martedì 11 dicembre 2018

L'INVIATO DI DIO


Il ventunenne Vincenzo Buda di Oppido Mamertina sta facendo il servizio militare e torna a casa in licenza. È la metà del mese di luglio del 1919. Riabbracciati i familiari e sinceratosi delle condizioni di salute della sua sorella minore Serafina, a letto ammalata, esce a va a salutare gli amici nella solita cantina
- Aspetta! – lo ferma l’altra sorella Evelina – ti devo dire una cosa importante – Vincenzo, sbuffando, torna indietro – Andiamo nell’orto così non ci sente nessuno…
- Ma non puoi dirmela dopo? – protesta, mentre apre lo sgangherato cancelletto di legno che immette nell’orto
- No, adesso
- Allora sbrigati che ho fretta!
- Ecco… Serafina… Serafina… – esita non trovando le parole giuste
- È grave? – chiede Vincenzo facendosi serio
- Peggio! È in relazioni illecite col parroco!
- Cosa? Non ci credo!
- Eppure è così… ho trovato due frammenti di una lettera del prete nei quali si accennava a “coito”!
- Me ne accerterò… – dice, molto impressionato per tal fatto. Poi rientra in casa dimenticando gli amici
E come fare per accertarsene? Aspettare che il prete torni a casa Buda per confessare Serafina, nascondersi e vedere cosa succede. Non ci vorrà molto tempo perché Serafina, isterica al sommo grado e giacente da parecchio tempo a letto, è invasa da mania religiosa, per cui sentiva il bisogno di confidar tutto al suo confessore, che riteneva un inviato di Dio.
Nel pomeriggio del 19 luglio 1919 il sacerdote Giovanni Sposato si reca, come di consueto, in casa Buda, in Oppido Mamertina, per ricevere la confessione della signorina Serafina Buda, degente a letto.
Vincenzo sta andando a Varapodio dove è stato invitato ad una festa, quando qualcuno gli dice di aver visto il prete bussare alla porta di casa sua. Al diavolo la festa, Vincenzo torna di corsa a casa dove trova due vicine e, dopo aver fatto loro constatare attraverso un buttaluce ciò che il prete facesse con la Serafina, si mette ad osservare egli stesso.
Serafina è riversa sul letto con gli occhi semichiusi e il petto alquanto scoperto perché le coperte erano spostate in giù, mentre il prete stava vicino fermo. Dopo pochi secondi il prete porta la mano destra sulla fronte di Serafina e la sinistra sotto la testa di lei; poscia porta la destra sulle parti genitali di lei, sulle coperte però, e si dà a dare ripetuti colpi con le dita.
A Vincenzo, vedendo la sorella scamiciata e il prete in quell’atteggiamento, viene in mente la parola “coito” e perde la testa. Corre nella sua camera, prende il fucile e torna verso la stanza del fatto. Apre violentemente la porta, Serafina urla e don Giovanni si gira di scatto, bianco in viso. Davanti a lui, in primo piano, ci sono i due occhi neri delle canne del fucile; più indietro Vincenzo rosso di rabbia che, uno dopo l’altro, tira i due grilletti dell’arma. Don Giovanni cade a terra senza un lamento e Vincenzo scappa portandosi dietro il fucile ancora fumante.
Arrivato sul posto, il Pretore non può che constatare la morte di don Giovanni, poi raccoglie le querele dei fratelli del sacerdote, Mariantonia e Giuseppe, i quali insistono molto sull’ipotesi della premeditazione. Anzi, per rafforzare questa tesi, querelano anche i genitori di Vincenzo, Luigi Buda e Fortunata Morizzi, e lo zio materno Giuseppe Morizzi, siccome coloro che, ciascuno per la sua parte, avrebbero eccitato in Vincenzo Buda la risoluzione di commettere l’omicidio, facilitandone l’esecuzione prestandogli aiuto prima e durante il fatto e fornendogli i mezzi per commetterlo. Al momento non ci sono che voci a suffragare questa ipotesi, ma poi, indagando, gli inquirenti cominciano a sospettare che Evelina Buda e suo zio Francesco Pandolfini avevano specialmente concorso alla perpetrazione del misfatto. Il motivo dei sospetti? Pare che tra costoro esistesse una tresca illecita e che Serafina Buda, venutane a conoscenza, avesse fatto le debite rimostranze alla sorella, interessando anche lo Sposato perché avesse interposto i suoi buoni uffici di direttore spirituale per farla cessare. Da qui l’odio di Evelina, la quale, coadiuvata dallo zio Francesco, avrebbe fatto al fratello Vincenzo le rivelazioni sugli incontri tra Serafina e don Giovanni, togliendo pretesto da alcune lettere che, effettivamente, lo Sposato aveva indirizzato a Serafina, in un frammento delle quali alcuni testimoni dichiarano di aver letto chiaramente: “Fatemi sapere se siete ancora malata … ché quando vengo dobbiamo fare il coito”. Nelle lettere sequestrate questo frammento non c’è e, anzi, dalle varie lettere alligate in atti e indirizzate dallo Sposato alla sua filiana spira tutto un sentimento mistico e nelle quali non vi è neppure l’ombra più lontana che accenni al peccato.
Come è mai possibile,  si chiedono gli inquirenti, che Don Giovanni, persona di specchiata moralità, tutta compresa dai doveri del suo ministerio di parroco, che non rifiutava mai consigli quando ne veniva richiesto, avesse scritto in altra lettera di cui, secondo si assume, fu rinvenuto un solo frammento, le parole peccaminose? La risposta è affidata alla logica del buon senso: Bisognerebbe per lo meno credere che tutte le altre lettere avessero la maschera dell’ipocrisia e dell’inganno ed in tal caso non sarebbe neppure verosimile che un uomo cotanto astuto avesse avuto la dabbenaggine di mettere in iscritto parole tanto chiare che lo avrebbero potuto seriamente compromettere, tanto più in quanto quelle lettere erano abitualmente recapitate per mezzo di terze persone e potevano non pervenire direttamente alla destinataria. La cosa sa molto di favola. Guarda caso, osservano gli inquirenti, tra tutte le lettere proprio quella fatale è andata smarrita, come smarrito è anche il frammento incriminato.
Viene seguita anche un’altra pista: Serafina sarebbe spesso assalita da stimate della carne e il prode Sposato, credendo in ciò una tentazione del demonio, consigliò qualche rimedio per attenuare quegli stimati come, ad esempio, le applicazioni sui genitali di pannolini bagnati di acqua fredda. Ma pare che la Serafina avesse ripugnanza di toccarsi e il prete le consigliò in una lettera, di calzare un guanto ed è forza ritenere che, per allontanare quella che lo Sposato riteneva tentazione diabolica, egli stesso, vincendo ogni ripugnanza, le abbia qualche volta applicato il rimedio, specie quando la Serafina veniva assalita da attacchi convulsivi. Beh, anche questa sembra una favoletta ma spiegherebbe ciò che hanno visto le due donne e Vincenzo spiando dal butta luce, a meno che qualcuno, la favoletta, non l’abbia costruita ad arte per coprire lo scandalo.
Così stanno le cose e nei guai finiscono tutti i parenti di Vincenzo, ma poi si fanno avanti alcune ragazze che dicono di essere state in casa Buda la mattina del 19 luglio 1919 ma di essere state mandate via da Evelina, la quale disse loro di andarsene perché sarebbe venuto il fratello per uccidere il prete. Queste nuove notizie aggravano la posizione della ragazza e al contrario, se interpretate nel modo giusto, potrebbero alleggerire quella dei genitori e dello zio Giuseppe Morizzi.
La Sezione d’Accusa smentisce tutte le ipotesi investigative e, semplicemente, ritiene che non ci siano elementi sufficienti contro i genitori e lo zio Giuseppe Morizzi, i quali vengono prosciolti. Viene esclusa la premeditazione perché nessun elemento concorre per poterla sostenere. La determinazione di Vincenzo Buda fu indubbiamente istantanea e se al seguito del racconto della sorella Evelina pensò alla possibilità della vendetta, è certo che in concreto nessuna proposta da attuare formò perché ancora si era nel periodo del dubbio e occorreva ancor prima la prova della realtà di quanto gli era stato accennato.
Con queste parole è logico che anche Evelina e lo zio Francesco Pandolfini siano prosciolti e ad affrontare il processo presso la Corte d’Assise di Reggio Calabria resta solo Vincenzo Buda.[1]
E, in fondo, questo è ciò che tutti auspicavano per salvare la memoria di don Giovanni, che curava le stimmate pelviche di Serafina, opera del demonio.



[1] ASCZ, sezione di Lamezia Terme, Corte d’Appello di Catanzaro, sentenze della Sezione d’Accusa.

domenica 9 dicembre 2018

IL SOGNO SPEZZATO DI RITA


È l’estate del 1942 e a Torano Castello fa molto caldo.
- Zia Marì… sono disperato… aiutatemi… – Vincenzo De Paola si presenta a casa Maria Sabato, zia acquisita per avere sposato il fratello di suo padre. È sanguinante e accanto a lui c’è una bicicletta semidistrutta.
- Vincenzì che ti è successo?
- Sono caduto dalla bicicletta… ma non è questo il problema più grave…
- Entra e raccontami… Rita! Rita! Porta delle pezze e dell’acqua pulita – ordina a sua figlia
- Insomma… – comincia a raccontare il giovanotto – lo sai che ho una donna…
- Faustina?
- Si, lei… ora mamma si è messa in testa che non la devo vedere più, che è uno scandalo, che i miei figli sono uno scandalo e mi ha cacciato di casa… sono disperato, non so dove andare e adesso pure queste brutte ferite ci mancavano!
- E si, sono proprio brutte! Rita, vai a chiamare il medico. Tu – dice al nipote – adesso ti metti a letto e quando sarai guarito se ne riparlerà, nel frattempo tua madre si sarà calmata!
Maria Sabato ha ragione, una volta guarito, Vincenzo torna a casa sua, ma il breve periodo di tempo trascorso in casa di detta zia fu per lui sufficiente perché avesse rapporti carnali con la Rita la quale, poco tempo dopo, restò incinta da lui. I due si amano, non ci sarebbe alcun problema se non che la regolarizzazione di tale situazione non poteva avvenire per la opposizione della madre del De Paola, Elena Lanzillotta, la quale ostacolava le nozze.
Che fare? Rita potrebbe abortire clandestinamente come si è sempre fatto, ma la creatura che porta in grembo è il frutto del suo amore e non vuole perderlo, anche a costo di sommare lo scandalo allo scandalo. Così i due cugini, giorno dopo giorno, si convincono sempre di più che l’unica soluzione possibile per risolvere il problema è quello di scappare insieme e cominciare una nuova vita in un altro posto. Come faranno a vivere? Vincenzo è un valente fabbro, a Torano ha anche un’avviata officina, e Rita ha imparato a cucire. Il lavoro non potrà mancare.
È la sera del 18 dicembre 1942, la sera della fuga. Rita, che nei giorni passati ha messo da parte le poche cose del suo corredo in un sacco, è pronta. Apre la sua borsetta, ci mette dentro alcuni bottoni, possono sempre servire, un ago e un metro da sarta, le serviranno per lavorare. Dormono tutti, li guarda tutti con amore e gli occhi le si fanno lucidi. Basta, è ora di andare; indossa il cappotto, apre la porta senza fare rumore ed esce nel buio. Poi si gira a guardare la casa dove è cresciuta, pensa che se ci fosse stato il padre forse sarebbe stato tutto diverso. Se ci fosse stato il padre che se ne è andato in Brasile, abbandonandoli. Asciuga una lacrima col dorso della mano, poi prende il sacco che aveva nascosto nel basso e va all’appuntamento con Vincenzo senza più voltarsi indietro.
Rita arriva davanti all’ufficio postale di Torano e aspetta qualche minuto nascosta l’arrivo di Vincenzo e del suo aiutante di bottega, Antonio Mortale o, come lo chiamano tutti, Totonnu ‘u ‘mpacchiatu, il quale ha l’incarico di precederli fino a che non saranno usciti dal paese per avvertirli della presenza di qualcuno lungo la strada e poi di seguirli una volta usciti dal paese, per avvisarli se qualcuno li segue.
Rita abbraccia con trasporto il suo amato, ma lui, molto nervoso, quasi l’allontana, insistendo per avviarsi immediatamente. La notte è fredda e lo spicchio di luna crescente non aiuta il loro cammino.
È la mattina del 19 dicembre 1942, Maria si alza e non trova nel letto sua figlia Rita. Sospetta che sia scappata di casa e la va a cercare. La prima persona a cui chiede è Totonnu ‘u ‘mpacchiatu
- Totò, sai dov’è Rita? L’hai vista?
- No, né so dov’è e né l’ho vista…
Poi va a casa del nipote Vincenzo. Se lui non c’è vuol dire che sono scappati insieme
- Vincenzì, dov’è Rita?
- Non lo so zia Marì…
- Ohi madonna mia! – il dubbio che per la vergogna della gravidanza abbia potuto fare una sciocchezza comincia a farle scoppiare la testa
Poi arrivano i Carabinieri di Montalto Uffugo.
La mattina del 19 dicembre 1942 in contrada Mascari di Torano Castello fu rinvenuto il cadavere di una giovane donna, identificata per la ventenne Rita De Paola. Il cadavere fu trovato accanto, o meglio alla distanza di un metro circa da una pianta di fichi; non fu notato alcun disordine nell’abito che indossava; aveva le gambe completamente distese, le braccia alzate verso la testa, le dita delle mani ripiegate contro il palmo; accanto, e precisamente a trenta centimetri, vi era una borsetta aperta da cui erano caduti alcuni bottoni. Si rilevò che una ferita, considerata da arma da fuoco dal medico che fu chiamato ad osservare il cadavere, esisteva alla regione destra del naso e si sospettò che il proiettile fosse penetrato nella scatola cranica; si sospettò che potesse anche trattarsi di suicidio. Nella borsetta c’è un borsellino con qualche lira, un metro e un ago da sarta. Poco discosta dal cadavere c’è una rivoltella con due colpi esplosi e altri quattro che hanno fatto cilecca perché di un calibro inferiore e adattati alla camera di scoppio con della carta.
Ma Maria Sabato ha notato qualcosa di strano nello sguardo di Vincenzo; poi, quando i Carabinieri perquisiscono casa alla ricerca di conferme, si accorge che manca il corredo.Non crede più al suicidio. Dopo l’identificazione della donna, si apprese dalla madre di essa che nella sera precedente aveva preso la fuga insieme con il cugino Vincenzo De Paola: si indirizzarono così le indagini e si accertò che tra costui e la Rita, da alcuni mesi erano corsi rapporti carnali, dai quali la donna era rimasta incinta.
Allora i Carabinieri vanno a prendere Vincenzo e lo interrogano
- Rapporti carnali? Ma quando mai! Io non avevo nessun motivo di scappare con mia cugina
La cosa puzza e Vincenzo passa la notte in camera di Sicurezza. La mattina seguente lo fanno sedere davanti al Pretore e accanto a lui c’è anche sua madre
- Vincè, dici al signor Pretore quanto ti risulta – il tono di Elena Lanzillotta è perentorio come al solito. E Vincenzo ubbidisce
- Siamo stati io e Totonno Mortale – Elena Lanzillotta sbianca in viso
- Perché?
- Per non sposarla dato che trovavasi in istato di gravidanza per opera mia
 Il Pretore non fa nemmeno in tempo a chiedergli come l’ha ammazzata, che Vincenzo ci ripensa e racconta tutta un’altra storia
- Rita, giunta insieme con me nel luogo in cui fu trovata morta, sentendosi stanca si distese per terra e mi chiese la rivoltella, se la puntò all’orecchio destro e si sparò un colpo, ma non essendo immediatamente morta, mi restituì la rivoltella pregandomi di sparare contro un altro colpo; io, avuta l’arma, esplosi un secondo colpo che andò ad attingere la detta alla regione del naso a destra – il Pretore è sconcertato, non gli era mai capitato un caso di omicidio di persona consenziente e forse nemmeno ci crede, ma continua a fare domande per chiarire meglio la posizione di Mortale e Vincenzo gli spiega perché si trovava con loro e aggiunge – la rivoltella me l’ha data Mortale che, dopo l’esplosione del secondo colpo, si avvicinò e mi domando: “è morta?”, io gli risposi di si e lui tornò indietro per la stessa strada lasciandomi solo
Un paio di giorni dopo i Carabinieri riescono a rintracciare Totonnu ‘u ‘mpacchiatu e lo interrogano
- Ho soltanto accompagnato i due cugini fino all’estremità dell’abitato di Torano
- La rivoltella gliel’hai data tu?
- No!
Quando tutti si stanno convincendo della veridicità del racconto di Vincenzo, il risultato dell’autopsia rimette tutto in gioco: nel cranio di Rita non ci sono proiettili, quei fori, frettolosamente osservati dal medico legale, non sono stati prodotti da proiettili ma da un corpo contundente. Ad ucciderla fu lo shock traumatico conseguente alla grave lesione all’osso nasale e frattura dello stesso prodotta da corpo contundente.  D’altra parte, l’ipotesi del suicidio “assistito” sarebbe dovuta essere scartata subito perché una ragazza di quasi venti anni che vuole suicidarsi non scappa di casa con il suo innamorato portandosi dietro il suo piccolo, modesto corredo, un ingombro del tutto inutile, e gli attrezzi per esercitare il proprio mestiere.
E allora come andarono realmente i fatti in quella maledetta notte? Secondo i risultati dell’autopsia Vincenzo la colpì in faccia, presumibilmente con il calcio di una rivoltella, e poi di nuovo sull’orecchio destro, così violentemente da perforare l’osso come se fosse stato colpito da un proiettile e da asportare parzialmente l’orecchio destro. Una morte orribile provocata con metodi altrettanto orribili.
- Ci hai detto un sacco di fesserie… non l’hai sparata, l’hai ammazzata con un corpo contundente appuntito
- Non è vero! Lei si è sparata e poi ha chiesto a me di spararle
Questa ostinazione convince il Giudice Istruttore della necessità di procedere alla riesumazione del corpo di Rita per procedere a nuovi e ancora più accurati accertamenti. In attesa dei risultati, ormai siamo nel mese di febbraio 1943, Vincenzo chiede di essere ascoltato dai Magistrati e fornisce una nuova versione dei fatti
- Eravamo sulla strada che porta alla stazione di Mongrassano e Rita cominciò a borbottare dapprima e ad inveire subito dopo… perciò mi irritai e tirai un pugno con la mano destra nella quale impugnavo la rivoltella. Rita, in conseguenza al colpo ricevuto cadde per terra e dopo circa mezz’ora cessò di vivere… nessun colpo di arma da fuoco è stato sparato… Totonno ci accompagnò fino alle ultime case del paese, facendo così ritorno
E l’orecchio strappato? E i due bossoli esplosi nella rivoltella? e gli altri quattro che qualcuno ha tentato di sparare ma hanno fatto cilecca? No, non è credibile, è solo un tentativo, maldestro, di avvalorare l’ipotesi dell’omicidio preterintenzionale e diminuire gli effetti della sua responsabilità. La cosa sorprendente è che Mortale, interrogato, fornisce la stessa versione. Evidentemente i due hanno avuto la possibilità di parlare tra loro in carcere e concordare questa nuova versione.
No, non è stato un delitto d’impeto, dettato dal presunto inveire di Rita o dalla sua incredibile richiesta di essere uccisa. No,  la verità, secondo gli inquirenti, è un’altra: Vincenzo De Paola ha ucciso con premeditazione sua cugina Rita perché non voleva sposarla dopo averla messa incinta, d’altra parte lo ha confessato l’imputato nel suo primo interrogatorio poi ritrattato. Resta solo da stabilire le modalità di questo barbaro omicidio.
 Intanto un nuovo sopralluogo effettuato sul luogo del delitto permette di ritrovare, conficcati nel terreno a poca distanza da dove era adagiato il corpo di Rita, due bossoli dello stesso calibro della rivoltella, quindi Vincenzo ha mentito quando ha detto che non erano stati sparati colpi di arma da fuoco. Ma i colpi non furono sparati contro Rita, la rivoltella fu adoperata come arma da fuoco in un secondo momento, dopo, cioè, che fu adoperata come corpo contundente. Rita fu colpita prima alla regione parietale destra con la parziale asportazione dell’orecchio e poi, con violenza inaudita, in faccia. Quindi Vincenzo tentò per ben quattro volte di sparare, senza riuscirvi, poii i due spari per simulare il suicidio. Le prove di questa ricostruzione vengono sia dalla nuova perizia necroscopica che non ha trovato tracce di polvere da sparo sulla pelle del viso di Rita e sia da una considerazione logica: come mai Rita, contro la quale suo cugino cercava ripetutamente di sparare senza riuscirci, non scappò? Non scappò perché colpita all’improvviso col calcio della rivoltella alla testa.
La volontà omicida è, secondo gli inquirenti, dimostrata dalla parte del corpo presa di mira, dal mezzo adoperato, la reiterazione dei colpi. E poi il segno rivelatore più preciso della volontà omicida dell’imputato si ha in quello che egli stesso affermò, sia pure sperando di poter fare attenuare la propria responsabilità: affermò, egli, nel suo primo interrogatorio di avere sparato contro la Rita per assecondarne il desiderio che aveva di avere stroncata la vita e di farla finita.
E Totonno Mortale? Non meno precisa e non meno completa è la prova del suo concorso nel delitto confessato dal De Paola. In tutti i momenti salienti dei rapporti tra Vincenzo De Paola e sua cugina Rita si incontra il Mortale. Aveva frequentato l’officina di fabbro del De Paola, amoreggiava con una parente del De Paola. Con il Mortale la Rita comunicò al cugino che era rimasta incinta. La lettera con la quale il De Paola fissò alla Rita il giorno in cui essi dovevano prendere la fuga fu scritta alla presenza del Mortale e fu da costui portata alla destinataria, la quale inviò la risposta a mezzo dello stesso latore. Nella sera della fuga fu il Mortale che informò il De Paola che la Rita attendeva nei pressi dell’ufficio postale, fu il Mortale che accompagnò i due cugini; l’indomani fu visto a casa del De Paola. Fu lo stesso Mortale che accompagnò i due fin sul luogo nel quale poi la Rita fu uccisa; fu egli stesso a fornire l’arma con cui il De Paola compì il delitto; fu presente alla consumazione del delitto, tanto da avvicinarsi al lato dell’uccisore ed a domandargli se la Rita fosse morta. La povera madre, quando si accorse che la figlia mancava dalla casa, chiese al Mortale il quale disse di nulla sapere e non accennò neppure alla fuga che la Rita aveva, la sera precedente, preso con il cugino: nessuna ragione poteva avere il Mortale a portare il segreto se non perché sapeva che quella sera doveva essere uccisa la Rita. Cosicché nessun dubbio sulla responsabilità del Mortale.
I due imputati sono rinviati a giudizio per l’omicidio in danno di Rita De Paola, con l’aggravante della premeditazione e dei motivi abietti.
La Corte d’Assise di Cosenza, l’8 marzo 1944, escludendo la premeditazione, ma riconoscendo l’aggravante dei motivi abietti, condanna Vincenzo De Paola e Antonio Mortale alla pena della reclusione per 30 anni, più pene accessorie e assegna a Maria Sabato una provvisionale di 25.000 lire.
Tutte le parti propongono appello e, il 29 luglio 1959, la Corte d’Appello di Catanzaro, accogliendo il ricorso del Pubblico Ministero nei confronti di Vincenzo De Paola, rettifica la pena, sostituendo la pena dell’ergastolo a quella della detenzione per anni 30. Accoglie, invece, il ricorso di Mortale, eliminando l’aggravante dei motivi abietti e fissando la pena in 24 anni di reclusione. Mortale godrà anche di due condoni per un totale di 6 anni. La pena definitiva è di 18 anni di reclusione.[1]
In realtà Vincenzo De Paola, in concorso con Antonio Mortale, ha commesso due omicidi perché insieme a Rita ha ucciso anche la creatura frutto del suo seme, senza che nessuno si sia mai degnato di nominare.
Rita voleva una vita nuova con l’uomo che amava e con il frutto del suo amore, ma quell’uomo, invece, la vita gliel’ha tolta barbaramente.
In nessun atto del processo è riportata una sola parola di pietà o di pentimento da parte di quell’uomo, di quei due uomini, se questi sono uomini.




[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

venerdì 7 dicembre 2018

UN LAMPO NELLA NOTTE


È il 18 novembre 1951. È già buio e fa abbastanza freddo in contrada Fiumicelli di Saracena. Il quarantaduenne Leone Boniface si sta preparando per uscire, mentre sua moglie è seduta accanto al fuoco
- Vieni tardi?
- Non lo so, dipende… – le risponde mentre si fa passare dietro al collo una corda che regge una specie di grande paniere senza manico, facendolo così dondolare tra il petto e l’addome. Poi mette in testa la coppola, facendo attenzione che sia ben calata sulla fronte quasi a coprirgli gli occhi, prende un bastone appuntito da un lato e a forma di lama dall’altro, si alza il bavero della giacca, quindi esce sulla mulattiera che passa davanti alla masseria e si incammina nel buio.
Dove dovrà mai andare Leone Boniface così conciato? A rubare olive, perché questo è quello che abitualmente fa. E quando non sarà più tempo di olive ruberà qualcos’altro, anche se i tempi cominciano a farsi duri per i ladri, dopo che due suoi fratelli e un altro ladruncolo sono stati sorpresi da due guardie private e arrestati dopo un violento scontro a fuoco, arresto preceduto da due gravissimi fatti di sangue: un guardiano è stato barbaramente ucciso da ignoti ladri e un misero agricoltore è stato selvaggiamente sgozzato.
Leone, tuttavia, non si preoccupa. Non va mai in giro armato sebbene il suo fucile calibro 16, appeso a un chiodo, sia sempre carico.
Il tragitto che compie non è lungo, più o meno un paio di chilometri. Un rapido aguzzare l’udito per capire se nei dintorni c’è qualcuno appostato e poi via con i rapidi movimenti delle mani che tirano in giù i rami carichi, scorrendoci sopra e facendo cadere nella cesta il prezioso frutto.
Maria Caterina, la moglie di Leone, è mezzo addormentata quando viene scossa da una detonazione in lontananza e qualcosa che somiglia a un urlo di dolore. Poi un’altra, forse più leggera, che viene dalla stessa direzione. “Qualche volpe alle galline…” pensa. Passa un po’ di tempo e il rumore degli zoccoli di un asino, accompagnati dal rumore di passi fatti con scarpe chiodate la fa trasalire: chi sarà mai? Di notte non passa mai nessuno per quella mulattiera se non, forse, qualche vicino, ma lei sa che tutti i vicini quella sera sono a casa. Spranga in fretta la porta e si chiude in una stanza, attendendo che torni Leone e le faccia smettere di avere paura. Ma Leone tarda. Un’ora, due ore, tre ore, poi Maria Caterina piomba in un sonno agitato, dal quale si risveglia solo al fare del giorno, angosciata per l’assenza del marito. In fretta e furia va a Saracena per cercarlo. Chiesto alla sorella Tommasina, abitante nelle prime case del paese, se avesse visto il marito e avutone risposta negativa, fa ritorno alla masseria, prevedendo che fosse tornato. No, non è tornato. Allora gli sarà accaduto qualcosa in campagna, forse gli spari della sera prima non erano per le volpi alle galline. Fa mente locale e stabilisce la direzione dalla quale le è sembrato che provenissero i colpi. Si incammina. Dopo intense ricerche rinviene il marito morto in contrada Fiumicelli, disteso sotto una pianta di ulivo.
Urla disperata, chiede aiuto ma poi vede il grande paniere ancora appeso al collo di Leone. Si butta in ginocchio, gli solleva il capo imbrattandosi le mani di sangue e glielo sfila, poi lo butta a qualche metro di distanza, per non farlo vedere dalla gente che sarebbe accorsa e non sottoporlo a troppe critiche.
Accorre un ragazzo. Con parole smozzicate la donna gli chiede di correre in paese per avvertire i Carabinieri.
In un campo seminato a grano, con piantata di ulivo, distante tra loro dai cinque ai sei metri, alternate con qualche albero di fico, si nota, disteso per terra, supino, il cadavere di Boniface Leone, ucciso con un colpo di fucile sparatogli alla regione occipitale, in corrispondenza della regione parietale sinistra, dove presenta un foro del diametro di circa 7-8 mm dal quale fuoriesce materia cerebrale. Ha in testa un berretto color nocciolo sul quale si nota, nella parte interna, della materia cerebrale. Nel berretto si nota un foro corrispondente a quello riscontrato alla regione occipitale del cadavere. L’occhio sinistro semi aperto; il destro chiuso completamente. Sul viso si nota sangue aggrumito che giunge fino al collo. Sia nell’orecchio destro che in quello sinistro si nota sangue aggrumito. Gli arti inferiori sono regolarmente distesi; l’arto superiore destro disteso regolarmente e quello sinistro flesso sul torace, la cui mano è leggermente compressa. A destra, all’altezza della spalla, per terra, un sacco vuoto; in corrispondenza dell’addome un mucchietto di ulive già raccolte e sopra di esso un cestino senza manico, legato con una corda da un’estremità all’altra; in corrispondenza del piede destro un ramoscello di ulivo. Appoggiato ad una pianta di ulivo un bastone di legno grezzo della lunghezza di m. 1,46, con piccoli nodi.
- Avete dei sospetti? – chiede alla donna l’Appuntato Francesco Genco
- No, nessuno… ieri sera è uscito dicendomi che andava a Lungro da mio padre che gli doveva dare del grano e che sarebbe tornato stamattina presto per andare a lavorare…
- E il cestino? – l’Appuntato sa che quel tipo di cesto serve per raccogliere velocemente le olive
- Avrebbe dovuto custodire della frutta che gli sarebbe stata regalata dal suocero
- Dove eravate ieri sera?
- Sono rimasta seduta accanto al focolare e dopo un’ora circa che mio marito era uscito di casa ho sentito esplodere due colpi di fucile a pochi minuti da uno all’altro, accompagnati da un grido di dolore
- E stamattina?
- Non avendo visto ritornare mio marito mi sono preoccupata e mi portavo in paese per cercarlo… ho chiesto a Tommasina e niente…
- Strano… se avete sentito i colpi di fucile sareste dovuta venire qui a cercarlo e non a Saracena
- In realtà sono venuta a prima a Saracena perché prevedevo che mio marito fosse stato arrestato per furto di ulive, siccome era solito rubarle
I Carabinieri fermano diverse persone, compreso il proprietario del fondo nel quale Leone è stato ammazzato, ma questi viene scagionato da Maria Caterina che giura di averlo visto andare in paese poco prima del tramonto in compagnia di un nipotino.
Poi le attenzioni dei Carabinieri si concentrano su due fratelli, Domenico e Leone Di Sanzo, che sono mezzadri di un fondo agricolo confinante con quello dove è stato commesso l’omicidio.
Dopo lungo interrogatorio ed una serie di contraddizioni, finalmente, la sera del 24 novembre, il giovane Di Sanzo Domenico dichiarava che era stato lui ad uccidere il Boniface
- Al tramonto mi avviai dal paese per andare a sorvegliare gli ulivi ed alimentare le galline che si trovano nella casetta colonica. Giunsi in campagna quando era già buio e mi trattenni nella casetta colonica ove stetti al fuoco, per circa un paio di ore. Poi andai fuori portando con me il fucile avancarice che si trovava nella casetta e che io avevo caricato servendomi di pallettoni, pallini e polvere che si trovavano nella casetta – il racconto del sedicenne Domenico comincia a entrare nel vivo -. Dopo aver camminato per circa dieci minuti nel mio fondo, in prossimità del confine con quello dove c’era Boniface, sentii un rumore sospetto che attribuii a persona che stesse raccogliendo furtivamente delle ulive. Dalla provenienza del fruscio arguii che il ladro si trovasse nelmio uliveto e gridai: “Ohè! Che cosa fate qui?” Per tutta risposta venne esploso a brevissima distanza da me un colpo. Impressionato, al fine di allontanare da me il maleintenzionato ladro, esplosi un colpo dal mio fucile nella direzione donde il rumore proveniva. Subito dopo sentii una esclamazione di dolore !Mamma mia!”. Corsi a casa temendo che i ladri fossero più di uno e che potessero aggredirmi e sbarrai la porta
- Quindi hai visto qualcuno… una sagoma e hai sparato…
- Quando sparai non vidi nessuno, essendo impedita la visibilità per le fitte tenebri… mirai a caso lasciandomi guidare dalla provenienza dell’esplosione
- E l’hai fatto secco all’istante!
- Non avevo nessuna intenzione, né prevedevo di uccidere un uomo, ma soltanto intendevo fare allontanare i ladri, dai quali temevo di ricevere danno anche alla persona, per via del colpo che avevo sentito esplodere… ho passato la notte in preda all’agitazione…
- La mattina seguente saresti potuto venire in caserma a raccontare ciò che ti era successo, sarebbe cambiato tutto…
- Invece sono andato a lavorare e non ho detto niente a nessuno… solo la sera dopo ho saputo di avere ucciso involontariamente un uomo
- Dì la verità, con te c’era tuo fratello
- No! Quella sera, quando uscii di casa lui non era ancora rientrato!
L’Appuntato si sbaglia, Leone Di Sanzo non c’entra davvero niente: il pomeriggio del 18 novembre 1952 è stato prima in casa della fidanzata e poi lui, la ragazza e il padre di questa sono andati al cinema e ci sono decine di persone che lo hanno visto lì. Può tornare a casa.
Le cose sarebbero potute andare come ha raccontato Domenico, ma ci sono dei particolari che non quadrano. La prima: il fucile del ragazzo è ad una sola canna e vicino al cadavere di Boniface non c’erano armi, né le persone accorse sul luogo ne hanno viste. Il fucile della vittima viene trovato dai Carabinieri dove lo teneva solitamente e carico. Come si spiegano le due detonazioni udite da Maria Caterina? I Carabinieri non hanno dubbi: Nulla di strano se si riflette che ella abita in una località distante dal luogo del delitto quasi due chilometri ed in basso. Divide la contrada il torrente “Fiumicelli” che scorre attraversando un vallone. Potrà anche darsi che la stessa avrà sentito prima il colpo e poi l’eco, oppure qualcuno, in quella zona, nel sentire sparare non ha esitato a far partire anch’egli un colpo di fucile, come abitualmente fanno i contadini che abitano in campagna. A confermare che quella maledetta notte fu sparato un solo colpo è una testimone, Angela Senatore, che giura di aver sentito una sola detonazione.
La seconda cosa è quasi ovvia: se Leone Boniface non aveva armi da fuoco non può aver sparato. I Carabinieri prestano molta attenzione alla posizione del cadavere e degli alberi circostanti. Intanto c’è da considerare che la vittima è stata colpita alla nuca. Alla distanza del cadavere circa m. 5, vegeta un albero a tre tronchi e su uno di essi, in direzione del cadavere e della testa, quando egli era in vita e all’impiedi mentre rubava le ulive, si notano alla stessa altezza delle tracce di piombo sulla corteccia e molte foglioline bucate da piombo misto: pallini e pallettoni per caprioli. Si deve ritenere, quindi, nel modo assoluto che il Boniface è stato freddato mentre rubava le ulive e cadeva per terra senza potersi muovere.
Una vera e propria esecuzione a sangue freddo. Non è a parlarsi di omicidio colposo o preterintenzionale ma bensì di omicidio volontario, sia per il mezzo usato, sia per aver il Di Sarno dichiarato di aver sparato nella stessa direzione – e in senso orizzontale – dalla quale aveva sentito provenire fruscio di rami recisi, il che gli aveva dato la certezza di presenza di persone che stavano rubando ulive. L’evento, pertanto, doveva essere preveduto e fu voluto e a comprova della volontà cosciente dell’illecito è a rilevarsi che l’imputato, dopo aver sparato e aver sentito invocazione di dolore, non si preoccupò di rendersi conto di quanto aveva commesso, ma solo di nascondere il fucile e le munizioni, di tacere a tutti l’accaduto. Con queste motivazioni il Pubblico Ministero chiede il rinvio a giudizio dell’imputato e il Giudice Istruttore del Tribunale di Castrovillari accoglie la richiesta. È l’8 maggio 1952.
Il dibattimento si tiene presso la Corte d’Assise di Cosenza e comincia l’11 novembre 1952 senza offrire novità sostanziali a quanto già emerso dalle indagini. L’unica vera discussione avviene sulle condizioni meteorologiche di quella notte: il cielo era nuvoloso senza luna e quindi con scarsissima visibilità o era sereno e la luna illuminava sufficientemente il luogo dell’omicidio? La difesa dell’imputato sostiene la prima tesi per dimostrare che Domenico Di Sanzo sparò alla cieca, mentre il Pubblico Ministero e la Parte Civile propendono per il contrario. Si stabilisce che il cielo era sereno ma ora c’è discordanza sull’orario in cui la luna sorge in quei giorni: molto dopo l’orario dell’omicidio secondo alcuni, abbastanza prima secondo altri. Per dirimere la controversia viene esibito in aula un opuscoletto con le fasi lunari che, per quel giorno non dà indicazioni precise. Si stabilisce solo che il 13 novembre – sei giorni prima dell’omicidio – c’era luna piena con levata alle 16,52 mentre il 21 – due giorni dopo l’omicidio – era presente l’ultimo quarto con levata alle 21,01.
Ma quale che fosse stata la visibilità di quella sciagurata notte, la Giuria ha le idee molto chiare sulla responsabilità o meno dell’imputato.
Intanto viene subito scartata l’ipotesi della legittima difesa, sostenuta dalla difesa dell’imputato:
In assenza di ogni azione, di ogni atteggiamento di offesa, anche di pericolo contro l’incolumità della sua persona, non si vede come possa parlarsi della discriminante della legittima difesa.
Poi sviscera la propria convinzione in base ai fatti:
Animato dall’interesse di sorvegliare il suo fondo, il Di Sanzo si munì del fucile già caricato e sparò, in direzione del luogo donde proveniva il rumore, il solo colpo, dandosi di poi a precipitosa fuga. La circostanza che egli abbia sparato, alla distanza di circa 10 metri, con un fucile carico anche di pallettoni e che abbia colpito la vittima alla testa, che integrano solo dati obbiettivi, non può ritenere in modo chiaro e certo che egli abbia previsto l’evento – morte del Boniface – da poiché è accertato in punto di fatto che il punto non era sufficientemente illuminato ed il Boniface si trovava tra i rami della pianta di olivo, ed ogni visibilità era ostacolata anche ad un uomo giovane, come il reo, adusato a scrutare nel buio: non essendo, pertanto, ben distinto il bersaglio, non può sostenersi che esso Di Sanzo abbia mirato alla vittima con precisione.
Nel quadro della rappresentazione psicologica dell’imputato non vi è che il gesto violento di ledere, cosichè il fatto a lui contestato va più propriamente definito omicidio preterintenzionale. È meritevole, esso Di sanzo, delle attenuanti generiche: egli è da tutti ritenuto un giovane di buona indole, incapace di commettere atti illeciti, attaccato al lavoro e con il peso di una famiglia che ha dovuto sostenere. La sua vita anteatta è immune di precedenti. Con la confessione resa ha manifestato di essere pentito del suo misfatto e di essersi ravveduto. La Corte, degradato il delitto in omicidio preterintenzionale, affermata la responsabilità dell’imputato, stima infliggergli la pena complessiva da anni 11 di reclusione, più pene accessorie.
La difesa dell’imputato fa ricorso in Appello continuando a sostenere la legittima difesa:
Sussistevano, invero, tutte le condizioni per una difesa legittima reale della persona e delle cose; e comunque non poteva esservi dubbio che il giudicabile agì nella ragionevole opinione della attualità del duplice, grave pericolo. A voler essere rigorosi, potevasi al più parlare di eccesso colposo. Attenuante dello stato d’ira, dei motivi sociali e pena.
Il 25 maggio 1954, la Corte d’Appello di Catanzaro accoglie parzialmente il ricorso e riduce la pena a 6 anni e 16 giorni di reclusione, più pene accessorie, motivando la decisione con poche parole:
Concede a costui anche l’attenuante del motivo di particolare valore morale e sociale.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 5 dicembre 2018

I MORTI DEL TRENO MERCI LR 1927


Sono circa le 23,00 del 4 dicembre 1943, una notte tempestosa in Sila, dove gli Alleati continuano inesorabilmente l’opera di disboscamento iniziata dai nazisti.  Nella stazione ferroviaria delle Ferrovie Calabro-Lucane di Moccone, il treno merci LR 1927 aspetta che il personale  esegua i controlli d’obbligo sugli impianti di frenatura. Questa volta devono essere particolarmente accurati perché il convoglio, composto da ben nove vagoni, sette dei quali carichi di tronchi di pino e due da assi di legno, oltre alla locomotiva e al bagagliaio per un peso complessivo di circa 150 tonnellate, dovrà affrontare una discesa molto ripida con tratti fino al 60‰.
Alcuni militari americani sorvegliano distrattamente il macchinista Nicola Fanello, i frenatori Luigi Milito e Francesco Gallo, i fuochisti Salvatore Sangiacomo e Mariano Cozza e il capotreno Luigi Turano mentre eseguono le operazioni necessarie. Verificato che tutto è regolare, alle 23,30 il Capostazione fischia il via libera e il treno merci parte, diretto alla stazione di San Pietro in Guarano.
La mezzanotte è passata da poco e il treno sta per affrontare uno dei tratti più ripidi. Il macchinista Fanelli con i due fuochisti sono nella locomotiva, il Capotreno è nel bagagliaio, un frenatore, Luigi Milito, è nell’ultimo vagone e l’altro frenatore, Francesco Gallo, in uno dei vagoni centrali. Oltrepassata la stazione Fondente, a circa un chilometro dalla galleria Ventulilla, il treno si ferma automaticamente per la rottura della condotta dell’aria compressa. Il macchinista, istantaneamente, fa emettere i tre fischi convenzionali per segnalare al resto del personale che c’è un problema e che bisogna immediatamente azionare i freni a mano di ogni vagone. Nello stesso tempo ordina al fuochista Mariano Cozza di scendere e verificare dove il tubo dell’aria si sia rotto e procedere all’immediata riparazione.
- È qua! – urla Cozza, nel frattempo raggiunto dal frenatore Gallo, mentre sta per infilarsi tra due vagoni per riattaccare il tubo saltato, ma proprio in questo momento il treno comincia a scivolare lungo i binari in forte pendio, acquistando sempre più velocità. Una bestemmia e Gallo rimonta sul treno cercando di serrare il freno di quel vagone. Cozza invece comincia a correre accanto al treno cercando di raggiungere la locomotiva, ma il treno va troppo veloce e salta sul vagone che ha al suo fianco.
Luigi Milito è nel vagone di coda quando il treno si ferma. Scende per capire cosa stia succedendo ma, nel buio, non nota segni di agitazione o pericolo, così rimonta nel gabbiotto, fa molto freddo ed è inutile restare fuori. Poi il treno si muove. “Bene, tra poco saremo alla stazione”, pensa. Ma subito si deve ricredere perché il treno va troppo veloce e i due fischi della sirena lo confermano. Aziona subito il freno a mano ma il treno continua a correre a velocità pazzesca.
Prima della galleria Ventulilla ci sono due curve, la prima verso destra e la seconda verso sinistra. Gli ultimi tre vagoni si staccano alla prima curva e deragliano sulla parete della montagna. Luigi Milito viene sbalzato fuori e, miracolosamente, atterra sul ciglione del burrone. Altri due vagoni deragliano e si rovesciano quasi al centro della curva. Il treno percorre un altro paio di centinaia di metri e imbocca la curva verso sinistra. Altri vagoni, carichi di tronchi di pino, sono rovesciati sul lato a valle nelle immediate adiacenze della galleria e precipitano nel burrone sottostante. Poi il terribile schianto della locomotiva, alla quale sono rimasti attaccati il bagagliaio e i due vagoni carichi di assi di legno, sull’imbocco della galleria lato monte. Nicola Fanello viene sbalzato fuori dalla locomotiva e cade all’interno della galleria. Salvatore Sangiacomo rimane incastrato tra le lamiere ardenti della locomotiva. Luigi Turano, il capotreno, rimane incastrato tra i rottami del bagagliaio e la stessa sorte tocca a Francesco Gallo, risalito sul treno per cercare di frenare.
Mariano Cozza è stordito. Ha forti dolori dappertutto ma si rialza e, nel buio, cerca i compagni. Trova Milito, tutto insanguinato. Sentono dei lamenti provenire da ciò che resta dei vagoni centrali: è Gallo, ma non riescono a trovarlo in quel groviglio di enormi tronchi e ferro contorto. Decidono di andare verso la galleria per cercare gli altri. Non sentono lamenti. Allora decidono di andare fino alla stazione di Santo Janni per dare l’allarme ed entrano nella galleria. Inciampano in qualcosa di morbido, è Fanello, ma deve essere morto perché non emette alcun gemito e nel buio non possono avere altri segni di riferimento. Poi Cozza, a tentoni, trova la testa del macchinista e la solleva. Sente il flebile alito che gli riscalda la mano: è vivo! Lo prendono per le spalle e lo trascinano in una nicchia della galleria, poi cercano di andare più in fretta che possono alla stazione a dare l’allarme.
La littorina di soccorso arriva dopo poco più di mezz’ora. Ci sono anche i Carabinieri di San Pietro in Guarano. Con l’ausilio delle torce elettriche vanno subito verso i vagoni centrali dove. gli è stato riferito, sono stati uditi dei lamenti ma è troppo tardi, adesso non si sente più niente.
Alle prime luci dell’alba la portata della catastrofe comincia ad essere chiara: la locomotiva, il bagagliaio ed i due primi carri carichi di listelle formano un groviglio indistinguibile e ostruiscono l’imbocco della galleria. Gli altri carri, deragliati e rovesciati sui fianchi e sotto la scarpata, sono inservibili. Man mano che le ore passano vengono recuperati i corpi dei tre ferrovieri morti.
Francesco Gallo, 46 anni da San Pietro in Guarano. Ha il volto annerito per abbruciamento, le mani spellate; dall’orecchio sinistro, nonché dalla bocca, fuoriesce del sangue. sul volto esistono notevoli soluzioni di continuo, abrase e sanguinanti. Il resto del corpo è estesamente ustionato e contuso. La morte è derivata da gravi lesioni interne in dipendenza di violento trauma, nonché dalle estese e gravi ustioni e dalla conseguente commozione.
Luigi Turano, 41 anni da San Pietro in Guarano. Il cadavere è notevolmente gonfio, ha il volto e le mani anneriti per abbruciamento e la regione toracica pure abbruciacchiata e contusa. Sul resto del corpo estese lesioni di varia entità. La morte è derivata da commozione interna dipendente da violento trauma sulla regione toracica.
Salvatore Sangiacomo, 45 anni da Cosenza. Il cadavere presenta la mutilazione quasi totale del capo in conseguenza di schiacciamento. Il resto del corpo è cosparso di ustioni ed abrasioni varie. Manca il braccio destro.
Dei tre feriti quello meno grave è Mariano Cozza che se la cava con qualche ammaccatura. Luigi Milito ha varie ferite lacero-contuse e traumi contusivi su tutto il corpo. Nicola Fanello ha ustioni di 1° e 2° grado al viso, al cranio, alle mani e agli avambracci; ferite lacero-contuse al cranio, frattura di 2 costole. La mano sinistra non gli tornerà mai più come era prima e le ustioni al viso gli hanno causato la perdita dell’occhio destro. Non potrà più lavorare.
- Debbo rilevare che il numero dei frenatori , cioè due, era insufficiente per frenare un treno così carico come era quello che io guidavo – denuncia Fanello – e per il quale, data anche la forte pendenza, era necessario un frenatore per ogni due carri. Infine, noto che, dato l’attuale periodo di guerra, non si trova materiale di ricambio e quindi è stato impossibile sostituire il materiale in dotazione alle ferrovie, vecchio ed avariato, con altro nuovo
- Quindi secondo voi il treno era troppo carico per quella locomotiva?
- La prestazione primitiva della locomotiva da me guidata era di 100 tonnellate, ma dopo una seconda prova fatta da una commissione di funzionari dell’amministrazione delle Ferrovie Calabro-Lucane, la prestazione fu portata a 150 tonnellate
- Avete fatto notare che c’erano pochi frenatori e quindi si deve dedurre che non tutti i freni a mano siano stati azionati. Secondo voi, azionando tutti i freni si sarebbe evitata la tragedia?
- Certo, se i freni a mano fossero stati azionati appena io ebbi a dare i fischi regolamentari, può darsi che il disastro non si sarebbe verificato
Le Ferrovie Calabro-Lucane non sono d’accordo con le dichiarazioni di Fanello e per bocca dell’ingegner Mario Sirignano controbattono
- Dalle indagini fatte mi risultò che la causa tecnica dell’incidente fu la sfrenatura di tutto il treno dopo che questo era stato fermato dal macchinista azionando il freno automatico ad aria. Accadde infatti che il macchinista, durante il percorso, si accorse che da una delle condotte vi era perdita di aria per cui ritenne opportuno, data anche la nottata tempestosa, di fermare il treno e di fare scendere uno dei due fuochisti per provvedere alla necessaria riparazione. Senonché, dato che il macchinista aveva fermato il treno servendosi soltanto del freno a pressione d’aria e non di quello a mano, come avrebbe dovuto fare per normale precauzione, avvenne che il treno si sfrenò non appena il fuochista cominciò ad eseguire le riparazioni alla condotta
- Quindi la colpa è del macchinista?
- Ritengo che la responsabilità del disastro gravi sul macchinista che, per imprudenza o imperizia non provvide, appena fermato il treno, ad assicurare la locomotiva con il freno a mano e ritengo, inoltre, che responsabilità vi sia pure a carico dei due ferrovieri addetti ai freni a mano dei vagoni i quali avrebbero dovuto, non appena il treno si fermò, ad assicurarne il bloccaggio azionando i loro freni a mano. Penso però che questi due ultimi si sono accorti in ritardo che il treno si era sfrenato e che quindi non fecero in tempo, data anche la velocità assunta dal treno in discesa e la brevità del tempo intercorso, a mettere in azione il freno a mano e neppure a salvarsi
- Erano presenti altri sistemi per il bloccaggio del treno?
- C’era, su ogni vagone, un apposito rubinetto d’isolamento nella condotta del freno ad aria che, chiuso, impedisce che tutto il treno si sfreni ma, dato che la locomotiva nell’urto rimase fracassata completamente, non si potè accertare se il fuochista, prima di provvedere alla riparazione a terra, mise in azione il rubinetto d’isolamento
Con questa dichiarazione i tre superstiti vengono incriminati con l’accusa di aver cagionato, per colpa, un disastro ferroviario nel quale trovarono la morte Gallo Francesco, Turano Luigi e Sangiacomo Salvatore e del delitto di omicidio colposo per avere cagionato, per colpa, la morte dei tre.
- Io, nel dare ordine al fuochista Cozza di scendere dalla macchina per verificare il freno ad aria, diedi ordini all’altro fuochista Sangiacomo di mettere in azione il freno a mano, che era lui e non io, che doveva azionare perché il freno era dalla parte del fuochista, mentre dalla parte mia vi erano i freni ad aria che dovevo manovrare io e non il fuochista – replica Fanello –. Data l’oscurità della notte non mi sono accorto se il Sangiacomo avesse eseguito il mio ordine. Del resto il disastro sarebbe successo lo stesso, dato il peso del convoglio e la forte pendenza
Per accertare se risponde a verità il fatto che le Ferrovie non avevano pezzi di ricambio, viene interrogato Ferruccio Inverardi, Capo Deposito delle Calabro-Lucane
- Certo oggi non si trovano tutti i pezzi di ricambio, ma il Deposito provvede con qualsiasi mezzo idoneo a rendere efficienti i pezzi di ricambio avariati o a costruirli di sana pianta
Viene ascoltato di nuovo l’ingegnere Sirignano
- Azionando i freni a mano prima che il convoglio acquistasse velocità pericolosa, si poteva evitare il disastro. Nel dicembre 1943 i magazzini erano regolarmente forniti di tutti i pezzi di ricambio necessari a mantenere i veicoli in condizioni di sicurezza. Faccio inoltre osservare che a Cosenza abbiamo un’officina attrezzata in modo tale da potere costruire i pezzi necessari in caso di mancanza
Che azionando (tutti) i freni a mano presenti sul treno la tragedia si poteva evitare lo aveva già detto anche Fanello e lo abbiamo capito anche noi ignoranti in materia. Ciò che si sta cercando di non dire, da parte delle Ferrovie, è che era materialmente impossibile azionare i freni di tutti e nove i vagoni con solo due frenatori nei due, al massimo tre, minuti durante i quali il treno restò frenato col freno di emergenza.
Che si voglia scaricare tutto sulle spalle dei tre poveri disgraziati, poi, appare chiaro nella relazione del Pubblico Ministero:
A chi la colpa del disastro? A tutto il personale ferroviario escluso il Cozza il quale aveva solo l’incarico di trovare il guasto e ripararlo. Il macchinista Fanello doveva sapere che il freno Westinghouse ha la durata di pochissimi minuti, per cui avrebbe dovuto subito azionare il freno a mano della locomotiva, chiamando nel contempo con i fischi convenzionali la frenatura a mano di tutti i vagoni. Se egli avesse azionato i freni a mano della locomotiva, che risultano efficienti, si sarebbe certamente evitato il disastro. Il capotreno Turano ed il frenatore Gallo furono trovati cadaveri nel bagagliaio, segno, questo, che non stavano al loro posto, cioè ai freni dei vagoni. Essi hanno piuttosto pagato con la loro vita l’inosservanza ai regolamenti ferroviari che prescrivono, in modo categorico, che quando il convoglio si ferma in discesa, i frenatori ed il capo treno hanno l’obbligo di mettere subito i freni a mano, passando, se del caso, da un vagone all’altro e quindi, onde assicurare migliore frenatura, ricorrere ad altri mezzi, come mettere pietre sui binari vicino le ruote ecc. Il frenatore Milito aveva l’obbligo di fermare subito il vagone e passare quindi agli altri vagoni per frenarli. Se tutti i vagoni fossero stati frenati come era dovere, essi avrebbero di certo offerto tale resistenza da evitare o almeno attenuare gli effetti del disastro
In questo delirio di contraddizioni, il Pubblico Ministero dimentica di attribuire colpe anche al povero Sangiacomo! Poi chiede al Giudice Istruttore di rinviare al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza Nicola Fanello e Luigi Milito. Mariano Cozza viene prosciolto.
Tra una cosa e l’altra siamo arrivati al 5 aprile 1946. È questa la data in cui il Giudice Istruttore accoglie la richiesta del Pubblico Ministero.
Nel frattempo viene presentata dalla difesa una perizia di parte, l’unica agli atti perché quella annunciata dalla Procura non è mai stata depositata, colmando in tal modo una lacuna del processo. L’ingegnere Dario Castagnaro smonta pezzo per pezzo le affermazioni dei funzionari delle Ferrovie Calabro Lucane e quelle della Procura e sostiene:
che per cause imprecisate e non potute accertare con rilievi tecnici, il treno si sfrenò completamente subito dopo la sua fermata improvvisa, iniziando quasi contemporaneamente e senza alcun controllo la sua pericolosa discesa;
che da parte del macchinista Fanello e di tutto l’altro personale di scorta al treno, come è stato ampiamente documentato in periodo istruttorio, furono adoperati tutti quei mezzi idonei ad evitare l’evento dannoso, con l’osservanza più scrupolosa dei regolamenti ferroviari;
che la fulmineità del disastro non consentì al personale di macchina e di scorta di ottenere risultati tangibili ed in questo caso addirittura impossibili.
Il sottoscritto consulente tecnico, nell’escludere qualsiasi responsabilità penale da parte dei ferrovieri deceduti nel sinistro, vittime del proprio dovere, esclude del pari ogni responsabilità penale da parte dei ferrovieri sopravvissuti.
Il dibattimento si svolge nell’unica udienza del 21 ottobre 1946. Entrambi gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove.[1]
Ci saremmo aspettati più coraggio.



[1] ASCS, Processi Penali.

martedì 4 dicembre 2018

I GAROFANI


Sono le 18,30 dell’11 luglio 1909. Amalia Capparelli sta innaffiando un vaso di garofani sul davanzale della finestra di casa sua a San Benedetto Ullano. Nel recipiente è rimasta dell’acqua e la quindicenne, senza pensarci su, la versa sulla strada sottostante
- Oh! Mi hai bagnato tutto, mò lo vado a dire a papà! – esclama l’undicenne Leone Capparelli, bagnato da capo a piedi, poi prende dei sassi e comincia a lanciarli contro la finestra aperta e uno dei sassi va a cadere proprio ai piedi del padre di Amalia, il cinquantacinquenne Francesco. Amalia si precipita fuori di casa e vede Leone con un sasso in mano nell’atto di lanciarlo contro la finestra
- Ma sei impazzito? Non l’ho fatto apposta a buttarti l’acqua addosso, per poco non colpivi mio padre con la pietra!
Leone, per nulla convinto delle scuse, le lancia il sasso e la colpisce alla schiena. Amalia allora gli si avventa contro e gli tira un paio di sonori ceffoni in faccia. Mentre i due ragazzini si azzuffano, accorrono il padre e la madre di Amalia, Maddalena Reale,  per dividerli. Ma, proprio nello stesso momento, passano casualmente da lì il padre di Leone, il quarantunenne Cassio, e la madre, Virginia Chimenti, i quali, senza sapere nulla dell’accaduto, invece di adoperarsi per far finire la zuffa, cominciano a sbraitare contro Francesco Capparelli, poi aggrediscono Maddalena e la colpiscono con calci e pugni. Non contenti, danno uno spintone ad Amalia che batte la fronte su di un muro e il sangue comincia a rigarle il viso. Arriva sul posto anche Antonio Capparelli, il figlio maggiore di Cassio, che tira un paio di calcioni a Maddalena Sabato.  Accorrono i vicini e la zuffa finisce. Un paio di uomini prendono per un braccio Antonio, visibilmente alticcio, e lo accompagnano a casa con il resto della famiglia.
Non passano che una decina di minuti e, mentre Amalia viene medicata, dalla strada si sente urlare
- Attenti! Antonio sta tornando con un ferro in mano!
Francesco, allora, onde evitare ogni altra cosa conoscendolo molto impulsivo ed essendo persona assai temibile pel suo continuo fare da bravo abusando della sua forza erculea e perché era anche notorio che egli sempre andava armato di lungo pugnale, chiude la porta col saliscendi e con una maniglia di ferro un po’ debole.
Antonio, con aria furibonda, procede con passi veloci. Imprecando e minacciando s’avvicina alla porta e con due forti spintoni fa si che la maniglia si storce e la porta si apre, irrompendo in casa come un forsennato.
Appena entrato, Antonio vede rannicchiata nell’angolo della porta la figlia maggiore di Francesco, Evelina, e le si avventa contro come una belva, percuotendola con calci e pugni e prendendola per i capelli. Evelina, terrorizzata, urla per chiedere aiuto, ma tutti gli altri sono più terrorizzati di lei e non intervengono; due ragazzini amici del figlio più piccolo di Francesco, temendo per la propria vita, si lanciano fuori dalla finestra. Poi Francesco prende il coraggio a due mani, afferra un coltellaccio da macellaio, il famoso scannaturu, e si lancia contro l’aggressore colpendolo due volte. Antonio guarda sbigottito il sangue che gli macchia la camicia. Non dice una parola, gira i tacchi e se ne va.
Lo accompagnano alla farmacia del dottor Adelchi Conforti per farlo medicare
- Ho ricevuto due colpi terribili… - dice mentre tenta di tornare indietro e farla finita con Francesco Capparelli
- Ha fatto bene perché l’imprudenza tua era al colmo – lo rimprovera Camillo Vozza che lo accompagna
Nella farmacia c’è anche il medico del paese, Aristodemo Milano che gli presta le prime cure, mentre Antonio racconta il fatto ai presenti
- Ho spinto la porta e sono entrato… improvvisamente mi sono sentito colpire da Francesco Capparelli che stava dietro alla porta e sono dovuto uscire di fretta per non essere ridotto come una grattugia
Il dottor Milano scuote la testa, preoccupato. Ha notato che una delle due coltellate è molto profonda e probabilmente ha leso qualche organo vitale, d’altra parte è evidente che le condizioni del ferito peggiorino di minuto in minuto.
La preoccupazione del dottor Milano è fondata, Antonio muore due giorni dopo a causa di quella coltellata che gli ha perforato la milza e il polmone sinistro. Francesco Capparelli si presenta spontaneamente dai Carabinieri di Montalto Uffugo e viene arrestato con l’accusa di omicidio volontario.
- Non mi accorsi di avere neanche ferito Antonio e molto meno di averlo ferito mortalmente – si difende – perché quando uscì dalla mia casa dimostrò un’andatura veloce, tanto che io non pensai a scappare
- Però poi siete scappato…
- Solo quando don Luigi Bisceglie, dal quale ero andato, mi disse che Antonio era stato ferito e gravementeanche per sfuggire alle eventuali rappresaglie dei parenti del ferito e non appena seppi che era morto pensai bene di costituirmi
Nello stesso tempo partono le querele di Amalia e di sua sorella Elena contro Cassio Capparelli per le percosse ricevute durante la prima zuffa. Partono anche le querele di Cassio, sua moglie Virginia e la loro figlia Giovannina contro l’assassino di Antonio. I fatti sono ricostruiti da un altro punto di vista
- Stavo passeggiando con Michele Villecco – racconta Cassio – quando riconobbi le grida di mio figlio Leone. Accorsi e vidi che veniva malmenato da Maddalena Reale e da sua figlia Amalia. Mi intromisi anch’io e per farle desistere non nego di avere lanciato un calcio all’Amalia e non so dire se la raggiunsi e, malgrado avessi visto Francesco Capparelli munito di bastone, pure nulla feci contro di lui. Sopraggiunse mia moglie la quale, non appena fu scorta, fu presa dai capelli da Maddalena e sua figlia Elena, riportando graffiature al viso. Dopo averle divise, raccolsi mia moglie e mia figlia a casa, dove fummo poco dopo raggiunti da mio figlio Antonio. Dopo circa tre minuti mi accorsi che mancavano tutti di casa e, intuendo che era sorta qualche nuova quistione, uscii fuori recandomi presso la casa di Francesco Capparelli, da cui venivano lanciate pietre e appresi che mio figlio Antonio era stato ferito… lo trovai alla farmacia e mi disse che, volendo andare alla piazza, passò dinnanzi la casa di Francesco Capparelli e mentre Elena da una finsetra gridava: “Che viene Antonio!”, gli tirava un sasso. Dopo di ciò egli si recò alla porta spingendola violentemente e, non appena cedette, gli arrivarono due colpi di coltello
Tutti i componenti delle due famiglie vengono denunciati per il reato di partecipazione in rissa.
I testimoni ascoltati sono divisi a metà tra quanti sostengono la versione di Francesco Capparelli e dei suoi familiari e quelli che sostengono la versione di Cassio e dei suoi familiari. Solo un elemento ricorre trasversalmente: Antonio era un tipaccio violento, specialmente quando aveva bevuto, cosa che avveniva molto spesso.
Per il Pubblico Ministero tutti meritano di essere rinviati a giudizio per la rissa. Per quanto riguarda Francesco Capparelli il discorso è più complesso: ai fini di una completa quanto esatta valutazione dell’avvenimento, occorre rilevare soltanto che Capparelli Antonio accedette in quella casa perfettamente inerme, il che viene stabilito non solo dal fatto che niuno gli vide imbrandire o asportare arma o strumento qualsiasi atto ad offendere, ma anche dalla circostanza che il ferito, uscito immediatamente dalla casa dopo i colpi ricevuti, fece l’atto di voler raccogliere da terra un sasso ma non ne ebbe la forza. Tutto induce a credere che non sia da accettare la versione che la porta dell’abitazione dell’omicida abbia ceduto, spalancandosi agli urtoni dell’ucciso. Assai verosimilmente fu Francesco Capparelli ad aprire la porta per respingere l’importuno che dall’esterno faceva sforzi con l’intento di aprirsi il varco; è importante di rilevare che contro le asserzioni di coloro che depongono altrimenti e che pretendono di suffragare il loro assunto con la circostanza che la maniglia, per la violenza esercitata dal di fuori, si contorse, onde fuvvi bisogno di ripararla subito, sta la deposizione di Salvatore Bisciglia, che fu il primo ad accorrere, che trovò la porta chiusa, onde per entrare dovette chiedere che gli si aprisse. Che la maniglia era alquanto curva, onde non potersi chiudere la porta, deve spiegarsi con un artifizio difensivo messo in essere dagli interessati all’uscita del Bisciglia da casa.
Devesi conchiudere che Capparelli Francesco volle togliere di vita Capparelli Antonio in contingenze in cui il delitto poteva evitarsi senza seria compromissione per sé e per quelli di sua famiglia, onde egli non può sfuggire alle conseguenti sanzioni penali, salvo, in sede competente, a vagliare se e di quale scusante possa essere beneficiato.
La Sezione d’Accusa concorda pienamente con questa impostazione e, l’11 maggio 1910, rinvia Francesco Capparelli al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza. Degli altri imputati dovranno rispondere davanti al giudice per la rissa solamente Maddalena Reale e Cassio Capparelli.
Il dibattimento si apre il 24 novembre 1910, ma viene subito rinviato al 7 febbraio 1911.[1] Nemmeno questa è la volta buona, il dibattimento viene sospeso, trasferito ad altra sede e se ne perdono le tracce. Non sapremo mai come andò a finire.




[1] ASCS, Processi Penali.