domenica 31 gennaio 2016

L'UMILIAZIONE DI UNA MADRE di Cinzia Altomare



- Voglio correggere la querela fatta a don Carlo Perugini a Cosenza – dice l’uomo, il trentaduenne contadino Saverio Lavalle, allo scrivano della Corte Locale di Rende. Lavalle è visibilmente agitato e strapazza il cappello floscio che stringe tra le mani. Lo scrivano lo guarda perplesso alzando lo sguardo dal registro su cui sta ricopiando qualcosa. Dalla penna d’oca una goccia di inchiostro cade sul registro, imbrattandolo. Cosa può essere successo in quella calda metà di luglio del 1770?
Saverio si fa coraggio, si asciuga il sudore della fronte con la manica della camicia mezza lacera e comincia a raccontare
- Stavo mietendo il grano in località Pollinici, territorio di Rende, quando ho sentito piangere la mia bambina Eleonora di nemmeno tre anni che avevo portato con me e che avevo lasciato nelle vicinanze a giocare. Ho lasciato il lavoro, sono corso dalla bambina e l’ho visto… don Carlo… l’aveva presa e stava cercando… Gesummaria! – dice segnandosi con la croce – sono scivolato mentre don Carlo cercava di scappare ma ho fatto in tempo a prenderlo per un piede e a fermarlo e poi mi sono messo a gridare forte per chiamare aiuto. Dal paese, che è lì vicino, è accorsa gente ed è accorsa anche donna Innocenza Vercillo, la madre di don Carlo. Mi ha guardato, ha guardato il figlio e poi la bambina e ha capito. Poi mi si è inginocchiata davanti e si è umiliata davanti a tutti. “Saverio, ti bacio i piedi in segno di scusa” mi ha detto. Io e tutti i presenti eravamo con le lacrime agli occhi per la commozione e se non mi fossi spostato mi avrebbe davvero baciato i piedi! Però tutto questo ha permesso a don Carlo di scappare indisturbato perché tutti guardavano la madre, donna Innocenza, che si umiliava per lui. Io sono andato alla Regia Corte a chiedere giustizia, ma lo scrivano ha capito male e ha scritto che è stata donna Innocenza a fare scappare il figlio ma non è vero! Io che ne sapevo che quello aveva scritto così? Sono ignorante e ci ho messo la croce sul foglio e basta. Poi sono venute le guardie che volevano arrestare quella santa donna e allora gliel’ho detto che non era vero e loro mi hanno detto di venire a fare questa testimonianza. Donna Innocenza è una santa, tutto il paese lo può testimoniare, e non c’entra niente col fatto del figlio, don Carlo Perugini, del quale chiedo ancora la giusta punizione per avere tentato lo stupro violento della mia figlia di tre anni.[1]


venerdì 29 gennaio 2016

IL DELITTO DELLA CALIBRO NOVE

Sono circa le 6,30 del 13 novembre 1913, fa freddo e c’è solo la flebile luce dell’aurora. Gabriele Grande, un contadino di Scigliano, racchiuso nel suo mantello e con il cappello ben calato sulla testa, sta andando in campagna a zappare. Lungo il sentiero che dalla contrada Valli di Scigliano scende al Savuto, nota il signor Ciro De Marco che sta guardando qualcosa nei cespugli sotto la stradina
- Salutiamo, don Ciro. Che state guardando – gli fa.
- Mi pare che nelle frasche c’è una donna, sento dei lamenti leggeri leggeri, guarda anche tu…
Gabriele si sporge un po’, guarda giù tra i cespugli spogli di ginestra e biancospino e, in effetti vede la sagoma di una donna impigliata tra gli arbusti. Sente anche dei lamenti e, senza perdere altro tempo, si cala lungo i quattro metri della scarpata.
Riconosce a stento la donna nella ventisettenne Leonilde Leonessa Esposito perché ha il viso devastato e coperto di sangue. Impigliato tra gli sterpi c’è un fazzoletto da donna bruciacchiato. Da solo non può farcela a portarla sulla strada, così don Ciro si affretta a chiamare un altro contadino, Antonio Pettinato, che si sta avvicinando lungo il sentiero. Più delicatamente che possono la tolgono da lì e la portano a braccia nella casa colonica dei suoceri di Leonilde, distante non più di trecento metri, poi, dividendosi i compiti, corrono in paese a chiamare il medico e i Carabinieri.
Siccome è chiaro che le ferite che la donna ha in testa sono state prodotte da colpi di arma da fuoco, arriva anche il Vice Pretore di Scigliano, Carlo Milano il quale vorrebbe interrogare Leonilde ma deve rinunciare perché la poveretta è in stato di incoscienza. Chiamano un carretto e la fanno portare nel piccolo ospedale di Scigliano dove, quantomeno, il medico potrà ripulire le ferite e formulare una diagnosi.
Il dottor Eugenio Rizzo, dopo averla visitata, è molto scettico sulle possibilità che la donna si possa salvare e riferisce al Vice Pretore la situazione clinica
- È in coma, non risponde. Qualche volta, se la si chiama gridando, si scuote. Ha il polso molto irregolare e lento, la pupilla dell’occhio destro è dilatata e dall’altro occhio è cieca da anni. Ha i capelli della regione temporale destra e della nuca bruciacchiati, questo significa che le hanno sparato più di un colpo a bruciapelo, ma allo stato non posso muoverla per stabilire il numero preciso di colpi, ma ad occhio direi almeno tre. Se vi avvicinate – continua indicando la donna – un colpo l’ha sicuramente ricevuto in pieno viso, infatti il sopracciglio destro è bruciacchiato e la scottatura della pelle è evidente, come è evidente la scottatura del naso dove si possono notare i granelli di polvere da sparo sotto la pelle. Ora tolgo questo grosso grumo di sangue sulla tempia destra e vediamo che cosa c’è sotto… – continua togliendo il sangue raggrumato con un batuffolo di ovatta imbevuto di alcool – proprio come immaginavo… il foro di un proiettile…  proprio tra lo zigomo e l’orecchio… direi una pistola calibro nove… – il Vice Pretore si gira dall’altra parte trattenendo a stento un conato di vomito, mentre il dottore, contraddicendo ciò che aveva affermato prima, sposta leggermente la testa della ferita e si mette a pulire un altro grumo di sangue all’altezza della nuca – ed ecco qui il terzo colpo! Questo però o era a salve, o ha mancato il bersaglio, c’è solo il segno dello sparo e una piccola scottatura. Quindi, per concludere, direi che il colpo alla nuca e quello alla regione del sopracciglio destro sono andati a vuoto, l’altro è penetrato ed è ancora dentro. Non ha vita lunga.
Il pretore tenta ancora più volte a farle dire qualcosa ma solo verso sera Leonilde farfuglia qualche parola quasi senza senso, o almeno così sembra
- Panettiere… panettiere…  Cosenza… mio marito Santo…
Il mistero viene parzialmente svelato quando il Vice Pretore interroga i suoceri di Leonilde
- Mi chiamo Maria Rosa Damiano fu Domenico, ho 70 anni. Mio figlio Santo sposò circa sei anni fa Leonilde, una trovatella. L’ha sposata perché era incinta, non perché era un buon partito. Dopo meno di un anno emigrò in America lasciandola ad abitare nella casa colonica con me e mio marito. Il bambino che nacque morì quasi subito e lei si è sempre comportata bene. Alla fine di settembre scorso, però, mi confessò di essere incinta, ma non ha voluto dirmi con chi aveva avuto la relazione illecita. Una quindicina di giorni fa mio marito le disse che se ne sarebbe dovuta andare via  perché ormai non poteva più nascondere la pancia e sarebbe scoppiato uno scandalo. Così, tramite una nostra nipote che abita a Cosenza, stabilimmo che fosse andata in città per ricoverarsi al brefotrofio e partorire lì. Ma, come ci ha scritto nostra nipote Nicolina, mancava ancora troppo tempo al parto e non la presero. Non potendo ritornare qui, Nicolina la mise a lavorare in una panetteria. Cinque o sei giorni fa Leonilde mi mandò a salutare per mezzo di un paesano e mi mandò a dire che si trovava bene e che guadagnava 15 lire al mese. Stamattina, quando l’hanno portata a casa, non potevamo capire come fosse stata possibile una cosa del genere. Non potevamo e non possiamo nemmeno capire che cosa ci faceva vicino casa, sapendo di non poter tornare qui! Io sono andata sul posto dove l’hanno trovata e ho raccolto il sacco con tutte le sue cose e accanto al sacco c’erano le sue scarpe. Abbiamo cercato di farle dire qualcosa ma non ha mai risposto, si lamentava e basta. Non ho alcun sospetto su chi abbia potuto spararle. Mio figlio, per parte sua, ha scritto una lettera dall’America che ci è arrivata otto giorni fa, eccola…
Il Vice Pretore prende la busta dalle mani della donna, la apre, tira fuori il foglietto con poche righe e lo legge
Hiarvatha (Utah)[1] li 14 Ottobre 1913
Carissimo padre
Rispondo con un poco di ritardo alla vostra gradita lettera e dove mi sono rallegrato nel sentire che godeti una ottima salute e così ti posso assicurare di me. Caro padre aveva risorvuto se mi ne venire e per questa vernata non mene vengo.
Basta vi prego de mi fare assaperequalche cosa che si fa al paese, credo che siamo capiti se voleti fatto ancunaltra lettera
Basta
Saluto don carro piciolo e a voi unito con la mia madre mi fermo tuo affezzionato figlio
Santo Mancuso

Credo che ci siamo capiti. Queste parole attirano l’attenzione del Magistrato. Ma c’è un altro particolare a cui subito dopo pensa: come mai Santo non manda i saluti alla moglie? Quindi chiede alla donna se crede alla possibilità che il figlio sia tornato dall’America, avvisato del tradimento della moglie, per ucciderla.
- Io non lo so, nelle lettere che gli abbiamo mandato non abbiamo mai fatto cenno al tradimento della moglie…
Poi è la volta di Luca Mancuso, il suocero di Leonilde
- Da quando è rimasta con noi si è comportata bene, ma dal mese di giugno scorso ho cominciato a sospettare che avesse una relazione, anche perché mi è arrivato all’orecchio che Leonilde aveva confessato ad altre donne di essersi data a uno di cui non fece il nome. Quindici giorni fa le ho detto che doveva andarsene perché non potevo sopportare l’offesa che aveva fatto a mio figlio e a me e, soprattutto, che partorisse il figlio della colpa in casa mia! Non so perché sia tornata e non ho sospetti su nessuno…
Quindi, gli enigmi sulla panetteria e su Cosenza sono chiariti, ma perché Leonilde ha nominato il marito che si trova dall’altra parte del mondo? Forse per chiedergli perdono prima di morire, sarebbe la risposta più logica.
Contro ogni previsione, la mattina successiva, Leonilde esce dal coma e gli inquirenti si precipitano all’ospedale per farle qualche domanda. Seppure debolissima e farfugliando, risponde, lasciando tutti di stucco
- Mi ha sparato mio marito Santo Mancuso…
- E perché lo ha fatto? Le chiede il Vice Pretore
- Gli ho fatto le corna…
- Ma, fammi capire… tu eri a Cosenza e lui in America…
- Lui era a Cosenza, mi è venuto a cercare e mi ha trovata a Cosenza… stavo portando una tavola di pane… mi ha detto che ce ne tornavamo al paese…
- E poi?
- Mi ha sparato e sono caduta… era notte…
- C’era qualcuno con voi?
- No… Barbara Astorino, madre di Nicolina Damiano, ha visto mio marito a Cosenza e gli ha detto di non toccarmi…
Poi Leonilde cade in una specie di torpore nel quale pronuncia frasi sconnesse, di nessuna utilità per le indagini. Intanto ormai è tutto chiaro. Santo Mancuso è l’autore del tentato omicidio della moglie e partono le ricerche per catturarlo.
Passa un altro giorno e Leonilde sta ancora meglio. Adesso, nonostante un proiettile calibro nove nel cervello, è in grado di raccontare come sono andati veramente i fatti
- Mercoledì a mezzogiorno mentre io trasportavo una tavola di pane, in Cosenza presso il Carmine, per conto di una tale donna Angelina Pristina, panettiera, al servizio della quale io mi trovavo, improvvisamente incontrai mio marito Mancuso Santo il quale mi disse che da lunedì era tornato dall’America e si trovava da tre giorni in una locanda. Mi fece proposta di tornarmene insieme con lui a Scigliano pur dicendomi di sapere il mio fallo e dichiarandomi di volermi perdonare. Io allora portai il pane nella bottega della panettiera, sita presso il ponte del Carmine ed alla panettiera stessa dissi che era venuto mio marito e me ne ritornavo insieme con lui a Scigliano. Uscii dalla bottega, raggiunsi nuovamente mio marito ed insieme con lui andai alla locanda che non saprei ben precisare non conoscendo bene la città. Stetti con lui parecchie ore, poi uscendo andai da Astorino Barbara che trovavasi in un deposito di fichi secchi al Carmine ed insieme con lei andammo nuovamente alla locanda e la Barbara raccomandò a mio marito di non maltrattarmi. Tornai dalla panettiera per riprendere le mie robe, che raccolsi e misi in un sacco, e poi con mio marito partimmo da Cosenza dopo tramontato il sole. Lungo la via non pronunziò contro di me alcuna parola di minaccia e mi diede a portare una valigia che aveva nella locanda e che mi misi sulla testa insieme col mio sacco. La valigia era nera e nuova, non so se di pelle o di tela e pesava una decina di chili. Seguimmo la strada nazionale fino al ponte nuovo sul Savuto tra Marzi e Carpanzano, da là seguimmo il corso del fiume e quindi risalimmo per il vallone denominato Silvio e per il viottolo che attraversa la proprietà di Virno Saverio arrivando, ma non posso precisare a che ora della notte, al crocevia tra il viottolo stesso e l’altra via dei Valli, che mena anche al Savuto. Qui mio marito mi fece posare la valigia e le robe che portavo sulla testa perché mi fossi riposata ed allora fece insistenze con me per sapere con chi avessi avuto illecite relazioni, essendosi anche accorto lungo la via che io ero incinta. Sia nella locanda che lungo il viaggio non ebbi contatto con mio marito. Io non volli declinare il nome di colui che aveva avuto con me relazioni, ed egli allora aprì la valigia che era posata per terra, estrasse una rivoltella ed improvvisamente mi tirò tre colpi. Caddi nella via e non ricordo nulla. Lungo la via non incontrammo alcuna persona che ci avesse riconosciuti.
- Se non lo hai detto a tuo marito, quel nome lo devi dire a me…
- A maggio o a giugno, ho avuto relazioni illecite con Fulvio Pietrisani, soprannominato Cane Cane, e sono rimasta incinta.
Ma se Santo è tornato dall’America con una pistola calibro nove nella valigia nonostante avesse scritto che, caso mai, sarebbe tornato solo dopo l’inverno e invece era a Cosenza per uccidere la moglie, si tratta di tentato omicidio premeditato e le cose si complicano. E si complicherebbero ancora di più se si scoprisse che ha avuto dei complici. Il Vice Pretore prova a chiedere a Leonilde se ha sentito dire al marito qualcosa riguardo a questo aspetto. E Leonilde parla
- Nel ritorno che feci da Cosenza insieme con mio marito, come ieri narrai, per via egli mi disse che era stato prima a Scigliano nella casa dei suoi genitori e non avendomi qui trovata ritornò in Cosenza, ove aveva saputo che io dimoravo.
Ma Santo ha detto anche dell’altro a Leonilde
- Il figlio di Assunta, a nome Cariati Serafino, da Scigliano, aveva scritto al figlio di Ferdinando Mancuso, a nome Gabriele, in America dicendogli che io fossi gravida e di ciò ne fu informato mio marito, credo, per mezzo del Gabriele Mancuso, che trovasi colà. E perciò mio marito se ne ritornò appositamente dall’America. Egli mi raccontò anche tutto questo da Cosenza a Scigliano.
Quindi Santo, prima di andare a Cosenza a cercare la moglie è stato dai genitori i quali, già nel primo interrogatorio hanno negato di avere notizie dal figlio e ora, sentiti nuovamente dal Magistrato, continuano a negare, giurando che non è vero che Santo il giorno prima di sparare alla moglie è stato a casa, loro non lo vedono da anni. Per arrestarli, eventualmente, c’è tempo.
Nel frattempo, il Maresciallo Maggiore Alberto Rivoiro, comandante della stazione di Scigliano, prima chiarisce i termini della tresca tra Leonilde e Cane Cane, poi fa un giretto a Cosenza per trovare altre informazioni utili alle indagini e quindi stende un lungo rapporto.
È da premettere che la Leonilde, dopo la partenza del marito per l’America, effettuatasi quattro anni addietro, gli si mantenne nei primi tempi fedele; successivamente e precisamente sulla fine del 1912, per malattia, fu ricoverata in questo ospedale, dove, malgrado cieca di un occhio e di forme più brutte che belle, simpatizzò per l’infermo Pietrisano Fulvio d’ignoti d’anni 42, di lei cognato, ammogliato con sette figli. Dimessi che furono dal nosocomio incominciarono una tresca che non tardò a produrre i suoi frutti: la Leonilde conta presumibilmente 5 mesi circa di gravidanza. (…) Il maresciallo maggiore Rivoiro Alberto, si portò in Cosenza, dove, fra altre persone interrogate di Scigliano colà residenti, per assodare se avessero visto il Mancuso Santo, sentì anche la Nicolina Damiano sull’improvviso ritorno in Lupia della Leonilde. La medesima asserì aver saputo dalla propria madre Barbara Astorino fu Francesco d’anni 65 qui nata, colà dimorante secolei che, la Esposito Leonilde era partita per Scigliano perché così aveva voluto il costei marito ritornato dall’America. La Barbara, a sua volta, ha affermato che alle ore 16 circa del 12 andante sulla pubblica via di Cosenza, s’incontrò con la Leonilde, la quale le disse che il rispettivo marito era ritornato dall’America e che la voleva ricondurre a Lupia; aggiungendo ch’egli si trovava alla locanda di Marino Giuseppe, tenuta in fitto da Perri Maria Antonia fu Francesco d’anni 50. l’Astorino che conosce personalmente il Mancuso Santo, s’accompagnò colla Leonilde per andarlo a salutare, e difatti lo trovò in locanda e vide quando partirono entrambi a piedi per Lupia: lei portava sulla testa un mezzo sacco d’indumenti personali e sopra a questo la valigia di cuoio nero di lui e con una mano portava i propri stivalini, preferendo camminare scalza. Era già buio. Nella circostanza la Barbara a cui non era sfuggito lo stato di gravidanza della leonilde, lo consigliò di partire all’indomani a giorno fatto e raccomandò al costei marito di non maltrattarla. (…) La locandiera Maria Perri ha dichiarato che da due giorni prima dell’incontro del marito colla moglie, alle ore 10 del mattino, il Mancuso Santo, ch’essa non conosceva, l’aveva pregata di tener in consegna la valigia nera ritirata poi il 12; che durante i due giorni egli non s’era più fatto vedere né tampoco aveva dormito, consumato il pranzo nella sua locanda; che il giorno 12 essa apprese essere il Mancuso marito della Leonilde per averlo saputo dal cliente Nicola Micciulli fu Angelo d’anni 47 da Lupia. In quella circostanza il Mancuso che evidentemente aveva in animo di uccidere la moglie, non voleva essere visto dal Micciulli che forse egli aveva riconosciuto – e perciò fare nella locanda – mentre questi cucinava dei pesci – egli voltava sempre la faccia dalla parte opposta. (…) All’alba del giorno 13 dello stesso mese un tal Fava Gregorio d’ignoti, di anni 17, allevato da Francesco Rocca da Pittarella, dimorante nella torre colonica denominata Terranova, in territorio di Grimaldi, vide passare, anzi si fermò colà, Mancuso Santo di Luca il quale richiese del pane e del formaggio che il fava gli diede. Allora stesso il Mancuso disse al Fava che egli aveva ucciso la moglie e gliene faceva confessione perché non si fosse incolpato qualche altro. Dopo, come mi riferì il Fava, il Mancuso pigliò la via di Malito.
Ormai è tutto chiaro, si cerca solo di capire se Santo sia riuscito a tornare in America o si nasconda da qualche parte. È solo questione di tempo per scoprirlo.
Ma è questione di tempo anche per la povera Leonilde. Le sue condizioni si aggravano dopo il temporaneo miglioramento e, devastata dalle infezioni, il 23 novembre muore. Con lei muore anche la bambina che ha in grembo, ma quella cosina non conta ai fini processuali. L’omicidio è uno solo, non due.
Quando tutto lascia pensare che Santo sia riuscito a sfuggire alla cattura, il 9 dicembre si va a costituire direttamente negli uffici della Procura del re di Cosenza.
Ad interrogarlo è il Giudice Istruttore Antonio Giannuzzi
- Signor Giudice – inizia con tono arrogante – mi chiamo Santo Mancuso e ho ventisette anni. Sono tornato dall’America[2], ho trovato mia moglie incinta e l’ho ammazzata – continua esplodendo in una grassa risata – sono tornato dopo quattro anni con l’intenzione di rivedere i miei genitori e la mia famiglia. Non sapevo che quella era incinta. Quando l’ho incontrata per caso a Cosenza che portava una tavola di pane sulla testa le ho chiesto che cosa ci faceva lì e lei mi ha risposto che era a Cosenza perché mi aveva svergognato ed era incinta. Io non le ho detto niente per rimproverarla, le ho detto solo che ce ne dovevamo andare al paese e lei mi ha seguito volentieri. Durante il viaggio mi ha raccontato che mi aveva fatto le corna con mio cognato Cane Cane. Quando siamo arrivati alla contrada Valli ho deciso di ucciderla, ho preso dalla valigia la rivoltella che avevo portato dall’America e le ho sparato. Poi, convinto che fosse morta sono andato in paese sperando di incontrare mio cognato per ammazzare anche lui ma non l’ho incontrato e mi sono dato alla latitanza. Aggiungo che nessuno del paese mi ha avvertito del tradimento di mia moglie e se non me lo avesse detto lei, io avrei continuato a ignorarlo.
Santo può dire quello che vuole. Tempi, fatti, circostanze, testimoni, tutto dice che sapeva e che è tornato apposta per uccidere. Omicidio premeditato. È con questa accusa che il 22 febbraio 1914 la Sezione d’Accusa lo rinvia a giudizio.
Il dibattimento si aprirà il 19 ottobre 1915 e il Pubblico Ministero sorprenderà tutti chiedendo di derubricare il reato da omicidio premeditato a omicidio semplice, col beneficio della provocazione grave.
È l’anticamera dell’assoluzione che verrà decretata il giorno dopo, 20 ottobre 1915.
Un anno, dieci mesi e undici giorni è il tempo di permanenza in carcere di Santo Mancuso, reo confesso di omicidio.[3]

I CAMINANTI-Quando gli zingari rubavano galline


[1] La grafia originale è pessima. Non c’è certezza che la località indicata nella lettera sia quella giusta, anzi c’è il fondato sospetto che la località sia inesistente. NdA.
[2] Nell’interrogatorio Santo indica come unica residenza durante la sua permanenza negli USA lo Stato della Pennsylvania, contrariamente a quanto fatto scrivere nella lettera di cui abbiamo narrato.
[3] ASCS, Processi Penali.

lunedì 25 gennaio 2016

MADRE LATRINA di Matteo Dalena

Cosenza, 9 settembre 1882. I tuguri del quartiere di Portapiana si aprono al giorno nascente e ogni vico, ogni anfratto, ogni interno viene illuminato dal sole della vita. Come in una di quelle piazze di bruegheliana memoria, numerosi microcosmi si ridestano dal torpore della notte. Il vicolo è rumore, colore ma, soprattutto, tanfo insoffribile di latrina. Rosina De Napoli ha il compito di svuotarle e pulirle tutte, ogni mattina: costruite in pietra arenaria di Mendicino, quasi ogni stabile ne ha una, ubicata solitamente in una stanzella su di un piano rialzato. Rosina ha quasi terminato il proprio giro quando, intorno alle 8, sente strazianti vagiti provenienti dal fondo dell'ultima, così sudicia, così imbevuta di materie fecali e urinarie che desta un senso indicibile di disgusto. La donna è lucida: chiede aiuto alla filatrice Marianna Aquino, la quale, si rivolge subito al muratore quarantaduenne Agostino De Rose che dovette sfondare il muro per poter estrarre da quella fogna un neonato ancora vivo e ben fatto. Mentre il muratore si reca dai Reali Carabinieri per denunciare l'accaduto, la trentacinquenne Chiara Mirabelli, anch'essa filatrice, ha la premura di prendere con sé il nascituro, legargli l'ombelico e lavarlo dalle immondizie. Poche ore più tardi sarà cura della stessa donna far ricoverare il bimbo, salvato così da sicura morte, presso il locale Brefotrofio, non potendo essere alimentato dalla madre. Già, chi è la madre?
È proprio Marianna Aquino, torchiata a dovere dalle guardie di pubblica sicurezza, a svelare che proprio quella mattina, sua cognata Caterina Gualtieri
[…] non erasi alzata per tempo, ed avea dichiarato che avendo dolore al petto e alla testa preferiva rimanere a letto, sospetto che la scorsa notte fosse sgravata […] Mi confessò di avere partorito un bambino ed averlo gettato per la vergogna nel cesso, soggiungendo di averlo procreato con certo Giacomo Scornajenchi, attualmente soldato.
Individuata la presunta rea, l'accusa è presto fatta: mancato infanticidio. Vengono ordinate tre perizie. La prima riguarda il nascituro. Di sesso maschile, evidenzia costituzione salubrissima e floridissima nutrizione. Due ferite però destano l'attenzione dei medici: una lividura nella regione clavicolare sinistra lunga nove centimetri con nel mezzo due abrasioni e un'altra di minore entità alla gamba. Prodotte da corpo contundente e lacerante, entrambe le ferite vengono giudicate guaribili in cinque giorni. La perizia sulla latrina si basa invece sull'entità del diametro di quel cesso: poteva benissimo intromettersi un bambino che restando in quella località doveva certamente morire per asfissia e inedia. La terza perizia è, infine, sulla donna. I medici che visitano Caterina Gualtieri due giorni dopo il fatto, la trovano gettata sul letto col viso alquanto pallido e gli occhi umettati di lagrime. Spogliato dalle vesti, quel corpo di donna evidentemente provato mostra un addome raggrinzito e nella regione del basso ventre pieghe trasversali numerosissime. I capezzoli delle mammelle sono prominenti, le glandule mammarie sviluppate. Infine i genitali: trovati bagnati da umori sanguigni, l'atrio vaginale oltre a essere dilatato si mostrava contuso e leggermente abraso ed insieme l'orificio dell'utero permetteva facilmente l'introduzione degli indici. La donna è, in breve, sgravata di fresco. Il verbale dei Reali Carabinieri è il preludio all'arresto della donna, immediatamente tradotta nelle carceri di Cosenza dove, il giorno successivo, viene interrogata del Giudice Istruttore del Tribunale, Alfonso Tucci.
Al far del giorno di sabato 9 andante mese, come mi destai ho avvertito dolori alla schiena e al ventre, mi alzai dal letto e mi recai al cesso per fare un bisogno corporale. Poco dopo seduta intesi cadere una qualche cosa in quel luogo senza che avessi inteso vagire.
Deducendo da ciò che era partorita, Caterina racconta al giudice di essere subito corsa a vestirsi giacché si trovava con la sola camicia. Confessa, inoltre, di sapere di essere gravida, ma che contava di dover figliare ai quindici di settembre. Le avvisaglie del parto erano cominciate però già ai primi del mese, con macchie continue alla vulva accompagnate da leggeri ma crescenti dolori a ventre e schiena. Fino a quando seduta come al solito al cesso, intesi che usciva una cosa che cercai di trattenere e di prendere. Le novità più rilevanti del racconto di Caterina riguardano quello che, pochi giorni prima, i Reali Carabinieri avevano definito frutto di illeciti amori con un tal Scornajenchi.
Confesso di avere avute relazioni illegittime per sole tre volte nel dicembre ultimo in persone che non voglio nominare. Come mi avvidi di essere incinta feci ciò noto all'individuo con cui aveva avuto commercio e lo stesso mi consigliò che sgravando dovessi esporre il neonato nella casa di nutrizione e questa pure era la mia intenzione. Quando dal cesso sono sortita per vestirmi nulla dissi alla detta Aquino, ma ciò feci per pudore, e per la stessa ragione negai sempre di essere incinta alle persone che mi domandavano. Ripeto di non volere indicare l'individuo che mi ha ingravidato e dichiaro che questo tale non fu affatto Giacomo Scornajenchi.
Le indagini proseguono. Nel frattempo, la voce pubblica rapida e implacabile porta all'attenzione del giudice istruttore notizia di un'altra possibile gravidanza volutamente occultata da Caterina. Sottoposta a nuovo interrogatorio il 29 dicembre è la stessa donna a far chiarezza su dicerie che potrebbero aggravare la sua posizione:
Anni dietro un tale Oronzio Campiorano del cui non conosco le altre generalità, si pose ad amoreggiare con me con l'intendimento di unirsi in matrimonio. Amoreggiando ne venne dopo che ebbi la disgrazia di avere con lui relazioni illecite e così mi sono ingravidata. Nei principi di gennaio dello scorso anno [1881] dopo fatto giorno mi sono abortita e ho fatto una bambina morta, ma non so dirvi se una di cinque ovvero di sette mensi; la avvolsi tra le fasce, la consegnai alla mia vicina Maria Pellegrino per farle dare sepoltura.
Il vaso è più che colmo, il fascicolo oramai formato. La macchina della giustizia è pronta in tutto il suo splendore a formulare il capo d'accusa. Il 16 febbraio del 1883 Caterina Gualtieri è condotta a Catanzaro dinanzi a Orazio Scalfaro, presidente della Corte d'Appello delle Calabrie, per udire le accuse a proprio carico ed essere rinviata a giudizio presso la Corte di Assise di Cosenza.
Caterina Gualtieri fu ingravidata a seguito di occulte relazioni con un giovine la cui identità non è però precisata. La donna fece di tutto per occultare la gravidanza a parenti e vicini e, al termine della gestazione, il 9 settembre del 1882, partorì dando alla luce un bambino in ottime condizioni di salute. Qui ha inizio quello che il presidente del collegio d'accusa chiama malvagio brutale disegno di gittare nel cesso quella infelice creaturina. Ma quell'incomodo chiamato semplicemente natura venne in soccorso del neonato: mentre puliva la latrina, Rosina De Napoli ne avvertì i vagiti e si affrettò ad allertare la padrona di casa, Marianna Aquino, cognata di Caterina. Queste affettuose donne, continua il requirente, si affrettarono a estrarre la creatura dal putridume di quella cavità con l'aiuto del muratore Agostino De Rose, campandola così da certa e sicura morte. La Aquino si recò quindi dalla snaturata madre per avvertirla dell'accaduto e questa accolse pietrificata, senza proferir verbo il suo racconto. Più tardi ritrovò le parole, sforzandosi di dare a credere che mentre adempiva al bisogno naturale del corpo, era stata sorpresa dal parto e questo [il neonato] precipitava nel cesso. Ma i bambini non vengono fuori così facilmente come fecce e orina. Con sapienti e scientifiche perizie, conclude il requirente, si acclarava che il neonato fu gittato nel cesso essendo fisicamente impossibile che avesse potuto essere l'effetto del caso, vale a dire di parto precipitoso nell'atto che la madre avesse accurato un bisogno corporale. L'intenzione omicida di Caterina Gualtieri è così dimostrata. Messa dinanzi a siffatte accuse la donna non trova altre parole.
Libera e sciolta ma guardata a vista dalla forza pubblica, il 5 maggio del 1883 alle 10.30, Caterina Gualtieri viene condotta davanti ai giudici della Corte d'Assise di Cosenza. Su richiesta del pubblico ministero si decide di procedere a porte chiuse: questa causa può essere pericolosa per la morale e cagione della natura del fatto. Sbarrate le porte si fa la conta dei componenti del collegio giudicante e dei testimoni. Ha quindi inizio il dibattimento, culminante nella richiesta del pubblico ministero ai giurati di un verdetto affermativo di colpabilità per tentato infanticidio. Tradotto: tre anni di carcere oltre al pagamento delle spese processuali. La richiesta di pena, relativamente mite, dipende tutta dalla concessione della scusante della causa di onore e dal beneficio delle circostanze attenuanti. Il difensore e l'accusata non fanno altro che rimettersi alla giustizia della Corte per quanto concerne l'applicazione della pena carceraria. Il 5 maggio 1883 il collegio giudicante conferma quanto chiesto dalla pubblica accusa: 3 anni di carcere compreso il di già sofferto. Alla ricerca di una più lieve condanna e considerando le attenuanti, Caterina e il suo avvocato decidono di ricorrere in Cassazione per l'annullamento della precedente sentenza. La concessione di una temporanea ammissione della donna in libertà provvisoria, fa sperare in un esito favorevole.
Il 6 giugno del 1883 Caterina Gualtieri, nubile, impossidente e analfabeta, viene condotta a Napoli. A mani legate. Per lei, donna di Portapiana, quartiere di vita, lavoro e amori proibiti, la capitale partenopea assume il volto fiero e inflessibile del giudice Avitabile che, a seguito di una lunga requisitoria, mette fine ad ogni quistione: il ricorso di Caterina, madre snaturata e quasi infanticida, è rigettato.[1]

domenica 24 gennaio 2016

COMMERCIO CARNALE di Cinzia Altomare


Il 14 dicembre 1762,  Angelo Costabile della terra di Marano Marchesato, Biagio di Perri, Carmine Benacqua e Giuseppe Bartucci della terra di Rende al presente in questa città di Cosenza, li quali spontaneamente e non per forza, vanno dal notaio per mettere attestare e giurare che li sudetti: Arcangelo, Biagio e Carmine ricordarsi molto bene come tre anni addietro in occasione ch’abbitavano vicini alla casa d’Anna Maria Rizzo loro conoscente e paesano videro la medesima continuamente praticare in casa di Lorenzo Benacqua, e si vantava pubblicamente che doveva sposarselo, ma avendo alla fine in ciò ripugnato detto Lorenzo lo voleva querelare nella Corte Locale per raggion del Commercio Carnale avuto con la stessa, ma ciò pervenuto in notizia del Padre di detto Lorenzo, questo cercò buonamente quitare, siccome quietò alla predetta Anna Maria: mediante il rimborso e pagamento di certo denaro e robba di casa; e tutto e ad loro costa ancora per averlo pubblicamente inteso dire tanto al Padre già detto, che alla Madre di detto Lorenzo anzi detto Carmine colli suoi proprij occhi tempo fa vidde ed osservò in Campagna che proprio Lorenzo assieme colla sudetta Anna Maria erano tra di Loro in Commercio carnale, che si vidde ancora da Elena Scagliano che sopragiunse nel medesimo atto in detto luogo; ed un’altra volta vidde la stessa Anna Maria unita col fu Simone Benacqua che unitamente andiedero in un basso seu Catojo oscuro nel luogo detto “li Malvitani” stabile del Signor Don Melchiorre Zagarise, ove dimorarono più di mez’ora e comprese certamente, che colà erano andati per mal’affare.
E detto Giuseppe Bartucci attesta come dentro il Mese di Febraro del Corrente anno 1762: nel mentre attrovavasi faticando assieme col prenominato Lorenzo Bevacqua, questo in presenza sua e di Lorenzo Passatello di detta terra di Rende ragionando confesso e palesò ch’egli più volte aveva avuto commercio carnale colla mentovata Anna Maria Rizzo. Similmente costa molto bene a tutti essi costituiti, che la Madregna di detta Anna Maria nominata Angela Provengan, dissonesta e per li certi indizij delle cose espressate detti costituiti han tenuto siccome tengono alla medesima Anna Maria per donna di mal odore, cioè la considerano una fattucchiera.[1]

venerdì 22 gennaio 2016

IL PREZZO DELLA VERITA'



- Signor Maresciallo c’è un telegramma urgente – fa il Carabiniere Vito Taurino al comandante della stazione di Rende, Giacinto Pace, mentre questi sta attizzando il fuoco nella stufa di terracotta del suo ufficio. Sono le 18,00 del 25 novembre 1915 e fuori si gela.
A scrivere è il Sindaco di Marano Marchesato il quale lo avvisa che poco prima in contrada Corchioli c’è stato un omicidio e il cadavere è in mezzo alla strada.
- Preparatevi in fretta che dobbiamo uscire… hanno ammazzato un uomo. Nardulli, vai dal nostro amico qui vicino e fatti prestare quattro asini, subito, mi raccomando – ordina senza specificare altro.
Quando arrivano sul posto a illuminare il cadavere c’è un fuoco di frasche fatto accendere dal Sindaco e i Carabinieri possono ritemprarsi un po’ mentre cominciano a raccogliere informazioni sul fatto.
Gli raccontano che prima di far buio, alla fontana lì vicino due donne, Rosa Morrone di 22 anni e Rosina Belmonte di 18 anni, avevano cominciato a litigare perché la Belmonte, all’improvviso, tirò due pietrate alla Morrone per dei vecchi rancori dovuti a delle lettere anonime che accusavano la madre di Rosina di essere una poco di buono, lettere che erano state attribuite al marito di Rosa Morrone. Sembrava che la cosa fosse finita lì ma Rosa, tornata a casa, racconta tutto al marito, Luigi Conforti
- Hai capito che ha fatto la tua comare Rosina? Si è nascosta dopo che avevamo avuto parole per quel fatto delle lettere e mi ha tirato contro due pietre, e che pietre! Meno male che non mi ha preso se no mi ammazzava! Ma adesso torno alla fontana e glielo faccio vedere io, glielo faccio vedere se non l’ammazzo davvero!
- Ma stai calma, ogni giorno la stessa storia! – Luigi cerca di riportarla alla ragione – adesso vado a casa del padre e ci penserà lui a darle quello che si merita
Si alza dalla seggiola sistemata vicino al fuoco e va a casa di Michele Belmonte mentre la moglie, uscita dietro di lui, va di nuovo alla fontana e ci trova di nuovo Rosina, in compagnia del fratello Gaetano di 12 anni, che ha appena finito di riempire gli orciuoli e sta avviandosi verso casa
- Tiramele adesso le pietre se hai coraggio! – le dice facendo l’atto di schiaffeggiarla ma Rosina è svelta a schivare il colpo e, lasciati cadere a terra gli orciuoli, le si avventa contro. È una lotta furibonda: le due si trascinano a terra l’un l’altra tirandosi i capelli e dandosi schiaffi e unghiate. Quando Rosina Belmonte sta per avere la peggio, suo fratello, rimasto a guardare, afferra un orciuolo e lo spacca in testa a Rosa Morrone che è costretta a mollare la presa. Rosina scappa e si rifugia in casa di un certo Leopoldo Magnocavallo ma l’altra, sebbene semistordita, la raggiunge e si accapigliano di nuovo. Leopoldo, indispettito da quella ignobile gazzarra le butta letteralmente fuori di casa e le due continuano a darsele di santa ragione finchè non arriva la madre di Rosa Morrone che le divide e si porta via la figlia.
Mentre le due donne stanno dandosele, Luigi Conforti, ignaro di ciò che sta accadendo, arriva a casa di Michele Belmonte, a letto perché sofferente di artrosi a una gamba, e fa le sue rimostranze
- Caro compare Luigi, non preoccuparti che non appena torna a casa ci penso io a farle cambiare il modo di comportarsi – lo rassicura, poi si salutano e Luigi si avvia verso casa. Giunto alla fontana, però, trova un assembramento di gente e Rosina che sbraita contro sua moglie.
In casa Belmonte, intanto, la situazione non è affatto tranquilla:
- Ah! Adesso te la prendi con tua figlia e non con quei bastardi che hanno offeso il mio onore? Non lo sai che te le hanno scritte loro le lettere quando eri in America? – Raffaella Cucunato, moglie di Michele Belmonte, rimprovera il marito non appena Luigi Conforti è andato via
- Ma lo sai che io non ho mai creduto a quelle lettere e poi, sei certa che a scriverle sono stati loro?
- Certissima! Le lettere le ha scritto il tuo compare Luigi e se non provvedi tu, provvederò io stessa a guardarmi l’onore e a farmi giustizia adesso! – termina mettendosi uno scialle sulle spalle e uscendo di casa sbattendo la porta. Michele è esasperato, non sa più cosa fare per porre termine a quella situazione che si trascina da mesi, durante i quali ha sopportato le continue lamentele della moglie e della figlia e i continui inviti a lavare col sangue l’onore offeso di Raffaella. Zoppicando, si alza, indossa i calzoni, va alla finestra, toglie uno straccio che tappa un buco sul davanzale e prende la pistola automatica che ha comprato in America, se la mette in tasca e con passo incerto si avvia alla fontana.
- Tu devi farti gli affari tuoi, lasciala stare a mia moglie, sono liti stupide le vostre – dice Luigi con tono calmo cercando di pacificare gli animi. Rosina lo ascolta con la testa bassa senza rispondere. Poi Luigi, quando vede che anche il suo compare sta arrivando, pensa che lo aiuterà a mettere la parola fine a quella antipatica situazione
- Dov’è mia figlia? – esordisce Michele, poi la vede tutta scarmigliata che, ringalluzzita dalla vista del padre enspalleggiata dalla madre e dal nonno, inveisce contro Luigi.
- Compare, permettimi che ti voglio dire la ragione… – comincia a dirgli Luigi andandogli incontro
- Questo non mi si doveva fare… questo proprio no… – lo interrompe Michele che, estratta la pistola, spara quattro volte contro Luigi. Il primo colpo ferisce alla mano il contadino Pietro Porro di 62 anni che è lì per caso, mentre Luigi cerca di ripararsi dietro il padre di Michele ma, colpito da tre proiettili alla gola, al naso e al cuore, cade morto all’istante. Poi Michele, sorretto dalla moglie e dai figli torna a casa, buttando la pistola in un fosso.
Il maresciallo Pace per prima cosa interroga la vedova che gli racconta la sua versione dei fatti
- Verso le 17,00 di oggi, mentre tornavo dalla fontana mi sono stati scagliati addosso due sassi da Rosina Belmonte ma non sono rimasta ferita. Arrivata a casa ho posato gli orciuoli e sono uscita di nuovo in cerca di Rosina per darle una lezione, dopo aver raccontato tutto a mio marito, il quale è andato a lamentarsi col padre della ragazza. Quando l’ho incontrata ci siamo accapigliate ma ci hanno divise e io me ne sono tornata a casa. Poco dopo ho udito delle detonazioni e ho pensato subito che fosse successa qualcosa di grave, così mi sono precipitata alla fontana e lì ho trovato il mio povero marito morto.
Poi va a casa dei Belmonte per interrogare Rosina e il padre, se non si è dato alla macchia. invece lo trova a letto e gli chiede conto dei fatti
- Fin da quando ero in America, da cui rimpatriai il 16 giugno di quest’anno, non correvano buoni rapporti fra la mia famiglia e quella del mio compare Luigi Conforti. Io mi sono sempre adoperato per far fare pace alle donne ma non ci sono riuscito. Stasera si è presentato compare Luigi molto arrabbiato dicendomi che mia figlia aveva insultato sua moglie e le aveva tirato due pietre e che la moglie l’avrebbe appostata e quindi calpestata e mangiata viva. Io ero a letto, così come lo sono anche adesso, gli ho risposto che l’avrei rimproverata non appena fosse tornata, anche picchiandola se fosse stato il caso. In quel frattempo abbiamo sentito qualcuno che gridava “l’ammazzano, l’ammazzano!” e compare Luigi è corso nella direzione delle grida. Io allora, temendo per la vita di mia figlia perché Luigi mi aveva detto che se sua moglie l’avesse presa l’avrebbe ammazzata, mi sono alzato, mi sono armato e sono accorso sul posto. Lì ho trovato Rosina tutta scompigliata, le ho chiesto cosa fosse successo e mi ha risposto “mi ha messo i piedi sulla pancia!”. A sentire quelle parole ho perso la ragione, mi sono rivolto a Luigi chiedendogli conto e lui mi ha risposto malamente… “quello che ho fatto a tua figlia lo faccio a te!” mi ha detto, così dalle parole siamo venuti alle mani e mi ha ferito al dito con un morso. – racconta mostrando il dito effettivamente ferito – A quel punto io ero sicuro di soccombere perché sono vecchio e malato e lui invece era giovane e forte. Temendo per la mia vita, anche perché ho visto che cercava di prendere qualcosa in tasca, ho estratto la pistola e ho sparato… non mi ricordo nemmeno quanti colpi e non so se l’ho colpito, se è ferito o se è morto. Poi sono tornato a casa e ho buttato la pistola in campagna ma non saprei dirvi con precisione dove… – poi lancia l’affondo – quando mia moglie mi ha ricordato le lettere anonime, mi è tornato in mente il fatto che il figlio di Luigi Conforti aveva tentato di disonorare mia figlia Rosina e questo mi ha ancora di più convinto ad ammazzarlo!
Alle orecchie del Maresciallo Pace il racconto è credibile perché le informazioni di cui è in possesso parlano solo genericamente della responsabilità di Michele Belmonte e nemmeno la moglie della vittima sa con precisione come sono andati i fatti, ma c’è un morto di mezzo e lo dichiara in arresto, concedendogli, viste le sue condizioni di salute, di tradurlo nel carcere di Cosenza l’indomani mattina.
- Marescià, portatemi adesso… non voglio che mi veda tutto il paese coi ferri ai polsi… troppa vergogna per la mia famiglia… -  e il Maresciallo lo accontenta.
Ma quando il Pretore di Rende comincia a interrogare i testimoni, il castello di menzogne costruito da Michele comincia a crollare miseramente.
Non è vero che Luigi Conforti abbia mai detto o scritto cose offensive nei riguardi della moglie di Michele Belmonte ed è ancora meno vero che il figlio abbia cercato di disonorare la figlia Rosina, ripetono decine di testimoni; altri rincarano la dose affermando che quando Michele era in America, la moglie Cucunato Raffaella lasciò parlare di sé ed il Conforti l’avvertì di mantenersi onesta per il bene della famiglia. Per tale fatto la Cucunato divenne nemica del Conforti ed altrettanto fece la famiglia di lei. Tutte le persone presenti al momento dell’omicidio giurano che nessuna donna, parlando di Belmonte Rosina ebbe a gridare “l’ammazzano, l’ammazzano”. Belmonte Michele venne spontaneamente e con la evidente intenzione di uccidere il Conforti. All’apparire del padre la Rosina Belmonte, che non piangeva, non disse “papà, mi hanno messo i piedi sulla pancia”, né il Conforti profferì le parole “l’ho fatto a tua figlia, lo faccio anche a te”. Escludo che egli abbia dato un morso al Belmonte e che abbia tentato di prendere alcuna arma. Altri ancora, vicini di casa di Michele, presenti quando Luigi andò a lamentarsi per il comportamento di Rosina, escludono categoricamente che questi abbia detto che la moglie avrebbe appostata, calpestata e mangiata quest’ultima.
Ma se il morso non glielo ha dato Luigi Conforti chi glielo ha dato? Per rispondere a questa domanda, il Pretore ordina una perizia medica al dottor Giuseppe Martino di Rende e i risultati sono che l’imputato il morso nel dito indice della mano sinistra e precisamente nella piegatura della seconda falange se lo sarà dato da sé in un momento di esasperazione. Escludo che sia stato prodotto da altra persona perché il morso altrui non avrebbe potuto mai addentare quella parte del dito, che resta sempre garantita nel momento della colluttazione, restando invece esposta la regione del mignolo.
Le cose si mettono veramente male per Michele. Poi, il 14 dicembre accade qualcosa di grave e imprevisto: qualcuno, all’alba, nascosto dietro alcuni cespugli spara un colpo di fucile contro il figlio dodicenne di Michele Belmonte e poi scappa precipitosamente. Il ragazzo sente fischiare vicino a lui la pallottola e per fortuna rimane illeso. Il Maresciallo Pace fa un sopralluogo e le impronte lasciate dallo sconosciuto si fermano a qualche decina di metri dalla casa del povero Luigi Conforti. Che si tratti di un tentativo di vendetta? I carabinieri perquisiscono la casa e trovano un fucile a retrocarica con una sola canna. Ad un primo esame sembra che l’arma abbia sparato di recente e sospettano della vedova, anche se sembra improbabile. Più plausibile sembra che a sparare possa essere stato qualche suo parente, ma gli unici due maschi, il padre della donna e suo cognato, vengono subito esclusi, il primo perché gravemente invalido e il secondo perché acerrimo nemico di Luigi, addirittura indifferente alla morte del congiunto. Le perizie eseguite sull’arma non riescono a stabilire se l’arma abbia o meno sparato di recente e il caso viene chiuso, lasciando il dubbio se il fatto sia veramente accaduto o se non sia stato un maldestro tentativo di alleggerire la posizione di Michele Belmonte.
Michele viene rinviato a giudizio ma nel frattempo la Grande Guerra sottrae alla Giustizia molti testimoni partiti per il fronte e per arrivare al dibattimento ci vorrà il 9 marzo 1920.
Michele, nonostante tutto sia contro di lui, ottiene la concessione delle attenuanti generiche e quella della provocazione grave, per cui la giuria stabilisce che nel momento in cui uccise Luigi Conforti si trovava in tale stato di infermità di mente non da togliergli la coscienza o la libertà dei propri atti, ma da scemare grandemente l’imputabilità, senza escluderla.
La pena è stabilita in sette anni e sei mesi di reclusione, più il risarcimento del danno. Il 21 maggio 1920 la Corte di Cassazione rigetterà il ricorso presentato dai suoi legali.[1]

lunedì 18 gennaio 2016

VENDETTA


Francesco Ferro è un contadino di Magli, frazione del comune di Trenta. Da qualche anno, insieme ai fratelli Filippo e Raffaele Antonio, ha preso in fitto un vasto appezzamento di terreno a San Marco Argentano. I tre fratelli sgobbano come muli ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti perché hanno ormai raggiunto una condizione di relativa agiatezza, tanto da cominciare ad acquistare quella terra sulla quale sudano.
Il 22 aprile 1888, Francesco incontra, verso le sei e mezza del pomeriggio, un suo debitore, il mulattiere Giuseppe Feudo, e gli chiede il pagamento di due tomoli di grano, vendutigli l’anno prima.
- Tra poco fa un anno, adesso mi devi pagare
- Non posso, sono senza lavoro e ho solo sei lire – gli risponde Feudo mentre i due, attraversata la piazza, si dirigono verso Via Giudecca.
- Senti, a me non me ne frega niente se lavori o non lavori, mi devi dare i soldi e basta!
- Quando li avrò, te li darò. Adesso lasciami fottere!
Francesco Ferro si trattiene a stento, poi vedendo sulla porta di casa Carmela Sgrignieri, moglie del messo comunale, le si rivolge dicendo
- Carmè, dì a tuo marito di procedere con la citazione di questo ladro fottuto!
- A me dici ladro? Ma vai a fare in culo, merda, che i soldi tuoi me li bevo invece di darteli!
- Vaffanculo tu e tutta la razza tua, ladro! – gli urla contro, poi si gira e se ne va imbestialito.
Per Giuseppe, che qualche bicchiere di rosso l’ha bevuto, questa è un’offesa che non può sopportare. Mette mano al coltello, insegue Ferro e gli vibra una coltellata alle spalle. Francesco cade e sta per essere finito quando, per sua fortuna, Feudo viene bloccato da Giuseppe Svevo e sua moglie che lo disarmano e lo trascinano in casa loro.
Francesco, sanguinante, se ne torna a casa e manda a chiamare il medico e i Carabinieri. Gli è andata di lusso, dice il dottor Raffaele Manfredi. Il colpo è stato vibrato in modo obliquo e la lama è penetrata per soli due centimetri nel muscolo. I Carabinieri, da parte loro, raccolta la denuncia e, constatata la ferita, vanno ad arrestare Giuseppe Feudo e lo chiudono in camera di sicurezza.
Nel frattempo, rincasano Filippo e Raffaele Antonio i quali si fanno raccontare i fatti e, senza perdere tempo, si precipitano a casa di Feudo per fargli la pelle e vendicarsi dell’onta subita. Tempestano la porta di calci e pugni per buttarla giù. Poi la voce della moglie di Feudo li gela
- Andatevene, i Carabinieri lo hanno arrestato per colpa di vostro fratello!
- Non è vero! Aprite! – proprio in quel momento arriva sul posto un’amica comune, Mariantonia Guaglianone, la quale si intromette per convincerli che Giuseppe è stato davvero arrestato e ci riesce. I due Ferro se ne vanno
- Noi non abbiamo mai ricevuto uno schiaffo e ora che ci hanno menati dobbiamo stare zitti? – dice Raffaele Antonio mentre si allontana.
La notte dopo l’arresto di Giuseppe dovrebbe essere servita a calmare gli animi esagitati dei fratelli Ferro, ma non è così. A turno piantonano la casa del nemico in attesa che venga rilasciato e a chi gli si avvicina per cercare di portare la pace rispondono “non ce lo possiamo tenere questo corno!”.
Giuseppe Feudo viene rimesso in libertà provvisoria la mattina del 25 aprile e subito viene avvisato che i fratelli Ferro vogliono fargli la pelle, così, accompagnato da amici e parenti, si rintana in casa. E fa bene. Infatti i Ferro lo seguono per approfittare di una eventuale occasione per aggredirlo, ma gli va male.
- Filippo, che fai con quel bastone? – gli chiede un amico
- Ci debbo battere i cani arrabbiati – risponde
- Là ce n’è uno – gli fa quello, indicando un cane che se ne va per i fatti suoi
- Quello non morde – tronca il discorso, lasciando l’amico di stucco.
In paese tutti conoscono le intenzioni dei fratelli Ferro, però a nessuno viene in mente di avvisare i Carabinieri. Le ore passano cariche di tensione fin quasi al tramonto, quando Giuseppe, convinto che i Ferro se ne siano andati, esce sulla porta di casa. Si guarda intorno e non vede nessuno. Tira un sospiro di sollievo e si rilassa. La moglie lo chiama dall’interno e lui si gira per risponderle. Cominciano a parlare. Intanto il vicinato si anima e molta gente è in strada. Qualcuno si avvicina a Giuseppe e gli chiede della brutta avventura e lui, interrompendo la chiacchierata con la moglie, prende in braccio uno dei suoi bambini ed esce in strada per spiegare i fatti agli amici.
Filippo e Raffaele Antonio Ferro fino ad allora hanno gironzolato, separati, nei dintorni per sorprendere Giuseppe.
È quasi il tramonto e Raffaele Antonio sta parlando con un certo Domenico Scarpelli che lo sta rassicurando circa dei soldi che gli deve. Mentre camminano verso l’arco dei signori La Regina, dal quale si accede al vicinato dove abita Feudo, vede, proprio sotto l’arco, suo fratello Filippo che gli fa cenno di raggiungerlo. Non bada nemmeno che Scarpelli gli sta dando appuntamento per l’indomani mattina con lo scopo di saldare il proprio debito, lo saluta frettolosamente e segue Filippo.
I due si appostano nelle vicinanze della casa di Giuseppe e lo vedono che parla tranquillamente con gli amici,  dando loro le spalle; si danno un cenno di intesa e si avvicinano in silenzio. Filippo ha in mano un grosso bastone, il fratello un coltello.
Giuseppe parla e scherza e nessuno fa caso ai due che sono ormai a un passo da lui; nessuno ha il tempo di accorgersi che Filippo lo colpisce con una tremenda bastonata alla testa.
Giuseppe cade a terra svenuto col bambino ancora in braccio e Raffaele Antonio gli è sopra accoltellandolo per due volte al petto. La lama penetra in profondità e gli trancia l’aorta. La morte è istantanea tra lo stupore generale. Tutti i presenti sono immobili e tali restano anche quando i due Ferro si danno alla fuga.
- Largo! Largo! – urlano a quelle che sembrano statue di marmo.
All’inizio nemmeno la moglie di Giuseppe capisce ciò che sta accadendo, poi sente quelle voci ed esce sulla porta di casa; vede Giuseppe steso per terra in un lago di sangue, il bambino che piange, coperto dagli schizzi di sangue del padre, e si mette a urlare disperatamente per chiamare al soccorso. Solo allora i presenti sembrano svegliarsi da un lungo sonno durato pochi secondi.
Qualcuno corre via e in pochissimo tempo arrivano i Carabinieri con un medico che può solo constatare la morte di Feudo e immediatamente cominciano le ricerche degli assassini.
Ma di Filippo e Raffaele Antonio Ferro non c’è traccia. Come è possibile che due persone possano scomparire nel nulla in meno di mezz’ora? Un vero e proprio mistero.
Vengono perquisite quasi tutte le case del paese, le cascine, le capanne e ogni altro luogo di campagna dove sarebbe possibile trovare rifugio, ma senza risultato.
I Carabinieri estendono le ricerche nei comuni vicini di Roggiano Gravina, Mongrassano e Fagnano Castello e poi, seguendo le indicazioni pervenute dal padre della vittima,  anche a Cetraro e a Tarsia ma i due non si trovano.
Non sono nemmeno a Magli o negli altri Casali di Cosenza dove hanno ancora dei parenti stretti. Niente di niente.
Qualcuno ha pensato di sorvegliare le stazioni ferroviarie nei dintorni di San Marco e i porti di Napoli e di Genova? No.
Intanto l’istruttoria va avanti e Filippo e Raffaele Antonio Ferro vengono rinviati a giudizio per omicidio premeditato e processati in contumacia.
Il 7 dicembre 1888, la Corte d’Assise di Cosenza emette la sentenza:
Colpevoli di omicidio volontario, qualificato assassinio per premeditazione, con attenuanti, in persona di Giuseppe Feudo. Reato avvenuto il 25 aprile 1888 e li condanna alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici, alla interdizione patrimoniale, alle spese del procedimento in favore dell’Erario dello Stato, ed alla rivalse dei danni a pro della parte danneggiata.
Dopo qualche mese, a San Marco, persone bene informate giurano che i due sono ormai al sicuro e ben al riparo della giustizia. Dove? Lontano, molto lontano, oltre il mare e oltre l’oceano, dall’altra parte del mondo, in un posto chiamato Brasile.[1]

domenica 17 gennaio 2016

SCANDALO NEL CARCERE DI COSENZA di Cinzia Altomare


Florindo Cetraro, carceriere delle carceri della Regia Udienza, il 3 Agosto del 1793 fa questa dichiarazione:
Giuseppe Renzelli, chianchiero[1], è stato arrestato e condotto nelle carceri di Cosenza con l’accusa di rissa in luogo pubblico ai danni di uno dei servitori del Signor Nicola Toscani, di cui c’è ancora un totale riserbo di notizie. Il Renzelli ammette di avere un temperamento sanguigno e di non potere sopportare che si bestemmi il nome del Signore Iddio, quindi si è apprestato a frustare il servitore. Da qui la pronta denuncia del Signor Toscani. E solo qui subentrano i racconti del buon Cetraro che ammette di avere udito gli ordini del tenente Domenico Rizzuto, della Compagnia di Campagna di questa città, e di avere visto i caporali Bernardo Rizzuti, Francesco Antonio Cozzetto, Gaetano Scozzafave e Vito Clausi, eseguire gli ordini di cattura, ma solo dopo avere fabbricato una mitra di carta per beffeggiare a dovere il rigorismo religioso del Renzelli. Condotto nelle carceri, al Renzelli vengono date cento legnate, ma non contenti di ciò lasciano il detenuto in balia dei costumi dei carcerati, che significa infierire con pugni e poi portare l’ultimo incarcerato a mo’ di trionfo, per festeggiare il possesso della nuova “qualifica” conquistata.
Giuseppe Renzelli si ribella, per quanto gli permettano le sue esigue forze, a tale beffa, ma senza alcun risultato poiché nessuno dei Caporali presenti ritiene di intervenire. In sede processuale presso il Tribunale, però, lo stesso Renzelli ha denunciato l’intero deplorevole rito e di tal cosa è stato anche informato Don Francesco Gervino, Procuratore Fiscale. Infatti oltre a queste costumanze ignominiose, la tacita noncuranza del personale delle carceri ha attirato le maggiori personalità sul caso.
Don Giovanni Donato, Preside del carcere, si è prontamente recato in presenza del Procuratore e si è scusato per l’accaduto, asserendo di ignorare lo svolgimento di tali riti, così dando la sua massima disponibilità per risolvere l’intero accadimento. Sappiamo che tra i primi provvedimenti presi, si è proceduto all’incatenamento per caviglia dei carcerati e non si conosce l’effettiva quantità di giorni nei quali subiranno la loro punizione.
Il Renzelli si ritiene soddisfatto per avere ottenuto alla beffa una sommaria giustizia e si augura che le sue forze non lo abbandonino nei duri giorni che lo attendono per il termine della sua pena, in una cella separata dagli altri carcerati.[2]

venerdì 15 gennaio 2016

OPERAZIONE SAN FRANCESCO

- Padre Francesco – dice un monaco al padre superiore del Convento dei Minimi di Paola – sento degli strani rumori… come se qualcuno battesse sui muri di una delle celle…
- Si, lo so, non sei il primo che me lo dice, ma è tutto a posto, nessun problema!
Questo accade verso la fine del mese di settembre del 1946, poi, dopo la festa per l’inaugurazione della lampada votiva in onore del Santo, il 13 ottobre, i misteriosi rumori sembrano intensificarsi e qualcuno dei monaci sostiene che provengono da dentro la cella numero 17 del loro dormitorio.
- È impossibile! Quella cella è chiusa a chiave e non ha finestre, chi volete che batta sui muri lì dentro? – rassicura tutti Padre Francesco
Ma i rumori continuano e le lamentele anche, così il superiore, per fugare ogni dubbio, il 5 novembre apre la cella 17, accende la lampadina elettrica, ispeziona la stanza e non trova niente fuori posto. Quella stessa sera, però,  il confratello che dorme nella cella attigua alla 17 avverte di nuovo quei rumori sordi e si lamenta ancora col superiore.
I giorni passano con lunghe discussioni sulla natura dei rumori, finché dalla sera del 9 novembre accadono fatti stranissimi: poco prima delle 20,00 un corto circuito fa saltare l’impianto elettrico del dormitorio. Questo si che preoccupa Padre Francesco perché l’impianto è nuovo e non sarebbe dovuto accadere. Comunque, aiutato dagli altri monaci, apre il contatore della luce, sostituisce la valvola di sicurezza bruciata e tutto torna nella normalità, almeno così sembra perché verso le 22,00, il frate laico Armando Castiglione, stando dietro i vetri della finestra della sua cella per recitare le orazioni, scorge nel giardino del convento un uomo che si sta avvicinando alla fonte della Cucchiarella, il quale, accortosi che frate Armando lo sta osservando, si nasconde.
Frate Armando si sistema dietro uno scuro semi chiuso della finestra e resta in attesa delle mosse dello sconosciuto ma, dopo un bel po’ di minuti, visto che non succede niente si decide a dare l’allarme e così tutti i monaci, laici compresi, si precipitano in giardino e cominciano a perlustrarlo palmo a palmo nel buio, senza tuttavia trovare nessuno. A questo punto, per scoraggiare lo sconosciuto e indurlo ad andarsene, i religiosi decidono di sparare un colpo di fucile in aria, poi se ne tornano tranquillamente a dormire.
Ma quella notte ormai non può passare tranquilla. Infatti, verso mezzanotte una fortissima esplosione fa tremare i muri del convento dalle fondamenta, tintinnare i vetri delle finestre e gemere gl’infissi di tutti gli stabili esistenti in Convento. I monaci, svegliati di soprassalto ancora una volta, sentono distintamente anche il rumore che la pioggia di detriti provoca ricadendo sul tetto. Ormai la notte è andata e nessuno ha più voglia di dormire, meglio pregare aspettando il mattino quando Padre Francesco Mazza andrà a denunciare i fatti ai Carabinieri, i quali stabiliscono che l’ordigno, sicuramente una bomba a mano, è stato lanciato da un sentiero che corre all’altezza del tetto del convento, lungo il lato confinante con il torrente Isca vicino alle cucine, probabilmente perché questa è la parte meno sorvegliata e più tranquilla del grande edificio. Il Vice Brigadiere Alì ipotizza che chi ha lanciato l’ordigno intendeva farlo cadere sul tetto ma per ottenere questo risultato la forza del lancio sarebbe dovuta essere tale da consentire alla bomba di attraversare la gola dentro cui scorre il torrente. L’errore di calcolo ha fatto si, invece, che l’ordigno cadesse in mezzo alle sterpaglie ed esplodesse senza provocare danni. Esecutore dell’atto terroristico deve essere stato senz’altro lo sconosciuto sorpreso nel giardino poco prima dell’esplosione.
Sconosciuto, giura frate Armando. Nel suo rapporto, invece, il Maresciallo Nicola Gaetano scrive il nome del contadino Emilio Palermo che abita in una casetta, l’unica esistente nei paraggi, pochi metri sopra il convento. Ad aggravare la posizione di Palermo ci sono i precedenti di un suo fratello arrestato tempo prima proprio per un furto ai danni dei monaci e appena condannato a tre anni di reclusione.
I Carabinieri vanno a casa del contadino, eseguono una minuziosa perquisizione e rinvengono numerose cartucce da caccia, fiaschette di polvere, pallini e tutto il necessario per caricare le cartucce. Palermo viene quindi fermato e portato in caserma, ma qui si scopre che tutto quel materiale è legalmente detenuto visto che ha un regolare porto d’armi per la caccia e quindi subito rilasciato.
Nella notte tra l’11 e il 12 novembre si mette a piovere a dirotto e i monaci notano che lungo una delle pareti della Cappella dell’Immacolata scorre dell’acqua. Sicuramente qualche detrito scagliato sul tetto dalla esplosione ha rotto dei coppi e padre Francesco ordina agli operai che stanno lavorando al restauro del convento di andare a riparare la perdita.

A questo punto dobbiamo tornare indietro nel tempo, alla fine del mese di settembre del 1946. Qualcuno che conosce bene, molto molto bene, addirittura meglio dei monaci stessi, la planimetria del monastero, sale di notte con una scala di 4 metri sul tetto della Cappella dell’Immacolata, lo scoperchia, penetra nel sottotetto, vi introduce attrezzi da scavo e pratica, impiegando qualche giorno, un foro nel muro portante della cappella portando alla luce una intercapedine, sconosciuta a tutti, tra il muro portante della Cappella e quello del monastero, proprio sul lato dove ci sono i dormitori. Gli ignoti si calano all’interno dell’intercapedine, poi, percorrendo il camminamento che sta alla base, calcolano la distanza percorsa e, all’altezza della cella 17, si mettono a scavare un tunnel sotterraneo per oltrepassare il corridoio dei dormitori e penetrare così in quella cella. Il materiale di risulta lo portano indietro e lo distribuiscono sulla volta della cappella. È un’organizzazione perfetta. Almeno un paio di persone lavorano alacremente allo scavo, almeno una si incarica di portare indietro il materiale e un’altra persona tira su il secchio pieno e lo rimanda giù vuoto. Sono così organizzati che per giorni e giorni non escono da lì e qualcuno, di notte gli porta i viveri. Qualcuno di loro, per passare il tempo, si è portato dietro anche dei libri.
Quando, finalmente, pensano di essere sotto la cella 17 con estrema cautela aprono un foro nel pavimento e penetrano nella cella.
Ma perché proprio la cella 17? Cosa c’è di tanto interessante in un bugigattolo di un metro per due e alto meno di due metri? Semplice. La cassaforte con l’oro di San Francesco di Paola.
Infatti è proprio lì, murata. Non è proprio una cassaforte ma piuttosto una cassa di ferro molto spesso delle dimensioni di circa 40 centimetri per lato. Gli ignoti si mettono subito all’opera per sradicarla dal muro ma l’operazione è molto più difficile del previsto. Cercano di forzare la robusta, antica, serratura, ma anche questo tentativo va a vuoto. Non resta altro da fare che cercare di praticare un foro nello spesso metallo e cercare di tirar fuori quanta più roba possibile, però ci vuole tempo, molto tempo, per bucare il ferro con un vecchio trapano a mano e allora prendono delle precauzioni nel caso qualcuno si insospettisca e cerchi di entrare nella cella. Intanto prendono una vecchia cassa di legno addossata a una parete, la mettono dietro la porta e la riempiono con il materiale di risulta dello scavo, poi, non contenti, staccano i fili della lampadina elettrica, provocano il corto circuito che ha allarmato i monaci e, prima che l’impianto venga ripristinato, collegano i fili alla serratura in modo tale che chiunque metta la chiave nella toppa prenda la scossa.
Il lavoro procede lentamente, buco dopo buco, finché non riescono a praticare un foro di circa tre centimetri di diametro nel quale inserire un pezzo di fil di ferro piegato ad uncino per pescare gli oggetti d’oro
- Non c’è niente qui dentro! – sussurra uno dei due ladri, soffocando sul nascere la bestemmia che vorrebbe uscirgli dalle labbra
- Non c’è niente? Sei impazzito? – gli risponde l’altro, incredulo – avvicina la lanterna e guarda bene nel buco…
- Ti dico che non c’è niente!
- Forse è un doppio fondo… vedi se il fil di ferro va liberamente verso l’alto…
- Credi che sia cretino? Se ti dico che non c’è niente, non c’è niente! Vieni a provare tu che sei più bravo e vediamo se peschi qualcosa!
Ma ogni tentativo è vano. La cassaforte è tristemente vuota!
- Deve essere qui! Questa è la stanza del tesoro, sicuramente l’oro è in un’altra cassa murata… fai luce alle pareti…
In effetti su una parete notano qualcosa di strano: una grata dipinta sul muro.
- È qui! Scaviamo in fretta… muoviamoci!
I due, a turno, scavano un buco profondo parecchi centimetri ma della cassaforte non c’è nemmeno l’ombra.
- Compà, andiamocene prima che sia troppo tardi… qui non c’è niente… mannaja!
Così, ripercorrendo il cammino a ritroso, tornano sopra la volta della cappella e, con gli altri scompaiono nel buio della notte.

Gli operai, saliti sul tetto e tolti alcuni coppi per penetrare all’interno, notano subito due funi, una delle quali legata e penzolante all’interno di un foro praticato nel muro. Uno di loro, un ragazzino abbastanza magro, si cala nel buco e percorre tutto il camminamento fino al tunnel scavato dai ladri e scopre che questo va a finire sotto al pavimento di una delle celle. Avvisano subito i monaci i quali stabiliscono che è proprio la numero 17. Vengono immediatamente avvisati i carabinieri che si precipitano sul posto e invitano il padre Superiore ad aprire la porta. Padre Francesco fa per mettere la chiave nella toppa ma ha una dolorosa sorpresa che lo fa urlare. Una tremenda scossa elettrica lo lascia quasi esanime a terra!
Staccata la corrente, i carabinieri cercano di aprire la porta ma questa è bloccata dall’interno per cui decidono di far calare di nuovo il ragazzino nel cunicolo e di fargli sbloccare la porta, operazione impossibile perché non riesce a spostare la cassa piena di calcinacci che i ladri hanno messo a protezione del buco. L’unico sistema rimasto a questo punto è quello di sfondare la porta con l’aiuto di un falegname. Quando, finalmente, i militari riescono a entrare, sono colti dal vomito provocato dai miasmi mefitici che provengono dagli escrementi umani sparsi sul pavimento.
Per terra, oltre agli escrementi, ci sono bucce di mandarini e carte unte dall’olio delle colazioni.
- A occhio e croce chi è stato qui dentro ci è rimasto almeno tre giorni – sentenzia il Vice Brigadiere Alì, che, dopo aver sbirciato all’interno della cassaforte, prosegue – e hanno portato via anche tutto quello che c’era qui dentro… un vero disastro!
- In verità nella cassaforte non c’era niente – lo tranquillizza padre Francesco – un vero miracolo invece! Pensate che solo qualche mese fa ho deciso di spostare tutto l’oro del Santo in un posto più sicuro!
- Meno male! Ma chi ha tentato di rubare al Santo deve pagare, statene certo! – è la solenne promessa del Carabiniere.
Tutto ciò che viene trovato nella cella (tranne gli escrementi) viene repertato e sequestrato. Viene ricopiata anche una specie di poesia scritta a stampatello su di una parete, che Alì attribuisce a uno dei ladri, che recita:
DI QUEL DI’ CHE ALLA CITTA’ TI INCONTRAI CARA BELTA’, TI RAMMENTI? IL CATTIVO COR MI PIEGO’
Il tutto è corredato dalla scritta 1868 e dalle iniziali S.T. ma la T potrebbe benissimo essere una Z, precisa Alì nel suo rapporto.
Nel sottotetto, invece, vengono repertati oggetti molto più interessanti: dei libri scolastici sui quali è scritto Luccherini Antonio da Napoli (un ex alunno del convitto diplomato nel 1945); uno spago di quelli che i monaci usano per tenere alzati i maniconi dei sai e che ha l’odore tipico dell’inchiostro tipografico, un ritaglio di carta con stampata la scritta CHARITAS e una copia della rivista “TEMPO”.
Chi può essere così pratico dei luoghi da aver potuto organizzare e mettere in opera il piano? Ovviamente Emilio Palermo il quale ha anche, oltre al proprio fratello, l’aggravante di un figlio magrissimo che avrebbe potuto benissimo passare nel tunnel e così i due vengono arrestati.
Ma fatti gli opportuni accertamenti, risulta che la carta usata per confezionare le colazioni e quella del ritaglio è dello stesso tipo di quella usata nella tipografia interna al convento e che i libri erano stati conservati nella stessa tipografia. Troppi indizi che vanno nella stessa direzione. Ad avvalorare ulteriormente la possibilità che ad essere coinvolti nel piano ci possa essere qualcuno interno al convento c’è anche la circostanza che una delle due funi ritrovate è certamente uguale a quella usata in occasione della cerimonia di esposizione della lampada votiva.
A entrare nella lista dei sospetti, a questo punto, sono i due tipografi del convento: il ventiquattrenne Giuseppe Calabria e il diciassettenne Vittorio Zappa.
- Non vado al convento dal 31 ottobre – afferma Giuseppe Calabria davanti al Maresciallo che lo interroga – e so dove è il corridoio dei dormitori perché qualche volta sono andato a chiamare padre Romano, il responsabile della tipografia, ma non so in quale cella c’è la cassaforte col tesoro di San Francesco e giuro che non ho partecipato al furto! – poi il Maresciallo gli fa vedere i pezzi di carta repertati, lui li osserva con attenzione e poi continua  indicando i fogli nei quali erano avvolte le colazioni – questa non è mai stata adoperata in tipografia da quando ci lavoro io. Questo – dice indicando il cartoncino con la scritta CHARITAS – è una parte dei cartoncini di invito che abbiamo stampato in occasione della festa della lampada. Per quanto riguarda la chiave della tipografia, posso dire che, a fine giornata, la consegno al mio aiutante, Vittorio Zappa, il quale la consegna a fra’ Gaetano
Poi è la volta dell’altro tipografo, Vittorio Zappa.
- Manco dal convento dal quattro o cinque di novembre e conosco il corridoio dove dormono i frati, ma non so in quale cella è la cassaforte. – esordisce, poi riguardo ai fogli di carta, la sua affermazione fa sussultare il Maresciallo – Questi fogli sono uguali a quelli che usiamo in tipografia ma il cartoncino non l’ho mai visto. Per quanto riguarda le chiavi, sono io che la sera le consegno a fra’ Gaetano oppure a fra’ Armando, ma qualche volta è capitato che a consegnarle sia stato Giuseppe Calabria.
“Qui gatta ci cova”, pensa il Maresciallo. Come è possibile che gli unici due lavoranti della tipografia si contraddicano in modo così grossolano? È evidente che i due sono implicati nel furto, conclude il Maresciallo, e quindi vanno arrestati.
Ma c’è sempre il particolare della corda: chi, nel monastero, è adibito alla custodia delle corde? Frate Salvatore Furlano.
- Dopo la cerimonia della lampada affidai la corda perché la conservasse al giovane Dante Filippi, cosa che fece da solo. Ma, comunque, io non posso rispondere di eventuali sparizioni di materiali perché sono costretto dalle circostanze ad affidare la chiave del ripostiglio agli operai che hanno bisogno di materiale.
Ma la corda c’è o non c’è nel ripostiglio? Fatta la verifica, si stabilisce che manca, quindi è proprio quella usata dai ladri per calarsi nell’intercapedine.
Dante Filippi, venticinquenne paolano che lavora da factotum all’interno del convento (fa anche lavori da elettricista), da parte sua dichiara che dopo aver provveduto ad attaccare la fune con la lampada alla loggia esterna della Basilica, l’ha conservata accompagnato da frate Salvatore. Chi ha ragione? I Carabinieri sospettano anche del frate perché non sa fornire il numero esatto delle funi conservate nel ripostiglio. Inoltre è un esperto meccanico, figlio di meccanico, e avrebbe avuto libero accesso a tutti gli attrezzi occorrenti per portare a termine il colpo. Ma frate Salvatore viene scagionato dalle dichiarazioni di tutti i monaci, compreso egli stesso, che affermano di essere a conoscenza del fatto che il tesoro è stato spostato altrove e quindi non avrebbe avuto senso organizzare o partecipare al furto, sapendo che nella cassaforte non c’era niente. A questo punto restano a carico di Dante Filippi la contraddizione su chi ha conservato la corda e il fatto di essere in grado di svolgere lavori di elettricista e quindi di essere stato lui a collegare i fili della corrente alla serratura della cella 17, ma c’è anche un punto a suo favore: è l’unico ad avere affermato che la corda trovata nel sottotetto fa parte di un unico pezzo poi tagliato in due. Perché i monaci non hanno riferito questo particolare? È questa la domanda che si pongono il Pretore di Paola e il Maresciallo dei Carabinieri.
Ad aggravare la posizione dei tipografi, secondo gli inquirenti, arriva l’esito di una prova empirica fatta dal Vice Brigadiere Alì che si prende la briga di provare a far girare la serratura della cella 17 con tutte le altre chiavi esistenti nel convento e scopre che la chiave della stanza dove sono conservati i clichè della tipografia apre la serratura della cella 17!
Si scopre anche che il laccio usato per tenere sollevati i maniconi dei sai, rinvenuto nel sottotetto, apparteneva al novizio Francesco Bartuccio di Rende che lo lasciò in tipografia quando si spogliò della veste sacra. E si scopre anche che a murare la cassaforte fu frate Giovanni Laganà, attualmente nel convento di Pizzo Calabro, il quale eseguì personalmente il lavoro, aiutato da un paio di muratori. Interrogato, fra’ Giovanni conferma la circostanza, ma non ricorda i nomi dei suoi aiutanti. Inoltre, i Carabinieri sequestrano a Giuseppe Calabria una giacca sporca di fango, senza che questi riesca a spiegare come se la sia sporcata.
Il quadro ormai è delineato e il Maresciallo Nicola comunica le sue conclusioni al giudice: emerge chiaro che la circostanza della chiave, della fune, della giacca, della carta e del ritaglio, oltre a tutte le condizioni di tempo e di luogo di cui sopra, indicano come autori del tentato furto il Calabria e lo Zappa. I due Palermo, il primo per la sorveglianza esterna e per l’esplosione dell’ordigno ed il secondo per una parte più attiva nei lavori, risultano pure responsabili e perciò correi del delitto e la stessa responsabilità ricade sul Filippi Dante, che è più padrone di tutti dell’ambiente del Convento, elettricista e quindi tecnico ed in grado di collocare i fili alla serratura com’è stato fatto. Inoltre quest’ultimo è accusato chiaramente dalla contraddizione in cui è caduto asserendo di aver rinchiuso la fune nel ripostiglio alla presenza di fra’ Forlano, mentre in effetti eseguì da solo l’operazione.
Per tutti questi fatti, i cinque individui su menzionati, sono stati associati nelle locali carceri e messi a disposizione del signor Pretore del mandamento per i reati ad essi ascritti.
I padri del Convento sono tutti fuori sospetto perché possiedono l’alibi di essere già a conoscenza che il tesoro non trovavasi più nella stanza N. 17.
Il Pretore, a sua volta, invia gli atti al Pubblico Ministero per la richiesta di rinvio a giudizio ma questi conclude che
Dalla compiuta istruttoria non sono emersi elementi di colpevolezza a carico degli imputati, i quali vennero arrestati per semplici sospetti.
Frate Armando ha negato di avere riconosciuto in Palermo Emilio la persona che quella sera egli vide sotto gli archi del portico antistante il convento. Anzi ha aggiunto di non essere stato interrogato in proposito dai carabinieri e quindi di non aver potuto fare quel nome. Il maresciallo, interrogato, ha creduto opportuno dichiarare che il nome di Palermo Emilio era stato fatto dal frate al brig. Alì. Poiché nessun altro elemento è emerso a carico degl’imputati, oltre questo indizio, che è smentito, o meglio non confermato dagli stessi verbalizzanti, occorre dichiarare non doversi procedere nei confronti di tutti gli imputati per non aver commesso il fatto.
Il 18 marzo 1947, il Giudice Istruttore Raffaele Giannuzzi emette la sentenza nei confronti degli imputati:
su conforme richiesta del P.M. dichiara non doversi procedere nei confronti di Calabria Giuseppe, Zappa Vittorio, Filippi Dante, Palermo Emilio e Palermo Pasquale per non avere commesso il fatto loro ascritto in rubrica.
In fondo l’oro è salvo e nessuno si è fatto male, solo questo conta.[1]

I CAMINANTI-Quando gli zingari rubavano galline


[1] ASCS, Processi Penali definiti in istruttoria.