martedì 14 agosto 2018

OMICIDIO A LITTLE ITALY


È la notte del 20 luglio 1906 e l’afa rende difficile il sonno. Nella stamberga nei dintorni di Taylor Street a Chicago, il trentaquattrenne Francesco Palmieri, emigrato da Celico, è così stanco dopo una giornata di lavoro passata nell’inferno dei macelli che l’afa gli sembra il ponentino del suo paese natio e dorme profondamente steso sul nudo pavimento, come la maggior parte dei suoi coinquilini, altrettanto stremati dalla fatica. Così nessuno accorge dell’uomo che, scavalcando i corpi nudi, avanza nel camerone in direzione di Palmieri con un revolver in mano.
“Eccolo, è proprio lui” pensa l’uomo mentre stende il braccio puntando l’arma alla testa di Francesco Palmieri. Poi quattro detonazioni consecutive e il panico degli uomini svegliati di soprassalto. L’uomo cade su di un uomo incespicando nel corpo di un altro che si sta sollevando e i due si trovano faccia a faccia. Lo riconosce, è il ventinovenne Serafino Antonio Pucci di Rovito, ma deve lasciarlo andare, così gli consiglia la canna del revolver, ancora fumante, a pochi centimetri dalla sua faccia.
Nella stanza regna lo sconcerto per quel fatto così enorme, per quella vita spezzata a causa di una banale discussione avvenuta qualche giorno prima. Tutti escono da quella maledetta stanza dove adesso ci sono solo un cadavere sfigurato e pagliericci coperti di schizzi di sangue e cervello. Qualcuno vomita, altri piangono, tutti bestemmiano e maledicono la sorte avversa che gli ha fatto lasciare il paese.
La Polizia arriva poco dopo e constata che Francesco Palmieri è stato ucciso da quattro proiettili che gli hanno spappolato la testa. Viene subito fuori il nome dell’assassino e comincia la caccia. Lo trovano un paio di giorni dopo nascosto nella zona dei macelli e lo arrestano.
Qualche settimana dopo, a Celico arrivano due lettere da Chicago. La prima è indirizzata a Filomena Arnone:
Chicago 21 luglio 1906
Stimatissima Madre,
o ricevuto la vostra desiderata lettera e sento che la pasati bene salute così sperai sentire da mè e fratello. Cara madre vi o spedito 1.50 Lire giorno 20 luglio, mi avete mandato a dire che volete andare ali bagni, come voleti fare farette. Cara madre mi avette mandato adire che non vado afare il soldato per ci credere voglio vedere il cogero (congedo. Nda) asoluto e poi ci credo. Cara madre voi volete sapere se me ne vengo, credo che no e poi se ne parla qualche l’anno; mò comigiata (ora ho cominciato. Nda) afare il capurale e poi mi ne vengo, o finito tuto tento alla mese 2,25 Lire. Cara madre ditte ala zia Teresina si ci vuole mandare alo suo figlio cicilo ca questo inverno ci mando la tichetta e lo faccio venire; credo che mo e rove io al mio fratello peppino ci fazzo pigliare la polla; di piu ti fo sapere che pure ce il nostro compare lavalla con me e saluta sua famiglia, di piu ti fo sapere che e morto amazato Francesco Palmiere con tre colpi di rivolvere e la amazato uno di motte (Motta di Rovito. Nda) mo voglio che non ditte nientte anisuno e fatti gli afare vostri che meglio che si sa di altri personi e mo noi altri paesani ci stamo coglienno uno po’ di moneta per la sua moglia.
Basta, non altro che dirvi saluta il cugino Francesco e pure il tuo Nipote Michele io saluto ala zia carmela e famiglia, saluto ala zia Teresina e famiglia, saluto allo fratello Antonio e gio mandato la moneta hogie esso (oggi stesso. Nda) e safare la firma senza portare testimoni; ti saluta pepino e pure insieme io e il mi fratello e ti cercano la S. Benedizione e sono il vostro aff. Figlio Eugenio Iaccino
La seconda alla famiglia Siciliano:
(…) de piu caro patre ti farò conoscere che qui, 1 ora di treno, anno ucciso a francesco parmieri uno dello fravetto (Flavetto di Rovito. Nda) con 4 corpi di rivorvero nella testa per una piccola occasione avrà finito una vita domo (d’uomo. Nda) e io con i miei compagni ci siamo andati avedere e labiamo trovato ucciso elassassino lanno preso capo 2 giorni e per nome si chiama antonio pucci e io ne oavuto morto dispiacere della nostra cugina che sarà rimasta con 4 figli; avoi caro patre vi prego de ci avere un po di carità. Non mi resta che dire saluti a nostra famiglia, doppo saluto avoi da vero cuore e vi cerco la S.B. e sono tuo figlio aff
Francesco Siciliano
La notizia si diffonde in men che non si dica e lascia nella disperazione la povera Peppina Zagotta, rimasta tragicamente vedova a 31 anni con quattro figli piccoli da mantenere, non sa più come. Per questo, il 24 agosto va a denunciare il fatto ai Carabinieri di Celico:
- Io sono rimasta così vedova con quattro bambini minorenni, il primo dei quali ha appena 11 anni e chiedo che la giustizia mi protegga. Sono una povera disgraziata senza beni di fortuna e mi querelo contro il Pucci Antonio, riservandomi contro di lui l’azione civile.
Contrariamente a quanto avvenuto per altri delitti commessi all’estero, questa volta non viene intrapresa alcuna iniziativa tendente ad assumere informazioni ufficiali in merito e, cosa ancora più strana, nessun’altra lettera privata con informazioni sull’eventuale processo a carico di Serafino Pucci viene mostrata agli inquirenti, i quali si preoccupano soltanto di verificare se l’assassino  sia o meno rientrato in Italia.
Secondo la madre del povero Francesco Palmieri, Pucci alla fine del 1906 sarebbe ancora detenuto negli Stati Uniti, ma temo che venga liberato con danari, aggiunge.
Poi più nulla.[1]

PROSSIMAMENTE A TEATRO



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 12 agosto 2018

CIELO, MIO MARITO!


È il 26 luglio 1952 quando Isidoro Brunetti bussa alla porta di Giuseppe Mango in via Cairoli 45 a Rossano per recapitargli una busta rossa che il portalettere ha lasciato nel suo negozio. La cosa strana è che sulla busta è ripetuto più volte l’invito a consegnarla alle propie mani del destinatario, anzi il mittente, che non figura sulla busta, invita proprio Isidoro a fare quanto richiesto. Quando Peppino Mango rientra in casa e apre la busta, l’afa della giornata estiva si trasforma in gelo. Con un filo di voce chiama sua moglie Giuseppina e le dice di ascoltare ciò che dice la lettera
Caro Peppino Mangano
Fai attenzione.vostra moglie vi tradisce. Caruso Domenico è il suo amante. Tutto il tuo vicinato lo sa. A Santa Maria delle Grazie lo sanno.
Al trappeto di Gennaro Fortunato lo sanno tutti gli operai compreso il padrone.
A Rossano lo sanno tutti i tuoi conoscenti.
Domenico non ha colpa. La colpa e di tua moglie che la preso a forza.
Tutti vi chiamano cornuto.
Dicono che voi stesso lo sapete
Però tua moglie pagherà il peccato di avere fatto perdere la testa al giovane
Peppino è un uomo d’onore, quindi molto geloso ed è tentato di credere a quanto ha appena letto, ma sapendo che la moglie è ammalata da molto tempo e semi-paralitica al braccio e gamba destra, vuole dare fiducia ai mille giuramenti che Giuseppina gli fa. I due parlano molto di questa brutta faccenda e giungono alla conclusione che a scrivere la lettera possono essere stati solo i loro vicini, il diciassettenne Pasquale e sua madre Giuseppina. Così vanno dai Carabinieri a sporgere formale querela. Ma seppure facciano i nomi dei due la denuncia è contro ignoti. A loro volta i due sospettati denunciano i coniugi Mango per violenza privata perché, così dicono, sarebbero stati minacciati per confessare di essere gli autori della lettera.
Giuseppina, per rafforzare la sua riaffermata fedeltà coniugale, convince il marito ad acquistare una rivoltella calibro 7,65 con la quale, gli giura, sarà pronta a farsi giustizia da sola se la Legge non punirà i colpevoli della diffamazione. Poi i due prendono un’altra radicale decisione: licenziare Domenico Caruso che lavora come bracciante agricolo in un fondo di Peppino.
- La gente parla e tu te ne devi andare da qui e ti avverto: non avvicinarti più alle mie proprietà e né tampoco attraversarle per motivi di lavoro. Ci siamo capiti?
- Don Peppì, vi giuro che mai tra me e vostra moglie c’è stata relazione alcuna se non una semplice amicizia… don Peppì, se mi ammazzate, ammazzate vostro figlio
- Ci siamo capiti? – ripete Peppino
Ma nonostante le rassicurazioni della moglie e del presunto amante, la gelosia morbosa di Peppino Mango si fa largo nella sua mente e comincia a notare cose a cui non aveva mai fatto caso prima. Per esempio nota che Domenico, passando nelle vicinanze di casa Mango mentre va a lavorare, canta a squarciagola
- Vedi che ti fa la serenata… – dice in tono di rimprovero alla moglie
Peppino si accorge anche che Domenico non esegue affatto l’imposizione di non passare nelle sue proprietà e sembra che glielo faccia apposta per farlo inquietare. Una mattina si nasconde nelle vicinanze di un sentiero e sorprende Domenico che passa dal fondo di contrada Pizzuti, molto vicino alla casetta di campagna dove spesso si trasferisce con moglie e figli
- Micù… ti ho già avvisato… mò basta. La prossima volta sarà l’ultima
Domenico nemmeno gli risponde, fa spallucce e continua per la sua strada. Questa tiritera va avanti per un paio di anni, poi nel maggio 1954 un amico di Peppino lo avvicina e gli racconta qualcosa che rinfocola la brace che cova sotto la cenere: la relazione tra Giuseppina e Domenico è vera e continua nonostante tutto. L’amico aggiunge anche che il giovedì di quella settimana Domenico non è andato a lavorare, quindi…
Mango è furibondo. Quella domenica si mette in appostamento nelle vicinanze della sua abitazione di campagna, dicendo alla moglie che sarebbe andato a Rossano. Vede passare Domenico Caruso che, forse, lo intravede in atteggiamento sospetto e, facendo finta di niente, se ne va. Però Giuseppina non sa nulla di questo teatrino e dopo un po’ che suo marito è partito esce nel cortile e, con la scusa di ramazzare il piazzale, si allontana portandosi su di una collinetta poco distante da dove osserva il fondo stradale.  Giuseppina, con la scopa in mano e le mani alla cintola, fischia per due volte a lungo in modo silenzioso come se fosse un richiamo e subito dopo pronuncia la parola “Sola”. Poi rientra in casa. Passano pochi minuti e la donna torna sullo stesso posto di prima e con voce regolare dice “Dove sei?”. Peppino resta appostato fino a mezzogiorno e poi, non avendo notato altri movimenti sospetti, torna a casa, prende il fucile quasi deciso ad ammazzare la moglie ma ci ripensa perché capisce di non poter comprovare quanto di verità esiste in tale relazione. D’altra parte non può rassegnarsi al comportamento strano della moglie, così prende la rivoltella che Giuseppina gli ha fatto comprare, gliela punta alla tempia e la costringe a scrivere un biglietto: “Io Stella Giuseppina lascio libero da ogni impegno mio marito Mango Giuseppe perché gli ho mancato l’onore in quanto sono stata da lui sorpresa con Caruso Domenico”. Forte di questa dichiarazione la caccia di casa e la rispedisce con i tre figli a Longobucco dove vivono i familiari, ma dopo un paio di mesi questi costringono Giuseppe a riprendersi la moglie, rimproverandolo perché non era possibile che la loro congiunta avesse fatta un’azione simile.
Rimasti da soli in casa, Giuseppe le detta le sue condizioni
- Fila dritto e se lontanamente mi accorgo di un altro tuo strano comportamento ti ammazzo!
Poi, per dimostrarle la sua buona volontà di fare ritornare la pace e la tranquillità in famiglia, strappa la dichiarazione estortale.
Passano un altro paio di mesi durante i quali Giuseppe non nota niente di strano e quasi quasi pensa di essersi sbagliato.
È fine agosto, il tempo di fare la conserva di pomodori. All’alba del 23 agosto Giuseppina sta infornando il pane nella casetta di campagna
- Peppì, il pane toglilo tu dal forno che io vado a Rossano con i bambini e facciamo i pomodori. Dormiamo a casa lì e domani torniamo…
- Vai domani che è meglio
- No, è meglio oggi così ci sbrighiamo e domani mattina torniamo e ti aiuto in campagna
- E va bene… però vai dalla mulattiera che è più breve – Giuseppe nel dire questo ha una specie di premonizione: farla andare per la mulattiera è meglio perché lungo la carrozzabile potrebbe incontrare Domenico Caruso che passa con la sua Lambretta
- No… mi trovo meglio dalla carrozzabile, è più piana…
- Giuseppì, fai come vuoi, non mi ascolti mai! – poi bestemmia e torna a zappare
Dopo cena Giuseppe si affaccia alla finestra per fumare una sigaretta. La sua attenzione viene attirata dalla luce dei fanali di un’automobile che, uscendo dalla curva sulla carrozzabile in prossimità della casa, illumina sinistramente il paesaggio. Passati nemmeno un paio di minuti, un puntino luminoso si affaccia dalla curva. È una bicicletta che arranca per la via, salendo verso Rossano. “Micuzzu Caruso” pensa Giuseppe che, folgorato dalla sua ossessione, getta la cicca, carica la rivoltella e si incammina al buio verso Rossano.
Arrivato nei pressi della sua casa in Via Cairoli si mette in appostamento sopra la loggetta dell’abitazione della sorella che guarda di sbiego la sua casa. Dopo un po’ vede passare e ripassare in quei pressi proprio Domenico Caruso e questo per accertarsi se vi era persona che lo potesse notare. Dopo aver percorso per ben tre volte il giro tra via Cairoli e via Colonna S. Isidoro, Caruso si appiattisce contro il muro proprio sotto la loggetta dove è Giuseppe, scruta tutto intorno senza accorgersi della presenza del suo rivale proprio sopra di lui, spicca un salto e si porta sul pianerottolo della casa di Giuseppe. Bussa in un modo strano, la porta si socchiude e Domenico entra.
Giuseppe ha gli occhi fuori dalle orbite, scende precipitosamente le scale della loggetta e sale i gradini fino alla porta di casa sua, poi picchia violentemente sul legno
- Apri! Apri subito puttana maledetta ed esci fuori!
Nessuna risposta. Dopo varie insistenze senza risultato, Giuseppe sferra un potente calcio all’infisso che cede. Adesso è sulla soglia e urla
- Uscite fuori tutti e due!
- Vai a chiamare i Carabinieri perché mi prendano – risponde Caruso che resta nascosto temendo per la propria vita
- Non c’è bisogno dei Carabinieri che adesso te lo faccio vedere io! – intanto sulla strada si è formato un gruppetto di curiosi, usciti dalle proprie case alle prime grida. Giuseppe, davanti a tutti quei testimoni non ha più scelta e dice rivolto ai presenti – Lo avete sentito? In casa mia con mia moglie c’è Domenico Caruso – poi ordina alla moglie di accendere una candela e quando la donna ubbidisce entra nella casa dove regna il silenzio terrorizzato di Giuseppina e Domenico. Senza titubanza, punta l’arma contro l’uomo e gli dice – Chi ti porta addosso ti strascica – poi fa fuoco due volte. I lamenti di Domenico cominciano a udirsi non appena il rimbombo dei colpi svanisce.
Adesso la rivoltella è diretta contro Giuseppina
- Mò mi ci caccio i capricci, Giuseppina hai visto che mi hai fatto? Questi erano i giuramenti? Vedi che quanto si diceva risponde a verità? – e sputa altri due proiettili. La donna cade a terra senza un lamento. Giuseppe ha un solo altro colpo a disposizione e, credendo morta la moglie, si avvicina al rivale che sta rantolando
- Ancora non sei morto? – urla mentre gli spara l’ultimo colpo alla testa ma quello ancora non muore. A questo punto irrompono in casa alcuni vicini che trascinano via Giuseppe il quale, però, riesce a divincolarsi correndo di nuovo verso l’avversario mentre toglie di tasca un coltello a serramanico e, prima che riescano a bloccarlo di nuovo, vibra una potente coltellata al collo di Domenico per scannarlo.
Alle 22,45 del 24 agosto 1954 gli Agenti di P.S. Leoluca D’Amico e Giovanni Sala stanno effettuando il loro turno di perlustrazione quando sentono le prime due detonazioni. Giusto il tempo di capire da quale zona provengano ed ecco le altre due detonazioni. Si, sicuramente vengono dalla zona di via Cairoli. I due non perdono tempo e si mettono a correre in quella direzione.
L’Agente Vincenzo Cataldo invece è fuori servizio e sta passeggiando dalle parti di via Cairoli quando sente i colpi provenire da poche decine di metri. Anche lui si mette a correre e arriva proprio mentre i presenti stanno trascinando via per la seconda volta Giuseppe Mango
- Polizia! – urla estraendo il tesserino. Giuseppe lo guarda, sorride soddisfatto e gli dice
- Eccoli, sono contento di ciò che ho fatto… non abbiate paura chè non scappo
In questo momento arrivano anche gli altri due Agenti che ammanettano Giuseppe e lo portano al Commissariato, mentre Cataldo si fa accendere una candela e va a vedere i feriti, o forse i morti perché non si sentono lamenti. Lo spettacolo è raccapricciante, ma per fortuna tutti e due respirano e vengono subito portati in ospedale.
Giuseppina è la meno grave avendo riportato una ferita alla guancia sinistra con ritenzione del proiettile nella regione mandibolare sinistra e frattura della mandibola e un’altra ferita alla regione soprascapolare sinistra. Se la caverà in un paio di mesi, ma è chiaro che suo marito ha sparato con l’intenzione di ucciderla.
Domenico invece è in imminente pericolo di vita per avere riportato una ferita al cranio penetrante in cavità con fuoriuscita di sostanza cerebrale, un’altra ferita penetrante nell’addome con lesione dell’ametito gastrocolico e del rene destro e, infine, una ferita da punta e taglio nella regione latero cervicale sinistra con lesione dell’esofago. Un miracolo che sia ancora vivo e un miracolo ancora più grande che riesca anche a rispondere a qualche domanda del Sostituto Procuratore Franco Sconza il quale, fatti uscire tutti i malati della camerata, ascolta le prime, stentate parole
- Colla Stella Giuseppina e con il marito non eravamo più amici dal luglio 1953 per una lettera anonima da essi ricevuta e che accusava me e la Stella di una tresca amorosa… verso le 19 mi recai in un salone per farmi barba e capelli, dopo andai al Supercinema e verso le 21,30 mi ritirai a casa. Passando davanti la casa della Stella la vidi sulla porta ed essa mi invitò ad entrare dicendo di volermi parlare. Ero appena entrato e la Stella stava chiudendo la porta quando sentimmo un colpo contro la porta stessa. La Stella cercò di chiuderla ma sopraggiunse fulmineamente il marito e la spalancò. Io mi sentii raggiungere da colpi di pistola, poi mi pare che il Mango sparò pure contro la moglie… non ricordo altro
- Cosa ti stava dicendo la Stella?
- Non aveva cominciato a dirmi ancora che cosa volesse nel momento in cui sopraggiunse il marito
- Avevate una relazione adulterina?
- Non ho mai avuto rapporti carnali con la Stella… questa diceria però era molto diffusa ma io sono innocente
- Ma se eravate nemici, perché sei entrato in casa della Stella e a quell’ora di notte?
- Pure essendo nemici, ieri sera entrai ugualmente in casain casa della Stella per sapere cosa volesse dirmi… non ho pensato che fosse cosa grave entrare a quella ora in casa di una donna maritata e sola… – poi sviene
Anche Giuseppina, nonostante il proiettile conficcato nella mandibola fratturata risponde alle domande del Sostituto Procuratore e le sue dichiarazioni sono stupefacenti
- Quando ci arrivò la lettera anonima e mio marito licenziò Caruso, anche io ero d’accordo, restammo nemici, ma Caruso passava sempre vicino a casa nostra e ciò insospettiva e indispettiva vieppiù mio marito il quale fece capire al Caruso che non doveva passare per quella strada, che del resto era privata. Il Caruso da allora, forse per dispetto, cominciò a circuirmi, proponendomi ripetutamente di andarmene a convivere con lui. Io opposi sempre reciso rifiuto. Un giorno del giugno corrente anno, verso le 3 e mezzo del mattino, essendo uscito mio marito con due dei nostri tre figli per andare al lavoro, sentii bussare alla porta di casa. Mi alzai e domandai chi fosse. Mi fu risposto: “apri”. Credendo che fosse mio marito, aprii ma mi trovai davanti il Caruso il quale mi abbracciò e baciò, proponendomi di fuggire con lui. Io mi rifiutai e tentai di riparare sopra, sperando di chiudermi nella stanza da letto ma il Caruso mi raggiunse, mi strascinò a forza sul letto dove si congiunse carnalmente con me. dopo essersi sfogato si allontanò dicendomi ancora una volta di andare a vivere con lui. Dopo di ciò mi vestii e mi affacciai alla finestra quando vidi la madre del Caruso venire verso la porta di casa mia. Io scesi ed uscii fuori. La donna mi si fece incontro dicendomi che voleva parlare con mio marito, essendo a conoscenza che poco prima il figlio era stato in casa mia. Io sulle prime negai e poi finii con l’ammettere il fatto, narrandone i particolari. La Caruso allora mi consigliò di andarmene con il figlio o dai miei fratelli a Longobucco perché temeva che un giorno o l’altro sarebbe successo qualcosa di grave. Io le dissi che non intendevo lasciare mio marito e la mia casa. Domenica 22 scorsa, mentre mio marito era a Rossano, io stavo raccogliendo dei fichi in campagna vicino l’abitazione, quando si presentò il Caruso che mi propose ancora una volta di andarmene con lui, minacciandomi che avrebbe rivelato tutto a mio marito. Io mi rifiutai ed il Caruso si allontanò rinnovando la minaccia. Ieri mi avviai verso Rossano con i miei figli e cammin facendo mi vidi raggiungere e sorpassare dal Caruso in motocicletta. Continuando il cammino avevo pensato di fermarmi al botteghino di Converso per prendere un’aranciata ma visto che vi era seduto il Caruso, tirai dritto. Sospettai di essere pedinata e pensai che il Caruso avesse intenzione di sorprendermi nuovamente sola in casa mia. Quando arrivai a casa, notai lì vicino l’ombra di un uomo fermo ma non ebbi sospetti. Entrai e chiusi la porta solo nella parte inferiore. Mio figlio accese una candela, quindi andai a chiudere la porta e mi misi a letto con i bambini. Dopo un poco sentii un piccolo colpo di pietra contro la porta, mi alzai ed in sottana mi avvicinai alla porta aprendola nella parte superiore per vedere chi fosse. Come aprii mi trovai davanti il Caruso il quale si introdusse in casa. Non ebbe il tempo di chiuderla perché sopraggiunse mio marito
È possibile?
Qualche giorno dopo, migliorate le sue condizioni, Domenico ammette di avere fatto sesso con Giuseppina, ma la smentisce
- Io ebbi più volte relazioni carnali con Giuseppina Stella, in seguito ad una simpatia per me sorta in lei. Un giorno, non ricordo se verso la fine del 1951 o i principi del 1952, trovandomi in casa sua, mi disse di avvicinarmi a lei e fu allora che avemmo il primo contatto. Dopo la lettera anonima restammo nemici ma Giuseppina non cessò di mostrarmi la sua simpatia facendomi segni e proponendomi di andare a casa sua nell’assenza del marito. Io però avevo paura e non aderivo alle sue proposte. La sera del fatto non avevo alcun appuntamento con lei, la vidi vicino alla porta di casa sua in Rossano e, vedendomi passare mi chiamò e mi fece entrare
La frittata è cotta. Secondo il Pubblico Ministero
I due amanti, interrogati prontamente in Ospedale dal Magistrato, pure attraverso contraddizioni e divergenze facilmente spiegabili, ammettevano, in definitiva, la loro relazione amorosa, pur negando che quella sera si fossero dati convegno. La Stella, evidentemente spinta dal desiderio disperato di salvare almeno in parte il suo onore, peraltro irrimediabilmente perduto, dichiarava di avere una sola volta avuto contatto carnale con il Caruso, tentando di mascherare la sua compiacenza e l’adulterio con un preteso atto di violenza che avrebbe subito. Per quanto, poi, l’uno e l’altra neghino di avere concertato il convegno notturno del 24 agosto, molti elementi autorizzano a ritenere documentato il motivo effettivo di quell’incontro e la sua preordinazione consensuale. L’avere il Caruso seguito con la moto la Stella sulla strada di Rossano, l’essersi a tarda ora presentato alla porta della sua casa, l’avere ottenuto d’entrarvi e di rinchiudervisi sono circostanze sufficienti per dimostrare l’intesa adulterina.
Tutto questo va bene per dimostrare l’adulterio, ma come è vista la situazione processuale di Giuseppe Mango il quale ha sicuramente sparato per uccidere sia la moglie che l’amante e non essendoci riuscito ha infierito a colpi di coltello su Domenico Caruso?
Il marito tradito nel momento in cui scopre l’infedeltà e l’adulterio esce dalle tenebre in preda all’emozione e spara decisamente per uccidere. Vuole ammazzare gli amanti, vuole fare giustizia sommaria. Lo dichiara apertamente alla Polizia ed al Magistrato, lo confessa e dice anche di non avere più sparato contro la moglie credendola morta. dice di essersi scagliato contro il Caruso per recidergli la gola dopo avere esauriti tutti i colpi. Se non lo avesse confessato, la volontà omicida si sarebbe egualmente desunta dall’arma adoperata, dalle modalità dell’aggressione, dalle parti vitali prese di mira, dalla reiterazione dei colpi e soprattutto dalla spiegazione logica del fatto, cioè dalla comprovata ed indiscutibile causale del delitto. volontà omicida che va riconosciuta non solo in danno del Caruso, ricoverato in fin di vita e salvato per miracolo dai vari e difficili interventi chirurgici , ma anche in danno della Stella Giuseppina, l’adultera, malgrado la minore gravità delle ferite riportate, giacché i colpi per lei eran diretti in sedi vitali e la donna, prima ancora dell’amante doveva pagare, nelle intenzioni del marito tradito, la vergogna ed il disonore. L’evento morte, malgrado tutto, non si verificò per cause non dipendenti dalla volontà del Mango. Se non vi fosse stata un’apposita disposizione di legge, se il legislatore non avesse riconosciuto la presenza nell’uomo di passioni, di sentimenti ed anche di istinti che spesso meritano tutela e talvolta per lo meno comprensione, se la coscienza sociale non avesse reclamato ed imposto, per taluni delitti, una “causa di onore” [art. 587 c.p. poi abrogato dall'art. 1, L. 5 agosto 1981, n. 442. Nda] per abbassarne il rilievo e ridurne la pena, non si sarebbero negate al Mango tutte le possibili attenuanti. Il legislatore riconosce che l’uomo, spinto dall’ira dell’offesa ricevuta e nell’immediatezza del tradimento, possa reagire credendo di difendere sé stesso, i suoi figli, la sua casa con un atto di forza ed un lavacro di sangue che la società, tuttavia, non può ritenere legittimi; e dice che chi agisce in tali condizioni e per tali motivi merita, si, una pena, ma diversa, speciale e minore.
È con queste impostazioni che viene chiesto il rinvio a giudizio per Giuseppina Stella con l’accusa di adulterio, per Domenico Caruso con l’accusa di correità in adulterio e violazione di domicilio aggravata e per Giuseppe Mango con l’accusa di tentato omicidio continuato per causa di onore e di porto abusivo di pistola.
La richiesta è accolta dal Giudice Istruttore e il dibattimento assegnato alla Corte d’Assise di Rossano.
Il 6 maggio 1955 la Corte dichiara gli imputati colpevoli dei reati loro ascritti e condanna Giuseppe Mango a 8 mesi e 5 giorni di reclusione e 5 giorni di arresti; Giuseppina Stella a 8 mesi di reclusione e Domenico Caruso a 1 anno di reclusione.
Solo Domenico Caruso ricorre in appello, ma il ricorso viene rigettato per non avere presentato i motivi entro i termini di legge.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 10 agosto 2018

LA PSICOLOGIA DI AIUTARE IL VIVO


È la sera del 30 marzo 1925. L’atmosfera in casa di Vincenzina Migliano, quarantacinquenne contadina di San Martino di Finita, è, come spesso accade, tesa a causa dei continui litigi col genero, il ventiquattrenne calzolaio Francesco Leone che ha sposato sua figlia Pasqualina di 17 anni. Quando è ora di dormire, Vincenzina raccoglie la poca brace rimasta nel caminetto, la copre di cenere per farla durare più a lungo, e va a coricarsi. Pasqualina e Francesco invece vanno a dormire nell’altra stanza di cui è composta la casa.
Ma Vincenzina non dorme, rimugina le parole del genero e la rabbia cresce nel suo animo. “Non ce la faccio più” ripete tra sé e sé all’infinito e poi, stanca di tutto, si alza senza fare rumore, accende un lumino, prende la scure e va nell’altra stanza. La porta è aperta e nessuno la sente. Adesso è di fianco al letto, dalla parte dove dorme Francesco, lo guarda con gli occhi iniettati di sangue, poi alza la scure sulla testa con tutte e due le mani e la abbatte sulla testa del genero. Un urlo straziante fa svegliare di soprassalto Pasqualina che viene investita da uno schizzo di sangue, ma ancora non si è resa conto di cosa stia succedendo. Poi la luce fioca che viene dalla stanza attigua le fa distinguere la figura di sua madre con la scure in mano che colpisce di nuovo suo marito sulla testa. Si alza di scatto e si lancia su di lei per fermarla ma non ci riesce e viene colpita di striscio ad un braccio dal terzo colpo che, comunque, si abbatte ancora sulla testa di Francesco. Cerca di nuovo di aggrapparsi alla madre per fermare i colpi, afferra la scure dalla lama e si ferisce alle dita. Istintivamente molla la presa e la terribile arma colpisce altre due volte prima che Vincenzina, ansante, si fermi.
Pasqualina si precipita in mezzo alla strada e comincia a urlare chiedendo soccorso
- È uscita pazza! Aiuto, correte!
Filomena Ferraro è la prima ad accorrere e si trova davanti l’immagine raccapricciante di Francesco con la testa aperta e il sangue che scorre misto a materia cerebrale. Ma l’uomo è ancora vivo e borbotta qualcosa senza senso. Vincenzina in casa non c’è più.
Pasqualina prende uno straccio, pulisce il viso del marito e non capisce la gravità delle ferite, così frantuma un pezzo di carbone e con la polvere ottenuta ne fa un impacco che pigia sulle ferite.
Dopo avere vegliato il marito per tutta la notte, finalmente, all’alba, Pasqualina si arma di coraggio e va a chiamare il medico per far visitare suo marito:
In corrispondenza della regione temporo-parietale sinistra si osserva una ferita da taglio lunga centimetri dodici, a margini netti ed angoli acuti, profonda alla sostanza cerebrale: l’osso è fratturato e scheggiato; nella stessa regione, un due centimetri distante dalla prima e più in alto, si osserva altra ferita da taglio lunga 8 cm, a margini netti ed angoli acuti, profonda fino all’osso; altra ferita da taglio si osserva un cm e mezzo distante dalla precedente; sulla linea mediana si osserva una ferita da taglio lunga 8 cm profonda all’osso; in corrispondenza della regione parietale destra si osserva una ferita da taglio lunga 8 cm. le ferite sanguinano poco perché sono state coperte da polvere di carbone vegetale a cui sono frammisti grossi coaguli sanguigni.
Come sia ancora vivo è un mistero.
Vincenzina vaga tutta la notte per le campagne poi, all’alba, va a casa di Demetrio Guzzo, gli racconta tutto e gli chiede ospitalità per qualche ora, assicurandogli che poi andrà a costituirsi.
I Carabinieri di San Martino sono stati tutta la notte di pattuglia nelle campagne e di primo mattino sono nella frazione di Santa Maria le Grotte quando la voce pubblica li avvisa che è avvenuto un fatto di sangue, un grave fatto di sangue, così tornano in fretta in caserma e cominciano le indagini, così vengono a sapere che il movente è stato perché il Leone, come al solito, pretendeva del denaro dalla suocera per coltivare i suoi vizi, oltre a ciò cercava od aveva detto di dover sedurre la cognatina Michelina che la Migliano, ieri mattina, aveva fatto partire per Cosenza come domestica del ragioniere Leone Amedeo. Il Maresciallo Domenico Teotino viene a sapere anche che Vincenzina è nascosta a casa di Demetrio Guzzo, la va subito a prendere e lei non ha nessuna difficoltà ad assumersi le proprie responsabilità
- Ammetto di avere, reiterate volte, colpito al capo mio genero con una scure
- Il motivo?
- Da quando il Leone sposò mia figlia Pasqualina, la mia casa divenne un inferno non essendovi mai un giorno di pace. Il Leone, poco dedito al lavoro, mi minacciava continuamente cercando di spillarmi quattrini con la scusa che doveva comprare della suola per lavorare, essendo egli calzolaio. Pochi giorni or sono, in seguito alle sue continue minacce fra cui quella che un giorno o l’altro o io o lui saremmo andati in galera, mi costrinse a farmi imprestare quattrocento lire che, secondo lui, avrebbe impiegato per procurarsi il lavoro. I soldi però avuti non si sa come da me, che sono una povera vedova che vive alla giornata con il lavoro delle proprie braccia, vennero consumati nelle bettole. Oltre alle continue minacce e maltrattamenti, la dose venne rincarata dal fatto che mio genero andava dicendo sulla pubblica via che presto, “prima che se la mangiassero gli altri” l’avrebbe mangiata lui la cognata Michelina, alludendo con queste parole al fatto che sarebbe riuscito a possedere anche la mia seconda figlia quattordicenne. Oltre a ciò mio genero arrivò anche a dire in pubblico che all’atto del matrimonio la moglie non era stata trovata da lui onesta. È per tutte queste circostanze che fui determinata ad attentare alla vita di Francesco Leone
Sembrerebbe un po’ poco, ma quando si tratta di soldi e di onore niente è mai troppo poco. Si vedrà. La cosa che agli inquirenti appare strana è che Pasqualina sia estranea al delitto e il Pretore ordina indagini su di lei. Il Maresciallo Teotino, indagando sulla ragazza, scopre altre cose molto interessanti. Intanto, relaziona, è da escludersi in modo assoluto che la moglie del ferito, non condividendo l’idea della madre, anzi essendo molto attaccata al marito, con lui faceva causa comune contro la madre. Risulta altresì che la sera del delitto la moglie, che dormiva col marito, svegliatasi di soprassalto pel grido emesso dal marito, cercò, slanciandosi verso la madre, di impedire di continuare, ricevendo anche qualche piccola lesione. Ma forse qualche informazione ricevuta dal Maresciallo non è del tutto attendibile perché Pasqualina, interrogata, addossa le responsabilità al marito
- Anche la mattina precedente il ferimento mio marito aveva minacciato tanto a me che a mia madre che ci avrebbe ucciso entrambe
Chiarito questo aspetto, Teotino riceve brutte informazioni sul conto di Francesco Leone il quale, nel frattempo è stato ricoverato nell’ospedale di Cosenza in condizioni gravissime, privo di conoscenza. Secondo queste informazioni Leone sarebbe stato, fin dall’adolescenza, un discolo e fannullone tanto che lavorava poco e si allontanava spesso da casa per vagabondare, assicurano i Carabinieri di Cetraro, paese natale di Leone, i quali tuttavia smentiscono che abbia minacciato o percossi i genitori.
Interrogati gli abitanti di San Martino, le opinioni su Leone sono contrastanti
- Mi consta personalmente che il Leone avesse intenzione di sedurre la cognata Michelina perché un giorno, trovandosi a parlare con me, mi disse che avrebbe finito col possedere Michelina, che era uscita dal servizio del marchese Alimena e che le due sorelle sarebbero rimaste incinte entrambe – assicura il possidente Francesco Carci
Altri sminuiscono questo fatto riferendo che Leone quelle cose le disse quando era ubriaco e quindi non credibile.
Escono anche delle voci sul conto di Vincenzina che si vorrebbe donna che concede i suoi favori a molti uomini e quindi sarebbe la persona meno adatta a fare la morale al genero, ma questo aspetto, ammesso che sia vero, viene messo in secondo piano dagli sforzi che quotidianamente Vincenzina fa per mandare avanti la baracca
- Vincenzina è una povera donna laboriosa che vive del lavoro della giornata – dice Domenico Zavatto
- Lavora tutto il giorno cercando di tirare la vita come meglio può – conferma Demetrio Guzzo
Intanto, dall’ospedale di Cosenza arriva la notizia che Francesco Leone è morto a ore quattordici e minuti trenta del 24 aprile 1925. Adesso si tratta di omicidio. Omicidio premeditato, si ipotizza. Vincenzina però nega di aver colpito per uccidere, anche se riesce difficile crederlo sia per la parte vitale colpita reiterate volte, sia per l’arma usata.
Poi si fa avanti l’avvocato Domenico Pinnola e racconta circostanze che rivelano lo stato di agitazione e di esasperazione di Vincenzina
- La Migliano spesso veniva in casa mia a lamentarsi delle continue minacce da parte del genero che pretendeva continuamente soldi. Aggiungeva, anzi, che nemmeno la notte poteva dormire in pace poiché il Leone, oltre a minacciarla, nascondeva sempre una scure sotto il letto. Un giorno la Migliano mi domandò se era consigliabile consegnare al genero la pretesa somma di £ 2000 perché forse avrebbe cambiato strada, mettendo le cose a posto. Sia io che il Direttore della Cassa Rurale di San Giacomo di Cerzeto, Giuseppe Miele, che conoscevamo bene che ceffo fosse il Leone, la sconsigliammo. Ma essa però sperava sempre di poterselo cavare d’attorno concedendogli detta somma. Più volte il Leone ebbe delle riprensioni da parte mia, ma egli negava ogni cosa. Devo aggiungere, a chiarimento di quanto detto, che io avevo sconsigliato la Migliano a prendersi in prestito le 2000 lire dalla Cassa Rurale per darle al genero, ma la stessa, a mia insaputa e nonostante ciò, tentò di ottenere il credito ed avendole io chiesto ragione di questo suo fare, rispose che a ciò era costretta poiché non poteva più vivere tranquilla e sperava che, ottenuta la somma, il genero l’avrebbe lasciata in pace. Avendo sentito dire che il Leone andava dicendo di voler possedere anche la cognata, gli domandai se ciò fosse vero ma egli, ridendo, smentì ogni cosa. La Migliano fu da me perfino consigliata di denunziare il genero per le minacce subite di continuo, ma la stessa disse di non poter far ciò perché temeva qualche brutta rappresaglia
Ma il Pubblico Ministero non crede a una sola parola tra tutte quelle dette dai testimoni e, sminuendo ogni singolo comportamento di Francesco Leone, accusa: Queste le risultanze veraci in contrapposizione ad una serie di testimoni compiacenti, indotti soprattutto da quella tale particolare psicologia di aiutare il vivo, così diffusa nei nostri paesi.
La conseguenza diretta di queste affermazioni è la richiesta di rinvio a giudizio di Vincenzina Migliano con l’accusa di omicidio premeditato. Il 3 dicembre 1925 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta della Procura del re e il dibattimento viene fissato per il 18 giugno 1926 ma, in prossimità della data, il processo viene rinviato a nuovo ruolo.
La qui sottoscritta detenuta Migliano Vincenza fa appello alla clemenza della S.V. Ill.ma perché voglia prendere in considerazione lo stato di grande abbattimento in cui versa miseramente! È da ben 15 mesi, povera vedova, che languisce in queste carceri, priva di ogni conforto e d’ogni speranza! E quando un barlume le si era già apparso, ecco che tutto è crollato nel rinvio della sua causa che, pel 18 corrente fissata, è stata rinviata per il lontano ottobre venturo!
Scongiura, pertanto, la S.V. Ill.ma per usarle pietà, stante lo strazio e l’abbandono in cui giace, e volere benignarsi d’introdurre la di lei causa per il ruolo del prossimo luglio! Questo è quanto prega e nella piena fiducia che la S.V. Ill.ma supererà ogni ostacolo per accontentare una povera disgraziata, si professa, ossequiandola e ringraziandola devotamente.
Cosenza li 22 giugno 1926
È questa la lettera che Vincenzina scrive al Presidente della Corte d’Assise di Cosenza per accelerare l’inizio del dibattimento. Richiesta inascoltata, il calendario è pieno e il dibattimento slitta al 5 novembre 1926.
Tutto si risolve in due giorni e il 6 novembre Vincenzina Migliano viene assolta dalla giuria per avere commesso il fatto in tale stato d’infermità di mente da toglierle la coscienza o la libertà dei propri atti.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 5 agosto 2018

I RIVOLUZIONARI DI ROGGIANO


Il 20 settembre 1920 il Brigadiere Giuseppe Giaffredo e il Carabiniere Diego Mazzuca stendono il rapporto su quanto accaduto la mattina del 19 a Roggiano Gravina
La locale sezione socialista, giorni orsono, pubblicò un manifesto col quale indicava che ieri 19 and. Sarebbe stato tenuto in questa Piazza Gravina un comizio elettorale. Verso le ore 7 di ieri stesso si ebbe sentore che il comizio sotto la forma di elezioni doveva svolgersi a comizio politico e difatti si stava adunando la musica per suonare e riunire un maggior concorso di popolo. Avuto sentore di questo, noi predetti militari verbalizzanti si diffidò il capo musica Branca Silvio Pasquale, di Spezzano Albanese qui residente, a desistere da tale proposito e il capo della sezione socialista Mazzario Pietro, facendoci loro presente la grave responsabilità che andavano incontro e di attenersi esclusivamente sul tema di elezioni, giusto come era stato pubblicato nel manifesto, ciò che riuscì per il solo fatto della musica. Verso le ore 9 giunsero in questa piazza circa 200 persone con la bandiera rossa, che accompagnatesi altri 100 formarono un gruppo di circa 300 persone.
Parlò per il primo l’anarchico Iuliano Francesco fu Antonio di anni 30 contadino di Rogiano; 2° Mazario Pietro di Filippo di anni 44 nato a Roseto Spulico e qui domiciliato insegnante elementare e Volpe Giuseppe di salvatore di anni 20 contadino del luogo, quest’ultimi due socialisti rivoluzionari, alternandosi nel discorso incominciarono col primo ad [invitare] il popolo ad emanciparsi e non essere schiavo della borghesia e della legge colle catene ai polsi ed a disubbidire alle Autorità creando così un odio di classe, che dovevano armarsi ed essere pronti e non impressionarsi del sangue che doveva correre purché si ottenesse l’ideale del comunismo ed il trionfo della bandiera rossa del comunismo della rivoluzione.
Oggi o domani scoppierà la rivoluzione (viva la rivoluzione) i compagni delle officine l’ànno già invase e sono li a difendere con le mitragliatrici e coi fucili in pugno il loro possesso, perché frutto del loro sudore, del loro sangue usurpato a voi operai. Il governo che non sa come fare ad opporsi ai vostri diritti, alla vostra proprietà, già invasa da voi quali ne siete i padroni di tutto, va reclutando nel mezzogiorno d’Italia e specie in Sicilia, degli assassini, dei ladri, dei briganti, il marciume delle galere per farli agenti di polizia, Guardie regie, pagandoli £ 17 al giorno senza gli straordinari e a voi vi si nega un aumento, vi si nega il pane, vi si tiene schiavi (abbasso gli assassini della regia Guardia che debbono sparare su di voi). Operai, non avete paura, armatevi, contrapponetevi alla forza ed alla legge, la forza è vostra, (abbasso il Governo evviva il comunismo, evviva la rivoluzione). È vergognoso per il Governo simile modo di aggire e sostenersi in piedi con della feccia della Regia Guardia. Popolo rompete le catene dei polsi che vi opprimono e vi tengono schiavi della borghesia che è poi il medesimo Governo.
Per il Re a Milano nei fatti del 98, nel momento che stava per scoppiare la rivoluzione perché il popolo chiedeva pane e lavoro, fece massacrare dagli assassini della polizia migliaia di persone ed il sangue nobile degli operai scorreva per le strade, allora vistosi la corona che traballava sulla sua testa e pentitosi del male fatto, per turlupinare il popolo chiamò a Roma e dal balcone del palazzo disse: “ Oh popolo mio chi vi ha ridotti così scheletriti?” il popolo rispose “Le vostre leggi delle catene ai polsi”. “Si, è vero, ma da oggi in poi vi farò fare le leggi da voi stessi, però tutti a Roma non potete venire, vi eleggete i vostri rappresentanti e li mandate al Parlamento e siccome questa è borghesia che compone Parlamento e Governo, fanno i suoi interessi e se non lo fanno il Parlamento è circondato di due mila Regie Guardie e Carabinieri, cannoni e mitragliatrici” e ci fanno stare a posto e con questo modo di turlupinare si è salvato la corona. Ora egli vede che la forza è vostra, già fino a Napoli sventola la Bandiera rossa. Fa obbligare con la forza del suo Governo i giovani nati nella classe 1901 ad arruolarsi nei Carabinieri e nella Regia Guardia pagandoli bene ed io vi invito a non arruolarvi perché è vergognoso, la guardia rossa saprà ben combatterli come li sta battendo a Torino, Milano e alla Liguria. Voi dovete ribellarvi, armatevi, tenetevi pronti, prendete le vostre zappe, il badile, la falce e andiamo avanti alle Autorità così prendete voi il potere, operai con la giubba rotta, scamiciati e mettete fine a questa schiavitù che da secoli ci opprime (evviva il comunismo, evviva la repubblica, evviva la rivoluzione). Per essere sicuro e per regolarmi su quanti di noi posso disporre, domenica 26 volgente ci saranno l’elezioni, tutti compatti voterete la scheda rossa così quando io sono sicuro sul numero della forza che il popolo dispone, ordinerò a voi di armarvi così invaderemo i terreni e le case e ci rendiamo padroni, facciamo da noi senza dipendere dalle autorità, non avete paura della forza, la forza è vostra, dovete opporvi e riuscire alla conquista della nostra riscossa, evviva la rivoluzione!
Dato l’esiguo numero di militari dell’Arma e per misura di prudenza, non si procedette al di loro arresto, mentre li denunziamo alla competente Autorità per il di più a praticarsi.
Il Brigadiere Giaffredo, però, è in grado di portare un solo testimone oculare a carico dei tre indagati, difesi dagli avvocati Muzio e Luigi Graziani. Il testimone è il ricevitore postale Francesco Battendieri il quale riferisce
- Quando si tenne il comizio pubblico in Rogiano il 19 settembre 1920, io mi trovavo presente perché il comizio si tenne a breve distanza dall’ufficio postale da me retto. Iuliano e Mazzario più accesi, ma anche il Volpe, pronunziarono discorsi invitando la popolazione alla rivolta. Dissero che la Corona non aveva più diritto di esistere e che bisognava mandarla via, pronunziando una quantità di aggettivi oltraggiosi che io non posso precisare perché produssero in me tale sdegno da farmi gridare: “Vigliacchi, rispettate la persona sacra del nostro re!” ed allora mio padre mi spinse dentro l’ufficio per prudenza, avendo notato che la forza pubblica era scarsa, essendo il Brigadiere coadiuvato da un solo carabiniere. I tre oratori continuarono coi loro discorsi a parlare contro il governo, chiamando i carabinieri “carne venduta” e “sgherri” e dicendo che la bandiera nazionale merita il disprezzo e lo sputo e perciò doveva essere soppiantata dalla loro bandiera rossa. Pronunziarono ancora un monte di male parole contro tutte le istituzioni dello stato e dissero che bisognava farla finita coi proprietari invadendo a mano armata le proprietà e le case. In questo comizio non si parlò affatto di cose elettorali. A dire degli stessi oratori si teneva a scopo di propaganda rivoluzionaria.
Gli altri testimoni a carico, per lo più proprietari, negozianti, il farmacista e il medico condotto dicono di aver sentito raccontare delle offese rivolte dai sovversivi al re  e al governo, ma nessuno ha ascoltato i discorsi con le proprie orecchie.
Molti altri testimoni, invece, giurano di aver ascoltato discorsi completamente diversi da quelli riportati dal Brigadiere Giaffreda. E sono tutte persone degne della massima considerazione come i maestri elementari Luigi De Santis, Vincenzo Balsano e Francesco Zanfini o come l’avvocato Filippo Belcastro
- Il 19 settembre ultimo fu tenuto in Rogiano ad iniziativa del partito socialista un comizio elettorale in cui parlarono il collega Pietro Mazzario, Giuseppe Volpe e Francesco Iuliano. Tutti e tre criticarono le passate amministrazioni comunali, raccomandando la lista presentata dalloro partito. Nessuno degli oratori fece risalire al Re il biasimo degli atti del suo Governo, né vilipese le istituzioni dello stato – assicura De Santis
- Tema dei loro discorsi furono le passate amministrazioni comunali che furono criticate per lo sgoverno da loro fatto della cosa pubblica – conferma Balsano
- Tutti e tre si occuparono della politica locale, sostenendo che la necessità di eliggere a consiglieri comunali gente cosciente che avesse saputo fare gli interessi della popolazione – precisa Zanfini
- Tutti e tre criticarono le passate amministrazioni comunali raccomandando la lista presentata dal loro partito. Non furono pronunziate parole di vilipendio verso le istituzioni dello stato – conferma anche l’avvocato Belcastro
Ma il Brigadiere Giaffreda insiste e insinua dei dubbi sui testimoni a discarico
- Sorprendemi come i testi a discarico neghino tali fatti, anzi il Zanfini, quel mattino prima del comizio, ebbe a dirmi della cattiva intenzione che dimostravano gli oratori e ritengo che tanto lo Zanfini quanto gli altri testimoni a discarico mentino la verità per salvare il loro collega Mazzario come fecero, raccogliendo una sottoscrizione dimostrante il patriottismo del Mazzario quando costui era sottoposto a procedimento penale per disfattismo
Per il Pubblico Ministero se da un lato il verbale del Brigadiere Giaffreda è sufficiente a provare che tra mezzo alla ben nota fraseologia rivoluzionaria si leggono delle violenti apostrofi in cui si vilipendono le istituzione dello stato e si fa risalire alla persona del re la responsabilità di alcuni atti del suo governo, per quanto gli atti medesimi siano più vicini alla scapigliata e tumultuaria fantasia degli oratori che alla verità storica e quantunque più che lo sdegno, per l’ingenuità con cui si ricercano le origini e le ragioni di alcuni episodi della nostra odierna vita politica, le apostrofe suddette suscitano il riso, (…) dall’altro lato, sebbene sia noto con quanto fervore  professino le più avanzate idee rivoluzionarie. non può nemmeno dirsi che emerga sufficientemente provata la responsabilità degli attuali imputati per i gravi delitti di cui all’art. 125 e 126 c.p.
Gli atti vengono trasmessi al Procuratore Generale del re a Catanzaro per le richieste da formulare alla Sezione d’Accusa e il Procuratore chiede che venga dichiarato il non luogo a procedere per gli imputati per insufficienza di prove. È il 17 dicembre 1921.
Il 25 febbraio 1922 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e i tre sovversivi vengono prosciolti per insufficienza di prove.
Ma sta per arrivare a Catanzaro un altro incartamento che riguarda i rivoluzionari di Roggiano, anche questo nato da un verbale del Brigadiere Giaffreda che assiste, l’11 ottobre 1920 a un altro comizio, tenuto questa volta in Piazza Plebiscito.
Verso le ore 9 di ieri [10 ottobre 1920] un gruppo di circa 40 persone con bandiera rossa, guidate dai socialisti rivoluzionari Mazzario Pietro, Volpe Giuseppe e dagli anarchici Iuliano Francesco e De Luca Riccardo, dopo aver percorso il paese si fermarono in questa piazza Plebiscito per tenere un comizio sotto forma elettorale, avendosi già riunito in numero di circa 300. Per il 1° parlò il Mazzario vilipendendo le istituzioni costituzionali dello stato perché il governo se ne serve delle R Guardie e carabinieri per soffocare il popolo e per sparare sui bambini, sulle donne e sugli uomini inermi perché chiedono pane, l’autocrazia che ha voluto la guerra ha indebitato la Nazione di 180 miliardi ed ecco adesso perché si muore di fame, fra breve mancherà il grano e voi popolo morrete di fame perché il governo non vuole fare venire il grano dei compagni comunisti russi, bisogna rompere le catene ai polsi che ci opprimono; solo la rivoluzione e il comunismo ci salverà; i proprietari debbono scomparire, il prete che vi torlupina con la confessione a voi donne e vi succhia il sangue dite ai vostri figli della classe del 1901 che è andata sotto le armi di non sparare sulla folla quando gli verrà dato ordine dai gallonati, che con quelle armi stesse noi le adopereremo per la rivoluzione, evvero che questi soldatini non sono i soldati come voi socialisti che nel giorno non lontano della rivoluzione sapremo ben affrontare la forza con la forza e rompere per sempre le catene che ci opprimono. Parlarono per il 2° il Iuliano ed il 3° il Volpe inneggiando alla rivoluzione e alla non lontana eguaglianza; per ultimo parlò il De Luca nel modo più violento contro il governo e le istituzioni costituzionali dello stato, che quell’infame di governo aveva istituito il corpo degli assassini delle R. Guardie e Carabinieri, gente tutti vagabondi e carne venduta perché se fossero stati buoni lavoratori non si avrebbero venduti al governo per sparare sulle loro famiglie (abbasso i carabinieri e le R. Guardie). Questa carne venduta domani, quando scoppia la rivoluzione, si offrirà di vendersi pure a noi, ma noi non la compreremo, non abbiamo bisogno perché ognuno di noi si deve governare da solo, niente signori tutti uguali, impossessatevi delle terre, case, dividetele perché son vostre, andate a casa dei signori, prendete grano e olio, mangiatevelo e non pagatelo, così bisogna fare. Le terre, le case son vostre, voi producete e voi soli siete i padroni, io vi invito a gridare evviva il comunismo e la rivoluzione che dobbiamo fare a qualsiasi costo.
Dato l’esiguo numero dei militari dell’arma e per misura di prudenza non si credette opportuno procedere al di loro arresto.
E così ricomincia il balletto delle testimonianze, con la differenza che questa volta sia gli imputati che i testi a discarico (gli stessi dell’altro processo) riferiscono che Mazzario si occupò principalmente del divorzio, ostacolato dal partito popolare e clericale; Volpe parlò anche lui di divorzio dirigendosi specialmente alle donne;Iiuliano si scagliò contro i preti citando alcuni fatti storici relativi al papato; infine De Luca, che professò principi repubblicani, inneggiò al suo partito.
Il Pubblico Ministero, nella nuova relazione, annota che dalla lettura del verbale dei Carabinieri non si tratta di vilipendio ma piuttosto della solita adusata violenza dei discorsi sovversivi, delle abusate critiche al governo, della solita retorica rivoluzionaria. Riscontra che gli imputati ammettono di aver sostenuto la necessità del divorzio e di aver fatto soltanto propaganda di anticlericalismo. Di ciò non è traccia nel verbale dei RR.CC. se non in una sola frase: “il prete che vi turlupina con la confessione e vi succhia il sangue”, mentre dai discorsi che sarebbero stati pronunziati a favore della tesi divorzista allo scopo di far voti al parlamento perché venisse discusso il progetto di legge del divorzio di cui in quel tempo si faceva in Italia un gran discorrere, parlano i testimoni De Santis, Balsano, Zanfini e Belcastro, discorsi in cui dovettero conseguentemente essere pronunziate oltre che un’invocazione assolutistica del libero amore, apostrofi violenti all’istituzione del partito popolare e della politica clericale in genere. Soltanto i due testi Battendieri e De Fiore, parroco quest’ultimo, depongono in senso conforme al verbale dei RR.CC., ma per il Battendieri, in realtà, il vilipendio delle istituzioni dello stato è tutto contenuto nelle offese rivolte “ai carabinieri e alla persona del parroco”, mentre secondo la deposizione del De Fiore nei loro discorsi gli oratori avrebbero rivolto gravi accuse ed offese alla persona del Re. È tuttavia degno di nota che contro il De Fiore, come egli stesso riferisce, gli attuali imputati avevano tentato in quel giorno medesimo di aizzare la folla e sembra che avessero in animo di frammettere ostacolo alla istituzione di un asilo infantile che il De Fiore intendeva fondare in quel tempo. Oltre a ciò si crede opportuno far rilevare che mentre i carabinieri vedono nel De Luca il più violento ed il più acceso degli oratori, tutti i testimoni, compresi quelli d’accusa, dichiarano essere stato il De Luca il più mite. Costui morì pochi mesi dopo tragicamente in Cosenza[1] e nell’odierno processo è alligato il relativo atto di morte. È 20 agosto 1921.
Il 13 marzo 1922 la Sezione d’Accusa dichiara, anche per questo processo, il non luogo a procedere per tutti gli imputati.[2]
Si poteva ancora parlare. Sette mesi dopo ci fu la marcia su Roma.



[1] Riccardo De Luca fu ucciso il 12 maggio 1921, tre giorni prima delle elezioni politiche, da un colpo di pistola sparato contro alcuni socialisti fermi davanti al Caffè Renzelli a Cosenza mentre passava un corteo fascista organizzato per la presentazione del gagliardetto della nuova sezione del fascio. La storia di questo omicidio è contenuta nell’articolo LE ELEZIONI INSANGUINATE, pubblicato nel blog.
[2].ASCS, Processi Penali.

venerdì 3 agosto 2018

QUESTIONI MATRIMONIALI


- Io ignoro ove nacqui e da quali genitori e per conseguenza, esposta nell’ospizio, fui presa e nutrita da Cecilia Pellegrino, madre e genitrice dei germani Giuseppe e Gennaro Orlando – la ventiquattrenne Lucrezia Garofalo tormenta il fazzoletto tra le mani mentre parla davanti al Pretore di Dipignano. È il 13 agosto 1894 –. Da circa cinque o sei anni or sono, seguendo la mia nutrice ed i germani suddetti, abitai nella torre Pantano del signor Vincenzo Aloe. Poiché un tale fondo è limite all’altro del signor Nicola Spada, coltivato da Pasquale Presta e famiglia, da tutti si era in perfetta armonia. Nel febbraio ultimo, il mio voluto germano Giuseppe Orlando, spiegò volontà di sposare Rosina Presta, figlia di Pasquale e di Carolina Aiello. La Rosina, più per seguire il desiderio dei suoi, si determinò ad accettare il partito propostole. Giuseppe Presta, figlio di Pasquale e Carolina, mostrò anche volere  di impalmare me e quindi mandò per la proposta. Gennaro Orlando, ciò vedendo, spiegò pure pretesa di sposare l’altra figlia di Pasquale e Carolina per nome Agata, ma costei fu avversata ma però, persuasa dai genitori, si determinò a rispondere affermativamente ed io, in conseguenza, venni promessa per sposa a Giuseppe Presta. Tuttavia, siccome nella società vi sono dei malevoli, da costoro si cominciò a dissuadere l’Agata, tanto che costei si pentì della parola e manifestò il tutto ai suoi genitori i quali, non potendo di proprio volere contrarre un matrimonio che non suonava alla mente della loro figlia Agata, dichiararono tale determinazione ai germani Giuseppe e Gennaro e costoro, alla loro volta, dissero: “O si solennizzano tutti e due i matrimoni, oppure si scioglierà tutto!”, volendo con ciò indicare che a me neppure facevano sposare Giuseppe Presta. Siccome io avevo messo molta passione a Giuseppe, ciò osservando, dieci o dodici giorni or sono, me ne fuggii in una torre là presso e, poiché avevo prestato l’opera mia per l’elasso di 20 e più anni in casa della Pellegrino e figli Orlando, credetti prendermi i pochi mobili di panni che mi avevo fatti per passare a marito. Ad un tale passo fui determinata dall’amore che avevo messo in Giuseppe da mio proprio volere e non già che ebbi qualche insinuazione dal mio futuro sposo e dai di costui genitori o dal resto di loro casa. dimorata perciò fuori casa per giorni cinque, nel sesto me ne andai a coabitare col mio fidanzato il quale mi accolse e fu sollecito di presentarsi uno a me al Parroco Maio ed al Segretario Municipale di Paterno onde da parte di essi eseguirsi le debite bandizioni, onde verificarsi conchiudere il nostro legale matrimonio. Stavano così le cose quando, a ciel sereno nella sera del 29 luglio, inaspettata ci giunse la triste nuova
Il 29 luglio 1894, al tramonto del sole, Carolina Aiello esce di casa con due orciuoli per andare a prendere l’acqua alla fontana di contrada Pantano in territorio di Paterno Calabro, distante circa 800 metri. Nei pressi della fontana c’è il tredicenne Salvatore Marrello che sta facendo pascolare alcuni animali bovini. Il ragazzo vede avvicinarsi Carolina, che passa oltre, seguita da Gennaro Orlando che cammina con le mani incrociate dietro la schiena, stringendo una scure
- Rafele addu’è? – gli chiede Gennaro riferendosi ad altro novenne garzone
- Unn’u sacciu… – gli risponde Salvatore, mentre Gennaro prosegue verso la fontana
Trascorso nemmeno un minuto, il ragazzo sente quattro rombi di colpi di scure e tre grida di dolore della Aiello e dopo il Gennaro che va verso le alture di esso fondo. Salvatore è curioso e va a vedere cosa è successo ma, alla vista di Carolina tutta intrisa di sangue, caduta a terra e boccheggiante, scappa terrorizzato e corre ad avvertire i familiari della donna e lungo il tragitto incontra i fratelli di Gennaro che tornano dalla campagna carichi di enormi fasci di erba fresca per gli animali. Quando i familiari di Carolina arrivano sul posto la trovano già morta con la testa spaccata.
Il Brigadiere Angelo Tenducci, comandante la stazione di Dipignano, con i suoi uomini arriva sul posto poco prima di mezzanotte e comincia a indagare. Gli raccontano, più o meno, ciò che abbiamo letto sopra. Per Tenducci la prima cosa da fare è circondare la casa degli Orlando e aspettare l’alba per fare irruzione, visto che di notte senza un’ordinanza specifica non si può. Alle 5,00 irrompono nella torre e la perquisiscono da cima a fondo, non tanto per trovare Gennaro che ovviamente non c’è, quanto per rinvenire qualche traccia del reato ma con esito negativo sol perché il colpevole, dopo commesso il delitto non si recò affatto in sua casa.
La dichiarazione dell’unico testimone oculare, il ragazzo Salvatore Marrello, vuole nelle immediate vicinanze del luogo del delitto i due fratelli, Giuseppe e Salvatore, dell’assassino ed è quindi normale che nascano forti sospetti sulla loro partecipazione al fatto, ma il fresco vedovo della povera Carolina, il sessantacinquenne Pasquale Presta, nella querela orale che sporge contro Gaetano Orlando esclude categoricamente questa possibilità
- Non posso ritenere che Giuseppe e Salvatore fossero stati a parte della ferocia del Gennaro, ma avvertivano indirettamente il buono e per conseguenza, escludendo i due Giuseppe e Salvatore tanto perché furono assenti quando il Gennaro premeditatamente perpetrò l’uccisione di mia moglie, quanto per non avere alcuno interesse in ciò fare essendo il Giuseppe voluto bene dalla mia figlia Rosina. In conseguenza espongo formale querela, con istanza di punizione e riserba dell’azione civile, contro il Gennaro Orlando
In verità Pasquale Presta dice anche altre cose molto importanti sul contesto in cui è maturato il delitto
- Otto o nove giorni or sono, imbattendomi con Salvatore Orlando, lo stesso mi disse le parole: “Incoraggiati le tue figlie, altrimenti la cosa non cade giusta…” volendo significare che io mi avrei dovuto imporre all’Agata di unirsi col Gennaro. Io risposi: “Se le mie figlie incontrano piacere e gli donano confidenza, cadrà giusta, altrimenti avverrà il contrario…”. Lo stesso Salvatore aggiunse: “D’altronde non si ha con te, ma con Carolina…” alludendo alla infelice mia moglie
Un avvertimento bello e buono, se non addirittura una minaccia, ma Salvatore Orlando dice di non saperne niente
- Io ignoro la causa che spinse il mio germano ad agire in quel modo, stante che ignoro qualsiasi manifestazione che avesse potuto costui fare sull’argomento. Conosco d’altronde che tanto il Gennaro che Giuseppe volevano impalmare le due figlie dell’Aiello, come equalmente il Giuseppe Presta voleva impalmare la nostra sorella bastarda Lucrezia, ma poi, non essendosi potuti conchiudere i progettati matrimoni di essi miei fratelli, le cose rimasero appese, ognuno facendosi i propri affari
- Ci risulta che otto o nove giorni prima del tragico fatto avete incontrato Pasquale Presta e gli avete, come dire, consigliato di convincere Agata a sposare Gennaro e che l’ostacolo principale era sua moglie…
- Non è vero, anzi non lo vidi e neppure torto potevo esprimere perché nessuno precedente sinistro o rancore i predetti miei germani avevano manifestato
Intanto l’autopsia chiarisce gli effetti dei quattro colpi di scure inferti sulla testa di Carolina Aiello: le prime tre lesioni, prodotte da scure che ha agito premendo e tagliando, sono tutte profonde fino all’osso, il quale è fratturato in tutta la sua estensione, cioè dalla regione sopra orbitaria sinistra sino alla regione occipitale dello stesso lato. L’ultima lesione prodotta sulla regione temporale sinistra, di forma quadrata, è stata prodotta col rovescio della stessa scure. Una violenza che non poteva lasciare scampo.
Tanto basta alla Procura Generale, il 6 ottobre 1894, per dichiarare chiusa l’istruttoria e chiedere il rinvio a giudizio di Gennaro Orlando con l’accusa di omicidio premeditato, escludendo che si possa trattare di un delitto d’onore come sostiene Gennaro Orlando nel suo interrogatorio, delitto dovuto alla fuga di Lucrezia e alla sua conseguente perdita della verginità ad opera di Giuseppe Presta, perché tra lui e Lucrezia non esiste alcun legame di parentela, d’altra parte sia lui che suo fratello Salvatore la definiscono sorella bastarda.
La Sezione d’Accusa, il 30 ottobre successivo, accoglie la richiesta e destina l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento inizia e termina il 14 dicembre 1894, quando la giuria lo salva dall’ergastolo escludendo l’aggravante della premeditazione e lo condanna a 15 anni e 10 mesi di reclusione, oltre alle pene accessorie.
Il 28 marzo 1895 la Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Gennaro e la pena è definitiva.[1]

PROSSIMAMENTE INSIEME A TEATRO



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 29 luglio 2018

LA PIPA


Verso le 15,00 del 27 novembre 1904 il diciassettenne Antonio Pignata sta tornando a Grisolia dalla campagna, portando come al solito la scure in equilibrio sulla spalla sinistra e le mani in tasca. Imboccata Via San Giovanni si imbatte in Fedele Crusco, visibilmente alticcio, e la madre e il fratello di questi. Gli sembra che la donna stia tentando in tutti i modi di far rientrare a casa il figlio ubriaco e siccome conosce la brutta fama di cui godono i fratelli Crusco che sono dediti al vagabondaggio, raramente lavorano, spesso si ubriacano ed il Fedele quando è in istato di ubbriachezza è oltremodo molesto, insultante e per un nonnulla fa quistioni, cerca di girare al largo ma ormai è troppo tardi, Fedele lo vuole cimentare e, spalleggiato dal fratello, gli vorrebbe togliere la scure. Pignata, ovviamente, resiste, forte della sua poderosa arma. Fedele allora cambia tattica. Approfittando del fatto che, nel tentativo di disarmare l’avversario, gli è caduta per terra la pipa che aveva in bocca, con tono minaccioso gli intima di raccoglierla da terra e di restituirgliela. Pignata non ne vuole sapere e si rischia di arrivare alle mani con conseguenze imprevedibili.
Anche Pietro Rocca, 20 anni, e Biase Marino, 16 anni, verso le 15,00 del 27 novembre 1904 stanno tornando a casa dalla campagna e imboccano Via San Giovanni. Davanti a loro si sta svolgendo la quistione tra i fratelli Crusco e Antonio Pignata. Pietro Rocca decide di intervenire per calmare gli animi e cerca di indurre il Fedele, perché brillo e perché più riottoso verso il Pignata, a tornarsene a casa. In questo frattempo a Fedele cade di bocca la pipa e comincia con le sue pretese nei confronti di Pignata. È in questo momento che Pietro Rocca interviene e, con l’intento di calmare la situazione, raccoglie da terra la pipa e la mette in tasca a Fedele Crusco. Non l’avesse mai fatto! Fedele raccoglie da terra un sasso e comincia a fare atto di minaccia verso tutti indistintamente. Rocca lo circonda con le braccia per farlo desistere ma Fedele estrae un coltello a serramanico cominciando a trinciare l’aria ed il muro di una casa onde intimorire il Rocca il quale riesce a disarmarlo, riponendoglielo in tasca. In tutto questo, la madre dei fratelli Crusco incoraggia Pietro Rocca a trascinare il figlio a casa e così Pietro vorrebbe fare con buoni modi, tirando dolcemente il Fedele per un braccio, Salvatore, l’altro fratello che non era affatto ubbriaco, estrae di tasca un coltello a doppio taglio, a manico fisso, di quelli detti stiletto a foglia d’oliva. Rocca, al quale nel frattempo Fedele si sta avvinghiando, capisce che in quella posizione, se Salvatore volesse colpirlo – ma poi, per quale ragione dovrebbe colpirlo? –, avrebbe certamente la peggio, lasciato Fedele cerca di ripararsi in una casa vicina che ha la porta aperta e quasi ci riesce, ma Salvatore gli è addosso e, stando quasi dietro, gli tira un tremendo colpo di stiletto sotto la mammella sinistra.
- Mi ha ammazzato! – urla cadendo all’interno della casa, mentre Salvatore Crusco indugia nel barbaro rituale di leccare la lama insanguinata. Questo dà a Domenica Nevicato, la proprietaria della casa nella quale Pietro è stramazzato, l’opportunità, prima che Salvatore colpisca di nuovo, di chiudere la porta, contro la quale cominciano ad essere tirati dei colpi per sfondarla.
- Andate via chè Rocca è morto! – urla la donna da dietro la porta sprangata, facendo segno a Pietro di non fiatare
Sul posto arriva anche Fedele Crusco con il suo coltello in mano, ma Salvatore lo blocca
- L’àiu fattu iu
- Per la Madonna! E iu nun l’àiu fattu nenti ancora! – gli risponde Fedele con gli occhi iniettati di sangue.
A questo punto, i fratelli Crusco tornano sui propri passi e in compagnia della loro madre fanno per andarsene. Domenica Nevicato e sua madre, pietosamente, prestano le prime cure al ferito e cercano di tamponare l’emorragia premendo sulla ferita una pezzuola, mentre una sorella sgattaiola fuori di casa e va a chiamare il medico.
Ma i guai verso le 15,15 del 27 novembre 1904 a Grisolia non sono ancora finiti.
Avvisati di ciò che è accaduto a Pietro Rocca, la moglie, i cognati e il suocero arrivano sul posto proprio mentre i fratelli Crusco e la loro madre se ne stanno andando. Non solo: nello stesso momento arriva sul posto anche il padre dei Crusco. Adesso si rischia una carneficina. Nelle mani appaiono coltelli e sassi e le minacce, da una parte e dall’altra, si sprecano.
- Li vidi tutti accapigliare e cadere a terra – racconterà Filomena Novello
La gente accorre e dopo qualche momento di terrore tutto finisce fortunatamente solo con qualche contusione e tutti tornano a casa
- Che cosa vi aveva fatto mio genero che lo avete ferito? – fa Rosaria Tiso quando i Crusco passano davanti alla sua casa
- Puru tu parri, porca fricata? – le risponde Fedele Crusco minacciandola con il coltello. La donna, a quella vista, rientra precipitosamente in casa terrorizzata e Fedele comincia a tirare colpi alla porta per sfondarla, ma viene trascinato via e da questo momento di lui e del fratello Salvatore si perdono le tracce.
Tra la mammellare e l’ascellare anteriore si nota una lesione di continuo a margini netti e precisi e della lunghezza di mm quindici circa, diretta in basso, innanzi in dentro. La specillazione mostra il carattere di essere penetrante in cavità. I fatti obiettivi dell’emitorace sinistro confermano quel carattere. si osserva inoltre tumefazione di tutta la regione. Tale lesione è prodotta da arma da punta e taglio, coltello acuminato ed a stretta lama. Giudico che tale lesione sia pericolosa di vita, sia per la topografia, sia per i caratteri ed ove mai il pericolo venisse a scongiurarsi, la guarigione potrà ottenersi non prima del ventesimo giorno. È la diagnosi del dottor Francesco Adduci.
Per il Brigadiere Paolo Ferlisi, comandante la stazione di Verbicaro, è davvero qualcosa di inspiegabile. Non c’è alcuna ragione apparente che possa giustificare una violenza del genere. Ma, scavando, qualcosa potrebbe esserci: molti testimoni riferiscono che nei circa nove mesi che Fedele Crusco passò a New York per trovare lavoro, sua moglie cedette alle lusinghe del suocero di Pietro Rocca e, così pare, ne nacque anche un bambino la cui sorte è ignorata da tutti. Quando Fedele tornò, perché anche in America aveva poca voglia di lavorare, informato della cosa abbandonò la moglie, confidando a qualcuno la sua determinazione a farla pagare cara al suocero di Pietro Rocca. Quest’ultimo, quindi, sarebbe stato ucciso per vendicare il torto subito dai Crusco ad opera di suo suocero. Sembra una pura fantasia ma è l’unica traccia investigativa e su questa si muovono gli inquirenti, senza però trovare niente di concreto.
Il giorno dopo, 28 novembre, quando il sole è già sparito nel mare, il Brigadiere Ferlisi e il Carabiniere Giovanni Greco sono a Grisolia per assumere informazioni quando, a mezzo della voce pubblica, vengono a sapere che il ventiduenne Salvatore Crusco e suo fratello, il ventiquattrenne Fedele, potrebbero tornare a casa per la notte. I due militari fanno credere a tutti che stanno rientrando a Verbicaro, invece rimangono appiattati vicino il Cimitero fino alle 20,30. Dopo una mezzoretta di attesa i Carabinieri vanno a bussare a casa dei Crusco allo scopo di tentare al loro arresto ma infruttuosamente. Quando escono, delusi per il fiasco, vengono avvicinati da alcune persone degne di fede che hanno notato i loro movimenti e vengono informati in via confidenziale che i due latitanti potrebbero essere nascosti in casa di Biase Cimino. Si fanno indicare la casa, vanno lì, lo interrogano e Cimino risponde di non essere in sua casa nessuno dei ricercati. Ma Ferlisi non gli crede e i due militari passano una minuta perquisizione domiciliare, accorgendosi così che in una stanza c’è un finestrino praticato nel tavolato che immette nella soffitta, ove si accede mediante l’agilità personale. Cimino sbianca in viso mentre Ferlisi e l’altro Carabiniere si arrampicano ed entrano nella soffitta, poi sente un “Altolà” e un rumore di roba che si sposta. Tombola! Nascosti dietro una grossa cassa ci sono i fratelli Crusco che vengono immediatamente arrestati, come anche Cimino e portati con i ferri ai polsi in quella camera ad uso caserma che i Carabinieri hanno a Grisolia.
- Assolutamente nulla conosco del ferimento subito da Rocca Pietro e che mi si crede addebitare – nega subito Salvatore Crusco il quale continua a negare anche gli addebiti più evidenti, senza cedere di un millimetro
- E se è vero che non sai niente di niente del fatto, perché ti sei nascosto?
- Siccome la voce pubblica incalzava me quale autore del ferimento del Rocca, io ad ogni buon fine mi nascosi, temendo le ricerche della giustizia
- Ah! E dove saresti stato il giorno e l’ora del delitto, una volta che sostieni di non esserne l’autore?
- Mi trovavo in casa mia, come lo può affermare Biase Cimino
Poi è la volta di suo fratello Fedele e la musica cambia
- Io, ubriaco, ero cercato a farmi rincasare da mio fratello e da mia madre quando vidi, se non erro, Antonio Pignata al quale chiesi di raccattarmi una pipa che mi era caduta per terra. nel frattempo intervenne Pietro Rocca ad invito di mia madre per condurmi a casa; io, dispiaciuto, anche perché il di lui suocero mi ha offeso nell’onore di mia moglie, presi una pietra ma senza intenzione di menarlo, pietra che gettai poco dopo a terra. io, a dire il vero non ho visto alcun’arma in mano del Rocca , ma siccome temevo di lui, estrassi un coltello a piega e cominciai a trinciare l’aria ed il muro d’una casa onde intimorire il Rocca, il quale riparò in una porta vicina dove, raggiunto da mio fratello, fu da questi colpito. Io, temendo che il Rocca volesse farmi del male, lo inseguii fino ai pressi della porta della casa di Nevicato dove non entrai, però, perché mio fratello Salvatore mi persuase ad andare via dicendomi: “Fedele, andiamo via che a Pietro l’ho fatto io…”, volendo significare che l’aveva ferito lui. Dopo tali fatti accorsero incontro a me Garofalo Raffaela, Ignazio ed Antonietta; io, intimorito ancora una volta, estrassi il coltello per tenerli a distanza, ma la Raffaela mi prese per le braccia per manomettermi e io per difendermi le tirai un calcio al ginocchio. Ritirandomi a casa insieme a mio fratello ed ai miei genitori, nel passare nanti la porta di casa del Rocca, la suocera di costui mi ingiuriò “cornuto” ed io, dispiaciuto, estrassi il coltello e dissi: “Vecchia, ancora mi volete inquietare?”. Dopo tutti questi fatti pensammo bene di nasconderci presso il nostro amico Biase Cimino al quale confidammo tutti i fatti – si ferma qualche secondo e poi, scuotendo la testa, continua – non basta che i Garofalo hanno contaminato il mio onore coniugale, ma anche le sorelle Raffaela ed Antonietta Garofalo, insieme alla madre, in mia presenza, l’anno scorso mi chiamarono “cornuto” insieme ai miei e per tal fatto mi querelo
Per essere stato ubriaco, come anche i testimoni e la vittima affermano, le cose le ricorda benissimo e ciò potrebbe lasciar pensare che tutto sia stato premeditato e che la famiglia Crusco ha organizzato la messinscena dell’ubriacatura per ammazzare Pietro Rocca e alleggerire la posizione di Fedele, designato come esecutore del delitto, con la scusante dell’ubriachezza. E forse per tentare di sostenere ancora questa tesi Salvatore ha mentito spudoratamente. Ma siccome la confessione di Fedele stride con le dichiarazioni di suo fratello, il Pretore di Verbicaro li mette a confronto
- Fratello, non avere paura, dì la verità alla Giustizia, tu che eri serio la sera in cui avvenne il fatto e ricordi meglio di me che ero ubbriaco… ricordati che io ero incoraggiato da te e da nostra madre a rincasare quando nel pretendere che Antonio Pignata mi avesse raccattato la pipa cadutami, questa fu raccolta da Pietro Rocca che si trovava a passare e che, ad invito di nostra madre cercò d’indurmi a rincasare , quando io, temendo del Rocca per l’inimicizia e per l’onta inflittami da suo suocero, presi una pietra per farlo allontanare e dopo estrassi il coltello per intimidirlo… – Fedele esorta il fratello
- Adesso ricordo bene e non posso negare tutte tali particolarità… – cede, ammettendo di essere stato sul posto. Poi Fedele continua
- Non puoi negare nemmeno che quando il Rocca riparò in una porta vicina tu lo raggiungesti e, temendo che mi volesse fare ancora del male, gli vibrasti un colpo di coltello… – cerca di indurlo a dire che avrebbe agito per legittima difesa, cambiando ciò che ha detto nell’interrogatorio
- Adesso neppure mi fido a negare tale circostanza, sono stato davvero io che ho ferito Pietro Rocca!
Finalmente ci siamo, ma l’idea che Pietro Rocca sia stato accoltellato per una vendetta trasversale fa rabbrividire.
Biase Cimino non può negare di avere ospitato i due ricercati e si difende dicendo che non ha saputo negare quel favore ai suoi amici, favore che potrebbe costargli caro.
Gli imputati hanno confessato, il ferito sembra essere sulla via della guarigione, salvo alcune note di pleurite, e sembra logico chiedere la libertà provvisoria, ma i giudici per ben tre volte la negano ai fratelli Crusco, mentre la concedono a Cimino. Nel frattempo, ai Garofalo viene consegnato un mandato di comparizione per la querela sporta nei loro confronti da Fedele Crusco e rispondono con una querela contro tutti i Crusco, genitori compresi. Gli imputati, a questo punto salgono a 9, con varie tipologie di reato.
Il 1904 finisce con queste schermaglie e l’anno nuovo si apre con una nuova richiesta di libertà provvisoria per i fratelli Crusco. È il 17 gennaio 1905. Il giorno dopo arriva al Pretore di Verbicaro una stringata nota a firma del sindaco di Grisolia: Il ferito, segnato a margine, è morto stamane. Prego V.S. Ill.ma dare i provvedimenti di regola per il suo seppellimento. Ma di funerale e sepoltura non si può parlare se prima non si esegue l’autopsia perché sono passati quasi due mesi dal fatto e bisogna accertare se le cause del decesso siano o meno dovute alla coltellata ricevuta dal povero Pietro Rocca.
Secondo il perito la morte è diretta conseguenza della coltellata: Un’arma da punta e taglio penetrando dallo esterno in cavità ha prodotto una lesione di continuo la quale ha interessato il polmone, il pericardio ed il ventricolo sinistro del cuore, determinando una pleuro-polmonite adesiva circoscritta intorno alla lesione stessa; ed in conseguenza si ebbero anormali aderenze degli organi interessati. E poiché l’andamento della lesione cardiaca non fu favorevole, il ventricolo sinistro leso, rimase temporaneamente ed incompletamente occluso dalle consecutive proliferazioni connettivali le quali, in un momento di iperfunzionalità dell’organo, non avendo potuto offrire valido sostegno, ne avvenne la morte. A questo punto si decide di procedere per il reato di lesioni seguite da morte e i fratelli Crusco la libertà provvisoria se la sognano.
Passano ancora nove mesi prima che la Sezione d’Accusa ordini il rinvio a giudizio di Salvatore e Fedele Crusco, quest’ultimo in stato di libertà provvisoria, nonché di Biase Cimino per favoreggiamento. Tutti gli altri imputati minori vengono prosciolti.
Il dibattimento inizia il 12 giugno 1906 e la sentenza viene emessa il giorno dopo: assoluzione per Biase Cimino, condanna a 11 anni e 8 mesi di reclusione per Salvatore Crusco e condanna a 5 mesi e 12 giorni di reclusione per suo fratello Fedele.
Il 18 settembre 1906 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Salvatore Crusco.
Appena l’Italia entra nella Prima Guerra Mondiale, il 27 maggio 1915 Governo emana un indulto di cui Salvatore Crusco può usufruire, vedendo così la sua pena diminuita di 1 anno e quindi può tornare in libertà.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.