venerdì 30 novembre 2018

GELOSIA


Aquilina Candela ha 20 anni ed è fidanzata con il fabbro ventiduenne Oreste Nico. Lei è nata a Rota Greca ma abita a Cervicati da quando suo padre ha trovato lavoro in questo paese. La cosa curiosa è che ha accettato il fidanzamento pur sapendo che Oreste ha una tresca illecita con la trentenne Mariantonia Grosso, meglio conosciuta come Fumiata, dalla quale ha avuto anche una bambina.
Ovviamente le due non si sopportano e cercano di avere l’esclusiva sul baldo giovane. Qualche volta se le sono anche date in mezzo alla strada con il risultato di dare adito ai paesani di parlare e sparlare su di loro e le cose peggiori vengono dette sul conto di Mariantonia, ritenuta una vera e propria puttana perché, pare, concede i propri favori anche ad altri giovanotti.
Verso i primi di dicembre del 1898 i contrasti tra le due rivali sembrano appianarsi: Aquilina va a casa di Mariantonia e, udite udite, le suggerisce un metodo infallibile per tenere tutto per sé Oreste: una magarìa!
- Marì, la vedi questa fettuccia nera? Basta farci dei nodi e poi cucirla sul tuo corpetto… Oreste non ti abbandonerà mai più! – le dice. Mariantonia stenta a crederci
- E tu? E il vostro fidanzamento?
- Oh! Mi sono stancata di lui… meglio con te che con un’altra… allora la vuoi fare la magarìa?
- E facciamola!
- Però mi devi dare otto soldi e un paniere di patate… è la regola per la magarìa
- Ormai… va bene, d’accordo!
Aquilina annoda la fettuccia ad intervalli regolari, poi prende ago e filo mentre Mariantonia si toglie la camicia, poi mette qualche punto e in men che non si dica l’operazione è terminata, adesso Oreste sarà tutto di Mariantonia.
Così dovrebbe essere, ma Aquilina ha altre idee in testa. Quando il pomeriggio Oreste la va a trovare gli racconta, risentita, che Mariantonia gli ha fatto una magarìa per farlo diventare storpio e gli spiega anche in cosa consiste. Oreste è incredulo, dopo un po’ se ne va e corre a casa della sua amante con la quale passerà la notte. Non dice niente di ciò che ha saputo perché in fondo non vuole credere che sia una cosa vera, ma quando Mariantonia si spoglia e vede la fettuccia nera annodata e cucita, diventa bianco come un lenzuolo. Potrebbe picchiarla, ma chi può assicurargli che la magarìa non diventerà ancora più terribile? Fa finta di niente. Prende l’amore che gli viene dato e quando Mariantonia si addormenta, si alza senza fare rumore, scuce dal corpetto la fettuccia e se la mette in tasca. La butterà nel fuoco non appena tornerà a casa sua. Dolente di tanti sotterfugi a cui la Grasso ricorre, riprende le sue cose dalla casa dell’amante e l’abbandona.
Mariantonia capisce tutto e va a fare una scenata davanti alla casa di Aquilina, ottenendo come risultato il paliatone che il padre fa ad Aquilina. Il rancore tra le due rivali aumenta.
- Zia Peppina non fare venire più dentro casa tua Mariantonia perché quando la vedo mi si rimescola il sangue perché mi ha fatto percuotere da mio padre e se continua a venire in tua casa, qualche giorno ammazzerò te e lei!
Ma zia Peppina non segue il consiglio di Aquilina e un paio di giorni dopo l’avvertimento Mariantonia la va a trovare per riempirle di acqua gli orciuoli. Aquilina se ne accorge e si precipita sul posto come una furia lanciandosi sulla rivale che si difende. Nelle loro mani appaiono anche i coltelli e la lite potrebbe finire tragicamente, ma proprio in questo momento si trova a passare Oreste il quale, attirato dalle urla, entra in casa e riesce a dividerle. Ormai si sta arrivando a un punto di non ritorno.
La mattina del 10 gennaio 1899 Aquilina va a riempire tre orciuoli alla fontana e trova in fila Mariantonia la quale, senza profferir parola, l’afferra per i capelli e le dà un pugno in faccia. Aquilina reagisce immediatamente e cerca di rompere sulla testa della rivale un orciuolo pieno ma il colpo va a vuoto e le donne presenti hanno il tempo di mettersi in mezzo ed evitare che la situazione degeneri. Aquilina non demorde, lascia gli orciuoli per terra e raccoglie delle pietre per tirarle a Mariantonia, ma viene di nuovo bloccata, così torna a casa furente, promettendo vendetta.
- Mi ha picchiata! Guarda qui! – dice al padre mostrandogli il segno del pugno sul viso
- Tu tieni la lingua lunga, io vorrei che ti ammazzasse… – la rimprovera il padre, convalescente a causa di una paresi del lato sinistro del corpo che lo ha colpito qualche giorno prima
- Vado a San Marco a chiamare le mie sorelle e vediamo se stasera l’ammazzeremo! – gli risponde furibonda
- Andiamo, vengo pure io! – la esorta, invece, sua madre
A San Marco ci vanno davvero ma le sorelle, entrambe sposate, sono al fiume a lavare i panni e le due donne danno incarico ai vicini di casa di riferire loro che andassero subito a Cervicati per la faccenda che loro sanno.
- Attenta Mariantonia chè Aquilina è venuta a farti la spia – le dice Teresa Bruno, intendendo che ha visto la ragazza aggirarsi vicino la casa di Mariantonia per spiarne le mosse
- Ma questa non è la prima volta che è venuta a farmi la spia… tuttavia lasciami scansare la strada – le risponde. Poi esce evitando la solita strada, ma per andare alla fontana deve per forza passare davanti alla casa di Aquilina, a meno che non voglia fare una strada molto più lunga.
Mariantonia arriva nei pressi della casa della rivale e si accorge che Aquilina è affacciata dal loggiato. Pensa che sia meglio evitare questioni, anche perché Aquilina potrebbe essere spalleggiata da sua madre e in due potrebbero farle molto male, così torna indietro e imbocca l’altra strada che, vicino alla fontana, si interseca con la strada che viene da San Marco.
Il caso vuole che Mariantonia, proprio all’intersezione delle strade, incontri Teresina e Maria Francesca Candela, le sorelle di Aquilina.
È un attimo. Le due la afferrano e cominciano a picchiarla selvaggiamente. Le urla delle tre donne si sentono distintamente fino in paese e le sente anche Aquilina, ancora affacciata al loggiato, che capisce subito ciò che sta accadendo. Rientra in casa, afferra uno dei trincetti da calzolaio del padre e corre verso la fontana. Sua madre la segue urlando
- Aquilina! Corri e cacciati le corna!
Mariantonia e le sorelle Candela sembrano una sola massa informe che rotola sulla strada fangosa. Aquilina si getta nella mischia e comincia a tirare colpi di trincetto all’impazzata fino a che la rivale, barcollando, cade a terra.
Le tre sorelle e la madre si allontanano.
Mariantonia si rialza a fatica, fa qualche passo, poi cade di nuovo, morta. Sono le 5 di pomeriggio e sta suonando l’avemaria.
La notizia si diffonde più veloce del vento e, in attesa che arrivino i Carabinieri da San Marco, il Consigliere Comunale Ernesto Cappellano e il Segretario Attilio Aquino vanno a casa dei Candela per evitare la fuga di qualcuno dei componenti.
Il Maresciallo Pietro Sica e i suoi uomini trovano il cadavere con le mani flesse e convergenti sull’addome, i capelli sciolti sull’omero destro, gli occhi e la bocca semiaperti; dalle narici e dalla parte laterale destra della bocca sgorga del sangue. Accanto al corpo trovano e sequestrano una piccola scure, un pezzo di legno insanguinato, un fazzoletto ed uno scialle. Lasciati due uomini a piantonare il cadavere in attesa del Pretore, non devono fare altro che andare a casa dei Candela, mettere i ferri alle quattro donne e portarle a San Marco. La prima ad essere interrogata è Aquilina
- Mariantonia Grosso nutriva dei rancori verso di me perché vedeva di mal occhio le proposte di matrimonio che passavano tra me e Oreste Nico il quale, pare, avesse delle relazioni carnali con lei. Oggi mi incontrò mentre io ero carica di orciuoli e mi percosse senza che avessi potuto neanco inveire contro di lei. perciò io e mia madre ci recammo in San Marco per sporgere formale querela contro la Grosso, ma stante l’ora tarda, trovando chiusa la Pretura, rientrammo in paese senza aver potuto sporgere la querela. Incontrai la Grosso verso un’ora di giorno e per allora non ci parlammo affatto perché ci trovavamo dentro il paese e le persone presenti ci avrebbero diviso. La rividi stando sopra la loggia di casa mia verso mezz’ora di giorno ed uscii col proposito o di ammazzarla o essere da lei ammazzata. Avvicinandomi mi accorsi che nascondeva sotto la veste la scure e le dissi: “Mi vai cercando e perciò vai armata?”. Essa mi rispose: “Di nuovo mi sei venuta davanti?”. Le levai la scure, proprio quella che mi state mostrando, e ci afferrammo; essa cadde di sotto ed io di sopra e mi accorsi che asportava anche il coltello che mi fate vedere, giacché nella caduta mi sbatté sul petto; glielo strappai e la colpii due volte sulla parte posteriore del torace ed altre due volte la colpii, non so dove, col dorso della scure, anzi la colpii prima con la scure e la stavo colpendo l’ultima volta col coltello quando vidi comparire le mie sorelle; esse m’afferrarono e cercarono d’allontanarmi dalla Grosso, senonché essa, nel vederle, disse a Teresina: “Pure sei venuta tu, puttana del ponte di Sacchini!” e stando seduta a terra le menò colla scure sull’orecchio e l’afferrò anche per i capelli. Ma dette mie sorelle mi portarono via. Le mie sorelle non presero parte alcuna al fatto. Quando oggi mi percosse con un pugno, la Grosso mi disse: “Ora ti ho lasciata viva, ma per stasera ti ammazzo!” e fu allora ch’io feci proposito di ammazzarla o essere da lei ammazzata
 - Ci sono molte cose strane nel tuo racconto, ma è molto strano che, guarda caso proprio mentre hai cominciato a litigare con la Grosso arrivano le tue sorelle da San Marco… io credo che tu e tua madre le siate andate a chiamare…
- Siamo andate per sporgere querela e poi siamo andate ad avvisare Teresina e Maria Francesca di venire a casa perché nostro padre era stato colpito nuovamente nella sera precedente dal colpo apoplettico. Loro non erano a casa e lo lasciammo detto a Rosa Libonati…
- Vedremo… portatela via e fate entrare Teresina
- Oggi siamo andate al fiume a lavare dei panni e, ritornando, Rosaria Libonati ci disse soltanto che mia madre e mia sorella Aquilina avevano cercato di noi. Sapendo nostro padre minacciato d’apoplessia venimmo in Cervicati e in contrada Olivella vedemmo con nostra meraviglia che Mariantonia Grosso era alle prese con nostra sorella. Vidi che Aquilina, divincolatasi, colpì con il dorso della scure sul ginocchio l’avversaria. Mi misi a gridare: “Mariantonia che fai? Che fai?” ma essa si slanciò su me e col dorso della scure, che aveva forse strappato a mia sorella, mi colpì sull’orecchio – dice mostrando l’orecchio ferito –. Tuttavia presi a viva forza Aquilina e la trassi in casa, lasciando la Grosso, addossata ad una pianta di olivo, che bestemmiava fortemente.
- Tua madre e tuo padre dove erano?
- Quando portai a casa Aquilina erano dentro…
- Questo scialle è tuo?
- Lo sciallo non so a chi si appartenga
L’altra sorella, Maria Francesca ripete le stesse cose. La madre, invece, le inguaia
- Le mie figlie vennero in Cervicati oggi verso una mezz’ora di giorno. S’incontrarono con la Grosso in contrada Olivella e vennero alle mani. Aquilina, che trovavasi alla finestra prospiciente alla suddetta contrada, visto forse la quistione delle sorelle, si diresse precipitosamente verso le medesime. Io non uscii di casa e non è vero che avessi eccitato Aquilina a correre e cacciarsi le corna. Rimasi, invece, intenta a cucinare
- Invece molte persone vi hanno vista uscire e dire quelle cose ad Aquilina…
- Si… effettivamente sono anch’io uscita, ma rimasi nei pressi della mia casa e ben distante dal sito dove si svolgeva la rissa e non ho eccitato Aquilinasono innocente
Le cose si mettono molto male per le quattro donne e si mettono male anche per Domenico Candela, il capo famiglia quando alcuni testimoni depongono di averlo sentito dire, mentre Aquilina e sua madre stavano uscendo per aiutare Teresina e Maria Francesca, “E io vi dico che giacché l’avete cominciata, finitela!”. In realtà il senso della frase è dubbio, ma per i testimoni e i giudici non c’è dubbio che si tratti dell’ordine di andare ad ammazzare Mariantonia Grosso e anche lui finisce nel carcere mandamentale di San Marco Argentano
- Sono innocente inquantocchè le mie figlie non mi sentono, mi hanno perduto il rispetto ed io non ho fatto che sempre quistionare contro di loro… io ad Aquilina dissi, rimproverandola fortemente: “ma finitela una volta per sempre che mi fate morire di dolore!”. Forse i testimoni, sentendo che io dicevo “finite la la questione”, credettero, equivocando, che io avessi detto “finite la Grosso”. Dal canto mio, mezzo accidentato come sono per un colpo apoplettico, avevo altro da pensare che di spingere la mia famiglia al delitto
Ma anche i testimoni si contraddicono: qualcuno giura di aver visto Mariantonia portare la scure, altri che la scure l’avevano le sorelle Candela, altri ancora, pur non avendo visto la scure nelle mani della vittima, giurano che era di sua proprietà. La questione non è da poco: se la scure era della vittima e l’aveva con sé, Aquilina e le sorelle potrebbero invocare la legittima difesa o la provocazione grave, nel caso contrario, senza attenuanti, la pena potrebbe essere molto dura. Ma prima bisogna aspettare che la Procura del re chiuda l’istruttoria e faccia le richieste per gli eventuali rinvii a giudizio e che la Sezione d’Accusa accolga o rigetti le richieste..
Il 10 marzo 1899 la Procura Generale del re ipotizza che la scure sia delle sorelle Candela e chiede il rinvio a giudizio per Aquilina con l’accusa di omicidio volontario; rinvio a giudizio per Teresina e Maria Francesca Candela con l’accusa di concorso in omicidio, rinvio a giudizio per Maria Longobucco, la loro madre, con l’accusa di aver rafforzato la risoluzione omicida della figlia Aquilina. Domenico Candela invece viene prosciolto.
Il 27 marzo successivo, la Sezione d’Accusa accoglie le richieste della Procura e rinvia le quattro donne al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
Il 20 aprile 1899 inizia il dibattimento. Il giorno dopo la Corte, riconoscendo l’attenuante della provocazione grave, condanna Aquilina Candela a 8 anni, 9 mesi e 5 giorni di reclusione. Teresina e Maria Francesca non sono ritenute responsabili di concorso in omicidio, ma vengono condannate a 4 anni di reclusione ciascuna per aver causato la rissa che costò la vita a Mariantonia Grosso. Maria Longobucco, la madre, viene assolta per non aver commesso il fatto.
Il 9 giugno 1899 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Teresina e Maria Francesca Candela e rigetta quello di Aquilina.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 25 novembre 2018

MI HAI FATTO LE CORNA


Vincenzo Pizzo, quarantacinquenne contadino di Mangone, dopo sette mesi passati in provincia di Salerno a causa di lavoro, finalmente torna a casa dove lo aspettano sua moglie Rosa Fortino e i suoi tre figlioletti. A dire il vero lo aspettano anche sua cognata Maria Salvi e le sue due figlie, che condividono con i Pizzo l’unica stanza di cui è composta la casa. È il 15 maggio 1892 ed è un giorno di festa per la famiglia Pizzo.
Il giorno dopo, però, i familiari cominciano a vederlo strano, sempre mesto e cogitabondo, facendo desumere che un pensiero angoscioso gli torturava continuamente il cervello. Rosa, che durante i 15 anni di matrimonio è stata sempre amata dal marito, riamandolo, non sa dare una spiegazione logica al repentino cambiamento dello stato d’animo di suo marito e più volte lo prega di confidarsi, fino a che Vincenzo le dice di essere dispiaciuto perché il caporale dei lavori eseguiti in Salerno, nel liquidargli i conti, non gli avea corrisposto esattamente il salario, frodandolo di circa 60 lire. Il conforto di Rosa non serve a niente, Vincenzo continua a mostrarsi smanioso ed irrequieto e continua a ripetere di sentirsi del male nella testa.
La sera del 19 maggio Vincenzo torna dalla campagna ed è più profondamente addolorato e stizzoso del solito. Rosa cerca in tutti i modi di rincuorarlo, ma lui le risponde con un tono che la fa rabbrividire
- Io ho tutto saputo, tu mi hai fatto le corna… io non meritavo tutto ciò, ti ho voluto sempre bene… del resto io ti abbandonerò perché non voglio essere schernito dal pubblico
- Io non ti ho mai tradito e mai lo farò, anche io ti voglio bene e non merito queste parole – riesce a dire Rosa
Ma da questo momento in poi non c’è più pace. Vincenzo non va più a lavorare e sta tutto il giorno dietro alla moglie rimproverandola della infedeltà e minacciandola di abbandonarla con i suoi tre figliuoli di tenera età.
- Ma dimmi quando, dove e con chi ti avrei tradito e portalo davanti a me! – protesta Rosa, ma Vincenzo non cita fatti specifici
I familiari di Vincenzo allora pensano di andare a parlare con un vecchio eremita, Francesco Montemurro, che vive in un santuario vicino a Mangone perché faccia qualcosa per togliergli quel male dalla testa, così l’eremita va a casa dei Pizzo con un quadro della Madonna per farglielo baciare e guarirlo dal male. È il 21 maggio e quello stesso giorno Rosa è andata a Sant’Ippolito per far preghiere in pro del marito in quel santuario.
Vincenzo bacia l’immagine della Madonna devotamente e regala due soldi all’eremita
- Cos’hai, figlio? – gli chiede prima di andarsene
- Finora ho contentato mia moglie ed ora non la contento più… – gli risponde, facendo capire all’eremita di essere diventato impotente.
Il tentativo di Francesco Montemurro va a vuoto, Vincenzo è sempre più cupo e adesso dice a Rosa che l’uomo col quale gli fa le corna è proprio l’eremita!
La mattina del 23 maggio Vincenzo sembra più calmo e si mantiene così per tutto il giorno, tanto che i familiari pensano che il bacio dell’immagine sacra stia cominciando a fare effetto, così decidono di richiamare l’eremita il quale accorre subito con un po’ di olio della Madonna col quale lo unge sulla fronte senza pronunziare parola. Ma il vecchio nota subito un cambiamento in Vincenzo: la sua faccia adesso incute paura!
Poi, tornate dal lavoro la cognata e le nipoti, mangiano tutti insieme. Vincenzo è calmo.
- Beh… noi andiamo a letto – dice la cognata
- Io e Rosa veniamo dopo, adesso stiamo un po’ al fuoco – risponde Vincenzo
La cognata e le nipoti si coricano e Rosa mette a dormire i bambini, poi si siede vicino a suo marito. Sembra che tutte le paure si stiano dissolvendo. Quando Vincenzo è sicuro che tutti dormano profondamente invita Rosa ad andare a letto
- Spogliati nuda – le dice quasi con dolcezza, mentre si spoglia anche lui. Rosa sorride, era da mesi che aspettava queste parole. adesso sono uno di fronte all’altro nel buio, interrotto a tratti da qualche scintilla che salta dalla poca brace rimasta. Si avvicinano l’uno all’altra in silenzio, Rosa tende le braccia ma, all’improvviso, nelle mani di Vincenzo appare un coltello. l’afferra per i capelli, la spinge sul letto e la colpisce due volte sulle natiche. Sono le 23,30 del 23 maggio 1892.
L’urlo di dolore è straziante e fa svegliare di soprassalto la cognata e le nipoti. Si accende un fiammifero e poi la fiammella del lume. le donne assistono impotenti ad una scena raccapricciante.
Rosa tenta di ripararsi dai colpi all’addome che le vibra il marito. Il sangue è dappertutto. La cognata e le nipoti, impaurite, non sanno cosa fare e urlano a loro volta. Poi dalla scala interna sale un’altra cognata che vive nel basso sottostante. Lo afferra dalle spalle e Rosa ha il tempo di lanciarsi fuori di casa, nuda, premendosi le mani sul ventre, dal quale escono gli intestini. Cade sulla strada. Le donne in casa salgono in fretta e furia le scale che portano al soffitto e richiudono la botola sedendovi sopra per non farla aprire.
Ma Vincenzo non ha nessuna intenzione di far loro del male. Con calma si riveste, spranga la porta, prende in braccio la figlia più piccola che sta piangendo e la culla teneramente per farla riaddormentare. In soffitta le donne scoperchiano il tetto, escono e si lanciano sulla strada, dove Rosa boccheggia. Un vicino ha portato un lenzuolo per coprire la sua nudità, un altro è andato a chiamare il Sindaco. Rosa viene portata nel basso di sua cognata ed è lì che il Sindaco, accompagnato dal medico del paese la trovano.
Una vasta ferita da taglio, la quale parte dal fianco destro, lunga circa 12 centimetri e larga nella sua parte media ben oltre quattro centimetri, profonda tanto da permettere la fuoriuscita del grande epiplon con delle anse intestinali e la protrusione, attraverso la ferita, della vescica; circa un dito traverso a sinistra della ferita precedente, trovasene un’altra diretta verticalmente in basso, lunga circa sei centimetri e larga due, interessante solamente la cute ed il sottocutaneo; una piccola ferita sul pube in senso quasi trasversale; una larga ferita diretta trasversalmente al di sopra del solco delle natiche, lunga undici centimetri e larga due, profonda fino ai muscoli; una piccola ferita al lembo sulla natica sinistra, profonda fino ai muscoli; una ferita longitudinale lungo la parete esterna dell’ascella sinistra, lunga 5 centimetri e larga uno.
Maria è grave.
I Carabinieri di Rogliano, avvisati intorno a mezzanotte e mezza, arrivano subito. Vincenzo apre docilmente la porta, consegna il coltello al Maresciallo Luigi Pierantoni e si fa arrestare. Sembra sereno.
- Confesso di avere, questa notte, ferito mia moglie a colpi di coltello e mi determinai a ciò perché ero, come sono, persuaso che mia moglie mi ha fatto le corna
- Che cosa o chi vi ha persuaso dell’infedeltà di vostra moglie? – gli chiede il Pretore, ma Vincenzo sta muto collo sguardo rivolto per terra. Il Pretore però insiste a lungo e Vincenzo dice
- Non mi fate domande perché non ho la forza di parlare. Mi sento debole, ho una confusione ed un peso nella testa e una gran collera mi opprime l’animo
Sembra che non ci sia modo di fargli aprire bocca, poi, alle continuate insistenze del Pretore e del Maresciallo, risponde
- Seppi dalla gente che mia moglie mi aveva fatto le corna e perciò mi determinai questa volta ad accoltellarla – è sempre la stessa musica, ma gli inquirenti insistono, insistono a lungo nonostante il prolungato silenzio di Vincenzo. Poi, all’improvviso, apre bocca –. Tutto il pubblico mi diceva che mia moglie mi aveva fatto le corna, ma non so specificare nessuna persona perché non ricordo… ho una confusione nella testa e, per carità, non mi fate più domande perché non ho la forza di risponderegià mia moglie stessa mi manifestava di non volermi più bene, che ero un marito invalido e che doveva trovarsene un altro. Ed ora non dico più nulla
- Va bene… allora diteci come si è svolto il fatto
- È inutile che mi domandate perché non parlo. Io non so niente. So solo che ho dato le coltellate a mia moglie perché mi aveva fatto le corna!
- Questo lo abbiamo capito e vi comprendiamo – il Pretore cambia tattica sperando di convincerlo a parlare – diteci del coltello… lo avevate in tasca?
- Il coltello si trovava per combinazione nella tasca perché mi serviva per tagliare il pane e lo presi mentre mi svestivo. È inutile che mi domandate altro perché non mi fido di parlare – lo stratagemma sembra poter funzionare e allora il Pretore continua
- Certo che avete avuto molta pazienza con lei…
- Benché persuaso della infedeltà di mia moglie, pure non avevo pensato di offenderla e ieri sera mi determinai perché mi accorsi che voleva avvelenarmiè vero che io ero dispiaciuto perché il caporale Domenico Le Pera in Salerno non mi aveva interamente pagato, ma il dolore principale fu la infedeltà di mia moglie
- Avvelenarvi? E come?
Ma Vincenzo si richiude nel suo mutismo e non apre più bocca, così il Pretore decide di interrompere l’interrogatorio e di riprenderlo più tardi. Ha ragione, dopo qualche ora Vincenzo si è calmato e comincia a rispondere
- Sapete con chi vi aveva fatto le corna?
- Io sospettai che mia moglie aveva relazioni illecite con Ciccio Alia e seppi ciò dalla gente
- La gente… dovete essere più preciso… e dell’eremita che mi dite?
- Non lo so… non è vero poi che ho avuto sospetto con l’Eremita Fra Francesco
- Dite di avere male alla testa, lo avevate anche quando lavoravate a Salerno?
- A Salerno stetti cinque mesi e stetti sempre bene, tranne di avere avuto qualche febbre; il male alla testa mi venne dopo ritornato in Mangone da circa otto giorni dietro, dopo aver saputo l’infedeltà di mia moglie
- Come si svolse il fatto? – insiste il Pretore
- Non ricordo nulla
- Vostra moglie era nuda e voi pure… ve lo ricordate? E ricordate se la luce era spenta?
- È vero che quando ferii mia moglie eravamo tutti e due ignudi… non ricordo se la luce era smorzata. Ricordo che mia cognata e le figlie fuggirono sulla soffitta. Ricordo che io mi lavai le mani, che mi rivestii e che presi nelle braccia la bambina che dormiva sul letto… non ricordo altro… lasciatemi stare, non mi fido più di parlare… è vero che chiusi la porta da dentro perché avevo paura
- Paura di chi? Di cosa?
Niente da fare, Vincenzo si richiude nel suo mutismo e ciò fa sospettare il Pretore che l’uomo non sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, perciò convoca il dottor Vittorio Clausi Schettini, medico di Rogliano, per sottoporre l’imputato a perizia al fine di assodare quale sia lo stato di mente e di salute.
La visita, per ammissione dello stesso Pretore e del medico, è sommaria. Clausi Schettini osserva le pupille dilatate e poco mobili, lo stato del polso che si mostra raro e tardo, l’aspetto della fisionomia marcatamente apatica e conclude: parmi che l’individuo in esame non sia in uno stato psichico fisiologico, ciò che si fa maggiormente manifesto nelle risposte illogiche e sconclusionate che il Pizzo porge alle nostre domande, le quali risposte non possono certamente essere la conseguenza di una finzione, la quale dovrebbe far supporre nel Pizzo uno sviluppo delle facoltà intellettive tale da non potersi assolutamente ammettere in lui, data la sua posizione sociale, l’educazione ricevuta e l’ambiente in mezzo al quale ha vissuto. Quindi un contadino, a priori, non può essere né intelligente, né tantomeno furbo.
Mentre il dottor Clausi Schettini fa le sue sommarie osservazioni, dal Municipio di Mangone arriva in Pretura una lettera con la quale il Sindaco comunica: Porto a conoscenza della S.V. che la ferita Fortino Rosina, moglie del delinquente Pizzo Vincenzo, alle ore 12 di oggi cessò di vivere. È il 25 maggio 1892 e l’accusa, adesso, è di omicidio aggravato dalla premeditazione.
Vincenzo viene informato della morte di sua moglie alla fine della visita medica e dice
- Se mia moglie è morta, come voi mi dite, salute a noi per cento anni. Per un verso mi dispiace che mia moglie è morta, per i poveri miei figli, ma per un altro no perché mi ha fatto le corna!
- Adesso che è morta, vi decidete a dirmi da chi avete saputo del tradimento?
- Lo seppi dalla gente… aspettate… ora ricordo… lo sentivo dire a persone che venivano a trovarmi che dicevano: “povero Vincenzo, ha ragione…”
- I nomi! Voglio i nomi! – tuona il Pretore picchiando il pugno sul tavolo
- Ricordo Ciruzzo Mauro, Rosa Manchetta, Agata Serravalle, Angelo Montemurro
Poi torna muto ed immobile per molte ore.
- Siete sempre convinto di avere ucciso vostra moglie per questa ridicola storia delle corna? – prova a chiedergli i Pretore. E Vincenzo adesso risponde
- La mia dichiarazione è di tre parole. io uccisi mia moglie perché persuaso che mi ha fatto le corna, perché mi diceva che io non sapevo soddisfarla e, nell’ultimo momento, mi decisi perché la sera, poco prima di ucciderla, avea cucinato della pasta, l’aveva minestrata mentre io mi trovavo vicino la porta e quando incominciai a mangiarla mi sembrò amara e mi persuasi che avea tentato di avvelenarmi, tanto più che ella ne mangiò solo una cucchiaiata
Vincenzo merita una visita psichiatrica più approfondita. Il 3 giugno 1892 il Giudice Istruttore ordina che l’imputato venga ricoverato nel manicomio di Girifalco per essere sottoposto a perizia dal dottor Silvio Venturi, Dierttore dell’istituto. Tre giorni dopo le porte del manicomio si chiudono alle spalle di Vincenzo Pizzo.
Dopo otto mesi di osservazione, il dottor Venturi consegna la sua perizia:
Rileviamo in prima che alcune note di deviazione dal normale riscontransi nella struttura somatica del Pizzo (la grande apertura delle braccia superiore alla statura, le orecchie ad ansa, la subcalvizie e la subcanizie, la scarsezza dei peli della barba, l’aspetto più vecchio di quel che convenga all’età). Esse, sebbene isolatamente presa non sia molto rilevante, considerate nel loro insieme assumono un’importanza clinica che dà diritto a dichiarare nel Pizzo una costituzione somatica degenerata, se non a grado avanzato, certamente discreta… Ora, in un contadino come il Pizzo, povero, parco ed attaccato al danaro e per giunta discretamente degenerato, la privazione di poche lire, che in altri forse non avrebbe portato sconcerto alcuno, nel suo cervello ebbe una certa conseguenza. È invaso da un sentimento nuovissimo di sconforto, di solitudine e di spavento dell’avvenire. È preoccupato e tale preoccupazione lo assorbe per intero ed accentua tutte le attività del suo spirito. Cominciata la disintegrazione, ecco sorgere nel Pizzo un nuovo sentimento, il sentimento del timore del diritto offeso e del possesso offeso, la gelosia. Il Pizzo sospetta della moglie, crede ch’ella abbia tradito la fede coniugale. Nega di coricarsi con lei: alle sue insistenze risponde risentitamente. L’animo suo sente e percepisce diversamente di prima: sono processi subiettivi che foggiano il mondo diversamente da quello che è perché non più si svolgono secondo leggi fisiologiche. Il suo animo, piagato già atrocemente, si esaspera e vede che ormai per lui non vi è più pace possibile. Tutto è finito, la vita spezzata, l’avvenire distrutto. Per il povero Vincenzo il tradimento della sposa non era soltanto doloroso, c’era in esso qualcosa di umiliante che lo feriva nel suo orgoglio di sposo e di uomo. Nessuna speranza gli doveva più rimanere che quella donna potesse ritornare a lui ed all’amor suo. Il fatto che la moglie tenta di essere di buon umore e di convincerlo della sua fedeltà gli accresce l’ira ed il sospetto. Più tardi, nella coscienza del Pizzo, sono assunte come realtà fatti inconcussi: il sospetto prende corpo, si obiettiva e il delirio concreto si organizza ed assume una forma persecutoria, investigatrice, per cui il povero paziente fa oggetto di interminabili ed angosciose inchieste ogni piccolo mutamento che crede di osservare sulla moglie, oggetto del suo delirio. Una volta era l’acconciatura che gli sembrava troppo elegante, un’altra il modo di camminare della stessa, poi le canzonette che le sentiva ripetere: “conzo ‘o letto mio, conzo ‘o letto de Ciccio mio” e non quello di Vincenzo mio. Dubita o sente di essere impotente e di non poter più soddisfarla, accontentarla e dall’amore si passa all’odio, dall’odio alla vendetta, vendetta atroce, terribile, snaturata. Bastò un altro motivo, l’acre della minestra, perché egli fosse trascinato ad attuare il progetto che da qualche giorno s’andava concretizzando e maturando come unico scampo, come ultima speranza di salvezza. E non basta: a tutto questo aggiungasi le allucinazioni, le ombre che egli vedeva entrare ed uscir dalla stanza.
 Il Pizzo adunque non era sano di mente prima di compiere l’uxoricidio. Non era nemmeno sano di mente nell’atto di compierlo: non è possibile immaginare che l’insieme delle facoltà psichiche dell’imputato fosse d’un tratto cambiato in modo che ci fosse la salute dove c’era la malattia. La gelosia e l’onore offeso nella loro espressione più brutale, nel loro linguaggio più prepotente, simile a quello delle razze selvaggie, salivano a spadroneggiare nel cuore e nella mente del Pizzo e lo preparavano, inconsapevole, alla terribile tragedia. Non più l’amore spezzato e l’onore offeso, ma la gelosia irragionevole e selvaggia era il motore della macchina Pizzo.
Il Pizzo, dunque, è pazzo per tutto l’insieme delle sue manifestazioni psichiche, quale deriva da un delirio nettamente organizzato e rafforzato da allucinazioni, delirio di cui l’azione delittuosa non è che un esito fatale: delirio che travolge coscienza e volontà.
Il complesso sintomatico morboso presentato dal Pizzo risponde ad una delle forme cliniche ben riconosciute della pazzia ed il delitto del 23 maggio 1892 in Mangone era l’ineluttabile conseguenza del Delirio Persecutorio a forma gelosa di cui egli era affetto.
Nel manicomio il contenuto delle idee del Pizzo è sempre lo stesso, a base di persecuzione. Morta la moglie, sono altri suoi nemici attratti nell’orbita del delirio: sente voci che di continuo gli parlano all’orecchio; sono nemici immaginari che l’insultano, l’offendono, gli turbano il sonno, non lo lasciano in pace
Sotto queste circostanze l’accusato Pizzo Vincenzo non può essere dichiarato responsabile di un delitto commesso sotto il dominio di detto delirio che avea falsata e pervertita tutta la sua coscienza, assolutamente sottratta per conseguenza a tutte quelle forze inibitrici e regolatrici dell’umana condotta.
Il Pizzo Vincenzo non dovrà uscire dal manicomio, unico luogo dove potrà essere convenientemente custodito e curato, fino a quando, con la regolare condotta, egli non avrà dimostrato che la sua mente è tornata a riprendere quel tale equilibrio che, se non perfetto, sarà almeno compatibile con la più elementare vita sociale.
Davanti a un parere del genere non possono esserci dubbi: Vincenzo Pizzo non può essere processato per l’orribile crimine che ha commesso. L’11 aprile 1893 la Camera di Consiglio del Tribunale di Cosenza dichiara non farsi luogo a procedere nei confronti di Vincenzo Pizzo per inesistenza di reato e dispone il suo ricovero nel manicomio di Girifalco.
Il 18 luglio 1894 il Pubblico Ministero, considerato che continua lo stato d’infermità mentale di esso Pizzo, chiede che il Sig. Presidente del Tribunale disponga il ricovero definitivo del Pizzo nel manicomio di Girifalco.
L’8 agosto successivo la richiesta viene accolta.[1]
Fine pena: MAI, perché di questo si tratta.
Non bisogna dimenticare che in questa triste vicenda ci sono altre 3 vittime innocenti: i bambini che hanno perso entrambi i genitori.



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 23 novembre 2018

L'ORA ERA GIUNTA


È notte fonda, sono le 3,30 del 10 luglio 1898, quando due persone bussano violentemente alla porta della caserma dei Carabinieri di Aiello Calabro
- Aprite! Aprite! In mezzo alla strada Cisterna c’è un morto ammazzato!
Il Brigadiere Vincenzo Valdinaghi si affaccia alla finestra mezzo nudo e fa segno ai due di aspettare, giusto il tempo di vestirsi. Dalla caserma al luogo dove giace il ventitreenne fabbro Geniale Travo Bernardo ci vogliono solo dieci minuti e quando i Carabinieri e i due uomini arrivano sul posto, si accorgono che Geniale è vivo, agita le membra ed emette qualche lamento, ferito da un colpo di rivoltella alla testa. La prima cosa che fa il Brigadiere è chiedergli il nome di chi lo ha colpito
- Ciccio Iusca – risponde con voce da morente, ma chiara
Francesco Falsetti Iusca, ventitreenne contadino nato a Serra Aiello ma residente ad Aiello, viene svegliato pochi minuti dopo e portato in caserma
- Sono perfettamente innocente… ieri sera mi ritirai a casa poco dopo l’avemaria e prima di un’ora di notte me ne andai a letto… io ero amico di Geniale e prima dell’avemaria ero stato un momento con lui dinanzi la strada di San Giuseppe
Il Brigadiere Valdinaghi non ci mette molto a scoprire che il ferito la sera del 9 luglio era stato fino alle 21,00 in compagnia del calzolaio Pasquale Bernardo nella cantina di Vincenzo Muti dove hanno bevuto un mezzo litro di vino e quindi è logico sospettare che possa saperne qualcosa. Ma il calzolaio a casa non c’è, è andato a Lago con sua moglie, però i vicini gli raccontano qualcosa che potrebbe essere interessante: Pasquale Bernardo è tornato a casa verso mezzanotte e tutti hanno potuto sentire la discussione tra lui e sua moglie che non gli voleva aprire la porta per castigarlo del ritardo. Egli, anziché irritarsi, con voce bassa la pregava che lo avesse aperto, cosa che la moglie fece per l’intercessione del proprio padre e ciò dopo circa mezz’ora. Perché potrebbe essere interessante? Perché c’è un testimone che abita poco distante dal luogo dove è avvenuto il ferimento, il quale giura di aver sentito una detonazione alle 23,00 circa e quindi Pasquale Bernardo a quell’ora era sicuramente fuori di casa, forse in compagnia di Geniale. A questo sospetto bisogna aggiungerne un altro: due testimoni dicono di sapere che da alcuni giorni il ferito aveva in pegno un fermaglio ed un anello d’oro appartenenti a Pasquale Bernardo per garanzia di lire 6 che gli aveva prestato e poiché tali oggetti non sono stati trovati nell’abitazione del ferito, bisogna accertare che fine abbiano fatto. Siccome all’ora di pranzo ancora non ci sono notizie di Pasquale Bernardo e di sua moglie, il Brigadiere, accompagnato dal Pretore di Aiello, entra in casa del sospetto per effettuare una minuziosa perquisizione e spuntano gli oggettini d’oro, ma non c’è niente altro di interessante.
- Mio fratello aveva nel portafogli 25 lire, le avete trovate? – chiede Rosario Bernardo
- No, nel portafogli non c’era niente – gli risponde il Brigadiere proprio mentre arriva la notizia che Geniale Bernardo è morto. Subito dopo si presenta in caserma Pasquale Bernardo
- Ieri sera sono stato con Geniale fino a poco dopo un’ora di notte nella bottega di Vincenzo Muti. Pagai il mezzo litro che avevamo bevuto e anche una bottiglia di vino di un litro che portai con me per berla in famiglia. Tale bottiglia si trova ora in casa di mio suocero. Uscimmo dalla cantina facendo la strada San Francesco per recarci ognuno alla propria casa. passando dinanzi all’abitazione di Francesco Falsetti vidi la sorella di costui, con la quale Geniale scambiò questo scherzo: “Come sei bella…”, al che Luisa rispose: “Sei bello tu!”. Ciò essi dicevano per ironia. Più giù ci dividemmo, ognuno prendendo la direzione di casa sua, potevano essere le 21,30. Io dritto mi recai a casa mia, ma mia moglie, perché le pareva tardi, non mi volle aprire. Dopo circa mezz’ora di vane insistenze, mi recai da mio suocero per indurlo a venire in mia casa e farmi aprire. Portai la bottiglia di vino e la bevvi in compagnia dei miei suoceri. Mio suocero alla fine uscì ed ottenne che mia moglie aprisse la porta, quindi entrai e, fatto qualche rimprovero a mia moglie, mi coricai a circa 23 ore e mezza. Stamane, alle ore tre, io, mia moglie e mia suocera siamo partiti per Lago allo scopo di acquistare alcune tavole da letto
- A Lago hai comprato solo le tavole?
- Anche un rotolo e un quarto di suola per scarpe, spendendo in complesso lire 6,55, oltre a qualche altro soldo
- Hai soldi a casa?
- Ho un portamonete con dentro una lira di carta maltrattata, datami da Rosario Civitelli
- Geniale ti aveva prestato dei soldi ricevendo come garanzia un fermaglio e un anello d’oro?
- No! quegli oggetti sono di mia moglie e non sono mai usciti da casa mia!
- Nella giornata di ieri sei stato a casa di Geniale?
- No
Ci sono delle vistose incongruenze tra ciò che hanno raccontato i testimoni e ciò che racconta Pasquale, soprattutto sugli orari, ma si sa che la percezione dell’ora quando non si possiedono orologi è molto relativa e se non si scoprirà qualcos’altro, sarà molto difficile procedere oltre. Poi accade che due giorni dopo sia Falsetti che  Bernardo chiedono di essere ascoltati dal Pretore e le indagini sembrano prendere il verso giusto
- Lo ha ammazzato il sarto Luigi Telesio – accusa Ciccio Falsetti –. La sera del 9, io, Pasquale Bernardo, Giuseppe Telesio e Geniale scendevamo verso la fontana Cisterna per passeggiare. Giunti ad un certo punto, il Telesio prese per braccio Geniale dicendo che doveva parlargli e si allontanarono da noi. Dopo poco sentimmo un colpo di rivoltella. Noi, comprendendo la tragedia, ci ritirammo nelle nostre case… il Telesio era nemico di Geniale per gelosia di una fidanzata e quel colpo assolutamente doveva essere stato esploso da uno dei due a danno dell’altro… noi non sapevamo il disegno del Telesio… quella sera si mostrava amico
- Giuseppe Telesio aveva dispiacere che Geniale sposasse Teresa Bruni – conferma Pasquale Bernardo –, un tempo sua fidanzata… la sera del 9 io e Francesco Falsetti eravamo innanzi alla mia casa quando passarono Giuseppe Telesio e Geniale, diretti alla strada Cisterna. Io e Falsetti ci unimmo a loro per farci una passeggiata. Giunti sulla strada Cisterna, Giuseppe e Geniale si allontanarono per parlare un pochino in segreto. Dopo un quarto d’ora udimmo un colpo di rivoltella e conoscendo le vecchie gelosie tra i due, comprendemmo che l’uno doveva avere sparato all’altro
L’ingresso di Giuseppe Telesio tra i sospettati è un fulmine a ciel sereno. Sebbene nessuno dei testimoni lo abbia nominato tra quelli che giravano per le vie del paese la sera del 9 luglio, c’è un movente valido, la gelosia, e due testimoni che lo accusano. È nei guai, i Carabinieri lo arrestano.
- Sono innocente, io nulla ne conosco – si difende –. È vero che un tempo pretendevo per moglie Teresina Bruni e che costei attualmente era fidanzata a Geniale, ma non per questo mi sarei deciso mai ad uccidere. Io la sera del 9 mi ritirai a casa verso l’avemaria e non ne uscì più che nel mattino.
Qualcuno, però, sostiene che tra Giuseppe e Teresina ci fosse ancora del tenero e che lei gli scriveva quasi regolarmente. Qualcun altro sostiene che la ragazza gli avesse anche fatto un regalo compromettente e che i Carabinieri accertano come vero. Giuseppe viene interrogato di nuovo e non ha nessuna difficoltà a spiegare queste circostanze
- È vero che nel mese di gennaio del corrente anno la ragazza mi scrisse due lettere, alle quali io risposi, però l’affare non ebbe seguito
- E i capelli di donna che abbiamo trovato?
- Appartengono a Teresina che me li diede più di un anno dietro
Queste nuove rivelazioni spingono gli altri due imputati a presentare domanda di libertà provvisoria, che però non viene concessa: bisogna ancora chiarire se davvero siano estranei al delitto come giurano, anche perché c’è sempre il macigno del nome di Francesco Falsetti Iusco, pronunciato da Geniale prima di morire, come il suo assassino e non si capisce perché abbia accusato lui e non Telesio. Intanto spuntano altri testimoni che smentiscono le dichiarazioni di Bernardo e Falsetti
- Il giorno 5 corrente, andato in casa di Geniale e ciarlando di varie cose, mi disse di aver prestato a Pasquale Bernardo poche lire e mi fece vedere un fermaglio di oro che il debitore gli aveva lasciato in pegno – assicura Raffaele Licastro
- La sera del 9 corrente, verso l’avemaria, mentre stavo seduta sulla soglia di casa mia – racconta Mariangela Perri –, sentii che Geniale diceva a Pasquale Bernardo: “Dammi quei soldi perché ne ho bisogno, dovendo domani andare in Amantea per comprare un maiale e del ferro”. L’altro rispose: “Fra giorni te li darò”. E Geniale aggiunse: “Che me ne faccio del pegno che tengo in casa, quando ho bisogno del denaro?” e, nel dir questo, gli fece vedere anche del denaro per persuaderlo che realmente doveva andare in Amantea e per dimostrare che quel denaro non gli bastava alle spese che intendeva fare
È ovvio che se le cose stanno così, il fermaglio non doveva essere in casa di Pasquale ma in quella di Geniale. Inoltre, quei soldi sventolatigli sotto al naso dalla vittima aggraverebbero l’eventuale movente. Pare proprio che le cose per Pasquale Bernardo comincino a diventare problematiche. Ormai sotto pressione, il 16 luglio Pasquale chiede di essere interrogato
- Modifico i miei precedenti interrogatori, nel senso che l’uccisore di Geniale fu Francesco Falsetti Iusco e che io ero presente al fatto, ma casualmente. La sera del 9 io, il morto e Falsetti andammo a passeggio verso la fontana Cisterna, quando ad un certo punto, vennero a quistioni Falsetti e Geniale. Essi si scambiarono delle parole offensive, ma non credevo che fossero scesi a vie di fatto. Ad un tratto, mentre geniale stava di spalle per tornare indietro volendoci abbandonare, Falsetti, senza che l’altro se ne accorgesse, gli tirò una revolverata alla testa che lo distese al suolo. io me ne scappai immediatamente a casa
- Telesio c’entra qualcosa?
- No, lo abbiamo incolpato semplicemente per deviare le tracce della giustiziasapevamo che su di lui si potevano fondare dei sospetti in mancanza di testimoni di veduta
Sembra un passo in avanti, ma nel racconto di Pasquale non appare alcun movente per quella che sembra una esecuzione vera e propria, piuttosto che un delitto d’impeto dovuto alla lite. E Falsetti di certo non si tiene l’accusa senza controbattere
- Un giorno prima del delitto Pasquale Bernardo cominciò a subornarmi per spingermi ad uccidere Geniale, dicendomi che aveva relazioni illecite con mia sorella Luisa e chiamandomi fesso e vigliacco se io non mi difendevo, vendicandomi. Io gli risposi che non intendevo affatto di commettere tal delitto pur sapendo che il fatto era vero e, poiché mia sorella aveva avuto relazioni con altre persone, dissi a Pasquale che, se mai, avrei dovuto uccidere il primo a disonorare la mia famiglia. Pasquale non mi nascose che il suo scopo era di derubare l’altro e mi disse perfino che credeva di trovargli una discreta sommetta e che se non fossi riuscito io ad ucciderlo, avrebbe lui tirato altri colpi per finirlo. Il giorno dopo Pasquale mi fu di nuovo alle calcagna per convincermi, ma io fui restio e ci dividemmo, rimanendone egli alquanto dispiaciuto. Nelle ore pomeridiane Pasquale mi venne a trovare un’altra volta e, finalmente, tanto seppe fare che mi decise al triste proposito. La sera, verso le 21,30, mentre io stavo a letto, venne a chiamarmi. In sulle prime non volevo andare pel rimorso che avevo di commettere un’azione così nefanda ma egli, ripetendo le sue arti malvagie, mi seppe rendere suo strumento e mi diede una rivoltella per compiere il misfatto. andammo in casa di Geniale, il quale si apparecchiava per andare a letto. Pasquale gli disse: “Noi vogliamo da mangiare perché abbiamo bevuto ed abbiamo fame”. Geniale ci dette quattro uova fritte ed una insalatina di cipolle. Cenammo e invitammo Geniale ad uscire con noi per farci una passeggiata e bere, strada facendo, la bottiglia di vino che Pasquale aveva comprato.  e precisamente vicino alle croci del Calvario Pasquale fece bere a me la maggior parte del vino perché temeva che io non avessi il coraggio di confermare il misfatto…– tira il fiato, adesso il racconto si fa drammatico –. Scendemmo ancora per quella strada e, vicino al palo del telegrafo, Pasquale disse: “Scendiamo ancora più giù fino alla fontana per bere acqua e lavarci la faccia”. E tutti proseguimmo. Giunti in prossimità della fontana, Pasquale mi dava dei pizzicotti per indicarmi che l’ora era giunta e per togliermi dalla indecisione in cui mi trovavo. Camminando tenevamo queste posizioni: il morto era in mezzo, io a destra e Pasquale a Sinistra. Quando Pasquale si accorse che io estrassi la rivoltella si fece un poco indietro con la rivoltella nche in mano per sparare in caso che i miei colpi fossero andati falliti. Io tirai il colpo a Geniale ad un passo di distanza e, siccome lo vedemmo cadere, né io, né Pasquale esplodemmo altri colpi. Allora io scappai lasciando sul luogo del delitto Pasquale… quando fui salito sulle falde della roccia Pizzone, voltandomi vidi che Pasquale era accovacciato presso il moribondo e gli frugava nelle tasche. Dopo pochi minuti ci trovammo ancora uniti vicino al palo del telegrafo e Pasquale allora mi disse che aveva trovato addosso al morto una sommetta, ma io gli osservai subito che non intendevo avere alcuna parte nel furto. Ce ne andammo verso casa e, mentre rincasavo, vidi l’altro che si dirigeva sulla via che mena all’abitazione dell’ucciso. Io allora mi coricai e mi feci trovare a letto dai Carabinieri
- Quando siete usciti dalla casa dei Geniale, la porta come l’avete lasciata?
- Geniale chiuse la porta a chiave e la conservò in una delle sue tasche
- Giuseppe Telesio c’entra qualcosa?
- Non ha avuto alcuna parte nel delitto… lo denunziai per istigazione di Pasquale per sviare da noi due le ricerche della giustizia
- La rivoltella dov’è?
- La gittai dalla roccia Pizzone, dove certamente l’han dovuta ritrovare perché in quella località il giorno praticano sempre delle persone, specie pastori
È credibile, i riscontri ci sono già e anche l’autopsia conferma che il colpo è stato esploso così come ha raccontato Falsetti, ma Pasquale Bernardo nega di essere stato l’organizzatore dell’omicidio e di essere l’autore del furto sulla persona di Geniale e nell’abitazione
- È stato spinto dai Carabinieri di Aiello i quali, quando lo tennero nella caserma, gli somministrarono del vino per spingerlo a deporre contro di me. Fu lui che uccise Geniale e, anzi, essendosi accorto che io l’avevo visto, mi fece premura di mantenere il silenzio, in caso contrario mi avrebbe ucciso. Io non presi alcuna parte nell’uccisione e molto meno m’impossessai del danaro che Geniale teneva in tasca
E gli oggetti di oro che aveva in casa? Silenzio assoluto.
Tuttavia il Brigadiere Valdinaghi ritiene che a commettere il furto, o meglio i furti, siano stati tutti e due i compari e spiega il perché dei suoi sospetti: Pasquale Bernardo doveva corredare la casa dei mobili occorrenti, essendosi di recente ammogliato, mentre il Falsetti era in procinto di contrarre matrimonio e a tutti e due occorreva della moneta di cui erano sprovvisti.
Giuseppe Telesio viene prosciolto in istruttoria,mentre gli altri due vengono rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio volontario commesso con premeditazione per facilitare la consumazione di un furto. È il 18 novembre 1898.
Il dibattimento presso la Corte d’Assise di Cosenza comincia e finisce il 21 marzo 1899 con la condanna degli imputati Francesco Falsetti e Pasquale Bernardo a 30 anni di reclusione ciascuno e pene accessorie.
La Corte di Cassazione, il 22 maggio successivo, rigetta i ricorsi degli imputati.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 18 novembre 2018

COME UNA SCHIAVA E FORSE PEGGIO


È la mattina del 19 marzo 1871. A Santa Domenica Talao, come ogni anno, si celebra la messa solenne in onore di San Giuseppe. In chiesa ci sono quasi soltanto donne, gli uomini non possono permettersi di abbandonare il proprio lavoro.
Tra queste donne ci sono anche Maria Teresa Lamboglia e sua figlia Maria Giuseppa Schiffino le quali, terminata la funzione religiosa si avviano verso casa.
La ventottenne Maria Giuseppa, rimasta vedova e con un figlio a carico, da un paio di anni si è risposata con il trentenne Arcangelo Forestieri, ma da un po’ le cose non vanno molto bene perché lui usa spesso e volentieri sia le mani che qualsiasi altro oggetto gli capiti a tiro per picchiarla selvaggiamente e, così dicono i vicini che ascoltano loro malgrado le scenate e i pianti, a tutto questo non sarebbe estraneo il padre di Arcangelo, il settantaduenne Francesco, il quale avrebbe voluto avere il piacere di possedere sua nuora, non riuscendovi per la fiera opposizione della ragazza, bella e onestissima. Addirittura, sostengono i vicini, l’anziano avrebbe promesso alla nuora di far espatriare Arcangelo e vivere, così, come marito e moglie. Ma Maria Giuseppa non cede e, anzi, pretende e ottiene dal marito di andare a vivere in un’altra casa, allontanandosi da quella del suocero. Ma questa vittoria ha un prezzo altissimo: le botte che prende da Arcangelo si fanno più dure e anche più frequenti. Per esempio, nell’estate del 1870, mentre stanno lavorando in campagna, viene colpita ripetutamente col dorso di una scure e devono portarla a casa a braccia. O per esempio nell’ultimo capodanno quando Maria Giuseppa gli aveva chiesto dei fichi e delle zeppole per regalarle alla figlia naturale di Arcangelo – si, Arcangelo ha una figlia, frutto della sua relazione con un’altra donna – si ritrovò il viso deturpato dai morsi del marito. E che dire della confidenza fatta ad una sua amica che per effetto delle continue battiture di suo marito si era abortita per ben due volte? E dalle violenze non è immune nemmeno il figlio di Maria Giuseppa, trattato più o meno come sua madre.
Ma la violenza non si ferma alle botte: da quando ha rifiutato le proposte indecenti del suocero, il marito la tratta come una schiava e forse peggio, con restrizioni tali da farle desiderare anche il pane.
- È una sfaticata e dissipatrice – va dicendo in giro il suocero, fomentando così la rabbia di Arcangelo
- Ho il presentimento di dover morire da lui, sol perché non ho voluto condiscendere alle sue prave voglie, a tener con lui illecita tresca – confida Maria Giuseppa ad un’amica.
Ma torniamo al 19 marzo 1871. Maria Giuseppa e sua madre tornano dalla chiesa. Arcangelo manca da casa da tre giorni, è andato a Fuscaldo col carretto per caricare cipollina, piantine di cipolle da trapiantare e non si sa quando tornerà.
- Fatti dare un po’ di fuoco dalla commare… – le dice sua madre. Maria Giuseppa esegue l’ordine e torna subito a casa. riscaldano un po’ di maccheroni e fagioli e mangiano. Poi bussano alla porta: è Saverio, il figlio di commare Lucia Bloise
- Peppina, ha detto mamma di andare subito a casa perchè è arrivato tuo marito.
Maria Giuseppa sbianca in viso, sbigottita. Si alza in fretta e furia e corre via, sapendo che la sua assenza dalla casa coniugale le costerà una bastonatura.
Arcangelo è tornato prima del previsto e ha trovato la porta di casa chiusa e la moglie assente. Bestemmia. Ha fame ed è tutto bagnato per aver dovuto guadare il fiume Lao. Per non perdere altro tempo va a scaricare il carretto, parte in un magazzino e parte a casa di suo fratello Antonio, poi torna a casa e trova Maria Giuseppa. Non dice una parola, ma Maria Giuseppa la sua rabbia la sente sul proprio corpo. I vicini sentono i lamenti sordi della donna ma ci sono abituati e si fanno i fatti propri.
Arcangelo ansima mentre colpisce sua moglie che si è raggomitolata a terra in posizione fetale con le mani sulla testa per cercare di ripararsi dalla furia di suo marito. Poi un tremendo calcio nel fianco sinistro le toglie il respiro e le forze e si abbandona. Arcangelo è soddisfatto della lezione che le ha dato ed esce per tornare al magazzino e rimettersi le calze e le scarpe, tolte per guadare il fiume.
- Lucì… Lucia – la voce di Maria Giuseppa è flebile ma Lucia Bloise sente, come ha già sentito i lamenti, capisce e corre. La porta è aperta e l’amica è seduta accanto al fuoco sopra un piccolo scanno, pallida ed affannosa
- Di nuovo? – le chiede
- Luciaio muoroLucia, io sono morta… – le risponde con un filo di voce – Lucia non posso parlareLucia non ti vedo
Poi comincia a vomitare pochi fili di maccheroni e pochi faggioli, quindi si abbandona tra le braccia di Lucia e comincia ad avere dei tremiti. Proprio in questo momento rientra in casa Arcangelo
- Aiutami a metterla sul letto – gli dice Lucia
- Io vengo da fuori terra e mangio pane e cipolla ed essa si va ubriacando come una porca e sovrappiù sta facendo dei moti – le risponde freddamente
- Ma che dici! Muoviti e aiutami! – insiste Lucia e, finalmente, Arcangelo si avvicina e aiuta la commare ad adagiare Maria Giuseppa su di una sedia accanto al letto. Poi Lucia chiama suo figlio e gli dice di andare ad avvisare la madre della ragazza
- Peppì… Peppina… che hai? – le chiede la madre, ma Maria Giuseppa non risponde, rantola e basta. La madre continua rivolgendosi al genero – L’hai picchiata di nuovo?
- Vattenne, vattenne da casa mia… vai a farti fottere se no ti perdo il rispetto e ti getto dalla scala! Vattenne ca se no ti spacco lo core ca pe causa vostra vado nelle galere! Vattenne mannaia l’anima di padretta e di mammata! – le vomita in faccia
- Io non me ne vado… assisto mia figlia e me ne anderò dopo che mia figlia sarà morta! – gli risponde a muso duro
Intanto Lucia ha mandato suo figlio a chiamare il dottor Matteo Schiffini il quale, quando arriva scuote la testa sconsolato
- Io non posso fare niente… meglio che chiamiate il prete per i conforti di religione
Il medico ha visto giusto perché il prete non fa nemmeno in tempo ad arrivare che Maria Giuseppa muore vomitando bava mista a sangue.
Arcangelo esce e va a casa di suo padre, mentre qualcuno va ad avvisare il Sindaco che si precipita sul posto e, sia vedendo il corpo tumefatto di Maria Giuseppa, sia attraverso i racconti che gli fanno e sia perché sa delle botte abituali che Arcangelo le infliggeva,  sospetta che non si tratti di morte naturale e tempesta di messaggi i Carabinieri e il Pretore di Scalea, mandando diverse staffette. Prende anche una iniziativa molto drastica: fa rimuovere il cadavere da quella casa e lo fa portare in chiesa, temendo che Arcangelo possa infierire.
Il Brigadiere Pasquale Arcudi con un Carabiniere e due Guardie Doganali di stanza a Scalea arrivano a Santa Domenica verso mezzanotte. Il Sindaco gli racconta i suoi sospetti e il Brigadiere fa circondare non solo la casa di abitazione del supposto uxoricida, ma bene ancora quelle altre contigue di ragione del di lui padre e fratello Antonio. Poi, accompagnato dal Sindaco bussa alla porta di Francesco Forestieri e la perquisisce, ma il figlio non è lì.
Mentre il Brigadiere e il Sindaco stanno procedendo alla perquisizione, il Carabiniere Giacomo Borgaro tiene d’occhio la casa di Antonio Forestieri. Accortosi che questi stava aprendo la porta si ne avvicinò ed avendo veduto l’altro fratello Arcangelo che stava seduto in sopra una cassa, lo afferra per un braccio e quindi lo conduce dal Brigadiere per essere trattenuto e verificare nel giorno susseguente se era o meno egli reo dell’uxoricidio in parola.
- Sai perché sei stato arrestato? – gli chiede il Pretore
- Mi trovo arrestato perché è morta mia moglie e dicono di averla uccisa io
- Invece non hai fatto niente, vero?
- Io sono del tutto innocente e se fui tratto in arresto per sospetto di averle dato qualche percossa mortale, spero che la giustizia, nelle sue diligenti investigazioni, giunga a scovrire la verità e mi restituisca la libertà
- Raccontami cosa hai fatto ieri 19 marzo 1871 e come, secondo te, è morta tua moglie…
- Io giunsi a Santa Domenica poco dopo il tocco di mezzogiorno, quando era già terminata la messa solenne e, reduce com’ero da Fuscaldo colla vettura carica di piantima di cipolle, oltre di un’altra caricata per conto di mio fratello Antonio, dopo aver scaricato questa seconda, andai direttamente in mia casa, ma avendone trovata chiusa la porta per l’assenza di mia moglie, scaricai la piantima coll’aiuto di Crescenzio Gazzaneo nell’altra casa da me tenuta in fitto, nella quale teneva rinchiuso parte delle suppellettili di casa, attesa l’angustia di quella di abitazione, e tutte le provviste che servivano per comodo della famiglia. Dopo ciò andai a chiudere la vettura nella stalla di mio fratello e prima di tornare in casa, scalzo com’ero tuttavia per aver denudato le gambe nel passaggio del fiume, mi trattenni innanzi la casa sua a discorrere con mia cognata e poi mi recai in casa di mio padre per visitarlo, poiché tre giorni prima, quando io partivo per Fuscaldo, avea sofferto la disgrazia di cadere dalla mula
- Più o meno quanto tempo è passato?
- Dal mio arrivo in paese fino a quello dell’uscita dalla casa di mio padre passò circa un’ora e mezza
-E poi?
- Mossi quindi alla direzione della casa, ove avea depositato la piantima per calzarmi, ma avendo trovata aperta nel passaggio la porta della casa di abitazione, vi entrai e con mia sorpresa trovai mia moglie assisa sopra un piccolo sgabello accanto al fuoco, sostenuta da Lucia Bloise, ed in atto che vomitava pochi faggioli e pochi maccheroni. Nell’entrare intesi la sua esclamazione “Io moro”. Supposi allora che fosse andata a visitare la commare Teresa Campagna e che vi avesse bevuto qualche bicchiere di acquavite e le avesse prodotto dolore al cuore, per cui non mi trattenni dal rimproverare che forse si era ubriacata, ma non avendo essa dato altra risposta, la sollevai unitamente a Lucia e l’adaggiai sopra due sedie, appoggiandola al letto. Vedendo intanto che lo stato di mia moglie non migliorava, uscii un poco per andarmi a prendere dall’altra vicina casa le calze e le scarpe; tornato subito vi trovai la madre e coll’aiuto di lei e di Lucia l’adaggiai sul letto. Intanto la madre cominciò a redarguirmi dicendo che io le avevo ucciso la figlia ed io, assicurandola di non averla toccata, non potei astenermi dal pregarla di non inquietarmi perché ero stanco e digiuno e mi ero ritirato per prendere un ristoro. Racquetata così la madre, fui sollecito a far chiamare il medico il quale la giudicava attaccata da perniciosa dal cuore alla testa, senza farle alcuna prescrizione ci suggerì di invitare il sacerdote per assisterla, ma si pose in agonia e verso due ore di giorno cessò di vivere
- E perché, allora, ti sei andato a nascondere?
- Fui obbligato d’amici e parenti ad allontanarmi dal luogo del lutto e fui da loro condotto in casa di mio fratello
- A noi risulta che entrasti in casa prima dell’arrivo di Lucia Bloise e tua moglie stava benissimo… poi tutti i vicini hanno sentito i lamenti. Tu sei uscito e solo allora arrivò la Bloise
- No! La Bloise mi avvisò dell’arrivo di mia moglie… lei era in casa prima di me…
- Hai appena detto di aver visto la porta di casa aperta… vedremo… ma dimmi… perché l’hai picchiata tanto selvaggiamente? I segni sul corpo sono molto evidenti…
- Non è vero che la percossi, posso assicurare di non averla toccata fin dalla domenica delle Palme dello scorso anno! E se qualcuno volesse spergiurare in mio danno, io ho fiducia che il Signore voglia scomputarmi dalle pene del Purgatorio quella cui possa essere condannato per effetto della calunnia!
- Perché la domenica delle Palme la battesti?
- Perché avea dispensato tre pani senza mio ordine e quantunque diceva di averli prestati, non avea procurato di recuperarli per circa tre mesi ed avendomi risposto con poca moderazione, fino a dirmi che non doveva lasciarmi gli occhi per piangere, io la percossi a mani ed essendosi poi avventata contro di me per ben due volte, le diedi anche qualche colpo con un pezzo di legno che mi trovavo nelle mani
- E quando l’hai picchiata a capodanno te lo sei scordato? E l’estate scorsa? Hai la memoria un po’ corta…
- Non è vero! Fu nel primo anno di matrimonio che si verificarono fra noi degli alterchi
- Ti faceva le corna? – il Pretore cerca di provocarlo
- Mia moglie non mi dava alcun motivo in quanto a condotta morale e fedeltà coniugale. Aveva però il difetto di rispondere con arroganza ad ogni avvertimento e di barattare la mia roba e fu questo il motivo per lo quale, dopo due anni di matrimonio, fui costretto a rinchiudere tutte le provviste in altra casa separata e talvolta fui obbligato a darle qualche correzione manuale – finalmente ammette ciò che molti testimoni hanno già raccontato al Pretore: la teneva come una schiava e forse peggio.
- Ci sono molti testimoni che sostengono di averti sentito mentre minacciavi di morte tua moglie dicendo che volevi dimetterti da lei anche a prezzo della galera
- È un vero mendacio
Intanto viene eseguita l’autopsia e i periti, dottori Matteo Schiffini e Antonio Pepe, non hanno dubbi: la morte di Maria Giuseppa Schiffino è stata causata da fatto traumatico, come ad esempio percosse o urto violento di corpo contundente qualunque, che ha prodotto, oltre delle lesioni rimarcate nella milza e rene corrispondente, commozione tale nelle visceri addominali da cagionare in breve tempo la perdita dei sensi e della vita. A confermare detto giudizio concorrono non solo i segni interni osservati, ma pure gli esterni come la secrezione sanguinolente e di materie biliose sia dalle narici che dalla bocca, la espulsione di materie fecciose dall’intestino retto per prolasso di detto organo, meteorismo addominale e più che mai la deviazione non solo della linea mediale della regione addominale, nonché il tumore (inteso come tumefazione. Nda) nella regione sotto ombelicale. Inoltre, la validità dell’organismo della estinta esclude ogni idea di cagione naturale della morte e che questa sia avvenuta per sola cagione traumatica. Tutto chiaro.
Ma, man mano che vengono ascoltati i testimoni, emerge la partecipazione di Francesco Forestieri, il padre di Arcangelo, come ispiratore del delitto per avere, nel tempo, insinuato nella mente del figlio l’idea che Maria Giuseppa fosse una buona a nulla, una dissipatrice della roba di famiglia. In più ci sono testimoni che raccontano le confidenze ricevute dalla vittima circa i propositi di vendetta del suocero per non avere ceduto alle sue lusinghe. Altri invece riferiscono di avere sentito il vecchio dire più o meno: “Questa morte doveva farla prima!”. Per gli inquirenti sono indizi sufficienti ad emettere un mandato di cattura con l’accusa di complicità per istruzioni ed istigazioni a commettere il reato. Lui nega tutto e dichiara
- Io l’ho sempre esortato a tollerarne i difetti o a separarsi da lei ed andare fuori regno. Egli credette di riparare ad ogni inconveniente col restringerla nel maneggio delle cose di famiglia, ma con tutto ciò essa continuava a mostrarsi dissipatrice, tantovero che prima di morire erano già consumate tutte le proviste di un anno
- Si dice che abbiate cercato di sedurla e che lei vi abbia rifiutato…
- È una pura invenzione di chi lo ha riferito. La mia età e i riguardi dovuti a mio figlio non l’avrebbero permesso e l’essersi allontanati da mia casa dopo un anno e mezzo di coabitazione non fu effetto di tentativi di seduzione, ma invece fu da me adottata quella misura precisamente perché seppi di averne fatto millanteria e perché conobbi che l’economia domestica ne soffriva, essendosi mostrata scialacquatrice e poco inclinata alla fatica
Non una parola di commozione.
Arcangelo viene interrogato più volte e mantiene sempre la stessa versione: lui non ha torto un capello a sua moglie, quindi la causa della morte è naturale e non traumatica. Così si apre una dura battaglia legale che porta a una nuova perizia, da effettuarsi sulla base della relazione stilata dai primi periti incaricati. I dottori Pasquale Cirillo e Saverio Pavone di Catanzaro concordano nel ritenere la morte causata dalla percossa ricevuta, ma escludono che sia stata determinata dalle lesioni alla milza ed al rene. Piuttosto la causa è stata la violenta commozione degli organi addominali con la conseguente paralisi dei nervi vasomotori.
Il risultato non cambia e padre e figlio vengono rinviati a giudizio. È l’8 novembre 1871.
Il dibattimento è fissato per il 30 giugno 1872 presso la corte d’Assise di Cosenza, ma viene rinviato per le cattive condizioni di salute di Francesco Forestieri il quale si aggrava di giorno in giorno e il 2 settembre 1872 muore. A questo punto la causa viene fissata per il 18 giugno 1873. La difesa fa subito rilevare le incongruenze tra le due perizie, così si decide di far riesaminare gli atti dal Preside della Facoltà Medico-Chirurgica dell’Università di Napoli, ma il Rettore fa sapere che prima della fine dell’anno non se ne può fare niente in quanto i docenti sono occupati in altro.
Che fare? Semplice: in attesa dei luminari napoletani, si ordina una quarta perizia ai dottori Michele Fera e Felice Migliori di Cosenza. E le cose si ingarbugliano ancora di più: la morte della Schiffino è dovuta ad iperemia cerebrale ed a libera emorragia delle meningi, avvenuta per cagione naturale, favorita dallo stato di pletora traumatica in cui trovavasi l’estinta a causa del pranzo copioso dal quale ritornava. Pranzo copioso? Da cosa lo hanno dedotto non si sa, visto che anche Arcangelo parla di vomito di pochi faggioli e pochi maccheroni.
Bisogna aspettare la perizia napoletana, che arriva solo il 21 marzo 1874. In base ai documenti e de’ giudizi ivi contenuti, i professori certificano che la morte di Maria Giuseppa deve attribuirsi a causa naturale, stando strettamente all’autopsia. Benissimo.
Poi il dibattimento si ferma e viene trasferito alla Corte d’Assise di Rossano. Le contraddizioni tra le perizie restano e per arrivare a sentenza ci vorrà il 18 ottobre 1876.
Per la giuria Arcangelo Forestieri non si tratta di uxoricidio perchè non ha ucciso volontariamente sua moglie, ma è colpevole di averla percossa volontariamente e che tali percosse furono l’unica causa che ne determinò la morte.
La pena è stabilita in anni 20 di lavori forzati e pene accessorie.
Il 9 marzo 1877 la Corte di Cassazione di Napoli dichiara inammissibile il ricorso dell’imputato perché sfornito di motivi.
Arcangelo Forestieri, il 3 ottobre 1893 viene ammesso al beneficio dell’amnistia in virtù del Regio Decreto del 22 aprile 1893 e vede ridotta la sua pena di 3 mesi.[1]
Adesso Maria Giuseppa può riposare in pace.



[1] ASCS, Processi Penali.