lunedì 31 luglio 2017

L'OMICIDIO FAMILIARE

- Marescià… mi minacciava con un lungo pugnale e mi diceva Puttana di tutti… e continuava a venire avanti… io ho preso la scure e…
- Aspetta, facciamo tutto con calma – la ferma il Maresciallo Cosimo De Vittorio, comandante la stazione di San Martino di Finita – allora… addì 14 luglio 1928 eccetera eccetera… la prevenuta Ruà Adelina, nata e residente qui nella frazione Santa Maria le Grotte il 7 novembre 1892, esatto? – Adelina fa un cenno di assenso con la testa mentre tormenta nelle mani un fazzoletto – coniugata Amantea Francesco nato  31 marzo 1891, nato e residente qui come la presente, esatto? – Adelina annuisce ancora – bene, adesso raccontami come sono andati i fatti…
- Mi trovavo in casa con mia madre a scodellare la pasta. I miei due fratelli e mia sorella si trovavano sull’aia intenti a trebbiare. Ad un tratto, mentre mi trovavo, come ho detto, intenta a scodellare colle spalle rivolte verso la porta di ingresso, nel voltarmi lo vidi entrare con fare irato
- Chi hai visto entrare? Il soggetto!
- Mio marito… aveva la giacca nel braccio sinistro e l’altra mano in tasca. Poiché egli cominciò come al solito ad ingiuriarmi e a minacciarmi malgrado io lo avessi esortato a lasciarmi in pace, temendo di qualche male, io mi armai colla scure che nascosi dietro la schiena
- Possibile che non ha visto una cosa del genere?
- Non posso precisare se egli di tale atto si sia accorto. Or poiché io lo vedevo avvicinare sempre più a me che mi trovavo vicino la porta e proprio sul limitare dell’uscio, prima che lui potesse fare qualsiasi atto, gli diedi un colpo di accetta al collo. Tale colpo egli ricevette sulla nuca perché io, sfuggendogli, arrivai a farmi dietro di lui. Contemporaneamente gliene assestai un altro sul di lui braccio, dentro la cui mano egli teneva nella tasca dei calzoni… no, scusate, sono confusa… dico meglioallorchè gli assestai il primo colpo sulla nuca egli estrasse il coltello dalla tasca e io gli assestai un altro colpo al braccio. Appena lo vidi a terra continuai a dare dei colpi
- Mentre tua madre ti aiutava ad ammazzarlo…
- Non è vero che mia madre abbia concorso al delitto che fu solo da me consumato. Mia madre durante la discussione con mio marito si era ritirata nella stanza attigua e sopravvenne solo quando io avevo già inferto il primo colpo. Mentre tentava di dividerci cadde a terra e alla vista del sangue corse fuori. Ritornò solo con Perri Pietro e il figlio di lui… no… venne prima mia madre col Perri Pietro e mio fratello il piccolo e subito dopo accorse mio fratello il grandenel frattempo io mi vestii e sono venuta a costituirmi
- Va bene – dice il Maresciallo alzandosi dalla sedia, abbastanza perplesso per le troppe, evidenti incongruenze nel racconto di Adelina – portatela in camera di sicurezza e preparatevi ché andiamo a dare un’occhiata
In questi stessi momenti qualcuno è andato ad avvisare i Carabinieri di Rota Greca che si precipitano sul posto anche se il territorio non è di loro competenza e quando il Maresciallo De Vittorio arriva, sono già sul posto. Entrano: Alla sinistra della porta d’ingresso è dislocato il letto costituito da pagliericcio ricoperto da una coperta bianca ma sudicia e circondato dal solito panno che i contadini chiamano “tornalietto”; alla destra della porta d’ingresso trovasi un grande focolare con due treppiedi in ferro, una grossa padella che contiene dell’olio e pochi utensili da cucina. Su di esso è posato uno scopino in cannuccie che è stato adoperato per pulire il focolare dalla cenere, la quale infatti si trova ammucchiata in un angolo, lasciando il focolare stesso in perfetto ordine. Poggiata alla parete di fronte, tra la finestra e la porta che immette nella seconda stanza trovasi una cassapanca con un grosso piatto in terraglia ripieno di vermicelli conditi, intaccato soltanto da una parte, evidentemente rosicchiato da bestie. Sulla cassapanca trovasi pure un pane intero e pochi pezzetti, una falce, un canestro con sopra altra falce e sopra ancora un crivello. Non vi si trovano posate che invece sono ritrovate in bell’ordine dentro un cestino deposto su di un tavolino. Sul tavolino trovansi altra stoviglie ed utensili, tutti in ordine. Fra il tavolino ed il focolare trovasi un orciuolo, una casseruola grande e dentro ad essa altra più piccola, uno scolapasta ed un mestolo e altri utensili giacenti alla rinfusa. Impossibile che nella stanza ci sia stata una violenta colluttazione, tutto troppo in ordine. Il cadavere? Il cadavere si trova ad un passo soltanto dalla soglia della porta d’entrata ad un solo battente ad apertura interna. Vicino al cadavere vi era una giacca da lavoro ed un cappello a cencio, una scure intrisa di sangue ed un coltello a manico fisso lungo oltre 20 centimetri con punta acuminata. Francesco è riverso sul pavimento con i piedi a sinistra di chi entra, la testa a destra e siccome il pavimento pende leggermente verso il lato della testa, tra il corpo esangue e il focolare c’è un lago di sangue. Lo spettacolo è raccapricciante. Gli occhi sono sbarrati; sul lato sinistro del collo si apre una enorme ferita da taglio che ha reciso la carotide; una ferita da taglio sulla regione ipocondriaca destra lunga 15 centimetri con direzione dall’altro in basso; una ferita da taglio sulla regione epigastrica lunga 15 centimetri; una ferita da taglio nell’interno della coscia destra della stessa lunghezza delle altre; una ferita da taglio nella regione anteriore della stessa coscia lunga 5 centimetri; una ferita da taglio sul ginocchio destro al di sopra della rotula; una ferita da taglio nella regione interna della gamba destra in vicinanza dell’articolazione; una ferita da taglio nella regione dell’avambraccio sinistro; una ferita da taglio sull’antibraccio destro al di sotto del gomito; una ferita da taglio sul braccio destro sopra il gomito; una ferita da taglio al terzo medio del braccio destro; una ferita da taglio al di sotto della scapola sinistra lunga cm 8; una ferita da taglio nella regione scapolare sinistra lunga cm 10; una ferita da taglio nella regione stessa, verso destra, lunga cm 8; una ferita da taglio nella regione scapolare destra lunga cm 10 che rompe le scapole; una ferita da taglio orizzontale nella regione occipitale lunga cm 10 che frattura l’osso occipitale; una ferita da taglio in direzione verticale sull’osso occipitale a sinistra lunga cm 6 che lede l’osso; una ferita da taglio identica alla precedente, 6 cm., a destra di essa; una ferita da taglio nella regione parieto-occipitale di destra lunga cm 8. in tutto 19 colpi. Ma un esame più approfondito mette tutto in discussione: le ferite non sembrerebbero essere state tutte prodotte da colpi di scure ma alcune sembrano opera di coltellate. Per la consumazione del delitto concorsero più persone!
E chi c’era in casa durante la consumazione del delitto? Certamente la madre di Adelina, la cinquantanovenne Carmela Raddi.
- Ero intenta ad amminestrare la pasta per portarla ai miei figli che stavano a lavorare nell’aia. È venuto mio genero Amantea Francesco il quale si mise a litigare con mia figlia Adelina che stava in casa con me e la insultava con parolacce. In mano all’Amantea non ho visto alcun’arma. Feci alcune lagnanze con costui e continuai ad amminestrare. In men che non si dica i due si accapigliarono, mi misi in mezzo per dividere ma costoro mi hanno fatto cadere per terra e quando mi alzai vidi mio genero disteso al suolo che non dava più segni di vita. Appena vidi ciò uscii subito fuori per chiamare a Perri Francesco, inteso Belfiore. Costui è venuto subito ed entrò in casa mia mentre io continuai a rimanere fuori. Non rivolsi parola alcuna a Belfiore. Mentre ero fuori mi misi a gridare ed i miei figli Daniele e Virgilio, che stavano sull’aia, corsero a vedere di che si trattasse. Resisi conto dell’accaduto ritornarono sull’aia a lavorare. Dopo poco anche io mi recai sull’aia. Mia figlia si allontanò
Non ci siamo proprio. Madre e figlia più parlano e più si mettono nei guai: le due dichiarazioni sono contrastanti e poco credibili. Inoltre, se davvero ci fu una colluttazione, come è possibile che tutto nella stanza del delitto sia in perfetto ordine e Adelina non abbia riportato nemmeno un graffio? La verità, per i Carabinieri, è un’altra: le due donne videro avvicinarsi verso detta abitazione lo Amantea e prepararono ogni cosa per sopprimerlo, non essendo possibile che costoro avessero a portata di mano la scure ed il coltello per poter fulmineamente colpire lo Amantea e cioè senza dar tempo a farlo entrare nell’abitazione. Si, Francesco Amantea fu colpito appena giunto sulla soglia della porta e non ebbe il tempo di reagire perché inerme ed è chiaro che Adelina vuole coprire sua madre addossandosi tutta la responsabilità dell’omicidio che appare ancora come un fatto troppo sproporzionato. Così Adelina racconta la sua storia
- Fra mio marito e me non intercedevano buoni rapporti, anzi a causa di precedenti e gravi questioni causate dalla di lui gelosia e perché pretendeva che io lo tradissi, circa tre mesi fa ci eravamo divisi, rimanendo egli nella casa coniugale ed io a Cosenza dove mi sono impiegata nella qualità di lavandaia alla lavanderia dell’Ospedale Civico per un mese e gli altri due mesi, quale cameriera, in casa dell’avvocato Mario Mari. In questa epoca mio marito, a quanto mi hanno riferito i miei familiari, mi andava ricercando col proposito di uccidermi, proposito che manifestava apertamente a tutti. In una di queste gite a Cosenza anzi fu arrestato perché fu sorpreso a comprare un’arma dando al rivenditore generalità false. Dopo questi tre mesi io ritornai in Santa Maria le Grotte in casa di mia madre e nel frattempo iniziavo le pratiche per la separazione legale. Durante tale permanenza nella casa di mia madre, mio marito venne a trovarmi solo due volte e cioè il giorno in cui commisi il delitto e il lunedì precedente a tale fatto. Mio marito era un tipo violento e manesco e pretendeva che io lo tradissi ogni momento con il primo venuto
Le indagini del Maresciallo De Vittorio portano invece ad altre conclusioni: suo marito aveva ragione di lamentarsi perché in paese Adelina è ritenuta una donna leggiera e facile a concedere dei favori illeciti! E anche il movente potrebbe avere una configurazione: quando la donna se ne andò a Cosenza, lasciò i suoi tre bambini a sua madre che non poteva e non intendeva provvedere più oltre al loro sostentamento e siccome pare che Adelina avesse trovato lavoro come cameriera a Novara, aveva chiesto a Francesco di tenersi i figli ma lui non ne volle sapere, quindi giocoforza i tre bambini sarebbero rimasti a totale carico della Raddi Carmela, la quale li avrebbe tenuti a malincuore, anche perché risulta che faceva delle lagnanze in pubblico ed una volta anche con noi maresciallo De Vittorio. Tali fatti spinsero costoro a premeditare ed a consumare il delitto, approfittando del momento propizio e cioè quando lo Amantea si era portato nella loro abitazione allo scopo evidente di unirsi nuovamente con la moglie. Ciò è dimostrato dal fatto che lo Amantea si portò ivi inerme e quindi è da escludere l’intenzione delittuosa da parte di costui, come vorrebbe far credere la Ruà.
Perché de Vittorio è convinto di questo? Intanto Francesco Perri, Belfiore, accorso per primo nella casa di Carmela Raddi, dichiara di aver visto la Raddi e la Ruà nella detta casa che insieme contemplavano il cadavere e la Raddi, appena lo vide, additando il cadavere gli disse: “Sei buono per testimone perché questo è venuto in casa mia”. Pietro Perri, il padre di Francesco, rincara la dose: giunto sulla soglia di detta casa notò che la Ruà puliva con uno straccio la scure e la lama del coltello, intrisi di sangue, armi che sa appartenere alla Raddi. La Ruà, fatto ciò, buttò le armi per terra e si allontanò. Quindi è assolutamente falso che il coltello era nelle mani di Amantea perché se così fosse stato non avrebbe dovuto essere intriso di sangue; se è stato pulito, lo si è fatto proprio per simulare che l’arma era nelle mani della vittima. Poi c’è un altro fatto molto grave: Pietro Perri rivela  che Saverio Conforti, cognato di Adelina e genero della Raddi, ha tentato subornalo acchè occultasse la sua vera deposizione e facesse risultare che il coltello si apparteneva al morto. Non solo, Perri rivela anche di essere stato avvicinato da Virgilio Ruà, diciassettenne fratello di Adelina, che con tono minaccioso gli disse: “Tu devi dire soltanto che hai sentito il rumore e non altro”.
Ma le indagini proseguono e De Vittorio, cercando di appurare se Saverio Conforti abbia effettivamente cercato di corrompere Pietro Perri, scopre ben altro: l’uomo malvedeva la presenza di Adelina e dei suoi tre figli nella casa della suocera, la quale giornalmente doveva provvedere al loro sostentamento e perciò varie volte, con minacce, tentò di obbligare l’Amantea di andare a ritirare moglie e figli, ma a ciò non vi riuscì perché l’Amantea ha sempre temuto una aggressione, mentre aveva dimostrato di essere disposto ad accettare la moglie ed i figli qualora se ne fossero ritornati nella sua abitazione di loro spontanea volontà. Poi il Maresciallo trova una lettera spedita da Guidino Ruà, fratello di Adelina, da Agrigento dove è soldato:
Agrigento 29/4/1928
Mia carissima matre con molto piacere io ricevo e rispondo alla Vostra Amata e disidirata lettera, dove la quale mi nota che Voi godite buona salute tutte di famiglia e così ti pozzo a sicurare dime. Carissima matre io o capito tutto quello che mi volete dire poi como mi dite per la mia sorella non fa niente quanto venco ci penzo io facìa beni che lo vulìa acidere, avìa fatto bene ma non fa niente poi como volete sapere che era che maveva manato a dire che è a cosenza me binuta una lettera senza firma. Duque cara matre ti faro sapere che sono passato caporale e quanto scrivete il mio indirizo dovete di fare il Caporale Ruà Guidino. Duque non mi resta piu che dire e passiamo ai cordiale salute. Poi ti faro sapere che sono 70 giorni che viagio sol treno e no tenco nemeno tembo a magiare e ogie devo partire torna.
Vi salute e scrive subbite sono uscito dalla spacco e sono Caporale
Nuovi orizzonti si aprono per le indagini e così De Vittorio può aggiustare il tiro sul movente e sulle modalità di esecuzione del barbaro delitto: nella famiglia Ruà i rancori contro l’Amantea andarono man mano aumentando e da tempo avevano concertato e preparato il piano per toglierselo di mezzo e dato che in pubblico erano notori i fatti, pensarono di farlo andare nella casa della Raddi per ivi sopprimerlo di comune accordo, facendo poscia cadere la responsabilità sopra della sola moglie la quale, secondo loro, avrebbe agito per legittima difesa dell’onore ed in ultimo anche per difesa personale.
Il Conforti non è estraneo al delitto perché, d’intesa con la Ruà e con quelli della di lei famiglia con minacce, anche in presenza di testimoni, obbligò il cognato Amantea anche la sera precedente al delitto a portarsi in casa della Raddi per ritirare la moglie e i figli. L’Amantea, uomo d’indole buona, pur avendo il presentimento di una aggressione ai suoi danni, tanto che ne fece cenno a Sapienza Federica, nel giorno indicato dal cognato Conforti si recò inerme nel luogo convenuto. Ivi lo attendeva la moglie, la suocera ed il cognato Ruà Virgilio. Si, anche il diciassettenne Virgilio, dopo una lunga serie di testimonianze, entra nell’indagine con un ruolo da protagonista: Quest’ultimo era intento a riparare con un fil di ferro una scarpa vecchia a lui occorrente per calzarla sul lavoro. appena vide comparire l’Amantea sulla soglia della porta si scagliò contro, lo tempestò di calci e pugni e lo buttò a terra facendolo cadere riverso sul pavimento nell’interno della stanza; il malcapitato non ebbe tempo di reagire perché la Raddi imbrandì una scure che aveva a portata di mano e gli assestò con questa un colpo ed immediatamente dopo la Ruà Adelina s’impadronì della scure che aveva la madre e finì l’Amantea con diversi colpi di essa scure. Compiuto il misfatto il Ruà Virgilio calpestò il morto con calci e di corsa si portò sull’aia ove era il fratello Daniele e la sorella Laura, invitando quest’ultima ad andare a ritirare i tre nipotini che stavano piangendo e gridando perché avevano assistito all’eccidio del padre. De Vittorio deve avere una mente fervida per immaginare questa scena del delitto, dal momento che nessuno degli indagati apre bocca e non c’era nessun altro presente. Che cosa gli è saltato in mente? Semplice, lo ha appena detto il Maresciallo stesso: in quel momento erano presenti anche i tre figli di Adelina e il più grande, appena 8 anni, riesce a raccontare a De Vittorio l’orrore a cui ha assistito. Ma non è stato facile fargli aprire bocca: il bambino ch’è dotato di svogliata intelligenza, sulle prime si era fermato sulle seguenti deposizioni: “È stata solo mia madre, mia nonna e zio Virgilio non c’erano”. Con ciò dire tremava di spavento e tutto impacciato volgeva lo sguardo verso la strada dove vi erano ad attendere gli zii Ruà Virgilio e Conforti Saverio. In seguito alle nostre interrogazioni il bambino ci ha confessato che gli era stato imposto dallo zio Virgilio di dire che l’autrice del delitto in persona del padre era stata la sola madre.
Ma è evidente che anche questa ricostruzione fa acqua da tutte le parti: il bambino parla di un’aggressione con calci e pugni e ciò avrebbe dovuto lasciare dei segni nella stanza perfettamente ordinata; in più nel racconto del bambino non c’è traccia del coltello che pure è stato usato. D’altro canto la perquisizione che viene subito eseguita porta alla luce la scarpa riparata con il fil di ferro proprio dove il bambino ha detto che era stata nascosta. Ma De Vittorio trova anche qualcosa che non avrebbe dovuto essere in casa di Carmela Raddi: un certificato medico di Francesco Amantea e due tessere dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra appartenenti alla vittima e ciò proverebbe che dopo averlo ucciso lo hanno perquisito e derubato. Come andrà a finire questa orrenda storia? Reggerà l’impianto accusatorio messo su dal Maresciallo De Vittorio e fatto proprio dal Pretore di Montalto Uffugo?
La difesa degli imputati, sostenuta da Pietro Mancini, Samuele Tocci e Francesco Posteraro darà battaglia, come agguerrite saranno la pubblica accusa e la parte civile, rappresentata da Tommaso Corigliano.
Intanto alcuni dei 107 testimoni escussi giurano di sapere che Adelina se la faceva , tra gli altri, anche con il parroco di Santa Maria, don Agostino, che ella riceveva in casa sua di notte e di giorno in assenza del marito. Ma il paese è spaccato. C’è chi giura che Francesco Amantea era un uomo mite, vittima di sua moglie che faceva di lui ciò che voleva e chi, al contrario, giura che lui era violento e picchiava spesso la moglie, anzi molti lo avrebbero sentito dire che prima o poi l’avrebbe ammazzata.
Ma l’impianto accusatorio regge al vaglio della Sezione d’Accusa e Adelina Ruà viene rinviata a giudizio con l’accusa di omicidio premeditato, suo fratello Virgilio e sua madre Carmela Raddi sono rinviati a giudizio per correità e il loro cognato Saverio Conforti è rinviato a giudizio con l’accusa di complicità per avere facilitato l’esecuzione prestando aiuto prima del fatto. È il 4 marzo 1929 e sono passati quasi 8 mesi dal fatto.
Il 20 dicembre 1930 la Corte d’Assise di Cosenza crede ad Adelina: è lei che ha ucciso Francesco Amantea e la condanna a 18 anni e 4 mesi di reclusione, con la concessione delle attenuanti generiche. Carmela Raddi a 3 anni e 20 giorni di reclusione e Virgilio Ruà a 1 anno, 6 mesi e 10 giorni di reclusione perché ritenuti colpevoli di complicità non necessaria, con la concessione delle attenuanti generiche e quella della provocazione grave. Saverio Conforti invece viene assolto.[1]
A pagare sono soprattutto i tre bambini che hanno perso in un colpo solo entrambi i genitori.




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 28 luglio 2017

LE TRE CROCI DI CIPOLLINA

 Ad una delle estremità dell’abitato di Cipollina è il luogo denominato Timpone o Calvario, formato da un rialzo di roccia e di terra, sulla parte più alta del quale sorgono tre croci. A lato delle croci la roccia è in parte tagliata a forma di sedile, che resta all’ombra di tre alti alberi. Più in giù del sedile, e propriamente 28 metri più in sotto, sono parecchie piante di fichi d’India, che in Cipollina chiamano “pracche”. Dal punto del sedile a quello ove sono i fichi d’India si va da una stradetta che si svolge in forma irregolare, in alcune parti è in forte pendio ed in altre la roccia forma una specie di scala. È proprio sul Calvario che verso le 19,30 del 27 maggio 1925 un gruppo di sei giovanotti sta discutendo di fatti privati. Tra loro c’è il diciannovenne Salvatore Adduci, un tipo poco raccomandabile, violento, attaccabrighe e temuto. Temuto soprattutto perché non fa mistero di appartenere alla malavita locale, la famigerata “famiglia Montalbano” [Leggi la storia della FAMIGLIA MONTALBANO].
L’attenzione di Adduci viene attratta dalla figura di un ragazzo che si avvicina al Calvario: è il suo coetaneo Giovanni Cirimele, il cui carattere ingenuo ed incapace di concepire il male è completamente all’opposto del suo. Giovanni si ferma a salutare mentre sta sopraggiungendo anche una ragazza, una bella ragazza, Filomena Mandato. Tutti la guardano ma nessuno fa apprezzamenti e lei passa oltre tranquillamente. Salvatore Adduci, dopo avere fatto qualche mossa da sbafante, prende per un braccio  Cirimele e gli fa
- Giovà, vieni con me
- Dove?
- Qui sotto che facciamo un atto grande… una bella cacata insomma! – specifica ridendo sguaiatamente
- Va bene…
I due ragazzi cominciano a scendere lungo la stradina che porta ai fichi d’India ma, fatti solo pochi passi, Giovanni si ferma e comincia a tornare indietro
- Che ci vengo a fare io alle pracche… va tu solo a fare l’atto grande
Adduci lo raggiunge, lo strattona per farlo voltare verso di sé e quando lo ha quasi di fronte, fa un mezzo passo indietro, tira fuori dalla tasca una rivoltella, una Mauser nera, e spara un colpo a bruciapelo, tre o quattro centimetri dagli indumenti dell’infelice, poi rimette in tasca l’arma e, tra l’incredulità dei presenti, guarda con disprezzo Giovanni e dice
- Sei morto… ti ni frichi… ti ni frichi… – poi se ne va come se niente fosse accaduto.
La pallottola ha centrato Giovanni al lato sinistro del petto e dopo avergli sfiorato il braccio sinistro, che è stato ustionato dalla vampata, gli ha attraversato il polmone sinistro, il cuore, e poi trapassato anche il polmone destro, fermandosi contro una costola. Giovanni barcolla e cade a terra boccheggiando in cerca di aria. Un rivolo di sangue gli scorre sotto la camicia color fantasia imbrattandola, un altro gli esce da un angolo della bocca
- Mamma… brucio...
Urlando e bestemmiando gli altri ragazzi cercano di soccorrerlo, poi uno va a chiamare il medico del paese, un altro corre all’ufficio postale dove c’è un telefono per avvisare i Carabinieri di Grisolia. Il dottor Vittorio Sollazzo arriva subito e capisce che non c’è niente da fare, nonostante il cuore continui a battere. Ma vuole tentare lo stesso l’impossibile e ordina che Giovanni sia portato di corsa a casa, dove gli pratica un’iniezione, proprio mentre il cuore di Giovanni cessa di battere.
Davanti casa la folla, stanca dei soprusi della famiglia Montalbano, chiede giustizia.
- Prendetelo! È andato verso Verbicaro! – urla la folla ai Carabinieri che si lanciano all’inseguimento
Mentre Salvatore Adduci sta vagando senza meta cercando una soluzione al suo colpo di testa, passa accanto alla stazione ferroviaria dove incontra un certo Francesco Belmonte, il quale sa già che il povero Giovanni Crimele è morto, ma sa anche che Adduci è armato e quindi si guarda bene dal cercare di bloccarlo, però gli parla
- Lo sai che l’hai ammazzato?
- Se è morto mi vado a presentare, io me la duvìa fare, ma si sapìa ca mi duviva succedere chistu, n’ammazzava atri due o tri chi mi eranu contrarii e chi m’avivanu minatu
Lo dice quasi come se niente fosse, senza una parola di pentimento e la sua preoccupazione sembra essere solo quella di non aver potuto o saputo rispettare fino in fondo una delle regole della famiglia: vendicarsi delle offese ricevute, vendicarsi di quelli chi m’avivanu minatu. O forse lo ha fatto per passare di grado nella famiglia e ciò poteva avvenire mediando un fatto di sangue commesso. È in questo momento che decide di andarsi a costituire nelle mani dei Carabinieri di Verbicaro, ma lo farà solo la mattina successiva
- Ieri sera sono venuto a diverbio con Giovanni Cirimele il quale, con modi risoluti e minacciosi m’invitò a seguirlo e io a tale invito, siccome avevo bevuto più del solito, lo seguii. Ma dopo pochi passi il Cirimele estrasse dalla tasca un coltello con punta e mi si scagliò contro per colpirmi al torace, ma fortunatamente, sebbene brillo, mi sono schermito, così mi perforò soltanto la manica sinistra della giacca. Il Cirimele, non contento di ciò, continuò a minacciarmi di morte, per tanto fui costretto a difendermi adoperando la rivoltella a cinque colpi che tenevo per caso in tasca, esplodendone un colpo contro il mio aggressore. Ciò lo feci per incutergli timore e non mai per colpirlo. Sfortunatamente il proiettile lo colpì mortalmente. Dopo di ciò buttai via la rivoltella e mi sono allontanato
Una bella faccia di bronzo! La situazione completamente rivoltata. Sicuramente si è consultato con qualcuno e lo stanno a dimostrare i tentativi di passare per ubriaco e l’insistenza con la quale dichiara di non aver sparato per colpire. Poi il Maresciallo gli chiede
- I motivi del diverbio?
- Verso la sera del 27 volgente, ossia quando ancora si vedeva non poco, io, Marino Beniamino e Ciriaco Biagio stavamo seduti sopra di tre pietre che sono nella località denominata Timpone o Calvario, quando sopraggiunsero Cirimele Giovanni e i fratelli Adduci Alessandro ed Angelo che si fermarono in piedi vicino le pietre. Subito dopo passò, a lato del Calvario, la sorella di mio cognato Mandato Filomena e Cirimele e Adduci Alessandro, come la videro, dissero: “Oh! Chista sarìa bona pe mia!”. Io osservai: “E su sapissa ‘u frate…”. Cirimele e Adduci Alessandro risposero: “’U frate unn’è buonu”. I due, non ancora contenti, cominciarono a burlarmi. Io replicai: “Ma se il fratello non è buono, sono buono io”. Adduci Alessandro non mi burlò più, Cirimele invece mi fece delle scorregge, al che io aggiunsi: “Statti citu cu sta vucca brutta”. Cirimele continuò a fare scorregge e riprese a dire: “Andiamo ca sutta!. Ed io: “Andiamo”. Ci incamminammo insieme e camminammo per sette od otto metri andando in giù e dopo il Cirimele si fermò
- E gli altri, dopo che hai sparato, che hanno fatto?
- Mi minarono pietre, io ebbi paura e scappai…
Certo che bisogna ammettere che pur dichiarandosi ubriaco, Salvatore Adduci ha una memoria di ferro, visto che ricorda tutto per filo e per segno, anche ciò che non è mai accaduto! Ma certamente conta sul fatto che fino ad ora nessuno ha mai osato testimoniare contro la malavita in occasione dei numerosi reati di cui si è macchiata e figurarsi adesso che uno di loro ha usato la rivoltella, come se la faranno addosso tutti quanti!
Ma Salvatore (e forse anche chi lo ha consigliato) ha fatto male i suoi calcoli perché tutti i presenti lo smentiscono e continuano a smentirlo anche quando se lo trovano davanti nei confronti a cui vengono sottoposti.
- Quello che hai detto è un ammasso di bugie – attacca Beniamino Marino – perché hai ammazzato Cirimele che non aveva fatto una mossa, che non aveva armi e gli sparasti a bruciapelo
- Tu puoi dire questo ed altro, tu sei parente a Cirimele e perciò mi vai contro – si difende Adduci
- Io ti vado contro per quello che hai fatto, per quel disgraziato che tu, assassino, hai sacrificato e che tutta Cipollina piange
Matteo Imballone rincara la dose
- Cirimele non disse una parola contro di te e tu gli sparasti come se fosse stato un cane. Cirimele e Alessandro Adduci non offesero in alcun modo mandato Filomena e quanto tu hai dichiarato è falso!
- Tu invitasti Cirimele a seguirti nelle pracche e quando durante il cammino si fermò per dirti che non aveva che fare alle pracche estraesti da una delle tasche dei calzoni l’arma e gli sparasti a bruciapelo – dice Biagio Ciriaco
 - Non è vero, tu mentisci!
- Io non ho nessuna ragione di mentire, anzi dovrei aiutarti perché sono tuo lontano parente, ma gli assassini non si possono aiutare!
- Ma non ero ubriaco quella sera?
- Tu eri serissimo, ragionavi come gli altri e uccidesti Cirimele senza nessuna causale, anche la più lontana
Addirittura lo smentisce anche Filomena Mandato, la sorella di suo cognato.
- Adduci Alessandro e quell’infelice di Giovanni Cirimele, che era la perla di Cipollina, al Calvario non mi dissero niente, non profferirono una parola al mio indirizzo e tu potevi fare a meno di nominarmi. Eppoi, se pure mi avessero voluto dire una parola, anche di offesa, tu che ci entravi? Se fossi stata offesa me la sarei vista io. Tu hai ammazzato e te la vedi tu con la giustizia, ma a me non mi dovevi nominare. Quello che hai detto è tutto falso!
- Io ti ringrazio! – risponde Salvatore in tono di minaccia
- Io ho dovuto dire la verità
Non resta che stabilire se e quanto vino bevve il giorno dell’omicidio. Salvatore sostiene di avere bevuto un bel po’ di vino in casa di Antonio Vitale, il quale viene messo a confronto con l’imputato
- Io la sera dell’omicidio ero ubbriaco – attacca Salvatore – perché avevo bevuto in campagna insieme agli altri operai ed a casa tua da solo
- Tu eri serio, vigliacco che sei, tu uccidesti un giovanotto che non usciva mai di casa, un ragazzo che viene pianto pure dalla terra di Cipollina, ed ora pretendi di ingannare la giustizia con la scusa dell’ubbriachezza! In casa mia non ci fosti affatto, bugiardo e vile che in campagna dalle 9 del mattino alle 4 pomeridiane bevesti complessivamente ed in più volte due bicchieri e mezzo o tre bicchieri e mezzo di vino che non ti resero nemmeno brillo. I bicchieri erano della capacità di 8 a litro ed eri pertanto serio, serissimo, dieci volte serio come tutti gli altri!
- Tutti adesso mi volete male, non uno ha detto la verità! Bevvi da cinque a sei bicchieri di vino in campagna ed in casa
- Niente affatto, menzognero che sei!
Il terreno comincia a mancare sotto i piedi del picciotto e forse a Cipollina la musica nei confronti della malavita locale, comandata da tale Giuseppe Donati detto ‘U Spiranzatu, sta cambiando, ma l’avvocato Pietro Mancini, che rappresenta la parte civile, non è convinto di ciò e il 16 giugno 1925 scrive al Procuratore del re di Cosenza temendo le mistificazioni di mala-vita che in quella contrada dolorosamente fiorisce ai danni della vita sociale, ed è sicuro che certi delitti come quello del povero giovinetto Cirimele sono gli effetti di questo attossicamento morale che la mala pianta colà crea impunemente.
I timori dell’avvocato Mancini sono fugati dal Pubblico Ministero che, pur tacendo l’appartenenza di Salvatore Adduci alla malavita, nella relazione al Procuratore Generale del re scrive tra le altre cose: Le case circostanti inorridirono del terribile misfatto. Invece l’Adduci, la cui umanità era degradata al disotto della più bassa bestialità, ebbe per la vittima uno sguardo feroce, pronunziò al suo indirizzo parole volgari e si allontanò.
Il fascicolo arriva sulla scrivania del  Procuratore Generale con la pesantissima accusa di omicidio aggravato per avere, al fine di uccidere e per solo impulso di brutale malvagità, cagionato la morte di Cirimele Giovanni con un colpo di pistola sparato a bruciapelo. Ma il magistrato non è d’accordo con questa impostazione e chiede il rinvio a Giudizio di Adduci per la meno grave imputazione di omicidio volontario. La sezione d’Accusa, a sua volta, modifica ancora il capo d’imputazione e lo riporta a quello originale di omicidio aggravato. È il 27 ottobre 1925.
Il 12 luglio 1926 la Giuria della Corte d’Assise di Cosenza si dimostra clemente con l’imputato, negando l’aggravante dell’impulso di brutale malvagità e condannandolo per omicidio volontario, concesse le attenuanti di legge, a 13 anni, 4 mesi e 10 giorni di reclusione. Ma il Pubblico Ministero Giovanni Tocci rileva un vizio nel calcolo della pena (che sarebbe dovuta essere di 13 anni, 10 mesi e 20 giorni) e propone ricorso per Cassazione. Anche l’avvocato Stanislao Amato, difensore di Adduci propone ricorso lamentando il mancato accoglimento della richiesta di sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica con conseguente pregiudizio dell’esito del verdetto.
Il 19 novembre 1926, la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Adduci e accoglie quello del Pubblico Ministero. Il sanguinario dovrà restare ospite delle patrie galere sei mesi e mezzo in più.[1]
La mala pianta si può estirpare.




[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 24 luglio 2017

L'AMORE CRIMINALE

Trozzo Domenico, contadino di Mendicino, ammogliato con figli, da oltre un anno viveva in concubinato con Greco Rosina, vedova di guerra, con la quale aveva procreato anche un bambino. Se non che quest’ultima, stanca della tresca volle troncarla e cercò di liberarsi del Trozzo andando ad abitare in casa d’una di lei sorella a nome Teresina. Da qui le ire del Trozzo, il quale non tralasciò mai di molestare la Greco. Un giorno persino scassinò la porta di casa della Teresina volendo entrarvi ad ogni costo.
Quella volta Teresina andò dai Carabinieri di Mendicino per denunciarlo, ma per l’intervento del fratello del Trozzo a nome Raffaele e per i buoni uffici del maresciallo, la querela non fu fatta.
- Mio marito si mostrava molto eccitato e poiché temevo che potesse commettere qualche sciocchezza, allo scopo di evitare fatti luttuosi, mi ero interposta fra i due per rappacificarli e mi sembrava di esservi riuscita… – racconta con naturalezza la moglie di Domenico
Le sembrava, ma Rosina non ne può davvero più di Domenico e torna dalla sorella col bambino che ha appena quattro mesi.
È l’inizio di novembre del 1924 e Rosina è costretta a non uscire più da casa per sfuggire ai continui appostamenti di Domenico, il quale sembra come impazzito e addirittura va sbandierando ai quattro venti che lui pazzo lo è per davvero da quando ha fatto il soldato: “Ho il certificato dell’ospedale militare di Napoli che mi ha riformato…” urla in faccia a chi, come suo fratello Raffaele, gli consiglia di mettersi l’anima in pace e di pensare alla sua famiglia. Pazzo o meno, di certo qualcosa si è guastata nella sua mente.
La sera del 13 novembre 1924, Domenico smania come al solito. Sua moglie se ne sta accucciata in un angolo senza fiatare, i figli sono a letto. All’improvviso si alza dalla sedia e va verso la porta di casa. Prende qualcosa da una borsa appesa a un chiodo, poi guarda verso la moglie e la vede col viso tra le mani, quindi prende la sua doppietta, nascondendola alla vista della donna e, quando è ormai praticamente fuori di casa, dice laconicamente
- Esco
La sera del 13 novembre 1924, Rosina ha appena finito di allattare il bambino e lo ha messo a dormire dentro una specie di culla ricavata in una cassa. Sua madre sonnecchia davanti al fuoco accanto al quale in una pignata borbotta la minestra: tra poco ritorneranno dalla chiesa le altre due figlie, Teresina e Maria, e mangeranno tutte insieme nella casetta colonica di contrada Scavello. Nella casa accanto, Marietta Greco ha appena finito di mangiare con sua figlia, l’undicenne Assuntina, e la sua anziana madre il poco che c’era. Dall’altro lato del caseggiato, Raffaele Greco e sua moglie Rosaria dormono già e qualunque cosa accada è difficile che si sveglino, sono entrambi un po’ sordi.
La sera del 13 novembre 1924, il maestro elementare Vito Nobile sta facendo lezione alla scuola serale in contrada Vutroni e l’aula è come sempre molto affollata. Ad un certo punto uno degli scolari, esce per soddisfare un bisogno corporale.
Basta un calcione ben assestato perché la porta mezzo sgangherata della casa di Teresina Greco si spalanchi. Il piccolino si sveglia di soprassalto e comincia a piangere. L’anziana, sorpresa dal fracasso, cade e Rosina, che ha capito, cerca di nascondersi.
- O te ne vieni con me o ti ammazzo qui davanti a tuo figlio! – urla e ha gli occhi iniettati di sangue
- Domè… per l’amor di Dio… pensa alla tua famiglia, ai tuoi figli, lasciami in pace… ti prego…
- O te ne vieni o vi ammazzo! – insiste spianando il fucile, ma adesso la minaccia è molto più grave. A chi intende riferirsi? Al bambino, all’anziana madre o a tutti e due? Rosina cerca di prendere tempo usando parole dolci, ma Domenico mostra sempre più segni di impazienza. Poi la situazione rischia seriamente di precipitare quando, ignare di tutto, entrano in casa le due sorelle di Rosina. No, non può rischiare una strage
- Va bene, me ne vengo con te…
- Ma sei impazzita? – le fa Teresina, che viene immediatamente zittita dalla sorella
Così, con passo incerto e le lacrime agli occhi, Rosina si avvia al fianco di Domenico. il quale non resiste che pochi secondi e poi comincia a darle botte da orbi. Rosina riesce a scappare mentre le sorelle e la madre cominciano a urlare per chiedere aiuto ai vicini. Marietta le sente ma ha paura e si tappa le orecchie, decisa a farsi i fatti suoi; i due anziani non sentono. Poi una detonazione e le urla di disperazione. Un’altra detonazione. Marietta apre la porta di casa e Rosina insieme alle due sorelle si precipitano dentro. La loro madre no, è ferita ad un braccio e riesce a scampare alla morte rientrando in casa.
Marietta cerca di chiudere dietro di sé la porta ma la spinta di Domenico la fa barcollare e l’uomo è dentro. Si guarda intorno in cerca di Rosina mentre ricarica il fucile. La vede, fa due passi verso di lei e le scarica due colpi a bruciapelo uccidendola all’istante. Ricarica ancora l’arma mentre in quella casa regna il terrore. Teresina è la seconda ad essere colpita e i pallini le entrano nell’addome, ma ha la forza di rotolare sotto un letto fingendosi morta. Sua sorella Maria non sa che fare e Domenico la bracca da vicino; parte un altro colpo che le centra un braccio. Quando sta per finirla si sente la vocina della figlia di Marietta che comincia a urlare cercando di richiamare l’attenzione dell’anziano zio Giuseppe che dorme tranquillamente. La ragazzina è vicino alla porta e urla alla madre che andrà a chiamare aiuto.
Adesso Domenico ce l’ha anche con lei e le punta contro il fucile. Marietta, con un balzo, si mette tra l’arma e la figlia e riesce a spingerla fuori di casa mentre arriva la scarica di pallini che la colpisce alle mani protese, spappolandole la mano sinistra. Poi solo i lamenti delle donne ferite, l’odore acre della polvere da sparo e il sangue che ricopre tutto.
Domenico è sazio del sangue che ha sparso e se ne va verso casa sua, distante un centinaio di metri. Sua moglie, che ha sentito gli spari e le urla, ha capito tutto. Esce correndo per cercare di evitare altri spargimenti di sangue. Poi un’altra detonazione: Domenico si è messo il fucile sotto la gola e ha tirato il grilletto.
La moglie lo trova a terra, il fucile è accanto a lui. Quando lo guarda ha un moto di ribrezzo: la parte sinistra del viso è un ammasso informe di carne, ossa e sangue, ma è cosciente.
Lo scolaro sta urinando fuori della baracca dove è sistemata la scuola. Sente distintamente l’ultima detonazione e le grida della moglie di Domenico. Si precipita in classe e, trafelato, urla
- Hanno sparato a Domenico Trozzo!
Il maestro interrompe immediatamente la lezione e, seguito da tutti i presenti, percorre di corsa i cinquecento metri che lo separano dal posto.
- Maestro, non avvicinatevi, ha una rivoltella in mano e potrebbe sparare – gli dice Salvatore Reda, lo scolaro, che lo ha preceduto. Il maestro si nasconde dietro un cespuglio, ma la voce della moglie di Domenico richiama la sua attenzione
- Maestro… prendete il fucile che è vicino a voi, se no ci ammazza a tutti
Il maestro, strisciando, recupera l’arma e si allontana ma Domenico, rimessosi incredibilmente in piedi, gli corre dietro col braccio destro proteso in avanti, come se dovesse sparare da un momento all’altro. Il maestro inciampa e cade. Guarda Domenico che ormai gli è addosso. È terrorizzato da quell’uomo che non ha più una testa ma, sulle spalle in luogo di essa tutto un orribile grumo sanguigno. Si rimette in piedi e resistendo al dolore che la storta a un piede gli provoca, si rimette a correre, lasciando a terra il fucile. Domenico lo raccatta e cerca di aprirlo per ricaricarlo con le due cartucce che ha in mano e che a tutti erano sembrate una rivoltella, ma il fucile si è rotto ed è inservibile. L’uomo, grondando sangue, ritorna verso casa, mentre tutti corrono di nuovo a nascondersi. Entra in una baracca e prende un altro fucile, questo ad avancarica con una sola canna, poi entra in casa, apre il cassetto del tavolino e, mentre il sangue cola da tutte le parti, prende il suo rasoio. Si ferisce al collo, poi si accovaccia e spara l’ultimo colpo che gli è rimasto.
Sua moglie e gli uomini che sono fuori non sanno cosa fare e fanno passare qualche minuto, poi, non sentendo più alcun rumore, entrano
- Lo trovammo coricato per terra con la testa poggiata sul gradino della porta che dalla prima stanza mena alla seconda e con i piedi verso il letto. Notai che egli aveva nella mano destra un rasoio, se non sbaglio col manico bianco e notai ancora che un tiretto del tavolo era aperto e che nell’interno del tiretto stesso vi erano delle macchie di sangue… – racconterà Salvatore Reda
Ma Domenico è vivo.
Tutti i feriti vengono trasportati nell’ospedale della città e Domenico viene arrestato e piantonato. È impossibile interrogarlo subito, dicono i medici, che sconsigliano anche di interrogare Teresina la quale è molto grave.
I Carabinieri sequestrano la doppietta usata per sparare contro le donne e perquisiscono la casa dell’assassino ma non trovano né l’altro fucile, né il rasoio di cui si servì per prodursi le note ferite: probabilmente dette armi furono trafugate dai parenti del Trozzo. Il mistero però dura poco perché dopo qualche ora vengono consegnate dal fratello di Domenico.
Seppure dai racconti delle superstiti e dei testimoni la dinamica della strage appare ormai certa, restano da chiarire alcuni aspetti non secondari come stabilire se Domenico abbia premeditato di uccidere Rosina e se abbia o meno tentato di uccidere anche il maestro elementare, come questi sostiene. Intanto i giorni passano e le condizioni delle donne ferite sembrano migliorare, eccetto che per Marietta Greco che gradualmente sembra manifestare i segni di una grave infezione alla mano sinistra, spappolata dalla fucilata. Anche Domenico migliora, ma resterà sfigurato nel viso.
Poi il 30 novembre arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto avere: Marietta muore in ospedale: setticemia. Adesso Domenico Trozzo ha sulle spalle il peso di due omicidi ma non è detto che riuscirà a rispondere alle domande dei giudici visto che la sua lingua è stata letteralmente spappolata dai pallini di piombo. Quando viene il momento del suo interrogatorio, però, a furia di cenni lascia comprendere che egli fu ferito con un colpo d’arma da fuoco prima, e poi con arma da taglio da tutte le cinque donne. Vistosi ferito, cominciò a sparare col suo fucile contro esse donne. Aggiunge infine, sempre a furia di cenni, che dopo vista morta la Rosina si esplose da se stesso un colpo di fucile. Una bella faccia di bronzo! Ma nel successivo interrogatorio del 10 gennaio 1925 ritratta e, a gesti, fa capire che quella maledetta sera era completamente ubriaco, ma anche in questo caso viene smentito.
Intanto arriva dal Distretto Militare di Cosenza la copia del foglio matricolare di Trozzo dal quale risulta che fu riformato il 30 aprile 1919 perché affetto da varici. Non è pazzo o almeno non lo era all’epoca del servizio militare.
Il 30 aprile 1925 viene rinviato a giudizio per rispondere di duplice omicidio volontario e triplice tentato omicidio volontario. Il movente? La passione ond’era pervaso per la giovane Greco e quindi la gelosia, le smanie per l’amore insoddisfatto, lo strazio per le troncate intimità.
Il 15 luglio 1926 inizia il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza e viene subito presentato dalla difesa un certificato medico del dottor Francesco Naccarato di Cerisano nel quale  attesta che ha curato Domenico per accessi di nevrastenia acuta che andarono intensificandosi in frequenza ed intensità negli ultimi tempi anteriori al delitto. Molti testimoni giurano di averlo visto sempre ubriaco nei mesi precedenti al delitto, altri che da quando iniziò la relazione con Rosina non aveva i sensi come li aveva prima e qualcuno dice di averlo visto, mentre lavoravano insieme, preso da convulsioni con perdita di conoscenza per una decina di minuti. A questo punto deve essere presa una decisione che tagli la testa al toro: stabilire se il Trozzo sia o meno sano di mente. Possono il certificato di un medico generico, che non è deposizione testimoniale, né perizia, e qualche testimonianza per trarre la conseguenza d’irresponsabilità totale o parziale? Certamente no. Ci vuole una perizia psichiatrica e questa è una prima battaglia vinta dalla difesa sostenuta dagli avvocati Pietro Mancini e Nicola Serra.
Alla fine di agosto 1926, Domenico Trozzo entra nell’inferno in terra di Barcellona Pozzo di Gotto, affidato ai dottori Mario Zalla e Franco Cammarata, i quali annotano subito che articola assai imperfettamente le parole, pur riuscendo a farsi ben comprendere.
Nel campo dell’affettività si sono osservate in lui notevoli anomalie: facile passaggio da stati di accentuata depressione a stati di esaltamento; tendenza ad una quasi sistematica interpretazione ostile nei discorsi, negli atti, negli atteggiamenti altrui. Diciamo subito che noi non possiamo credere alla sincerità dell’imputato quando egli afferma di non ricordare nulla della strage compiuta e di essere sicuro che con la sua amante Rosina Greco tutto era proceduto d’amore e d’accordo fino al momento della strage stessa. Siamo convinti che il Trozzo, lucido ed attualmente senza dubbio capace di tracciarsi e di seguire un programma di condotta, attua, simulando l’ampia e profonda amnesia, un pianto di difesa, pur senza rendersi conto che il piano è inabile e pericoloso. Affermiamo ciò con piena sicurezza sia perché da un lato l’istruttoria ha dimostrato in modo indubbio che la causale del delitto, per quanto inadeguata, ci fu, sia perché nessuna nozione psichiatrica ci autorizza ad ammettere come possibile una amnesia da parte del Trozzo, non solo nell’episodio tragico, ma anche di tutte le circostanze che lo hanno preceduto, determinato e seguito. La grandiosità della strage, di cui furono vittime anche persone che non entravano nell’orbita della passione dell’imputato e l’accanimento di quest’ultimo a strage compiuta contro sé stesso, dimostrano l’esistenza in lui d’uno stato d’animo effimero non solo psicologicamente eccezionale, ma anche profondamente anormale, tanto più essendo il protagonista un individuo, come risulta dall’istruttoria, non dedito ad atti di violenza e che godeva d’una fondamentale buona reputazione.
Secondo il nostro concetto il reato del Trozzo ebbe tutti i caratteri della più intensa passionalità, complicata e resa in parte decisamente morbosa nella sua tragica esplosione dal fondo di nevropatia costituzionale del protagonista e dalla momentanea sovrapposizione della intossicazione alcoolica. Nel momento del fatto il Trozzo non era un infermo di mente nel senso più ampio dell’espressione, ma non poteva neppure disporre di quella capacità di autodominio che è presupposto di una completa imputabilità. Ci par giusto e clinicamente ben fondato il concetto che la sua coscienza fosse offuscata senza essere abolita e la sua libertà d’azione grandemente ridotta senza essere del tutto sopraffatta dalla morbosità del suo stato accessuale. Questo concetto ci rende ragione della inutile ferocia contro le vittime e dell’infierimento contro sé stesso, indice a sua volta d’una coscienza abbastanza vigile per valutare la gravità della situazione e d’una libertà tanto compromessa da non poter tutelare il prepotente istinto della propria conservazione.
Insomma, contraddicendo la regola non scritta che chi entra a Barcellona sa quando entra ma non sa quando esce, a Barcellona non lo vogliono e addirittura lo salvano dall’ergastolo, lasciando la patata bollente alla Corte d’Assise di Cosenza, la quale non può che tenere conto del risutato della perizia.
12 anni di reclusione di cui 2 anni condonati, è la sentenza che emette la Corte il 20 maggio 1927.
Un anno dopo la Corte di Cassazione rigetterà il suo ricorso.[1]





[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 21 luglio 2017

ALZATI CORNUTO CH’È ORA

Sono le sei di mattina del 14 settembre 1929 quando il Maresciallo Maggiore Giovanni Patriarca, comandante della stazione di Cosenza, e il Vice Brigadiere Egidio Gesualdi sono svegliati di soprassalto dai colpi al portone della caserma
- Ho ammazzato mio cognato Santo Mirabelli a bastonate – dice loro il ventiseienne mattonaio Giuseppe Dodaro mostrando un bastone intriso di sangue – aveva violentato mia sorella mettendola incinta…
- Dove? Quando? – gli fa il Maresciallo ancora assonnato
- Un’ora fa, dopo il ponte di Carolei, vicino alla fornace…
- Chiudetelo in camera di sicurezza e andiamo a vedere, ci saranno al massimo tre chilometri da qui… mentre ci mettiamo la divisa avverti telegraficamente i colleghi di Carolei di venirci immediatamente incontro – ordina Patriarca al piantone.
Mentre i militari stanno uscendo si presenta un altro operaio, Carmine Dodaro, che vuole denunciare lo stesso omicidio e, in attesa dei necessari rilievi, anche lui viene trattenuto in caserma.
Oltrepassato il ponte della carrabile che va a Carolei di circa cinquecento metri, in un punto della contrada Ciaccio e precisamente sulla riva destra del fiume Busento, a circa cinque o sei metri dal limite dell’alveo, giaceva il cadavere del Mirabelli. Esso giaceva in decubito supino e la testa, leggermente reclinata a destra, appariva orrendamente fracassata per effetto di violenti colpi inferti da corpo contundente. Inoltre sulla testa e precisamente alla regione frontale si notavano vicini due piccoli fori, a margini netti, come prodotti da proiettili di rivoltella di piccolo calibro.A breve distanza dal cadavere (due – tre metri circa) dal lato della riva del fiume, si notavano molteplici chiazze di sangue e pietre insanguinate, talune delle quali addirittura inondate. Altre macchie di sangue si notavano pure su diversi tronchi di alberi ivi giacenti, su uno dei quali erano impresse le impronte delle dita di una mano. Traccie di sangue si rilevavano ancora su diverse pietre esistenti nell’alveo del fiume in forma raggiata per una distanza di quattro metri dai tronchi degli alberi. Tale constatazione stava a dimostrare la violenza dei colpi inferti sulla testa della vittima fino al punto che il sangue sprizzasse a notevole distanza. Immediatamente attorno al punto dove giaceva il cadavere non si notavano macchie, che si rilevavano invece a poca distanza, precisamente, come sopra è descritto, vicino i tronchi degli alberi. Da ciò è facile dedurre che il Mirabelli, ucciso in quest’ultimo punto, era stato poi sollevato ed adagiato nel sito dove fu rinvenuto, coverto con dell’erba per essere sottratto alla vista di persone che eventualmente avessero transitato per colà. Gocce di sangue si notavano ancora lungo l’alveo del fiume risalendo la corrente nella parte priva d’acqua, precisamente nel tratto destinato per tale ragione durante la stagione estiva al passaggio delle persone. Procedendo in tale direzione, a circa 150 – 170 metri dal punto dove fu rinvenuto il cadavere, si trova un passaggio a guado del fiume largo quattro – cinque metri, con deviazione sulla destra. A pochi metri dal limite del guado, in diretta corrispondenza di questo, rinvenimmo a terra una pala con manico di legno tutta sporca di sangue. Il manico presentava in più punti le impronte delle dita , mentre sulla pala, nella parte convessa, si notavano oltre che varie macchie di sangue, vari capelli attaccati. Notevoli macchie di sangue si riscontravano ancora su pietre, una delle quali era completamente arrossata di sangue coagulato sgorgato abbondantemente da ferite. Inoltre presso la pala rinvenimmo un fazzoletto listato turchino tutto sporco di sangue. Oltre questo punto non si notava null’altro di anormale. Ad una cinquantina di metri dal punto ove fu rinvenuta la pala esiste, in lieve salita, una fornace per la costruzione di mattoni e tegole. Sovrastante a questa trovasi una casetta bassa in muratura destinata a deposito di materiali vari ed a ricovero degli operai adibiti ai lavori della fornace.
- Le cose sono più complicate di quanto ha detto Dodaro… non sembra un delitto d’impeto. È cominciato dove c’è la pala ed è finito dove c’è il cadavere perché dal sangue che c’è qui non credo che ci sarebbe potuto arrivare con le sue gambe – osserva Patriarca discutendo con il suo collega di Carolei, Maresciallo Capo Emanuele Scarpellini.
Poi notano un operaio affaccendato nella fornace e lo chiamano. È il ventitreenne Lorenzo Vitari il quale appariva estremamente impressionato. I Carabinieri gli notano sul viso e sulle mani alcune scalfiture ed abrasioni e la cosa puzza assai e puzza ancora di più quando si accorgono che sulla scarpa sinistra di Vitari ci sono due piccole macchie di sangue.
- Portatelo in caserma perché ci deve spiegare un sacco di cose – ordina Patriarca
Che il delitto sia stato consumato con modalità orrende è chiarissimo e le parole usate dal dottor Gregorio Cerrito per descrivere, dopo averlo ripulito, lo stato del cadavere mettono ancora più in evidenza l’odio che ha animato gli assassini, si gli assassini, perché la natura e la molteplicità delle ferite fanno pensare che ad uccidere debbano per forza avere concorso almeno due persone e che, quindi, Giuseppe Dodaro ha mentito:
La testa ed il viso appaiono tutti anneriti ed intrisi di sangue. Il cranio, in quasi tutta la metà sinistra è sfracellato in modo che larghi pezzi ossei si possono staccare lasciando aperta quasi in massima parte tutta la cavità cranica, la quale appare riempita da una poltiglia informe, nerastra e brulicante di vermi. Sulla regione temporale destra si nota un forame circolare del diametro di circa mm. 6 ed altro della medesima dimenzione sulla regione laterale esterna del super ciglio sinistro. Inoltre una ferita d’arma da taglio sul mascellare sinistro lunga circa 5 cm. a bordi largamente divaricati e con frattura dell’osso sottostante. Altra ferita consimile notasi sulla regione sotto orbitaria destra con frattura dell’osso sottostante. Sulla regione occipitale si riscontrano una estesa frattura comminuta con frammenti ossei nella massa cerebrale. Sull’ascellare anteriore prolungata  e vicino al bordo costale sinistro, un forame circolare di circa 6 mm con un alone pigmentato nero, evidentemente prodotto da polvere pirica incompletamente combusta, coi margini rientranti. Sulla spalla sinistra si notano alcune contusioni abbrase.
- Alcuni mesi fa mia sorella Rosina, nubile, accusò un malessere e si fece visitare da un medico di Cosenza il quale disse, secondo mia sorella, che si trattava di debolezza. Io presi quelle parole per buone ma siccome dopo qualche mese continuava a sentirsi male, la facemmo visitare da un altro medico e questa volta si accertò che si trattava di gravidanza. Io le chiesi subito il nome del suo seduttore e Rosina mi disse che aveva dovuto cedere alle voglie di mio cognato Santo Mirabelli perché costrettavi dalla forza. Questo accadeva un mese e mezzo fa. Io e tutta la mia famiglia ci rassegnammo alla sventura che aveva colpito Rosina e accettammo il fatto compiuto. In quel tempo non avevo intenzione alcuna di punire mio cognato per evitare di compromettermi ed aumentare così le conseguenze della sventura. Ma non potevo più trattare coll’usata cordialità e simpatia di parente mio cognato col quale ero costretto a trascorrere intere giornate in comune lavoro. Mio cognato, durante il lavoro mi rivolgeva frasi ironiche sullo stato di Rosina, facendone risalire la colpa ad ignoti, ma non era altro che una presa in giro nei miei confronti…
- E poi? che è successo per farti perdere la testa?
- Ieri sera verso le 21,00 mi diede il cambio alla fornace Carmine Dodaro e io andai a dormire nella baracca dove c’era già Vitari. Verso le 5,00 mio cognato venne a svegliarmi, siccome era giunto il mio turno. Svegliatomi mi disse:”Presto alzati cornuto ch’è ora!”. Io mi alzai e andai alla fornace dove era già arrivato mio cognato che, vedendomi, ripeté di nuovo tutte quelle frasi allusive che diceva sempre. Io, indignato, presi un grosso palo di legno e branditolo ne infersi un violento colpo sul capo di mio cognato. Questi cercò di difendersi scagliandosi contro di me e io continuai a colpirlo. Nella colluttazione ci spostammo di un buon tratto fino a che mio cognato, sopraffatto da me, si abbatteva esanime al suolo
- C’era presente qualcuno alla lite? – gli chiede Patriarca, già sapendo che Giuseppe sta mentendo
- No e nemmeno lo dissi a nessuno perché mi incamminai subito verso Cosenza per costituirmi
- Dì la verità, ti ha aiutato qualcuno? – insiste Patriarca
- Fui solo io a usare violenza contro mio cognato, in ciò feci uso del grosso bastone che vi consegnai…
- Davvero? E la pala sporca di sangue vicino alla fornace? E i tre colpi di pistola? Solo il bastone hai usato? Vallo a raccontare a qualcun altro! Gli urla in faccia mostrandogli la pala
- Nulla so dire della pala che mi mostrate perché non fu da me utilizzata per inveire contro mio cognato
- La vedremo… portatelo via…
Poi fa accomodare sulla sedia davanti alla sua scrivania Lorenzo Vitari e la musica comincia a cambiare
- Verso le 5 vidi Giuseppe alzarsi come animato da un proponimento. Preso poco distante un grosso bastone si avvicinò cautamente al Mirabelli che in quel momento era abbassato per alimentare il fuoco, ed a tergo gli inferse fulmineamente un forte colpo sulla testa. Il Mirabelli, al colpo ricevuto, si drizzò in piedi e diede a fuggire verso il fiume, inseguito da Giuseppe che continuava a colpirlo. Fatti una ventina di metri, al Dodaro sfuggì di mano il bastone. Trovata lì vicino una pala, la raccolse e brandendola continuò a inseguire il cognato. Io ero rimasto vicino alla fornace come interdetto ma il Dodaro, voltatosi verso di me, impugnando una rivoltella, mi ingiunse di seguirlo. Io fui perciò costretto ad assecondarlo. Il Dodaro, raggiunto il Mirabelli a pochi metri dal fiume, gli inferse vari colpi alla testa con la pala facendolo stramazzare a terra. Il Mirabelli cercava di rialzarsi ma il Dodaro continuava a colpirlo con la pala, scagliandogli addosso anche delle pietre. Io, per paura del Dodaro, rimasi lì fermo senza prestare soccorso all’aggredito. In quel momento vidi il Dodaro Carmine presso la fornace e precisamente sopra il terrapieno e gli feci segno d’intervenire. Egli invece ritornò verso la fornace. Il Mirabelli per il numero e la violenza dei colpi rantolava ed ebbi l’impressione che fosse agonizzante. Allora il Dodaro m’ingiunse, sempre con minaccia, di aiutarlo a trasportare il cognato più in là. Io obbedii. Passammo il fiume attraverso il guado e seguendo la riva destra per circa 150 – 170 metri arrivammo in un punto dove ci sono alcuni tronchi. Quivi lasciammo cadere  a terra il corpo del Mirabelli, le cui mani si appoggiarono su di un tronco. Poiché il poveretto dava ancora qualche indizio, il Dodaro si curvò su di lui e gli esplose, a bruciapelo, tre colpi di rivoltella. Poscia incominciò a tempestarlo con colpi di pietra alla testa fracassandogliela orrendamente. Assicuratosi che il Mirabelli era morto, il Dodaro m’invitò a seguirlo verso la fornace, ma fatti alcuni passi decise di tornare verso il cadavere e volle che io lo seguissi e m’invitò ad aiutarlo per spostare il cadavere dal punto dove era stato abbandonato in un punto più nascosto. Poi tornammo alla fornace e per via che il Dodaro ci consegnò la rivoltella ed il coltello che io accettai macchinalmente e il Dodaro disse che sarebbe andato a costituirsi… e io nascosi la rivoltella e il coltello sotto un piccolo albero di ciliegio, avendo cura di covrirli con dell’erba
- Ma quante mani e braccia ha Giuseppe Dodaro? – gli fa il Maresciallo, perplesso dalla dinamica dei fatti raccontata da Vitari – e quindi tu non c’entri niente… come te li sei fatti quei graffi?
- Quelle delle mani maneggiando dei fasci di legna, quella al sopracciglio urtando contro un ramo di fico, tutti tre o quattro giorni fa…
- Quindi con tutto il sangue che c’era tu ti sei macchiato solo con due gocce su di una scarpa?
- In verità mi recai al fiume a lavarmi le mani perché erano sporche di sangue…
- E come spieghi che Giuseppe Dodaro non ti ha nominato affatto nel suo racconto, dicendo che ha fatto tutto da solo?
- Non comprendo perché il Dodaro voglia negare di avermi invitato a seguirlo per aiutarlo a trasportare il corpo del Mirabelli
- Sono tutte bugie… vedrai… vedrai…
Carmine Dodaro, l’altro testimone, racconta altre cose
- Verso l’alba fui svegliato da rumori e grida confuse come di persone che quistionano. Dati i primi chiarori dell’alba, potei vedere quanto avveniva. Notai Santo Mirabelli riverso a terra e Giuseppe che lo colpiva con una pala alla testa. Vitari era vicino a Giuseppe in atteggiamento di assecondarlo. Io sono accorso tutto atterrito e rivolto al Dodaro e al Vitari implorai pietà per Santino. Il Dodaro non fece caso alle mie parole, mentre il Vitari mi ingiunse di allontanarmi e per timore rinunziai alla mia opera da paciere. Dopo ciò ritornai presso la fornace. Erano passati pochi minuti quando udii tre colpi di rivoltella esplosi a un paio di centinaia di metri di distanza. Passarono pochi istanti quando vidi comparire il Dodaro e il Vitari. Il primo aveva la giacca, pantaloni, camicia, mani e viso tutti inondati di sangue; il Vitari aveva in mano una piccola rivoltella ma non feci caso se fosse sporco di sangue, però lo vidi recarsi al fiume a lavarsi le mani. Giuseppe si trattenne brevi istanti presso la fornace poscia si allontanò. Io consigliai al Vitari di recarsi a Cosenza e informare i Carabinieri ma egli rifiutò e a ciò provvidi io, poi Vitari, a cui manifestai il mio orrore per quanto era avvenuto, mi raccomandò di dire che ignoravamo ogni cosa siccome durante il fatto riposavamo insieme nella baracca
Carmine Dodaro non c’entra niente e viene scarcerato dopo qualche giorno, durante i quali la Procura rielabora gli interrogatori, le testimonianze, i risultati dell’autopsia, i risultati dei sopralluoghi e ricostruisce in modo logico la dinamica dei fatti, inchiodando i due imputati alle loro responsabilità in concorso:
Innanzi tutto i giudici puntano l’attenzione sulla molteplicità dei mezzi usati per cagionare la morte della vittima (un palo, una pala, dei sassi e la rivoltella), poi cominciano ad evidenziare le anomalie e le contraddizioni nelle ricostruzioni degli imputati: Il Dodaro Giuseppe che ha confessato di essere stato l’uccisore, negò di aver percosso il cognato anche con la pala, il che è motivo sufficiente per ritenere che di detta pala siasi servito il Vitaro per infierire sul Mirabelli, diversamente il Dodaro non avrebbe avuto nessun interesse a negare di essersi servito anche della pala. L’aver poi il Dodaro negato ai carabinieri di aver esploso dei colpi di rivoltella contro il cognato e l’essersi trovata quest’arma subito dopo il delitto in possesso del Vitaro fa ritenere che i colpi di rivoltella dovettero essere stati esplosi proprio da lui. Al momento dell’arresto furono riscontrate sul Vitaro delle escoriazioni, prodotte probabilmente da unghiate, escoriazioni che dovette senza dubbio riportare in una colluttazione con il Mirabelli, colluttazione che lo stesso Dodaro Giuseppe ammette che ci fu. Il Mirabelli era giovane aitante e robusto e quindi il Dodaro Giuseppe più debole di lui non l’avrebbe aggredito per timore di essere facilmente sopraffatto. Lo stesso Vitaro ammette di avere assistito passivamente alla scena delittuosa e di avere aiutato il Dodaro a trasportare il cadavere nel luogo in cui fu poi rinvenuto; non è però credibile quando afferma che egli vi fu costretto dal Dodaro che lo minacciò con la rivoltella perché se egli non fosse stato d’accordo con costui nel voler la morte del Mirabelli avrebbe potuto agevolmente darsi alla fuga o avrebbe potuto gridare per richiamare l’attenzione dei vicini. Invece non solo egli non grida né fugge ma quando il Dodaro Carmine accorre, egli gli ingiunge in modo minaccioso di allontanarsi.
La premeditazione, secondo la Procura,  è provata dall’odio che il Dodaro Giuseppe nutriva contro il cognato per l’offesa arrecata al suo onore, malinteso senso di onore, dall’assenza di qualsiasi causale improvvisa che avesse potuto far trascendere i due al delitto e dalla particolarità dell’aggressione. Il Vitaro potè determinarsi a cooperare il Dodaro nel commettere il delitto per l’immorale affinità elettiva derivante dal fatto che talune sue sorelle erano state sedotte e abbandonate.
Insomma per la Procura le continue ironie e offese che Mirabelli avrebbe rivolto a suo cognato non avrebbero rappresentato un motivo sufficiente per spingerlo ad uccidere in un momento di improvvisa commozione e di sdegno. Anzi, per la Procura queste ironie e offese non ci sono mai state e per avvalorare questa tesi riportano le prime parole di Angela Dodaro, sorella dell’assassino e vedova dell’assassinato, subito dopo l’omicidio, alle quali non era stata data particolare importanza durante le indagini: (…) si incominciò nel pubblico a vociferare che a renderla incinta sarebbe stato mio marito. Io rinfacciai ciò a mio marito ma egli lo smentì recisamente. Dopo questo fatto non corsero più buone relazioni tra mio marito e mio fratello Giuseppe, per opera esclusivamente di quest’ultimo. Mio marito più volte mi confidò che avrebbe voluto riavvicinare mio fratello ma quest’ultimo volle evitare sempre il riavvicinamento. Stamane, 14 corrente, per incarico di mio marito, io avrei dovuto recarmi a casa dei miei genitori per invitarli a venire in casa mia, dove mio marito avrebbe dovuto loro parlare. Quindi, se la stessa Angela, proclive alla salvezza dell’imputato suo fratello, ammette che la vittima cercava un riavvicinamento con il cognato e i suoceri per placarne il rancore, non lo avrebbe certamente ottenuto con le offese.
Stando così le cose, Giuseppe Dodaro e Lorenzo Vitari vengono rinviati a giudizio per omicidio premeditato in concorso. È il 27 febbraio 1930.
Il 16 marzo 1931 si apre il dibattimento. Due giorni dopo la Giuria ritiene entrambi gli imputati responsabili di omicidio volontario escludendo la premeditazione e, concesse ad entrambi le attenuanti di avere agito in un impeto d’ira o d’intenso dolore determinato da una grave provocazione e che tale stato ha offuscato ad entrambi la mente, tanto da scemarne grandemente l’imputabilità. Riconosciute ad entrambi anche le attenuanti generiche, la pena che viene comminata ad entrambi è di 1 anno e 15 giorni di reclusione.[1]
Se per Giuseppe Dodaro si possono, con grande sforzo, arrivare ad ammettere la grave provocazione (l’offesa all’onore), lo stato d’ira e il momentaneo stato di semi infermità di mente, per Lorenzo Vitari ci sarebbe da capire quale sia stata la grave provocazione che ha determinato lo stato d’ira e la momentanea semi infermità di mente che lo hanno spinto a concorrere a uccidere barbaramente Santo Mirabelli se non, ricordando le parole del Procuratore del re, l’immorale affinità elettiva con Giuseppe Dodaro derivante dal fatto che talune sue sorelle erano state sedotte e abbandonate.




[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 17 luglio 2017

CONOSCETE LA FAMIGLIA MONTALBANO?

I leggendari cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso
La lotta sostenuta dalla popolazione onesta di Maierà fin dal 1920 – la denuncia fatta contro un numeroso gruppo di giovinastri per associazione a delinquere non fu presa molto seriamente dalla Procura del re di Cosenza, tanto che gli imputati restarono quasi tutti a piede libero – per ottenere l’istituzione di una caserma dei Carabinieri in paese al fine di contrastare l’arroganza e la prepotenza dei malviventi è andata a buon fine nel 1925 e i risultati sono subito evidenti: la cattura del pericoloso malavitoso Battista Biancamano, da tempo latitante. Ma la cattura è seguita, dopo qualche mese, dalla sua evasione dal carcere di Belvedere Marittimo e dalla sua uccisione durante un conflitto a fuoco proprio con i Carabinieri della stazione di Maierà, tra un mare di polemiche (Leggi la storia completa di Battista Biancamano). E forse sono proprio queste polemiche la causa per cui la caserma viene soppressa subito dopo.
La sensazione che ne hanno i delinquenti è che possono continuare indisturbati la loro opera e così furti, rapine, stupri, minacce e sparatorie aumentano quotidianamente senza che vengano sporte denunce, fino a superare ogni limite: le minacce di morte a mano armata fatte da Arturo Biancamano (fratello del defunto Battista) al Sindaco, costretto a dimettersi il 10 febbraio 1926, seguito, il 17 aprile successivo, dall’intero consiglio comunale. Le autorità, forse riconoscendo l’errore fatto, cercano di porvi rimedio istituendo in paese un posto fisso dei Carabinieri e a comandarlo viene chiamato il Vice Brigadiere Saverio Laganà, coadiuvato dai Carabinieri Giuseppe Rubertà e Francesco Petrone.
Laganà e i suoi uomini si insediano a Maierà il 16 marzo 1926 con l’incarico preminente di arrestare Arturo Biancamano e raccolgono molte lamentele e confidenze. Il Vice Brigadiere comincia a fare sul serio indagando tutto e tutti. Mette alle strette alcuni testimoni reticenti convincendoli a sottoscrivere delle querele e la popolazione comincia a fare la fila per rivelare fatti e circostanze di cui è a conoscenza o che ha direttamente subito. Il quadro che ne esce è davvero sconsolante. Scrive Laganà: Trovammo la popolazione tutta terrorizzata ed in preda ad indescrivibile allarme. Senza distinzione di ceto, dall’umile ed onesto operaio all’Autorità di P.S. locale, un coro unanime di proteste per la soppressione della stazione dell’Arma dei RR.CC. e di disperati appelli per la protezione della vita e delle sostanze si levava a noi per invocare la fine di uno stato di cose in rapporto alla P.S. e di epurare l’ambiente dalla mala pianta della delinquenza che imperversava contro tutti e tutto. La gente adesso fa nomi e cognomi dei delinquenti e Laganà riesce ad arrestare subito tali Agostino Greco, Michele Oliva, Francesco Cardillo, Vincenzo Consiglio e Settimio Torrano accusati di essere affiliati alla malavita locale. Il primo a sedersi davanti a Laganà è Agostino Greco il quale, dopo qualche insistenza, racconta tutto quello che sa dell’organizzazione, dai reati al reclutamento, al giuramento, al codice di comportamento, al linguaggio cifrato, ai gradi: una miniera di informazioni
- Appartenni da circa due anni a questa parte alla “famiglia Montalbano”, nome della nostra combriccola. Fui condotto da Biancamano Arturo mediante minacce di vita se io non volevo appartenervi. Così una sera nel luglio 1924, mediante pagamento di £ 25, in compagnia del suddetto Biancamano mi recai in prossimità del cimitero di questo Comune e là, secondo le loro idee, mi battezzarono. Mi fecero da compare Biancamano Arturo, capo bastone, il fratello Oreste, camorrista, Guagliano Francesco, camorrista, Forte Filippo, camorrista, Runco Giuseppe, camorrista (quest’ultimo aveva le manzioni di capo giovane) e dopo che gli altri si sono messi attorno a me, Arturo Biancamano proferì queste parole: “Con una mano caccio le stelle e con l’altra faccio giorno e dico buongiorno; vi presento un picciotto d’onore franco e libero senza nessuna macchia il quale vuole far parte della nostra onorata società” e, dopo aver domandato ai presenti se nulla ostava da parte loro, mi diede due baci; gli altri seguirono con uno per uno. Poscia mi disse: “La nostra famiglia vi dà per dote cinque belle cose: politica, falsa politica, carta e apis, umiltà, fedeltà e sperra (cioè il coltello). la politica vi servite per trattare con noialtri, la falsa politica con i sbirri, la carta e apis per segnare tutte le offese ricevute. L’umiltà per giuramento, fedeltà per essere fedele alla nostra onorata famiglia, sperra per difendere voi ed i compagni”. Poi mi ingiunse: “Compare vi abbiamo dato il battesimo, sapetelo tenere” e contemporaneamente mi disse: “dovete pagare quel fiore e così vi presento quest’albero d’onore: il tronco rappresenta il capo bastone e mi presentò Biancamano Arturo, i rami rappresentano i camorristi, i fiori i picciotti d’onore” e mi presentò ufficialmente le persone che ho appena nominato, più tanti altri. La nostra società, come tutte le altre, veniva chiamata la “famiglia Montalbano” e per conoscerci con quelli dei paesi circonvicini come Diamante che è diretta da Magurno Salvatore (alias ‘u Russu), Grisolia da Bellusci e Cipollina da Donati Giuseppe detto ‘U Spiranzatu. In società si parlava un’apposita lingua che ogni affiliato doveva conoscere e che il capo e gli altri si interessavano ad insegnarci ogni qualvolta avvenivano le riunioni e così, ad esempio, i carabinieri si chiamavano ‘a giusta, il fazzoletto ‘u muffu, , la casa ‘a cupa, la rivoltella ‘a tufa, il coltello ‘u cirinu, l’agnello o capra bramante; per dire stanotte devo andare a rubare, si dice stambruna mivise nu sbrincu e mollu ‘u pizzicu; il denaro ‘a pila, il rasoio ‘u specchiu, il maiale scarfaru, le scarpe ‘e fanguse, le carte sfogliante. Per conoscere il compagno si faceva la domanda: “Conoscete la famiglia Montalbano?” se l’interessato la conosceva rispondeva: “La conosco, l’ho servita e la sto servendo”. Poi era dovere dell’interessato a domandare per assicurarsi che non si trattava di qualche persona estranea e gli diceva: “Osso, mastrosso e carcagnosso a nome dei tre fratelli spagnuoli vi impongo per la prima, la seconda e la terza volta fatemi grazia con chi devo parlare?”. Allora il domandato rispondeva, se effettivamente apparteneva, s’era picciotto mezza cavetta, s’era camorrista, un seggi-mastru. Quando un socio cambiava domicilio ed andava in un altro paese e colà esisteva la società, per entrarci doveva chiamarsi l posto; prima si doveva trovare un socio ed indirizzarlo al picciotto di giornata, sempre facendosi riconoscere con le suesposte regole, e questo picciotto di giornata aveva il dovere di presentarlo alla prima riunione. Qui se lo facevano entrare alla buona non se ne parlava, se doveva entrare con forma e regola doveva profferire queste parole: “Passo per novità che oggi appunto è arrivato un picciotto franco e libero e affermativo, si chiama i suoi diritti bene e male come gli spetta”. Il picciotto di giornata rispondeva: “Grazie e favore”. Tale cocietà funzionò fino a che i carabinieri non sono definitivamente venuti in Maierà ed aveva per iscopo: difenderci l’uno con l’altro, prestarci aiuto, uccidere le spie, dividere il ricavato dei furti ed altro, soccorrere i compagni carcerati. Ogni socio che prospettava di fare un qualsiasi reato aveva il dovere di farlo conoscere con anticipo alla società per mezzo del picciotto o del camorrista di giornata. Ogni reato doveva essere discusso ed approvato da tutti, come fece Biancamano Arturo quando aveva ideato di uccidere il dottore Uga Vaccaro. Il nostro comandante era Biancamano Arturo, a lui spettavano gli onori, egli intascava la moneta da furti ed altro che poi divideva a noialtri in ragione del grado che occupavamo, come avvenne quando furono rubate le ottomila lire a Presta Pietro Maria in contrada Montesalerno, terrotorio di Diamante, e che a me, in qualità di picciotto, mi toccarono lire cinquanta – poi tenta di prendere le distanze dalla famiglia e fa i nomi degli autori di diversi furti –. Io sono sempre stato la vittima dei loro ordini e dovevo ubbidire a quello che mi comandavano a scanso di guai
Interrogati, gli altri confermano la dichiarazione di Greco, compreso il pagamento (sarebbe meglio dire l’estorsione) di 25 lire per essere ammessi nella famiglia, aggiungendo qualche particolare, come per esempio Consiglio che rivela di aver fatto parte della famiglia già dal 1909 al 1913 quando emigrò. Tornato nel 1915, partì in guerra e quando rientrò in paese, nel 1919, trovò un’altra società. Siccome i  vecchi compagni credevano ancora che io fossi all’oro fedele, mi confidavano tutto in attesa che io mi chiamassi il posto e mi incoraciavano. Consiglio rivela anche le modalità per passare di grado: ogni socio, passati 6 mesi di anzianità, poteva progredire passando al grado di camorrista e ciò poteva avvenire mediando un fatto di sangue commesso per difenderi uno dei socie se veniva comandato, oppure mediando il pagamento di £ 50. Cardillo invece rivela la punizione da infliggere a chi non rispetta il regolamento della famiglia: veniva scacciato dalla società e sfregiato. Ma quella di Francesco Cardillo è una storia diversa dalle altre: accusato di avere partecipato, nell’aprile del 1923, al furto di uno scrigno pieno di denaro e oggetti preziosi di proprietà di suo zio, l’Arciprete Pasquale Guaglianone, nega e dice che il suo tergiversare nella partecipazione all’impresa è stata la causa di un odio tra me e loro. Poi continua: nell’aprile stesso m’iscrissi nel partito fascista e fui fatto squadrista. Dopo poco tempo fui incaricato con altri dall’allora segretario politico, dottor Ugo Vaccaro, a coadiuvare l’arma dei RR.CC. per addivenire alla cattura del detto pregiudicato [Battista Biancamano]; infatti egli lo seppe ed una sera nel ricasare si presentò a me con la pistola in pugno  e mi schiaffeggiò ingiungendomi di non parlare se ci tenessi a vivere, per il quale fatto avvenne un procedimento a suo carico; nel contempo sopraggiungeva mio cognato Aldo Urciuoli che avvertiva il comandante la stazione, mentre io lo tenevo d’occhio, così riuscimmo la sera stessa a catturarlo e per tale fatto io ebbi un voto di plauso sia dal municipio, nonché dalla parte sana della popolazione. Torrano, dopo aver reso una dichiarazione in linea con gli altri, come in linea con gli altri è il negare di avere preso parte direttamente a qualsiasi reato pur conoscendone perfettamente i nomi degli autori e le modalità di esecuzione, fa una dichiarazione inquietante: Finisco col protestarmi alla Signoria Vostra ed ai testi che sottoscrivono questa mia dichiarazione che se per aver detto tutto ciò mi succeda qualche quaio, sono loro a farmelo, o per mezzo di qualcuno dei paesi circonvicini.
Le denunce con nome e cognome non si contano più e più si indaga, più si scoprono nuovi associati, ma non vengono ancora emessi mandati di cattura. Il 20 maggio il Tenente dei Carabinieri Giulio Fortunio, comandante la Tenenza di Paola, si lamenta con il Procuratore del re: Quest’Arma pur avendo fondati elementi per procedere a numerosi arresti se ne è astenuta, in considerazione che l’associazione a delinquere è stata già a suo tempo denunziata a V.S.Ill.ma e tuttora è in corso l’istruttoria. Qualora la sullodata S.V.Ill.ma ritenga necessaria la cattura degli imputati, si prega voler rimettere i relativi mandati a questa Tenenza perché possa predisporre il concentramento di un numero di militari sufficiente alla bisogna. Sembra quasi che, come la Procura, anche il Tenente Fortunio se ne voglia lavare le mani: questa storia sta diventando troppo complicata con i suoi 52 indagati. E siamo solo all’inizio perché denunce su denunce arrivano anche ai Carabinieri dei paesi vicini e il numero delle persone coinvolte deve essere aggiornato continuamente.
Così l’indagine rischia seriamente di sfuggire di mano al Vice Brigadiere Laganà che sta prendendo la cosa come un fatto personale e pare che qualche volta esageri per ottenere la confessione degli indagati, andandoli a prendere fuori dalla sua giurisdizione. Quando tali Alberico Fiore, ventitreenne contadino di Cipollina, Pietro De Marco, diciassettenne contadino di Grisolia, e Rocco Salerno, quarantenne commerciante di Cipollina, vengono interrogati dal Pretore di Verbicaro, raccontano ciò che sarebbe loro capitato quando ad interrogarli fu Laganà:
- Quando venni interrogato dall’Arma dei Carabinieri in Cipollina e in Grisolia circa il furto patito dallo Annuzzo – dice Fiore –, sapevo quello che ho riferito a V.S., ossia un bel niente e tanto con sincerità riferii ai militi. Ma il V. Brigadiere Laganà Saverio e il Carabiniere Petrone non vollero sentir ragione; per minacciarmi più efficacemente mi mostrarono un coltello e con un nerbo di bue e un bastone mi percossero in malo modo, cagionandomi lesioni che mi costrinsero a letto per undici giorni. Io dovetti ripetere tutto ciò che essi avevano detto e sottoscrivere uno scritto di mano del V. Brigadiere… non mi feci visitare dal medico altrimenti Laganà mi avrebbe ucciso addirittura. Fu tale il terrore mio che, se Laganà mi avesse proposto di condurgli mia moglie a fine illecito, gliela avrei condotta
- È vero che nella caserma dei Carabinieri di Grisolia, alla presenza di Bellusci Giuseppe e dell’ex guardia municipale Campagna Giovanni, dissi quanto si contiene in uno scritto al quale io apposi il segno di croce, ma ciò che dissi allora, fingendo di essere sincero, era l’effetto di ventiquattr’ore di chiusura nella camera di sicurezza, di minacce di morte da parte del Vice Brigadiere Laganà Saverio e dei Carabinieri Garrafa e Petrone, nonché di percosse con le mani, con bastone e con un nerbo di bue ad opera degli stessi militari. A minacciarmi ed a percuotermi fu in ispecie il Laganà il quale, in un certo momento, mi fece svestire sino ai calzoni, mi fece calare questi e col nerbo me ne diè tante che mi ridusse le carni nere. Il Laganà mi indicò tutto ciò che avrei dovuto dire, mi minacciò di morte , mi percosse, mi fece minacciare di morte e percuotere dai due Carabinieri ed io, per effetto delle minacce e percosse, come un pappagallo, ripetei quanto è scritto alla rogatoria del Pretore di Belvedere – racconta il diciassettenne Pietro De Marco
- L’anno scorso, in mese e giorno che non ricordo, andai nella stanza adibita a caserma dei Carabinieri a Cipollina e vi trovai il Vice Brigadiere Laganà e il Carabiniere Petrone che interrogavano Fiore Alberico intorno al furto di una capra. C’era anche il segretario politico della sezione fascista Pagano Alfredo. Alla nostra presenza Laganà prima e Petrone dopo, percossero in malo modo e senza motivo di sorta il Fiore con un pezzo di legno e con un nerbo di bue. Il disgraziato non emetteva un lamento per non essere udito dal di fuori, ma si contorceva e piangeva. Dopo la solenne lezione, il Fiore, senza parlare, firmò una carta scritta dal Laganà e di cui ignoro il contenuto. Io ed il Pagano a quella nauseabonda scena soffrimmo molto ma non mi permisi di muovere alcuna doglianza per paura che il Laganà si rivoltasse contro di me. Poi io e Pagano sottoscrivemmo la carta – dice il quarantenne Rocco Salerno, commerciante di Cipollina
- Nella mia qualità di segretario politico avrei dovuto riferire alle autorità superiori le mele fatte del Laganà Saverio e del Carabiniere Petrone, ma me ne astenni per il buon nome della Benemerita Arma – ammette candidamente Alfredo Pagano
Saranno vere queste accuse o si tratta di una strategia per screditare le indagini? Ma vere o meno che siano, il problema per Laganà e per gli inquirenti è che a suffragarle e renderle credibili ci sono due pezzi grossi.
Dopo le accuse a Laganà, quelli che potremmo definire “collaboratori di giustizia” e cioè Agostino Greco, Michele Oliva, Francesco Cardillo, Vincenzo Consiglio e Settimio Torrano i quali hanno svelato dal di dentro l’organizzazione, ritrattano ma l’inchiesta va avanti e adesso, dopo le denunce che arrivano anche dal Sindaco di Diamante che lamenta la presenza della famiglia Montalbano anche nel suo comune, le persone coinvolte arrivano all’incredibile numero di 152. Forse sono troppi da gestire, forse Laganà e i Pretori di Belvedere Marittimo e Verbicaro, competenti per territorio, hanno esagerato, forse si vuole evitare qualche possibile scandalo, fatto sta che quando le carte processuali passano alla Procura del re di Cosenza e vengono esaminate dal Pubblico Ministero Tocci, questi relaziona al Giudice Istruttore: molti degli attuali prevenuti furono altra volta denunziati e processati per associazione a delinquere ma vennero assoluti per insufficienza di prove. In aggiunta a quegli elementi che già il magistrato aveva ritenuto insufficienti per la loro condanna, la nuova istruzione nessun elemento di prova, nessuna circostanza, nessun fatto grave e specifico ha potuto accertare che valga a far ritenere che effettivamente una vera e propria associazione a delinquere esistesse e che i prevenuti ne facessero parte. Tutti i numerosi testimoni si sono limitati ad esprimere degli apprezzamenti, delle supposizioni non confortate però da elementi sicuri di prova. È vero che sono in atti due verbali del comandante la stazione di Maierà e Grisolia in cui si ritiene per certa l’esistenza dell’associazione a delinquere perché si sono potute raccogliere le confessioni di alcuni dei componenti di essa. Ma tali confessioni, sia perché generiche perché successivamente smentite da coloro che le avevano fatte, sia perché non corroborate da nessuna altra circostanza, non appaiono sufficienti a formare il convincimento della responsabilità degli imputati. Perciò si chiede dichiarare non doversi procedere a carico di tutti gli imputati per tutti i reati loro rispettivamente ascritti per insufficienza di prove.
Il Giudice Istruttore Russo concorda pienamente con il Pubblico Ministero e, il 30 luglio 1928, mette la parola fine al processo, prosciogliendo tutti gli imputati in istruttoria.[1]
A Maierà, Diamante, Grisolia, Cipollina (oggi Marcellina) e nei paesi circostanti la “famiglia Montalbano” può continuare indisturbata la propria attività.




[1] ASCS, Processi Penali.