venerdì 30 settembre 2016

IL CAPOSQUADRA DEL FASCIO

Sono le 21,30 del 12 maggio 1927 quando molte persone si accalcano davanti alla caserma dei Carabinieri di Acri denunciando che pochi minuti prima in Via Iungi, quasi davanti al Comune, c’è stata una sparatoria e ci sono dei feriti e forse dei morti. Il Maresciallo Capo Orazio Carcagnolo si precipita sul posto accompagnato dai suoi sottoposti e constata che per terra, in mezzo a un capannello di gente, c’è il corpo di un cadavere umano con la testa trapassata da parte a parte da un proiettile; poco distante alcune persone stanno raccogliendo da terra un altro uomo, questo ferito gravemente a entrambe le gambe, per trasportarlo all’ospedale “Charetas” locale.  
- Sapete di chi si tratta? – chiede il Maresciallo ai presenti, indicando il cadavere
- È l’orefice Alberto De Vincenti – gli rispondono
- E l’altro?
- Giulio Capalbo
- Si sa chi ha sparato?
- Capalbo ci ha detto che è stato il cosentino – gli risponde uno dei presenti – è scappato di corsa verso il Municipio e ha preso il vicolo prima del palazzo, quello che va verso il cinematografo…
Carcagnolo dà disposizioni ai suoi uomini per iniziare le ricerche del presunto assassino e va all’ospedale per interrogare il ferito
- Io e De Vincenti avevamo organizzato una scampagnata in Sila con altri amici, ma per il cattivo tempo di oggi abbiamo rinunciato e, tutti d’accordo, abbiamo deciso di vederci stasera nel negozio dei fratelli Grandinetti per consumare quello che avevamo preparato. Quando abbiamo finito siamo usciti e, a gruppetti, ci siamo messi a passeggiare per il paese. Io e De Vincenti camminavamo insieme lungo Via Iungi quando ci siamo imbattuti nel cosentino che, senza motivo, ci ha detto in malo modo: “Andate cercando me?”. De Vincenti gli ha risposto: “Non andiamo cercando nessuno” . Dopo di ciò, e quasi fulmineamente, il suddetto Cosentino sparava diversi colpi di rivoltella e cessava di far fuoco solo quando si accorse che entrambi eravamo a terra. poi è scappato verso il Municipio
Carcagnolo è perplesso, pensa che non poteva essere tutto ed il vero resoconto del fatto, non essendo presumibile che per la sola circostanza anzidetta dal ferito, il feritore si sia potuto decidere così facilmente a far fuoco. Senza dubbio dovevano esservi state delle provocazioni, seppur lievi, ma dovevano essere avvenute e che per quanto lievi, gravi dovevano aver sembrate all’omicida e feritore insieme.
Mentre il Maresciallo torna pensieroso verso il luogo del delitto, arriva di corsa il Brigadiere Libri con la notizia che l’assassino è stato trovato nascosto all’interno dell’Albergo Molinari e arrestato
- Sono andato all’albergo a chiedere se sapessero qualcosa e mentre mi stavano dicendo di non sapere niente, dalle scale è comparso un operaio che ha detto: “Lui sta sopra” e allora sono salito e l’ho trovato nella stanza di tale De Stefano Giuseppe il quale, appena ha visto me e l’Appuntato Carvelli ha detto: “Stavo venendo a chiamarvi perché si voleva costituire…”. Abbiamo subito perquisito la stanza ma non abbiamo trovato armi. Poi abbiamo perquisito la camera accanto che era aperta e sotto un pagliericcio c’era la rivoltella
“Sta cosa è strana”, pensa Carcagnolo, “dalla strada che ha preso per scappare si va in campagna, com’è che era nascosto a pochi metri dal luogo del delitto?”
Con quest’altro pensiero in testa va all’Albergo Molinari e si accerta dell’identità del cosentino che risulta essere Rosario Macrì, ventottenne impiegato del Genio Civile, da qualche giorno ad Acri per sovraintendere ad alcuni lavori di competenza del suo ufficio. Emerge anche che Macrì è capo squadra della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, e che per questo ha un regolare porto d’armi. Il paese è in subbuglio e il Maresciallo, temendo che possa accadere qualche altra disgrazia, invece di portare Macrì in caserma, lo porta direttamente nel Carcere Mandamentale del paese.
Sorge subito un dubbio: sapendo che Capalbo è iscritto al Partito Socialista e che De Vincenti era simpatizzante dello stesso partito, è possibile che il movente possa rintracciarsi nei rancori politici fra i tre. Ma Macrì smentisce subito questa ipotesi e, interrogato, fornisce la sua versione dei fatti
- Sono da pochissimi giorni ad Acri per ragioni di lavoro e non conosco ancora alcuno del paese. Avevo preso in fitto la casa di tale Donna Guglielmina perché dovevo condurre meco la famiglia. Questa sera, dopo cena, ero andato in piazza al Bar a prendere un caffè e ritornavo poi alla mia abitazione per coricarmi. Ero giunto davanti la casa e stavo per infilare la chiave nella toppa quando una ragazza che abita di rimpetto mi rivolse il saluto. Io ho risposto: “buona sera”. In questo frattempo passavano per la via due persone che non conosco; nel sentirmi, uno vestito di grigio ha detto: “Ma che ce l’ha con noi?”. Allora l’altro, ch’era vestito di velluto se non ho visto male, ha detto: “Ma chi è? Vediamolo” e si è avvicinato, indi, prendendomi il mento nella mano, mi ha dato uno strappo per costringermi a voltare la faccia verso di lui. Io ho detto: “Ma che modi son questi? Dove si usano?”. Al che quegli ha risposto: “Stai zitto, chè altrimenti prendi degli schiaffi” e mi ha anche detto fesso. Io ho fatto qualche passo indietro gridando: “Ohè!” per evitare che questi atti provocassero qualche conseguenza, ma quello vestito più chiaro mi si è avvicinato tirandomi uno schiaffo. Ed allora io, per intimorirli e farli scappare, ho esploso un colpo in aria; questo però ha avuto l’effetto contrario perché anche l’altro mi si è slanciato addosso afferrandomi per la gola. Allora, vistomi preso, mi sono divincolato ed ho continuato a sparare. Io stesso non so in che direzione. Entrambi i miei assalitori sono caduti ed io sono fuggito per un vicolo, sono sbucato presso il Cinematografo, di lì ho fatto il giro per la via dell’Annunziata e mi sono ritrovato all’Albergo sito a pochi metri dal luogo dove è successo il fatto e dove poi sono stato arrestato, però io stesso avevo mandato a chiamare i Carabinieri da un tal De Stefano
Sembra un racconto credibile e un particolare significativo viene confermato da donna Gugliemina Cicchitelli, la padrona di casa di Macrì, la quale dice di essere scesa in strada non appena ha sentito i colpi e di aver trovato la chiave di casa inserita nella toppa e ciò potrebbe voler dire che tutto, almeno da parte di Macrì, è avvenuto per caso.
Ma ci sono altri particolari del racconto che man mano vengono smentiti dai testimoni che si trovavano sulla scena del delitto, chi  dietro alla finestra o chi passando frettolosamente per strada.
La ragazza con la quale Macrì dice di aver scambiato un saluto, identificata per la diciassettenne Rosina Rago, dice
- Mi trovavo a spazzare dell’acqua che era caduta sulla loggetta della scala, quando vidi passare De Vincenti Federico e Capalbo Giulio che salivano per la via S. Domenico ed andavano verso il Municipio. Il De Vincenti, in tono scherzoso mi disse: “Bischigna!”perché sono bassa, ma poi non ho parlato più con nessuno di loro. Nello stesso tempo per detta via scendeva il Macrì che conoscevo di vista perché abitava di fronte a casa nostra; gli stessi si oltrepassarono senza nulla dire e il Macrì, oltrepassata la casa dove abitava, proseguì verso il ponte S. Domenico. Io poi rientrai e stavo spogliando un mio fratellino per metterlo a letto quando sentii gli spari. Ero dentro e di dentro ho sentito il dialogo tra il Macrì e gli altri due. Il Macrì disse: “Andate cercando me?” e uno degli altri due rispose: “Noi non cerchiamo nessuno”. Poi seguì uno scambio di parole più a bassa voce e dopo uno dei due paesani che diceva: “Cosa va cercando da noi questo delinquente questa sera?” Subito dopo gli spari. So che l’imputato si difende dicendo che aveva salutato me, ma io nego di averlo salutato
- Macrì si è certamente fermato davanti casa e stava per entrare, la chiave era nella toppa – le contesta il Maresciallo
- Quando vidi il Macrì che oltrepassava la sua casa e voltava per il ponte S. Domenico, lo stesso non si fermò affatto davanti il suo portone e certo in quella occasione non mise la chiave nella toppa; non so se lo fece in seguito. Nego recisamente di essermi trovata fuori quando avvenne il fatto. Lui vuole trovare questa scusa credendo che furono entrambi morti, ma il Capalbo pure lo dice che ino non c’ero sul vignano!
Almeno quattro testimoni smentiscono la ricostruzione della sequenza dei colpi fatta da Macrì: prima un colpo in aria e, dopo parecchi secondi, altri tre colpi. Secondo questi testimoni i colpi furono sparati in rapida successione, cadenzati come fosse stato un fuoco d’artificio detto trick-track.
Altri sostengono di non aver visto nessuna delle due vittime prendere per la gola Macrì e tirargli uno schiaffo, ma di aver visto un breve conciliabolo tra i tre e poi Macrì indietreggiare di qualche passo e fare fuoco ad altezza d’uomo. E questa è la verità accertata dalla perizia balistica, infatti vengono repertate per strada le pallottole che hanno trapassato i corpi delle vittime e viene repertata anche la quarta pallottola che ha terminato la sua corsa nel battente del portoncino Cicchitelli, a 20 cm dal suolo, in quel punto in pendio presso al luogo dove è mortalmente attinto De Vincenti.
Adesso la dinamica dei fatti è abbastanza chiara: i tre si incontrano per strada, si dicono qualcosa che deve aver provocato la reazione esagerata di Macrì che spara contro i suoi avversari quattro colpi per ucciderli. Ma cosa si sono detti veramente? Nessuno dei due protagonisti superstiti lo rivela e se non si chiarisce questo punto non si riuscirà nemmeno a stabilire il movente dell’azione criminosa di Macrì. Così i Carabinieri indagano per capire quali possano essere stati i veri rapporti tra i tre e scoprono che hanno nascosto cose fondamentali e che anche la testimone chiave del processo, Rosina Rago, ha  mentito.
Il Maresciallo Capo Carcagnolo riesce a stabilire che tanto Macrì quanto Capalbo avevano cercato di entrare in intime relazioni con Pellegrino Antonietta, domestica della Cicchitelli, ove avea preso alloggio il Macrì il quale, avendo saputo che la Pellegrino, prossima ad emigrare, era stata minacciata dal Capalbo o da altri giovinastri del paese di non farla partire “sana”, cioè di deflorarla prima della partenza, avrebbe manifestato il proposito di proteggerla, accompagnandola anche fino a Napoli all’atto della partenza. Non solo. Macrì, sposato con figli, corteggiava anche Rosina Rago e la sera stessa della sparatoria l’aveva invitata ad andare nella sua camera; ella aveva risposto che per fare ciò occorreva trovare il pretesto di andare a comprargli qualche cosa e, quindi, gli aveva dato convegno alla fontana, dove ella sarebbe andata ad attingere acqua. Quindi la presenza dei due amici che passeggiavano avanti e indietro per la strada e la battuta pronunciata da De Vincenti all’indirizzo della ragazza, avrebbero disturbato Macrì in un momento in cui egli desiderava ardentemente che la strada rimanesse deserta per poter menare a dolce fine l’intrapresa opera di seduzione e forse pensò che i due, ignari del resto delle sue mire sulla Rago, si trattenessero lì per disturbarlo. Da qui l’alterco e i tragico epilogo della vicenda.
Questa ricostruzione dei fatti è sposata dal Giudice Istruttore che formula la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Rosario Macrì per omicidio volontario in persona di Alberto De Vincenti e mancato omicidio in persona di Giulio Capalbo. Il 29 febbraio 1928, la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e Rosario Macrì sarà giudicato dalla Corte d’Assise di Cosenza.
Composta la giuria popolare con i 12 membri di legge, si deve provvedere subito a sostituirne alcuni che dicono di essere impossibilitati ad assumere l’incarico per problemi di salute. Immediatamente prima dell’apertura del dibattimento, fissato per  il 28 novembre dello stesso anno, accade un altro fatto strano. L’avvocato e deputato socialista Pietro Mancini, che rappresenta una delle parti civili, subisce una perquisizione domiciliare e subito dopo rinuncia all’incarico presentando una certificazione medica.  
Adesso il dibattimento può cominciare. A presiedere la Corte è Saverio Zinzi, la difesa è rappresentata dagli avvocati Tommaso Corigliano, Nicola Serra e Luigi Filosa, mentre le parti civili sono rappresentate dagli avvocati Ernesto Fagiani e Filippo Coscarella. Tutto sembra far pensare che si arriverà a una sentenza di condanna nei confronti di Macrì. Almeno fino a quando non viene chiamato sul banco dei testimoni Luigi Bandozzi, console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale a Belluno ma all’epoca dei fatti a Cosenza
- L’imputato Macrì è caposquadra della milizia. Dopo successo il fatto mi recai in Acri per una inchiesta che io soglio fare in casi simili quando riguardino persone del partito. Colà interrogai un capo manipolo ed il maresciallo dei RR.CC e questi mi disse che la sera prima in Acri vi era stato un banchetto per solennizzare il ritorno dell’On. Mancini dal confino; che due individui quella sera incominciarono a dileggiare il Macrì con l’epiteto di “ingegnere dei miei coglioni” e che l’assalirono nell’atto che stava introducendo la chiave nella toppa di casa. osservai la località e la posizione dei luoghi e mi formai il convincimento che vi fu una colluttazione. Il morto era una buona persona mentre il vivo era un sovversivo. Ho inteso dire conosceva il Capalbo, una cosa certa è che l’avvocato Filosa e il Macrì sono stati i fondatori del fascio di Acri. Macrì è stato sempre un ottimo giovanotto
- Sapete se il povero De Vincenti avesse fatto domanda per entrare nel fascio o avesse partecipato a qualche manifestazione fascista? – gli chiede l’avvocato Fagiani, anch’egli fascista, che ha capito il tentativo che si sta facendo per spostare l’attenzione da un fatto avvenuto per questioni di donne a un fatto politico
- Non so se il defunto De Vincenti avesse fatto domanda da circa 3 mesi per entrare al fascio, come non so se egli avesse antecedentemente partecipato a cerimonie fasciste
C’è un particolare: non risulta in nessun atto che il Maresciallo Carcagnolo abbia mai sostenuto una tesi simile, ma nessuno mette in rilievo la circostanza: il messaggio lanciato da Bandozzi è chiarissimo per chi deve riceverlo.
L’atmosfera si fa pesante ma a non volere che il processo diventi un processo politico non ci stanno nemmeno i fascisti di Acri. Angelo Grandinetti, proprietario del negozio nel quale si tenne la cena tra amici dichiara sotto giuramento
- Sono iscritto al fascio dal 1921 e nel mio negozio si tenne il banchetto quella sera – un banchetto di sovversivi che si tiene in casa di un fascista della prima ora? Difficile da credere.
Il 4 dicembre 1928 viene emessa la sentenza: Rosario Macrì fu Gennaro di anni 28 ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta. Assolve Macrì Rosario perché non punibile ed ordina che sia immediatamente scarcerato se non detenuto per altra causa.
Passano gli anni, sedici per la precisione. L’Italia è stata sconvolta dalla guerra e ne è uscita sconfitta, il fascismo è caduto e si cerca faticosamente di eliminare le macerie. Si cerca anche di perseguire i fascisti che si sono resi responsabili di reati durante il ventennio. Così viene rispolverato anche il fascicolo contro Rosario Macrì, nel frattempo grande invalido di guerra e padre di numerosi figli, perché c’è il sospetto che la sentenza di assoluzione fu emessa dietro forti pressioni ai giurati da parte del regime.
Il 22 dicembre 1944 la Questura e i Carabinieri di Cosenza vengono incaricati delle nuove indagini e relazionano rispettivamente
La Questura
18/1/1945
Quasi tutti i giurati, qui residenti, componenti la giuria nel processo in oggetto, sono deceduti. Dei vivi, il Barracco Tommaso è paralitico ed incapace di ricordare, mentre il Luberto Vincenzo ed il Lauro Nicolino hanno dichiarato di aver votato secondo coscienza, senza aver subito alcuna coercizione materiale e morale né da parte degli avvocati difensori del Macrì né da parte di autorità amministrative o politiche. Comunque nell’opinione pubblica vi è il convincimento che i difensori di parte civile non potettero esplicare appieno il loro mandato; che si tentò, a suo tempo, d’indurre il Prof. Pietro Mancini, difensore di parte civile, ad abbandonare il processo mediante perquisizione domiciliare e che, nel complesso, l’assoluzione del Macrì Rosario fu dovuta a direttive impartite da Roma.
I Carabinieri
3 marzo 1945
(…) - l’avvocato CORIGLIANO (ora deceduto) difensore del Macrì, nello scendere le scale del tribunale, incontratosi col giurato MAZZOTTA Pasquale da Lago gli disse che bisognava ponderare sul verdetto che dovevano emettere i giurati, cercando di conoscere la volontà del Mazzotta, ma questi si astenne dal palesarla;
- secondo quanto dichiarato dal giurato TAMBURI Vincenzo, residente nel comune di San Basile, ritenuto dall’opinione pubblica di carattere fermo e risoluto e persona che agisce con coscienza, il verdetto non risulta sia stato determinato, od abbia influito, lo stato morale di coercizione determinato dal fascismo.
- giusta dichiarazione rilasciata dal giurato CERVINO Teodoro da Corigliano Calabro, che si alliga, per l’assoluzione del Macrì influì lo stato morale di coercizione determinato dal fascismo.
Comunque, nell’opinione pubblica di questa cittadinanza è rimasta la convinzione che l’assoluzione del Macrì fu dovuta a direttive di alte personalità fasciste residenti a Roma.
Si comunica infine che l’avvocato di fiducia del Capalbo, prof. Pietro Mancini, del partito socialista, al momento del dibattimento, adducendo di essere indisposto, si sottraeva all’incarico affidatogli.
Pare proprio che Teodoro Cervino, Presidente della Cassa Rurale di Corigliano, ricordi molto bene i giorni del dibattimento
Effettivamente posso affermare sul mio onore di onesto cittadino che nella causa contro Macrì Rosario, allora imputato di omicidio in persona di De Vincenti Alberto, orefice di Acri, influì lo stato morale di coercizione determinato dal fascismo.
Infatti, nella prima fase del procedimento, in dibattito, compreso che la giuria avrebbe condannato senz’altro il MACRI’ perché ritenuto responsabile del delitto, la giuria fu sciolta e ricomposta nuovamente con elementi cosentini, tranne di 4 persone del Circondario di Rossano e nel verdetto vi furono proprio 4 voti contrari.
A quanto potei allora comprendere, venne un ordine perentorio per l’assoluzione del Macrì perché era capo manipolo della M.V.S.N. si diceva fosse figlio del vice comandante delle guardie Municipali di Cosenza del tempo.
L’11 settembre del ’45 il Questore di Cosenza si sbilancia e, a conclusione delle indagini, scrive
Si comunica che da indagini esperite dall’arma dei CC.RR. di Acri non è risultato che l’omicidio in persona di De Vincenti Alberto ed il tentato omicidio in persona di Capalbo Giulio ad opera del capo squadra della m.v.s.n. Macrì Rosario sia stato determinato da motivi politici.
Risulta invece che la influenza politica abbia contribuito durante il procedimento penale per favorire l’imputato.
Gli atti vengono trasmessi alla Suprema Corte di Cassazione per ottenere la revisione del processo ma l’avvocato Nicola Serra, di nuovo difensore di Macrì, protesta vivacemente con una memoria indirizzata ai giudici romani
È veramente sorprendente che questo processo, il quale si riferisce ad uno di quei fatti di sangue originati da quel senso di gelosia quasi barbara per le donne del proprio campanile così caratteristico dei rustici villaggi della Calabria; fatti di cui è stata sempre riempita la cronaca giudiziaria di questa “terramatta”della gelosia; è sorprendente, ripetiamo, che ora esso diventi – così, d’un tratto, e con una disinvoltura non certo apprezzabile nel magistrato ricorrente (diciamo Magistrato) – un processo di natura politica soggetto a revisione.
Se l’odio non ancora sopito, dopo circa vent’anni, tenace come spesso è tenace l’odio dei calabresi; se quest’odio ha potuto consigliare alla vendetta di Giulio Capalbo e della famiglia De Vincenti di valersi di questa possibilità di inversione per pescare nel torbido e comunque approfittare del rivolgimento politico del Paese per dare sfogo allo spirito di persecuzione che li anima verso il Macrì; questo odio di parte e questo spirito di persecuzione non dovevano poter arrivare fino all’altezza di un Procuratore Generale per determinare un ricorso di revisione che non trova nessuna giustificazione giuridica e morale e, tanto meno, politica.
Un simile ricorso turba e preoccupa l’animo di chi è abituato a fidare nella serenità e nella indipendenza del magistrato.
Atto pericoloso per il prestigio e la funzione della Giustizia che oggi deve guadagnare la fiducia di tutti per potere essere riparatrice degli errori commessi appunto per pressioni, influenze e coartazioni di carattere politico durante gli anni del Fascismo.
Guai ad essa se, per andar dietro ad una passione di parte che indica una inesistente ingiustizia del passato, si dovesse essa stessa, la Giustizia di oggi, rivelare vittima di pressioni attuali certe ed evidenti. Sarebbe il fallimento più doloroso e più gravido di conseguenze per le sorti di questo nostro martoriato Paese, che può trovare pace e concordia soltanto, forse, nell’opera di una Giustizia che in ogni revisione deve operare un risanamento morale e politico per la rieducazione della coscienza del popolo libero.
Ma il ricorso è minato dalle origini perché Decreto Legislativo 27 luglio 1944 n. 159 all’articolo 6, intende perseguire i delitti fascisti e li descrive all’articolo 3 dello stesso Decreto come quei delitti di movente politico o che siano stati agevolati dalla situazione creata dal fascismo. Non risultando in alcun atto che il delitto commesso da Macrì sia stato di natura politica, non rientra in questa casistica e la Corte di Cassazione, il 27 luglio 1945, respinge l’istanza di dichiarazione di giuridica inesistenza della sentenza 4/12/1928 della Corte d’Assise di Cosenza nei confronti di Macrì Rosario e mette fine alla vicenda.[1]
In verità nessuno ha mai detto o scritto che si sia trattato di un delitto politico ma solo che la sentenza fu condizionata dalla politica.
Giulio Capalbo e gli eredi di Alberto De Vincenti devono farsene una ragione. La pacificazione nazionale è cominciata.



[1] ASCS, Processi Penali.


lunedì 26 settembre 2016

CINQUE COLPI PER UCCIDERE

Quando Tigres Pietrosanto e Cisberto Forte si presero di amore e si sposarono a Rota Greca nel giugno del 1926, lei aveva 18 anni e lui 24. I genitori della ragazza le assegnarono in dote 6.000 lire che Cisberto utilizzò per costruire una casetta aumentando la volumetria di un fabbricato di proprietà dei fratelli, ma i soldi non bastarono e il novello sposo dovette prendere in prestito 2.000 lire che Leone Pietrosanto, il fratello maggiore di Tigres, rientrato dall’America provvide a pagare.
Pareva che si volessero gran bene ma dopo appena due mesi di matrimonio Tigres si presentò a casa dei genitori in lacrime
- Mi ha offerto una fetta di mellone ma siccome sono incinta il solo odore mi muoveva il vomito e non l’ho voluta, così mi ha picchiata
La mamma la consola dicendole che le cose vanno così, la moglie deve onorare il marito e mentre le tiene le mani tra le sue – è passata appena un’ora da quando Tigres ha chiesto aiuto – Cisberto si presenta a casa dei suoceri e si riprende la moglie con la promessa di non toccarla più. Ma le botte ricominciano presto. Così vanno le cose.
Cisberto fa il falegname ma la voglia di lavorare è molto scarsa e, a parte qualche lavoretto spesso lasciato a metà, per campare fa debiti che puntualmente vengono ripianati o dai suoceri o dai suoi familiari. Le pressioni perché metta la testa a posto adesso che ha una famiglia sulle spalle aumentano ogni giorno di più e, per stimolarlo ulteriormente, i suoceri cominciano a rifiutarsi di pagare i conti che presenta loro. La tensione comincia a diventare insostenibile e Cisberto litiga col fratello di latte di Tigres, l’ex Carabiniere Virgilio Di Calabria, e lo ferisce a un braccio con una coltellata e deve scontare 45 giorni di carcere. A questo punto i rapporti con la famiglia di Tigres si rompono, salvo bussare a quattrini, e le botte aumentano di intensità, tanto da costringere il padre della ragazza a portarla dai Carabinieri per ottenere giustizia ma oltre a una ramanzina non si può andare perché Tigres si rifiuta di sporgere querela.
Cisberto decide di emigrare in Argentina e per affrontare la spesa contrae altri debiti. Il 28 maggio 1927, pieno di buoni propositi, parte da Rota Greca con destinazione Buenos Aires. Ma quando uno non ha voglia di praticare il proprio mestiere a casa sua dove è servito e riverito, può adattarsi in terra straniera a fare lavori umili e pesanti? Cisberto certamente no e così stenta la vita girando a vuoto, nella speranza di avere un colpo di fortuna.
Tigres, perso il bambino che portava in grembo, da quando è partito il marito è più tranquilla, fino a quando Virgilio non riceve una lettera da Buenos Aires da parte Ettore Talarico, cognato del suo fratello di latte
Buenos Aires 3-1-928
Carissimo cognato
Desideroso che la presente ti trovi in ottima salute unito a tua famiglia e suocero, la mia finora bene. spero che sarai guarito della lieve ferita e non farti più accadere di quistionarti con quel burattino che è il vero tipo dei vagabondi. Di qui me ne ànno informato tanto di quello che ha fatto, non andava incerca di lavoro mai, ci avevano trovato il lavoro, ma lui non si ha riscatato che una sola meza giornata, antava sempre in cerca di bevanti alcoliche e manciare buono, dicento sempre che suo padre lo aveva incannato, in ultimo si fece imprestare trecento pezzi del marito di Venere cavallo e si rimpatriò. Il lavoro che aveva trovato era bastante legiere e guadagnava discreto ma siccome il lavoro lo spaura volle ritirarsi a casa. perciò tu non trattarlo più e fate che la legge lo castiga come si merita.
Cisberto, sconfitto, rientra in Patria ancora più pieno di debiti. Si ferma qualche tempo a Milano e gira in altre città in cerca della fortuna che non riesce a trovare e investe gli ultimi spiccioli dei trecento pezzi (pesos Nda) presi in prestito per comprare una rivoltella, quindi rientra a Rota Greca dove lo aspetta un’altra causa per lesioni.
- Perché te ne sei ritornato così presto? – gli chiede Virgilio Di Calabria quando lo incontra per strada
- Questi sono cazzi che non ti riguardano – gli risponde sprezzante Cisberto che poi festeggia il rientro picchiando Tigres con la scusa che, invece di trovarla nella casa coniugale, la trova in casa della madre di lui e le cose cominciano ad andare sempre peggio.
Tigres racconta che quasi ogni sera quando si mettono a letto le punta la pistola alla testa o le sfiora la gola e le guance con un pugnale da ardito senza che lei abbia fatto niente che potesse offenderlo, almeno così crede. Ma Tigres qualcosa l’ha fatta: si è opposta e continua ad opporsi alla vendita della casetta costruita con i soldi della sua dote per pagare i debiti del marito
- Non vuoi vendere la casa? Benissimo! Chi cazzo ce lo chiamava tuo padre a fare la casa al Vallone? Ti desse ora nove o diecimila lire per pagare i debiti se no ora Cisberto una buona “sbraciata” la fa e ve la vedete voi perché io non voglio saper niente!
- Perché la mia casa? – replica. E sono botte.
Tigres racconta ai genitori quello che sta accadendo ma non fanno niente perché fervono i preparativi per il matrimonio della figlia minore e quando arriva il gran giorno Tigres non può andare alla festa in quanto il marito glielo impedisce categoricamente, come altrettanto categoricamente le ordina di non avere più alcun rapporto con i suoi e allora il fratello Leone le porta a casa un confetto, ma Cisberto se ne accorge e succede un putiferio. Questa volta, dopo le rituali botte, la caccia di casa. Nell’immediato non succede altro perché i genitori si accontentano di accoglierla in casa e Leone, l’unico ad essere in grado di agire, è partito per gli Stati Uniti subito dopo la cerimonia nuziale, ma a Newark, dove vive, lo raggiunge la brutta notizie e non perde tempo. Presa carta e penna scrive una lettera di fuoco al cognato Cisberto
Newark 11 novembre 1927
Carissimo bestia che altro nome non ti poso chiamare. Animale pensza bene quello che aifatto mia Sorella, morto di fame che non ti credere che i Fratelli sono morti, si posono dimenticare e non como sono state le tue sorelle che sono state di tutti e voi non siete stati capace e ora hai fato mia sorella ma mia sorella e condenda che si trova in casa buona e noconte che la veva di fare morire di fame che poi deve penzare che mia sorella tià messo onore no como la raza tua che non cenessuno onorato bruto cane tu e quella strega di tua madre viè riesciuto che non ci sono stato io che ti puote guardare bestia e penza di non la guardare piu che si sacio che tu limolesti io scrivo al marescialo e poi ti fo vedere chi siamo noi. Mo spero che le tue sorelle devono rimanire pure mezo la via che mia sorella e dendo la casa ma le tue spero che li devono sputare dendo la facia come sputano ate e quella zicara della tua madre non ti dico nulla quando ni vedemo
Animale bestia
Stupido ai fatto una zione di animale
Poi i genitori di Tigres vanno a lamentarsi con la madre di Cisberto, la quale risponde loro di non poter fare niente e che, anzi, farebbero bene ad adoperarsi per pagare i debiti di Cisberto. Anche lei scrive ai figli emigrati negli Stati Uniti e questi, a loro volta, scrivono alcune lettere per indurre Cisberto a mantenere la calma e a guardarsi la libertà ma nello stesso tempo si dicono pronti a usare le maniere forti, se necessario. Mandano a più riprese anche dei soldi che non vengono però usati per alleggerire la posizione debitoria del fratello.
Kenosha Wis. 30 novembre 1927
Carissima mamma
Abbiamo ricevuto oggi la vostra cara lettera e siamo condenti che siete tutti in buono stato di salute ugualmente fin’oggi vi posso assicurare di noi tutti. Cara mamma notiamo che il fratello Cisberto he tornato del S. America, anzi ho ricevuto la sua lettera laltro giorno e non ho avuto il tempo ancora di scriverlo, aspettavo per le feste per mantargli qualche cosa. Ma adesso come ni fate capire alla vostra lettera che si trova in condizioni più brutte, bene non si sgomentasse lui ancora e giovane ed he in tempo di farse delle posizione se ciè la salute e la libertà… Noi appunto questa sera siamo stati dalla sorella Pasqualina ed abbiamo chiamato la sorella Vienna ed abbiamo letto la lettera tutti riuniti ed abbiamo deciso che d’omani spediremo qualche cosa telegraficamente, così vi arriverà, vogliamo almeno sperare, prima della mia lettera.
Ma quel che io prego al fratello Cisberto di scrivere subito e farmi sapere se e stato offeso dalla sua moglie o anno avuto che dire con Pasquale Pietrosante (il padre di Tigres. Nda) che poi e pensiero nostro chi deve portare la croce perche a quanto siamo lontani possiamo essere vicini in otto giorni. Raccomando al fratello Cisberto non facesse chiassate perche non cè di bisogno, si guardasse la libertà e per il rispetto della nostra famiglia che noi qui cerchiamo di far tutto quello che he necessario. Per adesso cerca fare come meglio puoi con questo po’ di danaro che mandiamo in questo tempo ni scrive e ni fa sapere proprio la contizione  come si trovano. Voi cara mamma non vi arrabbiate ni avete passato troppo delle sofferenze, cercate di distrare il pensiero col ringraziare Iddio che fin oggi siamo tutti in buona salute, cercate di fare il santo Natale assieme con Cisberto ed essere condenti, i debiti pian piano si cacciano. Avete delle buone speranze quest’anno anche noi ci abbiamo avuto delle piccole perdenze nel negozio ma ci ristabiliamo. Abbiamo trascurato di scrivervi e mantarvi soldi spesso, ma speriamo di adesso in poi essere tutto meglio, non ti abbandonare cara mamma, dice a Cisberto a nome mio che lo aiutiamo, stasse anche lui coraggioso. Chi à scritto quella lettera, perche non là scritta lui a far mettere agli altri nei fatti suoi, ni scrivete subito io vi scrivo dinuovo in settimana augurantovi le buone feste. Intanto tanti saluti di tutti sorelle cognati nipote Francesco e famiglia io con mia moglie. Tanti baci a Cisberto come a voi cara Mamma chiedo la S.B. e mi segno vostro per sempre aff.mo figlio
Angiolino
Seguono altre lettere più o meno dello stesso tenore ma con qualche brutta novità per Cisberto: i fratelli non possono aiutarlo come avrebbero voluto perché in pochi giorni le piccole perdenze si trasformano quasi in un tracollo finanziario. La maledizione di Leone sembra avverarsi!
In paese comincia a girare la voce che Cisberto saprebbe delle corna che la moglie gli avrebbe fatto col fratellastro e addirittura col fratello Leone. Ma è sono una cattiveria gratuita perché tutti sanno dell’assoluta moralità di Tigres. Anche Cisberto nega, eppure in una lettera scritta durante la detenzione per le lesioni inferte a Virgilio Di Calabria scrive
(…) quanto è successo non è altro che l’epilogo di un dramma, preparato, tessuto, voluto, da un essere esecrabile, da un mostro dalle sembianze umane che, abusando della mia bontà, mascherandosi dietro la forma di un presunto parente di mia moglie, penetrava e s’insediava nella nostra casa ed adoperando chi sa quali diaboliche arti, riusciva ad allontanare mia moglie dal mio affetto, riusciva a farle perdere ogni senso morale, a farle completamente dimenticare i doveri coniugali, a calpestare imbrattando il mio talamo nuziale rubandomi la pace, la felicità e l’onore.
Cisberto, forse pentito, forse con l’intento di usare la cautela che gli hanno consigliato i fratelli, forse per cercare di costringere, una volta per tutte, la moglie a vendere la casa o forse ancora, addirittura, per farla prostituire, come sostiene il padre di Tigres, fa di tutto per riprendersi in casa la moglie che, a questo punto, non vuole più saperne. Cisberto incarica molti amici comuni di fare da intermediari e tutti gli pongono una condizione per accettare l’incarico: la promessa di non picchiarla più. Lui promette ma non c’è niente da fare, la moglie è irremovibile. I genitori di Tigres notano che il genero passa e spassa continuamente cercando di parlare con la moglie e per evitare che questo accada, Tigres se ne sta chiusa in casa. 
La mattina del 25 gennaio 1928 a Rota Greca c’è un bel sole e le donne che non sono impegnate in campagna o in altri lavori si siedono sugli usci delle case meglio esposte ai caldi raggi a sferruzzare e a scambiarsi confidenze. Tigres, rimasta da sola in casa, ha bisogno di prendere una boccata d’aria dopo giorni passati a guardare il fuoco nel camino e va a sedersi sul gradino della porta di casa della vicina Teresina Bovino. Mezzogiorno è passato da poco e le due donne, sedute una di fronte all’altra, parlano tranquillamente ma vengono distratte dall’ombra proiettata in terra da un uomo: si girano contemporaneamente e davanti a loro appare la figura di Cisberto Forte con una rivoltella in mano. Prima che Tigres possa muovere un solo muscolo o aprire la bocca per urlare, Teresina Bovino scatta come una molla e si para davanti a Cisberto urlando
- Fermati per carità! – ma non c’è carità, pietà o ripensamento. A Cisberto basta puntare l’arma alla testa di Teresina per farla spostare e scaricare poi la rivoltella addosso alla moglie, con freddezza. Cinque colpi. Uno colpisce Tigres ad un polso proteso avanti nell’inutile tentativo di ripararsi, gli altri quattro vanno a segno tra il torace e l’addome, rendendo chiara la volontà dell’uomo di uccidere la propria moglie. Poi Cisberto si allontana mentre accorrono tutti i vicini a vedere cosa sia accaduto. Arrivano anche i genitori della ragazza che la fanno portare in casa loro. “Respira?” chiede qualcuno. “Si, respira e si lamenta”. Forse si può salvare. Il medico certifica che sebbene le pallottole siano penetrate in cavità, se non ci saranno complicazioni dovrebbe guarire in un mese.
Per strada si sentono delle grida di avvertimento
- Attenti! È appostato dalla finestra del tavolato con la rivoltella! Attenti che potrebbe sparare a qualcun altro!
Cisberto, infatti, allontanatosi dal luogo dove ha compiuto il misfatto, non ha fatto altro che attraversare la strada, rientrare nella casa coniugale e appostarsi alla finestrella della soffitta forse con l’intento di attendere l’arrivo dell’odiato Virgilio Di Calabria e fare secco anche lui.
E in effetti Virgilio, ancora ignaro di ciò che è appena accaduto, sta tornando a casa percorrendo la strada che passa davanti a quella dove è asserragliato Cisberto ma, per sua fortuna, viene avvisato in tempo e cambia percorso. Nel frattempo sul posto arrivano anche i Carabinieri della locale stazione, comandati dal Brigadiere Giuseppe Dolci che comincia subito a parlare con Cisberto per convincerlo a venire fuori ma non ottenendo alcun risultato, con una pedata ben assestata sfonda la porta e, rivoltella in pugno, sale le scale con circospezione, deciso a tutto pur di far cessare quella situazione che sta cominciando a seminare il panico tra la popolazione.
- Arrenditi, non fare lo stupido che noi siamo due e tu sei solo. Evitiamo di farci male, butta la rivoltella e vieni fuori – gli consiglia prima di cominciare a salire la scala a pioli che porta in soffitta. Sopra la sua testa la botola aperta non lascia intravedere niente altro che la luce del sole tra gli interstizi delle tegole. Poi il rumore di Cisberto che si muove carponi – Attento a non fare fesserie! Butta la rivoltella nella botola!
- Non sparate! Mi arrendo! – la voce di Cisberto è seguita dal rumore della rivoltella che passando attraverso la botola picchia prima sui pioli della scala sfiorando il Brigadiere e poi sul pavimento
- Fai vedere le mani! – gli intima Dolci che è ormai a oltre metà della scala, pronto ad afferrare l’uomo appena apparirà dalla botola. Cisberto non oppone più alcuna resistenza e viene portato in camera di sicurezza con l’accusa di tentato omicidio.
- Il mezzogiorno del 20 ottobre, mentre io e mia moglie mangiavamo, avemmo una piccola discussione a causa di una casetta che io intendevo vendere per la mia porzione perché apparteneva nel resto ai miei fratelli; nella discussione essa mi disse che mi lasciava ed io, arrabbiato, le tirai uno schiaffo. Poi me ne uscii per andare al lavoro e quando tornai la sera non la trovai più in casa. Quella stessa sera mandai mia madre a casa dei genitori di Tigrina ma la mandarono via dicendole che non sarebbe più tornata con me e che su di lei non comandava nessuno. Io non vidi più mia moglie dal giorno in cui mi lasciò; la vedevo qualche volta ma sempre da lontano. Più volte mandai a dire che essa mia moglie se ne fosse venuta, ma sempre tanto essa che i suoi genitori risposero negativamente. Oggi io ero uscito per andare a prendere un banco che tenevo in una piccola baracca perché mi serviva per lavorare; di fronte alla baracca vi è la casa di Teresina Bovino, avanti alla di cui casa si trovavano costei e mia moglie; chiesi loro se prendessero il sole, tanto per avere così modo io di potere entrare in discorso con mia moglie, alla quale poi chiesi perché non se ne veniva. Essa mi rispose di andarmene di là e non ricordo che altro; io persi i lumi, estrassi la rivoltella e le tirai non so quanti colpi
- Lo hai fatto per gelosia? – gli chiede il Brigadiere
- Nessun motivo di gelosia io avevo per mia moglie; quelli di casa sua dicono che io sono geloso del fratellastro di lei ma la cosa non è vera.
- Dove hai preso la rivoltella? Da noi non risulta che hai fatto denuncia dell’arma…
- L’avevo comprata a Milano il 9 corrente, arrivando qui poi il 19; il 20 si trattò il mio processo alla Pretura di Montalto e per due giorni poi stetti ammalato di malocchio e così non ebbi tempo di denunziarla. Oggi la portai perché dovevo passare per la casa dei genitori di mia moglie ed avevo paura del Di Calabria perché costui, per il processo di cui ho parlato, mi ha continuamente minacciato di ammazzarmi
Ma Teresina Bovino, l’unica testimone oculare del fatto che le cose non sono andate come Cisberto racconta e lo smentisce categoricamente
- Io non intesi pronunziare dal Forte nessuna parola e quindi non mi consta che egli ci avesse chiesto se prendessimo il sole. La Pietrosanto non disse assolutamente nulla oggi al marito, prima che succedesse il fatto
Dopo quattro giorni di agonia – le ferite erano più gravi di quanto il medico avesse sospettato – Tigres muore e adesso si procede per omicidio premeditato perché è chiaro che portarsi dietro una rivoltella carica, puntarla contro una persona inerme che non lo ha provocato né minacciato e spararle contro cinque colpi, indirizzandoli tutti in una parte del corpo piena di organi vitali, è prova della volontà di uccidere con premeditazione
- Io non avevo l’intenzione di uccidere mia moglie, né avevo premeditato la cosa. – giura Cisberto in un nuovo interrogatorio, poi aggiunge – Un giorno dello scorso novembre la stessa mia moglie, il Di Calabria ed i loro familiari, mi lanciarono dei sassi rompendomi i vetri della finestra; quando io poi uscii, sentii la voce della stessa mia moglie chiamarmi cornuto e dirmi: “Me lo son tenuto e me lo tengo e tu sei un cornuto!” Io le risposi: “Hai fatto bene” e me ne andai. Io non sapevo nulla di questo e non avevo mai sospettato della sua fedeltà
Con questa dichiarazione la strategia difensiva di Cisberto cambia: adesso entra in ballo l’onore ferito dalla moglie traditrice.
I testimoni interrogati su questo punto, sebbene alcuni riferiscano l’episodio dei sassi e dei vetri rotti e molti altri dicono di non saperne niente, sono concordi su un concetto fondamentale: Tigres è una donna onestissima e incapace di tradire la fedeltà coniugale.
Anche il Brigadiere Giuseppe Dolce giura davanti al Pretore di sapere della gelosia morbosa di Cisberto per la moglie
- Era geloso della moglie perché riteneva che se la intendesse col fratellastro Di Calabria Virgilio ed anche col fratello Leone, attualmente in America. Ciò mi venne affermato dalla Pietrosanto e dal padre in occasione del ferimento del Di Calabria ad opera del Forte. Mi dissero anche che il Forte, ossessionato dalla gelosia, teneva la moglie in continuo orgasmo minacciandola di morte e finì poi il Forte a cacciarla di casa. Ignoro la circostanza della rottura dei vetri. Certo è che quando io sono andato in casa del Forte per arrestarlo, vetri rotti non ce n’erano. So che il Forte voleva che la moglie ritornasse in casa perché è venuto anche da me a domandare che ve la costringessi, cosa che io non potevo fare
- Ritengo che il Forte ha ucciso la moglie per motivi d’interesse poiché mai ho inteso dire che lo stesso Forte era geloso della moglie per il Di Calabria Virgilio – giura invece Luigi Tommaso
Omicidio in persona della propria moglie Pietrosanto Tigres e con premeditazione, porto abusivo continuato di rivoltella, contravvenzione alla legge sulle concessioni governative e omessa denuncia di arma. Questi sono i reati per i quali Cisberto Forte, il 28 luglio 1928, viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza
Il 9 giugno 1930 la Giuria emette il verdetto: ASSOLUZIONE.
I giurati ritengono che Cisberto Forte sparò cinque colpi di rivoltella in parti vitali senza la volontà di uccidere e senza premeditazione. Ritengono, però, che Forte sia colpevole di porto abusivo di arma da fuoco e di mancato pagamento della tassa di concessione governativa, condannandolo al pagamento del sestuplo della relativa tassa.[1]
Ma Cisberto lo aveva detto subito di non avere avuto tempo di dichiarare il possesso della rivoltella, impegnato com’era a difendersi da un processo per lesioni, seguito da due giorni di malattia dovuta a malocchio. E che caspita, un po’ di comprensione, signori giurati!


[1] ASCS, Processi Penali.


venerdì 23 settembre 2016

IL DESTINO DI MIA FIGLIA


Al tramonto del 19 novembre 1928 due uomini stanno camminando insieme lungo il sentiero che dallo scalo ferroviario di Mongrassano porta a Bisignano
- Ciritiè, Fino a quando non andrai soldato ti riempiranno il culo di scarpe vecchie, ma quando tu andrai via essa sposerà un altro – le parole di Giuseppe Sangermano fanno salire il sangue alla testa di Ciro Cinque, diciannovenne contadino nato a Gragnano in provincia di Napoli ma trasferitosi con tutta la sua famiglia nel territorio di Bisignano, ormai da una quindicina di anni. Che gli passerà ora per la testa dopo che ha fatto di tutto per fidanzarsi con Carmelina Garritano?
- Domani sera ti stringerò la mano perché ammazzerò qualcuno e andrò in galera – risponde con tono grave
- Chi ammazzerai?
- Domani sera lo vedrai… – termina accelerando il passo e sparendo nella fioca luce del crepuscolo
Quella stessa sera Ciritiello, così lo chiamano tutti, si mette in cerca di cartucce per la sua pistola semiautomatica ma nessuno ne ha del calibro giusto e deve desistere. Magari la notte gli porterà consiglio.
Sembra proprio di no. La mattina del 20 novembre Ciritiello si alza con lo stesso pensiero che aveva prima di addormentarsi: trovare le cartucce per la sua pistola. Ma prima passa dal fondo dove sa che Carmelina sta lavorando con i nonni e si mette a discorrere con alcuni zii della ragazza, cercando nello stesso tempo di avvicinarsi a lei. Poi la vede prendere alcuni orciuoli e dirigersi a una fontana poco distante e la segue
- È inutile che mi giri intorno, io non ti voglio! – gli urla Carmelina. Ciritiello sente di nuovo ribollirgli il sangue nelle vene e vorrebbe fare un quarantotto, ma la voce stentorea del nonno della ragazza ha il potere di calmarlo
- Ciritiè, non venire più in questa contrada e non provocarci! – lo avvisa agitando la zappa nella sua direzione. Ciro a questo punto si ritira in buon ordine e allora va nella rivendita di generi di monopolio di Sabatino Cavalcante, che è accanto alla stazione ferroviaria di Mongrassano, e compra nove cartucce per pistola calibro 8 ½  pagandole 5 lire e 40 centesimi.
- Sabatì, dammi cinque sigarette sfuse – ordina Gaetano Garritano, uno dei fratelli di Carmelina, poi prosegue rivolgendosi a Ciro – buongiorno Ciritiè, nemmeno mi saluti?
- Buongiorno Gaetà, non ti avevo visto – si scusa mentre pare mostrare al futuro cognato le cartucce che ha in mano, ma quello sembra non accorgersene nemmeno. Poi i due se ne vanno ognuno per la propria strada e la strada di Ciro, ora che ha le cartucce, è quella che porta da Carmelina.
Quando Pasquale Sangermano, il nonno, lo vede gironzolare di nuovo in quei paraggi si insospettisce e gli si avvicina, ostentando la zappa.
- Prima sei venuto a trovare a Giuseppe, e ora a chi? avessi qualche cattiva idea, ti sei forse armato?
- Niente affatto! Potete venire a perquisirmi – mente, mentre retrocede senza mai dare le spalle a Sangermano, il quale è sempre più sospettoso
- Tu non mi convinci affatto!
- O vado in galera o muoio! – borbotta Ciritiello prima di allontanarsi e di non farsi vedere più in giro
Quando poco prima del tramonto Carmelina e sua zia Carmela Giunta finiscono di riempire i sacchi di ghiande per i maiali, si avviano verso il paese seguendo il corso del torrente Chio e poi imboccano un viottolo che passa nella proprietà dei signori Boscarelli. Giunte in prossimità di un tornante, sbuca davanti a loro Ciro Cinque
- Neanche ora ci sei capitata? – le dice mentre estrae la pistola dalla tasca. Carmelina è terrorizzata e si gira per cercare di salvarsi, ma le pallottole sono infinitamente più veloci e i primi due colpi che Ciritiello le esplode la colpiscono alle spalle, disegnando all’interno del suo corpo strane traiettorie. Il primo proiettile la colpisce proprio mentre si sta girando per scappare e penetra quasi di lato immediatamente sotto la scapola sinistra, striscia sulla colonna vertebrale, penetra nel polmone destro e, fuoriuscitone, termina la sua corsa schiantandosi sulla sesta costola posteriore di destra. La forza del primo colpo fa ruotare su se stessa la ragazza mentre arriva il secondo proiettile che penetra dal lato posteriore destro del torace, passa da parte a parte il polmone destro dirigendosi verso il cuore, anch’esso attraversato da parte a parte, e va a terminare la sua corsa nello spessore della ghiandola mammaria sinistra, dopo aver forato la costola corrispondente. Carmelina muore istantaneamente e Ciro, preso da una furia cieca, continua a sparare all’impazzata in aria gli altri sette colpi che sono nel caricatore, poi si allontana lasciando la zia di Carmelina inginocchiata che cerca inutilmente di rianimarla.
Il Maresciallo Capo Agnello Di Filippo comincia subito le ricerche dell’assassino ma, oltre a ricevere la testimonianza di qualcuno che lo ha visto allontanarsi verso lo scalo ferroviario di Mongrassano dove abita con i genitori, di Ciritiello non c’è traccia. Nel frattempo comincia a ricevere le deposizioni della madre di Carmelina, dei fratelli, dei parenti e anche quella del padre di Ciro.
Assunta Sangermano vedova Garritano, madre trentanovenne della povera ragazza, ricostruisce la tormentata storia del rapporto tra la vittima e l’assassino
- Da quasi quattro anni coltivo un pezzo di terra vicino la stazione ferroviaria di Mongrassano, poco distante dalla casa dove abita la famiglia Cinque. Da subito Ciro ha cominciato a corteggiare mia figlia e siccome costui era poco amante del lavoro, Carmelina non ne volle mai sapere, mentre costui più le si serrava dappresso, anche perché era piccola d’età. Nel mese di maggio di quest’anno (1928 Nda.) venne costui in compagnia del padre in casa nostra a farci regolare offerta di amore e di matrimonio. Il padre acconsentì a questo passo appunto per indurre il figlio Ciro a mettersi al lavoro e siccome noi avevamo sempre respinto costui, anche perché mia figlia di lui non aveva trasporto ed aveva sempre rifiutato di dirgli di si, il padre mi propose di assentire malgrado la volontà contraria di mia figlia perché così facendo, Ciro che è della classe 1909 e quindi prossimo a presentarsi alle armi col servizio militare si sarebbe dimenticato della giovane che in tale lasso di tempo si avrebbe anche potuto maritare. Fu per questo motivo che gli diedi il permesso di frequentare rarissime volte la mia casa, ma più come amico che come fidanzato della giovane perché costei non vi aveva mai parlato e al suo comparire fuggiva. A nulla valsero le mie insistenze verso mia figlia per farla accondiscendere, anzi costei più volte mi diceva che lei non poteva dir di si ad un uomo che non sentiva alcun trasporto, tanto che io fui costretta ad allontanarla da Frassia (la contrada dove era situata la terra che la donna aveva preso in fitto. Nda.) per evitare spiacevoli incidenti e circa un mese fa seppi che il Cinque Ciro aveva detto che intendeva sposare mia figlia per capriccio e non per amore. Poi Ciro è andato a lavorare in Sila e in questo periodo mi fece richiesta di matrimonio per la disgraziata mia figlia, Amodio Carmine ed io, visto il buon partito, subito acconsentii ed allora io, vedendo un giorno il fratello dell’omicida, a nome Giovanni, gli dissi di convincere suo fratello a non più venire a casa mia perché, dato che si era presentato un buon partito, volevo sposare al più presto mia figlia per non attendere il suo ritorno da militare. Quando Giovanni riferì il fatto al fratello Ciro, questi si è arrabbiato e allora sono venuti da me il Ciro, il fratello Antonino ed il padre per convincermi ad annullare il matrimonio. Date le insistenze io acconsentii, credendo che questo fosse il destino di mia figlia e d’accordo con essa, per evitare litigi, son venuta in paese e ho detto ad Amodio che non poteva più parlarsi di matrimonio perché prima di lui c’era stata la richiesta di Cinque Ciro
- Ma di tutto questo che cosa ne pensava Carmelina? – le chiede il Maresciallo interrompendola
- Non ha manifestato mai né simpatia né avversione pel Cinque o per l’Amodio, forse perché temeva che le cose si complicassero… poi un mese fa anche Carmelina ha saputo che Ciritiello aveva detto in giro che voleva sposarla per capriccio e allora, la prima volta che è venuto a casa mia assieme a mio fratello Giuseppe, gli ha detto: Tu non devi più mettere piede qui perché io non ti voglio!
Lo squillo del telefono di servizio interrompe la donna. Di Filippo risponde e mentre ascolta la guarda con un’espressione di compiacimento. Dall’altra parte del filo il Maresciallo Michele Pelaia, comandante della stazione di Cosenza gli sta raccontando che Ciro Cinque è seduto davanti a lui in stato di arresto. Gli racconta anche come sono andate le cose. Dopo avere ucciso Carmelina, Ciritiello è andato alla stazione ferroviaria di Mongrassano ed è salito sul treno per Cosenza. Notata la presenza in treno del Carabiniere Ricchio Luigi della stazione di Spezzano Albanese, si presentava a detto militare dicendogli di avere, poco prima, ucciso a colpi di pistola la giovane Garritano Carmelina di anni 18 da Bisignano. Il Carabiniere Ricchio accompagnò in questa caserma il Cinque ove, interrogato da noi, confermò la precedente dichiarazione.
Il mattino dopo Ciritiello viene trasferito nel carcere mandamentale di Acri dove racconta la sua versione dei fatti al Pretore
- Circa cinque anni fa ho conosciuto Carmelina Garritano con la quale cominciai ad amoreggiare. Essa mi aveva detto di si ma dopo circa sei mesi i fratelli di lei Domenico ed Espedito e il loro zio Antonio Sangermano mi hanno percosso, anzi Domenico mi tirò una coltellata al braccio sinistro. Io, sia per amore della mia fidanzata, sia perché non vi erano testimoni, non ho denunciato il fatto. Mi lamentai della cosa con Carmelina e lei mi disse che non aveva colpa perché anch’essa veniva battuta dai fratelli per questo amore. Io, nonostante la contrarietà dei parenti, continuavo a fare all’amore con Carmelina e vedevo che mi voleva bene, tanto è vero che dev’essere in possesso di una mia fotografia che io le ho dato. Quest’anno, finalmente, mio padre fece la richiesta formale di matrimonio e la risposta fu affermativa. Io in seguito me ne andai in Sila a lavorare e in questo frattempo Carmelina si fidanzò con un certo Carmine Amodio. Quando tornai in paese mio fratello mi raccontò la cosa e io feci saltare tutto in aria e andai in casa della mia fidanzata. C’erano la madre, lo zio Antonio Sangermano e il fratello Espedito ai quali dimostrai tutto il mio risentimento per il loro agire. La madre andò subito in paese e licenziò l’Amodio e io sono ritornato a lavorare in Sila. Il 9 settembre, festa del Beato Umile, andai a Bisignano a mangiare da alcuni parenti e dopo sono andato a trovare Carmelina che mi ha accolto. Sono tornato a Bisignano il 20 settembre, festa della Madonnella, e uno zio di Carmelina mi disse che lei si era lamentata perché io avrei detto che volevo sposarla per capriccio e non per amore. Allora andai a casa di Carmelina per sapere chi le avesse detto una cosa simile, ma lei invece inveì contro di me dicendo che non voleva più nessuno. Io tornai in Sila e qualche giorno dopo, tornando a casa in bicicletta, passai da Carmelina e, scherzando, le mostrai una cartuccia vuota e le dissi: Qualche giorno ti ucciderò con questa! Lei mi sbattè la porta in faccia e si rinchiuse dentro. Il 20 novembre sono passato vicino al fondo dove Carmelina e la zia stavano raccogliendo ghiande. Appena mi ha visto è scappata ed è andata dalla zia senza che io le avessi detto nulla. Dopo un po’ è andata con la nonna a prendere l’acqua alla fontana e quando è tornata, io stavo scherzando con suo zio Giuseppe, se l’è presa a male cominciando a dirmene di tutti i colori. Io me ne andai con suo zio, ma dopo poco tornai lì da solo e la incontrai per strada. Vai a Bisignano? Le chiesi, ma invece di rispondermi cominciò di nuovo a sbraitare: Vattene via, merda, latrina, pisciaturo, pidocchioso, mi ha detto. Allora io non vidi più ed estrassi la pistola. A questo mio atto la Carmelina si voltò sul fianco sinistro per scappare. Io esplosi il primo colpo e la ferii alla spalla destra. Essa continuò a scappare ed io a sparare. Arrivata ad un certo punto essa fece un giro su se stessa, io sparai l’ultimo colpo e lei cadde. Io scappai e sparai in aria gli altri colpi. Non l’avrei mai uccisa se non mi avesse detto tutte quelle cose…
Una ricostruzione dei fatti per molti aspetti incompleta e falsa, per altri aspetti completamente opposta a quella fatta dalla madre di Carmelina. Chi avrà ragione?
Nella solitudine della sua cella Ciritiello medita per sei giorni su come sono andate le cose, poi chiede di fare delle nuove dichiarazioni al Pretore
- Voglio dire tutta la verità perché mi pesa la coscienza. – esordisce – Mi sono deciso al fatto per il trattamento avuto da parte della Garritano Carmelina e dei parenti di essa
- Stai dicendo che non è stato un delitto di impeto ma lo hai premeditato? – il Pretore non vuole equivoci
- Si, è così. Vi spiego. Quando mi lamentai del comportamento di Carmelina con una sua zia, questa mi rispose: Se fossi stato io, l’avrei uccisa. Io decisi di sopprimere la Garritano Carmelina la sera del 19 corrente quando lo zio di essa, Sangermano Giuseppe, mi disse che quando io sarei partito militare la sua nipote si sarebbe sposata. Anzi, mi disse questa precisa frase: Fino a quando non andrai soldato ti riempiranno il culo di scarpe vecchie, ma quando tu andrai via essa sposerà.io, data la passione che mi legava alla povera morta, mi sentii ribollire il sangue e decisi di ucciderla. Infatti, dopo aver fatto cento passi ancora, dissi al Sangermano: Domani sera ti stringerò la mano perché ammazzerò qualcuno ed andrò in galera! – finalmente comincia a raccontare la verità – Nel pomeriggio del 20 novembre mi avviai per la strada Rio Chio perché sapevo che quella veniva battuta dalla Garritano Carmelina, con l’intenzione di incontrarla per ucciderla. Ho fatto un po’ di sosta per la strada, ma molto più in alto di dove l’uccisi. Poi, vedendo che cominciava ad imbrunire cominciai a scendere ed incontrandola, ma vi giuro che non mi ero nascosto, le dissi le parole che ho già riferito nel primo interrogatorio e le mi rispose come vi ho già raccontato. Però vi dico anche che, sebbene avessi deciso di ucciderla, se lei non mi avesse disprezzato ingiuriandomi quando io le rivolsi la parola, forse non avrei avuto il coraggio di compiere il terribile misfatto perché ho nutrito sempre un amore pazzo per la povera morta ed avrei desiderato che in quel momento mi fosse caduto il braccio pur di saperla ancora in vita, sebbene essa si rese indegna del mio amore perché dava retta ad Amodio Carmine – sarà tutta la verità? Secondo la zia di Carmelina, testimone oculare dei fatti, la ragazza non pronunciò alcuna parola offensiva nei riguardi di Ciro.
Ma che fosse stato offeso o meno pochi istanti di uccidere Carmelina cambia poco. Ciro ha confessato di aver premeditato la sua azione: per i Giudici inquirenti è omicidio qualificato dalla premeditazione. Con questo capo d’imputazione viene chiesto il ed ottenuto il rinvio a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Cosenza. è il 10 maggio 1929.
Il dibattimento è fissato per il 26 maggio 1930. Da molte testimonianze viene smentita la dichiarazione della madre di Carmelina che ha descritto Ciro come un fannullone (circostanza che a suo tempo anche il padre dell’imputato aveva ovviamente smentito), altre che mettono in luce l’amore pazzo di Ciritiello per Carmelina. Ma resta il macigno di aver confessato la premeditazione e gli avvocati difensori Benedetto Carratelli, Nicola Serra e Tommaso Corigliano tentano la carta dell’infermità totale di mente di Ciritiello e il suo ricovero in un manicomio criminale per essere sottoposto a perizia psichiatrica o in subordine di sottoporre alla Giuria la questione del vizio totale di mente ma sia il Pubblico Ministero che le Parti Civili si oppongono con forza ad entrambe le richieste e il Presidente respinge la richiesta di perizia psichiatrica ma ammette che nel quistionario sia incluso il quesito della infermità di mente con la subordinata della semi-infermità.
La Giuria mette tutti d’accordo: Ciritiello al momento del fatto non aveva vizi di mente e seppure ha ucciso volontariamente Carmelina non lo ha fatto con premeditazione. Ha, invece, commesso il fatto nell’impeto d’ira o di intenso dolore determinato da ingiusta e grave provocazione. La piena ammissione della premeditazione non conta niente. Concesse le attenuanti generiche, il conto è presto fatto: 6 anni e 3 mesi di reclusione, nonché il pagamento delle spese e dei danni.
Ma il 1 gennaio del 1930 è entrata in vigore una nuova legge sull’indulto, così gli viene sottratto un anno di reclusione. E siccome per uccidere Carmelina ha usato una pistola detenuta illegalmente, viene condannato anche al pagamento del sestuplo della tassa di concessione governativa.[1] Quello che è giusto, è giusto: le tasse vanno pagate!



[1] ASCS, Processi Penali.


mercoledì 21 settembre 2016

SCEMO DI GUERRA (gli albori della Psicologia di guerra)

Sulla rotabile da Paola a San Lucido, in contrada Madonna del Rito, c’è la cantina di Assunta Calvano. È un locale molto frequentato oltre che dai paolani e dai sanlucidani, anche dai ferrovieri che fanno servizio nella città del Santo. Oltre alla  stanza principale dove vi è la mescita, vi sono altri locali più appartati per chi volesse discutere o giocare d’azzardo al riparo da occhi indiscreti. Il pomeriggio del 15 gennaio 1922 tutti i tavoli sono occupati e, con la porta chiusa per il freddo, il fumo dei sigari crea una specie di nebbia, appesantendo l’aria. Seduto al bancone c’è un uomo, il ventisettenne Ercolino Sciammarella, che beve da solo. E beve abbastanza da essere piuttosto brillo.
Nella seconda stanza a destra di chi entra nella cantina ci sono il ferroviere Salvatore Fondacaro, 26 anni da Bagnara Calabra, i fratelli Francesco e Rocco Lo Torto, rispettivamente di 18 e 17 anni da Paola, e Michele Fucetola, ventinovenne ferroviere da Paola Tutti e quattro, seduti attorno a un tavolo, stanno bevendo e giocando a zecchinetta, mentre il sedicenne figlio della cantiniera, Ercole Cupolillo, va avanti e indietro a rifornirli di vino.
Sciammarella si alza dal suo posto, attraversa la sala e si ferma sulla porta dove gli altri quattro stanno giocando, appoggiandosi allo stipite mentre fa uscire volute di fumo dalla bocca. Resta qualche minuto così, immobile, a guardare i giocatori. Poi, quando lo sguardo di Salvatore Fondacaro incrocia il suo, sorride. I due sono a circa un metro di distanza l’uno dall’altro. Ercolino mette tra le labbra il sigaro che tiene tra l’indice e il medio della mano destra e senza dire una parola impugna un revolver calibro 7, facendo fuoco due volte contro Fondacaro. Il primo colpo va a vuoto e Salvatore, passato l’attimo di sorpresa, fa per lanciarsi contro Ercolino ma parte il secondo colpo che lo centra sotto la clavicola destra; il proiettile urta l’osso e devia la sua traiettoria verso il basso squarciandogli il polmone e un’arteria. Le sue braccia sono ancora protese verso Ercolino quando stramazza al suolo privo di vita.
Gli altri giocatori sono storditi e frastornati dalle esplosioni e restano per qualche secondo incerti sul da farsi, poi quando vedono che Sciammarella, in silenzio e con estrema calma, rimette in tasca la rivoltella, gli si lanciano addosso e lo bloccano.
Prima che arrivino i Carabinieri arriva il funzionario di Pubblica Sicurezza Giuseppe Nocera che abita lì vicino e prende in custodia l’assassino.
Sciammarella è ancora visibilmente alticcio quando gli mettono i ferri e lo portano in camera di sicurezza. Il maresciallo Ilario Monteleone non crede ai suoi occhi quando gli mettono sul tavolo il contenuto delle tasche dell’assassino: ventuno cartucce cariche. Che cosa aveva in mente Ercolino Sciammarella per portarsi dietro quell’arsenale? E cosa lo ha spinto a uccidere? Ercolino, per il momento, sembra essere diventato muto e il maresciallo Monteleone comincia a interrogare tanta gente.
Moltissimi definiscono la vittima come un giovane educato, rispettoso e incapace di molestare o provocare chicchessia. Viceversa, molti descrivono Ercolino come dedito al vino e alle percosse, specialmente nei confronti della moglie e della suocera. “Dopo che aveva bevuto non sapeva più quello che faceva ed era meglio stare alla larga da lui” ripetono gli avventori di tutte le cantine di Paola; “Ultimamente, era meglio non avere a che fare con lui anche quando non aveva bevuto”, rincarano altri.
Siccome lui non parla e non si riesce a trovare un movente plausibile che spieghi l’omicidio, cominciano a girare voci su una sua presunta malattia mentale. Pare, addirittura, che un suo fratello sia morto in manicomio una decina d’anni prima e che Ercolino sia stato dichiarato rivedibile alla visita di leva per epilessia. Anche il comandante delle guardie carcerarie ammette che “pur non essendo un furioso, non è certo un uomo normale” e la moglie di Sciammarella, consigliata dall’avvocato Tommaso Corigliano che ne ha assunto la difesa, chiede che il marito venga sottoposto a perizia psichiatrica: “mio marito è stato sempre uno squilibrato. Quando si ubriacava, il che avveniva spesso, diventava addirittura un pazzo e picchiava me e i figli senza ragione. Buttava le masserizie fuori dalla finestra e compiva atti che possono essere compiuti solo da un forsennato”.
Nel frattempo qualcuno dice che una settimana prima dell’omicidio, Salvatore Fondacaro aveva schiaffeggiato Ercolino perché non voleva che questi non giocasse a carte con lui e la sua compagnia, quindi il movente sarebbe da ricercare nel rancore nato per l’offesa ricevuta. Ma diversi testimoni giurano che quegli schiaffi non ci sono mai stati, anzi fu proprio Ercolino a minacciare i presenti che stavano lasciando la cantina dopo aver terminato il gioco: “Voi ve ne andate ma me la pagherete!” avrebbe detto in quell’occasione imbracciando il fucile che portava in spalla e Fondacaro, a quella minaccia avrebbe replicato: “Se non la finisci quel fucile te lo rompo in testa!”. Furono sufficienti queste parole a determinare Ercolino a uccidere Salvatore?
Finalmente anche Ercolino si decide a dire qualche parola al giudice che lo interroga
- Durante la prima quindicina del mese di gennaio, incontrai Fondacaro per un paio di volte alla marina di Paola. Senza che tra di noi ci fosse mai stata alcuna discussione, mi schiaffeggiò. E mi schiaffeggò di nuovo, proprio nella cantina, una settimana prima che lo uccidessi, senza che gli avessi fatto niente. Quel pomeriggio, poi, non appena mi vide mi disse: “ Stasera te ne do ancora…” io non ci ho visto più e gli ho sparato con la rivoltella che avevo comprato proprio quella mattina da un ferroviere per 16 lire – poi ammutolisce di nuovo, rifiutandosi di chiarire le contraddizioni tra le sue dichiarazioni e quelle dei testimoni.
Gli inquirenti hanno seri dubbi circa gli episodi riferiti ma non se la sentono di escludere nessuna ipotesi. Per cominciare a fugare il dubbio principale, quello della pazzia, viene disposto il suo ricovero in manicomio.
Ercolino Sciammarella entra nel manicomio di Nocera Inferiore il 9 settembre 1922 per essere sottoposto a perizia psichiatrica. Dopo tre mesi di osservazione, i periti concludono che ”lo Sciammarella Ercole è un simulatore che ha variato i quadri morbosi che tentava manifestare, quadri morbosi che variava sempre sia per la mancanza di tenacia, sia per la mancata conoscenza di essi. (…) nel momento in cui commise il reato di cui è imputato non era affetto da alienazione mentale e non pare che l’ubbriachezza dello Sciammarella Ercole, nel momento in cui commise il reato addebitatogli, fosse tale da avere applicato l’art. 47 c.p.[1]
Ma i periti, il dottor Salvatore Tomasini e il professor Marco Levi-Bianchini, si spingono oltre la psichiatria per cercare di spiegare quello che Ercolino ha in testa e analizzano il suo comportamento attraverso i criteri di una nuova branca scientifica che si sta affacciando al mondo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale: la Psicologia di Guerra.
Lo Sciammarella Ercole è un giovine ammogliato con figli, nella cui cartella di penalità sta scritto – Nulla – Egli a diciotto anni fu chiamato dalla Patria a compiere il più alto dovere di cittadino, quello di difenderla dal nemico. Andò, abbandonò moglie e figli, per sette anni visse nelle trincee, combattè nelle zone più pericolose, fu ferito, vagò per ospedali; due suoi fratelli morirono durante il servizio militare, uno certamente al fronte o prigioniero. Ebbene: ha portato la guerra una modificazione speciale nella psiche di tutti? (…) La completa inversione del valore della vita umana, ridotta alla pura accidentalità e privata di tutte quelle più elementari garanzie ad essa offerte dalle costituzioni sociali universali, l’uso delle armi divenuto a tutti comune, l’abolizione dei freni posti all’impulsività umana, che il coraggio in guerra rende quasi necessaria e diremmo perfino indispensabile, concorrono a svalutare il concetto della vita e ad innestare, specie per cervelli più semplici e più poveri di critica, un’anestesia morale più o meno grave di fronte ai diritti altrui e alle inibizioni individuali. Non è a stupire se il psichismo dei combattenti reduci dalla guerra è sostanzialmente modificato, se le reazioni sanguinose nelle lotte di classe e di partito si sono continuate con paurosa frequenza, al di là della guerra, se ogni individuo si ritiene autorizzato a sminuire tanto facilmente il valore sacro sia della propria vita che quello della vita altrui. Egli è che una tale inversione e diminuzione dei valori umani si è fissata nella coscienza come fatto di giudizio, dopo essersi creata come fatti di necessità contingente e impellente; e che tale giudizio, assommato alla naturale impulsività dell’uomo incolto e primitivo, rende ancora possibili con tanta frequenza le reazioni violente dell’individuo contro il suo simile. È questo un derivato doloroso della guerra che le instabili e critiche condizione di tutta la società umana attuale, a malgrado di tanti orrori superati e di tanto sangue umano sparso, mantengono ancora vivo ed attivo, in contrasto con i più elementari postulati della vita e dell’ordinamento sociale. Ebbene, a questo derivato doloroso della guerra, tanto più persistente quanto più lungo è stato il periodo di guerra combattuta, quanto più forti le emozioni provate, quanto più penosa la vita vissuta, non si è potuto sottrarre lo Sciammarella Ercole, uomo primitivo ed incolto, che al ritorno dalla guerra al proprio paese portò l’animo pronto alla lotta, facile alla violenza. È con la Psicologia di Guerra che noi possiamo spiegarci le modalità del delitto commesso dallo Sciammarella Ercole, modificandogli o diminuendo quella responsabilità che con lo psichismo dell’anteguerra avrebbe avuto”.
Quindi non è pazzo ma la società è in qualche modo responsabile del suo delitto. Lo Stato, attraverso i suoi rappresentanti che ne amministrano la Legge, terrà conto di ciò? Può lo Stato ammettere come propria la responsabilità di migliaia di omicidi commessi in conseguenza diretta o indiretta degli orrori patiti durante una guerra voluta dallo Stato stesso?
Ovviamente no!
Ercolino viene dimesso dal manicomio di Nocera Inferiore e rinviato a giudizio per omicidio volontario.
Di rinvio in rinvio, il processo si aprirà il 28 giugno 1924 e durerà pochi giorni. La giuria lo riconosce colpevole ma gli riconosce lo stato di ubriachezza abituale e gli concede le attenuanti generiche. In tutto fanno dieci anni e sei mesi di reclusione. Su quelle assurde teorie della Psicologia di Guerra nemmeno una parola.
La Cassazione dichiarerà inammissibile il ricorso.[2]



[1] Sulla momentanea incapacità dovuta a ubriachezza volontaria, NDA
[2] ASCS, Processi Penali.


lunedì 19 settembre 2016

I CONTI DEL BRIGANTE PIETRO BRANCA

Quando nella primavera del 1848 in tutta Europa scoppiano rivolte per l’ottenimento di costituzioni liberali, anche il regno delle due Sicilie è interessato da questi moti. I liberali, cioè la nobiltà e i grandi proprietari terrieri, spingono per ottenere una nuova Costituzione che limiti i poteri del re; il re, appoggiato dal popolino, è ovviamente contrario e scoppia una vera e propria guerra civile.
La disciolta Guardia Nazionale affronta l’Esercito fedele al sovrano e furiose battaglie infuocano il Regno. Una delle più sanguinose è combattuta a Campotenese. A questo punto, anche il popolo scende in campo, forse sapientemente istigato dai comandanti dell’Esercito Regio, e
Nell’està del 1848 molti popolani dei casali di questa provincia, dominati dallo spirito di profitto e di rapina divisarono darsi alla campagna e, facendo mano bassa alla altrui proprietà, consumarono degli ingenti danni, delle devastazioni ed altri atti violenti; alcuni, però, ravveduti, facevano poscia ritorno da pacifici nel seno delle loro famiglie, ma taluni altri più audaci si diedero apertamente a delinquere ed infestando in comitive armate le campagne apportarono lo spavento ai buoni e si lordarono col decorrere del tempo di non pochi ed atroci misfatti.
Tra i popolani che più si danno da fare a saccheggiare le proprietà dei nobili c’è Pietro Branca da Feruci, rione di Trenta, il quale è troppo compromesso per rientrare nei ranghi e ottenere il perdono regio, così decide di darsi alla macchia facendosi brigante.
Pietro nel ’48 ha quarantuno anni, una moglie e qualche figlio. Di corporatura e volto scarno, di colore alquanto bruno, avea la barba completa e mancava di barbette. Se non erro i capelli eran di colore alquanto oscuro da confondersi col nero, dicono di lui. È un infaticabile lavoratore e non fa lo schizzinoso. C’è da portare  legna in un concio di Altomonte? Lui ci va. C’è da lavorare alla liquirizia a Rossano? Lui ci va. C’è da prendere un terreno da coltivare ad Acri? Lui ci va. Poi non ci va più.
La nostra storia comincia quando Pietro Branca nel mese di Novembre del 1847 teneva un mulo in Contrada Greca territorio di Acri, e questo una notte gli venne ucciso. Avvenne che giusto nella notte della uccisione del mulo, i porci di proprietà di Francesco Sammarro trovavansi in quelle adiacenze e perciò fu detto che il figlio di Sammarro, senza precisarsi nome, era stato l’uccisore del mulo, e perciò Pietro Branca, in luglio ultimo (1848 nda) epoca nella quale si era dato a scorrere la campagna, andava in cerca del figlio di Sammarra per farsi pagare il mulo.
Branca cerca Sammarro in compagnia del suo fedelissimo paesano Fortunato Federico, fisicamente il suo opposto, essendo basso e grasso ma bello, precisa una donna che lo ha visto. I due, sia per le opposte caratteristiche fisiche, sia perché sono vestiti con calzoni lunghi con striscie rosse sui fianchi – chiaramente militari – , sia perché se ne vanno in giro armati fino ai denti, non passano certo inosservati
- Sai dove pascola i porci il figlio di Sammarro? – Pietro Branca al porcaro Vincenzo Cerenzia
- Non lo so, ma perché lo cerchi? – gli risponde tenendo gli occhi fissi sulla mano di Branche che giochicchia col calcio della sua pistola
- Lo cerco perché caro amico mio e sempre mi ha fatto del bene – fa Branca, componendo il volto ad ironia, poi saluta e se ne va col suo amico fidato.
Chiedendo a chiunque incontri nelle vicinanze della contrada Greca, ma ricevendo sempre risposte negative e variando talvolta la propria risposta in un Mi deve pagare un mulo, i due briganti allargano il giro e il 30 luglio 1848, in località Fiumara di Trionto della contrada Radicone nella Sila Greca, si imbattono in un contadino al quale rubano il cappotto, poi si dirigono dall’altra parte della radura dove si trovano, verso il limitare del bosco, perché hanno visto pascolare dei maiali. Quando sono nelle immediate vicinanze degli animali, notano che a custodirli sono due uomini  ai quali chiedono
- A chi appartengono questi porci?
- Una parte sono di Angelo Sammarro, un’altra parte sono di diversi proprietari che me li hanno affidati – risponde il più giovane dei due porcari
- Come ti chiami? – gli chiede Pietro Branca
- Natale Scaramuzzo – risponde il ragazzo
- E tu come ti chiami – fa all’altro
- Angelo Sammarro – al brigante scintillano gli occhi
- Il figlio di Ciccio?
- Si
- Hai altri fratelli? – insiste. Angelo un fratello lo ha ed è proprio il Luigi Sammarro che Branca sta cercando, ma forse ha riconosciuto l’uomo di cui è arrivata notizia anche lì, quello che dice di voler essere rimborsato per il suo mulo morto, sa che Branca accusa suo fratello di essere il responsabile e forse pensa di essere in grado di risolvere la questione senza coinvolgere Luigi, così risponde
- No, sono unico maschio
- Bene, allora ti devo chiedere un piacere perché so che mi puoi aiutare. Qui vicino abbiamo un animale caduto in una trempa e non riusciamo a tirarlo, ci devi aiutare…
Ad Angelo Sammarro quelle parole suonano strane, perché proprio lui e non l’altro? E poi, i porcari non sono vestiti come quei due e, soprattutto, non vanno in giro armati di fucili, pistole e coltelli che sembrano sciabole! Ma ormai è in ballo e deve stare al gioco.
- Andiamo! – risponde
I tre uomini ripercorrono la radura fin quasi a lambire il terreno coltivato dove hanno poco prima derubato il contadino, il quale li vede in compagnia di Sammarro e ne resta così sorpreso che desiste dal proposito di sparargli contro e li lascia scendere nel vallone sottostante.
- Dov’è l’animale che dobbiamo tirare? – fa Angelo una volta giunti in fondo alla trempa. Forse non immagina quello che i due hanno in riserbo per lui, o forse spera di cavarsela in qualche modo. O forse ancora non li teme perché sa, in coscienza, di non aver fatto niente di male a quegli uomini
- È là – gli risponde Pietro Branca indicando con la mano un punto imprecisato alle spalle di Sammarro il quale si gira dando le spalle al brigante. È quello che aspettava: in un attimo sfodera la coltella, afferra con il braccio sinistro Angelo serrandogli la gola, poi lo pugnala due volte alla schiena ma l’avversario si dibatte disperatamente e non ne vuole sapere di morire. Con freddezza, Pietro Branca, detto il padre, gli taglia la gola da un orecchio all’altro quasi fino a decapitarlo, mollando la presa quando sente la sua preda afflosciarsi come un sacco vuoto.
Branca e Federico restano compiaciuti a guardare il sangue che zampilla dall’orrendo squarcio e quando ad Angelo Sammarro non è rimasta più nemmeno una goccia di sangue, tornano indietro.
Sono ormai le 14,00 quando i due finiscono la risalita della trempa,  la scarpata,  e notano un uomo che, tutto sudato sta squadrando un tronco di pino per farne una trave.
- Salutiamo – gi fa Branca
- Salutiamo – gli risponde Annunziato, Pappa, Furfaro rialzandosi e stiracchiando la schiena e poi, cavato un fazzoletto cencioso da una tasca e passatoselo sulla fronte, continua – avete acqua vussuria?
- No, ma là sotto c’è una bella sorgente fresca e ti puoi dissetare – gli risponde indicando un punto alla base della scarpata. Pappa è titubante, nessuno prima gli aveva detto di quella sorgente e non si muove. Pietro Branca continua ad esortarlo – e vai! Hai paura che ti rubiamo la trave? Stai tranquillo, noi dobbiamo fare una cosa qui vicino ma torniamo perché vicino alla sorgente abbiamo ammazzato un animale e dobbiamo tornare a prenderlo. Anzi, visto che vai a bere, ti puoi prendere le zampe e la testa e te li cucini!
Quello che non era riuscita a fare la sola sete, riesce a fare la fame. Con la doppia prospettiva di bere e mangiare, Pappa lascia il lavoro e comincia a scendere lungo la scarpata, mentre i due briganti, sghignazzando se ne vanno.
Quando Annunziato Furfaro si rende conto che, in effetti, la sorgente esiste davvero e già pregusta una bella bevuta di acqua fresca e una bella scorpacciata di selvaggina, cade a terra lanciando un urlo di terrore: quello che gli avevano descritto come un animale, altri non è che il cadavere quasi decapitato del povero Angelo Sammarro.
Pietro Branca e Federico Fortunato resteranno alla macchia ancora per qualche anno, sporcandosi di altri orrendi delitti, ma a Feruci comincia a diffondersi la voce che Pietro si è fatto brigante per vendetta: l’uccisione del mulo lo ha privato dell’unico suo mezzo di sostentamento e la morte di Sammarro, comunque del Sammarro sbagliato, ha bilanciato la perdita. Ma i testimoni non la pensano così. Uno per tutti è il suo compaesano Bonaventura Curcio, da qualche anno trasferitosi ad Acri per lavoro
- Due giorni prima che fosse ucciso Angelo Sammarro, trovandomi in Contrada Greca mi si fece innanzi il nominato Pietro Branca di Feruci il quale mi richiese dove poter trovare Luigi Sammarro, quello stesso che possedeva dei porci ed un fondo in Contrada Vallonicupo. Alla richiesta risposi di non conoscere chi fosse il Sammarro e lo domandai del motivo per lo quale cercava costui. Soggiunsa che lo cercava per farsi pagare un mulo che gli avea ucciso. Conoscendo io Luigi Sammarro per persona facoltosa e sapendo d’altronde che Branca si era dato a scorrere le campagne, sospettai che le ricerche di questo ultimo non fosser dirette per farsi pagare il mulo come assicurava, ma per estorgere denaro. Sotteso tal mio sospetto, io nel corso dello stesso giorno tenni avvisato Luigi Sammarro che Pietro Branca cercava di lui per aver pagato il mulo e non mancai di partecipargli che l’affare del mulo era a mio intendimento un vero pretesto per buscar denaro. Io non so se davvero gli sia stato ucciso un mulo e quant’anche fosse stato ucciso a Branca il suo mulo, era Sammarro incapace di una tanta bassezza.
Come abbiamo detto, a Feruci comincia a girare la storia del mulo di Pietro Branca, ma negli stessi giorni il paese è sconvolto da altri tristi avvenimenti.
Giuseppina Carravetta ha lasciato il marito, Pietro Serra, per diventare l’amante del prete don Francesco Branca. L’uomo, ferito nell’onore, è infuriato e apposta la moglie per ucciderla, ma il tentativo va a vuoto e Giuseppina, insieme a sua madre Michelina, ottiene ospitalità e rifugio presso la famiglia di Giovan Battista Baldino e di sua moglie Maria Costanza Branca, parente stretta del brigante Pietro.
In paese i giorni scorrono nella paura che da un momento all’altro ci scappi il morto e tutti camminano rasente i muri per scampare a qualche improvvisa schioppettata. Pietro Serra sembra fare la ronda intorno alla casa dei Baldino, ma la moglie non si fa vedere nemmeno nelle vicinanze delle finestre. Serra deve vendicarsi  ma non riuscendo a colpire sua moglie, né a convincere Baldino a cacciarla di casa, sceglie la via della vendetta trasversale: ammazzare Maria Costanza Branca.
Quando la donna va alla fontana a prendere l’acqua l’aggredisce e la colpisce con quattordici coltellate. Maria Costanza per sua fortuna sopravvive, ma a meditare vendetta adesso sono in due: Pietro Serra e suo marito.
Il colpo grosso riesce a Giovan Battista Baldino che fa secco Pietro Serra, ma non è ancora contento, la vendetta non è completa: deve pagare anche il prete, don Francesco Branca, ritenuto l’origine dei mali che sono capitati alla sua famiglia. Così aspetta che il prete esca dalla canonica, lo fa secco a schioppettate e poi, finalmente lavato l’onore, diventa brigante.
Pietro Branca si sente anche lui parte in causa per la morte della sua parente Maria Costanza e pensa di far fuori Giuseppina Carravetta, anch’essa causa del male.
Ma c’è un problema: Giuseppina è più furba di quanto tutti hanno creduto e non mette il naso fuori dalla sua casa dove, nel frattempo, è tornata. Ad occuparsi di portare a casa tutto il necessario per vivere è sua Madre Michelina.
Una mattina di metà settembre 1848, Michelina sta tornando da Magli, suo paese natale, percorrendo un sentiero più breve rispetto alla strada solita. È in compagnia di Rosaria Arnone e insieme si fermano alla fontana di Critaro, poi risaliranno verso il paese.
Quando cominciano ad arrampicarsi lungo il sentiero, arrivate alla Quercia di Proviero trovano una brutta sorpresa: qualche metro più in alto di loro c’è Pietro Branca in compagnia del fresco brigante Giovan Battista Baldino, di Saverio Trozzolo e di Alfonso Arnone.
Michelina si nasconde dietro l’altra donna e comincia a implorare i briganti di non ucciderla perché è innocente di tutto, ma quelli, per tutta risposta le cantano in faccia una canzonaccia, una canzone di obbrobbrio come si soleva dire, poi Pietro Branca fa segno di smettere e, imbracciato il fucile prende la mira; Michelina piange e anche Rosaria Arnone piange temendo di essere ammazzata al posto dell’altra che è sempre nascosta dietro il suo corpo
- No, non mi ci sporco nemmeno le mani – dice Branca disarmando il fucile – ammazzala tu, Saverio! – ordina al suo sodale che è riconosciuto da tutti come un tiratore formidabile. Trozzolo non ci pensa due volte: imbraccia lo schioppo, prende la mira e, approfittando di un breve istante in cui Michelina sporge la testa oltre il corpo di Rosaria, tira il grilletto e la centra in mezzo agli occhi, ammazzandola sul colpo, mentre l’altra donna cade svenuta per la paura.
Tra complimenti e pacche sulle spalle, i quattro si allontanano verso la montagna, cominciando nuovamente a cantare canzoni d’obbrobbrio.[1]



[1] ASCS, Gran Corte Criminale.