domenica 24 dicembre 2017

PERDUTA E DISONORATA

Manca poco alla mezzanotte del 2 luglio 1902. Qualcuno prende il fresco vicino al Crati, qualcun altro sta affacciato dalla finestra. Una donna attraversa il ponte di San Gaetano e va verso il rione Spirito Santo, entra in un portone, sale due rampe di scale e poi bussa ad una porta
- Che ci fai qui a quest’ora? – le dice l’uomo
- Una disgrazia… Eugenio ha ammazzato sua moglie, corri a vedere…
L’uomo, Santo Gentile, non se lo fa ripetere due volte e corre verso la casa di suo cugino Eugenio. La donna, Luigina Gentile, cugina dei due, resta in quella casa. Chiude la porta e si dirige sicura verso una stanza da letto dove stanno cercando di prendere sonno suo zio Francesco e sua moglie. Luigina si avvicina al letto dalla parte dove è coricato suo zio e gli dice
- Sei contento che per cagione tua son rimasta in mezzo alla via?
- Cosa vuoi da me? tu non hai saputo fare… non dovevi far vendere la roba della bottega… – le risponde con tono acido
Luigina non replica. In silenzio sfila dalla manica un trincetto da calzolaio e vibra un tremendo colpo all’addome dello zio, poi estrae la lama ed esclama
- Prenditi questo!
Mentre lo zio urla per il dolore e la zia urla per chiamare al soccorso, Luigina con calma esce e ripercorre la stessa strada. Mentre riattraversa il ponte lascia cadere a terra il trincetto, poi si dirige verso la stazione ferroviaria di Cosenza Casali.
L’Appuntato Nicola Salvatelli e il Carabiniere Pasquale Passeri sono di pattuglia davanti alla stazione di Cosenza Casali quando Luigina li ferma
- Arrestatemi… ho accoltellato mio zio…
Il Maresciallo Leopoldo Tasso bestemmia quando lo svegliano ed è ancora mezzo addormentato quando Luigina comincia a raccontargli la sua storia, ma il torpore svanisce subito
- Ho ventire anni, sono nata a Campobasso e sono sposata con Giuseppe Iaccini – esordisce, poi, tirato un lungo respiro, continua –. Allorquando mio padre morì nelle carceri di Orvieto, condannato a 12 anni per omicidio, prima di partire per la casa penale mi consegnò in custodia con mia sorella ed un fratello presso il mio zio Gentile Francesco d’anni 56 di Fiumefreddo Bruzio e qui dimorante in Via Spirito Santo. contavo allora l’età di 13 anni e quel satiro, abusando della mia inesperienza, incominciò a corrompermi con atti di libidine consumando le sue voglie su di me, continuando tale stato di cose sino all’età di 20 anni. Un bel giorno, circa 3 anni orsono, detto mio zio approfittando del momento che nessuno vi era in casa, dopo avermi mezza ubbriacata, mi tolse l’onore congiungendosi carnalmente, continuando tale fatto per un buon lasso di tempo, abusando di me sia con minacce che con lusinghe. Rimasta incinta di circa 5 mesi, per tema d’esser scoperto, tentò invano di farmi abortire obbligandomi a bere dell’acqua di malva e di quella di erba di vento, facendomi prendere dei semicupi ai piedi e dei bagni freddi per tutta la vita, mi portò anche un medicinale che disse essere una pozione, mettendone soltanto una delle due cartine in un bicchiere di acqua. Non vedendo alcun esito, sempre con la scusa che mi faceva abortire si congiungeva più volte con me anche contro natura ed io che pur di soffocare lo scandalo avrei sopportato qualunque cosa, lasciai che egli mi rovinasse in tal guisa, sottoponendomi per dieci o quindici giorni ad essere zimbello delle sue turpi voglie. Finalmente, persuasosi che non si poteva più tenere celata la mia gravidanza giacché il ventre era notevolmente ingrossato, e che d’altra parte l’aborto non veniva, si confidò con la moglie e al nono mese, adoperando ogni segretezza e facendomi assistere dalla levatrice patentata Farsetti, il giorno 2 settembre 1900, nella casa di detto mio zio, davo alla luce un figlio maschio che, trasportato al Brefotrofio, dopo 3 giorni morì. Anche successivamente mio zio cercò di godermi carnalmente, ma ebbi la forza di resistere anche perché mia zia, la quale non ha alcuna colpa nell’accaduto, non cessò di consigliarmi a non aderire mai più alla prave voglie del marito. Benché mi capitasse varie proposte di matrimonio, mio zio per tema di perdermi sempre le rifiutava. Quando, essendosi presentato a chiedermi in isposa Iaccini Giuseppe detto mio zio, dopo averlo ingannato dicendo che ero ancora vergine, si decise a farmelo sposare, come infatti tale matrimonio si effettuò il 2 maggio 1901 e mio zio ha avuto il coraggio di farmi proposte disoneste perfino in quel giorno in cu dovevo passare a matrimonio. Accortosi mio marito che non ero nello stato normale, tentai sulle prime di persuaderlo che era stato un giovane a me sconosciuto col quale amoreggiavo, ma poscia, saputo il fatto dalla voce pubblica, dopo pochi giorni mi obbligò a svelargli il segreto tanto nascosto in seguito alle minacce di mio zio. Saputo il fatto, detto mio marito, il 21 giugno, manifestando il proposito di partire fra breve per l’America e dandomi soltanto lire sette oltre degli ori che mi aveva comprato e di altri poco oggetti di casa giacché pensò di vendere e di trattenere per sé la moneta che ricavò dalla vendita degli oggetti di bottega da salumaio che aveva col suo denaro comprato a mio nome in seguito a suggerimento di mio zio, mi abbandonò dicendo che non poteva sopportare tale sfregio al suo onore. Vistami perduta e disonorata da un uomo che doveva proteggermi l’onore, andai ad abitare per qualche giorno in casa di mio cugino Eugenio Gentile. Vedendomi alle strette col più pressante bisogno, sentendomi mortificata perché ero costretta a vivere alle spalle di un mio parente che vive di lavoro, tormentata continuamente dal ricordo della mia sventura, mi saltò in mente di vendicarmi contro chi era la causa di tutti i miei danni. Ieri sera, verso le 23, mi levai da letto e senza che i miei cugini si accorgessero di nulla, provvistami di nascosto di un trincetto che trovavasi nel panchetto di lavoro di mio cugino e che riuscii a trovare malgrado l’oscurità della notte, uscii furtivamente di casa, andai di filato in quella di mio zio  e
Luigina finisce in camera di sicurezza e i Carabinieri iniziano le indagini andando a verificare le condizioni del ferito che, in effetti, ha una ferita da punta poco sopra l’ombelico, giudicata dal medico che lo ha visitato, pericolosa di vita.
- Come sono andate le cose?
- Non mi fido di parlare
- Su, forza, raccontate i fatti – insistono il Maresciallo Tasso e il Pretore Enrico Granata che, nel frattempo, lo ha raggiunto – chi vi ha ferito?
- Mi ha ferito mia nipote Luigiail ferimento è avvenuto a mezzanotte… – farfuglia – e non posso dirne i motivi perché mi sento tanto male da sentirmi uscire l’anima
- Su, sforzatevi, bastano pochi minuti e poi potrete riposare e guarire
- Io sono cieco da circa 13 anniNon vi è stato alterco di sortamia nipote ha premeditato il reato da quanto vado a dirementre io e mia moglie eravamo supini nel letto coniugale, quella, appena dette le parole: “Vedi come sono ridotta?”, mentre io non avevo ancora finito di dire che era tutta sua colpa se le avevano venduto la bottega, di botto con un trincetto mi ha vibrato un colpo al ventre
- Perché ha questo forte risentimento nei vostri confronti? Le avete fatto del male?
- Io ho tenuto in casa mia nipote per 14  anni la quale si lasciò disonorare non so da chi e di poi si diede anche ad un farmacista, anzi costui sarebbe stato il primo a goderne i favori
- E anche voi…
- Sicuramente à tentato pure menon posso negare che qualche volta ne ho goduto anche io i favori in questo stesso letto nel mentre mia moglie era profondamente addormentata, anzi una volta, svegliatasi, nel vederla accanto a me fece una scenata violenta e chi sa quali altre maggiori conseguenze si sarebbero deplorate se fosse riuscita a raggiungerla! Il commercio carnale fra me e mia nipote ebbe luogo circa 4 anni addietro per tre o quattro volte e da quell’epoca io feci a meno di congiungermi più con lei. due mesi dietro essa passò a matrimonio ma il marito poco dopo l’abbandonò adducendo di essere stato ingannato sulla verginità della moglie
Poi fa segno che non ce la fa a parlare oltre e non gli viene fatta alcuna domanda sul bambino partorito da Luigina.
- È falso assolutamente che io abbia avuto, pria che con mio zio, relazioni carnali con un farmacista, mentre con costui non vi furono che brevissime relazioni amorose per fine di matrimonio, tantoppiù che io ruppi i rapporti appena seppi che era soltanto un garzone di farmacia. È falsissimo pure che fossi stata io a darmi spontaneamente a mio zio e che fossi andata nel suo letto mentre la moglie dormiva e che una volta, svegliatasi, mi avesse inseguita – replica sdegnata alle contestazioni che le muove il Pretore.
Un bell’affare. E mentre gli inquirenti si scervellano per venirne a capo, Francesco Gentile muore per la peritonite settica sviluppatasi nello stesso per effetto del ferimento che ha dato luogo all’infezione del cavo peritoneale e che è stata occasionata dalla qualità dell’arma feritrice, essendo nota la virulenza settica irreparabile dei coltelli da calzolaio, identica a quella dei ferri adoperati per le autopsie. Parola del dottor Felice Migliori.
Poi si stabilisce con certezza che Luigina ha davvero partorito un bambino. A confermarlo è la levatrice Teresina Farsetti che l’ha assistita durante il parto
- La giovane dette alla luce un bambino che io, giusto il desiderio della famiglia, denunziai come figlio di genitori ignoti. E siccome il Gentile per soffocare lo scandalo richiese che né io  né mia sorella fossimo andate a casa loro, così non ci facemmo vedere. Malgrado le ripetute domande allo zio e alla giovine, nessuno dei due avea voluto rivelare il nome della persona che avea reso madre la giovine medesima
 La vedova di Francesco Gentile smentisce sia Luigina che il marito
- Mia nipote mi confidò che trovavasi all’ultimo mese di gravidanza e io non insistetti per vergogna di sapere chi fosse stato a renderla incinta. Non mancai d’informare mio marito di quella confidenza e lo stesso, mostrando d’inquietarsi, s’armò di un rasoio e inseguì per le stanze la nipote, senza però raggiungerla e farle del male. Mio marito non mi ha mai confidato di avere avuto rapporti carnali con la nipote, né io ebbi ad intavolare il discorso su tale argomento – poi si lascia andare a una rivelazione che potrebbe cambiare l’esito del processo –. In ogni modo, dopo lo sgravio di mia nipote, sospettando che essa potesse tradirmi con mio marito, la tenni d’occhio ed una notte, avendo avvertito del rumore nel letto, ritenni che quei due si stessero unendo carnalmente. Balzai dal letto ma non intesi né vidi altro, né mi fu possibile di andare nella stanza vicina dove dormiva mia nipote, attesa l’oscurità e la mia cecità
L’impressione è di trovarsi davanti a una testimone reticente, ma comunque un passettino in avanti consente di farlo. Importanti sono le dichiarazioni di Eugenio Gentile, cugino di Luigina e nipote della vittima
- La disgraziata mia cugina, quando il padre andò in carcere per un omicidio, prese stanza presso suo zio, il quale ritirò pure una sorellina nonché un fratello minore di quella, però i tre giovani non vivevano a peso dello zio , bensì colla pensione cui ebbero diritto perché il padre era impiegato dello stato. Io, che ero stato beneficato dal padre dei miei cugini, ho avuto delle tenerezze sempre per loro ma, disgraziatamente, non ho potuto mai addimostrarlo a sufficienza perché malgrado fossi ammogliato e non più giovane, mio zio mal mi vedeva in sua casa ed or con un pretesto ed or con un altro, mi dichiarava inimicizia. Io non mi persuadevo di quel contegno, ma ora capisco anche troppo perché la giovine più d’una volta mi raccomandò di non sedermi accanto a lei perché lo zio era sospettoso. Io ero sicurissimo della onestà della povera giovine e, animato dal desiderio di aiutarla, mi capitò di poter proporre per lei un buon matrimonio con Iaccini Giuseppe, agiato contadino arricchito in America. Ben tosto però si sparse la triste notizia che il Iaccini era stato ingannato perché non aveva trovato la moglie zitella e tantoppiù rimase dolente quando successivamente apprese che a togliere l’onore alla giovinetta era stato colui che avrebbe dovuto usarle cure paterne, il proprio zio e tutore Gentile Francesco
E le cose cominciano a quadrare quando a parlare è Giuseppe Iaccini
- Avevo saputo che mia moglie, al pari dell’altra sorella, avea fatto una vita ritiratissima in casa; sospettai che fosse stato a disonorarla qualcuno di sua famiglia, facilmente suo cugino Alberto. Però ben presto si sparse la voce e me lo riferì mia madre, che ad avere contatto carnale con mia moglie era stato suo zio Francesco e che da tale unione era anche nato un figlio
Che Luigina fosse una ragazza onestissima e avesse condotto una vita ritiratissima in casa lo sanno tutti e tutti lo attestano davanti al Pretore, ma non costituisce prova e così l’8 novembre 1901, la Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Catanzaro rinvia a giudizio Luigina Gentile con l’accusa di omicidio premeditato.
Il dibattimento è fissato per il primo marzo 1902 ma viene subito rinviata perché Luigina durante la prima udienza ha un attacco di convulsioni e deve essere portata via.
Dietro ordine di Vostra Signoria Ill.ma, ieri sera e stamattina mi sono recato in queste Carceri di S. Agostino per visitare ed osservare la detenuta Luigina Gentile, la quale nell’udienza di ieri fu colta da malore e forme convulsive che durarono parecchi minuti.
La Gentile, da me accuratamente visitata, nulla di anormale presenta nel suo organismo da meritare la mia attenzione: dotata di ottima costituzione fisica, ha 23 anni ed ha esuberanza di pannicolo adiposo; è pallida alquanto e ciò è in rapporto ed in conseguenza della vita che fa in un luogo chiuso, senza moto ad aria libera. I suoi organi interni sono normali, specialmente i suoi centri nervosi ed il sistema vascolare, per come ho potuto raccogliere da un accurato esame sensiologico.
Ella mi ha riferito, dietro mia domanda, che diciotto mesi or sono, essendo al terzo mese di gravidanza, fu colta dallo stesso malore e così nove giorni or sono, trovandosi a pregare con un’altra detenuta nella cappella di queste carceri.
Ella mi ha assicurato che quando è colta da questa forma di deliquio, pur non potendo rispondere, avverte le persone che le stanno dattorno e che la soccorrono.
Dopo ciò mi son fatto il criterio che la Gentile soffre di accessi isterici e che nell’accesso  di ieri vi ha influito la preoccupazione morale per il processo che si svolge a suo carico, l’avere in atto la mestruazione, che è punto abbondante ed il non aver preso cibo dal giorno innanzi.
Ecco quanto ho l’onore di rapportare alla S.V. Ill.ma giusto la sua richiesta ed i suoi ordinativi.
Dott. Cesare Elia
Il 7 marzo, ripresasi, Luigina ascolta la lettura della sentenza che la manda assolta dall’accusa di omicidio premeditato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 20 dicembre 2017

AFFILIATO ALLA MANO NERA

Houston Pa 13 ottobre 1913
Mia carissima madre
Vi scrivo questa mia lettera colla quale con molto dispiacere vi vengo a dare una brutta notizia vi fo sapere che il mio fratello francesco e passato alaltra vita e lano amazato e la amazato il Giuseppe di Gazzara Verta il giorno 5 di questo mese e sucesso che la sparato a campato 3 giorni ed e morto giorno 7 e voi non potiti credere il grande dispiacere che sento al mio cuore pensando che non lo nemeno veduto che lui era distante da dove sono io e ame mi anno fatto il telegrammo dopo che lavevano seppelito e aquesto che la amazato ancora non lano preso il mio fratello e stato un mese acasa mia tutto il mese di settembre e lui era andato asi pigliare la cascia e altre cose per sine venire a casa mia e andato e non e tornato piu e io sono andata al posto dove che e successo il fatto e non o concluso nienti che lo trovato suppelito Non altro saluto atutti cara madre non vi credeti perche e successo che e stato 8 giorni primo anno avuto parole di niente e dopo 8 giorni la sparato a tradimento di una finestra basta non altro e saluto a tutti di famiglia vi salutano tutti la mia famiglia vi saluto io e mio sposo avoi e vi cerco A.S.B. e sono la vostra adorata figlia Antonietta Iaquinta
Adio pronta risposta
Il mio dirizo e questo
Houston Pa
Box 297

Man mano che la lettura va avanti, Anna Maria Iaquinta, la madre di Antonietta e Francesco, cambia colore diventando bianca come un lenzuolo. Le lacrime le rigano il volto mentre le mani ossute tormentano il fazzoletto che si passa sul viso per asciugarlo. Poi si abbandona alla disperazione dimenandosi, battendosi il viso e strappandosi i capelli. Suo figlio non tornerà più da quella terra lontana dove era andato a cercare la fortuna che non aveva trovato a San Giovanni in Fiore, come decine di paesani. È il 13 novembre 1913.
La notizia è di quelle che non possono passare sotto silenzio e la voce in paese si sparge in men che non si dica e arriva anche alle orecchie attente del Delegato di P.S. Luigi Zangrilli e del Maresciallo dei Carabinieri Antonino Fava. I due, di concerto, si mettono a indagare e non ci mettono molto a scoprire che Giuseppe di Gazzara Verta, il tale indicato nella lettera come l’assassino di Francesco Iaquinta, altri non è che il trentaseienne Giuseppe Veltri, alias Gazzarra. Scoprono anche che Veltri è appena tornato dall’America e decidono di andarlo a prendere per sentire che cosa ha da dire in merito a un’accusa così precisa. L’uomo, però, prevedendo la mossa delle forze dell’ordine, il 15 novembre si presenta spontaneamente nella Caserma dei Carabinieri e racconta la sua versione dei fatti
- Otto giorni prima che lo uccidessero, era una domenica verso mezzogiorno, ho avuto uno scambio di parole vivaci con Francesco Iaquinta, detto Paolo Pino, nella sua casa a Dola, una cittadina mineraria del West Virginia. Io abitavo lì vicino, a Rosebud e lavoravano in miniera come tanti altri compaesani, almeno una quarantina, che sono lì. Dicevo della lite… io, Antonio Mazza, Giovanni Maone e altri eravamo davanti casa, seduti a tavola che mangiavamo e bevevamo; sul tavolo c’era un caciocavallo. All’improvviso alle nostre spalle è arrivato Francesco Iaquinta che ha conficcato con violenza un coltello nel caciocavallo. Sorpresi dall’atto chiedemmo spiegazioni ed egli per giunta ci sfidò alla scherma siciliana. “Io sono di San Giovanni in Fiore!” gli ho risposto e poi ho aggiunto che avrebbe dovuto lasciarci in pace perché altri potevano ammazzarlo per noi. Iaquinta si arrabbiò e, tolto il coltello dal caciocavallo, ripetè la sfida. Gli altri amici si sono messi in mezzo e lo hanno allontanato. Iaquinta, però, appena ha raggiunto i binari della ferrovia accanto alla casa, ha cominciato a urlare: Chi ha coraggio si faccia avanti! ma gli amici gl’ingiunsero di andarsene, diversamente ritornando in quel luogo avrebbe avuto una mala creanza. A questo punto ha cominciato a chiamarci cornuti e poi si è allontanato, accompagnato dal Caporale della miniera che lo avvertì di non più farsi vedere. Invece è tornato giorno 5 ottobre. Ma quando gli hanno sparato, era già sera, io ero a casa mia che è vicina al luogo dell’omicidio, in compagnia della mia padrona di casa Chiara Angotti Fragale, di suo marito e di suo cognato. Ricordo, in proposito, che quando abbiamo sentito lo sparo la signora ha detto: Hanno sparato, chi sa cosa può essere. E il marito ha risposto: Non c’è da allarmarsi, ne sparano tante fucilate… subito dopo abbiamo sentito alcune donne che gridavano, siamo andati a vedere e abbiamo trovato Iaquinta ferito in casa, insieme ai padroni. Dicevano che gli avevano sparato da fuori, attraverso la finestra mentre era girato di spalle. Gli ho chiesto se sapesse chi gli aveva sparato e lui mi ha risposto: Che! Cosa ne so io? E poi basta. C’era un sacco di gente in quella casa e i Caporali della miniera ci hanno consigliato di portarlo all’ospedale St. Mary di Clarksburg, così io, Salvatore Ficatiellu Schipani e Antonio Mazza  lo abbiamo messo in una coperta e ci siamo avviati all’ospedale. Mentre eravamo alla stazione ad aspettare il treno per l’ospedale, Iaquinta non fece alcun nome nemmeno ai poliziotti che erano lì e che per questo lo hanno chiamato cazzone. Quei poliziotti lo conoscevano come un brutto soggetto perché faceva continuamente questioni nei saloons e nelle botteghe del posto. Dopo averlo lasciato all’ospedale ci siamo allontanati per ritornare dopo un paio di ore e Iaquinta ha chiesto a Mazza di scrivere al fratello Saverio per avvisarlo di quello che era successo e Mazza lo ha accontentato. C’erano un sacco di paesani ma nessuno ha fatto il mio nome come sospetto. Non lo hanno fatto nemmeno il fratello e la sorella che ho trovato e salutato al funerale e non capisco proprio come si faccia a sostenere che sia io l’assassino. Io non sono scappato, dopo il fatto ho lavorato per altre due settimane nella miniera e dopo sono partito per l’Italia. Comunque Iaquinta aveva un sacco di nemici perché era nella Mano Nera, perché proprio io?
Il Delegato e il Maresciallo, sospettando del contegno tenuto da Veltri durante l’interrogatorio, definito cinico e noncurante, e dei precedenti penali dell’uomo che è ritenuto un pregiudicato pericoloso cui furono addebitati altri due omicidi in persona di compaesani in America, decidono di arrestarlo in attesa dell’imminente arrivo di altri sangiovannesi emigrati nello stesso luogo dove è avvenuto l’omicidio. Ma se Veltri è un pericoloso pregiudicato, Iaquinta non scherzava nemmeno perché era un prepotente ed era affiliato alla famigerata setta della Mano Nera. Questo ai due investigatori lo confidano in molti, ma nessuno lo mette nero su bianco, c’è paura che qualcun altro dei paesani emigrati non gradisca che si parli di questo argomento.
Nel giro di qualche giorno vengono convocati Giuseppe Madia, Giuseppe Mancina e Luigi Caputo.
- Trattandosi di un mio connazionale e paesano non mancai di chiedere chi fosse stato ad uccidere il Iaquinta Francesco ma nessuno mi ha saputo dire niente. Sono anche andato a trovarlo in ospedale ma l’ho trovato già morto – dice Madia.
- Saputo il fatto mi recai all’ospedale per vederlo, giacché il medesimo era mio amico, ma sfortunatamente lo trovai morto. Non mi venne la curiosità di sapere chi fosse l’autore dell’omicidio perché quel giorno stesso disposi per la partenza per l’Italia – dice Mancina.
- L’ho saputo dodici giorni dopo e ho chiesto in giro se si sapesse qualcosa sull’autore dell’omicidio e la gente cui mi rivolsi indicò tale Gazzarra Verta che ove mi fosse presentato lo riconoscerei benissimo – esordisce Caputo. Il Delegato e il Maresciallo lo fanno accompagnare al carcere per fargli vedere Veltri e al ritorno continua – L’individuo che LL.SS. dicono chiamarsi Veltri Giuseppe è precisamente quello che io in America ho conosciuto coll’agnomo di Gazzarra Verta. Aggiungo che il moribondo, interrogato dalla polizia, ha dichiarato che il possibile autore del colpo d’arma da fuoco a lui diretto doveva essere il Veltri suddetto
È qualcosa ma se non basta per trattenerlo non è nemmeno troppo poco per rilasciarlo, così viene messa in moto la macchina delle rogatorie internazionali e nell’attesa di nuove prove, il Giudice Istruttore concede una proroga di 90 giorni alle indagini e Veltri rimane in carcere.
Nel frattempo gli investigatori accertano che Madia ha mentito: non è vero che nessuno gli disse il nome dell’assassino perché venti giorni fa trovandosi al servizio di Lopez Eugenio di Tommaso, possidente di qui, raccontò il fatto relativo all’omicidio in persona di Iaquinta Francesco fu Tommaso, aggiungendo che a commetterlo, così come si vociferava, era stato appunto Gazzarra Verta, cioè il Veltri. Tale circostanza è di importanza eccezionale perché messa in essere in tempo non sospetto, in tempo cioè in cui il Madia non pensava nemmeno lontanamente di doverla rassegnare al magistrato. Ormai è certo che la strada per assicurare alla giustizia l’assassino di Francesco Iaquinta è quella buona.
Veltri, intanto, per dimostrare che la sua partenza dall’America non è stata una fuga, fa esibire al Giudice la lettera che spedì l’otto settembre 1913 nella quale anticipava il suo imminente ritorno a casa
Rosebud il 8/9/1913
Cara Sposa
Ho ricevuto la tua gradita lettera sento che godeti ottima salute come pure vine daro la mia continuazione
Dunque cara sposa dal mio zio vi fati dare lire cento e vi comprati uno poco di grano e quatro o cinque tomola di patate e viarraccommando di tenere amente quanto abiati avuto da lmio zio Giovanni e Angioluzo, quindi io non apena ricevo questa lettera mimetterò in viaggio io non mi sono messo in viaggio ora per lomotivo di questa poco dimoneta che non ericevuta mentre io lio sperita giorno quatro e luglio
Non altro mi riesta saluto mia commari e figliano saluto i nostri tutti echi domanda di me a Voi vi saluto e mi dico tuo affettuoso Giuseppe Veltri
Atendo risposta
Allegato alla lettera c’è anche il biglietto per lo zio:
Caro zio
Passati lire cento amia sposa
Non altro vi saluto unito tua famiglia e mi dico tuo nipote Giuseppe Veltri
Passano tre mesi senza che dagli Stati Uniti arrivino documenti; Ernesto Fagiani e Pietro Mancini, difensori di Veltri, spingono per l’immediata scarcerazione e anche il Giudice Istruttore si lagna di questa situazione perché sa di non poter più trattenerlo in carcere e così chiede una proroga di altri sei mesi, che viene accordata. Ma trascorre inutilmente anche questa proroga e il 25 dicembre 1914 il Giudice Istruttore ordina la scarcerazione dell’imputato ma ne dispone il divieto di dimora a San Giovanni in Fiore, insieme a tutta un’altra serie di obblighi e divieti. Veltri si trasferisce nel vicino paese di Cerenzia e aspetta le carte americane.
Dall’America, invece delle carte, arriva Salvatore Schipani che viene subito interrogato e rivela particolari interessanti
- Io e Veltri eravamo vicini di casa e dopo il fatto non l’ho visto né in paese, né alla miniera dove lavoravamo insieme. Però nemmeno la Polizia è venuta a informarsi sui fatti, forse perché, come sanno tutti in America, quando si vuole la Polizia bisogna pagarla
I Carabinieri rintracciano anche una donna, Costanza Bitonti, che ha fatto il viaggio in carrozza da Crotone a San Giovanni con Giuseppe Veltri, quando questi è tornato in paese e qui le cose si fanno interessanti
- Il giorno 11 mattina stavo per pigliare la diligenza a Cotrone onde mi trasferissi in S. Giovanni in Fiore, essendo stata in Catanzaro per parecchi giorni ed ignara di quel che si diceva in paese, quando incontrai il compaesano Giuseppe Veltri di Saverio che, reduce dall’America, andava a pigliare posto nella stessa corriera postale. Conoscendolo, dopo i complimenti d’uso, con certa premura mi domandò quel che si dicesse in paese. Io, credendo che la di lui preoccupazione fosse lo stato della moglie, lo assicurai della salute e della condotta di questa. Non ostante, parve insoddisfatto. In diligenza ridomandai lo scopo del di lui ritorno così all’improvviso ed egli rispose: “L’America è ora guastata, la gente si ammazza e se hai parola con uno subito si fa sospetto e possibilmente dopo certo tempo son capaci di dire che l’hai ammazzato”. Arrivati a Cerenzia, dopo aver salutato il commendatore Domenico Lopez, Veltri scese dalla carrozza dicendo che doveva informarsi bene prima di tornare in paese perché si diceva che era stato lui ad ammazzare Iaquinta. Sia prima che dopo l’abboccamento col Lopez mi sembrò timidoso (preoccupato)
Anche Lopez ha qualcosa da dire in merito
- Quando ci siamo incontrati alla fermata del postale a Cerenzia gli ho subito riferito le voci che correvano a San Giovanni e lui, che mi sembrava tranquillo, mi rispose: E se avevo commesso il delitto me ne venivo in Italia? Con 300 pezze che avevo, avrei fatto fare la causa colà dove la giustizia con denari ti libera subito!  e allora io gli consigliai, sentendosi innocente, di tornare a San Giovanni e presentarsi alle Autorità, potendo la sua assenza legittimare dei sospetti.
La rogatoria arriva il 19 febbraio 1915 e le sorprese non mancano. Giuseppe Veltri viene smentito da tutti i testimoni che lo accusano chiaramente di essere l’autore dell’omicidio di Francesco Iaquinta, ma ciò che subito balza agli occhi degli inquirenti è il clima di paura in cui vive la comunità italiana, e in maggior grado quella sangiovannese, nella contea di Harrison, West Virginia. Paura dettata dalla possibile vendetta di Giuseppe Veltri, tant’è che la gente si decide a parlare quando sa che non può tornare in America perché è carcerato in Italia. Che sia stato anche lui della Mano Nera?
Dalle testimonianze emerge anche un’altra verità intorno alla lite che precedette l’omicidio: quella stessa sera Veltri attese Iaquinta e gli sparò due colpi di rivoltella senza colpirlo. Inoltre non è vero che Veltri tornò al lavoro perché dalla sera dell’omicidio nessuno lo vide più a Dola, così giura Giovanni Lopez, confermando la dichiarazione di Schipani.
Pasquale Angotti invece dice di essere andato a Dola per indagare sull’autore dell’omicidio ma tutti quelli con cui parlò esitavano a rispondere perché avevano paura dell’imputato Veltri. Quando ci tornò tre mesi dopo i fatti, ottenne invece quello che cercava: Veltri minacciò di morte l’avversario nella lite. Inoltre, la donna nella cui casa fu colpito Iaquinta giura che poco prima dello sparo uscì di casa per prendere un po’ di acqua e che incontrò per strada Veltri, alterato, che le chiese se in casa ci fosse stato qualcuno. La donna, che sapeva della lite precedente e aveva paura che potesse accadere qualcosa, gli rispose che non aveva nessuno in casa; quindi alla fontana incontrò la padrona di casa di Veltri che le disse di tenere le persiane delle finestre chiuse perché poteva succedere qualcosa di brutto.
Francesco Laura, alias Trenta Barrini, dice che la sera dell’omicidio stava aspettando il treno alla stazione di Clarksburg quando arrivarono il ferito e i suoi accompagnatori. Iaquinta gli chiese di andare ad avvisare la Polizia, cosa che non fece perché tornò alla sua bottega e che qui lo raggiunse Veltri il quale gli chiese insistentemente se fosse andato ad avvisare la polizia. Di più, qualche giorno dopo Veltri gli chiese se pensasse che a sparare a Iaquinta fosse stato lui.
Può bastare per chiudere l’istruttoria.
Il 17 aprile 1916 la Sezione d’Accusa rinvia a giudizio Giuseppe Veltri per omicidio premeditato e ci vorrà quasi un altro anno prima di arrivare a sentenza. Il 2 febbraio 1917 la Corte d’Assise di Cosenza lo ritiene colpevole del reato e lo condanna a cinque anni, sei mesi e venti giorni di reclusione.
Il ricorso per Cassazione verrà rigettato il 12 aprile successivo e a Giuseppe Veltri restano ancora da scontare due anni e una ventina di giorni.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

sabato 25 novembre 2017

LIMITATA EVOLUZIONE ANTROPOLOGICA

- Un attimo di pazienza, questo è l’ultimo punto… – dice il dottor Arturo Martino, medico condotto di Rende, al cinquantottenne Gaspare Sottile mentre gli sta ricucendo la ferita che ha sulla testa
- Ma cola ancora sangue!
- Un uomo grande e grosso come voi, pazienza! Piuttosto spiegatemi come ha fatto a non ammazzarvi con quel coltello!
- Mah! Sono stato pronto a reagire e a disarmarla, altrimenti mi avrebbe ammazzato veramente!
- E perché lo ha fatto? – chiede mentre attacca del cerotto sulla ferita
- Senza motivo… ci siamo incontrati per strada, si è avvicinata, ha cacciato fuori quel coltello – racconta indicando il coltello con la lama lunga 25 centimetri, ancora sporca di sangue fresco, posato sul tavolo del medico – e mi si è avventata addosso… meno male che avevo il cappello e mi ha riparato un po’ dal colpo… e poi, lo sapete anche voi che è pazza… dovete fare un certificato per farla chiudere in manicomio…
- Certo…certo… qualcosa bisogna farla… intanto voi potete andare, tutto fatto, testa e mano ricucite!
Così Gaspare Sottile esce dallo studio del medico e va dai Carabinieri a sporgere querela contro la sua nipote acquisita, la trentaseienne Giulia Mandarino. È il 27 maggio 1941.
- E non ha detto nemmeno una parola?
- Nemmeno una… senza una ragione… e pensare che le ho cresciuto la figlia… pure testamento a suo favore ho fatto
- Questa è la riconoscenza umana! Ti capisco… a noi Carabinieri nessuno ci è riconoscente e tu che lo sei stato puoi dirlo con me! Scriviamo questa querela contro la pazza!
La predetta alle ore 15,30 circa del 27 corrente, in contrada Cava, sulla via comunale che conduce in contrada Mutilli, aggrediva e colpiva con un grosso e lungo trinciante tale Sottile Gaspare, residente in Rende, appuntato dei cc.rr. in pensione. La Mandarino Giulia, improvvisamente, si avvicinò al Sottile e senza che vi fosse stato scambio di parole di sorta, lo aggredì vibrandogli con il trinciante un colpo con il taglio nella regione parietale destra.
Il Sottile, dopo ricevuto il colpo, si difese disarmando la donna del trinciante che impugnava e con il quale tentava ancora di colpirlo.
La Mandarino Giulia ha più volte dato segni di squilibrio mentale a carattere sanguinario. La tendenza a reati di sangue contro terzi è stata dalla stessa manifestato già in un altro grave fatto del genere e la sua mania è quella di andare sempre armata allo scopo di offesa.
Dato che le tendenze sanguinarie della medesima si vanno manifestando sempre più aggressive, dovuto al suo stato alienatorio, si rende necessario ed urgente inviare al manicomio l’alienata medesima, la quale manifesta continuamente di commettere altri fatti di sangue
- A posto! Adesso l’andiamo a prendere, facciamo un bel verbalino, una visita dal medico condotto che farà il certificato e poi via!
Giulia è seduta davanti al Maresciallo Curzio Iannilli. È calma e fornisce la sua versione dei fatti
- L’ho colpito perché ha sedotto mia figlia Rosa che non ha fatto ancora undici anni. L’hanno cresciuta come figlia dall’età di anni sei. L’anno scorso nel mese di luglio, la moglie del Sottile mi ha avvertita di prendere con me la mia figliola perché suo marito le faceva delle porcherie mettendole il membro fra le cosce e che lei se ne era accorta perché trovava le mutandine della bambina sporche e che la stessa bambina, da lei interpellata, aveva detto che effettivamente lo zio le faceva cose sporche regalandole dei soldi
- Attenta che questa è un’accusa grave! – l’ammonisce il Maresciallo, che poi le fa segno di continuare
- Io allora ritirai la bambina in casa mia e rimproverai il Sottile il quale tutto negò. In seguito mi ha invogliato a restituirgli la bambina promettendo che le avrebbe lasciato la casa ed io, che avevo creduto che la moglie avesse detto una bugia, ho fatto ritornare la bambina in casa sua. la bambina sempre mi diceva che lo zio continuava a farle porcherie ma lo zio, ai miei rimproveri, rispondeva che non era vero. Finalmente, nel gennaio ultimo feci visitare la mia figlia dal dottor Morcavallo il quale ordinò dei lavaggi e scrisse una ricetta, ma la moglie del Sottile la strappò. Io nemmeno dopo la visita ho creduto a quello che diceva la bambina, poi mi sono persuasa che il fatto era vero e ho ritirato mia figlia in casa mia. Il giorno del ferimento, io col coltello mi avviavo in campagna per trovare delle erbe; incontrai il Sottile e lo rimproverai ancora una volta, ma avendomi egli risposto con una mala parola lo colpii
- Quindi?
- Vi presento la querela in carta da bollo… Io voglio la punizione del Sottile che ha rovinato mia figlia e l’ha ingannata non donandole la casa che le aveva promesso! Voglio giustizia perché qui c’è la pena di morte! – termina porgendo un foglio al Maresciallo il quale, dopo aver dato un’occhiata, gliela restituisce
- Non la posso accettare, non è firmata da vostro marito… la querela è a nome suo e non l’ha firmata…
Giulia viene chiusa in camera di sicurezza e il Maresciallo va dal medico condotto che compila un prestampato col quale certifica che la donna è colpita da alienazione mentale e dichiara l’urgenza assoluta di inviare al manicomio l’alienata medesima. Poi va dal podestà e ottiene che sia scritta al Procuratore del re una proposta di ricovero nel manicomio. Ma c’è qualche incongruenza
Il medico condotto Dott. Martino, interessato per la visita della Mandarino, ha concluso come dall’accluso certificato e cioè per il ricovero della stessa presso il manicomio.
E poiché, nonostante i ripetuti inviti da me rivolti ed al marito ed ai parenti più intimi della Mandarino perché avessero presentato a questo ufficio quattro testimoni per deporre sulla effettiva pericolosità, per sé e per gli altri, della Mandarino predetta e quindi sulla necessità ed urgenza del di lei ricovero nell’ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore, non solo essi non hanno ottemperato all’invito, quanto hanno protestato e dichiarato che la loro congiunta gode perfetta salute sotto tutti i rapporti e non è affetta da alienazione mentale.
Nessun altro cittadino è stato disposto a dichiarare quanto sopra. Per quanto si riferisce al ferimento prodotto dalla Mandarino, con arma da punta e taglio, in persona del Sig. Sottile Gaspare, i parenti della stessa Mandarino dichiarano che i moventi sono da attribuire ad altre ragioni e non alla pretesa pazzia di essa.
Ciò premesso, pregiomi trasmetterVi i suindicati documenti, con preghiera di voler disporre i provvedimenti da adottare in merito.
C’è da fare un distinguo: sono i fratelli di Giulia a sostenere che non è pazza, il marito, che non firma niente, invece assicura che lo è. I fratelli di Giulia ne confermano il racconto e presentano anche dei documenti che lo avvalorano. Una lettera del Dott. Vincenzo Sicilia, datata 27 maggio 1941, indirizzata a tale Carmine Zupo, molto significativa:
Caro compare, la bambina che io ho visitata stamattina in presenza della madre è stata effettivamente deflorata, avendo io riscontrato la rottura dell’imene. Debbo per coscienza dire che questa rottura non è di data recente, ma di vecchia data. Ho consigliato alla madre di non farne parola perché tutto andrebbe a danno della bambina. Piuttosto si dovrebbe rivolgere allo zio chiedendogli della moneta, tanto più ch’è ricco, e mettere la moneta in un Istituto bancario intestato alla bambina.
Saluti a te e a tutti di casa
P.S. Se il referto medico ti interessa mi devi fare sapere per quale uso ti serve e così io mi regolo se debbo scriverlo su carta semplice o su carta bollata con una marca del sindacato medico. In carta bollata occorrono £ 2 per la marca e £ 4 per la carta
Inaudito! Ma perché il medico scrive a Carmine Zupo?  Per il semplice motivo che Zupo scrisse un biglietto di presentazione al dottor Sicilia dopo che Giulia gli aveva raccontato la sua storia e lui le aveva consigliato di rivolgersi al medico.
L’altro documento che i fratelli di Rosa presentano al Maresciallo è il famoso testamento, o presunto tale, che Gaspare Sottile scrisse in favore della bambina:
Trovandomi sano di mente e di corpo, col presente testamento olografo lascio erede della mia casa posta in S. Chiara, acquistata dal Comune di Rende, la propria mia nipote (…) da impossessarsene sempre dopo il decesso mio e di mia moglie, rimanendone usufruttuari. Tale lascito rimane subordinato in senso da mantenersi affezionata verso di me e di adempiere nei doveri di assistenza verso di me.
Rende, 14 luglio 1940
Racconta Michele Mandarino
- Io non volevo credere a quanto asseriva mia sorella, volli accertarmi della verità e parlai della cosa alla moglie del Sottile, la quale mi disse che effettivamente era vero che il marito aveva fatto delle porcherie alla ragazza e che la ragazza stessa lo aveva a lei confidato
Poi Umberto, l’altro fratello
- Il fatto lamentato da mia sorella per la figlia è vero. ella lo ripeteva sempre ma io non le avevo mai creduto. Nel mese di luglio dell’anno scorso volli domandare direttamente al Sottile e alla moglie. La moglie mi disse che era vero perché lo aveva saputo dalla bambina, ma il marito negava e, nel dirmi di non parlare più della cosa, mi consegnò un testamento in favore della bambina. L’ho chiesto anche alla bambina e mi ha risposto di si; non le chiesi altro, né altro mi disse. Quel si mi aveva commosso fino al pianto. Io riferii a mia sorella il colloquio avuto con i coniugi Sottile e le dissi che il Sottile mi aveva consegnato il testamento e così per qualche tempo ella si acquietò. In seguito, non so da chi consigliata, volle consegnato da me quel testamento. Ritengo che il suo consigliere le avrà detto che quella era carta senza valore perché il Sottile ne avrebbe potuto fare un altro in favore di altri. Mia sorella non è pazza. Certamente il fatto della figlia l’ha disturbata, come è naturale
Anche il dottor Oreste Morcavallo, che aveva visitato la bambina trovandola affetta da vulvovaginite non è convinto che Giulia sia pazza
- È un po’ stramba e violenta, ma non la ritengo pazza
- Quando avete visitato la bambina avete constatato se era vergine?
- Non ho osservato se la bambina era deflorata o meno perché la madre me la condusse per osservare e curare la vulvovaginite e non mi parlò affatto di porcherie che avrebbe fatto il Sottile sulla bambina. Fu in un secondo tempo che me ne parlò
Antonio Sottile, il marito di Giulia, la pensa in modo diametralmente opposto, sebbene non voglia firmare la richiesta di internamento
- Non ho nessuna richiesta da fare alla giustizia per quanto ha riferito mia moglie circa la mia figliuola, perché non è nulla vero di quanto mia moglie asserisce, ed è stata lei a suggerire a mia figlia di accusare mio zio Gaspare. Mia moglie sempre mi ripeteva che mio zio faceva delle porcherie a mia figlia ma io non ci ho mai creduto e non ci credo perché un fratello di mio padre non poteva arrivare a questo verso una figlia mia
- Secondo te perché lo ha colpito?
- Non so perché, certo è che ella non è sana di mentenel 1933, da una cassa da me chiusa, prese una rivoltella e mi venne in cerca per uccidermi. Mi trovò in casa di un mio zio e la fortuna fu quella che i miei parenti si accorsero subito ed intuirono in tempo il progetto della sventurata pazza e la disarmarono. Io nulla le avevo fattoera un momento così che le passava per la testa…  – Antonio omette, però, di raccontare tutte le privazioni e le violenze a cui sottoponeva Giulia, tali da esasperarla al punto di volerlo uccidere.
Si potrebbe chiedere alla bambina. Il Maresciallo la fa portare in caserma, ma la piccola, intimorita, non apre bocca. Poi, solo dietro continue e ripetute insistenze, dice
- Mio zio Gaspare Sottile mi faceva cose bruttemi faceva porcherie
Le carte vengono richieste dalla Procura di Cosenza e Giulia, dovendo allattare il suo ultimo bambino di 3 mesi, viene messa in libertà provvisoria. I giudici vogliono vederci chiaro nella faccenda della violenza alla bambina e interrogano di nuovo tutti i testimoni e valutano se sottoporre la piccola a perizia medica. Nel frattempo parte la richiesta per il ricovero coatto di Giulia in manicomio e, nell’attesa,viene di nuovo arrestata e portata col suo bambino nel carcere di Cosenza.
Qualcosa, qualche manovra deve essere stata messa in atto perché il dottor Sottile compila un nuovo certificato sulle condizioni della bambina e lo fa recapitare al Maresciallo con una lettera di accompagnamento. Il certificato conferma che la piccola è deflorata, ma questa volta Sottile specifica che nessuna [lesione] fresca sia della mucosa labiale, sia di quella vaginale ho riscontrato e neppure contusioni, graffi, morsi sulle diverse parti del corpo (vecchi o freschi). La narrazione della Sottile, fattami in presenza della madre, non mi è sembrata tanto sincera per quanto ha sempre asserito ch’è stata deflorata dal sig. Sottile Gaspare. Ritengo che la congiunzione carnale che ha prodotto la rottura dell’imene sia avvenuta da più tempo. Faccio appello alla giustizia, anche per debito di mia scienza e coscienza, di sottoporre la Sottile ad un minuzioso interrogatorio, facendola osservare da un altro sanitario.
Sconcertante. E se queste parole sono sconcertanti, quelle contenute lettera che scrive al Maresciallo sono di un livello molto superiore:
Montalto Uffugo 6.6.1941
Gentilissimo Maresciallo, anzitutto vi porgo i miei saluti affettuosi.
Poi passo a dirvi che, essendo venuta stamattina di buon’ora Mandarino Giulia, madre della ragazza, ho dovuto compilare il referto medico che troverete qui dentro.
La ragazza, che è stata da me visitata il 27 maggio, nel rispondere alle mie domande ha avuto sempre una certa reticenza. Voi, da maestro, sapete che certi processi si creano per ricatto e perciò dovete indagare bene, tenendo presenti le condizioni finanziarie della piccola e del voluto seduttore e anche la capacità di quest’ultimo a potere commettere atti osceni.
Io non conosco il Sottile Gaspare, però se la versione della Sottile non dovesse rispondere a verità, sarebbe un peccato processare un galantuomo.
Se vi occorre cosa, non mi risparmiate
Hai capito il dottor Sottile!
Anche il dottor Morcavallo scrive al Maresciallo per prendere le difese di Gaspare Sottile e, tra le altre cose, scrive:
Conoscendo il temperamento litigioso della donna e la condotta intemerata del Sottile, ex carabiniere a riposo, non credetti a tale versione, ma tornando la donna a presentarsi altre volte nello studio la redarguii aggiungendo che tali cose doveva riferirle ai carabinieri e non a me che avevo altro da fare.
Meglio non commentare.
La bambina viene sottoposta a perizia medica e i risultati a cui arriva il dottor Ludovico Serra sono clamorosi: rilevo che presenta l’imene di forma anulare, coi bordi lucidi, continui, sottili, senza interruzione alcuna. Giudico pertanto che è fisicamente vergine.
Ma allora che diavolo ha constatato il dottor Sicilia? Come è stato possibile che sia caduto in un errore così marchiano e così grave? Magari per togliersi Giulia di torno ha dato un’occhiata frettolosa e poi, volendo lavarsi la coscienza ha consigliato al Maresciallo di farla visitare da qualcun altro. Solo nostre supposizioni, magari era solo un cattivo medico.
Però una cosa bisogna evidenziarla: il fatto che la bambina sia vergine non esclude affatto che sia stata sottoposta a porcherie. È lei stessa che lo precisa al Giudice Istruttore in un drammatico interrogatorio
- Mio zio Gaspare mi faceva sempre delle porcherie, sia in casa, sia in campagna in una pagliaia aperta, sia in un boschetto sotto una quercia, mettendomi quel coso in mezzo alle cosce dopo avermi tolto le mutandine e bagnandomi tutta. Certe volte avvicinava il suo coso al mio pipì e mi faceva sentire dolore. Io la prima volta gli ho tirato uno schiaffo perché non volevo e anche le altre volte cercavo di resistere, ma egli si imponeva con la forza
- Ti faceva solo quello che hai appena detto?
- Quando mi faceva le porcherie in casa, in assenza della moglie, mi faceva sedere su di una sedia e lui si metteva a cavalcioni su di me. Non ho visto mai il suo coso, né me lo ha fatto mai toccare, solo me lo sentivo in mezzo alla cosce e vicino la natura e non era una cosa dura, ma una cosa moscia. Qualche volta mi fece anche del male perché intesi dolore e sempre mi sentivo bagnata. Io sempre che mio zio mi faceva le porcherie lo riferivo alla moglie, la quale lo rimproverava ogni volta, mentre egli negava tutto
Poi il Giudice le chiede se se la sente di andare nei luoghi dove sono avvenute le violenze e la bambina accetta. Le parole che usa il Magistrato fanno capire che è la piccola, senza che nessuno le suggerisca nulla, a guidarlo con sicurezza nei posti. Infatti scrive: ella ci conduceci informaci ferma e ci fa vedere una casetta adibita a pagliera nella quale asserisce che per due volte al tempo della trebbiatura, l’anno scorso e l’anno precedente, ha subito dall’imputato gli stessi attiqui sotto questa quercia mi fece le porcherie al tempo in cui vi era la neve e trasportavamo della legna
Altro che la pretesa reticenza descritta dal dottor Sicilia!
Gli sforzi per mettere al sicuro Gaspare Sottile non producono gli effetti sperati: la testimonianza della bambina, le precise accuse dei suoi zii materni, il certificato medico del dottor Morcavallo che le ha riscontrato una vulvovaginite e altri piccoli indizi convincono il Giudice Istruttore che non si trova davanti a un caso di violenza carnale ma piuttosto a un caso di atti di libidine violenta continuati e aggravati dall’abuso di relazioni di ospitalità, nonché di atti osceni in luogo esposto al pubblico ed emette un mandato di cattura nei confronti di Gaspare Sottile il quale viene arrestato e portato nel carcere del capoluogo. La sua difesa consiste nel negare (ovviamente) ogni tipo di violenza, attribuendo l’aggressione nei suoi confronti alla pazzia di Giulia che avrebbe voluto la donazione immediata della casa e non il testamento. Anche sua moglie sostiene la stessa tesi e nega recisamente di aver mai confidato ad alcuno che il marito avrebbe compiuto atti sessuali sulla nipotina.
Giulia, intanto, allatta il suo bambino in carcere e invano viene chiesta di nuovo la libertà provvisoria. Poi arriva l’ordine di trasferimento al manicomio giudiziario di Aversa. Quando le tolgono la creatura dal seno reagisce come avrebbe reagito una qualsiasi madre nella stessa situazione: si graffia il viso, si strappa i capelli, batte la testa al muro, urla, bestemmia, piange. Le costerà caro.
Il 22 agosto 1941 Giulia entra nel manicomio giudiziario di Aversa dove il dottor Giovanni Amato la sottoporrà a perizia psichiatrica.
Alle prime osservazioni la Mandarino apparve depressa, astenica, fisicamente alquanto deperita. Dopo le ordinarie operazioni di accettazione seguì l’infermiera nel reparto assegnato e presentò i primi segni di insofferenza. Condotta alla presenza del medico protestò subito, con petulanza ed insistenza, contro il ricovero richiedendo che le venisse resa al più presto giustizia. Tutti, a suo parere, si erano fatti corrompere dai suoi nemici e l’avevano fatta passare per matta, ottenendo in tal guisa il suo ricovero per allontanarla dal luogo dove ella doveva far valere le sue ragioni. Così il dottor Amato descrive il primo impatto con l’imputata. 
Poi passa a descriverne i dati morfologici: Tutta la persona lascia trasparire note di angolosità che mal si attagliano al sesso. I seni sono simmetrici ma penduli, il torace poco ampio, l’addome globoso, il bacino regolare di tipo materno. Dalla accurata antropometria segmentaria si nota che alla statura di m. 1,52 si oppone una apertura delle braccia di m. 1,56 vale a dire con una prevalenza di cm. 4 sull’altezza totale che deve ritenersi anormale in relazione al tipo costituzionale della donna e costituisce un fenomeno a carattere reversivo, cioè una manifestazione di limitata evoluzione antropologica, con note di rozzezza e di rudimentarietà. Siamo, insomma, di fronte a gruppi di segni che sono appannaggio delle costituzioni primitivamente anormali dalle quali, in qualsiasi momento, può evolvere per cause endogene ed esogene un episodio psicopatico.
Circa le funzioni psichiche, Amato annota che si tratta di una paziente che rientra nel quadro della sindrome depressiva e rivelava una reazione affettiva sostenuta da gruppi ideativi a contenuto di nocumento. Il ricordo delle sofferenze subite ad opera del marito e del danno subito dalla figlia ad opera dello zio costituivano i nuclei di polarizzazione attorno ai quali la dinamica del pensiero si condensava. Poi, dopo la somministrazione di cure medicamentose, Amato osserva che le note della depressione andarono gradualmente sfumando. Il superamento dello stato di acuzie della psicopatia andò verificandosi lentamente e la mandarino prese contatto con l’ambiente in cui viveva mostrandosi adattabile e socievole, mentre prima rifuggiva sistematicamente dai contatti con altre ricoverate e mostrò desiderio di essere occupata nel laboratorio in lavori di cucito e rattoppo. In tale periodo anche il bilancio fisico presentò note di spiccato miglioramento tanto che la donna, da allora ad oggi, può ritenersi stabilizzata nelle condizioni generali su un piano di risorse fisiche abbastanza saldo. Oggi la Mandarino è molto diversa da quella che si presentava all’atto dell’ingresso nel Manicomio ed il giudizio medico-legale dovrà appunto tener conto di tale mutamento avvenuto nella degenza.
Ma se complessivamente Giulia sembra superare lo stato depressivo, le note negative, per Amato, sono nella sua sfera affettiva, ipertrofica nei riguardi della prole, mentre si rivela inaridita nei confronti dell’affettività coniugale. Difettano del pari i sentimenti di patria e di umanità, tanto che le sventure altrui non toccano che molto superficialmente l’animo dell’imputata.
Il perito arriva al nocciolo della questione: al momento dell’aggressione, Giulia era in grado di intendere e volere? Intanto Amato ammette che alla formazione di tale situazione ha contribuito non poco il giudizio dei medici in ordine alla verginità della figlia, tanto da fare affermare al marito che era dominata da errori ideativi e al medico che compilò la richiesta di ricovero che la donna era affetta da idee deliranti paranoiche, con tendenza a reati di sangue contro terzi. Esisteva, dunque, oltre le note costituzionali da noi rilevate, una condizione di perturbata coscienza fomentata da elaborazioni subiettive che si identificano fino a confondersi con una vera e propria psicosi ossessiva, deviata, subito dopo il reato, nella distimia depressiva manifestatasi in pieno nelle carceri, tanto da imporre l’allontanamento della creatura che la donna allattava (qui il dottor Amato sembra contraddirsi perché a pagina 33 della perizia ammette che In quell’epoca allattava un bambino di cinque mesi che le venne tolto in carcere. Per la disperazione ella si graffiò tutta e dopo un mese e mezzo la mandarono in questo istituto. In nessun atto del processo si menziona un cattivo comportamento in carcere, tale da arrivare a un provvedimento di allontanamento del bambino. nda). L’idea di una reazione sanguinosa contro lo zio, autore presunto di un grave danno patito dalla figlia, sorse evidentemente nella Mandarino come legittima valutazione di un diritto a farsi giustizia, quando gli estranei e lo stesso marito ai suoi occhi apparivano interessati negatori di tale diritto. La perizianda, pertanto, giunse al reato attraverso una serie di dinamismi psicologici, ciascuno dei quali era inquinato dalla psicopatia e, appunto perciò, ciascuno dei quali sospingeva la donna verso il delitto nella precipua insufficienza morbosa  del complesso gruppo di controstimoli inibitori che avrebbero dovuto operare a salvaguardarla da impulsi antisociali.
Possiamo quindi affermare che, sebbene la sindrome depressiva sia attualmente in via di reintegrazione, tale complesso morboso potenziato da idee ossessive di danneggiamento e di rivalsa era in atto all’epoca del commesso reato ed aveva valore e vigore tale da escludere nella imputata la capacità di intendere e di volere. Fino a quando la Mandarino non abbia sicuramente superato la psicopatia deve ritenersi persona socialmente pericolosa e ciò prevalentemente con finalità curative e di profilassi sociale.
È il 19 agosto 1942 e il dottor Giovanni Amato ha impiegato un anno per giungere alla diagnosi.
Adesso si può procedere alle richieste della Procura: non doversi procedere contro Mandarino Giulia perché si tratta di persona non imputabile a causa del vizio totale di mente, ordinandone il ricovero in un manicomio giudiziario per un tempo non inferiore ad anni due (salvo riesame)  e  il rinvio a giudizio per Sottile Gaspare per rispondere dei delitti di atti di libidine violenti ed atti osceni. Il 2 novembre 1942 il Giudice istruttore accoglie le richieste e si può fissare il dibattimento.
In tutto questo non ci siamo scordati della bambina che viene cresciuta, senza l’intervento di un provvedimento giudiziario, dallo zio materno Umberto al quale, però, viene negata la costituzione di parte civile in quanto la patria potestà è ancora esercitata dal padre legittimo e non esiste agli atti, come sostenuto da Umberto Mandarino, nessun atto di infermità mentale che ne possa giustificare la perdita. Così Umberto Mandarino si rivolge a un giovane procuratore legale, Orlando Mazzotta, il quale presenta ugualmente una memoria per sostenere i diritti della bambina nel processo che è stato fissato per il 3 aprile 1944.
La piccola è rimasta sola in un processo così grave, così delicato, così importante per lei.
Importante per lei non solo per la mortificazione di oggi, per la sofferenza morale che ella ormai sente affacciandosi già alla vita cosciente di giovanetta troppo presto provata dalla cattiveria e dalla vigliaccheria degli uomini, ma per il suo buon nome di domani quando ella dovrà rendere conto della sua moralità alla ristretta cerchia sociale in cui dovrà vivere.
Sola: la mamma al manicomio; il padre nemico ed incosciente anch’egli; lo zio, unico amorevole parente, non ammesso come procuratore.
Sola, povera bambina, a sentir dire male della mamma che l’ha difesa come le madri difendono i figli; a sentirsi dire che è una piccola bugiarda come vogliono affermare gli pseudo-scienziati quando della psicologia veramente… infantile richiamandosi ad una cautela giustamente raccomandabile ai giudici: cautela che non vuol dire però pregiudizio e tanto meno motivo di non ricevere.
Sola, piccola bimba ignara ma tranquilla, serena e sicura di quello che ha subito, di quello che ha detto, di quello che dirà ai giudici, i quali, serenamente come sempre, l’ascolteranno con il massimo interesse perché nei delitti del genere è la voce della vittima quella che conta perché è l’unica voce che può dire quanto è accaduto, quanto è stato sofferto. Non ha detto sempre questo la Cassazione?
Vogliamo darle quella voce di difesa che le è stata soffocata per una restrittiva interpretazione della legge che le avrebbe dato la possibilità di farsi rappresentare se il Tribunale avesse avuto la lodevole diligenza di chiedere al Distretto Militare di Cosenza una copia del foglio matricolare di Sottile Antonio, padre della fanciulla, dal quale foglio sarebbe risultato che costui fu “riformato per deficienza psichica”.
A Rende, all’epoca dei fatti era un maresciallo dei carabinieri che doveva avere spiccatissimo quello che in gergo militare viene chiamato “spirito di corpo”. Quel maresciallo, spinto da così pungente spirito di solidarietà che il codice chiama omertà per gli altri, cercò subito e  sempre di salvare il suo compagno d’armi Sottile Gaspare, appuntato dei RR.CC. in pensione! Perciò lo dichiarò di “condotta intemerata” ed “incapace di commettere atti immondi”. Poi, approfittando delle condizioni mentali, più o meno morbose, della madre della fanciulla, Mandarino Giulia, l’ineffabile maresciallo credette di trovare la via della salvezza per il suo ex commilitone dicendo di aver appreso da Sottile Antonio che “la moglie stuzzicava e consigliava la figlia a dire che lo zio le faceva delle porcherie”. E non contentandosi di tanto, iniziava una corrispondenza epistolare veramente sui generis con quel dott. Sicilia, corrispondenza che culminò con quel capolavoro di certificato in cui quell’appello alla giustizia fatto dal medico assume un significato tutto nuovo ed un sapore tutto suo particolare.
E meno male che i processi non si fanno sempre con le dichiarazioni dei soli carabinieri e “niente altro”, ché sarebbe un vero disastro. Noi chiediamo che il processo si legga tutto, come del resto i Magistrati fanno senza bisogno di richiesta alcuna.
Non possiamo prendere conclusioni di parte civile. Affidiamo la difesa della piccola alla giustizia del Tribunale ed alle cure del Pubblico Ministero al quale ci rivolgiamo perché voglia esercitare, ai sensi dell’art. 105 C.P.P., l’azione civile nell’interesse dell’incapace e riparare così all’inconveniente da noi lamentato.
Il dibattimento, al quale il padre della bambina non assiste nonostante sia stato citato come teste a carico, si svolge in una sola giornata e i pochi testimoni presenti si rifanno a quanto hanno già messo a verbale durante l’istruttoria.
Quando il Pubblico Ministero formula le sue richieste di assoluzione per insufficienza di prove per il reato di atti di libidine e di non doversi procedere per quello di atti osceni per intervenuta amnistia, il processo è segnato.
La Corte accoglie la richiesta e delibera di conseguenza.
La sua condanna resterà morale e se non potrà essere una vera ed adeguata punizione per lui, sarà un riconoscimento ed un omaggio alla verità che farà bene alla povera fanciulla che avrà in certo modo tutelata la sua reputazione avvenire, aveva pronosticato Mazzotta.[1]
22 agosto 1941 – 3 aprile 1944: 2 anni, 7 mesi e 12 giorni. Giulia Mandarino è ancora rinchiusa nel manicomio giudiziario di Aversa.




[1] ASCS, Processi Penali.

giovedì 31 agosto 2017

LA LOTTA ALLA MAFIA DEL DELEGATO GHERGHI

È il 15 settembre 1895 e il sole sta calando quando un uomo si allontana furtivo dal pascolo di contrada Aquilotta in territorio di Salemi, provincia di Trapani, senza essere visto dai quattro pastori e i due ragazzi che badano alla mandria del signor Filippo Calcara di Castelvetrano. È il campiere Baldassarre Cucchiara, uomo di fiducia del padrone, che se ne va disattendendo gli ordini ricevuti.
Sono circa le 20,00 e i bovari sbocconcellano un po’ di pane e formaggio sorseggiando del vino rosso. Parlano della misteriosa scomparsa di Cucchiara quando vengono letteralmente accerchiati da otto individui, cinque dei quali armati di fucile, i quali ordinano perentoriamente di non muoversi. Uno dei pastori, però, tenta di scappare e si becca un poderoso colpo in testa datogli col calcio di un fucile. Cade a terra svenuto e sanguinante e con questo biglietto da visita gli altri restano immobili come sassi mentre vengono legati mani e piedi dai malfattori.
Agendo in fretta con competenza, gli sconosciuti radunano quarantuno capi tra mucche, buoi e vitelli e si allontanano indisturbati lungo il canale del fiume Grande dirigendosi per i territori di Camporeale e Corleone, non prima di aver asportato il fucile in dotazione ai pastori, due bisacce con roba da mangiare e qualche pezzotta di formaggio.
Dai e dai, uno dei ragazzi, male legato ai polsi con un fazzoletto, riesce a liberarsi e a slegare gli altri. Uno di loro corre a Castelvetrano ad avvisare i Carabinieri e poi a casa del padrone a Latornie per dare la notizia della rapina. I militari, accompagnati dal signor Calcara arrivano sul posto quando il sole è già alto e cominciano subito le indagini seguendo le tracce degli animali. In teoria non dovrebbe essere difficile ritrovarli in fretta, una mandria non può svanire nel nulla e, d’altra parte, gli animali sono tutti marchiati sulla coscia destra con le lettere FC e con un taglio a forma di C sull’orecchio sinistro. In teoria non dovrebbe essere difficile ma i delinquenti hanno scelto il giorno giusto perché è appena terminata la fiera del bestiame a Salemi e le campagne circostanti sono piene di tracce di bovini che tornano nei pascoli. Quale sarà la traccia giusta? Poi c’è da considerare che i ladri di bestiame hanno molte ore di vantaggio e potrebbero avere avuto tutto l’agio di condurre gli animali in lontane località fuori da questo territorio. L’unica informazione che i pastori sono stati in grado di fornire è che i malfattori erano tutti vestiti di dogo piuttosto bianco, uno con cappello nero i testa e gli altri pure con berretti neri e dell’apparente età dai 25 ai 40 anni.
Il Delegato di P.S. Nunziante Cornetta, il Maresciallo Agapito Anzuini e i loro uomini, accompagnati da Calcara e da tale Pietro La Brasca, pratico delle montagne dell’interno, camminano fino a Corleone ma senza risultati perché tutte le trappere erano piene di tracce di bovini. I mandriani, che cercano per conto loro, sono invece più fortunati in quanto trovano nove animali abbandonati dai ladri a un paio di chilometri dal pascolo perché, evidentemente, non essendo riusciti a togliere i campanacci a quelle bestie più selvagge delle altre, hanno ritenuto più prudente proseguire senza il rumore delle campane.
Tutte le stazioni dei Carabinieri del circondario sono allertate ma i 32 animali mancanti sembrano davvero spariti nel nulla. Intanto lo strano comportamento del campiere Baldassarre Cucchiara porta gli inquirenti a sospettare che sia stato il basista del furto. In effetti la cosa è davvero strana se si pensa che i campieri sono assunti proprio per prevenire, attraverso le proprie “relazioni” con gli ambienti delinquenziali, i furti di bestiame.
Chi avrebbe potuto associarsi al Cucchiara nell’esecuzione della rapina? Certamente solo dei vaccari di mestiere. I Carabinieri di Castelvetrano focalizzano l’attenzione su alcuni sospetti del paese e soprattutto su tale Giovanni Calascibetta, persona dedita a tal genere di reati ed affiliato alla maffia dei paesi circonvicini, il quale potrebbe avere avuto come complici suo fratello Giuseppe, Pietro La Brasca (si, proprio colui il quale guidò le ricerche per i monti) e Ciro Cusumano. Tutti e quattro vivono d’una vita misteriosa, allontanandosi sovente da qui e ritornandovi a brevi intervalli. I Carabinieri perquisiscono le abitazioni di La Brasca e Calascibetta e trovano due pistole cariche a palla, una a una canna e l’altra a due, un lungo stile e gli abiti del Cusumano. Questa è una prova inconfutabile di come, contrariamente a quanto hanno dichiarato, siano in intime relazioni e dediti al mal fare. C’è di più: il fatto che il Calcara, appena saputo il furto si rivolse al Calascibetta Giovanni ed al La Brasca per poter rintracciare gli animali, dimostra come il danneggiato sospettasse anche sul loro conto. Che il La Brasca non fu estraneo al furto è manifestato dal fatto che, essendosi il medesimo accompagnato al Calcara nella ricerca degli animali, non solo non si adoperò pel rinvenimento di essi, ma è convincimento del Calcara che invece le sviò le tracce.
Così, La Brasca e Cucchiara finiscono in carcere dove già si trovano Cusumano e i due Calascibetta, arrestati nel frattempo per un altro furto di bestiame.
Dopo quasi un mese dal fatto, una confidenza ai Carabinieri indica come autori del furto, insieme ad altri individui di limitrofi e lontani paesi, il bracciante ventitreenne Francesco Rubino e il ventiquattrenne pastore Vincenzo Cappello, entrambi di Salemi. A casa di Rubino viene sequestrato un fucile ad avancarica con bacchetta di legno, simile a quelli usati per la rapina e descritti dai pastori. È nei guai. I Carabinieri lo portano in caserma e, dopo lunghe interrogazioni e promesse di tenere celato il suo nome per le rivelazioni che poteva farci, Rubino confessa, oltre ad altri furti commessi a Mazara, anche di avere partecipato alla rapina in danno di Calcara e fa il nome di un certo Vincenzo Cappello. Confessa, di più, di avere rubato altri animali durante la fuga.
Rubino viene arrestato e i Carabinieri vanno a casa di Vincenzo Cappello il quale, avvertito dell’arresto del socio in affari, è già sparito dalla circolazione. Francesco Rubino si rende conto di ciò che ha fatto e quando viene interrogato in carcere dal Pretore ritratta tutto.
Anche il signor Filippo Calcara ritratta la sua precedente querela e adesso sostiene di non nutrire alcun sospetto né nei confronti del suo campiere Baldassarre Cucchiara, né nei confronti dei fratelli Calascibetta, di La Brasca e Cusumano. Molto strano.
Intanto, a Salemi gli investigatori nutrono sospetti anche su Erasmo Rubino, fratello di Francesco, e lo arrestano. A San Giuseppe Jato i Carabinieri arrestano anche tali Gioacchino Polizzi da Giardinello, Vincenzo Pisciotta da Montelepre, ritenendoli tra i componenti della banda che ha compiuto la rapina ai danni di Filippo Calcara.
Pisciotta confessa e indica come suoi correi i fratelli Rubino, Di Giovanni, Vincenzo Cappello, ancora latitante, e i fratelli Girolamo e Antonino Asaro da Castellammare del Golfo. Ottenuti questi primi, significativi, risultati, le indagini proseguono alacremente in tutti i comuni a cavallo tra le province di Palermo e Trapani e viene arrestato anche tale Paolo Canella da San Cipirello.
Messi sotto torchio gli arrestati, i Carabinieri accertano che complici della rapina sono stati anche Rosario Giacopelli e Salvatore Candela, entrambi da Montelepre ed entrambi latitanti, i quali hanno provveduto alla macellazione di una vaccina che fu mangiata il 17 settembre, e alla divisione delle bestie un poco per ciascuno.
Sembra tutto risolto quando, incaricato direttamente dal Direttore Generale della Polizia in Sicilia nonché Comandante del XII Corpo d’Armata, Generale Mirri, assume la direzione delle indagini il quarantatreenne Delegato di P.S. Mauro Gherghi, marchigiano di Montesperto, già messosi in luce per altre operazioni contro i furti di bestiame, che porta nuova linfa alle indagini per scoprire il o i mandanti della rapina. La sua attività è frenetica e riceve alcune confidenze molto interessanti. Una di queste soffiate lo porta, il 10 ottobre, a Piana dei Greci dove nel fondo Dingoli di proprietà del signor Salvatore, don Totò, Di Gristina sequestra sette animali. Il signor Di Gristina però non c’è, si trova nel feudo Cammuca in territorio di Monreale dove risiede di solito. I due bovari che custodiscono la mandria gli riferiscono che il padrone, il 18 settembre, ha ordinato loro di portare i 7 animali da Cammuca a Dingoli e Gherghi comincia a sospettare che ci sia sotto qualcosa di losco. Il Delegato va a trovare don Totò per farsi spiegare come mai abbia del bestiame rubato e Di Gristina gli risponde di averli comprati da Gioacchino Polizzi, Paolo Cannella e Vincenzo Pisciotta senza dubitare che fossero rubati perché del prezzo pattuito di £ 1.100, ne versò solo 800 come acconto; le restanti 300 lire le avrebbe versate solo quando Polizzi gli avrebbe portato la bolletta di rivela degli animali, cosa che ancora non è avvenuta.
Poi Gherghi scopre che altri due animali sono in una delle proprietà del possidente Antonino Polizzi da Borgetto. Polizzi sostiene di non saperne niente perché degli animali se ne occupa suo figlio Francesco che abita nel feudo Guastella e gli assicura che si sarebbe informato direttamente dal figlio e se i due animali che portano il marchio di Calcara fossero in uno dei suoi fondi, li avrebbe consegnati immediatamente. Un paio di giorni dopo, da perfetto gentiluomo, Polizzi indica a Gherghi il fondo dove pascolano le due vacche e rivela che gli animali sono stati venduti al figlio da Giuseppe Di Gristina, figlio maggiore di don Totò, per 357 lire, di cui ne sono state versate solo 100, in attesa di saldare il resto dopo aver avuto la solita bolletta di rileva degli animali.
Qualcosa non quadra: come mai Di Gristina ha dichiarato di avere comprato solo le 7 vacche trovate nella sua proprietà e adesso si scopre che ne aveva altre due? A questa domanda Gherghi risponde: non v’è più dubbio alcuno sulla di lui complicità nella rapina, tantopiù che ieri, approfittando della nostra assenza da Partinico, si permetteva, almeno così s’è dovuto ritenere, mandarci in dono da uno sconosciuto caci ed altro che furono sdegnosamente rifiutati. Scatta la denuncia ma quando Gherghi lo va ad arrestare, Di Gristina è scomparso dalla circolazione.
La decisione di arrestare Di Gristina forse fa capire a chi deve capire che il Delegato fa sul serio e accade un’altra cosa strana: Gherghi va a Montelepre per rintracciare e arrestare Salvatore Candela e Carlo Giacopelli ma trova solo il primo che gli fa una bizzarra proposta: gli animali che sono nella sua disponibilità in cambio dell’impunità e aggiunge che anche Giacopelli è pronto a consegnarsi alla stessa condizione. Il Delegato finge di acconsentire e la stessa sera del 16 ottobre in contrada Nucilla di Partinico vengono ritrovati gli animali in questione, tra i quali una mula. Sicuro di farla franca, Candela torna a casa ma viene subito arrestato. Giacopelli invece temporeggia e, saputo dell’arresto del suo compare, resta uccel di bosco.
Gherghi non si ferma, è convinto che ci siano altre persone coinvolte nella rapina e continua a indagare. Un suo onestissimo confidente gli rivela che i pregiudicati Giacomo Di Martino e Salvatore Riccobono, il latitante Carlo Giacopelli e l’impiegato comunale Vincenzo Cucinella, tutti di Montelepre, stanno progettando di staccare in detto comune bollette di proprietà per potere così eseguire la vendita degli animali depredati, tuttora tenuti nascosti, e farne perdere le tracce alla giustizia. Cucinella non è nuovo a questo giochetto perché gli è sempre riuscito facile essendo impiegato del Comune di Montelepre. Gherghi fa sequestrare il bollettario e, al numero 185, trova una ricevuta datata 29 settembre 1895 scritta di proprio pugno da Cucinella, intestata a tale Melchiorre Spica, suocero di Giacopelli, e controfirmata da Riccobono e Di Martino, relativa alla mula che Giacopelli aveva fatto ritrovare con la promessa dell’impunità. Non appena avvenuto tale sequestro, tutti detti individui si diedero da fare per porre rimedio alla faccenda, così Cucinella fa firmare una lettera al Sindaco di Montelepre con la quale si chiede la restituzione del bollettario ma Gherghi non restituisce un bel niente e i quattro compari, così assicura il solito confidente, progettano di scappare a Tunisi. Il Delegato fa arrestare l’impiegato e rintraccia Di Martino, ma degli altri due non c’è traccia, forse sono già al sicuro dall’altra parte del mare. Spica si dichiara innocente e mostra un biglietto scritto di proprio pugno da Salvatore Riccobono, zio di Cucinella, col quale chiede al nipote di porre rimedio alla cosa.
Passano alcuni mesi durante i quali si apre un’aspra battaglia legale tesa ad ottenere la libertà provvisoria di Vincenzo Cucinella ma senza esito perché l’impiegato resta in carcere. Poi, il 29 febbraio 1896, nel carcere di Trapani una guardia sequestra al detenuto Nicolò Inzerillo un pizzino scritto a matita su un pezzo di stoffa, che porta le firme di Gioacchino Polizzi e Giuseppe Pisciotta.
Carissimo Amico
La prego di antire ha parlare da Arasimo Giorrune e Calogero Lu Curto di andare tutti insieme dal Signor Rutina e farci conoscere di rigetta la sua dichiarazione che lui ha fatto. Perché noi non lo conosciamo, e dirci che dona un po di danaro alle nostre famiglie in condo e dirci chi mi mette l’avvocato.
Stamo tutti bene di salute, siamo tutti assieme lo salutiamo tutti.
La prego di incaricarsi in tutto
Mi dico il suo amico
Polizzi Gioacchino e Pisciotta Vincenzo
Gli investigatori cominciano a indagare sullo scritto ma, nella migliore delle ipotesi, ci vorrà del tempo per capire a chi era indirizzato, anche se i sospetti cadono su uno dei Di Gristina per il fatto che viene chiesto del denaro per le famiglie dei detenuti e per il pagamento degli avvocati. Nel frattempo Gherghi scopre che per le 7 vacche sequestrate a Di Gristina erano state rilasciate in Piana dei Greci le relative bollette in data 21 settembre u.s. Si reca sul posto, sequestra il bollettario e nota che al numero 66 era stata rilasciata una bolletta di proprietà per la vacca rossa a Di Gristina Salvatore, padre del Giuseppe e ciò in presentazione di altra bolletta datata da Corleone 1 giugno 1890 N. 517, bolletta che in quest’ufficio comunale non venne affatto conservata come suol farsi, ciò che fa ritenere sia stata fatta sparire da quell’impiegato comunale Bonnici Pasquale, incaricato del ramo, d’accordo col Di Gristina. Trova anche le altre bollette relative agli animali sequestrati e tutte sono palesemente irregolari, evidentemente compilate con la complicità dell’impiegato che viene arrestato, così come vengono arrestati Salvatore Di Gristina e il possidente Antonino Borgia che ha firmato le bollette come testimone, ma i due vengono subito scarcerati. I Carabinieri cercano anche l’altro firmatario, Giuseppe Grappo, ma è irreperibile essendo riuscito a emigrare in America. Viene arrestato anche un garzone di Di Gristina, tale Damiano Riolo, che ha presentato le bollette al Comune.
Indagando sulla rapina, Gherghi si imbatte in un’altra combriccola che opera tra Mezzojuso, Corleone e Prizzi e, relazionando al Procuratore del re di Palermo, non usa mezzi termini parlando di  associazione a delinquere finalizzata al furto e alla vendita di bestiame, giustificandone la provenienza con le false bollette datate da Castrogiovanni, delle quali i componenti la stessa erano provvisti. Tra le persone implicate nel traffico indica anche tale Mario Nicosia da Piana dei Greci, campiere nell’ex feudo Calciminia (Godrano), al servizio di Giuseppe Di Gristina, indicandolo come affiliato all’associazione Vanella Antonino e compagni e si assicura non essere estraneo ai molti furti verificatisi nel Mandamento di Mezzojuso. Da questo momento cominciano a essere recuperati, perché abbandonati in campagna, numerosi animali che vengono riconosciuti e restituiti ai legittimi proprietari, ma nello stesso tempo cominciano anche a fioccare le assoluzioni per insufficienza di prove nei confronti degli imputati di associazione a delinquere per i processi in corso da tempo [oltre a quello citato contro Vanella Antonino e compagni, ricordiamo anche quello contro Canzoneri Giuseppe e altri 34. nda]. E in questi anni dire Associazione a delinquere equivale a dire la parola che molti non vogliono pronunciare: Mafia.
Il marcio che Gherghi sta facendo emergere comincia a puzzare troppo e la puzza comincia a infastidire qualcuno che comincia a cautelarsi. Anche Gherghi comincia a cautelarsi perché comincia percepire strani segnali e teme per la propria vita, ma va per la sua strada e continua a indagare e battere campagne e paesi per recuperare gli animali mancanti e, soprattutto, per trovare prove che inchiodino i ricchissimi e potenti Di Gristina, da lui ritenuti i mandanti del furto; nello stesso tempo invia ai suoi superiori una riservata nella quale fa presente che, a suo giudizio, bisognerebbe fare in modo da togliere il processo alla Corte d’Assise di Trapani e farlo celebrare in continente.
In questa sua frenetica attività, il 24 maggio 1896 riceve una soffiata che vorrebbe il latitante Carlo Giacopelli a Montelepre per godersi la festa. Organizza subito una squadra e, intorno a mezzanotte, lo sorprende per strada e lo arresta nonostante un disperato tentativo di fuga. Ovviamente nega ogni cosa.
Il 9 giugno successivo a Palermo, in Via Crocefisso all’Albergheria, viene assicurato alla giustizia anche Salvatore Riccobono il quale, come d’obbligo, si dichiara innocente.
Gli elementi raccolti sono sufficienti per il Pubblico Ministero che il 26 luglio 1896 formula le richieste per gli imputati: rinvio a giudizio per tutti tranne che per Bonnici, Borgia e Grappo per i quali gli indizi sono ritenuti insufficienti. Nemmeno Vincenzo Cappello affronterà il processo perché muore a Marsala, piantonato in ospedale. Nello stesso documento il Pubblico Ministero chiede che venga concessa, nonostante il provato reato di favoreggiamento, la libertà provvisoria a Cucinella, Riccobono, Spica e Di Martino.
Finalmente, il 25 maggio 1897, la Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Palermo si pronuncia e accoglie la richiesta del Pubblico Ministero, ma Giuseppe Di Gristina, Girolamo Asaro e Gaetano Di Giovanni sono ancora latitanti.
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Sono le 19,30 del 29 settembre 1897 ed è una bella serata a Partinico. Mauro Gherghi esce per andare in ufficio a sbrigare alcune faccende. Si ferma sul portone, appende il bastone animato all’avambraccio sinistro, tira fuori un sigaro, lo accende e si fa piacevolmente avvolgere da una nuvoletta di fumo azzurrognolo. Appesa alla cintura ha la sua rivoltella d’ordinanza. All’angolo dell’edificio due contadini, uno dei quali ha una grossa roncola, parlottano tra di loro. Altre persone camminano lungo la strada; Gherghi attraversa la strada seguito a breve distanza dai due che affrettano l’andatura e gli sono alle spalle. Il Delegato non ha nemmeno il tempo di girarsi per capire cosa sia quel rumore di passi affrettati, che un tremendo colpo di roncola alla nuca gli frantuma le ossa della testa e cade incosciente a terra. Proprio in questo momento la moglie e i due figli del poliziotto si affacciano alla finestra e vedono la scena: urlano disperatamente per chiamare al soccorso ma non si avvicina nessuno. L’altro uomo ha una rivoltella in mano e spara tre colpi alle spalle di Gherghi, poi gli avvicina l’arma all’orecchio destro, fa fuoco di nuovo e, insieme all’altro sicario si allontana indisturbato. Si, il marcio che ha portato a galla il Delegato di P.S. ha dato fastidio a qualche persona importante. La prova non è l’assassinio del poliziotto in sé, quanto quel colpo sparato all’orecchio: ha sentito troppe confidenze pericolose, ecco perché è morto ammazzato a quarantacinque anni. Chi vuole capire, chi deve capire, capisca. Questo è il terribile messaggio che porta quel cadavere martoriato, steso bocconi sulla strada polverosa.
Nella notte vengono fermate una sessantina di persone ma le indagini non portano da nessuna parte. Certo, è lecito sospettare che ad ordinare l’omicidio sia stata qualche persona importante tirata dentro l’inchiesta che conduceva il Delegato. Si comincia a sospettare che dietro l’omicidio possa esserci la famiglia Di Gristina. In particolare il minore dei figli di don Totò, Francesco Paolo, potrebbe addirittura essere stato uno dei due sicari o, quantomeno, essere stato presente sul posto al momento dell’omicidio. Ma le prove? Si vedrà.
Piuttosto, adesso cominciano a gracchiare i corvi sui metodi di indagine di Gherghi: forse qualche verbale contraffatto ad arte per coinvolgere questo o quello. Saranno le indagini a scoprirlo.
Nonostante tutto, la Giustizia deve fare il suo corso e quando tutto sembra pronto per iniziare il dibattimento, all’inizio del 1898 viene recapitato un voluminoso plico riservato alla Procura Generale del re di Palermo, proveniente da New York, contenente un esposto anonimo contro Salvatore, don Totò, Di Gristina e parecchi altri documenti che sembrano estranei al processo. L’anonimo dice di essere di Piana dei Greci dove vivono i suoi genitori vecchi e languenti nella miseria. Dice di essere stato un dipendente di don Totò Di Gristina, si autoaccusa di essere stato uno dei partecipanti alla rapina del 15 settembre 1895 ai danni di Filippo Calcara e per questo costretto a emigrare in America per tema di capitare nelle mani della giustizia. Dice ancora di essere stato dal Di Gristina ammaestrato nella via del delitto e per questo lo denuncia come mandante della rapina e di altri delitti contro la proprietà. Poi aggiunge che Di Gristina, visto che la giustizia era sulle sue tracce, si è sbarazzato di molti altri animali rubati, mandandone alcuni nel bosco della Ficuzza col mezzo del suo fido Mario Nicosia, campiere dell’ex feudo Calciminia presso Mezzojuso ed altri li ha abbandonati, tanto che una mula di manto morello, rubata in territorio di Messina, si è trovata dietro la sua stalla in Piana dei Greci ed ivi data in commenda ed una giumenta, rubata in territorio di Scicli, è stata mandata al Nicosia e quivi trovata da quel Pretore.
Gli inquirenti si formano la convinzione che, come aveva già intuito il Delegato Gherghi, ci sono indizi gravissimi nei confronti di Salvatore Di Gristina per ritenerlo organizzatore della rapina degli animali e a carico del suo fido Mario Nicosia quale suo favoreggiatore, così viene disposto l’arresto per don Totò,  sparito nel nulla come suo figlio Giuseppe, e l’ordine di comparizione per Nicosia.  
Poi, il 2 aprile 1898, la Questura di Palermo organizza un servizio su vasta scala per arrestare i due Di Gristina. Che sia arrivata una soffiata? Vengono controllate tutte le residenze sparse nelle proprietà di campagna, i casolari, le case dei dipendenti più fidati ma di loro non c’è traccia. Eppure la Polizia è sicura che i due si nascondano in una delle loro residenze. I telegrammi con “esito negativo” arrivano uno dietro l’altro durante tutta la mattina e comincia a serpeggiare la delusione. Poi il Delegato Francesco Gaipa, scorrendo l’elenco delle località da controllare nota che manca la residenza cittadina dei Di Gristina, così con una squadra si precipita in via Bosco 44. In casa ci sono solo la signora Maria Musacchia in Di Gristina e una domestica, ma il Delegato fa eseguire una minuziosa perquisizione. Vengono aperti armadi, cassepanche e ogni altra cosa nella quale un essere umano potrebbe nascondersi ma non trovano nessuno. Poi un agente nota in un camerino una botola chiusa da alquanti mattoni murati su una tavola; alzatala dopo aver fatto leva con una daga si è penetrati in un mezzanino dissimulato che trae aria e luce da una feritoja ove appunto si rifugiavano i predetti due catturandi. Tombola!
Il 15 dicembre 1898 il Procuratore Generale del re di Palermo chiede alla Sezione d’Accusa di dichiarare chiusa l’istruttoria nei confronti di Salvatore Di Gristina e Mario Nicosia e motiva così la richiesta di non luogo a procedere: Poiché comunque le circostanze affermate nel detto anonimo a carico dei due prevenuti trovino un certo riscontro, non solo negli atti processuali già rinviati al giudizio della Corte di Assise di Trapani, ma anche in questa istruttoria e nelle non esaurienti discolpe di Salvatore Di Gristina, pure da tutti questi elementi non sorgono indizi bastanti a rafforzare quello che scaturisce dalla suesposta chiamata di correo contenuta nell’anonimo, la cui provenienza è pur troppo risultata sospetta dopo lo sviluppo delle indagini generiche e specifiche accuratamente svolte dall’Egregio Sig. Consigliere Delegato della Sezione d’Accusa.
La Sezione d’Accusa avalla questa tesi e i due imputati vengono prosciolti.
Adesso il dibattimento davanti alla Corte di Assise di Trapani può cominciare e subito ci si accorge di qualcosa di inaudito: i sigilli ai tre fucili sequestrati all’imputato Antonino Asaro sembrano essere stati manomessi. Le armi vengono comunque mostrate al teste Luigi Fici, al quale venne sottratta una carabina durante la rapina, che non riconosce in nessuno dei tre fucili il suo. Le armi non vengono riconosciute nemmeno dagli Agenti di P.S. e dai Carabinieri e nessuno è in grado di stabilire chi abbia materialmente redatto il verbale di sequestro. Asaro sostiene con forza che quelle sono le armi che il Delegato Gherghi gli sequestrò. Luigi Fici, per rafforzare la sua dichiarazione, riferisce che la carabina da lui riconosciuta gli fu mostrata da Gherghi a Partinico quando era già buio e di giorno in Pretura a Salemi, ma quella che gli stanno mostrando non è la sua carabina. Ci vuole una indagine suppletiva e il processo viene rinviato a nuovo ruolo.
Nella nuova indagine per stabilire la natura delle armi presenti tra i reperti, nascono dei dubbi sulla veridicità dei rapporti che portano la firma di Gherghi. Fanno parte degli atti processuali diversi verbali redatti nell’ottobre 1895 in Partinico e che portano la firma del defunto Sig. Mauro Gherghi, Delegato di Pubblica Sicurezza e del Brigadiere delle Guardie di Città Benigno Luigi. Or io prego la S.V. d’indagare e farmi conoscere le generalità dello scrivano di cui il Delegato suddetto nell’accennata epoca servivasi costà per la compilazione di detti verbali, scrive a tutti i Delegati di P.S. il Giudice Giuseppe Strinati che conduce le indagini.
Il defunto Gherghi Mauro tenne come scrivano la Guardia di Città Marrocco Giuseppe, il quale ora trovasi presso la Questura di Palermo. Si serviva pure, per il disbrigo di affari d’ufficio, del figlio del Brigadiere Benigno, a nome Luigi, il quale trovasi domiciliato qui quale Guardia Campestre e presta servizio quale scritturale presso il Comando delle Guardie stesse. Non pare possibile che i verbali dei quali è parola siano stati scritti dai Carabinieri Reali, mentre è noto che il Gherghi era in attrito con essi, tanto che questi non firmarono i verbali, risponde l’ufficio di Pubblica Sicurezza di Partinico e questa versione è riportata pari pari anche nel verbale che i Carabinieri di Partinico inoltrano al Giudice Strinati.
Su queste basi e col fardello dell’omicidio Gherghi sulle spalle, secondo i giudici della Corte d’Assise di Trapani il dibattimento non può continuare e viene chiesto alla Suprema Corte di Cassazione di spostarlo in altra sede per legittima suspicione. La Corte, il 3 maggio 1899, vista anche la riservata di Gherghi, stabilisce che il dibattimento, riunito a quello per l’omicidio del Delegato, si terrà in continente, presso la Corte d’Assise di Cosenza, ma i timori che anche in continente il processo possa essere condizionato dalle influenze dei Di Gristina assillano la famiglia del Gherghi. Il fratello di questi, Ernesto, scrive da Nicastro, dove insegna, delle lettere appassionate al signor Calcara per convincerlo a costituirsi parte civile nella causa e ottiene il risultato sperato, ma questa mossa deve provocare gravi danni alla salute di Calcara perché, convocato dalla Corte, produce una serie infinita di certificati medici e richieste di non essere ascoltato, finché il Presidente non lo manda a prendere dai Carabinieri.
Il professor Gherghi ha pensato di aver messo in campo il meglio degli avvocati che vanterebbero potenti amicizie a Cosenza, ma non essendo è pratico della città non sa che gli imputati hanno nominato dei veri pezzi da novanta come il Senatore Nicola Serra e il Sindaco di Cosenza Luigi Fera, nonché il Presidente dell’Ordine degli Avvocati Ambrogio Arabia e l’Onorevole Francesco Alimena.
Senza altri indugi il 25 novembre 1899 inizia il dibattimento e viene subito emessa una sentenza di condanna in contumacia nei confronti dei tre imputati latitanti Gaetano Di Giovanni e Girolamo Asaro, responsabili di rapina a mano armata, a 15 anni di reclusione più pene accessorie e Salvatore Riccobono, colpevole di favoreggiamento in detto reato, a 3 anni di reclusione.
Adesso si può cominciare per tutti gli altri imputati, che si dichiarano innocenti, ma le cose per quanto riguarda il furto di bestiame sono ben chiare e bisogna, invece, concentrarsi sull’omicidio Gherghi.
Interrogato Ernesto D’Ayala, Delegato di P.S. di San Giuseppe Jato, ammette di aver ricevuto da parte della famiglia Di Gristina, tramite il signor Giuseppe Termine, l’offerta di 6.000 lire come senso di riconoscimento, un fiore, per il contegno da noi [lui e Gherghi] tenuto in occasione del sequestro degli animali rubati, ma D’Ayala sembra confuso, contraddittorio, quasi reticente e il Presidente è costretto a richiamarlo più volte. Se è vero ciò che afferma D’Ayala, anche Gherghi avrebbe ricevuto la stessa offerta. Il Delegato di Castelvetrano Nunziante Cornetta, giura che dopo il sequestro degli animali a Giuseppe Di Gristina, una sua fonte confidenziale gli rivelò che qualcuno della famiglia Di Gristina aveva offerto £ 6000 al Delegato Gherghi per togliere dal processo il Giuseppe Di Gristina. Cornetta telegrafò subito a Gherghi per riferirgli questa notizia e il collega in un incontro successivo la confermò come vera e aggiunse di averla sdegnosamente rifiutata, come allo stesso modo, in un’altra occasione, rifiutò un carro di complimenti.
Nella gabbia degli imputati siede anche un certo Giuseppe Castronuovo, che non è imputato per il furto di animali, bensì è sospettato di essere uno dei due sicari del delegato Mauro Gherghi. Quando Adele Pierluca vedova Gherghi siede sul banco dei testimoni, lo cerca con lo sguardo prima di rispondere alle domande del Presidente sull’uccisione di suo marito
- La mia ferma convinzione fu, non appena il fatto si verificò e tuttavia perdura in me come in tutta Partinico, che Salvatore Di Gristina e i suoi figliuoli furono quelli che fecero assassinare l’infelice mio marito e ciò anche perché il detto Salvatore Di Gristina due giorni dopo gironzava per le vicinanze della mia casa in Partinico, onde appurare tutto ciò che si diceva, come mi venne assicurato dall’allora Brigadiere Luigi Benigno. I Di Gristina sono capacissimi a far commettere reati come quelli di cui è processo perché sono maffiosi e, temendo che mio marito colla sua deposizione innanzi la giustizia di Trapani avesse confermato tutte le circostanze consacrate nei suoi verbali contro del Giuseppe Di Gristina, lo fecero ammazzare per tanto evitare
- Siete a conoscenza di offerte di denaro a vostro marito?
- Per quanto ne sappia, solo una volta in San Giuseppe Jato fu fatta l’offerta delle lire 6000 a mio marito
- Sapete se vostro marito aveva ricevuto minacce di morte da parte dei Di Gristina?
- Mio marito non mi confidò mai di essere stato minacciato direttamente od indirettamente dai Di Gristina, ma sapendo la loro potenza, temeva lo avessero fatto ammazzare
La vedova Gherghi viene licenziata e il Presidente fa accompagnare davanti al banco dei giurati l’accusato Castronuovo perché possano osservarne i connotati, poi fa entrare il figlio tredicenne del Delegato. Può testimoniare, ma in quanto minorenne non può prestare giuramento
- Appena consumato l’omicidio fu ferma convinzione, e nella mia famiglia e nel pubblico di Partinico, che autori morali erano stati i Di Gristina e questa persuasione è perdurata sempre e tuttora perdura
- Guarda bene gli imputati e dimmi se tra di loro riconosci uno degli assassini di tuo padre – gli fa il Presidente. Giuseppe guarda con attenzione e indica Castronuovo
- È quello. Era il più alto dei due… – dice
Viene sentita anche Aida Gherghi, la ventenne figlia del Delegato, la quale conferma i sospetti e aggiunge
- Mio padre temeva molto dei detti Di Gristina per essere prepotenti, maffiosi e che se si fosse fatta la causa in Trapani temeva sempre della sua vita… i Di Gristina sono molto ricchi e dispongono di milioni
Il Presidente, in virtù di queste accuse, ritiene opportuno interrogare di nuovo il Delegato D’Ayala e gli chiede
- In seguito all’uccisione di Gherghi, avete fatto indagini sui Di Gristina per sapere della potenza degli stessi, della loro importanza, del se erano maffiosi o meno e se capaci di far consumare la uccisione del Gherghi?
- Non sono stato incaricato si svolgere queste indagini, che del resto non avrei potuto fare perché la famiglia Di Gristina non apparteneva alla mia giurisdizione, sebbene San Giuseppe Jato fosse un comune dipendente dalla Pretura di Piana dei Greci e pure spesso mi portavo in quella Pretura  non ebbi occasione di conoscere la famiglia Di Gristina e quindi nulla conosco
Che D’Ayala sia reticente è palese: come fa a dire che non conosce i Di Gristina se nel primo interrogatorio aveva ammesso di aver ricevuto l’offerta di 6.000 lire da un loro emissario? Bisogna approfondire questo aspetto che potrebbe risultare decisivo per accertare tante responsabilità. Viene quindi chiamato sul banco dei testimoni il Commissario Cesare Ballante, all’epoca dei fatti Ispettore al Molo Orientale di Palermo
- Oltre a quello che mi riferirono alcuni agenti della forza pubblica e i familiari di Gherghi sul conto dei Di Gristina e che è emerso anche in quest’Aula, non posso dire altro perché stetti solo tre giorni a Partinico e non intesi dire nessuna cosa, né di bene, né di male sul conto dei Di Gristina, il cui nome mi era nuovo
Non è che anche il Commissario Ballante fa qualche giochetto? Il Presidente gli legge i rapporti scritti dallo stesso Ballante che dicono tutt’altro e il Commissario è costretto ad ammettere
- Dalle indagini fatte mi risultò, per referti avuti, che il Di Gristina Giuseppe aveva relazioni nella maffia e se ne serviva per trar profitto dai furti di abigeo che si consumavano, acquistando gli animali rubati per pochi centesimi – poi, con uno scatto d’orgoglio, si lascia andare e lancia pesanti accuse alla classe dei proprietari terrieri –. In Sicilia non potrebbero deplorarsi i reati di abigeo con tanta frequenza e senza che però si riesca ad aver traccia degli animali rubati, quantunque numerosi, se non vi fossero dei ricchi proprietari di animali che esercitano l’industria di riceversi gli animali rubati e di mischiarli nelle loro mandrie. Mi pare che la famiglia Di Gristina non sia divisa, agiscono l’industria in comune e quindi le indagini da me cennate si riferiscono a tutta la famiglia
- Siete a conoscenza del ruolo del Delegato D’Ayala in tutta questa faccenda?
- Il Delegato D’Ayala, dopo scoperto che uno dei complicati nella rapina era stato Giuseppe Di Gristina, nella sua qualità di funzionario di P.S. avrebbe avuto l’obbligo di fare delle indagini anche da sua parte, indipendentemente da quello che faceva il Gherghi, sull’essere del Di Gristina, tanto più quando dal Di Gristina gli veniva offerto del denaro. Il non averlo fatto mi pare che rivela di non aver ben compiuto il suo dovere
- Che persona è D’Ayala?
- Il D’Ayala è di carattere un po’ leggero, adontossi perché il Gherghi fece delle operazioni sul suo territorio ed io dovetti interpormi perché tale dissidio , dannoso al servizio, finisse. Corse voce che aveva contratto delle obbligazioni in San Giuseppe Jato, ma tali voci non ebbero seguito, né io potetti approfondirle perché lasciai Palermo. Egli spendeva più di ciò che poteva tanto lui che l’estinto Delegato Gherghi avrebbero avuto l’obbligo di verbalizzare il tentativo di corruzione
Nessuna meraviglia. Che la corruzione nella Pubblica Sicurezza siciliana sia un problema drammatico è noto da molti anni come racconta Napoleone Colajanni nel suo “Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause” (Palermo 1895).
Adesso a sedersi sul banco dei testimoni è il Tenente dei Carabinieri Emmanuele Sciortino che si occupò delle prime indagini sull’omicidio di Gherghi
- In Partinico varii dovettero essere gli spettatori del luttuoso avvenimento, ma nessuno volle parlare non ostante si fossero fatti degli arresti e gli arrestati poi vennero prosciolti dall’Autorità Giudiziaria. Ciò non è nuovo in quel paese perché si ha per sistema di non mai rivelare alla Giustizia ciò che si conosce o si vede. È questa la ragione per la quale non si può sapere alcuna cosa dalla pubblica opinione, la quale opinione, del resto, fu fatta dagli Agenti della Forza Pubblica sui Di Gristina per i precedenti che vi erano stati tra essi e il Delegato Gherghi. Aggiungo che a seguito della uccisione del Gherghi, mi recai in Piana dei Greci per assumere notizie sui Di Gristina, ove potetti solo acclarare che salvatore Di Gristina era figlio naturale di un certo Petta Di Gristina, da cui aveva ereditato un ricco patrimonio, proveniente per lo più dalla ricezione di animali furtivi
- In Partinico vi è il motto di ordine, così detto Omertà, che vuol dire che qualunque reato si verifica, specialmente se grave, nessuno deve parlare – racconta il Segretario Comunale di Partinico, Simone Mancuso –. Intesi dire che Giuseppe Poma Pintacuda [un vicino di casa di Gherghi dove venne portata la famiglia immediatamente dopo l’omicidio] portò l’indice sulla bocca onde nulla far palesare a quelli che accorsero in casa sua
Poi vengono interrogati una serie di testimoni a carico e a discarico di Francesco Paolo Di Gristina e tutti modificano le dichiarazioni rese in fase istruttoria, costringendo il Presidente ad ammonirli più volte di rispettare il vincolo del giuramento, ma i testi si mostrano decisi a sostenere le nuove dichiarazioni tutte in favore dell’imputato e il presidente fa arrestare in aula 7 testimoni che hanno stravolto le proprie dichiarazioni. Altri testi vengono fatti mettere in disparte e fatti sorvegliare dai Carabinieri in attesa di chiarire le singole posizioni; due di questi spariscono misteriosamente da Cosenza per due giorni lasciando in albergo i propri bagagli.
Pare anche che ci sia una misteriosa epidemia che colpisce i testimoni e questo non è affatto un buon segno, così la Corte osserva che poco attendibili sono i certificati di malattia relativi a 11 testimoni e dispone che ad accertare la veridicità delle malattie debba essere un Maggiore Medico di Palermo con la presenza di un Giudice Istruttore e qualora tutti o parte siano in grado di venire in questa Città e deporre, se ne ordini lo accompagnamento a mezzo della forza pubblica, qualora non prescelgano di mettersi in viaggio volontariamente.
C’è, adesso il fondato rischio che il processo si tramuti in farsa. Proprio per scongiurare questo rischio, il Pubblico Ministero ritiene che, stante i procedimenti a carico di molti testimoni, l’assenza di altri testi importanti a cui non si può rinunziare, è necessario che la causa sia rinviata a nuovo ruolo. Le parti civili si associano alla richiesta ma le difese si oppongono visto che ormai si è sul punto di arrivare a sentenza e le cose sembrano essersi messe bene per molti degli imputati.
La Corte, poiché tale richiesta trova serio fondamento nel disposto procedimento per falso e reticenza, rinvia la causa concernenti i processi relativi alla rapina Calcara, al furto De Maria ed all’omicidio Gherghi, già riuniti per intima connessità, a nuovo ruolo. È il 29 dicembre 1899. È una scelta scellerata. Nei primi giorni dell’anno nuovo gli atti vengono trasmessi al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo per le ulteriori decisioni in merito.
Intanto inizia il processo che vede alla sbarra i 7 falsi testimoni, tutti difesi dall’avvocato Luigi Fera. Il 30 aprile 1900 vengono tutti condannati a 2 anni di reclusione ciascuno per falsa testimonianza resa in dicembre 1899 davanti la Corte d’Assise di Cosenza, nel dibattimento per delitto a carico di Giuseppe Di Gristina e Francesco Paolo Di Gristina ed altri e propongono subito appello.
A Palermo la Corte d’Appello decide che il processo per la rapina ai danni del signor Calcara debba continuare a Cosenza, ma il processo per l’omicidio Gherghi viene stralciato in attesa che si definisca il ricorso in appello.
È il mese di giugno del 1901[1] quando gli imputati di rapina sono di nuovo in aula, proprio mentre a Cosenza cominciano a fioccare gli arresti per una pericolosa associazione a delinquere denominata “la Mala Vita” che terrorizza la città[2].
Il 29 luglio successivo la Corte condannerà Francesco Rubino, Gioacchino Polizzi e Vincenzo Pisciotta, ritenuti colpevoli di rapina aggravata e furto in concorso tra di loro, ciascuno alla pena complessiva di 6 anni e 4 mesi di reclusione, più 3 anni di vigilanza speciale; Paolo Cannella, Antonio Asaro, Carlo Giacopelli, Salvatore Candela e Giuseppe Sciara, colpevoli di sciente acquisto e ricettazione, nonché d’intromissione a fare acquistare o ricevere animali provenienti da sottrazione, ciascuno alla pena di 3 anni e 10 mesi di reclusione, alla multa di £ 2.500 e a 3 anni di vigilanza speciale. [3]
Il ricorso presentato in appello dai falsi testimoni viene rigettato il 15 novembre 1901 dalla Corte d’Appello di Catanzaro la quale rinvia la causa ai primi giudici per la esecuzione.
Adesso che per la Giustizia è confermato che quei sette hanno cercato di favorire i Di Gristina e Castronuovo, non dovrebbero esserci più ostacoli per ricominciare anche questo processo e arrivare alla loro condanna.
Ma dove si è tenuto il processo? A Cosenza no. A Palermo l’ho cercato ma è pressoché impossibile trovare qualsiasi atto processuale in assenza un indice. Sempre ammesso che il processo si sia effettivamente celebrato e celebrato a Palermo.
Questa storia si conclude con la speranza che la famiglia del Delegato Mauro Gherghi abbia ottenuto giustizia, con la speranza di riuscire a far emergere dall’oblio questo delitto di mafia, avvenuto dodici anni prima dell’omicidio di Joe Petrosino, e rendere onore a Mauro Gherghi.
Infine, agli atti della Camera dei Deputati risultano, tra il 1898 e il 1900, tre proposte del Governo per assegnare una pensione alla famiglia del Delegato Gherghi[4].




[1] ASCS, Processi Penali.
[2] Cfr. Francesco Caravetta, GUAGLIUNI I MALA VITA, Cosenza 2012.
[3] ASCS, Corte d’Assise di Cosenza, Sentenze 1901.
[4] archivio.camera.it