mercoledì 30 novembre 2016

TI FARO' DA PADRE E MARITO

Ci sono storie che ti fanno male e che non vorresti raccontare anche se sai che è giusto che riemergano dall’oblio. Ci sono situazioni per le quali non trovi le parole, ce ne sono altre che ti fanno venire gli incubi, altre che ti danno la nausea. Ma poi racconti lo stesso.
Questa è una di quelle storie che non avresti nemmeno voluto leggere e che, per quanto ti sforzi, non riesci a buttare giù nemmeno due righe perché, signori, non è un racconto horror o noir che ti stai inventando di sana pianta, no, questa è realtà. E allora che fai se il pelo sullo stomaco si ostina a non voler crescere per attenuare la nausea? Decidi che le migliori parole, dirette e genuine, per raccontare tutto sono quelle vere dei protagonisti dei fatti, giudici compresi.

Da più tempo domiciliava in Santa Domenica Talao la famiglia del contadino Pizzi Francesco, oriundo di Chorio di S. Lorenzo, Provincia di reggio. Negli ultimi tempi la famigliuola si componeva de’ genitori e di cinque figlie, Peppina, Vincenza, Fortunata e M. Carmela e l’ultima è intorno agli otto anni. In questi ultimi tempi aveva condotto in colonia un fondo di Seniso Giuseppe in contrada Magaroti, agro di S. Domenica Talao e la famiglia tirava innanzi col lavoro delle braccia.
Se non che le pareti domestiche di quella casetta colonica dovevano essere funestate da un delitto orrendo, che distrugger doveva dalle fondamenta quella società di persone vincolate tra loro dai più intimi legacci di sangue. Il capoccia della famiglia, quasi non potesse su quale altra bestia consumare le sue libidini, accanto al focolare domestico, al cospetto delle sue figliuole, sul cui volto aveva rappresentato se stesso, concepiva il macabro disegno di raccogliere lui stesso il fior del suo sangue (…).
- Sono Fortunata Pizzi di 17 anni, nata a Brancaleone e residente a S. Domenica Talao. Il giorno 23 dicembre  decorso anno (1908 nda) mio padre si trovava nell’orto allorchè io mi portai la per falciare dell’erba e mentre ciò facevo egli mi chiamò con l’epiteto di sticchio, val dire nuda e pronunziò queste parole: Sticchio vieni qua. Io risposi: Che cos’è? Perché mi chiami così? E mio padre rispose che mi aveva chiamato a quella maniera per chiacchiera e senz’altro m’invitò ad acconsentire ch’io mi accoppiassi carnalmente con lui. Io rifiutai ed egli minacciò col dirmi che laddove non avessi consentito, un giorno me ne sarei pentita. Io non ebbi tempo di sottrarmi alle tentazioni, che il mio genitore mi diè uno spintone e mi fè cadere ai piè d’una pianta di cedro, mi alzò le vesti, si sbottonò i calzoni, cacciò fuori il membro e si congiunse carnalmente con me. Io presi a gridare, ma l’infame mi piegò alla colona dicendo che laddove avessi continuato a gridare mi sarei svergognata da me stessa. Mi ritirai nella casa colonica e quivi trovai la mia sorella maggiore Vincenza alla quale raccontai l’accaduto ed ella pianse ed al pianto accorse la mia genitrice cui la sorella raccontò il fatto e mia madre pianse e si percosse la faccia. La sera mio padre ritornò dal campo e trovò mia madre che piangeva ed egli chiese a me conto di quel pianto ed io gli risposi che avevo raccontato tutto alla mamma. Ed egli soggiunse: E perché tu hai raccontato il fatto alla mamma tua, io non ti darò più danaro. A proposito di danaro è a sapere che mio padre dopo essersi accoppiato con me mi prometteva che mi avrebbe dato la dote ma a patto che avrei dovuto consentire sempre alle sue voglie. Dopo tre giorni mio padre si congiunse nuovamente con me e poi un’altra volta dopo due giorni. Intanto in nostra casa fin da quella sera sono avvenuti continui litigi tra i miei genitori ed ora mia madre è fuggita e trovasi ricoverata in casa del Sindaco di Santa Domenica, costretta a fuggire per le minacce di morte fattegli da mio padre. Anche mia sorella Vincenza, dopo di me, venne deflorata dallo stesso genitore.
- Sono Vincenza Pizzi di 24 anni, nata a Melito Porto Salvo. Il giorno 19 del decorso gennaio io ero sola in casa in compagnia del genitore, il quale già sapevo che aveva avuto relazioni carnali con mia sorella più piccola a nome Fortunata. Il genitore, il quale non aveva mai voluto consentire ad alcun matrimonio, aveva concepito il disegno terribile di congiungersi carnalmente con me; e perché eravamo soli egli pigliando occasione del fatto che mi erano presentati diversi partiti di matrimonio, così prese a dirmi: Perché tu ti vuoi maritare? Tu invece puoi stare a casa insieme con me (cioè mantenendo relazioni carnali con lui); io ti darò cento, duecento lire, quel che potrò e ti farò come padre e marito. Durante che egli mi parlava io scesi nel vano sottostante ove è la pagliera, egli mi seguì e senza che io a tanto pensassi mi prese, mi gettò sulla pagliera, cacciò fuori il membro e si congiunse carnalmente con me. Quella sera io non parlai, ma due giorni dopo raccontai il fatto a mia madre e cominciarono a succedere le scene di pianto e di litigi con quello snaturato, finchè mia madre, gravemente minacciata, si è rifugiata con noi in casa del Sindaco. Mio padre si congiunse nuovamente con me per altre due volte con un intervallo di otto giorni per volta.
Francesco Pizzi viene arrestato dai Carabinieri di Scalea il 2 marzo 1909 e sottoposto a interrogatorio
- Sono Francesco Pizzi, 51 anni, nato a S. Lorenzo (Chorio), residente a S. Domenica Talao, contadino, coniugato con Pizzi Caterina con sei figli, impossidente, incensurato, non militare, analfabeta. Due delle mie figlie più grandi si chiamano Vincenza e Fortunata e la prima è maggiore dell’altra. Un anno più dietro, non so come, concepii il disegno di possedere carnalmente la più grande, cioè la Vincenza, ed ebbi il coraggio di farle la proposta però ne ebbe ripulsa; non per tanto io non abbandonai mai il funesto disegno e di tanto in tanto, quando mi veniva fatta, rinnovavo la proposta ma la mia figlia ripulsava, sicchè io cominciai a fare il broncio in casa. nel settembre e nell’ottobre decorso, finalmente io mi rivolsi direttamente a mia moglie ed invitai lei a mettersi per lo mezzo a persuadere non solo la Vincenza ma bensì l’altra più piccola a congiungersi carnalmente con me. E mia moglie promise che avrebbe interposta l’opera sua nefanda dicendomi che ad ogni modo tutto dipendeva dalle due mie figliuole. Mia moglie parlò colla Vincenza e colla Fortunata lo stesso giorno che io le feci la richiesta e n’ebbi in risposta che la Vincenza non era possibile possederla mentre ci era probabilità di poter possedere la Fortunata. Il giorno seguente mi trovavo nell’orto insieme colla Fortunata ed io le chiesi se la madre aveva fatto a lei ed alla Vincenza la mia proposta e la Fortunata mi rispose di si e mi disse in proposito che per la Vincenza non era a sperare, mentre essa Fortunata mi avrebbe dato il proprio onore se l’avessi vestita e calzata. Nell’orto stesso mi congiunsi carnalmente colla detta mia figliuola, subito dopo che mi rispose a quella maniera. Non le feci alcuna violenza o minaccia. Ciò avvenne nel decorso dicembre e possedei la mia figlia per altre due volte a breve intervallo. Poco tempo dopo la Fortunata raccontò il fatto alla madre cui poi lo riferii anch’io ed ella pianse e mi disse che poiché avevo fatto il danno avrei dovuto dotarla. Intanto era rimasta la Vincenza ed io non avevo mai abbandonato il disegno di possederla e non vi sarei riuscito se non fosse occorso quel che ora vengo a narrare. La mia prima figlia, che ha nome Giuseppina, è maritata con tal Sesinno Alfonso, il quale pure aveva concepito il disegno di possedere la Vincenza e per riuscire a tale scopo, si era messa come tramezzana la stessa mia figlia Giuseppina e la Vincenza fu persuasa a patto però che il cognato le avesse dato trecento lire. Però ci ero io; e certamente laddove fossi venuto a conoscenza della cosa, avrei fatto del chiasso ed allora per prevenire i miei scatti e le mie rampogne, la Vincenza si decise di darsi prima a me. Il venti gennaio mia moglie ra venuta a Scalea ed in casa mi trovavo io e la Vincenza ed i bambini più piccoli. Io nulla sapeva di quel che s’era stabilito tra la Vincenza e mio genero; nell’animo avevo sempre il desiderio di possederla e poiché l’occasione era propizia, chiesi alla Vincenza se la madre le avesse fatto la mia proposta ed ella rispose di si e soggiunse che era pronta a darmisi. Cacciò via i bambini e l’atto infame fu consumato. Il giorno appresso mio genero si congiunse carnalmente colla Vincenza, la quale si ebbe lire duecento e lire cento se li ebbe mia moglie cui furon date da mia figlia Giuseppina. Io poi venni a sapere il fatto e mi dolsi con la Vincenza e con mia moglie perché intanto la Vincenza mi si era data in quanto ella si era data a mio genero e per tenermi tappata la bocca. Cominciarono così le quistioni e son querelato.
I primi di marzo il Pretore di Scalea interroga di nuovo Vincenza, Maria Carmela, una delle sorelle più piccole e poi Caterina Pizzi, la madre delle ragazze.
Vincenza:
- La seconda volta che mio padre abusò di me fu nella stessa casa ove era mia madre e le altre mie sorelle. Egli m’impose di scendere giù nella pagliera minacciandomi perché altrimenti mi avrebbe costretta a fare la puttana. Mia madre non potè opporsi perché l’infame minacciò di ammazzarla. È falso che io mi sia data a mio padre per evitare che egli mi maltrattasse qualora fosse venuto a sapere che io avessi avuto rapporti con mio cognato Sisinno Alfonso. È vero che con costui dopo che venni violentata da mio padre ebbi una volta un accoppiamento e mi ebbi una ricompensa di lire duecento, ma non è vero, come ho detto, che mi dessi a mio padre per farlo tacere su questo fatto. Mio cognato mi diè le lire duecento in presenza di mia sorella Giuseppina, moglie di lui, la quale non pensò che me le diede per fini cattivi. Prima che avvenisse la mia congiunzione con mio padre, questi ebbe già a farmi delle proposte che io respinsi ed allora egli ne parlò con mia madre perché questa mi avesse persuasa ad acconsentire. E mia madre ebbe a parlarmi di questo fatto e mi disse che mio padre faceva delle insistenze presso di lei perché io avessi acconsentito alle sue brame, ma io avrei dovuto resistere; ad ogni modo il fatto dipendeva da me.
Caterina:
- Io non ho il coraggio di stare alla presenza di V.S. e di parlare del fatto gravissimo che à distrutto le basi della mia famiglia ed ha turbato la quiete pubblica di S. Domenica Talao. Mio marito con la prepotenza e la violenza ha tolto l’onore alle nostre due figliuole deflorando prima la più piccola a nome Fortunata e poi la più grande Vincenza. La Fortunata fu violentata il giorno 23 dicembre ed a me il fatto fu riferito dalla Vincenza il 26. il fatto avvenne nel nostro fondo colonico nella contrada Magaroti ove l’infame mio marito con violenza gettò a terra la ragazza e consumò la copula orrenda. Naturalmente io ne piansi forte, parlai del fatto alla stessa ragazza, che me lo confermò. Io non potei parlare di nessuna maniera di tal fatto perché lo sciagurato mio marito mi minacciava di tagliarmi la gola. Il detto mio marito aveva intanto concepito il suo disegno di togliere l’onore alla Vincenza la quale mi parlò della proposta che le venne fatta dal padre ed io la sgridai e la premurai di consigli. Però un giorno del decorso gennaio egli riuscì a deflorare anche la Vincenza. Già mio marito prima di possederla vedendo la riluttanza di lei, una volta ebbe a dirmi che non era il caso che Vincenza passasse a marito e dicendomi che era suo pensiero che ella rimanesse nubile in casa, dal momento che non aveva la dote. prima ancora che il fatto avvenisse mi disse pure un’altra volta che io tenevo la Vincenza conservata per i lupi più grossi, che le facevano la fessa più grande mentre lui aveva il cazzo più piccolo e perciò più piccola sarebbe l’apertura. Io gli risposi che i suoi erano pessimi pensieri.. non è vero che egli mi avesse incaricata di interporre l’opera mia verso la Vincenza e la Fortunata per persuaderle a congiungersi carnalmente col padre. È vero che la mia prima figlia maritata, Giuseppina, mi ha dato lire cento ma ciò non perché io mi interposi e persuasi la mia figlia Vincenza a congiungersi carnalmente con mio genero Sisinno Alfonso.
Maria Carmela:
- Mi chiamo Maria Carmela Pizzi e ho quattordici anni. In casa mia sono stati continui litigi tra mio padre e mia madre perché il primo a forza pretendeva di voler possedere carnalmente le mie sorelle Vincenza e Fortunata. E mio padre, un mese fa, anche a me ebbe a dirmi certa cose che io non capisco e cioè: un giorno eravamo in campagna e mi uscì un po’ di sangue dal naso e mi pulii con un lembo del sottanino. Mio padre vide il sottanino colla piccola macchia di sangue e disse a me: Ti sono venuti gl’incomodi. Io risposi: E che sono? E lui: Ebbene quando ti verranno poi un giorno ni ricriamu.
Poi è la volta di Giuseppina, la figlia maggiore, e di suo marito Alfonso Sisinni
Giuseppina:
- Passai a matrimonio che fa cinque anni il 27 corrente (aprile 1909, nda) e tre o quattro mesi dopo il detto matrimonio io ero incinta e quantunque abitassi in S. Domenica Talao, pure andavo e venivo dal fondo Magaroti, tenuto in colonia da mio padre. Io mai potevo pensare che il mio genitore avesse mai potuto compiere cose infami proprio sulla mia persona e non ostante, le cose si avverarono in contrario senzo, chè, come ho detto, quando nel 1905 io mi trovavo al 3° o 4° mese di gravidanza, un giorno mi trovavo nel fondo Magaroti e ci era solo il mio genitore. Mentre andavo alla fonte e stavo piegata per pigliare l’acqua, mi sentii abbrancata dalla parte di dietro e mi vidi gettata a terra da mio padre. Io resistei, ma dovetti cedere alle sue voglie malvage ed il mio genitore si unì carnalmente con me, consumando interamente la copula. Di tal fatto io non tenni parola ad alcuno. Debbo ancora dichiarare che un anno prima, quando io ancora ero nubile, il detto mio padre mi fè proposta di volermi possedermi carnalmente, ma io respinsi. Ora mio padre ha fatto alle due mie sorelle minori Vincenza e Fortunata quello che fece a me dopo maritata. Mio marito Sisinni Alfonso ha posseduto pure carnalmente la mia sorella Vincenza compensandola conlire duecento. Tal fatto io venni a saperlo posteriormente. Mia madre anche posteriormente venne a sapere il fatto. Una volta io diedi cento lire a mia madre per tenermele, sottraendole così allo sperpero che mio marito faceva del denaro. Non è vero che io insieme con mia madre abbia facilitato il congiungimento carnale tra mio marito e mia sorella.
Alfonso Sisinni:
- Il giorno 27 del decorso gennaio lavoravo nel mio fondo colonico in contrada Magaroti e quando fu sul mezzogiorno mia cognata Pizzi Vincenza mi chiamò nella vicina sua casa colonica ed io vi andai e la trovai sola, mentre i suoi genitori si trovavano nella parte inferiore del fondo a piantare dei cavoli. Premetto che la stessa mattina io avevo fatto proposta alla detta mia cognata di congiungermi carnalmente con lei ed ella mi aveva promesso che al mezzogiorno mi avrebbe data la risposta. Trovatala sola, le dissi che se si fosse congiunta con me le avrei dato cento lire ed ella mi rispose: Canà (cognato) se mi vuoi avere mi devi dare duecento lire. Io senz’altro apersi il portafogli e le diedi le duecento lire e sul letto de’ suoi genitori mi congiunsi con lei. però non la trovai vergine e sul momento tacqui, ma dopo cinque o sei giorni io mi andavo sempre più inquietando pel tiro che mi si era fatto, cioè che non avevo trovato vergine la mia cognata ed intanto avevo dovuto sborsare quella somma ed allora volli parlare con lei e trovatala nel fondo, cinque o sei giorni dopo il fatto le dissi: Canà (cognata) t’ho dato le duecento lire ma non l’ho trovata sana, ed ella mi rispose che il giorno prima che si fosse congiunta con me, il padre Pizzi Francesco si era congiunto con lei a forza nella pagliera. Mia suocera e mia moglie e mio suocero nulla sapevano del mio congiungimento colla Vincenza, non è vero che mia suocera si fosse cooperata in qualsiasi maniera per procurarmi il modo di congiungermi con mia cognata e come ho detto io non sapevo che la Vincenza si era congiunta col padre. A questo proposito aggiungo che io quando seppi ch’ella si era congiunta col padre, tacqui, mentre avrei fatto del chiasso se fosse stato un estraneo che si fosse congiunto colla Vincenza, la quale in tal caso avrebbe dovuto in qualunque maniera restituirmi le lire duecento. La Vincenza si tenne le lire duecento e il giorno seguente, che era di domenica, andò a depositarle alla cassa di risparmio e qui ho da dire quel che successe col mio suocero. Questi, la mattina della domenica, venne alla mia casa e voleva sapere da me quanto denaro avessi. Io gli risposi che egli non entrava nei fatti miei come io non entravo ne’ suoi ed andò via. a mezzogiorno, quando già mia cognata Vincenza e la madre eran tornate da S. Domenica, io andai a mangiare nella loro casa colonica e durante il pranzo mi accorsi che mio suocero stava molto disturbato perché già aveva sospettato che io mi ero congiunto colla figlia e stava anche disturbata mia suocera, alla quale la Vincenza aveva detto che si era congiunta con me. La sera di quella domenica, in casa di mio suocero, ci furono quistioni perché questi a forza voleva sapere quanto danaro io le avevo dato e mio suocero giunse sino a minacciare la Vincenza colla scure. In seguito, in casa di mio suocero ci furono continue quistioni perché il briccone voleva che la Vincenza si fosse data a lui esclusivamente e per tal fatto aveva trovato sempre modo di mandare a monte ogni progetto di matrimonio colla Vincenza. Durante questi disordini, mia suocera fu continuamente vittima della furia del marito, il quale non poteva più riuscire a congiungersi con la figlia e perciò maltrattava questa e la madre perché il satiro diceva che egli non poteva godere delle sue figliuole perché aizzate dalla loro madre.
Francesco Pizzi viene rinviato a giudizio il 14 agosto 1909. Il processo inizia il 14 novembre dello stesso anno e subito ai giudici sorge qualche dubbio in riguardo alla pienezza delle facoltà mentali dell’imputato, ordinano che Pizzi sia sottoposto a perizia psichiatrica dai dottori Cesare Elia e Antonio Rodi di Cosenza.
Il 27 febbraio 1910, i periti consegnano la relazione, in base alla quale risulta che:
1° - Pizzi Francesco in nessuna epoca della sua vita, cioè, né prima, né nell’atto in cui commetteva il delitto di cui è processo, né dopo, fu affetto d’alcuna forma di alienazione mentale.
2° - Similmente egli fu sempre immune, prima, al momento e dopo il delitto, da qualsiasi forma di neuropatia.
3° - deve quindi ritenersi che al momento in cui commise il delitto, il Pizzi trovavasi in uno stato d’integrità perfetta di coscienza, che gli concedeva la capacità psichica di valutare i motivi ed i danni, nonché la libertà piena delle sue azioni.
Il primo aprile 1910, la Corte d’Assise di Cosenza lo condanna a quindici anni di reclusione, alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla privazione della patria potestà durante la reclusione e al risarcimento del danno verso le parti lese. [1]


[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 28 novembre 2016

L'EPILESSIA VOLGARE E LO SPUTO FATALE

La domenica è giorno di messa e il 26 gennaio 1919 anche i fratelli Salvatore e Gennaro Fortino, nati a Dipignano ma residenti col resto della famiglia a Belsito, vanno a fare il proprio dovere dopo una settimana di lavoro nei campi. È mezzogiorno e nella piazza del paese gruppetti di persone chiacchierano del più e del meno stazionando nei pressi delle cantine o passeggiando avanti e indietro, come fanno Gennaro Fortino, che ha in bocca un rametto di rosmarino, e il suo amico Luigi Porta. Stanno parlando dei lavori da fare in campagna quando accanto a loro passa, a testa bassa, Angelo Valentino, che tutti chiamano Fiore.
Gennaro si toglie dalla bocca il rosmarino e sputa rumorosamente per terra. Fiore, che è ormai due o tre passi oltre la coppia di amici, si ferma di botto e torna indietro parandosi davanti a Gennaro
- Per la Madonna! Tu non lo sai che quando passa la gente tu non devi sputare? – gli urla in faccia
- Io non ho sputato a te! – gli risponde con lo stesso tono
- Invece hai sputato proprio a me!
E da una parola all’altra i due vengono alle mani scambiandosi pugni e schiaffi.
A una ventina di metri dai due litiganti c’è Salvatore Fortino con i suoi amici e subito si accorge di ciò che sta avvenendo, così si precipita ad aiutare il fratello.
Suona troppo banale che una domenica mattina, a mezzogiorno, scoppi una rissa furibonda per uno sputo in terra e infatti non è così. Per capire i veri motivi della zuffa dobbiamo tornare indietro di un anno, esattamente al 6 gennaio 1918, quando Maria Fortino, ventunenne sorella di Salvatore e Gennaro, appena compiuta la maggiore età lascia la casa paterna per andare a convivere more uxorio proprio con Angelo Fiore Valentino, cedendo alle sue promesse di matrimonio. Appena scoperta la fuga succede un finimondo: i fratelli di Maria cercano Fiore per ammazzarlo e lavare così l’onta subita. Poi, dopo tre giorni, si viene a sapere che la ragazza è stata portata a casa del “rapitore” e le acque si calmano. La famiglia di Maria incontra Fiore e viene raggiunto un accordo per arrivare alle nozze. Ma Fiore fa slittare continuamente la data fatidica e i fratelli Fortino spesso mandavano a pregare il Valentino che mettesse in regola la sorella, sposandola regolarmente allo stato civile e Chiesa, ma questo non si curava di tale avvertenze. Pare però che, secondo la voce pubblica, le preghiere altro non fossero che minacce belle e buone, talvolta accompagnate da una rivoltella sventolata sotto il naso di Fiore. Il problema è che a Maria questa situazione sta benissimo, infatti racconta: Io me ne andai volentieri a convivere col Valentino Angelo perché quei di mia casa, dopo ammesso costui in famiglia, trovavano difficoltà a farmi sposare. In altri termini, prima avevano detto di si e poi si erano senza motivo pentiti. Il Valentino mi ha trattato sempre bene e non è vero che non mi volesse sposare. Egli differiva le nozze appunto per indurre così i miei a darmi il corredo di uso. Ecco dove sta il problema: la dote.
Ma è ovvio che quello che pensa Maria non conta niente, l’onore della famiglia è calpestato e Fiore deve sposarsela. Chiariti i rapporti tra i litiganti, è ovvio che lo sputo è solo un pretesto, più o meno volontario, per aggiustare i conti.
Quindi, dicevamo, Salvatore Fortino si lancia in difesa del fratello contro colui il quale ha disonorato la loro famiglia. Da terra raccatta un sasso e lo picchia con violenza sulla testa di Fiore che barcolla e per non cadere poggia un ginocchio a terra. Salvatore lo afferra per farlo cadere ma, a questo punto, Fiore riesce a mettere una mano in tasca e a prendere la rivoltella di piccolo calibro che porta con sé illegalmente. Parte un primo colpo che ferisce Salvatore all’addome; parte un altro colpo che va a vuoto. Salvatore, aiutato dal fratello e nonostante la ferita, riesce a disarmare Fiore che nel frattempo ha cercato di scaricargli addosso l’arma, ma tutti e quattro i rimanenti colpi fanno cilecca.
Adesso l’arma, ormai inoffensiva, è nelle mani di Gennaro che si tira in disparte. Salvatore, ferito, si accascia al suolo e viene aggredito nuovamente da Fiore. I due si avvinghiano in una lotta disperata ma proprio in questo momento sopraggiunge un Carabiniere fuori servizio, Vincenzo Spina, che li separa afferrando Fiore Valentino il quale sanguina abbondantemente dalla testa; lo perquisisce ma, ovviamente, non gli trova armi addosso, poi lo lascia per perquisire Salvatore Fortino e Fiore non perde tempo dileguandosi nella confusione generale.
Salvatore Fortino viene portato nella vicina farmacia del dottor Francesco De Bonis e qui ci si accorge che la ferita all’addome è piuttosto seria, quindi è meglio portarlo all’Ospedale di Cosenza. D’urgenza viene fatto chiamare Vincenzo Grandinetti che ha un carrozzino, con l’intesa che lo porti fino alla stazione di Piano Lago dove il ferito sarà caricato sul treno delle 14,30 e poi accompagnato all’Ospedale dal Carabiniere fuori servizio, al quale è stata anche consegnata la rivoltella di Valentino. Arrivati alla stazione ferroviaria scoprono, però, che il treno è già passato e decidono che il ferito sarà portato in città a bordo del carrozzino. Grandinetti fa osservare al Carabiniere che il cavallo non ce la farà a sopportare a lungo il peso di tre persone e quindi decidono che Spina, affidata la rivoltella al cocchiere, tornerà in paese mentre gli altri due proseguiranno per l’Ospedale. Qui i medici osservano il ferito e decidono che è meglio ricoverarlo presso l’Istituto Chirurgico A. Casini per farlo sottoporre ad intervento chirurgico dal Professor Giuseppe Santoro, un vero e proprio luminare, Docente di Clinica Ostetrica e Ginecologica nella R. Università di Napoli, quello che ci vuole per un intervento di chirurgia addominale.
Sono ormai le 17,00 quando Santoro visita il ferito e gli riscontra, in corrispondenza del quadrante superiore sinistro  dell’addome, una ferita da arma da fuoco penetrante in cavità. Detta ferita ha solo il forame di entrata che presenta tutti i caratteri di una ferita prodotta da un’arma esplosa a bruciapelo e giudica che il ferito si trova in gravi condizioni, riservandosi la prognosi.
Nel frattempo, i Carabinieri di Rogliano, allertati, cominciano le indagini sul fatto e le ricerche del feritore che sembra essersi volatilizzato perché nessuno lo ha visto allontanarsi da Belsito.
Le condizioni di Salvatore sono davvero critiche e dopo tre giorni di agonia, senza che si sia potuto procedere all’intervento chirurgico, muore. La causa della morte è stata la peritonite acuta in seguito alla grave lesione, attesta il dottor Ettore Gallo dell’Istituto Casini.
Adesso il capo d’imputazione per Fiore Valentino viene cambiato in omicidio volontario. Di lui non ci sono ancora tracce ma i carabinieri scoprono delle cose molto interessanti sul suo conto. Scoprono per esempio che, partito per il fronte del Monte Nero in Trentino nel 1916, fu riformato per epilessia il 30 giugno 1917 dall’Ospedale Militare di Verona e tornato a Cerva in provincia di Catanzaro, suo paese d’origine, prima che vi giungesse nel treno, da persone che conosceva, apprese clamorosamente che durante la sua assenza la moglie lo aveva tradito nell’onore con tal Pazzucco Vincenzo che si spacciava per suo cugino e non solo con costui, ma anche con un caporale dei RR.CC. con cui la sua donna si recava presso la riva del mare. Saturato di tante ingrate notizie e soprattutto preoccupato del caso di pubblicità che saliva fino a lui, e più ancora dal fatto che la tresca si era svolta sotto gli occhi della figlia, non mancò di esercitare per circa due mesi un certo controllo, finché il 31 agosto 1917, dopo di avere avuto dalla stessa donna la confessione della colpa, con varii colpi di rivoltella l’ammazzò. Scappò dalla provincia di Catanzaro e riparò presso una sorella della prima moglie. Quivi contrasse relazione con una giovane con cui procreò un figlio. Il problema, però, è che queste notizie non sono suffragate dall’ufficialità, infatti nel certificato penale richiesto dagli inquirenti non risulta alcuna imputazione per uxoricidio: che siano tutte fandonie messe in giro dai suoi vecchi paesani per screditarlo? A mettere le cose a posto ci pensa il Sindaco del Comune di Stalettì, in provincia di Catanzaro, il quale telegrafa al Pretore di Rogliano che conduce le indagini sulla morte di Salvatore Fortino per comunicare che Valentino Angelo Fiore corrisponde realmente all’autore dell’omicidio volontario in persona della propria moglie, Polito Maria, commesso in questo Comune il 31 Agosto 1917, all’aperta campagna con replicati colpi di rivoltella, rendendosi poscia latitante, senza più sapersi della sua esistenza.
Ma un fatto è certo e documentato: la riforma dal servizio militare per epilessia.
I Carabinieri rintracciano il trentaquattrenne Angelo Fiore Valentino esattamente otto mesi dopo i fatti, il 25 agosto 1919, e lo arrestano. Interrogato, conferma di essere stato riformato per epilessia e, soprattutto, di avere ucciso sua moglie, poi parla della sua relazione con Maria Fortino e dei contrasti che portarono alla lite con i fratelli di Maria
- A Belsito, per intercessione di tale Caterina Ferriolo, mi fidanzai con Maria Fortino. La famiglia di costei era contenta dell’avvenuto fidanzamento e mi aveva promesso una dote di circa 2.000 lire. Il contegno dei fratelli della mia fidanzata era molto strano perché mentre facevano di tutto per farmi trovare solo a solo con lei, poi non facevano che minacciarmi. Stanco di questo modo di agire, e sotto le pressioni della Ferriolo e della fidanzata, nel gennaio dell’anno passato la rapii. Intendevo ed intendo di sposarla ma per farlo aspettavo che mi dessero la dote promessa, il che i fratelli si rifiutavano di fare. Fortino Salvatore non ha mai mancato di minacciarmi tutte le volte che mi incontrava, ma io ho cercato sempre di evitarlo. Il 26 gennaio ultimo, disgrazia volle che incontrassi nella piazza di Belsito Fortino Salvatore e il fratello a nome Gennarino. Costui, come mi vide mi sputò sul viso. Protestai contro l’ingiuria atroce ma Fortino salvatore e gennarino mi furono addosso con l’altro fratello Peppino accorso e, chi malmenandomi, chi tirandomi, chi puntandomi la rivoltella, mi buttarono per terra, non senza prima avermi il Salvatore ferito alla testa. A terra, il Salvatore mi fu sopra ed io allora per difendermi, trassi la rivoltella che asportavo senza licenza. Il Salvatore se ne accorse e cercò di disarmarmi; fu nel fare questo che partirono per disgrazia due colpi, uno dei quali colpì il Salvatore
Una disgrazia per legittima difesa, secondo Fiore. Ma l’uomo ha contro tutto il paese e alcuni testimoni denunciano il Brigadiere Michele Camarca che conduce le indagini perché avrebbe scritto nei verbali cose che nessuno ha mai dichiarato e che alleggerirebbero la posizione dell’imputato. Camarca si difende e alla fine ne esce pulito. Viene indagato anche il Carabiniere fuori servizio, Vincenzo Sacco, perché ha lasciato scappare Fiore ma anche questa indagine finisce nel nulla.
È chiaro però che la sorte di Fiore Valentino, dati anche i suoi tristi precedenti, è segnata: rinvio a giudizio per omicidio volontario.
Il 17 novembre 1920 comincia il dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Cosenza e la difesa eccepisce subito che l’imputato è epilettico e quindi insano di mente: serve urgentemente una perizia psichiatrica. A questa richiesta si associa anche il Pubblico Ministero ma le parti civili non sono d’accordo. Viene anche sentito il medico del carcere di Cosenza, Antonio Rodi, che dice di non aver notato che il Valentino avesse sofferto di convulsioni epilettiche o di qualsiasi malattia nervosa e che non è vero che l’avesse fatto piantonare dai suoi compagni. Poi ammette che pochi giorni dietro lo fece entrare in infermeria per un accesso. Il Pubblico Ministero lo incalza e il dottor Rodi aggiunge di aver chiesto spiegazioni al sottocapo delle guardie circa il piantonamento nei confronti del detenuto, piantonamento che non risultava però nei registri del carcere – quindi è evidente che sapesse dei problemi di Fiore – e le guardie si giustificarono dicendo che all’epoca del loro ingresso in servizio nel carcere di Colle Triglio, Fiore Valentino era già piantonato e loro non sapevano altro. Al fatto posso dare una possibile spiegazione, aggiunge Rodi, nella camerata del Valentino c’era una volta un pazzo ed io disposi il piantonamento. Dimesso dal carcere costui, i piantoni rimasero senza necessità. Questa è una mia supposizione.
Il Pubblico Ministero e la difesa dell’imputato però non si fidano delle dichiarazioni del dottor Rodi: vogliono vederci chiaro e oltre a esibire i documenti militari che attestano la malattia, portano sul banco dei testimoni quattro compagni di cella che giurano di avere assistito a frequenti crisi epilettiche di Fiore. Confortati da queste importanti testimonianze, insistono fino alla noia nella richiesta di perizia psichiatrica: quale che sia la verità, è logico pensare che le anzidette notizie non possono non avere impressionato i giurati e quindi s’impone la necessità di accertare se il Valentino sia affetto da epilessia o da altro male e, nell’affermativa, quale e quanta influenza potette esercitare nella consumazione del reato, tanto più che egli, in altra sede, dovrà rispondere dell’uccisione della moglie.
 Il Presidente della Corte accetta quest’ultima osservazione e fa richiesta al Giudice Istruttore di far eseguire la perizia con le norme di legge e nel più breve tempo possibile.
Il 31 gennaio 1921 Fiore Valentino entra nel manicomio giudiziario di Aversa dove i dottori Filippo Saporito ed Emanuele Mirabella lo sottoporranno a perizia psichiatrica.
Si è affermata, fin dal primo giorno di degenza, una nota che, in mancanza di altre, sarebbe, forse, bastata da sola a svelare nel soggetto la personalità dell’epilettico, dal punto di vista del temperamento e del carattere, così esordiscono i periti nella loro relazione, intendiamo parlare di quella religiosità bacchettona, tutta materiata di esteriorità formali che è una delle particolarità più comuni di questa classe d’infelici, i quali ne fanno uno dei capisaldi della loro condotta e spesso anche una speculazione. Qui solo il Valentino si è ricordato di non trovarsi in piena regola coi doveri di cristiano e cattolico e ha preteso il sacramento della cresima, più che per vero sentimento e coscienza del suo valore, per assicurarsi il patrocinio di un altro ricoverato di cui è noto l’altruismo e la munificenza verso i compagni di sventura. Nella realizzazione di tale aspirazione il Valentino è stato così incalzante ed eccessivo ed inquieto da costringerne a secondarlo senza indugio. E mentre prima minacciava perfino di por fine ai suoi giorni, nell’atto della solennità della cerimonia fu raggiante di sodisfazione come individuo purgato di ogni colpa ed in perfetta regola con le norme della morale e del vivere civile.
 Gli è che il Valentino è uno di quegli epilettici in cui la religiosità, ridotta a puro formalismo, tiene luogo di ogni principio di moralità e vi attingono anche la giustificazione delle malefatte e delle male faciende. Nel caso in ispecie, poi, il soggetto non manca di giustificarsi e consolarsi da un punto di vista etico tutto suo, rappresentandosi e ravvicinandosi innanzi alla coscienza tutti i particolari della sua vita e tutte le circostanze di fatto in cui è venuto a trovarsi che valgono a stabilire una proporzione equitativa tra le spinte criminali ed i crimini in cui è incorso. Quella cattiva condotta della prima moglie, come dalle persecuzioni e dai maltrattamenti incontrati nella famiglia della seconda donna gli sono sufficienti argomenti per spiegare il suo stato giuridico, gli danno quella tranquillità che conseguono facilmente coloro che riescono a convincersi e pretendono di convincere di essersi comportati contro le loro vittime come qualsiasi persona che si fosse trovata a fronte di condizioni identiche od analoghe. Nei meccanismi esplicativi di tali situazioni rivivono, anche a distanza di tempo, gli stati d’animo, d’ira e di collera che presiedettero, che prevalsero nei momenti storici particolari in cui gli elementi statici della mente si tramutarono in elementi dinamici criminogeni. Sono questi gli elementi di discriminazione clinico-diagnostica tra malattia e delitto che orienteranno i periti per le applicazioni medico-legali.
Saporito e Mirabella non hanno nessun dubbio nel classificare la forma epilettica di cui soffre Fiore come la forma più comune e concepita anche nel mondo profano alla scienza, l’epilessia volgare che è molto diffusa e costituisce nelle persone dei soggetti che la portano come uno degli spettacoli più ordinarii della vita sociale, il quale se non è indice di civiltà sta pure a denotare che tra gli epilettici cosifatti e la società civile è intervenuto un accomodamento pratico che, nel maggior numero dei casi, li rende relativamente compatibili nella compagine degli uomini medii; onde la società non se ne preoccupa al di là del senso di pietà che suscitano gl’infelici che ne sono affetti, nei momenti in cui snodano la loro miseria con gli attacchi che li incolgono nelle pubbliche e nei pubblici ritrovi.
Il dissidio e la intolleranza nasce allorché la convulsione e gli insulti, esorbitando dal puro campo motorio, invadono il campo psichico alterando la personalità dei soggetti fino ad identificarli con gli alienati.
I periti ritengono che la forma epilettica di cui soffre Fiore sia insorta nel 1917, all’epoca del servizio militare, non potendo dubitare della riforma specificamente motivata e che in ogni caso non può risalire a molto tempo prima, essendo nella fase in cui essa riveste ancora la semplice forma motoria con cui si è iniziata, tale da farla sospettare come forma grave e congenita. Di solito forme che compaiono tardivamente e conservano inalterata la loro fisionomia iniziale sono precisamente quelle forme che si connettono a fattori acquisiti, che sono ordinariamente fattori tossici e fra questi occupa un posto eminente l’alcoolismo. E Fiore è un uomo che non ha mai peccato di temperanza in tema di vino. Ma i periti non ritengono di approfondire più di tanto questo aspetto perché non ha rilevante valore pratico pei fini che incombono su di noi, ritenendo che dobbiamo giudicare di un uomo il quale è affetto da epilessia motoria senza frenosi o equivalenti psichici della stessa epilessia. E seguendo questa strada il problema medico-legale si semplifica giacché tutto si riduce a determinare se nei delitti imputati od imputabili al Valentino sia entrata in azione l’epilessia, ovvero la sua personalità, che egli riveste fuori dalle crisi del male.
Saporito e Mirabella sono sicuri che l’indipendenza dei fatti criminosi dal male epilettico è lampante. Il Valentino non aveva bisogno dell’epilessia per incorrere in quanto è incorso e in quanto sarebbe incorso. Stimoli interni e potenti sono concorsi a determinarlo nei suoi atti offensivi e lesivi della incolumità altrui; e quanto più quegli stimoli fossero per appalesarsi conformi alla descrizione che ne fa il soggetto, tanto più sarà per scaturire una equazione perfetta tra moventi ed azioni. Il 26 gennaio 1919, che il Valentino abbia sparato prima o poi, per volontà o per isbaglio, nel primo scontro coi fratelli Fortino o quando era stato già da costoro sopraffatto e giaceva al suolo immobilizzato dalle braccia dei contendenti, sono ipotesi che fanno variare la configurazione giuridica del reato, che mettono o tolgono valore a questa o quella ipotesi del Codice Penale, ma non interessano la medicina legale. Non è stata l’epilessia ad armargli la mano e lo dimostra Valentino stesso nel suo interrogatorio che è la documentazione più sicura dello stato di libertà e di coscienza che lo orientò e determinò. Non vi furono, in una parola, nella coscienza del Valentino, nell’atto in cui commise il reato, quelle disintegrazioni morbose che si verificano nella coscienza degli epilettici quando, spontaneo o provocato, interviene un attacco specifico del male. Non vi furono sdoppiamenti bensì stati d’animo contenuti nella sfera della ordinaria capacità dell’individuo ad agire e reagire a norma delle esigenze dell’ambiente.
Ma la libertà degli atti e la coscienza degli epilettici, si chiedono i periti, possono risentire di un qualche influsso del male stesso, posto che il male sia qualche cosa di connaturato e compenetrato colla personalità?
E così rispondono al loro stesso quesito: Non v’è alcun dubbio sulla teoria che fa degli epilettici altrettanti anomali, anche quando non rivestano determinate forme di malattia. Non v’è dubbio che nel modo di pensare, di sentire, e soprattutto nel modo di reagire agli stimoli del mondo esterno essi costituiscono una varietà a parte del genere umano ed è pacificamente una varietà i cui connotati ricordano e spesso si confondono addirittura con quelli assegnati al così detto delinquente per costituzione.
Quello che si può ammettere è che avendo percepito l’atto [dello sputo, NdA] come un’offesa, l’idea dell’offesa suscitasse un’emozione così intensa da precludere la via ad ulteriori percezioni per l’antagonismo che intercede tra funzioni emotive e perattive.
Ma tutto ciò non costituisce la infermità, né costituisce uno stato mediano tra infermità e sanità nel senso della legge penale, perché è più daccosto agli stati dell’uomo medio normale che non a quelli del malato di mente. È uno stato intermedio ma che non sta nel giusto mezzo; uno stato che il legislatore nostro, a differenza di legislatori stranieri, non ha ipotizzato. L’appellativo di «grandemente» opposto alla parola «scemare» esige, per la conseguente discriminazione della responsabilità penale, una condizione psicologica che stia più vicina alla malattia, il che nel caso non si verifica giacché il Valentino, a parte ogni suo male, a parte ogni sua anomalia, ha agito sotto l’impero di circostanze che non avevano bisogno di attingere nulla alla fonte della epilessia, per quanto questa fosse una forza immanente e latente nella sua personalità. Si tratta, dunque, di una condizione che occorrerebbe valutare ad una stregua diversa da quella che contemplano i vizii di mente nel nostro codice, ad una stregua che non è prevista e che perciò ci impone di ricercarla per analogia. Solo questa ipotesi può accogliere le sfumature psicopatologiche, gli sprezzi biopatologici, i riflessi pallidi che la epilessia del Valentino ha proiettato sul suo reato e conduce ad un beneficio che si fa scaturire dal principio giuridico generale, che deve avere il suo corrispettivo nella medicina legale: in dubio pro reo. Qui non è il dubbio, ma una condizione psicologica che non rispecchia chiaramente e sicuramente la sanità mentale: una condizione che non permette, perciò, di dar carico completo del delitto all’imputato. Concludiamo, quindi, affermando che:
1° Valentino Angelo Fiore è affetto da epilessia convulsiva ma non ha alcuna forma definita ed apprezzabile di malattia mentale
2° Che la epilessia ha a lui conferite note particolari di temperamento le quali se non toccano il grado di malattia, costituiscono un’anomalia
3° Che il reato da lui commesso è indipendente dalla epilessia ma ne ha risentito l’influsso dell’anomalia, la quale era tale da scemare grandemente la imputabilità, senza escluderla.
Angelo Fiore Valentino può tornare a sedere sul banco degli imputati ma la eventuale condanna non potrà non tenere conto della perizia e la pena non potrà essere dura.
Il 6 febbraio 1923 la Giuria emette il verdetto: colpevole di omicidio volontario e, con le attenuanti suggerite dalla perizia psichiatrica, la pena è determinata in 7 anni e 6 mesi di reclusione, di cui 3 mesi condonati, 1 anno di vigilanza speciale, ai danni ed alle spese. Per quanto riguarda la contravvenzione per non aver pagato la tassa di possesso della rivoltella, la Corte dichiara estinta l’azione penale per amnistia.
Il ricorso in Appello verrà rigettato perché non furono presentati i motivi in conformità delle prescrizioni di legge e la condanna diventa definitiva.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 27 novembre 2016

E' UNA QUESTIONE DI CAMICIA, CAMICIA NERA


È il 17 agosto 1937 quando il Seniore Comandante della 162^ Legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, Raffaele Siena, trasmette al Procuratore del re di Cosenza gli atti relativi alla denuncia dei fratelli Giovanni e Carmine Dodaro di Cosenza.
Deve sicuramente trattarsi di una questione molto seria dal momento che la pratica viene inoltrata per conoscenza anche al Servizio Politico del Comando Generale M.V.S.N.di Roma, all’Ufficio Politico del Comando XI^ Zona Camicie Nere di Napoli e a S.E. il Procuratore Generale presso il Tribunale Speciale di Roma.
I fatti, serissimi, sono questi: due giorni prima, il 15 agosto, verso le 9 di mattina il Capo Squadra M.V.S.N. Aurelio Sicilia trova, nei pressi dell’ospedale cittadino, la Camicia Nera Eugenio Guzzo piangente e con la testa che gronda sangue
- Mi hanno aggredito i fratelli Giovanni e Carmine Dodaro… Giovanni mi ha dato una bastonata in testa…
- Il motivo qual è? – gli chiede Sicilia
- Portami all’ospedale… poi ti dico tutto…
I medici gli riscontrano una ferita lacero-contusa alla regione frontale destra con lieve ematoma e una lieve contusione alla regione iliaca sinistra. Opportunamente medicato, il ferito viene dimesso e insieme al Capo Squadra decide che è più opportuno raccontare tutto al comandante della milizia.
- Questa mattina verso le ore 8, mentre dalla contrada Tenimento mi recavo in Via Portapiana, in prossimità della sola quesrcia esistente nei dintorni sopra il Ponte S. Giovanni, vidi tale Giovanni Dodaro, abitante in detta località il quale, dopo scambiatomi il saluto ed avere giustificato di essere in possesso di un bastone per la sorveglianza della vigna a lui affidata, si avvicinò rimproverandomi di avere preso, il giorno precedente, dei sacchi di segatura nel negozio di tal Costa Pietro, mentre a suo dire spettavano a lui; in modo repentino mi si avventò contro tirandomi una bastonata sulla testa, producendomi ferita. Intontito dalla bastonata ricevuta non ebbi il tempo per potermi difendere e poi sopraggiunse un fratello del Dodaro, a nome Carmine, che suppongo nascosto nei pressi del vigneto, il quale incominciò a tirarmi pugni e calci tenendomi fermo per i capelli. Per il modo brusco e repentino con cui fui aggredito, sbigottito dalle percosse ricevute, dichiarai la mia qualità di Camicia Nera, ingiungendo di usarmi il dovuto rispetto, ma entrambi i fratelli, continuando a percuotermi, dichiaravano che si fottevano della Camicia Nera e di me. Reso vano l’avvertimento ed essendo disarmato, mi divincolai dalla stretta e cercai scampo nella fuga, nel mentre i due fratelli continuavano ad inseguirmi gridando che si fottevano della Camicia Nera in quanto i rossi in Spagna ci stavano “allisciando il pelo”. Presenti all’accaduto ricordo di avere notato Luigi Fico, conducente da Cosenza, il quale lavora con gli stessi Dodaro e che forse per questo non ha inteso il bisogno d’intervenire pur conoscendomi personalmente, e i coniugi Dodaro Michele e Dodaro Orsola che, pur trovandosi a circa trenta metri di distanza dal luogo hanno assistito alla scena di aggressione
I militi si mettono subito alla ricerca dei fratelli Dodaro ma non riescono a rintracciarli. Nel frattempo vengono sentiti i testimoni. Luigi Fico, che potrebbe avere delle noie dal fatto, è categorico
- Mentre portavo i cavalli all’abbeveratoio, ad una trentina di metri di distanza e verso valle, ho visto che litigavano, tenendosi per i capelli, la Camicia Nera Guzzo Eugenio e i fratelli Carmine e Giovanni Dodaro i quali subito dopo si lasciavano dalla stretta e mentre il Guzzo veniva verso di me, i fratelli Dodaro si avviavano verso la loro vigna. Scambievolmente si davano del “miserabile”. Il Guzzo passò vicino a me con la giacca sulle spalle e grondante sangue dalla testa. Né io rivolsi parola al Guzzo per tema di acuirne l’animo, né il Guzzo mi rivolse parola. Ritornato, dopo l’abbeverata dei cavalli, nella stalla, appresi della discussione dai fratelli Dodaro che movente della lite era lo scambio di alcune invettive avvenuto il giorno precedente nella segheria di tal Pietro Costa da Cosenza tra il Giovanni Dodaro e il Guzzo, senza pertanto conoscere i particolari.
- L’affermazione del Fico è completamente falsa ed infondata – accusa Guzzo – in quanto questi trovavasi vicino al Dodaro Carmine ed ha assistito a tutta la scena e non escludo che qualora i Dodaro si fossero trovati perditori nella lite, il Fico avrebbe certamente preso la loro difesa e ha certamente inteso le parole profferite dai Dodaro ma non le vuole dichiarare perché dipendente dai Dodaro quale operaio
- Vi ripeto che ero ad almeno 25 metri e non ho affatto sentito la dichiarazione del Guzzo fatta ai Dodaro “rispettate una Camicia Nera”
Il sessantanovenne Michele Dodaro dice di non avere visto la scena a causa dei problemi alla vista di cui soffre, ma di avere sentito Guzzo ad un certo punto gridare “Rispettate che sono una Camicia Nera” e a ciò il Carmine Dodaro rispose: “me ne frego della Camicia Nera e di te, miserabile!”.
Sua moglie, la sessantaseienne Giuseppa Dodaro, ha la vista migliore, forse troppo, del marito e riferisce
- Ieri mattina verso le ore 8, mentre ero intenta al lavoro consueto nel mio orto sito in contrada Pantano, vidi tal Giovanni Dodaro fermo vicino la sola quercia esistente nei dintorni sopra ilk Ponte S. Giovanni, mentre altri due, a nome Carmine Dodaro e Fico Luigi, erano appiattati nella vigna, vicino al luogo indicato. Poco dopo passò da detto luogo la C.N. Guzzo Eugenio la quale immediatamente fu aggredita dal Giovanni Dodaro che lo percosse col bastone. Il Carmine Dodaro intanto, venuto fuori dal nascondiglio, si precipitò in aiuto del fratello inveiendo contro Guzzo con pugni e calci. Nel frattempo sentii che il Guzzo gridava: “Rispettate che sono una Camicia Nera!” ed a ciò il Carmine Dodaro rispose: “Me ne frego della Camicia Nera e di te, miserabile!”. Il Guzzo intanto si svincolò dalla stretta e se la diede a gambe. Il Fico che trovavasi al momento dell’incidente vicino ai Dodaro, non intervenne alla lite. Dopo circa un’ora il Fico ripassò dal luogo portando il cavallo all’abbeverata.
La cosa è di una gravità inaudita soprattutto perché il padre dei due fratelli Dodaro, Santo, ha militato sempre nel partito popolare e continua a serbare idee contrarie all’attuale Regime, idee che indubbiamente hanno influito sull’animo dei figli, così della questione viene investito addirittura il temutissimo Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato[1].
Così il Procuratore Generale del T.S.D.S., Massimo Francesco Dessy[2], il 25 agosto scrive da Roma per sapere se le lesioni riportate da Guzzo siano guarite entro i dieci giorni e non concorra alcuna delle circostanze aggravanti prevedute dall’Art. 583 C.P. [relativo alla circostanze aggravanti del reato di lesioni personali, NdA] e se il Guzzo abbia sporto regolare querela. Il dottor Antonio Tosti, che visitò Guzzo all’Ospedale, lo rassicura (o forse lo delude) certificando che Data la natura della lesione, io esprimo parere che detta lesione guarì in giorni sei, senza lasciare reliquati e che non vi fu pericolo di vita. Guzzo, da parte sua dichiara: Non intendo presentare querela per la lesione.
Alla luce di questi atti e visto che non ci sono gli estremi per procedere con il reato di sua competenza, il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato rimette gli atti alla Procura del re di Cosenza. È il 14 settembre 1937 e ancora dei fratelli Dodaro non c’è nessuna notizia.
Li rintracciano il 24 settembre e li interrogano subito per rispondere dell’accusa di vilipendio alle Istituzioni Costituzionali, previsto dall’articolo 290 del Codice Penale . I due fratelli sembrano cadere dalle
- Il 15 luglio 1937, verso le ore 7,30, io mi trovavo dirimpetto alla chiesa di S. Giovanni di Porta Piana. – esordisce Giovanni Dodaro – Vidi Guzzo Eugenio e siccome il giorno prima avevo litigato con lui, questi mi chiamò domandandomi se io avevo mangiato abbastanza segatura. Io dissi a Guzzo che ormai ogni questione era terminata. Allora il Guzzo mi prese a schiaffi; io non dissi niente. Subito dopo ci prendemmo e cademmo a terra; in quella circostanza il Guzzo mi percosse, così, passando mio fratello Carmine e vedendomi alle prese con Guzzo venne a dividerci. Io non dissi parole oltraggiose nei confronti di Guzzo e non dissi parole di vilipendio, Guzzo vuol farmi punire! – poi fa un’affermazione che lascia di stucco il Magistrato che lo interroga – Io sono giovane fascista e quindi non è possibile che io abbia offeso le camicie nere!
- Come è possibile che io, giovane fascista, offenda la camicia nera? – attacca Carmine Dodaro in tono risentito, poi continua – non ho nemmeno offeso il Guzzo Eugenio. Il 15 luglio 1937 io vidi mio fratello quistionare con Guzzo e intervenni per separarli
Ma ormai gli ingranaggi della macchina giudiziaria si sono messi in moto e nessuno li vuole fermare, così per i fratelli Dodaro, il 12 novembre 1937, si apre il processo davanti al Tribunale Penale di Cosenza.
Intanto l’avvocato Benedetto Carratelli, che rappresenta la difesa, ha rintracciato un altro testimone, il barbiere Giovanni Borrelli, che esclude la presenza di Orsola Dodaro sul posto e può escludere che gl’imputati, o uno soltanto di essi, abbiano pronunziato parole di vilipendio della Milizia.
Il Pubblico Ministero, vista la gravità dei fatti, chiede l’invio degli atti al suo ufficio perché si richieda l’autorizzazione al Superiore Ministero, voluta dall’art. 313 C.P. [che disciplina i reati per i quali non si può procedere senza l’autorizzazione del Ministro della Giustizia, NdA]
La difesa nulla eccepisce e il Tribunale dispone in conformità.
Il Superiore Ministero di Grazia e Giustizia, nella persona del Ministro Arrigo Solmi non ci mette molto a capire che è tutta una bufala e che si rischia davvero il ridicolo a processare due giovani fascisti che avrebbero inneggiato ai rossi e, lapidariamente, risponde
Ai sensi dell’art. 313 C.P. non concedo l’autorizzazione a procedere contro Dodaro Giovanni e Dodaro Carmine imputati del reato di vilipendio delle Istituzioni, previsto dall’art. 290 codice suddetto.
Restituisco gli atti processuali.
IL MINISTRO
Una figuraccia!
A questo punto il Tribunale non può far altro che deliberare
Poiché, nel caso, trattasi di reato per il quale non si può procedere senza l’autorizzazione del Ministero della Giustizia (art. 313 cpv 2 cod.pen.) e tale autorizzazione non è stata concessa, l’azione penale non può essere proseguita.
È il 4 dicembre 1937, anno XVI[3]



[1] Istituito con la legge25 novembre 1926 n. 2008, fu sciolto il 29 luglio 1943 nella prima riunione del governo Badoglio col R.D. n. 668. Giudicò su 5619 imputati comminando 42 condanne a morte (di cui 31 eseguite, 26 delle quali nei confronti di partigiani sloveni e croati) e 27.735 anni di carcere, 988 assoluzioni e solo 16 archiviazioni.
[2] Nel suo primo processo come Pubblico Ministero del T.S.D.S, Massimo Francesco Dessy chiese e ottenne la condanna a morte per l’imputato.
[3] ASCS, Processi Penali.

lunedì 21 novembre 2016

LA NATURALE PUDICIZIA DELLE DONNE

Sono le otto di mattina del 23 gennaio 1921 quando il Brigadiere a piedi Domenico Russo, comandante della stazione dei Carabinieri di Praia d’Aieta, e il Carabiniere Francesco De Ruggiero stendono il rapporto sui fatti accaduti il giorno prima:
Verso le ore 8 di ieri 22 corrente, presentavasi in quest’ufficio certa La Gatta Maddalena di anni 38, contadina d’Aieta, denunciandoci che verso le ore 17 circa del 21 andante, mentre rincasava dal suo fondo, denominato Piano delle Vigne di questo territorio, con un sacco pieno d’erba sulla testa, che portava per la capra, giunta in contrada Artesina, o meglio Ferraro, veniva presa d’assalto dai giovinastri Sangiovanni Giuseppe di anni 18 e Macrì Raffaele di anni 17, entrambi contadini d’Aieta, i quali quella sera stessa, alle 16:30 avevano, dal fondo Piano delle Vigne di proprietà di Versace Agostino di anni 53, possidente da Praia, smontati dal lavoro e quindi, senza pronunciare verbo la presero dalle spalle, la buttarono per terra alzandogli la veste; mentre il Sangiovanni la teneva dalle braccia, il Macrì, sbottonatosi i pantaloni, cercava compiere il suo atto brutale, cosa che non gli riuscì per il movimento e strepito che faceva di sotto La Gatta Maddalena, potendo così consumarsi esternamente, come ugualmente riaggì il Sangiovanni, dopo soddisfatto il Macrì.
Non ostante ciò continuarono di raggiungere il loro intento ma dato l’insistenza della Maddalena e dalle grida pronunciate, si diedero alla fuga, anche perché vistisi scoperti dai passanti e cioè i sottoelencati individui:
La Cava Giuseppe di anni 48
2° Maiorano Raffaele di anni 17
La Cava Antonio di anni 14
I quali, opportunamente interrogati da noi verbalizzanti, confermarono di averli visti raccogliere le loro mantelline che avevano lasciato per terra e scappare.
Noi predetti militari, vestiti in divisa, ci siamo messi subito alle ricerche del Sangiovanni e Macrì e rintracciatili verso le ore 10 del 22 corrente, li abbiamo dichiarati in arresto traducendoli nella nostra caserma, i quali portarono pure secoloro le rispettive mantelline che la sera precedente erano in possesso.
I medesimi, da interrogazione fattagli, si mantennero sulla negativa.
La gatta Maddalena in seguito alla colluttazione con i due violentatori riportò delle lividure sulla regione dorsale e dolorabilità al braccio destro, giudicate guaribili in tre giorni, come rilevasi dall’unito referto medico
I due imputati vengono interrogati dal Pretore di Scalea, competente per territorio e si dichiarano innocenti se non, addirittura, calunniati dalla donna
- Sono innocente della imputazione che V.S. mi contesta: quanto afferma la Maddalena Lagatta sul mio riguardo è tutto falso. Il giorno 21 volgente non incontrai la La gatta e tantomeno ho veduto i La Cava e il Maiorano di cui V.S. mi parla. Ripeto che la La Gatta mi calunnia se ora afferma che io le abbia fatto del male – dice Giuseppe Sangiovanni
- Vado innocente della imputazione che V.S. mi contesta perché la sera del 21 corrente io non vidi affatto la La Gatta Maria Maddalena. Quanto asserisce sul mio conto è falso di pianta, si sarà certamente sbagliata – si difende Raffaele Macrì
Ai due viene assegnato un difensore d’ufficio, l’avvocato Ottorino Giugni, il quale sulla base delle dichiarazioni dei suoi assistiti presenta subito una istanza al Pretore per ottenerne la concessione della libertà provvisoria, aggiungendo che la La Gatta facilmente mentisce ed esagera e che è donna di facili costumi.
Maddalena non ci sta a passare come bugiarda e per di più puttana, così va a parlare direttamente col Pretore. Il suo racconto dei fatti assume nuove connotazioni drammatiche. È il 26 gennaio.
- Innanzi tutto debbo dire che, pel sentimento di pudicizia naturale in noi donne, ho avuto remore di riferire in primo tempo ai Carabinieri e al medico, al quale ho fatto osservare le sole lesioni sulle spalle e sulle braccia, tutto lo scempio fatto sulla mia persona nella brutale aggressione subita. Ora che considero l’entità della sciagura mia, mettendo da parte ogni reticenza, racconto il fatto in tutti i suoi particolari e dettagli. Verso le ore 17 del 21 volgente, quando dalla campagna rincasavo sola, giunta dove il viottolo è un po’ avvallato, due giovanotti che subito riconobbi, Sangiovanni Giuseppe e Macrì Raffaele, mi afferrarono senza proferir verbo, mi buttarono per terra facendomi subito comprendere la loro brutale intenzione. Io cercai di liberarmi, di difendermi, di gridare al soccorso e opposi la più viva resistenza ma fui sopraffatta e dovetti a viva forza subire lo scempio sulla mia persona e sul mio onore di donna onesta e di illibata onorabilità di vergine. Fui prima collocata per terra bocconi: il Sangiovanni mi teneva salda per le braccia e l’altro, il Macrì, divaricatemi le gambe ed alzatemi le vesti, dopo abbassati i pantaloni si adagiò sul mio corpo tentando di farmi penetrare l’asta virile nell’ano. Io mi dibattevo disperatamente e quando il Macrì diceva al compagno che gli era impossibile di riuscire nell’intento, l’altro gli consigliava: “Metti saliva e vedrai come entra! Del resto il tuo membro è più piccolo e non costerà fatica a farlo entrare, io ne sono stufo dell’ano e mi servirò d’avanti”. il Macrì seguì il consiglio e riuscì nell’intento intromettendomi tutta l’asta virile nell’ano! Sfogatosi così il Macrì mi voltarono e, mentre questi passò a tenermi per le braccia e pel busto, minacciando anche di legarmi con la correggia dei pantaloni, l’altro mi si buttò sopra e dopo una fiera, disperata lotta, quando nulla assolutamente potevo più opporre, mi sedusse! Durante lo svolgimento del fatto non vi era anima viva, ma quando ancora i miei aggressori erano sul posto, sopraggiunsero La Cava Raffaele e il figlio Antonio e Maiorano Raffaele i quali videro e riconobbero il Macrì e il Sangiovanni che si dettero, alla loro vista, a precipitosa fuga. Raccontai ai sopravvenuti, che mi trovarono con le vesti in disordine e strappate e tutta malconcia, ancora per terra piangente, non tutta la verità della sciagura subita ma accennai soltanto, perché arrossivo, ad un semplice tentativo di violenza, riuscito però infruttuoso, così come raccontai ancora alla Guardia Municipale in Aieta, ai Carabinieri e al medico. Per accertare poi quanto Sangiovanni e Macrì, contro i quali mi querelo, hanno commesso sulla mia persona, chiedo che si eseguiscano su di me tutte quelle indagini e investigazioni che la giustizia crederà
- Va bene – acconsente il Pretore – se vuoi puoi fare assistere alla visita medica una persona di tua fiducia…
- Io sono una povera orfana e non ho nessuno che si interessi di me e perciò non intendo di scegliere alcuno che assista alle operazioni che la giustizia andrà a compiere sulla mia persona… io sono nubile ed ero vergine e mai contatti impuri avevo avuti la mia persona, la di cui illibatezza era notoria in paese
Il Pretore manda a chiamare d’urgenza un medico e dopo un paio di ore Maddalena viene visitata dal dottor Gaetano Oliva il quale rileva subito su tutta la superficie del suo corpo le tracce evidenti e caratteristiche di una lotta sostenuta: sui due arti superiori, nel dorso, nella regione mammaria, nella regione ipogastrica, sull’addome, sulle regioni glutee e in tutti e due gli arti inferiori; sulle coscie, inoltre, parte interna ed esterna, le tipiche graffiature della violenza carnale.
Poi il dottor Oliva passa ad esaminare gli organi genitali di Maddalena e osserva l’ostio vaginale annerito, la qual cosa fa desumere che un corpo contundente abbia agito con violenza e a molte riprese su tale organo; le grandi labbra, nella parte interna, qua e là, presentano piccole soluzioni di continuità ed egual cosa si nota anche sulle piccole labbra. Divaricate le piccole labbra, si notano chiazze necrosate che fan pensare a lesioni di una certa entità che han cagionata la mortificazione dei tessuti. L’imene è totalmente scomparso per i maltrattamenti ivi avvenuti.
La violenza, brutale, c’è stata. Il dottor Oliva, a questo punto passa all’esame dell’orifizio anale e riscontra che l’orifizio esterno è circondato, quasi in forma simmetrica, da un alone bluastro. Su tale regione, evidentemente, ha dovuto agire ripetutamente e con certa forza un corpo contundente tale da produrre quel cambiamento di colorito; si presenta ineguale e qua e là si notano piccole soluzioni di continuità. Divaricato l’orifizio esterno – la qual cosa si ottiene con molta difficoltà, stante la dolorabilità della parte – le soluzioni di continuità si notano più accentuate e il lume di tale orifizio si mostra ancora più trasformato anatomicamente.
Il dottor Oliva non ha nessun dubbio: sono in grado di giudicare che la paziente ha subito violenza carnale tanto negli organi genitali, quanto nella regione anale e, data la molteplicità delle lesioni riscontrate su tutta la superficie del corpo e quelle caratteristiche sulle coscie, giudico altresì che la paziente nel subire la doppia violenza carnale ha dovuto sostenere una lotta impari alle proprie forze e sono state tutte riportate in unica circostanza di tempo che, per lo stato attuale ancora uniforme, giudico recente e non oltre quattro o cinque giorni dietro.
Maddalena ha detto la verità: non è né bugiarda e né puttana come avrebbero voluto farla passare per salvare i suoi aguzzini.
- Sentimmo una voce di donna gridare disperatamente, allungammo il passo e, percorsa una breve distanza, giunti che fummo quasi al ciglio ove il viottolo campestre si avvalla, vedemmo per terra una donna tutta scomposta che piangeva. Il ragazzo Maiorano la conobbe subito e disse: “è La Gatta Maria Maddalena!”. Ci avvicinammo e constatammo che era sconvolta in viso, aveva le vesti in disordine e strappate ed era tutta malconcia – racconta Giuseppe La Cava
- Avete visto se vicino alla donna c’era qualcuno?
- Quando noi la vedemmo in primo tempo, notammo che quasi vicino a lei ed altro ad una certa distanza. Il primo sembrava come se cercasse per terra un oggetto, l’altro, che camminava, come si avvide della nostra presenza, e certamente per dare avviso al compagno, dette un fischio al che l’altro immediatamente si dette alla fuga ed entrambi si allontanarono. La La Gatta ce li additò e ci disse essere Sangiovanni Giuseppe e Macrì Raffaele e con tale indicazione mi fu agevolissimo, seguendoli con lo sguardo, di riconoscere benissimo per la fisionomia, pel vestire e per le mantelle che portavano, specie perché poco tempo prima, mentre ancora io attendevo alla custodia dei miei animali, li avevo visti passare camminando a poca distanza l’uno dall’altro e poco dopo di aver visto passare, percorrendo la stessa via, la La Gatta
- Vi ha raccontato cosa le era successo?
- La povera donna, ancora in preda dello stordimento e della desolazione, un po’ a nostra richiesta e un po’ spontaneamente, ci raccontò che l’avevano presa a viva forza e prima uno e poi l’altro avevano tentato, ma inutilmente però a causa della sua disperata resistenza, di congiungersi carnalmente con leiho notato anche nel terreno le tracce evidentissime della lotta che in quel posto è stata sostenuta
- Che tipo è Maddalena La Gatta?
- Posso con tutta coscienza attestare che è da tutti ritenuta come un’onesta e proba ragazza e mai ha dato luogo a parlare circa la condotta e moralità. Non ha genitori, vive sola e conduce una vita illibatissima
Le cose si mettono molto male per i due ragazzi e il 13 maggio successivo vengono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per aver in luogo pubblico ed esposto al pubblico, con violenza e col simultaneo concorso di entrambi, costretto con violenza La Gatta Maria Maddalena di anni 38 a congiunzione carnale dalla quale derivarono anche lesioni personali.
Il 12 gennaio 1923, dopo due anni dal fatto, Giuseppe Sangiovanni, ritenuto l’organizzatore della violenza, viene condannato a 2 anni e 1 mese di reclusione, mentre Raffaele Macrì se la cava con 1 anno e 3 mesi. A ciascuno vengono condonati 3 mesi.[1]
È una vittoria amara per Maddalena.


[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 18 novembre 2016

A ROCCO PIACEVANO LE NESPOLE

È il 23 maggio 1951. Il tempo è bello a Corigliano Calabro e bisogna davvero fare uno sforzo per andare a scuola la mattina invece di dormire fino a tardi e poi andare a correre nei prati in fiore, magari rubando un po’ di frutta appena matura per fare merenda. Ma bisogna pazientare ancora qualche giorno, poi ci saranno le pagelle e tutto sarà finito.
Rocco ha 8 anni e fa la prima elementare. La mattina del 23 maggio non ha voglia di andare a scuola ma sua madre non vuole sentire ragioni e così lo ha preparato come al solito, pulito e vestito come si deve, con un pantaloncino di velluto color tabacco tenuto su dalle bretelle, una camicia di seta rossa con sopra una maglietta di lana marrone e sopra ancora una maglietta a fantasia a quadroni verdone. Scarpe di suola e calzini corti variopinti completano tutto, lasciandogli scoperte le gambette.
Rocco è imbronciato quando prende da sopra il tavolo della cucina i suoi due quaderni, uno a righe e uno a quadretti, la penna, l’astuccio e l’abecedario e si avvia alla porta di casa
- Il fazzoletto! Vieni qui che ti do il fazzoletto – lo richiama sua madre che gli porge anche venti lire e gli ricorda – quindici lire le dai al maestro per l’offerta alla Croce Rossa e con le altre cinque ti compri i biscotti per merenda… ora vai se no fai tardi! – e gli stampa un bacio in fronte
- Va bene mamma! – le risponde sempre imbronciato, poi scende le scale e, una volta uscito dal portone di Via Garetti N. 7, si avvia verso la scuola tirando calci a un barattolo. Ma Rocco ha già deciso, a scuola non ci andrà, il sole è troppo invitante per chiudersi tra quattro mura umide ed è meglio bighellonare per strada fino all’uscita di scuola. I soldi al maestro li darà domani.
Rocco non fa niente di particolare la mattina del 23 maggio 1951, come non ha fatto niente di particolare tutti gli altri giorni che ha marinato la scuola perché, diciamocelo francamente, a Rocco la scuola non piace ma ci deve andare per fare contenta sua madre e soprattutto per fare contento suo padre che si spezza la schiena in Argentina e manda i soldi a casa per cercare di migliorare la condizione attuale e futura dei figli.
- Zia, stamattina Rocco non è venuto a scuola…
- Davvero? Quando torna facciamo i conti! – risponde la mamma di Rocco al nipote Angelo, mentre si mette di guardia alla finestra. Rocco la vede, dall’espressione capisce che sua madre sa della marachella e resta in strada, facendo disegni con le scarpe sulla polvere
- Sali! – gli urla sua madre
- No! Tu mi picchi!
- Sali ti ho detto! Sali che è pronto da mangiare…
- No! Mandami un po’ di pane…
- Tanto prima o poi devi tornare e facciamo i conti! – dice, spazientita, mentre porge al figlio più piccolo un pezzo di pane e uno di formaggio per portarli al discolo. Rocco si siede su un gradino e mangia avidamente, poi si mette a giocare nei dintorni di casa e sua madre ogni tanto gli butta un’occhiata per controllarlo. Così passa tutto il pomeriggio e la donna è convinta che Rocco sia sempre lì.
Ormai è sera, sono le 19,00 e la cena è pronta
- Rocco! Sali che è pronto da mangiare! – urla la madre dalla finestra, ma Rocco non risponde. “Più tardi te la faccio vedere io la cena…” pensa la donna
Passa un’ora, poi un’altra e Rocco continua a non rispondere. Adesso sua madre è davvero arrabbiata ed esce per andarlo a cercare dagli zii che abitano lì vicino, ma non c’è e non è neanche dagli altri parenti. Nemmeno i vicini ne sanno niente. Tutti lo hanno visto fino a verso le 19,00 e poi sembra essere sparito.
Adesso non c’è più rabbia negli occhi della mamma, solo una grande preoccupazione che le attanaglia il cuore. Forse ha sbagliato a promettergli una bella sculacciata. Così lei, i parenti e i vicini si mettono in cerca del bambino in tutto il paese e nei campi intorno alle ultime case, ma senza successo. La donna è disperata e quando si avvicina la mezzanotte, tutti capiscono che è meglio andare dai Carabinieri per denunciare la scomparsa del bambino, ma anche le ricerche dei Militari sono infruttuose: di Rocco non c’è traccia. Vengono allertati anche i Carabinieri dei paesi vicini ma il risultato è lo stesso.
Le ricerche proseguono per tutto il 24 da parte di tutto il paese però il bambino non si trova. Nessuno torna a casa nemmeno la notte seguente e la disperazione prende il posto della speranza: ormai si teme che possa essere accaduta una disgrazia.
La mattina del 25 maggio 1951 due contadini, marito e moglie, stanno andando ad accomodare una sorgente d’acqua esistente in un vallone della contrada “Verlucci” transitando per un piccolo viottolo sulla cresta della collina della predetta contrada, quando la donna vede sotto una pianta di ulivo, in fondo alla collina stessa, in atteggiamento di chi dorme, un bambino.
- Che ci fa lì quel bambino? – osserva la donna
- Che ci fa? Dorme, non lo vedi? Dai non perdiamo tempo che è tardi
- Ma non lo sai che avantieri è scomparso un bambino in paese? Me lo hanno detto alla fontana di San Francesco. E se fosse proprio quello? – adesso l’uomo si incuriosisce e guarda con più attenzione il bambino che sembrava dormisse
- Ho capito… fammi andare a sincerarmi, se no chi ti sente! – sbuffa mentre, deviando dal percorso, si dirige verso l’ulivo e, arrivato a qualche metro di distanza, gli urla – Ehi tu! Svegliati! Come ti chiami? – nessuna risposta. L’uomo si avvicina ancora e ha l’impressione che qualche cosa di anormale era accaduto al predetto bambino. Impressionato, torna sui suoi passi e lasciata sua moglie in cima alla collina va a chiamare un vicino col quale ritorna sotto l’ulivo e, dopo aver guardato meglio in due, capiscono e si mettono a urlare e a correre verso il paese.
Il Maresciallo Maggiore Salvatore Savà si è appena seduto dopo due notti insonni quando sente le parole concitate di due uomini che chiedono di parlargli e, vedendo il Carabiniere Nicola Vennettillo bianco in volto come un lenzuolo, capisce. Con una bestemmia raccatta il cappello d’ordinanza dal tavolo e con i due uomini e due Carabinieri si precipita sul posto che è un luogo abbastanza solitario e fuori mano. Dista circa 500 metri in linea d’aria dalle ultime case dell’abitato e ci si arriva percorrendo un viottolo quasi impraticabile per la natura assai difforme e scoscesa del terreno.
L’ulivo ai cui piedi giaceva il cadavere si erge nell’infossamento di due colline che danno alla zona l’aspetto di una conchiglia che dalla parte restringente va a lambire, a circa 500 metri in linea d’aria, l’argine destro del torrente Coriglianeto, torrente che, sebbene non ricco di acque, presenta numerose deviazioni praticate artificialmente per alimentare molti mulini, e da luogo a fragorose cascate il cui rumore, specie nelle ore notturne, copre ogni altro rumore della zona ed eventualmente anche grida e rantoli umani.
Dopo essersi fatto il segno della croce, con un fazzoletto premuto sulla bocca per attenuare l’odore tipico dei cadaveri in putrefazione, comincia a dettare:
Ai piedi di una pianta di ulivo rinveniva, cadavere, il predetto ragazzo giacente sul fianco sinistro in un piccolo spazio leggermente inclinato. Il cadavere, quasi bocconi, con la gamba destra leggermente disgiunta dalla sinistra, vestito solo di mutandine colo bianco a righe nero-marrone, aveva al collo arrotolata la maglia marrone e al fianco sinistro un pantaloncino di velluto color tabacco, le cui bretelle erano sotto il cadavere. Ai piedi indossava calze di lana di vario colore, rattoppate; sul dorso nudo ed alle gambe si notano abbondanti lividure e ferite di varia lunghezza e forma, difformi ed in direzioni diverse. Il corpo giaceva su una pozza di sangue essiccata con traccia prolungata di sangue a un metro di distanza dalla testa del cadavere. Il corpo era denudato dalla cintola al collo e dalla radice delle coscie alle caviglie; incastrato fra due piccole pietre ai fianchi, appoggiate alla regione glutea; su entrambe le coscie e sulla parte visibile, si notavano chiazze di pelle mangiata da formiche; insetti che circolavano intorno alla chiazze stesse. Il busto era leggermente inclinato col braccio sinistro teso sotto la testa a mo di guanciale. La mano sinistra socchiusa, il braccio destro piegato in avanti a forma di V e flesso col braccio aderente al tronco e l’avambraccio che posava con la sua parte volare al suolo. La manina socchiusa come in atto di prendere, intrisa di sangue. Alla testa del cadaverino si notavano capelli neri corti; appiccicati al cuoio capelluto terriccio e sangue essiccato; in corrispondenza delle regioni parietali, e precisamente al centro di esse, si notavano forme di lividure; alla testa si notava una larga ferita; occhio destro semiaperto, occhio sinistro infossato e ricoperto da miriadi di piccoli vermi e larve di mosche che non permettevano altri rilievi; in corrispondenza del soparcciglio sinistro si notava una lesione ricoperta di sangue essiccato misto a terriccio e brulicante di formiche. La faccia del cadaverino era quasi interamente ricoperta di sangue e terriccio. Ai piedi del cadaverino, a distanza di metri 12 da esso, il Carabiniere Vennettillo rinveniva un paio di scarpe, certamente quelle del cadaverino, di color marrone, basse, seminuove, senza lacci, adagiate su un viottolo che dal quel punto, scendendo attraverso la campagna, raggiunge la strada campestre dei “Mulini”. A metri 1,26 dalla testa del cadaverino, per terra, si notava un fazzoletto di tela bianca, orlato di merletto, tutto intriso di sangue essiccato, raccolto come se spremuto. Ai piedi di detto cadavere e a cm. 50, si notava una pietra tagliente tricoforme intrisa di sangue nella parte rivolta in alto e cioè nella parte tagliente. Detta pietra è di circa Kg. 3. Altra pietra si notava in corrispondenza del tronco del cadavere a circa un metro da esso, piana, tutta intrisa di sangue nella parte rivolta all’insu. A 60 cm. dal corpo del cadaverino si rinveniva la copertina di un quaderno col nome “Rocco”, sotto al cadavere due quaderni, di cui uno a righe e l’altro a quadretti ed un libro della 1^ elementare. Ma non ci sono le 20 lire che avrebbe dovuto avere in tasca.
Il Maresciallo Savà capisce subito che non è stata un disgrazia a ridurre così il bambino e avvisa subito l’Autorità Giudiziaria. Il medico legale non ci mette molto, una volta rimosse le mutandine, a capire che Rocco è stato brutalmente violentato.
Vengono attentamente valutate la posizione del cadavere di Rocco e le posizioni di ogni singolo oggetto presente sulla scena del crimine e i Carabinieri giungono alla conclusione che si tratta di una messinscena attentamente studiata per cercare di sviare le indagini.
Ma chi ha potuto fare una cosa così orrenda? I Carabinieri indagano in più direzioni: dalla messinscena per occultare una eventuale lesione prodotta involontariamente da qualche contadino che lo avesse sorpreso a rubare frutta ad una eventuale vendetta messa in opera da ipotetici nemici della famiglia di Rocco, alla soppressione del ragazzo da parte di un bruto conosciuto dalla sua vittima che, dopo aver sfogato atti di libidine su di essa, per evitare di essere denunciato ha preferito sopprimerla. Le prime due ipotesi vengono subito scartate: la prima perché nelle vicinanze non ci sono frutteti e sarebbe impensabile che per nascondere una disgrazia qualcuno avesse anche violentato il bambino; la seconda ipotesi perché la famiglia di Rocco è ben voluta da tutti e non ci sono macchie nella moralità dei genitori; d’altra parte se qualcuno avesse voluto vendicarsi di qualcosa, avrebbe ucciso e abbandonato il bambino senza bisogno di usargli violenza. Resta in piedi la terza ipotesi ed è su questa che si concentrano le indagini. Vengono fermate alcune persone ma è chiaro che non c’entrano niente e sono rimesse in libertà dopo poche ore. Poi vengono controllati i registri della scuola elementare e si scopre che Rocco, bambino intelligente, a scuola ci andava poco ed era solito oziare sia davanti l’istituto scolastico, sito al Viale Rimembranze, sia nella vicina Piazza San Francesco.
Proprio nella piazza c’è l’Ospizio di Mendicità a cui si accede dal portone situato di fronte alla statua del santo. I Carabinieri vanno a dare un’occhiata anche lì in cerca di indizi utili alle indagini. All’edificio si accede da un vasto corridoio che immette dal lato destro nell’abitazione dei frati del convento, sita al primo piano, e dall’altro lato in un cortile che fa parte dell’Ospizio stesso, il quale è sistemato in alcune camere poste a piano terra e situate in fondo al corridoio dal quale si accade anche in un altro cortile, di proprietà del Comune, dove nei mesi estivi si proiettano fil all’aperto e perciò il locale viene adibito a cinematografo estivo. Poi scoprono qualcosa che li incuriosisce: quel corridoio, durante il periodo scolastico, è usato come refettorio della scuola e quindi Rocco era solito entrarci. Può darsi che qualcuno lì dentro ha visto chi ha potuto incontrare il piccolo quel maledetto 23 maggio 1951. E infatti lì intorno vedono aggirarsi un ragazzo che sembra volersi avvicinare ai Militari ma non lo fa. Allora il Maresciallo Savà lo chiama e il ragazzo, forse liberato dalla responsabilità di prendere l’iniziativa, si avvicina: è Vittorio, un quindicenne apprendista calzolaio con una gamba paralitica che racconta delle cose che potrebbero essere decisive per le indagini
- Siete venuti per il Diavolo? – fa al Maresciallo
- Il Diavolo?
- Si, quello che lavora qui… lo chiamano tutti Diavolo perché accarezza i bambini…
- Cosa? Come si chiama? Lo ha fatto anche a te?
- Il nome è Leonardo ma il cognome non lo so… l’anno scorso mi portò nel corridoio dell’Ospizio e poi mi ha steso su delle sedie e mi ha fatto toccare a forza il suo cazzo che però non aveva cacciato dai pantaloni… io mi sono messo a gridare e lui mi ha lasciato stare
Il Diavolo è il trentaquattrenne Leonardo Risafi che presta servizio al locale Ospizio, denominato “Cor Bonum”, da circa due anni e precisamente dall’ottobre 1949, disimpegnando le mansioni di spaccalegna e piccoli servigi quali trasporto frutta e verdura dalla piazza o dai negozi all’Ospizio ed altri mille umili servizi. Non era controllato perché la sua opera era semigratuita e cioè prestava per il solo mangiare, tranne qualche piccolo regalo in denaro. Indagando su di lui, si scopre che era solito frequentare il Cinema Comunale e di regola sedeva sempre tra i primi banchi tra i bambini, accarezzandone ora l’uno, ora l’altro per cui aveva destato sospetti nella direzione del Cinema che aveva dato ordine di espellerlo a mezzo della maschera del cinema stesso, dopo aver verificato che aveva preso di mira un ragazzino al quale palpava le gambette, il sedere e lo baciucchiava durante la proiezione di un film.
Ce n’è abbastanza per nutrire forti sospetti su di lui e, emesso il mandato di cattura, i Carabinieri lo arrestano, ma lui nega di aver mai conosciuto i ragazzini. Messo di fronte all’evidenza ammette di conoscerli, negando però di avere avuto cattive intenzioni. Poi esce allo scoperto un cuginetto di Rocco che racconta di essere stato anche lui oggetto delle attenzioni del Diavolo, precisando di essere stato da lui accarezzato spesse volte ed ovunque lo aveva incontrato. Un mattino dello scorso inverno che lo aveva incontrato nell’atrio del Cinema Comunale (quel mattino si eseguiva un matiné), gli chiese se poteva farlo entrare nella sala cinematografica ma il Risafi lo prese per una mano e gli disse “vieni con me a fare un servizio”, soggiungendo che per tale servigio gli avrebbe regalato venti lire. Lo condusse in Via S. Francesco dove il detto Diavolo si fermò per comprare un sigaro. Uscendo dalla rivendita di sale e tabacchi lo prese nuovamente per mano e, mettendogli venti lire in una tasca della giacca che indossava, riprese il cammino conducendolo in una località disabitata ed isolata dove, appena giunto, gli fece la proposta di farlo fregare, dicendogli le parole: “Mi fai ficcare?”. A queste parole, preso dalla paura, Angelo fuggì verso casa ma nulla disse a sua madre non avendone avuto il coraggio per la vergogna.
Il Diavolo nega sostenendo di non entrare nel cinema da tre anni e di non conoscere il bambino, ma gli impiegati del cinema lo smentiscono sostenendo che nel periodo indicato dal bambino, Risafi andava ancora regolarmente al cinema e il bambino ha detto la verità perché, da un controllo fatto sui registri delle proiezioni risulta che da novembre 1950 a tutto il mese di marzo 1951 ci furono solo due proiezioni mattutine: Il bacio di una morta, sia il 28 novembre 1950 che il 1 gennaio 1951. Angelo racconta che anche Rocco era oggetto delle attenzioni del Diavolo che lo faceva mangiare alla mensa e gli regalava sempre cioccolata e caramelle.
Il Maresciallo Savà, supponendo che Rocco sia stato adescato in Piazza San Francesco, ipotizza il possibile tragitto più vantaggioso per chi volesse passare inosservato o quasi dalla piazza e dirigersi al luogo del delitto, così stabilisce che bisogna passare per via Cerria che di sera non è nemmeno illuminata. Interroga tutti gli abitanti della via e trova un pastore che è sicuro di aver visto, la sera della tragedia, un uomo che gli sembrò assomigliare a Risafi che passava tenendo per mano un bambino. Il Diavolo adesso è davvero nei guai. Ammette la sua passione per i bambini ma nega piangendo di essere il mostro. Non c’è nessuno che scommetterebbe una lira bucata sulla sua innocenza e l’uomo, disperato, tenta anche il suicidio buttandosi dalla tromba delle scale del carcere ma viene miracolosamente salvato dalle guardie che riescono ad afferrarlo per la giacca frenandone la caduta: se la caverà con qualche ammaccatura.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, la sera del 2 agosto 1951 si presenta in caserma una donna in lacrime con un bambino in braccio che piange disperatamente come la mamma
- Oggi pomeriggio verso le 18,00 mio figlio si trovava vicino la mia casa di abitazione in Vico 3° Principe Umberto, altrimenti detto “fosso”, e stava giocando. Io stavo preparando il desinare. Sono uscita fuori per chiamare il piccolo e non l’ho trovato. Mi sono preoccupata e mi sono messa con gli altri familiari alla ricerca. Verso le ore 20,30 fece ritorno a casa l’altro mio figlio con il fratellino. Con loro vi erano una donna e un uomo. Mio figlio mi disse che aveva rinvenuto il fratellino in Piazza S. Francesco dove tanta gente si era radunata perché da un capraio era stato trovato un bambino e dato che non poteva accompagnare il bambino a casa perché aveva le capre, l’aveva lasciato ad una donna per portarlo a casa mia. Senonchè si era trovato a passare mio figlio che aveva riconosciuto il fratellino e lo aveva portato a casa. il bambino aveva i pantaloncini sporchi di feci. Mi sono preoccupata e l’ho portato da un medico… poi sono venuta in caserma… me lo hanno violentato!
Questo fatto potrebbe cambiare tutto. E se l’assassino fosse ancora in libertà e il Diavolo fosse davvero innocente? I Carabinieri si mettono a indagare con nuova lena e raccolgono, finalmente, informazioni che vorrebbero operare a Corigliano una banda di pedofili. La pista sembra davvero essere quella buona. Viene rintracciato il capraio che racconta di aver sentito, mentre passava dalla contrada Lecco, dove vi è una cava, il lamento di un bambino. Dopo un po’ gli si fece davanti un bambino che piangeva e aveva dei graffi alla gola e alle spalle. Lo prese in braccio e gli chiese cosa ci facesse in quel posto ma il bambino continuava a piangere senza rispondere. Allora io con le buone gli ho detto che lo avrei portato a casa e lui mi rispose che era figlio a Paparella. Poi di rimando gli ho chiesto: “Chi ti ha portato qua?” e lui mi rispose: “Nu guagliune”.
Nonostante gli sforzi, però, non si riesce a trovare alcun indizio che possa portare all’identificazione del mostro. Poi, dopo cinque giorni dal fatto, la donna col bambino escono per comprare un po’ di D.D.T, e il bambino diventa all’improvviso nervoso; strattonando la mamma le indica con la manina un giovanotto non alto che si trovava con altri
- Mamma, è quello che mi ha messo la pullicata (le mani alla gola, NdA) e voleva ammazzarmi
- Sei sicuro? Non è che ti sbagli?
- No perché proprio lui mi ha fatto cacare sotto!
La donna, bianca in viso, vede lì vicino una pattuglia di Guardie Municipali e si precipita a raccontare il fatto. Le Guardie, che sono in compagnia di un Carabiniere in borghese, accerchiano il giovane e lo arrestano.
Mollo Giovanni di anni 16 da Corigliano, scrive il Maresciallo Savà sulla copertina del fascicolo a carico dell’arrestato.
Mollo nega tutto ma poi, sottoposto a stringente interrogatorio, confessa
- L’ho condotto nelle insenature esistenti nella contrada Lecco dove l’ho spogliato abbassandogli i pantaloncini e, piegandolo col sederino verso di me, gli ho introdotto nell’ano il membro. Siccome il bambino per il dolore gridava, gli tappai la bocca con una mano, mentre con l’altra lo tenevo fermo. Quando stavo per introdurgli l’asta sentii avvicinarsi delle capre e un fischio da lontano che si andava avvicinando al posto dove ero io. Compresi che qualche capraio si ritirava e che quindi mi avrebbe potuto sorprendere. Per evitare ciò lasciai il bambino dopo avergli alzato le mutandine e mi nascosi nelle vicinanze. Vidi così il capraio che si fermò alla vista del bambino e gli chiese che cosa ci facesse a quell’ora in quel luogo. Il bambino rispose: “Mi ci ha portato nu guagliune”. Il capraio prese per mano il bambino e lo portò in paese
- E dell’altro bambino ne sai qualcosa? – gli chiede a bruciapelo il Maresciallo
- No…
- Dai, parla, tanto lo sai che prima o poi ci arriviamo… – lo incalza con tono minaccioso fregandosi le mani
- No…
E allora il Maresciallo, alla presenza del Pretore di Corigliano Calabro, lo sottopone a nuovo stringente e prolungato interrogatorio e ottiene la confessione
- Sono stato io e con me c’erano Antonio Arnone e Giorgio Alessio…
- Com’è andata?
- Verso le ore 18 di un giorno del mese di maggio che non sono in grado di precisare meglio, mi imbattei in Piazza del Popolo con i miei amici Alessio Giorgio e Arnone Antonio. Alessio Giorgio ci propose di andare in campagna a fare una mangiata di nespole, noi aderimmo. Arnone Antonio aggiunse: “Non ci portiamo a nessuno?” al che l’Alessio di rimando: “Porterò io un ragazzino che conosco” e così dicendo raggiunse un ragazzino che si trovava seduto su un muricciuolo antistante il Bar “Gatto Bianco” sito nella stessa piazza e lo condusse vicino a noi. Il ragazzino lo portammo con noi allo scopo di fargli mangiare le nespole. L’Alessio prese per mano il bambino e si avviò per Via Cerria che raggiunse a mezzo di un vicoletto esistente un po’ più sopra del Bar Gatto Bianco, mentre io e l’Arnone lo seguimmo imboccando Via Cerria direttamente dalla Piazza del Popolo e passando precisamente davanti al negozio “Romanelli” e ci fermammo proprio nel punto ove fu poi rinvenuto il cadaverino. L’Alessio allora disse: “Non gli facciamo nulla?” al che l’Arnone: “E cosa vogliamo fargli?”. Di rimando l’Alessio aggiunse: “Gli facciamo il «servizio»”. Tutti e tre ci trovammo d’accordo. Arnone ordinò al bambino di spogliarsi e poiché questi non voleva lo picchiò varie volte con la frusta e poi tolse le scarpe al ragazzo e le buttò lontano; l’Alessio gli abbassò i pantaloncini e le mutandine mentre l’Arnone gli sbottonava la camicia e l’Alessio ancora gliela toglieva. Dopo l’Alessio mise il ragazzo a terra in posizione bocconi. Il ragazzo piangeva; per evitare che il suo pianto potesse essere sentito, l’Alessio prese il fazzoletto del bambino stesso e glielo mise in bocca; poiché il bambino continuava a piangere e gridare, l’Arnone prese il suo fazzoletto e passandolo sulla bocca del bambino lo legò alla nuca, in modo da tamponargli completamente la bocca. Sia l’Alessio che l’Arnone colpivano il bambino che piangeva con una frusta che Arnone aveva raccattato lungo la via. Dopo vidi l’Arnone sbottonarsi i pantaloni e coricarsi sul piccolo, indi mi allontanai per vigilare affinché non fossimo scoperti da qualche passante. Mentre facevo la guardia il bambino piangeva e sentii anche che lo battevano. Dopo che l’Arnone ebbe soddisfatto le sue voglie, fui chiamato ed anche io mi mossi sul ragazzo introducendogli nell’ano il mio membro. Dopo un poco che ero sul ragazzo l’Arnone mi tirò via senza che io godessi e così ritornai al mio posto di vigilanza. Prima di allontanarmi sentii che il ragazzo diceva di accusarci presso la madre. Vidi anche l’Arnone e l’Alessio battere alla testa il piccolo sia con pugni che con un sasso. Anche l’Alessio si avvicinò al piccolo per soddisfare le sue voglie, chiamato a ciò dall’Arnone. Dopo mi chiamarono nuovamente. Allora l’Alessio ebbe a dire: “mò il ragazzo lo dirà alla mamma”, al che l’Arnone aggiunse: “Ammazziamolo così non dirà nulla”. Io non dissi nulla e subito dopo fui mandato a fare di nuovo la guardia
- Quindi tu non hai fatto praticamente niente… hanno fatto tutto i tuoi amici…
- Io non so dirvi come l’abbiano ammazzato, ritengo che ciò sia avvenuto mediante colpi di sasso… dopo commesso il delitto fui nuovamente chiamato dai miei compagni. L’Alessio gli rimise le mutandine, l’Arnone lo aggiustò nella posizione di dormiente al fine di far credere che il bambino fosse caduto dall’albero… non so dirvi chi abbia messo le pietre aderenti al corpo del bambino, forse sono le stesse che sono servite ad ucciderlo e che sono cadute in quel posto per cui il cadaverino si è venuto a trovare nel mezzo…
- Chi ha tolto il fazzoletto dalla bocca di Rocco?
- Il fazzoletto fu tolto dall’Alessio che poi se ne servì per pulire il sangue che imbrattava la fronte del bambino stesso
- E poi?
- Poi andammo al torrente a lavarci e tornammo in paese
- Chi ha sistemato il libro e i quaderni sotto il cadaverino?
- Alessio
Gli altri due compari vengono subito rintracciati e arrestati. Antonio Arnone conferma sostanzialmente le dichiarazioni di Mollo, eccetto che per le divisioni delle responsabilità. Secondo il suo racconto non sarebbe affatto vero che Giovanni Mollo ebbe un ruolo marginale in tutto quell’orrore: fu proprio lui a togliere i pantaloncini e le mutandine a Rocco e fu ancora Mollo che legò il fazzoletto dietro la nuca del bambino e anche lui lo colpì con la frusta. Infine fu proprio Mollo a vibrare il primo colpo di pietra sulla testa di Rocco. Nessuno è, secondo Arnone, più o meno colpevole degli altri. Tutto è stato fatto da tutti. Diversamente da Mollo, Arnone sostiene anche che, prima di arrivare in quel maledetto posto, erano davvero andati a mangiare le nespole e che Rocco ne mangiò tre, tre come i suoi assassini.
Giorgio Alessio, invece, si dichiara innocente. Lui quella sera non era affatto con i suoi compari. Il pretore gli contesta il fatto che, appena portato in caserma, si è dichiarato colpevole, come mai?
- L’ho fatto solamente in seguito alle pressioni ed alle percosse avute dai Carabinieri – dichiara ma, invitato dal Pretore a mostrargli i segni delle percosse, si toglie la camicia e mostra il torace sul quale, però, non si nota alcun segno di percosse
Ma nel confronto con Arnone si tradisce quando gli chiede
- E quando scendevamo come eravamo?
Sono proprio quello scendevamo e quell’eravamo che convincono i giudici della sua partecipazione al brutale omicidio, così i tre vengono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di
a) omicidio commesso in concorso fra loro per avere con crudeltà, mediante colpi di sassi vibrati reiteratamente alla testa da tutti gli imputati, cagionato la morte di Rocco dopo essersi congiunti carnalmente, con violenza e minaccia con lo stesso, al fine di assicurarsi l’impunità per detti reati e profittando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica del ragazzo di 8 anni
b) del delitto di violenza carnale commesso in concorso tra loro per essersi congiunti contro natura, con minaccia e violenza, in aperta campagna con Rocco di 8 anni
c) atti osceni in luogo pubblico.
Inoltre, Mollo dovrà essere processato anche per il tentato omicidio e la violenza sessuale sull’altro bambino.
Anche il Diavolo dovrà comparire in aula per rispondere dei reati di violenza carnale contro natura, atti osceni e atti di libidine.
Appena il dibattimento si apre, Mollo e Arnone ritrattano tutto, sostenendo di essere stati costretti a confessare a causa delle minacce e delle percosse dei Carabinieri, ma non ci sono riscontri in tal senso. C’è, però, nella ritrattazione dei due un elemento che potrebbe essere preso in considerazione: tutti e due adesso sostengono di avere falsamente accusato Giorgio Alessio e di questa circostanza ne hanno fatto partecipi i compagni di cella, molto tempo prima della loro ritrattazione, tant’è che viene ammessa come prova una dichiarazione autografa degli allora compagni di cella dei due che scagionerebbe Alessio.
Ma la Giuria non ne tiene conto e il 26 luglio 1953 ritiene i tre imputati colpevoli dei reati ascritti, esclusa l’aggravante della crudeltà nell’omicidio perché, scrivono i giudici, la mancanza di armi imponeva di scegliere fra il sasso e lo strangolamento che per il contatto fisico con la vittima doveva apparire ai tre ancora più ripugnante. Il delitto, secondo i Giudici, è maturato in un ambiente degradato: è noto infatti che negli strati inferiori della popolazione, e specialmente nelle campagne, la promiscuità di vita dei vari componenti della famiglia (viventi talora in un solo ambiente quando non dormiente addirittura in un unico letto) e la libertà di cui godono i ragazzi producono una rapida conoscenza, da parte di costoro, di tutto ciò che riguarda il sesso e che la masturbazione collettiva o reciproca è molto diffusa, fino a che l’età adulta non rende possibile la conquista di una donna: non si tratta quindi di una deviazione del senso, più o meno connessa ad una affezione morbosa, psichica, ma soltanto di un protrarsi di quella fase di indiscriminazione dei sessi che fra i ragazzi più evoluti – o semplicemente meno poveri – si esaurisce con maggiore rapidità. Quindi le condanne: Giovanni Mollo viene condannato a 26 anni di reclusione tenendo conto della minore età all’epoca dei fatti e sommando alla condanna per la violenza sessuale e l’omicidio nei confronti di Rocco, anche la violenza nei confronti dell’altro bambino e le lesioni in danno di questo (viene escluso il tentato omicidio); Antonio Arnone viene condannato a 20 anni di reclusione, tenendo conto della minore età allepoca dei fatti; Giorgio Alessio prende 30 anni.
Leonardo Risafi viene ritenuto colpevole del reato di atti di libidine violenta con la diminuente del vizio parziale di mente e condannato a 10 mesi e 10 giorni di reclusione con la sospensione condizionale della pena.
La Procura della Repubblica non ci sta e ricorre in Appello, come ricorrono in Appello anche gli imputati e le parti civili.
Se la violenza carnale reca le stigmate della bruta animalità, l’omicidio risulta commesso sotto il segno della paura. Il fatto considerato dalla Corte e cioè che i prevenuti appartenevano a famiglie misere ed erano senza istruzione, non può assurgere a circostanza attenuante, protesta la Procura nel ricorso.
Il 20 luglio 1955 la Corte di Appello di Catanzaro, rigettati tutti i ricorsi, e considerato  che il reato di atti osceni in luogo pubblico è estinto per amnistia, le pene devono essere così rideterminate: 29 anni e 4 mesi per Alessio, 25 anni e 6 mesi per Mollo, 19 anni e 6 mesi per Arnone. Inoltre dichiara condonati 3 anni per ciascuno degli imputati.
Il successivo ricorso per Cassazione verrà rigettato per assenza di motivazioni.[1]
A Rocco piacevano le nespole…


[1] ASCS, Processi Penali.