venerdì 31 luglio 2015

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA

A Pietrafitta il cinquantenne Nicola Giorgi è considerato da tutti un’ottima persona e un uomo equilibrato e docile. Così docile che qualcuno arriva a dire che ha un carattere quasi femmineo. È sposato e ha, viventi, sei figli. Generalmente è un taciturno e quando è costretto a parlare preferisce esprimersi a monosillabi. Si occupa esclusivamente delle sue attività e della sua famiglia. Non frequenta cantine perchè non beve e non ha mai avuto a che fare con la giustizia.
Il 20 luglio 1922 si alza presto ed esce dalla sua casa nel rione Vicinanzo armato della sua rivoltella, deciso a uccidere un cane randagio che, secondo lui, gli sta rovinando il pollaio. Ad aspettarlo per strada c’è Giuseppina De Maria, soprannominata Vellica, che ha in affitto un orticello di proprietà di Nicola:
- Vedi che tuo fratello Gabriele ha chiuso l’acqua e non posso innaffiare i fagioli – protesta.
- Si sarà sbagliato, faglielo notare e deviate l’acqua.
- No, devi venire tu. La mantenuta di tuo fratello mi guarda male e ha detto che questi sono gli ordini di tuo fratello, per questo ve la dovete vedere tra di voi.
- E va bene, andiamo a vedere che ha combinato mio fratello – la accontenta, incredulo perché sa che Gabriele non farebbe mai una cosa del genere.
L’orto è completamente recintato da un muricciolo di pietre a secco e vi si accede da una porticina abbastanza sgangherata. Giuseppina ne coltiva meno della metà, mentre l’altra parte è lasciata bonariamente a Gabriele. Nel terreno scorre un canale comunale per l’irrigazione e questo, a seconda delle necessità può essere deviato da una parte all’altra ostruendo gli ingressi con della terra. Nicola verifica che, in effetti, l’acqua va tutta dalla parte di Gabriele e fattosi dare la zappa della donna, provvede a deviare l’acqua.
Antonina Bianchi, la convivente di Gabriele, osserva le operazioni e protesta vivacemente. Nicola è sempre più perplesso e non sa spiegarsi il perché di quel comportamento.
- Mò vado a chiamare Gabriele e te la vedi con lui – gli dice Antonina.
Dopo pochi minuti, la donna torna in compagnia di Gabriele e di un altro fratello, Francesco. Gabriele ha in mano un coltellaccio col quale si era messo a scuoiare una pecora e Antonina ha in mano la zappa. A Nicola sembra che i due si stiano avvicinando con fare minaccioso e questo lo turba oltremodo perché non sa spiegarsene il motivo. In fondo l’orto è suo, l’acqua che ci passa dentro è sua e lui è padrone di utilizzarla come meglio crede.
- Stiamo innaffiando noi, perché hai chiuso l’acqua? – gli dice con tono aspro Gabriele.
- Perché l’orto è mio e innaffia chi dico io. Non ti va bene? Avrei potuto affittare la parte che zappi tu, ma sei mio fratello e non ti caccio.
- Ma guarda tu questo! – attacca Antonina – invece di guardarsi l’onore della figlia si mette a vedere se noi innaffiamo l’orto! – il riferimento all’onore della figlia Giuseppina, della quale ingiustamente si diceva in paese che se la intendesse col padre superiore del convento, lo fa andare in bestia. Ha ancora in mano la zappetta della sua affittuaria e con questa tira un colpo col dorso sulla testa del fratello, poi fa un passo indietro, getta a terra la zappetta, mette la mano in tasca e ne estrae la rivoltella, la punta alla testa di Antonina che gli è ormai accanto e fa fuoco un paio di volte. Tra lo sbigottimento generale punta l’arma contro Gabriele e gli scarica addosso i quattro colpi restanti. Il poveretto riesce a fare quattro o cinque passi, poi cade stecchito. Giuseppina De Maria resta impalata per la paura, mentre Francesco scappa precipitosamente.
Nicola ha gli occhi di fuori, sembra distante da ciò che è successo. Con calma torna a casa, al secondo piano di una costruzione abitata dalla sua famiglia e da quella di Gabriele, prende la sua doppietta, la carica e si mette in tasca un’altra decina di cartucce, parte caricate a palla e parte a pallini.
Lentamente scende le scale, forza la porta di ingresso della casa di Gabriele ed entra. In una delle camere da letto stanno ancora dormendo Francesco, di appena un anno, figlio del fratello e di Antonina ed Emilina Aquino, diciassettenne figlia della donna e del suo precedente marito.
Nicola punta il fucile contro il bambino e gli spara un solo colpo dilaniandolo. Emilina si sveglia di soprassalto, vede il fucile a una spanna dal proprio viso e capisce che sta per accaderle qualcosa di brutto. Con uno scatto salta dal letto per cercare di scappare ma non fa in tempo, un colpo la centra in pieno petto e le spacca il cuore.
Adesso Nicola è sulla strada col fucile in mano. Respira affannosamente e gli tremano le mani. Il suo aspetto è terrificante con gli occhi fuori dalle orbite, le narici dilatate e il suo fisico, molto più alto della media, sembra ancora più possente.
Il rumore secco delle esplosioni e gli immancabili sguardi da dietro le finestre fanno si che la voce si sparga nel Vicinanzo in men che non si dica. Chi lo incontra non crede ai propri occhi perché sembra un pazzo invasato e ne rimane terrorizzato. Chi lo incontra cambia subito strada temendo che possa puntare il fucile e fare fuoco in qualsiasi momento. Ma Nicola sembra non accorgersi nemmeno delle persone che incontra per strada, lui cammina come se fosse in un deserto.
Abbiamo già visto come Francesco Giorgi, il fratello dell’omicida, se la sia data a gambe levate. Arrivato nei pressi della sua abitazione incontra il proprio figlio Giuseppe e gli racconta in modo sommario e concitato, tremando ancora per la paura, ciò che è appena successo nell’orto. Ancora non sanno che altri due innocenti hanno perso la vita per mano del loro congiunto, così Giuseppe, che ha diciotto anni, temendo che la furia dello zio si possa abbattere anche sulla propria famiglia, si arma di scure e si mette in cerca di Nicola per cercare di calmarlo e, se fosse il caso, fermarlo con ogni mezzo.
Girato un angolo, Giuseppe si trova davanti lo zio e si ferma di scatto. I due si guardano per qualche secondo senza parlare, poi, quando il ragazzo sta per aprire bocca, Nicola alza di scatto il fucile e spara colpendolo in pieno petto. Quella cartuccia è caricata a pallini e non è mortale. Giuseppe cade a terra sanguinante
- Zù Nicò… zu Nicò… pietà… un m’ammazzare – lo implora. Ma Nicola si fa avanti con calma fermandosi ai piedi di Giuseppe che cerca disperatamente di indietreggiare strisciando a terra. Nicola apre il fucile, toglie la cartuccia esplosa e ne mette una carica. Richiude. Guarda il nipote con un ghigno satanico mentre si porta il fucile alla spalla. Giuseppe piange e implora misericordia mentre viene centrato da altri due colpi al petto.
Nicola se ne va, convinto di averlo ucciso ma Giuseppe è forte e nonostante sia ferito molto gravemente e perda molto sangue, strisciando a terra riesce a tornare a casa dove morirà un paio di giorni dopo.
Il Vicinanzo ormai si è svuotato e Nicola cammina per i vicoli nel silenzio più totale. Adesso è sotto la casa della figlia Giuseppina. Sale la scala esterna, si ferma sul vignano e bussa
- Apri che ti devo parlare – dice mentre picchia con le nocche sul legno del portone.
- Non posso, sto facendo, vieni più tardi papà… se no dimmi quello che mi devi dire da dietro la porta.. – Giuseppina ha capito cosa le toccherebbe se facesse entrare il padre.
- Apri ti ho detto! Apri che non ti faccio niente – continua a insistere picchiando col calcio della doppietta sul portone per cercare di aprirlo. Giuseppina è terrorizzata ma resiste. Mette il maschio e fa forza con le spalle per non far cedere la porta – apri mannajaallamaronna!
- Papà, tinne po’ jire ca unn’apru – gli fa per scoraggiarlo
- Pieju ppe tia! Quannu te pigliu t’ammazzu! – e se ne va. O almeno così vorrebbe far credere. Infatti, ridiscesa la scala, con un angolo dell’occhio guarda verso la finestra della figlia e la intravede nella penombra. In quello stesso momento arriva l’altra figlia, Rosina di diciannove anni, sposata da appena due mesi. Giuseppina apre la finestra per dire alla sorella di calmare il genitore ma partono quasi contemporaneamente due colpi. Per fortuna di Giuseppina la mancano ma una scheggia di piombo la colpisce sul labbro facendola urlare di dolore mentre cade a terra. È la sua salvezza perché Nicola la crede morta.
- Papà… papà mio… che cosa hai fatto? Calmati adesso, ci sono qua io… – gli dice Rosina buttandoglisi tra le braccia e baciandolo teneramente per calmarlo.
- Vavatinni alla casa e fatti i fatti tua – la gela.
- No! Papà, calmati, te ne prego – continua singhiozzando
- Vavatinni, t’haiu dittu… – le ripete, allontanandola da sé. Nicola ama profondamente Rosina, come amava profondamente Giuseppina, e forse non vuole farle del male. Ma Rosina gli si butta di nuovo addosso e, nell’abbracciarlo, cerca di sottrargli la doppietta. Nicola le da uno spintone e, imbracciato il fucile le spara in testa, uccidendola all’istante. Poi guarda di nuovo verso la finestra di Giuseppina e non la vede affacciata. Fa una leggera smorfia con la bocca e se ne va.
Virginia Giorgi, una sorella di Nicola, saputo che suo fratello aveva ucciso l’altro fratello, va nell’orto a vedere il cadavere di Gabriele. Con lei c’è suo nipote Alfonso il quale, non appena cominciano a sentire i colpi di fucile provenire dal paese, prudentemente convince la zia a tornare a casa. Ma si imbattono in Nicola
- Fratello mio, che cosa hai fatto? Perché lo hai fatto?
- C’è pure la parte tua… – le risponde freddamente mentre estrae la rivoltella e le spara contro un colpo. Alfonso, preso dal panico, scappa lasciando Virginia in balìa del fratello.
La donna è ferita lievemente e cerca scampo in un vicolo. Ma è un vicolo cieco e Nicola le è addosso. Virgina cade e indietreggia strisciando mentre il fratello, rimessa in tasca la rivoltella, prende il fucile e le spara altri due colpi fulminandola.
Con calma, messo il fucile a tracolla, Nicola si incammina verso Aprigliano dove c’è la caserma dei carabinieri. Lungo il tragitto, non si sa per quale motivo butta in un dirupo solo la rivoltella, continuando a tenere il fucile a tracolla.
Il carabiniere che apre la porta della caserma se lo trova davanti col fucile in mano. Ha un sobbalzo ma Nicola lo tranquillizza:
- Vi consegno la mia doppietta e vi faccio noto che stamane a Pietrafitta ho fatto lo sterminio. Ho ammazzato otto persone e cioè un fratello e i due familiari grandi e piccoli, una sorella e le mie figlie Giuseppina e Rosina; ne avrei ammazzati di più se non avessi esaurito le munizioni – la dichiarazione è estremamente lucida e precisa ed esprime chiaramente che ha sparato con l’intenzione di uccidere, tenendo conto che Nicola non sa ancora che Giuseppina è solo ferita lievemente e il nipote Giuseppe è ancora vivo.
Ma tre giorni dopo, quando lo interroga il magistrato, non sembra più tanto lucido nelle sue dichiarazioni.
- Dopo aver ucciso mio fratello e la sua mantenuta, forse avrei ucciso anche mio fratello Francesco se non fosse scappato, tornai a casa, presi il fucile e tutte le cartucce che trovai e uscii. Ciò che ho compiuto dopo questo momento io non posso raccontarlo perché avevo completamente perduto i lumi della ragione. Vostra Signoria mi fa rilevare che io sarei sceso al piano inferiore dove avrei ammazzato il bambino di un anno e la giovane diciassettenne. Io non nego di aver compiuto tutta la strage, ma ora, ripeto, non so e non posso raccontare il successivo svolgimento. Certo sparai fino a consumare tutte le cartucce. Nessuna ragione poteva spingermi ad ammazzare mia figlia Rosina che io adoravo e mia sorella che non mi aveva mai fatto niente di male. Può darsi che tra le vittime ci sia anche mio nipote Giuseppe, ma io non ricordo nemmeno di averlo incontrato. Può anche darsi che io abbia sparato delle fucilate contro mia figlia Giuseppina mentre era affacciata alla finestra, ma non ricordo. In sostanza, dopo avere ucciso mio fratello e la sua amante, una cieca mania di distruzione mi prese e a questo soltanto si deve attribuire la strage di tanti innocenti. Soltanto ora comincio a capire l’enormità di ciò che è successo e mi chiedo perché non ho conservato l’ultimo colpo per me stesso.
Questa dichiarazione è ciò che aspettano gli avvocati Stanislao Amato, Vito Goffredo e Nicola Serra per chiedere con insistenza che Nicola venga sottoposto a perizia psichiatrica e così, il primo gennaio 1923, il Tribunale di Cosenza ne stabilisce il ricovero nel manicomio criminale di Aversa. Nel frattempo, gli esiti dell’autopsia sul corpo della figlia Rosina stabiliscono che c’è un altro morto: il bambino che portava in grembo. Ma i feti non fanno numero per il codice penale e gli omicidi restano sette.
I medici tengono in osservazione Nicola per un anno e dieci mesi, poi consegnano la perizia psichiatrica loro richiesta, nella quale, in 96 pagine, concludono che l’esame obiettivo del periziando rivela indubbi caratteri di degenerazione nella sua costituzione antropologica quale il cranio viscerale piccolo e sproporzionato al cranio facciale molto sviluppato, la fronte stretta, bassa e sfuggente, l’occipite appiattito, il palato alto e ogivale, la poca differenziazione dei denti ecc., quindi tutto ciò fa ritenere l’imputato un individuo degenerato, rappresentando il risultato di una serie di deviazioni remote e acquisite dagli antenati, dei quali va considerata la grave ereditarietà psicopatica (il padre di Nicola, gestendo una cantina, beveva vino; uno zio paterno era definito criminale perché quasi idiota; una sorella era neuropatica; un fratello si era reso responsabile di tentato omicidio; uno dei suoi figli è descritto come povero di spirito e ottuso di mente). Se a tutto questo si aggiunge che Nicola fin dall’infanzia soffrì di epistassi senza alcuna lesione nasale o di altri organi che potesse spiegarne l’origine e che poco tempo prima della strage l’epistassi fu sostituita da cefalea, ecco emergere la diagnosi di epilessia. In sostanza, dicono gli specialisti, la fuoriuscita di sangue dall’organismo, facendo eliminare una certa quantità di tossico, faceva si che il residuale veleno organico riuscisse insufficiente a stimolare i centri psico-motori in modo tale da non poter provocare convulsioni, delirii o altri fatti di natura epilettica. Inoltre va considerato il fatto che Nicola ha sempre avuto intolleranza per le bevande alcoliche, cosa ordinaria in soggetti epilettici, specialmente in quelli figli di alcolisti. La strage, d’altra parte, presenta tutti i caratteri di una manifestazione epilettica come la cieca ferocia e il ricordo annebbiato, incerto, confuso e sommario dell’atrocità commessa.
Stabiliti questi concetti diagnostici, i medici non hanno alcun dubbio: per il fatto di trovarsi in preda ad un accesso psichico della epilessia non era in grado di comprendere, apprezzare e valutare gli atti criminosi che andava compiendo e la conseguenza degli stessi. E ciò perché la natura del disordine psichico era tale da turbare profondamente la di lui coscienza togliendogli ogni possibilità di libera scelta nella determinazione alle azione criminose imputategli, perciò deve godere dei benefici concessi dalla legge ma, concludono, malgrado attualmente appaia indenne da disordini psichici, potrebbe ripresentare per la stessa infermità altri fatti di violenza cieca e feroce. Perciò è necessario sempre considerarlo un individuo pericolosissimo per sé e per gli altri e come tale bisognevole di cura e custodia Manicomiale a tempo indeterminato.
Questa tesi viene accettata dai giudici e il 20 gennaio 1925 viene emessa la sentenza con la quale viene sancito il ricovero in manicomio a tempo indeterminato di Nicola Giorgi.

mercoledì 29 luglio 2015

BRUTALE OMICIDIO A PIAZZA FERROVIA




Nell’androne del palazzo al civico 7 di Piazza Ferrovia sono soliti ripararsi alcuni facchini per dormire nell’attesa tra un treno e l’altro.
Siamo nel 1952 e solo adesso cominciano ad avvertirsi timidi segnali di ripresa dopo la fine della guerra. In giro ci sono ancora molti disperati che non hanno né casa né lavoro. Molti, dai paesi vicini, sono scesi in città in cerca di fortuna e vagano in cerca di lavoretti per sbarcare il lunario e questi disperati si aggiungono agli altri.
Tra la gente che vaga di strada in strada c’è un certo Pietro Esposito Frangella, un vecchio di ottant’anni arrivato da Fiumefreddo Bruzio. Anche lui ha preso posto nell’androne del civico 7.
Ma Pietro non è proprio un disperato senza arte né parte. Una volta faceva l’ombrellaio ma dopo un incidente ha ottenuto una pensione di invalidità dall’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale di circa millecento lire mensili.
Potrebbe prendere una stanza in affitto e mangiare regolarmente ma, chissà perché, preferisce dormire per strada e mangiare con la carità della gente. Delle millecento lire non spende quasi niente e, di mese in mese, arrotola le banconote e se le nasconde addosso. La sera del 15 maggio 1952, quando verso le 9 di sera va a coricarsi nell’androne, ha qualche centinaio di migliaia di lire nascoste tra le pieghe degli abiti di qualche misura più grandi.
L’androne, di una quarantina di metri quadrati, è male illuminato dalla lampadina appesa al soffitto del pianerottolo del primo piano. Il portone, per un tacito accordo tra gli inquilini regolari e quelli irregolari, resta sempre socchiuso.
Entrando dal grande portone, sulla destra sono ammucchiati dei sassi e della sabbia, più avanti c’è la porta di un magazzino di proprietà dell’ingegnere Spizzirri. In fondo a sinistra, sotto la prima rampa di scale, c’è la bottega di mastro Tonino Fiorillo, calzolaio. È proprio davanti a questa che il vecchio, anche quella sera, sistema per terra dei cartoni e un mattone forato coperto di stracci per cuscino, poi si gira su un lato e si addormenta.
Dopo circa un’ora entra un giovane tarchiato che si stende quasi ai piedi del vecchio. Sembra che dormano tutti e due quando, verso le 23,00 rincasa il dottor Antonio Mirabelli che abita al secondo e ultimo piano. Vede i due e tira su per le scale.
Dormono? Dorme certamente Pietro Frangella. L’altro no. Cerca di farlo per calmare i morsi della fame che lo tormentano come e forse più del bisogno di fumare. Si gira e rigira sul pavimento finché decide di svegliare il vecchio per chiedergli in prestito qualche spicciolo per comprare un paio di sigarette e qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo scuote delicatamente provocando solo una ronfata più forte delle altre. Lo chiama più volte finché il vecchio finalmente apre gli occhi e, infastidito, gli risponde.
- Che cazzo vuoi?
- Prestami qualche lira che sto morendo di fame.
- Lasciami fottere, non ho niente, non ti presto niente.
- Si che li hai i soldi, lo sanno tutti che li hai.
- Soldi non ne ho, lasciami fottere e fammi dormire!
- Dai, dai che cinquanta lire me le puoi prestare, me le devi prestare…
- Se no? – il vecchio quasi lo sfida, ma non sa con chi ha a che fare.
- Se no ti ammazzo…
- Vaffanculo! – tronca il vecchio girandosi dall’altra parte.
Il giovane non fa una piega, non replica. Si alza, mette il catenaccio al portone, si avvicina al cumulo di sabbia e sassi, nella semioscurità ne sceglie uno bello grosso, torna verso il vecchio e, senza una parola, gli vibra due violenti colpi sulla testa. Il primo colpo centra in pieno la tempia sinistra, il secondo va parzialmente a vuoto e, centrata di striscio e fracassata la mascella così come parecchi denti, rompe anche il mattone che fa da cuscino.
L’aggressore comincia a frugare nelle tasche del vecchio morente. Non riuscendo a mettere le mani in tutte le tasche, trascina il corpo sanguinante fino all’imbocco delle scale dove la flebile luce della lampadina del primo piano rischiara un po’ i gradini e spoglia il vecchio. Gli rivolta le tasche una ad una finché non trova il tesoretto: un vecchio portafogli gonfio di banconote arrotolate. Non le conta nemmeno, a occhio saranno due o trecentomilalire. Ha risolto i problemi della sua vita. Gli viene voglia di gridare dalla gioia ma strozza l’urlo in gola. Mette il rotolo di banconote in tasca, si accerta che nessuno degli inquilini sia in giro per le scale, toglie il chiavistello e sguscia via nella notte.
- Compà, fammi un cappuccino e dammi pure una pasta che ho fame! – dice al cameriere del bar Gatto Nero, tirando fuori dalla tasca il rotolo di banconote – anzi, visto che ci siamo dammi pure cinque sigarette e un pacco di fiammiferi.
- Sarachiellu ha fatto soldi! – ironizza il cameriere, ignaro dell’accaduto, chiamando il giovane col suo soprannome.
- Vedi di muoverti che ho fame! – taglia corto Sarachiello mentre fuma nervosamente una sigaretta dietro l’altra. Poi, una volta che ha finito di mangiare e fumare, saluta e se ne va a dormire nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, ma prima si ferma al bar dell’Hotel Excelsior. Sono ormai le 5 del mattino e tra poco la città comincerà ad animarsi.
Gli inquilini del palazzo al numero 7 di Piazza Ferrovia non sono mattinieri. Non è mattiniero nemmeno il ciabattino che ha la bottega nell’androne, lui apre alle 8,00.
La mattina del 16 aprile 1952 piove. L’agente di polizia Giuseppe Forte scende dal treno alle 7,15 e deve aspettare almeno un quarto d’ora prima di prendere l’autobus che lo porterà in Questura. Decide di ingannare l’attesa riparandosi sotto il balcone del numero 7. Dopo un po’ arriva una donna con una pesante valigia e il poliziotto, per farla riparare, apre il portone che è socchiuso. Entra e vede per terra il vecchio agonizzante. Non perde tempo. Si precipita nell’ufficio del Capo Stazione e chiama rinforzi. Chiama anche un’ambulanza e intanto annota sul suo taccuino la scena del delitto.
Il vecchio ha la testa rivolta verso l’ingresso e i piedi che quasi toccano il primo gradino delle scale. Il viso è completamente sfigurato e pieno di sangue. Ha i calzoni calati sui piedi e le gambe nude. Tutte le tasche sono rivoltate.
Quando arrivano i suoi colleghi rimangono esterrefatti. Chi e perché può avere ridotto in quel modo un povero, vecchio mendicante? Brancolano nel buio e fermano complessivamente una trentina di persone che dovranno rilasciare nel giro di qualche ora.
Nel frattempo, Pietro Frangella muore.
Con più calma, vengono interrogati tutti gli inquilini dello stabile e si scopre che nell’androne, oltre al vecchio, erano soliti dormire alcuni facchini e, tra questi, i più assidui sono certi Sarachiellu e ‘U ruglianise.
‘U ruglianise, Gerardo Garofalo, era stato già fermato e interrogato ma ha dimostrato la propria estraneità ai fatti.
Di Sarachiellu, Italo Corno, non c’è traccia.
Uno degli ultimi a essere rilasciato è un certo Salvatore Falace fu Ulisse, il quale dichiara che la sera del 15 aprile, verso le 21,00, ha visto Italo Corno insieme a un certo Roberto Tuscolano. Lo vanno a prendere e lui dichiara che, si, la sera del 15, verso le 20,30, è stato in compagnia di Sarachiellu nella cantina di Vincenzo Filice in via S. Lucia, dove avevano incontrato un certo Francesco Marino e lo avevano pregato di offrirgli mezzo litro di vino perché erano senza soldi. Poi avevano fatto una passeggiata fino a Piazza Campanella e qui si erano divisi. Lui se ne era tornato a casa ma non sapeva dove fosse andato Italo Corno.
Per tutto il giorno le ricerche di Sarachiellu non danno esito ma, verso le 7 di sera, una pattuglia lo intravede in una cantina di via Milano e lo ferma.
- Marescià, come ve lo debbo dire? Ieri sera sono stato con Francesco Marino nella cantina di Filice a Santa Lucia e poi l’ho accompagnato a Piazza Campanella. Lui se n’è andato a casa e io mi sono andato a coricare nella sala d’aspetto della stazione. Lì c’era un giovanotto che dormiva già. Stamattina, quando sono uscito dalla sala per andare a lavarmi la faccia alla fontana, il ragazzo dormiva ancora ma quando sono tornato non c’era più. È inutile che continuate a chiedermi come si chiama perché non lo conosco.
- Ma tu in quel cazzo di portone ci hai mai dormito?
- Si, qualche volta e c’era anche il vecchio, ma non sono stato io, ve lo giuro!
Le ore passano e sembra che non si riesca a trovare niente di concreto a carico di Sarachiellu, poi si presenta in Questura  Antonino Ruocco, il gestore del bar Gatto Nero, che racconta della consumazione notturna di Italo Corno e, soprattutto, racconta di avergli visto in mano il rotolo di banconote.
- Sono venuto adesso perché non sapevo niente di quello che è successo… verso metà mattina mi è preso il sonno… mi sono svegliato poco fa e…
Adesso il quadro è più preciso: come mai Sarachiello alle 20,30 prega un suo amico di offrirgli da bere perché è senza soldi mentre alle 3 di notte è pieno di soldi? È chiaro, l’autore della rapina finita in tragedia è lui.
Lo arrestano e lo perquisiscono a fondo; perquisiscono anche i posti e le persone che solitamente frequenta ma il malloppo non si trova e lui, forte di questo, continua a dichiararsi innocente.  Poi, forse dopo che vola qualche ceffone, confessa solo di aver colpito con una pietra il vecchio ma nega di avergli preso i soldi. Anzi, il movente dell’aggressione non sarebbero i soldi ma uno scatto d’ira perché il vecchio gli avrebbe negato un fiammifero.
Ovviamente non gli credono perché ci sono troppi testimoni che giurano di averlo visto con un mucchio di banconote e, alla fine, cede e confessa tutto.
Ma non finisce qui. Una volta che in città si sparge la voce che Sarachiello ha confessato, si presenta in Questura un certo Stanislao Leale (lo abbiamo già conosciuto nella storia Rossetto e saponette), facchino quasi sessantenne, che dichiara di essere stato aggredito a scopo di rapina da Sarachiello. La cosa curiosa è che i fatti si sarebbero svolti un anno e mezzo prima, a dicembre del 1950.
Il 22 dicembre Leale riscuote la pensione di novemiladuecentoquarantotto lire e, mentre torna a casa, incontra Sarachiello,  i due si conoscono da tempo, e gli offre da bere. Poi, insieme, vanno a casa di Leale per lasciare i soldi alla sua convivente.
- Adesso si che sei a posto! I soldi li hai messi proprio in buone mani, quella te li scialacqua tutti! – lo rimprovera Sarachiello.
- Dici? Glieli do sempre e non mi sembra che siano mancati soldi – risponde Leale.
- Stammi a sentire, quella se li gioca, lo sanno tutti… – insinua.
Leale si fa convincere, riprende i soldi e con l’amico va a bere facendo il giro dei bar. Ormai è notte inoltrata quando Sarachiello chiede all’amico di pagargli un caffè.
- A quest’ora i bar sono tutti chiusi, domani te lo pago.
- Hanno aperto un bar a Casali, davanti alla stazione, che sta aperto quasi tutta la notte, dai andiamo.
Anche questa volta Leale si lascia convincere e si avviano verso il posto indicato, ma, giunti nello spiazzale della stazione, non c’è nessun bar.
- Forse è un po’ più avanti… dopo il passaggio a livello, andiamo – insiste Sarachiello.
- No. Io mi volto e vado a casa – Leale rifiuta categoricamente, cominciando a sospettare che Corno lo volesse portare fuori dall’abitato per rapinarlo.
Fatti un centinaio di metri, sotto il ponte della ferrovia, proprio nella curva dove si apre la scalinata che conduce all’Ara dei fratelli Bandiera, Sarachiello aggredisce l’amico tempestandolo di colpi con i pugni armati da grosse pietre.
- Aiuto! Aiuto! – urla Leale, riuscendo a liberarsi dalla morsa dell’aggressore, il quale cerca di scaraventarlo giù per la gradinata. Ma il vecchio corre verso un uomo che sta andando nella loro direzione e che gli offre protezione.
- Se mi denunzi e mi arrestano, quando esco dove ti trovo ti ammazzo – gli urla dietro Sarachiello lanciandogli i sassi che ha in mano.
Alla Questura fanno indagini e trovano tutti i riscontri necessari per avvalorare la denuncia di Leale. Ma perché ha aspettato tanto tempo?
- Io non ho denunziato Corno – sostiene Leale – perché ero convinto che lui era capace di ammazzarmi veramente e perciò non ho voluto nemmeno presentare querela per lesioni, sebbene gli agenti della Questura me lo avessero consigliato. Ora mi sono deciso a parlare perché non ho più paura di Sarachiello visto che è in galera per rapina e omicidio e spero di non vederlo mai più finchè campo! Forse se non fossi riuscito a liberarmi, quella sera avrei fatto la stessa fine di quel povero vecchio.
Stanislao Leale ha visto giusto: non vedrà più Italo Corno, Sarachiello, condannato a 27 anni di reclusione per omicidio volontario e rapina. [1]


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 27 luglio 2015

PER UN PUGNO DI GHIANDE




- Vado a fare due ghiande – dice Lucrezia Riente, settantacinquenne contadina di Belvedere Marittimo, al figlio Filippo. È il 28 novembre 1922 e il sole è appena spuntato.
- Ma non devi andare in paese a portare la verdura al padrone? – le risponde.
- Si ma vado alle querce qui sopra e ci metto poco. Quando torno prendo la sporta e vado in paese.
Così Lucrezia si dirige verso le querce del bosco in contrada Acqua della Vena, di proprietà del signor Carlo De Paola, e Filippo va a zappare nel terreno che la sua famiglia ha a mezzadria. Passa un’ora e Lucrezia non torna. Anna, sua nuora, comincia a preoccuparsi e, temendo che possa esserle accaduto qualcosa, va a cercarla nel bosco. La chiama urlando a squarciagola, guarda nei dirupi che si aprono accanto al viottolo che bisogna percorrere per arrivare alle querce, ma niente. Sembra essersi volatilizzata.
Attraversata una piccola radura, entra nel bosco che in quel posto è fatto da castagni e quercioli e subito il suo sguardo è attratto da una macchia gialla accanto ad un castagno. Si avvicina e si accorge che si tratta del fazzoletto di sua suocera. Sta per essere presa dal panico. È sicura che l’anziana si è sentita male ed è svenuta da qualche parte lì intorno. Urla ma nessuno risponde. Controlla ogni palmo di terreno, poi sotto un cumulo di foglie ai piedi di un grosso castagno fa l’amara scoperta: Lucrezia, in posizione supina, giace a terra immobile.
Anna le si lancia addosso e toglie le foglie che la ricoprono ma ha un moto di ribrezzo. Deve scostarsi dal corpo mentre dei violenti conati di vomito la scuotono. La povera donna ha il cranio fracassato e il cervello sparso tutt’intorno.
Ripresasi, corre verso casa e chiede a una vicina di andare subito ad avvisare il marito perché è successa una disgrazia alla madre che è caduta e si è fracassata la testa, poi torna a casa e si mette a sbrigare delle faccende. I militari, giunti sul posto, non possono far altro che constatare le orribili condizioni del cadavere e annotare che a circa mezzo metro dal corpo ci sono sei grossi sassi coperti di sangue e materia cerebrale e, a circa cinque metri, altri cinque sassi anch’essi intrisi di sangue. C’è anche un ramo di castagno, segato dal tronco, sporco di sangue e, guardandolo con più attenzione, i carabinieri si accorgono che ci sono attaccati anche dei capelli. Questo particolare fa escludere categoricamente l’ipotesi di una caduta accidentale, ma la cosa che non quadra è che non ci sono segni evidenti di colluttazione né nel posto dove giace il corpo, né per un raggio di una ventina di metri intorno ad esso, mentre l’autopsia effettuata immediatamente fornisce risultati opposti. Infatti il corpo è pieno di lividi e le mani presentano graffiature ed ecchimosi tipiche di chi cerca di parare i colpi che gli vengono inferti.
- Non è che tua madre ha litigato con qualcuno per le ghiande? – chiede il maresciallo al figlio della vittima.
- Non credo. Don Carlo De Paola aveva assegnato il raccolto delle ghiande a mia madre e nella nostra contrada nessun altro possiede maiali.
- Tua madre viveva in concubinato con un certo Giuseppe Liporace. Andavano d’accordo?
- Si, andavano d’accordo e poi Giuseppe era dal giorno prima al trappeto di Giuseppe Marino, non c’entra niente lui.
- E la moglie di Giuseppe? Avrebbe avuto buoni motivi per ammazzare tua madre… – lo incalza il maresciallo.
- Giuseppe e la moglie vivono separati da più di venticinque anni e lei e mia madre erano anche buone amiche. Credo che nemmeno questa sia la strada giusta…
- E tua moglie? Il suo comportamento è alquanto sospetto – insinua il maresciallo – secondo la vostra vicina, quando le ha detto che a tua madre era accaduta una disgrazia era del tutto normale, anzi quasi noncurante della tragedia. E poi perché non ha parlato con nessun altro dei vostri vicini? E perché non ha chiesto aiuto alla famiglia che abita poco distante dal posto dove ha trovato tua madre? Forse è coinvolta nell’omicidio… ecco la verità… io sono convinto che a uccidere tua madre sia stata una donna perché se fosse stato un uomo sarebbe stato certamente armato…
- Vi sbagliate… mia moglie tornò a casa per spegnere il fuoco ed evitare che le mie bambine non potessero caderci dentro. Poi sono passato io ed è venuta con me nel posto dove aveva trovato mia madre.
- Ma quando siamo arrivati noi non c’era! – obietta il maresciallo.
- Marescià, voi siete arrivati che era ora di mangiare e noi abbiamo figli piccoli… mia moglie è tornata a casa per farli mangiare… piuttosto, ora che ci penso, mi sono accorto che ci sono un paio di donne che parlando del fatto di mia madre si guardano sempre intorno come se non volessero farsi sentire…
- Dimmi i nomi che le interrogo – gli dice il maresciallo in tono perentorio.
- Rosa Ciponte e Anna Maria Impieri, suocera e nuora rispettivamente.
Interrogate, le due donne negano di sapere qualcosa intorno all’omicidio e Anna Maria Impieri aggiunge che quella mattina lei era uscita di casa verso le 6,30 insieme alla suocera e al cognato Ciriaco Diodato per pascolare delle vacche. Qualcosa però non quadra. Rosa Ciponte asserisce di essere andata a pascolare le vacche solo con il genero Ciriaco, senza nominare la nuora. Così il maresciallo decide di interrogare l’uomo e ottiene delle preziose informazioni:
- Non è vero che quella mattina con me e mia suocera ci fosse anche mia cognata Anna Maria. Lei è venuta al pascolo solo verso le undici e io non so a che ora fosse uscita quella mattina.
- Secondo te si è imbrogliata o ha mentito? – gli fa il maresciallo.
- Ha mentito e vi dico il motivo. Qualche sera fa, mentre mangiavamo, mio cognato Vincenzo Cairo se ne è uscito con questa espressione: “Eppure si sa chi l’ha uccisa…” all’inizio nessuno di noi gli ha dato retta perché mio cognato è un ragazzino, ma dopo un po’ abbiamo insistito e lui ci ha confessato che una mattina, andando a legna con Anna Maria, le fece una domanda a trabocchetto e lei gli confessò di avere ucciso Lucrezia Riente ma di non sapere perché lo aveva fatto, pregandolo di non farne parola con nessuno ché gli avrebbe comprato un vestito nuovo e altre cose.
- E perché te lo sei tenuto per te? Dovrei arrestarti per questo – urla il maresciallo battendo violentemente il palmo della mano sulla scrivania.
- Ma io l’ho detto al figlio della vittima… pensavo che ve lo avesse riferito lui… io che c’entro?
Il maresciallo lo lascia andare e manda a prendere il ragazzino per torchiarlo ben bene.
- Marescià, l’ho fregata… una mattina che andavamo a legna, le ho chiesto “Sei Stata tu ad ammazzare Lucrezia?” e lei mi ha risposto “E come hai fatto a vedermi?” mi ha risposto lei. e io ho continuato “Ti ho vista da un posto da dove potevo vedere tutto…”. Lei si è fermata, ha guardato il cielo e mi ha detto “Ah! Mi ha accecato il diavolo… ma tu non parlare ché ti farò un abito nuovo e ti darò qualche altra cosa…” io ho cercato di farle dire qualche particolare ma lei ha cominciato a negare tutto. L’altra mattina, poi, mi ha detto “Quando ti chiamerà il maresciallo dovrai dirgli che quella mattina io ero andata a far pascolare gli animali…”
Anna Maria, interrogata di nuovo, cambia la sua versione dei fatti. Ammette di non essere andata con la suocera e il cognato a far pascolare le vacche e sostiene di essere andata a raccogliere arbusti di granone e di non aver mai confessato al giovane Vincenzo di aver ucciso Lucrezia Riente né, tantomeno, di averlo realmente fatto e sostiene che il ragazzo è mezzo scemo e non sa quello che dice.
Ma gli indizi cominciano a farsi pesanti e il Pretore di Belvedere firma il mandato di cattura contro la donna che viene subito arrestata.
La difesa di Anna Maria viene affidata all’avvocato Stanislao Amato di Cosenza il quale insiste molto sul fatto che Vincenzo è un ragazzo che per gravi malattie sofferte è in condizioni mentali da meritare scarso credito, di temperamento bizzarro e stravagante ed è discolo. Inoltre, non vede di buon occhio la cognata con la quale litiga spesso per futili motivi.
Vengono, per questo, ordinate nuove indagini e i carabinieri torchiano di nuovo il ragazzo che cambia versione:
- Una mattina sono andato a casa di Anna Cairo, la nuora della morta, per farmi dare delle arance e lei mi disse che non dovevo aiutare mia cognata Anna Maria e che se così avessi fatto suo marito mi avrebbe fatto un regalo, altrimenti mi avrebbe fatto andare in galera. Io ho avuto paura di essere carcerato… ricordo che la mattina del delitto io stavo cercando una pecora smarrita e sono andato in quel bosco. Ho sentito un lamento e ho visto una donna che aveva un fazzoletto bianco in testa prendere delle pietre e lanciarle per terra
Il maresciallo interroga di nuovo la vicina di casa della vittima, Concetta Cairo, che fu la prima a essere avvisata della disgrazia:
- la notte successiva all’omicidio mi venne a trovare il figlio della povera Lucrezia e mi disse: “Devi dire che stamattina mia moglie, quando andò nel bosco e trovò mamma morta, venne a chiamarti… devi dire così se no è rovinata!”. Io gli promisi che così avrei fatto ma ho cominciato a pensare che la moglie di Filippo avesse ucciso la suocera perché, ragionandoci sopra, quando andò nel bosco per cercarla anziché percorrere un agevole viottolo che dalla loro casa conduce sul luogo dove fu rinvenuta Lucrezia, passò da un altro viottolo che attraversa una macchia di vegetazione fittissima, andando direttamente all’albero dove c’era il cadavere. Perché?
“Già, perché?” Si chiede il maresciallo, il quale ha anche un altro perché da chiarire. Come mai la nuora della vittima ha sempre negato di sapere se qualcuno avesse rubato delle ghiande e invece dopo l’arresto di Anna Maria Impieri improvvisamente ricorda che la suocera si era lamentata di aver sorpreso due o tre volte la donna a rubare ghiande?
- Non ci ho pensato… me ne sarò dimenticata date le circostanze… e sono passata in mezzo al bosco perché l’altro viottolo non è nella proprietà del mio padrone… – si difende Anna Cairo.
Ma il maresciallo è sempre più convinto della sua colpevolezza e, di contro, dell’innocenza di Anna Maria Impieri. Ma deve trovare dei riscontri. Chiama di nuovo il figlio della vittima che gli racconta:
- È vero che ho chiesto a Concetta di dire che mia moglie era andata a chiamarla, ma in quei momenti non sapevo cosa fare, cosa pensare… ho ricevuto anche una specie di minaccia da parte di Ciriaco Diodato il quale in presenza di varie persone mi disse: “Bada Filippo di non cercare di aiutare Anna Maria perché altrimenti non ti parlo più”.
- Bene! E perché non lo hai detto le volte che ti ho interrogato? – lo rimprovera il maresciallo
- Me ne sono scordato…
- E che mi dici del terreno di proprietà della tua famiglia? – Lo incalza il maresciallo
- Mia madre era usufruttuaria. La quota maggiore, pari al valore di cinquecento lire, è di mia proprietà e quella minore, di duecentocinquanta lire, è di mio fratello emigrato in America.
“Questo potrebbe essere il movente” pensa il maresciallo che, intanto chiama di nuovo Vincenzino e, invece di trovare conferme, riceve una nuova ritrattazione: per lui la colpevole è la cognata Anna Maria Impieri.
Un vero guazzabuglio in un posto in cui tutti sono più o meno parenti, sanno tutto di tutti e per gelosie reciproche cercano di accusarsi l’un l’altro.
Passano quasi due anni prima che le indagini si concludano con la richiesta di rinvio a giudizio per Anna Maria Impieri. Il maresciallo si deve arrendere, contro la nuora della vittima non riesce a trovare niente di concreto.
Il sei marzo 1925 si apre il processo a suo carico e il giorno dopo Anna Maria Impieri viene assolta per non aver commesso il fatto.
Lucrezia Riente è stata orrendamente uccisa ma non sapremo mai da chi.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 26 luglio 2015

LE DUE SPROVVEDUTE

Gavio Franceschina fu Michele di anni 18 da Aprigliano, Lante Lina di ignoti, di anni 16 da Cosenza. Queste due ragazze, nell’ottobre 1911, trovandosi a Cosenza, fecero conoscenza con un tal Rocco Scalzo, da poco tornato dall’America, il quale, narrando loro di lauti guadagni che si faceva in America, le convinse a partire e andarlo a raggiungere. Lo Scalzo partì lasciando alle due ragazze i biglietti pagati e 150 lire per ognuna. Una settimana appresso la Gavio e la Lante, dichiarando che andavano a raggiungere un fratello, presero imbarco sul “Berlin” e il 17 gennaio 1912 sbarcarono a New York dove lo Scalzo era ad attenderle e le fece proseguire subito per Rochester N.Y. Quivi, le due ragazze furono rinchiuse in una casa dello Scalzo e perdettero libertà, pudore e onore insieme ad altre infelici che già là si trovavano.
Questa vita durò sei mesi e lo Scalzo era il loro carnefice, pronto alle sevizie più crudeli ad ogni minimo atto di ribellione, finchè la Lante riuscì a farne consapevole la polizia che arrestò lo Scalzo ed un suo complice, tale Spina Luigi, e fece rimpatriare le ragazze. 
Questo è il testo della lettera che il comandante del piroscafo “Prinzess Irene” fa recapitare, insieme alle due ragazze, alla Questura di Cosenza il 10 luglio 1912. Partono subito gli accertamenti e si scopre che alle due ragazze, attraverso i necessari nulla osta dei Sindaci interessati, nel mese di novembre 1911 vengono rilasciati regolari passaporti per l’America. Dal verbale del Consiglio di tutela del 2 dicembre risulta che tutore di Lina Lante sarebbe lo stesso Rocco Scalzo il quale dichiara di dover provvedere a condurre la ragazza dalla donna che l’ha avuta in affidamento fin dalla nascita, certa Maria Perri.
Ottenuti i passaporti, Scalzo (munito di passaporto statunitense) e le due ragazze partono per Napoli. La Questura tuttavia sospetta qualcosa e scopre che Maria Perri non è la donna alla quale fu affidata Lina Lante, quindi scrive immediatamente al Regio Ispettorato per l’Emigrazione denunciando la cosa con l’intento di bloccarne la partenza senza però ottenere risposta alcuna e le due si imbarcano tranquillamente per New York.
Adesso che sono tornate è il caso di ascoltare le ragazze per conoscere le loro versioni dei fatti.
- L’anno scorso, appena tornato dall’America, Rocco Scalzo cominciò a corteggiarmi con proposte di matrimonio – esordisce Franceschina Gavio – e io che sono orfana di madre e di padre, per uscire dalla mia miseria, accettai. Accettai anche di andare a vivere nella sua casa in paese e poi in una locanda a Cosenza, ma senza cedere mai alle sue proposte di essere posseduta da lui. Nella locanda, però, Scalzo, davanti al mio ennesimo rifiuto, mi tappò la bocca per non farmi gridare, mi buttò sul letto e mi violentò. Io rimasi incinta ma abortii quasi subito e scoprii anche che mi aveva mentito riguardo alla promessa di matrimonio perché era già sposato. Ma che potevo fare ormai? Ho pensato che sarebbe stato meglio andarmene lo stesso e cercare di trovare lavoro in America, dove ho vissuto con lui come marito e moglie.
Bene, sembra quasi che Franceschina sia stata rimpatriata per sbaglio. La Polizia, a questo punto, spera di avere qualche elemento in più da Lina Lante.
- Verso la fine dell’anno scorso Rocco Scalzo, che conoscevo perché frequentava una casa di fronte alla mia, mi indusse ad andare con lui in America, dicendomi che lì mi avrebbe fatto maritare. Così mi disse di andare con lui alla Prefettura per dire al Consiglio di tutela che volontariamente e col mio pieno consenso accettavo di andare in America per raggiungere una certa Maria Perri e suo figlio Luigi Spina dai quali ero stata chiamata. Mi disse anche di precisare che Maria Perri era la donna alla quale ero stata affidata dalla nascita e io accettai di mentire pur di partire. Con lui c’era Franceschina Gavio e a tutte e due ci disse che, una volta in America, ci avrebbe pensato lui a trovarci un marito. Scalzo pagò i biglietti per noi due e partimmo da Cosenza qualche giorno prima di Natale e nel treno Franceschina Gavio mi rivelò di essere l’amante di Scalzo. Ci imbarcammo a Napoli prima di capodanno e, prima di sbarcare, ci diede anche centocinquanta lire ciascuna perché le mostrassimo alle guardie di New York ma, una volta usciti dalla dogana le rivolle indietro. Mi fece prendere il treno per Rochester dicendomi che a quella stazione avrei trovato una persona di sua fiducia, mentre lui e Franceschina se ne andarono per conto loro. A Rochester trovai un certo Ettore Vetere di Aprigliano il quale mi accompagnò in una stanza ammobiliata dove abitava. Ettore mi disse subito di volermi sposare e siamo stati insieme una settimana a casa sua avendo numerosi rapporti sessuali. Poi arrivò Scalzo con Franceschina e pretese di portarmi con lui a casa sua. Qui mi accorsi subito che non era casa sua ma era un bordello. Chiuse lì dentro a fare le puttane c’erano Maria Bagnato, la moglie di Scalzo, e una certa Rosina Pisano. Ettore Vetere si precipitò in quella casa dicendo a Scalzo di lasciarmi in pace perché mi voleva sposare ma Scalzo gli rispose che prima di lasciarmi andare gli avrei dovuto fare guadagnare un sacco di soldi. Io non volevo, ma dopo minacce e botte dovetti cedere e lui incassava per intero i due dollari che i clienti pagavano per me. Credo che ha guadagnato su di me circa duemila dollari. Franceschina non si prostituiva come noi, Scalzo l’aveva messa in un’altra casa a sua disposizione e vivevano come marito e moglie. Una sera ci fu un’irruzione della Polizia, ci arrestarono tutti e il bordello fu chiuso. Quella sera, con noi c’era pure quel certo Luigi Spina che io avevo dovuto nominare alla Prefettura e fu arrestato anche lui. Al processo Scalzo fu condannato a quattro anni e quattro mesi e Spina a due anni, mentre io e Franceschina fummo rimpatriate.
Rochester
- Ma tu, prima di partire per l’America, avevi già… avevi già… conosciuto gli uomini? – le fa il Commissario con un certo imbarazzo.
- Si – ammette – e aggiungo che la mia madre adottiva, prima di morire tre o quattro anni fa, fu condannata a due anni per lo sfruttamento della mia prostituzione.
Complimenti!
Lina nonostante tutto ha ancora un legittimo tutore, Emilio Cardillo, e la Polizia gli chiede se ha intenzione di sporgere querela contro Rocco Scalzo:
- Lei mi ha abbandonato per darsi alla prostituzione, poi se n’è andata in America e i nostri rapporti sono cessati. Non ha voluto più sapere niente di me e io non voglio più sapere niente di lei…
E Franceschina? Ha cambiato idea in merito alla querela?
- Confermo di non voler sporgere querela e, nello stesso tempo, rettifico le mie dichiarazioni fatte in precedenza: non è vero che Rocco Scalzo mi violentò. Io mi diedi a lui volontariamente visto che mi aveva proposto di sposarlo.
Sprovvedute?[1]


[1] ASCS, Processi Penali.