domenica 24 dicembre 2017

PERDUTA E DISONORATA

Manca poco alla mezzanotte del 2 luglio 1902. Qualcuno prende il fresco vicino al Crati, qualcun altro sta affacciato dalla finestra. Una donna attraversa il ponte di San Gaetano e va verso il rione Spirito Santo, entra in un portone, sale due rampe di scale e poi bussa ad una porta
- Che ci fai qui a quest’ora? – le dice l’uomo
- Una disgrazia… Eugenio ha ammazzato sua moglie, corri a vedere…
L’uomo, Santo Gentile, non se lo fa ripetere due volte e corre verso la casa di suo cugino Eugenio. La donna, Luigina Gentile, cugina dei due, resta in quella casa. Chiude la porta e si dirige sicura verso una stanza da letto dove stanno cercando di prendere sonno suo zio Francesco e sua moglie. Luigina si avvicina al letto dalla parte dove è coricato suo zio e gli dice
- Sei contento che per cagione tua son rimasta in mezzo alla via?
- Cosa vuoi da me? tu non hai saputo fare… non dovevi far vendere la roba della bottega… – le risponde con tono acido
Luigina non replica. In silenzio sfila dalla manica un trincetto da calzolaio e vibra un tremendo colpo all’addome dello zio, poi estrae la lama ed esclama
- Prenditi questo!
Mentre lo zio urla per il dolore e la zia urla per chiamare al soccorso, Luigina con calma esce e ripercorre la stessa strada. Mentre riattraversa il ponte lascia cadere a terra il trincetto, poi si dirige verso la stazione ferroviaria di Cosenza Casali.
L’Appuntato Nicola Salvatelli e il Carabiniere Pasquale Passeri sono di pattuglia davanti alla stazione di Cosenza Casali quando Luigina li ferma
- Arrestatemi… ho accoltellato mio zio…
Il Maresciallo Leopoldo Tasso bestemmia quando lo svegliano ed è ancora mezzo addormentato quando Luigina comincia a raccontargli la sua storia, ma il torpore svanisce subito
- Ho ventire anni, sono nata a Campobasso e sono sposata con Giuseppe Iaccini – esordisce, poi, tirato un lungo respiro, continua –. Allorquando mio padre morì nelle carceri di Orvieto, condannato a 12 anni per omicidio, prima di partire per la casa penale mi consegnò in custodia con mia sorella ed un fratello presso il mio zio Gentile Francesco d’anni 56 di Fiumefreddo Bruzio e qui dimorante in Via Spirito Santo. contavo allora l’età di 13 anni e quel satiro, abusando della mia inesperienza, incominciò a corrompermi con atti di libidine consumando le sue voglie su di me, continuando tale stato di cose sino all’età di 20 anni. Un bel giorno, circa 3 anni orsono, detto mio zio approfittando del momento che nessuno vi era in casa, dopo avermi mezza ubbriacata, mi tolse l’onore congiungendosi carnalmente, continuando tale fatto per un buon lasso di tempo, abusando di me sia con minacce che con lusinghe. Rimasta incinta di circa 5 mesi, per tema d’esser scoperto, tentò invano di farmi abortire obbligandomi a bere dell’acqua di malva e di quella di erba di vento, facendomi prendere dei semicupi ai piedi e dei bagni freddi per tutta la vita, mi portò anche un medicinale che disse essere una pozione, mettendone soltanto una delle due cartine in un bicchiere di acqua. Non vedendo alcun esito, sempre con la scusa che mi faceva abortire si congiungeva più volte con me anche contro natura ed io che pur di soffocare lo scandalo avrei sopportato qualunque cosa, lasciai che egli mi rovinasse in tal guisa, sottoponendomi per dieci o quindici giorni ad essere zimbello delle sue turpi voglie. Finalmente, persuasosi che non si poteva più tenere celata la mia gravidanza giacché il ventre era notevolmente ingrossato, e che d’altra parte l’aborto non veniva, si confidò con la moglie e al nono mese, adoperando ogni segretezza e facendomi assistere dalla levatrice patentata Farsetti, il giorno 2 settembre 1900, nella casa di detto mio zio, davo alla luce un figlio maschio che, trasportato al Brefotrofio, dopo 3 giorni morì. Anche successivamente mio zio cercò di godermi carnalmente, ma ebbi la forza di resistere anche perché mia zia, la quale non ha alcuna colpa nell’accaduto, non cessò di consigliarmi a non aderire mai più alla prave voglie del marito. Benché mi capitasse varie proposte di matrimonio, mio zio per tema di perdermi sempre le rifiutava. Quando, essendosi presentato a chiedermi in isposa Iaccini Giuseppe detto mio zio, dopo averlo ingannato dicendo che ero ancora vergine, si decise a farmelo sposare, come infatti tale matrimonio si effettuò il 2 maggio 1901 e mio zio ha avuto il coraggio di farmi proposte disoneste perfino in quel giorno in cu dovevo passare a matrimonio. Accortosi mio marito che non ero nello stato normale, tentai sulle prime di persuaderlo che era stato un giovane a me sconosciuto col quale amoreggiavo, ma poscia, saputo il fatto dalla voce pubblica, dopo pochi giorni mi obbligò a svelargli il segreto tanto nascosto in seguito alle minacce di mio zio. Saputo il fatto, detto mio marito, il 21 giugno, manifestando il proposito di partire fra breve per l’America e dandomi soltanto lire sette oltre degli ori che mi aveva comprato e di altri poco oggetti di casa giacché pensò di vendere e di trattenere per sé la moneta che ricavò dalla vendita degli oggetti di bottega da salumaio che aveva col suo denaro comprato a mio nome in seguito a suggerimento di mio zio, mi abbandonò dicendo che non poteva sopportare tale sfregio al suo onore. Vistami perduta e disonorata da un uomo che doveva proteggermi l’onore, andai ad abitare per qualche giorno in casa di mio cugino Eugenio Gentile. Vedendomi alle strette col più pressante bisogno, sentendomi mortificata perché ero costretta a vivere alle spalle di un mio parente che vive di lavoro, tormentata continuamente dal ricordo della mia sventura, mi saltò in mente di vendicarmi contro chi era la causa di tutti i miei danni. Ieri sera, verso le 23, mi levai da letto e senza che i miei cugini si accorgessero di nulla, provvistami di nascosto di un trincetto che trovavasi nel panchetto di lavoro di mio cugino e che riuscii a trovare malgrado l’oscurità della notte, uscii furtivamente di casa, andai di filato in quella di mio zio  e
Luigina finisce in camera di sicurezza e i Carabinieri iniziano le indagini andando a verificare le condizioni del ferito che, in effetti, ha una ferita da punta poco sopra l’ombelico, giudicata dal medico che lo ha visitato, pericolosa di vita.
- Come sono andate le cose?
- Non mi fido di parlare
- Su, forza, raccontate i fatti – insistono il Maresciallo Tasso e il Pretore Enrico Granata che, nel frattempo, lo ha raggiunto – chi vi ha ferito?
- Mi ha ferito mia nipote Luigiail ferimento è avvenuto a mezzanotte… – farfuglia – e non posso dirne i motivi perché mi sento tanto male da sentirmi uscire l’anima
- Su, sforzatevi, bastano pochi minuti e poi potrete riposare e guarire
- Io sono cieco da circa 13 anniNon vi è stato alterco di sortamia nipote ha premeditato il reato da quanto vado a dirementre io e mia moglie eravamo supini nel letto coniugale, quella, appena dette le parole: “Vedi come sono ridotta?”, mentre io non avevo ancora finito di dire che era tutta sua colpa se le avevano venduto la bottega, di botto con un trincetto mi ha vibrato un colpo al ventre
- Perché ha questo forte risentimento nei vostri confronti? Le avete fatto del male?
- Io ho tenuto in casa mia nipote per 14  anni la quale si lasciò disonorare non so da chi e di poi si diede anche ad un farmacista, anzi costui sarebbe stato il primo a goderne i favori
- E anche voi…
- Sicuramente à tentato pure menon posso negare che qualche volta ne ho goduto anche io i favori in questo stesso letto nel mentre mia moglie era profondamente addormentata, anzi una volta, svegliatasi, nel vederla accanto a me fece una scenata violenta e chi sa quali altre maggiori conseguenze si sarebbero deplorate se fosse riuscita a raggiungerla! Il commercio carnale fra me e mia nipote ebbe luogo circa 4 anni addietro per tre o quattro volte e da quell’epoca io feci a meno di congiungermi più con lei. due mesi dietro essa passò a matrimonio ma il marito poco dopo l’abbandonò adducendo di essere stato ingannato sulla verginità della moglie
Poi fa segno che non ce la fa a parlare oltre e non gli viene fatta alcuna domanda sul bambino partorito da Luigina.
- È falso assolutamente che io abbia avuto, pria che con mio zio, relazioni carnali con un farmacista, mentre con costui non vi furono che brevissime relazioni amorose per fine di matrimonio, tantoppiù che io ruppi i rapporti appena seppi che era soltanto un garzone di farmacia. È falsissimo pure che fossi stata io a darmi spontaneamente a mio zio e che fossi andata nel suo letto mentre la moglie dormiva e che una volta, svegliatasi, mi avesse inseguita – replica sdegnata alle contestazioni che le muove il Pretore.
Un bell’affare. E mentre gli inquirenti si scervellano per venirne a capo, Francesco Gentile muore per la peritonite settica sviluppatasi nello stesso per effetto del ferimento che ha dato luogo all’infezione del cavo peritoneale e che è stata occasionata dalla qualità dell’arma feritrice, essendo nota la virulenza settica irreparabile dei coltelli da calzolaio, identica a quella dei ferri adoperati per le autopsie. Parola del dottor Felice Migliori.
Poi si stabilisce con certezza che Luigina ha davvero partorito un bambino. A confermarlo è la levatrice Teresina Farsetti che l’ha assistita durante il parto
- La giovane dette alla luce un bambino che io, giusto il desiderio della famiglia, denunziai come figlio di genitori ignoti. E siccome il Gentile per soffocare lo scandalo richiese che né io  né mia sorella fossimo andate a casa loro, così non ci facemmo vedere. Malgrado le ripetute domande allo zio e alla giovine, nessuno dei due avea voluto rivelare il nome della persona che avea reso madre la giovine medesima
 La vedova di Francesco Gentile smentisce sia Luigina che il marito
- Mia nipote mi confidò che trovavasi all’ultimo mese di gravidanza e io non insistetti per vergogna di sapere chi fosse stato a renderla incinta. Non mancai d’informare mio marito di quella confidenza e lo stesso, mostrando d’inquietarsi, s’armò di un rasoio e inseguì per le stanze la nipote, senza però raggiungerla e farle del male. Mio marito non mi ha mai confidato di avere avuto rapporti carnali con la nipote, né io ebbi ad intavolare il discorso su tale argomento – poi si lascia andare a una rivelazione che potrebbe cambiare l’esito del processo –. In ogni modo, dopo lo sgravio di mia nipote, sospettando che essa potesse tradirmi con mio marito, la tenni d’occhio ed una notte, avendo avvertito del rumore nel letto, ritenni che quei due si stessero unendo carnalmente. Balzai dal letto ma non intesi né vidi altro, né mi fu possibile di andare nella stanza vicina dove dormiva mia nipote, attesa l’oscurità e la mia cecità
L’impressione è di trovarsi davanti a una testimone reticente, ma comunque un passettino in avanti consente di farlo. Importanti sono le dichiarazioni di Eugenio Gentile, cugino di Luigina e nipote della vittima
- La disgraziata mia cugina, quando il padre andò in carcere per un omicidio, prese stanza presso suo zio, il quale ritirò pure una sorellina nonché un fratello minore di quella, però i tre giovani non vivevano a peso dello zio , bensì colla pensione cui ebbero diritto perché il padre era impiegato dello stato. Io, che ero stato beneficato dal padre dei miei cugini, ho avuto delle tenerezze sempre per loro ma, disgraziatamente, non ho potuto mai addimostrarlo a sufficienza perché malgrado fossi ammogliato e non più giovane, mio zio mal mi vedeva in sua casa ed or con un pretesto ed or con un altro, mi dichiarava inimicizia. Io non mi persuadevo di quel contegno, ma ora capisco anche troppo perché la giovine più d’una volta mi raccomandò di non sedermi accanto a lei perché lo zio era sospettoso. Io ero sicurissimo della onestà della povera giovine e, animato dal desiderio di aiutarla, mi capitò di poter proporre per lei un buon matrimonio con Iaccini Giuseppe, agiato contadino arricchito in America. Ben tosto però si sparse la triste notizia che il Iaccini era stato ingannato perché non aveva trovato la moglie zitella e tantoppiù rimase dolente quando successivamente apprese che a togliere l’onore alla giovinetta era stato colui che avrebbe dovuto usarle cure paterne, il proprio zio e tutore Gentile Francesco
E le cose cominciano a quadrare quando a parlare è Giuseppe Iaccini
- Avevo saputo che mia moglie, al pari dell’altra sorella, avea fatto una vita ritiratissima in casa; sospettai che fosse stato a disonorarla qualcuno di sua famiglia, facilmente suo cugino Alberto. Però ben presto si sparse la voce e me lo riferì mia madre, che ad avere contatto carnale con mia moglie era stato suo zio Francesco e che da tale unione era anche nato un figlio
Che Luigina fosse una ragazza onestissima e avesse condotto una vita ritiratissima in casa lo sanno tutti e tutti lo attestano davanti al Pretore, ma non costituisce prova e così l’8 novembre 1901, la Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Catanzaro rinvia a giudizio Luigina Gentile con l’accusa di omicidio premeditato.
Il dibattimento è fissato per il primo marzo 1902 ma viene subito rinviata perché Luigina durante la prima udienza ha un attacco di convulsioni e deve essere portata via.
Dietro ordine di Vostra Signoria Ill.ma, ieri sera e stamattina mi sono recato in queste Carceri di S. Agostino per visitare ed osservare la detenuta Luigina Gentile, la quale nell’udienza di ieri fu colta da malore e forme convulsive che durarono parecchi minuti.
La Gentile, da me accuratamente visitata, nulla di anormale presenta nel suo organismo da meritare la mia attenzione: dotata di ottima costituzione fisica, ha 23 anni ed ha esuberanza di pannicolo adiposo; è pallida alquanto e ciò è in rapporto ed in conseguenza della vita che fa in un luogo chiuso, senza moto ad aria libera. I suoi organi interni sono normali, specialmente i suoi centri nervosi ed il sistema vascolare, per come ho potuto raccogliere da un accurato esame sensiologico.
Ella mi ha riferito, dietro mia domanda, che diciotto mesi or sono, essendo al terzo mese di gravidanza, fu colta dallo stesso malore e così nove giorni or sono, trovandosi a pregare con un’altra detenuta nella cappella di queste carceri.
Ella mi ha assicurato che quando è colta da questa forma di deliquio, pur non potendo rispondere, avverte le persone che le stanno dattorno e che la soccorrono.
Dopo ciò mi son fatto il criterio che la Gentile soffre di accessi isterici e che nell’accesso  di ieri vi ha influito la preoccupazione morale per il processo che si svolge a suo carico, l’avere in atto la mestruazione, che è punto abbondante ed il non aver preso cibo dal giorno innanzi.
Ecco quanto ho l’onore di rapportare alla S.V. Ill.ma giusto la sua richiesta ed i suoi ordinativi.
Dott. Cesare Elia
Il 7 marzo, ripresasi, Luigina ascolta la lettura della sentenza che la manda assolta dall’accusa di omicidio premeditato.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

mercoledì 20 dicembre 2017

AFFILIATO ALLA MANO NERA

Houston Pa 13 ottobre 1913
Mia carissima madre
Vi scrivo questa mia lettera colla quale con molto dispiacere vi vengo a dare una brutta notizia vi fo sapere che il mio fratello francesco e passato alaltra vita e lano amazato e la amazato il Giuseppe di Gazzara Verta il giorno 5 di questo mese e sucesso che la sparato a campato 3 giorni ed e morto giorno 7 e voi non potiti credere il grande dispiacere che sento al mio cuore pensando che non lo nemeno veduto che lui era distante da dove sono io e ame mi anno fatto il telegrammo dopo che lavevano seppelito e aquesto che la amazato ancora non lano preso il mio fratello e stato un mese acasa mia tutto il mese di settembre e lui era andato asi pigliare la cascia e altre cose per sine venire a casa mia e andato e non e tornato piu e io sono andata al posto dove che e successo il fatto e non o concluso nienti che lo trovato suppelito Non altro saluto atutti cara madre non vi credeti perche e successo che e stato 8 giorni primo anno avuto parole di niente e dopo 8 giorni la sparato a tradimento di una finestra basta non altro e saluto a tutti di famiglia vi salutano tutti la mia famiglia vi saluto io e mio sposo avoi e vi cerco A.S.B. e sono la vostra adorata figlia Antonietta Iaquinta
Adio pronta risposta
Il mio dirizo e questo
Houston Pa
Box 297

Man mano che la lettura va avanti, Anna Maria Iaquinta, la madre di Antonietta e Francesco, cambia colore diventando bianca come un lenzuolo. Le lacrime le rigano il volto mentre le mani ossute tormentano il fazzoletto che si passa sul viso per asciugarlo. Poi si abbandona alla disperazione dimenandosi, battendosi il viso e strappandosi i capelli. Suo figlio non tornerà più da quella terra lontana dove era andato a cercare la fortuna che non aveva trovato a San Giovanni in Fiore, come decine di paesani. È il 13 novembre 1913.
La notizia è di quelle che non possono passare sotto silenzio e la voce in paese si sparge in men che non si dica e arriva anche alle orecchie attente del Delegato di P.S. Luigi Zangrilli e del Maresciallo dei Carabinieri Antonino Fava. I due, di concerto, si mettono a indagare e non ci mettono molto a scoprire che Giuseppe di Gazzara Verta, il tale indicato nella lettera come l’assassino di Francesco Iaquinta, altri non è che il trentaseienne Giuseppe Veltri, alias Gazzarra. Scoprono anche che Veltri è appena tornato dall’America e decidono di andarlo a prendere per sentire che cosa ha da dire in merito a un’accusa così precisa. L’uomo, però, prevedendo la mossa delle forze dell’ordine, il 15 novembre si presenta spontaneamente nella Caserma dei Carabinieri e racconta la sua versione dei fatti
- Otto giorni prima che lo uccidessero, era una domenica verso mezzogiorno, ho avuto uno scambio di parole vivaci con Francesco Iaquinta, detto Paolo Pino, nella sua casa a Dola, una cittadina mineraria del West Virginia. Io abitavo lì vicino, a Rosebud e lavoravano in miniera come tanti altri compaesani, almeno una quarantina, che sono lì. Dicevo della lite… io, Antonio Mazza, Giovanni Maone e altri eravamo davanti casa, seduti a tavola che mangiavamo e bevevamo; sul tavolo c’era un caciocavallo. All’improvviso alle nostre spalle è arrivato Francesco Iaquinta che ha conficcato con violenza un coltello nel caciocavallo. Sorpresi dall’atto chiedemmo spiegazioni ed egli per giunta ci sfidò alla scherma siciliana. “Io sono di San Giovanni in Fiore!” gli ho risposto e poi ho aggiunto che avrebbe dovuto lasciarci in pace perché altri potevano ammazzarlo per noi. Iaquinta si arrabbiò e, tolto il coltello dal caciocavallo, ripetè la sfida. Gli altri amici si sono messi in mezzo e lo hanno allontanato. Iaquinta, però, appena ha raggiunto i binari della ferrovia accanto alla casa, ha cominciato a urlare: Chi ha coraggio si faccia avanti! ma gli amici gl’ingiunsero di andarsene, diversamente ritornando in quel luogo avrebbe avuto una mala creanza. A questo punto ha cominciato a chiamarci cornuti e poi si è allontanato, accompagnato dal Caporale della miniera che lo avvertì di non più farsi vedere. Invece è tornato giorno 5 ottobre. Ma quando gli hanno sparato, era già sera, io ero a casa mia che è vicina al luogo dell’omicidio, in compagnia della mia padrona di casa Chiara Angotti Fragale, di suo marito e di suo cognato. Ricordo, in proposito, che quando abbiamo sentito lo sparo la signora ha detto: Hanno sparato, chi sa cosa può essere. E il marito ha risposto: Non c’è da allarmarsi, ne sparano tante fucilate… subito dopo abbiamo sentito alcune donne che gridavano, siamo andati a vedere e abbiamo trovato Iaquinta ferito in casa, insieme ai padroni. Dicevano che gli avevano sparato da fuori, attraverso la finestra mentre era girato di spalle. Gli ho chiesto se sapesse chi gli aveva sparato e lui mi ha risposto: Che! Cosa ne so io? E poi basta. C’era un sacco di gente in quella casa e i Caporali della miniera ci hanno consigliato di portarlo all’ospedale St. Mary di Clarksburg, così io, Salvatore Ficatiellu Schipani e Antonio Mazza  lo abbiamo messo in una coperta e ci siamo avviati all’ospedale. Mentre eravamo alla stazione ad aspettare il treno per l’ospedale, Iaquinta non fece alcun nome nemmeno ai poliziotti che erano lì e che per questo lo hanno chiamato cazzone. Quei poliziotti lo conoscevano come un brutto soggetto perché faceva continuamente questioni nei saloons e nelle botteghe del posto. Dopo averlo lasciato all’ospedale ci siamo allontanati per ritornare dopo un paio di ore e Iaquinta ha chiesto a Mazza di scrivere al fratello Saverio per avvisarlo di quello che era successo e Mazza lo ha accontentato. C’erano un sacco di paesani ma nessuno ha fatto il mio nome come sospetto. Non lo hanno fatto nemmeno il fratello e la sorella che ho trovato e salutato al funerale e non capisco proprio come si faccia a sostenere che sia io l’assassino. Io non sono scappato, dopo il fatto ho lavorato per altre due settimane nella miniera e dopo sono partito per l’Italia. Comunque Iaquinta aveva un sacco di nemici perché era nella Mano Nera, perché proprio io?
Il Delegato e il Maresciallo, sospettando del contegno tenuto da Veltri durante l’interrogatorio, definito cinico e noncurante, e dei precedenti penali dell’uomo che è ritenuto un pregiudicato pericoloso cui furono addebitati altri due omicidi in persona di compaesani in America, decidono di arrestarlo in attesa dell’imminente arrivo di altri sangiovannesi emigrati nello stesso luogo dove è avvenuto l’omicidio. Ma se Veltri è un pericoloso pregiudicato, Iaquinta non scherzava nemmeno perché era un prepotente ed era affiliato alla famigerata setta della Mano Nera. Questo ai due investigatori lo confidano in molti, ma nessuno lo mette nero su bianco, c’è paura che qualcun altro dei paesani emigrati non gradisca che si parli di questo argomento.
Nel giro di qualche giorno vengono convocati Giuseppe Madia, Giuseppe Mancina e Luigi Caputo.
- Trattandosi di un mio connazionale e paesano non mancai di chiedere chi fosse stato ad uccidere il Iaquinta Francesco ma nessuno mi ha saputo dire niente. Sono anche andato a trovarlo in ospedale ma l’ho trovato già morto – dice Madia.
- Saputo il fatto mi recai all’ospedale per vederlo, giacché il medesimo era mio amico, ma sfortunatamente lo trovai morto. Non mi venne la curiosità di sapere chi fosse l’autore dell’omicidio perché quel giorno stesso disposi per la partenza per l’Italia – dice Mancina.
- L’ho saputo dodici giorni dopo e ho chiesto in giro se si sapesse qualcosa sull’autore dell’omicidio e la gente cui mi rivolsi indicò tale Gazzarra Verta che ove mi fosse presentato lo riconoscerei benissimo – esordisce Caputo. Il Delegato e il Maresciallo lo fanno accompagnare al carcere per fargli vedere Veltri e al ritorno continua – L’individuo che LL.SS. dicono chiamarsi Veltri Giuseppe è precisamente quello che io in America ho conosciuto coll’agnomo di Gazzarra Verta. Aggiungo che il moribondo, interrogato dalla polizia, ha dichiarato che il possibile autore del colpo d’arma da fuoco a lui diretto doveva essere il Veltri suddetto
È qualcosa ma se non basta per trattenerlo non è nemmeno troppo poco per rilasciarlo, così viene messa in moto la macchina delle rogatorie internazionali e nell’attesa di nuove prove, il Giudice Istruttore concede una proroga di 90 giorni alle indagini e Veltri rimane in carcere.
Nel frattempo gli investigatori accertano che Madia ha mentito: non è vero che nessuno gli disse il nome dell’assassino perché venti giorni fa trovandosi al servizio di Lopez Eugenio di Tommaso, possidente di qui, raccontò il fatto relativo all’omicidio in persona di Iaquinta Francesco fu Tommaso, aggiungendo che a commetterlo, così come si vociferava, era stato appunto Gazzarra Verta, cioè il Veltri. Tale circostanza è di importanza eccezionale perché messa in essere in tempo non sospetto, in tempo cioè in cui il Madia non pensava nemmeno lontanamente di doverla rassegnare al magistrato. Ormai è certo che la strada per assicurare alla giustizia l’assassino di Francesco Iaquinta è quella buona.
Veltri, intanto, per dimostrare che la sua partenza dall’America non è stata una fuga, fa esibire al Giudice la lettera che spedì l’otto settembre 1913 nella quale anticipava il suo imminente ritorno a casa
Rosebud il 8/9/1913
Cara Sposa
Ho ricevuto la tua gradita lettera sento che godeti ottima salute come pure vine daro la mia continuazione
Dunque cara sposa dal mio zio vi fati dare lire cento e vi comprati uno poco di grano e quatro o cinque tomola di patate e viarraccommando di tenere amente quanto abiati avuto da lmio zio Giovanni e Angioluzo, quindi io non apena ricevo questa lettera mimetterò in viaggio io non mi sono messo in viaggio ora per lomotivo di questa poco dimoneta che non ericevuta mentre io lio sperita giorno quatro e luglio
Non altro mi riesta saluto mia commari e figliano saluto i nostri tutti echi domanda di me a Voi vi saluto e mi dico tuo affettuoso Giuseppe Veltri
Atendo risposta
Allegato alla lettera c’è anche il biglietto per lo zio:
Caro zio
Passati lire cento amia sposa
Non altro vi saluto unito tua famiglia e mi dico tuo nipote Giuseppe Veltri
Passano tre mesi senza che dagli Stati Uniti arrivino documenti; Ernesto Fagiani e Pietro Mancini, difensori di Veltri, spingono per l’immediata scarcerazione e anche il Giudice Istruttore si lagna di questa situazione perché sa di non poter più trattenerlo in carcere e così chiede una proroga di altri sei mesi, che viene accordata. Ma trascorre inutilmente anche questa proroga e il 25 dicembre 1914 il Giudice Istruttore ordina la scarcerazione dell’imputato ma ne dispone il divieto di dimora a San Giovanni in Fiore, insieme a tutta un’altra serie di obblighi e divieti. Veltri si trasferisce nel vicino paese di Cerenzia e aspetta le carte americane.
Dall’America, invece delle carte, arriva Salvatore Schipani che viene subito interrogato e rivela particolari interessanti
- Io e Veltri eravamo vicini di casa e dopo il fatto non l’ho visto né in paese, né alla miniera dove lavoravamo insieme. Però nemmeno la Polizia è venuta a informarsi sui fatti, forse perché, come sanno tutti in America, quando si vuole la Polizia bisogna pagarla
I Carabinieri rintracciano anche una donna, Costanza Bitonti, che ha fatto il viaggio in carrozza da Crotone a San Giovanni con Giuseppe Veltri, quando questi è tornato in paese e qui le cose si fanno interessanti
- Il giorno 11 mattina stavo per pigliare la diligenza a Cotrone onde mi trasferissi in S. Giovanni in Fiore, essendo stata in Catanzaro per parecchi giorni ed ignara di quel che si diceva in paese, quando incontrai il compaesano Giuseppe Veltri di Saverio che, reduce dall’America, andava a pigliare posto nella stessa corriera postale. Conoscendolo, dopo i complimenti d’uso, con certa premura mi domandò quel che si dicesse in paese. Io, credendo che la di lui preoccupazione fosse lo stato della moglie, lo assicurai della salute e della condotta di questa. Non ostante, parve insoddisfatto. In diligenza ridomandai lo scopo del di lui ritorno così all’improvviso ed egli rispose: “L’America è ora guastata, la gente si ammazza e se hai parola con uno subito si fa sospetto e possibilmente dopo certo tempo son capaci di dire che l’hai ammazzato”. Arrivati a Cerenzia, dopo aver salutato il commendatore Domenico Lopez, Veltri scese dalla carrozza dicendo che doveva informarsi bene prima di tornare in paese perché si diceva che era stato lui ad ammazzare Iaquinta. Sia prima che dopo l’abboccamento col Lopez mi sembrò timidoso (preoccupato)
Anche Lopez ha qualcosa da dire in merito
- Quando ci siamo incontrati alla fermata del postale a Cerenzia gli ho subito riferito le voci che correvano a San Giovanni e lui, che mi sembrava tranquillo, mi rispose: E se avevo commesso il delitto me ne venivo in Italia? Con 300 pezze che avevo, avrei fatto fare la causa colà dove la giustizia con denari ti libera subito!  e allora io gli consigliai, sentendosi innocente, di tornare a San Giovanni e presentarsi alle Autorità, potendo la sua assenza legittimare dei sospetti.
La rogatoria arriva il 19 febbraio 1915 e le sorprese non mancano. Giuseppe Veltri viene smentito da tutti i testimoni che lo accusano chiaramente di essere l’autore dell’omicidio di Francesco Iaquinta, ma ciò che subito balza agli occhi degli inquirenti è il clima di paura in cui vive la comunità italiana, e in maggior grado quella sangiovannese, nella contea di Harrison, West Virginia. Paura dettata dalla possibile vendetta di Giuseppe Veltri, tant’è che la gente si decide a parlare quando sa che non può tornare in America perché è carcerato in Italia. Che sia stato anche lui della Mano Nera?
Dalle testimonianze emerge anche un’altra verità intorno alla lite che precedette l’omicidio: quella stessa sera Veltri attese Iaquinta e gli sparò due colpi di rivoltella senza colpirlo. Inoltre non è vero che Veltri tornò al lavoro perché dalla sera dell’omicidio nessuno lo vide più a Dola, così giura Giovanni Lopez, confermando la dichiarazione di Schipani.
Pasquale Angotti invece dice di essere andato a Dola per indagare sull’autore dell’omicidio ma tutti quelli con cui parlò esitavano a rispondere perché avevano paura dell’imputato Veltri. Quando ci tornò tre mesi dopo i fatti, ottenne invece quello che cercava: Veltri minacciò di morte l’avversario nella lite. Inoltre, la donna nella cui casa fu colpito Iaquinta giura che poco prima dello sparo uscì di casa per prendere un po’ di acqua e che incontrò per strada Veltri, alterato, che le chiese se in casa ci fosse stato qualcuno. La donna, che sapeva della lite precedente e aveva paura che potesse accadere qualcosa, gli rispose che non aveva nessuno in casa; quindi alla fontana incontrò la padrona di casa di Veltri che le disse di tenere le persiane delle finestre chiuse perché poteva succedere qualcosa di brutto.
Francesco Laura, alias Trenta Barrini, dice che la sera dell’omicidio stava aspettando il treno alla stazione di Clarksburg quando arrivarono il ferito e i suoi accompagnatori. Iaquinta gli chiese di andare ad avvisare la Polizia, cosa che non fece perché tornò alla sua bottega e che qui lo raggiunse Veltri il quale gli chiese insistentemente se fosse andato ad avvisare la polizia. Di più, qualche giorno dopo Veltri gli chiese se pensasse che a sparare a Iaquinta fosse stato lui.
Può bastare per chiudere l’istruttoria.
Il 17 aprile 1916 la Sezione d’Accusa rinvia a giudizio Giuseppe Veltri per omicidio premeditato e ci vorrà quasi un altro anno prima di arrivare a sentenza. Il 2 febbraio 1917 la Corte d’Assise di Cosenza lo ritiene colpevole del reato e lo condanna a cinque anni, sei mesi e venti giorni di reclusione.
Il ricorso per Cassazione verrà rigettato il 12 aprile successivo e a Giuseppe Veltri restano ancora da scontare due anni e una ventina di giorni.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.