lunedì 29 giugno 2015

LA GUERRA DELLE DONNE



La Grande Guerra sta mietendo le sue vittime al fronte e la popolazione soffre sempre più i morsi della fame dopo tre anni di stenti. La disfatta di Caporetto ha depresso ancora di più il morale degli italiani ma moltissimi sperano che serva almeno a far finire la guerra, non importa come. Per cercare di sollevare il morale della popolazione e alleviare il dramma delle famiglie più disagiate  che hanno gli uomini al fronte, alcune organizzazioni umanitarie si danno da fare e, paese dopo paese, distribuiscono aiuti.
Da alcuni giorni a Luzzi si è diffusa la voce che nei paesi circostanti stanno girando delle persone per fare propaganda a favore di un allungamento del conflitto di almeno altri tre anni. La popolazione, esasperata dagli stenti, comincia a crederci sul serio perchè le voci si fanno sempre più insistenti e particolareggiate, così per le strade si formano capannelli di gente che discute animatamente e la tensione aumenta di giorno in giorno.
La sera del 20 aprile 1918 il fattorino telegrafico cerca il regio Commissario del comune di Luzzi per consegnargli un telegramma del Prefetto che annuncia, per la mattina successiva, la visita in paese di una delegazione della Croce Rossa Americana per distribuire aiuti in denaro alle famiglie più bisognose. Quando il fattorino bussa alla casa del Commissario, la domestica gli dice che non è in paese e che ha lasciato detto di rivolgersi al segretario comunale che, a sua volta, non può riceverlo perché è a letto con la febbre.
Il fattorino, a questo punto, decide di rivolgersi al comandante della stazione dei Carabinieri, il Brigadiere Andrea Rucci. Gli dicono che è andato al mulino del Consorzio Agricolo di Luzzi a sovrintendere alle operazioni di distribuzione della farina e lo raggiunge.
Il Brigadiere, insieme a Eugenio Vivacqua, il responsabile del mulino, legge il telegramma e riferisce al fattorino di rispondere al Prefetto assicurando che avrebbe provveduto a garantire il servizio d’ordine necessario per accogliere la delegazione e torna in caserma.
Eugenio Vivacqua, da parte sua, pensa bene di avvertire i componenti del Comitato di Assistenza Civile del paese per preparare la popolazione e organizzare una degna accoglienza ai benefattori.
Qualche ora dopo, il Brigadiere torna al mulino e nota che un certo Antonio Mirabelli, procaccia postale, sta arringando una piccola folla di donne andate a prelevare la razione di macinato, sull’opportunità di ricevere bene gli stranieri.
- Domani comportatevi bene, non fate chiassate stupide, vengono a portarci aiuto e deve essere una festa.
Qualche donna, però, non è del tutto convinta e quando nota il Brigadiere, lo apostrofa:
- Brigadiè, volete dire pure voi la vostra minchiata?
- Vieni qua… si proprio tu… che voglio vederti bene in faccia – replica e, quando la donna gli è davanti, la identifica per Carmela Cosenza e le fa una bella ramanzina, poi la lascia andare.
I capannelli di gente, quella sera sono più vivaci che mai tra quelli che sono entusiasti per l’arrivo degli aiuti e quelli che, al contrario, temono qualche fregatura. Il Brigadiere gira da uno all’altro e poi, quando si convince che la situazione nel complesso è calma, verso mezzanotte torna in caserma.
Ma il Brigadiere si sbaglia. La situazione non è affatto calma. Durante la notte un via vai di donne da una casa all’altra porta in giro la voce che la delegazione di benefattori in realtà altro non è che una delegazione di propagandisti a favore dell’allungamento della guerra. Esattamente ciò che tutto il paese teme ormai da giorni.
Molte donne escono da casa e cominciano a organizzarsi. Con l’incitamento di Carmela Cosenza e Maria Ciardullo, detta ‘a zoppa, vengono preparati cumuli di pietre e nascosti bastoni lungo la strada di accesso al paese.
La mattina di domenica 21 aprile, verso le sei, la strada è già letteralmente invasa da donne le quali urlano di non volere in paese forestieri che propagandano la guerra, altrimenti avrebbero fatto una strage
- Abbiamo fame ma non vogliamo né soldi, né altro, vogliamo che i nostri uomini tornino a casa! Abbasso la guerra! A morte chi la propaganda! Li ammazziamo tutti!
- Non è vero! Si tratta della Croce Rossa che è un’istituzione indipendente e contraria alla guerra! – si sforza di spiegare il parroco, don Francesco Gallo.
- Ma quale croce rossa e croce nera! Noi non li vogliamo a Luzzi! Basta con la guerra! basta morti inutili! – gli rispondono.
Le donne, sempre più esagitate, sbarrano la strada con una trave di legno e dei grossi pezzi di tronco d’albero, sistemandosi dietro la barricata, armate di pietre e bastoni. Il Brigadiere Rucci corre da un capannello all’altro cercando di convincere le donne a desistere ma, attirata dalle urla, accorre sempre più gente e la situazione è davvero esplosiva.
Comincia anche a girare la voce che gli ispiratori dei propagandisti favorevoli all’allungamento della guerra sarebbero l’onorevole Nicola Serra e don Carlo De Cardona, ma nessuno ci crede più di tanto.
Quando da una curva vicino al Calvario spunta il carrozzino con il regio Commissario, le donne, urlando a squarciagola, cominciano un vero e proprio assalto a colpi di pietre. A farne le spese è il cocchiere che viene centrato numerose volte e, lasciato il carrozzino, scappa grondando sangue. Il Brigadiere e altre persone si lanciano verso il Commissario e riescono a sottrarlo alla folla. A niente serve farsi riconoscere, è costretto a tornare indietro sia per salvarsi sia per cercare di avvisare il convoglio della Croce Rossa di non avvicinarsi al paese per evitare l’irreparabile.
Il Brigadiere, non essendo in grado di far sgomberare la strada, comincia a segnare su un taccuino i nomi delle donne, almeno quelle più esagitate, avvisandole che sarebbero state denunciate, ma nemmeno questo serve. Le donne restano al loro posto in attesa dei forestieri.
Poi arrivano altre due carrozze ma dentro ci sono paesani e vengono fatte passare spostando la barricata.
Verso le nove, nei pressi dello Scalo di Bisignano un’autovettura con il contrassegno della Croce Rossa incontra il carrozzino del Regio Commissario di Luzzi, il quale fa ampi gesti e induce gli occupanti dell’automobile e fermarsi.
Dall’autovettura scendono un capitano dell’Esercito degli Stati Uniti e il Delegato di P.S. Francesco Cilento che lo accompagna in giro per i paesi. Il Commissario, chiamato in disparte il Delegato per non fare brutta figura con l’americano, lo avvisa di quanto sta accadendo a Luzzi e Cilento dice al compagno di viaggio che essendo la strada per Luzzi interrotta per una frana, possono visitare solo gli altri due paesi stabiliti per quel giorno: Bisignano e Acri.
Prima di separarsi, Cilento racconta al regio Commissario che anche a San Fili, Rende e Marano girava la stessa voce e che l’equivoco era stato generato da un giro elettorale dell’onorevole Serra il quale propagandava un recentissimo decreto luogotenenziale con il quale lo Stato si assumeva l’onere del ricovero dei tubercolosi non assistiti dall’Opera per la durata della guerra e per i tre anni successivi. La cattiva interpretazione di questa notizia aveva fatto si che a Serra si addebitasse il fatto di chiedere firme per allungare la guerra.
A Luzzi intanto arriva a piedi un ufficiale giudiziario del Tribunale di Cosenza che, ignaro, sta andando in paese per fare delle notifiche. Il Brigadiere Rucci, per evitare guai, lo costringe a tornare indietro con modi molto spicci e gli urla dietro di avvertire chiunque incontri per strada di stare lontano dal paese perché l’accesso è interdetto a tutti i forestieri.
Questo gli conquista la fiducia delle donne che, dietro l’assicurazione del militare che i carabinieri avrebbero provveduto a tenere lontani dal paese gli estranei, finalmente, poco prima di mezzogiorno tornano a casa e Rucci tira un lungo sospiro di sollievo. Ma la cosa non può finire senza conseguenze; sono stati commessi dei reati e lui deve far rispettare la legge, così durante il pomeriggio, ricevuti adeguati rinforzi dalle caserme vicine, fa arrestare 17 donne e un uomo, certo Antonio Malizia, militare temporaneamente esonerato dal servizio per attendere ai lavori agricoli, unico maschio della rivolta, per istigazione a delinquere e turbamento dell’ordine pubblico e denuncia a piede libero altre 65 donne per concorso negli stessi reati, in tutto 83. In istruttoria saranno prosciolte solo tre donne.
Il processo si apre il 17 giugno dello stesso anno ma i giudici della Corte d’Assise non hanno nessuna voglia di esasperare ancora gli animi, provati da anni di sacrifici e privazioni e, nella sentenza che manda assolti tutti gli imputati perché il fatto non costituisce reato, tra le altre cose scrivono:
Le donne, le contadine di Luzzi, come quelle di ogni altra contrada d’Italia, hanno dato e danno la migliore parte dei loro cari, dei loro affetti familiari alla patria; hanno sopportato e sopportano con rassegnazione, fermezza e disciplina i disagi, le angustie, le privazioni della guerra; danno ciò che occorre in cereali ed altro all’esercito ed alla Nazione, lige a tutti gli ordini di requisizione loro imposti dagli organi competenti; stanno una settimana senza pane senza protestare, convinte come sono con vero spirito di cosciente patriottismo che vicissitudini sfortunate di guerra impediscono talvolta l’approvvigionamento, ma che nulla trascura il governo in proposito; sentono insomma e tengono la disciplina di guerra: orbene non hanno il diritto queste donne, queste cittadine, d’insorgere allorchè un visitatore, un mestatore straniero per giunta, cerchi, secondo la loro fallace credenza, nel dolore della guerra, nella triste necessità della guerra, il proprio tormento o quello del suo paese o qualche altra recondita utilità?[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 28 giugno 2015

CARISSIMA SCHIFOSA



Giovannina Muto è fidanzata con Luigi Clausi, calzolaio e affiliato alla malavita. I due si scambiano qualche lettera d’amore ma poi lei lo lascia e si promette in sposa a Ernesto Chiappetta, un onesto fabbro ferraio.
Luigi Clausi  scrive delle lettere minatorie sia alla ragazza che al suo nuovo fidanzato (firmandosi con un nome falso).
Giuseppe e Domenico Muto, i fratelli di Giovannina, sono  entrambi pericolosi pregiudicati e considerati dalla Questura come potenzialmente capaci di commettere qualsiasi tipo di reato, ma non sono affiliati alla mala vita. Inferociti per le lettere minatorie, affrontano Clausi e lo gonfiano di botte, senza che la malavita intervenga per vendicare l’offesa fatta a uno dei suoi e così Giovannina ed Ernesto potranno coronare il loro amore.

Cosenza 3 febbraio 1901
Amata Giovannina
Mercoledì mi ai detto che mi dovevi parlare ed io son venuto e poi non mi ai potuto parlare perché c’era tua madre e tuo fratello, ma la mattina di appresso son venuto di nuovo e non ti ho potuto vedere ma soltanto ho incontrato tuo fratello che ritornava dai telai che aveva accompagnato a te, vorrei sapere se tua madre a parlato a tuo fratello che noi dobbiamo sposarci, e se ne a parlato a tuo padre se ce ne a parlato per me tengo più piacere perché tuo fratello sta sempre assieme a te, e perciò non ti posso parlare un minuto, come debbo fare? Debbo scriverti sempre per la posta e chi sa se poi le lettere vanno in mano a qualche altro e poi debbono sapere i fatti nostri mi pare che tuo fratello stasse un po disturbato forse non a piacere del nostro matrimonio, una volta mi a domandato perché non avevo voluto a Gatanella Massaro e poi mi diceva che perché non me la sposavo e cercava di scavarmi, e diceva che aveva denaro, ed io l’ho risposto che quella non era cosa per me perché io non sono amante del denaro poi l’o lasciato e me ne sono andato e non le o detto niente del nostro matrimonio perché tua madre non gli aveva parlato perciò io non mi sono spinto a ce ne parlare.
State allegramente mia cara Giovannina perché abbiamo incominciato a ricevere i primi auguri di prosito, della famiglia Maruca ed io le o ringraziato ed era prisente tuo fratello, non pensare a qualche uno che ti dice qualche parola perché ci ai alla tua spalla un buono braccio forte e non vengo meno, ti prego che almeno non ti posso vedere il giorno fatte vedere come il solito del sabato. Ne o parlato a quelli di mia casa e sono contenti e quanto prima mando a mio cognato.
Ti saluto e ti stringo la mano e sono il tuo
Amante Luigi Clausi
P.S. Nella prima lettera che mi ai scritto io non potevo sapere chi era che mi scriveva, perché non ti sei firmata come mi sono firmato io

Giovannina ha già lasciato Clausi e lui le scrive questa lettera:

Cosenza 23/5 901
Carissima Schifosa,
Queste erano le promesse che mi facevi, tu e tuo padre e specialmente quella carogna di tua madre. Ogni mattina veniva tua madre e mi frusciava il cazzo e mi diceva lavora e campi a vita? Avete fatto fare due paia di scarpe di un altro calzolaio, forse io non ve le potevo fare? Avevo detto a tuo padre di non fare entrare in casa a Matragrano, e per mio dispetto ce l’ha fatto entrare perché voi andate sempre in cerca dei peggiori
Ho saputo che sei fidanzata con un Forgiaro il quale ti para i vanghetti del letto e la maschiatura alla porta; e se non ti farà i vanghetti ti farà la trabacca perché tuo padre non è buono a farteli e nemmeno i tuoi fratelli, specialmente tuo fratello u guappino che colla sua coppola che la porta alla maffia con ciò non fa timore a me.
Quando riceverai questa lettera fanne consapevole ai tuoi fratelli e se qualche sera mi vogliono aspettare io sono sempre a loro disposizione perché di loro non ho avuto mai paura. Io ancora non ero morto e mi hai campiato per un altro, il quale me lo saluterai tanto tanto perché è una carogna come te. non mi dite che sono di mala vita e se faccio qualche cosa ci corperai tu, carogna infame che sei.
P.S. Io vi piscio a tutti e specialmente nella tua fessa

Non contento, Luigi scrive anche al nuovo fidanzato di Giovannina…

cosenza, 30/5_01
Carissimo Ernesto,
Vengo con questa mia onde farti sapere, che non ti sei saputo regolarti i passi tuoi perché sei troppo indietro in civiltà. Perché se fossi stato un uomo di società che s’era di famiglia, assai pericolosa ed inquietatori che tutti le persone che abitano nelle rivocati non vogliono averci che fare. Parleremo sul conto del fratello della tua fidanzata, tu lo sai meglio di me che stato in carcere per aver rubato, il padre e stato lo stesso in carcere per la stessa malattia del figlio, ed la notte andava rubando assieme con un altro contadino. Io o saputo che in Agosto vi sposerete. Ti raccomando che la prima sera di pogiari, i piedi al muro perché ci vorrà molta fatica essendo il buco sano
Ricordati quando fece quella scappata che si presentò ai reali carabinieri. Io sapevo che questo matrimonio si doveva fare con un altro giovane, e sapevo che in Agosto si dovevano sposare, e doppo ho saputo che la devi sposare tu? E meglio che ci lasci stare, e sentirai i consigli di un uomo più grande di te. E vai a mangiare il pane che ai lasciato. Mi faccio maraviglia una sola cosa che quel giovane che doveva sposare la tua fidanzata non se ne sia incaricato affatto. Perché è un giovane che sa tutti i brogli di questa casa.
Non altro a dirti tu sei il Padrone di fare tutto ciò che meglio crede però pensaci bene quel che fai e se mi vuoi conoscere vieni alla cantina di Luigi Giugno
Tuo  amico Raffaele
 
Chi volesse approfondire la storia di Luigi Clausi e degli altri picciotti della prima malavita cosentina può leggere "Guagliuni i mala vita", Pellegrini 2012

giovedì 25 giugno 2015

ELINA, LA MADRE E IL PRETE di Cinzia Altomare



Elina Chiappetta, una giovanetta di Marano, entra furtiva in chiesa, si guarda intorno nella penombra e non vede nessuno. Tira un sospiro di sollievo e pensa “meno male, nessuno mi vedrà”. Con passi veloci e felpati si avvicina al confessionale, anche li non c’è nessuno e può inginocchiarsi senza attendere
- Buonasera padre… – sussurra
Lo spioncino, contrariamente al solito, si apre del tutto.
- Sei tu! – il prete si affaccia con tutto il viso, guarda la giovane e sorride ma poi si fa subito serio. Anche padre Diego Conforti è giovane, ma dimostra più anni di quanti non ne abbia in realtà per via della sua esagerata magrezza, per gli occhi cerchiati e la barba incolta – Che ci fai qui, ti vengo a trovare dopo – quasi la rimprovera.
- Signu vinuta ppè te dire ‘na cosa…..signu prena… – gli risponde sospirando e abbassando gli occhi. Quella confessione le costa uno sforzo immane.
- Cosa? – il viso di padre Diego è stravolto, ingigantito nello spioncino, gli occhi di fuori.
- Sini, finalmente ti l’haju dittu, aspetto un figlio tuo… da cinque mesi. E tu non si sei accorto di niente…
- Ma guarda tu sa puttana… e quando m’u volìa dire… mannaja a tia e a chilla puttana ‘e mammata! – fa il prete dimenticando tanto il suo abito quanto il luogo sacro in cui si trova.
- Iu ‘un t’u vulia dire, è stata mamma ca
- Va bene, va bene, torna a casa che stasera passo – la liquida, imbestialito, poi chiude violentemente lo spioncino e torna nella canonica.
Elina si alza e va via. Si sente un po’ meglio. Finalmente ha confessato tutto, forse ora quel diavolo con la veste da prete l’avrebbe lasciata in pace.
La sua storia era iniziata tre anni prima, la madre, per delle vicissitudini economiche, l’aveva costretta a prostituirsi anche se lei non ne aveva intenzione, sognava un matrimonio d’amore, e per molto tempo aveva sperato di incontrare l’uomo giusto. La madre, invece aveva fatto prima, aveva trovato questo giovane prete, che essendo cadetto di una ricca famiglia aveva vestito l’abito talare. A fatica, però, faceva il suo mestiere e quando aveva ricevuto la proposta della mamma di Elina ne aveva subito approfittato, tutti avrebbero mantenuto il segreto, perché a tutti faceva comodo e così avrebbe sfogato le sue frustrazioni. Elina era giovane, carina, forse un po’ sciocca, ma cosa gli importava? Era solo una cosa da usare.
Elina da parte sua non ha mai accettato la situazione. Aveva vissuto e continuava a vivere con fatica e disperazione l’incubo che la madre le aveva creato, ma malgrado tutto credeva in Dio e sperava che il suo destino un giorno sarebbe cambiato.
Da quando ha scoperto di essere incinta vuole credere e sperare che la creatura nel suo grembo le porterà fortuna, la possibilità di una nuova vita. Le avrebbe dato tutto l’amore che aveva dentro e sarebbe stata una buona mamma, non come la sua. No, non avrebbe mai permesso che qualcuno potesse avvicinarsi alla sua creatura, non importa se sarà maschio o femmina. Ma soprattutto spera che il prete la lascerà in pace una volta per tutte per trovare un’altra al posto suo.
È buio pesto quando Elina e la madre sentono aprire la porta. È padre Diego che, furtivamente entra e richiude dietro di sé l’uscio.
- Allora, che è sta storia? – attacca senza preamboli, senza nemmeno salutare.
- Bona sira, trasiti, accomodatevi padre Diego! Ci l’aviti ccu nua ca mancu salutati? – lo rimprovera la madre di Elina, porgendogli una sedia.
Il monaco non si siede, anzi cammina avanti e indietro per la stanza, poi si ferma accanto alla porta, impaziente. Guarda la sedia e come se questa fosse il suo interlocutore, risponde:
- No, le buone maniere sono finite quando vostra figlia ha deciso di incastrarmi dicendo che quello che porta è mio figlio, io sono sicuro che non è mio perché una puttana frequenta altri uomini e quindi non c’è sicurezza che sia mio. Voi sicuramente volete i miei soldi… pezzenti!
 - E no, questo non l’ammetto, io sono una vittima, tua e di mia madre, ma sono una donna onesta. Solo un uomo ho conosciuto, te. Te solo e sicuramente non ti amo, anzi, per te non provo niente, quindi non voglio niente, neanche i tuoi soldi, voglio solo non vederti più – scatta Elina, appoggiata in piedi ad un lato del focolare, guardandolo negli occhi.
La madre a quelle parole sente svanire l’unica fonte di guadagno passato e futuro. Sicuramente la figlia è impazzita, quindi si intromette:
- Che, cosa dici? Statti cittu!
- Si, mamma io sono stanca, non lo voglio vedere più a questo… a questo… – risponde indicando il monaco con ampi gesti ma non trova la parola giusta che possa ferirlo e umiliarlo. Ora sono tutti e tre, uno di fronte all’altro, al centro della stanza
- Ah! Benissimo! Ora ti ho dato anche fastidio… io credevo di averti dato solo agio, come voleva tua madre. Va bene, sono d’accordo mi faccio da parte ma… – padre Diego coglie al volo la possibilità di disfarsi di gente scomoda, ma deve agire con calma e quella proprio gli manca.
Proprio in quel momento Elina comincia a sentirsi male e, piegandosi su se stessa, si accascia a terra. La madre le si stende accanto per darle soccorso, mentre con freddezza il prete le guarda e senza intervenire per aiutarla comincia a ideare un losco piano. Si avvia lentamente verso la porta e dice:
- Non ti preoccupare ti porto un medicamento, sarà il mio ultimo atto di pietà verso due straccione, per questi anni passati assieme – e va via.
Dopo qualche ora, padre Diego torna portando una boccettina con un liquido verde che lui chiama medicamento. In quel momento Elina è a letto con forti dolori al ventre. È calma, la madre le sta accanto e le porge di tanto in tanto un bicchiere di acqua. Il prete, rendendosi conto che nessuna delle due sembra avere intenzione di dare scandalo, decide di fare ciò che ha in mente velocemente. Lascia la medicina sul tavolo vicino alla porta e, senza dire una parola, chiude la porta alle sue spalle e va via.
Elina prende la medicina e quella sera stessa abortisce.
Trascorrono tre giorni e la madre di Elina si occupa di seppellire il piccolo feto. Ancora altri tre giorni e la povera Elina si rialza dal letto. Comincia a reagire. Dopo dolore, disperazione e pianto, perché lei amava già quell’esserino che portava dentro di sé, ha il coraggio di prendere la sua vita in mano, ora sa quello che deve fare, si riveste e va a sporgere regolare denuncia.
Ma la madre non demorde, non vede altro modo di sopravvivere se non lo sfruttamento della figlia e nel tentativo di non perdere la fiducia del parroco lo avverte, ma sbaglia anche questa volta perché il prete, non appena sa quali sono le intenzioni di Elina, va su tutte le furie, si procura un paio di scoppiette e la sera stessa con fare furtivo, sgattaiolando da un angolo all’altro delle case, si avvicina alla porta di Elina, prende la mira e spara.
Per fortuna la sua mira non è buona e per di più la sua mano trema troppo per il nervosismo, così i colpi vanno a vuoto. Padre Diego, sudato, sconvolto, consapevole di avere fallito la sua occasione, cade pesantemente a terra mezzo svenuto, mentre  in men che non si dica tutte le luci delle case attorno si accendono e molti vicini escono a vedere cosa stia accadendo.
Lo trovano che sembra un pazzo, con gli occhi di fuori, fissi sulla porta di Elina e le scoppiette ancora fumanti accanto a lui.
La ragazza si affaccia sulla porta, indica il monaco agli uomini presenti e lo accusa:
- E’ stato lui a sparare, mi voleva ammazzare dopo che mi ha fatto abortire del figlio suo…
Padre Diego viene immediatamente circondato, preso e condotto di peso alla guarnigione militare, mentre qualcuno, durante il tragitto, vorrebbe linciarlo.
Davanti al capitano all’inizio è assente e gli occhi sempre fuori dalle orbite. Poi all’improvviso comincia a piangere, non regge più al peso della sua colpa e confessa. È il 1780 e tutti sapranno.[1]


[1] ASCS, Atti notarili.

lunedì 22 giugno 2015

DRAMMA DELLA GELOSIA A CAMPAGNANO




Nella zona a Nord di Cosenza, nei terreni di proprietà del barone Carlo Campagna in contrada Petrara nei pressi di Campagnano, ci sono tre case coloniche. Nella prima, a pochi metri dalla strada che dalla città va a Rende, abita Antonio De Cicco con la moglie e i genitori; nella seconda, a circa 150 metri dalla prima, abitano Raffaele De Rose e la moglie Concetta Corciuolo. Con loro due abitano anche la madre di Raffaele, la sorella e il fratello con sua moglie. La loro casa è su due piani: al piano terra ci sono una stalla e un magazzino, al primo piano, a cui si accede da una scala esterna, ci sono una stanzetta di ingresso adibita a cucina e una camera da letto in cui dormono tutti e sei. Nella terza, un po’ più discosta, abita un certo Giuseppe Filice.
La mattina del 7 marzo 1912 un tale si ferma a lavarsi le scarpe in una pozza d’acqua nell’orto accanto alla casa di Antonio De Cicco mentre questi è impegnato a dare di zappa; poco più in là, sulla strada che porta a Mendicino, c’è della gente che sta portando l’abito da sposa a una ragazza che abita nelle vicinanze.
Raffaele De Rose è sul pianerottolo in cima alle scale di casa sua. Ha appena bevuto un paio di bicchierini da una bottiglia di liquore che ha trovato in una cassapanca mentre stava cercando le bustine col preparato del dottor Vocaturo contro la blenorragia. Nella cassa, però ha trovato anche un’altra cosa che gli ha fatto salire il sangue alla testa e non appena si accorge che l’amico De Cicco volge lo sguardo verso di lui, gli fa ampi gesti di raggiungerlo. Antonio lascia la zappa e va a casa di Raffaele.
- Potete uscire che devo dire due parole al compare? – dice Raffaele alla sorella e alla cognata le quali, senza discutere, escono richiudendo la porta alle loro spalle.
- Che mi devi dire di tanto segreto? – fa Antonio con un sorriso forzato.
- Vorrei che tu e mia moglie mi spiegaste cosa sono questi – risponde Raffaele togliendo di tasca una busta e mostrando un ciuffo di capelli neri.
- Quei capelli? – protesta Concetta, la moglie –  sono i capelli del nostro bambino morto…
- Si? – fa Raffaele con tono ironico – c’è un particolare… il bambino era biondiccio e questi capelli sono neri. Neri come i capelli di Antonio! Tu mi stai facendo le corna con lui e questa è la prova definitiva! – urla mentre picchia un violento pugno sul tavolo.
- Tu si ciuatu… sai che ti dico? – fa la moglie, spazientita – me ne fotto di te, ti piglio e ti faccio volare dalla finestra se non la finisci! – e così dicendo gli fa cadere i capelli di mano, disperdendoli sul pavimento – lo vuoi capire o no che i capelli sono del bambino morto?
Giuseppe è accecato dalla gelosia, ma anche un po’ stordito dal liquore; sente la testa che gli bolle e pensa che gli stia per scoppiare. All’improvviso mette una mano in tasca, impugna il suo coltello, fa scattare la lama che luccica sinistramente e comincia a tirare fendenti su Concetta che cerca di ripararsi alla meglio tenendo protese le braccia. Antonio De Cicco prudentemente si fa i fatti suoi e cerca di avvicinarsi all’uscita. Concetta non può difendersi a lungo da quella furia scatenata: una coltellata la prende in pieno petto e le trapassa il cuore. Attonita, si guarda la camicetta bianca che si tinge di rosso, si porta le mani sul seno, riesce a fare un paio di passi verso l’uscio e cade a terra morta.
Antonio, che sta ormai per darsela a gambe, non può trattenersi dall’urlare:
- Raffaele, che fai? – questi, che si era quasi scordato del rivale, si accorge della manovra di Antonio e gli si avventa contro. Antonio è di spalle e viene colpito al braccio sinistro e alla spalla sinistra. Barcolla e quando Raffaele sta per vibrargli una terza coltellata che potrebbe essere quella fatale, riesce con un balzo a schivarla e si precipita giù per le scale e correre a casa per cercare la salvezza.
Raffaele si ferma un attimo, sbuffando col coltello ancora in mano che gocciola sangue  ma, mentre rientrano in casa la sorella e la cognata, rimette il coltello in tasca, corre in camera da letto, prende la sua doppietta e si affaccia sul pianerottolo per sparare contro De Cicco. Non riesce però a prendere bene la mira perché l’avversario si sta riparando nel corteo nuziale che procede molto lentamente. È la sua salvezza.
Fallito il tentativo di ucciderlo, Raffaele si sente adesso svuotato di ogni energia e torna in casa mentre la sorella e la cognata si battono il viso con le mani e urlano
- Oi sciuallu miu! L’ha ammazzata!
- M’ha fatt’‘i corna… – dice lui senza espressione, poi continua – aspettate qui, vado a consegnarmi ai carabinieri.
Così, Raffaele esce da casa e, come un automa, si dirige verso la città ed a un certo punto, ancora inebetito, butta il coltello che non sarà mai ritrovato.

- Io non ho mai avuto alcuna relazione con la moglie di De Rose. Per voi sarà facile accertarlo perché è notorio che i coniugi De Rose hanno la blenorragia, mentre io sono perfettamente sano. Per questo le accuse di Raffaele sono assolutamente false – dichiara De Cicco al maresciallo che lo interroga mentre è a letto ferito.

- Quello che dice De Cicco è falso – replica De Rose durante il suo interrogatorio – io lo accuso di essersi vantato con diverse persone del fatto che per non farsi contagiare da mia moglie, l’ha posseduta con la veste da camera. Vi dirò di più: mia moglie regalò a De Cicco un fazzoletto che lui usava per farle segno dalla finestra di casa sua e darsi, così, appuntamento. Di questa circostanza potete averne conferma dal mio vicino Giuseppe Filice.
I carabinieri indagano e vengono a sapere da una ragazzina che in effetti De Cicco ha un fazzoletto bianco contornato da una riga celeste e tre righe color caffè che lei sapeva essere appartenuto alla morta perché in un primo tempo lo aveva visto nelle mani di Concetta e poi in quelle di Antonio De Cicco. Il maresciallo Dal Magro va a casa di Antonio e gli chiede conto del fazzoletto
- Marescià, mai avuto un fazzoletto della povera Concetta
- De Cicco, sappiamo per certo che lo hai, daccelo e la finiamo qui, altrimenti dobbiamo perquisire tutta la casa. Noi perdiamo tempo e tu te la potresti vedere brutta…
- E va bene… – cede – prendilo, è nel materasso dalla parte tua – dice alla moglie.
Infatti, tra le foglie di granturco di cui è fatto il materasso, c’è il fazzoletto, che viene subito sequestrato.
Raffaele De Rose, intanto, racconta altri particolari circa la relazione tra sua moglie e De Cicco. Afferma che due mesi prima, mentre era in compagnia di Antonio e di un certo Domenico Giordano, quest’ultimo rimproverò Antonio dicendogli che la sua relazione con Concetta era di dominio pubblico e che avrebbe fatto bene a chiuderla per rispetto a Raffaele. Antonio, però, rispose di non avere nessuna intenzione di troncare la relazione e che, addirittura, Concetta gli aveva dato delle camicie da custodire per il giorno che sarebbero scappati insieme in America. Antonio, in quell’occasione, aggiunse anche che le camicie le aveva consegnate alla lavandaia Maria Azzarà.
- E’ vero – conferma la lavandaia – Antonio De Cicco mi ha consegnato una camicia da donna, ve la prendo immediatamente.
Il maresciallo Dal Magro sequestra la camicia e la fa vedere a De Cicco.
- E’ di mia madre, l’ho portata alla lavandaia per conto suo – afferma.
- No, Non è mia – lo smentisce la madre.
Allora il maresciallo porta la camicia a casa della vittima e finalmente ottiene la risposta.
- La riconosco perfettamente. È una delle camicie che ho dato a mia figlia Concetta nel corredo.

- Si… è vero… ma sia il fazzoletto che la camicia me li ha dati senza secondi fini… tra noi non c’è mai stato niente… d’altra parte anche il medico ha confermato che io sono sano e lei aveva lo scolo – cerca di difendersi De Cicco, quasi che Concetta sia stata uccisa da lui.
- Dimentichi che hai potuto tranquillamente possederla col condò[1]
Nel frattempo, in carcere Raffaele gongola, vedendo la sua posizione alleggerirsi ogni giorno di più. Il fratello e la sorella hanno anche provveduto a raccogliere da terra i capelli buttati da Concetta e li hanno consegnati al maresciallo il quale li mette in una busta da lettera, ci scrive su capelli e peli delle parti vergognose e li consegna al magistrato.  
Ormai Raffaele agli occhi di tutti è l’unica vittima della tragedia e passa all’attacco: querela Antonio De Cicco per correità in adulterio, ma la denuncia viene archiviata.
Un morto è sempre un morto e la Procura non può restare più di tanto a giocare con capelli, peli, fazzoletti e camicie e così chiede il rinvio a giudizio di Raffaele per l’omicidio della moglie e il tentato omicidio di Antonio De Cicco e la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro accoglie la richiesta.
Raffaele De Rose è in carcere da due anni esatti quando comincia il processo a suo carico. Testimoni e periti fanno la fila per esporre ciò che hanno da dire e viene fuori anche che Concetta ha passato una settimana ai bagni di Paola in compagnia di Antonio De Cicco e hanno pure dormito nella stessa stanza! In verità con Concetta c’erano suo marito e sua madre, ma poi Raffaele tornò a casa per occuparsi dei suoi affari e fu sostituito nella custodia delle donne dall’amico Antonio. Ma anche se Raffaele era consapevole di ciò è uno scandalo lo stesso.
È l’imputato De Rose Raffaele colpevole di avere volontariamente commesso il fatto nella prima domanda specificato, al fine di uccidere la propria moglie Corciolo Concetta, cagionando la di lei morte?
È l’imputato De Rose Raffaele colpevole di avere volontariamente commesso il fatto nella 7^ domanda specificato, al fine d’uccidere De Cicco Antonio, compiendo così tutto ciò che era necessario per cagionare la di costui morte che, non avvenne per circostanze indipendenti dalla volontà di esso imputato?
Queste sono le due domande chiave a cui i giurati, a maggioranza, rispondono NO.
Raffaele è quindi innocente e viene immediatamente scarcerato. Due anni di carcere preventivo sono troppi per un innocente…[2]


[1] Storpiatura del termine inglese condom, preservativo. Nda
[2] ASCS, Processi Penali.