domenica 28 febbraio 2016

CARA ANGIOLINA



Gorizia li 28 aprile 1920
Cara Angiolina,
ti scrivo questa mia lettera per darti notizia della mia ottima salute cosi spero sentire Date unita colla tua famiglia
Cara Angiolina
Fatime sapere perche non maveti scritto che io tio scritta tante volte e tu non mai risposto perniente fateme sapere perche cosa non maveti scritto. Basta
Cara Angiolina
Io losò perche non mavete scritto io osaputo tutto cio che tu a fatto tu amme mavevi detto che alla messa non ciandave piu perche parteva io invece tu non ai tenuto la parola. Anche aio saputo che il giorno della parma tu sei andata a Rose inzieme a due giovanotti e siete partiti della tua casa tutti 3 e atte tianno meso in mezzo della tua casa fino a Rose. Brava cosi mi piace molto anche puro saccio chine sono si giovanotto che sei andata inzieme ma pero non le voglio annominare. Ai capito?
Cara Angiolina
Io non milo credevo che tu facci così invece tu fai come piace atte invece non ciavesse di fare. Ai capito? Basta anche puro aio saputo che tu ti vai avandanno che io ti scrivo e questi parole io non posso sintire.
Solo vi prego di non dire niende che io ti scrivo. Ai capito? Basta non altro che dirti saluti tuo Padre e tua madre saluto tua sorella Carmela saluti tui fratelli uniti colla sua sposa.
Dopo saluto atte divero Cuore e mi firmo per sempre tuo
Caro
Eugenio Docimo
Pronta risposta Buona Notizia scriveti subbito
Cara Angiolina
Tifaro sapere che sono a Gorizia
Il mio dirisso e questo
Al Soldato
Docimo Eugenio
4° Battaglione Minatori
Gorizia
Adio Adio
Tuo Genio tanti Baci
Dime.


Da quello che leggiamo pare che Angiolina sia una poco di buono che se ne va in giro accompagnata da due giovanotti e non risponde alle lettere del fidanzato. Le cose, però, sono leggermente diverse.
Angiolina, 22 anni, ed Eugenio 21 anni, fanno castamente all’amore dal 1916 e solo verso la fine di febbraio del 1920 Eugenio, con la promessa di sposarla, riesce a convincere la ragazza ad avere un rapporto sessuale. Il ragazzo si faceva trovare nei punti dove la esponente dovea condurre le pecore al pascolo e lì dolci abbracci, dolci amplessi, dolci carezze e miriadi lusinghe di matrimonio.
Poi, con la scusa del servizio militare, si allontana da lei quando sa che è rimasta incinta e non si fa vivo nemmeno quando nasce un bel maschietto. La stessa musica continua quando Eugenio torna in paese, Rose, una volta congedatosi.
Angiolina lo va a trovare con una sua zia e col bambino in braccio; quando Eugenio la vede, sbotta
- Cosa sei venuta a fare qui? Io debbo sposare altra persona più agiata di te
Angiolina scoppia a piangere e se ne torna a casa piena di rammarico, meditando la ingratitudine umana quanto è grande…
Stando così le cose, non le resta altro che rivolgersi alla giustizia riparatrice di tutte le miserie umane. È il 29 gennaio 1921 quando presenta una querela per congiunzione carnale contro Eugenio.
Pensa che ti ripensa, Eugenio si decide a porre rimedio al pasticcio in cui si è cacciato e propone ad Angiolina di sposarlo. Lei accetta e il 21 luglio va dal Pretore di Rose per ritirare la querela
Docimo Eugenio, mantenendo la promessa fattami il giorno 19 giugno u.s. mi ha fatta sua moglie, sposandomi davanti all’Ufficiale dello Stato Civile di questo Comune, col pieno consentimento dei suoi genitori.[1]
Tutto è bene quel che finisce bene.

venerdì 26 febbraio 2016

IL FATTO NON SUSSISTE


La mattina di venerdì 13 aprile 1923, Fedele Chilelli, sessantanovenne contadino di Fiumefreddo Bruzio, sta zappando un pezzo di terra in contrada Tavolaro di Mendicino. Ci è tornato dopo un paio di giorni di assenza dovuta alla pioggia battente che gli ha consigliato di dedicarsi ad altre attività, ma quando, appena alzato, ha visto che la pioggia è cessata, ha deciso di andare a piantare delle cipolle.
Il torrente Reale, sulla cui sponda sinistra si trova la terra di Chilelli è gonfio e Fedele lega il suo asino per evitare che possa essere travolto dalle acque. Lavora di buona lena quando, verso le dieci, il latrare di alcuni cani randagi sull’altra sponda del torrente attira la sua attenzione. Il branco si sta accanendo su un cumulo di pietre tentando di spostarne qualcuna senza riuscirci e Fedele torna alla zappa, disinteressandosi dei cani. Ma non passa nemmeno un’ora e si accorge che l’asino ha rotto la corda con cui era legato, ha guadato il torrente e adesso sta brucando tranquillamente sull’altra sponda. Fedele bestemmia minacciando di bastonare l’asino se non torna immediatamente indietro, ma l’asino, ovviamente, se ne infischia e continua a mangiare. Si, deve proprio bagnarsi e attraversare il torrente prima che l’asino faccia danni ai terreni vicini, così passa dall’altra parte ma, prima che il suo bastone si abbatta sulla schiena dell’asino, la sua attenzione viene di nuovo richiamata dall’abbaiare dei cani. “Visto che ormai sono qui, fammi andare a vedere con cosa ce l’hanno…” pensa mentre brandisce il bastone e urla prist fò all’indirizzo degli animali per farli allontanare. Sono pochi metri. Ci sono, e lui lo sa bene, degli enormi massi che formano una specie di nicchia naturale: “ci sarà qualche bestia ferita lì dentro”,  pensa mentre si avvicina. Poi, con sorpresa, si accorge che la nicchia è stata chiusa con un cumulo di pietre e non si vede cosa c’è all’interno, così comincia a toglierne qualcuna e manda una bestemmia peggiore di tutte quelle che ha pronunciato in vita sua: lì dentro c’è un uomo morto!
In men che non si dica risale il corso del torrente fino alla sommità della collina dove c’è la casa colonica di Antonio Muoio e chiede aiuto. Le sue urla di richiamo e quelle di Muoio dopo la rivelazione attirano altri quattro o cinque contadini che lavorano nelle vicinanze e tutti vanno alla nicchia e, tra le pietre vedono il cadavere. Uno di questi, Fedele Vitelli, si incarica di andare dai carabinieri di Mendicino mentre gli altri cominciano a togliere i sassi per liberare il corpo.
Quando il Maresciallo Di Via arriva sul posto trova i contadini che discutono sulla identità del cadavere perché non riescono a vederne il viso, rovesciato sotto il corpo. Il Maresciallo osserva a sua volta e ha un conato di vomito: la testa è quasi completamente recisa. Fa allontanare tutti e ordina a un suo sottoposto di piantonare il cadavere, mentre lui torna in paese per telefonare ai suoi superiori e al Procuratore del re. Che nessuno tocchi niente fino all’arrivo degli specialisti dal capoluogo.
Il Commissario di P.S. Alfonso Vertuchi e il Carabiniere Specializzato Antonio Zinchieri verbalizzano subito che si tratta del cadavere di un giovane che vestiva pantaloni di fustagno, calzari da pastore (zampitti), con il busto ricoperto da una maglia di lana bianca senza giacca con sottostante camicia. Il cadavere situa quasi carponi con la faccia contro terra e piegata sotto il busto in modo da presentare soltanto le spalle e le natiche, giacchè gli arti inferiori erano posti sotto una escavazione naturale di uno dei massi formanti la nicchia. Il cadavere era a capo scoperto e nelle vicinanze non si rinveniva il cappello. Abbiamo subito notato che lo sconosciuto presentava larghe ferite da taglio alla regione temporale occipitale sinistra ed alla nuca, quest’ultima quasi completamente recisa in tutta la sua lunghezza.
È pomeriggio inoltrato quando, finiti i primi rilievi, il cadavere viene trasportato nel cimitero di Mendicino per l’autopsia. Giunti davanti alla caserma, gli investigatori sono avvicinati da un anziano, Domenico Sansone, il quale, preoccupato, chiede loro di fornirgli una descrizione del cadavere perché teme possa trattarsi di uno dei suoi figli che manca da casa da alcuni giorni.
- È lui, ne sono sicuro. Non porta mai la giacca e quando si è allontanato da casa aveva una maglia di lana chiara e la camicia sotto… – afferma prendendosi il viso tra le mani. Il Maresciallo lo accompagna al cimitero e Sansone riconosce nel cadavere il proprio figlio venticinquenne Vincenzo – mio figlio era un semi-idiota ed era solito allontanarsi da casa per vagare nelle campagne ma dopo due o tre giorni tornava e poi spariva di nuovo. Era anche incapace di lavorare perché all’improvviso lasciava tutto come si trovava e se ne andava. In casa non ha mai dato fastidio e nemmeno quando si allontanava perché non abbiamo mai ricevuto lamentele dai vicini. Certo è che se aveva fame e trovava una casa incustodita magari qualcosa da mangiare se la prendeva, ma, ripeto, non abbiamo mai ricevuto lamentele.
- Si, non abbiamo mai sentito niente contro mio fratello – aggiunge Raffaele Sansone – ma una volta, per cercare di mettergli paura, gli ho detto: Non ti muovere di casa che qualche giorno ti ammazzano
L’affermazione di Raffaele convince gli investigatori che qualcuno, sorpreso Vincenzo a rubare e non sapendo delle sue limitate capacità mentali ma scambiandolo per un delinquente qualsiasi, gliel’abbia fatta pagare. Ccominciano subito a indagare in questa direzione ma non riescono a trovare niente. Poi, passato qualche giorno, il fratello del morto si presenta dal Maresciallo Di Via con delle notizie sconcertanti. È il 20 aprile.
- Stamattina si è presentato a casa mia un certo Giuseppe De Santo di Fiumefreddo ma che abita a Cerisano il quale, dopo avermi chiesto se c’erano novità sulle indagini, mi ha detto di avere saputo da suo figlio Antonio, che a sua volta lo aveva saputo da un certo Gabriele Bruno, come mio fratello fosse stato ucciso dal bovaro Antonio Caputo di Mendicino, che abita in contrada Caselli
Di Via è perplesso, troppi de relato.
La mattina dopo, mentre il Maresciallo sta dando disposizioni per rintracciare le persone indicata da Raffaele Sansone, gli viene annunciata la visita di un giovanetto, Francesco Mazza, che avrebbe delle cose da dire sull’omicidio
- Il 9 aprile ero nella contrada Larello di Mendicino per far pascolare le mie pecore quando, verso le undici, guardando verso la località Caselli vidi Antonio Caputo poco distante dalla sua casa che, con una scure in mano, inseguiva uno sconosciuto con indosso una camicia bianca e dei pantaloni scuri. Tutti e due correvano verso il torrente Mercadante che è poco distante ma non so cosa è accaduto dopo perché dalla mia posizione non potevo vedere in quanto la visuale verso quel punto era ostacolata da un gruppo di alberi. Posso solo dirvi che fino a quando non sono andato via con le pecore, Caputo non è tornato a casa. Qualche giorno dopo, mentre ero in contrada Sperone, sono stato avvicinato da certi Giuseppe Sansone e Pietro Buffone i quali mi dissero che Antonio Caputo aveva ucciso Vincenzo nel fiume Mercadante. Mi dissero anche che erano a conoscenza di questo fatto anche i figli di Stefano Vommaro che abitano nella contrada Crivaro di Fiumefreddo
- Insomma, sembra che qui tutti sanno chi è stato tranne noi! – osserva, poi continua – Sei sicuro di quello che hai visto? A che distanza eri? –
- Sicurissimo! Ero a circa trecento metri ma Caputo lo conosco e posso dire con certezza che era proprio lui a inseguire lo sconosciuto
Di Via a questo punto decide di intervenire immediatamente e manda due sottoposti a prelevare Antonio Caputo per portarlo in caserma e gli sequestrano una scure e un coltello a scatto.
I primi di maggio il Maresciallo trova un altro testimone, il pastore Andrea Sansone, il quale gli fornisce particolari inediti
- Il 9 aprile sono partito da casa con il gregge verso la contrada Speroni dove, verso le dieci e mezza ho lasciato i miei figli e il giovanetto Francesco Mazza a piantare cipolle e io ho portato il gregge in contrada Caselli. Dopo un po’ ho sentito delle grida provenienti dal posto che chiamiamo Erbe Bianche, a circa duecento metri da dove ero io. Impressionato, guardai in quella direzione e vidi Antonio Caputo, alias Gazzera, che con una scure in mano inseguiva Vincenzo Sansone verso il Mercadante, poi sono scomparsi dalla mia vista. – e fin qui niente di nuovo – Devo dire che in quei giorni a casa di Caputo c’erano due suoi cognati, Francesco e Antonio dei quali non conosco i cognomi ma so che sono figli adottivi di Giovanbattista Carbone. Verso le quattro del pomeriggio ero vicino alla casa di Caputo con le pecore quando mi ha avvicintato suo cognato Francesco, invitandomi a seguirlo in casa per ripararmi dalla pioggia battente e riscaldarmi un po’. Quell’invito era insolito e mi ha insospettito, ricordando l’inseguimento e le urla del mattino e con la scusa che ormai era ora di tornare a casa, ho rifiutato l’invito e me ne sono andato. Però, prima di congedarmi, gli ho chiesto come mai suo cognato Antonio la mattina inseguiva con la scure in mano Vincenzo Sansone e lui, con fare distratto, mi rispose che suo cognato stava andando a riprendere una vacca che era scappata. Marescià, statemi a sentire, sono sicuro che i cognati hanno aiutato Caputo a nascondere il corpo del povero Vincenzo. Antonio Caputo è un bruto che era solito bastonare la buonanima del padre, le sorelle e la moglie
I cognati di Caputo vengono rintracciati e interrogati ma non emerge nulla di nuovo se non che il giorno dell’omicidio i due chiamarono più volte il cognato per il pranzo senza ottenere risposta e che quando rientrò era tutto bagnato e senza scarpe.
Sia chiaro, i sospetti su Antonio Caputo sono gravi ma non c’è uno straccio di prova a suo carico e lo ammette il Maresciallo Di Via nel rapporto che il 15 maggio invia ai suoi superiori.
Poi Francesco ci ripensa e il 24 maggio racconta ai Carabinieri che in effetti ha visto il cognato inseguire Vincenzo Sansone con la scure in mano. Arrivato vicino a dove Pietro Buffone era con le sue pecore, disse a quest’ultimo: Fermalo! Fermalo! Buffone lo fermò e insieme a Caputo lo trascinarono nel Mercadante. Dopo quasi un’ora, i due tornarono indietro, gli si avvicinarono e gli intimarono di scendere con loro al fiume  ma, al suo rifiuto, Caputo lo prese per un braccio e gli disse: Vieni con noi altrimenti ti faremo quello che facemmo a lui. Costretto a seguire i due, quando giunsero al fiume Francesco vide il cadavere di Vincenzo orrendamente mutilato a colpi di scure e vide suo cognato Antonio Caputo mentre slegava i lacci che tenevano legate le suole messe a mò di scarpe dai piedi della vittima per legargli le gambe e trasportarlo più comodamente. Buffone e Caputo presero il cadavere, uno dalle spalle e l’altro dai piedi e si avviarono costringendolo a seguirli e a dargli il cambio di tanto in tanto. C’era nebbia fitta e nessuno di quelli che di solito lavorano nei paraggi poteva vederli. Poi Caputo si accorse che i suoi buoi stavano per entrare in un terreno seminato e gli ordinò di andarli a togliere da lì mentre lui e Buffone proseguirono il cammino.
Arrestato, Buffone nega recisamente ogni addebito e insinua che Francesco abbia detto quelle cose per vendicarsi di una sua testimonianza contraria fatta in una causa precedente.
Ma quella di Francesco è l’unica testimonianza, finora, a carico di Pietro Buffone il quale cita alcuni testimoni che tra le 11,00 e le 14,00 – periodo nel quale è certo che fu commesso l’omicidio – lo videro intento a zappare nel suo fondo, ma, sorprendentemente, tutti lo smentiscono.
La Procura, nonostante sia costretta ad ammettere che non è in grado di stabilire il movente dell’omicidio, ipotizza che Vincenzo Sansone, povero deficiente, essendo solito allontanarsi da casa e vagare per i campi, spinto dalla fame rubava le colazioni lasciate incustodite dai contadini e dai pastori. Antonio Caputo, più volte vittima di questi furtarelli, fu sentito da alcune persone lamentarsene e minacciare di tagliare la testa al ladro se lo avesse colto in flagrante. E ne era ben capace perché è un individuo estremamente corrivo alle violenze che non aveva risparmiato nemmeno verso i suoi genitori. Nel giorno del delitto, dal punto in cui lavorava egli dovette vedere il Sansone avvicinarsi alla sua casetta in atteggiamento sospetto, non dubitando che il ladro fosse proprio lui, gli corse addosso con la scure brandita per mettere in atto il suo proposito delittuoso. Fatalità volle che durante la fuga trovasse sui suoi passi il Buffone, il quale vittima anche lui delle sue manie, lo trattenesse per incitamento del Caputo e coadiuvò costui nello sfogo violento della sua ira brutale e feroce.
Per Antonio Caputo e Pietro Buffone viene chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. La Sezione d’Accusa accoglie parzialmente la richiesta della Procura e rinvia Antonio Caputo al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza ma dispone il non luogo a procedere nei confronti di Pietro Buffone ritenendo tardiva e non completamente disinteressata l’accusa mossagli da Francesco e, in ogni caso, non c’è nei suoi confronti una qualunque causale che lo avesse potuto indurre a prendere parte al delitto commesso dal Caputo.
8 dicembre 1924. Questa è la data fissata per l’inizio del dibattimento. Due giorni prima, viene consegnato al Presidente della Corte un esposto firmato da quattro detenuti che condividono la cella con Antonio Caputo, i quali si dicono certi della sua innocenza perché A noi, che pur siamo adusi a conoscer tanto e gli uomini e la vita, nulla è sfuggito della sua anima, la quale si presenta così com’è, assolutamente inadatta alle tortuose scaltrezze, ai coperti infingimenti, alle insidiose sottigliezze, a tutto il ricco armamentario insomma cui ricorrono spesso gli imputati per salvarsi dai rigori della Legge: è un uomo semplice, incolto, schietto, incapace di mentire e di inventare. Altrove bisogna cercare l’assassino! Sulle aspre balze dell’appennino, fra le contrade del Rizzuto – Mendicino – e il territorio di Fiumefreddo Bruzio, vivono famiglie sperdute di pastori, cui non perviene l’eco della vita civile: fiorisce il più selvaggio imperio, che poco si discosta dalla vita delle bestie ch’essi conducono al magro pascolo quotidiano.
Quattro famiglie di pastori son quelle che noi esponiamo al criterio illuminato di V.S.
La famiglia di Andrea Sansone, la famiglia di Giovanbattista Carbone, la famiglia di Pietro Buffone (misteriosamente scomparso dopo la scarcerazione) e, in ultimo, la famiglia stessa del morto la quale ha avuto il torto di avere offeso tutte e tre le altre famiglie.
Quale famiglia si è vendicata contro questa quarta che ha offeso gravemente queste altre tre?
Con queste premesse si apre il dibattimento, durante il quale molti testimoni esprimono dei seri dubbi circa le facoltà mentali di Antonio Mazza, visto che i genitori, una sorella e un cugino sono malati di mente e così si decide di sottoporlo a perizia nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto.
Dopo 30 mesi di internamento gli specialisti stabiliscono che Antonio Caputo è sano di mente e al momento dei fatti era pienamente cosciente delle proprie azioni
Quando si pensi che considerazioni d’indole morale avrebbero dovuto distoglierlo da quel mostruoso delitto, dal modo di averlo consumato e dal modo come nascondere il cadavere, si può valutare come l’elemento di controllo e di contrasto all’impulso sia stato vivo ed attivo al suo spirito, consentendogli il libero esercizio della sua volontà e dando perciò al suo atto i requisiti sufficienti dell’imputabilità.
Vi è nel modo di difendersi del caputo tutta la consapevolezza del suo fatto; egli si è irrigidito e mantiene coerentemente la sua posizione di innocente, adagiandosi sul piano che il padre della vittima lo crede innocente, che gli dimostra affetto (dice lui) e su un alibi che la giustizia sventò con le stesse prove testimoniali da lui invocate.
Libertà e coscienza non mancarono al Caputo nell’atto di delinquere, egli ubbidì ad un fato inerente alla sua costituzione le cui radici si protendono ai suoi genitori, alla sua famiglia, egli è un degenere, il suo atto potè superare l’intenzione ma non perde però gli altri caratteri di un atto libero e cosciente e fu l’atto più naturale e logico dal punto di vista della psicologia del suo autore.
Sembrerebbe, a questo punto, che le porte del carcere debbano chiudersi alle spalle dell’imputato per un bel po’ di anni ma il sei marzo 1926, ormai tre anni dopo l’omicidio, la Corte, al primo quesito posto dal Presidente
Sussiste il fatto che il 9 aprile 1923 in contrada Tavolaro, agro di Mendicino, Sansone Vincenzo ricevette tre colpi di scure, dei quali due alla regione parieto-temporale sinistra ed una al collo, ledendo il tavolato osseo, il cervello e le vertebre cervicali, quali lesioni furono causa unica ed ed esclusiva della di lui morte?
La risposta è presa a maggioranza ed è: NO.
Cioè l’omicidio di Vincenzo Sansone non è mai stato commesso. Gli altri quesiti sulla colpevolezza o meno di Antonio Caputo sono perfettamente inutili, IL FATTO NON SUSSISTE.[1]
Abbiamo scherzato. Vincenzo Sansone non è mai stato aggredito, la sua testa non è mai stata quasi recisa dal collo e il suo corpo non è mai stato ritrovato nascosto sotto un cumulo di pietre.
O forse no. Se nessuno lo ha colpito, Vincenzo ha fatto tutto da solo: si è quasi decapitato a colpi di ascia e poi si è coperto di pietre.
Si, deve essere andata proprio così, in fondo Vincenzo era semi idiota e da persone come lui ci si può aspettare di tutto…

lunedì 22 febbraio 2016

LE RELAZIONI PERICOLOSE


È uso a Dipignano che nel cambiare colonìa, il nuovo colono prenda in consegna gli animali del nuovo fondo il 29 giugno, per trasferirsi definitivamente il 2 settembre successivo.
Così Santo Miceli, attenendosi scrupolosamente alla consuetudine, il 29 giugno 1924 prende in consegna gli animali dei signori Serra custoditi nel fondo Gicanta. Al contrario, Raffaele Orlando, colono uscente di quel fondo, prende in consegna gli animali custoditi nel fondo Ciciarusso, di proprietà della famiglia Capocasale.
Santo Miceli, avendo in colonìa anche un altro terreno, manda a custodire gli animali nel nuovo fondo al figlio tredicenne Antonio. Seguendo la consuetudine, il ragazzo prende alloggio nella casa colonica dove abita ancora la famiglia di Raffaele Orlando, mentre quest’ultimo si trasferisce a sua volta nel fondo Ciciarusso.
Antonio si trova così a convivere con la moglie del vecciho colono, la cinquantasettenne Vincenza Mandarino, e la loro figlia, la diciassettenne Antonietta.
Il ragazzo ha notoriamente la lingua lunga, parlando e sparlando di questo e di quello tanto da tirarsi dietro parecchie minacce di bastonatura da parte dei paesani e quando si accorge che la notte, mentre credono che lui stia dormendo, le donne ricevono in casa il sessantenne Gennaro Greco, cerca di approfittare della situazione
- Antoniè, vedi che me ne sono accorto…
- Accorto di cosa? – gli risponde la ragazza sgranando gli occhi
- Lo sai… lo sai… io dormo con un occhio solo, ricordatelo…
- Non capisco dove vuoi arrivare
- Voglio arrivare che la devi dare pure a me!
- Tu sei pazzo! Chissà che ti sogni la notte e poi vieni a rompere i coglioni a me
- Si si… io sogno… te l’ho detto, o me la dai o ti sputtano in pubblico – la minaccia
- Vedi se devi andare a pascere le pecore, stronzo! Ancora ti puzza la bocca di latte e già vuoi fare il grande, stai attento a quello che ti esce da quella fogna che se no ti faccio rompere il culo
Antonio sembra calmarsi e la cosa sembra finire lì. Poi un pomeriggio torna in paese e con la sua solita strafottenza prende in giro tutti. In particolare si accanisce contro Caterina Miceli, contro le due figlie di Giuseppe Presta e contro Francesco Greco, chiamandolo pisciasotto e mezzo uomo, sapendo perfettamente della sua condizione di ermafrodito. Antonio non si preoccupa affatto delle minacciose promesse di bastonate e coltellate e va per la sua strada ridendo e scherzando. Quella notte va a dormire a casa con i genitori e la mattina dopo torna in campagna per accudire gli animali.
Durante l’assenza del ragazzo, Antonietta racconta alla madre e a Gennaro ciò che Antonio le ha detto
- Si merita una lezione – osserva la madre
- Una bella lezione! Quello è davvero capace di sputtanarci
Gennaro ascolta pensieroso senza dire una parola, poi lui e Antonietta si occupano di faccende più piacevoli.
Alle dieci di sera del 12 luglio 1924 Santo Miceli bussa alla porta della Caserma dei carabinieri di Dipignano e con fare insistente chiede di parlare col Maresciallo Francesco Longo
- Marescià non posso trovare mio figlio Antonio. stamattina le pecore erano al pascolo da sole e lui non c’era. Oggi pomeriggio gli animali sono tornati da soli all’ovile… siamo stati alla casetta e non era nemmeno lì, che devo fare? Sono molto preoccupato…
- Miceli, vedrete che tornerà… andate a casa a dormire, se ne parla domani mattina – cerca di rassicurarlo il Maresciallo. Santo se ne va ma non è per nulla rassicurato. Lui, suo genero e qualche amico continuano a cercarlo per tutta la notte. Inutilmente.
La mattina del 13, verso le otto, a bussare alla Caserma è il genero di Santo, Giovanni Nardi. È sconvolto. Antonio è stato trovato morto un’ora prima!
I Carabinieri, accompagnati dal medico Venanzio Spada, seguono Giovanni Nardi fino alla contrada Icanto dove, scendendo lungo una stretta gola, arrivano ad una piccola spianata circondata da tre enormi massi a picco: lì c’è il cadavere di Antonio.
Il ragazzo giace in posizione supina, la testa reclinata sulla spalla sinistra e le braccia piegate a toccare il viso da entrambi i lati. Accanto al corpo c’è il cappello di paglia del ragazzo. Ad un primo esame non mostra segni evidenti di violenza e tutto lascia pensare a una morte naturale, forse una caduta.
Il Maresciallo Longo, però, ha la sensazione che le cose non siano così chiare come appaiono. Sono il cappello di paglia e i vestiti di Antonio a dargli quella sensazione: il cappello sembra essere stato poggiato a terra con cura, più che caduto dalla testa del ragazzo e i vestiti sono puliti e in ordine. Quando il medico scosta le mani del cadavere dal viso, i sospetti di Longo aumentano: il viso, ora scoperto, è fortemente cianotico, le labbra sono tumide, annerite e cosparse di bava mista a sangue nerastro. Sulla tempia destra una piccola ferita. Il dottor Spada ordina che il corpo sia girato ed è subito evidente che non si tratta di morte naturale ma di omicidio: attorno al collo c’è una lividura circolare blu tendente al nero e, poco più sotto, i segni di due unghiate. Per il medico non ci sono dubbi: Antonio è morto per strangolamento.
Longo effettua anche una perquisizione nella casupola dove dormiva il ragazzo e trova qualcosa di strano: le lenzuola del letto sono macchiate di urina, cosa alquanto strana per un ragazzo di tredici anni. Che sia stato strangolato mentre dormiva? Questa ipotesi dovrebbe per forza far sospettare delle due donne che dormivano con lui e Longo le interroga sul posto ma non trova niente di strano nelle loro risposte e lascia perdere.
Tornato in paese, il Maresciallo trova in caserma Giovanni Nardi, il cognato della vittima, che gli esplicita i suoi sospetti circa gli autori dell’omicidio e gli racconta delle lamentele che Giuseppe Presta, Caterina Miceli e Francesco Greco gli hanno fatto per il comportamento sbafaldo e fortemente offensivo di Antonio. Aggiunge anche di essere a conoscenza che i tre, in vario modo, avrebbero minacciato di morte il cognato se avesse continuato col suo modo di fare. Il Maresciallo Longo non perde tempo e mette in stato di fermo i tre che si difendono strenuamente protestandosi innocenti ma dalla camera di sicurezza vengono portati nel carcere di Cosenza in attesa di trovare elementi di prova a loro carico.
Le indagini vanno avanti ma i giorni passano senza che a carico dei sospettati emerga uno straccio di indizio oltre le minacce che qualche testimone ha sentito e riferito ai giudici. Troppo poco per portare uno dei tre a processo e troppo poco per farli restare in carcere, eppure ci restano.
Il Maresciallo Longo, però, ha sempre in mente il particolare delle lenzuola sporche e comincia a indagare anche in quella direzione, così scopre la tresca tra Antonietta e Gennaro Greco, consenziente la madre della ragazza. Un particolare lo induce a continuare in questa direzione: Gennaro Greco è il padre di Francesco, uno dei sospetti autori dell’omicidio. “Qualche cosa di strano ci deve essere in questa coincidenza” pensa Longo.
- Io con Gennaro Greco? Ma quando mai! Semmai facevo l’amore col figlio Francesco – risponde Antonietta quando il Maresciallo la interroga in caserma
- Io non ho mai fatto l’amore con lei – afferma Francesco dal carcere
- Mente. È successo a casa mia quando abbiamo ammazzato i maiali
- Mente lei. Io in quella casa non ci sono mai stato. La volta che hanno ammazzato i maiali c’era mio padre, noi io
“È questa la pista giusta” pensa Longo il quale, nel frattempo, riceve le confidenze di due donne che affermano di aver visto, tra le 7,30 e le 8,00 del 12 luglio, Antonietta raggruppare il gregge di Antonio che stava brucando il suo granone e spostarlo in un altro fondo.
Ma nonostante gli sforzi non si riesce a trovare niente altro e tutto rimane troppo vago per portare qualcuno a processo. Quando ormai è chiaro che si arriverà all’archiviazione del caso, ecco che accade ciò che non ti aspetti.
Carcere di Cosenza. Francesco Greco ha un attimo di smarrimento, si prende la testa tra le mani e, piangendo sommessamente, dice tra sé e sé: “Io innocente devo restare in carcere e l’assassino è libero… se non esco subito dico tutto…”. Non si accorge, però, che non è da solo. Ad ascoltarlo c’è un certo Annunziato Marino che è stato appena arrestato per un furto da niente.
Marino aspetta che Francesco si calmi e gli chiede il nome dell’assassino ma non riceve risposta. Poi, quando Francesco si addormenta chiama una guardia e sottovoce gli racconta il fatto.
Francesco Greco viene subito chiamato dal Giudice e messo a confronto con Marino che gli ripete ciò che ha sentito e l’altro abbassa la testa restando in silenzio. Tutti si guardano tra loro aspettando una parola, tutti capiscono il travaglio interiore di Francesco e restano in silenzio. Poi il giovane scoppia a piangere e tra i singhiozzi farfuglia
- Ma io non posso andare contro…
- Contro chi? – lo incalza il Giudice, sperando che sia il momento buono
Francesco tira col naso, si asciuga le lacrime col dorso delle mani, fa un lungo respiro e confessa
- Dirò tutta la verità: l’assassino di Antonio Miceli è mio padre!
- Tuo padre? – gli fa, quasi incredulo, il Giudice
- Mio padre. – conferma – Quella mattina, era molto presto, stavo portando le mie pecore al pascolo e sono passato dal fondo Gicanta. Antonio era con i suoi animali poco più sotto della casetta dove dormiva, poi è arrivato mio padre che si è messo a discutere animatamente col ragazzo. A un certo punto lo ha preso per il collo e Antonio ha cominciato a dibattersi e quando non si è mosso più se l’è caricato sulle spalle e si è allontanato verso il posto dove la mattina dopo hanno trovato Antonio…
Gennaro Greco viene immediatamente arrestato. Si dichiara innocente e dice di non sapersi spiegare perché il figlio lo accusi di una cosa così orribile. Il Giudice decide di mettere a confronto padre e figlio
- Sei stato tu a uccidere Antonio Miceli, non puoi negarlo. Ti ho visto afferrarlo per la gola e poi caricartelo sulle spalle e allontanarti
- Tu sei pazzo, figlio mio! Vuoi far condannare tuo padre che è innocente…
- Non farei una cosa così terribile se non ti avessi visto uccidere…
- Devo restare in carcere io? Allora è bene che si sappia che a pagare per il ragazzo devi essere tu con Vincenza Mandarino e sua figlia Antonietta. Dimmi, non sei andato tu a dormire con le due donne nella notte tra il 12 e il 13 luglio? Ricordo che quella sera, quando venne Santo Miceli a casa mia, tu eri là. Fu quella notte che dovete aver portato il cadavere dove lo hanno trovato
- Tu mi hai mandato quella sera dalle donne dicendomi che avevano paura e io ci sono andato controvoglia per non tradirti. Tu l’hai fatta e tu devi piangerla e non puoi pretendere che io resti in galera innocente!
- Forse qualcuno ti ha suggerito di accusarmi… sono state le due donne? Mi ero accorto che facevi all’amore con Antonietta, o meglio che stavi sempre insieme a lei
- Sei tu che te la facevi con la ragazza!
- Mi stai accusando sapendomi innocente!
- È inutile che tu insista, papà, io ho detto la verità e continuerò a dirla!
Il Giudice, ispezionando con Francesco Greco il luogo dove sarebbe stato commesso l’omicidio e il posto dove lui dice di essersi trovato in quei momenti, si convince completamente della veridicità delle accuse di Francesco contro il padre e si convince anche che le due donne debbano essere state complici dell’omicidio o che addirittura ne siano state le mandanti per impedire che la lingua lunga di Antonio potesse disonorarle. Anche Vincenza Mandarino e Antonietta Orlando vengono arrestate ma, ovviamente, si protestano innocenti.
Che ci siano stati rapporti intimi tra Antonietta e Gennaro adesso lo confermano anche dei testimoni che si presentano spontaneamente e alla luce di tutto ciò anche una sorella del povero ragazzo adesso è in grado di spiegarsi le parole dette da Vincenza Mandarino un giorno prima dell’omicidio e che invece avevano indotto lei e suo marito Giovanni Nardi a pensare che fossero rivolte contro Giuseppe Presta: Avverti tuo fratello perché è scostumato e un giorno o l’altro lo ammazzerannoqua alla montagna ci sono cosi tinti e lo ammazzeranno
A proposito di Giuseppe Presta e Caterina Miceli bisogna dire che, nonostante le dichiarazioni di Francesco Greco e le prove portate a proprio discarico, continuano a restare in galera e a niente valgono le istanze degli avvocati difensori per farli rilasciare.
Ci vorrà il 31 marzo 1925 per tornare a casa. Infatti la Sezione d’Accusa nella sentenza di rinvio a giudizio per omicidio premeditato nei confronti di Gennaro Greco, Vincenza Mandarino e Antonietta Orlando, riconosce, su richiesta del Procuratore del re, l’estraneità ai fatti per gli altri tre imputati e ordina il non luogo a procedere nei loro confronti.
Il 13 marzo 1926 si apre il dibattimento che riserva molte sorprese: prima tra tutte l’accusa dell’omicidio di un mendicante, avvenuto anni prima, che Francesco Greco rivolge al padre. Ma la difesa insorge e chiede l’acquisizione del fascicolo processuale per smontare la nuova accusa e inoltre confuta la validità legale dell’accusa fatta in istruttoria dal figlio contro il padre perché non è stata raccolta secondo le regole procedurali. Non solo: Francesco Greco, a termini di legge, non può nemmeno testimoniare nel dibattimento.
Il Presidente, richiamando l’articolo 149 del Codice di Procedura Penale vigente, riconosce che Francesco Greco, non potendo rivestire la qualifica di denunziante, non può testimoniare nel dibattimento ma stabilisce, tra le proteste della difesa, che sia data lettura del verbale di confronto tra padre e figlio.
Questa pregiudiziale è il colpo di grazia al processo: se non è valida l’accusa non c’è colpevole.
Il 30 marzo 1926 la giuria assolve Gennaro Greco per non aver commesso il fatto e di conseguenza anche le accuse contro le due donne vengono a cadere.[1]

domenica 21 febbraio 2016

I MORTARETTI di Cinzia Altomare



La mattina del 3 giugno 1734 nel Duomo di Cosenza si celebra la Cappella Reale per il felicissimo ingresso delle Armi Vittoriose di Sua Maestà, che Dio guardi, in questo Regno, in rendimento di grazia per esser stati restituiti al legittimo Natural Signore, alla presenza dei signori Ministri del Tribunale, Magistrato di questa città, e quantità di Regolari e Secolari.
Alla fine della cerimonia nella Cattedrale si forma un corteo che esce sulla piazza antistante. Li magnifici Matteo Corigliano e la sua propria famiglia, Giovanni e Giacomo Cimbalo, Giovanni Russo, Pietro e Giuseppe Mayda, Nicola Caruso, Francesco Marrazzo, Saverio e Gregorio Vena, Pietro Giannotta, Gennaro Greco, Antonio Perri, Nicola Bernardino, Pergiovanni Manfredi e Domenico Spina, tutti complatarij del quartiere della Concerie di questa città di Cosenza, una volta usciti notano che Mastro Giuseppe Giordano sta dando fuoco a quantità di mortaretti, che erano situati nella Piazza della Chiesa Cattedrale, ed essendone sparati due e tre, facevano strepito perché portavano irrequietezza alle mule del Calesso, ove stavano per mettersi il signor Conte Mararrette ed don Diego Maggianni, allora Preside ed Avvocato fiscale rispettivamente di questa Regia Udienza. Immediatamente gli viene ordinato di terminare lo sparo in modo che detto Signor Preside e Ministri san’andarono per la strada delli Mercatanti, e detti costituiti si incamminarono appresso il magnifico Ignazio Monaco che era Eletto di questo Fedelissimo Popolo, in detto anno, accompagnandolo sino alla propria casa.
Ma lungo il percorso intesero lo sparo, che proseguiva il luogo detto delli Conciatori, ove sta situata la casa di detto di Monaco, il quale nel mentre trattenevasi con detti costituiti, intesero molte grida e viddero fumo verso il Palazzo della Regia Udienza.
 - Che succede? – chiede Monaco – qualcuno vada a informarsi!
Onde informatisi dell’occhè era, intesero che molti della Plebe avessero commesso l’eccesso di scarcerare li carcerati, ed indi dato fuoco alle scritture della Regia Mastrodattia, Archivio e Cancelleria.
- È stato Mastro Giuseppe Giordano! – Si comincia a urlare nella folla.
- Ma se era qui con noi, non è possibile! – ribatte Giacomo Cimbalo, spalleggiato da una schiera di signori
Proprio in questo frattempo le guardie acciuffano Mastro Giuseppe e lo portano via. Le persone che erano pochi momenti prima con lui insorgono e formano una specie di corteo ma non c’è niente da fare, Mastro Giuseppe è carcerato.
Adesso questa è diventata una questione d’onore: chi è costui che osa sfidare la parola dei Magnifici delle Concerie?
Matteo Corigliano, Giovanni e Giacomo Cimbalo, Giovanni Russo, Pietro e Giuseppe Mayda, Nicola Caruso, Francesco Marrazzo, Saverio e Gregorio Vena, Pietro Giannotta, Gennaro Greco, Antonio Perri, Nicola Bernardino, Piergiovanni Manfredi e Domenico Spina si precipitano dal notaio a mettere nero su bianco che il povero Mastro Giuseppe Giordano è sempre stato in loro compagnia e con i tumulti non c’entra niente.
Sono uomini d’onore e il censo non conta. Mastro Giuseppe è salvo![1]

venerdì 19 febbraio 2016

PARENTI SERPENTI


Il sole è una mezza palla rossa sospesa sulle montagne che danno verso il mare. Angelina Porco, contadina ventitreenne di Aprigliano, sta salendo la scala esterna della casa colonica di contrada Costrano Sottano dove abita con la sua famiglia, dopo aver governato gli animali.
Sta pensando al suo prossimo matrimonio col sarto diciottenne Agostino De Giovanni e sorride pensando che lui ha insistito molto con suo padre per anticipare la data delle nozze. Faranno una bella festa nell’aia e balleranno e canteranno fino a notte, tanto farà caldo a luglio. “Quanti giorni mancano?” pensa facendo i conti a mente “Oggi è il 29 di maggio… trenta giorni di giugno e quindici di luglio fanno quarantacinque, più due fanno…”
La detonazione nemmeno la sente. Non sente nemmeno dolore nell’istante in cui i sette pallettoni di piombo penetrano tra la testa e la spalla sinistra devastandola. Angelina si affloscia come un sacco vuoto e ruzzola giù per la scala senza finire il conto dei giorni che mancano al matrimonio. Il conto dei suoi giorni si è già chiuso, la morte è istantanea.
La madre della ragazza, la sorella e il fidanzato si precipitano fuori e la trovano quasi accartocciata su sé stessa. Dai fori sulla tempia sinistra il sangue sgorga misto a materia cerebrale ed è uno spettacolo raccapricciante. Prendono delle pezze per tamponare le ferite, illudendosi che Angelina sia ancora viva, poi Agostino la prende in braccio e, come avrebbe voluto fare il giorno delle nozze, insieme varcano la porta di casa. Quando la depone sul letto finalmente realizzano che la ragazza è morta e le due donne cominciano a strillare, piangere e tirarsi i capelli. Agostino piange in silenzio, poi esce per andare ad avvisare il suocero che è ancora al lavoro in un fondo vicino.
- Avete qualche inimicizia? Qualcuno che ce l’ha con la vostra famiglia? Qualcuno, insomma, che avrebbe avuto un motivo per fare quello che ha fatto… – chiede il Vicebrigadiere Francesco Vetere che comanda la stazione dei Carabinieri al padre della vittima, Leonardo Porco
- Una persona con la quale abbiamo inimicizia c’è. Ci sono ancora delle cause in corso tra di noi… si chiama Michele De Francesco – risponde
I Carabinieri si mettono subito alla ricerca di De Francesco ma quando la mattina del 30 maggio 1910 lo trovano, capiscono subito che non c’entra niente con l’omicidio di Angelina. La sera prima è stato a una festa popolare nella frazione Grupa dove centinaia di persone lo hanno visto ballare e cantare proprio nello stesso momento in cui la ragazza veniva uccisa. Il Vicebrigadiere Vetere torna a casa Porco e comincia a fare un sopralluogo intorno al fabbricato per accertare da dove sia partito il colpo mortale. Nota subito che a circa venticinque metri dalla casa c’è un grosso albero di gelso nero circondato da un campo coltivato a lupini; facendo un largo giro per non cancellare eventuali tracce, una volta arrivato sotto l’albero nota che ci sono numerose impronte di scarpe che, dall’albero stesso, si inoltrano tra le piante di lupini che risultano spezzate lungo il percorso. “Si, è proprio da dietro l’albero che l’assassino ha sparato” pensa mentre viene distratto da una voce di richiamo: è il padre della vittima che gli fa segno di raggiungerlo a casa.
- Ho pensato per tutta la notte – esordisce – e c’è un’altra persona che aveva dei motivi di risentimento non contro la mia famiglia in generale, ma nei confronti di mia figlia in particolare. Si chiama Giovanni Pulice e adesso vi spiego anche perché penso questo.
Leonardo Porco comincia a raccontare come, tre anni prima, Giovanni Pulice, cinquantasette anni, appena tornato dall’America si fosse messo a corteggiare Angelina, riuscendo poi a sverginarla e a iniziare una relazione dalla quale nacque una bambina che sua moglie consegnò clandestinamente alla levatrice Annunziata Cicognani, della quale fornisce anche un biglietto da visita, ma non sanno che fine abbia fatto la bambina (In seguito sarà accertato che la levatrice affidò la bambina a tale Giovannina Chiappetta dicendole di portarla a Fuscaldo presso la levatrice Italia Mazzei che a sua volta avrebbe dovuto consegnarla alla madre. La Cicognani mi consegnò pure £ 110, cioè lire cento per la Mazzei, che detti a costei insieme alla neonata, e lire dieci per me, come compenso del favore che prestavo. Non mi si disse nemmeno a chi la neonata fosse figlia. Son solita collocare a balia dei piccoli neonati, e per ragioni facili a comprendere e cioè perché niente si sappia della paternità o maternità degli stessi, appunto per non fare della pubblicità disonorevole a me non dicono proprio nulla, né io faccio al riguardo domanda alcuna. NdA). Pulice, quasi ogni giorno, passava vicino alla casa dei Porco e fischiava: era il segnale che Angelina doveva uscire per soddisfare le voglie dell’amante. Quando, nei primi giorni del 1910, il sarto Agostino De Giovanni andò ad abitare in casa loro, ignaro della tresca tra Pulice e Angelina, subito cominciò a corteggiare la ragazza e si arrivò presto al fidanzamento e alla fissazione della data del matrimonio. Ovviamente Angelina cessò la relazione con Giovanni Pulice e cominciarono i guai. L’amante tradito cominciò a perdere la testa e arrivò persino, il sette aprile, di ritorno da Figline passò davanti alla casa colonica dei Porco e incontrò Angelina e Agostino, minacciando di morte quest’ultimo: Ancora mi sei davanti, se gli occhi miei fossero due fucili ti si divacherebbero addosso adesso. Tu non devi sposare Angelina perché te ne sei scappato con una giovane del tuo paese. Io non sono un fessa come Leonardo Porco, ho del denaro in tasca, ti vengo a prendere anche sotto le cosce di tua madre e sotto le cosce della Madonna e la vedremo a chi più puzza il fiato, gli disse schiaffeggiandolo. Poi rivolse le sue attenzioni alla ex amante e le tirò due calci dicendole: Porca fottuta! Inoltre, continua a raccontare Leonardo, nel pomeriggio del tragico giorno Pulice è stato visto aggirarsi armato nei pressi della sua casa colonica.
Per il Vicebrigadiere ci sono elementi sufficienti per mettere in stato di fermo Giovanni Pulice e chiedere un mandato di perquisizione. Mentre i carabinieri mettono i ferri ai polsi del contadino, la moglie di questi e i suoi nove figli assistono alla perquisizione che porta al sequestro di una doppietta a retrocarica con otto cartucce, un fucile a una canna sistema Rifle, un fucile ad avancarica guasto a due canne, una rivoltella inservibile a cinque colpi.
Interrogato dal Pretore mandamentale, Giovanni fornisce la sua versione dei fatti.
- Sono cugino di Leonardo Porco: mio padre e sua madre erano fratello e sorella. Nel 1885 mio fratello Vincenzo ha sposato Rosa la sorella di Leonardo, nostra cugina carnale che lasciò quasi subito il marito per vivere in concubinato con uno di Figline. Emigrai negli Stati Uniti nel 1892 e rientrai al paese il 16 ottobre 1894 e non vedevo di buon occhio Leonardo il quale continuava ad avere rapporti affettuosi con la sorella nonostante la sua condotta riprovevole e anche perché mio cugino è un pessimo soggetto che ha riportato diverse condanne. In paese gira la voce circa l’esistenza di una relazione incestuosa tra Leonardo e la buonanima della figlia Angelina, ma io non ho prove per confermare la voce. Quella dei Porco, comunque, è una famiglia disgraziata perché un altro figlio fu ammazzato e una figlia fa la mantenuta di un caffettiere di Cosenza in Via dei Martiri. Ovviamente è falso che io avessi una relazione con la povera ragazza dalla quale sarebbe nata una bambina. Ho sentito dire che nel 1907 Angelina avrebbe abortito ma non saprei dire chi la mise incinta. Sono assolutamente innocente perché non avrei avuto nessuna ragione per uccidere la ragazza
- Tutto in famiglia, vedo – ironizza il Pretore. Poi gli chiede con tono duro – Come avete passato la giornata del 29 maggio?
- Era domenica. – specifica Giovanni – La mattina presto mi è venuto a trovare mio genero che poi è uscito con l’altra mia figlia per andare alla messa alla chiesa di San Leonardo nella frazione Corte. Verso le nove sono andato a Figline armato di fucile per il quale ho un regolare permesso. Ci sono rimasto un’oretta per fare visita a un mio compare ferito da una coltellata infertagli dal cocchiere del Sindaco di Figline. A mezzogiorno mi ha invitato a pranzo un altro mio compare che fa lo sportaio, Nino Oranges. Verso le due di pomeriggio mi sono incamminato per tornare a casa e ho impiegato circa un’ora e un quarto. Poco distante da casa mi ha incontrato un vicino, Raffaele Crocco, col quale ho scambiato qualche parola e alla quattro ero a casa. ho tolto l’abito della festa, ho posato il fucile e sono andato a pascolare delle capre in un fondo vicino. Verso le sei ho preso la strada del ritorno adagio adagio e sono rincasato poco prima delle sette e non sono più uscito. Verso le nove ci siamo coricati tutti. Riguardo alle accuse del fidanzato della disgraziata Angelina dovete sapere che ha motivi di risentimento nei miei confronti perché quando nel gennaio scorso si sposò mia figlia Chiara non gli feci confezionare gli abiti per la cerimonia e li feci confezionare a un altro sarto pagando centoventilire. Inoltre so che il giovane De Giovanni è dovuto scappare dal suo paese, Spezzano Albanese, per aver sedotto una ragazza. Le accuse di Leonardo lasciano il tempo che trovano… lui è uno che entra ed esce dalla galera e anche la moglie è stata al fresco… vi rivelo un’altra cosa – continua – chiedete a Leonardo come mai ieri è tornato a casa cinque minuti dopo l’omicidio, mentre rientra sempre a notte inoltrata? Signor Giudice, io sono innocente, fatemi tornare a casa…
Ma il giudice non gli crede. Non gli crede non solo per le testimonianze che, man mano, confermano la sua relazione con la povera Angelina ma soprattutto perché la perizia immediatamente fatta eseguire sulla sua doppietta stabilisce che da una delle due canne è stato esploso un colpo da pochissimi giorni e lui ha affermato di non sparare ormai da molto tempo. Viene anche disposta una perizia sul piombo delle cartucce sequestrategli e su quello estratto dal corpo della vittima ma la relazione è carente e ne viene ordinata un’altra che, al contrario, stabilisce una forte compatibilità tra i proiettili.
Pulice si mostra insicuro anche nel corso dei confronti con il fidanzato di Angelina e con i genitori della ragazza. Alle accuse circostanziate che i tre gli muovono si limita a rispondere che sono tutte falsità e che lui è assolutamente innocente.
La posizione dell’indagato è fortemente compromessa dalla testimonianza di Francesco Covello che avrebbe dovuto, al contrario, scagionarlo
- Sul tramonto del 29 maggio 1910 vidi Giovanni Pulice intento a pascolare delle pecore nel fondo Cotura che è accanto al fondo Tre Capelli
I giudici ritengono falsa o quantomeno contraddittoria l’affermazione di Covello perché Pulice afferma di essere rientrato a casa dal pascolo intorno alle 18,00, mentre il tramonto, il 29 maggio, è intorno alle 19,50,  più o meno l’ora del delitto.
C’è anche la testimonianza del quindicenne fratello della vittima, Pasquale, il quale giura di avere visto Pulice aggirarsi armato nei pressi della loro casa verso le 16,00 e di avere parlato con lui
- Mi ha chiesto di Angelina e mi ha regalato mezzo sigaro, poi mi ha detto: Guarda che bei lupini, se uno si nascondesse qui dentro voi non lo vedreste
E, guarda caso, l’assassino si è nascosto proprio nel campo coltivato a lupini.
Nel corso degli altri tre interrogatori a cui è sottoposto non fa altro che ribadire la sua innocenza, accusando dell’omicidio il padre e il fratello di Angelina, Luigi, che l’avrebbero uccisa sia per nascondere la relazione incestuosa, sia per lavare il disonore che la ragazza avrebbe portato mettendo alla luce la bambina poi abbandonata, probabile frutto della relazione tra padre e figlia.
Ma, scrive il giudice contestando queste affermazioni, non avevano interesse e ragione ad ucciderla il padre né il fratello, dappoichè se avessero voluto sopprimere chi aveva portato l’onta del disonore nella loro casa, ciò l’avrebbero fatto prima e non quando la loro figlia e sorella rispettiva doveva passare a nozze, riabilitandosi indi, di un triste passato davanti l’opinione pubblica. Ma il padre accompagnò financo la moglie presso la levatrice Cicognani tre anni prima onde fare scomparire le tracce del disonore della loro figlia e quindi non poteva sopprimerla dopo tanto tempo. Continuando nella sua relazione, il giudice scagiona completamente il padre e il fratello della vittima, fugando così i sospetti insinuati da Pulice: Oltre a ciò nel momento in cui avveniva il delitto Leonardo Porco e il di lui figlio Luigi si trovavano, il primo nella frazione Agosto distante un’ora dal luogo dell’avvenuto delitto, il secondo si trovava in contrada Andrisano, molto distante, presso la zia Martino Rosa.
Ma, se non fosse stato Giovanni Pulice, potrebbe essere che a uccidere Angelina sia stato il suo fidanzato che, scoperta la tresca tra la ragazza e Pulice, ha deciso di salvare il suo onore. il Giudice smonta anche questa ipotesi: Tale ipotesi deve assolutamente escludersi: egli era libero di allontanarsi dalla sua fidanzata alla quale era legato se non da un forte e sincero affetto e ciò a causa della sua bellezza, dalla quale era stato preso; mai aveva abusato della sua fidanzata e, abitando nella stessa casa, dormivano in stanze separate perché esso non dubitò affatto dell’onestà dell’Angelina Porco. Il De Giovanni ha inoltre pure dei precedenti morali ottimi, essendo un’invenzione la circostanza che egli, dal suo paese di Spezzano Albanese, era dovuto fuggire per aver sedotto una ragazza messa in circolazione solamente dall’imputato Pulice per fare allontanare il De Giovanni dalla casa dell’Angelina e quindi scongiurare il pericolo che costei fosse sottratta alle sue voglie. [De Giovanni] Non poteva pensare lontanamente ad ucciderla e poi nel momento del delitto esso si trovava nell’interno della casa colonica insieme colla Maida Carolina, madre dell’Angelina.
Anche la sua ostinazione a negare la relazione con la vittima è confutata dal Giudice attraverso il mancato matrimonio di un fratello di Angelina con una ragazza del paese e tra la stessa ragazza con Michele De Francesco, all’inizio indicato come possibile autore dell’omicidio, per via della non buona condotta serbata dalla Porco Angelina, la quale, si sussurrava pubblicamente nell’agro di Aprigliano, aveva relazioni intime con Pulice Giovanni ed aveva partorito.
A questo punto, per Pulice non può che essere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per omicidio premeditato.
Nel processo gli avvocati Pietro Cosentini e Nicola Serra, difensori di Pulice, puntano tutto sulla scarsa moralità della famiglia di Angelina: il padre ha riportato varie condanne per associazione a delinquere e reati contro il patrimonio, la madre è stata condannata per ricettazione.
Ma perché, chiede il Presidente della Corte a Leonardo Porco, non ha denunciato Pulice per la relazione con sua figlia?
- Perché so, per averla provata, com’è dura la galera e sono passato sopra al disonore che Pulice mi ha portato…
Ahi! Attenzione!
Quando viene fatto sedere al banco dei testimoni Agostino De Giovanni, nell’aula comincia a scendere il gelo
- I Porco volevano che io mantenessi sempre la prima deposizione. Volevano ancora ch’io dicessi cose contrarie alla verità, come per esempio l’aver visto quella sera il Pulice sparare contro la Porco perché così, a dir loro, non erano bisognevoli altre prove ma io mi rifiutai
E man mano che i testimoni sfilano le cose per l’accusa si complicano
- In paese si diceva pure che la Porco Angelina fosse in relazioni illecite anche col padre
- Mai ho inteso dire che Pulice se la intendesse con l’Angelina. Egli è buon padre di famiglia
La strategia difensiva comincia a dimostrarsi efficace e a un certo punto pare che ad accusare Giovanni Pulice dell’omicidio di Angelina restino solo i familiari della povera ragazza e il processo contro Pulice si avvia a diventare il processo contro la famiglia Porco, finchè il 2 novembre 1911, giorno dei morti, il Presidente della Corte, cav. Michelangelo Dall’Oglio, davanti al nulla del dibattimento deve mandare assolto Giovanni Pulice dall’accusa di essere l’omicida della ragazza.[1]
L’incapacità ha ucciso Angelina per la seconda volta.




[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 15 febbraio 2016

IL SODOMITA



- Io vado alla cantina, quando è ora chiudi e portami la chiave – dice Giuseppe Reale, ventottenne calzolaio di Acri al suo apprendista più grande, il quindicenne Nicola Parise. Nella calzoleria oltre a Nicola ci sono altri due apprendisti. Luigi Fiorito di quasi sei anni e Luigi Gallo, che di anni ne ha nove. È il primo pomeriggio del 23 gennaio 1906, fa freddo e sta per nevicare ancora.
Nella calzoleria c’è un ancora po’ di fuoco nel braciere ma non basta a mitigare la temperatura e i tre apprendisti si danno da fare per finire i lavori che il maestro gli ha affidato e tornarsene ognuno a casa sua. Quando la campana della chiesa suona l’Avemaria, Luigi Gallo scatta come una molla, saluta i compagni e se ne va.
- Posso andarmene pure io? – chiede il piccolo Luigi Fiorito a Nicola
- No, aspetta un po’ che mi devi aiutare a fare una cosa – e così dicendo si avvicina alla porta della bottega e la chiude col maschio interno, poi si avvicina al bambino – abbassati i pantaloni…
- E perché?
- Perché te lo dico io! – gli fa in tono minaccioso prendendo un trincetto dal banchetto
- Ma…
- Abbassateli e stai calmo, se fai il bravo non ti faccio niente – Luigi ubbidisce, intimorito dal trincetto che Nicola stringe in mano mentre pensa subito agli strani discorsi che ha ascoltato tra Nicola e un altro ragazzo più grande su quelle cose che si fanno tra maschi e femmine e anche tra maschi e maschi  – adesso piegati sul tavolino – continua a ordinare mentre si abbassa i pantaloni. Luigi guarda Nicola e il trincetto con terrore, poi si piega sul tavolino tremando. Quando vede il membro del compagno grosso grosso capisce. Vorrebbe alzarsi e correre via ma le mani forti di Nicola lo bloccano sul tavolo mentre il trincetto gli sfiora il collo.
- Ahi! – urla Luigi quando Nicola cerca di penetrarlo
- Stai zitto e fermo che poi ti piacerà – gli risponde con voce roca
- Basta! Mi fai male!
- Zitto che è meglio per te! Cerca di premerti e fai come se cacassi… – continua a incitarlo mentre spinge contro di lui il suo membro. Poi riesce nel suo intento, lacerando il bambino – hai visto? È stato facile… ti è piaciuto?
- Mi hai fatto male, sei un cretino! – gli dice tra le lacrime
- Bada a come parli, anzi, non parlare proprio! Non parlare con nessuno, hai capito? – gli intima dandogli un manrovescio.
È buio pesto quando il piccolo Luigi torna a casa. La mamma sta sfaccendando in cucina, il papà, che gestisce la cantina sotto casa, ancora non è arrivato.
- Che hai? – gli chiede notando l’espressione grave del figlio che cammina male tenendosi una mano sul culetto.
- Mi brucia… mi brucia assai…
- Resisti un po’ che quando vai a letto ti ci metto un po’ di cipria – gli risponde ignara la mamma, pensando a una semplice irritazione.
Ma quando si avvicina al bambino con la bustina di borotalco vede il sangue raggrumato e resta di stucco
- Che ti è successo?
- Non lo so… mi fa male…
- Tra poco viene tuo padre e vedrà lui cosa fare
Quando Giovanni, il papà, osserva la lacerazione capisce subito ciò che è successo. Guarda la moglie che gli fa cenno di aver capito anche lei, poi si rivolge al figlio
- Chi è stato?
Luigi si mette a piangere ma non parla e non c’è verso di fargli aprire bocca. I genitori decidono che è meglio farlo riposare e riparlarne la mattina dopo, quando chiameranno anche il medico per farlo visitare.
- Dai, bello di papà, non succede niente, ci siamo io e tua madre a proteggerti… dicci chi è stato e ti facciamo un regalo – dopo varie insistenze e blandizie, finalmente Luigi cede e racconta tutto.
Giovanni vorrebbe correre alla calzoleria e spaccare la faccia a Nicola, ma tiene a freno l’impulso della vendetta e dopo che il medico gli rilascia il referto, va dai Carabinieri a sporgere querela.
Il Maresciallo Anselmo Taddia, prima di andare a prendere Nicola, vuole sentire con le proprie orecchie il racconto di Luigi e lo interroga. Poi lo porta dal Pretore e gli fa ripetere tutto di sana pianta. Il Pretore convoca d’urgenza il dottor Giuseppe Marchianò e fa visitare nuovamente il bambino.
- Ha una lesione anale lunga circa due centimetri e mezzo, che si estende anche all’interno, interessando anche la mucosa. Le ipotesi sono due: o gli è stato introdotto un oggetto o è stato sodomizzato – sentenzia.
Adesso si che il maresciallo può interrogare il sospetto.
- Non gli ho fatto niente! Ammetto che avrei voluto, ma gliel’ho solo proposto. Lui mi ha detto di no e io ho lasciato perdere.
La parziale ammissione di Nicola dovrebbe bastare per emettere subito un provvedimento restrittivo nei suoi confronti ma passano i giorni, vengono sentiti molti testimoni che non possono sapere nulla perché non presenti al fatto, Giovanni Fiorito sporge querela anche contro il padre di Nicola per gli effetti civili della faccenda e solo il 5 marzo viene spiccato un mandato di comparizione nei confronti sia di Nicola che di suo padre Giovanni Parise.
Il 13 marzo, data fissata per l’interrogatorio dei due, a presentarsi è solo Giovanni Parise che respinge ogni addebito
- Ritengo insussistente il fatto attribuito a mio figlio, ma qualora l’avesse commesso io non posso esserne ritenuto responsabile perché non ho mai trascurato la sua educazione e la sua istruzione, avendogli fatto frequentare tutte e cinque le classi elementari e avendolo poi mandato ad apprendere il mestiere di calzolaio
Di Nicola si sono perse le tracce e tutte le ricerche fatte sono inutili. No, non si è nascosto nelle vicinanze, è andato molto, molto lontano, Allamerica!
Ma la Giustizia il suo corso deve farlo comunque e Nicola Parise, il 4 agosto 1906, viene rinviato a giudizio per il reato di violenta congiunzione carnale con persona minore degli anni 12 e contro di lui viene anche spiccato un mandato di cattura, ma non si capisce come possa essere eseguito. Il padre, invece, viene prosciolto.
Qualche mese dopo, il 15 febbraio 1907, la Corte d’Assise di Cosenza pronuncia la sentenza di condanna in contumacia nei confronti di Nicola: dodici anni di reclusione, interdizione legale durante l’espiazione della pena, pagamento delle spese processuali e risarcimento della parte lesa.
Aspetta e spera…[1]

domenica 14 febbraio 2016

IL CAPORALE IMPAZZITO di Cinzia Altomare


Il 24 gennaio del 1751 a Scalea si diffonde la notizia di un fatto inaudito. Antonio Provenzano di Castellomanaldo (Calabria Ultra), caporale del Reggimento Nazionale d’Otranto con distaccamento momentaneo a Scalea, pare che sia impazzito e risulta ricercato a piede libero.
I fatti si sono svolti il 23 dello stesso mese, e sono stati narrati da diversi testimoni.
Claudio Autoglietta di Lecce, alfiere del Reggimento Nazionale d’Otranto, aveva ritenuto punire con una bacchettata il Provenzano poiché all’ordine che gli aveva dato di alzarsi la notte del 22 e di vigilare i reclusi nelle carceri di Scalea, lo stesso aveva eseguito l’ordine manifestando molto disappunto
- Sangue di Dio o sono impiegato io solo o saveno impiegati tutti – lo sentono urlare i detenuti mentre percorre il corridoio in mezzo alle celle, ripreso in malo modo dal suo superiore.
Non è la prima volta che l’alfiere Autoglietta si è lamentato con il comandante per la svogliatezza in servizio di Provenzano e del malcostume al quale era dedito, gettando così discredito al Real Servizio di cui faceva parte.
Dopo la punizione subita, Provenzano esce pieno di rabbia dalla stanza in cui si trovava e, impugnata la sciabola in gran fretta, si fa largo nei locali, tirando prima un colpo al malcapitato che si trovava disgraziatamente vicino la porta della stanza e quindi, aggirandosi come un pazzo per l’intero caseggiato, riuscendo finalmente a trovare l’alfiere il quale, ignaro di quello che poteva succedergli, se ne stava comodamente seduto presso la loggia dell’edificio in piacevole conversazione con un vecchio amico.
Provenzano gli arriva alle spalle ed è pronto a colpirlo con un colpo a tradimento. Ma la luce del sole che colpisce la lama della sciabola crea un lampo che si riflette nella stanza e non può passare inosservato ad Autoglietta, il quale, militare ben addestrato, avverte il pericolo e con un balzo cerca di voltarsi velocemente, ma per sua sfortuna non abbastanza rapidamente in tempo per schivare il colpo di sciabola che si abbatte  sul suo braccio sinistro, ferendolo. Il sangue inizia a zampillare copiosamente e  l’alfiere cade a terra dolorante, ma la ferita per fortuna non è grave e si rimette subito in piedi.
Il caporale intanto, credendo di avere fatto secco l’avversario ed essersi quindi vendicato per la punizione subita, fugge senza rendersi conto di avere commesso l’intera azione sotto gli occhi di un testimone, il parroco don Giuseppe Solimena d’Aiello, che assiste al fatto terrorizzato e ammutolito.
Durante la fuga, un altro testimone, don Francesco Rodinò, dichiara di avere visto il caporale allontanarsi con in mano la sciabola gridando:
- Largo che non porto rispetto a nessuno, neppure a Cristo e chi si accosta more!    
Nel frattempo, Autoglietta in parte ripresosi dal colpo prende la spada e si getta all’inseguimento di Provenzano e grida chiedendo aiuto per fare accorrere quanta più gente possibile per catturare il pazzo che lo ha ferito.
Ma Provenzano, già lontano, col viso rosso dai lineamenti stravolti e con gli occhi di fuori, continua a gridare come un indemoniato profferendo terribili minacce a destra e a manca che, più che fare accorrere gente per catturarlo, incute così tanta paura che la gente scappa terrorizzata.
Alle sue spalle gli inseguitori perdono del tempo per assistere il ferito e Provenzano riesce a far perdere le sue tracce.
Il signorotto locale, il marchese di Mesoraca, subito informato dei fatti, si preoccupa di inviare dei rinforzi ma Provenzano che si è inoltrato nel vicino bosco è ormai introvabile.
Il dispiegamento di forze su tutto il circondario di Scalea serve a ben poco e tutti i paesani si chiudono in casa e se proprio devono uscire si armano di tutto punto per difendersi da un tale pericoloso individuo, ma Provenzano non si farà mai più vedere da quelle parti.[1]

venerdì 12 febbraio 2016

MISTERIOSO OMICIDIO A COSENZA

È l’otto gennaio 1903 e sono da poco passate le cinque del pomeriggio. Raffaele Solimeno, capo delle Guardie Daziarie di Cosenza, sta facendo un giro di sorveglianza tra i vari casotti del dazio sparsi lungo le vie d’accesso alla citta. Quando arriva al casotto dello Zumpo ci trova la guardia Antonio Marano che sta camminando avanti e indietro pensieroso
- Tutto a posto? – gli chiede
- Signorsì! – gli risponde Marano accennando a un saluto militare
Solimeno continua il suo giro di perlustrazione e ripassa dal casotto dello Zumpo verso le sei e mezza, diretto a Portapiana dove avrebbe dovuto incontrare la messaggera postale per la consegna della corrispondenza e il controllo dei pacchi. Marano non è più fuori dal casotto ma è seduto dentro. I due si scambiano un cenno di assenso e Solimeno procede oltre.
Quando, sono ormai le otto e mezzo di sera, il capo della guardie ripassa dal casotto dello Zumpo, nonostante la fioca luce della lampada a gas, nota subito che qualcosa non va. Il muricciolo di pietra dietro al casotto sembra crollato e non vede Marano. Si avvicina cautamente e i suoi occhi vedono una scena orribile: Marano è steso a terra bocconi proprio all’ingresso del casotto con la testa fracassata e un macigno sulla schiena. Le pietre che mancano dal muricciolo sono sparpagliate intorno al cadavere e c’è sangue dappertutto. Nel casotto c’è il cappello della guardia e lo scaldino è rovesciato. Evidentemente l’aggressione è cominciata lì dentro. C’è anche, pochi passi fuori, il cappotto di Marano, semisepolto sotto le pietre. Che sia un macabro messaggio indirizzato a qualcun altro?
Solimeno si toglie il cappello e si passa le mani tra i capelli. All’inizio non sa cosa fare, colto da un conato di vomito, poi si mette a correre verso la caserma dei Carabinieri e li avvisa con la voce interrotta dal fiatone e dal pianto, quindi corre ad avvisare il Direttore del Dazio.
Sul posto arrivano subito i Carabinieri e i funzionari della Questura e concordano subito sul fatto che si è trattato di una vera e propria lapidazione dal momento che moltissime delle pietre intorno al cadavere sono sporche di sangue. Il timore di qualche macabro rituale sembra attenuarsi. Da un esame più approfondito, però, si scopre che oltre i numerosi colpi di pietra inferti su tutto il corpo, si notano sulla parte posteriore della testa cinque profonde ferite dovute a colpi di scure che hanno provocato lo sfondamento del cranio e quindi la morte.
- Secondo me non è dovuto a questioni di contrabbando – osserva l’agente Ferdinando Ciaccio che di queste cose se ne intende, essendo il principale artefice dell’inchiesta che ha portato alla scoperta di una vasta organizzazione criminale organizzata e al processo contro un centinaio di affiliati iniziato proprio in quei giorni[1] – chi ha ucciso in questo modo orrendo, e sicuramente è stata più di una persona, doveva provare un odio profondo contro la guardia…
Ma chi era Antonio Marano, cinquant’anni suonati, per meritare una fine così orrenda?
- Era un donnaiolo e troppo facilmente parlava e sparlava di donne – è la voce unanime che gli inquirenti raccolgono subito tra i colleghi del morto. E problemi con donne Marano ne aveva creati anche a Paola dove prestava servizio prima di essere trasferito nel capoluogo.
L’intuizione di Ciaccio e le parole dei colleghi indirizzano subito le indagini verso la pista della gelosia e dell’onore e il mattino successivo davanti all’ufficio del Pretore di Cosenza c’è una lunga fila di persone da interrogare.
- Io e Marano abbiamo condiviso una stanza nella locanda di Filomena Caruso per circa quattro mesi – racconta la guardia daziaria Gaspare Nicotera – e posso dire che eravamo diventati amici. Tempo fa mi ha raccontato che quando era di servizio nel casotto vicino a Villa Quintieri ebbe una relazione con una certa Rosina Matragrano che abita lì vicino. Qualche mese fa, quando ero io di servizio al Quintieri, mi chiese di riferire alla Matragrano di andarlo a trovare al casotto di Cancello Greco ma la ragazza mi rispose che mi dovevo fare i fatti miei. Lui mi pregò di riferire nuovamente alla ragazza che voleva vederla e anche questa volta la risposta fu la stessa di prima e Marano ci restò molto male.
- Circa un mese e mezzo fa – riferisce Francesco Brunelli, Direttore del Dazio – Giovanni Matragrano, anche lui guardia daziaria e padre di Rosina, mi venne a trovare in ufficio per chiedermi di parlare con Marano e invitarlo a non dare fastidio alla figlia. Io, conoscendo le frequentazioni della ragazza, gli risposi che era meglio far possedere la figlia da Marino piuttosto che dal carrettiere Pietro Grande, un tipo poco raccomandabile, ma Matragrano mi rispose che a Marino non gliel’avrebbe data mai perché era troppo volubile e l’avrebbe certamente abbandonata. Quando parlai con Marano mi disse che non aveva mai infastidito Rosina e non aggiunse altro. Ma Giovanni Matragrano insisteva continuamente con me dicendo che Marano continuava a molestare la figlia peggio di prima. Nella sua voce si percepiva una rabbia che non prometteva niente di buono e avvisai di nuovo Marano ma lui confermò le sue parole e se ne andò. Nel frattempo molte guardie mi avvisarono che Marano si era perdutamente innamorato di Rosina e che per questo motivo non era il caso di metterlo di servizio nella zona della Riforma perché per controllare la ragazza non badava al servizio. Infine, una settimana fa ho visto Matragrano e Marano discutere animatamente e dalle poche parole che ho sentito ho capito che stavano parlando di Rosina
- Un paio di settimane fa – a parlare è il capraio Francesco Vinci – verso mezzogiorno stavo tornando dal pascolo con le mie capre e passai davanti alla bottega del pentolaio Antonio Matragrano e siccome siamo amici e vicini di casa mi sono fermato a parlare con lui. Mi raccontò che sua sorella Rosina aveva litigato con la guardia Marano per questioni di gelosia. Matragrano era esasperato dall’insistenza di Marano e all’improvviso, con tono minaccioso, ha detto: E chi sa qualche volta… e io gli ho risposto che quelle erano cose che si doveva vedere lui personalmente. Poi mi ha chiesto in prestito la mia scure senza dirmi a cosa gli sarebbe servita e io gli ho risposto che non l’avevo e che l’aveva mia madre ma che, sicuramente, non gliel’avrebbe data.
Gli inquirenti accertano anche che a causa delle pressioni di Marano su Rosina Matragrano ci sono state frequenti scenate di gelosia da parte di Pietro Grande e i guai che ne sarebbero potuti venire furono scongiurati solo per l’intervento della madre di Rosina e della guardia daziaria Gabriele Capozzi. Marano, per sottrarsi alla vigilanza della locandiera e convivente di Pietro Grande, Filomena Caruso, lasciò la stanza nella locanda e prese in fitto una stanzetta a Santa Lucia, convinto che così anche Rosina si sarebbe sentita più libera e sicura di accettare le sue proposte. Grande, da parte sua, aveva disdetto la casa dove incontrava Rosina e le aveva intimato di non farsi più vedere perché gli avevano riferito che la ragazza aveva avuto delle relazioni con Marano.
Tutto ciò, secondo gli inquirenti, aveva fatto nascere in Rosina, suo fratello Antonio e Pietro Grande un odio implacabile contro Marano. Rosina lo odiava perché la stava allontanando da Pietro che avrebbe voluto sposare, Antonio lo odiava perché, dovendo quanto prima sposarsi, non voleva portare la moglie in una casa disonorata dalla sorella e Pietro lo odiava perché, sinceramente attaccato a Rosina, vedeva in lui la causa della rottura della loro relazione.
Queste risultanze e le dichiarazioni dei testimoni bastano al Pretore per emettere dei mandati di cattura contro Antonio Matragrano, Rosina Matragrano e Pietro Grande per omicidio premeditato.
 La morte di Antonio Marano, sostiene il Pretore, fu vista come una liberazione per Rosia, come una prova d’amore della sua amante per Pietro Grande e come un dovere per vendicare l’onore della famiglia per Antonio.
- Mi sono lamentato spesso con Rosina per la sua vita troppo libera e indipendente. Mi sono lamentato con lei anche per le troppe voci sul suo conto circa la sua relazione con Marano. Tutte le mie lamentele hanno portato alla fine della mia relazione con Rosina, ma non l’ho ucciso io. Nel pomeriggio dell’otto gennaio sono stato nella cantina di Nicola Panza a via Rivocati e poi sono tornato a casa dove c’era Rosina, erano circa le cinque. Abbiamo mangiato della pasta e fagioli e poi sono uscito di nuovo per andare alla cantina di Salvatore Balestrieri vicino alla stazione. Ci sono rimasto il tempo di bere un bicchiere e poi sono uscito quando è arrivato il treno delle nove.
- A che ora sei uscito da casa? – gli chiede il Pretore
- Saranno state le sei…
- E dalle sei alle nove meno qualcosa che hai fatto?
- Io e Rosina abbiamo parlato un’oretta e poi sono uscito…
Non sa dire altro e restano, nella migliore delle ipotesi, almeno due ore di buco, proprio quelle nelle quali è avvenuto l’omicidio.
- Convivo illecitamente con Pietro Grande da circa due anni. L’otto gennaio Pietro tornò a casa verso le sei di pomeriggio e dopo aver mangiato della pasta ci coricammo e restammo a letto per un paio di ore. Verso le otto e mezzo Pietro si alzò e uscì di casa e non so che cosa abbia fatto. Io sono innocente, signor giudice!
Ma Pietro non aveva allontanato Rosina, disdetto la casa e preso una stanza in affitto? La ragazza cerca di chiarire questo punto
- Recentemente Pietro aveva disdetto la casa in via Rivocati nella quale convivevamo, per andare ad abitare da solo in una stanzetta che il suo padrone gli aveva offerto gratuitamente e avevamo stabilito che io sarei tornata a casa di mio padre senza però interrompere la nostra relazione. Io mi sarei presa comunque cura di lui provvedendo alle faccende domestiche. Se Pietro aveva deciso di lasciare la casa era stato solo per risparmiare le otto lire di pigione. Non è affatto vero, quindi, che Pietro lasciò la casa per separarsi da me a causa delle mie sgregolatezze e tanto meno per la corte che mi faceva Marano
Pietro Grande, interrogato di nuovo per chiarire questo aspetto, fornisce una versione diversa
- È vero che recentemente avevo manifestato l’intenzione di lasciare una volta per tutte Rosina e avevo disdetto la casa dove convivevamo. Ero arrivato a questa determinazione perché ero nell’impossibilità di mantenere Rosina. Come potete vedere, i miei abiti sono laceri nonostante il mio padrone mi dia quarantacinque lire al mese. Se fossi stato da solo avrei certamente potuto provvedere meglio a me stesso. Dopo aver disdetto la casa non avevo ancora trovato un’altra sistemazione. Questo è tutto.
Gli inquirenti prendono atto delle contraddizioni tra le versioni dei due amanti e chiamano a deporre Antonio Matragrano che attacca a parlare come un fiume in piena
- Ho lavorato fino alle quattro del pomeriggio nella bottega di Antonio Florio e poi sono tornato a casa per mangiare ma non c’erano che fichi secchi e un po’ di pane e mi sono arrangiato con quelli, poi sono uscito a fare una passeggiata e verso le cinque e mezzo sono andato a casa del mio futuro suocero ma non c’era nessuno in casa e sono andato in Piazza Piccola al Teatrino delle Marionette. Dopo un po’ sono tornato a casa del suocero e verso le otto e mezza tornarono anche mia suocera, la mia fidanzata e mia cognata che avevano lavorato fino a quell’ora alla filanda di Rendano. Le donne si misero a preparare la cena e io andai un momento a Fontana Nuova per comprare un po’ di scarafogli nella bottega di Carmine Reda e possono testimoniarlo sia lui che il suo garzone Cicciu ‘U ‘Nzalataru. Portati a casa i ciccioli, mi hanno mandato a riempire gli orciuoli alla fontana e mi hanno visto Giovannina ‘A Pezzente e un tale soprannominato Zaretta – il Pretore lo interrompe e gli rivolge una domanda secca
- Perché insisti a precisare minuziosamente tutti ciò che hai fatto la sera dell’otto gennaio senza che nessuno te lo abbia chiesto? – Antonio lo guarda perplesso, poi risponde
- Per dimostrare che sono innocente…
- Allora visto che insisti molto su alcuni orari, dovresti sapermi dirmi dove e a che ora è stato trovato morto Marano
- Non lo so proprio… nessuno me lo ha detto… io so solo che mi accusate dell’omicidio…
- Che rapporti c’erano tra tua sorella e Marano?
- Lo ignoro. Io trattavo poco con mia sorella per via della sua vita sregolata e poco mi importava se convivesse con uno o con un altro… se avessi voluto vendicare l’onore della famiglia lo avrei fatto anni fa quando Rosina si fece possedere da Luigi Matera restando incinta, o quando si concesse prima a Ciccio Pasqua e poi a Pietro Grande! Signor Giudice, credetemi, sono davvero innocente!
- Ci sono un paio di particolari che non quadrano. – osserva il Pretore – Quando ti hanno arrestato hai detto alla Questura che sei andato alla filanda di Rendano a prendere la tua fidanzata e le altre donne, invece adesso dici che eri a casa di tuo suocero e le donne sono arrivate da sole. Qual è la verità? Che hai fatto davvero in quei momenti? – poi continua – A noi risulta che una quindicina di giorni fa, davanti a testimoni, hai affermato di sapere benissimo quali erano i rapporti tra Rosina e Marano e hai anche detto delle parole di minaccia… come la mettiamo?
- È tutto falso…
Gli inquirenti cercano conferme. Scoprono che Antonio andava ogni sera a prendere la fidanzata alla filanda ma la sera dell’otto gennaio non lo ha visto nessuno. Anche le dichiarazioni della fidanzata e delle due altre donne non fanno che aumentare le contraddizioni emerse nel racconto dell’indagato e ad aggravarne la posizione. E anche il fatto che Antonio si trovasse a casa dei suoceri, a questo punto, potrebbe essere una menzogna e le dichiarazioni che confermano questa circostanza potrebbero essere false.
Giorni dopo, Rosina fa scrivere una lettera alquanto sospetta alla madre, nella quale le dice di togliere alcuni capi di abbigliamento da una cassa e di ripulire il letto. Le guardie avvisano la Questura e nella perquisizione che ne segue vengono sequestrati un paio di calzoni lavati di recente ma che presentano delle macchie di sangue e, nascosto sotto il materasso, un sacco di tela con larghe macchie di sangue. Gli indizi aumentano.
- Non so di che natura siano le macchie sui pantaloni, ma di certo posso dire che il sacco è sporco del mio sangue perché lo metto sul materasso quando ho le mestruazioni – dichiara Rosina
La perizia che viene disposta, eseguita a Napoli, da ragione agli imputati. Quelle sui pantaloni non sono macchie di sangue, mentre per quelle sul sacco l’affermazione che esse siano di provenienza mestruale non è in opposizione con i risultati delle ricerche ma, anzi, contribuiscono in altissimo grado ad avvalorarla.
Passano i mesi e, di proroga in proroga, non si riesce a trovare nessuna prova o almeno un indizio più concreto contro i tre imputati. Non si riesce nemmeno a trovare la scure usata per l’aggressione. Anzi, gli investigatori si imbattono in numerosi testimoni che man mano sembrano confermare pezzo dopo pezzo gli alibi degli indagati e si scopre anche che Pietro Grande non è affatto quel tipo geloso e rancoroso che sembrava essere: quando la moglie lo lasciò per un altro restò assolutamente indifferente.
C’è anche chi mette in relazione la morte della guardia Marano con una possibile vendetta contro un certo Giuseppe Cittadino di Paola, per questioni d’onore[2]. Marano, in sostanza, sarebbe stato scambiato per Cittadino e ucciso al posto suo, ma i connotati dei due sono incompatibili, tarchiato e con folti capelli e barba neri Marano, alto, magro con capelli e baffetti chiari Cittadino e la pista viene abbandonata. Poi il 16 luglio arriva una lettera firmata da Giovanni Matragrano, padre di Rosina e Antonio, nella quale sembrano esserci novità importanti: una tale Mariarosaria Caruso di Paola ha riferito alla Questura di essere venuta a conoscenza che c’è una donna, Mariantonia De Seta, che sa chi ha ucciso Marano! Sarà vero? Dagli accertamenti fatti, a Paola non è mai esistita una donna con quel nome e non se ne fa niente.
Quando, il sei agosto, il Procuratore del re e il Pubblico Ministero si presentano davanti ai giudici della Camera di Consiglio del Tribunale di Cosenza, devono arrendersi all’evidenza dei fatti:
Pel complesso delle circostanze surrilevate, gl’indizii concorrenti a carico dei prevenuti non sono sufficienti a convincere della loro responsabilità e devesi, allo stato, dichiarare non farsi luogo a procedimento penale, uniformemente alla requisitoria del P.M.[3]
Non si saprà mai perché Antonio Marano è stato ucciso.


[1] L’intera storia della nascita, della scoperta e del processo alla prima organizzazione criminale di Cosenza è raccontata nel mio GUAGLIUNI I MALA VITA, Pellegrini 2012.
[2] Giuseppe Cittadino sarà in effetti ucciso qualche tempo dopo. A questo proposito si può leggere la storia “Cronache di poveri amanti” già pubblicata nel blog. NdA
[3] ASCS, Processi Penali.