domenica 20 maggio 2018

SGOZZATO COME UN CAPRETTO

La vittima

La mattina del 30 settembre 1917 mastro Paolo Spanò, cinquantenne mattonaio della provincia di Reggio Calabria ma da anni residente a Greci di Lago, esce di casa dopo aver salutato sua moglie, la quarantenne Francesca Aricò e reggina come il marito, dicendole che sarebbe andato a Lago per esigere del denaro per tegole vendute al negoziante Angelo Muto, 143,10 lire per l’esattezza. Mastro Paolo è un omone e per giunta gira sempre armato di una rivoltella che tiene alla cintola, ma gli piace bere e quando lo fa chiacchiera troppo raccontando i fatti suoi a chiunque incontri. Per cominciare si ferma nella cantina di Giovannina Sacco dove, in mezz’ora, beve un mezzo litro. Quando esce è allegrotto e, come il suo solito, incontra degli amici con i quali si mette a confabulare. Poi va a ritirare i soldi dovutigli e, ormai sono le 17,00, si mette sulla via del ritorno a casa
- Buonasera mastro Paolo, ve le hanno pagate le tegole? – gli chiede Giuseppina Policicchio, tanto la cosa è di dominio pubblico
- Buonasera Giuseppina, si me le hanno pagate! – le risponde battendosi il palmo della mano sulla tasca dove tiene il portafogli. Poi i due continuano le proprie strade.
Ma mastro Paolo non ha ancora voglia di tornare a casa, meglio passare dalla cantina di Vincenzo Turco, fare una partita a briscola e bere qualche altro bicchiere. Passando davanti alla casa del suo amico Gaetano Naccarato pensa bene di fermarsi per invitarlo a bere con lui, ma Gaetano non ne ha molta voglia, così mastro Paolo comincia a insistere fin quando l’amico cede. Quando entrano nella cantina trovano una comitiva di giovanotti che già stanno giocando a carte. Mastro Paolo offre da bere e insiste per giocare: la comitiva subito se lo associò e così continuarono il giuoco, consumando circa litri quattro di vino. Poco dopo Gaetano Naccarato approfitta del fatto che l’amico è preso dal gioco e dal vino e se ne va. Mastro Paolo e gli altri, invece, restano fino alle 19,30 e poi si avviano tutti insieme verso Greci. Poco prima di arrivare all’aia di Antonio Politano, Angelo Porco si licenziò dalla comitiva e si recò a casa, situata molto vicino alla strada ove passavano, mentre invece Porco Beniamino, Policicchio Francesco, Porco Giuseppe, Porco Antonio, Policicchio Pasquale e Policicchio Giuseppe all’aia di Politano – erano le ore 19,45 – si licenziarono tutti dallo Spanò, meno Policicchio Francesco di Carmine il quale era avanti di circa 30 passi dalla comitiva e chiamò Porco Beniamino perché affrettasse il passo siccome all’indomani doveva alzarsi presto per recarsi alla fiera di Mendicino a vendere maiali.
Sono le 7,00 del primo ottobre 1917 quando Francesca Aricò bussa alla porta della caserma dei Carabinieri di Lago. È visibilmente preoccupata perché suo marito non è rincasato e, per di più, alcuni vicini le hanno detto di averlo ritrovato morto nel valloncello poco lungi dalla fontana pubblica denominata Scocca.
Sgozzato come un capretto od un maiale.
Il Brigadiere Gaetano Manganelli e i suoi uomini, dopo avere avvisato il Pretore di Amantea, si precipitano sul posto. Lungo la stradella che da Greci mena alla contrada Porcili, precisamente dove la via è tagliata perpendicolarmente dal vallone Conca, è il luogo del delitto. poco sotto la via si notano le orme di un uomo sul terreno umido, una sotto e l’altra sopra alla distanza di un passo regolare. Cinque metri più sotto giace il cadavere in posizione supina. La testa, rivolta verso la parte inferiore del valloncello, tocca il rivolo di scolo della fontana pubblica, mentre le gambe, divaricate, sono piegate fino a toccare le cosce, le braccia sono aperte. Ha una ferita sulla parte anteriore destra del collo, ma la cosa strana è che i vestiti non sono macchiati di sangue, mentre il viso, il padiglione degli orecchi, buona parte del cuoio capelluto sono ricoperti di sangue aggrumito, come da una maschera.
Certamente chi lo ha ucciso ha fatto un lavoro da vero professionista: il fascio nervo-vascolare di destra (carotide, giugulare e vago) è nettamente reciso; la laringe è tagliata in due trasversalmente, l’esofago è anch’esso tagliato trasversalmente; nel fondo della vasta lesione notasi la parte corrispondente della colonna vertebrale.
Certamente chi lo ha ucciso lo ha fatto per rubargli i soldi che aveva nel portafogli, che nelle tasche, tutte completamente rivoltate all’infuori, non c’è. Come non c’è la rivoltella che, evidentemente, non ha fatto in tempo ad usare o perché aggredito da gente di cui si fidava, o perché aggredito all’improvviso da qualche sconosciuto. Ma questa seconda ipotesi viene subito scartata perché, interrogati tutti i compagni di gioco e di bevute, è chiaro che nel punto dove è stato trovato, mastro Paolo era in loro compagnia. E allora deve essere stato per forza qualcuno di loro.
Il Brigadiere Manganelli sospetta che qualche parte debbano averla avuta Gaetano Naccarato e suo figlio Carmine perché cadono in contraddizione: il primo giura di non essersi fermato a casa ma di essere andato in montagna, il secondo dice che suo padre era a letto che dormiva. Ad aggravere i sospetti sui due, secondo Manganelli, è il loro atteggiamento alterato e molto preoccupato. Stesso atteggiamento tenuto da Antonio, Giuseppe e Beniamino Porco. Nel suo verbale il Brigadiere precisa: Siamo più che convinti, inoltre, che Porco Giuseppe sia uno degli esecutori materiali del delitto e precisamente colui che vibrò il colpo al collo del povero Spanò poiché non si può e non sappiamo spiegare la sua titubanza nel rispondere alle nostre domande. Non è superfluo aggiungere che, sebbene Porco Giuseppe abbia solo 17 anni, pur tuttavia è abbastanza robusto e quindi ha potuto benissimo uccidere lo Spanò con arma da taglio e, con una piccola spinta datagli da Porco Giuseppe sia caduto giù dal sentiero e poi gli si sia gettato addosso e l’abbia sgozzato. Si è il fatto che si sapeva fra tutti coloro che accompagnavano lo Spanò erano quasi tutti ubbriachi, tant’è vero che Porco Beniamino vomitò parecchie volte. Invece Porco Giuseppe non poteva essere affatto ubbriaco perché quando rincasò cucinò pasta che mangiò con i peperoni, mentre prima disse che non appena recatosi a casa andò subito a letto. Manganelli riscontra delle contraddizioni anche tra le deposizioni dello stesso Giuseppe Porco e di Antonio Porco con quella di Beniamino Porco il quale sostiene che mastro Paolo non aveva denaro addosso, tant’è vero che gli prestò centesimi 30, mentre i primi due negano tal fatto.
Sul fatto che l’esecutore materiale sia stato Giuseppe Porco è d’accordo anche Francesca Aricò che ricorda un episodio di qualche tempo prima quando suo marito buon’anima e Giuseppe Porco avevano dormito insieme per lavoro e, svegliatosi, scoprì che gli mancavano 50 lire dal portafogli: “Quello leva le uova da sotto le galline senza farsene accorgere” le avrebbe detto suo marito che, tuttavia, preferì non sporgere denuncia. E poi c’è il particolare di non poco conto: tutta la comitiva sapeva che mastro Paolo aveva in tasca il gruzzoletto ricavato dalla vendita delle tegole.
Per adesso le indagini si concentrano su queste cinque persone e Manganelli le dichiara in arresto. Interrogati, tutti si dichiarano estranei al fatto. La vedova di mastro Paolo insiste nelle sue accuse ma cambia un particolare: non sarebbe stato Giuseppe Porco a rubare le 50 lire a suo marito mentre dormiva, ma Francesco Naccarato, poi fornisce un possibile, per quanto flebile, movente dell’omicidio, oltre al furto
- Il povero mio marito si era adoperato per concludere il matrimonio tra Santo Porco , attualmente militare, e la sorella dell’imputato Beniamino Porco a nome Rosina. Ora, dopo l’efferato delitto, Maria Porco, madre di Beniamino, mi ha detto che mio marito l’aveva pregata di non far passare dinanzi la porta della sua abitazione il teste Policicchio Francesco, soggiungendole che dove aveva egli messo il piede per chiedere in isposa una ragazza, altri non dovevano porvelo. Inoltre, mi ha detto la mia comare Maria Porco, che mio marito le disse che per il matrimonio di Rosina si era procurato molte inimicizie
Intanto, nelle minuziose perquisizioni fatte nelle abitazioni dei sospetti non viene rinvenuto niente che possa essere ricondotto all’omicidio: né il coltello, né la rivoltella della vittima e né un qualsiasi indumento sporco di sangue.
Il Brigadiere Manganelli, indagando sulle ultime parole della vedova Spanò, esclude che Francesco Policicchio, ex sergente congedato perché ha perso il braccio destro in battaglia, possa avere aspirato alla mano di Rosina Porco, ma riferisce di una sibillina conversazione svoltasi tra la madre di Rosina e il padre di Francesco Policicchio: nel ragionare sull’ammanco del braccio del sergente Policicchio, il padre le disse che non aveva affatto pena perché l’ha tra i suoi e che per il suo avvenire gli avrebbe messo un negozietto facendolo sposare una ragazza che sapesse leggere e scrivere per la gestione del negozietto. Il fatto è che Rosina sa leggere e scrivere, ma è troppo poco per pensare a un omicidio che Francesco Policicchio avrebbe dovuto commettere affrontando quel pezzo d’uomo che era mastro Paolo col solo uso del braccio sinistro. In realtà anche le accuse contro gli altri cinque sembrano vacillare e l’avvocato Tommaso Corigliano ne approfitta per chiederne insistentemente la scarcerazione, ma il Giudice Istruttore la nega.
Intanto sul tavolo del Pretore di Amantea arriva una lettera anonima che indica i nomi di alcune persone che potrebbero sapere molto sull’omicidio e, in particolare, punta l’attenzione su una tale Carmela Raimondi, una forestera a Lago da un due anni e quasi di tanto in tanto in quanto si fa assentire di tante e tante cose
E poi ne arriva un’altra, con la stessa grafia, più particolareggiata. Questa volta l’anonimo fa il nome di quello che indica come responsabile della uccisione di mastro Paolo: ho appurato ch’è stato Domenico Chilelli, quel ladro che robò anche la signora Filomena Scanga e il molino del sig Vincenzo Palumbo. Vorrei dirvi altro ma non mi fa il mio cuore poiché non mi credeti, allora poteti chiamare come testimone al sig. Andrea Porco, pastore di Lago, quale in quella sera si trovava vegliando poiché i suoi cani avevano un forte abbaiare verso il posto dove fu ucciso quel disgraziato e che il signor Porco Andrea andò dove i cani abbaiavano, credendosi che fosse qualche lupo ma invece conobbe al Chilelli Domenico tutto spaventato correndo per la strada e la mattina fu trovato quel povero disgraziato.
L’avvocato Pietro Mancini, che rappresenta la parte civile, preoccupato dalla confusione che si sta creando tra accuse che vacillano, lettere anonime, strane manovre e la sostituzione del Giudice Istruttore – Carmine Di Francia ha preso il posto di Antonio Giannuzzi –, scrive al nuovo Magistrato una lettera di fuoco, temendo seriamente che gli imputati possano venire scarcerati. È l’8 gennaio 1918.
Il sottoscritto si appella vivamente alla vostra scrupolosa coscienza per chiedere che non l’indulgenza più arrendevole voglia usarsi per gli arrestati nel processo di assassinio che fortemente ha allarmato e funestato un mandamento intero.
Gli arrestati, che furono trattenuti per lungo tempo nelle carceri di Amantea, ebbero modo di concordare con i propri parenti, preparare le loro difese, far correre la voce che i detenuti sarebbero usciti, impedendo in tal modo la libera voce dei testimoni. Se quell’Egregio Pretore di Amantea (Tommaso Carnevale, nda), contro il quale si appuntarono le critiche della difesa dei Porco, avesse lontanamente dubitato della reità degl’imputati – egli che conosce uomini e cose ed interessi – né li avrebbe arrestati, né avrebbe seguito la istruzione contro di essi. V.S. noterà il premuroso desiderio degl’imputati di escludere dall’istruttoria il Pretore Carnevale.
Quando questa manovra è venuta a naufragare nella lodevole, ostinata resistenza di un Giudice Istruttore come Giannuzzi che, nativo di Aiello, conosce tutte le tristi abitudini di compiacenze che i testimoni di Lago e contorni sono usi a praticare, allora si è cercato di tentare qualche altra manovra che ha lo scopo unico ed esclusivo di sottrarre alla giustizia gli attuali arrestati.
Signor Giudice, quando costoro saranno liberi penseranno loro a far tacere o lusingare la gente. Il processo, insieme con l’escarcerazione degli arrestati, mandatelo anche in archivio. Accadrà per questo delitto quello ch’è successo per altri più gravi delitti consumati in quel paese. Più non diciamo. V.S. che ha mente e coscienza saprà intenderci.
Se la libertà dei cittadini è sacra, più sacra ancora v’è la loro vita. Non deve pensarsi né dirsi che qui in Calabria, nel territorio di Lago, si può impunemente uccidere.
Noi abbiamo fiducia nella sua giustizia, Signor Giudice Istruttore. E dalla sua giustizia aspettiamo un provvedimento ponderato ed onesto.
Ma la sua fiducia è mal riposta. Il giorno dopo Carmine Di Francia firma l’ordine di scarcerazione per tutti e cinque gli indagati, condizionandola al pagamento di una cauzione complessiva di 500 lire, che viene prontamente versata dall’avvocato Corigliano, e al divieto di recarsi a Lago per un mese con obbligo di recarsi immediatamente al domicilio coatto di Amantea.
I cinque vengono scarcerati, ma nessuno rispetta l’obbligo di dimora. Il comandante della stazione dei Carabinieri di Amantea li ferma, li interroga e denuncia subito la trasgressione senza tuttavia arrestarli. Tommaso Corigliano, forse per una cattiva comunicazione, crede che i suoi assistiti siano stati arrestati e presenta una nuova istanza di scarcerazione scatenando un putiferio. Adesso le acque sono agitate e inevitabilmente intorbidite da sospetti e veleni.
In tutta questa confusione arriva un’altra lettera anonima che indica come autori dell’omicidio di mastro Paolo Spanò Carmela Raimondi e Domenico Chilelli, coadiuvati da altre due persone di cui non fa il nome. Il Brigadiere Manganelli indaga e scopre l’autore delle lettere anonime: Nicola Politano. Ma le accuse sembrano infondate perché Politano ha scritto le lettere  in quanto nutre un’antipatia per la Raimondi, una donna che non si fa i fatti suoi. Chilelli viene tirato in ballo in quanto, come abbiamo visto, è l’amante della donna. È il 19 febbraio 1918. Subito dopo Manganelli viene sostituito e tutto tace per un paio di mesi. Il primo maggio Pietro Mancini scrive di nuovo per lamentarsi
Il processo dorme sonni beati sul tavolo di qualche ufficio e la povera vedova del morto chiede invano giustizia…
Questo stato di cose – che V.S. dovrà far cessare – è assai triste e doloroso!!! Più giorni passano e più l’oblio ed il gioco di qualche protettore compiacente di Lago fanno scomparire indizi e prove.
È strano. Un delitto così grave che avrebbe dovuto spronare ed acuire tutta la ben nota indefessa attività degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria non ha avuto l’onore che di qualche affrettata indagine. Voglia V.S. scuotere i dormienti. Provocare l’andata alla stazione di Lago di altro, più solerte Maresciallo. Si sproni l’arma dei CC.RR.
In un piccolo paese tutto si sa se si vuol sapere…
V.S. ci ha sempre insegnato che la giustizia non sente privilegi. Che il sangue del povero merita la stessa protezione che il sangue di altri.
L’unico risultato che la parte civile ottiene è quello del ritorno tra i sospettati di Francesco Policicchio, colpevole di, così pare, essere rimasto da solo per pochi minuti, la sera del delitto, in compagnia del povero mastro Paolo Spanò. A questo punto il Pretore di Amantea ordina una perizia tecnica sul luogo del delitto con la presenza di tutti gli indagati e, fattili posizionare secondo le loro prime dichiarazioni, si convince che Policicchio deve per forza essere il responsabile del delitto, così emette un mandato di cattura nei suoi confronti con l’accusa di avere ucciso a fine di lucro. Le proteste sono vibrate per difenderlo, per difendere una mirabile figura di eroe di guerra. L’avvocato Corigliano, forte della scarcerazione degli altri imputati, sostiene che anche Policicchio è nelle stesse condizioni degli altri cinque, salvo che non siasi inventata una delle solite fanfaluche di fidanzamenti sfumati ad opera dell’ucciso come, con poca fortuna, si era cercato metter su contro uno dei precedenti prevenuti escarcerati. E poi c’è sempre l’impossibilità materiale di Policicchio a commettere un omicidio con le modalità con le quali fu commesso l’omicidio di mastro Paolo, l’impossibilità, col solo uso del braccio sinistro, di scannare un colosso, sempre armato, quale era lo Spanò.
Pietro Mancini aveva ragione a sostenere che le indagini sono state approssimative e frettolose. E, stando così le cose, la procura Generale non può che chiedere alla Sezione d’Accusa, attesochè sia la istruzione che le indagini dei carabinieri non hanno portato a nessuna luce nell’attuale processo per cui il buio è più pesto del primo momento,  di dichiarare il non luogo a procedere per tutti gli imputati. È il 28 marzo 1919. Due settimane dopo la richiesta viene accolta, gli imputati prosciolti e l’assassino (o, più probabilmente, gli assassini) di mastro Paolo Spanò resta sconosciuto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 16 maggio 2018

COME E' MORTA LA BAMBINA?


È il 3 febbraio 1926, verso mezzogiorno. Nella caserma dei Carabinieri di Mongrassano si sta preparando il pranzo quando si sente bussare alla porta. “Brutto segno” pensa il Brigadiere Giuseppe Ponzio, comandante la stazione. È un uomo che, imbarazzato, consegna al piantone un foglio piegato in due
- Per il Brigadiere… da parte del dottor Mario Manfredi, l’Ufficiale Sanitario
Ponzio apre il foglio e, man mano che va avanti nella lettura, il suo viso si rabbuia
Oggi, dietro invito del Sig. Sindaco, ho proceduto alla visita necroscopica di un feto.
Dall’esame mi risulta trattarsi di un feto nato a termine circa sette giorni fa. La morte data da circa 24 ore. Presenta in corrispondenza delle regioni laterali del collo numerose ecchimosi; al lato destro, al di sotto dell’orecchio, si nota un’impronta digitale. Ha il labbro inferiore ecchimotico e cianotico tutto il torace anteriore.
Ritengo che sul detto feto siano state praticate delle violenze esterne che ne hanno potuto determinare la morte violenta.
Sacramentando, il Brigadiere si rimette la divisa e va a chiedere maggiori informazioni al dottor Manfredi
- Mi ha mandato a chiamare stamattina Giuseppe Bruno, il Vice Segretario del Comune, per fare la visita di rito prima di autorizzare la tumulazione, non so come si chiamino i genitori…
- Qualche giorno fa venne al Municipio una certa Vittoria Rimedio di Cervicati, che esercita abusivamente per la campagna la professione di levatrice, a fare la denunzia di nascita di un bambino, pretendendo che risultasse dai relativi registri dello stato civile come riconosciuto solo dalla madre. Osservai che ciò poteva avvenire solo nel caso che quest’ultima, personalmente, nei cinque giorni dalla nascita, si fosse recata al Municipio a fare il riconoscimento del neonato – racconta il Vice Segretario –. Stamattina è venuta da me Carmela Zavattolo, accompagnata da Rosa Verta, per denunziare la morte di suo figlio ed ottenere il permesso di seppellimento, dicendo che il bambino era morto lungo la strada. Osservai alla Zavattolo che pel rilascio del permesso richiesto occorreva che il cadaverino fosse sottoposto a visita medica, che venne eseguita dal dottor Manfredi dietro invito da parte del Sindaco, per il resto non so altro
Ponzio comincia a chiedere in giro e viene a sapere che Carmela, 19 anni, il bambino lo ha avuto in concubinaggio con certo Golemme Anselmo da Cavallerizzo. E poiché diverse dicerie corrono nella bocca di tutti circa le cause che hanno determinato la morte del figlio della Zavattolo, alle ore 13 del giorno tre corrente, va a prendere la ragazza e la arresta, mentre fervono le indagini per stabilire le eventuali responsabilità di altri complici nell’omicidio, confusamente additati dalla voce pubblica.
Quando il Brigadiere interroga Carmela alla presenza di due testimoni, Beniamino Giambarella e Lorenzo Maierà, in seguito a stringente interrogatorio, scoppia la bomba
- Da circa un anno sono l’amante di Anselmo Golemme. Venuta incinta, lo stesso, unitamente a sua moglie Grazia Aloise, mi incitavano che io andassi a sgravare in un ospedale di Cosenza, adducendo che loro non volevano “muli” in casa
- Cioè stai dicendo che la moglie di Golemme sapeva tutto della vostra tresca?
- Si
- Continua
- Io mi rifiutai dicendo di voler sgravare in casa e perciò la moglie, gelosa del suo marito del quale io ero incinta, mi ha da quel giorno aumentato l’odio, dicendo: “Quando partorisci fai sparire il bambino perché altrimenti ti caccio da casa”
- Tu vivevi in casa con loro?
- Si… il giorno 24 gennaio 1926 mi sgravai dando alla luce un bambino ed allora la stessa Grazia Aloise mi disse ancora: “ora cosa ti credi, che rimani in casa col “mulo”? Fai sparire il bambino perché io non voglio vedere davanti ai miei occhi sangue di mio marito e che i “muli” stiano in casa mia!”. Io le risposi: “Tuo marito mi ha tolto l’onore all’età di 18 anni ed il bambino lo devo crescere perché un altro giorno mi desse del pane”. Però, il giorno due febbraio alle ore 9, lasciato il bambino nella mia stanza, mi recai per prendere dell’acqua ad una fontana distante circa 60 metri, lasciando il mio mantenuto con la propria moglie sulla soglia della casa. al ritorno che feci, dopo 30 minuti, notai con dispiacere che il bambino era sul letto ed annerito del collo e ancora caldo perché da pochi minuti era morto! Incominciai a gridare e piangere, la moglie intese le mie grida e venne nella mia stanza e, come se nulla fosse avvenuto, mi cacciò fuori di casa dicendo: “Stai zitta altrimenti andiamo tutti in galera!”. Uscita che fui dalla stanza, mi recai in cerca del mio mantenuto che si era portato nel proprio mulino distante circa 20 metri e gli chiesi come fosse avvenuta la morte del bambino ma questi, come se nulla fosse accaduto, disse: “Carmela, stai zitta che è meglio per tutti, vol dire che ora chiamo commare Divina Tudda e con questa porterete il bambino a Mongrassano dicendo che, mentre lo portavate per denunziare la sua nascita, è morto per la via perché da parecchi giorni aveva la tosse”. Così fece, si recò fuori di casa e tornò con Divina ed anche a questa disse: “Commare Divina, tu sola puoi aiutarci, si tratta che il bambino non si poteva tenere e perciò si è stati costretti… perciò ora, unitamente a Carmela lo porterete in paese e direte che mentre eravate per venire a Mongrassano, il bambino è morto…”. Io che non ho nessuno, mia madre è morta, mio padre è vecchio, non seppi come regolare, anche perché sapevo come la pensava male il mio mantenuto, unitamente a Divina Tudda portammo il bambino in paese dicendo che era morto per la via
Ponzio e i due testimoni si guardano allibiti, poi chiedono a Carmela se tutto ciò che ha raccontato è vero e ne ottengono conferma, le rileggono il verbale e Carmela conferma di nuovo tutto e quindi le fanno apporre il segno di croce sul verbale, firmandolo a loro volta. Poi Carmela conferma tutto anche quando è interrogata dal Pretore.
Ciò che bisogna fare adesso è andare in contrada Cataldo dove è la casa di Golemme e di Divina Tudda. Per prima Ponzio cosa interroga la commare la quale inizialmente racconta che il bambino è morto per strada mentre lo portavano al Municipio, poi cambia versione e dice, alla presenza di altri due testimoni, Emilio Martino e Giuseppe Sabato
- Alle ore 9 del due febbraio, fui chiamata dal mio compare Anselmo Golemme nella sua abitazione e mi disse le seguenti parole: “Commare Divina, mi devi fare il favore di accompagnare la mia mantenuta. Deve portare quel bambino, figlio di Carmela, il quale è stato ammazzato… arrivati a Mongrassano dovete dire che, mentre portavate il bambino per denunziarlo al Municipio per la nascita, è morto per istrada”. Subito mi volli rendere conto del fatto e vidi Carmela che, vicino al letto era disteso il bambino morto, piangeva dirottamente. Dopo pochi minuti io col bambino morto e la Zavattolo ci siamo recate a Mongrassano e, siccome il Municipio era chiuso, ci recammo nell’abitazione del Vice Segretario il quale si rifiutò di fare l’inscrizione allo stato civile per la nascita, siccome era già morto
Ponzio ripete la stessa procedura, rilegge il verbale, ottiene la conferma di Divina Tudda e tutti appongono la propria firma o il segno di croce.
Ma ormai tutto questo schifo è di dominio pubblico e suscita molto clamore, il Brigadiere arresta la Tudda e va a casa di Golemme per arrestare marito e moglie. Anselmo non c’è, nessuno sa dove sia, e sua moglie dice di nulla saperne, aggiungendo in tono reciso che essa vide partire dalla sua abitazione Tudda Divina e Carmela insieme col bambino vivente per andare in paese, ma è inutile, Ponzio le fa mettere i ferri ai polsi e la fa portare in caserma.
I risultati dell’autopsia sono molto controversi. In una prima relazione i periti riferiscono che sono stati rilevati iperemia delle congiuntive palpebrali, cianosi alle pinna nasali ed alle labbra. Tali segni, non vagliati nel verbale redatto, sono dovuti a morte per asfissia, scartando completamente l’ipotesi, suggerita dai segni sul collo del bambino, di una morte dovuta a strozzamento. Poi aggiungono che, pur ritenendo che causa della morte sia stata la polmonite riscontrata nel polmone destro, non hanno elementi per escludere che questa asfissia possa essere stata provocata da soffocamento. Benissimo!
Qualche giorno dopo, però, presentano un’altra relazione nella quale chiariscono che la morte per soffocamento può essere devoluta o a materiale insufflato nella trachea o a panni, cuscini posti sulle vie aeree esterne e quindi nessuna lesione dei comuni tegumenti può essere repertata. L’impronta digitale e le ecchimosi, sono lesioni post mortali pei caratteri anatomici delle lesioni stesse e perciò, non essendo state prodotte in vita, esse non hanno alcuna relazione con la causa che ha prodotto la morte del bambino. Insomma, ancora non si capisce come diavolo sia morta quella creatura innocente.
Dopo qualche giorno il Pretore mette a confronto Carmela e Grazia, amante e moglie. Si prevedono scintille.
Grazia Aloise: Puoi negare che il 2 febbraio, facendo giorno, mi chiamasti ed annunziasti che il neonato era morto e che alle mie domande rispondesti che egli cessò di vivere mentre lo tenevi in braccio per farlo succhiare?
Carmela Zavattolo: Quanto tu affermi è vero e se alla Giustizia riferii in modo diverso, ciò avvenne per il fatto che il Brigadiere mi mise paura col dire che sarei stata condannata con una pena grave se non avessi dichiarato nel modo in cui ebbi a deporre davanti al Giudice. Aggiungo, in modificazione del mio interrogatorio precedente, che non fui ad attingere acqua alla fontana nel momento in cui il bambino morì e che non è vero tutto ciò che riferii a carico di te e di tuo marito. Ripeto che mio figlio è morto mentre lo tenevo in braccio in seguito ad un colpo di tosse convulsiva di cui soffriva da quattro o cinque giorni
Colpo di scena! Carmela ha calunniato e simulato un reato gravissimo. Il Brigadiere Ponzio è furibondo, non ci sta a passare per uno che estorce confessioni e chiama in causa i testimoni i quali confermano che l’interrogatorio di Carmela è stato regolarissimo e non sono state fatte minacce. Ritratta anche la commare con le stesse motivazioni, dicendo però che il bambino sarebbe morto, come le raccontò Carmela, durante la notte mentre era a letto accanto alla madre che dormiva, contraddicendo ciò che ha affermato Carmela stessa. Anche in questo caso i testimoni negano qualsiasi condizionamento o minaccia da parte dei Carabinieri. Anche il Pretore e il Pubblico Ministero sono furibondi:
La versione della morte naturale, tardiva invero, veniva dagli imputati impostata solo quando, procedutosi all’autopsia, essi potevano aver saputo che in uno dei polmoni del bambino eransi riscontrati i segni di una polmonite in germe. Senonchè a tale seconda versione non si può prestar fede. Innanzitutto, specie la Tudda non avrebbe avuto alcun interesse a mentire nel primo momento, riferendo della confessione del misfatto fatto dai coniugi Golemme-Aloise. Secondariamente non è verosimile che i RR.CC. abbiano, come la Zavattolo e la Tudda affermano nelle loro tardive dichiarazioni, indotto esse ad accusare i coniugi Golemme-Aloise, che essi non potevano manco lontanamente sospettare interessati alla soppressione del bambino della Zavattolo. E in terzo luogo la dichiarazione fu dalla Tudda resa in presenza di testimoni e trascritta e confermata ancora in loro presenza e i testimoni affermano che tale dichiarazione non fu affatto estorta ma spontanea.
Gli abitanti di contrada Cataldo adesso sono divisi tra chi accusa Golemme e sua moglie di avere ucciso il bambino e chi dichiara che Grazia Aloise voleva molto bene a Carmela, tanto che fece chiamare la levatrice per assisterla durante il parto e che subito dopo le somministrò del brodo, nonché tagliolini e carne.
In tutto questo, Anselmo Golemme è sempre uccel di bosco.
La linea della Procura è quella di ritenere responsabili dell’omicidio Anselmo Golemme e sua moglie Grazia Aloise, riservando a Carmela e Divina Tudda il ruolo di favoreggiatrici. La Tudda perché si prestò a far credere fosse morto naturalmente un bimbo che sapeva invece essere stato ucciso; Carmela per non aggiungere alla perdita del figlio, ormai irreparabile, anche quella del fondo [del Golemme] e del pane che questo le dava. Così, il 4 giugno 1926, la Procura Generale chiede il rinvio a giudizio di Anselmo Golemme e sua moglie Grazia Aloise per omicidio premeditato e delle altre due per favoreggiamento, chiedendo la scarcerazione di entrambe.
La richiesta viene accolta dalla Sezione d’Accusa il 16 luglio successivo.
Finalmente, il 14 ottobre 1926 Anselmo Golemme si costituisce e aspetta in carcere che inizi il dibattimento fissato per il 14 febbraio 1927.
Ci vogliono due udienze per arrivare a sentenza. Il 16 febbraio 1927 la giuria assolve tutti gli imputati per non aver commesso il fatto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 13 maggio 2018

LA RAGAZZA CON LA PISTOLA


Evelina carissima
Ti mando questa lettera perché prima di dare parola con te in persona voglio che tu ripassi come venne la cosa e come dovevo fare per potere eseguire le parti se tu quando il 3 agosto a Reggio mi signasti della terribile sventura accaduta e che già in quel giorno tutto avevo combinato col laltra e i suoi genitori stessi. Ciò che venne fatto il suddetto per sollevare questa ragazza dalle torture e dalle pene, in quanto sposarla come ti anno detto che io la sposerò sabato, cioè domani, questo non è vero; il giorno non lo dichiarato perché prima avrei piacere passare la visita per vedere come stanno le cose. Il fatto è che le parole che meno mi garbano sono quelle che mi disse tuo fratello ieri sera. Mi disse che tu gli ai detto che io ti lusingai con un braccialetto per arrivare alle tue confidenze. Questo, Evelina, spero che non lo vorrai replicare perché se tu starai in ragione giuste, anch’io starò sulle buone parole perché, come sai come venne la cosa che io le prime parole ti dissi che la gente mi dicono che tu fai lamore con altri; tu mi giurasti di no ma io ti dissi se tu mi vuoi bene, e non sia vero, presto mi darai confidenze per prova. Tu sai quale proposta mi ai fatto: “si accetterò ma voglio l’anello da fidanzata”. Io a questo non mi rifiutai, allora il d’accordo venne di trovarti a Reggio e tu ai preferito il braccialetto e non lanello. Queste furono le lusinghe venute dalla tua bocca, prego! Perché se tu vuoi far conoscere ai tuoi genitori che io ti abbia lusingata, questo non è vero perché nelle condizioni dove tu ti trovavi non credo che fossero vere le lusinghe. Tutto se io volessi cambiarti per tutto, per liberarmi di te, ma non ò piacere di eseguire cose non giuste. Potrei dire, senti Evelina io ti lasciai sulle prime confidenza perché non ti trovavi sulle condizioni che tu dovevi essere. Ma io di questo non ne parlo perché quel che fu successo sarà stato d’amore e non di capriccio. Ma questo non è lo scopo che io voglio adoperare contro di te perché quel che feci con te lo feci d’amore e nullaltro. Non voglio dirti parole dodio perché quanto non posso soddisfarti ora, potrò soddisfarti nell’avvenire e ti dico, in verità, contro di te e i tuoi genitori il delitto e il dispiacere è più terribile qi quanto si possa immaginare al mondo. Ma per te quanto posso fare è tutto questo altrimenti non saprei come mi ai detto oggi a Reggio perché sono andato a fare la promessa con questa donna, perché fu lei la prima a svelare tutto. E mentre per lei eseguisco, anche tu mi portasti le parole terribili, adolorato quanto mai della tua bontà, di te e della tua intera famiglia. Potevo venire io in persona oggi come nostro d’accordo, commettevo un secondo delitto. Ma voi che prima tu ripassi come venne la cosa e come riguardo linsieme e dopo volentieri parlerò con te di quanto segue, ma io venire oggi, tutte le parole che potevo dire erano queste. Capisco che tu ai ragione per indispettirti. Anche io, avendo ancora più alterazione per altri affari e certo difficilmente nel venire potrebbe andar bene. Dopo parleremo da soli in qualche posto e se vuoi minacciare ai i pieni diritti e io in qualunque maniera non farò resistenza, perciò farai come credi.
Ermete
Evelina Tamagnini ha 21 anni, è di San Tomaso della Fossa, una frazione di Bagnolo in Piano in provincia di Reggio Emilia, e fa la ricamatrice. Quando verso la fine del 1916 conosce Ermete Faccenda, ventiseienne commerciante di tessuti di Novellara, a pochi chilometri da casa sua, in paese qualcuno dice che ha fatto all’amore con un paio di giovanotti ma molti altri giurano che non è vero. Il fatto è che tra Evelina ed Ermete sembra essere scoppiata una passione travolgente e, tra una promessa e l’altra, verso i primi di giugno del 1917 la ragazza rimane incinta. E qui cominciano i guai perché Ermete non è più così certo, al di là delle parole d’amore che le scrive, della sua passione, così si fidanza ufficialmente con la diciannovenne Elvina Camellini, ma ad Evelina dice che è stato costretto a farlo per paura del padre della ragazza.
Come abbiamo letto nella lettera, nell’imminenza delle nozze tra Ermete ed Elvina, i problemi si fanno più seri perché adesso si è messo di mezzo il fratello di Evelina, Alfeo, rientrato dal fronte con una licenza di convalescenza di 30 giorni.
Ferragosto è passato da due giorni e il caldo della pianura padana è opprimente. Evelina suda pedalando nel primo pomeriggio sulla strada che da casa sua porta a Santa Maria di Novellara, ma ciò che le bagna il viso è sudore misto a lacrime di rabbia.
A sinistra della strada, l’abitato comincia con un grosso fabbricato ove è sita la Cooperativa di Consumo. Di fronte c’è l’abitazione di Ermete. Evelina vede le costruzioni da un sentiero nei campi, non vuole farsi vedere sulla strada, così continua a pedalare e si ferma una cinquantina di metri oltre la casa di Ermete, davanti alla casa di Annita Tondelli, trentenne massaia
- Buongiorno, posso avere un bicchiere d’acqua? – fa Evelina alla donna che conosce appena, la quale, da parte sua, nota subito il suo contegno ilare ed amabile, nonché il suo bel vestitino
- Ma certo! Con questo caldo! – le due donne entrano subito in sintonia, poi Evelina dice
- Avrei bisogno di parlare con Faccenda Ermete, lo puoi far chiamare?
Annita è un po’ perplessa, poi, davanti alle insistenze della ragazza e ai due soldi che porge ad un suo nipotino, acconsente
- Mi raccomando, devi dire a Ermete che lo cerca la zia Annita, hai capito? – il ragazzino annuisce e, rimaste sole, Evelina racconta la sua storia alla nuova amica.
Ermete arriva dopo pochi minuti e resta sorpreso nel trovarsi davanti la sua amante, ma temendo che Evelina possa mettersi a urlare in mezzo alla strada accetta di restare e ascoltare ciò che ha da dirgli. Annita da parte sua, per evitare che i vicini li vedano, acconsente ad accoglierli in casa e li lascia da soli nella ampia stanza d’ingresso, mentre lei se ne va in cucina ma, avendo lasciato la porta aperta, sente tutto
- Ti sei scordato le promesse che mi hai fatto, che hai fatto alla mia famiglia? E il braccialetto che mi hai regalato per fede? E le spese sostenute per quella promessa? Adesso sono incinta e devi sposarmi!
- Ma… prima di te ho messo incinta la Elvina e devo sposare lei… ma stai tranquilla che questo matrimonio non è coronato da pieno accordotra sei mesi mi separo e torno da te…  se ti piace così, altrimenti ti ricordo che tu non eri come dovevi essere quando ti sei data a me
- Dici questo per uscire dall’impegno – gli risponde quasi con indifferenza. Su quel tono il discorso durò a lungo, poi Annita sente dire ad Evelina con tono risentito – Vigliacco! Per forza non ti sposerei nemmeno io! Adesso mi devi solo pagare l’onore che mi hai tolto!
- E quanto vale il tuo onore? – le risponde ironicamente
- Dieci biglietti da mille!
- Ti do cinquecento lire, non di più
Tra i due nasce una specie di trattativa sul valore dell’onore della ragazza che Ermete mantiene fermo alla sua proposta originaria, mentre Evelina cala progressivamente fino a mille lire.
A questo punto arriva Alfeo, forse a conoscenza delle mosse di sua sorella
- Vi siete combinati? – si informa
- Io sposerò l’altra – gli risponde Ermete
- Dalle mille lire e facciamola finita!
- Io do cinquecento lire… del resto te le do per riguardo a tuo fratello perché a te non darei niente!
- Visto che sono tutte e due incinte fai una cosa, la migliore – interviene di nuovo Alfeo –, non sposare né l’una, né l’altra
- Io sposerò quella là!
La questione va avanti ancora un pezzo quando Evelina, con accento arrabiato proruppe dicendo
- Vai, vigliacco, a prendere le cinquecento lire perché voglio svincolarmi da te e non ti voglio più guardare in faccia!
Forse è la volta buona per chiudere questa brutta vicenda. Ermete si avvia verso casa sua per prendere i soldi ed Evelina con suo fratello entra nella stanza dove è Annita. Sembra tutto calmo. Pochi minuti stiedero lì e quindi ritornarono nell’andito dove si posero a parlare fra di loro a bassa voce. Come tornò il Faccenda, ambedue si trovavano in piedi nell’andito, quegli porse alla Tamagnini un involtino di carta moneta e mosse per allontanarsi
- Torna indietro un po’ – fa Evelina all’improvviso. Ermete la accontenta e lei continua – dunque non mi vuoi mica?
- Prendo quella lì – insiste
- Segui il mio consiglio, non prendere nessuna delle due, ti conviene – interviene Alfeo
- Prendo quella lì… – e fa per uscire di casa. Evelina gli va dietro, si avvicina alla sua bicicletta che ha lasciato nell’andito, apre la sua borsetta appesa al manubrio, prende una rivoltella a sei colpi, la punta alle spalle di Ermete e fa fuoco. Per fortuna il colpo va a vuoto e il giovane scappa
Annita è in cucina quando sente la detonazione. Si volta tutta spaventata e vede del fumo nell’andito, il Faccenda che scappava ed il Tamaglini Alfeo a fianco della sorella sulla sinistra a distanza di circa un metro. Evelina si mette a correre dietro Ermete ed Alfeo dietro la sorella, incitandola con voce soffocata e bassa (in modo che io sola potei udirlo, racconterà Annita)
- Dai, ammazzalo del tutto quel vigliacco!
Ermete deve percorrere pochi metri per mettersi al sicuro in casa sua, si gira per vedere cosa fa Evelina che proprio in questo momento fa fuoco di nuovo da non più di 4 metri. Il proiettile lo centra sotto l’ascella sinistra perforandogli prima il polmone, poi il cuore e, infine, anche l’altro polmone, ma nonostante ciò, barcollando, riesce a percorrere qualche altro metro, poi stramazza a terra.
Un ragazzo, Fortunato Gasparini, è davanti alla porta di casa sua e accorre per soccorrerlo ma, mentre si accinge a sollevargli il capo, arriva Evelina che fa fuoco altre tre volte dicendo
- Troio di un vigliacco e di un assassino
Nel mentre esplodeva l’ultimo colpo sopraggiunse di corsa il di lei fratello ed, afferratala, le strappò di mano la rivoltella che gettò nel campo. Essa cercò di svincolarsi dicendo “Lasciami che lo voglio pestare” ma lui, continuando a trattenerla, le disse “Troia di una bagascia, cosa ci vuoi fare altro?”.
Poi Alfeo riesce a trascinarla in una casa vicina mentre Evelina continua a urlare fuori di sé e cogli occhi fuori dalla testa
- Lasciami andare che se non è morto lo ammazzo del tutto!
Dopo un po’ si calma, la mettono su di un biroccino e la portano a casa, mentre il fratello torna da Annita per riprendere la bicicletta
- Che bel lavoro che siete venuti a fare! – lo rimprovera la donna
- Tacete sposa… – le risponde con contegno mortificato, poi se ne va
Il Maresciallo Maggiore Angelo Federici, comandante della stazione di Novellara, arriva sul posto poco più di un’ora dopo. Constata sommariamente i fatti mentre i suoi uomini rinvengono la rivoltella di piccolo calibro con cinque cartucce esplose ed una intatta, poi va a casa di Evelina e la arresta
- Io non potevo sopportare l’abbandono – esordisce –. Nella penultima domenica, vedendo che non rispondeva affatto alle mie lettere, lo fermai in Santa Maria della Fossa in mezzo alla strada e a molta gente. Domandatogli perché non mi aveva risposto, incominciò col dire di non avere ricevute le mie lettere che gli avevo spedite per posta e poiché insistetti nelle mie esortazioni di riparare al mal fatto, mi ingiunse di non affrontarlo più in quel modo perché altrimenti mi avrebbe ripudiato completamente. In seguito gli mandai altre lettere per mano delle mie sorelle e anche di mio padre e lui a non rispondere. Soltanto disse a mio padre che riconosceva che avevo ragione, che egli era stato uno stupido ed un ignorante a fare quello che fece, ma riconoscendo i miei diritti non poteva sposarmi avendo già promesso di sposare quell’altra. Infatti, egli appena abbandonato me aveva incominciato a fare all’amore con certa Camellini Elvira colla quale, come in seguito ho saputo, erasi trovato in rapporti intimi fino a tre anni prima. Ieri l’altro mi fu assicurato che il Faccenda doveva sposare al più presto la Camellini. Tornai a casa disperata informando mio fratello Alfeo che ero stata resa incinta da Ermete e nella sera andò a trovarlo esortandolo ad abbandonare l’idea di quel matrimonio, almeno fino a che mi fossi acquietata, senonchè lui rispose di non potere differire per non volere fare cattiva figura con i propri parenti ed aggiungendo che aveva preparato il corredo nuziale ed il letto. Mio fratello mi informò dell’esito di quel colloquio e tutta la notte non ebbi requie e ieri mattina andai a trovare la casellante di San Tomaso e le domandai il revolver in prestito col pretesto di uccidere un galletto il quale nella notte restava sempre fuori impedendomi di dormire. Rientrata a casa con il revolver, lo nascosi e poi, per suggerimento di mio fratello, mi condussi a Reggio nella speranza di rivedervi Ermete, senonchè non riuscii sulle prime a vederlo e mi condussi da un avvocato per chiedergli un consiglio sul da farsi. L’avvocato Lasagni mi rispose che avevo certamente dei diritti, li facessi valere mettendogli paura con qualche espresso o telegramma per mandare a monte quel matrimonio, come io stessa gli avevo prospettato. Come gli dissi che ero disposta anche a degli eccessi, se egli non mi avesse sposata, tornò a dirmi che se avevo dei diritti potevo fare quel che volevo. Lascia all’avvocato £ 10 in compenso del consulto e altre 5 per provvedere a spedire il telegramma o l’espresso che doveva pensare lui stesso a scrivere. Venuti via dall’avvocato, girando per Reggio ci imbattemmo in Via Emilia con Ermete. Fermatolo, gli domandai se fosse vero che doveva sposare la Camellini ed egli, confermando di non poterne fare a meno, rifiutò di dirmene nel momento la ragione, promettendomi che sarebbe venuto a casa mia a dirmi l perché. Poiché mi premeva di essere informata al più presto, gli proposi di tornare con noi a San Tomaso, rispose che aveva il cavallo allo stallo e si allontanò per andarlo ad attaccare. Io e mio fratello gli stemmo dietro col nostro biroccio, senonchè giunti allo stallo non ve lo trovammo, né più vi fece ritorno, cosicchè, dopo averlo atteso un bel pezzo ce ne tornammo a casa. Giunta a casa, fino alle ore 15 lo attesi invano e così, posto il revolver nella mia borsetta, tolsi la bicicletta e di nascosto alla mia famiglia, attraversando campi e sentieri, mi condussi a Santa Maria e andai nella casa di Tondelli Annita, alla quale mio fratello, ieri stesso appena tornato da Reggio, era andato a fare viva raccomandazione perché essa e suo marito persuadessero Ermete a dilazionare almeno il matrimonio fino a che mi fossi acquietata. Poiché essa mi assicurò di non avere avuto tempo di conferire con lui e che il di lei marito era andato a Reggio donde ancora non aveva fatto ritorno, dati due soldi ad un bambino, lo incaricai di andarlo a chiamare a nome di Annita. Di lì a poco venne e, presente Annita, lo scongiurai e lo supplicai ripetutamente a non sposare la Camillini, dicendogli che a tale condizione mi sarei anche acquietata se non avesse sposato neppure me, ma egli fu irremovibile dicendo che aveva paura del padre della Camillini, il quale era un avanzo di galera che poteva piantargli un coltello davanti e un altro di dietro. Soggiungeva che appena si fosse stancato di quella mi avrebbe sposata, volendo con essa fare solo il matrimonio religioso e che intanto mi dava dei denari perché io nascondessi a tutti la mia gravidanza. Respingendo ambedue quelle proposte, lo abbracciai e piansi supplicandolo con maggiore energia, ma egli mi respinse brutalmente. Nel mentre sopraggiunse mio fratello portandomi tre lettere che aveva mandato a casa di mio padre lo stesso Ermete appena tornato da Reggio. Avendogli domandato che cosa avesse scritto, rispose: “Proprio quello che ti ho detto adesso…”. Pregami mio fratello a provare lui di persuaderlo perché io non me ne sentivo più forza, ma lui era irremovibile, onde mio fratello passò in una camera e si pose a piangere. Tornai da Ermete facendo altri tentativi riusciti infruttuosi. A certo punto, cavate di tasca 550 lire me le porse esortandomi a metterle nella borsetta verso la quale allungò la mano ed io, che avevo appesa la borsetta al manubrio della bicicletta, insistendo nel dire che non avevo che farmene  di quel denaro, alle sue insistenze, aperta la borsetta vi posi dentro quel denaro con una mano, nel mentre con l’altra ne cavai fuori la rivoltella di nascosto a lui. Reiterai le mie supplicazioni ma lui, sempre irremovibile, alzatosi da sedere mosse per allontanarsi. Appena passata la soglia, chiamatolo, gli mostrai la rivoltella dicendogli che mi sentivo capace di trarre la mia vendetta con quell’arma. “Fai quello che vuoi, ma io non posso cedere” mi rispose. Allora gli tirai un colpo a distanza di due o tre passi, che credo sia andato a vuoto. Scappò subito in strada da me inseguito a breve distanza e in un momento che si voltava indietro a guardare, ne sparai un altro e subito è caduto sul margine della strada. Fuori di me mi gli appressai e gridando gli esplosi altri due o tre colpi e frattanto fui afferrata per di dietro da mio fratello che mi buttò da una parte strappandomi la rivoltella, che lanciò in mezzo ai campi
Sottoposta a visita ginecologica, Evelina risulta essere al terzo mese di gravidanza, quindi non ha mentito su questo punto, ma la testimonianza di Annita, le contraddizioni tra le due versioni e il fatto che si sia procurata l’arma il giorno prima dell’omicidio inducono gli inquirenti a sospettare che la ragazza abbia premeditato il delitto. Gli inquirenti mettono anche in rilievo le contraddizioni che pesano su Alfeo Tamaglini, convincendosi che ha avuto un ruolo decisivo nell’omicidio e lo arrestano, ma c’è un problema: di chi è la competenza a giudicare il suo – eventuale – coinvolgimento essendo un militare in servizio? Comincia così un viavai di carte tra la Procura del re di Reggio Emilia e il Tribunale Militare di Firenze, competente per territorio. Questo palleggiamento di competenze si protrae per oltre sei mesi senza che la Procura del re di Reggio Emilia chieda proroghe alle indagini ed Evelina viene rimessa in libertà provvisoria.
- Seppi dal parroco che mia sorella si sarebbe recata a casa di Annita – si difende Alfeo – perché era stata da lui, così andai a cercarla lì, la trovai che stava discorrendo con l’Ermete e le consegnai delle lettere, dopo insistevo perché l’Ermete non sposasse la Camillini ed egli ripeteva che era impegnato e fu lui a proporre denaro a mia sorella. Protestammo entrambi dicendo che non era questione di denaro ma di onore. Mia sorella diceva che la cosa non poteva essere messa a tacere neanche con diecimila lire ed egli continuava ad offrire lire cinquecento che aveva in casa, per mettere mia sorella in condizione di partorire fuori dal paese. Per tagliar corto ad una discussione incresciosa, gli dissi di andare a casa sua, persuaso che non sarebbe più ritornato e, appena allontanatosi, dissi all’Annita che l’Ermete non sarebbe più ritornato e tale era anche la sua convinzione. Invece tornò dopo pochi minuti e si mise a parlare con mia sorella. Mentre mi trovavo in cucina sentii un colpo d’arma da fuoco, balzai di colpo nel corridoio dove si trovavano i due, mi misi in mezzo a loro ma mia sorella sparò un altro colpo nel mentre l’Ermete stava fuggendo attraverso una porticina che immette nel porticato. Mia sorella balzò fuori dall’altra porta, feci per rincorrerla ma, ferito com’ero al piede sinistro che portavo ancora fasciato, mi era impedito di correre. Mia sorella intanto inseguiva l’Ermete sparando degli altri colpi. La raggiunsi, la disarmai della rivoltella che buttai sul campo vicino e la condussi a casa.
- Annita Tondelli riferisce che hai incitato tua sorella ad ammazzarlo…
- È assolutamente falso – ma non gli credono e resta in carcere
È il 16 maggio 1918 il giorno in cui la Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Modena emette la sentenza di rinvio a giudizio contro Evelina Tamaglini con l’accusa di omicidio qualificato dalla premeditazione e porto abusivo di rivoltella, ordinandone di nuovo l’arresto, mentre dichiara l’incompetenza dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria a giudicare Alfeo Tamaglini per concorso in omicidio qualificato e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale Militare di Firenze.
Per fissare la data del dibattimento bisogna aspettare ancora del tempo; intanto la guerra finisce e con la guerra finisce anche la legge marziale. Il 21 febbraio 1919 viene promulgato il Regio Decreto n. 160 che, all’articolo 5, ristabilisce la competenza dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria per reati soggetti alla giurisdizione militare perché commessi in tempo di guerra o comunque devoluti alla giurisdizione militare da bandi o leggi speciali emanati durante la guerra. È proprio il caso di Alfeo, il quale, il 27 aprile 1919, viene rinviato a giudizio dalla Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Modena. Adesso si può fare sul serio e il dibattimento viene fissato per il 3 novembre successivo presso la Corte d’Assise di Reggio Emilia.
In 3 udienze, nelle quali emerge la figura della vittima come quella di un impenitente libertino che amava dare fastidio alle donne giurando che avrebbe sposato solo quella che mi resisterà, si arriva alla sentenza: è il 6 novembre 1919 quando il Presidente della Corte annuncia che Evelina Tamagnini, sebbene abbia ucciso Ermete, non è colpevole di avere commesso l’omicidio, ma piuttosto è colpevole di avere portato fuori dalla propria abitazione una rivoltella senza aver pagata la tassa prescritta e la condanna alla pena pecuniaria di lire 180 ed al pagamento delle spese processuali. È ovvio che se Evelina non è colpevole, non può esserlo nemmeno Alfeo che viene assolto.
Ah! Un’ultima cosa. Ad Evelina vengono sequestrate le 550 lire ricevute da Ermete a garanzia delle spese.[1]
  




[1] ASRE, Processi Penali.

mercoledì 9 maggio 2018

IL CECATO DI LAGO


È l’antivigilia di Natale del 1893. Bruno Scanga, alias Preferito sta passando per Via San Giuseppe a Lago. Ha più di settant’anni, i capelli e la barba, che porta quasi intiera, sono quasi bianchi; indossa giacca, panciotto e calzoni di stoffa ordinaria del color di cece sporco, camicia di tela e calzatura cosiddetta “zampitta”. È cieco di un occhio e i monelli perciò ordinariamente lo ingiuriano dicendogli “cecato, cardillo, richiamo, ziculì” (prendendo argomento dai cardellini e dai fringuelli che soglionsi acciecare perché cantassero). Quel pomeriggio quando alcuni ragazzini lo vedono, istigano un bambino di 8 anni, Giuseppe Palumbo, a prenderlo in giro. Il piccoletto obbedisce e Scanga, per allontanarlo e castigarlo lo percosse con un bastone di cui andava munito e lo fece cadere a terra.
- Zu Cì, ‘u cecatu ha minatu a Peppinu – Francesco Coscarella ha 13 anni ed è sulla soglia della bottega di suo zio Francesco Perri, sarto di 64 anni, e zio anche del piccolo Peppino.
Il sarto esce dalla bottega come una furia, affronta Scanga, gli strappa il bastone dalle mani e lo colpisce ripetutamente in testa. Scanga cade a terra sanguinante, si guarda intorno e col suo unico occhio vede parecchie persone che trattengono il suo aggressore
- Siatemi testimoni che mi ha menato, vado a querelare Cicco Perri – dice mentre lo aiutano a rialzarsi. Poi, barcollando, si avvia verso casa
Arrivato all’incrocio su Via San Giuseppe dove deve svoltare, si ferma e torna indietro. Sulla porta della bottega di Francesca Abate si ferma e alla domanda della donna, che lo vede tutto insanguinato, su cosa gli sia successo, risponde sibillinamente
- Non dubitare Ciccu Perri che ora ti aggiusto io
La casa di Bruno Scanga è quella del custode del cimitero di Lago, Luigi Turco, che gli offre vitto e alloggio in cambio del suo aiuto a scavare fosse e tenere pulito il cimitero
- Brù, che t’è successo?
- Sono stati i miei peccati… sono caduto… – poi si siede accanto al fuoco e si medica la ferita con qualche rimedio di quelli del volgo
La mattina seguente Bruno ha dimenticato la sua voglia di vendetta, querela o cosa altro gli sarebbe potuto venire in mente; ha solo un po’ di mal di testa ma va regolarmente al cimitero ad aiutare il suo amico. Ci sono da scavare alcune fosse e non si può perdere tempo. Ma dopo un paio di ore deve smettere
- Luì, mi sientu tuttu ciuncu… me ne vado a casa e mi metto al fuoco…
Nei giorni successivi non andrà a lavorare né a chiedere l’elemosina come fa spesso, ma resta a casa vicino al fuoco, lagnandosi di un generale malessere, di dolori alla testa e di aver perduto l’appetito ed infatti mangiava pochissimo. Poi tutto cambia all’improvviso. La mattina del 4 gennaio 1894 sta malissimo, sembra in agonia e Luigi Turco fa accorrere il medico del paese, Giovanni Gatti, che lo visita e scuote la testa, il povero Bruno ha perso conoscenza e gli muore tra le mani. L’unica cosa strana che il medico nota sul corpo del morto dopo averlo esaminato attentamente è una lesione dei comuni tegumenti a bordi suppuranti sulla gobba del parietale sinistro, ma, in tutta coscienza, non è in grado di precisare se la morte si debba attribuire alla lesione descritta o ad altra malattia. Per non sbagliare, sapendo dell’aggressione di quasi due settimane prima, fa avere la notizia ai Carabinieri.
E così il Brigadiere Giuseppe Ripepi, comandante la stazione di Lago, va a constatare personalmente la lesione descrittagli dal medico, si insospettisce e vuole vederci chiaro. Va a trovare Francesco Perri ma scopre che, appena si è sparsa la voce del decesso del cecato, si è allontanato dal paese per ignota destinazione. Due più due fa sempre quattro. Ripepi telegrafa immediatamente al Pretore di Amantea, Giuseppe Sposato, esternandogli i suoi sospetti e questi, quattro giorni dopo, si reca a Lago con un medico al seguito per effettuare l’esame autoptico.
Giudico che l’individuo a cui appartiene il cadavere qui presente morì esclusivamente ed unicamente per congestione intensa delle meningi prodotta da trauma riportato sul cranio.
Viene subito spiccato un mandato di cattura nei confronti di Francesco Perri ma bisognerà aspettare perché del sospetto non ci sono tracce. Intanto le indagini proseguono interrogando vari testimoni
Il primo a rispondere alle domande del Pretore è il ventenne calzolaio Aristide Caruso
- Vidi che Francesco Perri uscì dalla bottega e corse in aiuto del bambino, cercando di strappare il bastone dalle mani dello Scanga. Ne venne allora tra i due una specie di colluttazione, ossia un tira e molla e ad un certo punto lo Scanga perdè l’equilibrio e cadde a terra col corpo in arco in modo che battè col capo sul selciato della via e si produsse una ferita. Quindi immediatamente si alzò e si diede a fuga dicendo: “Mi sono rotto il capo… mi sono rotto il capo…”. Non è vero che il Perri abbia percosso lo Scanga collo stesso bastone di costui, anzi io vidi che quando esso Scanga cadde a terra, egli se ne rientrò pacificamente nella bottega. Tre o quattro giorni dopo del fatto rividi lo Scanga e mi disse che si era rimesso al lavoro
Tutto il contrario di quanto in un primo momento era emerso. Ma i testimoni che parlano dopo di lui lo smentiscono categoricamente e Caruso capisce che è meglio per lui se dice tutta la verità
- Ritornando a quanto deposi ieri, modifico intieramente la mia deposizione perché non è stata vera e la ragione di ciò si fu che io mi trovavo convulso e mi imbrogliai nel raccontare i fatti… – poi li racconta come tutti gli altri, cioè che Perri ha tirato delle bastonate in testa a Bruno Scanga. Evidentemente qualche cardellino o fringuello gli ha spiegato a cosa va incontro un falso testimone.
Finalmente, il 23 febbraio 1894, Francesco Perri si costituisce e si difende
- Nel pomeriggio del ventitre dicembre mi trovavo a lavorare nella mia bottega da sarto sulla strada San Giuseppe in Lago quando un mio giovine a nome Francesco Coscarella mi disse: “Guarda, Bruno Scanga ha tirato due bastonate a tuo nipote”. Ciò infatti era vero ed il mio nipotino Giuseppe era caduto a terra in seguito alle percosse ed implorava aiuto. Allora corsi subito in strada dove era avvenuta la scena e mi diedi a soccorrere il ragazzo, senza avere in animo di inveire contro lo Scanga, ma questi, sospettando quel che non era, cercò avventarsi contro di me impugnando il suo piccolo bastone e prendendo anche un sasso da terra. io non feci altro che cercare di togliergli il bastone dalle mani, egli me lo contrastò e con qualche urto che io, involontariamente, gli avrò potuto dare cadde a terra e in questo modo dovette ferirsi, cioè percuotendo il capo sul selciato. Non è vero, quindi, che io lo percossi col bastone sulla testa, anzi posso dirvi che appena lo vidi cadere me ne ritornai in bottega. Sono innocente
Ma questa autodifesa non sembra del tutto credibile sia per il tipo di ferita riportata che non è assolutamente compatibile con un urto sul selciato e sia perché il Pretore accerta che Perri non rientrò subito e volontariamente nella sua bottega, ma lo fece solo per l’intervento delle molte persone che accorsero attirati dalla lite.
Due giorni dopo vengono sentiti Gaetano Giordano, Antonio Mazzotta e Nicola Politano, citati da Perri a suo discarico, i quali attestano tutti e tre la stessa cosa
- Vidi uscire Francesco Perri dalla sua bottega e, avventatosi sopra lo Scanga, cercò disarmarlo del bastone che ancora aveva in mano e perché questi resistette, il Perri, nello strappare il bastone, lo fece stramazzare a terra e non vidi se riportò alcuna lesione. Poco dopo si alzò e nell’andarsene non intesi alcun lamento da parte sua d’essere stato battuto dal Perri
Il Pretore richiama i tre a dire la verità, null’altro che la verità, ammonendoli delle pene previste contro i testimoni reticenti, ma i tre confermano tutto e vengono denunciati per falsa testimonianza, così come Aristide Caruso che ha già ritrattato e detto la verità.
A chiusura delle indagini il Pubblico Ministero chiede il rinvio a giudizio di Francesco Perri per avere, con atti diretti a commettere una lesione personale, cagionato la morte di Scanga Bruno. Chiede anche il rinvio a giudizio, con l’accusa di falsa testimonianza, di Gaetano Giordano, Antonio Mazzotta e Nicola Politano i quali, più volte interrogati durante la fase istruttoria senza il vincolo del giuramento, hanno sempre confermato le proprie versioni dei fatti. Per l’altro imputato, Aristide Caruso, viene chiesto il non luogo a procedere.
Il 15 maggio la Sezione d’Accusa accoglie le richieste e rinvia gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento dura solo la giornata del 27 luglio 1894. Subito Giordano, Mazzotta e Politano ritrattano, firmando questa dichiarazione: Ritrattando le loro dichiarazioni fatte innanzi al Magistrato incaricato della istruzione del processo per cui vennero sottoposti a procedimento di falso, oggi, in vista della pena che la legge loro fulmina, han costantemente dichiarato che veramente essi nulla videro e nulla sapevano del fatto delle lesioni cagionate dal Perri allo Scanga e se deposero in quel modo la prima volta, si fu perché non prestavano giuramento. Questa è la verità.
Il difensore dei tre chiede subito il non luogo a procedere.
Troppo facile e troppo comodo, ma il Pubblico Ministero non si oppone, non si oppone nemmeno la difesa di Francesco Perri e non si oppone nemmeno la parte civile, così i tre se la cavano e possono tornare a casa senza aspettare oltre.
Per Francesco Perri invece il dibattimento continua e, verso sera, la giuria emette il verdetto col quale lo ritiene colpevole di omicidio preterintenzionale e lo condanna alla pena di 6 anni e 8 mesi di reclusione, più pene accessorie.
Il 17 gennaio 1895 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali. La foto pubblicata per gentile concessione di Francesco Mazzotta.

domenica 6 maggio 2018

IL BARBATONSORE DI FIUMEFREDDO


Fino alla sera del 10 luglio 1898 il ventiquattrenne barbiere di Fiumefreddo Bruzio Ernesto Verri e il trentenne sarto Andrea Di Santo erano amici. Quella sera Ernesto, come il suo solito, si ubriaca e comincia a distruggere casa sua. Quando il suo amico, avvisato, lo va a trovare per cercare di calmarlo, per tutta risposta si becca una revolverata nell’avambraccio sinistro e sporge querela. Ernesto Verri si becca 4 mesi di reclusione e l’amicizia si trasforma in odio.
Ernesto esce di prigione e non perde occasione per offendere e sfidare Andrea che sopporta tutto per il suo carattere mite, un pusillanime come dice Concetta Pezzetti sua moglie. Sopporta tutto fino a domenica 8 ottobre 1899 quando in mezzo alla piazza del paese, mentre tutta la popolazione sta assistendo alla commedia di un prestigiatore di passaggio, tira fuori un coltellino e vibra, almeno questa è la sua intenzione, una coltellata alla coscia sinistra di Ernesto, riuscendo soltanto a lacerargli il pantalone. I gesti di Ernesto sono inequivocabili e vogliono dire che prima o poi gliela farà pagare perché uno che ha la fedina penale come la sua non può permettere a un vigliacco di fare il gesto di volerlo accoltellare. E l’odio e il rancore crescono, crescono in fretta.
È la sera dell’11 ottobre 1899, tre giorni dopo l’ultima lite. I fanali pubblici sono stati appena accesi quando Andrea esce di casa con sua moglie Concetta per aiutarla a trasportare due tavole di pane dal forno accanto a casa loro, fino alla casa di Francesco Amendola. La sorpresa è grande quando, appena sulla strada, vedono Ernesto Verri e il suo genitore Marino fermi a pochi passi da loro
- Vile,vigliacco, vieni di pendino se ài coraggio! – dice Ernesto all’indirizzo del rivale
Marito e moglie cambiano strada per andare al forno e quando arrivano entra solo Concetta, mentre Andrea resta fuori a fumare un mozzicone di sigaro, voltato verso la porta di mare
- Che fai qui a quest’ora? – gli chiede Maria Carmela Barone che sta passando da lì per tornare a casa, ma Andrea non le risponde, si gira e come un fulmine entra nell’atrio del forno. La donna non ha nemmeno il tempo di restare sorpresa da quello strano comportamento che un altro fulmine le passa accanto: è Ernesto Verri che si precipita anche lui nel forno, sguaina il suo bastone animato e colpisce alle spalle Andrea, scappando immediatamente, proprio mentre la fornaia è intenta ad infornare i taralli
- Madonna del CarmineErnesto Verri mi ha ammazzato! – urla Andrea
La confusione è grande nel forno. Concetta soccorre il marito che con un filo di voce la prega di portarlo a casa del dottor Giovanbattista Pavone, cosa che, a fatica, fa, ma nonostante l’insistente picchiare sulla porta, nessuno apre
- Ha paura che lo vedano da casa di Verri, per questo non apre… – osserva Concetta – ti porto a casa e lo facciamo venire da noi
Come previsto, il dottor Pavone arriva poco dopo e trova Andrea che si lamenta e chiede aiuto perché sente che sta morendo. Proprio allora arriva anche il parroco, don Carmine Carbone
- Gli faccio l’estrema unzione? – chiede al medico
- Ma no! Si spagna ca mora, ma non è nientechiacchiera come chiacchierò l’anno passato – gli risponde il medico e non servono le insistenze dei familiari. Per il medico è una sciocchezza e se ne va
- Don Carmine, dategli l’olio santo per carità – insistono i familiari e lo stesso Andrea
- Non avete sentito il medico? Non è niente… questi sacramenti non sono uno scherzo! Adesso lo confesso e poi ci vediamo domani
Non c’è un domani per Andrea Di Santo che poche ore dopo, fra atroci spasimi, passò ad altra vita.
Per il Brigadiere Francesco Bigoni si tratta di omicidio premeditato. Avvisato il Pretore, comincia la caccia all’assassino che sembra essere sparito nel nulla. Intanto viene stabilito che Andrea Di Santo è morto per l’emorragia interna causata dalla perforazione del polmone sinistro, del diaframma e della milza, trapassati dallo stile del bastone animato di Ernesto Verri.
Cinque giorni dopo il fatto, il 16 ottobre, il Brigadiere Bigoni viene avvisato che il ricercato si nasconde in casa di suo padre e, accompagnato dal Pretore del luogo, lo va ad arrestare
- Nego di essere stato io l’autore della morte di Di Santo Andrea. Nella sera dell’undici, verso mezzora di notte mi sono ritirato nella mia abitazione come vide la mia vicina Rosaria Patitucci o Vommaro. Nel corso della notte ho dormito nella mia casa, ove tuttavia dimora mia moglie. Nella mattina seguente, facendo l’alba sono partito per andare alla stazione per radere taluni miei clienti
- Però alla stazione non siete mai arrivato…
- Quando stavo per arrivare alla stazione fui avvisato dalla moglie di Carmine Catero che i Carabinieri andavano in traccia mia per arrestarmi come preteso autore del cennato omicidio. Allora io mi sono allontanato dal paese e dopo molto cammino sono arrivato in Cosenza. Colà dimorai due giorni e ieri sera verso la mezzanotte sono arrivato in questo abitato e sono andato nella casa paterna giacché mio padre aveva promesso al Brigadiere di essere io pronto a mettermi a disposizione della giustizia. Intanto non so il motivo pel quale i miei vicini e la moglie del defunto dicono che io sia stato l’autore del colpo di stile che produsse la morte del Di Santo
- Beh… ci sono dei testimoni oculari e poi non potete negare che tra voi e la vittima non ci fossero buoni rapporti…
- Non posso negare che vi era dell’inimicizia tra me e il defunto Di Santo giacché costui nell’anno passato venne a insultarmi nella mia abitazione e nella lotta riportò egli un colpo di rivoltella in un braccio e pel tale reato sono stato condannato dal Tribunale di Cosenza e già ho espiato la pena di mesi quattro di reclusione. Nonostante ciò il Di Santo ha continuato sempre a insultarmi e ingiuriarmi fino a che nella domenica otto corrente mese cercò di ferirmi con un pugnale in una gamba, ma poiché è vile, non fu buono ad altro che a sfiorarmi una parte del pantalone. E non solo, signor Pretore. Nel giorno successivo, il medesimo si fece lecito dire a Gentile Francesco che mi avrebbe dato dei colpi di scure che aveva in mano
- Avete detto che eravate ubriaco. Dove avete bevuto e quanto? C’era qualcuno con voi?
- Nelle ore pomeridiane del di 11 corrente ho giuocato alle carte nell’esercizio di Storino Luigi, presenti Storino Natale, Morelli Costantino ed altri. Colà ho bevuto del vino ma non mi ricordo se mi abbia fatto del male. Dopo che sono uscito dal carcere si è diminuita in me l’abitudine dell’ubbriachezza che prima mi dominava
Ma forse le cose non stanno proprio così. Secondo Natale Storino che gestisce la cantina di suo zio Luigi,
- Ernesto Verri quando aveva soldi in tasca li buttava bevendo il vino che molto gli piaceva, come io osservavo, allorché veniva nello spaccio. Nelle ore pomeridiane del precedente Mercoledì undici corrente ottobre, fu, come io vidi, nello spaccio giuocando alle carte con diversi amici. Potette bere quasi un litro di vino che io vendevo agli avventori. Essendo egli abituato a bere, credo che non l’avesse ubbriacato. Egli andò via dal suddetto negozio verso un’ora di giorno e passeggiava per l’abitato tranquillamente senza commettere alcuna stranezza, come io ebbi ad osservare
Nemmeno Costantino Morelli, uno degli amici che giocava a carte con Ernesto, è convinto della sua ubriachezza
- Il mio barbiere Ernesto Verri era dedito al vino e molte volte si turbavano le sue facoltà intellettuali ed io gli dicevo di stare attento perché aveva famiglia. Il precedente mercoledì undici ottobre, nello spaccio di Storino giuocò egli con me ed altri amici e potette bere un litro e quarto di vino. Verso un’ora di giorno, finito il giuoco, siamo usciti da quel luogo ed ognuno andò per la via sua. Come io vidi, il Verri incominciava ad essere allegretto pel vino bevuto, ma nel camminare non dava segni di barcollare, né la sua parola era balbuziente. Nel corso della sera seppi che Di Santo Andrea fosse stato ferito gravemente dal Verri e ciò mi recò somma meraviglia perché quasi un paio di ore prima io avevo osservato l’animo tranquillo del Verri
Continuando le indagini, il Brigadiere Francesco Bigoni si trova davanti alla concreta possibilità che Ernesto Verri sia stato coadiuvato nell’esecuzione del delitto da suo padre, presente sul posto. A metterlo nei guai è una dichiarazione della moglie dell’ucciso
- In verità non posso dire che il padre fosse stato vicino al figlio per istigarlo ad uccidere mio marito, ma ritengo che stesse vicino a lui per persuaderlo a non bagnarsi le mani di sangue, ma quando lo vide ostinato, intesi che disse al figlio “e… va minalu”. Intendo dare querela contro entrambi i Verri giacché il padre non doveva abbandonare il figlio nel momento del delitto. L’avrebbe invece dovuto rattenere o chiamare aiuto
Siccome Concetta non ha potuto sentire Marino Verri pronunciare quelle parole, il Brigadiere e il Pretore cercano di saperne di più interrogando Maria Carmela Barone, testimone oculare del delitto
- Con tutta coscienza posso affermare che non vidi sul luogo dell’avvenimento Marino Verri e neppure gli ho sentito dire “va ammazzalu” oppure “va minalu”
Marino Verri può tirare un sospiro di sollievo.
Dopo due mesi dai fatti il Pretore invia gli atti al Pubblico Ministero e sembrano non esserci dubbi né sulla consapevole volontà omicida di Ernesto Verri, né sulla posizione di suo padre Marino. Scrive il Pubblico Ministero nella sua relazione: dalle modalità che precedettero ed accompagnarono il luttuoso avvenimento emerge che Ernesto Verri formò il disegno di fare strage del suo avversario prima dell’azione. Infatti nutriva forti rancori contro il Di Santo, andò a provocarlo mentre solo e tranquillo se ne stava a fumare e nel vederlo allontanare, temendo di fuggirgli, l’inseguì e con lo stile in bastone di cui era abusivamente armato, gli cagionò la letale lesione. Egli quindi premeditò l’uccisione dell’infelice Di Santo. Sul conto dell’altro prevenuto Marino Verri nessun elemento di prova si è raccolto per potersi ritenere responsabile di avere determinato il figlio Ernesto a commettere l’omicidio anzidetto, perciò deve essere prosciolto dall’ascritta imputazione per mancanza d’indizi di reità.
La Procura Generale del re concorda con questa impostazione e chiede alla Sezione d’Accusa il rinvio a giudizio di Ernesto Verri con l’accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione. La Sezione d’Accusa accoglie la richiesta. È l’8 gennaio 1900.
Il 19 febbraio successivo si apre il dibattimento e già il giorno dopo la giuria emette il suo verdetto dichiarando Ernesto Verri colpevole e, non credendo alla dichiarata ubbriachezza, gli commina una condanna durissima: 30 anni di reclusione e pene accessorie.
il 26 maggio 1900 la Suprema Corte di Cassazione rigetterà il ricorso dell’imputato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.