,30 mi ritirai a casa. Passando davanti la casa della Stella la vidi sulla porta ed essa mi invitò ad entrare dicendo di volermi parlare. Ero appena entrato e la Stella stava chiudendo la porta quando sentimmo un colpo contro la porta stessa. La Stella cercò di chiuderla ma sopraggiunse fulmineamente il marito e la spalancò. Io mi sentii raggiungere da colpi di pistola, poi mi pare che il Mango sparò pure contro la moglie… non ricordo altro
- Cosa ti stava dicendo la Stella?
- Non aveva cominciato a dirmi ancora che cosa volesse nel momento in cui sopraggiunse il marito
- Avevate una relazione adulterina?
- Non ho mai avuto rapporti carnali con la Stella… questa diceria però era molto diffusa ma io sono innocente
- Ma se eravate nemici, perché sei entrato in casa della Stella e a quell’ora di notte?
- Pure essendo nemici, ieri sera entrai ugualmente in casain casa della Stella per sapere cosa volesse dirmi… non ho pensato che fosse cosa grave entrare a quella ora in casa di una donna maritata e sola… – poi sviene
Anche Giuseppina, nonostante il proiettile conficcato nella mandibola fratturata risponde alle domande del Sostituto Procuratore e le sue dichiarazioni sono stupefacenti
- Quando ci arrivò la lettera anonima e mio marito licenziò Caruso, anche io ero d’accordo, restammo nemici, ma Caruso passava sempre vicino a casa nostra e ciò insospettiva e indispettiva vieppiù mio marito il quale fece capire al Caruso che non doveva passare per quella strada, che del resto era privata. Il Caruso da allora, forse per dispetto, cominciò a circuirmi, proponendomi ripetutamente di andarmene a convivere con lui. Io opposi sempre reciso rifiuto. Un giorno del giugno corrente anno, verso le 3 e mezzo del mattino, essendo uscito mio marito con due dei nostri tre figli per andare al lavoro, sentii bussare alla porta di casa. Mi alzai e domandai chi fosse. Mi fu risposto: “apri”. Credendo che fosse mio marito, aprii ma mi trovai davanti il Caruso il quale mi abbracciò e baciò, proponendomi di fuggire con lui. Io mi rifiutai e tentai di riparare sopra, sperando di chiudermi nella stanza da letto ma il Caruso mi raggiunse, mi strascinò a forza sul letto dove si congiunse carnalmente con me. dopo essersi sfogato si allontanò dicendomi ancora una volta di andare a vivere con lui. Dopo di ciò mi vestii e mi affacciai alla finestra quando vidi la madre del Caruso venire verso la porta di casa mia. Io scesi ed uscii fuori. La donna mi si fece incontro dicendomi che voleva parlare con mio marito, essendo a conoscenza che poco prima il figlio era stato in casa mia. Io sulle prime negai e poi finii con l’ammettere il fatto, narrandone i particolari. La Caruso allora mi consigliò di andarmene con il figlio o dai miei fratelli a Longobucco perché temeva che un giorno o l’altro sarebbe successo qualcosa di grave. Io le dissi che non intendevo lasciare mio marito e la mia casa. Domenica 22 scorsa, mentre mio marito era a Rossano, io stavo raccogliendo dei fichi in campagna vicino l’abitazione, quando si presentò il Caruso che mi propose ancora una volta di andarmene con lui, minacciandomi che avrebbe rivelato tutto a mio marito. Io mi rifiutai ed il Caruso si allontanò rinnovando la minaccia. Ieri mi avviai verso Rossano con i miei figli e cammin facendo mi vidi raggiungere e sorpassare dal Caruso in motocicletta. Continuando il cammino avevo pensato di fermarmi al botteghino di Converso per prendere un’aranciata ma visto che vi era seduto il Caruso, tirai dritto. Sospettai di essere pedinata e pensai che il Caruso avesse intenzione di sorprendermi nuovamente sola in casa mia. Quando arrivai a casa, notai lì vicino l’ombra di un uomo fermo ma non ebbi sospetti. Entrai e chiusi la porta solo nella parte inferiore. Mio figlio accese una candela, quindi andai a chiudere la porta e mi misi a letto con i bambini. Dopo un poco sentii un piccolo colpo di pietra contro la porta, mi alzai ed in sottana mi avvicinai alla porta aprendola nella parte superiore per vedere chi fosse. Come aprii mi trovai davanti il Caruso il quale si introdusse in casa. Non ebbe il tempo di chiuderla perché sopraggiunse mio marito
È possibile?
Qualche giorno dopo, migliorate le sue condizioni, Domenico ammette di avere fatto sesso con Giuseppina, ma la smentisce
- Io ebbi più volte relazioni carnali con Giuseppina Stella, in seguito ad una simpatia per me sorta in lei. Un giorno, non ricordo se verso la fine del 1951 o i principi del 1952, trovandomi in casa sua, mi disse di avvicinarmi a lei e fu allora che avemmo il primo contatto. Dopo la lettera anonima restammo nemici ma Giuseppina non cessò di mostrarmi la sua simpatia facendomi segni e proponendomi di andare a casa sua nell’assenza del marito. Io però avevo paura e non aderivo alle sue proposte. La sera del fatto non avevo alcun appuntamento con lei, la vidi vicino alla porta di casa sua in Rossano e, vedendomi passare mi chiamò e mi fece entrare
La frittata è cotta. Secondo il Pubblico Ministero
I due amanti, interrogati prontamente in Ospedale dal Magistrato, pure attraverso contraddizioni e divergenze facilmente spiegabili, ammettevano, in definitiva, la loro relazione amorosa, pur negando che quella sera si fossero dati convegno. La Stella, evidentemente spinta dal desiderio disperato di salvare almeno in parte il suo onore, peraltro irrimediabilmente perduto, dichiarava di avere una sola volta avuto contatto carnale con il Caruso, tentando di mascherare la sua compiacenza e l’adulterio con un preteso atto di violenza che avrebbe subito. Per quanto, poi, l’uno e l’altra neghino di avere concertato il convegno notturno del 24 agosto, molti elementi autorizzano a ritenere documentato il motivo effettivo di quell’incontro e la sua preordinazione consensuale. L’avere il Caruso seguito con la moto la Stella sulla strada di Rossano, l’essersi a tarda ora presentato alla porta della sua casa, l’avere ottenuto d’entrarvi e di rinchiudervisi sono circostanze sufficienti per dimostrare l’intesa adulterina.
Tutto questo va bene per dimostrare l’adulterio, ma come è vista la situazione processuale di Giuseppe Mango il quale ha sicuramente sparato per uccidere sia la moglie che l’amante e non essendoci riuscito ha infierito a colpi di coltello su Domenico Caruso?
Il marito tradito nel momento in cui scopre l’infedeltà e l’adulterio esce dalle tenebre in preda all’emozione e spara decisamente per uccidere. Vuole ammazzare gli amanti, vuole fare giustizia sommaria. Lo dichiara apertamente alla Polizia ed al Magistrato, lo confessa e dice anche di non avere più sparato contro la moglie credendola morta. dice di essersi scagliato contro il Caruso per recidergli la gola dopo avere esauriti tutti i colpi. Se non lo avesse confessato, la volontà omicida si sarebbe egualmente desunta dall’arma adoperata, dalle modalità dell’aggressione, dalle parti vitali prese di mira, dalla reiterazione dei colpi e soprattutto dalla spiegazione logica del fatto, cioè dalla comprovata ed indiscutibile causale del delitto. volontà omicida che va riconosciuta non solo in danno del Caruso, ricoverato in fin di vita e salvato per miracolo dai vari e difficili interventi chirurgici , ma anche in danno della Stella Giuseppina, l’adultera, malgrado la minore gravità delle ferite riportate, giacché i colpi per lei eran diretti in sedi vitali e la donna, prima ancora dell’amante doveva pagare, nelle intenzioni del marito tradito, la vergogna ed il disonore. L’evento morte, malgrado tutto, non si verificò per cause non dipendenti dalla volontà del Mango. Se non vi fosse stata un’apposita disposizione di legge, se il legislatore non avesse riconosciuto la presenza nell’uomo di passioni, di sentimenti ed anche di istinti che spesso meritano tutela e talvolta per lo meno comprensione, se la coscienza sociale non avesse reclamato ed imposto, per taluni delitti, una “causa di onore” [art. 587 c.p. poi abrogato dall'art. 1, L. 5 agosto 1981, n. 442. Nda] per abbassarne il rilievo e ridurne la pena, non si sarebbero negate al Mango tutte le possibili attenuanti. Il legislatore riconosce che l’uomo, spinto dall’ira dell’offesa ricevuta e nell’immediatezza del tradimento, possa reagire credendo di difendere sé stesso, i suoi figli, la sua casa con un atto di forza ed un lavacro di sangue che la società, tuttavia, non può ritenere legittimi; e dice che chi agisce in tali condizioni e per tali motivi merita, si, una pena, ma diversa, speciale e minore.
È con queste impostazioni che viene chiesto il rinvio a giudizio per Giuseppina Stella con l’accusa di adulterio, per Domenico Caruso con l’accusa di correità in adulterio e violazione di domicilio aggravata e per Giuseppe Mango con l’accusa di tentato omicidio continuato per causa di onore e di porto abusivo di pistola.
La richiesta è accolta dal Giudice Istruttore e il dibattimento assegnato alla Corte d’Assise di Rossano.
Il 6 maggio 1955 la Corte dichiara gli imputati colpevoli dei reati loro ascritti e condanna Giuseppe Mango a 8 mesi e 5 giorni di reclusione e 5 giorni di arresti; Giuseppina Stella a 8 mesi di reclusione e Domenico Caruso a 1 anno di reclusione.
Solo Domenico Caruso ricorre in appello, ma il ricorso viene rigettato per non avere presentato i motivi entro i termini di legge.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.