martedì 16 ottobre 2018

NON TI VOGLIO PIU'


La mattina dell’11 settembre 1907 Annunziata La Greca, cinquantunenne contadina di Santa Domenica Talao, sta prendendo l’acqua alla fontana di contrada Sant’Andrea. È sola. All’improvviso un uomo l’afferra per le braccia e la stringe a sé
- Ti voglio… mò! – Annunziata, che lo ha riconosciuto, lancia un urlo, poi gli dice
- Lasciami, non ti voglio più!
- Non gridare, vieni con me…
- No! È finita, te lo sto dicendo dal mese di giugno… lasciami!
L’uomo, il ventisettenne Francesco Saverio Bloise, col quale ha avuto una relazione di quasi tre anni non si dà per vinto e comincia a malmenare Annunziata e le dà anche diverse pizzicate alle braccia. E non è la prima volta da quando lei lo ha lasciato che Ciccio Bloise la aggredisce. Per esempio, il 5 giugno  ad ora inoltrata, nonostante glielo avesse in giornata vietato, bussò alla porta di Annunziata ma non avendogli aperto, dapprima cercò atterrare la porta e non essendogli riuscito cominciò a tirare sassi contro le finestre.
Ritorniamo all’11 settembre 1907. adesso sono circa le 14,00 e Annunziata sta lavorando nell’aia di Saverio Di Vanna per accomodare i fichi sul cosidetto spanditoio onde farli seccare. Dietro di lei si allunga un’ombra. Si gira e si trova davanti Ciccio Bloise
- Andiamo nella baracca  - le intima
- No! – Allora Ciccio l’afferra per un braccio e la trascina e viva forza verso la costruzione. Annunziata resiste e, per cercare di dissuaderlo gli dice – c’è mio figlio che sta dormendo…
Ciccio è ormai fuori di sé, usando delle sue forze la getta a terra, quindi alzatele le sottane e postole un ginocchio tra le gambe si sbottona i pantaloni e trattone il membro cercava a viva forza congiungersi secolei carnalmente. Annunziata, temendo di svegliare il suo bambino e farlo assistere a ciò che sta per accadere, non grida per chiedere aiuto ma cerca in tutti i modi di sfuggire alla morsa delle robuste braccia di Ciccio. La lotta è furibonda e i due sono in una nuvola di polvere che quasi li nasconde alla vista di chi potrebbe trovarsi nei paraggi. Poi Annunziata riesce a tirargli in faccia un pugno di terra. Ciccio è accecato e molla la presa per strofinarsi gli occhi mentre Annunziata scappa a nascondersi. Ciccio sbuffa come un toro e bastemmia maledicendo sé stesso per essersi fatto sfuggire la preda. È da solo nell’aia, i pantaloni calati e il suo sesso bene in vista. Si guarda intorno e non la vede, si rialza i pantaloni e si allontana.
Dopo un po’, sbirciando dal suo nascondiglio, Annunziata non lo vede più e torna, col cuore che ancora le scoppia in petto per la paura, al suo lavoro. Ma si sbaglia, Ciccio le è di nuovo addosso e, senza proferire parola, le dà un potente calcio nella pancia da farle perdere il respiro  piegarla in due dal dolore. Adesso Ciccio potrebbe fere di lei quel che vuole, invece sputa per terra in segno di disprezzo e se ne va.
Solo ora Annunziata cerca di gridare al soccorso. Il bambino si sveglia ed esce sull’aia vedendola contorceri a terra per il dolore. Accorre anche Maria Giuseppa Ferrante che si trovava in una casetta lì vicino e, prima che sparisca dietro una curva della strada, vede allontanarsi Ciccio Bloise che tiene per le redini il suo asino, verso il fiume Lao.
- M’ha ammazzato! Ciccio Bloise m’ha ammazzato! – urla Annunziata premendosi le mani sul ventre
Sorretta dalla donna, Annunziata torna a casa e si mette a letto. Qualcuno va a chiamare un medico perché i dolori addominali si fanno sempre più acuti. Il dottor Giovan Battista Bellusci è preoccupato per l’enfiato nella regione addominale (meso gastrico sinistro) e per i continui conati di vomito; pensa che ci possano essere problemi agli organi interni e dice che la prognosi è di circa quindici giorni, salvo che si presentassero in seguito fatti infiammatori interni più gravi. Poi avvisa il Sindaco che si precipita a casa di Annunziata, si fa raccontare per bene l’accaduto, si fa confermare da maria Giuseppa Ferrante di aver visto Ciccio Bloise allontanarsi dal luogo dell’accaduto e decide che è giusto avvisare i Carabinieri di Scalea.
I dolori non accennano a diminuire e la mattina dopo il dottor Bellusci deve constatare che le condizioni di Annunziata si sono aggravate: la febbre a circa 38 gradi centigradi, lo stato generale ed il sensorio molto abbattuto, polso debole e quasi filiforme, accentuata la respirazione non corrispondente alla temperatura; algidità degli estremi. È cessato il vomito, si ha sete intensa con mancanza assoluta di appetito. Adesso è in pericolo di vita.
Il medico ha visto giusto. Dopo qualche ora Annunziata muore.
I Carabinieri cercano Ciccio Bloise dappertutto ma non lo trovano, sembra svanito nel nulla. Intanto l’autopsia ordinata dal Pretore di Scalea accerta che la causa, esclusiva, della morte è dovuta solamente alla peritonite traumatica riscontrata con localizzazione speciale nella regione mesogastrica sinistra con diffusione poi a tutto il peritoneo sia parietale che viscerale e specie delle due regioni mesogastrica ed ipogastrica.
Tentata violenza carnale e omicidio preterintenzionale.
Il problema è che nessuna ricerca di Ciccio va a buon fine e le notizie che, faticosamente, i Carabinieri raccolgono non sono confortanti. Infatti il 5 ottobre 1907 hanno la conferma che l’assassino potrebbe farla franca perché sequestrano un biglietto spedito alla famiglia da Nizza e sicuramente andrà ad imbarcarsi per l’America da Marsiglia.
È del tutto evidente che qualcuno gli ha dato i soldi per il viaggio e qualche sub-agente di emigrazione gli ha procurato un biglietto a nome di chissà chi. Forse è passato da Napoli dove, proprio in questo periodo, un’altra indagine ha scoperto un paio di organizzazioni dedite all’emigrazione clandestina o forse è transitato per Ginevra dove sicuramente è attiva un’altra centrale per l’espatrio clandestino. Ma nessuno indaga in questa direzione per cercare di saperne di più.
Per la Procura del re non ci sono dubbi: oltre ai racconti di Annunziata e di Maria Giuseppa, la prova migliore della colpevolezza di Ciccio Bloise è la sua latitanza, essendo egli riuscito in tempo a riparare all’estero. Gli inquirenti sostengono anche che non è il caso di discutere che trattasi di due reati diversi – la tentata violenza carnale e l’omicidio preterintenzionale – commessi in tempi diversi e con diverse determinazioni criminose. Ma, essendo il reato più grave di competenza della Corte d’Assise, per connessione, i due procedimenti dovranno essere giudicati insieme.
La Sezione d’Accusa concorda con questa impostazione e, l’11 marzo 1908, rinvia l’imputato, al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento, dichiarato l’imputato contumace, si svolge in pochi minuti e la Corte dichiara Francesco Saverio Bloise responsabile dei reati addebitatigli e lo condanna a 20 anni e 6 mesi di reclusione, più pene accessorie, con l’aggravante di non aver potuto conseguire l’intento propostosi con altro reato commesso immediatamente prima. È il 15 giugno 1908.
Ma Ciccio Bloise non sconterà nemmeno un giorno di galera perché è al sicuro nelle Americhe.
Di lui la giustizia si ricorderà solo il 29 settembre 1925, diciotto anni dopo l’omicidio, quando la Corte d’Appello delle Calabrie scrive:
Visto il Certificato del casellario di Bloise Francesco Saverio.
Poiché dalle date delle notificazioni della sentenza, 21 e 23 giugno 1908, fin oggi sono decorsi oltre i 15 anni e non risulta essere intervenuti atti interruttivi dalla pronunzia della sentenza di condanna,onde l’azione penale è prescritta. Uniformemente alle richieste del Pubblico Ministero dichiara prescritta l’azione penale nei riguardi di Bloise Francesco Saverio pei reati di omicidio preterintenzionale qualificato e tentata violenza carnale e revoca l’ordine di arresto ed i mandati di cattura relativi.[1]
Annunziata La Greca è morta per resistere alla violenza di quello che non voleva più che fosse il suo uomo, vigliaccamente emigrato da clandestino per sfuggire alla legge.




[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 14 ottobre 2018

VENDUTA DA MIA MADRE


È la mattina del 16 novembre 1915. Nell’abitato di Serra Aiello tre donne stanno discutendo animatamente. Qualcuno da dietro le finestre ascolta interessato
- Vieni con me al bosco di Leone Fascetti per fare legna – ordina la quarantacinquenne Antonia Rogger a sua figlia Francesca Guzzo di 14 anni
- Non ci vengo, non siete padrona di me! – le risponde, sprezzante, la ragazza
- Mentre non sono padrona, vattene da qui!
- Siete padrona di farmi lavorare onestamentel’onore mio deve essere pagato! – a questa risposta Antonia comincia a picchiare selvaggiamente sua figlia. Poi cava di tasca un coltello e glielo punta contro.
- Si, l’onore di mia sorella deve essere pagato! – interviene Chiara, la figlia maggiore di Antonia, mettendosi in mezzo e le due se le danno di santa ragione. Alla fine Antonia ha un sopracciglio spaccato e Chiara due ferite da taglio alle mani. Mentre la madre abbandona il campo, Francesca le urla dietro
- Tu mi hai fatto disonorare, tu m’hai venduta,  ma il mio onore lo devi pagare!
- Non è vero! ti fai consigliare da Chiara! – le risponde la madre
- Si, è vero! non l’ho detto prima perché avevo paura che mi ammazzaste! – replica la ragazzina
Sulla scena compare Nicola Guzzo, marito e padre delle tre donne. Nicola è anziano ed è cieco. Brandendo nell’aria il suo bastone urla alla moglie
- Non hai risparmiato neppure questa povera Francesca, l’hai fatta stuprare dal tuo ganzo! Giustizia! Giustizia!
- Che ne so se è andata sola in qualche luogo e ha commesso qualche cosa? Nunziato non è stato!
- Non dubitare, madre, chè domani tu e qualche altro pagherete l’onore di mia sorella – continua Chiara
In questo frattempo arriva una Guardia Municipale che ha sentito tutto e pone fine alla lite. Francesca, piangendo, gli si butta tra le braccia. La Guardia le mette una mano sulla spalla e la accompagna dal Sindaco, al quale la ragazzina, in lacrime, racconta una bruttissima storia
- Mia madre è in tresca da vario tempo, benchè sposata, con Nunziato Conforti. Un giorno, circa due mesi fa,era il giorno di San Michele, mia madre mi condusse in campagna per raccogliere frasche. Mia madre si allontanò un poco per raccogliere frasche e ad un certo punto apparve Conforti con il fucile in spalla e mi disse: “Mi devo congiungere carnalmente con te, l’ho già detto a tua madre…”. Io gli risposi di no e mi misi a scappare ma egli mi raggiunse e mi buttò a terra. mi misi a gridare e piangere. Accorse mia madre che mi prese per le braccia mentr’ero a terra. Conforti mi scoprì e si congiunse carnalmente con me, deflorandomi. Io piangevo. Mia madre, dopo che Conforti finì l’operazione e io mi fui alzata, mi percosse perché piangevo. Mi minacciarono che mi avrebbero ammazzato se avessi parlato e io non dissi nulla. Dopo di allora per altre otto volte la madre mia mi ha fatto coricare nello stesso letto in cui essa dormiva col Conforti e mi ha fatto congiungere con costui. Io sempre gridavo e protestavo ma i due mi minacciavano e con la forza Conforti si congiungeva con me. Una sera io ero andata a letto con mia sorella Chiara, la quale abita con mio padre, venne mia madre e mi disse di andare alla casa sua; io mi rifiutai ed essa mi percosse, quindi mi afferrò per i capelli, mi prese nelle sue braccia e mi portò alla sua vicina casa; ivi mi posò sul letto ov’era già Conforti il quale si congiunse con me, malgrado il mio rifiuto. Io mi ero messa a piangere, mia madre mi percosse e io dovetti cedere… L’ultima volta avvenne la notte dal 14 al 15, ieri notte. Conforti si congiunse con me quattro volte. Mia madre, coricata nello stesso letto assisteva alla scena. Stamattina mi volevano condurre a prendere frasche ma io mi sono rifiutata… prima ci ha scacciate da casa sua e poi ci voleva scacciare anche dalla casa di mio padre che è di fronte alla sua…
Ascoltate le parole strazianti di Francesca, il Sindaco ordina alla Guardia Municipale di andare ad arrestare i due amanti, poi si mette in contatto col Pretore di Aiello per le incombenze legali del caso.
Francesca, ragazzina gracile, viene subito fatta visitare dal dottor Lorenzo Giannuzzi il quale rileva che le grandi labbra si presentano flosce e lasciano vedere quasi completamente le piccole labbra, le quali sono avvizzite. Osservato l’orifizio vaginale, non riscontro traccia della membrana imene. Nell’ostio vaginale si riscontra, specie nella parte inferiore, un’irritazione per cui la suddetta parte si presenta di colorito più rosso della restante parte dell’ostio. Da quanto sopra, desumo che la Guzzo sia deflorata. Introdotto il dito indice in vagina, questo entra con la massima facilità non incontrando nessuna resistenza nelle pieghe vaginali. Ritengo perciò che la deflorazione sia avvenuta da più tempo e probabilmente da un paio di mesi. Più o meno il periodo dove Francesca colloca la prima violenza.
Si presentano molti testimoni che raccontano ciò che hanno visto e sentito la mattina del 16 novembre. Si presenta anche un amico di Nunziato Conforti, Francesco Fascetti, che racconta
- Da circa un mese si è sparsa la voce in Serra Aiello che Nunziato Conforti, d’accordo con la sua concubina Antonia Rogger, avesse avuto relazioni carnali con la figlia di costei Francesca. Essendo venuto da me il Conforti a parlarmi per una partita di vino, io gli dissi ciò che si diceva in paese. Egli mi rispose: “io non ne so niente, saranno stati i nipoti del parroco Bruni a disonorarla”. Io replicai: “Ma che andate contando? Quelli sono ragazzi, hanno 14 o 15 anni e nulla si è mai detto a carico loro!” e lui non insistette più sui nipoti del parroco di Serra. Domandai poi al Conforti quali quistioni avessero avuto la Rogger con l’altra figlia Chiara. Domandai ciò perché avevo visto un giorno prima la Rogger che aveva l’occhio sanguinante e dal pubblico avevo saputo che l’aveva percossa Chiara. Conforti mi narrò: “La Rogger mi aveva promesso di farmi congiungere con Chiara. Si era rimasti che io avrei preparato con la Rogger una sera una cenetta cui avrebbe partecipato Chiara; che poi la Rogger se ne sarebbe andata e avrebbe lasciati me e Chiara soli. La cena ci fu; la Rogger aveva chiamato Chiara ed entrambe avevano cominciato a mangiare. Però, appena entrai io, Chiara capì, buttò i piatti fuori e scappò. La mattina seguente madre e figlia vennero alle mani…”
I due amanti, interrogati nel carcere mandamentale di Aiello Calabro, si difendono
- Non è vero! non è vero che io, d’accordo con la mia concubina Antonia Rogger, abbia a viva forza stuprato sua figlia Francesca nel bosco di Fascetti – attacca Conforti –, né è vero che in seguito io mi sia congiunto con la ragazza nella casa in cui convivo con la madre… non so perché mi accusi, né so chi l’abbia deflorata… chiedo la libertà provvisoria
- Si vedrà… intanto che mi dite della cenetta con Chiara e delle accuse fatte ai nipoti del parroco? Ce lo ha raccontato il vostro amico Francesco Fascetti…
- Che è vero solo in parte… è vero che mi disse delle voci che circolavano in paese e ammetto di avere incolpato i nipoti del parroco, ma era una supposizione in quanto sapevo che l’altra figlia, Chiara, bazzicava in casa del parroco… non è vero, invece il fatto della cenetta…
- Non è vero che io mi sia messa d’accordo col mio ganzo Nunziato Conforti e nel giorno di San Michele, cioè il 29 settembre, abbia condotto mia figlia nel bosco di Fascetti e qui si sia fatto trovare Nunziato e la sturò con il mio aiuto! – protesta Antonia –  Non è vero che altre otto volte io, nella casa in cui convivo col Conforti, abbia di notte fatto congiungere costui con mia figlia. Francesca e Chiara mi hanno accusato a torto perché il 13 sera esse vennero a quistione co me e ci percuotemmo. Ciò avvenne perché esse mi parlavano male del Conforti, dicendo che io non dovevo più relazioni con lui, dimenticando che da circa otto anni il Conforti, donandomi ceci, faggiuoli ed altri prodotti di campagna è venuto in aiuto mio e della mia famiglia, dove tutto io portavo, mentre da due anni mio marito è cieco ed io lo sposai, or sono 16 anni, già affetto da cataratt., Se fosse stato vero ciò che ora dicono le mie figlie, avrebbero denunziato prima i fatti
- E della cenetta con Chiara?
- Quale cenetta? Non ne so niente…
- Nunziato ha raccontato della cenetta a Francesco Fascetti e questi lo ha raccontato a noi e anche vostra figlia Chiara ha confermato tutto…
- Mentono!
Il Pretore mette a confronto Francesca con i due amanti. La ragazzina, che adesso si sente al sicuro, ribadisce fermamente tutte le accuse con dovizia di particolari, mentre essi si sono limitati semplicemente a negare.
Passano 5 mesi. Il 10 aprile 1916 il Procuratore del re di Cosenza formula le sue richieste: Indubbiamente si è in presenza di un reato di violenza carnale continuata di cui va dato carico al Conforti Nunziato, non potendosi negare che egli abbia messo a profitto per le sue prave voglie quella autorità e quei rapporti domestici che in casa della Rogger, di cui era il ganzo, esercitava a dismisura; mentre nei rapporti della Rogger predetta il reato di cui esse deve rispondere è di correità o cooperazione immediata, coll’aggravante speciale, tanto per lei che per il Conforti, del simultaneo concorso di persone. Sembra un po’ troppo poco per una madre che “vende” la propria figlia, per giunta minorenne.
La Sezione d’Accusa non ha nulla da eccepire e, il 15 giugno 1916, rinvia entrambi gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza dove, il 25 aprile 1917, si apre il dibattimento.
Ma nel frattempo c’è una novità sconcertante: Nicola Guzzo, il padre di Francesca e di Chiara, scrive al Procuratore del re: Il reato che si è voluto attribuire alla povera moglie è assolutamente insussistente e siccome la Rogger non è stata mai implicata, prego la S.V.Ill.ma di volersi benignare accordargli la libertà provvisoria. Serra Ajello li 26 ottobre 1916.
Il dibattimento scorre senza sorprese e la giuria, il pomeriggio stesso può emettere la sentenza. Pur ammettendo che, il 29 settembre 1915 e per altre otto volte nei mesi successivi, qualcuno ha violentato Francesca Guzzo, alla domanda se questo qualcuno risponde al nome di Nunziato Conforti, i giurati rispondono di no, non è stato lui a stuprare Francesca. E se non è stato lui è evidente che Antonia Rogger non può essere stata sua complice. Tutte le altre domande sono superflue. Il Pubblico Ministero insorge e vorrebbe che la giuria si esprimesse sui reati ipotizzati in via subordinata, quella di lenocinio per Antonia Rogger e di corruzione di minorenne per Nunziato Conforti, ma non c’è niente da fare, il guaio è stato fatto durante la redazione del questionario da sottoporre alla giuria, quando il Pubblico Ministero aveva proposto in subordine, nel caso in cui la giuria avesse negato il fatto materiale dello stupro, i due reati minori, richiesta che andava fatta in subordine alla eventuale assoluzione dei due per i reati principali. Ma la giuria ha stabilito che stupro ci fu, anche se non si sa da chi fu commesso e quindi i due amanti non possono essere giudicati nemmeno per le ipotesi di reato subordinate. Così delibera il Presidente della Corte. Un arrovellamento inestricabile per i profani.
Comunque il Procuratore del re di Cosenza, Filippo Coscarella, ricorre in Cassazione cercando di riparare all’errore fatto.
Nemmeno a parlarne, anche nel ricorso c’è un errore perché il Pubblico Ministero limitò il ricorso alla sentenza di proscioglimento, dimenticando nella sua impugnazione l’Ordinanza Presidenziale da cui sarebbe derivata l’inosservanza della legge. Il ricorso è inammissibile. È il 3 luglio 1917.[1]
Antonia Rogger e il suo ganzo sono definitivamente liberi.



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 12 ottobre 2018

I FETI DI PORTAPIANA


È la mattina del 3 maggio 1916 e il Delegato di P.S. Francesco Cilento sta controllando la posta chiuso nel suo ufficio, quando il piantone bussa e gli annuncia la visita di una donna che deve fare una denuncia e che si rifiuta assolutamente di parlare con altri funzionari all’infuori di lui. Con un cenno sconsolato del capo, Cilento acconsente e il piantone fa entrare la donna, Teresa Malerba di 52 anni, che attacca subito con una serie di salamelecchi, subito interrotti dal Delegato che la invita a raccontare i fatti che vuole denunciare
- Eccellenza, a Portapiana non si parla d’altro… mia nuora… quella svergognata! – attacca con il suo forte accento della provincia di Reggio Calabria
- Che ha fatto? Come si chiama?
- Ecco… ho un figlio a nome Romualdi Vittorio sposato a tale Scarpelli Rosina che ora abita con sua madre a Portapiana… detto mio figliuolo trovasi da quattro anni sotto le armi e mai è venuto in licenza durante tale periodo
- E quindi…  - la interrompe Cilento agitando la mano destra col segno delle corna
- Eh! Però ora sono venuta a conoscenza, per averlo appreso da tale Riccelli Giuseppe, che la moglie di mio figlio si è in questi giorni sgravata di un bambino di sette mesi e che lo abbia nascosto… il fatto è in conoscenza di tutto il quartiere ed anche la sorella della partorita, Fortunata Scarpelli, ne è informata
L’espressione di Cilento si fa seria e, rassicurata la donna che sarà fatto il possibile per scoprire la verità, la invita ad andarsene
- Arcadi! Vacirca! – urla il Delegato
- Comandi! – esclamano i due Agenti scattando sugli attenti
- Rintracciatemi questo tale Giuseppe Riccelli a Portapiana e fatelo venire qui immediatamente – ordina loro
Trovare l’ex muratore Giuseppe Riccelli è un gioco da ragazzi perché, da quando la caduta da una impalcatura lo ha reso zoppo e inabile al lavoro, sta sempre vicino al gabbiotto del dazio di Portapiana a chiedere l’elemosina
- Conosco Rosina Scarpelli e ricordo bene che lunedì primo maggio l’ho vista passare davanti alla mia casa senza più mostrare la pancia grossa come l’avevo vista fino ad un tre o quattro giorni prima, pancia che sembrava arrotondata per gravidanza e ben visibile da tre o quattro mesi prima. Fu perciò che pensai che la Scarpelli si fosse sgravata ed allora, stamattina, dissi alla di lei suocera i rilievi da me fatti e quindi la convinzione certa che avevo che la di lei nuora si era sgravata
- Avete detto voi alla Malerba che la nuora era incinta di sette mesi e che il bambino è sparito?
- Null’altro potevo dire di più preciso tanto sul che era avvenuto del neonato, né se fosse nato a sette mesi o a nove mesi, perché tutto ciò non sapevo… mi limitai a dire che indubbiamente la Scarpelli aveva dovuto nascondere il nato
I due Agenti, in abito borghese, raccolgono anche le voci di molti vicini di casa di Rosina. Ritenendo fondate le accuse, rassicurano Cilento che non disperano di venire subito in conoscenza del luogo ove il frutto degli illeciti amori della Scarpelli fosse nascosto, cioè seppellito, perché come accade sempre in questi casi, nessuno scommetterebbe un soldo sulla permanenza in vita del bambino.
Passano tre giorni durante i quali i due Agenti non riescono a scoprire niente che li porti alla creaturina, poi il 7 maggio sembra arrivare la svolta alle indagini: alcuni ragazzi avevano, in un buco del muro della chiesa di Santa Maria in Portapiana, ora Caserma, rinvenuto un feto!
Sicuri di trovarsi di fronte al reato denunziato dalla Malerba, gli Agenti avvisano il Delegato il quale, insieme al Pretore, si precipita sul posto, non prima, però, di aver disposto il fermo di Rosina Scarpelli.
Ma le cose non sono così come appaiono e il feto ritrovato non può essere quello del bambino di Rosina perché si tratta di un feto di circa quattro mesi in istato di avanzato essiccamento, contenuto nei resti di una scatola di cartone: una massa informe di colore grigio che al tatto pare assorbito. Facilmente si rilevano le vestigia degli arti inferiori nonché quelle degli arti superiori e la forma del tronco, però il sesso non è dato rilevarlo. La lunghezza è di cinque a sette centimetri, la larghezza di quattro. si vede il gonfiamento cefalico e l’apertura boccale. La carne e le ossa non si possono distinguere, così pure gli organi interni, perché in avanzata putrefazione e la massa si presenta informe nella sua costituzione intima.
Le cose si complicano: adesso bisogna trovare anche chi ha partorito e chi ha nascosto questo feto.
Per il bambino che manca non resta che interrogare Rosina, magari torchiandola a dovere se non confesserà subito, e farsi dire dove lo ha seppellito. La ragazza, come previsto, prova a negare ma dopo un abile interrogatorio teso a sfruttare le condizioni di spirito di naturale debolezza e sugestionabilità pel recente puerperio e di spavento e dolore per l’incalzare e l’investire del Delegato inquirente, è costretta a parlare
- Fui resa incinta nel mese di ottobre da un soldato di Bari. Nascosi a tutti il mio nuovo stato, meno che a mia madre Spadafora Maria che informai poco tempo prima di partorire. Domenica ultima 30 aprile, verso le ore di mattina fui assalita dai dolori e dopo avvertito mia madre mi sgravai di un bambino. Il neonato venne raccolto da mia madre e deposto sopra a dei panni senza che si praticasse la legatura del cordone ombelicale e poi dentro una botte per bucato. Dal letto sentii piangere il bambino e ricordo che mia madre mi disse che era vivo. Il giorno appresso fu da me messo entro un buco posto in direzione del secondo gradino di accesso alla mia abitazione
- Aspetta, aspetta… se lo hai nascosto in un buco, vuole dire che il giorno dopo era morto… l’hai ammazzato tu o tua madre? O forse lo avete fatto insieme? E come lo avete ammazzato? Parla!
- Non so spiegare come è avvenuta la morte del bambino… ricordo solo che lo sentii piangere una sola volta, tanto che non avendolo più sentito, pensai che fosse morto… io… io… – farfuglia – nascosi il bambino per salvare il mio onore
- Quindi sarebbe morto da solo? Uhm… non ci credo, non ci credo perché hai appena ammesso che non gli avete legato il cordone ombelicale… l’avete fatto morire dissanguato! – urla, picchiando violentemente un pugno sulla scrivania
Dopo le dichiarazioni di Rosina è nei guai anche sua madre.
Cilento e i suoi uomini vanno in via Cavarella 135 a cercare il cadaverino nel posto indicato da Rosina. Alla base della porta vi è, in linea al primo gradino, un buco chiuso in modo rudimentale con alcune pietre. Toltele, trovano ciò che stanno cercando: avvolto in luridi panni giace il cadavere di un neonato in stato di avanzata putrefazione.
Solo una sbirciata e Cilento ritiene necessario avvisare il Pretore della scoperta e chiedere di fare intervenire un medico per le incombenze necessarie.
Quando il dottor Bruno De Simone apre quei luridi stracci ha un moto di ribrezzo. Le persone che sono intorno a lui si coprono la bocca per soffocare i conati di vomito.
- I tessuti molli erosi dai vermi che brulicano su tutto il corpicino. Il feto è di sesso mascolino e dalla costruzione scheletrica dà l’idea di un feto a termine, partorito approssimativamente da dieci giorni – assicura il medico
- È nato vivo e vitale? – gli chiede Cilento
- Non posso dire se sia nato vivo o morto in quanto, tenuto conto dell’avanzata putrefazione, non posso, né potrei, mediante l’esame dei polmoni stabilire più o meno se sia nato vivo
Richiuso frettolosamente l’involto, De Simone se ne lava le mani e il Pretore decide di affidare la perizia autoptica ai dottori Adolfo Tafuri e Alberto Cerrito che, crudamente, relazionano così
Il capo è mancante di pelle, la faccia non esiste, si vede la mascella inferiore pendere in mezzo ad un verminaio. Le ossa del cranio, scoperte, sono allontanate le une dalle altre; non esistono fontanelle e suture. Attraverso queste ossa, che si accavallano una sull’altra, si vede la cavità cranica mancante di cervello e divisa ancora dal setto falciforme. La testa è unita al tronco ancora per mezzo delle vertebre cervicali non ancora distaccate, ma scoperte. Al torace è ancora attaccato il braccio destro, che conserva fino all’articolazione del pugno, la pelle di colore rosso fosco; la mano è completamente nera con il corion macerato. Il braccio sinistro è spolpato, si vedono la scapola, l’omero, l’ulna e radio, uniti ancora dai legamenti. La mano è nelle stesse condizioni ma ancora le ossa che la compongono non sono completamente scoperte. La pelle del torace è distrutta e si vedono le costole scoperte insieme allo sterno ed addossate alla parte posteriore; le costole sono, per così dire, immerse in una poltiglia verminosa e si vede un entrare ed uscire di questi vermi dalla cavità toracica. Sollevato e reciso lo sterno abbiamo trovato le cavità prive di organi e sostituite da ammasso di vermi. Il diaframma è ancora esistente. L’addome è distrutto: esiste ancora un disegno di qualche ansa intestinale sopra le vertebre; non esiste la vescica; gli organi genitali rimangono sufficientemente conservati, esistendo non solo il pene ma anche i testicoli nella borsa macerata. esiste una porzione delle natiche con pelle quasi intatta di colore roseo. Degli arti inferiori non esistono che le sole ossa, collegate ancora dai legamenti.
I due medici, dalla lunghezza del corpo da loro riscontrata, 45 centimetri (alla quale deve necessariamente aggiungersi qualche altro centimetro sottratto alla cifra segnata dall’assoluta mancanza di tessuti molli, stimando che potesse essere stata, in vita, compresa tra i 48 e i 50 centimetri) valutano l’età del feto, secondo quel che attesta il maggior numero dei medici legali, dovrebbe essere di nove mesi (stabilendo che per gli ultimi mesi il numero di essi corrisponde alla lunghezza del feto divisa per cinque). Non solo: anche la lunghezza e il diametro dei femori, la presenza dei testicoli nello scroto, nonché di altri parametri confermerebbe che il feto era nato a termine e non di sette mesi, come dichiarato da Rosina. Se, però, fosse nato vivo o già morto è impossibile da stabilire. C’è un altro aspetto molto importante nella relazione di Tafuri e Cerrito: ammesso che il bambino fosse nato vivo, non è affatto automatica la morte per la mancata legatura del cordone ombelicale, che è raccomandata principalmente come misura di precauzione per impedire un’emorragia del moncone fetale, ma tale emorragia non è da temere mai in bambini che respirano bene e ciò per la contrattilità delle arterie ombelicali che produce una rapida occlusione del lume dei vasi.
Ma da quanti giorni è avvenuta la morte? È la risposta a questa domanda che scatena un putiferio, rischiando di far crollare tutta l’indagine. Tafuri e Cerrito ammettono che la questione è molto difficile da risolvere, variando di molto la successione dei fenomeni putrefattivi all’esterno così come all’interno, a seconda delle circostanze individuali (età, modo di vestire, robustezza fisica, ecc.) e generali (stagione, località, temperatura dell’ambiente), però ci provano confrontando il caso in esame con alcuni famosi casi illustrati nella letteratura medica e, studiando i processi di sviluppo delle larve degli insetti trovati considerati il medium in cui fu ritrovato il cadaverino, lo stato di calore approssimativo e quello di umidità, nonché lo stato di dissoluzione delle parti molli e l’invasione di parecchie specie di crisalidi,  giungono alla conclusione, sempre in linea di approssimazione, che la morte rimonta a parecchi mesi, non meno di cinque.
È il 16 maggio 1916 e sembra che tutto debba ricominciare.
Il Giudice Istruttore, però, non vuole buttare a mare la confessione di Rosina, nel frattempo smentita da sua madre, così convoca tutti e tre i medici che hanno esaminato il corpicino e li mette a confronto. De Simone conferma la sua dichiarazione che la morte risalirebbe a massimo 10 giorni prima del ritrovamento del corpo e lo stesso fanno Tafuri e Cerrito che sostengono le proprie tesi. Ma sono ben presto costretti a cedere e adesso ammettono di non potere escludere che la morte del detto feto potette verificarsi un 10 o 16 giorni prima di quello in cui rendemmo la nostra relazione di perizia (collocandola così alla data fatidica del 30 aprile) e ammettono anche che, oltre lo sviluppo di vermi, possa essere intervenuta un’altra causa esterna come per esempio rosicchiamento di topi di campagna (arvicole) che ebbe a produrre quella quasi completa distruzione di tessuti molli e che ci portò a quel reciso concetto di maggior termine di decorrenza circa il decesso del neonato, concetto che oggi sentiamo il dovere di modificare col non escludere la possibilità che il parto ed il decesso si fossero verificati il giorno 30 aprile scorso. Resta da capire come mai non hanno verbalizzato i segni del rosicchiamento sulle ossa del bambino.
Tutto è salvo: Rosina ha detto la verità, la suocera e il mendicante hanno detto la verità, il Delegato Cilento non ha mai estorto la confessione a Rosina, l’indagine è limpida e cristallina e l’unica a mentire è Maria Spadafora quando dice di essere all’oscuro di tutto.
In tutto questo c’è un piccolo particolare che pare essere stato dimenticato: chi ha lasciato l’altro feto nel buco della chiesa di Santa Maria a Portapiana?
Se ne ricorda il Pubblico Ministero il 5 luglio 1916 quando scrive al Giudice Istruttore:
Con rapporto 7-5-1916 della P.S. fu denunciato il rinvenimento di un feto; le indagini per la scoperta degli autori non hanno dato fino all’8-V-1916 esito positivo e sinora il fatto è rimasto nell’ombra e non è stato elevato neppure in rubrica, mentre è ovvio che deve essere istruito processo. Laonde si richiede il Sig. Giudice Istruttore in linea principale di elevare rubrica per infanticidio a carico di ignoti o, quantomeno, ordinare lo stralcio riguardante quel fatto, non avendo esso alcuna connessione col presente procedimento (contro Rosina Scarpelli e sua madre. Nda). Il 13 luglio successivo il Giudice Istruttore risponde che non è necessario iscrivere il reato in rubrica e non è possibile nemmeno stralciare gli atti dal procedimento principale per l’intima connessione esistente fra i fatti delittuosi denunziati ed i richiami da verbale a verbale che si vennero facendo. Chi ha lasciato lo scatolo di cartone nel buco può dormire sonni tranquilli, tutti restano concentrati su Rosina Scarpelli e Maria Spadafora.
Noi riteniamo che la Scarpelli e la Spadafora debbano essere rinviate al giudizio della Assise per avere, a fine di uccidere, in correità tra loro, il 30 aprile 1916, cagionato la morte di un infante non ancora iscritto nei registri dello stato civile, nei primi cinque giorni dalla nascita, per salvare la Scarpelli il proprio onore e la Spadafora l’onore della propria figlia. In ordine all’altro infanticidio a carico di Ignoti (e che si riferisce al primo feto rinvenuto nel buco della caserma  Santa Maria) deve dichiararsi non doversi procedere per insufficienza di prove, essendo rimaste vane le indagini per scoprire gli autori. Così scrive il Pubblico Ministero il 10 agosto 1916, quattro mesi dopo il presunto parto di Rosina.
La difesa delle due donne fa notare un particolare molto evidente, ma non considerato, che scagionerebbe la madre della ragazza: se è stato scelto un nascondiglio così inadatto a nascondere, vicino alla casa, dove era facile da un momento all’altro potere essere scoperto o dai monelli (come avvenne dell’altro feto) o da cani o da qualsiasi altro passante per le esalazioni della putrefazione, rivela che chi lo scelse non poteva recarsi più lontano in cerca di luogo più adatto. Se la Spadafora fosse stata consapevole non si sarebbe certamente scelto quel buco vicino la casa. Già, le esalazioni della putrefazione. Possibile che nessuno si sia insospettito passando lì davanti? Possibile che si sia dovuto aspettare che Rosina indicasse quel buco? Possibile che nemmeno gli Agenti della P.S. hanno sentito l’odore nauseabondo della carne putrefatta quando sono andati ad arrestare Rosina? Un mistero, o forse l’abitudine alle mefitiche esalazioni degli escrementi rovesciati per strada.
In attesa del pronunciamento della Sezione d’Accusa scadono i termini della custodia cautelare e le due donne vengono rimesse in libertà provvisoria.
Il 14 ottobre 1916 la Sezione d’Accusa sposa la tesi del Pubblico Ministero e della Procura Generale del re e rinvia le due donne al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza e nello stesso tempo dichiara il non luogo a procedere in ordine al delitto di procurato aborto, relativo al ritrovamento dell’altro feto, per essere rimasti ignoti gli autori.
Durante il dibattimento, cominciato il 14 febbraio 1918, si scopre che il marito di Rosina, tornato dalla Libia per una breve licenza, è andato in carcere tre volte a farle visita e l’ha perdonata.
Il Delegato Cilento, ascoltato come testimone, a sorpresa dichiara che Rosina, durante l’abile interrogatorio, sostenne che il bambino era nato morto. Come sia finito nei verbali il contrario è un altro mistero.
Il 15 febbraio 1918, dopo sole due udienze, la Giuria emette la sentenza: assoluzione per entrambe le imputate per non aver commesso il fatto.[1] Il bambino era nato morto e l’onore è salvo.



[1] ASCS, Processi Penali.

martedì 9 ottobre 2018

UN SOLO COLPO AL CUORE


- Queste due tomolate di grano sono del signor Pasquale Vetere, il nostro padrone. Macinale subito – dice Tommaso Falsetto Cutano, meglio conosciuto come Cozzetto dal cognome di sua madre, al mugnaio Raffaele Pagliuso
- Ci sono altri prima di te, mettiti in fila – gli risponde continuando a far girare la macina
- Io esigo di essere preferito!
- Mettiti in fila – insiste il mugnaio e il mulattiere, sbuffando, non può far altro che ubbidire. È il 7 agosto 1888 e nel mulino di contrada Felicetti a Grimaldi la fila è lunga, così lunga che si fa sera e Tommaso Cozzetto è costretto a dormire in un campo vicino per poter macinare il mattino successivo. La mattina seguente finalmente macina le due tomolate di grano, carica la farina sul mulo e se ne va.
- Pasquà! – urla, infuriata, Maria Iacoe mentre entra nel mulino la mattina del 9 agosto
- Papà non c’è, che vuoi? – le risponde in malo modo Gaspare Pagliuso che in mancanza del padre aveva il governo del mulino
- Tu hai fatto mangiare il granone ai porci? – gli dice la donna in tono minaccioso
- No, perché?
- Nel mio fondo mancano dell’erba e delle spighe di granone…
- Non ne so niente… i porci li ho chiusi…
- Tu l’hai fatto mangiare? – continua imperterrita – Tu… per queste scostumatezze che hai avuto, se continuerai a dimorare nel molino di don Ciccio Vetere ti farò ammazzare!
- Davvero? E vai a chiamare quegli che mi dovrebbe ammazzare e vediamo!
- Ti farò ammazzare… – lo minaccia ancora puntandogli l’indice contro, poi sbuffando se ne va nel suo campo a lavorare
Maria Iacoe torna nel mulino quando vede arrivare Raffaele Pagliuso e ripete le sue rimostranze al capo famiglia, che le risponde
- Avantieri c’è stato Tumasinu Cozzetto col mulo e ha dormito nel tuo campo, l’erba e le spighe le ha rubate lui, mio figlio non c’entra niente, vattela a prendere con lui
Maria se ne va a Grimaldi e si mette a cercare Tommaso Cozzetto. Lo incontrerà la sera del 9 agosto
- Hai rubato tu l’erba e le spighe di granone nel mio campo?
- No
- Allora è stato il mugnaio… ma dice che sei stato tu…
- Ebbene andrò io dal mugnaio, se egli dice che io sono stato il ladro pagherò, ma bisogna che me lo dica in faccia! – Tommaso, scuro in volto, se ne va
È la mattina del 10 agosto, Maria Iacoe si incammina da sola per andare nel suo fondo di contrada Felicetti. Lungo la strada incontra Tommaso, anche lui sta andando lì, e fanno la strada insieme
- Mi fai montare sul mulo? – gli chiede e il diciottenne mulattiere la accontenta
- Sto andando a parlare col mugnaio, vieni pure tu con me e vediamo che dice…
Al mulino c’è già gente che aspetta di macinare il proprio grano, ma devono aspettare: la macina è piena di residui e bisogna pulirla. Così i clienti vanno al vicino canale per pescare qualche anguilla. Saranno chiamati quando tutto sarà pronto. Ora davanti al mulino non c’è nessuno.
Arrivati al mulino, Tommaso entra mentre Maria si ferma sull’ingresso. Raffaele Pagliuso sta pulendo la macina battendovi sopra con una mazza, aiutato da sua moglie e da un cliente
- Com’è questa storia che io avrei rubato l’erba e le spighe a Maria Iacoe? – gli chiede a muso duro. Raffaele Pagliuso interrompe il lavoro, si passa una mano sulla fronte per asciugare il sudore e risponde
- Ti ho fatto tale imputazione perché è vera!
- È stato tuo figlio che ci ha portato i suoi maledetti porci! – urla Tommaso
- Mio figlio non può essere stato perché quella notte era altrove e non c’era ragione che la cogliesse, ragione che esisteva per te che hai dormito nel campo di Maria quella notte – gli risponde il mugnaio.
Ne nasce un violento battibecco durante il quale Raffaele fa il gesto di alzare la mazza in segno di minaccia verso Tommaso, però non si mosse. Le due donne intervengono e trascinano fuori dal mulino il ragazzo per evitare possibili danni, nel mentre continua ad inveire contro il mugnaio.
Raffaele si affaccia sulla porta inerme, senza bastone, né tampoco in atto minaccioso. Ma Tommaso, non appena lo vede, ratto come un fulmine estrae di tasca una pistola e, puntatala, l’esplode contro il povero Pagliuso.
Raffaele, con gli occhi sgranati per la sorpresa, si porta le mani al petto, barcolla per un poco e si riversa a terra cadavere!
Francesca Pagliaro, la moglie del mugnaio, non credendo la ferita mortale, si lancia addosso a Tommaso per disarmarlo e ne nasce una breve colluttazione. Tommaso però, che è più forte e agile della donna, riesce a divincolarsi e scappa, perdendo il cappello.
Quando, prontamente avvisati, arrivano i Carabinieri con il Pretore di Grimaldi e il medico condotto, non possono far altro che constatare la morte di Raffaele Pagliuso, steso supino a terra con un foro nella camicia di flanella all’altezza della mammella sinistra.
Il cadavere di Raffaele Pagliuso, 56 anni di Maione ma residente a Grimaldi, viene portato nel cimitero del suo paese e, mentre il Pretore ed il medico procedono agli accertamenti di legge sul corpo senza vita, i Carabinieri si mettono alla ricerca dell’assassino, senza riuscire a rintracciarlo.
Dopo un mese di attive ma vane ricerche, gli inquirenti hanno il fondato sospetto che sia riuscito ad espatriare clandestinamente nelle Americhe, perciò decidono, visto che le cose sono chiarissime, di chiudere l’istruttoria chiedendo il rinvio a giudizio dell’imputato con l’accusa di omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco.
Anche per la Sezione d’Accusa non ci sono dubbi e, il 29 settembre 1888, Tommaso Falsetto Cutano, alias Cozzetto, viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
L’11 dicembre 1888, martedì, la Corte dichiara l’imputato, in contumacia, colpevole dei reati a lui ascritti e lo condanna alla pena dei lavori forzati per la durata di anni 15, alle spese ed alla rivalsa dei danni verso la parte danneggiata.[1]
Tommaso Falsetto Cutano, alias Cozzetto, l’11 dicembre 1888 sta sicuramente lavorando come uno schiavo in qualche piantagione brasiliana, comunque condannato ai lavori forzati e probabilmente a vita. Di lui la Giustizia non avrà mai più notizie.




[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 7 ottobre 2018

IL DELITTO PERFETTO

foto di Francesco Mazzotta

Il 24 maggio 1899 il Pretore di Amantea, il Brigadiere Giorgio Giovinazzo e quattro testimoni salgono dalla strada che attraversa la contrada Aria di Lupi, in territorio di Lago, e arrivano al piano ch’è nominato Contrada Ferale. Al principio di questa contrada si trova un campo semenzato a lupini, il quale è di tre proprietari cioè di Angelo Barone, di Pasquale Perri e di Giuseppe Perri. Al principio di queste proprietà e sulla sinistra che dà sul Vallone Ferale, trovasi una capanna che dinanzi a a sé tiene uno spianato e sulla sinistra un’aja per la trebbiatura del grano. A meglio specificare la situazione dei fondi, si nota che il fondo del Barone è quello dietro la capanna e costeggia il vallone, nel mentre quello dei Perri trovasi sulla destra dell’aia. Nel mezzo dello spianato, attiguo alla capanna ed alla distanza di cinque passi dalla stessa, giace il cadavere di un uomo coi baffi, calvo e senza cappello, vestito alla foggia dei contadini di Lago, cioè coi pantaloni corti e coi calzari di pelle di capra, dell’età apparente di quarant’anni; dallo sparato della camicia aperta vedesi un buco circolare in mezzo al petto, ancor rosseggiante di sangue. Facendo dal cadavere un passo verso sopra, mantenendosi a sinistra, trovasi la giacca del morto e più sopra, ancora sulla sinistra della capanna, trovasi il cappello e la scure dell’ucciso. Dietro la capanna e nel campo dei lupini, in mezzo agli stessi, si osservano le orme dei passi di più persone dirette verso il capo superiore del fondo e si osserva altresì in diversi punti, i piedi dei lupini strozzati o flessi, segno che ivi degli animali vi sono stati al pascolo
- Lo conoscevate? – chiede il Pretore ai quattro testimoni
- È Vincenzo Runco – rispondono
Questo è il riconoscimento ufficiale del cadavere, ma la notizia che c’era stato un omicidio l’aveva già data Gabriele Runco, fratello del morto, la sera prima al Brigadiere Giovinazzo
- Avete dei sospetti su qualcuno? – gli aveva chiesto il Brigadiere
- Si… credo che siano stati Angelo Barone, Pasquale Perri e Giuseppe Perri, i proprietari dei terreni sui quali è stato ammazzato mio fratello
- E perché lo avrebbero ucciso?
- Forse perché hanno trovato dei buoi che pascolavano nei lupini…
Le prime indagini portano a confermare l’accusa di Gabriele Runco contro i tre proprietari e Giovinazzo ricostruisce sommariamente come potrebbero essere andate le cose: verso le 20,00 del 23 maggio, Barone, Pasquale Perri e Giuseppe Perri, soldato del 51° Fanteria di stanza a Civitavecchia e qui in piccola licenza ma vestito alla borghese, dopo avere cenato nelle proprie abitazioni di Aria di Lupi, il primo armatosi illegalmente di fucile a due canne e gli altri di grosso bastone, vanno in contrada Ferule per invigilare il raccolto. Arrivati sul posto vedono dei buoi che pascolano indebitamente nei lupini. Decidono di nascondersi dietro un rialzo di terreno alto metri 1,40 circa, in attesa del proprietario degli animali. Non devono aspettare molto, verso le 21,00 arriva nel campo Vincenzo Runco al quale, arrivato a circa 4 metri dal terrapieno, Barone chiede dove sta andando e, alla risposta che sta andando a ritirare i buoi, gl’ingiunse di ritornarsene, ma vistosi inascoltato gli spianò il fucile esplodendogli contro un colpo carico a palla che lo rese, dopo pochi istanti, cadavere.
Poi si viene a sapere che ci sono dei testimoni oculari i quali, nonostante la scarsa illuminazione data dal primo quarto di luna, hanno potuto almeno ricostruire la dinamica dei fatti. Questi testimoni sono Angelo Runco, il figlio del morto, Matteo Naccarato e Luigi Gatto, ambo bovari da Serra d’Aiello, che avevano la responsabilità dei buoi.
- Ieri fui a lavorare coi miei bovi in un fondo di Vincenzo Ronco – racconta Luigi Gatto –. Venuto l’imbrunire sparecchiai i bovi e ci avviammo verso la casa di Runco per mangiare, ma passando vicino la baracca vi rimanemmo i bovi. Come finimmo di desinare ritornammo per prendere i bovi e per via incontrammo due persone armate di bastone, persone che io non conosco perché non sono naturale del luogo. Giunti, vedemmo che i bovi erano in altra proprietà e poco discosto vi erano due persone a discorrere; io, temendo di compromettermi con quelli, mi misi un cento metri discosto, sotto un piede di ciliegio per vedere cosa stesse per succedere. Scorso un poco di tempo sopravvenne Vincenzo Runco il quale si avviò verso la capanna. Sentimmo da lungi un dialogo piuttosto animato con gl’individui che erano appostati nei lupini circostanti
- Ma erano due o tre? – lo interrompe il Brigadiere
- Era notte… non so precisare se erano due o più, ma a me parve di distinguerne due solamente
- Vai avanti
- Il vociare fu relativamente breve, immediatamente sentimmo un colpo e dopo la voce di Vincenzo Runco che diceva: “Madonna del Carmine… Angelo… Angelo mi ha ammazzato!”. I due, come videro cadere Runco, si allontanarono nel sottostante burrone ma, nel salire l’erta, essendosi accorti di noi cambiarono strada, venendo verso di noi. questo fatto c’incusse timore e perciò ci demmo a fuggire unitamente al figlio della vittima, passando la notte in un casolare disabitato
Matteo Naccarato conferma parola per parola e Angelo Runco precisa meglio
- Io, mio padre e due lavoratori di Serra d’Aiello abbiamo lavorato l’intera giornata nella proprietà di Pasquale Perri perché mio padre n’era il colono. Come abbiamo finito di lavorare abbiamo abbandonato i bovi dentro i lupini di Perri e ciò perché bisogna assolutamente attraversare questa proprietà prima di trovare il nostro fondo ch’è dopo la proprietà di Angelo Barone. Andammo a mangiare a casa nostra e poi tornammo indietro per pigliare i bovi, dato che ce li avessero restituiti Pasquale e Giuseppe Perri che avevamo incontrato diretti al fondo mentre andavamo a casa. Come giungemmo al fondo vedemmo i bovi nell’aia e dietro la capanna vi era un gruppo che per la notte non riuscii a distinguere s’era composto di due o di tre. vedendo ciò e credendo che quei tali avessero voluto farci del male, invece di prendere i bovi ci andammo a mettere sulla parte superiore ov’erano i lupini. Poco dopo sopraggiunse mio padre e si mise a salire l’erta che mena alla capanna, ivi giunto sentii un vociare tra mio padre e quel gruppo di persone ch’era composto da Pasquale Perri e Angelo Barone e forse di un terzo. Dopo questo vociare io vidi Angelo Barone prendere di mira mio padre col fucile di cui era armato e gli lasciò andare un colpo, per effetto del quale mio padre gridò: “Madonna del Carmine, Angelo mi ha ammazzato!”. Fatti pochi passi cadde. Quando mio padre si lamentava e gridava: “Angelo! Angelo!”, il Barone diceva: “Forse vuoi un altro colpo? Non ti avevo detto di non andare a pascolare nei miei lupini?”. Io volevo accorrere in suo aiuto, ma quei due di Serra mi dissuasero… poi siamo scappati…
Sembra abbastanza chiaro che a sparare sia stato Angelo Barone, ma c’erano con lui anche i due Perri e per questo vengono ricercati tutti e tre con l’accusa di omicidio volontario.
I Carabinieri rintracciano Giuseppe Perri e lo interrogano. Si dichiara innocente e dice di non saperne nulla, che il fatto lo sta apprendendo dalla voce del Brigadiere Giovinazzo. Niente da fare. Lo arrestano e lo chiudono nel carcere di Amantea. Angelo Barone non si trova, sembra sparito nel nulla, mentre Pasquale Perri si presenta spontaneamente dal Pretore di Amantea.
- Verso l’imbrunire Angelo Barone venne a casa mia armato di fucile e mi disse: “Andiamo a dare un’occhiata ai lupini”. Io lo seguii con mio figlio e a noi si unì Giuseppe Perri. Arrivati nel fondo trovammo dei buoi che pascolavano nel fondo di Barone il quale si rivolse a mio figlio e a Giuseppe dicendo: “Andatemi a trovare due testimoni per querelare il padrone di questi bovi”.  I due si allontanarono mentre io e Barone stavamo a discorrere. Sopraggiunse Vincenzo Runco e Barone, appena lo vide, gli spianò contro il fucile dicendo: “Non ti accostare”, ma Runco si avvicinava, dicendo a sua volta di doversi andare a voltare i bovi.  E così per qualche tempo si continuò, Runco avanzava armato di scure e Barone col fucile ad intimorirlo. Ma giunto il Runco alla distanza di tre o quattro passi, Barone, temendo di essere offeso colla scure, lasciò partire un colpo che colpì Runco in pieno petto. Costui, come si vide ferito, disse: “Madonna del Carmine, Angelo non dovevi ammazzarmi!”. Barone, a sua volta, rispose: “E tu perché non ti sei fermato quando te l’ho intimato col fucile?”. Intanto Runco, fatti pochi passi, cadde e Barone si diede alla fuga. Io rimasi come intontito e mi andai a mettere all’altro capo dei lupini, ove mi trovarono mio figlio, Giuseppe Perri  ed i due testimoni Giovanni Barone e Raffaele Coscarella
- Mentre andavate al fondo avete incontrato qualcuno?
- Abbiamo incontrato il figlio di Runco e due forestieri
- Dopo lo sparo avete visto qualcuno all’altro capo dei lupini?
- Non ci siamo punto accorti che sull’altro lato dei lupini c’era il figlio di Runco con quei due forestieri… – poi aggiunge – dopo il fatto me ne sono andato tutto tremante a casa mia, tanto che tutta la notte ho avuto la febbre… io mi dichiaro innocente perché non potevo nutrire nessuna intenzione omicida verso il morto col quale sono stato sempre in ottime relazioni
Anche per Pasquale Perri scattano i ferri ai polsi, ma il suo interrogatorio se non è servito a scagionare sé stesso, può servire a scagionare suo cugino Giuseppe Perri. Così vengono sentiti Giovanni Barone, Raffaele Coscarella e il figlio di Pasquale Perri i quali confermano di essere stati chiamati da Giuseppe Perri per fare da testimoni alla presenza dei buoi nel fondo di Angelo Barone e di essere arrivati sul posto insieme a lui a omicidio già avvenuto e aggiungono di aver trovato Pasquale Perri nel capo superiore del lupini che tremava e piangeva.
Giuseppe Perri ottiene la libertà provvisoria e una lunga serie di testimoni viene ascoltata dal Pretore in merito alla personalità di Pasquale Perri il quale viene descritto di indole talmente placida e timida da crederlo non solo incapace di partecipare ad un delitto di sangue ma a qualsiasi atto che possa implicare violenza. Ma era accanto a Barone quando questi sparò contro Vincenzo Runco, uccidendolo, quindi resta in carcere.
Il risultato dell’esame autoptico conferma che il colpo di fucile fu stato esploso con la volontà di uccidere perché Vincenzo Runco è stato colpito da un proiettile nella regione dello scrobicolo del cuore, il quale, attraversata la piccola ala del fegato, la grande curvatura dello stomaco e uscendosene dalla regione lombare, lese l’arteria renale sinistra  producendo emorragia interna.
I mesi passano e Angelo Barone è sempre latitante. Nessuno sa che fine abbia fatto, ma è tempo di chiudere l’istruttoria.
Per la Procura del re l’unico responsabile dell’omicidio è Angelo Barone. I Perri devono essere prosciolti in istruttoria per non aver commesso il fatto. La Sezione d’Accusa avalla questa tesi e il 27 luglio 1899 rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Dopo poco più di due mesi accade un fatto nuovo: il Vice Brigadiere Salvatore Morisani, che ha sostituito il vecchio comandante della stazione dei Carabinieri di Lago, invia al Pretore di Amantea un verbale di ulteriori indagini sull’omicidio di Vincenzo Runco nel quale sostiene di essere venuto a conoscenza, a mezzo di persone di nostra fiducia, che la mattina del 24 maggio u.s., verso le ore 8, cioè il giorno seguente all’omicidio, il noto Perri Pasquale si recò in contrada Manca (Aria di Lupi) ove si trovava a lavorare il Barone Angelo, oggi latitante perché ritenuto autore dell’omicidio in parola, e dopo avere con lui parlato se ne tornò di nuovo per la stessa via senza dare ascolto a Barone Nicola, Guido Pasquale, Runco Filomena, Barone Vincenzo, Bruno Domenico che, tanto nell’andare che nel tornare, lo chiamavano per chiedergli cosa era avvenuto, essendo a loro noto che la via fatta dal Perri Pasquale per recarsi a conferire col Barone Angelo non era da lui mai stata fatta e quindi dubbitavano qualche cosa di strano, non essendo loro ancora a conoscenza dell’omicidio. Dopo circa un quarto d’ora che avvenne ciò, si presentò a loro il Barone Angelo, raccontando tutto confuso ed in senso di meraviglia: “Non sapete cosa mi succede? Avete visto tutti Perri Pasquale che è venuto dove a me… vuole che io mi assuma la responsabilità dell’omicidio di Runco Vincenzo perché io tengo la gamba buona e posso sfuggire dalla giustizia, invece lui non si fida fuggire. E se io faccio ciò, lui ci pensa per difendermi alla discussione della causa, a darmi da mangiare alla montagna quando io vi sono latitante ed anche pensa alla mia famiglia. E mi diceva pure che aveva dichiarato ai reali carabinieri che io avevo ucciso il Runco”. Nel mentre faceva a loro questo discorso vide che i Carabinieri si recavano alla sua direzione; allora salutò tutti e si diede a gambe per la montagna. Noi suddetti militari ci recammo in contrada Aria di Lupi e, fatte indagini, ci riuscì a trovare i detti individui i quali, alla nostra presenza, ci dichiararono e confermarono pienamente quanto era avvenuto la mattina seguente all’omicidio.
Ma nessuno ci crede e l’istruttoria non viene riaperta; in più, il 6 febbraio 1901 i Carabinieri di Lago inviano l’ennesimo verbale di vane ricerche del latitante e aggiungono che il Barone si trova nelle Americhe ma non si è potuto sapere la di lui dimora precisa.
E forse è proprio questa la causa per la quale il dibattimento viene continuamente rinviato di anno in anno, fino al 25 maggio 1906 quando, in quattro e quattr’otto, la Corte d’Assise di Cosenza condanna, in contumacia, l’imputato a 21 anni di reclusione.
Non è ancora finita. Dalla data della condanna sono ormai passati 20 lunghi anni e Angelo Barone non è stato mai rintracciato, né in Italia e né nelle Americhe, però dalla sua sconosciuta residenza dà incarico ad un avvocato di presentare alla Corte d’Appello di Catanzaro una istanza tesa a chiedere la decadenza della sentenza per sopravvenuta prescrizione.
Il 16 novembre 1926 la Corte d’Appello, esaminata l’istanza, stabilisce che dalla data della notificazione per affissione della cennata sentenza, a’ 30 luglio 1906, fin’oggi è decorso il termine prescrizionale senza alcun atto interruttivo o perpetrazione di altro reato della stessa indole da parte del condannato, giusto il certificato del casellario in atti. Per tali motivi dichiara estinta per prescrizione l’azione penale nei riguardi di Barone Angelo pel reato di omicidio volontario e, in conseguenza, ne revoca il mandato di cattura.[1]
Nelle Americhe si brinda e forse anche ad Aria di Lupi qualcuno brinda.
A casa di Vincenzo Runco invece si piange ancora.




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 5 ottobre 2018

MI CHIAMO GIULIANO SALVATORE


È il 2 settembre 1943, quasi mezzogiorno. L’Appuntato Renato Rocchi, il Carabiniere Antonio Mancino e le due Guardie Giurate Giuseppe Barone e Vincenzo Mangiaracina stanno pattugliando la trazzera Jato nella zona di Quarto Molino in territorio di San Giuseppe Jato. Sono stanchi dopo nove ore di cammino – sono partiti da San Giuseppe Jato alle 3 di notte – e si fermano, aspettando che passi qualcuno che possa trasportare merce di contrabbando, in un punto dove la trazzera passa ad una quarantina di metri dal fiume Jato, adesso in secca. Tra loro e il letto del fiume c’è solo un leggero declivio, quasi del tutto coperto da  un fitto canneto. Dopo pochi minuti un rumore di zoccoli sulla terra dura li mette in allerta. Dalla cima di un dosso a una quarantina di passi da loro spunta un giovanotto di una ventina di anni che tiene per le briglie un cavallo, carico con due grossi sacchi. Il giovanotto si ferma per qualche istante guardandosi intorno, poi prosegue verso la pattuglia
-  Alt! – gli intima l’Appuntato e il giovanotto si ferma senza fare storie – che cosa porti nei sacchi?
-  Un po’ di grano… vossia mi facissi passare, per carità… – gli risponde il giovanotto, implorandolo con tono di sottomissione
- Mi pare che è un po’ più di un poco… questo è contrabbando! Le tue generalità! Favorisci i documenti – gli intima con tono severo
- Mi chiamo Giuliano Salvatore di Salvatore – gli risponde porgendogli la carta d’identità. L’Appuntato  la legge e trova la conferma: Giuliano Salvatore di Salvatore, nato a Montelepre il 20 novembre 1922, contadino
- Giuliano, sei in arresto per contrabbando e ti dobbiamo sequestrare il cavallo e il grano. Favorisci con noi in caserma
- Per carità… mi facissi passare…
- La legge è questa…
In questo frattempo, dalla stessa direzione da cui proveniva Giuliano, arriva il rumore di un gruppo di uomini a cavallo. Per evitare di essere avvistati e mettere così in guardia quegli uomini, l’Appuntato Rocchi ordina al Carabinere Mancino e alla Guardia Barone di sorvegliare Giuliano, mentre lui e la Guardia Mangiaracina vanno incontro agli uomini per fermarli.
La Guardia Barone si abbandona a sedere su di una pietra tenendo la doppietta sulle gambe, il Carabiniere Mancino resta in piedi accanto a Giuliano, dandogli il fianco sinistro. Giuliano è immobile, pensieroso. Certamente rimugina in testa ciò che gli potrebbe capitare una volta che in caserma lo perquisiranno e controlleranno meglio il cavallo. Si, è davvero preoccupato perché in una tasca del soprabito ha un’arma, una pistola automatica Beretta calibro nove modello 1934 appartenente all’Esercito Italiano. Anche il cavallo era dell’esercito e se lo era preso dopo averlo trovato in campagna. Per il cavallo può cavarsela con poco, ma la pistola, un’arma da guerra, potrebbe costargli addirittura la vita poiché era in vigore allora un bando degli Alleati che comminava al riguardo la pena di morte. Giuliano si guarda intorno: Mancino e Barone sono distratti, l’Appuntato e l’altra Guardia non sono più a vista. È questo il momento: tira fuori la pistola e spara un colpo a Mancino che è a una quarantina di centimetri di distanza, offrendogli il fianco sinistro. Lo centra in pieno e il Carabiniere si accascia al suolo. Barone ha un sussulto, alza la testa e vede Mancino mentre cade e Giuliano, a non più di quattro metri da lui, che gli sta puntando la pistola contro; vede il dito che tira il grilletto e sa che non ha il tempo di difendersi sparando, così dimena il corpo di qua e di la ad evitare i colpi. Gli va bene perché nessuno dei quattro colpi che Giuliano gli spara va a segno. Poi sente il clic di un colpo a vuoto; capisce che il delinquente ha finito i colpi e allora imbraccia il fucile e fa fuoco, ma Giuliano è velocissimo nel deviare le canne dell’arma e il colpo va a vuoto. L’assassino adesso afferra il fucile dalle canne e cerca di strapparlo a Barone. Ne nasce una violenta colluttazione dagli esiti incerti.
L’appuntato Rocchi e la Guardia Mangiaracina sono distanti dal punto dove hanno lasciato i colleghi e Giuliano circa 180 passi quando sentono prima un colpo di rivoltella, subito dopo altri quattro in rapida successione e infine una fucilata. Capiscono che è accaduto qualcosa di grave, abbandonano il progetto di fermare gli uomini che stanno arrivando a cavallo e tornano indietro di corsa. Appena scollinano il dosso dal quale era apparso Salvatore Giuliano vedono questi che sta scappando verso il canneto e la Guardia Barone che gli spara addosso. Un lamento e poi il giovane sparisce nella vegetazione. Hanno la sua carta d’identità, sanno che è ferito. Lo prenderanno con calma perché adesso devono dedicarsi al Carabiniere Mancino, colpito nel decimo spazio intercostale sinistro, lungo la mammellare. Il proiettile è uscito dall’altra parte, sotto l’arcata costale destra, in corrispondenza dell’ascellare anteriore

A terra c’è la Beretta, che viene sequestrata. Mangiaracina viene mandato a San Giuseppe Jato a dare l’allarme e chiedere soccorso, mentre Rocchi e Barone cercano di trasportare a braccia il ferito verso il paese. Si fermano ad una casa colonica e chiedono una sedia sulla quale caricano Mancino e continuano a camminare per non perdere tempo. Poi arrivano in automobile il Maresciallo Garrone e il dottor Licari che visita sommariamente il ferito e consiglia di portarlo in un luogo di cura, cioè l’ospedale della Croce Rossa di Monreale.
Durante il tragitto da San Giuseppe Jato a Monreale, il Maresciallo Garrone, piuttosto che dalla preoccupazione medica di non affaticare il ferito, era pressato dalla preoccupazione professionale di conoscere come si fossero svolti i fatti e perciò prova a fare qualche domanda a Mancino il quale, con grande fatica, conferma il racconto fatto dalla Guardia Giurata Barone.
Intanto Salvatore Giuliano, benché ferito alla spalla destra, riesce ad allontanarsi indisturbato e lungo il cammino incontra un pastore, tale Cangelosi, al quale chiede aiuto per pulirsi due ferite sulla spalla destra
- Com’è successo? – gli chiede il pastore
- Mi hanno sparato una fucilata poco prima a Quarto Mulino… là c’è pure un carabiniere ferito e probabilmente anche morto… – gli risponde Giuliano. Pulite le ferite se ne va e di lui si perdono le tracce fino al 23 dicembre 1943 quando, intercettato da una pattuglia dei Carabinieri durante un rastrellamento a Montelepre, uccide a colpi di mitra il Carabiniere Aristide Gualtiero.
Il Carabiniere Mancino non ce la fa e nel pomeriggio del 3 settembre muore. Adesso l’imputazione contro Salvatore Giuliano è quella di omicidio volontario e di tentato omicidio. 
Carabiniere Antonio Mancino
Vengono ascoltati molti testimoni che non aggiungono niente alle indagini, poi gli inquirenti si imbattono nel pastore Cangelosi il quale racconta l’incontro fatto con il latitante e delle due ferite alla spalla destra. Viene sentita anche la madre di Giuliano, Maria Lombardo, la quale ammette che suo figlio è uscito di casa armato con la Beretta modello 1934.
Giuliano, dopo il secondo omicidio, decide di costituire una banda e il 30 gennaio 1944 assalta il carcere mandamentale di Monreale, riuscendo a far evadere alcuni parenti e amici. Adesso la banda è più numerosa e Turiddu si può dedicare a pianificare e realizzare una lunga serie di rapine e sequestri di persona, diventando ben presto temuto e rispettato da tutti.
Il 27 marzo 1944 il Giudice Istruttore di Palermo ordinava il rinvio dell’imputato al giudizio di quella Corte d’Assise, ma la difesa di Giuliano ricorre in tutti i gradi di giudizio e il 30 dicembre 1946 la Corte Suprema, constatando che a Palermo non ci sono le garanzie per uno svolgimento sereno del dibattimento, sposta tutto alla Corte d’Assise di Cosenza, dove il dibattimento comincia il 23 luglio 1947.
da sinistra: Sciortino, Salvatore senior,
Salvatore Giuliano, Mike Stern.
Dall’omicidio del Carabiniere Antonio Mancino sono passati quasi tre anni e Turiddu di strada ne ha fatta molta, troppa. A maggio del 1945 aderisce all’ EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia). Ottenuti i gradi di colonnello e la promessa di finanziamenti per rafforzare la banda, comincia una serie di azioni militari assaltando le caserme dei Carabinieri di Bellolampo, Pioppo, Borgetto e Partinico, la sede della radio a Palermo e numerose sedi delle organizzazioni contadine legate principalmente al Partito Comunista. Tutto mentre la propaganda dei separatisti costruisce il mito del bandito che toglie ai ricchi per sfamare i poveri. Poi arriva l’orrore del 1 maggio 1947 con la strage di Portella della Ginestra. Qualche giorno dopo accade qualcosa di molto strano: mentre a Partinico viene ucciso a colpi di lupara il sindacalista della CGIL Michelangelo Salvia, a Montelepre arrivano, a bordo di una Jeep, due americani, il capitano Mike Stern e il sergente Wilson Morris, entrambi agenti dei servizi segreti americani, e una misteriosa donna di nazionalità spagnola, poi identificata per Maria Cyliacus, alias Maria Lamby Karintelka, una spia svedese che utilizza vari nomi di copertura per la sua attività di spionaggio.  Vanno a casa dei Giuliano dove sono accolti con tutti gli onori dal capofamiglia, Turi l’americano, e dove pranzano. Dopo aver posato per la macchina fotografica di Wilson Morris, i tre stranieri, Turi l’americano e Pasquale Pino Sciortino, cognato del bandito ed esponente di spicco della banda, salgono a bordo della Jeep e si dirigono sulle montagne intorno al paese, dove incontrano Turiddu Giuliano e restano con lui sulle montagne una settimana intera, cambiando ogni notte rifugio. Di cosa devono parlare due spie americane e una svedese con Turiddu Giuliano? Mistero. Fatto sta che tutto avviene alla luce del sole nella totale indifferenza degli inquirenti e dopo questa allegra settimana si scatena una serie impressionante di attacchi alle Camere del Lavoro di Palermo. 
Giuliano con Maria Lamby Karintelka
È in questo contesto che a Cosenza comincia il processo per il primo omicidio commesso dal bandito. Ma i Giudici non sono affatto intimoriti: nei giorni precedenti hanno già processato per due distinti omicidi Giuseppe Giuliano, fratello di Turiddu, e Giuseppe Badalamenti, cugino dei Giuliano e componente della banda (c’è da dire, a questo proposito, che i due furono assolti per insufficienza di prove: Giuseppe Giuliano con sentenza dell’8 luglio 1947 e Badalamenti dell’11 luglio successivo).
L’agguerrita e numerosa difesa sostiene che Giuliano ha sparato all’impazzata mentre scappava, per giunta dopo essere stato ferito, per difendersi dalle fucilate che gli esplodeva la Guardia Barone.
Per credere questo – ribatte l’accusa rappresentata dal Procuratore Generale della Repubblica, cavalier Luigi Ammirati – bisognerebbe ammettere che il Giuliano non solo si voltò a sparare, incurante del fatto di trovarsi contro due avversari, ma si attardò anche ad assistere agli effetti dei suoi colpi prima di riprendere la fuga, altrimenti non si spiegherebbe come avrebbe potuto affermare al teste Cangelosi che vi era un Carabiniere ferito e forse anche morto; questa consapevolezza non avrebbe potuto avere se, per come vorrebbe far credere la difesa, il Carabiniere fosse stato ferito da uno dei colpi sparati all’impazzata dal Giuliano.
La difesa, insistendo nella tesi della legittima difesa, sostiene che non è vero che il colpo mortale fu esploso da brevissima distanza e tira in ballo le parole del dottor Licari il quale dichiarò di non aver notato sul corpo del ferito le tracce tipiche di un colpo sparato a bruciapelo e che, quindi, il colpo fu esploso da una certa distanza.
Il perito, attacca l’accusa, ha dato solo prova della superficialità delle sue osservazioni, dimostrata del resto anche dal contenuto della scarna relazione, dalla quale, se non ci fosse stato l’ausilio del referto e del verbale di autopsia, non si ricaverebbe nemmeno colla dovuta precisione l’ubicazione dei forami della ferita. Il motivo per cui non furono trovate le tracce tipiche di un colpo a bruciapelo? La risposta, per l’accusa, è nei testi di medicina legale: oltre una certa distanza media di centimetri trenta, le armi da fuoco a canna corta con cartucce a polvere nitro composta, come appunto quella del Giuliano, non proiettano più residui solidi della esplosione e non danno perciò luogo ad affumicatura o a tatuaggio e che, del resto, anche per colpi esplosi a minore distanza, invano si cercherà affumicatura o tatuaggio quando sia stata investita una parte del corpo coperta da vesti, sulle quali soltanto si esercita l’azione ustionante della fiamma e sulle quali si depositano i residui solidi dell’esplosione, attorno alla perforazione creata in esse dal passaggio del proiettile. E questo è proprio il caso in questione perché il Carabiniere Mancino, al momento in cui venne ferito, vestiva la propria divisa di pesante panno. Se il dottor Licari avesse tenuto presenti i dettami della scienza, non avrebbe dovuto escludere la possibilità che il colpo fosse stato esploso a bruciapelo. Ma c’è un altro aspetto balistico che smonta la tesi del colpo sparato a distanza per legittima difesa: alcuni degli organi interni interessati dal proiettile durante il suo tragitto, vennero trovati “spappolati”. Ora, è noto che i fenomeni di scoppio, cui deve attribuirsi lo spappolamento degli organi interni, stanno in diretto rapporto colla forza viva del proiettile (la quale è proporzionale alla lunghezza della canna dell’arma da cui proviene) e colla speciale struttura anatomica delle parti colpite. I fenomeni di scoppio, perciò, se frequenti nelle ferite da vicino per armi lunghe da guerra, le quali imprimono ai proiettili una velocità iniziale sempre superiore ai seicento metri al secondo, sono ben rare, e solo quando l’arma sia stata impiegata a bruciapelo o quasi, nelle ferite per armi corte da guerra, le quali – e specie la pistola Beretta che non è certo fra le più potenti – imprimono al proiettile una velocità iniziale sui duecento metri al secondo. Non basta ancora? L’autopsia ha dimostrato che il colpo fu sparato dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra e quindi non è possibile che Giuliano, disceso il leggero declivio per inoltrarsi nel canneto, nella posizione in cui si trovava mentre, secondo la difesa, sparò all’impazzata, potesse colpire dall’alto verso il basso una persona che si trovava più in alto di lui. E poi c’è sempre la dichiarazione fatta a Cangelosi e da questi riferita agli inquirenti. Ma adesso, il pastore, quella dichiarazione deve confermarla in aula. Convocato, Cangelosi non si presenta. Non si presenta fino a quando i Carabinieri non lo vanno a prendere a casa e lo portano a Cosenza. Ma dopo quasi quattro anni da quando incontrò un giovanotto sconosciuto in campagna, ha avuto tutto il tempo di capire chi è diventato quel giovanotto e il timore che incute. Ritratta, dice che non è vero che Turiddu gli disse che c’era un Carabiniere ferito. Adesso non parla più di due ferite sulla spalla destra ma di un pertusu, un foro soltanto, con il relativo pertusu di uscita sul petto di Turiddu; adesso dice di avere appreso da quel giovanotto che c’era stato “un confiertu” (un conflitto), inserendo così anche nella sua deposizione quel termine già contenuto nel referto e su cui la difesa si è tanto soffermata, osservano i giudici, che hanno quasi pietà per quell’uomo spaurito perché hanno colto il terrore incombente sui testimoni quando venivano interrogati su circostanze che potessero risolversi a danno degli imputati ed i pronti dinieghi dei testimoni stessi non appena si faceva il temuto nome del Giuliano o dei suoi congiunti. I Giudici si rendono ben conto delle modifiche e delle aggiunte fatte dal teste Cangelosi a richiesta di colui al quale in Sicilia non si può ancora dire di no!
Ovviamente cambia versione anche Maria Lombardo, la madre dell’imputato, la quale, in una lettera fatta pervenire alla Corte, adesso dice che per riferimenti avuti subito dopo il fatto dallo imputato, Turiddu avrebbe sparato mentre scappava, inseguito di colpi di arma da fuoco degli agenti e solo quando già “colpito due volte” ritenne necessario sottrarsi “al grave pericolo di essere ucciso”.
È strano però che simile importante dichiarazione la madre del Giuliano abbia fatto solo alla vigilia del processo, osservano i giudici, e che solo nel luglio 1947, e cioè dopo oltre tre anni dalla chiusura dell’istruzione, ella, pur avendo il figlio una agguerrita e numerosa difesa, abbia appreso che “nel processo i fatti sono narrati in maniera diversa”. Qualcosa non va nella strategia difensiva: la madre di Turiddu resta ferma sulle due ferite riportate dal figlio, mentre Cangelosi adesso dice che aveva un solo pertusu.
Giuliano non aveva interesse a sparare, sostiene la difesa, perché fermato per un semplice delitto annonario.
Giusto, ribatte l’accusa, per quel reato nemmeno i Carabinieri avevano interesse, né avrebbero potuto, impunemente, sparare contro chi si dava alla fuga lasciando sul posto il cavallo, la merce oggetto del reato e la propria carta d’identità. Il problema è che Giuliano praticava il commercio illegale del grano con un cavallo razziato in danno dell’Esercito Italiano e portava con sé una buona pistola carica e pronta all’uso. Giuliano ben sapeva a cosa sarebbe potuto andare incontro se gli avessero trovato addosso l’arma da guerra. Allora il fermo operato nei suoi confronti costituisce evidentemente l’occasione, già prevista, che lo avrebbe indotto – come lo indusse – a rompere immediatamente i legami colla società. In lui era già il Giuliano bandito perché gli uomini non si trasformano di punto in bianco, sicché lo impiego delle armi, costi quel che costi, è illogico se rapportato ad altro uomo, ma è ben logico rispetto al Giuliano.
Il 24 luglio 1947 la giuria emette il verdetto di colpevolezza per i reati di omicidio volontario in danno del Carabiniere Antonio Mancino e di tentato omicidio in danno della Guardia Giurata Giuseppe Barone. I due reati però vanno unificati sotto la forma di delitto continuato in quanto il Giuliano agì nello stesso contesto di tempo ed evidentemente in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, non avendo altro movente alla sua azione che quello di guadagnare la libertà a prezzo di quanti avrebbero potuto ostacolarlo. Compete all’imputato la attenuante di avere risarcito il danno perché, mentre la persona offesa ha dichiarato di essere stata integralmente risarcita prima del giudizio, è certo che l’iniziativa del risarcimento è dovuta al Giuliano, non avendo i suoi genitori, poveri contadini, disponibilità finanziarie. L’imputato non merita altre attenuanti, nemmeno quelle generiche, avuto riguardo alla eccezionale gravità del reato ed alla condotta posteriormente tenuta dal colpevole.
Quindi, pena adeguata alle modalità dei fatti è quella di anni trenta di reclusione, prendendo a base quella di anni 24 per il delitto più grave ed operando un aumento di anni sei per la continuazione. La detta pena resta poi determinata in anni 24, colla diminuzione di un sesto per effetto della circostanza attenuante.[1]
Salvatore Giuliano, ormai scomodo anche per i suoi protettori, resterà latitante ed operativo fino al 5 luglio 1950, quando verrà trovato morto ammazzato, a ventotto anni di età, in circostanze mai del tutto chiarite.

© Francesco Caravetta 2018 


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze Corte d’Assise di Cosenza.
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