venerdì 30 ottobre 2015

SFIDA MORTALE





Il pomeriggio del giorno di San Giuseppe 1920, la cantina di Pasquale Santoro, a Fuscaldo, è piena. A un tavolo un gruppo di amici sta giocando al tocco a vino. Giuseppe Pastura, per quel giro, è il padrone e ha in mano l’ultimo bicchiere pieno che deve dare a qualcuno dei giocatori. È indeciso e temporeggia; gli altri, impazienti di cominciare un nuovo giro con una nuova bottiglia e un nuovo padrone, insistono perché si sbrighi ma lui non ne ha nessuna intenzione e continua a traccheggiare.
- E muoviti che non abbiamo tempo da perdere! – gli fa Giuseppe Maio, spalleggiato da suo cugino Pasquale
- Fatti i cazzi tuoi, ci posso stare anche fino a domani prima di invitare qualcuno! – gli risponde Pastura
- Sei proprio un cornuto di merda! – rincara la dose Maio, colpendolo sulla mano con la quale tiene il bicchiere, facendoglielo cadere.
Pastura fa per lanciarsi contro Maio il quale, a sua volta si lancia contro di lui. Per fortuna gli altri amici si mettono di mezzo e tutto finisce senza essere nemmeno iniziato. Il gioco continua e quando finisce, tutti tornano a casa un po’più che brilli, sorreggendosi a vicenda.
Quando la mattina dopo nella cantina si parla del fatto, la voce si sparge e i familiari di Salvatore Pastura non la prendono bene. la loro è una famiglia che non le manda a dire e Salvatore viene pesantemente redarguito dai suoi
- Sei una donnetta! Non ti ricordi quando abbiamo fatto la questione con i Barabba e li hanno dovuti togliere a spalla dalla nave? Ah! Ci dovevo essere io, gli avrei spezzato le gambe! – dice Rosa Mantuano, sua madre, mordendosi una mano.
- Ma che dovevo fare? I Maio erano tre e io ero da solo, mi dovevo fare spaccare il culo? – si giustifica il giovanotto.
Luigi Pastura, fratello di Giuseppe e figlio di Rosa, fa il macellaio ed è un tipo tranquillo. Ascolta tutta la discussione, poi decide di andare a parlare con i Maio per conoscere la versione dell’altra parte.
- Ma lasciassero perdere, eravamo tutti brilli e non è il caso di farne un dramma. Per noi non c’è stata offesa da nessuna parte, stai tranquillo compare Luigi e che stiano tranquilli anche tutti i tuoi familiari – lo tranquillizzano i Maio, suggellando la pace con una calorosa stretta di mano.
Ma se la pacifica stretta di mano vale per Luigi, per gli altri Pastura vale meno di zero. L’odio e il rancore verso i Maio montano in men che non si dica a livelli non più controllabili.
Il 21 marzo, alle cinque della sera, lungo la via principale del paese diversi gruppi di persone discorrono tra di loro. Accanto all’Antica Farmacia Garritani ci sono Pasquale Maio, suo cugino Salvatore, Ernesto Seta, uno dei pacificatori della questione del 19, e altri amici. Ernesto Seta si accorge che a qualche decina di metri da loro, proprio di fronte al negozio di Battista Cavaliere, i fratelli Antonio e Giuseppe Pastura stanno discutendo animatamente con il loro cugino Luigi. Temendo che stiano architettando qualcosa, lascia il gruppo di amici e si avvicina ai Pastura, giusto in tempo per ascoltare ciò che stanno dicendo
- Io me ne vado, a me non hanno fatto niente, stamattina hanno anche comprato la carne da me e per una cazzata non vale la pena perdere la loro stima e la loro amicizia – dice Luigi ai cugini
- Come? Te ne vai? Allora sei un cornuto che si porta a casa le corna dell’offesa! – lo rimprovera Antonio – devi rimanere perché li dobbiamo sfidare a duello, gli dobbiamo fare pagare lo schiaffo di venerdì!
Luigi scrolla le spalle e fa per andarsene quando il cugino Antonio gli molla uno schiaffo in faccia
- Vigliacco! Cornuto! Portati le corna a casa e tieniti le offese dei Maio! – gli ripete
Proprio in quel momento arrivano sul posto la madre, il padre e la sorella di Luigi. La madre è la più esagitata e comincia a sbraitare contro Pasquale Maio
- Cornuto! Vieni qui che mio figlio Luigi ti deve dire una parola… ti è andata bene venerdì che hai trovato Salvatore, ma se c’ero io… – urla rivolgendosi lo minaccia mordendosi la mano, poi continua – noi Pastura corna a casa non ne portiamo e le offese le laviamo subito! Venite qui che vi allarghiamo il buco del culo!
Luigi strattona la madre per farla calmare ma non c’è niente da fare, ormai è partita e nessuno la può fermare. I Maio, da parte loro, fanno finta di niente, girano le spalle alla donna e continuano tranquillamente a fumare i loro sigari. Intanto, dalla parte della strada dove sono fermi i due cugini Maio, stanno per arrivare altri loro parenti, prontamente avvisati che sta per nascere una questione.
- Se non vuoi andare tu con i tuoi cugini a difendere l’onore dei Pastura, ci vado io! – tuona Antonio, il padre di Luigi, incamminandosi in direzione degli avversari che adesso sono notevolmente cresciuti di numero. Luigi non sa più che fare. Guarda la madre che continua a urlare e inveire contro i Maio, guarda il padre e i cugini che vanno verso gli avversari con i coltelli spianati, guarda sua sorella che continua a urlargli nelle orecchie: “fatti onore, fatti onore!”. È confuso. Non vuole venire meno alla parola data ai Maio, ma non può permettere che il proprio padre vada a farsi massacrare al posto suo. Respira forte, cerca di trovare dentro di sé l’odio necessario per affrontare i Maio e nelle sue orecchie rimbombano confusamente le parole dei suoi familiari cornuto… fatti onore… vado io… vi rompiamo il culo… cornuto…cornuto…cornuto…
Le narici cominciano a dilatarsi e negli occhi appare una luce sinistra. Le sue mani si calano nelle tasche dei calzoni e ne escono armate di un coltello a scatto nella destra e di un punteruolo in quella sinistra; preme il pulsante e la lama luccica all’ultima luce del sole che è quasi sparito nel mare.
- Bravo! Così si fa! Vai e squartali – lo incita la madre
Luigi abbassa la testa come un toro che sta per caricare e si lancia verso i Maio, mentre dietro di lui la voce della sorella si alza ancora contro gli avversari
- Adesso vi facciamo a pezzi!
Luigi, con la mente in subbuglio, si carica sempre di più avendo nelle orecchie le urla della madre e della sorella che continuano ad aizzarlo. Nella sua corsa affianca il padre e lo spinge di lato, supera i cugini che lo guardano con stupefatta soddisfazione, supera tre traìni fermi sul bordo della strada provinciale e finalmente è davanti agli ormai odiati Maio, schierati in atteggiamento difensivo tra la farmacia e la scuderia di Raffaele Battista.
- Datemi due minuti e faccio andare via i Maio – propone Ernesto Seta ai Pastura, i quali sembrano accettare ed Ernesto corre verso l’altro gruppo ma Luigi non sente la proposta di tregua e prosegue oltre.
Il primo che incontra è Pasquale Maio, il primo al quale ha stretto la mano in segno di pace.
Per qualche secondo sembra che tutto si sia calmato, sembre che sulla strada ci siano solo Pasquale e Luigi che si guardano. Anche Ernesto Seta che è lì accanto guarda Luigi negli occhi e i lampi di odio che che ne escono. Capisce che non c’è più niente da fare e, sconsolato, si mette da parte.
I due giovani continuano a guardarsi negli occhi mentre il braccio armato di Luigi si alza sopra la testa, pronto a colpire l’avversario. Pasquale non può credere a ciò che sta per accadere: quello che sta per colpirlo è proprio il suo amico e compare Luigi
- Compare Luigi, ma tu davvero fai? – gli dice, incredulo, mentre la lama cala fredda sul suo viso, squarciandoglielo. Luigi colpisce ancora. Al fianco questa volta, ma la coltellata, trapassati la giacca, il panciotto e la camicia, va a vuoto.  Poi i due si guardano di nuovo negli occhi. Adesso l’odio è nello sguardo di Pasquale che, tenendosi una mano premuta sul lungo taglio al viso, con l’altra estrae una rivoltella e fa fuoco due volte. Il primo colpo va a vuoto ma il secondo colpisce Luigi sotto la clavicola sinistra, recidendogli l’arteria succlavia e perforandogli il polmone.
Poi si scatena l’inferno. Da una parte i Maio, quasi tutti armati di rivoltella cominciano a far fuoco verso i Pastura che li stanno aggredendo armati di coltello. Delle persone estranee presenti alla battaglia, chi può scappa, chi non può cerca riparo dietro i traìni, nei negozi o nei portoni aperti. Da dentro le case, con cautela, si osserva il tutto e qualcuno conta più di una dozzina di colpi di rivoltella.
Intanto Luigi, dal dolore che avverte, capisce che non può più lottare e cerca di scappare verso casa ma Pasquale e suo padre Giuseppe lo inseguono con le armi in pugno, ma l’inseguimento non dura che una ventina di metri perché Luigi, stroncato dalla devastante emorragia, cade a terra morto accanto alla fontanina di via Linza. Dalle case vicine esce gente per soccorrerlo proprio mentre arrivano Pasquale Maio e suo padre, pronti a finirlo. Pasquale prende la mira ma il padre lo blocca
- Non vedi che è già morto? Scappa, mettiti in salvo! – e tutti e due tornano sui propri passi, rientrando a casa.
Davanti al negozio di Battista Cavaliere la battaglia non è ancora terminata quando arriva la notizia della morte di Luigi. Come d’incanto tutto finisce e la strada sembra inanimata e così la trovano i Carabinieri qualche minuto dopo. Ma alla loro rassicurante vista, molta gente esce dalle case e racconta, a seconda dei propri rapporti con le opposte fazioni, come sono andate le cose e i militi procedono subito ad arrestare tra i Maio e a finire in cella sono otto persone. Quasi tutti i Pastura si danno alla macchia e l’unico che potrebbe essere arrestato, Antonio Pastura, padre del morto, viene lasciato in libertà per mancanza di locale alle carceri ed anche per non tenerli uniti e far commettere altri disordini. Si contano anche quattro feriti da armi da taglio e un paio di teste rotte da bastonate.
Pasquale Maio è subito accusato di aver ucciso Luigi Pastura ma, nonostante lui ammetta la possibilità che il colpo mortale sia partito dalla sua rivoltella, non c’è nessuna certezza che le cose siano andate davvero così. La causa dell’incertezza è la grande contraddittorietà tra le numerose testimonianze che sono tutte discordanti l’una dall’altra su chi ha effettivamente usato le rivoltelle e chi e quando ha sparato. Non c’è nemmeno certezza sul numero e sui nomi di chi ha partecipato alla battaglia e così, da una parte e dall’altra, vengono indagate con diversi capi d’imputazione diciassette persone.
Un po’ di chiarezza si farà il 14 ottobre 1920 con la sentenza di rinvio a giudizio emessa dalla Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro quando, modificati i capi d’imputazione, usciranno definitivamente di scena nove imputati, restando Pasquale Maio di Giuseppe per il reato di omicidio volontario, Giuseppe, Salvatore e Pasquale (fu Giovanni) Maio per complicità in omicidio e Maria Rosa Mantuano (madre del morto), Antonio, Giuseppe e Angelo Maria Pastura per minacce.
Il 23 gennaio 1923 Pasquale Maio viene assolto dall’imputazione di omicidio volontario perché la giuria ritiene che abbia agito trovandosi in quel momento nella necessità di respingere da sé o da altri una violenza attuale ed ingiusta, ma lo condanna con gli altri Maio a due mesi e due giorni di arresto, nonché al pagamento di 207 lire ciascuno, per porto abusivo di arma da fuoco. I Pastura e Maria Rosa Mantuano sono assolti dal reato di minacce.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 28 ottobre 2015

LA GRAVIDANZA TROPPO LUNGA





Il 13 agosto 1952 alle sei e mezza di mattina Palma Chiappetta, quasi sessantenne, si mette in cammino dalla contrada Pazzuolo verso Falconara Albanese. Lungo la strada c’è la casa di sua figlia Maria e, come è solita fare, si ferma per salutarla. Nota subito che c’è qualcosa di strano alla porta di casa: un pezzo di corda tiene chiusi i due battenti dall’esterno:
- Marì… Maria! – la chiama più volte senza ottenere risposta. “dov’è andata che è incinta grossa e deve sgravare” pensa. Posa a terra la cesta che ha sulla testa e scioglie il nodo che serra la porta. Entra e chiama di nuovo mentre si inoltra nel corridoietto che conduce all’unica stanza della casa. Ancora silenzio. Per poco non le viene un colpo quando, entrata nella stanza, vede una mezza gamba di donna spuntare da dietro al letto. Si avvicina e non ha più dubbi. Sua figlia è morta! Urla per richiamare l’attenzione dei vicini che accorrono in men che non si dica e portano via Palma; qualcuno, pietosamente, stende un lenzuolo sul corpo mentre qualcun altro si precipita in paese ad avvertire le autorità.
In quegli stessi momenti un uomo bussa alla caserma dei carabinieri di San Lucido. Gli apre il vicebrigadiere Condipodero che lo riconosce:
- Amendola, di nuovo qui sei? – gli fa, quasi rimproverandolo.
- Fatemi entrare, vi devo dire una cosa grave – gli risponde con voce tremate e in evidente stato confusionale.
Raffaele Amendola è il marito di Maria Amendola, sua cugina di primo grado. I due si erano sposati il 27 ottobre 1951 e Raffaele, dopo appena due settimane, era partito per Roma dove, a Borghetto San Carlo nella zona de La Storta, aveva trovato lavoro come pecoraio, lasciando a casa la sposina.
Mio carissimo sposo ti facio questa cartolina per ti darvi lemie buone notizie la quale sono stata contenta dela lettera che miavete mantato duque caro sposo fami sapere perche nonmiai scrito cheio ti oscritto quatro volti e voi non miavete scritto mai voglio sapere perche che io sono dieci giorni che mistano dolento i ganghi che sto incinto penza che io non mila poso ire acaciare perche non tengo soldi che sono stata dove Luigi Vomaro e non milavoluta caciare che era guasta e a detto che la di caciare indando io non ciposo antare sevoi mi potete mantare uppo di soldi io non come fare che son senza soldi duque caro sposo niente altro dadire ti saluto e ti bacio e sono la tua sposa Maria ciao
P.R.N. Te buone notizie
Raffaele, appresa la bella notizia che Maria era incinta, cominciò subito a farsi i conti sulla data del parto in modo da chiedere al padrone di lasciarlo libero per assisterla. “L’ultima volta che l’ho toccata è stato a fine ottobre” pensa “Uhm… nove mesi sono a fine luglio… chiederò al padrone tutto agosto…”.
Ma arrivarono anche notizie poco rassicuranti sull’onestà della moglie: aveva invitato a casa il proprio fratello e due vicini di casa per ballare al suono di una fisarmonica! Lui non ci badò molto, sapeva che Maria era una ragazza di carattere allegro e sincero. Piuttosto, le dicerie gli fecero aumentare l’ansia di rivedere la sua sposa e nel mese di maggio le fece un’improvvisata. Arrivò a casa di mattina presto e la trovò che dormiva nel letto matrimoniale con la sorella. “Alla faccia di chi ne pensa male” disse tra se e se.
- Marì, il primo agosto me ne torno di nuovo per assisterti quando partorisci e ci sto tutto il mese – le disse prima di ripartire.
- No! Torna verso il venti o il ventidue… – gli rispose.
Raffaele rifece i suoi conti e arrivò a dieci mesi. “E chi d’è, ‘na ciuccia?” si disse, perplesso “’Un sa cuntari…”.
25-5-52
Carissima sposa ti scrivo questa cartolina per tifare sapere lemie buone notizie ti facio sapere che o fatto un filici viagio e a pena che sono a rivato misono messo subito a lavorare finisco coi piu cari salute ti saluto e tibacio e sono il tuo sposo Raffaele ciao
Così le scrisse[1]. E, come aveva già deciso, tornò a casa alla fine di luglio e, come la volta precedente, la trovò che dormiva nel letto con la sorella.

- Ho strangolato mia moglie perché lei insieme a due individui sconosciuti mi ha aggredito nel sonno per ammazzarmi. Io ho reagito e i due sconosciuti sono scappati… c’era solo lei lì e…
- Ma perché tua moglie avrebbe dovuto aggredirti insieme a due uomini? Non avevate chiarito tutto due giorni fa? – gli chiede sospettoso il vicebrigadiere, dal momento che due giorni prima, davanti a lui, in quella caserma, Maria aveva chiarito al marito i dubbi circa la durata della gravidanza che secondo Raffaele sarebbe dovuta terminare tra la fine di luglio e i primi di agosto, mentre secondo Maria il parto sarebbe avvenuto intorno al 20 agosto, spostando l’ultimo amplesso immediatamente prima della partenza per Roma.
In verità a Raffaele il dubbio sulla fedeltà della moglie l’aveva instillato una vecchia zia della propria madre, la quale si era detta sicura che il parto sarebbe avvenuto addirittura a metà settembre e quindi sarebbe stato sicuramente un figlio adulterino. Un vero guazzabuglio dal quale i coniugi uscirono, come abbiamo visto, con l’accordo trovato davanti al vicebrigadiere Condipodero, che se entro il mese di agosto Maria non avesse partorito, Raffaele avrebbe chiesto la separazione per il tradimento subito.
Ma adesso le cose sono radicalmente cambiate. C’è un cadavere e c’è un reo confesso. Raffaele viene chiuso in camera di sicurezza e i carabinieri vanno in contrada Pazzuolo a fare un sopralluogo.
Il cadavere di Maria è pieno di escoriazioni e contusioni. La testa, completamente tumefatta, cianotica e imbrattata di sangue raggrumato, è poggiata su di un cuscino senza federa. La camicetta bianca a fiorellini colorati è sollevata fino a lasciare nudo il seno sinistro. La sottana nera di cotone è sollevata fino a lasciare scoperte entrambe le gambe, una delle quali è distesa e l’altra piegata. Ogni zona scoperta del corpo è costellata di ecchimosi, tutti gli indumenti presentano tracce di sangue e sono strappati in più punti. Due lunghi segni bluastri sul collo indicano chiaramente che è stata strangolata.
Accanto al corpo c’è un comodino con un lume a olio e per terra molti fiammiferi consumati. Il letto è normalmente disfatto e tutto il resto dell’arredamento è in perfetto ordine. Non c’è alcun segno che in quella stanza ci sia stata una colluttazione tra quattro persone, come afferma Raffaele.
- Amendola, racconta per bene che cosa è successo perché finora hai detto solo fesserie e non fai altro che peggiorare la tua situazione – gli intima, incazzato, il maresciallo Scopelliti.
- Dopo due giorni dal mio ritorno – attacca Raffaele – una zia di mia madre mi chiese se conoscessi la data del parto di mia moglie. Io le risposi che sarebbe avvenuto verso il venti o ventidue agosto e mia zia mi disse queste testuali parole: “Non è vero che tua moglie sgraverà per quella data perché lei stessa mi ha detto che il parto avverrà soltanto dopo il dieci settembre e non prima e ti raccomando di non dire niente a lei di quello che ti ho riferito”. Appena ho saputo questa cosa, ho cominciato a dubitare dell’onestà di mia moglie ma non le feci capire che avevo dei dubbi su di lei e mi limitai a dirle che secondo me avrebbe dovuto partorire nei primi giorni di agosto e lei mi ha detto che sono uno stupido e un ignorante. La mattina del dieci agosto, poi, siccome dovevo pagare dei debiti fatti da mia moglie per comprare della roba da mangiare, ho venduto per seimila lire un maialino al mio vicino Nicola Pagnotta. Quando quella sera sono tornato a casa lei mi ha detto che sono un cretino e uno stupido perché ho avuto fretta di vendere il maiale per quella somma, mentre a Pagnotta gli avevano offerto novemila lire. Io sono andato a casa di Pagnotta e lui mi ha detto che mia moglie si sbagliava perché non era vero che gli avessero offerto novemila lire. Quando sono tornato, mia moglie si era chiusa in casa e non voleva più farmi entrare e si è decisa ad aprirmi solo quando è intervenuto Nicola Pagnotta che mi ha fatto promettere che non l’avrei picchiata. Visto che mia moglie non aveva più rispetto per me, la mattina dopo ho deciso di venire in caserma per consigliarmi sul da farsi. Voi – continua rivolgendosi al vicebrigadiere Condipodero – mi avete consigliato di farmi trovare a Falconara quel pomeriggio dicendomi che le avreste parlato ma lei non è voluta venire con me e voi l’avete convocata per la mattina successiva, cioè ieri, in caserma. Qui ci avete riappacificati in attesa del parto e noi ce ne siamo tornati a casa, poi sono andato in paese e ho raccontato tutto a mia madre e mio padre i quali mi consigliarono di lasciarla e di andarmene a Roma ma io risposi che non avrei abbandonato mia moglie se non fossi stato sicuro del suo tradimento. Quando sono tornato a casa lei non c’era ma davanti la porta c’era Nicola Pagnotta il quale mi disse che Maria era andata dalla madre a prendere dei semi di erba da prato. Mandai un figlio di Pagnotta a chiamarla e lei tornò con i semi, poi abbiamo mangiato un po’ di pane e un’insalata di pomodori e ci siamo seduti al fresco sul terrazzino di casa a parlare del più e del meno. Io le dissi che i miei genitori mi avevano consigliato di lasciarla e andarmene a Roma e lei mi rispose: “Fa cumu vù!”. Io sono andato a letto e mi sono addormentato subito; mia moglie è rimasta a prendere il fresco e non mi sono accorto quando si è coricata. Saranno state le due quando mi ha svegliato. Era nervosa e ha ripreso il discorso interrotto sul terrazzino: “Beh, se tu vuoi partire per Roma, parti pure che a me non interessa, né mi preoccupo se tu non mi vuoi mandare più soldi perché io so come sbrigarmela!”. Io le ho risposto che non volevo assolutamente ripartire senza prima averla assistita e senza prima avere provveduto ai lavori in campagna e al raccolto della frutta. La discussione si è animata e lei ha cominciato a insultarmi e le ho dato uno schiaffo sperando di farla stare zitta ma ho ottenuto l’effetto contrario: ha cominciato a prendermi a pugni e schiaffi e a un certo punto, ovviamente tutto si stava svolgendo al buio, lei è riuscita a darmi un morso alla mano destra facendomi molto male. La rabbia per quella mancanza di rispetto mi ha fatto perdere i lumi della ragione: l’ho tirata giù dal letto e le ho dato una scarica di calci e pugni, poi quando è caduta per terra le sono salito sul petto con un ginocchio, l’ho presa per la gola e ho stretto forte con tutte e due le mani fino a che non l’ho sentita più muoversi. Ho cercato i fiammiferi e ne ho accesi parecchi per trovare i miei vestiti e nei momenti di luce ho constatato che era morta. Mi sono vestito e sono uscito lasciandola a terra, poi ho chiuso la porta di fuori, l’ho legata con un pezzo di spago e sono venuto a costituirmi. Mentre camminavo mi facevano male le gambe e mi sono accorto che sono piene di lividi e sicuramente mi sono fatto male da solo quando le tiravo i calci e anche la slogatura al polso me la sarò procurato da solo per la violenza con la quale le tiravo i pugni… questo è tutto…
- Perché hai detto di essere stato aggredito? E perché le hai messo il cuscino sotto la testa? – lo incalza il maresciallo.
- Marescià… non lo so perché l’ho detto… direi comunque una bugia. La verità è quella che vi ho appena raccontato e non so niente di questo cuscino. Io l’ho lasciata a terra…
La ricostruzione dei fatti raccontata da Raffaele viene smentita dall’autopsia che chiarisce le dinamiche dell’aggressione: “ (…) la vittima fu colpita selvaggiamente da calci e pugni, poscia sbattuta violentemente con l’occipite contro il pavimento o contro altro corpo duro e solo dopo alcune ore, mentre essa giaceva incosciente ed in stato comatoso per le lesioni cerebrali riportate, venne strangolata”. E l’esserino che Maria portava in grembo? Chiariscono i medici autoptici: “Abbiamo estratto dall’utero un feto le cui dimensioni (49 cm di lunghezza e 3,100 kg di peso nda) e la cui maturità hanno manifestato essere a termine. Infatti si trattava di un feto di sesso maschile giunto al nono mese compiuto di gestazione. Quindi nel momento in cui la vittima fu uccisa era incinta e portava nel suo grembo un feto giunto al nono mese compiuto di gestazione e prossimo ad essere partorito”.
Raffaele viene rinviato a giudizio per il delitto di omicidio aggravato in persona della propria moglie. Il bambino che stava per nascere non conta.
Il 26 novembre 1953 comincia il processo che viene subito rinviato al 21 dicembre a causa dello sciopero degli avvocati.
Durante il dibattimento Raffaele modifica la sua prima dichiarazione per cercare di alleggerire la sua posizione:
- Allorchè scesi dal letto per vestirmi ed uscire e sottrarmi così alle invettive di mia moglie, venni improvvisamente investito da lei nel buio. Mia moglie mi afferrò per il collo, io cercai di difendermi ed a mia volta afferrai lei per il collo; in questo mentre le caddi addosso. Soprattutto io ho cercato di difendermi e solo a questo scopo cercai di stringerla e così ella cadde violentemente per terra e credo che sia morta o per la caduta o per qualche violenza da me usatale senza intenzione di volerla uccidere.
Il processo dura un solo giorno e il Pubblico Ministero chiede la condanna a 18 anni di reclusione con la concessione delle attenuanti generiche, mentre l’avvocato Fagiani chiede che il reato sia derubricato a omicidio preterintenzionale con la concessione delle attenuanti generiche, della provocazione e dei motivi di particolare valore morale e quindi condannato al minimo della pena.
La Corte lo condanna a 15 anni di reclusione, alla interdizione legale, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, al pagamento delle spese e al pagamento del suo mantenimento in carcere per omicidio volontario, rilevando che “se alla base del gesto improvviso, impetuoso dell’Amendola non può porsi un fatto provocatorio obiettivo, certo e serio che possa far considerare che egli agì in stato d’ira, deve anche ammettersi che i motivi del dramma sono da riferirsi agli inconsiderati atteggiamenti di essa Maria che, se anche monda di ogni peccato, nulla fece – sospinta dal suo temperamento esuberante ed allegro – per evitare che le dicerie a suo carico prendessero consistenza, tanto più conoscendo il carattere del marito esageratamente geloso; che, anzi, si ha la prova che ella, sebbene ammonita dagli stessi suoi genitori mai se ne preoccupò, superando con disinvoltura la maldicenza che andava sempre più aggravandosi in danno della sua persona mentre il marito, peraltro, era assente dalla casa coniugale (…) La spinta criminosa, adunque, si riallaccia a motivi moralmente e socialmente apprezzabili in quanto approvati dalla coscienza etica del popolo in rapporto anche alle concezioni dominanti in un determinato ambiente (…)”.
Non una parola per il bambino.
Il 12 dicembre 1955 la Corte d’Appello riduce la condanna a 14 anni e dichiara applicabile il condono di tre anni in base alla legge N. 922 del 19 dicembre 1953. Non risultano ricorsi per Cassazione.
Non una parola per il bambino.[2]


[1] E’ interessante leggere ciò che Luigi, colui che si incarica di scrivere le lettere per conto di Raffaele, scrive a un suo cugino sul retro della cartolina che abbiamo appena letto: caro cugino Raffaele tiscrivo questi due righe dicarta per tifare sapere lemie buone notizie e dunque caro cugino io tidico vieni a Romo che adesso a quarsiasi parti trove illavoro poi vinuto chesei ci penzo io per tifalavorare le zabogne (…)
[2] ASCS, Processi Penali.

lunedì 26 ottobre 2015

ALLAMERICA





La ragazza, Maria Giuseppa Rizzo di sedici anni, percorre i vicoli di Santa Domenica Talao battuti dalla tramontana mattutina tenendosi stretto lo scialle intorno alla testa con una mano e la gonna abbassata con l’altra. Si ferma davanti alla casa di suo zio materno Gaetano Maione che l’ha mandata a chiamare. Sale i due gradini che servono per arrivare al portone e picchia il battente di ferro finché la voce irritata dello zio non la avvisa che sta andando ad aprire.
- Finalmente… brrrrr… si congela! – gli dice sorridendo – eccomi qua, che ti serve che mi hai fatto venire con tutta questa fretta?
- Aspetta… andiamo là dentro che ti faccio vedere…
- Zia Antonietta e i cuginetti non ci sono?
- No… sono andati dalla nonna… vieni… – le dice facendole strada verso lo stanzino senza finestre dove dormono i bambini
- E mò? – gli fa quando lo zio, fattala entrare, si ferma sull’uscio – che mi devi fare vedere?
- Ecco… io… – comincia a dire Gaetano avvicinandosi alla nipote – io ho bisogno…
- Bisogno? E di cosa?
Lui le sorride, le accarezza il viso, poi si sbottona i pantaloni e tira fuori il suo membro eccitato. Maria è sconvolta, atterrita dalla vista di quell’orrendo grosso pezzo di carne dura e violacea.
Si, lei sapeva già dalle parole delle sue amiche sposate, ma la descrizione non corrispondeva a quello che sta vedendo o almeno non immaginava che potesse essere così terrificante. Quando lo zio comincia a spingerle la testa verso il basso oppone una istintiva resistenza.
- Apri la bocca – le dice con voce roca, ma più lui spinge la sua testa, più lei resiste senza tuttavia poter distogliere lo sguardo da quell’orrendo grosso pezzo di carne dura e violacea. Il collo le fa male, la testa comincia a girarle, sente che le forze le vengono meno e pian piano si affloscia come un sacco vuoto, svenuta.
Quando riprende i sensi si trova stesa sul letto, piena di dolori. Si rialza e, con grande sorpresa, vede la macchia di sangue sul materasso. Guarda lo zio attonita. Questi, seduto tranquillamente su una sedia fumando il suo sigaro, ha un’aria soddisfatta e le sorride. Poi Maria si guarda le gambe, in mezzo alle gambe. È sporca di sangue.
- Ma… che hai fatto? Che mi hai fatto? – gli dice tra le lacrime. Zio Gaetano si alza, le accarezza la testa poi, dopo aver buttato fuori il fumo, le parla
- Abbiamo fatto quello che fanno i maschi con le femmine, non te ne sei nemmeno accorta. Adesso bada a stare zitta se no ti ammazzo! Adesso vattene a casa e mosca – termina mettendosi l’indice sul naso.
E Maria, terrorizzata, così fa. Resta muta.
Dopo un mese nota sulle mutande delle strane macchie biancastre e le mestruazioni che le sarebbero dovute venire non arrivano. Ha paura. È disperata. L’unica soluzione che riesce a immaginare è quella di andare a parlare con lo zio.
- Stai tranquilla, è impossibile che tu sia incinta. Comunque, continua a stare zitta che qualunque cosa accada ci sono io… sai, tra poco parto allamerica e ti porto con me e lì staremo come marito e moglie, stai tranquilla, allamerica non ci conosce nessuno e nessuno sa niente! Tieni – continua – questo anello è per te come pegno mio… dammi la mano che te lo metto… queste duecento lire sono per il biglietto della nave dopo che sarò partito e questo è l’indirizzo dove dovrai venire… – termina mettendole in mano i biglietti di banca.
- Ma… da sola… che posso fare? – protesta con le lacrime agli occhi
- Quando sarà il momento… quando sarà il momento ti scriverò e tu prenderai la nave per venire allamerica. Mò basta che viene tua zia, vattene a casa e, mi raccomando, silenzio… – la congeda facendo il giro del collo con l’indice, a mimare uno sgozzamento.
Maria è confusa e terrorizzata allo stesso tempo. Ha altra scelta se non andarsene allamerica dallo ziostupratorefuturocomemarito? No, e così continua a stare zitta anche quando lo zio, senza dire niente ai parenti, parte allamerica.
“Adesso, da un momento all’altro arriva la lettera”, pensa, crede, spera.
Ma la lettera non arriva. Arriva invece il momento in cui la madre, come ogni madre, si accorge di quella che è la realtà e Maria le confessa tutto. La madre, per prendere tempo in quanto adesso è quasi impossibile che non se ne accorga anche il padre, inventa che Maria ha l’acqua nel ventre, così le ha detto comare Angelina che l’ha avuta pure lei.
Quando, il 17 ottobre 1920, il parto è ormai prossimo, Maria capisce che la lettera per partire allamerica non arriverà mai.
Tormenta tra le mani i biglietti di banca che le ha lasciato lo zio e l’inutile biglietto con l’indirizzo, guarda l’anello al dito. È disperata, così decide di rivelare tutto al padre, dopo che questi è tornato dal seggio per votare alle elezioni comunali.
- Svergognata! Disonorata! Prepara quattro cose che ti porto a sgravare a Messina, al mio paese, e poi il bastardo lo lasciamo in qualche istituto! – le dice freddamente mentre i segni degli schiaffi sul viso bruciano come sale sulle ferite.
Senza perdere tempo, il giorno dopo salgono sul treno diretto a Sud, ma a Paola sono costretti a scendere perché Maria ha le doglie. Il padre chiede in giro e gli indicano la casa di una levatrice, Annita Salvatore, e Maria fa appena in tempo a stendersi sul letto della donna che partorisce una bella bambina.
A casa della levatrice ci sta due giorni e una notte mentre il padre cerca inutilmente una sistemazione per la bambina, poi, pagate le centonovanta lire dell’onorario, decidono di tornarsene in paese e affrontare il giudizio della gente, così salgono sul primo treno disponibile.
Scendono alla stazione di Verbicaro che è ormai notte e si incamminano a piedi verso il paese. La strada è lunga e fa freddo, Maria è sfinita, la bambina piange, il padre bestemmia. Maria, mentre camminano, le da il seno e la bambina vi si attacca ma non succhia, però sembra calmarsi, non piange più, anzi sembra che non abbia nemmeno più fame, forse dorme. Ma Maria è preoccupata e la scuote. La bimba non si sveglia, è morta!
Maria e il padre si fermano sul limitare di un bosco. Lei, con le lacrime che le solcano il viso, prende dal suo bagaglio una camicia da notte e ci avvolge la bambina, legando il fagotto con le maniche, poi entrano nella vegetazione e la depongono a terra. Non vorrebbe lasciarla così da sola in quella notte fredda e buia, ma bisogna incamminarsi. Ormai la frittata è fatta e bisogna cercare di limitare i danni arrivando in paese prima che faccia giorno, prima che la gente si accorga.
- Andiamo, sbrigati! – le ordina il padre
- No, non ce la faccio, non ho più forza per camminare… vai avanti, io ti seguirò e in qualche modo arriverò a casa – lo implora. Il padre, pentito di averla costretta a lasciare la casa per partorire, la bacia sulla fronte e si incammina. Maria è sola nella notte con la sua bambina morta e non ha più lacrime né freddo. La mattina, dopo averla vegliata per tutto il tempo, si trascina per il bosco e le campagne a stento e finalmente arriva a Santa Domenica, incurante di ciò che diranno di lei.
Dopo qualche giorno una vecchia, che va proprio in quel bosco di querce a raccogliere ghiande, trova il fagotto e la voce che i resti di un neonato, dilaniati dagli animali, sono stati ritrovati nel bosco, inevitabilmente si sparge in paese e arriva anche alle orecchie dei carabinieri che fanno qualche verifica, individuano Maria e il 3 novembre l’arrestano per avere, a fine di uccidere, cagionata la morte del proprio infante non ancora iscritto nei registri dello Stato Civile per salvare l’onore proprio e il padre per concorso diretto in detto delitto per averne facilitata l’esecuzione, prestando assistenza ed aiuto prima e durante il fatto per salvare l’onore della propria figlia e della famiglia.
- È morta di morte naturale – si difende Maria raccontando i fatti – mio padre non ha mai toccato la bambina ed è innocente!
- Sento che mi accusate di questo orrendo reato. Io avevo intenzione di presentarmi ieri se fossi tornato in tempo da Praia a Mare… – esordisce. Poi racconta la triste avventura – sento che la mia coscienza non ha nulla da rimproverarsi, l’unica cosa di cui mi sento responsabile è di non essere andato al comune per dichiarare la bambina, ma il senso dell’onore mi ha accecato e nell’immensità della mia sventura avevo creduto di poter nascondere il disonore della mia famiglia. Non ho commesso alcun altro reato, come non ne ha commessi mia figlia.
Maria Giuseppa e Sebastiano Rizzo saranno prosciolti in istruttoria per insufficienza di prove ma si porteranno dietro il loro dolore, mentre zio Gaetano, allamerica, è tranquillo e beato…[1]


[1] ASCS, Processi Penali.