domenica 30 dicembre 2018

IL BOVARO


- Quando finisci di trasportare il granone devi andare a sorvegliare i fichi. Stanotte dormirai lì – l’ordine che Giuseppe Canonico dà al ventenne bovaro Michele Ruà è perentorio
- Don Peppì, io stasera i fichi non li posso guardare, devo andare a Luzzi da mia moglie che mi ha mandato a chiamare – la risposta è altrettanto perentoria ma dopo una breve discussione don Peppino è costretto a cedere e manda un altro a sorvegliare i fichi.
Alla fine della giornata, è lunedì 24 agosto 1891, Michele riporta il carro con i buoi nel posto dove i braccianti raccolgono il granone, stacca gli animali dal giogo, si rinfresca e all’imbrunire parte dalla contrada Pianette del comune di Montalto Uffugo per andare a Luzzi, sulla sponda opposta del fiume Crati.
Michele, un tipo dalla statura inferiore alla media e piuttosto mingherlino, si inoltra nel boschetto che lo separa dal fiume quando ormai è buio. Il fitto della vegetazione si interrompe pochi metri prima dei binari delle Ferrovie Meridionali, all’altezza del casello 52. Michele è ancora nel fitto della vegetazione ma ormai mancano meno di 100 metri al greto del fiume quando il rumore di un ramo spezzato alle sue spalle lo fa girare di scatto. Ha solo il tempo di intravedere qualcosa che sta per abbattersi sulla sua testa, poi cade a terra tramortito mentre un altro colpo di scure lo colpisce al braccio sinistro. La figura si muove con rapidità accanto al bovaro, gli gira dietro, lo solleva, gli passa una corda attorno al collo e la serra con forza fino a quando capisce che Michele è morto stecchito, poi lo lascia per terra, si allontana di qualche metro, scioglie l’asino dalla pianta dove lo aveva legato, torna sul luogo del delitto, prende in braccio il cadavere, lo sistema in groppa all’asino e va verso il fiume. L’asino si ferma a qualche metro dall’acqua che scorre placidamente e il cadavere viene scaricato e poi trascinato per le spalle fin dentro la corrente, però con i piedi fuori dall’acqua. “Il fiume se lo porterà via” pensa la figura mentre riprende le redini dell’asino e rientra nel boschetto.
- Don Peppì… Michele non c’è… i buoi sono soli e ancora legati e nel carro c’è la sua giacca…
- Lascia stare… fa sempre così, forse tornerà più tardi o forse tornerà domani. Prendi i buoi e il carro e comincia a trasportare il granone
Ma Michele, ovviamente, non tornerà.
È l’alba del 27 agosto e tre uomini camminano sul greto del Crati con l’intento di passare la mattinata a pescare. La loro attenzione viene richiamata dal cadavere di Michele che per metà galleggia nell’acqua calma del fiume e per metà è ancorato sulla sabbia. Non perdono tempo, corrono verso il ponte sul Crati, lo attraversano e si precipitano dai Carabinieri del loro paese, Luzzi, i quali avvisano subito il Pretore di Rose. Partono i primi accertamenti e sopralluoghi e ci si rende subito conto che il morto non è morto nel punto in cui è stato trovato e che la competenza territoriale non è della Pretura di Rose ma di quella di Montalto Uffugo
Quasi dirimpetto al punto ove giace il cadavere di Michele Ruà, cioè nella riva sinistra del fiume, sita in territorio di Montalto Uffugo, distante circa due metri dalla corrente dell’acqua, su due ciottoli ho osservato varie piccole macchie di sangue. Distante da questo punto circa dieci metri ho osservato altre due piccole macchie di sangue come le precedenti. Quindi, seguendo il tracciolino che immette nel bosco dirimpetto, a cento metri circa, si osservano sul suolo le impronte dei piedi di un asino privi di ferri, orme che partendo dal bosco si diriggono verso il punto in cui le macchie si son trovate, ma che poscia scompaiono nell’avvicinarsi alla corrente e dal detto punto in cui le orme dei piedi dell’asino non si ravvisano più, si osserva invece uno strascino sull’arena, il quale facilmente indica essere stato di là trascinato il cadavere. Continuando il tracciolino che s’addentra nel bosco e precisamente l’alveo del torrente seccagno che mena al ponticciuolo ferroviario presso il casello numero 52, ho altresì osservato in diversi punti altre cinque macchie di sangue. Dopo oltrepassato di circa cinquanta metri il ponticciuolo ferroviario, altre due macchie di sangue piccole ed altre due di maggiore rilevanza ho riscontrato sul suolo. Stante tutte le numerose osservazioni da me fatte, ritengo che l’omicidio sia stato nel territorio di Montalto commesso e di là trasportato il cadavere nel fiume Crati con la credenza di allontanare le tracce del delitto.
Questo errore potrebbe risultare fatale all’assassino. Ma c’è qualcos’altro che non quadra: sul cadavere, oltre il solco tipico dello strangolamento, vengono osservate due distinte tipologie di ferite. Tre ferite, la prima sull’avambraccio destro, la seconda e la terza nella regione mascellare destra e superiore presso il padiglione auricolare corrispondente, sono state prodotte da un coltello a punta e sono in fase di cicatrizzazione. Le altre due invece sono recentissime e sono state prodotte da colpi di scure. Che ci sia stato, nelle due settimane precedenti, un altro tentativo di assassinarlo?
Le ombre cominciano ad assottigliarsi quando viene interrogata la vedova di Michele Ruà, la diciottenne Cherubina Sauro che racconta
- Circa tre mesi dietro avevo sposato col rito religioso soltanto Michele Ruà da Regina (Lattarico). Egli per un mese ebbe con me singero affetto da marito e ciò fu mentre egli era al servizio di don Ferdinando Caracciolo da Montalto. Però di seguito, lasciato detto servizio, si mise in quello di Giuseppe Canonico pure da Montalto e d’allora il Ruà non pensò più all’amor mio; di rado mi recai a trovarlo ma ne ebbi dei maltrattamenti. Egli mi manifestò che avea illecite relazioni con Orsola Canonico, sorella di Giuseppe, vedova. Michele stesso mi disse altresì che la Orsola Canonico aveva invidia di me; mi disse inoltre che amoreggiava con la figlia nubile di Giuseppe Canonico, Saveria, che le aveva proposto di rapirla e che mentre la voleva pur sedurre, Saveria gli aveva detto di lasciarla stare per allora mentre avrebbe rubato denari al padre e poi sarebbero assieme fuggiti. Tali manifestazioni non una ma svariate volte mi vennero fatte da Michele e ripetute fino al giorno ventitre, giorno in cui lo vidi per l’ultima volta. Come ho detto, per le relazioni illecite contratte con l’Orsola, Michele non mi vedeva di buon occhio, però durante il mese di agosto era divenuto nuovamente affezionato con me e  proprio il ventitre lo rividi nel bosco vicino la stazione di Acri-Bisignano ed ebbi con lui anche contatto carnale, assicurandomi che alla fine del mese terminava l’obbligo di servizio presso del Canonico e lo avrebbe lasciato e se ne sarebbe venuto ad abitare con me in Luzzi. Mi fece allora stesso vedere una diversità di ferite che avea sul corpo e mi disse con coltello era stato ferito per gelosia da Orsola Canonico e dalla nipote Saveria
- Hai sospetti nei confronti di qualcuno?
- Sospetto che l’omicida abbia potuto essere la Canonico ma io tanto non posso affermare…
Adesso che il mistero delle ferite da coltello è stato svelato, è evidente che i sospetti cadano su Orsola Canonico, sospetti aggravati da numerose confidenze che parlano di minacce di morte e dalla testimonianza del diciottenne Luigi Martino
- Quattro o cinque mesi fa seppi in trattative di matrimonio Orsola Canonico e Michele Ruà, tanto che erano state fatte le fedi di nascita al Municipio ed eransi fatte le pubblicazioni nella chiesa di Montalto. In seguito non so perché il Ruà non convenne a finalizzare il matrimonio ed invece della Canonico sposò, con rito ecclesiastico soltanto, Cherubina Sauro. Per la gelosia Orsola si sdegnò contro il Ruà e, sapendomi suo amico, la Canonico mi propose di accompagnarla in un appostamento mentre con una scure voleva uccidere Michele. Io mi rifiutai ed essa insistette dicendo che per eseguire il suo disegno si sarebbe anche vestita da uomo… Orsola era gelosissima e non volea assolutamente che Michele fosse andato nella casa di Cherubina Sauro
Ma, osserva il Brigadiere Giovanni Pinto che ha svolto le prime indagini, il delitto non si poteva commettere dalla sola vedova Canonico Orsola. E di chi altro si potrebbe sospettare? Certamente di Giuseppe Canonico e tale Giuseppe Caloiero su cui pesano maggiori indizi di colpabilità. Giuseppe Caloiero, da dove spunta costui? Presto detto: è il fidanzato ufficiale e prossimo alle nozze con Saveria Caloiero, figlia di Giuseppe, nipote di Orsola, feritrice di Michele insieme alla zia, per la quale quest’ultimo, stando alle dichiarazioni di Cherubina Sauro, aveva perso la testa. A coinvolgere i due uomini nell’omicidio sarebbero gli antecedenti rancori e gelosia di donne che esistevano fra Ruà e i due denunciati. Un po’ vaghi come indizi di colpevolezza, tanto che l’autorità giudiziaria non emette alcun provvedimento restrittivo per i due uomini, ma nemmeno per la vedova Canonico, e di questo si lamenta il brigadiere Pinto il quale, nel riferire al Pretore di Montalto Uffugo le molte confidenze ricevute, scrive: La voce pubblica luzzese persiste nell’indicare autrice del reato la famiglia Canonico, in particolar modo la vedova Orsola Canonico, e continua la meraviglia del perché non si procedette a nessun arresto, significando che l’indagini si proseguono col massimo interessamento, onde raggiungere il desiderato intento.
Poi il Brigadiere riesce a convincere una informatrice a mettere nero su bianco le confidenze, nella speranza che possano essere decisive per procedere a qualche arresto
- Appena ritornato da Montalto ove si era recato onde porgere querela contro la vedova Canonico e nipote Saveria per le lesioni riportate il giorno prima – racconta la ventottenne contadina Serafina Ripoli –, Michele mi disse: “Se io vado soffrire qualche cosa altro, non può essere stata che la vedova Canonico perché solo costei ha inimicizia con me” – poi aggiunge –. Due o tre giorni dopo quello dell’uccisione, transitando in prossimità della masseria Canonico, due contadini che mi seguivano a breve distanza e che non conosco, parlando tra di loro dissero: “Il Ruà fu ucciso dalla vedova Canonico, siccome fu veduta costei inseguirlo e dopo che era caduto vibrargli un colpo alla testa, e ciò da un ragazzo al servizio del Canonico
Beh, sembrano proprio frasi costruite apposta per l’uso e vengono prese in minima considerazione. Poi Orsola Canonico fa la sua prima mossa: attraverso la testimonianza spontanea di tale Stella Runga, fa sapere di avere un alibi: la notte tra il 24 e il 25 agosto le due donne dormirono insieme, per circa due ore, sotto un carro nella macchia dov’era semenzato il granone, senza allontanarsene affatto. Nelle vicinanze dormivano altre persone che potrebbero, eventualmente, confermare.
Ma ormai la situazione si è così ingarbugliata con una miriade di confidenti e testimoni che parlano a favore o contro di questo e di quello e, complice anche la condanna a 3 mesi di reclusione per Orsola e a 15 giorni della stessa pena per Saveria che il Pretore di Montalto Uffugo infligge loro l’8 ottobre 1891 per le lesioni causate al povero Michele, il Procuratore del re decide di prendere direttamente in mano la questione. Riguardati tutti gli atti e condotte nuove indagini, fissa la propria attenzione su alcuni fatti:
1) Orsola Canonico, che già aveva apparecchiati i documenti del novello matrimonio con Michele Ruà, invasa da gelosia vigilava e con ogni suo potere ostacolava che il Ruà avesse avvicinata la Sauro affinché se ne fosse disaffezionato, siccome in effetti avvenne;
2) Nondimeno il Ruà confidò alla Sauro di aver goduto la Orsola e di aver le sue mire non su costei ma sulla Saveria, figlia di Giuseppe Canonico e nipote alla Orsola e, per soprasello, fidanzata nella sola età di 14 anni all’altro bifolco Giuseppe Caloiero. Tali segreti si divulgarono via via, di che si fa fede da tre testimoni:
3) Codesta causa (che è la causa del delinquere) accomunava insieme in unico sentimento di odio e di vendetta contro del Ruà i tre Canonico ed il Caloiero, né gli effetti furono difformi da tal principio. Ruà, è accertato, fu minacciato di morte sia da Caloiero che da Orsola;
4) Il 18 agosto Ruà fu ferito con un coltello da Orsola Canonico ma sporse querela contro la vedova e sua nipote Saveria. Poiché, per pusillanime che il Ruà fosse stato, avrebbe potuto difendersi contro una sola assalitrice, è da indurre che le assalitrici furono due, la Saveria e la Orsola;
 5) Il 23 agosto il Ruà, di carattere indeciso ed instabile, ebbe la leggerezza di confidare di aver condotto la Sauro dalla stazione nel bosco Ischia ed in tale occasione le mostrò le ferite aperte dai coltelli della Saveria e della Orsola. Cotal concubito o solo il convegno dei due nell’Ischia difficilmente rimase ignorato alla vigilante Orsola ed era tutt’altro che fatto per ammansire le ire di lei. Anzi si ebbero altri due fomiti per divampare. L’una fu che, avendo ella chiesto la promessa di remissione le fu questa negata dal Ruà. L’altro fomito d’ira fu che la mattina del 23 di agosto la suocera del Ruà venne a chiamarlo per condurlo alla moglie.
Quindi il Procuratore ricostruisce la preparazione dell’agguato: Le persone che lavoravano col Ruà, cioè la famiglia Canonico ed il Caloiero che stette con quella nel 24 di agosto, avevano potuto, dopo la venuta della suocera, od indipendentemente da tal venuta, calcolare che il Ruà sarebbe andato a casa e fondato su questo calcolo fu certamente l’aguato. In sul rabbruzzare od in sul vespro del 24 il Ruà, sciolti i buoi dal giogo, si avviava alla volta di casa. quello era il momento opportuno in cui il Caloiero, unendo le sue vendette a quelle dell’Orsola, si liberava dal rivale e lo puniva di voler tradotta in giudizio la propria fidanzata e soppresse l’unico ostacolo opposto al conseguimento delle felici nozze da lui agognate. Ciò si conferma dalla circostanza che non molto lungi dal fondo dei Canonico si rinvenne lo strangolato Ruà.
E l’alibi di Orsola? Il Procuratore ritiene di averlo smontato: Attesoché a fronte di tali e tanti indizi non è credibile l’alibi. D’altronde, se la Orsola si supponesse che non fu l’esecutrice, resterebbe sempre la mandante dell’assassinio, nel qual caso l’alibi perderebbe ogni valore.
C’è un po’ di confusione. Il Procuratore prima accusa i tre Canonico e Giuseppe Caloiero, poi sostiene che ad uccidere Michele Ruà siano stati Orsola e Caloiero, così cerca di precisare: con l’assassinio Giuseppe Canonico si vendicò dell’oltraggiatore della fama della figlia Saveria e della sorella Orsola. E conclude: Attesoché le minacce e ferite e risse precedenti e l’impossibilità morale di essere stati altri gli assassini, convincono che tali furono il Caloiero ed i due Canonico (Orsola e Giuseppe). Stando così le cose, chiede ed ottiene l’emissione dei mandati di cattura nei confronti dei fratelli Canonico e di Giuseppe Caloiero. Per Saveria gli indizi non sono sufficienti e viene prosciolta in istruttoria. È il 31 dicembre 1891.
Ma subito dopo gli interrogatori di rito Giuseppe Canonico e Giuseppe Caloiero, pur restando imputati vengono messi in libertà provvisoria. In carcere resta soltanto Orsola.
Il 20 febbraio 1892 il Pubblico Ministero formula le sue richieste nei confronti degli imputati e conclude che non ci sono indizi sufficienti a carico dei due uomini e che quindi devono essere prosciolti. A rispondere dell’omicidio di Michele Ruà deve essere solo la vedova Orsola Canonico.
La Camera di Consiglio del Tribunale di Cosenza, il 29 febbraio successivo, concorda con questa impostazione perché ritiene che, sebbene gli indizi acquisiti siano sufficienti di per sé a convincere che la Orsola Canonico fu quella che premeditò e perpetrò l’omicidio, bisogna considerare il fatto che Orsola, donna robusta e aitante, poteva vantaggiosamente affrontare il Ruà, di esile costituzione, ed assai pusillanime, per come ne affermano vari testimoni. Quindi la donna avrebbe fatto tutto da sola o aiutata da sicari rimasti ignoti alla giustizia ma certamente non dal fratello o dal nipote Giuseppe Caloiero che nel frattempo ha sposato Saveria.
Il dibattimento è fissato per il 15 ottobre 1892 ma gli indizi raccolti contro Orsola Canonico non reggono alla prova dell’aula e la giuria l’assolve.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 28 dicembre 2018

LA ZIA AGIATA


Nella frazione Savuto del comune di Cleto c’è un vasto fabbricato, appartenente a diversi proprietari, sito all’estremità del paese con il quale è in comunicazione attraverso un viottolo. In una delle abitazioni a pianterreno vive la sessantacinquenne Carmela Milito, ritiratasi in paese da pochi anni dopo aver lavorato come domestica in una ricca famiglia di Catanzaro. Carmela ha messo da parte una discreta somma che, agli occhi della maggior parte dei paesani, la fa considerare agiata.
Carmela ha una sorella sposata, la cinquantenne Mariantonia, il cui figlio maggiore, Domenico Carlucci di 27 anni, è il cocco di zia. Carmela gli consente di fare una vita di molto superiore alle possibilità di uno spiantato contadino e lui spende e spande infischiandosene dei rimproveri, se così si possono chiamare, di zia Carmela.
Il pomeriggio del 26 ottobre 1898 la tranquillità del fabbricato viene sconvolta dalla detonazione di un colpo di pistola.
Tutti gli abitanti del caseggiato escono dalle proprie case e si rendono subito conto che la detonazione proveniva dalla stanza di Carmela Milito. La porta è aperta e qualcuno entra: la donna è a terra, immobile, e accanto a lei c’è sua sorella, attonita.
Carmela Milito ha un buco in testa dal quale esce un fiotto di sangue misto a sostanza cerebrale spappolata, ma respira ancora.
-          Che è successo? – chiedono a Mariantonia che resta muta – Che è successo? - insistono
-          Domenico… – risponde indicando la sorella
Qualcuno parte per andare ad avvisare i Carabinieri della stazione di Aiello Calabro, ma è ormai buio e ci vorrà il pomeriggio del giorno dopo per vederli arrivare sul posto.
Il proprio nipote Carlucci, contadino del luogo non pregiudicato, secolei convivente, sapendo che ella possedeva circa £ 200, non potendole ottenere con le buone (questa è opinione di tutti) le esplose un colpo di pistola a due canne, carica a palla. La ferita, semi morta, non potè rispondere alle nostre domande. Praticato delle indagini mercè le dichiarazioni ai lati e sovrastanti al domicilio della stessa, potemmo stabilire che tra la Milito ed il nipote non avvenne alcun diverbio. Taluni videro il Carlucci fuggire con la per la campagna con la pistola in mano ancora fumante. Dalla perquisizione passata al domicilio non potemmo rinvenire la somma che certamente l’infelice possedeva e riteniamo che il feritore se l’abbia appropriata, verbalizza il Brigadiere Vincenzo Valdenasi.
- È stato per pura disgrazia – assicura Mariantonia – ieri verso le 16, mentre mio figlio Domenico puliva una pistola, colpì alla testa involontariamente mia sorella Carmela. Io ero presente e posso assicurarlo. Nissuna questione fra i due precedette la disgrazia. Come madre del feritore non posso dare querela
Non farebbe una piega se non fosse per il fatto che Domenico, non avendo nulla da temere essendo stata una disgrazia, è scappato, probabilmente portandosi dietro dei soldi che appartenevano a sua zia. La cosa puzza e forse si potrà sapere di più approfondendo le indagini e leggendo i risultati dell’autopsia quando arriveranno.
I sospetti aumentano quando, da una nuova perquisizione in casa di Carmela, spunta, tutto stracciato, un libretto della cassa postale di risparmio portante il N° 85828: come mai c’è solo la copertina e mancano tutte le pagine interne? Cosa si vuole nascondere? Per saperlo bisogna chiedere al Ministero competente una copia di tutti i movimenti annotati. Quanto ci vorrà? Non importa, la giustizia, per non sbagliare, non deve avere fretta.
La ferita alla testa, dalla quale esce ancora della materia cerebrale, è ovviamente gravissima e per Carmela non ci sono speranze, si tratta solo di aspettare che la sua agonia finisca. E finisce a ore pomeridiane quattro del 29 ottobre 1898. Adesso si tratta di omicidio, poi si capirà come qualificarlo meglio.
Un primo passo avanti viene fatto con il risultato dell’autopsia effettuata davanti al magistrato. Lo spettacolo è orrendo: dalla bocca si trova versato del materiale fecale commisto a bava, per vomitazioni dovutesi verificare durante la vita, dopo l’avvenuta lesione violenta. Il ventre, il collo e il petto enormemente gonfi e tesi per lo sviluppo di gas da putrefazione avanzatissima. Il cadavere emana tale fetore che i disinfettanti e deodoranti, usati senza risparmio, appena arrivano a correggere la nausea dei componenti la giustizia e del perito settore. Superati questi momenti, si può accertare che il colpo è stato sparato dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra, cosicché il proiettile è penetrato dall’osso parietale sinistro della vittima, ha attraversato tutto il cervello, spappolandolo, e si è fermato alla base del cranio. Cosa vuol dire tutto questo? Secondo il perito vuol dire che Carmela era seduta e probabilmente suo nipote la afferrò per i capelli per tenerla ferma, sparandole in testa da pochi centimetri di distanza. Questa ricostruzione confermerebbe che non ci fu nessuna discussione tra i due e la donna fu presa alla sprovvista. Quindi, se le cose andarono davvero così, non si può parlare di incidente perché è molto improbabile, se non impossibile, che qualcuno stando in piedi e avendo una persona seduta accanto si metta a pulire una pistola carica. Domenico ha sparato per uccidere, ma potrebbe anche darsi che voleva solo minacciare pesantemente sua zia e che accidentalmente gli sia partito un colpo.
Raggiunto questo primo, importantissimo risultato, le indagini sembrano fermarsi perché nessuno vuole dire niente più che qualche frase di circostanza e gli inquirenti temono che Domenico possa espatriare clandestinamente, se non lo ha già fatto.
Si arriva così alla metà di dicembre, quando arriva l’attesa risposta del Ministero delle Poste e dei Telegrafi: gli inquirenti puntano l’attenzione sull’ultimo prelievo, 800 lire, fatto ad Aiello Calabro il 12 luglio 1897. È proprio da quell’epoca, secondo le mezze parole dette da qualche testimone, che Domenico ha cominciato a fare la bella vita.
Adesso gli inquirenti hanno due elementi: la certezza che si tratta di omicidio, ancora non si può stabilire se preterintenzionale, volontario o premeditato e un probabile movente, i soldi della zia. Si deve fare ogni sforzo per fare parlare quanta più gente possibile, altrimenti resteranno solo sospetti.
All’improvviso, e sembra proprio un miracolo, qualcuno comincia a parlare e si cominciano a scoprire cose molto interessanti.
Scoprono, intanto, che tutti avevano paura di parlare perché Domenico si aggirava armato nei dintorni del paese, minacciando a destra e a manca. Se adesso la gente comincia a parlare vuol dire che Domenico non c’è più e la paura è passata.
Scoprono anche che Domenico aveva una tresca illecita con Maria Pucci Daniele, la quale aveva un fratello detenuto e in procinto di essere scarcerato verso i primi di novembre 1898. Temendo di lui, il Carlucci e la sua amante divisarono di partire per le Americhe e per questo Domenico chiese alla zia ancora del denaro, ma costei, sia perché non voleva dargliene, sia perché vedeva male se ne andasse con la Pucci Daniele, si rifiutò, donde le loro relazioni divennero ancora più ostili e la Pucci Daniele si permise perfino di istigare il Carlucci a strangolare la zia.
Poi sono in grado di ricostruire anche la dinamica precisa dell’omicidio: il giorno 26 ottobre 1898, la Milito aveva tenuto la porta di casa chiusa e di dentro rispondeva al nipote che non voleva più aprirgli. Verso le ore 16 andò alla porta anche la madre del Carlucci e fu costei che con le sue preghiere e detti persuasivi indusse la Milito ad aprire. Carmela si sedette ma non appena Domenico, il quale è un giovane alto, entrò in casa, le puntò la pistola sulla testa dall’alto in basso, le sparò quasi a bruciapelo. Alla scena, che dovette svolgersi in pochi secondi, si trovò presente la sola madre dell’uccisore e sorella dell’uccisa. Sui primi momenti né il Carlucci, né la famiglia sua, né la madre, testimone oculare del fatto, ebbero a parlare di disgrazia, anzi tutti quei di casa tempestarono di vituperi l’uccisore e quando sopraggiunse Maria Pucci Daniele la scacciarono ed in presenza di tutti, il padre ed il fratello di Domenico dichiararono che Maria Pucci Daniele era stata la causa dell’omicidio. La discussione, violenta, ci fu, ma avvenne mentre Carmela era chiusa in casa e Domenico era fuori dalla porta.
Il Carlucci non pensò, né sul momento, né più tardi, a discolparsi con la gente manifestando che il fatto era stato accidentale e questa è una vera trovata di sua madre, a lei suggerita da pietà filiale.
Ma c’è di più: dopo poche ore dall’avvenimento Domenico si recò in casa del signor Gabriele Mileti e parlò con tutta la famiglia di lui e non ebbe una parola di lamentazione dell’immensa sciagura che gli sarebbe successa se involontariamente e non per deliberato proposito avesse ucciso sua zia. Invece pensò ai quattrini che la povera Carmela teneva in casa e chiamò sua sorella Francesca, che casualmente era in casa dei Mileti, e le disse: “Francesca, va in casa della zia, piglia quell’involto che sta nella cassa, quello che sta in cima, e portamelo”. La sorella, avendo ribrezzo di recarsi nella casa dove la zia agonizzava distesa per terra, chiese ed ottenne di essere accompagnata da Giuditta Colonna, che anche essa trovavasi in casa del signor Mileti. Quest’ultima non volle però entrare nella casa di Carmela e si fermò sull’uscio di entrata. Fu Francesca Carlucci che entrò, aprì la cassa, prese l’ involto e poi, unitamente a Giuditta, tornò indietro e lo consegnò al fratello, il quale, dopo averlo aperto, riconobbe che vi era quanto egli voleva.
Per quest’ultimo fatto finiscono in carcere Francesca Carlucci e Giuditta Colonna con l’accusa di furto. Francesca, interrogata, ammette il fatto ma nega che nell’involto ci fosse del denaro
- Io, frequentando la casa di mia zia, sapevo che l’involto conteneva una cambiale e un biglietto. Quando consegnai l’involto a mio fratello, lo aprì dicendo: “Vediamo se vi sono la cambiale e il biglietto che vi debbono essere…”. Nego assolutamente che nell’involto si trovasse del denaro
- Forse la cambiale e il biglietto avevano un valore…
- Non avevano alcun valore perché le somme in essi portate erano state già pagate dai rispettivi debitori e mio fratello venne a pigliarseli solamente per restituirli a costoro ed evitare loro un possibile secondo pagamento
- A chi era intestata la cambiale?
- A Salvatore Nigro…
Certo, tutto potremmo aspettarci da una persona che ne ha appena uccisa un’altra, ma non che torni sui propri passi per prendere una cambiale già incassata e restituirla al debitore. E infatti gli inquirenti non ci credono e ne hanno la conferma dal diretto interessato
- Era una cambiale di 212 lire. Sui primi del mese di agosto io pagai a Domenico Carlucci il mio debito, rimanendogli però a dare lire 60,00, per la qual cosa non potetti ritirare la cambiale. Circa quindici giorni dopo l’omicidio di Carmela Milito, mi fu offerta da Tommaso Ferraro la mia cambiale, sotto condizione che pagassi le 60 lire rimaste a dare. Io pagai al Ferraro ed ebbi restituita la cambiale che è proprio questa – conclude mettendo nelle mani del Pretore la cambiale
- Pochi giorni dopo dell’omicidio, manifestai al padre di Domenico Carlucci che costui mi doveva 42 lire per oggetti somministratigli e che intendevo di essere soddisfatto. Dopo qualche giorno mi portò, per conto di suo figlio, a firma di Lorenzo Nigro, una cambiale emessa per 212 lire, sulla quale mi disse di poter esigere 60 lire perché il resto era stato già pagato. Subito io esigetti da Nigro le 60 lire e gli restituii la cambiale. Trattenni le mie 42 lire e consegnai il resto al padre
Tutto quadra, anche se la cifra è minima; il giro di soldi c’è stato e quindi l’accusa di furto contro le due donne viene confermata. Poi si presenta una donna, Giuditta Mileti, che giura di aver visto nell’involto una banconota, forse di 100 lire. Il Pretore gliene mostra una e Giuditta la riconosce; adesso è sicura di aver visto proprio una banconota da 100 lire.
Con questi nuovi elementi, la Procura del re è pronta a chiudere l’istruttoria e trasmettere gli atti per la decisione sugli eventuali rinvii a giudizio. È il 10 febbraio 1899, ma di Domenico Carlucci non si hanno ancora notizie certe, solo la voce pubblica che lo vuole emigrato in America.
Il 6 aprile successivo la Sezione d’Accusa decide di rinviare tutti e tre gli imputati, ognuno per il reato di cui è accusato, al giudizio della Corte d’assise di Cosenza.
Il 22 novembre 1899 si tiene il dibattimento, velocissimo. Domenico Carlucci, in contumacia, viene ritenuto colpevole di omicidio volontario e furto di oggetti di valore commesso in occasione di particolare infortunio di Carmela Milito e lo condanna alla pena di 24 anni di reclusione, più pene accessorie.
Francesca Carlucci e Giuditta Colonna vengono, invece, assolte.[1]
Anche Domenico Carlucci, come molti altri in quegli anni, è riuscito a farla franca emigrando clandestinamente.




[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 23 dicembre 2018

L'ORCO


Maria Luisa Reda ha 11 anni quando, all’inizio del marzo 1899, suo padre Giuseppe la porta alle Destre, nel territorio di Mendicino, per far legna. Le gemme degli alberi sono ancora un abbozzo nel bosco fitto e silenzioso e in giro non c’è anima viva. Giuseppe posa a terra la scure e aspetta che la bambina lo raggiunga.
- Alzati la gonnella – le ordina
- Perché, papà? – gli chiede con innocenza
- Perché… perché…  – non trova subito una risposta. Poi, sbottonandosi i calzoni, aggiunge – facciamo un bel gioco, un gioco segreto…
L’urlo di dolore della bambina riecheggia sinistramente nel bosco, mentre la mano possente e callosa di Giuseppe è svelta a tapparle la bocca.
Il tempo dei giochi è finito per Maria Luisa. Adesso comincia l’inferno
- Perlamadonna se dici una parola ti ammazzo! – la minaccia avvicinandole il taglio della scure alla testa. Poi si mette a tagliare la legna con una furia mai vista prima dalla figlia.
Maria Luisa trema mentre se ne sta rannicchiata abbracciandosi le ginocchia. Capisce che suo padre ha fatto una cosa sporca e che niente sarà più come prima. Immersa nel suo dolore non si accorge nemmeno della macchia di sangue che si allarga sulla sua gonnella.
Se ne accorge però sua madre, Giuseppina Reda, quando poco prima del tramonto padre e figlia tornano a casa.
- Che hai fatto? – le chiede preoccupata
- Niente… niente, mà – le risponde cominciando a tremare
- Chi è stato? Devi dirmelo, dimmelo bella di mamma tua, dimmelo! – insiste mentre gli occhi le si gonfiano di lacrime e di rabbia. Ha capito, ma in cuor suo non vuole ammetterlo. Vuole sentire quel nome, quel maledetto nome.
- Pa… papà! – confessa gettandole le braccia al collo e lasciandosi andare a un pianto liberatorio. Giuseppina la stringe, poi si morde il pugno meditando vendetta.
- Vai un po’ fuori, lasciami sola con tuo padre… – Maria Luisa ubbidisce
Giuseppina affronta il marito che per tutta risposta la riempie di botte col dorso della scure, sempre a portata di mano, poi fa rientrare in casa Maria Luisa e riempie di botte anche lei
- Se dite una sola parola vi faccio a pezzi con questa – le minaccia facendo roteare la scure sopra la testa.
Adesso nell’inferno vivono tutte e due. Attanagliate dalla paura non parlano e la cosa rimase sepolta nel focolare domestico. Ma Giuseppina da questo momento non lascia da sola sua figlia nemmeno per un minuto. Se il marito ci riproverà o morirà lui o moriranno loro due insieme.
Anche per Giuseppe la vita cambia. Rimase per qualche tempo taciturno, sembrando che un senso di rimorso lo tormentasse. Ma il veder crescere negli anni la sua preda, riaccese in lui il desiderio di godere ancora dei suoi favori. Ma ogni tentativo, ogni progetto di ripetere quell’atto immondo vanno, per fortuna, a vuoto e la sua frustrazione si tramuta in ogni sorta di violenza ed ognuno può immaginarsi quale inferno ha regnato in quella famiglia.
Sono ormai passati sei anni e nel settembre del 1905 ecco che per Giuseppe si presenta l’occasione sperata. Sua moglie è costretta ad andare a Cosenza e lascia Maria Luisa, che adesso ha diciassette anni, da sola in casa. È ancora buio quando si avvia. Maria Luisa dorme, come dorme il figlio minore, il tredicenne Raffaele. Giuseppe, furtivamente, si corica nel letto della figlia e tenta di violentarla di nuovo, ma la ragazza si sveglia e comincia a urlare. Si sveglia anche Raffaele che si lancia addosso al padre riuscendo a sventare la violenza, ma la furia dell’uomo si abbatte su di lui e ne esce pesto, come ne esce pesta anche Maria Luisa.
Quando la madre ritorna dalla città capisce che non possono più andare avanti in quel modo, ma non avendo alternative preferisce restare e subire ancora. Chi decide di non subire oltre è Raffaele che se ne va di casa e comincia a lavorare come un matto per mettere da parte i soldi per andarsene Allamerica e ci riesce. Non tornerò più qui finché quell’indegno non sarà scomparso dalla faccia della terra, promette a sé stesso quando con un fagotto sulle spalle lascia il paese.
Quell’indegno ci riprova altre tre volte a violentare sua figlia senza riuscirci ma finalmente Giuseppina e Maria Luisa riescono a liberarsi dal giogo e lo denunciano. È il 13 giugno 1909 e sono passati dieci anni da quando l’inferno è cominciato.
Il Brigadiere Giuseppe Carenza arresta Giuseppe per maltrattamenti, lesioni e violenza carnale nei confronti della figlia ma il mostro, nonostante tutte le testimonianze convergenti, riesce ad ottenere la libertà provvisoria e il primo pensiero che ha è quello di farla pagare alle due donne.
Giuseppe torna in paese e sorprende moglie e figlia davanti alla porta di casa. Cercano di chiudersi dentro ma non ci riescono. Giuseppe entra e le colpisce tutte e due prima a calci e pugni, poi afferra la scure e le batte col dorso come al solito, ma deciso a farla finita questa volta.
Le due sventurate urlano a più non posso facendo accorrere i vicini che riescono ad evitare la tragedia. Giuseppe scappa e quando arrivano i Carabinieri non lo trovano subito ma dopo poche ore lo arrestano e lui si dice innocente, che è tutta una messa in scena della moglie e della figlia che si vogliono sbarazzare di lui. Anche questa volta gli credono e viene rimesso in libertà, ma intanto Giuseppina e Maria Luisa lasciano quella casa maledetta e se ne vanno in una casetta colonica disabitata. Sono i primi di agosto del 1909.
Sembra che un po’ di pace sia finalmente arrivata per mamma e figlia, ma dura poco.
La mattina del 7 ottobre Giuseppina e Maria Luisa, ormai ventunenne, vanno in contrada Ciermo a raccogliere mele con i tre fratelli Madrigrano. È qui che le raggiunge Giuseppe con la sua fidata scure sulle spalle.
Nel campo c’è una casetta dove i raccoglitori ammassano le mele ed è lì che le due donne cercano scampo non appena vedono Giuseppe avvicinarsi di corsa.
- Dovete tornare a casa, non vi faccio niente! Vedete? Butto la scure – dice loro lanciando lontano l’arma
- Come facciamo a crederti dopo tutto quello che ci hai fatto in questi anni? Ti sei scordato? Ti sei scordato quello che hai fatto a tua figlia? – gli risponde Giuseppina
- Acqua passata…
- Acqua passata un bel niente! Vattene che è inutile insistere – replica la moglie
Spazientito, Giuseppe getta la maschera
- Se vuoi rimanere viva devi venirtene con me, se poi vai in cerca della morte fa pure i comodi tuoi!
- Meglio morire piuttosto che tornare a casa con te! – gli risponde
Giuseppe perde l’ultimo barlume di ragione e si butta contro la porta, sfondandola. Afferra la moglie per i capelli e comincia a tempestarla di calci e pugni. Maria Luisa sembra paralizzata e se ne sta in un angolo, poi per fortuna arrivano i tre fratelli Madrigrano e bloccano Giuseppe. È a questo punto che Maria Luisa si avvicina al padre, estrae una rivoltella dal tascone del grembiale e gli spara un colpo quasi a bruciapelo colpendolo all’addome, poi scoppia a piangere e scappa via.
Suo padre è fortunato, la rivoltella è di piccolo calibro e il colpo è stato tirato obliquamente; la pallottola entra nella fascia muscolare dell’addome e si ferma senza provocare grossi danni.
Venti giorni salvo complicazioni, dice il medico dopo avergli estratto la pallottola, poi la consegna al Brigadiere Carenza, il quale, conoscendo bene la situazione, interroga il ferito
- Non so spiegarmi per qual motivo mia moglie e mai figlia abbiano, da qualche tempo a questa parte, fatto divisamento di uccidermi. Io nulla di serio ho contro di loro commesso all’infuori di qualche atto lecito e di qualche lieve schiaffo per causa giustissima. Ciò non pertanto io ho sempre insistito presso mia moglie perché tornassero presso di me e che la finissero una buona volta con il loro contegno ed operato inqualificabile
Un sant’uomo!
Maria Luisa intanto si costituisce e spiega al Giudice Istruttore Macrì
- La mia calma vanì e dato di piglio ad una rivoltella che avevo in tasca e che asportavo da qualche giorno, appunto per difendermi da quel bruto, gliene esplosi contro un colpo, che per ventura sua non fu letale. Veda la giustizia se il mio operato deve ricadere nel rigore del codice penale…
La ragazza viene processata per lesioni personali, ma anche suo padre viene processato per le lesioni procurate alla moglie. Il 21 aprile 1910 il Tribunale di Cosenza emette la sua sentenza: Giuseppe è colpevole di lesioni lievi nei confronti di Giuseppina e lo condanna a tre mesi di reclusione. Maria Luisa viene assolta.
Ma il calvario delle due donne non è ancora finito. In carcere Giuseppe coltiva e fa crescere il suo odio, meditando vendetta.
Quando esce dal carcere la sua presenza in paese è impalpabile, si muove come se fosse un fantasma, salvo apparire all’improvviso davanti alla moglie, ormai ritenuta la causa principale della sua rovina, per minacciarla di morte se non torna a casa.
Maria Luisa vive guardinga e sotto una cappa di paura. Giuseppina invece è costretta ad andare avanti e indietro: deve pur lavorare per vivere perché i soldi che suo figlio Raffaele le manda dall’America sono pochi e non bastano. In ogni caso, quando cammina per strada, bada a non restare mai da sola.
La mattina presto del 5 settembre 1910 Domenico Reda, 18 anni, sta accompagnando sua zia Giuseppina alla fontana dell’Arella per riempire un barile di acqua. Con loro c’è anche Rosaria Reda.
Giuseppina sta salendo i gradini che da un sentiero salgono alla fontana posta proprio accanto al ponte, su un lato della strada che da Mendicino porta a Carolei, quando vede sbucarle davanti, uscendo da sotto il ponte dove si era nascosto, suo marito il quale con atteggiamento tranquillo, le fa
- Che c’è, mia signora? – Giuseppina è sconcertata, non sa che rispondere, né che fare. Il marito allora approfitta del momento e le salta addosso cominciando a tempestarla di colpi con un grosso bastone, con tutta la violenza possibile.
- Si ca mi ne viegnu… si ca mi ne viegnu… – dice cercando di placare la furia del marito
Ma Giuseppe non si calma. Butta il bastone, afferra la moglie, mezza tramortita, per i capelli, tira fuori un coltellaccio a manico fisso, uno scannaporci, e la colpisce una prima volta all’addome e poi due volte al petto. Giuseppina boccheggia, moribonda, e il marito la lascia cadere a terra. Ha il respiro affannato per lo sforzo, ma la mente è lucida e, prima che la moglie esali l’ultimo respiro, per massimo dispregio, la calpesta.
Giuseppe si allontana dal luogo del delitto e diventa uccel di bosco. Maria Luisa denuncia il padre per l’ultima volta.
- Senza dubbio mio padre ha meditato lungamente il delitto perché parecchie volte egli si nascose in alcuni luoghi ove sapeva che noi dovevamo passare, armato sempre; e se non potè prima effettuare le sue minacce, ciò avvenne perché noi fummo da gente pietosa avvertite e tornammo indietro
Giuseppe si costituisce direttamente in Tribunale dopo più di un mese e racconta
- È falso che io avessi abusato di mia figlia Maria quando costei aveva 12 anni e molto meno che avessi usato violenza contro la defunta mia moglie. La verità vera è questa che la defunta mia moglie mi ha sempre odiato, tanto da scacciarmi di casa e da indurre la mia figliuola a tirarmi un colpo di rivoltella. Scacciato da casa, mi trovavo nella disperazione; non avevo nessuno che mi assistesse, che mi facesse da mangiare, che mi lavasse la biancheriaLa mattina del 5 settembre ero stato in casa di mio padre dove avevo mangiato e bevuto tre quarti di litro di vino. Il liquore mi aveva dato alla testa. Nel ponte Arella incontrai mia moglie, la supplicai ancora una volta per riconciliarsi con me. Ella non rispondeva, fu così che io, adirato, le tirai diversi colpi di bastone. Cadde per terra, si rialzò, si lanciò contro di me. Allora perdetti i lumi ed estratto un piccolo coltello, le tirai diversi colpi sull’addome, per i quali, disgraziatamente, ella morì. Nego in modo assoluto di aver premeditato il delitto. Non è logico pensare che io premeditavo il delitto, quando si rifletta che io non facevo altro che cercare di riconciliarmi con mia moglie perché sentivo forte il bisogno del suo affetto e di quello dei miei figliuoli. Sono oltremodo pentito di quello che è successo
Peccato che tutti i testimoni la pensino diversamente e lo giurino davanti alla Legge. Neanche i giudici gli credono e il 26 giugno 1911 la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro lo rinvia a giudizio per omicidio premeditato e il 24 aprile 1914, finalmente, la Corte d’Assise di Cosenza emette la sentenza.
La Giuria popolare ammette che Giuseppe ha commesso il fatto con premeditazione, che non si trovava in stato di infermità mentale e che non concorrono a favore dell’imputato circostanze attenuanti. Tradotto in parole povere significa ergastolo, fine pena mai. Il suo avvocato propone ricorso per Cassazione. Rigettato. Le porte del carcere si chiudono definitivamente alla sue spalle.[1]



[1] ASCS, Processi penali.

venerdì 21 dicembre 2018

UNA DONNA ONESTISSIMA


Giuseppe Cittadino e Pasqualina Licursi si sposano il 6 marzo 1869 a San Martino di Finita. Lui ha 24 anni e lei 19. Gli anni passano e arrivano 7 figli, tutti morti, e ogni anno che passa le cose vanno sempre peggio, sia per la ossessiva gelosia di Giuseppe, sia per la sua tendenza ad esagerare col vino e le due cose si alimentano a vicenda. C’è un’altra cosa da dire su Giuseppe: man mano che gli anni passano, diminuisce progressivamente la sua voglia di lavorare e, di pari passo, aumentano le vendite dei beni, pochi, che è riuscito ad accumulare, tanto da chiedere insistentemente a Pasqualina di vendere anche i beni portati in dote, senza mai riuscirci. Non sappiamo se è questo il motivo per cui cominciano le botte e i maltrattamenti o se è per la gelosia o, più probabilmente, tutti e due i motivi insieme. La cosa certa è che per Pasqualina la vita comincia a diventare un vero e proprio inferno. Poi arriva, nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1905, un violento terremoto che provoca il crollo di molte case, compresa quella di Giuseppe e Pasqualina. Grazie all’intervento del Comitato bolognese, qualche mese dopo ottengono una baracca nel nuovo rione e tra quelle quattro tavole le cose peggiorano, ma se prima pochi potevano ascoltare, adesso, con solo una tavola a dividere le abitazioni, tutti sentono tutto
- Ho inteso spesso esplosione di colpi di rivoltella nella baracca di Cittadino, eccessivamente geloso, e ho inteso litigi a tal riguardo – racconta Francesco Antonio Musacchio – anzi, quando la moglie ritornava dal lavoro, Giuseppe subito chiedeva informazioni dov’era andata a lavorare e, saputo il nome della persona, diceva: “Ti piaceva? Come l’aveva? Dove te l’ha messo?”. Pasqualina rispondeva: “Per chi mi hai presa? Io sono una donna onesta! Fammi la spia quando vado in qualche luogo e ti accerterai della verità di quanto dico”. E lui: “sta zitta, puttana!” e, mostrando il revolver, “Questo ci pensa per te, farai la stessa fine di tuo fratello!”. Per ogni uomo che passava davanti la barracca, Giuseppe l’additava alla moglie dicendo: “Costui è passato per te…”
Alla fine dell’estate del 1908 Giuseppe ha ormai 63 anni e Pasqualina 58 e lui continua a restarsene in casa a oziare e ad andare nelle cantine a spendere i pochi spiccioli che Pasqualina porta a casa spaccandosi la schiena per tutto il giorno.
Il 6 ottobre 1908 Pasqualina va a lavorare nel fondo di sua sorella per la vendemmia e torna a casa verso le cinque del pomeriggio. Distrutta dalla fatica, si siede sul gradino dell’uscio a riposare un po’. Qualche vicino la imita, qualche altro sfaccenda davanti alla propria baracca. Poi la porta dietro di lei si apre e si affaccia Giuseppe
- Entra dentro e accendi il fuoco – le ordina e Pasqualina ubbidisce senza fiatare.
Entra in casa, si accovaccia accanto al camino per sistemare qualche frasca e tre o quattro pezzi di legna, poi con la coda dell’occhio vede avvicinarsi suo marito e si gira verso di lui. La detonazione della revolverata non la coglie impreparata, è ormai abituata a queste scenate, poi Giuseppe le dice
- Sei contenta o vuoi l’altro? – il suo braccio armato è proteso verso la moglie distante poco più di un metro
Maddalena Basile abita nella baracca attigua a quella di Giuseppe e Pasqualina. Quando sente la detonazione ha come un presentimento, non le sembra la solita sfuriata del vicino, così lascia tutto e si precipita a vedere cosa sta accadendo. Entra e vede l’uomo con il braccio armato proteso verso la moglie che, con gli occhi sbarrati dal terrore, è immobile di fronte a lui
- Ne vuoi un altro? – ripete Giuseppe con rabbia. Le due donne sono mute e pietrificate, poi la detonazione. Maddalena vede Pasqualina afflosciarsi come un sacco vuoto. Ha paura e scappa per chiedere aiuto
- Mamma… mamma… – sono le ultime parole di Pasqualina, che muore istantaneamente
Anche Pietro Licursi si è affacciato nella baracca e vede Pasqualina a terra
- Giuseppe, che avete fatto? Avete ammazzato vostra moglie? – urla mettendosi le mani nei capelli. Giuseppe non risponde ma con calma si mette la rivoltella in tasca, mentre Licursi esce per andare a chiamare i Carabinieri.
Quando pochi minuti dopo entra nella baracca il Brigadiere Cesare Mandrini, la casa è invasa da una folla di donne che piange intorno al cadavere di Pasqualina, mentre Giuseppe è seduto sopra una cassa a circa mezzo metro, come inebetito e si fa arrestare senza opporre resistenza, ma la cosa strana è che addosso non ha la rivoltella e nessuno dei presenti al momento del fatto ha visto dove l’abbia nascosta.
In caserma, per non impressionarlo, il Brigadiere gli dice che la moglie era stata appena ferita e che era caduta a terra perché impaurita, ma Giuseppe scuote la testa e dice
- No, è morta… l’ho colpita bene, tant’è vero che teneva la bocca aperta
- Ma è stata una disgrazia? – Mandrini vuole una confessione piena
- Non è disgrazia, le ho tirato una palla
Giuseppe è ancora notevolmente scosso e il Brigadiere pensa di non continuare oltre, se ne riparlerà domani.
Ha avuto ragione, l’assassino ha passato una notte tranquilla e adesso appare calmo, quindi può rispondere al Pretore che gli chiede di ricostruire i fatti
- Il giorno 5 corrente, mia moglie andò a vendemmiare nella campagna della sorella Concetta e si ritirò verso le 5 ½. Fra di noi vi fu un litigio perché io non avrei voluto che fosse andata a vendemmiare presso la sorella perché doveva, invece, accudire a certi affari nostri di campagna. Io ero avvinazzato, presi dalla cassa che si trova al lato del letto la rivoltella e con la stessa non ricordo se tirai uno o due colpi. Mia moglie cadde a terra, forse colpita dai colpi da me tirati. Io, del resto, non ricordo proprio nulla e non sono in condizioni perciò di dare altri chiarimenti
- Ma come? Ieri avete affermato di averla colpita e pure bene e adesso non ricordate niente? Puzzate di furbacchione! Comunque sia, ditemi se litigavate spesso
- In precedenza tra me e mia moglie vi erano state frequenti quistioni, le quali avvenivano sempre quando io avevo bevuto
- E qualche volta l’avete minacciata e le avete sparato senza colpirla…
- Non è vero che io in precedenza abbia minacciato o esploso qualche colpo di rivoltella contro mia moglie!
- I vicini, che hanno sentito gli spari, dicono il contrario…
- Se i vicini hanno inteso delle detonazioni, ciò è avvenuto perché io spesso tiravo dei colpi di rivoltella contro gli alberi di castagno
- Però… vedete quante cose ricordate? Provate a ricordare qualche cosa dell’omicidio…
- Quando io tirai i colpi contro mia moglie, la stessa trovavasi a un metro da me e nel cadere a terra gridò un paio di volte: “mamma, mamma”
- Vi ricordate come vi trovò il Brigadiere?
- Il Brigadiere mi trovò seduto sulla cassa, io ero come inebetito sia per il vino bevuto, sia pel fatto commesso e mi lasciai arrestare senza fare alcuna resistenza – “sicuramente non era ubriaco” pensa il Pretore, che continua con le domande
- Dove avete nascosto la rivoltella?
- Nella cassa sulla quale ero seduto…
- Eravate molto geloso di vostra moglie? O forse volevate i soldi della sua dote? Per quale motivo l’avete ammazzata?
- Non ho commesso il fatto per gelosia o per ragioni d’interesse. Io stesso non so spiegarmi la causa… soltanto al vino che avevo quel giorno bevuto in soverchia misura, posso riferire la causa del triste fatto
La convinzione è che Giuseppe stia provando a diminuire le sue responsabilità invocando l’ubriachezza, ma la convinzione non basta, bisogna trovare dei testimoni che lo affermino con certezza.
- La mattina del giorno 5, Giuseppe Cittadino fu nella mia cantina dove bevve insieme con Michelangelo Drammis due o tre litri di vino – dice Mariantonia Licursi –. Quasi ogni giorno Cittadino veniva nella mia cantina a bere del vino
La mattina. E nel pomeriggio?
- Giorno 5 corrente verso le ore 14, nella cantina di Pasqualina Lanzillotta, io, Giuseppe Cittadino e Giovanni Lanzillotta bevemmo un litro di vino… non so se avesse bevuto altro vino prima o dopo – afferma Cesare Becci, che aggiunge – mi costa che spesso Giuseppe Cittadino si ubbriacava
Se non ha bevuto altro vino in casa di qualche amico, al massimo, dalla mattina fino alle 14,00, ha bevuto poco meno di due litri di vino, poi 4 ore per riprendersi. È questa una quantità tale per un alcolizzato da togliergli la ragione? I dubbi restano, ma gli inquirenti sono sempre convinti che stia recitando.
La Procura del re ritiene chiusa l’istruttoria e chiede il rinvio a giudizio per l’imputato. La richiesta viene accolta, il 30 dicembre 1908, dalla Sezione d’Accusa e non resta che fissare il dibattimento.
Il 12 novembre 1909, qualche giorno prima che inizi il dibattimento, il difensore di Giuseppe, avvocato Samuele Tocci, presenta una lista di testimoni a discarico, tutti in grado di affermare che l’imputato non è sano di mente. Il Pubblico Ministero non si oppone e il giorno stesso il Presidente della Corte d’Assise di Cosenza convoca i dottori Antonio Rodi e Adolfo Tafuri per affidare loro la perizia psichiatrica sulle condizioni mentali dell’imputato.
Giuseppe Cittadino, che era stato sempre laborioso, morigerato, tranquillo, di condotta buona ed onesta, dopo la morte dei figliuoli cominciò a mutar carattere, a frequentare le cantine, a darsi all’ozio ed al vagabondaggio. Cominciò a torturare la povera moglie, così trafitta nel suo cuore materno, con insani sentimenti di gelosia e spesso inveiva contro la povera disgraziata, che lavorava non risparmiandosi mai, mentre il marito aveva abbandonato il suo mestiere e passava le giornate nell’ozio, limitando la sua attività a qualche piccolo lavoro nella sua piccola campagna.  Doppia e quasi antagonistica appare l’interpretazione del mutamento del suo carattere. Dai cognati e dagli altri parenti della moglie si attribuiva a questioni d’interesse perché, avendo perduto i suoi figli e non avendo altri eredi diretti, egli si rifiutava di lavorare per non lasciare la sua roba ad estranei. Altri invece credeva che il vino e l’ozio avessero ingenerato nella mente di Giuseppe Cittadino uno sconvolgimento tale da perturbarne l’indole, modificando l’affettività e mutare in un individuo geloso e diffidente l’uomo buono e probo.
È a partire da queste considerazioni che i due periti si muovono per scoprire chi è veramente Giuseppe Cittadino, senza però dimenticare di attribuire grande importanza alle stigme degenerative della legge di correlazione somato-psichica, adottata dai più moderni scrittori di psicopatologia. Così si notano le asimmetrie delle orecchie, l’apertura delle braccia che supera di qualche centimetro la statura, il sistema pilifero ben sviluppato e ben conservato sul viso e sul cranio, ma quasi del tutto assente nel resto del corpo, la carie precoce che riduce ai minimi termini il sistema dentario.
Dal punto di vista strettamente psichiatrico, i periti non notano i caratteri del delirio geloso, piuttosto ritengono che la gelosia di Giuseppe Cittadino rientri in quel sentimento fisiologico dell’umano intelletto, che può essere più o meno accentuato, che varia di forma e d’intensità nei diversi individui e che spessissimo ci è dato di potere osservare in mezzo alla società in uomini che magari eccellono per le più elevate qualità della mente, ma che nessuno oserebbe mai affermare affetti da delirio di gelosia!
Ma se non era un pazzo geloso, fu forse Cittadino esposto all’uxoricidio da un delirio motivato e prodotto da cronica intossicazione alcoolica? No. Dal punto di vista psichico non troviamo alterazioni che possano farci ascrivere il Cittadino fra i degenerati per alcoolismo, fra quelli, cioè, nei quali l’intossicamento alcoolico sovverte e modifica le facoltà mentali.
Se l’organismo di Cittadino non presenta, dunque, le note caratteristiche e mentali dell’alcoolista cronico, poteva il suo sentimento di gelosia assumere il carattere di delirio per alcoolismo? La risposta è facile e sicura. No.
A questo punto i periti emettono il loro giudizio: Giuseppe Cittadino non fu mai affetto da pazzia gelosa o da qualsiasi altra forma di alienazione mentale né prima, né dopo, né al momento del delitto da lui commesso. Epperò, considerando lo stato di ubbriachezza volontaria semipiena in cui l’imputato trovavasi al momento del delitto, nonché le diminutio della sua personalità psichica ingenerata dai dispiaceri domestici, dall’ozio, dall’abitudine al vino e forse anche dal sentimento esagerato di gelosia, egli non poteva e non sapeva inibirsi come ogni uomo normale negli stati emotivi e passionali e la sua volontà e la sua coscienza entrarono nell’azione criminosa con un deficit di potenzialità, per cui il reato fu commesso in tale stato d’infermità di mente da scemare la responsabilità senza escluderla. In tale grado d’infermità mentale, Giuseppe Cittadino non presenta alcun pericolo per sé e per la società.
È il 22 febbraio 1910, il dibattimento può essere rimesso a ruolo e Giuseppe Cittadino, che dall’infermeria del carcere viene subito riportato in cella, se la caverà certamente con una condanna molto mite.
Ma il 3 ottobre dello stesso anno, quando si è ancora in attesa di fissare la data per il dibattimento, dalla direzione del carcere arriva sul tavolo del Procuratore del re di Cosenza uno stringatissimo comunicato:
Per conveniente notizia, debbo partecipare alla S.V.Ill.ma la morte del detenuto Cittadino Giuseppe.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

martedì 18 dicembre 2018

LA "MALATTIA" DEL SEGRETARIO


Nei primi giorni di febbraio 1902 arriva a Cosenza un certo Luigi Spinetti. Ha 33 anni, è nato a Frosinone ma pare che viva abitualmente a Napoli. Dice in giro di essere il segretario di alcuni famosi pittori ritrattisti e restauratori che lo hanno incaricato di procacciargli dei contratti in città e visita palazzi borghesi e nobiliari per questo scopo.
Non appena cala la sera, però, si mette a battere le strade cittadine in cerca di incontri clandestini e, come dirà con orrende parole la P.S., come la più lurida delle prostitute, [convinceva con lusinghe] i giovanetti adolescenti a seguirlo nelle vie campestri, ed ivi facendola da sodomista passivo soddisfava la propria libidine prestandosi ad ogni voglia degli adescati ragazzi, la libidine dei quali arrivava a soddisfare perfino con la propria bocca. In compenso poi dava dei soldi o delle sigarette a quei giovanetti.
Luigi è omosessuale e deve nascondersi, sa che la sua condizione non è accettata dalla morale comune, eppure a volte lo prende la smania incontrollabile di avere un contatto fisico. È per questo che abbandona la prudenza e si lascia andare, sperando che qualche centesimo basti al ragazzetto di turno per tenere la bocca chiusa.
La sera del 20 febbraio è una di quelle sere che gli prende la smania. Cammina per il corso principale della città quando nota due ragazzi che stanno discorrendo tra di loro appoggiati al muro del Municipio. Si ferma con la scusa di chiedere un’informazione e poi li invita a fare una passeggiata con lui verso la Villa Comunale. Offre loro una sigaretta e i due, Giuseppe Sarti di 16 anni e Giuseppe De Nicola, anch’egli di 16 anni, lo seguono, forse intuiscono che possono guadagnare qualcosa. Nel tragitto Luigi Spinetti propone ai due adolescenti di avere con lui un rapporto sessuale, promettendogli in cambio altre sigarette e 30 centesimi ciascuno e i due ragazzi accettano.
Il conciliabolo dei tre, però, viene notato da altri due ragazzi, Giuseppe Benvenuto di 14 anni e Vincenzo Greco di 15, i quali, incuriositi dall’aver visto che i loro due amici avevano avuto offerta una sigaretta e che si erano diretti con quello sconosciuto verso la zona più interna della Villa Comunale, li seguono di nascosto.
Intanto Spinetti e i suoi due accompagnatori sono arrivati all’estremità più buia e meno frequentata dei giardini e cominciano a fare sesso a tre. È in questa posizione che gli altri due ragazzi li sorprendono. Spinetti, vistosi scoperto, preferisce invitare anche gli ultimi due all’incontro.
Poi se ne torna alla pensione dove alloggia e si concede un sonno ristoratore, mentre i quattro ragazzi se la ridono alle sue spalle, raccontando tutto al resto della loro compagnia.
La mattina del 21 febbraio, quando Luigi il Romano si alza ed esce per sbrigare i suoi appuntamenti di lavoro, la sua condizione è nota a tutti quei ragazzetti che vivono ai margini della legalità e che cercano solo di escogitare dei sistemi per fare facilmente qualche spicciolo.
Dopo il tramonto Luigi esce di nuovo con quella sua smania addosso e incontra Enrico Del Buono e Francesco Lupo, entrambi quindicenni, sul ponte dei Pignatari e si sottopone docilmente alla loro esuberanza giovanile. Tornato in centro, però, ha la sfortuna di imbattersi in Vincenzo Pizzarelli, 16 anni, (fratello di Giuseppe, ferito in un agguato dai suoi compari per punizione 3 settimane prima, nda) e Giovanni Cundari, 15 anni, i quali non si accontentano di avere qualche centesimo in cambio di una prestazione sessuale, ma vogliono i soldi e basta. Luigi cerca di affrettare il passo lungo il Corso Garibaldi per sottrarsi alle pressanti richieste di quei due che gli palpano le tasche per verificare se abbia dei soldi o meno. Con una manata allontana Giovanni Cundari ma questi oltre che i soldi vuole anche il suo battesimo del sangue ed estrae dalla tasca un coltello molto affilato e gli vibra un colpo in pieno viso. Anche Vincenzo Pizzarelli vuole far scorrere per la prima volta del sangue e caccia il suo coltello, ma Spinetti, sebbene quasi accecato dal sangue che gli cola sugli occhi, riesce a dargli un calcio e ad allontanarlo, dandosi alla fuga, inseguito da un fitto lancio di pietre.
È così che, premendosi un fazzoletto sul viso per tamponare il sangue, ritorna verso il centro della città e incontra la guardia scelta Ferdinando Ciaccio. Si vergogna di raccontare le cose così come sono andate e, invece, denuncia un tentativo di rapina da parte di alcuni sconosciuti, al quale ha reagito, ricevendo in cambio quel regalo sul viso.
Ciaccio, però, non ci mette molto a scoprire tutta la verità e Luigi Spinetti, umiliandosi tra le lacrime, confessa tutto, anche la propria omosessualità:
- Da parecchi anni disgraziatamente soffro di malattia per cui avverto il bisogno di abbandonarmi ad atti di sodomia passiva. Venuto a Cosenza per ragione di lavoro ed acuitosi il male di cui sopra feci proposta giovedì scorso e nel venerdì successivo a tre giovani dei quali non so i nomi ma che sono quelli che furono condotti alla P.S. ove li ho rivisti e che mi fiderei di riconoscere, di congiungersi meco carnalmente e difatti mi sottoposi passivamente ad atti di copola contro natura alla Villa Comunale verso le dieci di sera il giovedì e nello stesso sito nel Venerdì. In tale giorno Cundari Giovanni e Pizzarelli Vincenzo, avendo saputo dai loro compagni quanto sopra e volendo che al par di quelli dessi loro del denaro mi vennero appresso in via Garibaldi, esigendo degli spiccioli per le sigarette; io cercai di allontanarli ed allora il Cundari dopo avermi toccato alla sacca e costatato che avevo degli spiccioli, mi dette con un coltello un colpo al viso, ferendomi come osservate. Il Pizzarelli avrebbe voluto pure ferirmi con un coltello che imbrandiva, ma io lo allontanai con un calcio e di poi con un sasso. È falsissimo che io avessi fatto proposta di unirmi loro carnalmente facendola da attivo, né pretesi che si facessero delle masturbazioni, mentre io sono impotente ed afflitto soltanto dal male di cui ho parlato. Alla Pubblica Sicurezza, non potendo dire delle mie turpitudini, per vergogna dichiarai che ero stato ferito da uno sconosciuto che avrebbe voluto depredarmi e che mi aveva messo le mani nelle tasche del panciotto dopo di avermi chiesto se avevo denari e se portavo armi.
È proprio un bruttissima storia. Luigi Spinetti viene arrestato per oltraggio al pudore, così come Giuseppe Sarti, Giuseppe De Nicola, Giuseppe Benvenuto, Vincenzo Greco, Enrico Del Buono e Francesco Lupo, mentre Vincenzo Pizzarelli e Giovanni Cundari vengono arrestati per lesioni personali. Gli inquirenti, considerate le modalità del ferimento e l’ambiente di provenienza degli aggressori, decidono di far confluire anche questo procedimento penale in quello per associazione a delinquere che si sta istruendo in Procura.
Il 27 marzo 1903 la Corte d’Assise di Cosenza assolve tutti gli imputati.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 16 dicembre 2018

LA BELVA UMANA


Il macellaio Pietro Trunzo, già condannato per vari furti, nel 1921, avendo consumato violenza carnale in persona della giovinetta Maria Torchia, la sposò, destinandola a vero martirio.
La celebrazione del matrimonio coincise con il ritorno del suocero, Felice Torchia, dall’America e gli apparve subito in condizioni economiche tali da poter soddisfare la sua ingordigia. Ma il suocero non si prestò perché si accorse delle torbide esigenze del genero e questi, violento e sozzo di costumi, gli esplose contro un colpo di pistola, senza tuttavia ferirlo.
Pietro, allora, nel pravo tentativo di liberarsi da quel matrimonio che non aveva voluto, essendo legato da quello del concubinaggio preesistente con Rosanna Epifani, accusò la giovine sposa di relazione incestuosa con il fratello Angelo. Le insistenze nell’attribuzione di quell’abominevole rapporto, indussero il suocero, memore della solennità nei giuramenti familiari, a invitare i due suoi figli a giurare sul crocefisso della propria casa. E i suoi figli giurarono, così il loro padre potè convincersi della perfidia svelata in pieno dal genero.
Maria, sottoposta a quotidiani, duri maltrattamenti, confidò al padre le situazioni più delicate. Gli confidò che il marito, durante il servizio militare, aveva contratto blenorragia e non se n’era liberato; la frequenza delle cantine e gl’incontri con ogni femmina da conio, crearono un’alternativa angosciosa per Maria, costretta ad assistere a ricorrenti carcerazioni e alle più turpi violazioni della fede coniugale. Fu costretta a subire la peggiore contaminazione del talamo, avendo dovuto assistere al coito con prostitute indottesi alla promiscuità richiesta dal pervertimento dell’ubbriacone.
Trascurata, vilipesa, Maria Torchia confidò anche questo a suo padre, il quale, mediante grossolanità maggiore di quella che nei contadini stessi è temperata dal pudore, le consigliò l’esperimento di grottesche equipollenze sessuali.
Intanto, sotto l’effetto costante del vino e dei disordini sessuali di Pietro, i maltrattamenti aumentarono di intensità e di frequenza, tanto da raggiungere, anche davanti alla loro figlia Serafina Elisa, gli aspetti della dannazione.
Ma non c’era solo questo: Pietro Trunzo era affiliato ad una banda di delinquenti dediti a terrorizzare il circondario di San Mango d’Aquino, perché è qui che abita Trunzo, con azioni notturne, dalle quali tornava nel cuore della notte con i segni inequivocabili della vita di abominio. Le mascherature del viso richiedevano l’impiego insistente di detersivi per lasciare riapparire il natio ceffo!
Quotidianamente, i vicini ascoltavano il turpiloquio e le minacce del macellaio che, nel dare sfogo a queste, concepiva tormenti da infliggere alla moglie come, per il proprio mestiere, doveva procurarli di preferenza alle bestie più ribelli: le capre. E così la docile Maria assumeva, attraverso le minacce, le attitudini più bestiali per il prossimo avvenire.
Il truce macellaio soleva ripetere che avrebbe appeso la consorte a una trave, come una capra. E non coloriva le sue proiezioni di sole immagini sanguigne, ma ne iniziava l’attuazione con brutali percosse che, mentre destavano la pietà nei conoscenti, ingigantivano le indignazioni nel suocero. Le mortificazioni disumane, alternate ai lividi sul corpo, ispirarono a costui un suggerimento che non poteva fare presa su l’animo mite della figlia: Felice Torchia descrisse a costei le avvedutezze delle quali si sarebbe dovuta circondare durante il sonno: la soppressione del marito.
Maria invece continuò a salire il suo calvario e per lei la figlia cominciò a costituire l’unica preoccupazione di fronte all’avvenire reso fosco dalla condotta temibilissima del padre, insozzatosi della più turpe lordura, che non poteva disgiungersi dalla prevedibilità di vendetta immancabile.
Passarono così, in questo modo orribile, gli anni, fino a che nel 1940 il marito di Rosina Trunzo, la sorella del macellaio, non fu richiamato alle armi. Fu in questo momento che un’abominevole relazione incestuosa tra l’uno e l’altra Trunzo, coperta in passato da cautele per eludere le reazioni del coniuge, incominciò ad essere intravista dal pubblico, sino ad essere divenuta oggetto di flagranti sorprese, ciascuna delle quali determinava nella disgraziatissima Maria da un lato l’insorgenza contro la bestialità del marito e dall’altro l’avvedutezza per il tempestivo allontanamento della figliuola, la quale aveva cominciato ad amoreggiare con il giovane Ferdinando Macchione ma, nell’estate del 1944, il fidanzamento andò a monte.
L’inferno divampò in tutta la sua furia distruttrice nella casa del macellaio. Gli odi contro la moglie si moltiplicarono attraverso gli scatti d’ira, le minacce sempre più gravi, nonché attraverso la perfida Rosina che, per destare nuova avversione contro la cognata, indusse la nipote Serafina Elisa ad accusare l’ex fidanzato di averla stuprata. Stupro che, in definitiva, doveva prestarsi ad essere ritenuto come l’effetto della mancata sorveglianza da parte della madre innocente.
Ma tutto ciò non fece altro che attirare ancora di più l’attenzione dei paesani, impegnati a sorvegliare i fratelli Trunzo per poter diffondere nuovi particolari sulla loro relazione incestuosa. Come mai, si chiedevano ironicamente, nell’estate del 1943, durante un trasporto di paglia nella stanza sottostante alla camera di Rosina, questa vi si trattenne, dopo che il fratello ebbe chiusa la porta, per una durata richiesta solo da un comodo concubito?
- Se non interrompi questo schifo lo dirò a tuo cognato quando tornerà dalla prigionia!
E giù botte, sempre più bestiali, date anche con il dorso delle sue scuri, tanto che qualche volta dovettero intervenire i vicini per disarmarlo.
Ma la violenza non si limitava alle botte; violenza era anche la trasmissione di tutte le malattie veneree che Pietro contraeva e che, giorno dopo giorno, cominciarono a minare la salute di Maria nonostante le cure varie, anche da parte di levatrice.
In preda allo sgomento, la povera martire sentì il bisogno di confidare a sua figlia tutto l’inferno domestico,  tutto l’abominio che il padre aveva esteso ai parenti.
In quell’atmosfera, il duplice incubo della denunzia, con la quale si sarebbero realizzate inestinguibili vendette, e della privazione di un gaudio tanto più inebriante per la depravazione del macellaio, quanto universalmente vietato, rese ancora più torbido del consueto l’animo del delinquente, assuefatto alla quotidiana visione il sangue in abbondanza.
L’inesorabile vigilanza della donna, ridotta a sopportare oltre alle sevizie di ogni genere anche la temibilità di perdizione dell’unica figliuola, generò nel marito abietto e violento l’inquietudine per la scelta di una forma di soppressione della propria nemica che si fosse, con sicurezza, conciliata con il mantenimento della impunità, tanto diffusa nel periodo delle più temerarie e tenebrose rapine.
Verso la metà del mese di luglio 1944, Maria cominciò a soffrire di problemi ai reni e proprio in quei giorni a San Mango d’Aquino arrivò il noto pregiudicato Giuseppe Cirenaica, il Gizzarioto, appena assolto dall’accusa di avere assassinato la propria moglie, accompagnato dalla sorella diciannovenne della morta. Si diceva, forse non a torto, che Cirenaica avesse ucciso la moglie praticandole delle misteriose iniezioni. Cirenaica e la sua concubina presero alloggio nella casa del mutilato Luigi Maruca, esercente una modesta osteria vicina alla casa di Rosina Trunzo e, quindi, facile si rese la conoscenza con Pietro, colpito dall’attendibilità delle voci sull’avvelenamento e dalla concretezza della impunità, che apriva margini alla sua vedovanza, simultanea a una libera luna di miele intrisa di… incesto.
Maria, all’improvviso, si vide circondata da insolite e sospette premure da parte del marito che la invitò ad affidarsi alle… efficaci iniezioni del Gizzarioto, con il quale fu visto confabulare da Luigi Maruca nelle vicinanze della sua osteria. Una volta che i due pregiudicati si separarono, l’oste, molto curioso, riuscì a carpire a Cirenaica la confidenza sull’argomento della conversazione con Pietro Trunzo: gli aveva invocato le iniezioni per la propria moglie!
- Ma non gli ho promesso niente – concluse Cirenaica.
Tre giorni dopo quel colloquio, l’11 agosto 1944, Maria venne quasi costretta a sottoporsi alle cure e per sottrarsene non poté giovarsi che della presenza della figlia alla quale aveva confidato i suoi timori. Nello stesso tempo, Maria voleva accertarsi se le promesse di una definitiva rottura della relazione incestuosa fossero state mantenute dal marito, così chiese notizie al compare Luigi Maruca il quale le raccontò del conciliabolo. Maria non ebbe più dubbi sulle ostinazioni maritali nelle proposte delle iniezioni e oppose una energica resistenza ad ogni ulteriore sollecitazione per subirle, tranne che sotto il controllo di un medico.
Ma l’inesorabilità del proposito di sopprimere la nemica, dettò al macellaio un nuovo piano, meticolosamente studiato secondo le risorse della sua mente dominata dai ricordi delle brigantesche imprese notturne e delle mascherature, sottoposte a detersioni, sempre oltre la mezzanotte.
Si approssimava la fiera del Savuto, il fiume che, scendendo da Martirano, traccia, in fondo a vallata ampia, un percorso da una cui estremità si può salire, sebbene faticosamente dopo varie ore, a una sommità che degrada sino a San Mango d’Aquino. Giova, a tal punto, descrivere le località connesse con questa storia: la casa di Pietro Trunzo era nell’interno del paese e si scendeva da essa, in non più di cinque minuti, alla periferia in prossimità della così detta Croce del mulino e dell’imbocco di una scorciatoia la quale, a sinistra della strada provinciale, attraverso gironi conduce verso Martirano sino a raggiungere un tratto incassato, detto Passo del Vetriolo, al ciglio opposto del quale continua fiancheggiando il lato sinistro (per chi guardi di fronte) di una collina i cui arbusti, anche nei punti più ripidi, agevolano una raggiera di percorsi che, a propria volta, possono, dai vari punti di abbrivio, affrettare il raggiungimento dell’accorciatoia, fiancheggiata, a volte, da ontani. Ai piedi della collina continua a svolgersi la strada verso Martirano, a monte del Savuto.
Maria cominciò a sospettare che doveva esserci qualcosa di strano nei preparativi che suo marito approntava per partecipare alla fiera e si confidò col compare Maruca: lei, sofferente in uno dei piedi e scalza, si sarebbe dovuta, nel cuore della notte e contro il solito, avviare verso Nicastro conducendo la cavalla carica di dodici pelli per presentarle all’ammassatore Bruno Porcelli.
Perché?
Il 13 agosto, il giorno prima della fiera del Savuto, Giuseppe Trunzo, il fratello di Pietro e di Rosina, arrivò col suo gregge a San Mango d’Aquino, dove era arrivato anche un suonatore ambulante di fisarmonica. Pietro e il Gizzarioto, al suono della fisarmonica, sotto lo sguardo rapito della incestuosa, si contorcono secondando l’agitato ritmo della tarantella e, come richiede il costume dei ganzi, ostentano l’abilità nella scherma. Si accende una gare nel maneggio e nelle parate, alimentata dalla curiosità dei presenti. Maria era terrorizzata da quella pantomina foriera di lutti, sicura che il marito era pronto ad agire e per nulla disposto a pentirsi.
- Compare Luigi… – disse a Maruca con le lacrime agli occhi – mio marito mi vuole ammazzare, ma ricordati che ci può riuscire solo sulla via per Amantea o per Nicastro… ti saluto… pensa alla figlia mia – poi andò a casa a riposare un po’ prima di partire per Nicastro.
Pietro e suo fratello Giuseppe, finita la gara di scherma, andarono a casa della madre dove mangiarono un mezzo mellone, poi andarono a casa di Pietro dove caricarono la cavalla delle pelli e quindi andò a chiamare Maria. Qualcuno li vide partire insieme lungo la via provinciale e, dopo non breve tempo, costui tornare per richiedere alla figlia l’accendisigari
- Non lo trovo, è buio – gli rispose dalla finestra
Verso le sette del 14, alcuni paesani notarono, lungo il passo del Vetriolo, la cavalla di Pietro Trunzo carica di pelli mentre vagava incustodita e la legarono al fittone di una ginestra lungo la destra del passo verso San Mango.
Dopo circa un’ora, Pietro Trunzo, che verso le cinque era stato visto, non assieme al fratello Giuseppe ma solo, nella località “discesa di Martirano” a breve distanza dall’abitato dello stesso paese, al seguito di pochi animali ovini e lontano una buona ora e mezzo da San Mango d’Aquino, fu nella fiera informato da Vitaliano Parrella del punto in cui era stata immobilizzata la cavalla. Ma il macellaio aveva qualcosa di strano: due donne e un ragazzino notarono che i pantaloni di tinta sbiadita indossati da Pietro presentavano “goccioloni” di sangue fresco e un conoscente del macellaio si stupì della tenuta con cui questi era apparso alla fiera. Trunzo, giovandosi del mestiere, asserì di avere macellato, durante la notte, una capra per un preteso matrimonio.
Solo due ore dopo, verso le dieci, essendo state ricevute dall’altro germano Domenico Trunzo le pecore, il macellaio, invece di raggiungere in breve tempo il passo del Vetriolo, costeggiò il Savuto e dal fondo della vallata poté raggiungere San Mango per un’accorciatoia, che si raccorda con quella per Nicastro a valle della rotabile, e si liberò dei pantaloni e delle scarpe, le quali erano state viste anche macchiate di sangue.
Era ormai mezzogiorno quando Vincenza Mendicino, tornando da Nicastro con Rosina Pizzilli, notò che una decina di minuti prima di raggiungere il passo del Vetriolo, a valle del sentiero e alla distanza di circa cinque metri, tra le felci, in una pozza di sangue, giaceva una donna scalza. Le due donne corsero subito in paese per dare l’allarme e la voce del ritrovamento si sparse in pochi istanti per tutto il paese. Solo i componenti della famiglia Trunzo sembravano non saperne niente, dicendo che gli avevano riferito solo della cavalla dispersa, della quale Pietro chiedeva notizie. La cosa insospettì non poco e alcuni paesani accompagnarono sul posto i Trunzo. Pietro, che sembrava sfiancato, faticava a mantenere il passo degli altri e restò indietro, mentre gli altri avevano già raggiunto il cadavere, il cadavere di Maria Torchia. Un paesano, per uno scrupolo, volle immaginare il macellaio degno di riguardo e gli disse che la moglie era grave. Arrivavano, frattanto, le urla delle donne. Pietro Trunzo si coprì il volto con le mani, ma il paesano non si accorse dell’effettività del pianto. Gli fu consigliato di rimanere a distanza di qualche passo. Qualcuno portò un lenzuolo e, pietosamente, il cadavere fu coperto. Poi arrivarono i Carabinieri.
Pietro Trunzo, conoscendo sommariamente le circostanze in base alle quali Cirenaica fu assolto per l’omicidio della moglie, fece il grossolano tentativo di chiedere al Maresciallo Saporito l’immediato seppellimento della moglie, la cui morte, sosteneva, doveva esser dipesa da semplice disgrazia. Quando il Maresciallo ebbe sollevato il lenzuolo e poté notare un taglio netto, come da rasoio, su la bozza frontale sinistra della morta, cominciò a sospettare qualcosa di diverso; la sua espressione diede subito a Pietro Trunzo la certezza dell’inesorabilità di ogni accertamento. Subito il macellaio, mutando tono, accennò all’ipotesi di una rapina perché fissò la pienezza recisa della consegna di lire cinquemila, che sarebbero dovute servire per acquisti di corredo nuziale. Trunzo, senza avere mai avvertito il bisogno di avvicinarsi al cadavere, se non di osservarne l’atteggiamento, incominciò a fumare, mantenendo un contegno che, per il manifesto cinismo, destò profonda meraviglia anche in chi ne conosceva il temperamento rude di “belva umana”. Il Maresciallo Saporito, tornando in San Mango insieme ad Angelo Torchia, fratello della povera Maria, raccolse e non poté abbandonare due dati indissociabili: l’incesto e i maltrattamenti. Furono colti particolari significativi per l’ipotesi esclusivamente delittuosa, come la presenza, a monte del luogo del ritrovamento del cadavere, di tre ontani fronzuti, dietro i quali l’agguato poté agevolmente essere esercitato; il braccio e la gamba destra erano stesi, gli arti del lato sinistro erano flessi. Poggiava il cadavere sul fianco destro e la testa si manteneva come protesa verso il sentiero, il cui ciglio esterno appariva franato. Un piccolo pettine e due pietre, insanguinati, erano rispettivamente alla distanza di cinque metri il primo, nella zona della scarpata, e di una diecina di metri le altre, sul sentiero.
Quando arrivò il Pretore, la mattina successiva, su le prime si lasciò suggestionare dall’istrionismo del macellaio, avendo seguito l’ipotesi della rapina, sebbene inconciliabile con il rinvenimento, nel seno della vittima, del suo portamonete con lire duecentottantatre.
Durante il trasporto al cimitero, la povera orfana, dando libero sfogo secondo le consuetudini, alle invocazioni della madre accennò alle imposizioni del padre, poiché la gita per Nicastro era stata ordinata imperiosamente da lui. Con un cenno, non sfuggito a molti, la zia Rosina aveva vietato quella pericolosa, temibile forma di patimento per il suo manifesto significato.
Il primo tentativo di accreditare l’ipotesi della rapina, orientando verso la ricerca di un noto pregiudicato, Giuseppe Isabella, svelò l’interesse che Pietro Trunzo manifestava sempre più chiaramente il suo vero intento: sviare le indagini dalla sua persona. Poi, visto che con Giuseppe Isabella non aveva funzionato, accusò Ferdinando Macchione, l’ex fidanzato di sua figlia, ma anche questa volta le accuse si rivelarono infondate. Tutto fu chiaro quando cominciò ad affermare ostinatamente di avere sempre amato sua moglie, mentre dalle parole di tutti i testimoni apparivano chiaramente le sevizie che le aveva sempre inflitto e che le sevizie si collegavano all’incesto.  E le indagini, finalmente, si indirizzarono verso l’uxoricidio.
Gli inquirenti arrestarono Pietro Trunzo e sua figlia, che lo difendeva anche se smentita. Ma dopo pochi giorni nelle carceri di Martirano, la veste di succube nella povera figliuola si rese manifesta. I due erano stati destinati in due stanze dello stesso braccio: in quella soprastante la donna; nella sottostante il padre, il quale, avendo voluto conferire con costei, ne richiamò l’attenzione mediante colpi battuti sul soffitto. Dalla finestra, poi, ammonì la figlia con frasi che furono colte da alcuni passanti, i quali le riferirono ai Carabinieri.
Il 18 agosto, i Carabinieri eseguirono delle perquisizioni in casa del macellaio e in quella di sua sorella Rosina. Nascosti tra il saccone e un’imbottita del letto di Serafina Elisa furono rinvenuti i pantaloni che il macellaio indossava la notte tra il 13 e il 14 agosto, quelli notati sporchi di goccioloni di sangue fresco. Nonostante la lavatura, apparivano le caratteristiche macchie di sangue sbiadito. Fu ritrovato, nascosto in un ripostiglio, anche un paio di scarpe, accuratamente ripulite e trattate col sego.
Sottoposta a lunghi e duri interrogatori, Serafina Elia, avendo riacquistato il senso della sicurezza per la propria incolumità personale, gravemente minacciata dal padre di volerle tagliare la testa se avesse osato di ricostruire tutte le premesse abbraccianti l’incesto e le proposte per le iniezioni,  squarciò i veli che già avevano lasciato cogliere tutta la barbara vicenda, raccontando l’incesto, i maltrattamenti, le minacce, le insofferenze materne, le proteste per la protezione dei rapporti incestuosi, l’allarme per la proposta delle iniezioni da compiersi dal “Gizzarioto avvelenatore”, la ignoranza dell’eventuale consegna delle lire cinquemila, il tempo non breve, sebbene non precisabile, trascorso tra l’ora della partenza per la fiera e per Nicastro e l’ora dell’artificiosa richiesta dell’accendisigari, l’estraneità propria e quella della madre alla lavatura, stiratura e occultamento dei pantaloni macchiati di sangue, gli incitamenti della zia Rosina a non svelare, attraverso pietose invocazioni durante il trasporto funebre, i particolari della coercizione dovuta subire dalla vittima prima dell’avviamento verso Nicastro, le minacciose imposizioni del padre durante il fermo nelle carceri di Martirano.
Dopo quei primi sviluppi, la eccezionale gravità del delitto esercitò, entro l’orbita segnata dalla partecipazione dei tre germani Trunzo, Pietro, Rosina e Giuseppe, una forza obiettiva dei soli elementi che potessero riguardare costoro e non anche Cirenaica. L’uccisione risultò determinata da colpo di scure, mentre l’incesto acquistò carattere d’innegabilità in forza di una constatazione che solidificò tutti gli esami testimoniali: Pietro e Rosina furono trovati affetti da infezione blenorragica.
I tre fratelli Trunzo , il 22 aprile 1945, furono rinviati al giudizio della Corte d’assise di Catanzaro con l’imputazione di correità nell’uxoricidio consumato da Pietro Trunzo con premeditazione e con il fine abietto di rendere agevole il rapporto incestuoso. Pietro e Rosina Trunzo furono rinviati a giudizio anche per il reato di incesto con pubblico scandalo.
Il dibattimento iniziò il 30 maggio 1945 e gli imputati si dichiararono innocenti, ma nuove rivelazioni allargarono le indagini, estendendole a Cirenaica quale correo nell’omicidio. Fu deciso di riesumare la salma di Maria Torchia per ripetere la perizia ematologica sulle macchie di sangue rinvenute sui pantaloni di Pietro Trunzo, che in un primo momento aveva dato esiti incerti, e sulle scarpe. Tutto ciò impose il rinvio della causa per potere effettuare gli accertamenti e per le nuove indagini sulla posizione del Gizzarioto. Fu arrestato in aula il teste Domenico Mascaro, detenuto nella stessa cella di Pietro Trunzo, per falsa testimonianza e questo cambiò le cose: Mascaro finì per rivelare la verità: Trunzo lo sollecitò, contro promessa del compenso di lire duemila, a consegnare al fratello Vincenzo Trunzo un biglietto per la madre, nel quale designava Giuseppe Cirenaica come spietato uccisore di Maria Torchia, nell’atto in cui ella offrì il denaro posseduto. Questa lettera, poi, sarebbe dovuta essere spedita al Sindaco di San Mango. Pietro Trunzo per salvare sé stesso e i suoi fratelli, tradì anche il suo compare con la falsa accusa di essere l’unico responsabile dell’omicidio.
I nuovi accertamenti clinici stabilirono senza ombra di dubbio che a colpire Maria Torchia sopra l’arcata sopracciliare sinistra fu il dorso di una scure che ne provocò la frattura e una forte commozione cerebrale. La perizia ematologica, laboriosamente condotta con l’impiego di tutti i mezzi scientifici di controllo, stabilì che i pantaloni, lavati, risultavano macchiati di sangue umano.
La Sezione Istruttoria, il 6 luglio 1946, terminate le indagini, rinviò a giudizio anche Giuseppe Cirenaica con l’accusa di concorso in omicidio.
Il 18 febbraio 1947 cominciò il nuovo dibattimento, ma questa volta a Nicastro e a porte chiuse. E subito ci fu un clamoroso colpo di scena: Rosina Trunzo, la venere ferina, interrogata, confessò e raccontò che la relazione incestuosa iniziò quando Pietro, molti anni prima, la violentò in una stalla e la mantenne soggiogata alla bestialità delle insorgenze sessuali, imposte dal sadico rapace sessuale. Poi ammise di aver lavato i pantaloni macchiati di sangue e di averli nascosti.
- Ho vissuto e continuo a vivere in preda a vero terrore – così terminò la sua drammatica confessione.
La nipote, immediatamente dopo la confessione, volendo dare sfogo a tristi reminiscenze destate dalla fermezza con cui la zia aveva finalmente voluto lacerare ogni velo creato dalle negazioni sue e del fratello Pietro, si espresse in questi termini
- La zia Rosina ebbe a confessare a mia madre di essere stata precipitata dalla scala, avendo il fratello voluto soggiogarla alle sue voglie
Maria Torchia, più come madre che quale sposa, ormai ammansita, priva di vari incisivi, costretta a camminare scalza, viveva in preda a disperazione per la rottura del fidanzamento tra la figlia e Ferdinando Macchione. tra lo stesso e il mancato suocero era persino intervenuto sparo di arma da fuoco. La povera donna, di fronte all’imminente ritorno di Vincenzo Cimino, il marito di Rosina, s’era ripromessa di di procurare al marito almeno il ritorno alle carceri, tanto lungamente frequentate. D’altra parte il macellaio, ossessionato dalla probabile rottura della relazione incestuosa con la sorella, signorile nell’aspetto, e desiderata da altri, inviperito dalla prospettiva di una catastrofe per sé, per Vincenzo Cimino, per i nipoti, per la madre, per i numerosi fratelli, era caduto nella concentricità delle visioni ossessionanti. La causa di tanta sproporzionata disgrazia doveva essere assai cautamente eliminata. Parallelamente all’avvedutezza, l’ansia per una occasione propizia: l’arrivo a San Mango di Giuseppe Cirenaica, accompagnato dalla sua triste fama di avvelenatore impunito. Fallito il tentativo di eliminare Maria con le iniezioni efficacissime, il Gizzarioto, ladro di arredi sacri, non abbandonò con la propria cooperazione il macellaio.
Trunzo Pietro affermò, con particolari istrionici, di essersi trovato costantemente al fianco del fratello Giuseppe, così che questi sarebbe dovuto essere testimone di ogni azione di lui, ma Trunzo Giuseppe, avendo compreso che le fantasticherie si conciliano solo col delirio, volle, con un’aperta confessione, ribadire verità sostanzialmente acquisite. E affermò che la pretesa consegna di lire cinquemila non fosse avvenuta; che per accedere al Passo del Vetriolo si fosse seguita una scorciatoia, beninteso diversa da quella battuta dalla cavalla che consentì agli assassini di precedere la vittima nel punto preferito; affermò inoltre che per tempo indeterminato il fratello Pietro si sottrasse ad ogni possibilità di controllo. Trunzo Pietro inventò per la propria salvezza un lungo sonno, rotto dal belato dell’armento.
Il Pubblico Ministero chiese la condanna di Pietro Trunzo, sua sorella Rosina e Cirenaica per l’omicidio, la condanna di Pietro e Rosina per l’incesto e l’assoluzione di Giuseppe Trunzo per insufficienza di prove. La difesa continuò a sostenere l’innocenza degli imputati.
Il 27 febbraio 1924 la Corte pronunciò la sentenza di condanna di Pietro Trunzo e Giuseppe Cirenaica all’ergastolo. Condanna per Pietro Trunzo e sua sorella Rosina per il reato di incesto a 8 anni di reclusione. Giuseppe Trunzo venne assolto per insufficienza di prove. Gli imputati fecero ricorso e, il 20 dicembre 1951, la Suprema Corte di Cassazione accolse il ricorso e trasferì gli atti alla Corte d’Assise di Catania la quale, con sentenza dell’11 giugno 1952, in riforma della sentenza appellata, assolse Giuseppe Cirenaica per insufficienza di prove e confermò le condanne per i fratelli Trunzo, condonando 3 anni a Rosina. Il Pubblico Ministero e Pietro Trunzo proposero ricorso contro questa sentenza e, il 28 maggio 1953, la Suprema Corte di Cassazione dichiarò entrambi i ricorsi inammissibili.
Infine, con D,P.R del 22 maggio 1969, a Pietro Trunzo è stata concessa la commutazione della pena dell’ergastolo con quella della reclusione finora espiata.[1]
Amen.



[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, sentenze della Corte d’Assise di Nicastro.