domenica 14 aprile 2019

L'AMANTE STAGIONATO


È la sera del 7 settembre 1936, nella sua casa in Via Sotto le Mura 40 a Grisolia, Francesco Bellusci ha appena finito di cenare con la moglie Maria Rosaria De Patto, i due figlioletti e suo fratello Pietro
- Marì, io e Pietro andiamo a Scalea alla fiera, tu vieni domani mattina ché dobbiamo fare delle compere…
I due fratelli escono e si fermano davanti alla casa di Giovanni Mazza, che è seduto davanti alla porta con la guardia campestre Antonio Montesano
- Che bella sorte ch’ebbe lu curnutu, senza essere re fu incoronato… – canticchia come al solito Montesano non appena vede il suo migliore amico uscire di casa e scoppiando, poi, insieme a ridere fragorosamente
- Noi ci avviamo a Scalea, vuoi venire? – chiede Francesco all’amico Giovanni
- No, sono stancovengo domani mattina presto
- Allora, per favore, quando parti, chiama mia moglie così fate la strada insieme
- Compà… – si intromette Montesano – se fai presto puoi usufruire del treno che passa tra poco
- Compà, non fa niente, andiamo a piedi – risponde Francesco, che si allontana insieme a suo fratello.
Maria Rosa sparecchia, poi mette a dormire i bambini. Ha sete, ma l’acqua è finita, così va a riempire la brocca al fontanino vicino e torna a casa
- Marì… Marì… – sente sussurrare nel buio. Aguzza la vista e risponde
- Tu sei?
- Adesso dobbiamo fare il fatto! – le sussurra all’orecchio
- No… ho paura… è pericoloso… vattene…
L’uomo, ostinato, la prende di peso e la butta sul letto. In fretta si toglie il cappello, la giacca e il panciotto, si sbottona i pantaloni, alza a Maria l’unica veste che ha addosso, le sfila le mutandine e cominciano a fare l’amore, mentre i bambini dormono profondamente accanto a loro.
La fioca luce di un fiammifero illumina per qualche secondo i due amanti avvinghiati l’uno all’altra. L’uomo, sorpreso, gira la testa in direzione della fiammella. Maria Rosaria sgrana gli occhi
- Bravi! Vi ho sorpresi sul fatto! – dice Francesco che poi rimane a bocca aperta quando, un attimo prima che il fiammifero si spenga, vede in faccia l’amante di sua moglie – tutto… tutto mi aspettavo, ma non questo… - farfuglia mentre il sangue gli sale alla testa e le tempie gli sembrano scoppiare. L’amante cerca di rialzarsi in fretta per scappare. Non si abbottona nemmeno i pantaloni e cerca di uscire. Francesco, nel buio, allunga una mano dove sa di avere posato la sua scure e comincia a tirare fendenti alla cieca. Rumore di oggetti che cadono a terra, urla di dolore, bestemmie.
- Ah! Hai fatto anche a me! – urla Maria Rosaria dopo aver ricevuto un colpo di scure ad un braccio, poi cade svenuta sul letto.
Altri colpi alla cieca e il tonfo di un corpo che cade. Poi il silenzio.
Francesco accende un lume ad olio. Sua moglie, coperta di sangue, gli sembra morta. L’amante, orrendamente colpito alla testa e al collo, anche, ma forse non è ancora morto perché il sangue continua a schizzare fuori dalle ferite, ricoprendo tutto ciò che c’è intorno a lui
-  Tutto mi aspettavo, ma non questo… – ripete tra sé e sé mentre guarda per l’ultima volta il volto sfigurato del suo ex migliore amico, Antonio Montesano. Poi posa la scure, controlla che i bambini non si siano svegliati ed esce di casa.
Sulla strada lo sta aspettando suo fratello Pietro, che lo vede sporco di sangue dalla testa ai piedi; non fa in tempo a chiedergli cosa sia successo, che Francesco lo anticipa
- Ho fatto tutto da solo… era compare Antonio… andiamo via… accompagnami alla Giustizia di Verbicaro per costituirmi…
Maria Rosaria riprende i sensi quasi subito. Perde sangue dall’avambraccio e ha seri problemi a muoverlo, ma riesce lo stesso a prendere i bambini e portarli fuori al buio per non far loro vedere quello spettacolo orrendo, poi va a chiamare Giovanni Mazza e sua sorella che la accompagnano dai Carabinieri del paese
- Poco fa mi sono resa responsabile dell’omicidio di Antonio Montesano perché questi, approfittando dell’assenza di mio marito, penetrato arbitrariamente in casa, voleva possedermi, riuscendo allo scopo con violenza – racconta al Brigadiere Umberto Ferrara, mentre si tampona la ferita con uno straccio sporco
- Come l’avete ucciso?
- Sono riuscita a svincolarmi, ho preso una scure che abbiamo in casa e sono riuscita a colpire varie volte Montesano il quale, a sua volta, con la stessa scure mi ha ferita
Il cadavere di Antonio Montesano, guardia campestre comunale, giace sul lato destro un po’ in decubito con la faccia sul pavimento; è vestito in parte e cioè dalla camicia, dai pantaloni corti color cachi, calzettoni e scarpe slacciate; le brache dei pantaloni aperte, tanto da lasciar vedere in parte il pene. Il cadavere presenta una larga ferita alla parte laterale sinistra del collo con recisione completa della iucolare e delle altre arterie accessorie, nonché altra ferita sulla testa e altra sul naso. Dal modo come è stato colpito il Montesano, lascia intravedere subito che si tratta di colpi dati da polso fermo e non da una donna, per la cavità enorme delle ferite, specialmente quella del collo.
- Questa non è opera vostra, non può essere opera di una donna… ci sono voluti polsi fermi e braccia forti… dite la verità – le suggerisce il Brigadiere, ma Maria Rosaria insiste.
Quando i vicini cominciano a raccontare di aver visto uscire di casa Francesco Bellusci subito dopo aver udito dei rumori provenire dal’interno della casa, come se si fossero azzuffate delle persone, il Brigadiere si convince che l’autore dell’omicidio è il marito della donna, forse aiutato da qualcun altro, e comincia a farlo ricercare dai propri uomini, ma senza successo.
Interrogata di nuovo, la ventiduenne Maria Rosaria, davanti alle testimonianze dei vicini, cambia versione e racconta di come il marito, rientrato all’improvviso, l’ha sorpresa con l’amante e ha fatto quello che ha fatto, poi aggiunge
- Mio marito era sicuro di avere ucciso anche me…
- Ma perché vi siete accusata?
- Perché siccome io avevo fatto il danno di aver tradito mio marito, io stessa volevo piangerne le conseguenze
- Da quanto tempo eravate amanti?
- Da parecchio temposi approfittò di me una prima volta in campagna e successivamente in casa mia e dove lui poteva pescarmi, non mi risparmiava. Nessuno si era accorto della nostra tresca, data la fraterna amicizia che correva tra la mia famiglia e quella del Montesano… spesse volte lo avevo pregato di lasciarmi stare perché, gli dicevo, “se eventualmente si accorge mio marito, non finisce certamente bene”… lui non solo che volle continuare, ma, poco curandosi di mio marito, ogni volta che si dava l’occasione e specialmente quando lo vedeva vicino casa, cantava la strofetta del cornuto
- Pensate che vostro marito si sia accorto della tresca?
- Non lo so… lui mi ha trattato sempre bene. Solo da poco tempo vedevo che non era più ilare come il suo solito, ma ho attribuito ciò a malattia oppure ad altri fatti suoi
Proprio mentre Maria Rosaria mette il segno di croce sul verbale dell’interrogatorio, da Verbicaro arriva il telegramma che annuncia la costituzione e l’arresto dei fratelli Bellusci, senza specificare altro. Il Brigadiere, a questo punto, indaga per trovare le prove del coinvolgimento di Pietro nel delitto e scopre che dal pomeriggio del 7 settembre fino a dopo la consumazione del delitto, i fratelli Bellusci sono stati visti sempre insieme, talvolta confabulando a bassa voce, e che insieme, prima di andare a Verbicaro, sono stati a casa della loro sorella per avvertirla del fatto. Stando così le cose, è chiaro che sono tutti e due colpevoli.
Quello che non è chiaro è come mai nessuno, ma proprio nessuno, si sia mai accorto della relazione tra Maria Rosaria e Antonio o abbia almeno avuto dei sospetti in merito. Nemmeno la vedova Montesano si è mai accorta di niente. Addirittura sembra che nemmeno Francesco Bellusci sospettasse di compare Antonio, quello che considerava più che un amico, più che un compare, quasi un padre, visto che lui ha 24 anni e Montesano ne aveva 52. Interrogato, non ammette di avere avuto sospetti
- Io e mio fratello ci avviammo per la via Manche per raggiungere la strada rotabile che mena allo scalo di Grisolia. Fatti un paio di chilometri fui colto da forti dolori di pancia, tanto che non ho potuto proseguire e decidemmo di tornare a casa. Arrivati, notai che la porta era socchiusa e sentii dentro dei mormorii. Finiti i rumori feci segno a mio fratello di stare zitto ed entrai in casa in punta di piedi per non far rumore. Avvicinatomi al letto accesi un fiammifero e vidi che sul letto, in posizione supina, trovavasi mia moglie e su di essa un uomo che non conobbi. Istantaneamente fui preso da furia, afferrai una scure che era accanto al letto e tirai diversi colpi, non so quanti, sui due corpi che erano sul letto. Immediatamente l’uomo si lanciò su di me, io lo afferrai tra le mie braccia e dissi: “non scappare!”. Intanto il sangue sgorgava a fiotti dalle sue ferite e dopo pochissimi secondi lo lasciai e cadde riverso sul fianco. Mentre che io tenevo stretto l’uomo, che ora avevo conosciuto per Antonio Montesano, sentii gridare mia moglie: “mi hai fatto pure a me!”. io nulla risposi, accesi una piccola lampada ad olio e vidi mia moglie immobile sul letto, tutta insanguinata. Credendo di averla uccisa, mi assicurai che i miei due figlioletti si trovassero sul letto e per far svegliare i vicini gridai: “Venite per elemosina a pigliare i miei figli!”. Poi uscii, tutto sconvolto, sulla via
- Quindi avreste fatto tutto da solo? Sicuro che Pietro non vi ha aiutato?
- Mio fratello rimase fuori perché glielo dissi io in quanto aveva le scarpe con i chiodi e facevano rumore ed a fatto compiuto gli dissi: “Andiamo via… accompagnami alla Giustizia di Verbicaro per costituirmi…”. Prima di partire mi recai da mia sorella per narrarle l’accaduto e per raccomandarle i miei figlioletti… non capisco e mi meraviglia il fatto che Pietro si sia costituito perché, vi assicuro, Pietro non ha in alcun modo preso parte al fattaccio. Forse ha fatto ciò per timore della rappresaglia della famiglia e del parentato del Montesano, assai esteso a Grisolia
- Possibile che non vi siate accorto della tresca?
- Non ho mai dubitato della mia donna, alla quale non ho fatto mai mancare nulla… Montesano era intimissimo amico della mia famiglia… non mi sono mai reso conto di niente…
Secondo i Carabinieri e il Pretore di Verbicaro non è possibile che Pietro Bellusci non abbia aiutato suo fratello ad uccidere Montesano, poi le cose potrebbero cambiare quando si presenta un testimone, Antonio De Marco, che assicura
- Verso le 18,00 del 7 settembre, vidi che i fratelli Bellusci confabulavano tra di loro. Mi sono fermato un attimo ed ho udito che Pietro diceva al fratello le seguenti parole: “Se ove mai tu lo andrai a chiamare in casa, questo pensiero dalla testa te lo devi cacciare…”. I due, non appena hanno visto me, hanno subito cambiato discorso
Queste parole, le uniche percepite da De Marco, starebbero a dimostrare che Pietro cercava di dissuadere il fratello e quindi che davvero non ha partecipato al delitto, rubricato come omicidio per causa d’onore.
Intanto l’avvocato Pietro Mancini, che ha assunto la difesa dei fratelli Bellusci, scrive al Giudice Istruttore stravolgendo il racconto di Francesco Bellusci:
Vostra Signoria, che ha a cuore e nobiltà di sentimenti, non può che sentire all’unisono col sottoscritto, che difende Bellusci, il marito ventenne che uccide l’amante stagionato della moglie ventenne nel momento che ne sorprende la oscena violenza sul suo letto. Il modo come venne rinvenuto… il vecchio satiro – padre di otto figli – conclama la difesa del mio assistito. Il disgraziato Bellusci non ha ferito nell’atto in cui ha scoperto la illegittima relazione. La causal d’onore è un elemento secondario all’avvenimento. Vien dopo. Causa mediata. L’elemento principale, immediato, assorbente ed imponente, è lo stato fisico-morale di legittima difesa del proprio onore e della pudicizia della moglie. Il pericolo attuale di un’offesa ingiusta (la più ingiusta delle offese), stabilisce l’art. 52 C.P., tutti i beni personali possono essere legittimamente difesi, non essendosi detto “imminente alla persona”, ma solo “da sé o d’altri”, scrive S.E. Rocco nella sua relazione. Onde la dottrina e giurisprudenza hanno sempre ammesso la legittima difesa del pudore. Ciò premesso come assioma giuridico, è necessario esaminare la “situazione di fatto”. Il momento in cui Bellusci ha ferito: entra nella propria casa (è inerme, non lo si dimentichi) al buio. Egli non rinviene nessuna lettera scandalosa che gli scopre la relazione. Nottetempo, scopre l’amante della moglie nascosto in casa. egli ha dinanzi agli occhi esterrefatti un immondo spettacolo: un uomo sulla sua donna nell’atto di coito. Egli sa la moglie onesta, fedele, non riconosce nemmeno l’uomo. In quel momento egli ferisce per difendere la pudicizia della propria donna. Dà colpi alla cieca. Egli non può, non deve che avere un pensiero: che la moglie sia vittima dell’audacia amorosa e sensuale di quell’uomo. Non altrimenti si sarebbe armato. non scopre dunque la illegittima relazione. Il verbo scoprire ha un significato. Vede, ha dinanzi a sé, sul suo letto, al buio, un uomo ed una donna sotto. Quella donna è la moglie. Che fa? Interviene. Io chiedo la legittima difesa e la conseguente escarcerazione del mio cliente. Noti, signor Giudice, che io non riguardo la causa  col punto di vista dell.’art. 587. Prima l’art. 52. [ART. 587 C.P. (abrogato il 5 settembre 1981): Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. ART. 52 C.P.: Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa. Nda]
Un azzardo, ma il gioco vale la candela. Vediamo cosa dice il Giudice Istruttore Tommaso Gemelli nella sentenza di rinvio a giudizio
Bellusci Francesco nulla sa; i parenti, i vicini nulla sospettano perché la donna infedele è ritenuta da tutti per moglie onestissima. Non vi è altra causa se non l’onore oltraggiato, l’improvvisa dolorosa scoperta che hanno armato il braccio omicida del Bellusci. Nessun altro motivo poteva suscitare nell’animo suo quell’impeto travolgente di collera omicida se non l’immonda inattesa visione della propria moglie, stretta nelle braccia di un altro uomo, in flagrante adulterio. Bellusci è degno di ogni commiserazione e non v’è persona di onore che non trovi nel suo intimo una scusante per lui: di fronte alla improvvisa oscena rivelazione perde il controllo di sé stesso; sospinta da una volontà sovrumana ed irrefrenabile la sua mano si arma ed uccide: uccide per difendere il proprio onore, per sopprimere coloro che hanno distrutto la pace della sua casa, per purificare il talamo insozzato dall’amico infedele. Causa di onore, dunque, che la legge inquadra nel disposto dell’art. 587 codice penale, e per questo reato Bellusci Francesco va rinviato al giudizio del Tribunale. Non può ammettersi il concorso del fratello Pietro, che era rimasto fuori ad attendere e che, quindi, nulla sapeva del fatto che si svolse rapido, imprevisto, per ineluttabile fatalità. No, secondo il Magistrato non si è difeso legittimamente, ma ha ucciso per difendere il proprio onore.
Maria Rosaria De Patto deve essere rinviata a giudizio per l’adulterio commesso.
Il 22 febbraio 1937 si tiene il dibattimento davanti al Tribunale Penale di Cosenza. Su proposta del Pubblico Ministero, il capo d’imputazione viene derubricato da omicidio per causa d’onore a lesioni per causa d’onore seguite da morte – pena prevista da 2 a 5 anni di reclusione – e in mezza giornata si arriva al verdetto di colpevolezza. La pena viene fissata in 2 anni e 4 mesi di reclusione, compresa la pena per le lesioni causate alla moglie e le pene accessorie.
Per Maria Rosaria De Patto viene dichiarato il non luogo a procedere per il reato di adulterio perché estinto per amnistia.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 12 aprile 2019

IL MISTERO DELLA DONNA NEL POZZO


Domenico Liuzzi fa il cantoniere e vive in un trullo nella campagna di Martina Franca con la moglie Immacolata Semeraro, sua prima cugina, e tre figli: due femminucce e un maschietto. Purtroppo la maggiore, 10 anni, soffre di limitazione mentale congenita e adesso è la secondogenita, che ha 8 anni, ad occuparsi di lei e del maschietto di appena 18 mesi, così da permettere alla mamma di andare a lavorare.
Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 1932, le due bambine vengono svegliate dalle grida di aiuto del padre che, rimbombando cupamente, sembrano venire dalla bocca dell’inferno. Nonostante sia terrorizzata, la secondogenita gira per casa ma non trova nessuno dei genitori, eppure le grida continuano ad arrivarle. Allora esce nel cortile, ma nemmeno qui c’è nessuno. Poi capisce: le urla vengono dall’interno del pozzo, distante circa sei metri dal trullo, e si avvicina
- Papà… papà…
- Corri, corri a chiamare i vicini che io e tua madre siamo qui dentro, muoviti!
La bambina corre, bussa a tutte le porte dei vicini che arrivano immediatamente e, con l’aiuto di una scala, tirano fuori dal pozzo Domenico. Immacolata no, non possono tirarla fuori, è morta!
- Andate a chiamare i Carabinieri… – dice piangendo dirottamente
- Ma che è successo? – gli chiedono i vicini e l’uomo, tra le lacrime, racconta che lui e la moglie sono stati sorpresi nel sonno da due sconosciuti penetrati nell’abitazione attraverso il camino e, dopo averli imbavagliati con delle lenzuola, li avevano trascinati fino al pozzo, dove li avevano buttati, trovandovi la moglie la morte!
La stessa cosa Domenico ripete ai Carabinieri, ma, agli occhi esperti dei militari, c’è qualcosa che non quadra: la bocca del tubo fumario, sebbene presenti tracce di recente manomissione, non permette, per la sua strettezza, il passaggio di alcuna persona.
- Forse sono entrati dalla porta che avevo lasciata socchiusa… – dice Domenico
I Carabinieri ritengono inverosimile anche questa seconda versione in quanto nel trullo, ove sarebbe avvenuto quel po’ po’ di robba di una furiosa colluttazione coi malfattori, tutto è in perfetto ordine. In più, i parenti della povera Immacolata dicono subito che tra marito e moglie le cose non andavano affatto bene a causa della furiosa gelosia della donna. Da qui a sospettare che Immacolata sia stata ammazzata dal marito il passo è breve e lo arrestano.
Domenico, con i ferri ai polsi, viene portato in caserma e qui cade in ginocchio davanti al Maresciallo. Piangendo, racconta che le cose sono andate diversamente
- Mia moglie mi tormentava da più tempo con la sua infondata gelosia. Ieri sera, dopo essermi messo a letto stanco del lavoro della giornata, stavo per addormentarmi quando fui raggiunto da mia moglie che, vedendomi con le spalle voltate, cominciò a rimbrottarmi per il mio contegno disamorevole verso di lei, attribuendolo al fatto che io pensavo ad altre donne… io allora intuii che mia moglie, come al solito, desiderava l’amplesso, ma io non mi sentivo disposto… ero molto stanco e la pregai di lasciarmi in pace dicendole che l’avrei accontentata la mattina seguente. Immacolata diventò una jena, rinfacciandomi che io pensavo alle donne con le quali avevo ballato nelle sere precedenti… cercai di calmarla, anche con un po’ d’autorità, ma lei, fulmineamente, si alzò dal letto ed uscì fuori in camicia dicendo di volere andare a buttarsi nel pozzo… io, avendo intuito qualcosa di sinistro, mi alzai dal letto in camicia per rincorrerla e strapparla dal pozzo ove ella, frattanto, si era avvicinata… Immacolata mi ha visto arrivare correndo e si protese nel pozzo, senza darmi il tempo di evitare il folle gesto“poveri figli miei” ha detto e poi si è buttata… io ero lì, l’ho afferrata per un piede, ma non ce l’ho fatta. Allora mi sono afferrato con le mani alla bocca del pozzo e mi sono calato dentro, cadendo addosso ad Immacolata… l’ho sollevata fuori dall’acqua ma era già morta… morta! Maresciallo, era morta! Poi mi sono messo a gridare…
Anche su questa, ennesima, versione ci sono dei dubbi e Domenico, in lacrime, viene chiuso in camera di sicurezza..
L’autopsia dice che Immacolata è morta per la frattura della base del cranio, prodotta da urto della testa contro il fondo melmoso del pozzo e sarebbe compatibile con la tesi del suicidio, anche se è lecito dubitare che una caduta a testa in giù da un’altezza di circa tre metri e mezzo in un pozzo al cui centro l’acqua è profonda circa un metro ed ai bordi melmosi una trentina di centimetri, abbia potuto provocare la frattura mortale. Ma ciò che, più di ogni altro indizio, convince gli inquirenti che si sia trattato di omicidio sono le numerose abrasioni, prodotte in vita, riscontrate sul corpo di Immacolata, come se fosse stata buttata giù a viva forza nel pozzo, le cui pareti, abbastanza strette, sono fatte di pietra tagliente. A ciò si devono aggiungere le escoriazioni presenti sul corpo di Domenico, probabilmente prodotte in colluttazione da unghiate.
Gli inquirenti scoprono che due giorni prima della morte di Immacolata, Domenico Liuzzi sorprese tre individui ignoti aggirarsi in atteggiamento sospetto attorno al suo trullo e presentò una regolare denuncia ai Carabinieri. Cosa vuole dire? Secondo gli inquirenti vuol dire che Liuzzi ha precostituito, o almeno ha tentato di farlo, tutta la storiella, poi naufragata miseramente, dell’aggressione subita in casa la notte del fatto. Quindi omicidio premeditato.
Ma in questa brutta storia c’è sempre qualcosa che non quadra. Per esempio le contraddittorie testimonianze acquisite agli atti
- La moglie di Liuzzi mi aveva, qualche volta, dichiarato che col marito aveva spesso delle quistioni e il marito la bastonava perché lei non voleva che andasse a ballare fuori casa. Nulla mi consta di relazioni del Liuzzi con altre donne
- Due sere prima della morte della Semeraro, questa si recò col marito e le sue bambine a una festicciola da ballo ed entrambi ballarono, anche tra di loro, in piena letizia. Io ero convinto che andassero d’accordo tra di loro, però io avevo conosciuto la moglie di Liuzzi solo la sera della festa. Nulla mi consta dei dissidi e scene di gelosia tra di loro perché Liuzzi mai me ne parlò; non so nemmeno se costui avesse avuto qualche relazione illecita
Ma questa relazione illecita è vera o no? Interrogata, la ragazza in questione dice che non si è mai nemmeno accorta che Liuzzi avesse delle mire su di lei.
Interrogare la figlia maggiore sarebbe inutile per le sue condizioni mentali, così gli inquirenti interrogano la bambina di 8 anni
- Io non ho mai assistito a quistioni tra mio padre e mia madre e non ho mai visto che quest’ultima fosse stata bastonata da mio padre… – poi si corregge e afferma – ricordo che mio padre e mia madre si questionavano spesso perché mio padre non voleva che mia madre lo seguisse nelle case dove andava a divertirsi e la poverina riceveva per questo delle bastonate… “Lui va a divertirsi e noi che facciamo? Mangiamo e andiamo a dormire…” così diceva mamma…
Al di là delle contraddizioni, il Giudice Istruttore ritiene sufficienti le prove raccolte e rinvia Domenico Liuzzi al giudizio della Corte d’Assise di Taranto con l’accusa di uxoricidio premeditato.
Nel dibattimento la Corte decide di ascoltare tutte e due le figlie e tutte e due fanno lo stesso racconto di ciò che avrebbero visto la notte in cui la loro mamma morì
- Quella notte andammo a letto e, risvegliatami, vidi che mio padre uccideva mia madre con una mazzata in testa e poi la buttò nel pozzo
Avrebbero dovuto e potuto dirlo prima, sostiene la Corte. Adesso, per ragioni di decenza logica e morale, le dichiarazioni asciutte asciutte di due bambine evidentemente minorate psichiche, se non anche suggestionate dal nonno e dai parenti della defunta, nella casa dei quali han trovato rifugio dopo la morte della mamma, sono inattendibili.
I giudici non accolgono favorevolmente nemmeno il resto degli elementi raccolti dall’accusa e, ritenuto che gli elementi di prova rendono attendibile piuttosto la tesi del suicidio che quella dell’omicidio; che la storiella dell’aggressione, per la sua stessa palese inverosimiglianza, lungi dal costituire prova di preordinazione del delitto, fu raccattata dal Liuzzi in quel primo momento d’orgasmo per non palesare l’intimo episodio d’alcova che aveva dato origine alla scena di gelosia ed al folle atto suicida della moglie; che i pretesi maltrattamenti del marito verso costei non avevano mai trasceso i limiti di una naturale e legittima insofferenza contro la ingiustificata gelosia della stessa; che, infine, del tutto gratuita è l’asserzione che il marito si fosse invaghito di un’altra donna, assolvono Domenico Liuzzi per insufficienza di prove. È il 6 aprile 1933.
La Procura propone immediatamente ricorso per Cassazione e questa, il 4 maggio 1934, accoglie il ricorso e annulla la sentenza della Corte d’Assise di Taranto per insufficiente, contraddittoria e perplessa motivazione, specialmente nel punto in cui la Corte, dopo aver deplorato la superficialità con cui il processo fu istruito senza l’accesso del magistrato sul luogo del delitto, senza una descrizione della località e della cisterna dove fu rinvenuto il cadavere della Semeraro, non spiegò poi la ragione per cui non credette di aderire alla richiesta fatta dal P.M. al dibattimento, di accedere sul posto per avere una cognizione precisa dei luoghi e vagliare in maniera concreta le due prospettate ipotesi del suicidio e dell’uxoricidio.
Il processo dovrà essere rifatto presso la Corte d’Assise di Cosenza. Qui il dibattimento inizia, il 18 gennaio 1935, con un sopralluogo al pozzo e al trullo: il pozzo ha la forma di un pentagono irregolare i cui lati delimitano una superficie così poco ampia che, pur in caso di passaggio involontario di un corpo umano, esso non può verificarsi senza urtare o strisciare contro qualcuno dei lati del pozzo; il trullo è largo m. 4X4,20, diviso in due da un muro a secco ma in comune perché le relative aperture sono grandissime, ad arcate grandi e senza porte. Tutto ciò, lungi dal togliere i dubbi gravi circa la colpevolezza dell’imputato, li ha maggiormente suffragati.
I giudici di Cosenza sono ancora più severi dei colleghi tarantini nelle critiche al lavoro del Giudice Istruttore e del Pubblico Ministero: falsi ed esagerati per comodità di tesi accusatoria sono i fatti a base del movente perché se si può ammettere che il Liuzzi abbia qualche volta mostrato la sua insofferenza per la ossessiva gelosia della moglie e che siasi, a volte, lasciato andare per tale ragione a qualche atto di violenza contro la moglie, nulla autorizza, però, a ritenere che ella fosse una martoriata, che è il ruolo attribuitole dal P.M.
Secondo la Corte cosentina è eccessivo anche parlare di bastonature perché il popolo usa impropriamente tale termine per indicare le semplici percosse. Poi vanno giù duro. Quel che davvero appalesa una deplorevole falsificazione della verità processuale è il punto in cui tanto il Giudice Istruttore, che il tenace accusatore nel dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Taranto affermano tout court che il Liuzzi aveva contratto una relazione amorosa con una fanciulla nubile e che, per tale relazione, egli fosse divenuto insofferente della moglie la quale, non solo con la sua gelosia, ma con la stessa sua presenza era d’ostacolo alle sue aspirazioni. Ma da quale fonte processuale essi hanno ritenuto di potere trarre decentemente la prova di siffatta costruzione accusatoria, la cui gravità è palese per chiunque?
La responsabile di tutto, secondo la Corte cosentina, sembrerebbe essere stata Immacolata che si opponeva ai desideri innocenti del marito. La gelosia di cui era affetta era di quel genere di jaulosie malhereuse, come viene definita dai psicologi francesi, la quale sovente rende le donne nemiche giurate della propria e dell’altrui consolazione per il loro vario umore. Ora arcigno, ora ipocritamente mite e sottomesso, ora rassegnato o in preda a una cupa e concentrata disperazione per l’immaginario loro timore di aver perduto per sempre l’amore del marito e con esso cessata la ragione stessa di continuare a vivere sotto questa santa terra di Dio. La prova di ciò è data, ad esuberanza, dalle violente scenate che faceva al marito, dai propositi, che qualche volta ebbero anche un principio di esecuzione, di allontanarsi dalla casa coniugale e più ancora dalle parole di velata malinconia che ella soleva rivolgere alle figlie allorché il marito qualche volta la lasciava sola in casa per andare a ballare.
Se così è, non c’è causale proporzionale per un misfatto così atroce qual è quello della soppressione della madre dei propri figli, compiuta con premeditazione e con perfida preordinazione dei mezzi necessari.
E se non si può parlare di premeditazione e preordinazione del delitto, la morte di Immacolata, sia essa dovuta ad omicidio oppure a suicidio, fu indubbiamente la conseguenza di un fatto improvviso. Ed allora, dovendosi buttare a mare la tesi della preordinata soppressione della Semeraro per parte del marito, bisogna pur far capo, in mancanza di ogni altra plausibile spiegazione dell’avvenimento, a quella datane dal marito il quale ha parlato di suicidio, avvenuto nelle circostanze già note.
Dunque, Immacolata si è suicidata perché Domenico, stanco per il lavoro, non ha voluto fare l’amore con lei e Domenico, da parte sua, ha inventato la storiella dell’aggressione perché quando fu interrogato dai Carabinieri accanto al pozzo erano presenti i vicini e si vergognava di ammettere pubblicamente che quella notte non era stato in grado di soddisfare la moglie vogliosa.
Il 21 gennaio 1935, la Corte d’Assise di Cosenza assolve Domenico Liuzzi dall’accusa di omicidio per insufficienza di prove.
In questo frattempo, la figlia maggiore di Domenico e Immacolata è stata internata nel manicomio di Torino, la secondogenita è stata affidata ad un istituto di suore e il maschietto è morto.[1]



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

domenica 7 aprile 2019

IL DIAVOLO E BIANCADORA


Il contadino Martino Gaudio, satiro prepotente ed immondo tanto che nell’agro di San Marco Argentano, dove abita con sua moglie e i suoi figli, è conosciuto col soprannome di Diavolo. Pensate che intorno al 1905, essendo amante di una donna vedova, ne stuprava la giovinetta figlia, che poi sposava. Dopo qualche anno dal matrimonio metteva gli occhi addosso ad una cognatina e la stuprava, costringendola a nascondere la sua vergogna nelle lontane Americhe. Se fossero solo queste le sue malefatte, si potrebbe anche pensare che il soprannome di Diavolo sia esagerato. No, non sono solo queste. Appena la maggiore delle sue figliuole, Biancadora, raggiunti i tredici anni, divenne una fanciulla fulgente di bellezza come liana in fiore, volse i suoi cupidi desideri su di essa e un giorno, profittando dell’assenza della madre, la deflorava con violenza. Biancadora racconta tutto a sua madre e questa, memore di quanto il Diavolo le aveva fatto, ma costretta tuttavia a chiudere in seno la sua angoscia per non rendere pubblico il disonore della figlia, cerca di non lasciarla mai da sola e di proteggerla dal padre. Però la donna deve assentarsi per andare a lavorare e il Diavolo ne approfitta riuscendo a possedere più volte la figlia in casa, in campagna, nelle forre e ovunque gli veniva fatto di ghermirla.
Questo orrore va avanti per tre anni e poi, compiuti i 16 anni, Biancadora, per imposizione del padre, deve sposare un giovane delinquente che, sebbene edotto avanti le nozze della disgrazia patita dalla sposa, si dà tuttavia a maltrattarla nella maniera più crudele. Il delinquente, pluripregiudicato, si chiama Domenico Soria, meglio conosciuto come ‘U Brittatu.
Dalla padella nella brace.
Adesso Biancadora ha 19 anni. Una mattina i Carabinieri si presentano a casa e arrestano il marito con l’accusa di avere fatto una rapina. Il delinquente viene condannato e Biancadora resta da sola, in balìa delle visite di suo padre. No, non può tornare all’inferno. Se ne va a Mongrazzano, a casa di una sorella di suo marito, sperando di trovare finalmente un po’ di pace. Ma anche quivi la vigliaccheria degli uomini ha occasione di esercitarsi su di essa perché il cognato, Vincenzo Salerno, conoscendo la di lei ignominia, ben presto trovò modo di piegarle alle sue impure voglie, costringendola anche a prostituirsi. Biancadora precipita nell’abisso.
- Brigadiè… correte, c’è una donna sfregiata! – il tono dell’uomo è concitato
- Non sono Brigadiere… Chi? Dove? – gli fa il Carabiniere Salvatore Papaluca che sta percorrendo la via Rughe nell’abitato di Mongrassano. È il 23 maggio 1932.
- La moglie di Soria ‘U Brittatu… è a casa…
Quando Papaluca e il suo collega Francesco Falsini corrono in caserma ad avvisare il Brigadiere Capozzi, questi quasi quasi si aspettava una notizia del genere, se non addirittura peggiore, così si precipita sul posto e trova il medico che sta medicando la donna, orribilmente sfregiata a colpi di coltello
- È stato tuo marito?
- Si… poco fa… è entrato in casa ridendo e mi disse di mettere fuori il vestito nuovo che doveva indossare. Io gli ho risposto che non era il caso in quanto era notte, ma lui ha insistito e io gliel’ho preso. Si è cambiato e poi mi ha afferrato per i capelli, ha preso un coltello da innesto che era sul tavolino e mi ha tagliato la faccia… Brigadiè… non lo arrestate… ha fatto bene a conciarmi così perché ho mancato al mio dovere di moglie… – tipico delle vittime sentirsi responsabili di ciò che accade loro
Capozzi sa che non è possibile e si mette subito alla ricerca di Domenico Soria ma non ci sono tracce dell’uomo. Le uniche notizie, peraltro incerte, sono che si è diretto verso San Marco Argentano.
Biancarosa è conciata male: ha una ferita che va dal lobulo dell’orecchio di destra fino a un centimetro e mezzo dell’angolo boccale e un’altra ferita che va dalla regione mastoidea di sinistra fino all’angolo boccale con profondità varie interessanti la cute, il connettivo sottocutaneo ed il primo strato muscolare, nonché i vasi sanguigni superficiali. Deturpata per il resto dei suoi giorni.
Soria si consegna due giorni dopo ai Carabinieri di San Marco
- Ammetto di avere colpito al viso con colpi di coltello mia moglie perché sono stato da lei tradito. La sera del 18 maggio, liberato dal carcere tornai in Mongrassano e alcuni miei amici mi dissero che in paese si vociferava che durante la mia permanenza in carcere, mia moglie aveva avuto rapporti con Pizzi Orlando e con un tal Vincenzo di cui ignoro il cognome. Domandai a mia moglie spiegazioni su ciò, ma costei negò recisamente la verità dell’addebito. Ciò nonostante ho insistito per farla confessare e finalmente il giorno 23 mi confessò di avere avuto rapporti con otto persone, con un mio cognato, Salerno Vincenzo, e col Carabiniere De Stefano. La stessa mia moglie, a mia richiesta, spiegò che una boccettina, da me rinvenuta in un cassetto, l’aveva portata in casa il Carabiniere De Stefano, il quale liquido in essa contenuto aveva procurato l’aborto di una vicina che aveva resa incinta durante l’assenza del marito, con me detenuto sotto l’imputazione di rapina
- Vuoi querelarla per l’adulterio?
- No, non voglio farlo
Un bel guaio, anche un Carabiniere coinvolto in questa brutta storia! Per vederci chiaro, viene disposta una perquisizione nella casa dei coniugi Soria al fine di rinvenire la fantomatica boccetta col liquido abortivo.
In una colonnetta posta al lato del letto ove giace la ferita trovansi diverse boccette contenenti rispettivamente del Groform e piccoli residui di altri medicinali come acqua ossigenata e permanganato; una boccetta vuota con l’etichetta della farmacia Attanasio con indicazione “Adrenalina a gocce al zero per mille” con contagocce. Le boccette col permanganato e l’adrenalina vengono sequestrate e Biancarosa spiega
- Ammetto di aver detto a mio marito, allorché gli confessai d’averlo tradito, che fra l’altro avevo avuto relazioni carnali col Carabiniere De Stefano il quale, usando d’un liquido contenuto nella boccetta portante la dicitura “Adrenalina”, aveva fatto abortire la vicina. Ciò però non risponde a verità ed io lo affermai con la coscienza di dire una bugia e ciò per mettere allo stesso mio livello l’altra donna che pure aveva avuto il marito detenuto insieme al mio
- Li hai usati tu i medicinali per abortire?
- L’Adrenalina ed il Permanganato l’usai quando ebbi ammalato mio figlio di scarlattina per praticargli dei lavaggi alla bocca… Brigadiè… ma perché mi vuole interrogare il Pretore? Io non voglio che mio marito vada di nuovo in carcere… è colpa mia se mi ha ridotta così…
- Ma tu hai abortito davvero come si dice in giro?
- Durante i 14 mesi che Domenico è stato carcerato ho abortito diverse volte per non farmi accorgere dal pubblico di averlo traditodiverse volte mi sono accorta di non avere avute le mestulazione a tempo giusto e prevedendo di essere rimasta incinta pigliavo sempre delle compresse di chinino e ottenevo lo scopo dopo 5 o 6 giorni
Il comportamento della donna appare sospetto al Brigadiere Capozzi, anche perché tutto ciò l’ha riferito a tutte le persone che le andavano a fare visita. Siccome la predetta è donna molto volubile, si ritiene che la stessa abbia detto e messo in giro ad arte tale voce allo scopo di aiutare il marito attualmente detenuto o per altri fini. Ciò lo dimostra che appena avvenne il fatto ella non voleva che si arrestasse il marito in quanto ben aveva fatto, datosi che la colpa era tutta sua.
Sono le tre di pomeriggio dell’8 dicembre 1932 ed è una bella e tranquilla giornata. I Carabinieri di Mongrassano sono tutti in caserma e si godono il tepore che emana la stufa a legna. All’improvviso due, tre, quattro detonazioni e poi le grida e il rumore di gente che corre per la strada li scuotono da quel piacevole torpore. In pochi secondi il Brigadiere Tommaso Capozzi e i suoi uomini corrono verso la piazza del paese, perché è da lì che provenivano le detonazioni ed è lì che la gente sta correndo a vedere cosa diavolo è successo.
È successo che in un angolo della piazza c’è il trentenne Vincenzo Salerno che gronda sangue dalla testa
- Chi è stato? – gli chiede il Brigadiere
- Mio cognato Domenico Soria…
‘U Brittatu non si trova. È ormai quasi buio quando lo avvistano in contrada Pianette di Cerzeto e gli intimano di fermarsi. Con Soria c’è un’altra persona che immediatamente ubbidisce. Soria no, continua a camminare e poi, voltatosi all’improvviso, si mette a urlare all’indirizzo degli inseguitori agitando in aria la mano destra
- Carogna, hai fregato mia moglie e vieni anche a inseguirmitorna indietro perché ti sparo!
Non è chiaro a chi siano indirizzate queste parole, fatto sta che, favorito dalle asperità del terreno e col calar della notte, Soria riesce a seminare gli inseguitori ma,  ferito a un gluteo, viene arrestato due giorni dopo a San Marco Argentano e racconta la sua versione dei fatti
- Sono cognato di Salerno Vincenzo il quale ha sposato una mia sorella e poiché, alla mia uscita dal carcere, mia moglie mi confessò di essersi data, durante la mia assenza, ad altri tra cui al detto Salerno che, anzi, l’aveva spinta sulla via del disonore possedendola lui per primo e facendola poi possedere da altri, io ruppi ogni relazione con lui. Questi, però, mi faceva sapere spesso che voleva parlarmi ma io non gli davo ascolto, finché l’8 dicembre, mentre ero in piazza, fui avvicinato dal Salerno che mi disse volermi parlare. Mi incamminai, allora, insieme a lui ma, fatti pochi passi, egli mise fuori una pistola ed io fui svelto ad afferrargli il braccio; partirono quindi tre o quattro colpi andati a vuoto ed allora estrassi il coltello e colpii più volte il Salerno. Indi mi diedi alla fuga ed egli mi colpì alle spalle con la stessa arma da fuoco. Continuai ancora la corsa ed avendo notato tra i miei inseguitori certo Tavolaro Angelo con la rivoltella in pugno, lo invitai a desistere minacciando di colpirlo con un sasso. Nego pertanto di avere minacciato di sparare il Brigadiere che pure mi inseguiva, come non è vero che fossi armato di rivoltella. Se avessi avuto l’arma l’avrei adoperata in luogo del coltello
Rinviato a giudizio per le due vendette, sconterà un paio di anni. Suo cognato Vincenzo Ferraro sarà condannato a 3 mesi per lesioni.
Il 3 settembre 1933 i Carabinieri di San Marco Argentano, finalmente, vengono a conoscenza che in contrada Stamile, Martino Gaudio da più tempo manteneva relazione incestuosa con la figlia Biancadora ed il Vicebrigadiere Giuseppe Lacquaniti raccoglie diverse testimonianze dei vicini di casa, tutte concordanti nel confermare il reato. Raffaele Lecce, per esempio, giura di avere visto Martino Gaudio proprio nel mentre che stava per congiungersi con la figlia sotto un albero di quercia e di aver poi  visto la ragazza che si ha messo le mutande. Aggiunge infine di essere a conoscenza che il Diavolo, per tale ragione è in continua lite con la moglie.
- Non ho sorpreso mai sul fatto gli incestuosi – dice Barbara Caparelli, la madre di Biancadora – ma mia figlia mi ha sempre dichiarato che il padre se ne serve di lei quando io, per ragione del mio mestiere, mi assento da casa. Mi ha detto anche che se ne serve di lei nell’aperta campagna e ciò quando io mi trovo in casa. Tempo fa mia figlia mi disse che era affetta da blenorragia e siccome di tale male è stato affetto pure mio marito, quest’ultimo lo contaggiò a me, tanto è vero che tuttora piango le conseguenze
Lacquaniti interroga Biancadora che ammette tutto con parole che ne denotano la  disperazione e cercano di nascondere un po’ di vergogna, infatti non parla delle violenze subite fin da bambina
- Da circa dieci mesi sono diventata la mantenuta di mio padre. Sono stata costretta accondiscendere ai voleri di mio padre perché costui mi minacciava sempre che mi scacciava e mi mandava fuori di casa. Spesse volte, dopo aver fatto i suoi comodi, mi minacciò di ammazzarmi se io dicessi qualcosa a mia madre od a qualcuno. Dichiaro inoltre che da circa sei mesi sono affetta da blenorragia e che tale male mi è stato contagiato certamente da mio padre
Ci sono i testimoni, ci sono le parole della moglie e della figlia. Martino Gaudio viene arrestato. Il Pretore emette un mandato di cattura anche per Biancadora, ma non può essere eseguito perché ha partorito da poco. E qui potrebbe e dovrebbe sorgere un altro problema: chi è il padre della creatura, visto che il marito di Biancadora è carcerato da quasi un anno? Invece il dubbio non viene in testa a nessuno, quasi come se fosse una cosa normale.
Interrogato il padre, il Diavolo, nega ogni cosa e accusa
- Quanto mi viene addebitato è falso ed io ritengo che a mettere su questa infamia nei miei confronti sia stato Raffaele Lecce, il quale voleva possedere mia figlia Biancadora. Devo fare presente che circa un anno fa mia figlia fu dal marito sfregiata perché lo stesso riteneva che lo tradisse e da quell’epoca Biancadora non ha più la testa a posto e se mi accusa, certo ciò farà perché non ha più la ragione
Qualche giorno dopo il Pretore ascolta nuovamente Barbara Caparelli e resta a bocca aperta per la sorpresa
- A mia figlia non si deve credere perché ne ha commesse di tutti i colorie perciò io ritengo che mio marito è accusato falsamente. Raffaele Lecce anche lui si è congiunto carnalmente con mia figlia e ciò mi ha riferito lei stessa
Ma che succede? Come mai la madre che ha sempre cercato di proteggerla, adesso le gira le spalle? Nessuno lo capisce. Forse le è stato consigliato di accusare Lecce per salvare il Diavolo, suo marito, magari con la minaccia di essere ammazzata non appena tornato in libertà.
Raffaele Lecce nega e racconta che l’accusa di avere avuto contatti carnali con Biancadora viene da un atto di pietà avuto nei riguardi della ragazza
- Ha dormito una volta nella mia stalla, ma ciò permisi per pietà poiché Biancadoro, allorchè il marito l’aveva scacciata, non aveva più casa
Accertato con due perizie che Biancadora è affetta da blenorragia, il Pretore le chiede se vuole querelare suo padre. Anche questa volta il Magistrato resta a bocca aperta
- Non intendo sporgere querela contro mio padre perché sono stata io a contagiarlo di blenorragia, male che mi è stato attaccato da Raffaele Lecce col quale sono stata in relazione per circa dieci mesi – che sia lui il padre della creatura? –. Il Lecce non mi ha mai detto di essere ammalato e per questo intendo querelarmi contro di lui. Entro domani porterò a Vostra Signoria le dieci lire per stendere la querela in bollo.
Queste affermazioni non hanno senso, a meno che la ragazza non abbia ricevuto gli stessi consigli dati alla madre. Ecco a che punto è stata ridotta Biancadora, farsi passare per una puttana blenorragica per avere salva la vita.  
A questo punto l’istruttoria può essere chiusa con la sentenza di rinvio a giudizio per entrambi gli imputati. È il 22 gennaio 1934.
Tre mesi dopo, il Tribunale di Cosenza li ritiene entrambi colpevoli di avere tenuto relazione incestuosa con pubblico scandolo e condanna Martino Gaudio a 8 anni di reclusione, mentre Biancadora  dovrà scontare 2 anni e 3 mesi.
Martino propone ricorso in Appello. Biancadora no. Non aveva nemmeno i 10 centesimi per la marca da bollo
Al Diavolo il ricorso va bene, la condanna viene ridotta a 4 anni e in ballo c’è anche un condono, quello concesso con Regio Decreto 5/11/1932. Gli spetta. Alla fine del mese di agosto 1935 viene rimesso in libertà. Compresa la detenzione preventiva ha scontato scarsi due anni.
Tornato a casa con l’animo gonfio di propositi nefandi, per prima cosa cacciò dalla casa – che d’altronde si apparteneva alla moglie – tanto costei che Biancadora, costringendole la notte a dormire all’aperto nelle vicinanze della casa. Dopo una settimana di questa loro vita raminga, la mattina dell’8 settembre, le due donne, avendo bisogno di un po’ di biancheria personale, approfittano di una breve uscita del Diavolo ed entrano in casa. Bastano pochi minuti, ma Martino Gaudio rientra in anticipo e le trova. È furibondo perché non hanno rispettato il suo ordine; afferra un bastone e assesta un violento colpo alla testa della moglie che cade svenuta. Biancadora urla, afferra un pezzo di legno e si lancia in difesa di sua madre che sta per essere nuovamente colpita. Il pezzo di legno si abbatte sulle spalle del padre che vacilla ma resta in piedi, mentre il pezzo di legno rotola via. Il Diavolo si gira e guarda la figlia con gli occhi rossi per la rabbia. Biancadora è adesso il suo bersaglio, alza il bastone con tutte e due le mani per colpirla proprio in mezzo alla fronte, ma la ragazza è svelta a scappare fuori di casa, verso la campagna. Il padre la insegue. Biancadora è più veloce e guadagna terreno, ancora un po’ e potrà essere in salvo. Il padre capisce che non potrà mai raggiungerla. A un certo punto la sua collera si trasforma in un sadico bisogno di incanaglirsi ancora di più e comincia a invocare con tenerezza demoniaca il nome bella figlia
- Biancadora… Biancadora… fermati… voglio scacciare di casa tua madre per restare sempre insieme io e te… Biancadora… fermati…
La ragazza, udendo quelle parole che le fanno sempre più acuto il ribrezzo per le lascivie paterne, arresta di botto la sua corsa e attende a piè fermo suo padre che, raggiuntala, le si fa incontro col bastone alzato tra le mani, pronto a colpirla senza pietà. Biancadora ha previsto tutto, sa che tutto sta per finire, in un modo o nell’altro. Guarda negli occhi il padre che ha riacquistato il suo sguardo duro e pieno di odio. Anche lui sa che quello sarà l’atto finale e, stringendo ancora più forte il bastone per aumentare la violenza del colpo che sta per vibrare, urla
- O la mia o la tua!
La bastonata si abbatte sul capo e il corpo si affloscia a terra come un sacco vuoto. Biancadora guarda il padre inerme a terra. Aveva previsto che il padre stava fingendo, il Diavolo non conosce sincerità e dolcezza, così, mentre il padre le lanciava la sfida vigliacca sapendola disarmata, come un fulmine ha preso un palo di vigna che le stava a portata di mano  e gli ha tirato con tremenda energia un colpo in testa. Poi, in preda a un impetuoso rigurgito di odio, rimasto a lungo sigillato, e forse anche a un improvviso, incontenibile bisogno, quasi fisico, di nettare finalmente il suo corpo e la sua anima dalla lordura lasciatavi dai mostruosi amplessi del padre, lo colpisce una seconda e una terza volta sulla testa, fracassandogliela e scandendone il tragico ritmo urlando
- Questo per quel che mi hai fatto quando avevo tredici anni… questo per quando ne avevo sedici… quest’altro per ora che ne ho venticinque!
Forse vorrebbe continuare a colpire ma si accorge dell’accorrere di alcune persone che hanno assistito da lungi, impotenti, al veloce e fatale andamento della scena selvaggia e si ferma. Guarda il cadavere del Diavolo, finalmente sconfitto e, dopo avergli sputato addosso, si allontana rapidamente per andare a costituirsi dai Carabinieri di San Marco.
Biancadora viene rinviata a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. Il 3 marzo 1936 si apre il dibattimento. Il Pubblico Ministero ammette: da un lato non può negarsi il pieno fondamento della tesi difensiva, secondo cui l’imputata fu costretta alla reazione cruenta contro il padre dalla necessità di difendere, insieme a tutti i santi diritti dell’onore famigliare da costui, per l’innanzi e fino al momento sempre calpestati, anche la sua stessa integrità fisica contro il pericolo grave ed attuale dell’aggressione a mano armata del padre, ma dall’altro è del pari innegabile che essa, nell’esercizio del suo diritto di difesa, abbia ecceduto colposamente i limiti imposti dalla necessità di difendersi. Dappoichè non era punto necessario che ella, dopo avere atterrato il padre col primo colpo di bastone, reiterasse i colpi, dovendo ad essa come a chiunque, apparire tutt’altro che probabile una ripresa offensiva da parte del padre, dopo che questi ricevette il primo colpo, anche nell’ipotesi che questo non fosse stato quello mortale.
È questa la tesi sposata dalla Corte che ritiene Biancadora Gaudio colpevole di omicidio colposo per avere colposamente ecceduto i limiti imposti dalla necessità di difendere la propria integrità fisica e morale contro l’offesa ingiusta e la condanna a 6 mesi di reclusione, più pene accessorie.[1]
Molti diavoli nella vita della povera Biancadora…




[1] ASCS, Processi Penali.
    ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza, anno 1936.
   Questa storia è stata ricostruita attraverso lo studio di quattro procedimenti penali diversi

venerdì 5 aprile 2019

IL PEGGIOR TIPO PATIBOLARE


Angelantonio Scavello ha settant’anni, vive a Roggiano Gravina ed è separato da molti anni dalla moglie, la quale aveva preferito convolare ad altro amore con un uomo residente s Santa Caterina Albanese. Angelantonio trascorre la sua vita tra il paese e un fondicciuolo che possiede in contrada Val del Fico, distante da casa un paio di chilometri, dove accudisce qualche mucca e qualche capra. In paese tutti gli vogliono bene perché, oltre ad avere un carattere faceto, è anche un uomo di cuore che, avendo messo qualche peculio da parte, non rifiuta mai a nessuno dei piccoli prestiti a modico interesse, nonostante qualche volta gli sia accaduto di trovare dei debitori insolventi coi quali ha perduto capitale ed interessi.
Fa freddo alle cinque di mattina del 26 febbraio 1934 quando Angelantonio si avvia verso il suo fondicciuolo. Fa freddo anche un’ora dopo quando il dodicenne Francesco Liparoti si avvia lungo la stessa strada mentre un fresco canto di saluto all’aurora sale dal suo cuore e dalla sua gola di fanciullo. Arrivato a poche decine di metri dalla casetta rurale di Angelantonio Scavello, il fresco canto gli si strozza in gola: pochi metri davanti a lui c’è un uomo che giace bocconi per terra col collo tutto insanguinato!
Francesco è terrorizzato e torna in paese correndo e urlando al soccorso. La gente corre verso la caserma dei Carabinieri per capire che cosa diavolo sia successo e poi, come in processione, segue i Militari lungo la strada che, ad un certo punto, si incassa tra due alte pareti fatte di arbusti così fitti da impedire a chiunque percorra la strada di vedere i dintorni e a chiunque sia nei dintorni di vedere chi percorre quel tratto di strada.
Carabinieri e curiosi ci mettono un secondo a riconoscere il corpo senza vita steso per terra in una pozza di sangue misto a fango e orrendamente mutilato: Angelantonio Scavello!
Oltre a una ferita da pistola calibro dieci con foro di ingresso al fianco sinistro e foro d’egresso all’ipocondrio destro, anche altre cinque ampie e profonde ferite da scure al collo, le quali hanno quasi reciso il capo dal tronco, cui resta legato soltanto da pochi muscoli estensori del collo stesso. Uno spettacolo orrendo.
Vicino al cadavere c’è una scure sporca di sangue con il manico quasi spezzato per la tremenda violenza dei colpi. In una tasca della giacca i Carabinieri trovano, avvolta in un fazzoletto, la somma di 640,60 lire, costituita da cinque biglietti da £ 100, da uno da £ 50, da 9 monete d’argento da £ 10 e da 60 centesimi in monete di rame e nichel: nell’altra tasca c’è un portafogli contenente parecchie cambiali per piccole somme.
Chi può avere ucciso, senza derubarlo, un vecchio benvoluto da tutti? Viene avanzata l’ipotesi che possa essere stato il figlio, che convive con la madre, oppure qualche altro dei congiunti per raccoglierne l’eredità o per altro motivo di rancore. No, questa ipotesi non regge: l’uno e gli altri, oltre ad essere persone di specchiata moralità e di ottima posizione economica, volevano bene al povero ucciso, che, d’altra parte, si scopre subito non essere così facoltoso come si pensava.
Nelle vicinanze del luogo dove è stato trovato il cadavere ci sono delle casette rurali e i Carabinieri si concentrano su una di queste, la più elevata rispetto alle altre ed anche la più vicina a quella del morto e al luogo del delitto. Chi ci abita deve aver sentito la revolverata e forse visto qualcosa, ammesso che non sia addirittura coinvolto nel delitto. La casetta è abitata da un ex Carabiniere, Salvatore Russo, da sua moglie Emilia Zicarello e una zia di quest’ultima, Rosaria Costabile. È proprio il caso di andare a fargli una visita
- Non abbiamo visto o sentito niente, vero? – Fa Salvatore Russo a sua moglie e alla zia per riceverne la conferma
- È impossibile, non ci sono nemmeno centocinquanta metri da qui a dove era il cadavere – insiste il Tenente Gaetano Candera
- E io vi dico che non abbiamo sentito niente! – tuona Russo mentre le due donne annuiscono con aria spaventata
Sembrandogli poco veritiero questo contegno agnostico degl’individui anzidetti, il Tenente ritiene opportuno ordinare il fermo del Russo e questo provvedimento dà il risultato sperato. La moglie, vedendo il marito che viene tradotto in caserma coi ferri ai polsi, si avvicina al Tenente e gli dice
- Sienti ca ti dicu na cosa!
- Signora, se avete qualcosa da dirmi, favorite in caserma! – Le risponde, fingendo un contegno burbero
La donna, accompagnata dalla zia, si accoda al corteo e, non appena entrata in caserma, comincia a raccontare
- Sono uscita fuori dalla casetta alle prime luci dell’alba per soddisfare all’aperto un bisogno corporale. Notai, e distinsi bene, Salvatore Patitucci‘u figghiu d’u ghiegghiu… che stava in attitudine di attesa davanti la porta della casetta del vecchio Scavello, ancora chiusa. ma il fatto non mi destò alcuna meraviglia perché più volte ho visto Patitucci nei pressi della casella del vecchio. Soddisfatto il bisogno rientrai in casa e, dopo alcuni minuti, nell’uscire di nuovo, udii la detonazione di un’arma da fuoco. Feci alcuni passi all’aperto per rendermi conto di quanto avevo udito e vidi Patitucci che, provenendo precisamente dal punto ove fu poi trovato ucciso Scavello, si allontanava in fretta verso il terreno tenuto da lui in fitto. Allora ebbi il sospetto che qualcosa di grave avesse egli commesso, tanto che non appena mia zia si levò dal letto, sentii il bisogno di rivelarle tutto. A mio marito però non ho detto niente, neppure quando poco dopo appresi dell’omicidio, perché temetti che mio marito, venuto a conoscenza del mio segreto, potesse, rivelandolo ad altri, provocare la rappresaglia contro di lui di un uomo terribile come è Patitucci
La zia, interrogata, conferma tutto e l’ex Carabiniere può tornare a casa, ma deve restare a disposizione in attesa di verificare le parole della moglie.
Il trentatreenne Salvatore Patitucci, scrivono i Carabinieri, è conosciuto come un criminale di sinistra fama, che la voce pubblica di Roggiano designa quale autore dell’omicidio in danno della vecchia Maria Maddalena Cavaliere, avvenuto nel novembre del 1932 e rimasto sempre nel più fitto mistero, nonché della morte misteriosa di certo Stefano Di Carlo. Può essere l’uomo giusto e dopo meno di due ore è già sotto torchio in caserma
- Sono innocente! Come ve lo devo dire? Ieri sera sono stato all’osteria con gli amici; ho parlato con Salvatore Nocito in merito alla castrazione di un maiale che avevamo rimandato ad oggi e poi siamo andati a casa di una puttana. Stamattina mi sono alzato, mi sono messo il vestito nero che ho addosso e verso le 8,00 sono andato in Piazza dove trovai alcune persone che parlavano dell’omicidio, di cui avevo già avuto la prima notizia dal figlio della mia amante mentre eravamo ancora a casa
Poi ci ripensa e modifica la sua dichiarazione
- Il mattino del 26 febbraio, mentre ero ancora a letto, venne a bussare alla porta Salvatore Nocito per prendere accordi circa la castrazione del mio maiale, parlando al riguardo con la mia amante Rosina Covello. Andato via Nocito, dopo un bel pezzo, verso le sette, mi levai dal letto indossando la giacca, i pantaloni neri e le scarpe gialle che mi vedete addosso. Quindi, così vestito, mi recai in soffitta per riscaldarmi al fuoco che la mia amante aveva già acceso ma, dopo alcuni minuti, scesi giù a piano terreno ove era venuta Rosina Furlani che mi chiese in prestito dei fiammiferi. Andata via la donna uscii di casa ch’erano già le otto e, dopo alcuni passi, m’incontrai di nuovo con Nocito col quale mi fermai a discorrere circa la castrazione del maiale senza, però, prendere neppure allora alcun accordo definitivo. Poscia mi diressi verso la Piazza ove incontrai gli amici
Quindi adesso avrebbe due testimoni che lo avrebbero visto in casa nei momenti in cui il vecchio veniva barbaramente assassinato. In più c’è l’amante che gli ha acceso il fuoco. L’amante,  è il caso di iniziare da lei per sentire cosa ha da dire sulle prime ore del mattino. Rosina Covello conferma, ci mancherebbe altro, le visite di Nocito e della Furlani, ma tiene a precisare
- Non ho acceso il fuoco quella mattina e Salvatore non è salito in soffitta perché è uscito di casa appena fatto giorno e, dopo essere rimasto fuori per un certo tempo, ha fatto ritorno proprio pochi momenti prima che venisse la Furlani. Poi è uscito di nuovo dirigendosi verso la Piazza… inoltre non è vero che io seppi dell’omicidio per bocca del mio amante quando ritornò dalla Piazza…
Prima smentita. E siccome le versioni dei due amanti non combaciano, Rosina Covello viene arrestata per favoreggiamento.
- Non ho fatto il discorso della castrazione del maiale in casa di Patitucci, ma verso le sei quando lo incontrai che era già fuori di casa – giura Nocito
- Avete notato quali abiti indossava?
- Indossava abiti da lavoro
Seconda smentita.
- Quando andai a chiedere i fiammiferi erano le otto e in casa trovai Patitucci che era ancora senza giacca e, avendo solo infilati i pantaloni, si stava allacciando le scarpe gialle – giura la Furlani
Terza smentita.
La situazione di Salvatore Patitucci si aggrava sempre di più. E peggiora ancora di più quando vengono chiamati a testimoniare la prostituta visitata la sera prima dell’omicidio e gli amici che Patitucci ha incontrato in Piazza
- È venuto con i suoi amici ed è andato via verso mezzanotte… ma debbo dirvi che qualche giorno dopo, mentre ero detenuta insieme a Rosina Covello, questa mi ha istigata a dire al giudice, contrariamente al vero, che Salvatore, la sera che è venuto a casa mia, indossava lo stesso abito nero che aveva al momento dell’arresto e non già il solito abito da lavoro che gli avevo visto quando venne da me
- Quando Salvatore si è avvicinato a noi era già informato del nome dell’ucciso mentre noi lo ignoravamo perché il ragazzino non aveva saputo dircelo e poi, senza essere interpellato ci disse: “E chi volete che lo abbia ucciso se non qualche parente per avere la robba?” e poiché qualcuno obiettò che i parenti sono tutti facoltosi, disse: “Ti dico che sarà stato qualcuno di essi… io li farei arrestare tutti quanti!” e, nel dire così, appariva turbato
I guai aumentano ancora anche perché ci sono due piccoli particolari: gli abiti da lavoro di cui tutti parlano sono letteralmente spariti e i risultati dell’autopsia:
a produrre la morte immediata del povero Scavello sarebbe bastato, come bastò, il colpo di pistola contro di lui sparato a bruciapelo al fianco sinistro che, dopo aver spezzato l’ottava costola, perforò il pulmone sinistro e lo stomaco. L’assassino invece non fu di ciò pago ma continuò ad incrudelire con tanta bestiale violenza contro la sua vittima da vibrarle ancora sulla regione posteriore del collo ben cinque tremendi colpi di scure che le recisero quasi il capo dal tronco. Tanto basta a fare ipotizzare agli inquirenti che concorra l’aggravante della crudeltà in quanto l’assassino non aveva alcuna necessità d’infierire, come ha infierito, sulla sua debole ed infelice vittima.
Ma il colpo di grazia per i due amanti lo assesta Maria Garofalo, che qualche giorno dopo racconta al giudice
- Uno o due giorni prima del delitto mi trovavo a percorrere una strada di campagna per la quale procedevano innanzi a me Patitucci e la Covello, senza che si accorgessero, per l’accidentalità della strada, della mia presenza. Ad un certo punto sentii Rosina che diceva all’amante: “Salvatore, guarda che quello ha raccolto i soldi!”; e Patitucci le rispose: “E se poi vado in galera non è peggio?”; al che Rosina gli rispose: “Ma che! Con due o trecento lire che dai a un avvocato uscirai a libertà!”
- È tutto falso quello che dicono! Anzi, io non ho mai posseduto altro vestito oltre a quello che indosso! – si ostina a ripetere Patitucci
Per il Giudice Istruttore ci sono tutti gli elementi per rinviare a giudizio Salvatore Patitucci con la terribile accusa di omicidio a scopo di rapina e con crudeltà, un reato che potrebbe portarlo dritto alla condanna a morte. Rosina Covello, invece, viene rinviata a giudizio con l’accusa di favoreggiamento, avendo aiutato il Patitucci ad eludere le investigazioni dell’autorità. È il 22 gennaio 1935.
Il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza si tiene a partire dal primo luglio 1935 e la Corte non ha dubbi sulla responsabilità penale degli imputati. Alla fine del dibattimento si è in grado di ricostruire le modalità del brutale assassinio: Patitucci, recatosi nel mattino del 26 febbraio alla casetta rurale di Scavello, ivi non lo trova. Dopo averlo atteso per qualche minuto davanti la casetta, ove viene visto dalla Zicarelli, Patitucci a un certo punto scorge il vecchio avviarsi verso la strada incassata, che è poco distante dalla casetta, e lo raggiunge. Percorrono insieme alcuni passi e, quando sono in un punto ove la strada è più incassata e più nascosta, gli esplode dapprima un colpo di pistola e poscia, strappata dalla debole e inerte mano della vittima la scure che portava, le assesta più e più colpi sul collo, in modo da reciderle quasi la testa dal tronco. Indi, certo ormai di aver reso muto per sempre il povero vecchio, continua a risalire il resto della strada incassata, raggiunge l’altura ove è scorto dalla Zicarelli e si dirige frettolosamente verso il suo fondicciuolo, donde gli è facile raggiungere in pochi minuti il paese verso le sei o sei e mezzo. Entrato in casa si accorge si accorge che gli indumenti che indossava sono in più punti sporchi di stille di sangue schizzate dal collo della vittima, si affretta a toglierseli di dosso e va in soffitta con la sua druda , ove questa si incaricò di distruggerli al fuoco oppure in altro modo sopprimendoli. Deve essere andata proprio così, ma manca un elemento essenziale: il movente. La Corte cerca di sciogliere anche questo nodo: opina la Corte che vi sono almeno 90 probabilità su 100 che l’imputato abbia ucciso il povero Scavello per derubarlo. Onde è che, se verosimilmente fu il movente della rapina che determinò l’imputato a uccidere Scavello, il fatto che egli siasi poi astenuto dal rovistargli le tasche per depredarlo della somma che venne trovata intatta addosso alla vittima, non è in contrasto con il movente in quanto ben può darsi che l’imputato sia stato impedito dall’improvviso giungere al suo orecchio il canto del fanciullo. Ciò farebbe propendere la Corte a comminare la pena di morte. Ma questa ha appena ammesso che il movente della rapina è probabile al 90%. Insomma, non potendo escludere del tutto l’ipotesi che l’omicidio sia stato commesso per una causale diversa da quella del furto, la responsabilità del prevenuto va affermata nei limiti di un omicidio commesso da lui, non soltanto in condizioni normali d’intendere e di volere, ma anche con crudeltà per le modalità efferate della sua esecuzione. Niente pena di morte.
Per quanto riguarda Rosina Covello la Corte osserva che ella soltanto, dato il suo turpe attaccamento di di donna adultera a un criminale di sinistra fama come Patitucci, dovette provvedere a far scomparire gli abiti di lavoro che costui indossava al momento del delitto e che, dovendo essere intrisi di sangue, costituivano la prova irrefutabile a carico di costui.
Con queste argomentazioni, la Corte condanna Salvatore Patitucci all’ergastolo, più pene accessorie e risarcimento dei danni alle parti civili per complessive 35.646 lire, comprese 2.500 lire di spese legali. Inoltre la Corte ordina che la sentenza venga pubblicata mediante affissione nei Comuni di Cosenza e Rogiano Gravina e, per estratto e per una sola volta, nei giornali “Cronache di Calabria” e “Il Mattino” di Napoli.
Rosina Covello viene condannata a 8 mesi di reclusione e alle spese.
Il 10 febbraio 1936 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato e Salvatore Patitucci, definito dai Carabinieri come “il peggior tipo patibolare che gli archivi criminali possano registrare” passerà il resto dei suoi giorni dietro le sbarre.[1]



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.